martedì 23 gennaio 2018

Il Fatto 23.1.18
Perché la cultura non conviene
di Silvia Truzzi


Victor Hugo, davanti all’Assemblea costituente francese del 1848, spiegò: “Io dico, signori, che le riduzioni proposte sul bilancio delle scienze, delle lettere e delle arti, sono negative per due motivi. Sono insignificanti dal punto di vista finanziario e dannose da tutti gli altri punti di vista”. Questa solenne affermazione – da cui ci seperano, inutilmente, 170 anni – ci è venuta in mente ieri leggendo un bel pezzo di Nicola Lagioia su Repubblica.
Siamo in campagna elettorale – scrive il direttore del Salone del libro di Torino – e tra le mille promesse non ce n’è una che riguardi il rilancio di quella che lui chiama “battaglia per la lettura”. E dire – prosegue – che molto si potrebbe fare per il libro, a cominciare dalle biblioteche (comprese quelle scolastiche per cui s’invoca l’introduzione di un bibliotecario in ogni istituto, come accade in diversi Paesi europei). Siamo d’accordo su tutto con Lagioia, tranne forse con il sentimento in cui ha intinto la penna: la speranza. Attenuata, per la verità, da un dubbio di non poco conto, per l’appunto a proposito della “battaglia per la lettura”: “Sempre che chi aspira a governare la ritenga importante”. E qui la risposta è facile, non tanto basandosi sulle dichiarazioni della più inutile campagna elettorale di cui si abbia memoria, quanto su fatti e politiche degli ultimi anni. I governi di centrodestra si possono liquidare in poche righe: anche se davvero – come va ripetendo – Giulio Tremonti non ha detto quando era ministro che “carmina non dant panem”, resta il fatto che nei suoi anni al governo “a quel principio sempre si attenne, come a un Vangelo privato”. Lo ha recentemente sottolineato Salvatore Settis su questo giornale, ricordando i tagli al bilancio di Beni culturali e Università e ricerca. Nel 2013 Pietro Greco e Bruno Arpaia pubblicano La cultura si mangia, pamphlet in cui, oltre a fare le pulci alle politiche dei tagli, mettono in luce come in questo campo la Storia sia più che mai magistra: l’impero romano non sarebbe mai diventato il centro del mondo senza la lingua, il diritto, la cultura. Nel Rinascimento tutto il mondo legge letteratura italiana, ascolta musica italiana, consentendo ai nostri banchieri di fare grandi affari. E poi Franklin Delano Roosevelt: il presidente del New Deal, in controtendenza rispetto al predecessore Hoover, investe enormemente sulla cultura ottenendo risultati economicamente noti a tutti.
Il 2013 è anche l’anno del Forum del libro (Lagioia ricorda come quel pacchetto di proposte sia rimasto lettera morta). Proprio intervenendo al Forum del libro a Bari, il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, dice (citando Benjamin Franklin) che “Il rendimento dell’investimento in conoscenza è più alto di quello di ogni altro. È la radice del progresso umano e sociale, la condizione per lo sviluppo economico”. Pochi giorni prima, un rapporto dell’Ocse aveva rivelato dati sconvolgenti sul tasso di analfabetismo funzionale in Italia: ultimi nelle competenze linguistiche, penultimi in quelle matematiche. Il 70% degli adulti italiani risulta non in grado di comprendere adeguatamente testi lunghi e complessi per elaborare le informazioni richieste, contro il 49% della media dei 24 Paesi partecipanti. Livelli simili a quelli dell’Italia immediatamente post unitaria quando l’analfabetismo era al 74 per cento. Il paragone lo fa Giovanni Solimine, docente di biblioteconomia alla Sapienza e attento osservatore del mondo culturale, in un interessante saggio per Laterza, Senza Sapere (2014). Dove si dice anche: “Siamo talmente ignoranti da non comprendere quanto sia grave e pericoloso il nostro livello di ignoranza, e da non correre ai ripari”. Un grido d’allarme che è sempre più attuale se si pensa che proprio il professor Solimine, nel maggio 2016 (un anno e mezzo dopo la nomina) si è dimesso dal Consiglio superiore dei Beni culturali in dissenso con le politiche (sostanzialmente assenti) del ministero di Franceschini sulle biblioteche statali e i beni librari.
Quell’indagine Ocse (identici i dati diffusi nel 2016) avrebbe dovuto spingere i governanti a rivoluzionare completamente l’approccio al problema e farne il primo punto dell’agenda. Ma forse non è un caso che le cose siano andate diversamente: se i cittadini non sanno pensare perché non incapaci di organizzare il pensiero, se hanno sempre meno strumenti cognitivi, non capiscono cosa succede attorno a loro. Così sono inermi, vittime di qualunque balla viene spacciata per verità (altro che battaglia contro le fake news): un popolo ignorante è il principale alleato di chi vuole schiavi e non cittadini liberi. Il pensiero critico è un pericolo che una classe dirigente mediocre e opportunista non può permettersi.