lunedì 12 febbraio 2018

l’espresso 11.2.18
Siamo nati nel Seicento
Guerre di religione. Europa a pezzi. Il contagio delle false notizie. Uno scrittore tedesco riscopre il secolo più violento. Simile al caos di oggi
colloquio con Daniel Kehlmann di Stefano Vastano


Dallo studio sui tetti di Berlino si scorge il Berliner Ensemble, il teatro che fu di Bertolt Brecht. Accanto alla scrivania, a sinistra un bel cembalo, a destra una statua color amaranto di Goethe, il padre della letteratura tedesca, come ci insegnano a scuola. «In realtà, la nostra cultura e società nasce dall’immane catastrofe della Guerra dei trent’anni», inizia a dire Daniel Kehlmann accogliendoci nel suo studio. Simpaticissimo, 42 anni, Kehlmann è il più letto degli scrittori tedeschi di oggi: solo de “La misura del mondo”, il suo bestseller del 2005, sono andate vendute oltre 6 milioni di copie (in Italia è pubblicato da Feltrinelli). Da poco è uscito “Tyll”, un romanzo centrato sulle guerre di religione che, dal 1618 sino alla Pace di Vestfalia del 1648, devastarono la Germania. Un incubo lungo tre decenni, all’origine per l’appunto della storia non solo tedesca, ma anche europea. «In quegli anni oscuri», continua Kehlmann, «nacque il moderno romanzo e una cultura - il Barocco - che ha diverse affinità con il caos politico e culturale che stiamo vivendo oggi». E in questa intervista esclusiva con “L’Espresso” lo scrittore tedesco ridisegna i lati negativi ma anche positivi di un’era, il Seicento, spesso dimenticata
Come le è venuto in mente di scrivere un romanzo sulla Guerra dei trent’anni?
«L’ispirazione mi è venuta leggendo “Il declino della violenza” di Steven Pinker, che mi ha colpito con i suoi dati sulla storia della violenza in Occidente. Uno dei picchi dell’orrore furono, per l’appunto, le guerre di religione nella Germania del Seicento, un mondo a quei tempi decisamente più violento del nostro».
Furono solo i conflitti fra cattolici e protestanti nel Sacro romano impero germanico a scatenare quelle violenze?
«Non solo, anche la prassi istituzionale era impregnata allora di violenza. Scopo del sistema giuridico era impedire in modo drastico l’auto-giustizia e il linciaggio della gente, per questo le pene erano tormenti in pubblico, dalle torture alle amputazioni sino allo squartamento del reo».
Oltre al macabro sistema delle pene, la Guerra dei trent’anni fu un massacro non solo per i soldati, ma anche per i civili.
 «Non abbiamo sicuri dati demografici, ma le statistiche dicono che in alcune regioni della Germania perirono, in conseguenza di quel conflitto, anche la metà  dei civili, in media un terzo della popolazione».
Cosa rendeva le guerre di quel periodo così cruente?
«La Guerra dei trent’ anni è stata tanto violenta perché gli eserciti erano basati su condottieri e mercenari, non su strutture statali. I principi e i Signori della guerra reclutavano cavalieri e moschettieri in tutta Europa, ma paga, vitto e alloggio delle truppe li fornivano i malcapitati contadini, oppure il saccheggio e l’incendio delle città. E tutto ciò concentrato per decenni in un Paese solo, la Germania del Seicento!»
Perché nel romanzo ha fatto raccontare questa catastrofe proprio a Tyll, un giullare molto cinico?
«Una cosa è calarsi nei panni di Voltaire o di Federico il Grande, precise figure storiche, un’altra in un giullare come Tyll Eulenspiegel che nella tradizione tedesca è la fonte di barzellette più o meno volgari. Il giullare in ogni caso era l’unica figura con libertà di movimento: quella del Barocco infatti è una società irrigidita in regole e ceti e l’unico che parla sia a principi che a contadini è lui, un folle come Tyll».
Una società premoderna, divisa nelle tre sfere stagne dell’aristocrazia, clero e contadini. Quali affinità vede tra l’era del Barocco e il nostro periodo?
«Ogni novità tecnologica e mediatica crea profonde incertezze nella società: oggi è internet a creare disagio cambiando le nostre abitudini, ma ai tempi che dalla Riforma di Lutero vanno al Barocco fu l’invenzione della stampa a rivoluzionare, nel bene come nel male, la storia d’Europa».
La conseguenza positiva della “Galassia Gutenberg” fu che, dal chiuso di monasteri e chiese, libri e sapere si diffusero nella società. E quella negativa?
«Il fatto che l’Europa fu inondata da un mare di opuscoli  che seminarono ovunque l’odio tra le due confessioni cattoliche e protestanti. È il momento in cui nasce in Europa il veleno della Propaganda, che alimenta il fanatismo religioso e scatenerà una guerra che, anche per motivi ideologici appunto, si è prolungata per decenni. Oggi è internet lo strumento mediatico che sparge quelle notizie infondate e confuse tipiche non solo della nostra epoca, ma già quattro secoli or sono del Barocco». 
Cosa spinse la gente a credere allora ad opuscoli e fanatismi religiosi? E la stessa cosa vale oggi per le “fake news”?
«La stampa concesse a intellettuali come Erasmo di diffondere con i libri la ragione, ma solo lentamente si sviluppò un sistema editoriale e nuove autorità culturali. Nel frattempo la gente credeva alle dicerie più astruse che trovava stampate negli opuscoli di propaganda religiosa come succede oggi, con un clic e senza nessun filtro, sul web. C’era in quegli anni lo stesso fatale mix di propaganda, fake news e ignoranza che ha portato, negli Usa, all’elezione del nuovo presidente».    
Secondo lo storico Herfried Münkler anche le guerre asimmetriche di oggi ricordano quelle del Seicento…
«In particolare il conflitto in Siria ha molte analogie  con la Guerra dei trent’anni perché è un conflitto civile, oltre che religioso, ed è combattuto da diversi attori internazionali. Certo, non saprei se anche le guerre asimmetriche, internazionali e caotiche di oggi si risolveranno come quella. Nel 1648 la pace di Westfalia si fondò su perdono ed amnistia generali, mentre la cultura politica di oggi, con le nostre idee del diritto e i Tribunali internazionali, avrebbe qualche difficoltà a concordare una nuova Pax Westfalica».
Quanto ha inciso il trauma di una guerra di tre decenni sulla coscienza e sulla memoria collettiva dei tedeschi?
«Quel trauma fu gravissimo, pensi che la metà dei soldati moriva per malattie entro il primo mese di reclutamento. Ma sinceramente non so bene se esista una coscienza o memoria collettiva, né se agiscano in modo deterministico sulla storia di un Paese».
Per Joachim Fest, il biografo di Hitler, non si può capire la deriva del nazismo se non si risale a quel trauma…
«Per l’altro storico, Alexander Kluge, la vera catastrofe della storia tedesca sono state, invece, le rivolte contadine guidate nel 1525 da Homas Müntzer, e poi tradite da  Lutero. La storia però non è solo un gabinetto degli orrori né una catena monocausale di eventi: per tutto il sedicesimo secolo anche la Francia si consumò in guerre di religione, però nessuno oggi ne parla come del trauma originario nella storia francese».     
Nel “Dramma barocco tedesco”, Walter Benjamin vedeva nella malinconia e nel carattere saturnino la categoria centrale di quell’epoca.
«La melanconia come certezza della morte e vanità delle cose è una scoperta del Barocco. Ma proprio questo pomposo, svenevole senso della finitezza è quel che oggi ci infastidisce in quell’epoca. Io almeno ho sempre percepito una forte resistenza, persino paura rispetto all’arte e letteratura del Seicento».
E quando l’ha superata, questa fobia del Barocco, tanto da decidere di scrivere questo romanzo?
«Quando ho capito che per i grandi scrittori tedeschi il rapporto con quest’epoca premoderna è sempre stata una grande sorgente creativa: il Faust di Goethe, il Wallenstein di Schiller o “Madre Coraggio” di Brecht nascono a contatto con questa immensa fucina culturale del Seicento. Se oggi avvertiamo un certo fastidio nel Barocco è perché dietro quelle orrende guerre di religione intuiamo l’origine oscura della nostra modernità».
Il primo grande romanzo tedesco s’intitola “Simplicissimus” e lo scrive Grimmelshausen nel 1668. Nella copertina dell’opera compare un satiro, mezzo asino, un po’ pesce e un po’ uccello, con delle maschere ai piedi. È questo gioco delle Identità, l’ambiguità della vita la lezione del Barocco, e la ragione della sua attualità?
«“Simplicissimus” è il “Don Chisciotte” tedesco. Anche il mio giullare Tyll è una figura liquida che incarna la capacità di essere uno, nessuno e centomila sapendo che il mondo è una giungla pericolosa e che ogni nostra esperienza è sempre limitata. Eppure, altro paradosso del Barocco, i suoi eclettici eruditi - come il gesuita storico, egittologo, medico e museologo tedesco Athanasius Kircher -  avevano la pretesa di costruire un sapere universale».
Pure Don Ferrante, nei “Promessi sposi” di Manzoni è - come il papà di Tyll nel suo romanzo - il classico dotto del Seicento, in cui la metafisica più astrusa si mescola all’astrologia, l’alchimia o la credenza nei draghi…
 «Don Ferrante o Kircher sono figure ibride, e anfibie sono scienza e letteratura in un periodo in cui il razionalismo dei Lumi non era ancora nato. È nel Seicento che con la stampa sorge anche, in mezzo a ondate di follie superstiziose, il genere del romanzo che abitua il lettore a una dose di empatia, anche se il romanzo non è certo in sé veicolo dell’illuminismo. Grimmelshausen e il suo Simplicissimus sono per la persecuzione delle streghe, e il mio giullare Tyll non è affatto un moderno pacifista!».
Nell’era virtuale delle “fake news” non ci stiamo riavvicinando a quel tipo di “sapere diffuso” così oscuro?
 «Certo che nel web non circolano solo puri dati empirici e teorie razionali, così come nel Barocco le fantasmagorie dei dotti erano immuni al test dell’esperienza. Oggi come allora viviamo immersi in una sorta di razionalità sognante. È da qui che sorge il nostro timore del Seicento: siamo talmente educati alle norme razionalistiche dell’Illuminismo che ci  spaventa quell’era in cui scienza e magia, alchimia e religione, tecnica e guerra si mischiano tra loro. Il grande Keplero ha fatto oroscopi per il condottiero Wallenstein, e nel mio romanzo i sapienti di corte, mentre condannano gli eretici, sono alla ricerca di draghi. Non è facile essere razionali, più semplice lasciarsi andare a quel mix di tecniche, fantasticherie e ignoranza che ci sommerge oggi nel web». 
Lei abita spesso a New York. Come ha vissuto l’elezione di Donald Trump? Non crede che il presidente americano ricordi, sia per l’aspetto che per il modo di pensare e parlare, un giullare, quasi una versione politica del suo Tyll?
«Vivo a New York, ma non sono per niente sicuro che sopravviverò a Trump! Il mio Tyll è molto più intelligente del presidente e persino lui, il giullare, ha più empatia di un Trump, che non è un buffone, ma un pericolosissimo idiota, o meglio, un clown horror con valigetta atomica. È questo angosciante delirio militare, ennesima malefica eco della Guerra dei trent’anni, che oggi mi inquieta davvero, non tanto il futuro della democrazia negli Stati Uniti».
Il motto del politico più sagace del Seicento, il cardinale Richelieu, era “Simulare e dissimulare”. Nello scenario geopolitico così confuso di oggi sarebbe Putin il nuovo Richelieu?
«Non ci sono dubbi, come il cardinale francese entrò in guerra ma a favore dei protestanti, così Putin, che non segue alcun principio morale ma solo mire espansionistiche, è una volpe nell’arte barocca della disinformazione. E come Richelieu e la Francia nella Guerra dei trent’anni, così anche Putin riesce oggi a insinuarsi in ogni teatro di guerra, non solo in Siria, ma tenendo la Russia fuori dai conflitti e lasciando che le sue truppe ed armi devastino altri Paesi».  
E nell’era dei Trump e Putin, come vede la figura della cancelliera Merkel e il ruolo della Germania nella crisi d’identità che sta oggi dilaniando l’Europa?
«In America oggi tutti amano la Germania e guardano alla Merkel, in contrasto a Trump e Putin, come all’ultima e quasi messianica speranza di razionalità in un mondo che rischia di ripiombare nel caos e nella catastrofe globale. Forse si esagera l’importanza e la razionalità della Kanzlerin, ma - ironia della storia! - come tedesco oggi approfitto della nomea che la Germania gode negli Usa e nel mondo».  
Merkel continua a predicare la “Stabilità” della sua politica. Ma il messaggio che ci viene dal Barocco non è la vanità di ogni principio e l’aleatorietà di ogni evento?
«Quella del Seicento è una società piramidale, gerarchica e, per quanto concerne i costumi, feticista e pomposa. La Guerra dei trent’anni, però, attraversa questo mondo fatto di allegorie, etichette e finzioni, ed è questa vena anarcoide che ci rende oggi più simpatico il Barocco. E ci fa guardare con occhi più scettici alla stabilità predicata dalla Merkel, perché - non dimentichiamolo - quello era il periodo in cui la Germania era la Siria di oggi e noi europei venivamo massacrati senza pietà in nome di un Dio o di una fede».