lunedì 12 febbraio 2018

l’espresso 11.2.18
Maledetta Terza via
Il blairismo ha fallito. E ora resta la rabbia. Parla il filosofo che ispirò il dopo-Pci
colloquio con Salvatore Veca di Francesco Postorino


Nell’epoca dominata dalle agende populiste, dal problema del multiculturalismo e dalla psicopolitica, la terza via dei Giddens, Blair, Prodi e Veltroni non ha retto la sfida del nuovo millennio, finendo per assecondare involontariamente la rivoluzione neoliberale avviata verso la fine degli anni Settanta. Salvatore Veca prende le distanze dalla Third Way. Il filosofo che insieme a Michele Salvati propose al Pci il cambiamento del nome in Pds e più tardi sostenne la nascita del Pd con occhio vigile e «migliorista», è oggi del parere che l’esperienza ventennale del New Labour abbia tradito il fine della sinistra, cioè l’idea della giustizia come equità. Occorre ripartire dai principi.
Cos’è una società giusta?
«Una società le cui istituzioni, norme e pratiche siano giustificabili in modo equo e imparziale nei confronti di tutti. Nel caso delle forme di vita democratiche, più o meno brillanti, il principio di giustificazione chiama in causa la dimensione della cittadinanza, ove ciascuna persona ha uguale dignità, come ci ha insegnato il compianto Stefano Rodotà e come ci suggeriscono i fondamentali costituzionali».
Come si risponde alle circostanze dell’ingiustizia?
«Premetto che il fatto dell’ingiustizia consiste nell’impiego di uomini e donne come mezzi e non come fini. A tal proposito, ritengo che una buona risposta filosofica e politica sia rinvenibile nella prospettiva della giustizia sociale come equità, inaugurata dal classico lavoro di John Rawls. La giustizia sociale come equità si basa sulla priorità dell’uguale sistema delle libertà fondamentali di cittadinanza e sul principio distributivo di differenza.
Quest’ultimo ci dice che le sole disuguaglianze giustificabili in termini di accesso o di titolo sui beni sociali primari sono quelle che vanno a vantaggio di chi è più svantaggiato».
Nella realtà non è proprio così.
«Mi rendo conto che la distanza fra la teoria della giustizia come equità e il contesto empirico può sembrare abissale. Ma ciò non riduce l’importanza dei fini di giustizia sociale che la teoria ci indica. Al contrario, offre ragioni e motivazioni per ridurre, nelle scelte pubbliche e nell’azione collettiva, la distanza intollerabile. Devo aggiungere che la giustizia come equità, cui sono da lungo tempo affezionato, è solo una fra le concezioni di giustizia che rendono conto del senso dell’espressione “società giusta”».
Per Rawls, infatti, uno è il concetto di giustizia, ma diverse le sue interpretazioni.
«Sì. Basta pensare al programma dell’utilitarismo vecchio e nuovo, contro cui Rawls ha costruito la sua prospettiva, o ancora alla famiglia delle teorie del comunitarismo e, soprattutto, alle teorie libertarie della giustizia le quali hanno dominato il campo delle idee e delle credenze negli ultimi decenni. Dopo la lunga fase di egemonia della “giustizia neoliberista” torna al centro della controversia filosofica, civile e politica l’idea alternativa di giustizia, quella imperniata sull’equa distribuzione di costi e benefici».
Un suo motto è “non possiamo non dirci cosmopolitici”.  Come tradurlo sul piano politico in un Paese e in un’Europa che sembrano andare in senso contrario ?
«La mia è una convinzione etica che chiede ed è in cerca di politica. Piaccia o meno, non possiamo non guardare al mondo interconnesso e conteso, che condividiamo con alcuni miliardi di coinquilini del pianeta, se non con “gli occhi del resto dell’umanità”. L’obiettivo irrinunciabile e difficilissimo resta quello della giustizia globale. Un’idea di equità senza frontiere».
Per molti è un’utopia.
«Lo so bene. Vorrei ricordare che il grande Max Weber ci ha insegnato, ai tempi della barbarie europea della prima guerra mondiale, che è perfettamente esatto, e confermato dalla storia, che se non si tentasse sempre di nuovo l’impossibile, non si conseguirebbe mai il possibile. Quindi, con Albert Camus e Che Guevara possiamo evocare la classica massima per la condotta: siamo realisti, chiediamo l’impossibile».
Parafrasando il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han, siamo immersi nell’impazzito “capitalismo dei like”. Il virtuale avanza spedito e a farne le spese sono le narrazioni di lungo respiro. Come si può riscrivere la trama della giustizia nell’era dei social network?
«L’agorà informatica è ricca di bellezza e di orrore. La libertà di accesso è in tensione con il potere di controllo sulle nostre menti e sulle nostre biografie. Non credo che le narrazioni di “lungo respiro”, come dice lei, siano rese vane o fatue dai social network. Penso piuttosto che l’enorme asimmetria fra i poteri sociali, fra cui quelli della finanza e della comunicazione, e i poteri politici (e quelli dello spazio pubblico di cittadinanza), generi un effetto che ho definito: “la dittatura del presente”».
Ci spieghi.
«L’ossessione sul breve termine contrae e riduce l’ombra del futuro sul presente. Al tempo stesso, la dittatura del presente erode il senso del passato come repertorio o archivio di possibilità alternative. Senza passato e senza futuro, i varchi per le visioni di lungo termine si fanno sempre più stretti. I varchi della speranza politica e civile come le piccole porte da cui poteva entrare il Messia di cui parlava Walter Benjamin. La rete è ineludibile. Nella tensione fra libertà e potere teniamo d’occhio i varchi e le piccole porte in giro per il mondo e diamoci da fare per scrivere e delineare insieme modi di convivenza più decenti. Dal Siam alla California, come concludeva nel diciottesimo secolo la sua preghiera laica Voltaire, nello straordinario “Trattato sulla tolleranza”».
Il modello New Labour di Blair e Giddens continua a suscitare ammirazione in alcuni ambienti riformisti. Tuttavia, sono in molti ad annunciarne il fallimento ideologico e politico. In che stato di salute versa la Third Way?
«I sostenitori della Third Way hanno preso le mosse dalla ragionevole considerazione che il paesaggio sociale, nella costellazione nazionale e postnazionale, subiva mutamenti a volte drastici e improvvisi, a volte lenti e sotto pelle. Di qui, l’esigenza in un mondo mutato di mettere mano a un paniere di mezzi e di politiche innovative, ma leali ai fini ereditati dalle tradizioni plurali dei movimenti e dei partiti socialisti o laburisti o socialdemocratici».
Qualcosa è andato storto.
«Il paradosso consiste nel fatto che, passo dopo passo, i mezzi si sono mangiati i fini. E mentre i processi di globalizzazione avanzavano con luci e ombre, le culture e le politiche della sinistra nei regimi democratici europei (senza considerare l’esperienza dell’amministrazione Clinton) finivano per disperdere e dissipare i loro fini specifici e distintivi, generando sfiducia e apatia o rabbia e indignazione in ampie frazioni di popolazione. Alla fine, “de nobis fabula narratur”».
L’impressione è che i protagonisti della cultura liberal non vogliano tener fede all’imperativo del “tu devi”, trascurando così quel manuale progressista fondato sul bisogno di correggere la realtà in una direzione egualitaria.
«Una seria prospettiva progressista deve porre al primo posto il fine della giustizia sociale come equità. Justice, first. Per l’uguale dignità di chiunque, ovunque gli o le sia accaduto di avere una vita da vivere sull’unico pianeta di cui sinora almeno disponiamo, come ci ha ricordato Stephen Hawking dalla cattedra che fu di Newton».
Intanto la forbice sociale continua ad allargarsi.
«A fronte delle ineguaglianze crescenti e intollerabili che affollano il pianeta, proprio Hawking ha sostenuto: “Possediamo la tecnologia per distruggere il pianeta su cui viviamo, ma non abbiamo ancora sviluppato la tecnologia per sfuggire da questo pianeta. In questo momento condividiamo un solo pianeta, e dobbiamo lavorare insieme per proteggerlo. Per farlo è necessario abbattere le barriere interne ed esterne alle nazioni, non costruirle. Se vogliamo avere una possibilità di riuscirci, è necessario che i leader mondiali riconoscano che hanno fallito e che stanno tradendo le aspettative della maggior parte delle persone. Con le risorse concentrate nelle mani di pochi, dovremo imparare a condividere molto più di quanto facciamo adesso”»