lunedì 19 marzo 2018

Il Fatto 19.3.18
L’ultima vittima della battaglia di Afrin in Siria: l’Occidente
Il silenzio dei governi sull’avanzata della Turchia rivela l’imbarazzo: nessuno vuole disturbare troppo Erdogan, temendo che un Paese membro della Nato finisca tra le braccia di Putin. E degli eroici curdi anti-Isis non importa più a nessuno
di Filippomaria Pontani


Da Parigi a Venezia, da Brema a Creta, nel silenzio imbarazzato dei governi (tranne quello francese), si moltiplicano i presidî di solidarietà verso la città curda di Afrin, nel nordovest della Siria, che salvo colpi di coda della guerriglia, pare aver capitolato ieri mattina dopo settimane di attacchi e bombardamenti delle truppe turche, determinate ad assumere il controllo di tutta la fascia di confine. I morti (molti civili e bambini) sono centinaia, nel weekend è stato colpito l’ospedale, l’acqua e i medicinali non arrivavano da giorni, gli sfollati nell’ordine dei 150mila; si paventa il rischio di pulizia etnica, per alterare la maggioranza curda della regione.
Nell’accordo russo-turco-iraniano di Astana (marzo 2017) era previsto che la Turchia installasse 12 posti di osservazione nella regione di Idlib, l’unica ancora saldamente nelle mani dei ribelli anti-Assad, l’ex fronte Al-Nusra, ora Hayat Tahrir al-Sham, insomma jihadisti sunniti. Ma è l’enclave di Afrin, a Nord di Idlib lungo la frontiera, a detenere per i Turchi il più alto valore strategico: rappresenta dal 2012 l’avamposto occidentale della regione sotto controllo curdo che si estende da Kobane a Raqqa fino ai confini dell’Iraq: tutte zone a suo tempo difese o riconquistate con grandi sforzi dai combattenti dell’esercito curdo (YPG) contro l’Isis. La Turchia ha interesse a demolire questa continuità territoriale per scongiurare la creazione di uno stato curdo e per avere voce in capitolo se mai partiranno i colloqui per una nuova Siria: per questo, dal 20 gennaio scorso viola militarmente i confini del Paese confinante, e sfida gli Stati Uniti che da anni appoggiano i Curdi nel nord della Siria. Se i turchi, non paghi di Afrin, volessero ora avanzare verso est fino a Manbij (dove stavano già per entrare un anno fa, fermati dalla diplomazia), potrebbero cozzare contro duemila marines; ma forse in realtà i marines – se questa è stata davvero la garanzia strappata da Erdogan all’ormai ex segretario di Stato Rex Tillerson il 20 febbraio ad Ankara – saranno spostati a est oltre l’Eufrate. A Manbij, l’antica Bambyke, mille volte punto di frontiera e di frizione tra Romani e Parti, tra Bizantini e Sasanidi, tra Crociati e Arabi, l’Occidente pare votato alla sconfitta.
La Russia, storico alleato di Assad, ha interesse a indebolire i ribelli contro il regime (alleati di Erdogan), ma non a proteggere i curdi: potrebbe aver deciso di lasciare Afrin ai Turchi in cambio di un loro disimpegno nella più vitale regione di Idlib. Assad medesimo, che ha la testa alla sanguinosa macelleria di Ghouta, ha spedito ad Afrin ben poche truppe, dando la causa per persa.
Perché l’operazione turca contro Afrin, nota col nome paradossale di “Ramoscello d’ulivo”, è importante? Perché al tappeto stanno finendo per ora: la causa curda, ovvero non solo centinaia di combattenti e civili vittime dell’attacco di Erdogan contro i villaggi e le postazioni di quella che egli ritiene una fazione terroristica, ma anche la pratica quasi utopica del governo partecipato, federale ed egualitario del limitrofo Rojava curdo (da noi pare si sia persa la memoria di quando l’Occidente tutto tifava per Kobane e le sue donne combattenti contro l’Isis); quel che rimaneva della libertà di espressione in Turchia (lo stato di guerra ha autorizzato il fermo di decine di manifestanti, giornalisti e blogger); i rapporti Turchia-Usa, due Paesi della Nato che dal 2013 – tra la svolta autoritaria di Gezi Park e i sospetti di collusione con l’Isis – si sono ripetutamente scontrati; i minimi standard umanitari (molte fonti denunciano l’uso di gas tossici e bombardamenti su convogli umanitari o di sfollati); la minima stabilità nella regione (vittima dell’ambiguità dei Russi, che supportano Assad ma hanno stretto un’alleanza con il suo arcinemico Erdogan; e vittima soprattutto della mancanza di strategia degli Americani, che saltabeccano da una crisi all’altra senza essere in grado di assumere un ruolo attivo, nel terrore di lasciare un alleato Nato come la Turchia nelle braccia di Putin).
Al tappeto finisce anche il passato di questo fazzoletto di terra: ieri ad Afrin è stata abbattuta dai Turchi la statua di Kawa il fabbro, che nel 612 a.C., secondo la leggenda, liberò i Medi, che i Curdi riconoscono come progenitori, assassinando il sanguinario re assiro Dehak. Nel 2016 i bombardamenti russi contro i ribelli anti-Assad avevano semidistrutto la chiesa di San Simeone lo Stilita (V secolo d.C., a 15 km da Afrin), dove si conservava la colonna su cui il venerato asceta passò 30 anni di meditazione e di preghiera. E nel gennaio 2018, proprio alla periferia di Afrin le bombe turche hanno inflitto danni ferali (oltre il 60%) all’antico tempio neo-ittita di Ain Dara, ricco di sfingi e leoni di basalto, e probabilmente dedicato alla dea Ishtar: si pensa siano della dea le 4 enormi e misteriose impronte di piedi umani scavate nel pavimento in pietra del portico, in direzione della soglia di una cella ormai del tutto demolita. Nell’interminabile mattatoio siriano sembra che nemmeno gli dèi abbiano più un posto dove andare.

Repubblica 19.3.18
In cerca di un altrove
Un mondo in fuga sognando un futuro oltre guerre e fame
Afrin presa dai turchi e Ghouta bombardata, il Congo diviso e il Venezuela in crisi: milioni di disperati inseguono la salvezza fra sofferenze e xenofobia
di Giampaolo Cadalanu


Arrancano nel fango trascinando i bambini, o stringendoli al petto, carichi dei resti di una vita, schiacciati all’ultimo momento in buste di plastica o annodati dentro vecchie coperte. I profughi avanzano con il fiato corto e lo sguardo fisso nel vuoto, ma trovano sempre una mano pronta a tirarli su: sul cassone di un camion, sul predellino di un pullman già stracarico, su auto private o su carretti di fortuna. È la scena che si ripete da quando esiste la guerra: la paura e la solidarietà, la fuga e l’abbraccio, da Mosul a Raqqa, da Tripoli ad Afrin, dalla venezuelana Caracas a Bunia, nel Congo.
Ma lasciate le zone di guerra, quelle mani pietose diventano più rare, quasi che i chilometri diluiscano la percezione della sofferenza. Se il rumore delle bombe non si sente, si indebolisce anche il richiamo cristiano: «Ero straniero e mi avete accolto».
Chi fugge, però, non ha scelta, ripetono gli operatori umanitari, a stimolare quel che resta di umanità anche nelle coscienze più indurite.
Perché «nessuno va via di casa, a meno che casa non siano le fauci di uno squalo», sintetizza con efficacia la scrittrice britannica Warsan Shire.
Non hanno scelta i curdi di Afrin, almeno 250mila, scacciati dai bombardamenti dell’artiglieria e dall’arrivo delle truppe di Erdogan. Non importa che siano miliziani delle Unità di protezione popolare Ypg, collegati con il Pkk e dunque automaticamente terroristi agli occhi di Ankara, anche se preziosi per combattere l’Isis con il sostegno della coalizione a guida Usa, o che siano invece semplici cittadini curdi siriani, colpevoli solo di sognare un futuro di autonomia nel Rojava.
A togliere ogni illusione è bastato il primo gesto dei soldati turchi entrati in città, abbattere la statua di Kawa, il fabbro: nelle leggende curde era l’eroe che riuscì a sconfiggere il re tiranno Dehak, che faceva divorare i giovani dai serpenti, al punto che persino il sole si rifiutava di splendere sulla Mesopotamia.
Allo stesso modo non hanno scelta i 65mila che scappano dalla Ghouta, a poca distanza da Damasco, per scampare ai bombardamenti dell’aviazione siriana e russa, alle rappresaglie dei gruppi jihadisti, al massacro prossimo venturo con il gas nervino, grottescamente già annunciato dalla stampa mediorientale in attesa dell’inevitabile gioco delle responsabilità. Chi può mai restare nella propria casa, quando cadono le bombe, o quando i bambini vengono individuati come futuro pegno dell’indignazione internazionale, quale che sia la mano che usa le armi proibite?
Alternative alla fuga non ce ne sono nemmeno per i 60mila disperati della provincia congolese di Ituri. L’eterno scontro fra comunità strette da bisogni in conflitto, con gli allevatori itineranti Hema da una parte e gli agricoltori stanziali Lendu dall’altra, ha lasciato spazio solo alla logica dei machete, in uno schema osceno che riporta alla mente i massacri del Ruanda nel 1994. E chi riesce, va via, al riparo, verso l’Uganda o verso le città di confine, affrontando chilometri a piedi senza più nulla da salvare.
Non hanno altre soluzioni, se non la partenza, anche i venezuelani affamati: seicentomila hanno già varcato nei mesi scorsi il confine con la Colombia, un altro milione e mezzo sono in arrivo, e a Bogotà il presidente Juan Manuel Santos ha reagito schierando le truppe. Altre migliaia continuano a riversarsi in Brasile, prima tappa la città amazzonica di Boa Vista e poi chissà, sempre con in testa il sogno di un visto per il Paese della ricchezza, quegli Stati Uniti ormai più propensi a costruire muri che a coltivare la leggenda della nazione aperta.
Le barriere si alzano, i predicatori della paura vincono ovunque, in Usa ma anche sul Vecchio Continente: «Dal punto di vista della protezione per i profughi c’è un grande passo indietro anche in Europa, con la commissione che propone di rimodulare le regole dell’accoglienza in senso più restrittivo, così da scoraggiare ogni speranza di asilo», argomenta Christopher Hein, docente di Diritto delle Migrazioni alla Luiss, sottolineando che con Schengen l’Ue si è chiusa, e chiedere asilo entrando in modo regolare è quasi impossibile. Recitava Robin Williams, il comico dallo sguardo triste: «La statua della Libertà non dice più: datemi i vostri poveri, gli stanchi, le masse pigiate. Ora ha una mazza da baseball e urla: vuoi un pezzo di me?». E Donald Trump conferma il suo pessimismo, puntando il dito contro i rifugiati siriani, che «potrebbero essere un cavallo di Troia», non si sa bene di quali achei minacciosi. L’uomo della Casa Bianca non si ricorda, o forse fa finta, di Abdulfattah Jandali, l’immigrato di Homs che fu costretto a dare in adozione suo figlio, rimasto nella storia con il cognome adottivo: si chiamava Steve Jobs, padre della Apple, inventore e simbolo, più di qualsiasi altro imprenditore, del sogno americano.

La Stampa 19.3.18
Putin stravince e attacca i nemici della Russia
“Il trionfo è il nostro destino”
Il presidente rieletto con il 75% dei consensi, affluenza in calo “Davanti a noi sfide enormi”. L’Ucraina chiude i seggi elettorali
di Giuseppe Agliastro


Missione compiuta per Vladimir Putin. Il leader del Cremlino si è assicurato un quarto mandato presidenziale con un plebiscito. Addirittura superando il 70% dei voti fissato come obiettivo per legittimare al massimo la sua rielezione. Con il 60% delle schede scrutinate, Putin è in testa con il 75,6% delle preferenze. Gli altri candidati seguono a distanza abissale: al secondo posto c’è il comunista Grudinin con il 12,88%, seguono il nazionalista Zhirinovsky con il 6,12%, l’oppositrice glamour Ksenia Sobchak con l’1,45% e il liberale Yavlinski con lo 0,85%.
Putin potrebbe non aver centrato in pieno l’altro bersaglio: quello dell’affluenza. Doveva attestarsi anch’essa attorno al 70%. Secondo i dati raccolti da Vtsiom, sarebbe leggermente più bassa: attorno al 63,7%. Non un grosso problema. Per Putin le presidenziali sono state un trionfo. Nonché un grande passo in avanti rispetto al 2012, quando ottenne il 64% dei voti, ma in elezioni falsate dai brogli e contestate in piazza da migliaia di persone. Anche ieri sono state registrate diverse irregolarità: schede inserite nelle urne ancor prima dell’apertura dei seggi, pressioni sui dipendenti pubblici e pullman pieni di elettori da portare al voto. Ma rispetto a sei anni fa Putin gode di una popolarità da record. La propaganda del Cremlino ha sfruttato abilmente l’annessione della Crimea e le frizioni con l’Occidente riuscendo a compattare l’opinione pubblica attorno a un presidente ormai padre della patria. Anche l’ultimo scontro a muso duro con Londra per l’avvelenamento dell’ex spia doppiogiochista Sergey Skripal e la conseguente reciproca espulsione di massa di diplomatici pare aver giovato a Putin. Al punto che il portavoce della campagna elettorale dello «zar» ha ringraziato sarcasticamente Theresa May perché coi suoi toni da ultimatum ha spronato i russi alle urne per dimostrare il proprio sostegno a Putin.
Anche all’estero i russi hanno formato lunghe file davanti ai consolati per votare. Tranne in Ucraina, dove il governo ha vietato ai cittadini russi di andare alle urne. Il presidente della commissione diritti umani dell’assemblea parlamentare Osce Ignazio Sanchez Amor, e la capo delegazione degli osservatori dell’assemblea parlamentare dell’Osce in Russia, Marietta Tidei, hanno reagito inviando una lettera all’ambasciatore di Kiev presso l’Osce «per segnalare che il diritto di molti cittadini russi al voto non è stato garantito».
Putin è al potere dal 1999 e minaccia il primato di Stalin, che ha avuto in mano le redini dell’Urss dal 1924 al 1953. Ieri si è assicurato altri sei anni da presidente. Nel 2024 avrà 72 anni e già c’è chi non esclude che si inventerà qualcosa per restare in sella anche oltre.

Il Fatto 19.3.18
Benedetto XVI peggio di Napolitano. La guerra tra due Chiese (e due papi)
Il giallo della lettera di Ratzinger su Francesco teologo: il pontefice emerito ribadisce il suo primato
di Fabrizio d’Esposito


Tra due settimane si celebra la Pasqua cattolica, ma per il Vaticano è ancora tempo di Quaresima. Qualcosa che va oltre il deserto di penitenza e digiuno di questo periodo. E cioè la drammatica ed evidente divisione che regna nell’inedita Chiesa dei due pontefici: Francesco e l’emerito Benedetto XVI, che si afferma sempre di più come “il vero papa” per la destra clericale e farisea che combatte l’argentino Bergoglio, “falso papa”.
La questione è esplosa con la fatidica lettera dello stesso Benedetto XVI sugli “undici volumetti” che la Libreria Editrice Vaticana ha dedicato alla figura di Francesco teologo. Nell’ansia però di sottrarre l’icona ratzingeriana all’opposizione tradizionalista (ma anche quella cattomassonica che fomenta un clamoroso scisma), il prefetto della Segreteria della Comunicazione, monsignor Dario Edoardo Viganò, è stato alquanto maldestro.
Breve riassunto: il 7 febbraio Ratzinger risponde alla richiesta di Viganò di scrivere sui libretti di Bergoglio teologo. Il “ministro” della Comunicazione vaticana legge la lettera di Benedetto XVI alla vigilia del quinto anniversario del pontificato di Bergoglio, il 12 marzo scorso. Ma la legge in modo parziale per mettere in luce le parole benedettine sulla “continuità interiore” tra i due papi, contro chi usa “lo stolto pregiudizio” di contrapporre un Bergoglio “pratico” senza formazione a un Ratzinger rigido professore slegato dal cristianesimo di oggi. Insomma, un colpo mortale per i ribelli anti-bergogliani. In teoria.
Solo che la lettera non è completa. Il primo ad accorgersene è il vaticanista Sandro Magister. Poi l’Associated Press rivela il trucchetto fotografico per sfocare le due righe in cui Ratzinger tout court dice di non avere tempo per leggere gli “undici volumetti”. Infine la mazzata finale per il povero Viganò: un intero paragrafo occultato in cui il papa emerito spiega il suo deciso “diniego” a scrivere con la presenza del “professore Hünermann” tra i teologi interpellati, già leader di “iniziative anti-papali durante il mio pontificato”.
Altro che “continuità interiore”. Altro che papa emerito. Ratzinger continua a regnare e non fa nulla per nasconderlo.

Il Fatto 19.3.18
Nicholas (21 anni) scuote il Pd: “È marcio, i nostri votano M5S”
Il duro intervento al Nazareno, tra i tanti silenzi e i pochi applausi dei dem di Cuperlo
di Virginia Della Sala


In terra irpina, nella provincia campana di Avellino, la definirebbero una “cazziata”: una rimbeccata tonante e senza altre intenzioni se non mettere il Partito Democratico di fronte ai suoi errori. Nicholas Ferrante ha 21 anni, è un giovane democratico della provincia di Avellino (arriva oltretutto da Luogosano, un paese di 1.100 abitanti a ridosso dell’alta Irpinia) e ieri si è conquistato lunghi applausi al Nazareno durante l’assemblea di ‘Sinistra Dem’, la corrente Pd che fa capo a Gianni Cuperlo.
Un’analisiprecisa sugli sbagli di un partito che non ha più radici nei territori e tra le persone: “Nella provincia di Avellino, culla del ‘De Mitismo’ il Pd ha preso il 15% mentre il M5s il 42%: i numeri già dicono tutto”. Racconta di una realtà in cui “aspiranti candidati hanno perso la dignità in cambio di una candidatura” e parla di un partito che a livello locale non esiste. “Ci sono i ‘signori delle tessere’ e se hai un capitale, un imprenditore che ti sostiene, puoi prendere in mano il partito”. Racconta di persone che dopo una vita a sinistra, hanno votato il M5s per liberarsi di “un sistema marcio e clientelare”, del ‘Rosatellum’ che ha imposto la candidatura del mal visto Giuseppe De Mita, della vita reale: il padre che non paga le bollette per mandare il figlio all’università, i laureati costretti ad accettare lavori gratuiti. “Nulla di sinistra, ma è ciò che in questi anni abbiamo avallato”. Quello che viene abbandonato da uno se lo prende un altro: “La bandiera dell’onestà del M5s – dice Ferrante – della moralità, del rispetto e lademocrazia diretta: erano nostri temi ma siamo stati in grado di farli prendere a loro. Dobbiamo parlare di questione morale, democrazia dei beni comuni e rispettare la sovranità popolare sui referendum del 2011 sull’acqua pubblica: è una cosa di sinistra”. Semplice. Lineare. Il 5 marzo è andato in una scuola a parlare coi ragazzi: “Non ho saputo rispondere a ragazzi di tre anni più piccoli di me, quando mi hanno chiesto: ‘Come posso partecipare alla vita del Pd?’. Cosa dovevo rispondere? Di andare a prostrarsi davanti a un signore delle tessere? Ho alzato le mani e ho detto: ‘Non ti so rispondere’. Dobbiamo ripartire dal basso, scusandoci con gli elettori di centrosinistra che hanno votato il M5s: dobbiamo intercettarli, non dire che non ci hanno capito. Erano più avanti di noi: i risultati lo dimostrano”.
Ieri è stata anche giornata di botta e risposta a destra. L’ex governatore della Lombardia, Roberto Maroni, a Mezz’ora su Rai 3, ha definito impossibile un governo tra Lega e M5S che metterebbe in crisi le alleanze delle amministrazioni locali. Ha definito Salvini un “ragazzo giovane, molto ambizioso e capace” ma che deve aspettare: “Mi auguro solo che il patrimonio che io, Bossi, Berlusconi abbiamo costruito in questi anni non venga buttato via”. La risposta di Matteo Salvini è arrivata invece a Domenica Live, su Canale 5: ha scommesso su se stesso come premier e non ha escluso un dialogo con i 5 Stelle: “Voglio vedere cosa vogliono fare – ha detto .- È mio dovere ascoltare tutti. Non c’è niente di impossibile e irrealizzabile”. Esclude un governo delle larghe intese, ma apre al Pd: “Spero ci aiuti a far ripartire il Paese”.
Nel pomeriggio è arrivata poi l’annunciata telefonata tra Salvini e il leader del M5s, Luigi Di Maio. “Ci siamo confrontati sulla questione delle presidenze delle Camere in vista del voto di venerdì prossimo. Non abbiamo parlato di nomi né di ruoli”. Anche Di Maio aveva spiegato la telefonata con Salvini. “Come vi avevo anticipato – ha scritto sul blog delle stelle – ho sentito i principali esponenti di tutti i futuri gruppi parlamentari per un confronto sull’individuazione dei presidenti delle Camere che dovranno essere votati a partire da venerdì. Dobbiamo far ripartire subito il Parlamento”. Ha spiegato, poi, di aver parlato anche con Maurizio Martina, Renato Brunetta, Giorgia Meloni (che auspica che la presidenza delle Camere vadano al centrodestra) e Pietro Grasso. “È il primo passo per far partire la legislatura e voglio che tutto avvenga nella massima trasparenza”

Il Fatto 19.3.18
“Il partito ha lasciato i suoi valori ai 5Stelle: lavoro, etica e diritti”
Nicholas Ferrante - Parla il ragazzo, tesserato da quando aveva 17 anni: “Se il Movimento presenta un buon programma perché dire no a priori?”
“Il partito ha lasciato i suoi valori ai 5Stelle: lavoro, etica e diritti”
di Vincenzo Iurillo


Nicholas Ferrante, 21 anni.
Iscritto nel Pd a 17 anni.
Perché?
Per stare dalla parte dei deboli.
Con Renzi? Sicuro?
Durante le primarie non aveva detto che al governo avrebbe abrogato l’articolo 18. Potevo mai saperlo prima? Il Pd dovrebbe stare nel centrosinistra. La sua identità non può essere tradita.
Che reazioni ha ricevuto dopo l’ intervento in Sinistra Dem?
È stato apprezzato molto dai partecipanti provenienti dal Sud. Dove i difetti del Pd sono più accentuati: un partito chiuso nei notabilati che difendono il loro potere, impossibile da aprire ai giovani, ai professionisti, a chi vorrebbe partecipare a decisioni democratiche.
Quei notabilati meridionali di cui persino Vincenzo De Luca si è lamentato. Lui che aveva il figlio, Piero, eletto da capolista a Caserta. Trova analogie con la candidatura di Giuseppe De Mita che lei ha criticato?
Sono storie diverse. De Luca viene dal Pci ed è un valido amministratore. Io sono studente universitario e grazie alla Regione seguo le lezioni senza pagare abbonamenti per il bus. Piero è un giovane competente, un referendario alla corte di Giustizia, mi sembra un azzardo impedirgli di fare politica perché è figlio di. Certo, poteva giocarsela in altri collegi…
Se l’è giocata nell’uninominale di Salerno ed ha perso.
Come tutti i dem in tutta la Campania. Ma il percorso dei De Luca è coerente. Quello dei De Mita no. Ciriaco De Mita esce dal Pd perché Veltroni non lo candida, va nell’Udc, il nipote Giuseppe lo segue e va all’opposizione dei governi Letta, Renzi, Gentiloni. Una candidatura sbagliata, imposta da un sistema elettorale truffaldino e forse incostituzionale, il Rosatellum. Le candidature andavano scelte con gli iscritti.
Andrebbe rimessa agli iscritti anche la decisione su un’eventuale appoggio del Pd a un governo M5s?
Certo. E poi si va a valutare in parlamento i punti programmatici del M5s, e su quelli si lavora. Ricordo che i parlamentari non hanno vincolo di mandato, è contro la Costituzione imporre a priori di stare all’opposizione. Anche se…
Anche se?
Una domanda su come si fanno le tessere andrebbe fatta.
Facciamola.
Il modello Milano funziona benissimo e in città il Pd ha preso il 30 per cento. In Irpinia solo il 15 per cento. Perché qui abbiamo notabili e servi che raccolgono adesioni soltanto durante i congressi e solo di amici e parenti.
Come giudica l’analisi delle ragioni della sconfitta?
Al Sud si è liquidato il tema dicendo che l’onda grillina è dipesa dal reddito di cittadinanza. Non è così, al Sud non siamo tutti disoccupati o disperati.
In costiera sorrentina, zona ricca, il M5s ha sfiorato il 50 per cento.
A dimostrazione della reazione a un sistema politico marcio.
Lei sostiene che ampie fette di elettorato di sinistra hanno votato M5s. Perché?
Il voto M5s è stato un voto di difesa delle idee che fino a poco tempo fa erano alla base del voto per il Pd: i beni comuni, la questione morale, i diritti del lavoro. Temi che il Pd ha abbandonato e i grillini no.
Quindi Pd e M5s hanno un bacino elettorale comune?
In parte sì. Su certi argomenti non siamo molto distanti.
Dunque?
Se il M5s presenterà un programma in punti, e questo programma sarà di centrosinistra, perché il Pd deve dire no?
Lei ha detto di conoscere gli elettori che prima votavano a sinistra e ora il M5s. Chi sono?
Insegnanti, professionisti, praticanti legali, piccoli imprenditori. Con dei valori di cui prima il Pd si faceva carico. Hanno votato contro il Pd per azzerare tutto. Nel collegio di De Mita il M5s ha candidato Generoso Maraia. Figlio di Giovanni Maraia, ex dirigente del Pci che fu il primo a scoperchiare il caso Isochimica (la fabbrica che ha avvelenato di amianto Avellino seminando morti e malattie, ndr).E poi dicono che hanno votato M5s per il reddito di cittadinanza?

Repubblica 19.3.18
L’intervento
Nicholas come Debora il giovane militante che fa la morale al Pd
di Roberto Fuccillo


NAPOLI Un partito in mano ai «signori delle tessere » , che deve tornare fra la gente per recuperare i voti dei tanti elettori andati coi Cinquestelle. L’atto di accusa viene da un ventunenne di Avellino, Nicholas Ferrante, il cui intervento all’assemblea del Pd di sabato a Roma, si è subito imposto sui social: il video, che si può vedere sul sito di Repubblica. it, è diventato virale.
Studente di Giurisprudenza, Ferrante è stato invitato all’iniziativa pubblica indetta da “ Sinistradem”. Al tavolo tanti big del partito, il segretario Maurizio Martina, poi Carlo Calenda, Andrea Orlando, Gianni Cuperlo.
Cinque minuti scarsi e su questa platea è piovuta l’analisi più dura sulla sconfitta: la candidatura nel suo collegio di Giuseppe De Mita ( in quota Lorenzin), inviso a molti elettori pd; un partito, quello irpino, fatto di tessere comprate da « chi ha un capitale » e di clientele; una gioventù abbandonata, che ormai è costretta « a lavori gratuiti al solo scopo di aggiungere una riga sul curriculum » ; infine la cessione ai Cinquestelle di temi tipici della sinistra come onestà e moralità. « In Irpinia il Pd ha preso il 15%, l’M5S il 42 » .
Molti in platea hanno ricordato le analoghe bordate che nel 2009 furono lanciate da un’altra giovane, allora semisconosciuta, Debora Serracchiani, contro il partito che aveva perso le elezioni del 2008. Anche allora infatti la segreteria era retta da un vice, Dario Franceschini, subentrato dopo le dimissioni di Walter Veltroni.
Il suo messaggio è stato chiaro e forte. Soprattutto perchè è venuto da un militante che è praticamente entrato nel partito con Matteo Renzi. Fuori dagli organismi direttivi, anche locali, Ferrante è stato anzi fino all’anno scorso esponente di “ Generazione Futura”, l’associazione giovanile fondata da Roberta Santaniello, vicina all’ex sindaco di Firenze. Un renziano comuque critico.
Come rivela lui stesso, ha infatti cominciato a vedere gli errori del partito, dalle politiche sul lavoro al referendum del 4 dicembre 2016. Il tracollo del 4 marzo lo ha trovato pronto a ribadire le accuse a un partito che nel frattempo ha perso totalmente il contatto col gli elettori. E il filmato del suo intervento spopola sul web.
Con tantissimi commenti positivi, dal « complimenti, vai avanti » all’ « eccezionale » .
E c’è anche chi conferma la sua tesi: « Ho sempre votato a sinistra - scrive Gino Di Maro, che lo segue su Facebook - ma questa volta ho votato Cinquestelle » .

La Stampa 19.3.18
C’era una volta la democrazia rappresentativa
di Luigi La Spina


Le elezioni italiane del 4 marzo hanno segnato una vera rivoluzione nel nostro sistema dei partiti. Se, però, le inquadriamo in quelle che sembrano le tendenze politiche che si stanno affermando nel mondo, dalla Cina alla Russia fino all’America di Trump, si possono considerare anche la conferma di una crisi di quel modello di governo degli uomini che, almeno in Occidente, si è andato affermando soprattutto nel secolo scorso: la democrazia rappresentativa. Tale modello ha cercato, con molte difficoltà e persino attraverso due guerre mondiali, di coniugare i due più importanti valori della cultura politica, la libertà e l’uguaglianza.
A questo proposito, è molto interessante e fortunatamente tempestiva la pubblicazione di un libro di Franco Sbarberi, Pensatori e culture politiche del Novecento italiano e dintorni (ed. Helicon), che analizza le origini e gli sviluppi del filone di pensiero che ha costituito il fondamento di questo sistema politico, proprio perché induce a riflessioni di inquietante attualità sul nostro futuro.
L’autore, allievo di Norberto Bobbio, cita proprio alcuni passi di lezioni universitarie del filosofo torinese che, quasi profeticamente, annunciavano, già nei decenni finali del secolo scorso, quelle tendenze politiche che la moda corrente oggi chiama «populistiche», ma che, invece, lui preferisce definire, certamente con maggior capacità euristica, «forme dispotiche post totalitarie» di controllo dell’opinione pubblica e di «concentrazione e confusione di poteri pubblici e privati».
Di fronte a questo preoccupante scenario, Sbarberi non possiede, naturalmente, ricette salvifiche, ma non si arrende a quella che chiama «la pericolosa prospettiva di un governo unico del mondo». Perché «riconoscere senza ipocrisie la presenza plurale e talvolta discorde di identità, affiliazioni, credenze di ogni individuo contemporaneo e ragionevolmente conviverci è il servizio migliore che possiamo rendere a quei valori fondativi di libertà e di uguaglianza che sono costitutivamente fragili, ma sempre imprescindibili».

Corriere 19.3.18
Pd più aperto al dialogo. L’ira dei renziani
Martina: confronto doveroso tra tutte le forze. E c’è chi vuole un referendum tra gli iscritti
di Giuseppe Alberto Falci


ROMA Dopo il no all’Aventino Maurizio Martina fa un appello al M5S e alla Lega: «Per il bene delle istituzioni è doveroso un confronto tra tutte le forze parlamentari, tanto più nello scenario tripolare in cui ci troviamo, per arrivare all’individuazione di proposte in grado di garantire sia la pluralità delle forze che i doverosi criteri di equilibrio e garanzia». Il reggente del Pd apre al confronto sulle presidenze delle Camere ma allontana l’ipotesi di un esecutivo con i pentastellati e con il centrodestra a guida salviniana. Nel frattempo al Nazareno fanno discutere le parole di Walter Veltroni al Corriere . L’ex segretario del Pd ha evocato un’ipotesi di dialogo sul governo con i 5 Stelle, «con la regia del capo dello Stato, a certe condizioni programmatiche». Parole che fanno esultare Michele Emiliano, «strepitoso Veltroni: fa piacere lottare con lui». I renziani invece si infuriano. Andrea Marcucci, senatore vicinissimo all’ex segretario, non ha dubbi: «Chi continua a sostenere l’esigenza di apertura del Pd al M5S, non ha a cuore il futuro del Pd, ma la sua estinzione». Piero Fassino è più sfumato: «Prima chi ha vinto tenti di fare un governo. Se non riescono ascolteremo le valutazioni del presidente della Repubblica».
Intanto nel Pd si ragiona sull’ipotesi di sottoporre gli iscritti a un referendum per stabilire o meno l’ingresso in un ipotetico governo con i 5 Stelle. Il modello a cui si guarda è quello dell’Spd, il partito socialdemocratico tedesco che dopo mesi di stasi ha formato un esecutivo assieme ad Angela Merkel con il lasciapassare degli iscritti. Non a caso sabato scorso al Nazareno Gianni Cuperlo lo ha messo a verbale: «L’idea di coinvolgere gli iscritti del Pd la considero assolutamente giusta».
Non manca poi chi, come Ugo Sposetti, polemizza: «Il referendum prevede che tu abbia gli iscritti. Altrimenti rischi di fare un referendum fra gli amici». Lorenzo Guerini ci scherza su: «Facciamo votare gli iscritti su una suggestione?». Eppure l’ipotesi potrebbe concretizzarsi se a un certo punto Sergio Mattarella dovesse chiedere un gesto di responsabilità al Pd. Cesare Damiano la mette così: «Il referendum? È l’estrema ratio».

Repubblica 19.3.18
Pd, il dilemma dell’esecutivo
di Massimo Giannini


A due settimane dalla chiusura delle urne, il voto ha cambiato la faccia del Paese, ma non quella dei “due vincitori”. Di Maio e Salvini si muovono ancora come se fossimo nella fase finale della campagna elettorale, e non in quella iniziale della nuova legislatura. Hanno vinto, ma non hanno i voti per governare da soli. Sono il primo partito e la prima coalizione, ma aspettano una telefonata dagli sconfitti. O si sentono tra loro, ma per parlare d’altro. Questa recita a soggetto, per ora, va in onda in un clima di sorprendente “ normalità”. Gli italiani osservano, i partner europei aspettano, i mercati ristagnano. Galleggiamo dentro una strana bolla: accidiosa ma molto pericolosa.
Le parole di Salvini nel salotto di Barbara D’Urso lo confermano: stiamo ballando sotto il vulcano. Nel vicolo cieco dell’ingovernabilità si delineano due possibili vie di fuga. Una peggiore dell’altra. La prima è una fuga verso l’ignoto: nessun accordo sul nuovo governo e ritorno a elezioni in tempi brevissimi ( converrebbe a Cinque Stelle e Lega, che capitalizzerebbero subito questa ulteriore fase di paralisi del “ vecchio” sistema e aumenterebbero ulteriormente i propri consensi ispirati all’urgenza del “ nuovo”, come dimostrano tutti i sondaggi da Ilvo Diamanti a Nando Pagnoncelli). La seconda è una fuga verso l’abisso: saldatura dell’asse tra Di Maio e Salvini ( taglierebbe fuori non solo il Pd, ma “ liquiderebbe” anche Forza Italia e quel che resta della galassia centrista, ormai ridotta allo stato gassoso).
Il “ patto populista- sovranista” che tanto entusiasma Steve Bannon può passare per diversi gradi di intensità. Il patto a bassa intensità è agevole e ormai quasi certo: si spartiscono tra loro le presidenze di Camera e Senato, Montecitorio ai pentastellati e Palazzo Madama ai leghisti ( toccherebbe alle opposizioni, ma dallo strappo berlusconiano del ‘ 94 il rispetto istituzionale è merce avariata). Il patto a media intensità è possibile, ma non facile: si mettono d’accordo per un governo di scopo affidato a una figura “ neutra”, e insieme riformano la legge elettorale introducendo un premio di maggioranza, per poi tornare a elezioni trasformate in un ballottaggio M5S- Lega. Il patto ad alta intensità è improbabile, ma non impossibile: si alleano per un governo di legislatura, magari guidato da una figura “ terza”, mettendo in comune ministri e programmi. Come ribadisce Salvini: niente è impossibile.
Non sappiamo se e quale può essere l’intensità della convergenza tra questi profeti della “ popolocrazia”. L’unica cosa certa è che più si stringe la morsa di una maggioranza grillo- leghista, più l’Italia rischia l’osso del collo. Di Maio e Salvini hanno trovato la “ chiave” giusta ( securitaria e/ o assistenziale) per penetrare il muro di solitudini eretto in dieci anni di Grande Crisi intorno alle periferie del Paese ( che invece la sinistra non ha neanche cercato, rinchiusa nelle torri d’avorio dei centri storici benestanti e benpensanti). Ma resta un fatto, incontrovertibile: insieme sono una minaccia oggettiva. Lo sono in ogni senso. Sul piano dei valori, e anche su quello dei numeri. Tra flat tax, reddito di cittadinanza e abolizione della legge Fornero, le promesse fatte dai “ due vincitori” viaggiano oltre i 100 miliardi di euro l’anno. Se si sommassero in un programma di governo, come giustamente si aspettano i rispettivi elettorati, cosa ne sarebbe di noi?
Non è solo questione di “ vincoli esterni” imposti dalla solita Europa matrigna, dall’odiosa “ dittatura” dei mercati o dalle sopracciglia alzate di Merkel e Macron. Ma questo è il “ contesto” con il quale dovremo fare i conti, chiunque arrivi a Palazzo Chigi. L’Italia deve varare un Def entro il 10 aprile: cosa ci metteremo dentro? Prima dell’estate ci toccherà forse una manovra correttiva tra i 3 e i 5 miliardi: la faremo, come chiede la Ue? Tra 2018 e 2019 scadono clausole di salvaguardia per 32 miliardi, con relativi e automatici aumenti dell’Iva: con quali entrate alternative pensiamo di disinnescarle? Nel prossimo biennio ci aspettano emissioni di titoli pubblici a medio- lungo termine per quasi 400 miliardi: con la Bce che riduce fino a chiuderli del tutto i rubinetti del Quantitative easing, i privati riusciranno ad assorbirne il 74% nel 2018 e l’ 85% nel 2019?
Si potrebbe continuare, con queste e molte altre domande. Comprese quelle che riguardano una politica dell’immigrazione affidata agli sceriffi “ lumbard” indottrinati dal tribuno in felpa verde. O una politica dell’occupazione gestita dai seguaci del comico genovese, che più che alla “ società senza lavoro” immaginata a Cambridge da Joseph Stiglitz sembra ispirata a Una vita in vacanza cantata a Sanremo dallo Stato Sociale. Ma può bastare così, per avere un’idea di quale enorme maleficio possa diventare una somma algebrica e politica tra l’ibrido pentastellato e la destra sovranista.
Hanno vinto le elezioni ( e stavolta tutti, a partire dal Capo dello Stato, dovranno tenere conto della volontà popolare). Hanno dunque il diritto di governare ( se sono capaci di costruire una maggioranza organica). Ma se si aprisse uno spiraglio per scongiurare questo disastro la sinistra farebbe bene a guardarci dentro. Senza snaturare se stessa, ma senza scommettere sul “ tanto peggio tanto meglio”. Senza subire alleanze forzose o gestire convergenze parallele, semmai rilanciando sfide politiche. Posino gli smartphone e ascoltino l’Italia profonda. Se c’è un Orbán tricolore alle porte, se avanza un Frankenstein metà grillino metà padano, gli Aventini diventano inutili. Come lo furono per i plebei romani e i deputati antifascisti.

Corriere 19.3.18
Bonino e i suoi contro Magi: un errore grave la corsa nel Pd
di Alessandro Trocino


ROMA «Sono spiazzata, esterrefatta, umanamente amareggiata. E soprattutto sono dispiaciuta e disperata per gli 850 mila italiani che ci hanno votato». Emma Bonino si sfoga così al comitato dei Radicali italiani. Ce l’ha con Riccardo Magi, con il quale ha combattuto la battaglia che ha visto +Europa sfiorare il 3% portando a casa tre parlamentari. Venerdì il segretario ha esordito: «Mi candido alle primarie per la segreteria del Pd». Bonino s’indigna. Mario Staderini e altri pure. E Marco Cappato chiede le dimissioni di Magi. Il quale, al termine dei lavori, fa una parziale retromarcia, congelando la «candidatura» fino al prossimo comitato. Ma la vera posta in gioco è il futuro di +Europa e dei tre soggetti costituenti: i Radicali, il Centro democratico di Bruno Tabacci e Forza Europa di Benedetto Della Vedova. La Bonino vorrebbe rilanciare il progetto, anche in vista delle Europee. Magi ha dato l’impressione di voler interloquire troppo da vicino con il Pd. Errore grave, dice Bonino: «Dal Pd che ci andiamo a fare? Se non interveniamo a giugno +Europa scade, come lo yogurt». Cappato è in scia: «Così si disgrega una comunità». Il leader dell’associazione Coscioni prima del voto scrisse ai dirigenti «terrorizzato dall’effetto cespuglio del Pd». Tabacci la vede così: «Quello di Magi è un colpo di scena insensato. Non si può fare del pannellismo senza Pannella. Io sono pronto a sciogliere il mio partito, a patto che lo facciano tutti». Cappato frena: «Una fusione a freddo è sbagliata. Io sono per un soggetto paneuropeo. Ma non pensiamo alle urne: è il momento di elaborare proposte. Poi, semmai, sfidiamo il Pd ma anche Forza Italia».

Corriere 19.3.18
Dopo l’1,1 per cento alle Politiche
Potere al popolo rilancia «Indietro non si torna»

A tre mesi dalla nascita, Potere al popolo ieri ha cominciato a pensare al futuro, nella prima assemblea, con 1.500 presenti, dopo l’1,1% alle elezioni. «Indietro non si torna. Ci sono praterie. Vorrei sfidare Lega e M5S ad abolire subito la legge Fornero», ha detto Viola Carofalo.

Repubblica 19.3.18
A Roma l’assemblea post- voto
Potere al popolo e la festa per l’1% “ A sinistra solo noi”
di Mauro Favale


Davanti abbiamo una prateria da conquistare, ora gli altri partiti li sbraneremo Il M5S ha smarrito lo slancio iniziale”
“No al cantiere del centrosinistra”

ROMA Meglio un governo Lega-M5S o uno M5S-Pd? «Non me ne frega niente», taglia corto Viola Carofalo, 37 anni. Indossa una maglietta con il volto di Marielle Franco (l’attivista per i diritti umani assassinata in Brasile cinque giorni fa) e ha appena fatto presente ai 1500 rappresentanti di Potere al Popolo che affollano il Teatro Italia di Roma che gli altri partiti «devono iniziare ad avere paura di noi. Li sbraneremo». Col sorriso, però, aggiunge la Carofalo citando Henry Miller, perché «sorridere è un altro modo per mostrare i denti».
Eppure da queste parti non ci sarebbe tanto da far festa: alle elezioni Pap ha incassato l’1,13%, 372mila voti, tutti di «militanti», come li definisce la portavoce del movimento nato mescolando Rifondazione comunista, Pci Eurostop e varie sigle della sinistra radicale. Il risultato sono zero eletti, ma un teatro stracolmo per l’assemblea post voto in una domenica di pioggia, con gli striscioni appesi in galleria (uno recita “Lavorare meno lavorare tutti”, un altro è dedicato ai presidenti venezuelani Chavez e Maduro) con le file fuori e una platea eterogenea: molti giovani e qualche vecchio mito della sinistra, come il regista Citto Maselli, il cantautore Paolo Pietrangeli, l’allenatore Renzo Ulivieri.
«Ci sono praterie da conquistare», prosegue la Carofalo, ricercatrice e militante del centro sociale napoletano Ex Opg, dove è nato Pap. Piange quando la platea si alza per una standing ovation scandendo “Lottare, creare, potere popolare” (molti pugni chiusi). Ha appena spiegato che «chi ha votato Lega e M5S lo ha fatto per buttare giù tutto, perché non ha sopportato che i diritti dei lavoratori fossero scamazzati. Lo dico a Calenda: il risultato elettorale non è figlio della crisi dell’occidente. Siete voi che avete fallito e la gente vi ha mandato a casa». Da queste parti non è mai esistito un “cantiere” del centrosinistra. Soprattutto non è mai esistita una prospettiva “di centro”.
L’M5S, invece, «ha perso l’ispirazione iniziale e sul piano politico è molto distante da noi».
«Confondono la democrazia con un click», dice Eleonora Forenza, europarlamentare eletta con “l’Altra europa con Tsipras”. Tra i possibili partner resta solo il movimento di Luigi De Magistris e Yanis Varoufakis con cui dialogare in vista delle Europee 2019.
«Valuteremo», nicchia la Carofalo. Intanto bisogna decidere se stare o no nell’euro, con l’ex Fiom Giorgio Cremaschi che dal palco dice: «Bisogna rompere con la Ue e con la Nato». Prende la parola pure Franco Turigliatto, l’ex senatore Prc che fu l’incubo dieci anni fa del governo Prodi che non sapeva mai se poter contare o meno sul suo voto. «I nostri compagni nelle fabbriche votano M5S perché vogliono risposte immediate», dice. Soluzioni a breve termine non ce ne sono se non un generico «mettere in rete le lotte» e la costruzione di «10, 100, 1000 case del popolo». Prima della chiusura con Bella ciao, la Carofalo “mette in guardia” i vincitori delle elezioni: «Attenzione, perché abbiamo dato in prestito il nostro popolo ai 5 Stelle, alla Lega e all’astensione. Ci riprenderemo le persone una ad una».

Repubblica 19.3.18
L’autore della riforma Glauco Giostra
Le nuove carceri “Ma ai ladri nessuno sconto”
di Liana Milella


“Fuori i delinquenti? Basta leggere il progetto per capire che non è così. Non c’è alcun automatismo nelle misure alternative”
Giurista
Glauco Giostra, 66 anni, odinario di procedura penale alla Sapienza, nel 2010 al Csm, è presidente della commissione di studio incaricata di elaborare interventi per la riforma dell’ordinamento penitenziario

ROMA «Non si esce mai dal carcere automaticamente». E quindi «non c’è alcun salvacondotto per i ladri». Non vuole essere definito il “padre” della riforma penitenziaria, ma solo colui che ha presieduto la commissione e seguito gli Stati generali sul carcere voluti dal Guardasigilli Andrea Orlando. Ma Glauco Giostra, docente di procedura penale alla Sapienza di Roma, sulla riforma è netto: «Una prigione senza speranza è solo una scuola del crimine».
Sta leggendo le polemiche?
Fuori i ladri e i mafiosi? Ha riflettuto su queste possibili conseguenze?
«Sto leggendo, sì: con amarezza, ma senza sorpresa. Basterebbe avere la pazienza di leggere il progetto di riforma per capire quanto simili preoccupazioni siano infondate».
Andiamo per ordine: la riforma conferma che per condanne sotto i 4 anni la pena non si sconta in carcere ma fuori.
Lega e M5S sono scatenati. Che gli risponde?
«È dal 2013 che il limite di pena per l’affidamento è stato portato a 4 anni; per la detenzione domiciliare “ordinaria” il limite è di 2 anni, tranne che per le ipotesi “umanitarie” (madri, malati, ultrasessantenni), che è fino a 4 anni, e per gli over 70, che è senza limiti».
Sta dicendo che non ci sono novità?
«La riforma porta la possibilità di
I punti scontare in detenzione domiciliare la pena fino a 4 anni per eliminare l’attuale incongruenza che consente di beneficiare della misura più favorevole, cioè l’affidamento, e non di quella più restrittiva, cioè la detenzione domiciliare. Ma è importante chiarire che non c’è alcun diritto alle misure alternative».
Cioè non sono automatiche?
«Perché sia concessa una misura alternativa è necessario, oltre alla presenza di specifici meriti, che non ci sia il pericolo di recidiva. Per la cronaca: in Italia, queste misure sono nettamente inferiori a tutti gli altri principali ordinamenti occidentali».
Da noi un furto è punito fino a 6 anni. E non sempre il giudice dà il massimo della pena. Quindi, con la legge Orlando, non c’è il rischio che tutti i ladri restino fuori?
«Le pene per il furto sono in media abbastanza consistenti perché spesso ricorrono le aggravanti, e comunque già ora l’autore di un furto può ottenere, se è meritevole, l’affidamento in prova.
Francamente non riesco a capire da cosa si desuma che la riforma Orlando abbia concesso particolari salvacondotti ai ladri. Forse si pensa alla circostanza che viene elevato da 3 a 4 anni il limite di pena (ma alcuni reati sono esclusi) che consente di attendere in libertà la decisione del giudice sulla possibilità di scontare la pena non in carcere. Nulla, credo, che debba suscitare allarme. Si consideri che, quand’anche non passasse la riforma, la Consulta si è già appena pronunciata nello stesso senso».
La legge elimina il blocco dei permessi per i recidivi passato nel 2005 con la legge Cirielli.
Quindi, anche chi è tornato a delinquere più volte potrà uscire dal carcere e godere di permessi premio?
«Oggi non vi è alcun blocco dei permessi, ma solo un più elevato limite di pena da espiare prima di poterne usufruire. La riforma elimina gli sbarramenti temporali imposti in modo da far dipendere il beneficio dai meriti del condannato. Le do, comunque, una dimensione statistica dell’allarmante problema dei permessi-premio: la percentuale di mancati rientri si aggira, nell’ultimo quinquiennio, intorno all’1 per mille».
Il carcere duro, il 41 bis. Il trattamento rigido sarà attenuato, come sostiene il procuratore aggiunto di Catania, ed ex Dap, Sebastiano Ardita?
«Tutto questo resta disciplinato proprio come oggi. Né poteva essere altrimenti, dato che la legge delega aveva un incipit perentorio, “fermo restando quanto previsto dall’art.41-bis…”».
Nessun vantaggio per i mafiosi?
«Se davvero ci sono e qualcuno li individua, allora li denunci. Finora però non ho né letto, né ascoltato preoccupazioni di favori alla mafia che non fossero smentite dalle norme stesse».
La tesi di M5S — nessuna agevolazione prima di costruire nuove carceri — è realistica?
«Quasi vent’anni fa il Consiglio d’Europa, affrontando il problema del sovraffollamento carcerario, ha suggerito di cercare i rimedi in un ampio ricorso alle misure alternative e alla depenalizzazione, nonché — in casi di emergenza — ai provvedimenti di amnistia e indulto. Sconsigliava fortemente di creare nuove strutture penitenziarie: un rimedio inappropriato e anzi controproducente poiché, dove sono stati costruiti nuovi penitenziari, si è spesso registrato un incremento della popolazione carceraria senza alcun vantaggio in termini di sicurezza sociale».
Un carcere duro elimina la delinquenza e ottiene vantaggi?
O ne crea altra?
«Guardi, le rispondo con le parole di un autorevolissimo studioso della psiche umana, Vittorino Andreoli: “Il carcere come camicia di forza, come immobilità per non far male è pura follia, è antieducativo. Non appena viene tolto il gesso, c’è subito voglia di correre, e di correre contro la legge. Senza considerare l’assurdo di un luogo dove si accumula la criminalità, che ha un potere endemico maggiore di un virus influenzale”. Statistiche internazionali e nazionali dimostrano che il carcere come cieca segregazione è criminogeno e spinge alla recidiva. Ricorda quella battuta del film Blow? “Non era una prigione. Era una scuola del crimine: entrai con una laurea in marijuana, ne uscii con un dottorato in cocaina”».

Il Fatto 19.3.18
Putin batte l’astensione. Vince per la quarta volta
Il 76% dei votanti incorona lo zar che correva contro sette candidati senza speranze. È il leader più longevo dopo Stalin
di Michela A.G. Iaccarino


Putin aveva un solo avversario: se stesso. Nel giorno dell’anniversario della riunificazione della Crimea, il 76% di chi ha votato (circa il 63% l’affluenza) lo ha fatto per lui. Non doveva battere nessuno dei sette candidati, ma l’apatia elettorale, l’astensione alle urne e i risultati delle presidenziali raggiunti nel 2004, suo record storico. Lo ha fatto. All’alba comincerà il suo quarto mandato, che durerà fino al 2024: sarà il secondo leader russo più longevo, secondo solo a Stalin.
Il liberale Vladimir Zhirinoshky ha raggiunto quasi il 7% dei voti. Il comunista Grudinin più del 12% “alle elezioni più sporche mai viste”, come le ha definite. Per l’ex popstar Ksenia Sobchak ha votato meno del 2% dei russi. Nella Federazione le urne sono state aperte in tutte le scuole, all’aeroporto di Domoedogo, su 38 treni in corsa da Piter alla Siberia. Un voto è arrivato persino dalle stelle: dal cosmonauta Anton Shkaplerov sulla Stazione Spaziale. Alcuni seggi sono stati trasportati con l’elicottero tra i ghiacci dell’estremo nord. Quando i russi votavano in Kamchatka, al capo opposto dello stesso paese, era ancora notte. Con 11 fusi orari, 109 milioni di elettori, oltre 100mila seggi in 85 regioni, da Kaliningrad a Vladivostock, il paese più grande del mondo ha riconsegnato la Russia al suo presidente. A Mosca il conto alla rovescia è cominciato al mattino, con le ore che scorrevano all’indietro sugli schermi: “Vi rimangono 12 ore per votare”.
“Voto Putin, ci ha salvato negli anni ‘90, ma anche in questi” ha detto Andrej, 20 anni, soldato in Donbas ieri, giornalista oggi: “Ci ha ridato la penisola”. Per la Crimea, per la patria, per il futuro. E per le patate. “Vado a comprare la verdura, ci sono prezzi da Unione Sovietica oggi: un chilo, due rubli, è per far votare la gente” ha detto Serghei all’Akademiceskij raion. Accanto alle urne elettorali, banchi col cibo. Al collegio elettorale Zjusino, dietro i metal detector, miliziani col colbacco e Angelica, 24 anni, cittadina russa, occhi georgiani: “Ho votato per Jabloko, voglio votare contro Putin”. La inseguono le urla dei membri della commissione: “Lui fa tutto per voi, la molodezh, la gioventù!”. Un veterano sordo entra con suo figlio, Angelica va via. I suv sfrecciano tra metri di neve sporca e palloncini colorati ricevuti in regalo. La cartina si colora di giallo dopo le 6: metà del paese ha già partecipato alle vybory budushego, le elezioni del futuro.
In periferia di Mosca nelle scatole di vetro si accumulano schede, al centro città invece il contatore elettronico compie il calcolo immediato delle preferenze. Alle 3 alla scuola 2128, vicino piazza Pushkin, il voto 235 era quello di Marina, decano dell’Università Rgsu. “Non ti dico chi ho votato, tutti sappiamo chi vincerà”. Tutti conoscevano il risultato delle elezioni, nessuno quello dell’affluenza. Tutti il volto del potere, ma non i dati della sua legittimità. Anna Semeneva, 79 anni, rughe, trucco e pelliccia, ha votato “non per il mio bene, ma per quello del paese. Per Putin. Nessuno sa cosa sia la Russia senza di lui”. Lo zar, il dittatore, il salvatore del popolo. Il “put”, che in russo vuol dire “la strada”.
Ai seggi c’è chi è andato nudo, vestito da orso, da missile nucleare Sarmat. I video dei brogli vengono postati sul web ogni ora, dalla Cecenia al Daghestan, dove gli osservatori sono stati picchiati. Migliaia di irregolarità sono state registrate dall’ong Golos. È tutto un “obman”, un inganno, queste sono “ne-vybory”, “non elezioni”, è l’hashtag di Novalny su internet, a lavoro nel suo quartier generale con i volontari per il boicottaggio delle elezioni, ma l’affluenza supera il 63%. Il risultato ufficiale ci sarà martedì mattina, se rimarrà ancora qualcuno ad aspettarlo. La piazza di Mosca, già gremita di tricolori nella notte gelida, attende altro: l’uomo a cui i russi hanno riconsegnato il loro destino dopo quasi vent’anni. Ancora una volta. Quando appare la folla urla Putin, lui urla Russia: “Grazie per aver sopportato il freddo, amici. Sono un membro della vostra squadra. Sposibo!”.

La Stampa 19.3.18
Le roccaforti di Vladimir nelle chiese ortodosse e tra le feste in periferia
I fedeli e i nazionalisti hanno votato in massa per lo Zar E a chi va al seggio concerti gratis, tè caldo e palloncini
di Francesca Sforza


Fuori dal monastero Sretensky, nel centro di Mosca, la fila alle dieci del mattino era già lunga e disordinata. All’ingresso, con pazienza, le babushke aprivano le borse per mostrarle agli agenti e si sottoponevano al controllo dei metal detector per poter poi accedere alla funzione delle dieci e mezzo, la più frequentata della domenica. Basta sporgersi di poco, dal portone d’entrata, per vedere, alla fine della strada, un angolo della maestosa Lubyanka, la centrale dei servizi segreti russi. «È una fortuna che la sede dell’Fsb sia così vicina - osserva madre Cornelia, assistente del Vescovo Shevkunov, vicario del patriarca di Mosca e tra i consiglieri spirituali del presidente russo Vladimir Putin - perché così non è stato difficile allestire rapidamente tutti i controlli di sicurezza per il monastero».
Circa quattrocento persone hanno partecipato al servizio domenicale, in una chiesa - quella della Resurrezione in Cristo e dei Nuovi Martiri e Confessori della Chiesa Ortodossa Russa - che più di ogni altra, a Mosca, è saldata con il potere politico. È stato lo stesso Putin a inaugurarne la ristrutturazione, nel maggio scorso, per siglare simbolicamente il centenario della rivoluzione del 1917: «Dobbiamo ricordare le pagine luminose e tragiche della nostra storia - disse in quell’occasione - in modo da comprendere appieno le lezioni offerte dal passato». E la tragedia a Sretensky, tra i più antichi monasteri della Russia, si era abbattuta con inaudita violenza: prima l’incendio delle icone e la distruzione degli arredi sacri con i bolscevichi, poi Stalin che lo aveva destinato a sede della polizia segreta Ceka e alle sue cruente esecuzioni, infine l’abbandono durante tutto il regime sovietico. Con il finanziamento dei lavori per il monastero, però, il passato è stato riveduto e corretto, e l’abbraccio tra Cremlino e Patriarcato di Mosca si è trasformato da caloroso a indissolubile, tanto che persino i credenti ne hanno preso atto. «La Chiesa non dà indicazioni di voto - dice ancora Madre Cornelia - al massimo si raccomanda che i cittadini vadano a votare, la partecipazione alla vita pubblica è un diritto, anche per i cristiani». E comunque non nasconde che il buon ortodosso voti facilmente per Vladimir Putin: «È stato lui a finanziare questa chiesa, i nostri fedeli lo sanno».
Così come sanno che la loro Chiesa si muove in tutto e per tutto sulla linea del presidente: basta sollevare la questione Ucraina per sentire snocciolare come un rosario la versione ufficiale, dal collaborazionismo con i nazisti di Bandera fino alle discriminazioni di cui sarebbero vittima gli ortodossi, «perché i nazionalisti sono cattolici e li disprezzano».
Julya è una ragazza piuttosto giovane, ha dormito da una sua amica in centro, ma adesso, dopo la messa, torna a votare nel suo seggio, una scuola nel quartiere periferico di Chertanovo. «Sicura di volermi accompagnare fino a lì? - chiede -. Guardi che è lontano, e non è un gran bel posto da visitare». Le arterie che dal centro corrono verso l’esterno sono larghe e trafficate. Chilometro dopo chilometro le case basse e colorate della vecchia Mosca si fanno più alte e cupe. «Questi palazzi sembrano nuovi - dice Julya indicando lunghe file di immobili a dieci piani -, ma li hanno solo rivestiti da poco, dentro non è cambiato nulla dai tempi dell’Unione Sovietica». Julya preferisce non dire per chi vota, ma pensa che votare sia importante: «Per me è la prima volta, durante le ultime elezioni non ero a Mosca per lavoro, ma adesso sono qui, e voglio votare, anche se so già chi vincerà». All’ingresso del seggio di Chertanovo, i comitati cittadini hanno allestito banchetti con tè caldo e palloncini colorati bianchi rossi e blu. Un gruppo di bambini gioca con le mazze da hockey tirandosi, al posto della palla, cavoli e cipolle. Nella stanza principale, superati i metal detector, le operazioni di voto si svolgono in un clima da festa di paese: vicino alle cabine un signore di mezza età gioca a scacchi con un bambino, e nel corridoio alcune ragazze hanno allestito banchetti in cui vendono profumi, foulard e biscotti fatti in casa. Julya esce dalla cabina sorridendo: «Il presidente di seggio si è venuto a congratulare con me perché ho votato per la prima volta, e una delle scrutatrici si è alzata per stringermi la mano». Le hanno anche regalato un biglietto per un concerto gratis: «Lo danno a tutti quelli che votano per la prima volta». Sulle scale bisogna stare attenti, le lastre di ghiaccio sono insidiose, soprattutto per gli anziani. Qualcuno ogni tanto perde l’equilibrio, e subito qualcun altro si affretta ad aiutarlo.
Fuori dal seggio, due ragazze dai capelli lunghi e gli occhi scuri fumano una sigaretta al sole. Un anziano signore si avvicina e alza la voce: «Queste caucasiche che fumano davanti a tutti! Non vi picchiano i vostri mariti se vi vedono fumare? Almeno non fatevi vedere!». Una delle due risponde in russo che loro non vengono dal Caucaso. «Sì che lo siete, ebree del Caucaso». Le ragazze spengono le sigarette e si allontanano. L’anziano signore va a votare.

Corriere 19.3.18
Antonio Gramsci: ha dna comunista ma ha tradito l’Urss
Il nipote del filosofo: io l’ho votato
di F. Bat.


MOSCA «Sono andato a votare solo perché nei seggi davano la farina gratis, e mia madre mi ha chiesto di farle la spesa…». Ride per non piangere: di tutte le campagne (elettorali) di Russia che ha visto, ad Antonio Gramsci mancava solo questa. «Una cosa ridicola. Però, nonostante tutto…».
È facile immaginare per chi abbia votato lei…
«L’oppositore comunista di Putin stavolta non l’ho scelto. Se si tratta di scegliere a chi dare il bottone rosso della guerra nucleare, meglio Putin».
Gramsci è morto, il comunismo è morto e anche lui non si sente troppo bene: a 52 anni, da tutta la vita a Mosca, il nipote musicista del fondatore del Pci non sente più grandi richiami da sinistra. E sta col miglior amico delle destre: «Oggi, io sono più anarchico che comunista. Se fossi in Italia, chissà, forse starei con Beppe Grillo…».
Si riconosce in questa Russia?
«Io rimpiango in parte il periodo tardo sovietico. Prima della mia nascita e per tutta la mia infanzia. Da Krusciov a Breznev. Prima dell’Afghanistan e di Gorbaciov. Anni dinamici, interessanti, di grandi speranze».
Che Putin sarà?
«Vuole entrare nella storia. Non pensa più ai suoi vantaggi: vuole recuperare il vecchio splendore imperiale, combattere la corruzione ai bassi livelli. La sua debolezza è che dipende ancora troppo dai suoi ex colleghi dei servizi».
Come nasce questa sua strapotenza?
«Con gli errori occidentali degli anni 90. Quando la Nato s’è allargata inglobando l’ex Patto di Varsavia. Gorbaciov e Eltsin hanno concesso, ci hanno umiliato. E la guerra nell’ex Jugoslavia è stata la svolta. Quella era la nostra zona d’influenza».
Anche Putin è cresciuto nel mondo sovietico…
«Il suo passato comunista ha lasciato tracce. L’archetipo è quello. Di sovietico, però, non ha quasi più nulla. Lui dice di rimpiangere l’Urss, ma l’ha tradita completamente. Niente servizi sociali, tutto privatizzato».
Le sanzioni vanno tolte?
«Certo. Sono un errore. Da allora molti settori della nostra economia sono diventati autosufficienti. E l’economia italiana ne è uscita distrutta. Gli italiani dovrebbero fare un referendum popolare: volete mantenere le sanzioni a Putin?».
Non le fa impressione che i migliori amici di Putin siano le destre europee?
«Putin è ammirato dalla destra perché è nazionale e antisistema. La sinistra europea invece protegge l’Ue. Una certa sinistra ormai è finita».
Hanno chiuso anche «l’Unità», il giornale fondato da suo nonno.
«Ci scrivevo pure io. Anche le feste dell’Unità: fanno quelle del Pd, ma non mi hanno mai invitato».

Repubblica 19.3.18
Ulitskaja
“Quell’ossessione per l’uomo forte e i diritti sempre più in pericolo”
di Ljudmila Ulitskaja


Nessuno dubitava che l’attuale presidente avrebbe vinto un confronto del tutto fittizio.
Non esistono figure che per caratura e profilo politico potessero reggere il confronto col vincitore. L’unico degno antagonista, Boris Nemtsov, è stato ammazzato tre anni fa in pieno centro, sopra un ponte sulla Moscova. Un secondo eventuale pretendente, nonché paladino della lotta alla corruzione — Aleksej Navalnyj — non è stato nemmeno ammesso al confronto. Chi altri restava?
Zhirinovskij? Ma il vecchio demagogo può andar bene giusto per divertire l’audience con le sue buffonate. Javlinskij? È un liberale vero e una persona simpatica, ma è sempre e comunque due passi indietro rispetto ai tempi. Forse Grudinin, comunista, stalinista, capace di battezzare ancora oggi sovchoz la sua impresa agricola, ma con sa il diavolo quanti milioni all’estero?
La mia unica gioia è stata una giovane donna di polso come Ksenija Sobchak, ex conduttrice televisiva dai trascorsi “burrascosi”. Le cose che dice, poi, sono quanto di più sensato io abbia sentito durante la campagna elettorale.
Sia come sia, l’attuale presidente si troverà ad affrontare l’ennesimo mandato. Nel totale rispetto delle leggi vigenti e dei principi della democrazia — la nostra, però, che è un po’ sui generis, che è una democrazia “sovrana”. Del resto da noi — dice lui — è TUTTO sui generis: la democrazia, l’economia, la difesa dai nemici che vogliono fare di noi un sol boccone e altro non aspettano che di calpestare i nostri (non meglio precisati) valori… La domanda sorge spontanea: fra questi valori che posto occupa la libertà? E da dove ci è venuta? Non sarà forse un’esca del “nemico-Occidente”, intenzionato a confondere i russi, che senza libertà hanno sempre vissuto: fino al 1861 con la servitù della gleba e dopo il 1917 in una gabbia con pareti che i “bolscevichi” avevano alzato con estrema precisione? E se la gabbia era troppo stretta, c’erano sempre le prigioni e i lager.
Tutti gli scrittori russi hanno scritto degli uomini non-liberi per antonomasia, di detenuti e forzati.
Hanno iniziato Tolstoj con Resurrezione, Dostoevskij con Memorie di una casa morta, Chechov con L’isola di Sachalin, Solzhenitsyn con Arcipelago Gulag e Nabokov con quel romanzo splendido che è Invito a una decapitazione.
La prigione è l’apice della non-libertà, della prigione ci si libera spesso solo morendo. E di chi è stato privato della più elementare fra le libertà, la letteratura russa ci ha mostrato le sofferenze indicibili e profonde, sviscerando ogni sfumatura del processo di annientamento e disgregazione dell’individuo in condizioni di non-libertà estrema, di reclusione forzata. Il tema “prigione” non è un’esclusiva della letteratura russa. Questa, però, non ha cercato una narrazione romantica o convenzionale sulla perdita della libertà, ma ha fatto del tema della libertà perduta il fulcro dell’esistenza umana.
Con il crollo dell’impero sovietico, la censura venne abolita e la Russia fu inondata dal fiume di informazioni che quella stessa censura aveva arginato, i viaggi all’estero diventarono più facili. Il socialismo abortito ha guardato al capitalismo. Ma neanche il capitalismo gode di ottima salute. Certo, siamo più liberi, ma più ricchi no di certo. Che sia, dunque, superflua, questa libertà che ci siamo ritrovati fra le mani?
La voce di coloro che invocano “l’uomo forte” e rimpiangono il nostro “glorioso passato” (spesso associandolo a Stalin) si fa sempre più stentorea. I russi sembrano rimpiangere le prigioni, le deportazioni e la “cortina di ferro”. La Russia ancora cerca la sua via, una via tutta sua. A doverla indicare sarà il presidente, il “vecchio” che ridiventa nuovo o un eventuale “nuovo” che nuovo sia sul serio. Ma il rischio è di perdere per strada quelle libertà che tanto poco valgono per buona parte dei nostri concittadini. Accendiamo la televisione, ché sono tutti contenti...
Il nuovo romanzo di Ljudmila Ulitskaja “ La scala di Giacobbe” ( ed. La nave di Teseo) uscirà in giugno.
Traduzione di Claudia Zonghetti

Corriere 19.3.18
I neonazi saccheggiano i vichinghi I simboli (distorti) del Grande Nord
di Luigi Offeddu


«L’organizzazione internazionale Destinazione Vichinga rivolge questo proclama a tutti i vichinghi del mondo. Mille anni fa i nostri avi stabilirono che l’8 maggio era il giorno in cui pulire le spade e e preparare le navi per visitare amici e nemici, vicini e lontani. Il sole saliva alto nel cielo, le api cominciavano a produrre il loro miele, e i bambini a correre scalzi nell’erba…».
È quasi primavera, e puntuale arriva il «proclama». È rivolto a una moltitudine senza frontiere. A gente che, se per esempio vuole inanellarsi con l’«olio vichingo» una lunga barba, o intrecciarla con «l’anello del cavaliere vendicatore» può trovare il tutto sul sito di vendite «Vikingmerch», sede nello Utah, Usa, e distribuzione in tutto il mondo. O ad altra gente che, se ama i sapori forti, può gustarli al ristorante «Il Vichingo felice» di Yuba City, California, con piatti come il «Barbaro brutale». E lo sanno bene, tutti loro: «Destinazione Vichinga», quello del «proclama», è un gruppo internazionale che porta i nostalgici dei guerrieri in Groenlandia come in Ucraina, o alle isole Faroer: dovunque abbiano alzato le loro vele i figli di Erik il Rosso, nella storia o nelle leggende. Grande successo, così come in tv (la serie Vikings di History Channel), nella musica heavy metal («Fiero è il vento dal Mare del Nord» cantano i Judas Priest), e in un certo mondo ideologico di estrema destra che si è appropriato di alcuni simboli come 80 anni fa avevano fatto i nazisti con Wagner o Tolkien. Perché loro, i Vichinghi, nel ventunesimo secolo sono un oggetto di culto, e di business. I loro miti sono contesi a suon di milioni e dispute filosofiche, come ha notato anche il New York Times : dalla runa al martello del dio Thor, ai pantagruelici boccali per la birra. E alle idee, più o meno presunte: l’amore per la terra, i cibi naturali, gli antenati-dei, che Himmler identificò un giorno con il suo «sangue e suolo», e con la ricerca dell’«ultima Thule», l’isola che avrebbe generato la razza ariana. Tutto questo, oggi, rivive e preoccupa al di là del folklore. Soprattutto in Norvegia, una delle «culle» dei Vichinghi. Il suo turismo, già florido, ha avuto impulso grazie a loro, alle loro navi ritrovate qua e là. Un’università locale ha lanciato un corso, finanziato dal governo, su «come vivere da vichingo».
Ma c’è un lato più oscuro: sognava di Erik anche Anders Breivik, il terrorista neonazista che nel 2011 uccise 77 persone. E in molti chiedono oggi alla squadra nazionale di sci alpino, battezzata «Vichingo all’assalto», di cambiare il simbolo cucito sui suoi maglioni. Una «runa», uguale a quella che sfoggiano i militanti del «Movimento di resistenza nordica»: gente che è andata davanti alle sinagoghe, fiaccole accese, inneggiando a Breivik. E a Quisling, l’ufficiale norvegese che si mise al servizio di Hitler.

La Stampa 19.3.18
E Pechino richiama lo “zar anticorrotti”
per gestire il confronto con l’America
Al fedelissimo di Xi la vicepresidenza della Repubblica popolare Temuto dal partito, negli Anni 90 teneva i rapporti con Wall Street
di Francesco Radicioni


Mentre le relazioni tra Cina e Stati Uniti rischiano di avvitarsi in una guerra commerciale, Pechino richiama al centro della vita politica l’uomo di cui Xi Jinping più si fida. Con un solo voto contrario su quasi tremila delegati, l’assemblea legislativa cinese ha nominato Wang Qishan vice-presidente della Repubblica popolare. Il pensionamento del 69enne, esponente di spicco della nomenclatura di Pechino, è durato solo una manciata di mesi. Uscito formalmente di scena lo scorso autunno alla chiusura del 19esimo Congresso del partito comunista, a gennaio Wang Qishan era già stato nominato tra i delegati all’Assemblea nazionale del popolo.
Una mossa che aveva alimentato una ridda di speculazioni sull’imminente ritorno dello stretto alleato di Xi Jinping nell’agone politico. In realtà, secondo il South China Morning Post, Wang non ha mai lasciato le stanze di Zhongnanhai. Stando alle indiscrezioni della stampa di Hong Kong, colui che si era guadagnato il titolo di «uomo più potente della Cina dopo Xi Jinping» continuava a partecipare - come osservatore senza diritto di voto - alle riunioni del Comitato permanente del Politburo. Difficile che Wang Qishan si accontenterà del ruolo cerimoniale che la Costituzione cinese assegna al vice-presidente e potrebbero essere molti i dossier sulla sua scrivania: politica economica, lotta alla corruzione e soprattutto relazioni con gli Stati Uniti.
Secondo gli analisti, Wang è una delle figure più influenti del cerchio magico di Xi Jinping e i due si conoscono da decenni: durante la Rivoluzione culturale furono mandati entrambi nelle campagne povere dello Shaanxi. Cinque anni fa, appena diventato Segretario del partito comunista, Xi Jinping ha scelto Wang come capo della potentissima Commissione disciplinare, trasformandolo nello zar della lotta alla corruzione: un ruolo che l’ha reso temuto e rispettato tra i quadri del partito comunista. Pilastro del primo mandato di Xi Jinping per ripulire l’immagine del partito, la popolare campagna contro la corruzione ha punito centinaia di migliaia di funzionari pubblici, papaveri dell’esercito e dirigenti delle imprese di Stato. Se l’amministrazione di Donald Trump definisce la Cina uno «strategic competitor», minaccia dazi e restrizioni agli investimenti cinesi per contenere il deficit commerciale, Wang Qishan sembra essere l’uomo più adatto per intavolare il difficile dialogo con gli Usa. Nei suoi 35 anni di carriera nella nomenclatura di Pechino, Wang Qishan si è distinto come un tecnocrate pragmatico e riformista, oltre che molto competente sui dossier economico-finanziari.
La fama di «uomo che risolve i problemi» Wang l’ha costruita prima come consigliere economico nel periodo della crisi asiatica del ’97, poi come sindaco di Pechino durante il panico creato dall’esplosione della Sars, la sindrome respiratoria acuta. È stato anche allievo di Zhu Rongji, leader riformista e premier tra il 1998 e il 2003 che ha guidato la Cina nell’ingresso del Wto, ristrutturando imprese di Stato e settore finanziario. Fin dagli Anni 90 Wang Qishan ha tessuto una fitta rete di relazioni a Wall Street, per poi guidare come vice-premier vari round del dialogo economico e strategico tra Pechino e Washington.
Chi l’ha incontrato lo descrive come un uomo dallo spiccato senso dell’umorismo, dalle buone letture e fan di House of Cards. L’ex segretario al Tesoro Usa, Henry Paulson, dice che Wang è «l’uomo a cui i leader cinesi guardano per comprendere i mercati e l’economia globale». Tra i ricordi di Paulson c’è anche quella volta, durante la crisi finanziaria globale, in cui Wang disse all’ex-segretario al Tesoro: «Non siamo più sicuri di dover imparare da voi».

Il Fatto 19.3.18
Al-Sisi sfida se stesso senza democrazia
Il 28 marzo c’è un unico candidato fantoccio contro il generale che ha eliminato i rivali politici, chiuso i media e fatto arrestare i giornalisti prima del voto
di Leonardo Coen


Il Cairo. Mercoledì 31 gennaio. È in corso la cerimonia di avvio della produzione di Zohr, il più grande giacimento di gas del Mediterraneo, a 1.500 metri di profondità. Vale qualcosa come 850 miliardi di metri cubi. L’Egitto, afferma con orgoglio il ra’is al Sisi, potrà affrancarsi dalla dipendenza energetica: “E diventare da importatore ad esportatore di gas naturale”. Zohr l’ha scoperto l’Eni. E infatti, in prima fila, tra le autorità di governo, siede Claudio Descalzi, l’ad della compagnia italiana che ha ottenuto la concessione del 60% di questo maxi giacimento. Una buona notizia per al-Sisi (e per gli italiani). A corroborare l’ottimismo del presidente egiziano, c’è il Pil in risalita. Ci sono indicatori macroeconomici che contraddicono le allarmanti notizie su aumenti dei prezzi, tagli alla spesa pubblica, corruzione dilagante. Propaganda? I dati del ministero del Commercio e dell’Industria prevedono una crescita del 5,3/5,5%. Le riserve in valuta straniera hanno toccato i 38,2 miliardi di dollari, superando quelle pre-rivoluzionarie del 2010 (36 miliardi). Pure l’inflazione, a quota 35% la scorsa estate, dovrebbe calare di 13 punti. Persino il turismo si rianima, dopo la lunga stagione degli attentati e della paura: nei primi dieci mesi del 2017 sono arrivati 7 milioni di visitatori (ma un tempo erano quasi il doppio).
Il Putin del Nilo sfrutta questa vetrina, alla vigilia del voto che il 26 marzo lo riconfermerà presidente. Con il collega del Cremlino ha molto in comune. Per esempio, essere a capo di un sistema che non tollera alcun dissenso. Ed orchestrare elezioni senza avversari. Quelli che volevano candidarsi sono stati asfaltati. O sbattuti in galera. Specie i rivali militari. Ahmed Shafiq, generale dell’Aviazione e premier per 39 giorni nell’immediato post Mubarak (sfidò Mohamed Morsi e perse per 2 punti) non temeva la sfida: “Niente e nessuno mi fermerà”. Poi dopo un misterioso prelevamento dalla sua abitazione di Abu Dhabi, dove prudentemente viveva, cambia idea. Si ritira il 7 gennaio. A Sami Hafer Anan, ex capo di stato maggiore, va peggio. Lo prelevano dall’auto il 23 gennaio, tre giorni dopo aver annunciato la candidatura “per salvare dal declino il Paese”. Vuole correggere le “cattive politiche” condotte dopo la deposizione di Mohammed Morsi nel luglio del 2013. Invita le istituzioni a rifiutarsi di agire in nome di un presidente che fra qualche mese potrebbe non sedere più su quella sedia”. È un candidato pericoloso: può aggregare i nostalgici dell’era Mubarak, le opposizioni. Non avrebbe comunque vinto, ma avrebbe ridimensionato al-Sisi. Risultato: manette ed accusa di sedizione. Cinque giorni prima, il 18 gennaio, era stato arrestato Khaled Fawzy, capo dell’intelligence responsabile degli affari di politica interna ed estera, vicino ad Anan. Regolamento di conti con l’intelligence militare, dalla quale proviene al-Sisi.
Non sono gli unici. Il colonnello Ahmed Konsowa rimedia sei anni di carcere militare. Mohamed Anwar Sadat, nipote del presidente ucciso nel 1981, ha eccellenti relazioni con i servizi segreti, ma sono quelli sbagliati.
L’avvocato Khaled Ali, uno degli eroi di piazza Tahrir, capisce l’antifona: “Lascio il teatrino elettorale”, annuncia il 24 gennaio. Ha subìto fermi, pedinamenti, minacce. Il 2 febbraio, inizio ufficiale della campagna elettorale, lancia il boicottaggio delle urne. Come l’oppositore russo Aleksej Navalnj. Gli arresti, analizzano gli esperti, dimostrano la mancanza di fiducia del presidente uscente. Rivelano che al-Sisi non è un uomo politico, non è cioè a suo agio con la politica e non sa condurre un’adeguata campagna elettorale. Il regime teme gli effetti “palla di neve”. Minare l’apparente unità in seno all’istituzione militare.
In questo Egitto senza regole, ma con tantissime piaghe, 14 ong – egiziane e internazionali – osano rivolgere un appello all’Unione Europea e agli Usa per denunciare le “elezioni farsesche”. Bruxelles e Washington fanno orecchie da mercante. In fondo, un rivale al-Sisi l’ha rimediato. In extremis: 15 minuti prima che l’ufficio elettorale chiuda, il 29 gennaio. È il last candidate Musa Mustafa Musa, poco noto membro di un partito filo governativo.
I documenti sono in regola con i requisiti di legge (modificata da al-Sisi): investitura di 25mila elettori da almeno 15 governatorati diversi, con un minimo di 1.000 sostenitori ciascuno. Musa di firme ne ha 40mila. Si era candidato 10 giorni prima. Chi l’ha aiutato? In Russia si ironizza sulla bella Xsenija Sobchak, innocua rivale di Putin. Musa legittima la finta sfida presidenziale egiziana. Quando si dice affinità elettive. Non è l’unica analogia. Al-Sisi ha guidato l’intelligence militare egiziana. Putin, ex tenente colonnello del Kgb, è stato direttore dell’Fsb, i servizi segreti russi. Per non parlare del metodo anti-opposizione. Nel mirino di entrambi i regimi, ci sono leader politici, giornalisti, associazioni per la difesa dei diritti, attivisti. Nell’Egitto feroce di al-Sisi è vietato protestare contro gli abusi delle forze di sicurezza, o chi manifesta atteggiamenti “anti-presidenziali”. La libertà d’informazione è stata imbavagliata da una legge del 2016 che assegna ad un Consiglio Supremo la prerogativa di revocare licenze, censurare tv, radio, licenziare, multare, arrestare giornalisti e blogger. Non è un Paese per i Navalnij delle Piramidi.
Quanto alle promesse, nel suo piccolo al-Sisi imita Putin e ogni tanto le spara grosse. Quattro anni fa, il ra’is rassicurò gli egiziani: con lui presidente l’Egitto avrebbe goduto di sicurezza e prosperità entro due anni. Fu un plebiscito: prese il 96,91%, una percentuale bulgara. Meglio: cecena. Come quelle che Ramzan Kadyrov garantisce al mentore Vladimir. L’economia si rivelò invece il tallone d’Achille di al-Sisi. La primavera rivoluzionaria si trasformò in inverno. Il piano delle riforme, che liquidava lo Stato-protettore nasseriano, aumentò il malcontento. Come pure i miliardari sogni della spettacolare modernizzazione lanciata nel 2015, mentre i prezzi degli alimenti, salivano, come il costo della vita. Ancora a metà del 2017, la crisi mordeva.
Tutto questo al-Sisi non lo vuole raccontare agli ospiti della cerimonia per il maxi giacimento Zohr. Ha garantito che resterà al potere. Ha accettato l’agenda economica imposta dagli occidentali. Il Maresciallo-presidente, l’ufficiale che si addestrò in Gran Bretagna e Stati Uniti (mica in Russia, come usavano gli ufficiali di Nasser e Sadat), nato il 19 novembre 1953 sotto il segno dello Scorpione (simbolo del male, per gli antichi egizi) in un vecchio quartiere ebraico del Cairo, sa che il comune interesse è la stabilità della regione, a cominciare da quella egiziana. E la salvaguardia del business. Come dimostra la morte di Regeni. Due anni senza verità, senza giustizia. Ma ostacoli, reticenze, bugie, depistaggi. Ricordando il ricercatore torturato e ucciso al Cairo, al-Sisi si rivolge a Descalzi: “Non abbandoneremo questo caso fino a quando non si troveranno i veri criminali. Sa perché volevano danneggiare le relazioni tra Egitto ed Italia? Perché non arrivassimo qui”. Non è vero. L’interscambio con l’Egitto vale 10 miliardi di dollari, le aziende italiane hanno continuato il loro lavoro in Egitto. Come l’Eni. Per rassicurare gli ospiti stranieri, il presidente che vuole un bis-plebiscito aggiunge: “Quello che successe 7 anni fa in Egitto non si ripeterà con me. Non è servito nulla allora, non servirebbe nulla adesso. Forse, non avete ancora capito chi sono”. No, lo sappiamo invece: è la nostra coscienza sporca.

Il Fatto 19.8.17
Saguineti, la vita dell’ultimo marxista tra politica e poesia
Il piccolo volume è una conversazione da lontano che colma un vuoto
di Furio Colombo


Edoardo Sanguineti era mio compagno di banco al liceo D’Azeglio di Torino. Era appena finito il grande disastro del fascismo ed eravamo sicuri che toccava a noi riempire il vuoto. I nostri insegnanti di quel liceo (il più importante della città ) e di quella nostra classe (sezione B) erano tutti personaggi della Resistenza partigiana. È la Resistenza (la Resistenza, non l’Italia, che in tutta la nostra vita era stata fascista, persecutrice, priva di valori che non fossero uccidere o morire) il territorio in cui eravamo radicati. Anzi, nella Resistenza eravamo nati, giovanissimi adulti, legati per sempre a quello straordinario soprassalto di libertà, legati per sempre a quelle radici, come tutti coloro a cui ci siamo legati a mano a mano, nel corso degli anni. Eppure fra il 1946 e il 1949 (il periodo del nostro liceo) non siamo mai diventati i discepoli di chi già ci parlava del passato.
Puntavamo avanti, in politica (volevamo parlare di delitti non pagati, di diritti non ricevuti, di scioperi già malvisti, dei partiti già inclini a scansare le ingiustizie), nella ricerca di ciò che stava per venire e nel non accettare che il fatto di essere liberi fosse un punto di arrivo. È stato seguendo questa spinta che, nel secondo anno, Sanguineti e io, abbiamo organizzato un nostro luogo di incontro e di discussione. Lui o io abbiamo iniziato a portare testi da leggere e da discutere, e il punto d’incontro era a casa mia, dove mia madre aveva sgombrato una stanza. Sanguineti lo racconta nella sua autobiografia per dire che eravamo più adatti a scoprire il dopo che a celebrare il prima. Quando ho avuto fra le mani il piccolo, utilissimo libro di Lanfranco Palazzolo, Edoardo Sanguineti, il poeta dell’avanguardia (postfazione di Pino Pisicchio, Historica Editore), mi sono reso conto che questo nuovo testo colmava un vuoto. Mancava tra le tante opere e i tanti scritti di e su Sanguineti, una conversazione da lontano: Palazzolo raggiunge Sanguineti nel 2010, molti anni dopo l’esperienza tedesca (1971) e 100 poesie dalla DDR, e lo induce a raccontare di un periodo cruciale, per un mondo spaccato della guerra fredda, per la enigmatica politica italiana, per Sanguineti, stesso, mai così poeta, mai così politico (“Torno in Italia e mi iscrivo a Pc”, ha detto a Palazzolo ). Il fatto è che il giornalista riesce, con domande informate e abili, a far fronte al poeta e a tener testa al politico. E il documento che gli dobbiamo merita di entrare sia nelle biblioteche della politica italiana di quegli anni, sia nella biografia di un grande poeta italiano.

Corriere 19.3.18
Marzo 1918 «La Tradotta» e gli altri, istituiti da Armando Diaz dopo Caporetto
Max Pataten e Baldoria La guerra raccontata dai giornali di trincea
Nati per le truppe, accolsero le avanguardie
di Gian Antonio Stella


«Facendo un largo struscio/ nell’ovo che lo serra/ or esce fuor dal guscio/ il quarto anno di guerra». Lo annunciava allegro uno dei primi numeri de «La Tradotta», che raccontava come dell’anno appena nato si fosse messa «tosto in traccia/ per prati e per foreste/ un’orrida vecchiaccia/ giallastra con due teste». L’aquila bicipite dell’impero asburgico.
«Fuor dal guscio», ai primi di marzo di quel 1918, uscirono anche i «giornali di trincea». I quali, per una breve stagione fino alla fine della Grande Guerra o poco oltre, rappresentarono una formidabile novità giornalistica, artistica, letteraria. Che coinvolse autori come Gabriele d’Annunzio, Curzio Malaparte, Giuseppe Ungaretti, Mario Sironi, Massimo Bontempelli, Grazia Deledda, Giorgio de Chirico, Ardengo Soffici, Antonio Rubino, Enrico Sacchetti e altri ancora…
Come appunto gli autori del paginone centrale dedicato al mitico 1918, che sarà ricordato come l’Anno della Vittoria, cioè l’illustratore Umberto Brunelleschi (amico a Parigi di Modigliani, Picasso, Soutine, Van Dongen, Derain) e il giornalista Renato Simoni, collaboratore e poi direttore de «La Lettura» del «Corriere della Sera», critico teatrale, commediografo, poeta, autore con Giuseppe Adami del libretto della Turandot di Giacomo Puccini, regista e sceneggiatore...
Due fuoriclasse. Che si ritrovarono a combattere e lavorare insieme grazie ad Armando Diaz, comandante supremo dopo la disfatta di Caporetto, e alla sua decisione di istituire i «giornaletti satirici-umoristici» e altre «pubblicazioni per la propaganda patriottica» per incoraggiare, spronare, compattare i soldati donando loro dei momenti di buon umore che spezzassero la tensione della trincea, la noia delle attese, l’angoscia prima dell’assalto. Fu così che videro la luce «La Trincea», «Il Montello», «San Marco», «Signor sì», «La Ghirba», «La Voce del Piave» e appunto «La Tradotta» diretta da Simoni.
Fu un piccolo miracolo, spiega nella prefazione alla bellissima ristampa anastatica di tutti i numeri della rivista raccolti in fascicoli, il collezionista, curatore ed editore Fiorenzo Silvestri. Perché «analizzando tutti i giornali di trincea, si ritrovano, nel complesso, tutte le nuove correnti artistiche d’avanguardia, a quel tempo poco conosciute in Italia, che arrivano in trincea con i loro migliori esponenti». Dall’Art Nouveau al Liberty, dal Futurismo alla Secessione austriaca al Déco e all’espressionismo…
Illustrazioni poetiche o irridenti, malinconiche o sarcastiche, accompagnate da testi di scrittori come Luigi Bertelli, che con lo pseudonimo di Vamba aveva già avuto un enorme successo con il Giornalino di Gian Burrasca e scriveva sul «Signor sì» con toni meno scanzonati: «Dell’Italia ti sta innante/ l’implacabile nimico/ il più acerrimo, il più antico/ ladro, vil, falso, arrogante/ che fu ognor campione invitto/ nella frode e nel delitto». Retorica guerresca che si scontrava sul fronte opposto con analoghi giornali, volantini, manifesti tedeschi. Non meno aggressivi. E talvolta stampati in italiano come se appartenessero alle nostre trincee. «Gli agenti austro-tedeschi», spiegava «La Giberna» del 23 giugno, «si son dati alla truffa più volgare. Stampano un’”Idea democratica”, una “Tradotta”, una “Ghirba”, una “Giberna”: intendono così ingannare il lettore, credendo che questo sia uno sciocco e non capisca il volgare trucco…».
Nella scia di quanto suggerito da Giovanni Albertini, convinto che si dovesse dare alla stampa «l’incarico di tenere alti gli animi», le pagine che spiccano sono quelle di alleggerimento. Come, sulla «Voce del Piave», le strisce di «Herr Kapokien caporale/ Nell’esercito imperiale/ Fa da scorta e si addormenta / Perché tien la pancia lenta». O la «piccola pubblicità» su «La Marmitta»: «Signorina bella, dote 100.000, sposerebbe nel corrente mese soldato anche del ’99, scaldarancio, purché abbia fatto pesca di tre prigionieri austriaci da portare come testimoni del matrimonio».
Ma è su «La Tradotta» che quel magico equilibrio sospeso tra l’orrore dei combattimenti, la nostalgia per la casa lontana e l’allegria cameratesca necessaria a sopravvivere (equilibrio che Paolo Monelli e Bepo Novello esalteranno ne La guerra è bella ma è scomoda ) si afferma come un piccolo capolavoro settimanale. Dalle avventure di «Max Pataten» ai fumetti a puntate sulla lotta agli imboscati: «Il dottor Bertoldo Ciucca/ Che ha di molto sale in zucca / Una macchina ha inventato / Che disbosca l’imboscato».
Ed ecco i soldati che sognano le fidanzate a casa: «Due mele son le guance della Nella/ la bocca rossa è proprio una ciliegia/ e quel nasin vezzoso che la fregia/ pare una mandorletta tenerella;/ all’ombra delle ciglie lunghe e fine/ ha gli occhi grandi come due susine / Certo è la Nella mia, se la guardate/ L’immagin sana e calda dell’estate/ Rispondon gli altri, “camerata hai torto:/ tu non sposi una donna, sposi un orto”». O le poesie come Il fante affardellato : «Senza chieder dove vada/ batte il fante la sua strada/ batte il fante lo stradone/ con la pioggia e il polverone/ ché la santa fanteria/ marcia sempre in pedovia,/ marcia al caldo, marcia al fresco/ sul caval di San Francesco».
Per non dire della prima «mappa gastronomica» a colori del Veneto dedicata a Conrad von Hötzendorf, lo stratega della fallimentare Strafexpedition (maggio-giugno 1916): «Von Conràd si sente in mano/ già gli asparagi e Bassano/già pregusta le ciliegie/ di Marostica sì egregie /e di Schio tra i monti belli / gusta già polenta e uccelli…».
Amavano molto, quei ragazzi precipitati tra le mattanze di una guerra spaventosa, l’insistenza sulle rime baciate che ricordavano loro le filastrocche dell’infanzia. Versi come quelli dedicati ai «ragazzi del 99»: «To’! sui labbri giovinetti/ non han ombra di baffetti/ sono nati appena ieri,/ ieri appena e sono guerrieri/ e la massa tedescaccia/ non li avvolge e non li schiaccia» (…) «Ah, che orgoglio giovanile/ poter dir a tutti: io son/ laureato a Caposile/ o nell’ansa di Zensòn»
Non mancano gli elogi, oggi impensabili, al tabacco, il compagno di trincea: «Grazie, tabacco: o tu sia giunto al fante/ sotto la forma d’un toscan rugoso/ o dalla pipa corta e brontolante/ abbia tu affumicato il suo riposo/ virginio anello o bianca sigaretta/ caro tabacco il nostro grazie accetta». Tra gli appuntamenti più attesi dai soldati al fronte c’erano «Le lettere del soldato Baldoria». Dietro le quali c’era Arnaldo Fraccaroli, l’inviato del «Corriere» che nel maggio 1916 aveva descritto la Strafexpedition e qui si rivolgeva col linguaggio dei semplici alla sua amata: «Teresina del mio cuore, ogni volta che indosso la penna per scriverti a te mi sento un gran bruciacuore alle labbra, che sarebbe come una specie di nostalgia ovvero desiderio dei tuoi baci…». Fantastica la risposta di Teresina dopo la vittoria: «Baldoria del mio cuore, prima di tutto allungami le tue labbra di eroe del Piave, che ti ci pianto sopra uno di quei baci nostalgici a uso ceralacca, che non riesci più a distaccartelo che con l’acqua calda. Poi lasciati dire che la tua Teresina del tuo cuore, la quale prima era innamorata di te, adesso che sei vittorioso ti adora a rotta di collo».