giovedì 1 febbraio 2018

Corriere 1.2.17
L’Orso russo senza ideologia
L’Unione Sovietica era meno aggressiva di quanto apparisse. Oggi c’è spazio per il dialogo
Testimonianze. Un libro dell’ex ambasciatore a Roma, Anatolij Adamishin, consente di rivedere i giudizi della guerra fredda sulla politica di Mosca
di Sergio Romano


La guerra fredda fu un’epoca di grandi semplificazioni. I due blocchi sapevano di non potersi fare la guerra; e vi furono persino momenti in cui accettarono di sedere intorno a un tavolo per trovare intese che rendessero la prospettiva di un conflitto più lontana e improbabile. Ma sospettavano delle reciproche intenzioni ed erano entrambi convinti che i loro interessi, nonostante qualche temporanea schiarita, fossero fondamentalmente inconciliabili. Come spesso accade in queste circostanze, l’inconciliabilità era alimentata nei due campi contrapposti da istituzioni e gruppi di pressione che avevano interesse a evitare un reale disgelo.
Per i Paesi occidentali l’Unione Sovietica era il Paese che aveva brutalmente liquidato l’insurrezione di Budapest, installato missili a Cuba, stroncato con una invasione la Primavera di Praga, aggredito l’Afghanistan. Per l’Urss, nel frattempo, gli Stati Uniti erano una potenza imperiale, la nave ammiraglia del capitalismo, il direttore d’orchestra della finanza internazionale. La Carta di Helsinki, firmata dai due blocchi nel 1975, suscitò qualche speranza, ma l’invasione dell’Afghanistan nel 1979, le continue «intrusioni» sovietiche nel Medio Oriente e in Africa, la installazione dei missili di gittata intermedia nei territori occidentali dell’Urss e l’abbattimento di un jumbo delle linee aeree sudcoreane nello spazio aereo sovietico il 1° settembre 1983, sembrarono dimostrare che era inutile attendere da Mosca qualcosa di nuovo. Questo giudizio piace naturalmente a tutti coloro per cui la politica estera della Russia di Vladimir Putin e quella dell’Urss si assomigliano come gocce d’acqua.
Commettevamo un errore. In realtà la politica estera sovietica e quella della Russia dopo il crollo dell’Urss sono sempre state molto più varie e articolate di quanto sembrassero a Washington e a Londra. Lo dimostra un libro apparso recentemente a Mosca. Si intitola In tempi diversi. Saggi di politica estera ed è stato scritto da un ex diplomatico, Anatolij Adamishin, che ha terminato la sua carriera pubblica, durante la presidenza di Boris Eltsin, come ministro per i rapporti con la Comunità degli Stati indipendenti: un incarico che corrisponde a quello del segretario di Stato per il Commonwealth in un gabinetto britannico.
Adamishin conosce bene l’Europa occidentale (è stato ambasciatore in Italia e in Gran Bretagna) e ha lavorato, anche come viceministro con tre persone che rappresentano altrettante fasi della politica russo-sovietica: Andrej Gromyko all’epoca di Leonid Brežnev, Eduard Shevardnadze all’epoca di Mikhail Gorbaciov, e Andrej Kozyrev durante la presidenza di Boris Eltsin. Il libro è molto piaciuto alla sezione moscovita della Carnegie Foundation for International Peace (uno dei migliori osservatori occidentali a Mosca).
In ciascuna di queste tre fasi la politica estera russo-sovietica è stata molto meno ideologica di quanto potesse sembrare a un osservatore straniero. Brežnev, con l’aiuto di Gromyko, voleva consolidare le posizioni conquistate alla fine della Seconda guerra mondiale e aspirava a essere trattato dagli Stati Uniti come una sorta di condomino della scena internazionale. È certamente vero che sostenne i regimi autoritari del Medio Oriente e aiutò i movimenti rivoluzionari a sud del Sahara. Ma in una situazione in cui tutti i vecchi imperi coloniali stavano morendo, non è sorprendente che l’Urss ne approfittasse per allargare la propria area d’influenza a Paesi che si stavano liberando dai loro vecchi padroni.
Shevardnadze assecondò abilmente la politica distensiva di Gorbaciov e verrà ricordato come il ministro degli Esteri che maggiormente lavorò per la fine della guerra fredda. Kozyrev si adoperò perché alle aperture internazionali corrispondessero altrettante aperture sul piano nazionale. Pensava che i rapporti della Russia con le democrazie sarebbero stati tanto più facili quanto più il suo Paese fosse riuscito ad acquisire una rispettabile credibilità democratica.
Esisteva tuttavia un altro fattore di cui Adamishin divenne rapidamente consapevole. Per parlare agli Stati Uniti e alla Unione Europea su un piano di parità non bastava essere un enorme Stato nucleare. Nel momento in cui rinunciava alla economia di comando e accettava le regole del mercato, la Russia doveva dimostrarsi capace di modernizzare se stessa, di sfruttare in modo trasparente le proprie risorse, di garantire le regole della concorrenza, di dare agli investitori stranieri le necessarie garanzie. Sappiamo che le cose sono andate diversamente. Invece di favorire la nascita di nuovi ceti sociali composti da commercianti e imprenditori, la Russia di Eltsin ha generato oligarchi ambiziosi e rapaci.
Putin ha avuto il merito di liberare il campo da questi nuovi boiari, ma sembra averne tollerato altri, purché vicini al Cremlino. Nella questione ucraina credo che siano stati commessi errori da una parte e dall’altra, ma sono convinto che le sanzioni abbiano soltanto l’effetto di ritardare la modernizzazione della Russia e di nuocere ai Paesi, fra cui l’Italia, che hanno maggiore familiarità con il suo mercato e possono dare un maggiore contributo alla sua crescita politica ed economica.