venerdì 19 gennaio 2018

Il Fatto 19.1.19
Tutti contro tutti, ma a fianco di B. Così crolla il mondo “Repubblica”
Dalla tregua con il Cavaliere nel 2011 alle faide personali tra De Benedetti e Scalfari
di Stefano Feltri


Carlo De Benedetti contro Eugenio Scalfari e la loro Repubblica, Repubblica contro Carlo De Benedetti, Scalfari che “se ne fotte”, Matteo Renzi che ha discusso del decreto di riforma delle banche popolari con l’Ingegnere-finanziere prima dell’approvazione e prima di una plusvalenza da 600.000 euro si trova a essere solo un comprimario di questa “patetica fine di un regno”. La definizione arriva dal sito Blitzquotidiano fondato da Marco Benedetto, amministratore delegato del Gruppo Espresso fino al 2008. Si può cercare di dare a questo dramma una dimensione economica: dal 9 gennaio, quando sono uscite le trascrizioni di De Benedetti che parla con il suo broker e ordina di comprare titoli di banche popolari perché passerà un decreto (“ho parlato con Renzi”), il titolo di Gedi, nuovo nome del Gruppo Espresso, è sceso del 6 per cento mentre l’indice Ftse Mib della Borsa saliva del 2. Ed è già svanito ogni beneficio di vendite che Repubblica aveva ottenuto dalla nuova grafica, lanciata il 22 novembre scorso, secondo l’analisi dei dati sulla diffusione pubblicata sempre da Blitzquotidiano: 163.238 copie vendute in ottobre, 165.004 in novembre, una differenza di sole 2 mila copie nonostante il primo giorno della nuova grafica, meno urlata e più elegante, le vendite siano salite di 100.000 copie.
Ma in questa “fine di un regno” si intrecciano vari piani: rancori personali, faide finanziarie, ma anche la crisi politica e culturale di un’area che si è sempre specchiata in Repubblica. Le dinamiche personali sono le più semplici. Nel 2009 Carlo De Benedetti, che è del 1934, lascia tutte le cariche operative del gruppo che controlla tramite la holding Cir. Una frizione coi creditori sul riassetto proprio di Cir diventa l’occasione per avviare un passaggio generazionale. La proprietà va alla società che oggi si chiama Fratelli De Benedetti, cioè Rodolfo (all’epoca impegnato a preparare il disastro della società energetica Sorgenia) e Marco, manager con una carriera autonoma (poi c’è Edoardo, che fa il medico in Svizzera). De Benedetti tiene soltanto la presidenza del Gruppo Espresso per poter nominare il direttore di Repubblica. Fila tutto liscio finché non deve esercitare questo potere, nel 2016. Dopo vent’anni Ezio Mauro lascia. Ma l’assetto del gruppo è cambiato: è iniziata la fusione con Itedi, la società editoriale degli Agnelli (La Stampa e Il Secolo XIX). Alla fine De Benedetti acconsente al direttore caldeggiato da John Elkann, nuovo socio del gruppo col 4,63 per cento: Mario Calabresi, all’epoca direttore de La Stampa e con un passato a Repubblica. L’Ingegnere se ne pente presto, per scelte editoriali e risultati di vendite, un anno e mezzo dopo si arriva all’ultimatum: “O lui o io”. Vince Calabresi e nel giugno del 2017 De Benedetti lascia in modo poco sereno la presidenza della Gedi. A quel punto inizia a degenerare tutto.
De Benedetti si allontana sempre più dal giornale e dal gruppo, ora presieduto dal figlio Marco e guidato dall’ad Monica Mondardini. Poi arriva l’intervista a Eugenio Scalfari, il fondatore di Repubblica, a Di Martedì il 22 novembre: tra Di Maio e Berlusconi l’ex campione dell’anti-berlusconismo sceglie Berlusconi. De Benedetti scrive a Scalfari una lunga email spiegando che non condivide quella presa di posizione, che danneggia il giornale. Scalfari non risponde, l’Ingegnere si offende e il 2 dicembre consegna al Corriere una lunga intervista contro Scalfari e contro Repubblica. Seguono varie puntate fino all’intervista di De Benedetti a Lilli Gruber, a Otto e Mezzo, mercoledì. Dietro queste dinamiche industriali e personali c’è, però, una crisi culturale. De Benedetti non ha espresso una posizione molto diversa da Scalfari: voterà Pd, perché “se penso che Di Maio potrebbe essere premier di questo Paese, ha ragione mille volte Berlusconi che da questo Paese bisognerebbe scappare”. Ma tra l’ex Cavaliere e il leader M5S non sceglie (Berlusconi lo ha anche chiamato dopo l’endorsement di Scalfari, pensando che fosse stato ispirato dall’Ingegnere). In questi anni Repubblica ha sempre sposato questa linea. Basta scorrere gli editoriali di Ezio Mauro, direttore per un ventennio (era uno dei nomi per la presidenza dopo De Benedetti). Nel 2011 saluta l’arrivo dei tecnici di Mario Monti, un esecutivo appoggiato da Berlusconi: “Nasce il governo del riscatto e dell’equità”. Nel 2013 avalla prima la rielezione di Giorgio Napolitano e poi il suo progetto di un governo di larghe intese con Enrico Letta in nome del principio “prima il Paese”. Intervista l’ad della Fiat Sergio Marchionne per farlo rispondere agli attacchi sul disimpegno dall’Italia. Poi nel 2014 saluta l’arrivo di Matteo Renzi al potere commentando che “Palazzo Chigi per Renzi non è un punto di arrivo, ma una partenza. E il cambiamento non è un’opzione politica ma una magnifica condanna”. Repubblica non si schiera esplicitamente durante la campagna per il referendum, ma gli editorialisti più ostili alla riforma costituzionale voluta da Renzi scrivono sempre meno, tipo Gustavo Zagrebelsky. Mentre il nuovo direttore Mario Calabresi attacca spesso il Movimento 5 Stelle e intervista personalmente un consulente di Renzi come Diego Piacentini (ex Amazon). Soltanto all’indomani della sconfitta, Ezio Mauro parla di “populismo del potere” (renziano) e spiega che Renzi ha perso perché “ha pensato di proporsi come l’unico attore del rinnovamento, denunciando come conservatori o parrucconi tutti coloro che avanzavano obiezioni”.
Questo approccio – “prima il Paese” anche, se necessario, a fianco di Berlusconi – allontana editorialisti e lettori. I risultati stavano per costare il posto a Calabresi, in autunno, che è rimasto – almeno fino alle elezioni – con la scusa del rilancio grafico, ma affiancato da un condirettore, Tommaso Cerno. Il voto del 4 marzo, con il Pd avviato verso il 20 per cento e Repubblica verso le 160.000 copie, con Scalfari e De Benedetti che si insultano dai talk di La7, rischia di segnare davvero la sconfitta di una stagione che è stata editoriale, politica e culturale.