lunedì 11 dicembre 2017

La Stampa 11.12.17
L’Europa vende la sua storia
E le chiese diventano uffici, ristoranti, negozi e moschee
Dalla Sicilia alla Scandinavia: nel vecchio continente secolarizzato centinaia di edifici sacri del cristianesimo cambiano destinazione
di Roberto Scarcella


Tappeti al posto degli inginocchiatoi. L’arabo che riecheggia dove per secoli si è pregato in latino e italiano. E appesi al muro non più ritratti di santi ma orologi digitali che segnano l’ora e la posizione della Mecca. È questa la seconda vita della chiesa di San Paolino dei giardinieri, nel cuore della vecchia Palermo, a due passi dalla Cattedrale. La prima chiesa d’Italia trasformata in moschea, nel 1990, oggi non solo è il fulcro dell’Islam in Sicilia, ma anche un esempio per le nuove moschee che stanno sorgendo in tutta Europa al posto di chiese ormai vuote, sconsacrate, abbandonate.
Il borsino dei luoghi santi
In Gran Bretagna, Germania, Francia, Svezia, Belgio e Olanda sono sempre di più le comunità cristiane che preferiscono monetizzare cedendo a un’altra religione luoghi di culto resi dalla fuga di fedeli peggio che inutili, solo costosi. Perché tra il mantenere una chiesa dove nessuno mette più piede e vendere, la seconda opzione oggi almeno nel Nord Europa, sta diventando di gran lunga la preferita. Solo in Frisia, nel nord dell’Olanda, circa 250 delle 720 chiese hanno chiuso i battenti e sono diventate appartamenti, uffici, ristoranti o, in una manciata di casi, moschee. Nel Regno Unito, a Manchester, Bradford, Londra e in alcuni piccoli centri a rilevare le chiese sono state le comunità islamiche, in cerca di un posto per i propri fedeli. I prezzi, in un Paese che svende le case a una sterlina nelle aree più depresse, per quanto tenuti segreti pare siano stracciati. Nelle Midlands sono diverse le trattative in corso in città di medie dimensioni. D’altronde, molto prosaicamente, come spiega uno studioso del Corano di Marsiglia che preferisce restare anonimo, «anche per le religioni vale la legge del mercato, se la gente non entra più dal formaggiaio ma vuole mangiare pesce, il formaggiaio chiude e tra le stesse quattro mura apre un pescivendolo». Il pescivendolo che ha preso il posto del formaggiaio a Palermo è incastrato tra i tre mercati principali della città: Ballarò, il Capo e la Vucciria.
Ha all’ingresso un’insegna senza troppi fronzoli, con scritto in caratteri semplici “moschea” in italiano e in arabo. A dividerla dalla strada un lungo cancello nero e un minuscolo cortile cementato. Sulla destra all’ingresso, degli scaffali su cui lasciare le scarpe. Nell’angolo un enorme tendone verde fa da separé: è dove possono pregare le donne, rigorosamente tenute lontane dagli sguardi dei maschi. L’atmosfera è straniante, come conferma il fondatore dell’Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia) Hamza Piccardo: «D’altronde siamo in tutto e per tutto dentro a una chiesa barocca, per quanto modificata». Anche l’altare è sparito. Se si tralascia l’installazione-provocazione di Christophe Buechel, che nel 2015 trasformò una chiesa in moschea all’interno della Biennale di Venezia - scatenando un putiferio fatto di minacce, vigili urbani con i sigilli, spintoni, insulti e carte bollate arrivate sino al Tar - in Italia sono solo due a oggi le chiese trasformate ufficialmente in moschea, questa di Palermo e quella di Agrigento, inaugurata nel marzo del 2015 dove prima sorgeva una chiesa evangelica.
Ma è soprattutto in Germania che la tensione si è alzata in questi ultimi anni per l’alto numero di moschee già costruite o in costruzione grazie a ricche donazioni in arrivo proprio dalla Turchia e dai Paesi arabi. Secondo il Zentralinstitut Islam-archiv
sono oltre 100 le moschee i cui cantieri sono già aperti o apriranno a breve, mentre le chiese sprangate, solamente dal 2000 a oggi sarebbero oltre cinquecento, tra cattoliche e protestanti. Le moschee di due grandi città come Duisburg e Amburgo, sorte proprio sulle ceneri di due chiese, sono state il detonatore di aspre polemiche politiche e scontri razziali.
Collette per l’acquisto
Daniel Abdin, direttore del centro islamico Al Nour di Amburgo ha vissuto in prima linea il travaglio dell’acquisizione, nel 2012, e poi della costruzione: «Ci hanno messo tutti i bastoni tra le ruote, associazioni cristiane, partiti politici, gente comune. La verità è che quella chiesa era chiusa da dieci anni, nessuno la frequentava. È diventato un bastione del cristianesimo solo dopo il nostro acquisto». Gli stessi meccanismi si stanno ripetendo in Belgio. E lo stesso discorso vale per Francia e Svezia: la moschea di Graulhet, aperta negli anni Ottanta e in grado di rendere più forte il tessuto sociale anziché sfibrarlo, e la supercolletta da tre milioni della chiesa di Nacka per costruire accanto all’edificio cristiano una moschea, sono due casi emblematici di convivenza pacifica. Ma non bastano a controbilanciare situazioni esplosive in luoghi ad alto tasso di rischio, come Malmoe. O Marsiglia, dove è nato un caso politico attorno alla sinagoga in centro città comprata e poi convertita in moschea. Si trova in rue Saint Dominique, a due passi dalla stazione di Saint-Charles, la più grande della città, a quattro dalla cartolina del Vieux Port. Il palazzo, anonimo, potrebbe essere qualsiasi cosa. A far intuire l’esistenza di una moschea è la scritta “associazione islamica al Badr”. Il giovedì non si vede nessuno ed è più animato il negozio dirimpetto che vende abiti islamici e fidget spinner, il gioco del momento. Ma il venerdì, giorno della preghiera islamica, è tutto un via vai di uomini e bambini vestiti a festa, in abiti bianchi elegantissimi. Tra i venti-trentenni la “divisa” è quella della squadra di calcio locale, l’Olympique Marsiglia. Il cancello aperto lascia intravedere i lavori in corso e un soffitto da cui pendono una serie di cavi che paiono infiniti. Ha aperto poco più di un anno fa ed è ancora un cantiere. Ma per ultracattolici ed ebrei intransigenti, la moschea di Al Badr è l’inizio di una colonizzazione, un’invasione.
Al Badr è anche il nome dell’associazione nata nel 2009 a Marsiglia per una serie di scopi nobili: organizzazione di viaggi nei luoghi sacri dell’Islam, corsi per analfabeti, attività sociali e ricreative. Ma chi non li vede di buon occhio punta il dito su un’altra loro attività molto meno reclamizzata: Al Badr raccoglie infatti fondi per comprare chiese e sinagoghe nel sud della Francia e allo stesso tempo allaccia contatti per trovare venditori. Finora la moschea di Rue Saint-Dominique è l’unico acquisto: lì c’era la sinagoga Or Torah. Ma il rabbino che l’ha venduta, per 400 mila euro, non si è pentito. Zvi Ammar, presidente del Concistoro israelita di Marsiglia, ricorda che ormai gli ebrei che vivevano nei pressi della sinagoga si sono tutti spostati in altri quartieri della città: «La sinagoga era vuota da anni e bisogna fare i conti con i cambiamenti sociali. Gli ebrei a Marsiglia sono circa 70 mila, i musulmani oltre 220 mila. Nel ghetto la sinagoga è sempre piena, qui non aveva più ragione d’essere. Siamo passati da cento persone a preghiera negli anni Settanta a meno di venti persone per lo Shabbat».
“C’è spazio per tutti”
Gli uomini fuori dalla sinagoga diventata moschea non amano parlare degli scopi dell’associazione. A un primo approccio sono tutti affiliati, vicini all’imam. Ma appena il discorso vira sulle mire espansionistiche di Al Badr, nessuno sa nulla. Ahmed, con addosso la maglia dell’idolo del calcio locale André-Pierre Gignac, sogna «una moschea scintillante, costruita da zero, senza un passato ingombrante. Ma dalle mie parti si dice che quello che hai è spesso più di quel che meriti». L’amico Omar, algerino, giovane, sfrontato e in cerca di occupazione, sostiene Al Badr pur ripetendo più volte di non conoscerne bene i meccanismi: «I musulmani aumentano in Francia, è normale vedere aumentare il numero di moschee. E il problema a quanto ne so non sono preti e rabbini che non vogliono vendere, ma è la raccolta dei soldi. Non mi stupirei se nel giro di quattro cinque anni le chiese convertite in moschee diventassero cinque o dieci nella sola Costa Azzurra. Ma non è una guerra di posizione, è semplicemente il mondo che cambia». Intanto altre città di peso come Lille e Nantes si ritrovano con minareti laddove c’erano campanili. Berlino sta provando la via opposta con l’apertura della House of One, un luogo dove cristiani, musulmani ed ebrei possono pregare tutti sotto lo stesso tetto.
Una svolta graduale
Un esperimento che Mustafà Abderrahmane, imam della moschea di Palermo, non vede di buon occhio: «Ogni religione deve avere i propri spazi, senza pestarsi i piedi, ma piuttosto cercando di aprirsi agli altri organizzando incontri nelle chiese e nelle moschee. Noi lo facciamo da anni, e funziona. Tutto sta nel creare un contesto positivo». La convivenza con i palermitani e la Chiesa locale è l’ultimo dei problemi per l’imam, «perché la Sicilia è un luogo di commistioni culturali, lo dice la sua storia». Nonostante sia testimone diretto di un’esperienza felice e fortunata, mette in guardia altri dal voler replicare in questo momento il modello Palermo: «Troppa gente che fa politica strumentalizzerebbe la costruzione di una moschea al posto di una chiesa. Tra la paura degli attentati, la disinformazione sulle attività dell’Islam in Europa non è saggio gettare benzina sul fuoco oggi». Paradossalmente l’imam anziché espandere il numero di moschee sarebbe per ridurle, almeno a Palermo: «Abbiamo undici centri di preghiera diversi in città, perché ognuno vuole dare voce alla sua fetta di Islam, ma credo che così sia dispersivo per i fedeli e un lavoraccio per la polizia che deve fare i controlli. Serve una maggior centralità». Nella sua moschea, quasi duecento persone si radunano per la preghiera del venerdì. Ma entrando il mercoledì pomeriggio sono solo in tre.
Mohammed, tunisino, non si fa problemi a interrompere la preghiera, spiegando che «la moschea di Palermo è un grande dono, un’opportunità per tutti i musulmani». Per lui il fatto che sorga su una chiesa «non è rilevante». «Oggi è un luogo dove noi ci riuniamo per pregare, ieri lo hanno fatto altri. Qui c’è abbastanza spazio per tutti».
Il nuovo paesaggio urbano
In effetti a Palermo nessuno chiede di chiudere la moschea, o di riconsegnarla alla Chiesa. Giuseppe Vitale, che ormai ha più di 70 anni e si definisce un «cattolico praticante da generazioni», non bada nemmeno più alla moschea pur vivendoci a pochi minuti di cammino: «Fa parte del paesaggio, né più né meno di una chiesa, un albero, un bar o di un carretto che vende pane con la milza». Il cartello con la scritta moschea all’ingresso, annerito dallo smog, la aiuta a mimetizzarsi. Ammesso che serva. Sembra tutto semplice, a sentire l’imam e i palermitani del quartiere. Ma oggi in Italia, replicare il modello Palermo sembra davvero impossibile. Il 1990, anno dell’inaugurazione, pare lontanissimo, ben più dei 27 anni indicati dal calendario. Gli ultracattolici pronti alle barricate poi, se ci sono a Palermo non si espongono. Forse aspettano che spunti un Emil Cioran italiano a parlare per loro. In Francia, il filosofo esistenzialista romeno adottato dai parigini viene citato fino alla noia, ormai, ogni volta che inizia un dibattito interreligioso per una frase contenuta in un carteggio con lo studioso austriaco Wolfgang Kraus: «I francesi non si sveglieranno finché Notre-Dame non diventerà una moschea». Paradosso o profezia?

La Stampa 11.12.17
“Nessuna paura, presto sarà normale vedere ovunque
più minareti che campanili”
di R.Scar.


Don Pietro Magro, direttore dell’Ufficio diocesano dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso all’arcidiocesi di Palermo era presente nel giorno dell’inaugurazione della moschea nel capoluogo siciliano, un momento che non esita a definire «festoso». Per lui se la popolazione musulmana continuerà ad aumentare in Europa «sarà normale vedere più moschee che chiese, ma non per questo bisogna osteggiarne la costruzione», perché «è giusto che ogni comunità sia rispettata e abbia i propri luoghi di culto».
Ma non crede che con questo clima politico costruire nuove moschee possa incendiare i rapporti tra con l’Islam?
«No, perché se vogliamo essere rispettati dobbiamo essere i primi noi a rispettare, ad accogliere l’altro e non ghettizzarlo. Creare ghetti è il primo passo verso l’odio reciproco. La convivenza pacifica e armoniosa richiede innanzi tutto rispetto e riconoscimento reciproci».
Quali sono le motivazioni pratiche per questa graduale evoluzione?
«In Italia e Palermo ci sono pochi terreni edificabili in città, e se ci sono costano cari. Credo sia normale che l’Islam voglia trasformare chiese ormai in disuso, non più frequentate. Certo dove ci sono maggiori spazi la soluzione migliore sarebbe costruire su nuovi terreni».
Da uomo di Chiesa non la preoccupa vedere sempre più luoghi di culto islamici?
«Che io mi preoccupi o no, i numeri dicono che i musulmani continuano ad aumentare e tra qualche decina d’anni, quando noi non ci saremo più, in Europa ci saranno più i musulmani dei cattolici. Ma se gli italiani invecchiano e non fanno più figli c’è ben poco da fare». []

Il Fatto 11.12.17
Il cattofascismo ungherese di Orbán che restaura una chiesa italiana
Accade a Tolentino, grazie a mezzo milione di euro stanziato dal governo dell’autocrate di Budapest
di Fabrizio d’Esposito


Che cos’è il faldistorio? È una speciale sedia rivestita di seta rossa in passato usata dai vescovi al posto del classico trono nella liturgia cattolica. Dopo il Concilio Vaticano II, il faldistorio è pressoché scomparso ma in tempi di rigurgiti tradizionalisti ecco ricomparire in solenni occasioni. Per la serie: “Primi vespri pontificali al faldistorio”.
Accade a Tolentino, nelle Marche. Sabato scorso una lunga cerimonia tridentina ha salutato la riapertura della Chiesa del Sacro Cuore e San Benedetto, detta dei “sacconi”, restaurata dal governo ungherese dopo il terremoto del 2016. Proprio così: il governo dell’autocrate ultranazionalista Viktor Orbán ha finanziato con mezzo milione di euro il recupero di questo importante luogo sacro di Tolentino.
Nella cittadina marchigiana, sabato, sono arrivati anche i rappresentanti della delegazione ungherese: Zoltan Balog, ministro per le Risorse Umane, e Miklos Soltesz, sottosegretario per i Rapporti con le Chiese. Al comune sono stati ricevuti dal sindaco Giuseppe Pezzanesi, eletto a capo di una coalizione di centrodestra. In precedenza, nel marzo scorso, era stato a Tolentino anche Peter Szijjarto, giovane ministro degli Esteri, per controllare lo stato di avanzamento dei lavori.
Una vigilanza ferrea, non c’è che dire, puntellata da una solida fede del giovane ministro Szijjarto che, appena varcata la soglia della chiesa, si era inginocchiato e aveva chiesto: “Qui si celebra ad orientem?”. Cioè l’uso preconciliare del celebrante di dire messa, spalle al popolo e rivolto al tabernacolo dov’è custodito il corpo di Cristo. Destra e messa tridentina, fascismo e cattolici tradizionalisti. Come si colloca, dunque, il finanziamento di Orbán alla chiesa di Tolentino nell’attuale emergenza antifascista lanciata dal Pd di Renzi?
Il cattivo Orbán – è noto – è un razzista innalzatore di muri contro i migranti. Per lui e i suoi ministri le radici nazional-cristiane non sono proprio quelle di Bergoglio. È il caso di organizzare una manifestazione, quantomeno un sit-in antifascista a Loreto? O no?

Repubblica 11.12.17
La storia
Nella rivista di Stieg Larsson
“Il mio anno con i neonazisti svedesi”
Dopo l’attentato di ieri a una sinagoga un giornalista spiega l’onda nera
di Andrea Tarquini


Di che cosa stiamo parlando
Da un lato gruppi di ultrà neonazisti, antisemiti, xenofobi violenti che manifestano nel nord Europa, dalla Polonia alla Svezia; dall’altro partiti populisti anti migranti in crescita nei sondaggi, in Svezia, in vista delle elezioni del 2018, e in Norvegia, Danimarca e Finlandia. L’onda nera europea sfida anche il modello solidale scandinavo. L’attentato di ieri contro una sinagoga a Göteborg, seconda città svedese, è di matrice incerta, ma ha portato a tre arresti ed è un nuovo segnale di allarme.

La galassia nera è super interconnessa in tutto il mondo: ha contatti dagli Usa a tutta l’Europa. Il successo dei partiti populisti la galvanizza

BERLINO «A volte ho temuto di essere scoperto. Ma infiltrarli era un dovere. Ho scoperto quanto siano collegati tra loro a livello internazionale, quanto l’ascesa dei partiti populisti li galvanizzi». Patrik Hermansson narra tranquillo, sebbene ora riceva spesso minacce online e viva protetto. Per un anno lui, giovane collaboratore di Expo (la rivista politica fondata da Stieg Larsson, che fu traccia d’idea per la serie Millennium) e di Lovenothate.org in Gran Bretagna, con una falsa identità si è infiltrato nella galassia neonazi internazionale.
Come se fosse un’avventura tranquilla, Patrik narra la sua impresa. «Ho militato in gruppi antifascisti. Con Lovenothate mi venne l’idea di combatterli infiltrandoli. Mi creai anche sui social forum una nuova identità: qualificato studente svedese allarmato da democrazia, migranti, globalizzazione, perdita d´identità nazionale. Li convinsi di essere sincero, e fiero di entrare nei loro ranghi. Nel reclutamento dei dirigenti sono selettivi. Devi essere un contestatore d’èlite con istruzione universitaria, allora ti accettano nei loro ranghi».
Molte, nota, sono state le esperienze traumatiche. «Prima di tutto, il loro antisemitismo: ti accorgi di quanto sia presente, convincente e vivo come loro collante. Poi l’estremismo sui migranti nel Mediterraneo, cui bisognerebbe sparare con navi da guerra: disponibilità al genocidio». Nell’ultima settimana ci sono state manifestazioni antiamericane e antisraeliane in tutta la Svezia: l’ultima ieri a Göteborg durante la quale sono state gettate molotov contro una sinagoga (tre arresti, anche se la matrice resta ancora incerta). Ma l’ultradestra, sottolinea Patrick, non conosce frontiere, «è super-interconnessa. In Italia, con Forza Nuova e Casa Pound i contatti dei neonazi anglosassoni, scandinavi e altri sono stretti ed efficientissimi, a Seattle conoscevano per nome i camerati svedesi».
Di atti violenti, si sapeva molto poco in anticipo. La loro attività principale è «pubblicare libri e scritti di odio, incitando alle violenze, organizzare conferenze clandestine o legali. I leader-ideologi del movimento incitano la base senza sporcarsi le mani di persona. A Seattle conobbi un gruppo armato che predicava la guerra razziale imminente». I militanti sono soprattutto «maschi di età diverse, adolescenti a fianco di sessantenni. Molti giovani istruiti, poi gente che non trova lavoro, frustrata contro il sistema, le femministe, gli ebrei e i migranti. Anche donne: sono almeno il 15-20 per cento.
Antifemministe dure, convinte di ruoli naturali separati di donna e uomo, come della “white supremacy”, pensano che in un certo modo la donna debba essere subordinata all’uomo, odiano l’immigrazione».
La vita nella galassia nazi, continua il giovane reporter investigativo, all’esterno conserva apparenze normali, «ma rinunciano a molti contatti, cambia il circolo di amici. I leader organizzano eventi creando un’identità che spinge alla violenza. I gruppi cospirativi danno la priorità all’antisemitismo, alla lotta all’islam, all’odio anti-migranti, alla negazione dell’Olocausto.
Tutti collegati, molti militanti appartengono simultaneamente a più cellule. Uscirne significa perdere amici e ambiente, a parte le minacce». La galassia nera ultrà, dice ancora Patrik, si sente affascinata e incoraggiata dalla crescita dei partiti populisti: «Sono diversi in struttura e ideologia, ma vi vedono confermate alcune idee-guida». Le democrazie dovrebbero difendersi, «bloccando i cortei e i social».                                              

Corriere 11.12.17
Gerusalemme, città unica, indivisibile e inappropriabile
di Donatella Di Cesare


Unica, indivisibile, inappropriabile, impossibile da capitalizzare, Gerusalemme è la città che si sottrae all’ordine degli Stati-nazione. Ne eccede la ripartizione, la trascende, la interdice. Contro questo scoglio, o meglio, contro questa rocca, sono naufragati tutti i tentativi che, in un’ottica statocentrica e nazionale, hanno mirato solo a frazionarla e segmentarla. Smacco della diplomazia e, ancor più, fallimento di una politica che procede con il metro e con il calcolo.
Gerusalemme non divide; al contrario, unisce. Ed è proprio questa unità la sfida che non è stata raccolta. Perché già da tempo avrebbe dovuto essere immaginata una nuova forma politica di governo capace di rispondere alla sovranità verticale di questa città straordinaria, di rispondere alla sua costitutiva apertura orizzontale.
Qui sta il punto della questione, ma nulla di ciò è avvenuto. Piuttosto si è fatta valere l’ipotesi, oramai sempre più lontana, di due Stati separati da confini incerti, precari, minacciosi.
Non sarebbe stata, non è, anzi, più saggia, seppure inedita, la via di due comunità confederate? Sono oramai molti a crederlo.
Città degli stranieri, culla dei monoteismi, residenza dell’Altro sulla terra, anche per i laici, Gerusalemme è quel luogo dell’ospitalità che resiste a una forzata e artificiosa spartizione.
Yerushalaim , capitale di Israele — chi potrebbe non riconoscerlo? — ma anche soglia che Israele è chiamato a oltrepassare. Come ha già fatto — è bene ricordarlo — con la libertà di culto. Ogni rivendicazione nazionalistica, da ambo le parti, è fuori luogo.
Qui dove si richiederebbero mitezza, prudenza, perspicacia, l’atto arrogante e fragoroso del trumpismo danneggia sia israeliani sia palestinesi. E tuttavia, proprio perché è lo scoglio teologico contro cui urta la politica, Gerusalemme può divenire modello extrastatale e banco di prova di future lungimiranti relazioni fra i popoli.

Il Fatto 11.12.17
I nemici di Israele ringraziano Trump
Portare l’ambasciata nella Città Santa significa scatenare un nuovo conflitto nell’area ed escludere gli Stati Uniti dal loro naturale ruolo di mediazione
di Furio Colombo


Un fiume di distruzione percorre il Medio Oriente, gonfio di rabbia e di sangue. Ci sono amici e nemici in un alternarsi continuo. È un fiume che cambia percorso all’improvviso, come quando l’Arabia Saudita ha spostato improvvisamente i colpi della sua forza sullo Yemen (portando quel Paese alla distruzione quasi totale e provocando, nel lungo stato d’assedio, una epidemia di colera). E intanto ha sequestrato il primo ministro libanese in visita, e lo ha restituito solo dopo ignoti accordi col presidente francese Macron. Tutto ciò intorno alla rivoluzione e poi alla guerra dentro la Siria, contro il Califfato e, allo stesso tempo, con e contro i curdi, e mentre tutto si svolge su un vasto campo di combattimento in cui si accatastano i morti di intere popolazioni civili.
Se fosse un film, nel cielo in tempesta si vedrebbero alternativamente i volti di Putin e di Trump: la Russia che condanna, abbandona o porta salvezza e l’America immobile. “America first” sembra significare “America stop”. Israele è restato fuori, in guardia, senza alcuna relazione col massacro medio orientale, salvo pochi colpi ben calcolati contro armamenti iraniani in Siria, quando tentano di piazzare o allargare le loro basi in quel Paese. Questo vasto conflitto tra islamici, in parte arabi, e nemici in modo variabile, con variabili relazioni con l’Occidente, non tocca Israele. Improvvisamente, dal silenzio passivo e forse disorientato di Washington, irrompe la voce di Trump, che proclama Gerusalemme capitale di Israele.
“La storia dimostra che la dichiarazione di Trump non annuncia e non cambia niente (…). Infatti sono 3000 anni che Gerusalemme è il centro del popolo ebraico, il centro fisico fino alla distruzione del Tempio, e il centro di preghiera e di attesa quando il popolo ebreo è stato disperso nel mondo. E sono passati 70 anni dalla formale istituzione dello Stato di Israele accanto a uno Stato palestinese (che i palestinesi hanno rifiutato, ndr). A quel punto Gerusalemme è diventata senza equivoci capitale dello Stato di Israele, che gli estranei lo riconoscano o no”, ha scritto Shmuel Rosner in apertura del New York Times (8 dicembre 2017 ).
Invece l’annuncio di Trump cambia molto, non porta amici, dall’inizio della sua presidenza lavora a coltivare antipatie e inimicizie, non porta sostegno, fin dalla campagna elettorale ha stentoreamente affermato che ciascuno provvede a se stesso, ha allargato di molto la finestra sul Medio Oriente a cui da tempo si affaccia Putin che, adesso, ha nuove motivazioni per spostare, secondo i suoi interessi, i pezzi del gioco.
Ma rivediamo fin dall’inizio la strana storia, che è il contrario di quello che sembra: non un clamoroso gesto di amicizia, ma una occasione cercata, e finora non trovata dai nemici di Israele, per spostare almeno in parte su quel Paese l’odio feroce tra islamici. Donald Trump, 45º presidente Usa, ha giurato in un giorno di pioggia davanti a un piazzale di ombrelli non troppo affollato, e ha subito detto, ripetuto e confermato che il suo era stato un evento grandioso, una giornata di sole e un mare di gente, e che mai nessuno aveva avuto un ingresso così trionfale alla Casa Bianca. Da allora Trump pratica il gioco di affermare e ripetere la sua verità alternativa, disprezzando apertamente ogni tentativo di verificare la prova dei fatti in una sua personale rappresentazione del mondo, negata da tutti tranne che dal suo cerchio di neo-nominati alla Casa Bianca (nessun politico), di relazioni private e di famiglia, ritaglia le immagini del passato e, secondo una pratica sovietica, cancella eventi e persone che non gli piacciono e incolla la sua immagine come solo e unico.
Gerusalemme è il primo caso in cui Donald Trump non si affida alle verità alternative, che sono il suo mondo. Afferma di essere l’unico presidente ad avere il coraggio di spostare l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme, perché sia segno tangibile del riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele.
Era una promessa elettorale. E Trump tiene a dimostrare che, a differenza dei suoi predecessori, le promesse le mantiene. Finora gli è riuscito poco. Come è noto, è sempre qualcun altro a pagare gli impegni presi da Trump. Si pensi ai rifugiati da respingere e ai clandestini da cacciare. Nel caso di Gerusalemme il coraggio tocca agli israeliani, che avevano già Gerusalemme come capitale fin dagli inizi, prima della storia e poi dello Stato.
Ora vengono spinti nell’arena dei conflitti medio orientali dal desiderio di Trump, che vuole stare in scena, verso una dura e lunga situazione conflittuale con l’universo arabo che lo circonda (stracarico di armi americane), proprio mentre sciiti e sunniti, arabi e curdi, Siria e Turchia, Iran e Arabia Saudita appaiono impegnati in un gigantesco cambio di mappe e confini, guerre e alleanze, e ciascuno cerca un nemico aperto e riconosciuto anche per coprire le trame che stanno percorrendo, come micce pronte ad accendersi, tutto il Medio Oriente.
Trump porta a Israele nemici come la Turchia che, diventando la spada dell’Islam, lava le macchie del suo colpo di stato violento e lungo. Trump teneva troppo al fortissimo colpo di gong per lasciarsi ricordare che la Turchia, ora schierata in prima fila contro Israele, per qualcosa ideato da Trump, è un Paese Nato, che con la Nato condivide piani e segreti. Trump porta alla calca dei nemici di Israele paesi come la Giordania, l’Egitto e il Marocco, dove si può contare su violenze di strada e rivolte a causa della mossa. Un danno in più, di cui pochi si rendono conto, è la cancellazione del principio cui si sono attenuti tutti i presenti americani.
Nelle trattativa di pace, sempre lunghissime, Gerusalemme deve essere l’ultima parola. Non si può affrontare una questione in cui scorrono tutte le nervature più sensibili della storia e della religione, senza avere risolto le altre questioni. Trump ha stabilito che Gerusalemme sia la prima parola, un modo di rendere onore a se stesso, e che sia impossibile ogni trattativa. Ma soprattutto Trump ha escluso l’America dal naturale ruolo di mediazione della grande potenza. Resta in scena Putin, da solo. Che ha molti progetti e le mani sempre più libere.

Corriere 11.12.17
Liberi e uguali il leader mostra il simbolo
Grasso: non chiuderò al Pd dopo il voto
D’Alema? Sarò io a guidare, lo faccio da una vita


«Liberi e uguali». E poi il suo nome: Pietro Grasso. Il leader del nuovo movimento nato a sinistra presenta il simbolo. E auspica che aderisca anche la presidente della Camera Laura Boldrini. Grasso, riferendosi a D’Alema: «Sarò io a guidare, lo faccio da una vita». Sul fronte del centrodestra, il leghista Salvini a Roma cambia registro. «Gli italiani non sono solo quelli di pelle bianca» anche se «la cittadinanza non è un regalo elettorale, ma un percorso, che va meritato».
Il leader della sinistra da Fazio: ricostruirò, no a una ridotta. D’Alema? Guido io, se ne accorgeranno

ROMA Il nuovo simbolo, con il suo nome. L’auspicio che la presidente della Camera Laura Boldrini si unisca a Liberi e uguali. E un’apertura per un accordo con il Pd dopo il voto. Pietro Grasso si presenta in tv, da Fabio Fazio, per la prima volta come leader della neonata formazione di sinistra. Il presidente del Senato spiega le ragioni del suo debutto in politica e risponde alle domande in diretta di Fazio.
L’addio al Pd è stato causato, dice, «dal cambiamento delle politiche su scuola, lavoro e sanità. Questo mi ha creato un problema interiore e l’impossibilità di restare». Poi sono arrivati «tre ragazzi quarantenni che mi hanno proposto un percorso politico». Li cita in ordine alfabetico: Civati, Fratoianni e Speranza. Dopo un periodo di riflessione, spiega Grasso, «ho pensato al disagio sociale di tanti, ai 18 milioni di persone a rischio povertà. È stata una scelta di vita, come quando ho accettato il maxiprocesso contro la mafia. La mia aspettativa era fare il nonno, ma ho pensato anche ai nipoti degli altri».
Grasso è appena passato dal grafico e mostra il simbolo. Rosso, naturalmente, anche se preferisce dire «amaranto»: «Colore che per gli antichi romani significava protezione». Le parole Liberi e uguali, «unite da tre foglioline, che danno un’idea dell’ambiente», ma sono anche la declinazione di Liberi al femminile.
Grasso respinge l’insinuazione che a comandare sarà D’Alema: «È una vita che guido e coordino. Ascolterò, ma quando sarà il momento, eserciterò il potere. Se ne accorgeranno». Dopo il fallimento di Pisapia, Grasso non riproverà a ricucire: «Se non ci è riuscito lui, non vedo perché dovrei tentare io. Dopo il voto si potrà vedere. C’è il sistema proporzionale, ognuno prende i suoi voti. Noi proveremo a prenderne qualcuno in uscita dal Pd e costruiremo un tesoretto che magari sarà utile». Il neo leader spiega: «Non voglio guidare una ridotta, penso di allargarmi ben oltre la sinistra». Il nome del generale Gallitelli, fatto da Silvio Berlusconi, non lo spaventa: «Si vede che ha capito che bisogna avere fiducia nelle istituzioni». E alla battuta di Renzi sulla brutta fine fatta dai suoi predecessori Pivetti e Fini, risponde così: «Io manterrò uno stile e non faremo attacchi scriteriati. Ma se mi provoca dico che io guardo al futuro. Forse la sua fase zen è finita e ha una prospettiva non molto rosea, per questo dà stilettate».
Intanto il ministro Andrea Orlando, intervistato da Giovanni Minoli su La7, attacca Renzi: «Il Pd non diventi il suo partito». E Gianni Cuperlo fa sapere di non avere intenzione di fare «una campagna fratricida contro la sinistra».

Repubblica 11.12.17
Le due sinistre
Grasso sfida Renzi: senza futuro E Boldrini sceglie l’ex giudice
Il presidente del Senato: “Io come Fini? Guardo avanti, Matteo non so se può...”. Sarà candidato a Roma o Milano. La correzione al femminile nel simbolo di Liberi e uguali
di Tommaso Ciriaco


Roma Cravatta rossa, un logo elettorale che sfiora l’amaranto e qualche pausa di troppo in tv, perché con il piccolo schermo deve ancora prendere la mano. « Sarò una guida tranquilla » , promette Piero Grasso lanciando dalla poltroncina di “Che tempo che fa” la campagna elettorale di “Liberi e Uguali”. Una forza tranquilla, ma che non risparmia uno schiaffo a Matteo Renzi: «Lui mi paragona a Fini e Pivetti - sorride l’ex magistrato - noi però manterremo comunque il nostro stile, senza attacchi scriteriati alle persone. Ma se comincia a provocarmi, rispondo. Io non ho un passato in politica e guardo al futuro, lui ha una fase zen che forse è passata e un futuro non molto roseo...».
Lo battaglia fratricida a sinistra è cominciata, o forse non si è mai interrotta. La miccia è l’intervista a Repubblica del segretario dem, quelle critiche ai Presidenti delle Camere che proprio non vanno giù ai diretti interessati. Se Grasso ribatte in pubblico - e Irene Pivetti se la prende con Renzi chiamandolo « bugiardo » - Laura Boldrini resta zitta. Ira sotto cenere e un temporaneo approccio british. Fino al via libera della manovra, fino al suo passaggio in Liberi e Uguali.
Si ritroveranno insieme nel nuovo partito, i due Presidenti. Forse già al termine di questa settimana. Con un simbolo che Grasso mostra alle telecamere fresco di stampa su un foglio formato A3. L’ha pensato un grafico di Monza, dopo che Mdp aveva fallito con il logo “ Max” ideato da Oliviero Toscani. C’è il nome del leader nell’ovale che correrà alle elezioni - « non volevo, ma mi hanno spiegato che è come il braccialetto dei neonati, servirà a farci riconoscere » - e c’è una “ e” composta da sottilissime foglie. La ragione? Una spruzzata di ecologismo, ma anche un riconoscimento “ di genere”, perché trasforma la parola “liberi” in “libere”.
Tutto è studiato per segnare una novità. « Questa è una scelta di vita - ricorda Grasso - come ai tempi del maxiprocesso. Potevo fare il nonno, alla fine ho deciso di pensare ai nipoti di tutti...». Ma l’obiettivo irrinunciabile è quello di non schiacciarsi a sinistra. Difficile convincere che « il partito non sarà una ridotta » , però, quando Renzi ripete una volta al giorno che a comandare sarà sempre e per sempre Massimo D’Alema. « Da una vita ho una posizione di guida, ho coordinato magistrati si difende Grasso - e posso esercitare il mio potere su una formaziona politica. Se qualcuno non ci crede, se ne accorgerà » . In fondo, con D’Alema condivide un obiettivo prioritario: rosicchiare consensi ai dem, indebolire Renzi. Lo teorizza anche mentre esclude patti in vista delle elezioni: « L’amico Pisapia ha provato a unire il centrosinistra per un anno, ma non c’è riuscito. Non ci sono condizioni. Dopo il voto si potrà vedere, il sistema è proporzionale e non abbiamo preclusioni per nessuno. Ognuno prende i voti che riesce a catturare, e questi consensi noi li cercheremo riprendendo magari quelli che va perdendo il Pd».
È la tesi di D’Alema. Solo dopo partirà il balletto per la formazione del nuovo esecutivo. Anche in questo caso, Grasso non sceglie tra dem e cinquestelle. C’è però spazio per un inedito apprezzamento sul generale Gallitelli, la “pazza idea” del Cavaliere per Palazzo Chigi. «Anche Berlusconi ha capito che bisogna avere fiducia nelle istituzioni».
Nel frattempo c’è un partito da costruire. Dei comitati da mettere in piedi. E una Presidente della Camera da accogliere in “ Liberi e Uguali”. «Auspichiamo che Boldrini possa venire con noi » . Lo farà presto, il giorno dopo la fiducia sulla manovra alla Camera. Lavora a un evento a sorpresa, un atto simbolico. E darà seguito alla campagna partita sui social a colpi dell’hashtag # nonsolomaschi, un appello per consegnare ruolo e leadership alle donne in politica. Certo, il timone resterà a Grasso. Anche formalmente, perché ci sarà la sua firma sulle liste elettorali, a cui lavorerà nella sede del partito in via Zanardelli che nelle ultime ore ha avuto modo di visitare.
Non ha ancora deciso, invece, in quale collegio uninominale candidarsi. Nel partito si dice che sceglierà Milano, per massimizzare il consenso puntando sul voto d’opinione di una grande città. Per la stessa ragione, l’alternativa è Roma. Non a rischio di incrociare Paolo Gentiloni, però. Vogliono evitarlo entrambi, per garbo istituzionale. Il Presidente del Senato farebbe un’eccezione solo per Renzi.

Corriere 11.12.17
Io contro Renzi? Lo criticavo anche quando era potente
di Pif


Le prime tre volte in cui partecipai alla Leopolda, denunciai alcune cose che non mi piacevano del Pd, tra le quali la presenza di quelli che oggi vengono definiti «impresentabili». Finalmente si è trovata un’espressione utile per definire una persona senza essere querelati. Io infatti, non avendola utilizzata, fui querelato. L’ultima volta alla Leopolda, nel 2014, non ci andai per tenere un discorso, ma per dire a Renzi, ormai presidente del Consiglio, quello che pensavo sulle sue nuove alleanze politiche. Sintetizzai, a lui e ai giornalisti, il mio articolato pensiero politico così: «Quando ti vedo con Verdini, mi viene un brivido lungo la schiena!». Giorni fa, in una intervista mi fu chiesto come mai quest’anno non fossi andato alla Leopolda. Risposi con lo stesso ragionamento politico fatto già tre anni prima. Alcuni giornalisti, però, lo hanno tradotto così: «Quando Renzi è potente, Pif lo appoggia e fa carriera. Quando Renzi cade in disgrazia, Pif lo abbandona». Mi sono chiesto allora: perché la mia assenza negli anni passati non ha fatto scalpore? Perché non sono stato criticato quando criticavo Renzi, diventato presidente del Consiglio e quindi «potente»? Ma soprattutto, perché non entrano nel merito delle mie parole? La mia risposta: perché in questo periodo storico le dichiarazioni e i fatti sono irrilevanti, contano solo i pretesti e lo scatenamento dell’indignazione. È troppo «elaborato» contestare una scelta con un ragionamento, è molto più facile lo schizzo di fango (e scrivo fango giusto perché sono sul Corriere ) e ottenere tanti like , anche immaginari. Molti, da editorialisti, sono diventati «twittisti», «facebookisti». Scrivono gli articoli di giornale con lo stesso spirito rancoroso con cui si scrive spesso un post su Facebook. Negli anni 70, l’argomento di discussione era la propria idea di società e, per fortuna adesso accade molto meno, ci si menava per difenderla. Commentare un pensiero, tramite giornale o un «video onanistico» su Facebook, affermando: «Quello è diventato famoso perché appoggiato politicamente» è elementare, rozzo e soprattutto pericoloso. Perché è l’equivalente maschile del «quella giornalista ha fatto carriera perché è bona e l’ha data a qualcuno!». Nel caso dell’uomo ci sono meno giudizi morali, che sono quelli che fanno forse più male. Sono cresciuto a Palermo, una città dove la gente è stata per anni affacciata alla finestra per vedere come finiva la corrida. Io voglio prendere posizione prima che finisca la corrida, per poter dire negli ultimi trenta secondi della mia vita: «Ho fatto quello che potevo!». Ricordandomi sempre che nemmeno un milione di «like», veri o immaginari che siano, trasformano una spruzzata di fango in un’opinione rispettabile (e scrivo fango sempre perché sono ospite del Corriere ).

Repubblica 11.12.17
Il nuovo antifascismo
La gioventù di Como
di Guido Crainz


Vengono in mente lontane parole di Carlo Levi guardando alcune immagini della manifestazione di Como, con quei volti di ragazzi: « Uomini nuovi, giovani nuovi ripensano nuovi pensieri che sono i nostri » . Sono parole del luglio del 1960 e naturalmente non vi è un rapporto immediato con l’oggi: Levi commentava così l’appassionata e inaspettata partecipazione di migliaia di giovani alle manifestazioni antifasciste contro il congresso nazionale del Movimento sociale italiano. Un partito che si richiamava anche nel nome alla Repubblica sociale italiana del 1943- 45 e dava allora un sostegno determinante al governo guidato da Fernando Tambroni, intriso di tentazioni autoritarie. Quel congresso si sarebbe dovuto tenere a Genova, medaglia d’oro della Resistenza, e in quella città la mobilitazione iniziò con un vibrante comizio di Sandro Pertini: l’antifascismo scese in piazza compatto ma fu quella inaspettata partecipazione a segnare quelle giornate in tutta Italia. Chi sono — si chiedeva ancora Levi — quei giovani che « in questi giorni hanno cambiato, inattesi, le vicende, messo in moto una realtà che sembrava stagnante, corrotta, senza uscite né speranze? » . C’era davvero di che stupirsi, e per capirlo basta dare uno sguardo alle fotografie delle manifestazioni: in molte di esse, affollate da operai, ex partigiani, militanti comunisti e socialisti, risaltavano con forza anche le “magliette a strisce” allora di moda fra i giovani. I giovani di un’Italia che cambiava, l’Italia del “miracolo economico”.
Fu detto un no alto e forte al neofascismo, in quelle giornate, e dovette dimettersi il governo che aveva sfidato le manifestazioni e insanguinato le piazze ( dieci furono le vittime). Quei giovani poco sapevano del regime mussoliniano — i programmi scolastici si fermavano alla prima guerra mondiale — ma nei mesi successivi iniziarono ad affollare i corsi di storia sul ventennio e sulla Resistenza che si tennero nelle principali città italiane, animati da moltissimi storici e testimoni ( e quelle lezioni confluirono in libri a lungo preziosi).
Ovviamente, come s’è detto, non è possibile nessun paragone con l’oggi ma non va dimenticato che quei giovani erano inizialmente apparsi alla sinistra del tempo tanto incomprensibili quanto le appaiano ora. Altrettanto sconosciuti e inconoscibili, cresciuti con altre culture e immagini: sempre più « nutriti sulle strisce dei fumetti, imbottiti di comunicazioni visive a scapito della pagina stampata», per dirla con Umberto Eco. E fu appunto Eco a farci capire che quelle culture non erano necessariamente strumento di “integrazione”, come si diceva, nel sistema dominante.
“ Perché così giovani”, titolava allora l’Espresso, e si chiedeva «come mai la gioventù è oggi pronta a scendere in piazza». Sono insorti anche contro le miserie dei nostri giorni, osservava, contro «la voracità e l’inefficienza della classe dirigente», e non era molto diversa l’analisi di una stimolante rivista di allora, Passato e Presente (animata da Antonio Giolitti, Luciano Cafagna, Alberto Caracciolo, Claudio Pavone e altri): «Si sono battuti soprattutto per la libertà» ma «più per una libertà da conquistare che da difendere ».
Sta qui la chiave centrale, e così è stato in tutte le occasioni in cui i giovani hanno “riscoperto” l’antifascismo rinnovandone i contenuti e le ragioni. E proprio il luglio del 1960 ci fa capire meglio le drammatiche difficoltà dell’oggi: la difficoltà a “ricostruire conoscenza” evocata su queste pagine da Umberto Gentiloni ma anche la difficoltà o l’assoluta incapacità della sinistra di ridisegnare un futuro possibile. Di proporre quella “libertà da conquistare” e quella “ società da costruire” che furono sempre, sin dal 1943-45, il cemento più solido dell’antifascismo. Se a questo si pensa ci appaiono ancor più gravi e irresponsabili l’afasia e l’incapacità di progettare il futuro di quel che resta della sinistra, il suo essersi profondamente deformata. Il suo aver smarrito la propria vera ragione d’essere.
Nel luglio del 1960 un giovane che aveva partecipato alla manifestazione romana di Porta San Paolo, duramente attaccata dalle jeep della polizia e dai carabinieri a cavallo, rispondeva così a un giornalista comunista che gliene chiedeva le ragioni: « Sono antifascista perché sono moderno » . Ci rifletta almeno per un attimo la sinistra vecchia o precocemente invecchiata, arcaica e rancorosa dell’oggi: le sorti in gioco non sono solo le sue.
Guido Crainz ha insegnato Storia contemporanea all’Università di Teramo. Il suo ultimo libro è “Storia della Repubblica. L’Italia dalla Liberazione ad oggi” (Donzelli Editore, 2016)

Repubblica 11.12.17
Un giudice da rimuovere al più presto
di Liana Milella


Dicembre 2016, dicembre 2017. La giustizia disciplinare del Consiglio di Stato è decisamente troppo lenta. Per decidere il destino di Francesco Bellomo dodici mesi sono un’infinità. Il 27 dicembre di un anno fa la drammatica denuncia del padre di una delle studentesse che frequentavano la scuola “Diritto e scienza” e che vedeva sua figlia ridotta a uno scheletro di 42 chili per le pressioni di un magistrato che mescolava vita privata e presunte lezioni di diritto. L’appello del padre, a ridosso di Natale, con la figlia finita dallo psichiatra, suonava disperato: «Mi chiedo come sia possibile che un padre, affidando sua figlia a una scuola per la preparazione giuridica di futuri magistrati diretta da un consigliere di Stato, possa ritrovarsi in una simile situazione. Mi chiedo se addirittura i futuri magistrati possano essere in futuro ricattati, ricattabili o comunque condizionabili nell’esercizio delle loro funzioni. Mi chiedo se l’immagine del Consiglio di Stato sia compatibile con un contratto-borsa di studio dove si chiede “fedeltà assoluta” a una persona e si coartano scelte personalissime e diritti inviolabili della persona, dove uomini e donne sono classificati in esseri superiori e inferiori». Questo padre — che ha salvato sua figlia in extremis da un uomo di diritto che consegnava questionari sui fidanzati delle studentesse ed esigeva che ne descrivessero le prestazioni — un anno fa aveva fatto una richiesta semplice: «Vi chiedo, con il massimo rispetto, se un alto magistrato, che appartiene a un organo così illustre della Repubblica italiana, possa accanirsi così nei confronti di una giovane ragazza in evidente stato di inferiorità».
Interrogativi che scuotono la coscienza. Perché il protagonista della storia non è un incolto, tutt’altro. Chi l’ha conosciuto in tribunale a Bari, dove è stato pm, lo descrive come dotato di un’intelligenza superiore. Lui stesso, nel suo curriculum, con un superomismo che stupisce, tiene a documentare il suo tasso intellettivo.
Eppure proprio lui pubblicava sulla rivista “Diritto e scienza” i suoi carteggi intimi con le studentesse. Le “sputtanava” se non gli obbedivano.
Ora. Com’è possibile che l’attuale vertice del Consiglio di Stato, i colleghi di Bellomo, non avvertano il disonore che sta calando sulla stessa istituzione per il troppo tempo necessario a punire Bellomo? Un anno è passato, ma non basta. Perché il 27 ottobre, quando finalmente il consiglio disciplinare ha votato, ecco la sorpresa. Sette voti per la destituzione di Bellomo. Quattro contro, due astenuti. Poiché le astensioni valgono come voto contrario, significa che la partita è finita 7 a 6. Bellomo ha anche citato civilmente due colleghi, che hanno dovuto astenersi. L’attuale Consiglio sta per scadere. Già eletti i nuovi togati. A breve la scelta del Parlamento sui laici. Se la decisione non fosse presa subito, accadrebbe che un nuovo Consiglio, che non ha ascoltato i protagonisti, dovrebbe decidere solo sulle carte. Poi ci vorrà il voto dell’Adunanza plenaria, cioè dei cento consiglieri di Stato, di cui pochi avranno letto il corposo dossier. Nel frattempo, nell’indifferenza del Consiglio di Stato, Bellomo continua a scrivere sentenze, a essere il direttore della scuola e della rivista, a tenere lezioni. Decisamente troppo. A meno che non si stia dalla parte di Bellomo che ha speculato sull’ansia di giovani laureate vogliose di conquistare la toga il più in fretta possibile, anche a costo della sottomissione e del silenzio.