lunedì 12 marzo 2018

internazionale 11.3.18
Le opinioni
L’autoritarismo della Cina non ci deve sorprendere
Di Pankaj Mishra


In una stagione di sconvolgimenti politici, il fatto che Xi Jinping stia acquistando un potere assoluto è riuscito a stupire molti esperti di Cina. L’Economist ha dichiarato con enfasi che “la scommessa sulla Cina fatta venticinque anni fa dall’occidente è fallita”. Invece di avanzare verso la democrazia, secondo questa teoria, Pechino sta scivolando ancora di più verso l’autoritarismo. Vale la pena di chiedersi, se non altro per evitare altri shock del genere in futuro, perché “l’occidente” abbia deciso di scommettere sulla Cina. La speranza che la Cina si potesse integrare pacificamente in un ordine globale modellato dall’occidente, cambiando radicalmente durante questo processo, è sempre stata un’illusione. In un articolo del 1997 sul passaggio di Hong Kong dal Regno Unito alla Cina, l’opinionista del New York Times Nicholas Kristof si chiese se Pechino non stesse ereditando un “colossale cavallo di Troia” che in seguito avrebbe fatto cadere il suo regime. Nel gennaio del 2013 Kristof prevedeva che Xi Jinping avrebbe avviato grandi riforme politiche ed economiche, tra le quali la rimozione del corpo di Mao Zedong dal suo mausoleo in piazza Tiananmen. Non erano solo i giornalisti a mostrare una fede quasi religiosa nella speranza che la Cina potesse redimersi con la democrazia e il libero mercato. Per convincere l’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) a far entrare la Cina nelle sue ile, nel 1997 Bill Clinton dichiarò che la liberalizzazione del sistema politico cinese era “inevitabile come inevitabile era stata la caduta del muro di Berlino”. Chi ha sbagliato opinione su Xi Jinping in maniera così evidente almeno può sostenere che non si sapeva molto su di lui prima che diventasse leader del paese. Ma ci sono meno scuse per chi non ha capito la semplice lezione che viene dalla storia della Cina contemporanea: tutti i regimi cinesi, dal crollo della monarchia Qing nel 1911, hanno consolidato la sovranità nazionale per poi inseguire in modo febbrile la ricchezza e il potere con tutti i mezzi necessari. Non è mai stato un segreto che il Partito comunista cinese (Pcc) nacque dall’evento politico fondante del 1919, il movimento studentesco del 4 maggio. Il Pcc si nutrì, alimentandolo a sua volta, di un sentimento popolare diffuso: la Cina aveva subìto un’ingiustizia (con il trattato di Versailles, alla fine della prima guerra mondiale), era stata disonorata dalle potenze occidentali e doveva ricostruire la sua autorevolezza. L’antioccidentalismo di Mao poteva essere considerato la strategia opportunistica di un megalomane. Ma anche il suo successore, il riformista Deng Xiaoping, insisté su questo e fece mettere manifesti in tutto il paese con la sua immagine e la frase: “Il nostro paese deve svilupparsi. Se non ci svilupperemo, verremo umiliati”. La Cina ha raggiunto lo sviluppo, al punto che oggi si pensa sia lei a prevaricare sulle aziende e i governi stranieri piuttosto che il contrario. In questo la Cina non fa che confermare la stessa logica geopolitica di cui un tempo era la vittima. Quello che dovrebbe sorprenderci ancora di meno è il crescente autoritarismo della Cina, il fatto che lo sviluppo economico non sia stato accompagnato dall’avvento della democrazia. Come scriveva negli anni cinquanta il filosofo francese Raymond Aron, “nessun paese europeo sotto un regime rappresentativo e democratico è mai passato dalla fase di crescita economica che stanno vivendo oggi l’India e la Cina”. In realtà all’inizio del novecento in paesi in ascesa come il Giappone e la Germania la democrazia fu stroncata dai gravi problemi dello sviluppo moderno, peggiorati dalle successive crisi economiche globali. L’arrivo di masse sradicate nelle aree urbane, la crescita non uniforme e le disuguaglianze contribuiscono ad alimentare l’autoritarismo. Oggi i leader di grandi paesi che in passato si sono sentiti trascurati, come l’India e la Cina, cercano di recuperare terreno sui vincitori della storia. Usano le idee e le tecnologie dei paesi occidentali e potrebbero perfino adottare una parte della loro ideologia. Ma sono legati ai propri programmi politici, e il destino delle loro società alla fine verrà determinato dalle contraddizioni sociali ed economiche più che dalle illusioni degli osservatori stranieri. La storia inoltre ci dimostra in modo allarmante che, intrappolati nella loro stessa retorica, i regimi autoritari tendono a inasprirsi. È così che la Germania e il Giappone finirono per dichiarare guerra al loro partner commerciale più stretto, gli Stati Uniti. Meglio non farsi illusioni: il mondo era un luogo pericoloso molto prima che Xi Jinping diventasse il leader supremo della Cina e Donald Trump cominciasse ad annunciare guerre commerciali. I pericoli non si vedevano a causa dell’intossicazione ideologica e dell’amnesia storica creata dal crollo dell’Unione Sovietica e da quello dei regimi dell’Europa orientale. Si credeva che la storia dovesse muoversi verso il capitalismo e la democrazia occidentale. La stretta sul potere di Xi ci ricorda che è arrivato il momento di mettere da parte le illusioni e di fare i conti con la realtà.