martedì 20 febbraio 2018

Il Fatto 20.2.18
Dalla democrazia alla cachistocrazia
di Eugenio Ripepe
ordinario di Filosofia della Politica all’Università di Pisa


Visto che si riparla di Churchill, come non ribadirne il merito di aver messo in circolazione il solo argomento veramente inattaccabile a favore della democrazia in quanto “peggiore forma di governo eccettuate tutte le altre”? Un merito che vale a fargli perdonare tutto: perfino di non essersi vergognato come un ladro nell’incassare il premio Nobel per la Letteratura.
A lui va la nostra perenne gratitudine perché quella sua frasetta ci immunizza dal rischio che ci vengano in mente le altaniane (non alfaniane) “idee che non condivido”. Anche se, avendo la democrazia il suo tallone d’Achille nella selezione del personale politico, cresce il timore che se non si ferma la deriva che la porta a degenerare in cachistocrazia, cioè in governo dei peggiori, l’argomento di Churchill rischia di risultare… a rischio; e qualcuno potrebbe preferirgli quello di Bertrand Russell: “La democrazia ha perlomeno un merito e cioè che un deputato non può essere più stupido dei suoi elettori, perché più stupido è lui, più stupidi sono stati loro a eleggerlo”. Come se l’elettore fosse sempre libero di votare per chi vuole (v. Rosatellum) e avesse sempre la possibilità di scegliere candidati con Q. I. pari o superiore al suo (idem come sopra)…
Lo scadimento del ceto politico italiano è sotto gli occhi di tutti da tempo, ma se si pensa a come i partiti, o meglio i capipartito, hanno gestito la formazione delle liste elettorali armati di Rosatellum, è difficile non concludere che stavolta hanno proprio esagerato. Una ministra dell’Istruzione e dell’Università entrata al ministero da laureata e prossima a uscirne da ex-laureata (niente da dire sul fatto che non sia (più) laureata: neanche il suo predecessore Benedetto Croce lo era. La differenza – o Dio, la differenza… diciamo una delle differenze – è che Croce non ha mai detto di esserlo), una ministra così, viene ricompensata candidandola a rappresentare in Senato una città che è sede di alcune delle più importanti istituzioni universitarie italiane: gaffe o voluto sberleffo? Altre ministre che, accusate di gravi scorrettezze, hanno preannunciato azioni legali a difesa della propria onorabilità, e poi rinunciato a quanto preannunciato (puntando evidentemente sul fattore tempo; il quale non sempre è galantuomo, ma spesso produce provvidenziali amnesie, oltre che provvidenziali amnistie), vengono premiate paracadutandole in una abnorme quantità di collegi sicuri, a spese di candidati ben più meritevoli, paracadutati anch’essi, ma in collegi a rischio, quindi paracadutati senza paracadute. Un non-partito che si illude di aver risolto il problema della selezione dei propri rappresentanti con un meccanismo che comincia con l’autocandidatura degli interessati (in ogni senso) e prosegue con i clic di parenti e amici da loro mobilitati; ignorando bellamente le ragioni addotte da Platone per convincere che non bisogna votare per chi tiene troppo a essere votato, e quelle analoghe che l’esperienza e il buonsenso avrebbero fatto scoprire autonomamente a Garibaldi qualche millennio dopo (chiedo scusa se parlo bene di Garibaldi). Un candidato-nominato esibito come un fiore all’occhiello solo per aver fatto seguire, in drammatiche circostanze, alle parole “Salga a bordo” una quarta parola che per la verità era una parolaccia, ma scandita con virile cipiglio e punto esclamativo incorporato. Torme di parlamentari dei quali è stata documentata l’incapacità di rispondere a domandine elementari, il cui mandato è rinnovato d’ufficio dai rispettivi boss, senza nemmeno prevedere l’obbligo di frequentare una scuola serale. Stimati dirigenti ruvidamente accantonati per far posto a militi ignoti con nessun altro merito se non quello di essere figli di qualcuno, o compagnucci della parrocchietta di qualcun altro, o di garantire fedeltà canina al padrone pro tempore… Ma basta così: non ce ne è abbastanza per prevedere che l’Italia sarà un giorno ricordata come un fulgido esempio di demeritocrazia eretta a sistema di governo?
Adesso qualche nostro amico riterrà doveroso intervenire con l’indice alzato, o magari puntato, stile zio Sam che chiama alle armi (I want you), spiegandoci: “È la politica, bellezza”. Ma a chi ha la sua patria nel secolo scorso, perché in esso ha passato la parte più lunga della vita, sarà consentito limitarsi a replicare bofonchiando come don Bartolo, il vecchio barbogio del Barbiere di Siviglia: “La musica ai miei tempi era altra cosa”.
P.S. Questa filippica risulterebbe troppo faziosa se non si aggiungesse che nel giudicare gli attori che calcano la scena politica italiana non si può non dar loro atto delle capacità fuori dal comune che devono pur avere se sono riusciti nell’impresa titanica di far giganteggiare retrospettivamente i loro predecessori della Prima Repubblica. E ora anche in quella di farci scoprire nell’astensionismo una legittimità democratica che mai e poi mai avremmo immaginato di potervi trovare.

Repubblica 20.2.18
L’analisi
Berlusconi e Di Maio sul lettino
di Massimo Recalcati


La scelta politica, compresa quella che si esprime nel voto, non dipende mai solamente da valutazioni razionali, ma incorpora sempre il carattere tumultuoso della spinta pulsionale. E in una congiuntura difficile per il nostro Paese come quella che stiamo attraversando questa spinta è fortemente sollecitata. Il fenomeno populista, nelle sue diverse facce, esprime l’essenza di questo dominio della pulsione sulla dimensione critica della ragione. La promessa di incantesimi di ogni genere che la campagna elettorale moltiplica quotidianamente non è un fenomeno tipicamente populista? Enunciare soluzioni magiche e semplificate di fronte a problemi complessi non è appellarsi alla “pancia” del popolo più che alla sua ragione critica? Il ritorno spettrale del berlusconismo e la bipolarità politica del grillismo, che alterna con una frequenza impressionante cambi di rotta radicali su questioni decisive, sono ai miei occhi due sintomi inquietanti di una politica che si lascia interamente guidare dalla spinta pulsionale. Il berlusconismo appare come un chiaro residuo (immortale?) del discorso della pubblicità, dell’azione porta a porta dell’imbonitore, del pasticcere di cui narra Platone nel Sofista che di fronte a dei piccoli pazienti doloranti, anziché prescrivere, come farebbe un medico coscienzioso, un rimedio restrittivo e impopolare, promette accessi illimitati a prelibatezze di ogni genere e specie. In questo modo egli guadagna un consenso facile mettendo però a rischio la salute dei suoi piccoli clienti.
Nel fenomeno del berlusconismo tutto sembra ripetersi uguale a se stesso a dispetto della mutazione dei tempi e dei problemi. La formula resta sempre valida: evocare il pericolo comunista, criticare l’azione vessatoria dello Stato, evocare l’invasione apocalittica dei barbari, promettere soluzioni miracolose che sono in realtà criticate da ogni valutazione tecnica ( vedi, per fare un solo esempio, la cosiddetta “ tassa piatta”). Solo la maschera mummificata di questo leader monco — reso dalla Legge incandidabile — enuncia in modo inequivocabile la verità che le sue parole vorrebbero nascondere: il tempo esiste e lascia dei segni e questi segni parlano di un tramonto fatale e inaggirabile. Resta impressionante constatare come la tradizione liberale del centrodestra italiano si regga interamente sul fantasma della potenza incorruttibile del suo leader, come se la sua politica si riducesse alla custodia di una sorta di talismano ipnotico senza il quale di questo attuale centrodestra non resterebbe nulla se non le urla scomposte delle sue componenti più razziste e xenofobe. La difesa liberale dell’individuo e dei suoi insopprimibili diritti si è tristemente ribaltata nell’idolatria di un solo individuo e dei suoi poteri carismatici, ovvero in una vera e propria psicologia delle masse.
Il polo grillino è invece afflitto da una patologia bipolare sempre più evidente. Anche in questo caso bisognerebbe valutare attentamente l’incidenza della pulsione del loro leader (Grillo, non Di Maio) su questa oscillazione umorale che caratterizza la politica del M5S: non c’è una sola decisiva questione sulla quale questa oscillazione non appaia nei suoi caratteri più grotteschi. L’esempio dell’uscita o meno dall’euro e quello della cosiddetta democrazia interna (sospesa alla regia occulta di una Srl) sono, sempre ai miei occhi, inequivocabili. Bipolarismo inquietante che coinvolge innanzitutto il suo candidato premier. Senza troppi giri di parole il mio mestiere di psicoanalista mi impone una domanda. Non quella consueta che da più parti viene rivolta a Di Maio, ovvero: come può un soggetto che non ha maturato nella sua vita competenze specifiche su nulla, che non ha mai lavorato in una istituzione, che non ha mai avuto incarichi di governo ( di una azienda, di una città, di una qualunque cosa pubblica) essere candidato alla guida di un Paese di sessanta milioni di abitanti?
La mia domanda è un’altra e tocca un piano più pulsionale. Quale assenza di giudizio critico su se stessi comporta l’aver accettato questa candidatura? Lo sgomento di fronte all’ipotesi di Di Maio premier non è per me tanto relativo alla sua incompetenza tecnica, quanto al gesto personalissimo dell’aver accettato questa investitura. Quanti accetterebbero un incarico di questa rilevanza senza avere la più pallida idea di cosa significhi governare la cosa pubblica? È questa assenza di consapevolezza dei propri limiti che fa davvero tremare i polsi. È il polo chiaramente maniacale o, se si preferisce, puramente adolescenziale del M5S. Un fantasma di onnipotenza e di purezza totalmente sganciato dalla realtà. Mi chiedo: ma avrà avuto o avrà almeno una crisi di panico, un momento di vertigine o di angoscia? Glielo auguro perché sarebbe il segno che quell’onnipotenza maniacale che egli, così diverso nel sembiante, sembra aver ereditato dal suo fondatore, in realtà, non lo assorbe integralmente.

Repubblica 20.2.18
Psicologia e bisogno di protezione
Cari mamma e papà perché ho paura?
Le scienze cognitive studiano le origini fin dall’infanzia delle fobie per l’altro, lo straniero
Già dalla nascita si generano emozoni negative e si sviluppano ansia e allarme
di Massimo Ammaniti


Che cosa potrebbe pensare il marziano approdato a Roma, protagonista del libro di Ennio Flaiano, se assistesse a questa campagna elettorale? Giungerebbe alla conclusione che i leader politici appartengono a una specie umana non abbastanza sviluppata nelle aree cerebrali del linguaggio, infatti ripetono in modo ossessivo gli stessi slogan sulla sicurezza senza far capire la complessità dei problemi e le possibili implicazioni.
Chi assiste ai toni allarmati dei politici, mentre parlano dei pericoli provocati dall’arrivo dei migranti per la sicurezza del paese, assorbe inconsapevolmente il senso di una minaccia incombente, con un grave rischio per l’identità nazionale e addirittura per il mondo occidentale. Nella campagna elettorale americana e in quella per la Brexit si è fatto uso dei “Big Data”, ossia delle informazioni raccolte dalle grandi banche dati sulle caratteristiche individuali e di personalità della popolazione. Non si puntava sulle loro capacità cognitive e di ragionamento dei cittadini, si sollecitavano piuttosto le risonanze emotive di paura e di allarme.
Non si può negare che l’arrivo dei migranti possa creare problemi di ordine pubblico e di sicurezza, anche perché non è stato organizzato un piano di accoglienza efficace basato su corsi di apprendimento della lingua e della cultura italiana e di formazione lavorativa. Viene però spesso utilizzato il pericolo dei migranti per far dimenticare i pericoli più gravi della mafia, che gestisce il traffico della droga ed esercita le estorsioni ai danni di commercianti ed imprese. E poi l’inquinamento delle città, i cibi pericolosi per la salute, la viabilità e le ferrovie spesso dissestate.
È lo Stato che non garantisce sufficientemente la sicurezza dei cittadini, costretti a risolvere i problemi quotidiani da soli ricorrendo a compromessi e piccole illegalità, in cui sopravvive il più furbo e il più spregiudicato.
Questa è la fonte di un malessere sociale quotidiano che suscita insicurezze in mancanza di certezza delle regole e di fiducia verso le istituzioni. Ognuno tende a ripiegarsi narcisisticamente su stesso come ha messo in luce il sociologo Christopher Lasch in La cultura del narcisismo.
Il tema della sicurezza sta divenendo una delle maggiori preoccupazioni del mondo occidentale, ribaltando la concezione di Sigmund Freud il quale riteneva che i veri pericoli per l’uomo derivassero dalle pulsioni sessuali ed aggressive inconsce che potevano travolgere la stabilità dell’Io. E mentre Freud riteneva che la motivazione fondamentale fin dai primi anni di vita fosse la ricerca edonistica del piacere, negli anni ’60 del secolo scorso ha preso corpo una concezione diversa secondo cui il bisogno di sicurezza rappresenta l’obiettivo primario di ogni essere umano. L’artefice di questa profonda inversione è stato lo psicoanalista inglese John Bowlby, che si è rifatto agli studi sulle scimmie dei coniugi Harlow, i quali avevano osservato che i piccoli macachi di fronte al pericolo ricercavano il contatto fisico con manichini materni soffici e con il latte. Bowlby ha costruito la cornice della teoria dell’attaccamento utilizzando anche gli sviluppi più recenti della biologia evoluzionistica e della teoria della comunicazione mettendo in luce che la specie umana, come anche altre specie animali, erano riuscite a sopravvivere e ad affermarsi in virtù del legame che si stabilisce fra i bambini e gli adulti che si occupano di loro. L’ipotesi di Bowlby è stata confermata da studi sui bambini e sulle età successive da Mary Ainsworth, Allan Sroufe, Mary Main e altri.
I piccoli nascono predisposti a ricercare la protezione dei genitori e degli adulti che sono fondamentali per il raggiungimento del senso di sicurezza.
Ulteriori conferme a queste osservazioni psicologiche sui bambini derivano dagli studi neurobiologici, effettuati sia negli Stati Uniti che in Italia, che hanno mostrato che in alcune aree del cervello, in particolare nella corteccia orbito-frontale, sono attivi dei circuiti cerebrali che favoriscono i legami di attaccamento, anche se la maturazione di questi circuiti dipende dalle esperienze positive e rassicuranti che si hanno coi genitori.
E quando nei bambini piccoli la protezione viene meno oppure intervengono situazioni negative, il senso di insicurezza prende il sopravvento e si generano emozioni negative come allarme, paura ed ansia. Un’altra possibile reazione sono la rabbia e l’aggressività che vengono dirette verso i pericoli esterni, ma anche verso di sé. Vale la pena di ricordare che intorno al primo anno i bambini di fronte ad una persona sconosciuta reagiscono con “l’ansia dell’estraneo” descritta da René Spitz, perché è una figura diversa dai genitori .
Allora sono insiti nella natura umana il rifiuto e la paura verso gli estranei? Anche in questo caso la ricerca ha messo in luce che se i genitori si mostrano amichevoli verso l’estraneo il bambino gli si potrà avvicinare senza paura, mentre se si mostrano diffidenti, i bambini cresceranno sospettosi ed impauriti, anche se a volte questo viene mascherato con l’arroganza e l’intolleranza.
Queste ricerche ci aiutano a comprendere meglio anche le dinamiche sociali dell’intolleranza e del razzismo che possono avere radici nella storia personale, ma che possono essere amplificate dal clima di paura e di insicurezza a livello sociale, a volte sollecitato , col rischio «il sonno della ragione generi mostri», come scrisse il pittore spagnolo Francisco Goya .

Repubblica 20.2.18
Le relazioni pericolose tra l’arte e la follia
di Susanna Nirenstein


Che relazione c’è tra follia e impulso creativo? Nel giugno 1945 il pittore francese Jean Dubuffet, l’architetto Charles- Edouard Jeanneret ( meglio noto come Le Corbusier) e l’editore Jean Paulhan partirono per un giro in Svizzera organizzato dall’ente del turismo: verdi colline, laghi, stupefacenti montagne. Ma Dubuffet, preso da tutt’altro, si mise invece a visitare almeno mezza dozzina di ospedali psichiatrici in cui raccolse disegni e quadri: gli interessava arricchire la raccolta di opere d’arte, che aveva già iniziato a collezionare, realizzate da malati di mente. Al Waldau Asylum, fuori Berna, vide per la prima volta i 25mila tra testi, bozzetti, collage, composizioni musicali in cui Adolf Wölfli ( 1844- 1930), un artista orfano violentato e a sua volta violentatore, aveva reimmaginato la storia della sua infanzia e sognato il suo futuro: quando a Parigi André Breton guardò quelle cartelle le definì « una delle tre o quattro opere più importanti del XX secolo » . Dubuffet si prese anche le illustrazioni di Heinrich Anton Mueller, un depresso grave: più tardi qualcuno paragonò i suoi disegni di Eva con il serpente alle pennellate di Chagall. Ora tutta la la collezione di Dubuffet — sulla cui base l’artista fondò, con Breton e Tapié, la Compagnie de l’Art Brut — è ora finalmente visibile, in una mostra intitolata La Folie en Tête, in corso alla Maison de Victor Hugo a Parigi fino al 18 marzo.
Ma dunque che arte e malattia mentale corrano insieme è vero o è un mito? Se lo chiede la raffinata rivista americana The Paris Review, a partire proprio dalla mostra parigina. Per rispondere che non c’è nessuna prova scientifica a sostegno del legame tra le due sfere. È vero, secondo uno studio della Johns Hopkins, che le menti creative ( soprattutto i poeti) soffrono di depressione da 10 a 30 volte più spesso della popolazione media. Ed è incontrovertibile che siano abitati spesso da disturbi dell’umore, compresa la bipolarità, o l’alcolismo. Ma molti scienziati sostengono che la sofferenza possa diventare arte solo nei momenti di calma e stabilità. Un esempio per tutti? Vincent van Gogh, naturalmente: nelle sue lettere non c’è traccia che la malattia mentale aumentasse ispirazione e pittura, anzi, era preoccupato che la sofferenza potesse rubargli i momenti quieti in cui riusciva a realizzare.
Rendendo più credibile quel che raccomandava Flaubert: « Nella vita siate regolari e ordinati, così da poter essere violenti e originali nel vostro lavoro » .

Il Fatto 20.2.18
Il massacro di Utoya in un piano sequenza
In concorso l’opera del norvegese Poppe, “per non dimenticare”
di Anna Maria Pasetti


Il film che non avremmo mai voluto vedere (nella realtà) è approdato ieri in concorso. Utøya 22 July porta nel suo titolo l’eloquenza di una strage indimenticabile eppure – paradossalmente – non abbastanza ricordata. Il regista norvegese Erik Poppe ha infatti ritenuto urgente e necessario realizzarlo alla luce di due fattori inquietanti: “La crescente ondata di estrema destra dilagante in Europa e le discussioni avvenute nel mio Paese su dove collocare i monumenti ‘memoriali’ sia della bomba di Oslo che del massacro dei giovani a Utøya. Un dibattito surreale che ha surclassato la memoria e il rispetto delle vittime, delle loro famiglie e dei sopravvissuti alle tragedie del 2011”. L’ex fotografo e ora cineasta Poppe si è armato di coraggio e ha ripercorso i dettagli spazio-temporali dell’attentato operato da Anders Breivik, intervistando ogni sopravvissuto nella speranza di elaborare un film che desse la miglior giustizia possibile a chi l’ha subìto.
E tra le opzioni possibili, Poppe ha scelto la più complessa tecnicamente ma di certo la più adatta a mantenere alta la tensione: il suo film infatti è un unico pianosequenza di 72’, ovvero la durata precisa del massacro dei giovani laburisti riuniti sull’isola, 69 dei quali persero la vita in quel maledetto pomeriggio di luglio. Iniziando con un prologo con scene d’archivio sull’attentato di poco precedente, quello di Oslo, Utøya 22 July conduce lo spettatore nel punto di osservazione della giovane Kaja che, mentre tenta di proteggersi dagli spari, non smette di cercare la sorella minore Emilie fra le tende del campo. Poppe ha girato nei luoghi indicati dai testimoni per cinque giorni. I sopravvissuti e le famiglie delle vittime sono stati i primi a visionare il film, e Dieter Kosslick ha deciso di farlo concorrere per l’Orso d’oro.

Repubblica 20.2.18
Berlinale di sangue tra Utoya e Entebbe
di Arianna Finos


BERLINO Il norvegese Erik Poppe porta alla Berlinale i settantadue agghiaccianti minuti del massacro, raccontato in tempo reale e dal punto di vista delle vittime, messo in atto nell’isola di Utoya da un estremista di destra il 22 luglio del 2011.
Il brasiliano José Padilha ricostruisce invece i sette giorni di Entebbe, il dirottamento dell’Air France e la liberazione degli ostaggi dell’esercito israeliano in Uganda, nel 1976.
Una cronaca di sangue, quella che si vede sugli schermi della rassegna tedesca, nella giornata in cui la critica internazionale esalta l’unico film italiano in concorso, Figlia mia, di Laura Bispuri e 160 filmmaker (tra cui anche molti italiani) lanciano un appello alle autorità per affontare le criticità del cinema futuro, dalla pirateria al dirittod’autore.
«Il mio film è un antidoto al terrorismo neofascista che sta rialzando la testa in Europa», spiega il regista del suo U- July 22, in concorso. Un’unica sequenza per raccontare della strage dalla prospettiva di uno dei cinquecento ragazzi del campeggio pacifista sulla piccola isola al largo di Oslo. A cadere sotto i colpi dell’estremista furono in 69. «Per raccontare la verità occorre la finzione», dice Poppe che apre il film con le immagini vere della bomba a Oslo di qualche ora prima e poi ci porta sull’isola con Kaja, una degli adolescenti. «Un personaggio inventato, perché portare una storia in primo piano avrebbe fatto sembrare meno importanti le altre». Kaja parla al telefono con la mamma, discute con la sorella che non vuole seguirla al barbeque. Commenta con gli amici la bomba di Oslo, poi gli spari e l’inizio dell’incubo: non si sa quanti siano gli aggressori, c’è chi pensa a un’esercitazione.
Li confonde il fatto che chi spara è vestito da poliziotto. Inizia il pellegrinaggio di Kaja, la macchina da presa è su di lei e non si stacca mai, alla ricerca della sorella tra i ragazzi in fuga, chi si nasconde tra i cespugli, chi cerca la fuga a nuoto. Un bimbo paralizzato dalla paura nel suo impermeabile giallo, un’adolescente in fin di vita, i corpi a galleggiare, quelli riversi a terra. Qualche minuto di quiete, Kaja racconta la sua passione per la politica, canta, per un attimo dimentica.«Non c’era posto per l’happy ending, volevamo lasciare però un filo di speranza».
Il film, ben girato, solleva qualche dubbio etico. Ma il regista e le sceneggiatrici rivendicano la correttezza dell’operazione.
Sopravvissuti e parenti delle vittime sono stati consultati in ogni fase. Tre di loro hanno accompagnato U- July 22 a Berlino: «Ci si è troppo concentrati sul terrorista e le sue motivazioni, intanto il ricordo dei fatti svanisce. In Norvegia non si riesce a decidere dove mettere un monumento ai caduti. Il nostro non è un monumento ma spero riesca ad esprimere la nostra rabbia collettiva». «Quest’opera è utile perché non siamo in grado di raccontare a parole ciò che abbiamo vissuto - dice Ingrid, una delle sopravvissute – bisogna mostrare quello a cui l’estremismo di destra arriva nella sua forma più mostruosa.
Dobbiamo insegnare alla nostra società che bisogna combatterlo».
È un terrorismo più lontano nel tempo quello di José Padilha, in 7 day in Entebbe ricostruisce il sequestro dell’Air France diretto a Tel Aviv, lo scalo in Uganda e il blitz dell’esercito israeliano per liberare gli ostaggi, nel 1976. Il tentativo, è quello di un cinema alla Costa-Gavras, che il cineasta brasiliano cita come suo modello (ma con altri risultati) proponendo «una versione diversa da quelle solo militari viste finora». E «uno stallo politico che dura ancora oggi».

Repubblica 20.2.18
La studentessa scampata alla strage: “I miei compagni non siano morti invano”
"Frequento il primo anno nella scuola superiore dove sono state uccise 17 persone. Se avete un cuore, dovete chiedere che le cose cambino perché non accada mai più"
di Christine Yared

qui

Repubblica 20.2.18
Confini
Paese che vai, psicosi che trovi
di Francesco Crò


La stabilità e la coesione sociale proteggono dai disturbi mentali. È quanto emerge da uno studio internazionale che ha evidenziato una maggiore incidenza di psicosi tra i giovani appartenenti a minoranze etniche e senza una casa di proprietà. Un gruppo di ricercatori, coordinati dall’epidemiologa Hannah Jongsma dell’università di Cambridge e appartenenti a università e ospedali di sei nazioni (per l’Italia l’ospedale universitario di Verona, il policlinico Giaccone di Palermo e l’università di Bologna), ha indagato il ruolo dei fattori di rischio ambientali nell’incidenza dei disturbi psicotici analizzando i dati di oltre 2700 pazienti. I risultati sembrano smentire la convinzione, abbastanza diffusa tra i clinici, che la schizofrenia e le altre forme di psicosi abbiano sostanzialmente la stessa incidenza in tutto il pianeta: i tassi della malattia sono infatti abbastanza differenti nelle diverse aree studiate, variando dai sei casi su centomila abitanti all’anno osservati a Santiago (Spagna) ai quarantasei registrati a Parigi. Gran parte di questa variabilità appare giustificata dal livello di frammentazione sociale, i cui effetti sono più pesanti sui segmenti più vulnerabili della popolazione; la disoccupazione sorprendentemente non appare essere un fattore di rischio, mentre l’elevata densità di popolazione (associata ad alti tassi di psicosi in studi precedenti) sembra esserlo nei Paesi del Nord Europa ma non in quelli mediterranei.
Psichiatra, Dip. di Salute mentale, Viterbo

Repubblica 20.2.18
Teens
Sono aggressivo, dunque sono, l’equazione under18
di Lauro Quadrana


I media raccontano, quasi ogni giorno, di giovani aggrediti in maniera brutale da coetanei, spesso appartenenti a baby gang. A lasciare esterrefatti è che gli atti di vandalismo e bullismo (gravi di per sé), hanno lasciato il posto all’ostentazione del potere, alla violenza gratuita fatta per sfregio più che per ragioni economiche. Non tutti gli episodi di violenza di giovani sono ascrivibili alle baby gang che hanno una connotazione specifica, una struttura verticale guidata da un leader, regole rigide di inserimento e mantenimento dei ruoli: tutti elementi volti al controllo del territorio attraverso reati contro il patrimonio o contro la persona. L’aggressività in adolescenza può essere inquadrata come una proprietà adattativa utile all’auto-preservazione, alla propria autonomia, alla difesa e padronanza del territorio.
Alcuni studi Usa, sulla base di una casistica di interviste auto-compilate da giovani, hanno dimostrato che a 17 anni il 30–40% dei ragazzi e il 16–32% delle ragazze aveva commesso un reato: aggressione aggravata, rapina, scontri tra bande o violenza sessuale (U.S. Department of Health and Human Services, 2001). Negli Usa gli omicidi, a dispetto della importante diminuzione del numero a opera di minorenni nei primi anni ’90, rimane la seconda causa di morte tra i 15 e i 19 anni dopo gli incidenti e prima dei suicidi.
La violenza nei giovani può manifestarsi in molte forme: dalla lotta “ludica” tra compagni, ad atti di bullismo, sino a omicidi tra gang e sparatorie. In termini di età di sviluppo la violenza è un fenomeno intrinsecamente legato all’infanzia e all’adolescenza, in cui possono manifestarsi le prime tendenze aggressive che esulano dai normali approcci sociali. È molto difficile che un ventenne compia in futuro atti di violenza, se non ne ha compiuti nell’infanzia e nell’adolescenza.
I giovani tendono a bruciare le tappe perché scontano una crisi innanzitutto familiare e poi individuale. La strategia riguarda il poter ricostruire figure genitoriali credibili.
Un’educazione empatica che passi attraverso la riscoperta dei ruoli.
Nella famiglia di oggi, nucleare o monoparentale, non esistono più ruoli netti. I ritmi di vita uccidono l’ascolto e la conversazione, minimizzando spesso l’atto violento e legittimando il ragazzo aggressivo a mascherare la sua negligenza.
Neuropsichiatria infantile Policlinico Umberto I, Roma

Dipendenze
La meditazione aiuta contro abbuffate e droghe
Analizzate 30 ricerche sui benefici della mindfulness per prevenire o interrompere il desiderio incontrollabile di cibo e sostanze
di Anna Rita Cillis


Che la meditazione possa aiutare non è una novità. Di studi sui suoi effetti ne esistono diversi. Ora però un nuovo lavoro — che ha analizzato 30 precedenti ricerche sull’argomento — apre la strada ai benefici della mindfulness, ovvero la meditazione cosciente, per prevenire o interrompere il desiderio sfrenato di cibo e droghe come quello di sigarette o alcol.
Il lavoro arriva da City, University of London, e a metterlo nero su bianco è stata Katy Tapper, docente al dipartimento di Psicologia dell’ateneo inglese.
« Lo studio suggerisce che determinate strategie basate sulla consapevolezza possono aiutare a prevenire o interrompere le voglie, occupando una parte del cervello che contribuisce allo sviluppo dei desideri incontrollabili » , spiega Tapper che però aggiunge: « Dev’essere ancora provato che le strategie di mindfulness siano più efficaci di altre strategie come ad esempio l’utilizzo di immagini » . Tuttavia, fa notare la docente, «ci sono diverse prove che suggeriscono come la pratica regolare della meditazione in piena coscienza possa ridurre la misura in cui le persone sentono il bisogno di reagire alle loro voglie, anche se sono necessarie ulteriori ricerche per confermarne l’effetto». Insomma servirà dell’altro lavoro per appurare se la tecnica possa davvero essere uno strumento in grado di placare, anche solo parzialmente, i meccanismi che trasformano una voglia in dipendenza.
L’analisi inglese, che è stata pubblicata sull’ultimo numero di Clinical Psychology Review, analizza 30 precedenti ricerche sugli effetti della piena coscienza per interrompere il desiderio incontrollabile attraverso un meccanismo ben preciso, ovvero caricando la memoria di lavoro, cioè quella a breve termine, che si occupa dell’elaborazione percettiva e linguistica immediata.
Del resto, la mindfulness ha una lunga tradizione nell’affrontare le voglie improvvise ma recentemente è stata indirizzata in modo mirato per apportare cambiamenti clinicamente rilevanti nel comportamento.
Nella sua recensione Katy Tapper chiarisce come interventi basati sulla mindfulness utilizzino un’ampia gamma di strategie per fermare alcuni tipi di pensieri.
Come gli esercizi studiati per promuovere una maggiore consapevolezza delle sensazioni corporee, per sviluppare un atteggiamento di accettazione verso sentimenti spiacevoli o per aiutare le persone a “ separarsi” dai loro pensieri e dalle loro emozioni.

Repubblica 20.2.18
Il libro
Come è difficile parlare di suicidio con i bambini
di Valeria Pini


Ci sono esperienze che i bambini non dovrebbero mai affrontare. Come il suicidio di un genitore o di un familiare. La separazione da una persona amata è un dolore profondo, ancora di più se non c’è un motivo apparente. Episodi difficili da gestire per gli adulti, ancora di più per i ragazzini. Il libro Io ci sarò per te - E quando avrò paura della psicologa e psicoterapeuta Anna Rita Verardo (Fioriti ed., 30 euro) affronta questo tema complesso.
Parla di storie come quella del pittore belga René Magritte. Era adolescente quando la madre si tolse la vita, lasciandosi annegare in un fiume. Il corpo fu ritrovato con una camicia da notte bianca attorno al volto, un’immagine che compare spesso nei quadri dell’artista. Nel suo libro, Verardo alza il velo che avvolge racconti come questo, le vite dei familiari di chi si è tolto la vita. Episodi che spesso entrano a far parte dei ‘segreti nelle famiglie’, proprio perché ancora oggi il suicidio è un argomento avvolto da un forte stigma. Eppure, come spiega l’esperta, la vera cura e la via per fare prevenzione, è la parola.
Nella prima parte del libro, l’autrice spiega agli adulti come aiutare i ragazzini che hanno vissuto quest’esperienza traumatica. Gesti e parole per accompagnarli nel lutto. Nella seconda sezione ci sono invece una serie di esercizi pratici da far fare ai bambini per combattere le paure e superare i sensi di colpa dopo il trauma. Cruciverba e quiz per riacquistare fiducia e sfogare la rabbia. Perché la morte di un genitore è un colpo per lo sviluppo psico-emotivo di un bambino. E per questo è fondamentale intervenire subito in un percorso di cura.

La Stampa 20.2.18
Il nazismo occulto
Maghi e astrologi al servizio di Hitler
Il libro di Eric Kurlander è una miniera di dati ma il paranormale fu così importante nel Reich?
di Claudio Gallo


A leggere le recensioni uscite l’anno scorso sui giornali anglosassoni, il verdetto su I mostri di Hitler di Eric Kurlander, appena tradotto in Italia (Mondadori, pp 600, € 30), sembra scontato. Definitivo, esaustivo, denso ed erudito sono gli aggettivi impiegati dai recensori, per la maggior parte entusiasti. Tuttavia, dopo aver affrontato il volumone composto per quasi un terzo di note e indici, bisognerà, almeno parzialmente, cantare fuori dal coro. L’opera infatti non mantiene le promesse: troppe ripetizioni, un uso delle fonti disinvolto, una tesi di fondo, la cultura esoterica e misterica (Kurlander introduce il concetto un po’ vago di soprannaturale) come parte integrante del credo nazista, alla fine tutt’altro che dimostrata. Non che il libro sia privo di valore: l’apparato critico è imponente e specialmente il capitolo sulla «guerra del Terzo Reich all’occulto» apre una nuova e interessante finestra sul rapporto ambiguo del partito nazista con l’occulto.
L’intento dell’autore, professore di storia alla Stetson University in Florida, è di correggere la visione «revisionista» di autori di riferimento come Nicholas Goodrick-Clarke e Corinna Treitel per i quali il rapporto del nazismo con il soprannaturale è tutto sommato secondario. Per farlo Kurlander squaderna citazioni a raffica, talvolta anche un po’ troppo liberamente: la Germania nazista sembra un film di Indiana Jones, un capitolo di Thomas Pinchon se non Castle Wolfenstein, il popolare videogioco gotico-nazi.
Espressioni come «a quanto pare», «sembra che» spuntano con un po’ troppa insistenza, come nella citazione di un titolo dell’esoterista tedesco Ernst Schertel, Magia: storia, teoria e pratica della metà degli Anni 20, che Hitler avrebbe «quasi certamente» letto e sottolineato. Una nota spiega che il volume viene da una «biblioteca di Hitler» (una delle molte) ritrovata a Berchtesgaden dagli americani. Il rimando è a un articolo sulla rivista The Atlantic dove però uno storico che si è occupato della collezione di 3 mila volumi spiega: «C’erano pochi indizi che molti di questi libri avessero fatto parte della sua (di Hitler ndr) biblioteca personale e ancora meno prove che ne avesse letto alcuni». Nonostante questo, nel seguito del suo libro Kurlander lascia da parte ogni dubbio e usa le presunte sottolineature del Fuehrer come fondamento dei suoi ragionamenti.
La «Thule-Gesellschaft» di Von Sebottendorf è presentata come una società esoterica incubatrice del futuro partito nazista, mentre (a parte le riserve sulle affermazioni di un personaggio poco attendibile come il fondatore), c’è da chiedersi se l’occultismo non fosse invece un paludamento per coprire l’attività più propriamente politica e anticomunista.
Tra la miriade di note interessanti e preziose che punteggiano il testo non mancano apparenti imprecisioni, come quando si scrive che Jung teneva «un libro degli incantesimi per fare magie in nome di Baldur» (il dio norreno, ndr). La fonte è stranamente una versione online (irraggiungibile) del libro junghiano Ricordi, sogni e riflessioni. Nella versione cartacea americana del 1989 tuttavia il rimando non esiste. C’è invece una citazione di Baldur in un altro libro simile ma non considerato nella nota: Jung parla, interviste e incontri dove a pag 179 dell’edizione americana lo psicanalista racconta di un contadino svizzero che farebbe incantesimi in nome di Baldur. Ma è una storia diversa.
Kurlander cita profusamente come fonti attendibili libri come Le cause occulte della guerra odierna (1940) del giornalista scozzese Lewis Spence, autore di testi su Atlantide che teorizzava come i britanni provenissero dal nordovest dell’Africa. Altrettanto utilizzato è il libro del 2002 di Victor e Victoria Trimondi Hitler, Buddha, Krishna, un’empia (unholy) alleanza dal Terzo Reich a oggi. Gli autori, marito e moglie che prima di cambiare nome si chiamavano Herbert Röttgen e Mariana Déçus, sono stati spesso criticati per la mancanza di accuratezza dei loro lavori.
In alcune parti del libro, come ad esempio nell’epilogo, Kurlander mostra di non ignorare come l’occultismo per quanto apprezzato sia comunque solo una componente del fenomeno nazista e altri fattori più materiali come l’economia e la situazione sociale e politica del primo dopoguerra abbiano contribuito potentemente all’ascesa di Hitler, tuttavia in alcuni capitoli la Germania nazista sembra un enorme manicomio popolato da dementi che si credono Thor.
All’opposto, in un libro come I proscritti (1930) di Erst von Salomon che racconta l’epopea maledetta dei freikorps al tempo della Repubblica di Weimar, il background occultista e mistico è assente. Così come un osservatore predisposto alle fumisterie romantiche come Alphonse de Chateaubriant non coglie, nel 1937, alcuna atmosfera esoterica nel suo estatico ritratto della Germania hitleriana Il Fascio di forze che gli varrà il devastante giudizio di Brasillach «un babbeo nel Walhalla». Anzi, quando a un tedesco viene chiesto che cosa pensi di Wotan, la risposta è «Wotan? Ma Odino non è più niente per noi, niente di più di quel che sia per voi (francesi, l’antica divinità celtica ndr) Teutate».
Tra le due guerre, le credenze nel paranormale, forse particolarmente radicate tra i tedeschi, erano diffuse in tutte le culture e ancora lo sono. Se i nazisti consultavano gli oroscopi, lo stesso faceva molto tempo dopo anche Ronald Reagan, attraverso la moglie Nancy fanatica dell’astrologia.
Secondo Marco Pasi, studioso di esoterismo che insegna storia all’Università di Amsterdam, «il rapporto tra esoterismo e modernità è un rapporto molto più complesso e ambiguo di quanto si credeva in precedenza, secondo una vecchia vulgata di stampo positivista. Lo dimostra il fatto che, prima della Prima Guerra Mondiale, un numero significativo di movimenti di tipo occultista ed esoterico erano vicini a posizioni progressiste. Non è quindi sostenibile l’idea che l’esoterismo si identifichi solo ed esclusivamente con movimenti politici reazionari o di estrema destra».
I mostri di Hitler è una preziosa miniera di dati, ma l’immagine che comunica della Germania nazista è per lo meno discutibile.

il manifesto 20.2.18
Boldrini vuole sciogliere i gruppi neofascisti
La campagna della presidente della camera riceve apprezzamenti quasi solo in LeU. Il problema dell'ammissione dei simboli alle elezioni e lo strumento della "sospensione"
di Andrea Fabozzi


Si devono, e si possono, «sciogliere i gruppi che si ispirano al fascismo», come ha invitato a fare Laura Boldrini domenica, parlando davanti al murale antifascista del quartiere Niguarda di Milano?
La presidente della camera ha aderito da tempo alle diverse iniziative con cui l’Associazione nazionale partigiani sta cercando di richiamare l’attenzione sui rischi del neofascismo montante. L’appello «Mai più fascismi», promosso da Anpi, Arci, Acli, Aned, Cgil, Cisl, Libera e altre associazioni chiede appunto lo scioglimento delle formazioni neofasciste e neonaziste e ha raccolto oltre 60mila firme online e altre per le strade dall’inizio dell’anno. Il ministro dell’interno è rimasto assai più prudente, spiegando in diverse circostanze – anche nelle aule parlamentari – che senza una condanna definitiva non si può procedere allo scioglimento. L’uscita di Boldrini di domenica ha ricevuto apprezzamenti quasi solo dalla lista per la quale è candidata alla camera. Il presidente del senato Pietro Grasso, numero uno di Liberi e Uguali, si è immediatamente associato, così come hanno fatto i tre leader dei partiti che compongono la lista, Speranza, Fratoianni e Civati. Qualche adesione è arrivata anche dal Pd, la ministra Fedeli ha detto che «chi è fuori dalla nostra Costituzione è fuori dalla legge», mentre la sinistra di Potere al popolo ha accusato Grasso e Boldrini di «antifascismo elettorale»: «Non è una cosa seria», ha sentenziato Maurizio Acerbo. Identica dichiarazione invece è arrivata dagli ex berlusconiani di centro, sia che siano schierati di nuovo con Berlusconi sia che appoggino ancora Renzi: «Bisogna sciogliere anche i centri sociali», hanno detto sia Maurizio Lupi che Fabrizio Cicchitto. Mentre Salvini ha promesso che lo farà direttamente lui: «I centri sociali li sigilliamo».
Ma non è necessario arrivare a Salvini e alla sua più che leggibile rincorsa alla destra estrema: la tendenza a mettere sullo stesso piano fascisti e antifascisti è ormai diffusa. È un po’ la linea che aveva portato il ministro dell’interno a provare a vietare il corteo antifascista del 10 febbraio a Macerata. E, da Bologna a Napoli, in questi giorni le forze dell’ordine sono impegnate soprattutto a garantire le manifestazioni di Forza Nuova e Casapound (con che metodi lo si legge in questa stessa pagina). A Minniti l’Anpi e gli altri firmatari dell’appello «mai più fascismi» avevano rivolto un invito, a gennaio, perché non fossero ritenuti ammissibili alle elezioni i simboli delle formazioni neofasciste. Il ministero si è invece attenuto alla lettera della legge, che non consente simboli con richiami diretti o indiretti al fascismo e al nazismo, cosa che sia CasaPound che Forza Nuova hanno evitato – al netto della ormai sdoganata Fiamma Tricolore che con la seconda è alleata (del resto le tre liste erano presenti già alle elezioni del 2013).
Ma non è stato tanto, negli anni, un ostacolo di tipo formale a bloccare lo scioglimento delle formazioni neofasciste, previsto non solo dalla Costituzione (XII disposizione finale) ma dalla legge Scelba (1952) e poi dalla legge Mancino (1993), e forse nemmeno uno spirito volterriano. È stata piuttosto la considerazione politica che fosse preferibile non regalare a formazioni poco pericolose, a livello di coinvolgimento di massa, la patente di perseguitati. Minniti, che in questo è erede di una tradizione anche del Pci, sembra ritenere che questo resti l’atteggiamento migliore anche di fronte al recente rafforzamento di queste formazioni. E alla loro cresciuta pericolosità.
La legge Scelba in effetti, e anche la legge Mancino, prevedono lo scioglimento delle formazioni che perseguono la ricostruzione del partito fascista solo a seguito di condanna penale; così è stato negli anni Settanta per Ordine nuovo e Avanguardia nazionale. Le legge Mancino però prevede anche lo strumento della sospensione cautelare – lo fa attraverso un richiamo alla legge Anselmi contro le logge segrete – nei casi di comprovate violenze o incitamento alla violenza con finalità razziste. Ma come slogan «sospendiamo le formazioni neofasciste» funzionerebbe poco, anche in campagna elettorale.

La Stampa 20.2.18
Perché sdoganare il fascismo è un errore
di Vladimiro Zagrebelsky

qui

il manifesto 20.2.18
La polizia carica chi contesta Casa Pound
di Adriana Pollice


NAPOLI «L’arroganza, la protervia di un gruppo di manigoldi che hanno bloccato un punto centrale di Napoli lascia un livello di inquietudine. C’è una strategia mirata per colpire le forze dell’ordine». È il commento del questore di Napoli, Antonio De Jesu, domenica sera dopo le ripetute cariche delle forze dell’ordine contro il corteo antifascista sceso in strada per protestare contro l’iniziativa elettorale di Casa Pound, con il leader nazionale Simone Di Stefano ospite d’onore all’hotel Ramada.
L’albergo era protetto da reti e camionette, droni e idranti, praticamente irraggiungibile. Oltre 200 tra poliziotti e carabinieri schierati dalle 14. Il corteo (circa 400 manifestanti) ha evitato in ogni modo il contatto con i reparti, sfilando per il Vasto e attraversando piazza Garibaldi. Arrivati all’hotel Terminus, il corteo ha seminato il dispositivo di sicurezza e, imboccato un vicolo, è sbucato nello slargo che si biforca: a destra la strada che porta al Ramada, a sinistra corso Lucci, entrambi bloccati da reparti e camionette.
Una delegazione si è mossa per contrattare il passaggio proprio da corso Lucci ma a gestire l’ordine c’era il vicequestore Maurizio Fiorillo: protagonista delle cronache sul G8 di Genova 2001 mentre a settembre 2015, in occasione della visita di Matteo Renzi a Napoli, i manifestanti hanno raccontato che avrebbe urlato a più di uno «ti sparo in testa!». Domenica ha replicato: «Vi faccio vedere io come ve ne andate». Così è partita a freddo la carica che ha colpito il corteo alla testa e alla coda. Chi è scappato verso la Stazione centrale è stato bloccato contro il muro perimetrale e fermato manganelli alla mano.
Una decina i feriti, in tre hanno avuto bisogno di cure mediche: due per i colpi alla testa e uno per sospetta lesione ai tendini della mano. I manifestanti sono stati tenuti per un’ora in fila, in piedi faccia al muro e perquisiti, scene da dittatura. In 24 sono stati portati in questura (tre i minori), 23 i denunciati. I manifestanti si sono radunati all’ingresso della questura e sono stati caricati ancora. Le numerose immagini diffuse in rete mostrano la natura pacifica del corteo: «Nessuna molotov come qualcuno ha scritto – raccontano – e neppure provocazioni. Gli unici petardi esplosi sono stati quelli dopo la carica per cercare di rallentare la caccia all’uomo».
Mentre l’imponente servizio d’ordine sigillava ogni accesso al Ramada, Di Stefano arringava i suoi seguaci con «faremo volare le sedie in Parlamento» e «siamo i gloriosi eredi del fascismo italiano» con tanto di standing ovation. Il sindaco, Luigi de Magistris, ha commentato: «È una cosa aberrante, si sta ponendo un crinale in cui si equiparano fascismo e antifascismo». Ieri i manifestanti si sono riuniti in assemblea e poi sono andati in corteo sotto la sede del Pd.

Corriere 20.2.18
Macché post. Riecco fascisti e comunisti
di Pierluigi Battista


Certo, faceva impressione l’immagine di Pier Ferdinando Casini nella rossa Bologna che nella sua nuova veste di candidato dell’un tempo osteggiato Pd parla mentre alle spalle appaiono le icone severe di Gramsci e di Togliatti. Va bene, Gramsci è patrimonio universale della cultura e della civiltà, ma Palmiro Togliatti è stato il segretario del Partito comunista italiano con un fosco passato nei meandri del moscovita Hotel Lux al tempo delle purghe staliniane. E allora, perché ci si chiede che ci fa Casini sotto quell’icona e non ci si chiede invece cosa ci faceva e ci fa il Pd con l’immagine di Palmiro Togliatti? Dice: le tradizioni. Ma dentro quel partito, si diceva, si materializzava la confluenza di culture diverse, ex comunisti, ex democristiani, ex socialisti, ex di tutto. Rosy Bindi, per dire, che ci faceva con Togliatti dietro? E Bersani, in una sezione con i ritratti di De Gasperi, don Sturzo e Amintore Fanfani avrebbe fatto un figurone? Ma forse, in una campagna elettorale dominata prepotentemente dal ritorno delle ideologie e attraverso l’immagine del forlaniano Casini ora togliattizzato, sta svanendo un’immagine della Seconda Repubblica come regno post-ideologico in cui le identità di un tempo si erano sciolte. Ora invece sono tornati i comunisti contro i fascisti. I fascisti che con le trasformazioni della Seconda Repubblica sembravano post, da ex sono tornati fascisti, si dicono fascisti, si rivendicano fascisti. E anche i comunisti ridiventano togliattiani, senza bisogno di nascondersi in un’«exeità» mal sopportata per decenni. La campagna elettorale presenta la parola «fascismo» come una delle espressioni dominanti. A sinistra, nei discorsi e nei comizi, si riesuma anche la polverosa categoria del «sinceramente democratico» con cui in passato si gratificava la figura del buon «compagno di strada». Si riprende a litigare persino sulle foibe. E i busti del Duce. Non ci si nasconde più, e neanche Casini si nasconde con Togliatti. Il passato che non è passato.

Corriere 20.2.18
Giampaolo Pansa
«La Resistenza? Una storia falsa»
di Aldo Cazzullo


«La storia della Resistenza come la conosciamo è falsa, e va riscritta — dice Giampaolo Pansa al Corriere —. Il 4 marzo? Non voterò».
Giampaolo Pansa, chi è il «comandante bianco», Aldo Gastaldi, nome di battaglia Bisagno, cui lei dedica il suo nuovo libro?
«Era un eroe. L’unico comandante partigiano non comunista della terza divisione Cichero, la più importante della Liguria. Morto in circostanze misteriose subito dopo la fine della guerra. Sono convinto che sia stato assassinato».
Come lo descriverebbe ai lettori del Corriere?
«Un Gesù Cristo con il fucile. Profondamente cattolico. Mi ha raccontato un testimone che ogni settimana spariva nella notte della Val Trebbia. Prendeva la sua motocicletta, andava da un parroco, picchiava con le dita sul vetro della canonica per farsi riconoscere, si confessava, riceveva la comunione. Talora assisteva alla messa. Poi tornava dai suoi uomini. Quando è morto, a 24 anni, era ancora vergine».
Perché?
«Per lui un buon cattolico non doveva avere rapporti prima del matrimonio. Come disse Amino Pizzorno, nome di battaglia Attilio, capo del Sip, il delicatissimo Servizio informazioni e polizia: “Il nostro commissario politico, Miro, andrebbe da solo nella Genova occupata dai nazisti per scoparsi una ragazza; e il nostro comandante militare ha fatto il voto di castità”».
Miro si chiamava in realtà Anton Ukman.
«Un nome che suona come una fucilata».
Lei nel libro ipotizza che Miro avesse avvertito Bisagno, a mezze parole, del pericolo che correva a causa dei suoi compagni comunisti.
«È possibile che l’abbia fatto davvero. Anche Miro sognava la rivoluzione e la dittatura del proletariato; ma disprezzava i capi comunisti di Genova, li considerava burocrati, mentre lui era un combattente vero, duro».
Perché i comunisti volevano uccidere Bisagno?
«Non era un docile strumento nelle loro mani, come l’avrebbero voluto. E aveva proposto l’abolizione dei commissari politici. Tentarono in ogni modo di farlo fuori. Prima il comando della Sesta divisione ligure cercò di sottrargli la guida della sua divisione. Poi gli ordinarono di lasciare il suo territorio, dove aveva salvato 1.200 uomini dai terribili rastrellamenti dell’“inverno dei mongoli”, i caucasici al servizio dei nazisti, e di andare in esilio in un’altra valle. Lui però si presentò all’incontro accompagnato da trenta facce da patibolo, armate di mitragliatori, e i comunisti non la sentirono di insistere. Ma ormai gliel’avevano giurata».
Bisagno tentò di fermare le vendette dopo il 25 aprile.
«A Genova il sangue dei vinti corse a fiumi: oltre 800 morti. Molti non avevano mai toccato un’arma. Si racconta, ma non ci sono conferme, che i fascisti venissero gettati negli altoforni ancora vivi. Bisagno non poteva tollerare questo. “Ci vuole più coraggio a uccidere che a essere uccisi” diceva. Infatti propose di sostituire la polizia partigiana con la polizia militare Usa».
Da qui la sua fama di amico degli americani.
«Bisagno aveva legato con loro. Era stato invitato in America a insegnare la guerriglia. Un motivo in più per farlo fuori. Sono convinto che dietro il finto incidente stradale in cui morì si nasconda un delitto».
Come andò?
«Bisagno aveva promesso a un gruppo di alpini della Monterosa, che avevano disertato per unirsi a lui, di riportarli a casa, sul Garda. Fu di parola. Partì da Genova il 20 maggio 1945 con un autocarro Fiat 666 e una grossa camionetta Volkswagen. C’erano due suoi partigiani più l’autista; ma forse c’era anche un quarto uomo mai identificato. Bisagno dormì a Riva del Garda. Il giorno dopo, sulla via del ritorno, cominciò a comportarsi in modo strano».
Cosa fece?
«Aprì la borsa con i documenti riservati che portava sempre con sé, e li distribuì. Poi cominciò a regalare banconote: una follia per un ligure sparagnino come lui. Infine salì sul tettuccio del camion: una scelta assurda, pericolosissima. Quando l’autista sterzò per evitare una colonna di prigionieri tedeschi, Bisagno fu sbalzato e schiacciato da un camion. Morì all’ospedale di Desenzano. L’autopsia non fu mai fatta».
Cos’era accaduto, secondo lei?
«Qualcuno sostiene che sia stato avvelenato, che quando cadde stesse già morendo. Io penso che sia stato drogato, in modo da provocare l’incidente. Ma alla radice di tutto c’è un problema più generale».
Quale?
«La storia della Resistenza come la conosciamo è quasi del tutto falsa; e va riscritta da cima a fondo. Gli storici professionali ci hanno mentito. Settantatré anni dopo, è necessario essere schietti: molte pagine del racconto che viene ritenuto veritiero in realtà non lo è. Le guerre civili furono due. Oltre a quella contro i nazifascisti, ci fu la guerra condotta dai comunisti contro chi non la pensava come loro».
Non dobbiamo avere paura della verità. Resto convinto che la Resistenza non appartenga a una fazione, neppure a quella che ne ha sequestrato la memoria nel dopoguerra, ma alla nazione.
«Leggo sempre con interesse quello che lei scrive sulla Resistenza. Ma la penso diversamente. Lei dà una lettura delle nostra guerra civile che a me sembra troppo generosa. Troppo buonista. Come succede in tutte le guerre civili, anche in Italia il conflitto del 1943-1945 è stato feroce e senza riguardi per nessuno. Non sto parlando dei tedeschi e dei fascisti, avversari destinati a soccombere. Parlo della guerra all’interno dello schieramento antifascista, dominato dall’unico partito che si era sempre opposto al regime di Mussolini: il partito comunista».
Molti partigiani non erano comunisti.
«Gli altri partiti non esistevano, a cominciare dai moderati. Stavano nei Comitati di liberazione, ma non contavano nulla. Invece i comandanti partigiani non comunisti contavano e spesso molto. Ma quando iniziavano a opporsi alla supremazia del Pci contavano sempre di meno. C’erano eccezioni: Mauri in Piemonte, Bisagno in Liguria. Ma è proprio la figura di Bisagno che ci aiuta a comprendere l’asprezza del confronto interno al fronte antifascista. Finché Bisagno si è occupato della guerriglia, non ha mai incontrato ostacoli. Quando ha iniziato a essere troppo forte e a fare politica, per lui sono cominciati i guai».
La Resistenza non fu fatta solo dai partigiani, ma dai civili. Dalle donne, dagli ebrei, dai carabinieri, dai militari che combatterono accanto agli Alleati, dagli internati militari in Germania che preferirono restare nei lager piuttosto che andare a Salò.
«Ma la maggioranza degli italiani voleva solo che passasse la bufera per dedicarsi agli affari propri; e questa è la radice stessa del fascismo. Sa qual è la differenza tra me e lei? Che io ho una visione molto più pessimista dell’Italia. Appena assunto alla Stampa , nell’estate 1961, il vicedirettore Casalegno mi mandò a intervistare Saragat, che mi disse: “Governare gli italiani non è difficile; è inutile”. Prima di lui l’aveva già detto Mussolini».
Che effetto le fa oggi l’allarme antifascista?
«Sono fesserie. Oggi il vero dramma è che abbiamo una classe politica incompetente e pericolosa. Per questo stavolta non andrò a votare. Sono preoccupato per chi ha figli. Io il mio l’ho perso tre mesi fa, per un infarto, a 55 anni. Solo l’amore per Adele mi ha impedito di uccidermi».
Lei disse che la Resistenza è la sua patria morale.
«Lo dico ancora. Ma non la Resistenza di chi voleva una dittatura agli ordini di Mosca».
Nel ’43 lei aveva solo otto anni. Se ne avesse avuti dieci in più, cos’avrebbe fatto?
«Mia madre Giovanna mi diceva in piemontese: “Giampaolo, tu sei un volontario”. Sarei andato con i partigiani. Ma rispetto chi in buona fede fece un’altra scelta. E non ho bisogno di patenti per scrivere i miei libri revisionisti. Avessi più tempo davanti a me, riscriverei la storia della Resistenza. Tocca ai giovani storici farlo. Cosa aspettano?».

il manifesto 20.2.18
Ha già votato la Nato prima di noi
L'arte delle guerra. In piena campagna elettorale, i principali partiti hanno tacitamente accettato gli ulteriori impegni assunti dal governo nell’incontro dei 29 ministri Nato della Difesa (per l’Italia Roberta Pinotti), il 14-15 febbraio a Bruxelles
di Manlio Dinucci


C’è un partito che, anche se non compare, partecipa di fatto alle elezioni italiane: il Nato Party, formato da una maggioranza trasversale che sostiene esplicitamente o con tacito assenso l’appartenenza dell’Italia alla Grande Alleanza sotto comando Usa.
Ciò spiega perché, in piena campagna elettorale, i principali partiti hanno tacitamente accettato gli ulteriori impegni assunti dal governo nell’incontro dei 29 ministri Nato della Difesa (per l’Italia Roberta Pinotti), il 14-15 febbraio a Bruxelles. I ministri hanno prima partecipato al Gruppo di pianificazione nucleare della Nato, presieduto dagli Stati uniti, le cui decisioni sono sempre top secret. Quindi, riunitisi come Consiglio Nord Atlantico, i ministri hanno annunciato, dopo appena due ore, importanti decisioni (già prese in altra sede) per «modernizzare la struttura di comando della Nato, spina dorsale della Alleanza».
Viene stabilito un nuovo Comando congiunto per l’Atlantico, situato probabilmente negli Stati uniti, allo scopo di «proteggere le linee marittime di comunicazione tra Nord America ed Europa». Si inventa in tal modo lo scenario di sottomarini russi che potrebbero affondare i mercantili sulle rotte transatlantiche. Viene stabilito anche un nuovo Comando logistico, situato probabilmente in Germania, per «migliorare il movimento in Europa di truppe ed equipaggiamenti essenziali alla difesa». Si inventa in tal modo lo scenario di una Nato costretta a difendersi da una Russia aggressiva, mentre è la Nato che ammassa aggressivamente forze ai confini con la Russia. Su tale base saranno istituiti in Europa altri comandi della componente terrestre per «migliorare la risposta rapida delle nostre forze».
Previsto anche un nuovo Centro di Cyber Operazioni per «rafforzare le nostre difese», situato presso il quartier generale di Mons (Belgio), con a capo il Comandante supremo alleato in Europa che è sempre un generale Usa nominato dal presidente degli Stati uniti. Confermato l’impegno ad accrescere la spesa militare: negli ultimi tre anni gli alleati europei e il Canada l’hanno aumentata complessivamente di 46 miliardi di dollari, ma è appena l’inizio. L’obiettivo è che tutti raggiungano almeno il 2% del pil (gli Usa spendono il 4%), così da avere «più denaro e quindi più capacità militari».
I paesi europei che finora hanno raggiunto e superato tale quota sono: Grecia (2,32%), Estonia, Gran Bretagna, Romania, Polonia.
La spesa militare dell’Unione europea –  è stato ribadito in un incontro con la rappresentante esteri della Ue Federica Mogherini – deve essere complementare a quella della Nato. La ministra Pinotti ha confermato che «l’Italia, rispettando la richiesta Usa, ha cominciato ad aumentare la spesa per la Difesa» e che «continueremo su questa strada che è una strada di responsabilità». La via dunque è tracciata. Ma di questo non si parla nella campagna elettorale. Mentre sull’appartenenza dell’Italia all’Unione europea i principali partiti hanno posizioni diversificate, sull’appartenenza dell’Italia alla Nato sono praticamente unanimi.
Questo falsa l’intero quadro. Non si può discutere di Unione europea ignorando che 21 dei 27 paesi Ue (dopo la Brexit), con circa il 90% della popolazione dell’Unione, fanno parte della Nato sotto comando Usa.
Non si possono ignorare le conseguenze politiche e militari – e allo stesso tempo economiche, sociali e culturali – del fatto che la Nato sta trasformando l’Europa in un campo di battaglia contro la Russia, raffigurata come un minaccioso nemico: il nuovo «impero del male» che attacca dall’interno «la più grande democerazia del mondo» con il suo esercito di troll.

Il Fatto 20.2.18
L’agente provocatore ci serve
L’ex giudice: “Quella di Fanpage.it iniziativa meritoria e coraggiosa”
L’agente provocatore ci serve
di Antonio Esposito


La coraggiosa e meritoria iniziativa di Fanpage.it ha portato, in primo piano, anche grazie alla forza delle immagini (900 ore di filmati), il problema se introdurre nella nostra legislazione, anche per i reati di corruzione, l’agente provocatore. L’attuale normativa regola le “operazioni sottocopertura” introdotte, per la prima volta, in materia di indagini antidroga. La norma prevede la possibilità di svolgere attività “undercover” “al solo fine di acquisire elementi di prova”, quando si procede per i reati in materia di contraffazione, estorsione, sequestro di persona, usura, riciclaggio e reimpiego di denaro, riduzione in schiavitù, prostituzione e pornografia minorile, armi, munizioni ed esplosivi, immigrazione e per fattispecie delittuose commesse con finalità di terrorismo o di eversione ed in materia di stupefacenti. Queste “operazioni sottocopertura” sono dell’ “infiltrato” che ricorre in colui che si insinua nel tessuto associativo di una organizzazione criminale al fine di scoprirne i partecipanti, la struttura e le finalità perseguite o del falsus emptor come nel caso di falso acquirente di sostanze stupefacenti.
La nostra legislazione non prevede la figura del “falso corruttore”, cioè di colui, (appartenente alle forze dell’ordine o privato cittadino), che si infiltra nella P.a. sotto mentite spoglie per verificare la corruttibilità o meno di un funzionario pubblico promettendogli denaro od altra utilità in cambio di un provvedimento di favore relativamente ad appalti, concessioni ecc..
Il lavoro di Fanpage.it ha riaperto la polemica tra magistrati “contrarissimi” o “tendenzialmente contrari” e quelli “favorevolissimi” alla introduzione dell’agente provocatore anche per i reati di corruzione. Tra i primi, i capi storici di Md, (tutti ex Csm), Edmondo Bruti Liberati, Nello Rossi, Giuseppe Cascini; quest’ultimo ha precisato: “Sì agli agenti sottocopertura, no ai provocatori per la corruzione, non si può usare la polizia per commettere reati; in una parola, non si può ‘creare’ un crimine”. Tra i secondi vi è, oltre naturalmente Piercamillo Davigo, l’ex procuratore Antimafia Franco Roberti secondo il quale “la corruzione è un reato mafioso quindi, contro di essa devono essere usati gli stessi strumenti investigativi”.
Ora, non vi è dubbio che per contrastare la dilagante corruzione sia necessario prevedere la figura dell’agente provocatore. È vero che la Corte di Strasburgo, ritiene violata la clausola “del processo equo” nel caso in cui un soggetto venga condannato per un reato provocato “in senso stretto” dalle stesse forze di polizia, ma – a parte le non sempre perspicue motivazioni delle decisioni della Corte Edu sia in questa materia che in quella sulla criminalità organizzata (basti pensare alla “sentenza Contrada” basata su errori di diritto) – va ricordato che l’art. 50 della Convenzione Onu contro la corruzione consente agli Stati membri di porre in essere “operazioni sottocopertura”. Del resto, poiché il pubblico ufficiale non può, per l’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, ricevere indebitamente denaro o altre utilità, (o accettarne la promessa), da chicchessia, è evidente che egli deve rispondere del reato di corruzione anche se il denaro o l’utilità (o la promessa) provenga dal falso corruttore con il quale ha stretto un accordo corruttivo. Quest’ultimo – se la sua figura è prevista per legge ed agisca sotto le direttive e il controllo del pm – sarà scriminato, ai sensi dell’art. 51 cp, perché, se è agente di pg, la sua condotta sarà stata posta in essere in adempimento del dovere di cui all’art. 55 cpp in virtù del quale la pg ha l’obbligo di assicurare le prove dei reati e di ricercare i colpevoli; mentre se il ruolo di agente provocatore sia rivestito da un privato, sarà sempre operante la scriminante dell’art. 51 poiché la sua condotta è giustificata dall’incarico e dall’ordine legittimamente impartitogli dall’autorità giudiziaria.

Repubblica 20.2.18
Inchieste e urne
Il caso Campania
Renzi e l’ira di De Luca: “ Così esageri” I dem temono la slavina sul fronte Sud
Il governatore attacca i giornalisti di Fanpage (“camorristi”) e Grasso dopo le dimissioni del figlio indagato. Il segretario pd cerca di frenarlo: in gioco i pochi seggi contendibili alla destra e ai 5Stelle
di Tommaso Ciriaco


Di che cosa stiamo parlando
Una videoinchiesta del sito Fanpage, che ha utilizzato come “infiltrato” un ex camorrista poi collaboratore di giustizia, e un’indagine della procura di Napoli hanno messo sotto tiro alcuni politici tra cui Roberto De Luca, figlio del governatore della Campania. De Luca jr, indagato, domenica si è dimesso parlando di “violenza” nei suoi riguardi. Il padre, Vincenzo, ieri ha accusato Fanpage di aver condotto “una operazione camorristica e squadrista”. Il Pd teme i toni troppo accesi di De Luca

ROMA La via stretta di Matteo Renzi diventa un imbuto sotto il Vesuvio. «Siamo sotto attacco – confida ai vertici dem mentre gira come una trottola per l’Italia – però Vincenzo adesso sta esagerando, sta andando oltre i limiti...». Attaccare la stampa, trasformare una grana familiare in un’immensa questione politica: quanti danni per il Pd. Farlo poi mentre sotto attacco erano finiti i cinquestelle, impiccati al pasticcio dei bonifici taroccati, equivale a una Caporetto strategica. «Matteo – gli consiglia in queste ore uno pragmatico come Luca Lotti – al Sud ci giochiamo troppo, dobbiamo spostare altrove l’attenzione della campagna elettorale».
Una parola. De Luca è De Luca, questo è l’incipit di ogni ragionamento al Nazareno. Una cassaforte di voti, uno snodo fondamentale per gli equilibri del Pd, un big che mai Renzi potrà scaricare. «Ha vinto le Regionali, non si è mai tirato indietro – ricorda spesso il leader – e questo bisogna riconoscerglielo». Ma il video pubblicato ieri dal Presidente campano ha fatto letteralmente infuriare Renzi. Per i toni, per i contenuti. Quelli contro Fanpage, innanzitutto: «In queste ore assistiamo a un’operazione camorristica e squadristica - l’attacco del governatore - Ma quale giornalismo, è una vergogna nazionale». E quelli, ancora più violenti, contro Piero Grasso, che aveva annunciato per il 26 febbraio una manifestazione a Napoli sostenendo: «Noi siamo il partito della legalità, contro la corruzione, le mafie e l’inquinamento». «Ho visto le sue dichiarazioni – è la replica di De Luca - c’è da vergognarsi.
Non una parola sui camorristi che vengono a fare operazioni di aggressione, ma finto moralismo da quattro soldi».
Renzi ufficialmente tace, stretto nell’imbuto nel quale si è cacciato il Pd. E tacciono anche Graziano Delrio e Lorenzo Guerini, che con De Luca hanno da tempo rapporti assai freddi.
Ma intanto l’ex premier muove le sue pedine. Già due giorni fa aveva ordinato a Lotti, l’anello di congiunzione tra il governatore e il Nazareno, di spingere per un passo indietro di De Luca jr, Roberto, dalla carica di assessore a Salerno. Poi aveva concordato con Matteo Richetti la solidarietà alla giornalista di Fanpage aggredita durante una convention del Pd salernitano soltanto per aver fatto qualche domanda. E ieri è tornato alla carica: «Così perdiamo il Sud, Vincenzo, ti devi fermare».
Non è così semplice, però. De Luca non si ferma, se non quando lo decide lui. Vive questa bufera come un’aggressione alla sua famiglia. E si difende dal suo bunker campano, popolato di ombre e sospetti. Quelli, ad esempio, che interpretano l’inchiesta come una grande manovra giornalistica con un’impronta politica che risale fino ai cinquestelle. Sospetti senza prove, appunto. Di certo c’è che la performance del Partito democratico al Sud resta il grande tormento del leader di Rignano.
La mappa del Mezzogiorno è povera, poverissima di collegi che il Pd può contendere al centrodestra e ai grillini. Proprio la Campania rappresenta l’unica speranza di riscatto, visto che in Puglia Michele Emiliano – infuriato per il repulisti nelle liste – si tiene assai lontano dalla campagna e la Sicilia è giudicata da tutti perduta alla causa. Un deserto di gioie, a meno che non si riesca a invertire il trend. Gli ultimi consigli degli esperti di marketing politico, prima del black out pre-elettorale, segnalavano al segretario un paio di novità non scontate.
Primo: un flusso di consensi dalla Lega a Forza Italia.
Secondo: un significativo aumento degli indecisi, proveniente soprattutto dai cinquestelle. Ma è possibile conquistarli alla causa? Sì, se continua lo stillicidio sui bonifici taroccati dai grillini. No, se il Nazareno affoga aggrappato al caso De Luca.
La priorità diventa allora sedare, fino a voltare pagina. Poi ci si potrà concentrare sulla “sorpresa”. La chiamano così, al Nazareno. È una proposta che Renzi dovrebbe tirare fuori l’ultima settimana di campagna elettorale. Per monopolizzare l’attenzione, per recuperare consenso. Sempre che riesca prima a far dimenticare il caso Campania.

il manifesto 20.2.18
Modello Riace, l’accoglienza come risorsa
«Mimì Capatosta. Mimmo Lucano e il modello Riace»
di Tiziana Barillà,


Spesso i libri dedicati a personaggi saliti agli onori della cronaca si rivelano deludenti. A volte perché risultano essere una semplice esposizione, solo più ampia, delle ragioni che hanno portato il personaggio in questione alla ribalta, senza offrire alcun arricchimento nel profilo della persona o di quello che ha fatto. Altre perché si mostrano come una acritica esaltazione agiografica del loro oggetto o, ma è in pratica la stessa cosa soltanto di segno contrario, come un altrettanto acritico attacco volto semplicemente a ridimensionare se non delegittimare il protagonista.  NON È ASSOLUTAMENTE questo il caso del libro che Tiziana Barillà ha dedicato al sindaco di Riace, intitolato Mimì Capatosta. Mimmo Lucano e il modello Riace, uscito di recente per Fandango Libri (pp. 157, euro 15). Sconosciuto ai più, Domenico Lucano, sindaco del paese famoso per il ritrovamento dei Bronzi, è inaspettatamente diventato famoso a livello internazionale quando, nel 2016, unico italiano, è stato inserito al quarantesimo posto nella lista dei 50 World Greatest Leaders della rivista americana Fortune.  TIZIANA BARILLÀ lo incontra, ci parla, lo accompagna in giro per il suo paese. Poi vede e parla con altre persone: parenti, compaesani, migranti. Da questi giri e da queste chiacchierate emerge un po’ alla volta un ritratto a tutto tondo di Mimmo Lucano, la sua storia personale, la sua visione politica, il suo rapporto con gli altri. Sembra quasi di vederlo, a volte, Lucano, mentre cammina per il paese, discute, racconta. Ed è forse questo il pregio più evidente del libro, l’utilizzo di una scrittura evocativa, visiva che nella sua assoluta concretezza e semplicità sembra funzionare come una macchina da presa, in grado cioè di far vedere, mostrare.  MA UNA MACCHINA da presa che in più è capace di comunicare anche le emozioni, le sensazioni, le passioni. Del resto, l’ottimo lavoro di Tiziana Barillà è stato probabilmente facilitato dalla sintonia che da subito si è instaurata tra il sindaco e la giornalista. «Trasi, a tia non ti cacciu ca si’ na cumpagna», sono queste le prime parole che si sente rivolgere l’intervistatrice quando si presenta sulla soglia della porta dell’ufficio del sindaco. E così la storia che vien fuori è quella di un compagno, di uno che si è formato all’interno delle lotte politiche degli anni Settanta. E che non rinnega questa origine, anzi la rivendica.  LEGGENDO IL LIBRO di Tiziana Barillà, poi, si riesce a capire perfettamente cosa sia il cosiddetto modello Riace. Un modello che oltre tutto sembra espandersi, andando a interessare anche altri paesi della Calabria. Un modello in cui sicuramente l’accoglienza ai migranti riveste un ruolo centrale, ma non si limita solo a questo, andando a investire altre questioni di ampia portata. O forse meglio un modo di governare in cui il problema degli immigrati si trasforma in una risorsa in grado di contribuire a risolvere problemi come lo spopolamento del paese, la scomparsa di attività lavorative tradizionali e si integra con questioni quali lo smaltimento dei rifiuti o la gestione dell’acqua come bene comune.  QUELLO CHE AVVIENE nel paese calabrese sembra riallacciarsi a idee, proposte, modi di gestione della realtà presenti ormai da tempo nel dibattito politico della sinistra e in particolare al modello propugnato da Guido Viale in tanti interventi pubblicati sul manifesto, basato, appunto, sulla riconversione ecologica e sull’accoglienza. «Ho la percezione che non solo l’antistato, ma anche lo Stato e le istituzioni sono contro quello che facciamo qui a Riace in tema di accoglienza» afferma a un certo punto Mimmo Lucano, dopo la notifica della relazione negativa a seguito di un’ispezione durata appena due giorni. Ed è di poco tempo fa la notizia che il sindaco di Riace è tornato sulle pagine dei giornali.  STAVOLTA SU QUELLI ITALIANI, perché indagato dalla procura di Locri per «abuso d’ufficio, concussione e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche in relazione alla gestione del sistema di accoglienza». Dopo aver ribadito la sua fiducia nel lavoro della magistratura, Mimmo Lucano ha avuto una reazione tipica per chi viene dalla sua storia, affermando: «Sono più innamorato della giustizia che della legalità, io».

il manifesto 20.2.18
Con salsicce e vino bianco la Casa del Popolo accoglie il «compagno Casini»
Renzi in tour. Il segretario del Pd con il suo candidato nella storica sede «Leonildo Corazza»: «Lo abbiamo trasformato in un comunista, siamo riusciti a fare anche questo»
di Giovanni Stinco


BOLOGNA C’era tutto il quarto stato di Pellizza da Volpedo a guardarlo da lontano ieri mentre entrava alla Casa del Popolo «Leonildo Corazza». Ma lui, Pier Ferdinando Casini, ha distribuito sorrisi e strette di mano per nulla imbarazzato dai quadri appesi alle pareti e dallo sguardo severo di Berlinguer accanto al maxi tabellone della tombola.
Un’operazione che va avanti da un mese, l’accoglienza di Casini nel mondo di quella che fu la federazione comunista più grande d’Italia. Da quando cioè il democristiano Pier Ferdinando è stato ufficialmente presentato come candidato di tutta la coalizione a guida Pd nel collegio uninominale di Bologna città. Un collegio sicuro, di quelli che più blindati non si può, dove perdere non è solo impossibile ma anche impensabile. E di sicurezza Casini ne ha bisogno visti i sondaggi sul suo nuovissimo «partito» – la lista Civica Popolare di Beatrice Lorenzin – e soprattutto vista la caratura del suo sfidante: quel Vasco Errani che ora milita in Liberi e Uguali e che col Pd ha governato per anni l’Emilia-Romagna.
Ma Casini in mezzo ai «compagni» dell’ex Errani non ne vuole nemmeno parlare. Così come non vuole parlare di programmi o degli attacchi che Pietro Grasso, anche lui in visita in città per contendere ai dem ogni voto possibile, ha lanciato a lui e al Pd: «Ogni voto dato a Renzi è un voto dato a un futuro governo Renzi-Berlusconi – ha detto Grasso – Penso che Prodi dovrà turarsi il naso, qui votare Pd e alleati significa anche dare un voto a Casini».
20prima casini renzi foto Rodolfo Giuliani lapresse
L’ex presidente della camera però è apparso serafico, ha sfoggiato come sempre fa la sciarpa del Bologna calcio e ha ripetuto all’infinito che lui ha «le radici in questa città», che si sente «a casa anche nei circoli Pd» e che la sfida non è con LeU, ma tra il centro sinistra da una parte e Lega e 5 Stelle dall’altra. «Non c’e nessuna sfida con Errani, io guardo ai barbari alle porte e solo una forza tranquilla come la nostra può batterli». Parole pronunciate il giorno in cui l’Arcigay ha iniziato a scansionare ai raggi X il cv dei candidati e il suo è stato bocciato impietosamente. «Unfriendly», non amico dei diritti lgbt, e dopo tutto solo pochi giorni fa a chi gli chiedeva la sua posizione sulle adozioni gay Casini diceva: «Non rispondo perché seminerei zizzania nella coalizione».
I 250 militanti della Casa del Popolo però sono sembrati convinti, hanno applaudito quando Renzi ha detto scherzando «abbiamo trasformato Casini in un comunista, siamo riusciti a fare anche questo», e hanno riso di gusto quando Casini ha sorpreso Renzi alle spalle avvolgendo la sua sciarpa rossoblu al collo del segretario dem. Un agguato che ha colto Renzi impreparato, poi i due si sono abbracciati e baciati da alleati quali sono.
Casini ma lei qui dentro non dovrebbe avere la sciarpa rossa? «Ho la sciarpa rossoblu, ma anche gli altri colori mi piacciono – ha risposto sorridendo, diligentemente in coda all’ingresso della Casa del Popolo – Bologna è nel mio dna, e anche qui mi sento davvero a casa. Per me non cambia niente, siete voi giornalisti a insistere su questa storia». A due passi da lui c’è un iscritto arrivato da Pistoia per vedere il suo segretario: «La Ditta è sempre la Ditta, Bersani se ne è andato e Casini è arrivato, ma al massimo saranno problemi loro, noi restiamo qui». Un altro compagno che il Pci-Pds-Ds-Pd lo vota da 50 anni aggiunge: «Casini va bene perché sta in coalizione, e poi un po’ di mediazione ci vuole sempre. Io lo voto senza problemi». Casini si è seduto accanto ai militanti di sempre. Anche per lui gramigna con salsiccia e vino bianco.

Il Fatto 20.2.18
“Le radici non sono acqua: la sinistra sono io, non Casini”
Il superduello al Senato nel collegio rosso di Bologna: l’ex governatore (LeU) contro il suo passato, incarnato dal centrista
di Fabrizio d’Esposito


Errani, lei ha pochissima voce. Forse sta facendo troppi comizi.
Più che comizi, incontro tantissime persone ogni giorno e parlo con loro. Vado nelle fabbriche, tra i pensionati, i giovani, cerco di uscire da una rappresentazione astratta della politica.
Lei è un pragmatico.
Sono un riformista.
L’Emilia Romagna è la culla del riformismo italiano.
Ho sempre detto che è una regione europea che guarda al futuro.
Vasco Errani è stato per tre lustri governatore dell’Emilia Romagna, dal 1999 al 2014. Fino a un anno fa era nel Pd. Poi ha rotto con il partito renziano e aderito ai demoprogressisti di Articolo 1. Alle elezioni politiche gli tocca una sfida che è nemesi e sentimento: nel collegio di Bologna del Senato corre con Liberi e Uguali contro Pier Ferdinando Casini, storico esponente conservatore del centrodestra oggi con il centrosinistra.
Casini alla Casa del Popolo, Casini che parla sotto le sacre immagini di Gramsci e Togliatti. Che effetto le fa?
Casini è un moderato e non lo nasconde. Ha sempre interpretato in questa terra progetti profondamente diversi dai miei.
Molto diversi.
Non è tanto l’effetto che fa a me, ma quello che sentono tanti e tante, c’è un disagio vero che non è risolvibile con il richiamo al voto contro i barbari alle porte. Chi siamo? Dove andiamo? Questo è il punto.
Un effetto diluito per lei.
Le radici non sono acqua. Io ho fatto una scelta dolorosa ma le persone mi conoscono bene, le idee per cui mi batto sono le idee che ho perseguito per tutta la mia vita.
I valori di sinistra.
Il lavoro e la dignità del lavoro, il welfare, la lotta alle diseguaglianze. Sa che mi ha emozionato in questi giorni?
Certo, non Renzi e Casini.
L’incontro con una staffetta partigiana di 93 anni. Mi ha detto una cosa straordinaria: ‘Avevo paura, non sono un’eroina, ho fatto quello che dovevo fare per il nostro futuro’. Ecco questi sono i miei riferimenti.
L’antifascismo non è più scontato.
In questa terra sa qual è la vera grande risorsa?
La spieghi.
Nel mio stare bene non c’è solo quello che guadagno ma anche guardare chi non ce la fa. Il segreto è essere passati dall’io al noi. Ecco perché questa regione, povera come la Calabria agli inizi del Novecento, è diventata terra di benessere e ricchezza.
Poi anche qui è arrivata la crisi. E la crisi porta radicalizzazione. Oggi vanno di moda Corbyn e Mélenchon.
Usciamo dalle parole e dalle logiche politiciste.
Usciamo.
Un riformista intende la radicalità in modo concreto. Qui la crisi demografica è serissima, non è che la si può affrontare col bonus. Occorrono servizi, lavoro, case a prezzi accettabili. Questo per me è il riformismo radicale.
Una visione, non un ossimoro.
Abolire il Jobs Act e tornare all’articolo 18; finanziare pienamente il servizio sanitario nazionale perché 12 milioni di cittadini non accedono alle cure; cambiare l’università classista: vista la situazione del Paese oggi questo riformismo diventa radicale.
In più il Pd vota Casini a Bologna. Che cos’è il suo ex partito: centrismo democristiano, imitazione berlusconiana? Dia una definizione.
Non sono un professore.
Non sfugga, forza.
Al posto mio hanno già risposto tantissimi elettori che hanno abbandonato il Pd.
E che voi rincorrete.
Se non ci fosse la sinistra in Parlamento sarebbe un problema per la democrazia non solo per noi di LeU.
La sua è una sfida difficile, oltre che carica di simboli e significati.
Tutte le sfide sono difficili, ma il problema maggiore è un altro. Noi di Liberi e Uguali siamo nati da poco e dobbiamo farci conoscere. Molti non lo sanno ancora.
Mancano solo due settimane.
Anche l’attenzione dei media è quella che è.
Fa più notizia Prodi che dice che voi sbagliate.
Sono amico di Romano e dico una cosa semplice: gli elettori che non votano più per il Pd non si possono lasciare soli, purtroppo il progetto dell’Ulivo oggi non c’è più. In ogni caso mi sembra significativo che Prodi voterà per Insieme e non per il Pd.
Il post-voto è un’incognita, a causa del Rosatellum.
Un sistema che oggi sembra non avere più madri e padri.
Renzi e Berlusconi, e le larghe intese dietro l’angolo.
Dopo il 5 marzo, voglio contribuire a costruire e rilanciare una sinistra di governo.
Con o senza Renzi?
Il punto non sono le persone, sono sempre stato lontano dai personalismi, comunque io penso che una fase si stia chiudendo, una fase che per me ha un segno negativo. Bisogna rompere con le politiche che hanno fatto perdere tanti e tanti voti al centrosinistra.

La Stampa 20.2.18
Emma Bonino: “Gentiloni rassicurante, resti premier. Larghe intese senza Lega e M5S”
La leader di +Europa: sanatoria per i migranti irregolari che lavorano
di Davide Lessi

qui

Il Fatto 20.2.18
Lahav 433, la polizia che toglie il sonno a Bibi
Israele - La squadra speciale indaga sul premier, ora punta ai dirigenti di Bezeq (telecomunicazioni)
di Fabio Scuto


Mentre il premier Benjamin Netanyahu mostrava ai partecipanti alla Conferenza sulla Sicurezza a Monaco di Baviera un pezzo di drone iraniano abbattuto sulle colline del Golan, diversi alti funzionari del suo governo – la legge per ora non permette la pubblicazione dei nomi – venivano presi in custodia a Gerusalemme dagli investigatori di Lahav 433, l’unità anticrimine della polizia. A Tel Aviv nelle stesse ore identica la sorte toccava ai massimi dirigenti di Bezeq, la principale società israeliana di telecomunicazioni.
Da giorni stampa e tv – il mondo della politica da settimane – sono ossessionati da “caso 1.000” e “caso 2.000” che riguardano il premier – sigari, champagne e vacanze e un tentato accordo con l’editore legato all’opposizione – ma adesso si sta accumulando un serio temporale chiamato “caso 4.000”. Se la Special Unit prende in custodia i massimi dirigenti di Bezeq e alti funzionari del governo, questo caso può diventare un affare ancora più serio per il premier Netanyahu.
“Questo scandalo è peggiore degli altri”, spiega il giornalista investigativo Amnon Abramovich della ITNC, e anche il quotidiano Haaretz scrive che su questa vicenda si è accumulata una montagna di prove. Ma su questo caso il premier non è stato ancora interrogato. Stando a quanto raccolto dagli investigatori, almeno due alti funzionari vicini a Netanyahu avrebbero lavorato dietro le quinte per influenzare il ministero delle Comunicazioni a favore di Bezeq, con riguardo alla riforma della telefonia fissa e all’approvazione della acquisizione da parte della compagnia telefonica della pay-tv satellitare Yes. Licenze e norme di cui ha largamente beneficiato la Company sono state varate quando il premier Netanyahu, fra gli otto interim che manteneva nelle sue mani, aveva anche quello di ministro delle Comunicazioni. La linea di Netanyahu non è cambiata in queste ore, per lui e i suoi fedelissimi è in atto un colpo di mano, guidato dal capo della polizia e da alcuni magistrati. La decisione del procuratore generale per un’incriminazione sulle “carte” che ha ricevuto potrebbe arrivare non prima di sette-otto mesi e il ritmo delle rivelazioni sta consumando l’immagine del premier. Sa per certo che la sua coalizione difficilmente sopravviverà al suo rinvio a giudizio.
Abituati a lavorare nell’ombra come i loro colleghi dello Shin Bet, la sicurezza interna di Israele, gli investigatori della Special Unit anticrimine di Lahav 433, in queste settimane finiscono in prima pagina tutti i giorni. Laehav – che in lingua ebraica vuol dire lama – 433 è un’unità di élite fondata all’inizio del 2008, per porre fine alla lunga guerra fra le gang che si contendevano (e si contendono) le attività criminali sulla costa, specie a Tel Aviv. L’allora ministro della pubblica sicurezza Avi Dichter – con una lunga carriera nel Mossad – volle una struttura snella, discreta, ma dotata di investigatori abili e capaci come le spie che aveva comandato. Il quartier generale di questo “Fbi israeliano” è nella periferia industriale della cittadina di Lod. L’unità si compone di quattro dipartimenti: crimine internazionale, sicurezza economica, furti, frodi e corruzione. Ecco il perché del numero 4. Il 33 è invece per la Special Unit Mista’arvim, che in ebraico significa coloro che sembrano arabi e sono specializzati nel camuffamento e in azioni sotto copertura.

Repubblica 20.2.18
Nelson Mandela
Non volevo essere presidente
Gli appunti che compongono l’ultima parte dell’autobiografia, adesso in uscita in Italia, svelano il lato inedito del leader sudafricano E il suo scetticismo alla vigilia dell’elezione che gli avrebbe cambiato la vita


La carica di primo presidente democraticamente eletto nella storia della Repubblica del Sudafrica mi fu praticamente imposta contro la mia volontà. Quando la data delle elezioni generali era ormai vicina, tre leader dell’Anc mi comunicarono di aver condotto ampie consultazioni all’interno dell’organizzazione e che la decisione unanime era stata che, nel caso in cui avessimo vinto le elezioni, io sarei dovuto essere presidente. Questo, mi dissero, era ciò che avrebbero proposto al primo incontro del nostro comitato direttivo parlamentare.
Io mi dissi contrario a quella decisione, per il fatto che quell’anno avrei compiuto settantasei anni e che sarebbe stato ben più saggio trovare un candidato più giovane, uomo o donna che fosse, che avesse vissuto fuori di prigione, incontrato capi di Stato e di governo, preso parte a incontri di organizzazioni locali e mondiali, qualcuno addentro agli ultimi eventi nazionali e internazionali e che fosse in grado, per quanto possibile, di prevedere il corso futuro di tali eventi. Dissi che avevo sempre ammirato quegli uomini e quelle donne che avevano posto le proprie doti al servizio della comunità, e che si erano guadagnati rispetto e ammirazione in virtù dei loro sforzi e sacrifici, anche se non svolgevano alcuna funzione all’interno del governo o della società. La combinazione di talento e umiltà, la capacità di essere a proprio agio con i poveri cosi come con i ricchi, con i deboli e i potenti, con la gente comune e i reali, con i giovani e i vecchi – gli uomini e le donne dotati di una sintonia con la gente, a prescindere dalla loro razza e provenienza, sono oggetto di ammirazione da tutto il genere umano in ogni parte del mondo.
L’Anc è sempre stato pieno di uomini e donne di talento, che hanno preferito rimanere nelle retrovie destinando giovani promettenti a posizioni di prestigio e di responsabilità, al fine di metterli di fronte ai principi basilari e ai problemi della leadership sin dagli inizi della loro carriera politica, e anche al modo in cui gestire tali problemi. Il leader ha sempre suscitato un’impressione formidabile su molti di noi. Il compagno Walter Sisulu è un uomo del genere; e questo spiega perché egli ci abbia sempre sovrastati, indipendentemente dalle funzioni che ricoprivamo nel movimento o nel governo.
Insistetti con quei tre leader che avrei preferito dare il mio contributo senza assumere alcun ruolo nel movimento o nel governo. Ma uno di essi mi mise al tappeto. Mi ricordo che avevo sempre perorato la crucialità della leadership collettiva, e che finché avessimo tenuto fede scrupolosamente a un simile principio non avremmo mai sbagliato. Senza mezzi termini, mi chiese se non stessi ripudiando ciò che predicavo da anni.
Sebbene tale principio non fosse mai stato inteso a escludere la strenua difesa di ciò in cui si crede, decisi di accettare la loro proposta. In ogni caso, misi in chiaro che avrei svolto un solo mandato.
La mia dichiarazione sembrò coglierli di sorpresa – risposero che avrei dovuto lasciarlo decidere all’organizzazione –, ma io non volevo che vi fossero ambiguità in merito. Poco dopo la nomina a presidente, annunciai pubblicamente che avrei svolto un unico mandato e che non avrei cercato di essere rieletto. Agli incontri dell’Anc rimarcavo spesso che non volevo compagni deboli, burattini che accettavano supinamente tutto quello che dicevo solo perché ero il presidente dell’organizzazione.
Auspicavo un rapporto sano in cui potessimo discutere delle questioni non come servo e padrone, ma da pari a pari, in cui ogni compagno potesse esprimere le proprie opinioni liberamente e in modo franco, senza timore di essere angariato ed emarginato.
Per esempio, una delle mie proposte che aveva suscitato molta rabbia e clamore era stata l’abbassamento dell’età per votare a quattordici anni, una misura che era già stata adottata da vari paesi nel resto del mondo.
Questo perché, in quei paesi, i giovani all’incirca di quell’età erano impegnati in prima linea nelle lotte rivoluzionarie. Era stato proprio il loro contributo a indurre i governi vittoriosi a premiarli concedendo loro il diritto di voto. La mia proposta incontrò un’opposizione talmente violenta e schiacciante da parte del Comitato esecutivo nazionale, che fui costretto a battere in ritirata. Il quotidiano The Sowetan caricaturò la vicenda pubblicando una vignetta con un neonato con il pannolino intento a votare. Fu uno dei modi più vividi con cui venne messa in ridicolo la mia idea. Non ebbi più il coraggio di insistere ulteriormente. Ci sono stati, tuttavia, dei casi in cui non mi sono sentito vincolato dal principio della leadership collettiva. Per esempio, quando respinsi senza esitazione la decisione di una conferenza programmatica in base alla quale il governo avrebbe dovuto essere nominato dalla conferenza stessa. Inoltre, rifiutai la prima rosa di negoziatori con il regime dell’apartheid fornita dall’Anc, che ci fu consegnata dalla leadership a Lusaka.
Degli undici nomi presenti, otto appartenevano a un unico gruppo etnico composto di neri e non c’era una sola donna.
Ricapitolando, il principio della leadership collettiva, di lavoro di squadra, non è uno strumento rigido e dogmatico da applicare meccanicamente senza tenere conto delle circostanze.
Deve essere sempre esaminato alla luce delle condizioni predominanti.
In qualità di presidente dell’Anc e del paese, esortavo i membri dell’organizzazione, del governo e i parlamentari a parlare senza remore agli incontri dell’Anc e del governo.
Ma immancabilmente li avvisavo che essere schietti non significava affatto essere disfattisti o negativi. Non ci si dovrebbe mai dimenticare che lo scopo principale di un dibattito, interno ed esterno all’organizzazione, negli incontri politici, in Parlamento e negli altri organi governativi e quello di uscirne – per quanto forti possano essere le nostre divergenze – più coesi e uniti e più fiduciosi di prima.
Eliminare le differenze e i sospetti reciproci all’interno dell’organizzazione dovrebbe essere sempre il nostro principio guida. Tutto questo risulta relativamente semplice quando cerchiamo, nei limiti delle nostre capacita, di non mettere mai in dubbio l’integrità di un compagno o di un membro di un’altra organizzazione politica che esprime un punto di vista diverso dal nostro. Nel corso della mia carriera politica mi sono reso conto che in ogni comunità – africana, meticcia, indiana e dei bianchi – e in tutte le organizzazioni politiche senza alcuna eccezione, ci sono uomini e donne perbene che desiderano ardentemente vivere la propria vita, che anelano alla pace e alla stabilità, che vogliono un reddito dignitoso, abitazioni decenti e vogliono mandare i propri figli nelle scuole migliori, persone che rispettano il tessuto sociale e che vogliono preservarlo. I leader capaci sanno perfettamente che eliminare le tensioni sociali, di qualunque natura esse siano, pone in primo piano i pensatori più creativi generando un ambiente ideale affinché uomini e donne lungimiranti possano influenzare la società. Al contrario, gli estremisti prosperano in un clima di tensioni e di diffidenza reciproca. Il pensiero lucido e la buona pianificazione non sono mai stati la loro arma.
– © 2017 by Nelson R. Mandela and the Nelson Mandela Foundation © Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano. Published by Arrangement with Agenzia Letteraria Santachiara

il manifesto 20.2.18
Le tecniche Crispr e l’embrione «pecora-uomo»
Gli scienziati dell’equipe di Pablo Juan Ross dell’Università della California hanno messo a punto una tecnica per sviluppare cellule umane all’interno di embrioni di altre specie
di Andrea Capocci


Ogni anno in Italia muoiono circa 400 persone in attesa di un trapianto perché le donazioni di organi non riescono a soddisfare la domanda. Grazie alla biotecnologia, in un futuro non troppo lontano la disponibilità di organi da trapiantare potrebbe aumentare. Gli scienziati dell’equipe di Pablo Juan Ross dell’Università della California hanno messo a punto una tecnica per sviluppare cellule umane all’interno di embrioni di altre specie. Dopo esserci riusciti nel 2017 utilizzando il maiale come organismo-ospite, ieri hanno annunciato di aver ottenuto lo stesso risultato con una pecora durante il meeting annuale dell’Accademia Americana per il Progresso Scientifico in corso a Austin, Texas: in un embrione ovino sono state inserite cellule staminali umane in un rapporto di una cellula umana ogni diecimila ospiti. Allo stesso tempo, grazie alla tecnica di editing genetico denominata Crispr, l’embrione di pecora è stato modificato in modo che l’organismo non generi l’organo da sostituire, accogliendo al suo posto le cellule umane. L’embrione è stato fatto sviluppare con successo fino a 28 giorni.
Nella prossima tappa della ricerca, le cellule staminali umane dovranno formare un intero organo all’interno dell’animale. Come per il maiale, gli organi della pecora hanno dimensioni simili a quelli dell’uomo ma, rispetto al suino, la fecondazione in vitro ha un tasso di successo dieci volte maggiore. L’obiettivo a lungo termine è la produzione, a partire dalle cellule staminali di un paziente malato, di un «pezzo di ricambio» da ri-trapiantare senza rischio di rigetto. La strada è ancora lunga: per ottenere un organo occorre che le cellule staminali umane siano cento volte più numerose di quelle utilizzate negli esperimenti. Inoltre, in vista di un trapianto, l’organo umano dovrà essere espiantato dall’animale senza portare con sé cellule o virus che potrebbero scatenare una reazione immunitaria.

Corriere 20.2.18
L’embrione ibrido pecora-uomo
Svolta sul futuro dei trapianti
Ha una cellula umana ogni 10 mila (con il maiale erano una su 100 mila)
di Edoardo Boncinelli

qui

il manifesto 20.2.18
Da Hiroshima a oggi, la corsa agli armamenti
«Guerra Nucleare. Il giorno prima» di Manlio Dinucci, edito da Zambon. È la storia di una potenza distruttiva tale da cancellare la specie umana e quasi ogni altra forma di vita dalla faccia della Terra, sconvolgendone l’intero ecosistema
di Tommaso Di Francesco


La lancetta dell’«Orologio dell’Apocalisse» – il segnatempo che sul Bollettino degli Scienziati Atomici statunitensi indica a quanti minuti siamo dalla mezzanotte della guerra nucleare – è stata spostata da 3 a mezzanotte nel 2015 a 2 minuti nel 2018. Tale fatto passa però inosservato o, comunque, non suscita particolari allarmi.
Sembra di vivere in un film, in particolare in The Day After (1983), in quella cittadina del Kansas dove la vita scorre tranquilla accanto ai silos dei missili nucleari, con la gente che il giorno prima ascolta distrattamente le notizie sul precipitare della situazione internazionale, finché vede i missili lanciati contro l’Urss e poco dopo spuntare i funghi atomici delle testate nucleari sovietiche.
Questa la presentazione (e motivazione) del libro di Manlio Dinucci Guerra Nucleare. Il giorno prima (Zambon Editore, pp.304, euro 15). Il testo, molto documentato e allo stesso tempo di agevole lettura, ricostruisce la storia della corsa agli armamenti nucleari dal 1945 ad oggi, sullo sfondo dello scenario geopolitico mondiale, contribuendo a colmare il vuoto di informazione su questo tema di vitale importanza.
UNA STORIA, quella della Bomba, che potrebbe mettere fine alla Storia: per la prima volta è stata creata nel mondo una potenza distruttiva tale da cancellare la specie umana e quasi ogni altra forma di vita dalla faccia della Terra, sconvolgendone l’intero ecosistema. Dal 1945, l’anno in cui con il bombardamento atomico Usa di Hiroshima e Nagasaki inizia la corsa agli armamenti nucleari, al 1991, l’anno in cui la disgregazione dell’Unione Sovietica segna la fine della guerra fredda, vengono fabbricate circa 125mila testate nucleari con una potenza complessiva equivalente a quella di oltre un milione di bombe di Hiroshima. In stragrande parte dagli Stati uniti e dall’Unione sovietica, il resto da Francia, Gran Bretagna, Cina, Pakistan, India, Israele e Sudafrica (l’unico paese che rinuncerà in seguito a tali armi). Più volte si corre il rischio di una guerra nucleare per errore, mentre i test nell’atmosfera e le fuoriuscite di radioattività provocano enormi danni ambientali e sanitari.
Con la fine della guerra fredda, i trattati vengono sempre più svuotati di reale contenuto fondamentalmente a causa del tentativo degli Stati uniti di accrescere il loro vantaggio strategico sulla Russia. E mentre la Nato si espande fin dentro il territorio dell’ex Urss, e le forze statunitensi e alleate passano di guerra in guerra presentata ai subalterni governati e teleguidati spesso come «umanitaria» (Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia e altre), la corsa agli armamenti nucleari, trainata dagli Stati uniti, si sposta sempre più dal piano quantitativo a quello qualitativo, ossia sul tipo di piattaforme di lancio (da terra, dal mare, dall’aria e probabilmente anche dallo spazio esterno) e sulle capacità offensive delle testate nucleari. Nel frattempo si aggiunge alle potenze nucleari la Corea del Nord.
SI ARRIVA COSÌ alla fase odierna, resa ulteriormente pericolosa dalla nuova dottrina nucleare degli Stati uniti. Dalla strategia della «mutua distruzione assicurata» (il cui acronimo Mad equivale alla parola inglese «pazzo») – adottata durante la guerra fredda quando ciascuna delle due superpotenze sapeva che, se avesse attaccato l’altra con armi nucleari, sarebbe stata a sua volta distrutta – il Pentagono passa alla strategia del first strike (primo colpo), cercando di acquisire la capacità di disarmare la Russia con un attacco di sorpresa. Grazie alle nuove tecnologie – scrive Hans Kristensen della Federazione degli scienziati americani – la capacità distruttiva dei missili balistici Usa si è triplicata.
ARMI NUCLEARI, sistemi spaziali, aerei robotici e cyber-armi vengono sempre più integrati, insieme ai mezzi di guerra elettronica e allo «scudo anti-missili», installato ormai in Polonia e con riarmo atlantico di tutti i Paesi dell’est, vale a dire dell’ex Patto di Varsavia che si è da tempo sciolto, nel 1995, mentre la Nato non solo non si estingue ma diventa sempre più l’unica sede della politica estera dell’inesistente Unione europea. Come contromisura la Russia sta rimuovendo sempre più i missili balistici intercontinentali dai silos, vulnerabili da un first strike, installandoli su lanciatori mobili tenuti costantemente in movimento per sfuggire ai satelliti militari e a un eventuale attacco missilistico di sorpresa.
Nel crescente confronto nucleare l’Italia – che sembra vivere nella «tranquilla» cittadina del Kansas del film Day after – è in prima fila, avendo sul proprio territorio bombe statunitensi B-61 che, dal 2020. saranno rimpiazzate dalle ancora più pericolose B61-12.
OCCORRE BATTERSI in campo aperto perché l’Italia cessi di violare il Trattato di non-proliferazione, imponendo agli Stati uniti di rimuovere immediatamente le loro armi nucleari dal nostro territorio nazionale, e contemporaneamente perché l’Italia, liberandosene, aderisca al Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari. Questo è l’unico modo concreto che abbiamo in Italia per contribuire alla eliminazione delle armi nucleari dalla faccia della Terra. A proposito: c’è qualcuno che nei programmi elettorali ha questo all’ordine del giorno? Sarebbe, tra le poche l’unica promessa accettabile. Finché siamo in tempo, il giorno prima.

Repubblica 19.2.18
La battaglia di Afrin
Siriani e curdi contro i turchi
Le forze di Assad fanno fronte comune con le milizie per respingere l’offensiva di Ankara Erdogan a Putin: “ Noi non ci fermeremo”. Verso il summit tra Damasco, Teheran e Mosca
di Marco Ansaldo


ISTANBUL Una bomba a orologeria sta sinistramente ticchettando ad Afrin. Nell’enclave curda in Siria attaccata un mese esatto fa dalle forze armate turche convergono in queste ore anche i soldati di Damasco, per proteggere la minoranza nella regione. Il rischio è che i due eserciti si trovino uno di fronte all’altro, in un’area già ad altissima tensione.
È uno sviluppo militare importante nella guerra di Siria, destinata a marzo al suo settimo tragico anniversario. Ma pure diplomatico. Secondo informazioni uscite ieri dalla Bbc in arabo, il gruppo dello Ypg, le Unità di protezione popolare, composte a maggioranza di combattenti curdi, si sarebbero accordate in proposito con Damasco. Intesa negata da un loro portavoce. In ogni caso è ufficiale che le forze di Bashar al- Assad, come ha annunciato l’agenzia siriana Sana, “ arriveranno ad Afrin nelle prossime ore per sostenere la popolazione locale nell’affrontare l’aggressione lanciata dal regime turco”.
Il consigliere politico di Assad, Bouthaina Shaaban, ha spiegato che la Siria continuerà a combattere « aggressori » e « invasori » , quali che siano, Israele, Stati Uniti o Turchia. E ha puntato il dito contro l’invasione turca di Afrin, denunciando la violazione degli accordi sulle zone di de-escalation voluti da Turchia, Russia e Iran. Damasco risulta in piena offensiva: se da un lato accorre per non perdere Afrin, dall’altro tenta di riprendersi Goutha, sobborgo ribelle della capitale, dove quasi 400mila civili vivono assediati e ieri almeno 44 civili sono rimasti uccisi nei raid.
Pure le Forze armate turche continuano imperterrite ad avanzare dentro l’enclave. Difatti la reazione da parte del governo controllato da Recep Tayyip Erdogan non si è fatta attendere. Il patto curdi- Siria è considerato da Ankara inaccettabile. « Se davvero il regime siriano vuole entrare ad Afrin per proteggere il Pyd-Ypg nessuno fermerà i nostri militari » , ha tuonato il ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu. «Eliminare i terroristi è l’obiettivo dell’operazione Ramoscello d’ulivo. Bisogna capire per quale motivo Assad entrerebbe ad Afrin. Se per combattere i terroristi, nessun problema. Ma se vuole difenderli, allora nessuno fermerà i soldati turchi». Ankara considera terroristi i combattenti curdi, ritenuti dagli americani essenziali nella lotta al sedicente Stato Islamico.
Mosca sembra voler dare ragione ad Assad. « Abbiamo ripetutamente affermato - ha dichiarato il ministero degli Esteri, Sergei Lavrov - che sosteniamo pienamente le legittime aspirazioni del popolo curdo. Riteniamo sbagliato che qualcuno approfitti delle aspirazioni del popolo curdo per i suoi giochi geopolitici che non hanno nulla a che fare con gli interessi dei curdi e della sicurezza regionale».
Così nel pomeriggio Erdogan ha prima telefonato a Vladimir Putin, avvertendolo di essere pronto ad andare fino in fondo ad Afrin, ma promettendo di proseguire la cooperazione in Siria con Mosca. E poi con il presidente iraniano Hassan Rohani. Un accordo capace di salvare l’intero quadro potrebbe prevedere l’ingresso nell’enclave di 4 mila soldati siriani, con un corridoio controllato da miliziani sciiti filo- iraniani. Damasco tornerebbe così ad avere la sua finestra alla frontiera turca, persa più di 5 anni fa. E la Turchia, attraverso la Russia, potrebbe raggiungere un negoziato a tre sul futuro della Siria.
Il 14 marzo infatti i ministri degli Esteri di Russia, Turchia e Iran si incontreranno per preparare un nuovo meeting fra i leader: Putin, Erdogan e Rouhani si vedranno ad aprile, a Istanbul.

Repubblica 20.2.18
Nuovi scenari
Patto di ferro sul gas tra Egitto e Israele
Accordo sui grandi giacimenti di Leviathan e Tamar: un’intesa soprattutto politica (e necessaria a entrambi)
di Vincenzo Nigro


TEL AVIV Israele ed Egitto hanno firmato un accordo per esportare il gas israeliano dei giacimenti-monstre di Leviathan e Tamar: saranno 64 miliardi di metri cubi in 10 anni, con un valore di circa 15 miliardi di dollari. A parte tutti i dettagli tecnici dell’accordo ( che sono particolarmente interessanti), l’intesa ha un chiaro risvolto politico. Innanzitutto rafforza il rapporto fra Egitto e Israele, due ex nemici che mantengono un rapporto di alleanza “ fredda” imposta dalla necessità dei due governi di sostenersi a vicenda. L’accordo avvicina ancora di più i due sistemi di sicurezza, ma offre anche enormi benefici economici ai due paesi. Israele vende miliardi di metri cubi di gas che non avrebbe saputo a chi offrire, e l’Egitto riceve carburante per una crescita economica che se saprà gestire potrà aiutare le condizioni economiche e quindi sociali di questo “gigante” del mondo arabo.
L’intesa è stata firmata dalla “Delek”, il gruppo di ricerca petrolifera privato del miliardario Yitzhak Tshuva. Da parte egiziana ci sarà la “ Dolphinus Holdings”, un’altra società privata che raggruppa alcuni dei principali operatori privato del settore energetico del paese, guidata dal Alaa Arfa.
Il premier Bibi Netanyahu naturalmente è saltato sulla notizia, applaudendo e definendo l’accordo « storico per Israele perché porterà benefici al nostro sistema sanitario, alle scuole, al welfare dei cittadini di Israele, e rafforzerà le nostre relazioni di sicurezza » . E non ha tutti i torti.
Il gas arriverà dai giacimenti di Tamar e Leviathan che Delek gestisce assieme all’americana Noble Inc. L’annuncio dell’accordo ha fatto salire il prezzo della Delek del 17% alla borsa oil& gas di Tel Aviv. Le forniture partiranno non appena saranno approntati i collegamenti: Israele ed Egitto hanno già un gasdotto che li collega, ma non è chiaro se verrà costruito un altro gasdotto. L’Egitto ha già molto gas, e con la scoperta dell’Eni fatta con il giacimento di Zohr si avvia a diventare un esploratore. Ma il gas israeliano era comunque disponibile, avrà di sicuro un prezzo conveniente e l’Egitto pensa di poterlo liquefare nei due impianti di liquefazione che il paese possiede, per poterlo vendere in Europa.

La Stampa 19.2.18
Black Panther, orgoglio dell’America afro
la diciottesima pellicola dell’universo cinematografico Marvel
di Massimiliano Panarari

qui

Il Fatto 20.2.18
Cinema America: si può vincere, ma con il bando
di Roberto Faenza


Nuova Sfida all’Ok Corral. Al posto di Burt Lancaster e Kirk Douglas, i ragazzi che amano il cinema. Contro, la giunta 5Stelle. È diventata una vertenza nazionale, da quando Gian Antonio Stella le ha dato l’onore della prima pagina sul Corriere. Persino Gentiloni, sempre super cauto, è intervenuto in favore dei giovani. Spot elettorale? Protagonisti i ragazzi con alle spalle una storia di sane occupazioni, come quella dell’ex cinema America.
Nel 2014 l’hanno convertito in luogo di cultura, con eventi e proiezioni affollate anche la mattina. Grazie a loro si è evitato il degrado. Due anni dopo hanno dovuto sfollare per restituire la sala ai legittimi proprietari, che la destineranno a speculazione immobiliare. Trovandosi a pochi metri da San Cosimato, è parso naturale occupare pacificamente la piazza per le proiezioni estive, anche queste super frequentate. I guai sono iniziati quando alcuni residenti hanno protestato perché le voci delle pellicole “impediscono di dormire”. La petizione, scrive Stella con ironia, era firmata da 22 residenti su 3.063. Tra questi Gemma Guerrini, consigliera M5S. Su Facebook ha postato che non c’è nulla di culturale nel proiettare vecchi film, a suo parere un espediente per fare propaganda al Pd. Mah. Come se non bastasse ha accusato di “feticismo” attività che soffocano il quartiere grazie a una “civilizzazione di stampo colonialista”. Pillole di idiozia. Il vaso è traboccato quando il vicesindaco Luca Bergamo, assessore alla cultura, considerato persona di valore, ha messo a bando la rassegna. I ragazzi si sono visti in pericolo e l’hanno querelato per averli diffamati con le sue dichiarazioni. “È pieno di denunce sulla legittimità di quelle attività e sul disturbo alla quiete pubblica. Bisogna rispettare lo spazio fisico dell’abitato”, ha detto a Repubblica. Non abbiamo mai ricevuto denunce, hanno replicato i ragazzi. La guerra è divampata sul bando.
I ragazzi lo ritengono un sopruso. Mentre il vicesindaco lo ritiene un atto necessario. Anche lui si è rivolto a Zuckerberg, per postare la sua opinione: “Bisogna seguire le regole che valgono per tutti nelle medesime circostanze, anche se si è bravi”. Tutto è degenerato quando il 99% del cinema italiano si è schierato a favore dei ragazzi. Un manifesto firmato da autori e attori di chiara fama ha scatenato la battaglia. A costo di finire crocifisso, avrei trovato più saggio, considerando l’autorevolezza dei firmatari, se avessero scelto di offrirsi come mediatori tra le parti. Sono certo che avrebbero trovato la quadra e tutto sarebbe finito in gloria. Sarà un mio limite, ma diffido quando, per non essere scavalcati dai più giovani, entriamo in un terreno minato. Non condivido, ad esempio, la posizione di tante star, da Robbie Williams ai Radiohead, schierati in favore della pirateria e del download illegale per ingraziarsi le folle giovanili. Salvo poi cacciarle, quando ai concerti chiedono la riduzione del costo dei biglietti. Non si lamentino se, rispondendo picche, finiscono assordati dalle pernacchie.
La vertenza di San Cosimato poggia sulla legittima richiesta del Comune di emanare un bando, come per tutte le altre associazioni? Se è così, allora perché non avanzare domanda? Con la competenza e la passione, quei ragazzi stravincerebbero, dimostrando di non avere rivali. Mentre oggi pare abbiano deciso di trasferirsi altrove. Per una volta che l’amministrazione sceglie la via della legge, ha senso alzare le barricate? Non credo di poter essere tacciato di partigianeria: proprio sul Fatto scrivevo poche settimane fa che la sindaca Raggi dovrebbe pensare alla vergognosa manutenzione della città. Ma dov’eravamo, quando prima gli amici di centrodestra del sindaco Alemanno e poi quelli di centrosinistra di Mafia Capitale facevano della legge carne di porco?