martedì 27 febbraio 2018

l’espresso 25.2.18
Onorevole, ma chi sei?
Istruzione, esperienza, fedina penale. L’Espresso passa ai raggi X i futuri parlamentari
di Vittorio Malagutti, Gloria Riva e Francesca Sironi


Eccolo, il Parlamento che verrà. Con una settimana d’anticipo sul verdetto delle urne è già possibile raccontare pregi e difetti di deputati e senatori che si preparano a sbarcare a Roma. L’Espresso ha assegnato un voto a oltre 300 candidati, un campione rappresentativo delle due camere, scelto tra i candidati dei quattro principali schieramenti (Centrodestra, Centrosinistra, Cinque Stelle, Leu) in 85 collegi uninominali. Il rating si basa sul curriculum degli aspiranti parlamentari: livello d’istruzione, eventuali incidenti giudiziari, il numero di anni trascorsi nelle istituzioni, i rapporti con il proprio collegio elettorale e, infine, la popolarità nei principali social network.
Ne è uscito il ritratto, sintetizzato in cifre, dei parlamentari prossimi venturi. Si va da zero a dieci, come a scuola. E il dato finale, quello che riassume la valutazione complessiva dei candidati, non è granché esaltante: il voto medio non va oltre il cinque e mezzo. Per arrivare alla sufficienza, quindi, servirebbe il classico aiutino di un insegnante di manica larga. Del resto, entrambe le coalizioni, quella di Centrodestra e quella di Centrosinistra, viaggiano tra il cinque e il sei, così come i Cinque Stelle e Liberi e Uguali. L’alleanza a guida Pd ottiene il voto più elevato, mentre il nuovo partito guidato da Pietro Grasso è l’ultimo della classe. Questione di decimali, comunque: si va dal 5,86 per i candidati che sostengono Matteo Renzi al 5,35 di quelli targati Leu. In mezzo troviamo i Cinque Stelle, che arrivano a 5,43, poco sopra il Centrodestra, che non va oltre 5,38.
Indagati e no
Dati alla mano, si scoprono punti di forza e debolezze dei singoli schieramenti. La coalizione di Centrodestra si merita di gran lunga il voto più basso alla voce indagati e condannati. Nel campione esaminato da L’Espresso, il 17 per cento dei candidati nel nome del pregiudicato (e quindi incandidabile) Silvio Berlusconi, risultano coinvolti in procedimenti penali oppure hanno già subìto sentenze sfavorevoli in primo o in secondo grado di giudizio. Nelle fila di Forza Italia troviamo per esempio un berlusconiano doc come Salvatore Sciascia, senatore che punta a entrare per la terza volta a Palazzo Madama. Sciascia, già tributarista della Fininvest, di cui è ancora consigliere di amministrazione, ha ottenuto la riabilitazione giudiziaria dopo la condanna in via definitiva a 2 anni e sei mesi nel 2001. Percorso netto per i Cinque Stelle: nessun indagato o condannato nel campione di 85 candidati del movimento guidato da Luigi Di Maio, peraltro alle prese con il caso dei candidati impresentabili (una dozzina in tutto tra massoni e furbetti del rimborso) che potrebbero dimettersi il giorno dopo l’elezione. Una macchia per Liberi e Uguali, che candida il milanese Daniele Farina, condannato per fabbricazione e detenzione di bottiglie molotov e resistenza a pubblico ufficiale durante una manifestazione antifascista dei collettivi universitari negli anni Ottanta. Nelle ile del Centrosinistra, invece, il torinese Stefano Esposito è inciampato in una condanna in primo grado per diffamazione nel novembre 2015, mentre l’imprenditrice Antonella Allegrino, aspirante deputata per il Pd a Pescara, è uscita da un processo per evasione fiscale grazie alla prescrizione nel 2015. Oltre al nome più citato degli ultimi giorni: Piero De Luca, figlio del governatore della Campania, Vincenzo. De Luca junior è stato candidato a Salerno nel collegio uninominale per la Camera nonostante un’indagine a suo carico per bancarotta fraudolenta.
La carica dei prof
Criticati da più parti per aver traghettato in Parlamento una pletora di giovani inesperti, questa volta i Cinque Stelle hanno fatto il pieno di professori universitari. Negli 85 collegi uninominali esaminati da L’Espresso, oltre un quarto dei candidati del Movimento vanta un titolo accademico superiore alla laurea (dottorato di ricerca, phd) oppure insegna all’università. A Torino sono addirittura due i professori arruolati nelle liste del partito guidato da Di Maio, entrambi economisti: Giuseppe Mastruzzo al Senato e Paolo Biancone alla Camera. Gli altri schieramenti inseguono a distanza: i candidati che hanno proseguito gli studi dopo la laurea sono il 15 per cento per Liberi e Uguali, quasi il 12 per cento nelle fila del Centrosinistra e poco più dell’8 per cento per il Centrodestra.
Accanto agli accademici, i banchi del prossimo Parlamento saranno occupati anche da una nutrita pattuglia di deputati e senatori che all’università non sono mai andati, oppure che l’hanno abbandonata senza arrivare al traguardo della laurea. Circa un terzo dei candidati del Centrosinistra e di Liberi e Uguali si trova in questa situazione, mentre la quota dei Cinquestelle fermi al diploma non va oltre il 18 per cento del campione analizzato in questa inchiesta. Va detto che nelle fila di Leu, come anche del Partito Democratico, sono numerosi i non laureati che vengono da una militanza politica di lungo corso, che spesso li ha portati ad abbandonare gli studi prima dell’università. Altri sono cresciuti in fabbrica per poi dedicarsi al sindacato. È il caso di Ugo Verzeletti, una vita in Iveco, con la tessera della Fiom e oggi candidato a Brescia per Liberi e Uguali. Se dal titolo di studio si passa a esaminare i candidati in base alla loro professione, si scopre che la categoria di gran lunga più rappresentata è quella degli avvocati. L’11 per cento del campione analizzato da L’Espresso esercita o ha esercitato la professione forense. Il gruppo più numeroso è stato arruolato nelle fila della sinistra. Sono una dozzina i legali in lista con il Pd e i suoi alleati, 11 quelli con Leu, mentre la pattuglia degli avvocati a Cinquestelle arriva a 10. Nel Centrodestra invece non si va oltre quota quattro.
Gioventù addio
Nel 2013 l’arrivo in Parlamento di un esercito di esordienti del Movimento fondato da Beppe Grillo aveva avuto l’effetto, tra i tanti, anche di abbassare l’asticella dell’età media dei deputati, scesa a 45,8 anni rispetto a 50,8 anni della legislatura precedente, quella cominciata nel 2008. Adesso invece la caccia al candidato esperto da parte dei Cinque Stelle rischia di produrre l’effetto opposto. Gli aspiranti deputati presi in considerazione per questo articolo hanno in media 48,6 anni, quasi tre anni in più rispetto agli onorevoli della Camera appena sciolta. Va detto che i candidati guidati dal trentunenne Di Maio restano di gran lunga i più giovani: solo 45,3 anni, mentre l’eta media degli altri tre schieramenti si aggira intorno ai 50 anni, con un massimo di 51,1 per Liberi e Uguali. È il partito di Pietro Grasso quello che presenta nei collegi uninominali (Camera e Senato) il maggior numero di over 65: il 27 per cento, quasi il doppio rispetto al Centrodestra (15 per cento), mentre il Centrosinistra si ferma all’11 per cento e i Cinque Stelle all’8 per cento.
I candidati più esperti, cioè quelli con il maggior numero di legislature alle spalle vanno invece cercati nelle fila del Centrosinistra. Negli 85 collegi uninominali analizzati solo il 17 per cento dei nomi proposti dal Pd e alleati è un esordiente assoluto. Cioè non ha mai fatto politica in Parlamento a Roma oppure a Bruxelles, nemmeno in un consiglio regionale o comunale. La quota dei candidati alla loro prima esperienza sale di molto tra i Cinque Stelle, addirittura al 76 per cento.
Social, no grazie
Buona parte della campagna elettorale passa dai social network. Facebook e Twitter hanno il potere di moltiplicare l’audience, di creare casi mediatici e rilanciare all’infinito le parole d’ordine Un terzo dei candidati di Grasso è over 65. Nel centrodestra il 90 per cento disdegna i social della propaganda. Per questo motivo appare quantomeno sorprendente il dato che emerge dall’inchiesta dell’Espresso. I numeri infatti rivelano che quasi nove candidati su dieci usano poco o per nulla il web per promuovere la propria immagine o le iniziative elettorali a cui partecipano. Ad esempio, un politico della notorietà di Vasco Errani, per 15 anni presidente della regione Emilia Romagna, ora candidato a Bologna tra le fila di Leu, è un perfetto sconosciuto per i frequentatori di Twitter, mentre la sua pagina personale su Facebook ha un seguito di 11 mila persone. Poca cosa davvero per un politico di lungo corso come Errani, che naviga lontanissimo non solo da un twittatore seriale come Matteo Renzi, che può contare su oltre 3 milioni di follower, anche se una ricerca di PoliCom.Online ha dimostrato che gli attivi sono solo 400 mila, 1 su 8. Ma anche dai 600 mila seguaci del leader di Liberi e Uguali, Pietro Grasso. Lo schieramento più attivo in Rete è quello di Centrosinistra, ma si vola comunque basso. L’80 per cento circa dei candidati con il Pd e i suoi alleati frequenta poco o nulla Twitter e Facebook, percentuale che sale oltre il 90 per cento nelle fila del Centrodestra. Ma non è solo questione di social network. Un cittadino alla ricerca di informazioni sui candidati nel suo collegio rischia di navigare a lungo sul web senza successo. In molti casi è diicile perfino rintracciare un curriculum dell’aspirante parlamentare. La ricerca via Google finisce nel nulla anche per alcuni Cinque Stelle. Ed è quasi un paradosso per un movimento che è cresciuto cavalcando l’onda del web. Prendiamo il caso di Tiziana Santaniello, selezionata da Di Maio e dal suo staff per tentare l’elezione al Senato in uno dei tre collegi uninominali di Milano. La candidata Santaniello non aveva mai lasciato traccia di sé in Rete fino ai primi di febbraio, quando su Facebook e su Twitter sono comparsi due profili a lei dedicati. Meglio tardi che mai.