Repubblica 8.4.18
Asia Argento “In Italia sono solo una che non vale uno stupro”
Intervista di Alberto D’Argenio
BRUXELLES Registra, conserva il nastro perché se scrivi qualcosa di diverso da quello che dico poi vedi...».
Asia
Argento è seduta al bar del Parlamento europeo di Bruxelles. Mickey
Mouse, si chiama la sala per via delle sedie colorate che la riempiono.
Nome che stride con lo stato d’animo dell’attrice che per prima lo scorso settembre ha denunciato Harvey Weinstein.
«Sono
qui per portare la testimonianza di quello che ho vissuto e di come
solo in Italia la mia storia è stata deformata: dicevano che non ero
stata violentata, che una come me non merita nemmeno di essere
stuprata». Primo pomeriggio, vigilia dell’8 marzo, l’Europarlamento
celebra la giornata internazionale delle donne. Asia ha il piglio
determinato, l’aggressività di chi ha sofferto emerge così come qualche
tatuaggio sfugge dalla giacca scura. È tutto un conflitto tra garbo e
rabbia. L’intervista era stata programmata per raccontare la sua
proposta di allungare i tempi di prescrizione per le denunce di violenze
sessuali. Ma Asia è un fiume in piena, del tema parlerà di sfuggita.
Come sono stati gli ultimi mesi?
«Non so se riuscirò mai a guarire questa ferita, la violenza mi ha cambiato profondamente.
Sono
diventata scontrosa, non mi fido più di nessuno, votata alla
solitudine. Ancora mi fa male parlarne. Rivivere il trauma sotto gli
occhi di tutti è stato quasi peggio di allora. Sono caduta in una enorme
depressione non solo per come sono stata trattata in Italia, ma perché
ho rivissuto il trauma, anche nel mio corpo: tremavo, così come tremavo
durante lo stupro.
Ecco, questo tremore del corpo, questa paura del mondo, questo sentirsi terribilmente soli...».
Chi le è stato vicino?
«Il mio compagno, e poi mi sono ripresa grazie al movimento #MeToo e ai movimenti femministi in giro per il mondo».
Poco
dopo Asia racconterà al seminario organizzato dall’Europarlamento la
difficoltà di mettere al corrente la famiglia, la figlia di 16 anni e il
figlio di 9, il padre Dario Argento («non sapeva nulla») dello stupro
del 1997 poco prima che la sua storia uscisse sul New Yorker.
Come si è spiegata gli attacchi in Italia?
«Sono
sempre stata vista come una persona troppo disinibita, fuori dal coro.
Ho pagato il prezzo dell’indipendenza. E poi c’è un enorme problema
culturale: per loro non ero la vittima perfetta, l’agnellino sacrificale
che è la donna che cammina per strada. Solo lei può essere stuprata».
L’hanno criticata per non avere denunciato subito Weinstein: come risponde?
«Che a vent’anni non avrei potuto farlo, non era facile parlarne, non era facile nemmeno ammetterlo con me stessa.
Uno si sente in colpa».
Cosa l’ha spinta a parlare?
«Non
l’avrei fatto, ma poi mi ha chiamato Ronan Farrow che non so come aveva
scoperto la mia storia, il mio segreto più oscuro. In quel momento mi
sono sentita in dovere di parlare, soprattutto quando ho saputo che
erano coinvolte altre vittime.
Così ho denunciato Weinstein e ho
rischiato tutto perché se le altre donne non mi avessero seguito lui
avrebbe potuto rovinarmi. Quando ho saputo che aveva assoldato delle
spie ho capito di avere rischiato la vita».
Come si può migliorare
la condizione delle donne?
«Con
un lavoro contro questa cultura sessista e patriarcale. Certo, ci sono
anche le madri che trattano i figli maschi in modo diverso dalle figlie
femmine. Bisogna partire dalle famiglie, dalle scuole. Difficile in
Italia dove la misoginia è così radicata. Basta vedere Berlusconi, come
le sue tv rappresentano le donne: se le ragazze hanno come punto di
riferimento le veline come potranno dimostrare di essere brillanti e
intelligenti?».
Cosa consiglia alle ragazze che subiscono una violenza?
«I media italiani dicevano che ero una troia, che me l’ero cercata.
Un
pessimo messaggio per chi vuole denunciare: hanno detto loro che non
saranno credute, che saranno umiliate. E non mi sento di dirgli di
andare dalla polizia dopo che a Firenze i Carabinieri hanno interrogato
per 15 ore due ragazze chiedendo loro se fossero attratte dagli uomini
in divisa e se portavano le mutandine. Per questo dico alle vittime di
andare dai gruppi femministi dove troveranno avvocati che le
proteggeranno gratuitamente.
Inoltre in Italia c’è una
prescrizione per le molestie di tre mesi e per lo stupro di sei mesi.
Poi la denuncia non è più valida.
Questi termini vanno cambiati, è troppo poco tempo per elaborare un trauma così grave e uscire allo scoperto».
Poco
dopo questa intervista Asia si aprirà pubblicamente. La sua
testimonianza verrà salutata da un forte applauso che lei ricambierà,
scossa, con una lacrima.
E a chi chiederà se ha perdonato
Weinstein risponderà: «No, noi vogliamo giustizia. Quell’uomo è ancora
là fuori, è in una spa, altro che clinica, e non c’è nessuna cura per
quelli come lui. Sono come i serial killer, non cambiano mai».