lunedì 6 novembre 2017

TUTTI I TESTI E POI A SEGUIRE QUI DI SEGUITO ANCHE I TITOLI SEPARATI DAI TESTI


pagina 99 3.11.2017
Ora Draghi mette in crisi i populisti
Finanza | Gli aiuti della Bce hanno contribuito ad allargare le disuguaglianze alimentando i movimenti anti-sistema. La riduzione del Qe è l’occasione per una distribuzione più equa
di L’alieno gentile

Riconoscere la differenza fra valore e prezzo è un esercizio difficile; se poi si tratta di titoli di Stato, che non hanno un valore d’uso ma solo di scambio, è ancora più facile andare nel pallone. Riconoscere la differenza fra valore e prezzo è sempre un esercizio difficile; quando poi si tratta di titoli di Stato, ovvero di beni immateriali che non hanno un valore d’uso ma solo un valore di scambio, è ancora più facile andare nel pallone. Sui Btp (buoni del tesoro poliennali, ndr), ma vale in generale su tutti i tipi di obbligazioni, abbiamo assistito negli ultimi anni a una dinamica che non ha precedenti nella storia: il supporto garantito dalle banche centrali mondiali ai mercati obbligazionari ha spinto in alto i prezzi, contribuendo ad allargare le disuguaglianze fra chi ha un patrimonio (che così si rivaluta) e chi non ce l’ha (e si“gode”tutti gli effetti della Crisi). È uno dei meccanismi più elementari dell’economia, si tratta dell’effetto rarità: con i piani di Quantitative Easing, tutte le principali banche centrali hanno comprato ogni mese titoli, molti più di quanti ne venissero emessi, riducendo progressivamente le quantità di strumenti disponibili sul mercato. I Btp, ma anche i Bund tedeschi, così come le obbligazioni emesse da imprese, sono diventati strumenti via via più “rari”, con gli investitori pronti ad accaparrarseli anche se a rendimenti ridottissimi. Ora però la Grande Crisi sembra finalmente archiviata e le banche centrali stanno progressivamente riducendo, azzerando o invertendo il processo. C’è chi è più avanti in questa inversione (la Federal Reserve americana), chi la sta intraprendendo (la Banca centrale europea) e chi per ora ancora non è pronto (la Bank of Japan), ma dopo che la Bce ha svelato i suoi piani in merito possiamo tirare le prime somme: da marzo-aprile dell’anno prossimo la mole complessiva di acquisti delle banche centrali tornerà ad essere inferiore alle emissioni che giungeranno sul mercato. In altre parole, i titoli smetteranno di diventare via via più rari, e viceversa saranno progressivamente sempre più abbondanti e disponibili, col risultato che il loro prezzo invece che salire inizierà strutturalmente a scendere (facendo salire i rendimenti). Questa macro-dinamica può essere solo lievemente scalfita da notizie positive come il miglioramento del rating dell’Italia emesso a sorpresa da Standard&Poor’s la scorsa settimana, ma al contrario il progressivo aumento del costo del debito provocato dalla rimozione degli stimoli della Bce appesantirà il bilancio di chi, come l’Italia, ha un monte debiti particolarmente elevato. Il 2018 si presenta quindi come un anno di svolta: le condizioni dei mercati passeranno da accomodanti a ostili proprio in prossimità della scadenza elettorale di rinnovo del Parlamento italiano che, secondo alcuni, è una tappa temuta dai mercati e secondo altri è invece già “blindata” dal Rosatellum. Ogni piano di spesa, ogni promessa elettorale, dovrà giocoforza confrontarsi con una realtà che sarà sempre più complicata, visto il crescente costo del debito, ma che potrebbe contenere un risvolto inatteso: come dicevamo, gli aiuti erogati dalle banche centrali hanno rivalutato gli asset finanziari, contribuendo ad allargare le disuguaglianze, alimentando così il consenso dei movimenti populisti. Accanto al cambio di rotta delle banche centrali dovremmo assistere all’introduzione compensativa di maggiori stimoli fiscali da parte dei governi, possibile perché per un po’ godremo ancora della coda lunga della riduzione dei tassi degli ultimi anni che rendono più sostenibile il debito. Il beneficio di questo genere di stimoli ha molte più possibilità di essere indirizzato alle fasce più deboli e certamente avrà in ogni caso una distribuzione degli effetti più equa. Per sovranisti, indipendentisti, secessionisti e autonomisti questo 2018 potrebbe essere dunque l’ultima chiamata per accaparrarsi il consenso necessario a imporre la propria agenda, prima che la progressiva normalizzazione post-crisi riduca la dimensione del dissenso. Almeno fino alla prossima Grande Crisi.

pagina 99 3.11.2017
Biometria non fa rima con democrazia
Ricerca | Secondo uno studio indiano i Paesi che adottano sistemi di identificazione basati su parametri biologici sono anche quelli meno liberi

Esiste una correlazione inversa tra l’esistenza di democrazie consolidate e la decisione di adottare sistemi di identificazione biometrica. È quanto suggerisce una ricerca della National Law University di Nuova Delhi, secondo la quale i sistemi democratici forti sono più restii, rispetto a quelli meno solidi e alle autocrazie, a usare tali congegni per identificare i cittadini. A spingere i ricercatori a indagare sull’esistenza di tale correlazione è stata la decisione della Suprema Corte indiana, lo scorso settembre, di riconoscere la privacy come diritto tutelato dalla costituzione. Incassata la vittoria, i movimenti peri diritti hanno chiesto alla Corte di chiarire se Aadhaar – il sistema di identificazione partito nel 2009 che oggi ha accesso ai dati biometrici di oltre un miliardo di indiani – violi o meno il diritto alla privacy. L’adesione a Aadhaar è volontaria, ma non esiste quasi servizio – fisco, scuola, università, sanità, trasporti – a cui si possa accedere in India se non si è iscritti. Prima di decidere, la Corte sentirà l’opinione di esperti e studiosi della materia. Ragione per cui i ricercatori del Centrefor Communication Governance della National Law University di Nuova Delhi hanno iniziato a studiare i Paesi che hanno adottato sistemi simili ad Aadhaar, notando subito una strana coincidenza. «Quando abbiamo raccolto e analizzato i dati, abbiamo rilevato una tendenza interessante: molti Paesi che avevano forti sistemi di identificazione biometrica non disponevano di governi democratici altrettanto solidi», spiegano due dei ricercatori, Chinmayi Arun and Smitha Krishna Prasad, in un articolo su scroll.in. A quel punto gli studiosi hanno deciso di procedere – con - centrandosi soprattutto sui Paesi del Commonwealth – incrociando i dati sull’adozione di sistemi di identificazione biometrica con i parametri di democraticità ricavati dall’indice Freedom in the World di Freedom House e da quello della Economist Intelligence Unit. Il risultato, rielaborato da pagina99 includendo anche altri Paesi, è quello che vedete nel grafico e conferma l’esistenza di una correlazione inversa tra democrazia e identificazione biometrica.

pagina 99 3.11.2017
Cinesi di tutto il mondo, unitevi
Soft power| Un opaco ufficio al centro di Pechino. E un obiettivo: rafforzare ovunque l’influenza della Repubblica popolare

A Pechino, al 135 di via Fuyou, c’è il Dipartimento del lavoro per il fronte unito, l’ufficio che in grande segretezza lavora per l’affermazione e la diffusione del soft power della Repubblica popolare. Potrebbe essere l’arma segreta del «rinascimento della nazione» e il Financial Times gli dedica una lunga inchiesta. Da quando Xi Jinping è al potere, il personale e le funzioni del Dipartimento in questione sono state rafforzate. Secondo quanto scritto in un manuale a uso interno per l’educazione dei quadri ottenuto in esclusiva dal quotidiano britannico, i suoi nove uffici sono dedicati agli aspetti che la leadership ritiene più importanti nell’ascesa della Cina a potenza globale. Sopratutto, il manuale esorta i quadri a «unire tutte le forze che possono essere unite» in tutto il mondo senza dimenticare la costruzione incessante di una «grande muraglia di ferro» che protegga la Cina «dalle forze nemiche esterne» che attentano a dividere il suo territorio o a indebolirne lo sviluppo. Grazie alla definizione delle aree di azione dei suoi nove uffici possiamo intuire la metodologia che ha messo in campo la seconda economia mondiale. Il primo si concentra sugli otto partiti «non comunisti» che occupano (pro forma) la compagine politica cinese e ne seleziona i candidati che accedono al Congresso. Il secondo sulle 55 minoranze etniche per evitarne derive indipendentiste. Il terzo lavora su Hong Kong, Macao, Taiwan e i 60 milioni di cinesi che vivono all’estero, per coltivare la loro fedeltà al Partito. Il quarto è forse il più opaco. Definisce il budget interno e la gestione del personale del Dipartimento. Il quinto agisce sulle politiche di riduzione della povertà e sulla «vecchia base rivoluzionaria», intesa come classe operaia. Il sesto deve assicurarsi l’appoggio degli intellettuali che non aderiscono al Partito. Il settimo del Tibet e dell’individuazione del nuovo Dalai Lama tra i Buddha riconosciuti da Pechino. L’ottavo di una sempre più influente classe media e il nono, aperto da Xi Jinping, dello Xinjiang, la regione occidentale a maggioranza musulmana con forti velleità separatiste. Ma soprattutto l’accento è posto sui cosiddetti cinesi d’oltremare, perché «l’unità in Patria richiede l’unità dei figli e delle figlie cinesi residenti all’estero». Non sarebbe infatti un caso che Australia, Nuova Zelanda e Canada denuncino una crescente attività di lobbying dagli entourage cinesi dei residenti. Staremo a vedere se nei prossimi 5 anni crescerà ulteriormente.

pagina 99 3.11.2017
povera cultura ormai è in dialisi
Letteratura | «Come reni che non filtrano più, le pagine culturali non sanno distinguere tra ricerca e consumo. La bussola è impazzita». Intervista a Valerio Magrelli
di Marco Ceravolo

«Un tempo c’era una distinzione, una capacità critica che oggi è sparita. Quando apro i giornali nazionali, vedo le pubblicità della Feltrinelli e il consiglio “leggete questo libro” è firmato da un comico o addirittura da un lettore; quando compro un libro di poesia e la prefazione è scritta da un conduttore televisivo, vuol dire che la bussola è impazzita. Non esistono più punti di riferimento». Nell’era dei social media, della fine degli esperti e dell’uno vale uno, la critica letteraria non fa eccezione. «Un tempo potevi costruirti una fama di critico e il giornale ti chiamava, ora è il contrario: prendono uno qualsiasi, lo fanno scrivere di libri ed eccolo diventato critico». A parlare è Valerio Magrelli, poeta, scrittore, professore di letteratura francese all’Università di Cassino. Lo incontriamo nel salotto della sua casa romana, a due passi da Piazza del Popolo. Argomento: la fine degli esperti in letteratura. «Attenzione», ci tiene a precisare al riguardo, «nelle riviste, in moltissimi siti, ci stanno fior fior di ragazzi studiosi, critici, come forse non ce n’e r ano prima. Ma il mercato, grazie alla compiacenza di chi poteva frenarlo, ha voluto confondere tutto. Ecco perché sentiamo il cantautore che si presenta come professore universitario, quando non lo è; ecco perché sentiamo un giudizio critico espresso da un cantante, un romanzo scritto da un attore televisivo, e vediamo in classifica i libri da passatempo (sacrosanto e dignitosissimo), ma spacciati per letteratura». Ce l’ha con i critici di professione Magrelli? «Piuttosto, con i non-critici. Ce ne fu uno che diventò famoso perché su un giornale nazionale pubblicò una copertina con il titolo “Giorgio Faletti, il più grande scrittore italiano”. Se scrivi su un giornale nazionale una cosa del genere, sei responsabile di migliaia di ragazzi che, fidandosi dell’autorità del quotidiano, crederanno a una sparata del genere. Non penseranno che magari possa essere un Tabucchi, un Zanzotto; no, Faletti, contro il quale io non ho nulla. È stato un bravo comico, magari avrà scritto un buon libro, ma questo titolo è come il napalm. Distrugge tutto, fa il deserto. Chi perderà più tempo a leggere Gianni Celati?» Secondo Magrelli, è ancora necessario distinguere tra letteratura di ricerca e letteratura di consumo, o meglio, precisa, «fra letteratura di interrogazione e letteratura di intrattenimento. Per questo parlo di una cultura in dialisi. Questa è l’immagine che ho avuto: la dialisi è quella cura che si mette in opera quando i reni non funzionano più, non filtrano più. Ecco, per me i reni della cultura erano le pagine culturali. Quando propongo un articolo su Céline, e mi dicono che andrà nella pagina successiva perché nella prima c’è un’intervista a Ombretta Colli, vuol dire che i reni sono da buttare. Ombretta Colli che sta nella prima pagina di uno dei più importanti giornali culturali è come una bandiera bianca. Ci arrendiamo. È finita. In Italia io ho visto tutto ciò dall’inizio. Ricordo il “responsabile” (lo dico scherzando): Antonio Ghirelli. Un giornalista che scrisse del calcio come cultura. L’imbroglio era nato». Per l’autore degliEsercizi di tiptologia (Mondadori, 1992) tutto dipende da cosa si intende per cultura. L’equivoco nasce da qui. «Una cosa è la cultura in senso antropologico, lì possiamo parlare del seppellimento dei morti, delle feci o del modo di cucinare(è cultura in senso lato); altro è parlare di cultura in senso stretto. Lo scambio tra queste due sfere ha fatto sì che adesso i rettori diano la laurea honoris causa a sarti, cuochi e motociclisti. Mi spiace, su questo non transigo. Detesto la celebrazione dell’ordinario. Tu non puoi fare un corso sulla Storia della televisione e metterlo sullo stesso piano di un corso sulla Storia dell’Illuminismo». Per Magrelli il discusso Nobel per la letteratura a Bob Dylan è l’esempio paradigmatico di questo cortocircuito. «Non c’è niente da fare, non è dietrologia, io vedo da vent’anni in qua, un sistematico attacco portato contro la scuola pubblica e contro il concetto di cultura come pensiero critica. Adesso l’alternanza scuola-lavoro è il colpo di grazia. Certo, esiste ancora chi legge i classici. Io vedo dei ragazzi preparatissimi, per fortuna. Ma questi sforzi sono offuscati dalla glorificazione dell’esistente. Ricordo, ebbi una lite violenta perché a una seduta di laurea uno studente aveva portato una tesi triennale su Amleto e un altro sulle parole di De Andrè. Al momento della valutazione, volevano dare il massimo a tutt’e due. Io dissi: “Passerete sul mio corpo: non sia mai che un testo di tale complessità venga messo sullo stesso piano delle parole (si badi: non “parole e musica”) di De Andrè”». Secondo il poeta non è questione di alto o basso, ma di coefficiente di difficoltà. «Come nei tuffi: tu mi fai un tuffo a bomba impeccabile, l’altro mi fa un triplo carpiato. Ecco, le parole di De Andrè (attenzione, ripeto, non parlo della musica) sono un tuffo a bomba. È fatto bene, certo, ma ammetterete che comunque ci voleva meno che scrivere l’Amleto. O no? Andando via, domandai: “Alla magistrale, tesi sui Fratelli Righeira? (che peraltro hanno scritto canzoni di rara intelligenza, vedi L’estate sta finendo)”». E se dovesse essere Valerio Magrelli a consigliare ai lettori di pagina99 degli autori italiani contemporanei di qualità, chi sceglierebbe? «Nella narrativa, che in realtà seguo poco, ho letto recentemente uno dei primi romanzi di Michele Mari. Ho visto degli spettacoli teatrali di Vitaliano Trevisan, molto belli. Mi piacciono Michela Murgia o Mauro Covacich. Ma è difficilissimo immaginare quello che può interessare al pubblico. Per me è una sfida impossibile, mi sono arreso. Nel 2010 scrissi Addio al calcio, in cui credevo molto: andò malissimo. Mi dissi: a questo punto scrivo un libro che potremo leggere solo io e mia sorella, e scelgo pure un titolo insolito, Geologia di un padre; me ne frego di tutto. Inutile dire che è il mio volume andato meglio. Anche con i miei figli era lo stesso: quando erano piccoli mi divertivo a consigliare loro dei libri e li sbagliavo tutti. Indovinare è impossibile. Una volta, ad esempio, mia figlia liceale prende dalla mia scrivania Finzioni di Borges, un testo difficilissimo. Tempo dopo mi dice: “Era questo che mi dovevi far leggere, non gli altri”. Oppure mio figlio con Lolita di Nabokov. Mi disse: “Ma perché mi hai consigliato tante stupidaggini al posto di questo?”».

pagina 99 3.11.2017
L’algoritmo si fa nazione democrazie sotto scacco
Hi-Tech | Da Mosca a Pechino gli Stati contendono alle grandi aziende il governo dell’innovazione. Rivendicando, oltre al controllo dei dati, quello sui codici, per manipolare il consenso. Come testimoniato dal voto Usa
di Michele Mezza

 Xi Dada, lo zio Xi, il vezzeggiativo con cui vuole ormai farsi identificare dal suo popolo il presidente segretario-factotum cinese Xi Jinping – a conferma che il suo carisma ormai è del tutto sganciato dall’investitura solenne che gli è stata data dal 19° Congresso del partito comunista – ha brigato non poco per farsi assegnare dalla commissione politica dell’assise comunista, insieme alle altre 11 posizioni apicali della piramide di comando, anche il titolo di “Leader del gruppo centrale per Internet e l’informatizzazione del Paese”. Una medaglia che sembrerebbe aggiungere poco alla sostanza del suo dominio sull’intero apparato istituzionale del Paese, ma che invece segnala una svolta radicale della natura e delle funzioni dei nuovi sistemi tecnologici digitali, diventati il baluardo della governance dell’ex Impero di Mezzo.
• Il nuovo soft power di Pechino
Il rituale del congresso si è concluso con un documento che sancisce una nuova idea di politica basata su un concetto di soft power che è molto diverso da quello elaborato a Harvard da Joseph Nye all’inizio degli anni ’90 per sostenere la mutazione materiale dell’impero americano. Pechino intende soft nella più diretta accezione etimologica di software. Il potere cinese vuole essere guida diretta non solo dell’utilizzo delle piattaforme ma proprio dell’architettura del codice. Prende forma esplicitamente la strategia dell’algoritmo-nazione, di una politica che arruola direttamente le competenze e le pratiche tecnologiche in una idea di governance diretta, contestando ai grandi service provider il controllo dell’innovazione. La potenza di calcolo, la capacità di incrociare dati e soluzioni automatiche sulle piattaforme sociali, diventa in questa concezione un sistema tecnologico prescrittivo, fortemente ancorato a un interesse nazionale, con funzioni semantiche e neuronali, che trasferisce all’utente modelli linguistici e dunque modi di pensare. La tecnologia, come spiega Emanuele Severino, da tempo ormai non è più un mezzo in vista del raggiungimento di un certo fine, ma diviene un vero e proprio apparato che tende ad affermarsi secondo una propria logica : «La tecnologia», scrive il filosofo, «cos’è se non l’organizzazione di mezzi per produrre scopi?». Questi scopi sono diventati la bandiera di un modo di organizzare gli stati.
• Il controllo delle preferenze
Non solo i cinesi si stanno attestando su questa linea. La Russia di Putin sta ripensando l’intera sua geopolitica attorno al controllo dei flussi tecnologici. E lo stesso fenomeno Trump non sarebbe correttamente decifrato se non lo vedessimo sullo sfondo di un’insofferenza crescente in larghe aree della società americana rispetto al potere incontrollato della Silicon Valley. L’evoluzione dei sistemi algoritmici verso capacità cognitive più complete e autonome, in grado di interferire direttamente non solo sui gusti e i consumi, ma persino sulla formazione della personalità, ha allarmato i poteri autocratici. Un esempio per tutti: la comparsa sulla scena due anni fa in versione beta di Release Radar, il nuovo software di Spotify, il provider che fornisce a più 100 milioni di clienti compilation musicali talmente aderenti ai loro gusti che nessuno pensa più di potersele organizzare da solo. Il nuovo dispositivo intelligente non solo profila i gusti, ma traccia l’evoluzione della personalità di ognuno, prevedendo nei prossimi anni quali saranno le sensibilità musicali di ogni singolo utente. Su quel principio ha lavorato Cambridge Analytica, la società che ha supportato Trump nella sua campagna elettorale, mappando con i suoi grafi 78 milioni di elettori, distribuiti per singole particelle catastali. Il tema non è più il sondaggio di opinione o, appunto, la profilazione, cioè la fotografia statica di cosa pensano i propri utenti o elettori, ma come poter agire direttamente sui processi psico semantici degli individui.
• La strategia di Xi
Sia Mosca che Pechino si sono sentite direttamente colpite dai processi di mobilitazione virale dei primi anni 2000: dalle mobilitazioni arancioni ai confini dell’ex impero sovietico, alle primavere arabe. «Il potere», spiega Manuel Castells nel suo saggio Reti di indignazione e speranza (Bocconi editore, Milano 2012) che analizza le rivolte digitali ed è stato lungamente studiato da russi e cinesi, «è esercitato tramite la costituzione di significati nell’immaginario collettivo». Il nuovo soft power dell’est vuole sottrarre agli Over The Top, da Google a Facebook, l’esclusiva nella produzione di questi significati . Proprio Xi Jinping, agli albori del suo primo mandato da segretario, sotto l’effetto del dominio delle sollevazioni arabe, fece approvare dal Consiglio di stato un allora misteriosissimo “Piano per la costruzione di un Social Credit System”. Si tratta di un gigantesco progetto di anagrafe dei comportamenti e delle attività di ogni cittadino, profilato dalla rete. Esattamente come è vagheggiato nel serial tv Black Mirror. Fondamentale nella strategia è l’alleanza con le aziende private cinesi, che diventano le unità operative del controllo sociale politico, fornendo i dati in cambio della piena copertura sui mercati globali nella competizione con i grandi conglomerati multinazionali, da Alibaba in prima fila, a China Rapid Finance, titolare dell’app WeChat, da AliPay, concorrente di Paypall, a Didi Chuxing, avversario storico di Uber. Si cementa così il nuovo apparato economico-militare del digitale cinese. In questa chiave diventa essenziale l’autonomia e la sovranità nei driver dello sviluppo come le forme di intelligenza artificiale, ma anche come il mercato del mobile, dove il dominio dei dispositivi americani, da iOS a Android, non è più tollerabile in una prospettiva in cui gli smartphone diventano Brainphone.
• I sogni egemonici del Cremlino
Sulla stessa linea si muove il presidente russo Putin, che trasforma la strategia dell’algorit - mo-nazione in una vera policy militare. È in prima persona il capo di stato maggiore russo, Valeri Gerasymov, di cui pagina99si è occupata per prima in Italia qualche numero fa, che ripensa in termini digitali una nuova teoria di guerra asimmetrica, dove non è più la leggerezza dei combattenti, come sosteneva qualche anno fa l’ex capo del Pentagono Rumfield, quanto la contaminazione dei linguaggi e le determinazione dei profili sociali a imporsi come vincente. In poco tempo, dopo le incursioni ai propri confini di squadre di social agitatori, palesemente di matrice atlantica, che innestarono sollevazioni di piazza in quello che Mosca considera il cortile di casa (dall’Ucraina alla Bielorussia) i russi si mettono al centro del nuovo scacchiere digitale, ribaltando la capacità di mettere sotto scacco l’avversario, come Hillary Clinton ha potuto testimoniare nelle elezioni presidenziali vinte da Trump. Putin ha a disposizione un armamentario che gli permette di insidiare ormai ogni segreto istituzionale, e soprattutto di giocare in campo aperto la parte della formazione di senso in ogni palcoscenico elettorale. Anche al Cremlino si lavoro sullo schema classico dell’alleanza fra aziende nazionali e apparati della forza. La nuova strategia dell’algoritmo-nazione viene così perseguita in maniera scientifica a Mosca, componendo e scomponendo i vecchi kombinat (distretti industriali, ndr) tecnologici di origine sovietica, passati poi, avventurosamente nelle mani di ex funzionari , prevalentemente del Kgb, e poi, con pressioni di ogni tipo, arrivati a essere tutti controllati da fedelissimi del presidente russo. Le università sono state setacciate, e soprattutto si è selezionato una schiera di makers slavi, giovani e rancorosi, che attribuiscono il proprio mancato successo rispetto ai loro omologhi della Silicon Valley a uno strapotere americano che non ammette intrusioni. Una strategia che vede il richiamo della grande Russia estendersi, proprio sull’onda delle sfide digitali, in tutti i Balcani, riunificando patrie etniche, come in Serbia e in Bulgaria, o patrie nazionaliste, come in Macedonia e in Croazia. Per tutti c’è un solo obbiettivo, come ha spiegato il ministro russo delle Telecomunicazioni Nikolai Nikiforov: «Rompere il monopolio dell’eco sistema digitale che regna nel mondo». Lo stesso ministro Nikiforov ha gestito direttamente l’operazione Sailfish, il nuovo sistema operativo di telefonia mobile che sarà adottato in tutto il Paese dalla pubblica amministrazione per poi lanciarlo in alternativa a Apple e Google. Pensando magari a una successiva integrazione con Telegram. 
• Trump pronto a seguire l’amico Putin
Una posizione, questa di contestare ai grandi monopoli del mercato il controllo sull’evoluzione tecnologica, che paradossalmente ritroviamo persino nell’eccentrico profilo del presidente americano Trump, che nella sua corsa vittoriosa al consenso ha usato con forza questa determinazione a ridimensionare il protagonismo della Silicon Valley, mettendo gli interessi del governo al centro della scena. Il cosiddetto populismo diffuso si nutre anche di questa diffidenza rispetto ai destini radiosi dei giovani imprenditori miliardari del Nasdaq. In Europa è la cancelliera tedesca Merkel a guidare il fronte del nazionalismo del calcolo: in una sua intervista al Guardian, prima delle elezioni, ha stigmatizzare duramente l’invadenza degli Over The Top dicendo pubblicamente che «la trasparenza e la negoziabilità degli algoritmi afferisce ormai alla natura e alla sicurezza della democrazia». L’algoritmo nazione è dunque una bussola che sta scompaginando la dinamica della rete, e più in generale la geografia dei saperi, al momento guidata dall’ansia di controllo politico da parte delle leadership nazionali. Siamo agli inizi di una nuova storia, dove i contendenti non saranno più solo i gloriosi makers delle startup e degli spin-off, ma direttamente i leader nazionali, con i loro generali e i loro strateghi digitali. Sarà bene mandare a memoria l’antica lezione di un padre dell’informatica come Alan Turing: «L’innovazione la troviamo sempre lungo la stretta linea che separa l’intraprendenza dalla disubbidienza».

pagina 99 3.11.2017
Ricerca
Epidemia di solitudine

Ne uccide più la solitudine che l’obesità. O quasi. Un nuovo studio americano, basato sulla meta analisi di altri studi precedenti, ha provato a misurare quanto impatti sulla salute pubblica la crescente solitudine che caratterizza soprattutto le società occidentali. Secondo l’analisi di Julianne Holt-Lunstad, professoressa di psicologia alla Brigham University in Utah, la mancanza di un’appropriata rete sociale aumenta del 50% il rischio di andare verso una morte prematura. Il lavoro è basato sull’analisi di 148 studi precedenti e che hanno complessivamente coinvolto 300 mila partecipanti. Una seconda ricerca, che questa volta mette insieme 70 studi per 3,4 milioni di casi, dimostra che l’isolamento, vivere soli e la solitudine hanno un impatto sulla possibilità di morte prematura paragonabile a quello dell’obesità. «Con l’invecchiamento della popolazione che stiamo vivendo, gli effetti sulla salute pubblica possono solo peggiorare», ha spiegato in un comunicato stampa Julianne Holt-Lunstad, che ha presentato il suo lavoro all’American Psychological Association. «In effetti, la situazione che stanno affrontando diversi Paesi ci dice che siamo di fronte a una epidemia di solitudine». Tra i fattori che aumentano il rischio di solitudine, che cresce nei Paesi più ricchi ma non solo, ci sono tutti gli elementi caratterizzanti le società e le famiglie affluenti: un’aspettativa di vita più lunga, una decrescita del numero di matrimoni, meno persone che decidono di avere figli, l’aumento dei divorzi, la tendenza a vivere da soli. La situazione è tanto grave da suggerire l’intervento pubblico per attutire gli effetti negativi di questa tendenza. In Gran Bretagna da mesi se ne sta occupando una commissione di avvocati che lavora con le categorie più a rischio: anziani, rifugiati, neo genitori, giovanissimi. Secondo Holt-Lunstad è necessario un cambio mentale e culturale: come le persone si preparano alla pensione finanziariamente, così dovrebbero fare a livello di rete sociale, essendo il luogo di lavoro quello in cui nascono la maggior parte dei legami. Allo stesso tempo, è necessario intervenire sugli spazi pubblici incentivando la creazione di luoghi che favoriscono la socializzazione, come piazze e giardini.

pagina 99 3.11.2017
Artisti, metteteci una croce sopra
Fenomeni | Perso il ruolo di primo committente, la Chiesa impone ancora limiti alla libertà creativa. Una riflessione a partire dalla mostra di Bill Viola a Milano
di Dario Moalli

La rappresentazione delle emozioni è una chimera che ossessiona ogni artista. Uno di quelli che più è riuscito ad affascinare il pubblico con le sue opere, intrise di interrogativi senza tempo, è certamente Bill Viola che, dopo l’antologica a Palazzo Strozzi di Firenze, arriva a Milano nella cripta della Chiesa di San Sepolcro. Nonostante la presenza di soli tre lavori, risulta efficace la combinazione tra il luogo e i temi rappresentati. The Quintet of the Silent (2000), un video la cui estrema lentezza permette di cogliere ogni minimo cambiamento espressivo dei personaggi, ha una chiara derivazione dai dipinti di Caravaggio, presenti nella collezione della Pinacoteca Ambrosiana (posta dietro la chiesa). La simbologia della morte, evocata in The Return (2007), si lega al luogo stesso della cripta, modellata come una copia del sepolcro di Cristo. Suggestivi sono anche il richiamo alla terra presente nell’ultimo video Earth Martyr (2014) – della serie Martyrs dedicata ai quattro elementi naturali –e la collocazione sotterranea della mostra. Quello che colpisce maggiormente, al di là dell’indiscutibile fascino delle opere, è la scelta di Bill Viola: porre all’interno di una chiesa delle opere di arte contemporanea è sempre un’operazione molto complicata a causa del rapporto secolare tra arte e istituzione cattolica, venuto sempre più a mancare negli ultimi tempi. La Chiesa ha perso, nel tempo, diversi primati che la contraddistinguevano, tra cui quello di principale committente. Il primo a rendersene conto fu Paolo VI che, nel 1964, durante un’omelia rivolta agli artisti, affermò in una parziale ammissione di colpa: «Noi, vi si diceva, abbiamo questo stile, bisogna adeguarvisi, noi abbiamo questa tradizione, e bisogna esservi fedeli; noi abbiamo questi maestri, e bisogna seguirli; noi abbiamo questi canoni, e non v’è via d’uscita. Vi abbiamo talvolta messo una cappa di piombo addosso, possiamo dirlo; perdonateci!». Successivamente anche papa Benedetto XVI, in un incontro con alcuni artisti nel 2009, sottolineò un’esigenza nei confronti delle arti ancora viva e urgente nella Chiesa. Quattro anni dopo questo incontro arriva la prima partecipazione della Santa Sede alla Biennale di Venezia con il proprio padiglione: l’apertura sperimentale all’interno della rassegna più importante dell’arte contemporanea dura poco, appena due edizioni. Questo inceppamento può essere la conseguenza di molteplici fattori, ma è ancora una volta la prova della difficoltà con la quale la Chiesa si confronta con l’arte contemporanea, anche in un ambiente “neutro” come la Biennale, quindi senza le problematicità di relazionarsi con un edificio sacro e senza l’incombenza di adattare le opere dei selezionati a funzioni liturgiche o spirituali. In verità, non mancano esempi estremamente riusciti di collaborazione, come la vetrata di Gerhard Richter a Colonia o l’intervento di Dan Flavin alla Chiesa Rossa di Milano. Il successo di queste collaborazioni è spesso lastricato da complesse ed estenuanti tensioni tra il committente e l’artista. La Chiesa si pone ancora oggi come soggetto interlocutorio forte, imponendo dei restringimenti legati ai propri valori che spesso faticano a essere condivisi dagli artisti, normalmente abituati a una libertà espressiva molto più ampia. Per via di questo atteggiamento la via d’uscita più comoda, adottata largamente dall’istituzione cattolica, si risolve in una selezione a priori che restringe molto il campo, ma non comporta problematicità di adattamento troppo ampie. La scelta degli artisti da coinvolgere prende spesso in considerazione, per prima cosa, stilemi estetici adatti o comunque derivanti da quelli tradizionali e, in secondo luogo, tematiche dallo spirito universale che in qualche modo si sovrapponga alla metanarrazione spirituale cristiana. Per questo motivo l’opera di Dan Flavin nella Chiesa Rossa funziona: la luce nella religiosità cattolica è emanazione della divinità, anche se dall’artista è utilizzata per altre ragioni. Lo stesso si può dire, anche se per altri motivi, per la già citata opera di Richter, così come per le opere di Bill Viola. Questa relazione complicata è destinata a durare e riflette in maniera chiara la distanza che ormai esiste tra due mondi caratterizzati da approcci comportamentali totalmente differenti: uno radicato nella società contemporanea e sviluppatosi all’interno di ragionamenti estetici, l’altro legato a una narrazione religiosa che fatica a modificare le proprie modalità espressive.

internazionale 3.11.2017
La settimana
Spiegano
di Giovanni De Mauro

Mansplaining è una parola inglese che indica l’atteggiamento paternalistico di un uomo quando spiega a una donna qualcosa di ovvio, o di cui lei è esperta, con il tono di chi parla a una persona stupida o che non capisce. È un neologismo composto da man, uomo, e explain, spiegare. Ha cominciato a circolare nel 2008, ispirato da un articolo di Rebecca Solnit, scrittrice e femminista statunitense, intitolato “Gli uomini mi spiegano le cose”. Nell’articolo, uscito all’epoca anche su Internazionale, Solnit raccontava che anni prima a una festa il padrone di casa, un ricco pubblicitario, si era fermato a parlare con lei e le aveva detto: “Ho sentito che ha scritto un paio di libri”. “A dire il vero ne ho scritti molti”, aveva risposto Solnit. E lui, con il tono di chi “incoraggia una bambina di sette anni a raccontargli come vanno le lezioni di lauto”, aveva aggiunto: “E di che parlano?”. A quel punto lei aveva citato il suo ultimo libro, sul fotografo Eadweard Muybridge. E sentendo quel nome l’uomo l’aveva interrotta chiedendole se conosceva un importante lavoro su Muybridge appena uscito, senza rendersi conto che era proprio il libro di Solnit. Nel 2015 Rebecca Solnit ha raccolto l’articolo insieme ad altri in un volume pubblicato ora in Italia da Ponte alle Grazie con il titolo Gli uomini mi spiegano le cose. “Gli uomini spiegano le cose a me, e ad altre donne, anche quando non sanno di cosa stanno parlando. Alcuni uomini. Le donne sanno a cosa mi riferisco. A quella presunzione che a volte ci mette in difficoltà, che ci impedisce di esprimerci e di farci ascoltare, che condanna le più giovani al silenzio insegnandogli, come fanno le molestie per strada, che questo non è il loro mondo. E che ci abitua a dubitare di noi stesse, ad autolimitarci, e allo stesso tempo rafforza negli uomini un’ingiustificata tracotanza”.

internazionale 3.11.2017
La reazione dei baschi
Lo scontro sull’autonomia catalana dimostra che lo stato spagnolo non è democratico. Il commento del quotidiano della sinistra indipendentista
Gara, Spagna


Nel conflitto tra la volontà democratica del popolo catalano e il monopolio della forza dello stato spagnolo, la dichiarazione d’indipendenza catalana e l’applicazione dell’articolo 155 della costituzione spagnola aprono una nuova fase. Come in ogni conflitto, la battaglia per imporre la propria narrazione sarà fondamentale. Democratici contro autoritari, repubblica catalana contro monarchia spagnola, pacifici contro violenti, eletti contro imposti, progressisti contro reazionari, popolo sovrano contro legge coloniale, libertà contro carcere: sono tutti elementi favorevoli a chi pensa che la Catalogna sia una nazione che ha diritto a scegliere il suo futuro e a cercare la sua strada. La situazione in Catalogna incide profondamente su quella dei Paesi Baschi. I tradizionali discorsi di tutte le famiglie politiche basche hanno perso ogni senso. oggi possiamo affermare che la classe politica ha sprecato sei anni nella battaglia per affermare la propria narrazione. Non era un compito facile, ma sono stati commessi degli errori. La responsabilità è collettiva, ma non tutti hanno le stesse colpe. In quel periodo i leader della sinistra indipendentista erano in prigione per aver voluto aprire una prospettiva di pace. Questo fatto avrebbe dovuto far pendere la bilancia verso una precisa narrazione. Ma la politica basca non l’ha capito: alcuni per interesse, altri per il loro atteggiamento dogmatico. Il presidente basco Iñigo Urkullu, un nazionalista moderato, ha giocato al ribasso con le aspirazioni della società basca. Nonostante il suo successo elettorale, ha commesso un errore dopo l’altro. L’ultimo è La reazione dei baschi Gara, Spagna Lo scontro sull’autonomia catalana dimostra che lo stato spagnolo non è democratico. Il commento del quotidiano della sinistra indipendentista stato cercare di fare da mediatore tra Madrid e Barcellona, tra il lupo e l’agnello. Per ora è stato solo tosato, ma non si rende conto che potrebbe essere sbranato. Non lui personalmente, ma quello che rappresenta per le istituzioni autonome basche. La narrazione che ha subìto il colpo più duro nella crisi catalana è quella dell’autogoverno. La concertazione, concetto tanto caro a Urkullu, è possibile solo se si accetta di essere subordinati al potere centrale. Non c’è autonomia possibile se le decisioni del tuo interlocutore sono vincolanti per te e non viceversa, se il limite della tua volontà democratica è l’autoritarismo dello stato centrale. Un grande cambiamento La sinistra indipendentista ha sempre il riflesso di dire “l’avevamo detto”. Ma per quanto abbia oggettivamente ragione, questa non è stata un’arma efficace dal punto di visto politico. Sarebbe ora di cambiare copione. Uno scontro con il Partito nazionalista basco di Urkullu rafforzerebbe elettoralmente entrambe le forze, ma non cambierebbe lo scenario. esigere un cambiamento dagli altri presuppone la capacità di cambiare profondamente se stessi. La narrazione dell’unionismo democratico è morta prima di nascere. Non ci sono condizioni né oggettive né soggettive per democratizzare lo stato spagnolo. È semplicemente impossibile. Il Partito popolare non ha remore. Sa che in Catalogna è in gioco anche la questione basca e vuole incutere paura. I Paesi Baschi hanno bisogno di un racconto di emancipazione democratico, inclusivo, culturalmente potente, socioeconomicamente possibile, istituzionalmente articolato, entusiasmante e capace di trascinare i cittadini. Può somigliare al discorso catalano, ma non può essere lo stesso. Una delle chiavi del successo di un processo costituente è offrire un progetto migliore di quello dell’avversario. e oggi questo avversario è lo stato spagnolo. fr

internazionale 3.11.2017
Paesi Bassi
Oltre le sbarre
Negli ultimi dieci anni i Paesi Bassi hanno dimezzato la popolazione carceraria. Merito di un sistema basato sulle pene alternative e la responsabilizzazione dei detenuti
di Johannes Böhme, Brand Eins, Germania

Anche se non sarà rilasciato prima di otto giorni, Sebastian Vos ha già cominciato a fare i bagagli, riempiendo di vestiti una grossa busta di plastica che ha poggiato sul pavimento della sua cella. La settimana prossima Vos, 36 anni, lascerà il penitenziario di Leeuwarden, nel nord dei Paesi Bassi. Supererà per l’ultima volta il metal detector all’ingresso, passando davanti alla fotografia che ritrae il sovrano olandese e la sua consorte, per poi attraversare il parcheggio e raggiungere la macchina di sua madre, che sarà lì ad aspettarlo. Vos ha passato undici mesi dietro le sbarre. Appartiene a quel ristretto gruppo di persone che finiscono ancora in prigione nei Paesi Bassi. Lui stesso dice: “Mi è sembrato un periodo piuttosto breve, considerato quello che ho fatto. E non è neanche la prima volta che mi mettono dentro”. In base all’accordo con la direzione del carcere non possiamo rivelare il suo vero nome né i particolari del reato che ha commesso. Dobbiamo limitarci a dire che ha interpretato in modo molto permissivo le norme olandesi sulle armi. Talmente permissivo che in un momento imprecisato del 2016, in piena notte, si è ritrovato in casa una squadra dei reparti speciali. Agenti con giubbotti antiproiettile e fucili d’assalto hanno sfondato la porta con un ariete, mentre i mirini laser dei cecchini proiettavano disegni sulle pareti dell’appartamento. Lo hanno portato via con un sacchetto di stoffa calato sul viso. Vos è finito dentro la prima volta a 17 anni per una storia di droga. Nel corso della sua carriera criminale, il sistema giudiziario olandese ha subito la trasformazione più radicale mai avvenuta in occidente. Negli anni novanta i Paesi Bassi puntavano ancora sulla severità della pena come deterrente, come fanno tuttora molte altre democrazie, innanzitutto gli Stati Uniti, ma anche l’Inghilterra e la Francia. Dal 1990 al 2005 il numero dei detenuti è quasi triplicato. Poi però il paese ha compiuto un’impresa che non è riuscita a nessun altro stato occidentale: invertire la tendenza. Cosa funziona Negli ultimi dieci anni il numero dei detenuti olandesi si è quasi dimezzato. Nel 2005 nei Paesi Bassi c’erano 125 detenuti ogni centomila abitanti, una delle percentuali più alte dell’Unione europea. Per fare un paragone, in Svezia ce n’erano 78 ogni centomila abitanti. Oggi nei Paesi Bassi il dato è sceso a 59 ogni centomila abitanti. Molti meno di Inghilterra e Galles (146), della Francia (103) o degli Stati Uniti (666), e anche della Germania (77). Mentre in Germania, Francia e Inghilterra le carceri sono piene, nei Paesi Bassi si sono svuotate: perciò negli ultimi anni sono state chiuse 19 prigioni su 85. Se in Germania se n’erano costruite troppo poche, nei Paesi Bassi ce n’erano troppe. Con il loro tipico pragmatismo, gli olandesi hanno trasformato le prigioni in alberghi, uffici per start up, parchi avventura e centri d’accoglienza. Il paese affitta due degli immobili alla Norvegia e al Belgio, che hanno molti detenuti e poche prigioni. Peter van der Laan, 62 anni, insegnante all’Istituto olandese per lo studio della criminalità e delle misure di polizia (Nscr) di Amsterdam e consulente del governo olandese, è stato uno degli artefici di questa trasformazione. Alla fine degli anni novanta lavorava presso il centro di ricerca e documentazione del ministero della giustizia (Wodc), che rispetto alle dimensioni del paese dispone di risorse eccezionali. I collaboratori del Wodc si misero all’opera per progettare un sistema carcerario totalmente nuovo. Tra le altre cose, presero in esame i risultati di una ricerca condotta dallo psicologo britannico James McGuire dal titolo molto semplice: What works (cosa funziona). Nel 1995 McGuire aveva analizzato centinaia di studi, arrivando alla conclusione che la repressione è inefficace e che le pene detentive servono solo ad aumentare la probabilità di reiterazione del reato dopo il rilascio. Si tratta quindi di una strategia controproducente, a meno che non sia accompagnata da altre misure. Sebastian Vos ne è un ottimo esempio. Era considerato un criminale recidivo, cioè uno che entra e esce di prigione, perché non si riusciva a incidere sulle cause più profonde dei suoi problemi, quelle che lo spingevano a commettere i reati. Nella sua ricerca McGuire sostiene che siano più utili misure come la sospensione condizionale della pena, nonché la presenza di agenti di custodia con atteggiamenti da assistenti sociali. Meno pene e più incentivi insomma. “Il suo studio ha avuto grandissimo peso nei Paesi Bassi”, dice van der Laan. “I suoi risultati si potevano trasformare subito in un progetto concreto”. E così è stato. I Paesi Bassi hanno una lunga tradizione di collaborazioni trasversali, che su perano le divisioni tra i partiti e cercano soluzioni con l’aiuto degli esperti. A dimostrazione di questo, i due ministri della giustizia che hanno sostenuto le leggi svuota carceri, nel 2001 e nel 2006, erano entrambi conservatori. Grazie alle nuove regole per i giudici è più semplice sospendere le pene detentive con la condizionale o sostituirle con l’affidamento ai servizi sociali. Spesso questi provvedimenti sono accompagnati da altre misure, come cavigliere elettroniche, risarcimenti alle vittime e terapie. Oggi l’affidamento ai servizi sociali è frequente quanto la condanna a pene detentive – in entrambi i casi si tratta di circa 35mila sentenze all’anno. Inoltre la maggior parte delle pene detentive è di breve durata: il 60 per cento dura meno di un mese. Negli ultimi dieci anni il tasso di criminalità è calato di un punto percentuale ogni anno. Tutto questo ha fatto sì che oggi le prigioni nei Paesi Bassi siano meno popolate che in Germania o in Francia. A detta di van der Laan, l’opinione pubblica olandese ha reagito “con vero e proprio entusiasmo”: “Gli olandesi pensano che almeno così i criminali possono rendersi utili”. Alcuni criminologi però considerano le riforme insufficienti. René Van Swaaningen dell’università Erasmus di Rotterdam disapprova il fatto che misure puramente punitive, come la cavigliera elettronica, siano applicate senza essere accompagnate da misure di risocializzazione. “Così si chiudono le prigioni, ma poi la società intera diventa un carcere”, commenta. Quelli che ancora finiscono in galera sono i soggetti più diicili. Il 30 per cento torna dietro le sbarre entro due anni dal rilascio. Spesso si tratta di tossicodipendenti (60 per cento) o di persone che soffrono di disturbi psichici (sempre il 60 per cento), e molti (il 30 per cento) presentano leggere disabilità mentali. Proprio per questo la giustizia riserva molte attenzioni a questo zoccolo duro. E ora anche Sebastian Vos dev’essere ricondotto sulla retta via. A parte una rissa, negli ultimi mesi di detenzione si è comportato in modo impeccabile: ha svolto i compiti che gli sono stati affidati, ha pulito, ha fatto lavori di falegnameria, non ha usato né venduto droghe e ha ottenuto l’abilitazione a guidare il carrello elevatore. E poi non è stato lui a provocare la rissa, almeno così dice. L’uomo che lo accompagna nella sua nuova vita si chiama Jim Nijdam. È un gigante spigoloso di 53 anni, con lo sguardo duro e la testa rasata. Assiste 36 detenuti del carcere di Leeuwarden. Passando per i corridoi bestemmia, sghignazza e fa battute. Gli piacciono i modi spicci. I detenuti del suo braccio li condivide con una collega: “Lei si prende i piagnoni, io i matti. Non sopporto i piagnistei!”, spiega. Non bisogna lasciarsi trarre in inganno dalla sua scorza dura: Nijdam svolge il suo lavoro in un modo che solo vent’anni fa nei Paesi Bassi era impensabile e in molti paesi lo è ancora. “Abbiamo smesso di giocare a guardie e ladri. Non è una sfida in cui il nostro unico obiettivo è scovare le droghe e gli alcolici fatti in casa dai detenuti. Adesso si tratta di lavorare sul serio per risolvere i veri problemi di questi ragazzi. Il 95 per cento di loro ha avuto un’infanzia molto difficile, e io voglio che con me riescano ad aprirsi. Purtroppo abbiamo poco tempo, ma almeno facciamo un tentativo. Cerchiamo di essere assistenti sociali più che secondini”. Nijdam si occupa anche delle prime, importantissime 48 ore che i detenuti passano dietro le sbarre: è fondamentale che telefonino al datore di lavoro, al padrone di casa, al partner e ai figli, per non tagliare i ponti col mondo esterno. Anche questa è un’idea che viene dagli studi di criminologia: i primi due giorni passati in prigione sono determinanti per gli sviluppi successivi. Autonomia e responsabilità Anna Nijstad, la direttrice della prigione di Leeuwarden, vuole ridurre al minimo la differenza tra una vita in libertà e una vita dietro le sbarre. Per questo cerca di lasciare ai detenuti la massima autonomia possibile: la mattina si svegliano da soli, poi percorrono da soli i duecento metri che li separano dalle falegnamerie e alla sera tornano da soli dal lavoro. Possono guidare il carrello elevatore, usare la sega circolare e i coltelli da cucina. Possono perino chiudere a chiave la loro cella. La direttrice del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria olandese, Monique Schippers, lo definisce un “metodo incentrato sulla persona”: “Bisogna che i detenuti capiscano che la reiterazione del reato dipende da loro. Devono prendersi la responsabilità in prima persona”. È una questione di autodeterminazione in un luogo caratterizzato dalla subordinazione alla volontà altrui. E questo metodo funziona, almeno per alcuni detenuti. Nijdam non è uno che vede sempre tutto rose e fiori, ma nel caso di Vos è cautamente ottimista: “Quando è arrivato era terribilmente nervoso. Da allora è migliorato molto”. Durante la prima settimana di detenzione gli sono stati prescritti medicinali contro l’iperattività, per la prima volta nella sua vita. Una misura semplice ma efficace: fino ad allora Vos si sentiva spesso sopraffatto dai suoi stessi pensieri. “Mi rendo conto che i medicinali frenano il caos che c’è nella mia testa,” dice. “Sono ancora irrequieto, ma prima facevo dieci cose contemporaneamente”. Secondo i criminologi i fattori che spingono le persone a delinquere si dividono in statici e dinamici. I fattori statici non sono modificabili. Questo vale soprattutto per quelli biografici: un’infanzia infelice non si può cancellare. Molte altre cose, però, possono cambiare. La tossicodipendenza si può superare. I debiti si rinegoziano e si pagano lavorando. Con il sostegno adeguato, i senzatetto trovano casa. Anche gli atteggiamenti possono cambiare, e farsi nuovi amici e conoscenti è difficile, ma non impossibile. A Leeuwarden, Nijdam e colleghi si concentrano sui fattori dinamici: casa, lavoro, salute psichica, dipendenze. Spesso la parte più difficile è fare in modo che i detenuti ammettano di avere un problema. Nijdam ha spinto Vos a mettere tutto nero su bianco: la sua storia, i suoi problemi, tutto quello che lo ha condotto qui. E Vos racconta che a un certo punto gli si sono aperti gli occhi: “Mica ci credevo io a queste cavolate, tipo che con l’età si diventa più saggi. Ma ora ho cambiato idea, ho capito quante cose ho da perdere.” Per l’intero periodo passato in galera, Vos ha continuato a pagare l’affitto del suo appartamento, attingendo ai propri risparmi, per poter tornare a casa dopo il rilascio. E ha già un lavoro che lo aspetta, anche se fa parte della sua pena: deve lavorare per tre mesi in una fattoria, ed è contento di farlo. Gli piacciono gli animali. “Hai fatto passi da gigante,” gli dice Jim Nijdam. “Non mandare tutto a monte”. usk

internazionale 3.11.2017
Replicanti troppo umani
Blade runner 2049 immagina il capitalismo post-umano. Ma affronta questioni cruciali in modo falso e conservatore
di Slavoj Žižek, Los Angeles Review of Books, Stati Uniti

Attenzione, questo articolo contiene spoiler. Qual è il rapporto tra il capitalismo e la prospettiva della postumanità? Di solito si postula che il capitalismo sia storico e la nostra umanità sia più basilare, perfino astorica. Eppure stiamo assistendo a un tentativo d’integrare nel capitalismo il passaggio alla post-umanità: è a questo che puntano gli sforzi dei nuovi guru miliardari come Elon Musk. La loro previsione che il capitalismo “come lo conosciamo” si stia avvicinando alla fine si riferisce al capitalismo “umano”, e il passaggio di cui parlano è quello a un capitalismo “post-umano”. Il tema è affrontato da Blade runner 2049. Nel 2049 i replicanti, realizzati con la bioingegneria, sono integrati nella società come servi e schiavi. K, un nuovo modello di replicante obbediente, dà la caccia ai replicanti obsoleti e disobbedienti. Ha una fidanzata olografica, Joi, un prodotto dell’intelligenza artificiale creato dalla Wallace Corporation. Le indagini su un movimento per la libertà dei replicanti portano K in una fattoria dove trova i resti di una replicante morta di parto. K lo trova allarmante perché considerava impossibile la gravidanza di una replicante. Il fatto che due replicanti (cioè Deckard e Rachael di Blade runner) abbiano concepito un essere umano, con un sistema umano, è un evento traumatico, celebrato da alcuni come un miracolo ed esecrato da altri come un pericolo. Il problema è la riproduzione o è il sesso, cioè la sessualità nella sua forma umana? L’immagine della sessualità nel ilm è standard: l’atto sessuale è mostrato dalla prospettiva maschile. La donna androide è ridotta a supporto per la donna olografica, Joi, creata per servire l’uomo. Il ilm si limita a estrapolare la tendenza, in espansione, delle bambole sempre più perfette. Come scrive Bryan Appleyard, “l’amore a senso unico può essere l’unica storia romantica del futuro”. La forza di questa tendenza sta nel fatto che in realtà non introduce niente di nuovo: si limita ad attualizzare la tipica procedura maschile di ridurre la partner a un supporto della propria fantasia. Il ilm evita anche di esplorare la differenza (potenzialmente antagonista) tra gli androidi “veri” e quelli che sono soltanto proiezioni olografiche: perché, nella scena di sesso, la donna androide non si oppone a essere ridotta a supporto materiale della fantasia maschile? Gli androidi e Il capitale Il ilm presenta un’ampia serie di modalità di sfruttamento e da un punto di vista marxista tradizionale sorgono strani interrogativi: se gli androidi fabbricati lavorano, si può ancora parlare di sfruttamento? Il loro lavoro produce valore che eccede il loro stesso valore in quanto merci e quindi diventa un plusvalore per i loro padroni? Bisognerebbe notare che l’idea di accrescere le capacità umane per creare lavoratori perfetti o soldati post-umani ha una lunga storia nel novecento. Alla fine degli anni venti, Stalin finanziò il progetto “uomo-scimmia” proposto dal biologo Ilja Ivanov. L’idea era che accoppiando umani e scimmie si poteva creare un lavoratore perfetto e un soldato insensibile al dolore, alla stanchezza e al cibo scadente. Nel suo spontaneo sessismo e razzismo, Ivanov cercò di far accoppiare uomini con scimmie femmine, e in più usò uomini originari del Congo perché si riteneva che fossero geneticamente più simili alle scimmie: il Cremlino finanziò una costosa spedizione in Congo. I suoi esperimenti fallirono, e Ivanov venne liquidato. Anche i nazisti usarono sistematicamente droghe per accrescere la forma fisica dei loro soldati d’élite, e l’esercito statunitense attualmente sta sperimentando mutazioni genetiche e farmaci per rendere i soldati superesistenti. Nel campo della fiction, nell’elenco andrebbero inclusi anche gli zombie. I ilm horror ripropongono la differenza di classe come differenza tra vampiri e zombi: i vampiri sono eleganti e aristocratici, si confondono con le persone normali, mentre gli zombi sono goffi, apatici, sporchi e attaccano l’umanità dall’esterno, come una rivolta primitiva degli esclusi. Zombi e classe operaia venivano chiaramente equiparati nel film del 1932 L’isola degli zombies di Victor Halperin. Non ci sono vampiri in questo film, ma non a caso il malvagio che controlla gli zombi è interpretato da Bela Lugosi, che era diventato famoso nel ruolo di Dracula. L’isola degli zombies si svolge ad Haiti, il luogo della più famosa rivolta degli schiavi. Lugosi riceve un altro proprietario terriero e gli mostra la sua fabbrica di zucchero, dove gli operai sono zombi che, come spiega Lugosi, non si lamentano delle lunghe ore di lavoro, non vogliono i sindacati, non scioperano. Contrariamente alla formula standard in cui l’eroe si considera una persona normale e poi scopre di essere un personaggio eccezionale, in Blade runner 2049 K crede di essere il personaggio speciale che tutti stanno cercando, ma poi si rende conto di essere un semplice replicante ossessionato da un’illusione di grandezza, e quindi alla fine si sacrifica per Stelline, il vero personaggio eccezionale che tutti cercano. La figura enigmatica di Stelline ha un ruolo cruciale. È la vera figlia di Deckard e Rachael (frutto della loro copulazione): una figlia umana di replicanti, che capovolge il processo dei replicanti fabbricati dall’uomo. Stelline vive nel suo mondo isolato, i suoi contatti con la realtà sono limitati all’universo virtuale generato da macchine digitali, quindi si trova nella posizione ideale per diventare una creatrice di sogni (lavora come free lance, programmando falsi ricordi da impiantare nei replicanti). Di conseguenza, Stelline esemplifica l’assenza (o piuttosto l’impossibilità) di una relazione sessuale, che lei sostituisce con un ricco tessuto fantasmatico. Non sorprende che la coppia creata alla fine del ilm non sia la coppia sessuale standard ma una coppia asessuale padre e figlia. È per questo che le immagini inali del ilm sembrano così familiari e allo stesso tempo strane: K si sacrifica un po’ come Cristo per creare una coppia, ma formata da padre e figlia. Emarginati per chi? Questa riunione ha una forza redentrice? oppure dovremmo leggere la fascinazione per questa riunione sullo sfondo del sintomatico silenzio del ilm sugli antagonismi tra umani nella società che dipinge: qual è la posizione delle “classi inferiori” umane? Il ilm rende bene l’antagonismo che attraversa la classe dirigente del nostro capitalismo globale: quello tra lo Stato e i suoi apparati (impersonati dal tenente Joshi) e le grandi multinazionali (impersonate da Wallace) che perseguono il progresso spingendolo fino al suo fondo autodistruttivo. Anche se Wallace è un vero umano agisce già da inumano, un androide accecato dal desiderio, mentre Joshi difende l’apartheid, la rigorosa separazione tra umani e replicanti. La sua tesi è che se non ci fosse questa separazione trionferebbero la guerra e la disintegrazione. E allora non dovremmo, relativamente a Blade Runner 2049, integrare la famosa definizione del Manifesto del partito comunista, aggiungendo che anche “l’unilateralità e la meschinità sessuali diventano sempre più impossibili”, che anche nel campo delle pratiche sessuali “tutto ciò che è solido svanisce nell’aria, ogni cosa sacra viene profanata”, tanto che il capitalismo tende a rimpiazzare l’eterosessualità normativa standard con una proliferazione di identità e/o orientamenti instabili e mutevoli? L’odierna celebrazione di “minoranze” ed “emarginati” è la posizione della maggioranza dominante, e perfino i sostenitori dell’alt-right che lamentano il terrorismo del politicamente corretto liberale si presentano come protettori di una minoranza minacciata. oppure pensate a chi attacca il patriarcato come se fosse ancora una posizione egemonica, ignorando ciò che Marx ed Engels scrissero più di centocinquant’anni fa nel primo capitolo del Manifesto del partito comunista: “La borghesia, ovunque ha avuto il sopravvento, ha posto fine a tutte le relazioni feudali, patriarcali, idilliche”. Per non parlare della prospettiva di nuove forme di post-umanità androide (geneticamente o biochimicamente manipolata) che faranno crollare la stessa separazione tra umano e inumano. E allora perché la nuova generazione di replicanti non si ribella? I vecchi replicanti si erano ribellati perché credevano che i loro ricordi fossero reali e nel momento in cui avevano dovuto ammettere di sbagliarsi hanno avvertito l’alienazione. I nuovi replicanti sanno in dall’inizio che i loro ricordi sono falsi, perciò non sono mai ingannati, e così sono resi schiavi più dell’ideologia che della semplice ignoranza di come funziona. I replicanti di nuova generazione sono privi dell’illusione di ricordi autentici, di tutto il contenuto sostanziale del loro essere, e quindi sono ridotti al vuoto della soggettività, vale a dire, al puro status proletario del substanziose Subjektivität. E allora il fatto che non si ribellino significa che la ribellione deve essere sostenuta da un qualche minimo contenuto sostanziale minacciato dal potere oppressivo? K inscena un incidente per far scomparire Deckard, salvandolo da stato e capitale (Wallace), ma anche dai replicanti ribelli (guidati da una donna, Freysa, nome che evoca la libertà: freedom in inglese, Freheit in tedesco) per cui lui è una minaccia perché sa troppo. tutti, anche se per motivi diversi, vogliono Deckard morto. La decisione di K dà alla storia una piega umanistica conservatrice: cerca di escludere la famiglia dal conflitto sociale, presentando i due campi contrapposti come ugualmente brutali. Questo non volersi schierare tradisce la falsità del ilm. È tutto troppo umanistico: tutto ruota intorno agli umani e a quelli che vogliono essere umani o a coloro che non sanno di non essere umani (una conseguenza della biogenetica non è forse che noi umani di fatto siamo umani che non sanno di non esserlo, vale a dire macchine neuronali dotate di autocoscienza?). L’implicito messaggio umanistico del ilm è quello della tolleranza liberale: dovremmo dare diritti umani agli androidi con sentimenti umani, trattarli come esseri umani, inglobarli nel nostro universo. Ma con il loro arrivo, il nostro universo sarà ancora nostro, rimarrà lo stesso universo umano? Quello che manca è una qualunque valutazione del cambiamento che l’arrivo degli androidi dotati di consapevolezza comporterà per lo status degli umani: noi umani non saremo più umani nella solita accezione, emergerà qualcosa di nuovo, difficile da definire. E poi c’è la distinzione tra androidi con corpo e androidi olografici. Fino a che punto arriva il riconoscimento della loro parità? Anche i replicanti olografici dotati di emozioni e consapevolezza, come Joi, vanno riconosciuti come entità che agiscono da essere umani? Dovremmo tenere presente che Joi, ontologicamente una semplice replicante olografica senza un vero corpo, commette nel ilm l’atto radicale di sacrificarsi per K, un atto per cui non era stata programmata. Come il caffè senza latte Evitando di affrontare tali questioni, rimane solo l’opzione di un nostalgico sentimento di minaccia (la minacciata sfera “privata” della riproduzione sessuale), e questa falsità è iscritta nella stessa forma (visuale e narrativa) del film, in cui il represso del suo contenuto ritorna: non nel senso che la forma è più progressista, ma nel senso che la forma serve a offuscare il potenziale anticapitalista progressista della storia. Il ritmo lento e le immagini estetizzanti esprimono la posizione sociale di non schierarsi, di una deriva passiva. Quando si discute la questione “gli androidi vanno trattati come umani?”, di solito ci si concentra sulla consapevolezza o la coscienza: gli androidi hanno una vita interiore? I loro ricordi, anche se fabbricati, possono ugualmente essere sentiti come autentici. Forse però dovremmo spostare l’attenzione dalla coscienza e dalla consapevolezza all’inconscio: hanno un inconscio nella precisa accezione freudiana? L’inconscio non è una dimensione irrazionale più profonda, ma quello che Lacan avrebbe definito “un’altra scena” virtuale che accompagna il contenuto conscio del soggetto. Facciamo un esempio forse inaspettato. Ricordate la famosa battuta di Ninotchka di Lubitsch: “Cameriere! un caffè senza panna, per favore”. “Mi spiace, signore, non abbiamo panna, solo latte, potrebbe essere un caffè senza latte?”. A livello fattuale, il caffè rimane lo stesso caffè, quello che possiamo fare è trasformare un caffè senza panna in un caffè senza latte. o, ancora più semplicemente, aggiungere la negazione implicita e rendere il caffè semplice un caffè senza latte. La differenza tra “caffè semplice” e “caffè senza latte” è puramente virtuale, non c’è differenza nel caffè, e lo stesso è vero per l’inconscio freudiano: anche il suo status è puramente virtuale, non è una realtà psichica “più profonda”. In breve l’inconscio è come il “latte” nel “caffè senza latte”. Ed è qui il tranello: anche il grande Altro digitale che ci conosce meglio di quanto ci conosciamo noi può distinguere la differenza tra “caffè semplice” e “caffè senza latte”? oppure la sfera controfattuale è fuori della portata del grande Altro digitale, costretto a far riferimento ai fatti del nostro cervello e alle circostanze sociali di cui non siamo consapevoli? La differenza che stiamo affrontando è quella tra fatti “inconsci” (neuronali, sociali) che ci determinano e “l’inconscio” freudiano, il cui status è puramente controfattuale. Questa sfera del controfattuale può entrare in azione solo se c’è una soggettività: per registrare la differenza tra “caffè semplice” e “caffè senza latte” deve entrare in azione un soggetto. E, tornando a Blade Runner 2049, i replicanti sanno registrare questa differenza?

internazionale 3.11.2017
Dalla Francia Sesso, bugie ed erudizione

L’impossibilità in Maghreb di vivere la sessualità alla luce del sole è il tema di tre libri appena pubblicati Nel giro di pochi mesi, Nadia el Bouga, Leïla Slimani e Soia Bentounès hanno pubblicato tre libri, molto diversi tra loro, che affrontano lo stesso tema, cioè l’impossibilità di vivere apertamente la propria sessualità nel mondo musulmano in generale, e in particolare nel Nordafrica. In La sexualité dévoilée (scritto a quattro mani con Victoria Garin) El Bouga, sessuologa francese, femminista e musulmana di origini marocchine, parte dalle esperienze delle sue pazienti, in maggioranza musulmane. Leïla Slimani, nata a Rabat e vincitrice del premio Goncourt nel 2016 con Ninna nanna, si concentra sul Marocco. Con Sexe et mensonges indaga l’ipocrisia che sta alla base delle relazioni sessuali nel suo paese, dove la verginità è trasformata in uno strumento di controllo e dove il concetto di “fare l’amore” è totalmente svuotato del suo significato. Nell’opera collettiva L’Islam et la couple, sette autrici musulmane, tra cui Soia Bentounès, approfondiscono alcuni argomenti partendo dal Corano e scoprendo, per esempio, che a Maometto della verginità delle sue spose importava poco. Jeune Afrique

internazionale 3.11.2017
Il modo giusto per aiutare chi è rimasto indietro
In molti paesi lo sviluppo economico si è concentrato in poche aree. Per risollevare le zone arretrate non bastano i sussidi, è necessario puntare su un’istruzione di qualità
The Economist, Regno Unito

L’ ondata di populismo non ha ancora raggiunto l’apice. È questa la lezione su cui meditare dopo le recenti elezioni in Germania e in Austria, dove il successo dei partiti ostili agli immigrati e alla globalizzazione dimostra che arrabbiarsi con le élite e gli stranieri fa presa su chi non ne può più dello status quo. I partiti tradizionali devono offrire agli elettori che si sentono abbandonati una visione migliore del futuro, che tenga in considerazione le aree geografiche rimaste indietro. Secondo la teoria economica, le disuguaglianze regionali dovrebbero diminuire quando le aree povere attirano investimenti e crescono più rapidamente di quelle ricche. Il novecento ha confermato questa teoria, ma oggi le cose non stanno così: le zone ricche si allontanano sempre di più da quelle povere. Le conseguenze sono drammatiche. Negli Stati Uniti un bambino nato in una famiglia che rientra nel 20 per cento di reddito più basso a San Francisco ha il doppio delle possibilità, rispetto a un bambino nato nelle stesse condizioni a Detroit, di ritrovarsi da adulto nel 20 per cento di reddito più alto del paese. Nel Regno Unito i bambini nati nel ricco quartiere di Chelsea, a Londra, hanno un’aspettativa di vita di nove anni più lunga rispetto a quelli nati a Blackpool. Questa divergenza è il risultato di grandi forze. Nell’economia moderna le dimensioni sono importanti: le aziende che dispongono di più dati addestrano meglio le loro macchine; il social network usato da tutti attira di più i nuovi utenti; la borsa con il più ampio bacino di investitori raccoglie più capitali. Questi vantaggi danno vita a poche grandi aziende concentrate in pochi posti. E man mano che le disparità regionali si allargano, le persone si spostano meno: la percentuale di statunitensi che si trasferiscono ogni anno da uno stato all’altro si è dimezzata rispetto agli anni novanta. L’aumento del costo degli alloggi nelle città più ricche tiene alla larga i nuovi arrivati. In Europa la scarsità di case popolari spinge le persone a vivere in appartamenti di bassa qualità. Per assurdo, le politiche ideate per aiutare i poveri peggiorano, senza volerlo, le condizioni nelle aree più arretrate. I sussidi per la disoccupazione e l’assistenza sanitaria consentono alle persone di sopravvivere nei posti più diicili, mentre un tempo non avrebbero avuto altra scelta che quella di trasferirsi. Benvenuti nell’era del luogo Cosa fare? Una risposta è aiutare le persone a muoversi. Le zone più ricche potrebbero fare di più per costruire gli alloggi e le infrastrutture necessarie ad accogliere i nuovi arrivati. Una maggiore mobilità, però, ha anche un perverso effetto collaterale: privare le zone arretrate dei lavoratori migliori aggrava i loro problemi. Per evitare questo scenario, i politici hanno provato a lungo a sostenere le aree più arretrate con i sussidi. Ma i risultati sono stati contrastanti. Nel 1992 il South Carolina ha convinto la Bmw a realizzare un polo automobilistico sul suo territorio. La California, invece, ha 42 zone industriali, ma nessuna di queste ha fatto crescere l’occupazione. I politici farebbero meglio ad accelerare la diffusione delle tecnologie e delle pratiche economiche delle zone più efficienti. Un rafforzamento della concorrenza potrebbe ridurre la concentrazione industriale, che fa convergere i vantaggi della crescita su un numero ristretto di aziende e di luoghi. Ma sarebbe meglio rafforzare le università locali. Nel novecento gli Stati Uniti istituirono molte università tecniche pubbliche, il cui scopo era insegnare le pratiche migliori agli agricoltori e ai direttori di fabbrica nelle aree rurali. Oggi queste istituzioni potrebbero rivelarsi ancora importanti per diffondere le nuove tecnologie. I governi potrebbero assegnare centri di ricerca pubblici alle città che propongono i migliori progetti di riforme e di investimenti pubblici. Questo contribuirebbe alla diffusione di nuove idee e darebbe alle regioni in difficoltà un incentivo a migliorarsi. Più di ogni altra cosa, però, i politici hanno bisogno di una nuova mentalità. Secondo i progressisti, per alleviare la povertà era necessario il welfare, per i liberali invece serviva un’economia più libera. In entrambi i casi ci si è concentrati sulle persone. Ma, a causa della complessa interazione tra demografia, stato sociale e globalizzazione, questo non basta più. Placare la rabbia di chi è rimasto indietro significa capire che anche i luoghi sono importanti. ugim


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