venerdì 19 gennaio 2018

il manifesto 19.1.18
Contratti per il 2018: un nuovo bagno di lavoro precario
Lavoro. Gli ultimi dati Inps sulla fine dell'anno scorso confermano il trend: aumentano i rapporti a termine, mentre quelli a tempo indeterminato crollano del 30%
di Adriana Pollice


Nel primi 11 mesi del 2017 sono diminuite le nuove assunzioni a tempo indeterminato mentre sono cresciuti in modo consistente i contratti a termine e quelli a chiamata. L’ha certificato ieri l’Osservatorio Inps sul precariato. Sono stati infatti stipulati, comprese le trasformazioni, 1,43 milioni di contratti a tempo indeterminato con un calo del 4,4% rispetto ai primi 11 mesi del 2016. Il dato è stato particolarmente negativo a novembre con appena 88.815 contratti stabili firmati (incluse le trasformazioni), un calo del 30,3% rispetto allo stesso mese del 2016. Contemporaneamente, le chiusure di contratti stabili l’anno scorso sono state 1,45 milioni. Sono cioè stati cancellati 21.489 contratti in più di quanti ne siano stati attivati.
È INVECE POSITIVO l’andamento dei contratti a termine: tra gennaio e novembre 2017 ne sono stati firmati 4,4 milioni con un aumento di oltre 910mila unità rispetto al 2016 (più 26%). Crescono del 23,9% le assunzioni in apprendistato e del 21,4% le stagionali. La crescita dei contratti a termine e la flessione dei nuovi rapporti stabili ha prodotto una riduzione del 23,4% della quota dei contratti a tempo indeterminato. Nel 2015, quando era in vigore lo sgravio triennale sui contributi per le assunzioni stabili (govverno Renzi), la quota era al 38,8%. Le imprese l’anno scorso hanno preferito puntare sul lavoro flessibile visto il boom dei contratti a chiamata, dopo l’abrogazione dei voucher: nel 2017 sono stati 392mila con una crescita del 119,2% rispetto al 2016.
GLI INCENTIVI PREVISTI nel 2017 per l’occupazione stabile (Garanzia giovani e Occupazione Sud) hanno portato nei primi 11 mesi a poco più di 158mila nuovi contratti (103.907 per Occupazione Sud). La cassa integrazione è calata nel 2017 del 39,3%, il dato più basso dal 2008. Ma su questo ha influito la riforma della normativa sugli ammortizzatori sociali, che ne ha ridotto l’utilizzo. Tra gennaio e ottobre 2017, a fronte di 302,7 milioni di ore di cassa integrazione autorizzate dall’Inps, ne sono state utilizzate effettivamente 101,7 con un tiraggio del 33,6%, in calo rispetto al 43,7% del 2016.
I dati dell’Inps hanno provocato la reazione della Cgil: «Nei primi undici mesi del 2017 si è generato in Italia solo un lavoro mordi e fuggi – spiega la segretaria confederale, Tania Scacchetti – Finiti o ridotti gli sgravi, il lavoro cresce ma è più povero in termini di stabilità, è più debole per durata e ore lavorate. È necessario spostare il baricentro sugli investimenti per generare occupazione».
L’INPS HA FATTO UN bilancio anche delle pensioni: nel 2017 i nuovi assegni sono stati 516.806, in aumento del 6,3% sul 2016, anno nel quale è scattato l’incremento di quattro mesi legati all’aspettativa di vita per tutti, oltre allo scalino per le donne. Sono cresciuti anche gli importi medi degli assegni, sforando quota mille euro: si è passati dai 970 euro medi del 2016 a 1.039 euro, con gli assegni di vecchiaia in media a 667 euro e quelli di anzianità a 1.993 euro. I lavoratori dipendenti sono usciti con una pensione di 1.293 euro; gli autonomi con 807 euro, i coltivatori diretti al gradino più basso con 660 euro. Quelli messi peggio sono i parasubordinati con 221 euro, in aumento sui 198 del 2016. Nel 2017 si è poi registrata una crescita sostenuta per gli assegni sociali, la prestazione erogata dall’Inps alle persone con più di 65 anni e sette mesi in stato di bisogno economico. I nuovi assegni liquidati sono stati 43.249 con una crescita del 17,7% rispetti ai 36.740 erogati nel 2016.
IL MINISTRO DELL’ECONOMIA, Pier Carlo Padoan, ieri alla Sapienza ha tirato le somme della politica economica del governo: «Il numero dei laureati sta crescendo ma è ancora troppo basso. Troppi giovani lasciano il paese per migliori opportunità all’estero. C’è il rischio di tornare indietro se il percorso di rafforzamento del paese nella direzione degli investimenti e della stabilizzazione venisse frenato». Per poi ammettere: «Molto è stato fatto ma siamo ancora lontani da risultati accettabili. Per superare definitivamente la crisi è necessario rilanciare la produttività nel lungo periodo e far aumentare strutturalmente l’occupazione con riforme mirate a rafforzare il capitale umano, a migliorare e accrescere gli investimenti e a sviluppare innovazione». Infine ha citato lo studio dell’Ocse che intravede per l’Italia il rischio di uno scenario «low-skills equilibrium, con alte percentuali di lavoratori sotto-qualificati o non qualificati e i giovani con alti livelli di formazione che lasciano l’Italia».
PER I 5S LE PAROLE del ministro sono una bocciatura delle misure targate Matteo Renzi: «Padoan finalmente ammette il fallimento del Pd» commenta Laura Castelli. E da Leu si fa sentire Nicola Fratoianni: «Chiaro a cosa è servito e a cosa serve il Jobs Act? A lasciare i lavoratori in mutande e senza tutele. Non è un caso che Renzi, Berlusconi e Salvini siano dell’idea che vada bene così».