venerdì 29 settembre 2017

Repubblica 29.9.17
L’amore è davvero cieco così il cervello si spegne e la scienza non lo sa spiegare
di Massimo Ammaniti

Un saggio di Grazia Attili indaga le basi biologiche del sentimento più grande e misterioso. Studi ed esperimenti confermano le intuizioni dei poeti, ma non rispondono alla domanda cruciale: come accade?
Consapevole di quanto l’amore plasmasse la vita quotidiana nel mondo occidentale, ma anche in altre culture, Sigmund Freud scrisse parole illuminanti in un suo saggio del 1915: «Indubbiamente l’amore fra i sessi è una delle cose più importanti della vita, e l’unione del soddisfacimento spirituale e fisico che si attinge nel godimento d’amore ne rappresenta precisamente uno dei vertici. Soltanto nella scienza si ha ritegno ad ammetterlo ».
È passato da allora più di un secolo ma la complessità dell’esperienza amorosa è ancora oggi difficile da decodificare in campo scientifico perché vi è un ritegno, più che comprensibile, ad entrare nell’intimità della vita individuale, ma anche a tradurre questo sentimento in un linguaggio troppo distante da quello che usano gli innamorati. Ma l’amore non è solo quello del batticuore e del desiderio che si prova per la persona che si ama, anche il corpo e lo stesso cervello ne sono coinvolti, come viene raccontato nel libro Il cervello in amore (il Mulino, pag. 230) dalla psicologa e docente universitaria Grazia Attili. Già in altri suoi libri Attili aveva esplorato l’esperienza amorosa in una chiave evoluzionistica mettendo in luce come l’amore dei genitori per i figli, ma anche fra partner sentimentali comporti l’attivazione di circuiti cerebrali che sostengono la relazione affettiva favorendo la propagazione delle specificità genetiche alle generazioni successive e la stessa sopravvivenza della specie umana. In questo nuovo libro esplora ulteriormente le basi biologiche dell’amore sentimentale con un’attenta revisione delle nuove scoperte nel campo dei neurormoni. Quando si pensa alla persona che si ama e ancora di più quando si è con lei si verifica nel cervello una tempesta ormonale, di cui la dopamina è la grande protagonista. Nel viso e negli occhi della persona innamorata si coglie il piacere che sta vivendo, ma che a volte suscita pensieri così insistenti da divenire travolgenti, quasi ossessivi.
Non può non ritornare in mente la tragica figura di Francesca da Rimini, che Dante incontra all’Inferno e che racconta il turbine da cui è stata travolta: «Amor che a’nullo amato amar perdona mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona». Ma il confine fra passione e innamoramento e delirio amoroso a volte può sfumare. Come per esempio nel film di François Truffaut Adele H., in cui la protagonista, la secondogenita di Victor Hugo, si innamora di un ufficiale inglese e lo insegue in Canada nonostante il divieto paterno, fino a perdere il senno.
Ma che cos’è che fa scivolare l’amore in un’ossessione che fa perdere il senso della realtà? A questo interrogativo cerca di rispondere il libro di Grazia Attili: nell’amore sentimentale, come hanno messo in luce le ricerche che hanno studiato il cervello delle persone innamorate utilizzando la risonanza magnetica, si verificano grandi cambiamenti. Le aree connesse alla sensazione di piacere e di euforia si attivano fortemente, ad esempio quando si guarda la foto della persona che si ama, mentre si disattivano le aree cerebrali connesse al riconoscimento delle emozioni negative e alla cognizione sociale. In altre parole gli studi confermano il detto “l’amore è cieco” proprio perché si verifica una specie di cecità mentale che compromette il riconoscimento delle qualità meno attraenti della persona che si ama.
È più che mai vero quello che scrisse Freud: artisti, poeti e scrittori hanno saputo raccontare le esperienze umane anticipando anche di molti secoli quello che la scienza ha cercato di scoprire molto dopo. Ma nel caso dell’amore la scienza sta compiendo i primi passi e ancora oggi non è in grado di spiegarne l’enigma: perché ci innamoriamo, perché succede proprio in un determinato momento della vita, perché siamo attratti da quella persona, ma anche perché può finire.
È la Francesca di Dante il simbolo tragico della forza sprigionata dalle nostre passioni

il manifesto 29.9.17
Libere di scegliere sul nostro corpo: sit-in in varie città e corteo a Roma
Non Una di Meno. Giornata mondiale per l'aborto libero e sicuro, nella capitale manifestazione anche contro le ricette antistupro che colpevolizzano donne e migranti
di Rachele Gonnelli

Molti presidi di donne davanti agli ospedali di varie città, da Firenze alla Sicilia, a Lecce, a Brindisi, ieri, per la Giornata per l’aborto libero e sicuro lanciata dal movimento femminista argentino Ni Una Menos a livello mondiale.
A Roma il comitato della rete Non Una di Meno ha organizzato, oltre a un presidio in mattinata davanti al Policlinico Umberto I – sempre contro i troppi ginecologi obiettori e per l’utilizzo della pillola abortiva Ru486 – anche un corteo. O meglio, un sit-in in piazza dell’Esquilino che in serata si è trasformato in un piccolo corteo – tollerato dalla polizia – fino a piazza Vittorio.
CARTELLI E TAMBURI hanno accompagnato la manifestazione romana che, oltre alla libertà di scelta per quanto riguarda l’interruzione volontaria di gravidanza, si è caratterizzata per una rivendicazione più a tutto tondo sul corpo delle donne. E quindi «contro tutte le risposte securitarie che a Roma ci vogliono propinare dalle varie autorità come soluzioni antistupro», spiega Sara, dai militari a cavallo nei parchi, al vademecum pubblicato dal quotidiano il Messaggero, contro il quale c’è già stato un sit-in di protesta specifico la scorsa settimana. «Vogliono colpevolizzare le donne per come si vestono e gli immigrati – spiega ancora Sara – nascondendo che l’80 per cento delle violenze sessuali accadono tra le mura domestiche».
LE FEMMINISTE ROMANE non ci stanno e insistono a dire, dal camion-palco della manifestazione, negli slogan gridati e sui cartelli che «le strade sicure le fanno le donne che le attraversano», contro tutti quelli che vorrebbero invece rinchiuderle in casa o messe sotto scorta e sotto tutela. E infatti scrivono anche «Le strade libere non le fanno i militari, i taxi o i lampioni», e anche, con evidente riferimento ai carabinieri di Firenze: «Dopo una sbronza mi aspetto un mal di testa non uno stupro».
SUI SAMPIETRINI dietro la Basilica di Santa Maria Maggiore le ragazze più giovani sono le più diffidenti con i giornalisti, temono di essere strumentalizzate. Ma un grappolo di studentesse del liceo Tasso accetta di parlare, collettivamente e senza nomi. Hanno 17 anni, al quarto anno, di varie sezioni, e non si sono riunite in collettivo o in assemblea «perché nel nostro liceo non è molto possibile», dicono. Hanno iniziato a parlare tra loro a partire dalle lezioni di un comune professore di filosofia. «Dice di essere dalla nostra parte – spiegano – ma in realtà molte sue lezioni sono solo propaganda di un maschilismo soft, ci dice di non girare di notte con le gambe nude, perché altrimenti “ve la siete cercata”, per lui niente cambierà mai, il femminismo è solo speculare al maschilismo, che invece è sbagliatissimo, e certi ruoli sono cementati dalla tradizione, per cui immutabili. Alla fine non fa che dare spazio a discorsi razzisti sugli immigrati e non dice i dati veri, siamo dovute andarli a cercare ma neanche i giornali li chiariscono».
È GIOIOSO il corteo romano e mescolati tra le tante donne ci sono anche uomini, di varia età. «Se ce ne sono di più è perché le nostre donne stanno facendo un percorso anche con loro, e questo è un successo», sostiene Simona di Non Una di Meno. Ma le ragazze del Tasso sostengono che «sono le donne che dovrebbero essere più partecipi su ciò che le riguarda direttamente».
NON SI VEDONO INVECE cartelli del tipo «la 194 non si tocca», che invece contrassegnavano i presidi davanti agli ospedali pugliesi, dove l’obiezione di coscienza nei reparti Ivg raggiunge punte dell’89 per cento. Non che nel Lazio la situazione sia tanto migliore: al Policlinico a fare gli aborti ci sono solo medici assunti a tempo determinato. E anche le sale parto sono insufficienti.

Repubblica 29.9.17
Casa a famiglia italo etiope, fascisti e residenti la cacciano
Esplode la rabbia del rione: “Tolgono le abitazioni alle mamme per darle a chi viene da fuori”. E qualcuno se la prende con i rom: “Noi non abbiamo niente, a loro danno pure il sussidio”
La guerra dei poveri al Trullo “Trattati peggio degli stranieri”
di Paolo G. Brera

ROMA. Rossana sarebbe agli arresti domiciliari, ma per far due chiacchiere è scesa dagli amici in piazza. Seduta accanto alla fontana senz’acqua, alla luce sghemba dei pochi lampioni accesi spiega l’edilizia sociale di Montecucco, scampolo del Trullo che fa borgata a sé nella periferia difficile di Roma Sud.
«Nonno era assegnatario della casa popolare, ma non c’è più da anni. Un giorno mio fratello mi ha buttato fuori di casa perché si è messo con una ragazza, e io sono salita nei lavatoi e mi sono costruita casa mia». Le chiamano «le mansarde», sottotetti ricavati in qualche modo e allestiti come si riesce.
«Con il mio compagno ci abbiamo speso decine di migliaia di euro per il bagno, l’impianto elettrico, i pavimenti». Ora lui è in carcere a Rebibbia, «e ci sono pure mio zio e mio figlio», sorride tenendo per mano il nipotino.
Anche Giorgia, 31 anni, vive «in mansarda» con la sua bimba. Sono nata al lotto 12, in via Porzio, e ho vissuto con nonna fino a quando ho preso una mansarda per me insieme al mio compagno di allora». L’anno scorso Giorgia ha rilevato l’edicola nella piazza, e tira avanti.
Montecucco è un quartiere nel quartiere; una banlieue di povertà romana in cui i nuovi diritti generati dall’immigrazione precipitati su equilibri sedimentati in decine di anni. Servirebbe la mano pubblica, la mediazione sagace. Ma la mano pubblica è la stessa che lascia sfitti i negozi e non crea spazi per attività culturali; che spegne la fontana per la siccità ma non ripara «da un anno » la perdita da un palazzo. La stessa che costruì il parco giochi ma poi lascia le altalene rotte come statue dissennate.
«Qui davvero la gente non sa cosa mangiare dal quindici del mese», dice Anna la barista. «Ci sono dieci persone, sedute lì fuori? Fumano tutti, ma se hanno le sigarette in due sono tanti».
Una polveriera di diritti inesistenti in cui centinaia di persone hanno imparato a rosicchiare con gli incisivi affilati quel poco che c’è: «Avessero fatto subentrare gente come noi l’avremmo capito, non avremmo avuto da dire. Ma non puoi mandare una famiglia di stranieri levando la casa a una mamma italiana».
Non è la prima volta che scendono in piazza per combattere la cacciata di un inquilino abusivo per ospitare “stranieri”, come li chiamano anche se stranieri non sono, anche se hanno cittadinanza italiana. «Tre anni fa una famiglia di egiziani rinunciò — dice Carla — L’anno scorso la cubana: per farle posto cacciarono di casa Valentina, vedova con due figli. Mi domando: com’è possibile sia toccato alla cubana, con persone in graduatoria da trent’anni? ».
Carla ieri era in piazza a protestare: «Mia madre, Ines Amici, fece domanda nel 1972. È morta senza che le venisse assegnata. Noi per anni abbiamo abitato in 12 in casa di mio suocero al lotto 15, poi si è ammalato di Alzheimer... Ho chiesto casa agli assistenti sociali, hanno detto no. Dal 2004 vivo al lotto 17 dove facevo le pulizie. Mi sono messa d’accordo con la signora, e alla sua morte siamo subentrati. Ho fatto la sanatoria, ma non ho i soldi per l’affitto maggiorato per l’occupazione. Mi chiedono 371 euro invece di 90, ma io faccio le pulizie in nero, come faccio?».
Ecco perché non capiscono come mai non spetti mai «a noi», la casa che viene assegnata «a gente di fuori», a «stranieri», «ai neri ». Probabilmente avevano tutti diritto alla casa popolare, ma non l’hanno ottenuta e lo hanno perso occupando. «I miei erano locatari con contratto regolare dagli anni ‘60 — dice Marcella — ma il diritto non si trasmette ai figli. Quando a 48 anni ho occupato un lavatoio per assoluta necessità, l’Ater mi ha denunciata: processo penale, assolta. Ho fatto tutti i lavori che ho potuto permettermi, nella mansarda: il bagno, per esempio, è perfetto. Ora tiro avanti, ma la casa Ater non l’avrò mai, ho perso il diritto. E potrebbero cacciarmi».
«Mia suocera ha fatto domanda più di venti anni fa e ancora aspetta: io che la faccio a fare?», domanda Federica D.A., 33 anni. Vive ancora coi suoceri: «Siamo in sei in 60 metri. Lavoro in un supermercato, ma hanno ridotto le ore e guadagno 300 euro al mese. La mia prima figlia ha 10 anni, suo papà è in carcere e lo ha visto tre volte in vita sua. Ho chiesto una mano agli assistenti sociali: inutile».
«Perché non dà un’occhiata in delegazione? Io prendo 289 euro al mese di invalidità — dice Angelo Innocenti aggrappandosi al bastone — e i rom con i sussidi per i figli prendono assegni da 600 euro». Bastava un cerino, sì, per accendere il rogo.

Repubblica 29.9.17
Chi cavalca la rabbia dei poveri
di Gianluca Di Feo

SI definiscono patrioti, ma sono soltanto fascisti. Gli stessi che vivevano relegati ai margini della cronaca. Ora hanno fiutato il vento vincente dei populismi e si impossessano del malessere delle nostre periferie.
SEGUE A PAGINA 43
PERIFERIE da troppo tempo abbandonate a se stesse, dove tutti si sentono traditi dalle istituzioni. Ovunque, ma soprattutto nella Capitale. «In almeno cinque o sei quartieri di Roma, Forza Nuova è egemone. Famiglie e cittadini scendono in piazza ad appoggiare le nostre iniziative, facendo emergere una vera questione sociale», proclama Roberto Fiore, il leader più politico del neofascismo. A guidare ieri la resistenza contro lo sgombero di un alloggio popolare occupato abusivamente e destinato a una coppia italo-etiope c’era un suo vecchio sodale, Giuliano Castellino, più abituato a usare le mani che non le parole: una figura per decenni relegata nelle curve peggiori degli stadi e negli angoli oscuri degli intrecci malavitosi, che adesso si erge a “patriota”. Castellino e i suoi hanno lanciato pietre contro la polizia, ferendo tre agenti, ma sono riusciti nel loro scopo: imporsi come i Robin Hood della maggioranza rabbiosa di queste borgate.
Da mesi la fascia di palazzi desolati che circonda la Capitale si è trasformata nel laboratorio di un populismo apertamente neofascista. Squadracce che si impadroniscono con la violenza della piazza, che sfruttano ogni problema per sbandierare il manifesto della loro ideologia, semplificata in un unico slogan che legittima qualunque abuso: “Prima gli italiani”. Un manifesto di rapida presa in quartieri dominati dalla paura verso lo straniero, dove persino chi saccheggia abitualmente i supermercati — come è accaduto un mese fa al Tiburtino III — si muta in eroe della rivolta contro gli immigrati. Un copione che ormai si ripete dal 2014, dall’assedio nero al centro per profughi minorenni di Tor Sapienza.
Non importa chi abbia torto o ragione, ogni singolo episodio diventa un focolaio di intolleranza. Tre giorni fa l’aggressione di un malese, subito arrestato, contro due fidanzati che si baciavano nei pressi del centro islamico di via San Vito, a pochi metri da Santa Maria Maggiore, ha innescato la mobilitazione di tutte le destre, da Giorgia Meloni a Casa-Pound. Tutte pronte a invocare la chiusura dell’unico luogo di preghiera della comunità del Bangladesh che vive e lavora nella zona di Piazza Vittorio, senza mai avere creato problemi. E lunedì notte c’è stata la guerriglia di Guidonia, con la caccia all’uomo lanciata da cento persone dopo che un rom alla guida di un furgone aveva scatenato il panico facendo gimkane sui marciapiedi. «Noi qui già siamo considerati scarti, se qui ci mandano gli scarti di Roma ( ndr riferito ai nomadi) finisce che tra poveri, lasciati soli, vince er più prepotente. È normale, è la legge della strada», ha dichiarato uno degli “insorti” a Federica Angeli. Può uno Stato arrendersi alla legge della strada?
L’epicentro di questo malessere che issa sul podio i nuovi fascisti è la periferia romana, dove ogni concetto di convivenza si sta sgretolando nel crollo dei servizi elementari, come la pulizia urbana e i trasporti pubblici. Le stesse borgate che quindici mesi fa decisero il trionfo di Virginia Raggi adesso si mostrano deluse dai Cinquestelle, come da tutti gli altri partiti tradizionali. Ma l’abisso sociale in cui sprofondano questi territori è questione antica, che nessuno ha voluto affrontare. A ogni elezione si ripetono promesse che non vengono mantenute, si elaborano piani d’intervento mai attuati, c’è persino una commissione parlamentare d’inchiesta che da oltre un anno accumula audizioni e studi sul tema.
Il tempo per i discorsi è finito, a Roma e in tutta Italia. Non possiamo permetterci di ignorare oltre la situazione di questi quartieri dove l’insicurezza genera intolleranza e amplifica i messaggi del nuovo fascismo: in gioco c’è l’essenza della nostra democrazia, con il rischio di vedere rapidamente crescere il peso elettorale di formazioni contrarie ai valori della Costituzione. Serve fermezza nel reprimere chiunque faccia bandiera della violenza e della xenofobia. Ma servono soprattutto provvedimenti urgenti e concreti per testimoniare la presenza delle istituzioni. Non esistono più un noi e un loro: quello che accade lì, condizionerà anche il futuro politico del Paese.

Repubblica 29.9.17
L’eutanasia dei diritti
di Chiara Saraceno

NON c’è solo l’affronto allo Ius soli. Anche la legge sulle “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento sanitario”, il cosiddetto biotestamento, come quelle sulla cittadinanza e sul diritto a portare anche il cognome della madre (che pare persino sparita del tutto dall’agenda), sembra destinata a non arrivare alla meta, condannata all’eutanasia parlamentare.
Dopo essere stata approvata dalla Camera in aprile, calendarizzata dapprima dal Senato a giugno, rimandata a settembre, ora è stata di nuovo rimandata in attesa dei pareri di varie commissioni: un’utile scusa per allungare i tempi e non portarla in aula. Si vogliono evitare scontri non solo con l’opposizione, ma anche interni alla maggioranza in un clima pre-elettorale difficile, dove la minoranza interna alfaniana ha assunto sempre più un enorme potere ricattatorio, giocato quasi esclusivamente nel contrasto all’estensione dei diritti civili. Esattamente ciò che vogliono coloro che si oppongono a qualsiasi riconoscimento del diritto di ciascuno, anche quando impossibilitato a farlo da sé, a rifiutare cure che ritiene un inutile prolungamento delle proprie sofferenze e/o di una vita che non considera più dignitosa.
Eppure, quella approvata alla Camera dopo molte discussioni e mediazioni, è una normativa molto ragionevole e consapevole dei possibili rischi di arbitrio. Assegna, infatti, non solo diritti, ma anche molta responsabilità a tutti i soggetti coinvolti: il diritto, ma anche il dovere a essere adeguatamente informati sulla prognosi della propria situazione e sulle opzioni disponibili. Quindi il dovere dei medici di informare correttamente e con efficacia, dialogando con il malato e i suoi famigliari, prestando loro attenzione e tempo. Il diritto alle cure palliative e alla sedazione profonda, formalmente già in vigore, ma non sempre attuato per mancanza di risorse, tempo, competenze e luoghi adatti. Il diritto del minore a esprimere la propria volontà, che tuttavia deve essere sempre accompagnata dalla volontà dei genitori e, in caso di scelta di interrompere le cure, anche del giudice tutelare. Anche le cosiddette Dat, Dichiarazioni anticipate di trattamento, attraverso le quali una persona potrebbe lasciare le sue volontà circa i trattamenti sanitari a cui essere sottoposta, o da rifiutare nel caso non fosse più cosciente a causa di un incidente o una malattia, non solo devono essere rese con una modalità a rilevanza pubblica. Devono anche essere sottoposte a verifica di appropriatezza nel momento in cui dovessero essere concretamente attivate.
È anche riconosciuto il diritto del medico all’obiezione di coscienza, nonostante la vicenda della obiezione di massa rispetto all’interruzione volontaria di gravidanza abbia ampiamente dimostrato quanto essa possa ledere di fatto i diritti delle donne che desiderano abortire. In altri termini, si tratta di una normativa molto (per alcuni troppo) cauta. Soprattutto, non è una legge sulla eutanasia, ma sul diritto a non contrastare la morte quando, non solo non vi è più speranza, ma le condizioni del mantenimento in vita sono intollerabili a giudizio dei diretti interessati.
A questo proposito vale la pena di rammentare che già ora, se una persona è in grado di intendere e volere, è maggiorenne e può usare braccia e gambe, può lasciare un letto d’ospedale, rifiutare l’alimentazione forzata o una operazione chirurgica che ritiene inutile. Può farlo anche quando l’operazione non sarebbe inutile. Così come può stringere le labbra per impedire di essere nutrita, come ho visto fare da molti grandi anziani. Imporre le cure o il nutrimento in queste situazioni sarebbe considerato, anche penalmente, un reato contro l’integrità personale. Ma se per sventura si viene intubati e, come si dice colloquialmente, si “viene attaccati alle macchine”, anche se si è ancora in grado di esprimere la propria volontà questa non ha più valore.
I dolorosi casi di Welby e altri testimoniano che non c’è grido, volontà tenacemente espressa che trovi ascolto legittimo in assenza di una norma. Può solo incontrare, come accade più spesso di quanto non si ammetta, l’ascolto pietoso, ma discrezionale e rischioso, di un medico che se ne assume il rischio.
La legge in oggetto intende appunto correggere questo, ingiusto, scarto nel riconoscimento della libertà delle persone a preservare la propria integrità e autonomia di giudizio anche di fronte alla morte. In una società liberale e democratica non discriminare tra chi può esercitare il proprio diritto a scegliere di accettare la morte rifiutando le cure e chi, invece, non può farlo, pur volendolo ed esprimendosi in questo senso o avendolo detto quando ne era in grado, dovrebbe essere un valore e un obiettivo condiviso. Di più, è proprio la libertà dei più deboli e indifesi che andrebbe riconosciuta e sostenuta. Opporsi a questa libertà in nome del “valore della vita” è un atto di insopportabile sopraffazione e una mancanza di rispetto.

Repubblica 29.9.17
Perché perde la sinistra
di Nadia Urbinati

HO LETTO una massima sul video di un taxi: “Ogni movimento comincia con un’idea”. E, si potrebbe aggiungere, “declina insieme al declino dell’idea”. Questa massima sembra perfetta per illustrare il fallimento del partito socialdemocratico alle elezioni tedesche, un partito che ha smarrito l’idea che lo qualificava e lo rendeva riconoscibile a chi è anziano come a chi è giovane, perché sedimentata abbastanza da essere memoria condivisa: l’idea di eguaglianza e di giustizia nella libertà.
Parole semplici e impegnative, che fanno immediatamente capire da che parte sta la sinistra. E che non sono astratte e inservibili. Se è vero che sono riuscite a unire e convincere milioni di persone nel corso dei decenni, e a concretizzarsi in decisioni politiche e nella vita quotidiana di ognuno di noi. E se è vero che i partiti che le rappresentavano sono retrocessi, a volte tragicamente, quando le hanno lasciate cadere, annacquandole con idee di esclusione nazionalista o con un’idea della libertà economica totalizzante al punto da monopolizzare ogni altra libertà.
I partiti di sinistra sono in ritirata in tutti i paesi europei. Falliscono di fronte ad un’opinione pubblica che è preoccupata per il lavoro che spesso non c’è o è precario, pensando di risolvere questa preoccupazione con la chiusura delle frontiere o con la cancellazione dei diritti del lavoro. Questa strada la possono percorrere i partiti e i movimenti di destra, e mostrano di saperlo fare con determinazione. Una determinazione che manca dall’altra parte, per incertezza nelle convizioni e per l’idea, che si dimostra ogni volta sbagliata, che facendosi simili all’emergente destra si può vincere. È un calcolo errato proprio perché il movimento variegato della sinistra ha un’identità ideale diversa da quella delle destre; e le imitazioni vengono riconosciute a pelle, non ingannano. Se l’imitazione non riesce la ragione sta nel fatto che esistono identità politiche diverse, e questa diversità deve emergere bene. Come l’andare a destra non paga, anche l’inseguire il centro ha il fiato corto e alla lunga indebolisce. La Spd non ha tenuto il centro e ha perso sulle questioni sociali che sono state intercettate dalla politica della paura. Ha dimostrato quel che non si deve fare.
Le destre fasciste e xenofobe — poiché questa è oggi la destra, senza se e senza ma — acquistano forza (aiutate anche dal sensazionalismo con il quale i media tradizionali pensano di competere con i social) facendo leva sulla paura: in uno scenario globalizzato, con sovranità nazionali impotenti e con le crescenti diseguaglianze degli uguali (di “noi”) che ossigenano la paura e fanno costruire barriere di filo spinato.
Di fronte a tutto questo occorre che la sinistra si proponga come un’alternativa credibile alla destra, e alle sue varie diramazioni piú o meno radicali o populiste. La credibilità si conquista su questioni fondamentali su cui la destra non ha nulla da dire. Chiarezza su eguaglianza e su diritti.
Poiché è un fatto che le democrazie del dopoguerra hanno creato società piú giuste e aperte — che decadono se diventano ingiuste e chiuse. Non vi è confusione qui. Per difendere la democrazia occorre riandare ai principi, ai fondamenti. E se nel dopoguerra la condizione per fare attecchire quei fondamenti fu la costruzione di democrazie costituzionali e pluraliste, oggi quegli stessi fondamenti richiedono la costruzione di un’Europa politica che abbia quelle stesse caratteristiche democratiche e che possa fronteggiare la globalizzazione; che metta in circolo politiche e risorse per un governo democratico delle frontiere regolandone i flussi e non chiudendole, e per un welfare che si basi comunque sul lavoro e l’eguaglianza, non sulla carità.
Ogni movimento nasce da un’idea e la sinistra è nata per difendere la dignità e la libertà di coloro che non hanno e nemmeno vogliono privilegi. La destra non può promettere questo. Perché l’idea che la muove non è né l’eguaglianza né la giustizia. Può solo renderci tutti piú paurosi e rancorosi e quindi piú tristi e miseri.

il manifesto 29.9.17
Mdp vota contro: «Pronti a bocciare la manovra»
Def in Commissione al Senato. Bersani: noi siamo gente di governo, non faremo arrivare la troika, ma il governo apra le orecchie e ascolti anche le nostre proposte, non solo quelle di Alfano
di Massimo Franchi

Per la prima volta Mdp vota fuori dalla maggioranza su un testo economico fondamentale. E manda un segnale chiaro al governo in vista della manovra: «O ci ascoltate o votiamo contro».
Ieri mattina in commissione Lavoro del Senato si è materializzato quanto da tempo era stato annunciato da vari esponenti del gruppo. Si discuteva la Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza (Nadef) approvato sabato dal consiglio dei ministri.
La senatrice di Mdp-Articolo 1 Maria Grazia Gatti ha votato contro, senza alcuna esitazione. «In commissione c’è stata una buona discussione – ha spiegato la senatrice – ma noi avevamo fatto delle osservazioni importanti sul tema del lavoro che nel parere non sono state recepite. Pertanto ho deciso di votare contro anche per il segnale che arriva dal governo di fare un Def in assoluta continuazione con il precedente e cioè senza alcun miglioramento soprattutto per quanto riguarda l’occupazione».
Il Def è la base della manovra che sarà presentata a metà ottobre, ne contiene tutti numeri sebbene non preveda alcuna misura precisa. Questo però non toglie che anche le poste di bilancio confermino «il sentiero stretto» sempre evocato da Pier Carlo Padoan e lascino intendere che il governo non stanzierà che briciole per il capitolo pensioni – fondamentale per i sindacati – e che concentrerà gli interventi sui famosi sgravi alle imprese per l’assunzione dei giovani. Una misura già criticata da Mpd.
«Si conferma il rischio che la legge di bilancio sia in perfetta continuità con gli interventi degli ultimi anni con tutti i limiti che abbiamo misurato finora – continua Gatti – . Le proposte di Articolo 1-Mdp su lavoro e pensioni sono chiare – ribadisce – contrastare la precarietà regolamentando tutte quelle forme di stage, tirocini, che di fatto sono coperture di lavori non pagati o pagati malissimo, regolare i contratti a termine per bloccarne il dilagare. Gli annunciati incentivi alle assunzioni devono essere erogati solo a fronte di un aumento netto dell’occupazione aziendale e bisogna sanzionare le imprese che alla fine degli incentivi licenziano il lavoratore. Bisogna congelare l’aumento dell’età pensionabile legata alla aspettativa di vita e dare peso alla maternità delle donne». «Ma queste richieste – aggiunge – che potrebbero davvero portare crescita e occupazione nel paese non sono state ascoltate dimostrando ulteriormente tutte quelle differenze che ormai ci sono tra noi e il Pd».
Il voto della Gatti è stato orgogliosamente rivendicato in serata da Pierluigi Bersani che ha inaugurato la festa nazionale di Mpd a Napoli. «Noi siamo gente di governo, non faremo arrivare la troika, ma il governo apra le orecchie e ascolti anche le nostre proposte, non solo Alfano», ha avvertito.
Difficile però che Mdp mantenga il voto contrario quando il Nadef arriverà in aula. Ancor più che l’aggiornamento di bilancio sia a rischio bocciatura. «Ritengo che in Senato ci sia la maturità per comprendere che l’assestamento di bilancio è qualcosa che porta risorse e non credo affatto che ci possa essere un problema sotto questo profilo. Ma vigilare non guasta mai», ha previsto il presidente del Senato Pietro Grasso, ospite di Mdp a Napoli. «Altro discorso – ha aggiunto Grasso – sarà poi ripartire queste risorse». Esattamente quanto chiede Mdp: un incontro con Gentiloni e Padoan è quello servirebbe a calmare gli animi. Nei prossimi giorni potrebbe avvenire.

Corriere 29.9.17
In un pd confuso cresce la spinta a dialogare con gli anti renzi
La scissione non è stata sulla politica ma sulle persone. Non vedo Bersani e D’Alema come avversari
Un Pd a trazione renziana è indigeribile per una parte rilevante dei nostri elettori
di Massimo Franco

Non è facile capire quale sia la posizione del principale partito di maggioranza sullo ius soli , sui vitalizi, sui rapporti a sinistra, sulla riforma elettorale. Ce ne sono spesso almeno due, contraddittorie tra loro. E l’impressione crescente è che non siano dettate da un astuto gioco delle parti, ma da una legittima differenza di vedute: divergenze che però rischiano di essere percepite come segni di confusione strategica e mancanza di direzione politica. Nello stesso governo, gli esponenti dem faticano a trasmettere segnali univoci. Ancora ieri il ministro Graziano Delrio rilanciava l’approvazione dello i us soli entro l’autunno. Ma poche ore prima la sottosegretaria a Palazzo Chigi, Maria Elena Boschi, lo metteva «in cima» a quelli da riproporre «nella prossima legislatura». E questo mentre il presidente del Senato, Piero Grasso, sempre più lontano dal partito che lo ha eletto, accusava il Pd di «pensare più alle elezioni che alla giustezza della legge». Ancora, il vertice dem esclude qualsiasi possibilità di dialogo con Articolo 1-Mdp: una formazione nata dopo la scissione, e ostile in modo pregiudiziale a Matteo Renzi.
Ebbene, ieri il ministro della Cultura, Dario Franceschini, ha definito «indispensabile l’unità del centrosinistra». Indicando «la destra più estrema che si ricompatta e il vento populista» del M5S come avversari, ha ammesso di fare una certa fatica a considerarli dei nemici. Secondo Franceschini, «le ferite sono ancora aperte, ma la scissione non è avvenuta sulla linea politica: il problema è sulle persone». E Delrio è stato ancora più netto. «Non chiudo il dialogo a sinistra con Mdp e con Giuliano Pisapia. Spero che abbia successo il loro tentativo di allargare il centrosinistra. Io non sono un esponente di un partito di destra». È l’ammissione di uno scontro che ha Renzi come epicentro; e del tentativo di superarlo per evitare la sconfitta alle Politiche. Ma la ricucitura si presenta quasi proibitiva, a oggi. Le parole dei due ministri promettono di suonare alle orecchie del vertice del Pd come uno smarcamento. Gli uomini di Renzi ritengono, con qualche ragione, che l’Mdp voglia solo far perdere il partito di provenienza, per colpire il segretario. Le prese di posizione dei due ministri finiscono così soprattutto per confermare i malumori e le incognite. C’è il timore che presto possano uscire altri esponenti di peso come l’ex governatore dell’Emilia Romagna, Vasco Errani. La confusione potrebbe diradarsi un po’ dopo le elezioni siciliane di inizio novembre. Ma se è vero che per andare alle urne si dovrà discutere e votare la nuova legge elettorale in Parlamento, come sostiene Grasso, la babele potrebbe perfino aumentare.

Repubblica 29.9.17
Renzi-Franceschini svolta a sinistra “Pd e Mdp alleati”
Il ministro vede il segretario: serve una coalizione. L’ex premier non esclude le primarie, ma chiude a D’Alema
di Tommaso Ciriaco e Roberto Fuccillo

ROMA. «Matteo, dobbiamo insistere sulla coalizione. E farlo aprendo a un’intesa con Mdp: sono loro, semmai, che devono assumersi la responsabilità di rompere». Settantadue ore fa, largo del Nazareno. Dario Franceschini si ritrova faccia a faccia per due ore con Matteo Renzi. È il primo, riservatissimo incontro dopo mesi di gelo artico e veleni. «Procedi, proviamoci », concede l’ex premier. Ed è la svolta, sancita ieri durante la festa di Articolo 1 proprio dal ministro dei Beni culturali: «Faccio fatica a pensare Bersani, Civati e D’Alema come avversari. Certo, le ferite sono ancora aperte, però la scissione non è avvenuta sulle linee politiche, ma sulle persone. Si può non stare nello stesso partito, ma essere nella stessa coalizione ».
C’è molta tattica, in questo nuovo dribbling renziano. Il voto siciliano incombe, le previsioni non promettono nulla di buono. Il complotto interno è dietro l’angolo, i suoi avversari ci lavorano da mesi. Per questo, il segretario prova a ricompattare il partito. E tenta di costruire quel «tridente» di centrosinistra - così l’ha definito in queste ore immaginando un’alleanza con il centro e la sinistra - utile a contrastare l’unità del centrodestra. Non a caso, l’appello di Franceschini è seguito un paio d’ore dopo da un’identica apertura del primo dei renziani. «Non chiudo il dialogo a sinistra con Mdp e Pisapia - scandisce Graziano Delrio - spero che abbia successo».
Franceschini conosce bene i dubbi di Renzi attorno al meccanismo coalizionale, che rischia di legargli le mani. Ma sa anche che l’ex premier teme un massacro sul fianco sinistro. Per evitarlo, l’unica strada è ricostruire il centrosinistra. «Aprendo anche a D’Alema», è l’idea del ministro.
Di un’intesa con l’arcinemico - naturalmente - Renzi non vuole sentir parlare, cordialmente ricambiato. Ma di un patto con tutti gli altri, sì. Per farlo, c’è un primo passo da compiere: «Dobbiamo dalemizzare Mdp - è opinione del segretario mostrare che è D’Alema a comandare ». Dalemizzare per dividere, distinguere per allargare fin dove possibile l’area di centrosinistra. Solo così, questo il ragionamento, il Pd limiterà l’emorragia di consensi e avrà chance di ricostruire un’alleanza, a partire da Pisapia. «A sinistra con Giuliano - ripete a tutti Ettore Rosato - e al centro con Alfano».
Si vedrà, perché molto deve ancora accadere. Renzi, ad esempio, resta un po’ guardingo. Sa che per mesi Franceschini e Andrea Orlando hanno immaginato proprio la tappa delle elezioni siciliane come il passaggio finale per imporre una legge elettorale con il premio di coalizione, assieme a un “ribaltone” nel centrosinistra che costringa il segretario a un passo di lato. Si fida, ma fino a un certo punto. E non esclude a priori neanche nuove primarie per riunire una coalizione. Dicono che Ap - almeno quella che fa capo ad Angelino Alfano - si stia preparando a ogni evenienza. E che il ministro degli Esteri ragioni su una carta a sorpresa: schierare Beatrice Lorenzin nell’eventuale sfida dei gazebo.

Repubblica 29.9.17
L’ovazione per Grasso e l’offerta dei bersaniani “Puoi essere il leader”
Star alla festa del partito, pronto un posto in lista o anche la premiership se salta l’intesa con Pisapia
di Liana Milella

ROMA. L’invito è segreto, rivolto a Piero Grasso da Mdp. Diventare uno di loro. Non appena sarà possibile. Quando il presidente del Senato avrà dismesso i panni istituzionali. E – se la trattativa di Mdp con Pisapia dovesse andare male – correre come leader dei bersaniani alle prossime elezioni. Inutile cercare conferme ufficiali dallo stesso Grasso, neppure in una giornata speciale come quella vissuta ieri a Napoli, proprio alla festa di Mdp. Dove però è il “popolo” del partito che gli si stringe intorno e lo incorona leader. Tributandogli applausi a scena aperta. E dove Bersani ascolta in prima fila la sua intervista pubblica, facendo più volte cenno di sì con la testa. Dopo un caffè riservato tra i due, sarà Grasso a sedersi e applaudire colui che, da segretario del Pd, nel dicembre 2012 gli offrì la candidatura convincendolo a lasciare il vertice della procura nazionale Antimafia e poi lo volle al vertice del Senato.
Reduce dalle feste del Pd e di Si, anche a Napoli Grasso non conferma nulla dei retroscena che pure, di giorno in giorno, si arricchiscono di dettagli. Quando Marco Damilano, dell’Espresso, gli chiede se e con chi si ricandiderà, il presidente quasi si schermisce: «Questa è stata un’esperienza entusiasmante. Il mio futuro non lo conosco. Da presidente del Senato non posso dire nulla, altrimenti domani non potrei presiedere l’aula. Ancora non lo so. Se c’è la possibilità di fare quel percorso visionario potrei iniziarlo insieme a chi è più visionario di me».
La platea lo incoraggia. Bersani sorride. Lui – camicia aperta sul collo – spiega cosa intende per centrosinistra: «Valori, principi e programmi che non si possono tradire». Una stoccata che colpisce Renzi: «Non si può guardare al centro e a destra». Poi la battuta che manda a mille l’applausometro: «Da presidente del Senato devo essere superpartes però ero, e sono rimasto, un ragazzo di sinistra». Diventa il leit motiv della serata. Un chiaro messaggio a chi, giusto in queste ore, ha ceduto sullo Ius
soli: «Alla sinistra chiedo di non fare passi indietro sui principi. Perché non possiamo metterli da parte quan-do chiediamo i voti». Biognerà attendere prima di sapere quale sarà la scelta di Grasso. Ma la sua ricetta sul futu-ro del centrosinistra è già nelle parole che pronuncia a Napoli: «Io sono un’idealista. Dico di ave-re la visione del futuro e in testa l’obiettivo dell’unità a sinistra co-me unico obiettivo per non perde-re». Gli viene spontanea la polemica -– «Ho detto una cosa lapalissiana » – con Matteo Orfini che lo ha attaccato per aver chiesto una legge elettorale «pienamente costituzionale». E fa affermazioni che piacciono alla platea di Mdp. Come quella sull’etica della politica e sulla scelta dei candidati «prima che intervengano indagini, processi, condanne».
Legge elettorale, Ius soli, codice Antimafia. Grasso parla chiaro e incassa applausi. Il codice? «Ho verificato, questa misura è nel programma del Pd». Detto proprio mentre Orfini lo definisce «un cedimento a una visione giustizialista». Il patto per cambiarlo? «Sarebbe un boomerang ». Netto sullo Ius soli. «Non sono un utopista che va contro il muro. Dobbiamo cercare i voti, mettere in salvo i conti. Ma sono fiducioso che si possa aprire una finestra a novembre». E giù la considerazione che il popolo di sinistra vuole sentire: «Non andiamo dietro le paure, questa legge non c’entra con i migranti. Sono convinto che sia un riconoscimento di diritti che già esistono e vengono praticati». Poi la stoccata: «Mi sembra che si punti di più a valutazioni elettorali che alla giustezza della legge». Quanto alla legge elettorale Grasso ripete quello che dice da mesi, «è necessaria, perché altrimenti ci sarebbe l’ingovernabilità». Un’ultima battuta, una delle sue: «Basta usare il latino. È una bella lingua ma parlando di Tedeschellum e Rosatellum la roviniamo».

Repubblica 29.9.17
L’intervista. Giovanni Impastato
“Con la lista Cento passi Fava offende la memoria di mio fratello Peppino”
Si strumentalizza il ricordo per fini elettorali. È una bugia dire che io ero d’accordo, pronto a denunciare
di Emanuele Lauria

PALERMO. I cento passi, in un risvolto imprevedibile della storia, stavolta portano in tribunale. «Denuncio Claudio Fava», minaccia Giovanni Impastato, il fratello del militante di Democrazia proletaria ucciso dalla mafia. Non gli è andato giù l’utilizzo del nome del film su Peppino per la lista del candidato bersaniano alla guida della Regione siciliana. Ma ha finito per infuriarsi quando Fava ha detto di avere concordato con lui quest’iniziativa. «Una bugia. Ho atteso una smentita – attacca Impastato – Adesso vado dall’avvocato». La lite attorno a una delle più potenti suggestioni della storia siciliana spacca la sinistra e l’antimafia.
Impastato, sapeva dell’idea di Fava di usare per la sua lista il titolo che richiama la figura di suo fratello?
«Ho saputo dell’iniziativa dalla tv e dai giornali».
Eppure il candidato governatore della sinistra dice di avere “condiviso” quest’idea.
«Guardi, non lo vedo da dieci anni. Fava non ha mai partecipato alle cerimonie per gli anniversari della morte di Peppino».
Perché questa scelta la irrita
tanto?
«Fava strumentalizza la memoria di mia fratello per fini elettorali. Un’offesa a me, ai miei familiari e ai compagni di Peppino. Il ricordo di Impastato si perpetua con una presenza nel territorio, con l’attività che ogni giorno svolge la mia associazione. Penso alle migliaia di persone che, a Cinisi, visitano la casa che fu della mia famiglia».
Ma quella dei cento passi, ovvero la distanza che separa casa Impastato dalla dimora del boss Badalamenti, è un’espressione artistica che appartiene a Claudio Fava, sceneggiatore del film.
«Io non contesto il copyright.
Però Fava è scandalosamente bugiardo, per mutuare un suo motto elettorale. Doveva coinvolgere, e mente quando dice di averlo fatto, le associazioni che operano in ricordo di Peppino. La sinistra non si ricostruisce sbarcando in Sicilia due mesi prima del voto con quattro sigle e uno slogan. Cinque anni fa il pasticcio della residenza, ora questa fesseria...».
La storia recente racconta di un’antimafia divisa e rissosa.
A chi andranno i voti del movimento?
«Io di certo non voterò Fava e neppure la lista di Crocetta: una delusione. Da questa politica, in realtà, non ci aspettiamo nulla».

il manifesto 29.9.17
Lazio, rinviati a giudizio 16 ex consiglieri del Pd
«Spese pazze» alla regione. Tra gli imputati c’è Esterino Montino, ex capogruppo e attuale sindaco di Fiumicino
di Giuliano Santoro

Nel giorno della (parziale) richiesta di rinvio a giudizio per la sindaca Virginia Raggi, ben altre beghe giudiziarie convergono sul Pd romano e laziale. Secondo quanto stabilito dal giudice per le udienze preliminari, infatti, il processo inizierà il prossimo 22 gennaio. Alla sbarra ci saranno 16 ex consiglieri regionali dem del Lazio. I capi d’accusa relativi alle presunte «spese pazze» sostenute durante la carica sono pesanti: peculato, abuso d’ufficio, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio e truffa.
L’indagine della procura sulla gestione dei fondi destinati ai gruppi consiliari alla Regione Lazio che li vede coinvolti si è chiusa ieri con il rinvio a giudizio da parte del gup Alessandra Boffi. Tra gli imputati, a diverso titolo, c’è Esterino Montino, ex capogruppo del Pd, già vicepresidente della Regione all’epoca di Piero Marrazzo e attuale sindaco di Fiumicino, comune del litorale romano. Assieme a lui, nell’indagine sono coinvolti il senatore Bruno Astorre, il suo collega a palazzo Madama Carlo Lucherini, il deputato Marco Di Stefano e l’ex capo di gabinetto del sindaco Ignazio Marino, Enzo Foschi. E poi ci sono Claudio Moscardelli, Daniela Valentini, Carlo Ponzo, Claudio Mancini. Variano le somme contestate ai diversi imputati. Per Montino, ad esempio, si tratterebbe di 7500 euro. Per Astorre, Di Stefano e Mancini rispettivamente 122, 93 e 188 mila euro.
I fatti contestati dagli inquirenti avrebbero causato un danno di 1,5 milioni di euro alle casse regionali e sarebbero avvenuti mentre gli imputati erano all’opposizione. Alla presidenza della Regione in quel periodo, tra il 2010 e il 2013, c’era Renata Polverini, eletta col centrodestra dopo avere sconfitto Emma Bonino. L’indagine era partita da Rieti, quando la procura aveva cominciato ad indagare sulle spese dell’ex consigliere Pd Mario Perilli, che era anche tesoriere del gruppo consiliare del Pd in Regione. Soltanto in un secondo momento l’inchiesta è stata trasferita alla procura di Roma per competenza territoriale. I consiglieri, scrivono tra le altre cose dalla procura, «omettevano di compiere la selezione dei candidati e conferivano incarichi privi delle conoscenze professionali richieste dalla legge, così intenzionalmente procurando un ingiusto vantaggio patrimoniale alla vasta platea di collaboratori, nonché ai singoli consiglieri».
Foschi, uno degli imputati, spiega: «Il prossimo 22 gennaio finalmente inizierà il processo che porrà fine a un incubo che mi porto dietro da troppi anni. La mia eventuale colpa, un abuso di ufficio, secondo l’accusa, sarebbe quella di aver indicato i nomi di due persone di mia fiducia assunte dal gruppo regionale con contratto a tempo determinato». Attacca a testa bassa la deputata grillina Roberta Lombardi, che da un paio di settimane si è ufficialmente candidata alle «regionarie» del Movimento 5 Stelle per la presidenza della Regione Lazio, in vista del voto della primavera del prossimo anno. «Dopo Roma e Mafia Capitale, gli affari del Pd arrivano anche in Regione Lazio – dichiara Lombardi – È la solita storia: fondi pubblici, soldi nostri, spesi e sperperati dai partiti in modo illecito. Noi abbiamo la possibilità di mandarli a casa una volta per tutte».
Fu un’inchiesta simile sull’utilizzo dei fondi del gruppo Pdl a far cadere la giunta Polverini: in quell’occasione il capogruppo berlusconiano Franco Fiorito (ribattezzato dalla stampa col pittoresco nomignolo di «Batman») venne condannato a 3 anni e mezzo, dopo 5 mesi trascorsi tra il carcere romano di Regina Coeli e i domiciliari nella sua Anagni.

La Stampa 29.9.17
L’amara verità capitolina
di Marcello Sorgi

Se il Movimento 5 Stelle ha deciso ancora una volta - Grillo, garante, in testa a tutti - di far quadrato attorno a Virginia Raggi, per la quale ieri la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio con l’accusa di falso, è per una serie di ragioni, non tutte perfettamente logiche, ma di sicuro condivise dal popolo stellato.
La prima è che la situazione processuale della sindaca di Roma si è alleggerita: sono cadute le accuse di abuso di ufficio per le nomine di Salvatore Romeo a capo della segreteria e di Renato Marra (fratello di Raffaele, attualmente agli arresti domiciliari per corruzione) a dirigente del dipartimento turismo. Raggi, al tempo di queste scelte circondata da una sorta di cerchio magico dal quale si è (o è stata dal Movimento) rapidamente liberata, difficilmente riuscirà a sfuggire alla condanna in primo grado per falso, dato che mentì all’Anticorruzione, pensando di salvarsi dalla stretta fatale dei suoi loschi collaboratori di allora e dicendo di aver deciso tutto da sola, quando invece intercettazioni telefoniche e documenti firmati dimostrano che non andò così.
Molto probabilmente, quando i giudici emetteranno la loro sentenza (che segnerà anche un primo momento di rottura tra il Movimento e la magistratura), la sindaca sarà costretta ad autosospendersi come ha fatto il suo collega Cinque Stelle, primo cittadino di Bagheria, ma non per questo M5S mollerà la presa sul Campidoglio romano. Anzi, per come sono fatti gli elettori del Movimento, e per come s’è visto di recente a Rimini, la Raggi continuerà ad essere un’icona stellata quasi dello stesso livello di Di Maio e Di Battista, e saranno in molti a credere (glielo faranno credere) che contro di lei sia stata ordita una macchinazione quando era stata appena eletta, approfittando della sua iniziale inesperienza.
In altre parole, rispetto alla Raggi, Grillo, Casaleggio e Di Maio (il quale, inquisito a sua volta, si tiene a debita distanza da quella che potrebbe rappresentare la prima grana della sua neonata leadership) hanno deciso di comportarsi con un atteggiamento opposto a quello che il Pd renziano ebbe verso il sindaco Marino: defenestrato a costo perfino di far firmare dai consiglieri comunali al cospetto di un notaio l’autoaffondamento dell’intero Campidoglio, con il bel risultato di consegnarlo in blocco ai Cinque Stelle, che mai e poi mai avrebbero sperato di conquistare il governo della Capitale.
Naturalmente tutto ciò avviene in base a un mediocre e progressivo aggiustamento del codice etico del Movimento: dal semplice avviso di garanzia, l’argine è slittato via via al rinvio a giudizio e adesso alla condanna in primo grado: alla quale, c’è da giurarci, in qualche modo Raggi sopravviverà politicamente, continuando a galleggiare sullo stato di degrado in cui Roma è caduta. Un decadimento insopportabile, certo non tutta responsabilità sua, dato che le due precedenti amministrazioni avevano alzato bandiera bianca di fronte agli enormi e ormai quasi irrisolvibili problemi di Roma; ma aggravato dall’evidente rinuncia della sindaca a farci i conti e a cercare soluzioni, essendo preferibile, per lei e i suoi sostenitori, denunciare quotidianamente il complotto che impedirebbe alla nuova amministrazione di lavorare.
La verità, amara quanto si vuole, ma altrettanto inconfutabile e ben chiara ai Cinque Stelle, è che Roma diventa, sì, ogni giorno più invivibile, ma il ricordo della corruzione recente e l’impressione lasciata, al di là della conclusione, dal processo «Mafia capitale», sono ancora molto forti. E i romani, disillusi per natura e per la storia millenaria che hanno alle spalle, preferiscono tenersi la Raggi, piuttosto che veder tornare in Campidoglio un politico di professione, di centrosinistra o centrodestra.

La Stampa 29.9.17
Più risorse ma pochi controlli
Una scuola su quattro fuorilegge
Il rapporto di Cittadinanzattiva: aule fatiscenti, cortili usati come parcheggi, metà edifici a rischio sismico Lavori a rilento, in un anno 44 crolli o incidenti. E gli enti locali non riescono ad accedere ai bandi
di Carola Frediani

La messa in sicurezza delle scuole italiane è una corsa contro il tempo. Certo, negli ultimi anni sono cresciuti interventi e soldi stanziati. Ma il lavoro fatto è solo una frazione. Sono ancora 44 i crolli o gli incidenti registrati lo scorso anno, scrive un rapporto di Cittadinanzattiva. E - riferisce una sua indagine a campione - un’aula su quattro ha distacchi di intonaco; una scuola su quattro ha una manutenzione inadeguata, o ha richiesto interventi di tipo strutturale, che però nel 74 per cento dei casi non sono stati mai effettuati dall’ente locale.
Una fotografia parziale, ma analitica. Da Nord a Sud. Prendiamo i crolli. Come quello di un controsoffitto avvenuto a giugno in una materna di Como, via Briantea. «Non avevamo avuto avvisaglie», commenta il dirigente scolastico Valentina Grohovaz. «Certo, i genitori si sono spaventati, alcuni subito volevano spostare i bambini». Anche quando ci si accorge per tempo che un edificio ha dei problemi, restano i disagi successivi. Come avvenuto a luglio, all’istituto professionale Pertini di Trento. «Abbiamo avuto segni di cedimento di un pavimento e della parete sotto, ed è scattato l’allarme», commenta il dirigente scolastico Andrea Schelzi. In quel caso se ne sono accorti perché la situazione era monitorata. Così una parte di studenti è stata spostata in un’altra scuola, «ma in autunno devono rientrare e quindi ci forniranno i container».
Il patrimonio edilizio scolastico ha ricevuto nel tempo iniezioni di liquidità frammentarie. La stessa indagine conoscitiva della commissione Cultura della Camera, lanciata nel 2013, ci ha messo 4 anni per concludersi. Ma il documento approvato lo scorso 2 agosto specifica comunque di non poter offrire «un quadro esaustivo», collezionando le leggi e linee di finanziamento degli ultimi anni. Dal 2014 sono stati stanziati 4,7 miliardi, già disponibili per gli enti locali, tradotti in oltre 10 mila interventi, per circa 7 mila cantieri aperti. Poi ci sono 4,8 miliardi di finanziamenti solo programmati. «I 4,7 miliardi sono già attribuiti a un edificio e talvolta avviati. Gli altri 4,8 devono essere ancora assegnati con programmazioni», conferma Laura Galimberti, coordinatrice della unità di missione per l’edilizia scolastica della presidenza del Consiglio.
Insomma, sulla carta tanti soldi, specie rispetto a prima. Ma in molti casi devono ancora tradursi sul campo. «Tra i soldi già assegnati non tutti sono stati ancora spesi», commenta Adriana Bizzarri di Cittadinanzattiva. Ad esempio, i 292 interventi finanziati con una nuova tranche da 238 milioni di Mutui Bei non partiranno prima del 2018, se va bene. «Diciamo che sono stati raccolti in un unico fondo i soldi dispersi e mai utilizzati, e poi sono stati previsti anche nuovi stanziamenti» commenta Giuseppe Brescia, deputato M5S. «Il problema però ora è far partire i cantieri e monitorare che siano rispettati tempi e lavori».
Controllare che i lavori vengano fatti (e bene) è l’altra grande questione aperta. Le notizie dal territorio non sono rassicuranti. A inizio settembre è crollata parte del tetto dell’istituto Amatucci ad Avellino, poco dopo che erano stati terminati dei lavori. «Abbiamo chiesto ragguagli in Provincia. E poi non è stato l’unico episodio locale», commenta Agata Aufiero, studentessa dell’Unione degli Studenti. E ancora, pochi giorni fa gli studenti dell’Itis Volta di Pescara hanno protestato per gli allagamenti malgrado i lavori effettuati di recente.
Per questo servirebbe un fascicolo di fabbricato di ogni edificio scolastico, che registri puntualmente ogni intervento, per favorire i controlli. Arriverà il prossimo anno, promette Galimberti. Ma intanto il gradino precedente, l’anagrafe dell’edilizia scolastica, ovvero la raccolta di dati sugli edifici, che dovrebbero essere inseriti dagli enti locali, langue. Almeno secondo Legambiente e Cittadinanzattiva. «Nel rapporto dimostriamo che l’anagrafe è statica e non aggiornata. Città come Milano e Roma hanno dichiarato di non aver riversato nel sistema informatico questi dati sugli edifici, che hanno su carta, per mancanza di risorse. E crediamo che anche altri Comuni abbiano lo stesso problema», commenta Bizzarri.
L’anello debole sono spesso gli enti locali, che hanno difficoltà anche ad accedere a certi bandi. Nel caso delle indagini sui solai, finanziate con 40 milioni di euro in circa 7mila scuole (6100 quelle concluse, secondo l’agenzia Agi e Miur), le richieste però non sono mancate, quasi il doppio. «Gli interventi saranno finanziati nei prossimi mesi», spiega Galimberti. «L’indagine fatta è un segnale positivo. Ma hanno comunque ricevuto circa 12mila richieste», precisa Bizzarri. Sei milioni sono stati poi recuperati dai ribassi d’asta e andranno riassegnati per nuove indagini. Quante siano state e di che tipo le criticità rilevate però non è chiaro.
Più in generale, «gli interventi riguardano una percentuale ridotta del fabbisogno, intorno al 20 per cento delle scuole», ammonisce Vanessa Pallucchi di Legambiente. «Per mettere in sicurezza tutte le scuole ci vorranno una decina d’anni», commenta la deputata Pd Mara Carocci. Ma appare già una stima ottimistica.

Corriere 29.9.17
Perché difendo l’Università: ha solo bisogno di risorse e fiducia
di Carlo Rovelli

Recenti denunce di episodi di corruzione hanno gettato un’ombra sull’Università italiana. È un’ombra che alimenta un sentimento di sfiducia verso l’Università diffuso in alcuni settori del nostro Paese, e risuona con lamentele sentite molte volte: fuga dei cervelli, parzialità nel reclutamento, numero eccessivo di università o corsi di laurea . Forse l’Università italiana è malata? Ha bisogno di tutela, cura o ridimensionamento? Mi sembra che ci siano alcuni equivoci riguardo all’Università, e una percezione incorretta della situazione reale.
L’Università italiana è, e resta, una delle migliori del mondo, custodisce competenze uniche, che non esistono altrove, continua ad educare una delle popolazioni più colte, intellettualmente brillanti e vivaci del pianeta. Non è priva di difetti, ma è fra le migliori del mondo. Certo, non abbiamo Cambridge o Harvard, ma non abbiamo neanche il brutale elitarismo sociale che le nutre, per fortuna. Non abbiamo le «grandes écoles» francesi, ma molte delle altre università francesi sembrano terzo mondo rispetto alle nostre. Qualcuno si lamenta che abbiamo troppi laureati? Fra i Paesi avanzati siamo il Paese che ne ha percentualmente meno. Qualcuno si lamenta che abbiamo troppe università? L’Inghilterra ne ha molte più di noi.
La riduzione delle risorse
Vivo da molti anni in università estere, e da questa prospettiva i problemi dell’Università italiana mi sembrano altri. Il primo è che il periodo di difficoltà economica che il Paese ha attraversato ha portato diversi governi a decidere per un ridimensionamento drastico delle risorse che il Paese investe nell’educazione. Gli investimenti a lungo termine sono i primi che nei momenti difficili vengono tagliati, io direi incautamente. La prima malattia di cui soffre l’università italiana è la riduzione delle risorse. Non ha bisogno di ridimensionamento: ha bisogno di risorse.
La sfiducia nella cultura
Il secondo problema di cui soffre l’Università è la perdita di fiducia. In primo luogo da parte della politica. Invece di vedere nella cultura e nell’intelligenza di cui l’Università è depositaria una risorsa cruciale a cui fare appello, come succede nei Paesi che funzionano meglio, una parte della classe polita ha cominciato a sentirla come fastidiosa sorgente di critica. La sfiducia nella cultura è il primo risultato di ogni scivolamento verso il populismo. L’università italiana non ha bisogno di tutela, ha bisogno di fiducia.
Reclutamento e ricambio
La grande idea che fonda l’Università risale al Medioevo: una singola istituzione che custodisce la cultura, continua a farla crescere, e la trasmette alle nuove generazioni facendone la base dell’educazione di una parte più possibile ampia della popolazione. Come tutte le istituzioni, l’Università è fatta da persone ed è la qualità di queste che conta. La chiave della sua efficacia è la spinosa questione del reclutamento e del ricambio. Ovunque nel mondo, fiorisce quando riesce a reclutare i giovani migliori, stranieri e nazionali, e sa fare scelte oculate e lungimiranti sulle direzioni verso cui rinnovarsi. L’attuale situazione di strozzamento rende questo difficilissimo e genera comportamenti difensivi e talvolta miopi. Ma il punto essenziale è che i tentativi di rimedio, a mio giudizio, stanno andando nella direzione sbagliata: aggiungere regole, moltiplicare automatismi e vincoli, togliendo responsabilità e fiducia a chi decide, come se l’eccellenza fosse qualcosa che si potesse riconoscere con algoritmi.
Norme devastanti
Una norma recentemente introdotta dal ministero richiede un numero minimo di pubblicazioni e citazioni per essere assunti in posizioni universitarie, senza possibilità di deroga. L’effetto è devastante: un collega italiano che guida uno degli esperimenti internazionali più importanti del mondo mi scrive recentemente disperato perché, in un campo come il suo dove il numero di pubblicazioni e citazioni è strutturalmente basso, la norma gli impedisce di fatto il reclutamento dei giovani più brillanti che lavorano sull’esperimento. L’intenzione della norma era quella di evitare assunzioni immeritate, il risultato è bloccare assunzioni meritatissime, e spingere i giovani a pubblicare tanto e male, anziché poco e bene. La norma è state recentemente criticata in una lettera indirizzata al ministro firmata da numerosi premi Nobel da tutto il mondo. Non sorprende, in fondo a ben guardare si tratta di una norma che impedirebbe di fatto all’università italiana di assumere diversi vincitori del Nobel.
La libertà dei singoli
La soluzione a mio giudizio va nella direzione opposta: non moltiplicare automatismi e paletti, ma dare fiducia alla capacità dei singoli di scegliere; valutare poi successi e insuccessi a posteriori, premiando i successi. Questo avviene nei sistemi universitari migliori del mondo e questo è il modo in cui l’Università ha dato il meglio di sé nel passato anche in Italia. La grande scuola di Fisica di Roma, per esempio, uno dei vanti dell’università italiana, è esistita perché Edoardo Amaldi ha saputo riconoscere straordinari giovani talenti attorno a sé, e guidare con lungimiranza la politica scientifica della fisica italiana. Aveva risorse, fiducia, e la possibilità di assumere responsabilità in prima persona. Così si è fatta una grande università, piena di intelligenza e di profondità culturale a cui tutto il Paese attinge.
La possibilità di scegliere
Le scelte di politica scientifica non sono facili, ci si sbaglia nelle valutazioni e il futuro è difficile da prevedere. Ma qualcuno deve poterle farle, disponendo di risorse e di possibilità di scelta. Scegliere implica anche scontentare. Io non sono stato contento quando l’Università italiana ha scelto ripetutamente di fare a meno di me; ma generare anche scontentezza è inevitabile. Io sono impegnato in una direzione di ricerca che comporta alto rischio, e comprendo la ripetuta esitazione ad investire in questa direzione. Se quella scelta sia stata una buona o cattiva non sta a me giudicare, ma da parte mia non ho certo perso stima e rispetto, sia scientifico che umano, per gli scienziati italiani che ne sono stati coinvolti. Conosco le difficoltà nel gestire la complessità della politica scientifica e mi sono trovato poi nella vita a dover io decidere carriere degli altri: so quanto sia difficile. L’ultima cosa che vorrei è che esperienze come la mia fossero prese ad argomento per alimentare la sfiducia verso l’università italiana.
L’università italiana non ha bisogna né di sfiducia, né di tutela, né di ridimensionamento, per superare le attuali difficoltà. Ha bisogno di risorse e di fiducia.

il manifesto 29.9.17
L’ultradestra tedesca alternativa a Merkel su tutto, tranne che su Israele
Germania dopo il voto. La campagna elettorale seguita dalla stessa agenzia di Trump e Netanyahu, la co-candidata esperta di business, la base etnica russo-tedesca, il fondamentalismo cristiano, il modello Tel Aviv... Tutte le «fonti» dell’AfD
di Sebastiano Canetta, Ernesto Milanesi

Alternative für Deutschland è il cavallo di Troia di mezzo mondo per scardinare Berlino. Dagli Usa di Trump alla Russia ortodossa, da Israele fino alla Cina: basta scandagliare le «fonti» e la nuova ultradestra tedesca restituisce più delle banali informazioni mainstream.
Alice Elisabeth Weidel, co-candidata alla cancelleria? Classe 1979, laurea in economia, parla fluentemente il mandarino perché per sei anni ha lavorato alla Bank of China controllata dal governo di Pechino. Possiede un profilo ben più interessante del gossip affettivo e familiare: comincia la carriera a Goldman Sachs e Allianz Global Investors, mentre negli ultimi tre anni è stata consulente di business. Per di più conserva la seconda residenza a Biel, nel cantone svizzero di Berna.
La campagna elettorale? Affidata a Harris Media che da Austin (Texas) ha spedito tre spin-doctors nella sede AfD di Berlino. È la stessa agenzia che ha seguito Donald Trump nelle primarie repubblicane, ma anche il Likud di Benjamin Netanyahu nel 2014. Harris-Media ha sfornato anche i manifesti anti-islam griffati dal creativo Thor Kunkel, che in Svizzera si era messo al lavoro subito dopo il Capodanno di Colonia. Simpatizzante dei Verdi in passato ora è perentorio: «Merkel è il vero pericolo per la democrazia: sostiene che non c’è alternativa alla Cdu, ma solo i dittatori parlano così». E dagli Usa hanno perfezionato i messaggi AfD alternativi all’iniziale «Germania ai tedeschi», scartato subito. Di qui gli spot social come «12 anni sono abbastanza» con la foto di Merkel o «In bikini invece che col burka».
La «base etnica»? Il milione e mezzo di russo-tedeschi (fino a ieri) tradizionalmente votati alla Cdu, tra cui spicca Eugen Schmidt, 41 anni, ingegnere informatico, che gestisce il network Russlanddeutsche für AfD. Era candidato al numero 17 della lista. AfD guarda a Putin, e viceversa. Nelle recenti elezioni nel Nagorno-Karabakh (non riconosciuto a livello internazionale e quindi fuori dal mandato Ocse) gli osservatori di AfD hanno certificato la regolarità del voto. Tra loro Thomas Rudy, deputato nel Landtag della Turingia, che non ha avuto nulla da rilevare neppure sulle urne della Repubblica del Luhansk. «Il risultato di queste “visite” è che AfD diventerà la marionetta del governo russo» riassume Alexander Graf Lambsdorff (Fdp), vicepresidente del Parlamento europeo.
Il «fondamentalismo» religioso? Cristiano, come testimonia il dossier pubblicato dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Attecchisce nell’eredità atea dell’ex Ddr quanto in Baviera, feudo papale. E fra i protestanti spuntano presbiteri che si dichiarano elettori AfD. in Turingia, patria di Lutero. Insomma, il cristianesimo come alternativa a Mutti, la figlia del pastore convertita al potere.
Il «riferimento» futuribile? Israele. «Fino a che la Germania fornisce armi ai regimi islamici di Turchia e Arabia Saudita, non c’è ragione per cui Israele, pro-occidentale e democratico, debba essere escluso dalle operazioni militari» afferma Beatrix von Storch, europarlamentare e vice portavoce del partito. Il teologo Daniel Rottmann, 48 anni, che siede nel parlamento del Baden-Württemberg, ha esibito con orgoglio la t-shirt con il cuore che batte per Israele. O ancora: «Noi di AfD siamo come la comunità ebraica in Germania» slogan che campeggia sopra la stella di David. I militanti AfD sono d’accordo con Merkel solo quando afferma: «La sicurezza di Israele è la ragion d’essere della Germania». E in un recente sondaggio-intervista c’è chi si spinge oltre: «Israele è l’unica democrazia in Medio Oriente, politicamente e da una prospettiva cristiana, un paese fraterno».

Il Fatto 29.9.17
La destra da sbarco che nessuno argina
Oggi servirebbe un po’ dell’aristocratica iattanza per ripulire un’Europa dove spirano antichi fetori. Domina invece un moderatismo flebile che cerca di far passare per realismo la propria evanescenza

E se fosse un errore pericoloso attribuire essenzialmente a ragioni economiche il successo delle destre radicali, da ultimo quella tedesca? Che Alternative für Deutchland sia andato forte soprattutto nei Länder poveri dell’Est non è irrilevante, ma meno rilevante di questioni invece sottovalutate: il partito è interclassista, ha un buon seguito tra gli uomini in divisa e nel ceto medio-alto, s’incunea in una democrazia che per la prima volta dal dopoguerra sfiora la piena occupazione.
All’indomani della Brexit gli economisti della Martin school di Oxford spiegarono, dati alla mano, che il voto britannico, così come la vittoria di Trump, originava innanzitutto da motivazioni – per una volta l’aggettivo non suoni truffaldino – culturali. La precarietà predispone, spiega perché il mitico ‘centro’ non sia più il luogo attraente nel quale l’elettorato trova rassicurazioni. Ma interpretare l’ascesa delle ultradestre come sollevazione di ‘dimenticati’ contro globalizzati, di impauriti dalla crisi contro cicisbei satolli, conduce all’illusione che il fenomeno sia guaribile con le tradizionali ricette ‘progressiste’ (in sostanza, pedagogia di massa e ridistribuzione); e diventa un esorcismo per scansare le domande poste dalla storia cui quella destra nuova invece offre risposte nitide, forti – chi siamo, quali valori fondano il nostro convivere, e soprattutto ‘contro chi’, contro quale Altro-da-Sé’ intendiamo (ri)costruire la nostra identità. Il problema dell’immigrazione le racchiude tutte.
Non a caso il successo di AfD era stato anticipato dal sondaggio che indicava nel 49% la percentuale di tedeschi ostili all’accoglienza dei migranti siriani decisa dalla Merkel. E la cancelliera ha annunciato l’intenzione di riconquistare il milione di elettori passato all’AfD con politiche che contrastino l’immigrazione clandestina. Questo può voler dire tutto e niente, anche la conversione a un sistema di accoglienza meno caotico, disciplinato da regole finalmente razionali e umane. Ma se non la Merkel, molto moderatismo europeo tradurrà il voto tedesco in un incitamento a tenere a distanza lo Straniero, termine dal significato geografico assai variabile. Non è forse questo che chiede l’opinione pubblica?
Molti anni fa, conversando a Tel Aviv con Abba Eban, feci presente al leader laburista che l’opinione pubblica non avrebbe accettato una sua certa proposta. Mi rispose secco: “L’opinione pubblica non esiste. È la leadership che crea l’opinione pubblica”. In questa obiezione c’era l’arroganza dei Padri fondatori in seguito fatale al Labour, ma anche l’audacia e la determinazione senza le quali mai Israele sarebbe nato. Oggi servirebbe un po’ di quella aristocratica iattanza per ripulire un’Europa di nuovo puzzolentissima di antichi fetori misti a più recenti olezzi. Ma a meno che Macron e la Merkel non mi smentiscano, di tempre come Abba Eban nel continente non se ne vedono in giro. Domina invece un moderatismo flebile che cerca di far passare per realismo la propria evanescenza. Nella sua versione rinunciataria, renziana, pratica il falso movimento spacciandolo per astuto paso doble: grida che la nuova destra è fascista e allo stesso tempo ne subisce le iniziative. Ma anche nella versione dignitosa è inerte.
Convinto che tutto derivi dalle ingiustizie prodotte dal modello economico, si esenta dal contrastare sul piano delle idee un avversario che si è rinnovato non solo nell’estetica. I due o tremila fessi che ci inquietano salutando ‘romanamente’ nelle occasioni demandate sono soltanto i ritardati di una destra radicale che in Occidente viaggia con ben altro passo. Tre dei cinque guru dell’Alt-right trumpiana sono omosessuali dichiarati, così come la leader di AfD. Il vertice di Alternative für Deutschland ha tenuto a farsi fotografare con una bandiera israeliana, a voler far intendere che la nuova destra – lo confermano Wilders in Olanda e Salvini in Italia – ospita razzisti e negazionisti ma tiene Netanyahu in grande considerazione perché lo ritiene in prima linea contro l’Islam.
Non c’è una sintesi e quell’ammiccare a tutti – sionisti e antisemiti, tradizionalisti e gay, sovranisti e russofili – spesso inciampa nelle proprie contraddizioni. Però proprio questa ambiguità permette alla nuova destra di attrarre elettorato non solo dal centro ma anche dalla sinistra. Gli unici partiti tedeschi il cui elettorato si è dimostrato ideologicamente impermeabile alle suggestioni della destra radicale – i liberali-liberisti (Fdp) e gli ecologisti liberal (Grünen) – in Italia non hanno diretti equivalenti. Fin qui è stato Grillo a impedire la nascita di un’AfD italiana, risultato di cui gli andrebbe reso merito. Ma adesso Grillo è provato e i 5stelle sono chiaramente inadeguati a sostenere la battaglia culturale contro una destra che ha pochissime idee e rudimentali, ma un’identità forte, costruita contro il nemico condiviso con una vasta area d’opinione: l’Islam.
Ed è questo che le permette di suggestionare il moderatismo. Quest’ultimo non è consequenziale, dunque neppure credibile. Accetta la narrativa che spaccia l’immigrazione islamica come ‘invasione’, dunque come atto intenzionalmente ostile; ma esita a ledere platealmente lo Stato di diritto liberale. La nuova destra non ha questi impacci. Offre soluzioni semplici, immediate, coerenti con la sloganistica del ‘Siamo in guerra’: cacciamoli, affondiamoli, ributtiamoli indietro. E mai diventino cittadini italiani. Su quest’ultimo punto sembra aver già vinto, lo ius soli ormai inquieta anche la grande stampa. Come ci spiega il Corriere, bisogna temere che l’immigrato musulmano nasconda la quinta colonna, l’alieno inassimilabile. Con ragionamenti simili gli Usa respinsero tanti ebrei europei che negli anni Trenta fuggivano la persecuzione, ritenendoli portatori di idee bolsceviche, sovversive, anti-cristiane, comunque contrarie ai Nostri Valori e al Nostro Stile di Vita. Valga di lezione.

Corriere 29.9.17
I paradossi di Corbyn l’ostinato
di Paolo Mieli

Grande festa a Brighton per Jeremy Corbyn che nelle elezioni dello scorso giugno ha elevato il Partito laburista sopra la soglia del 40 per cento guadagnando qualche decina di seggi a danno dei conservatori: una platea esultante gli ha a lungo impedito di prendere la parola scandendo slogan a lui inneggianti, salutandolo a pugno chiuso, cantando a squarciagola «Red Flag», la versione inglese di «Bandiera Rossa».
Grande lutto nelle stesse ore, a Berlino, per Martin Schulz che pochi giorni fa ha portato la Spd al minimo storico: il 20% (nel 1998 Gerhard Schröder aveva ottenuto il 40,9 % con venti milioni di voti, che adesso sono rimasti solo nove). Schulz può consolarsi raccontandosi che Angela Merkel, come lui, rispetto alle precedenti elezioni ha perso un quinto del proprio elettorato. Facendo notare come anche nel resto dell’Europa continentale — a eccezione dell’Italia e del Portogallo — i suoi compagni d’Internazionale non se la passano bene. Ma in Italia dove pure gli ultimi tre presidenti del Consiglio appartenevano al Partito democratico, a dire il vero, abbiamo dal 2011 (cioè da ben sei anni) «governi del presidente», sorretti — per necessità — da maggioranze trasversali. E in Portogallo il primo ministro socialista (dal 2015), l’ex sindaco di Lisbona Antonio Costa, da una parte è anch’egli un leader di minoranza e, dall’altra, è bilanciato (dal 2016) da un presidente della Repubblica di centrodestra, l’ex giornalista Marcelo Rebelo de Sousa.
I n Spagna il partito di Pedro Sanchez dopo essersi dissanguato in più turni elettorali consecutivi si è visto costretto a sostenere l’esecutivo guidato dal popolare Mariano Rajoy. In Svezia il governo presieduto dal socialdemocratico Stefan Löfven non ha in Parlamento una maggioranza autosufficiente. In Francia e in Grecia sono al comando due personalità (Emmanuel Macron e Alexis Tsipras) che in altri momenti storici avrebbero potuto essere socialiste ma che nelle condizioni attuali hanno anzi contribuito a radere al suolo i partiti socialisti veri e propri. Nei Paesi ex comunisti — a voler completare il quadro — sono al governo qui e là dei socialisti per così dire atipici. Molto atipici .
Questo sconsolante quadro è sicuramente riconducibile alla crisi economica dell’ultimo decennio. Crisi che a ogni evidenza ha danneggiato anche i partiti centristi e della destra moderata, ma ha letteralmente travolto le formazioni socialdemocratiche. Le quali hanno perso il loro elettorato di riferimento, non vengono più percepite come partiti degli operai, dei contadini o più in generale del popolo e si vedono costrette a coniugare improvvisate e maldigerite «culture di governo» con un disordinato inseguimento dei «perdenti della globalizzazione». Impresa assai ardua, anche perché su quest’ultimo terreno sono costrette a competere con partiti antisistema meglio attrezzati di loro, quantomeno sul piano della propaganda.
Il partito socialdemocratico tedesco ha, in più, un avversario che ormai può essere considerato definitivo: Die Linke (La sinistra). Nata su iniziativa di un importante leader fuoruscito con rabbia dalla Spd, Oskar Lafontaine, Die Linke — che ha persino preso sede in un palazzo intitolato al leader della rivolta spartachista del 1919, Karl Liebknecht — ottenne, al battesimo nelle urne del 2005, un ragguardevole 8,7%. L’atto di fondazione con il nome Die Linke avvenne in seguito, nel 2007. Nel giugno del 2008 la formazione scissionista dall’Spd conquistò in Sassonia il 18,7. Nel 2009 ottenne più del 20% di nuovo in Sassonia, nella Saar e in Turingia (qui addirittura il 27,4). Sempre in Turingia nel 2014 ha confermato il precedente successo ed è riuscita a imporre un proprio presidente, Bodo Ramelow, sostenuto da Spd e Verdi. Alle elezioni di domenica scorsa Die Linke ha ottenuto la metà dei voti della Spd e nelle regioni dell’ex Germania dell’Est l’ha addirittura abbondantemente scavalcata.
Da questa sintetica esposizione dello stato della socialdemocrazia in Europa si può trarre una morale semplice: i socialisti raccolgono voti là dove recuperano la loro anima di sinistra. Soprattutto nelle situazioni in cui non sono compromessi con esperienze di governo e, a maggior ragione, con esperienze avute in condizioni di subalternità a partiti di centrodestra. Avanzano ancor più, i partiti di sinistra, se si ripromettono esplicitamente di restare in eterno all’opposizione, in un campionato dove si gioca per contendere il voto di protesta a quei movimenti antisistema che da lungo tempo hanno sfondato tra gli ex elettori dei partiti della sinistra stessa. Crescono, insomma, se promettono (implicitamente e, talvolta, esplicitamente) che al governo, a maggior ragione a guidare un governo, non ci andranno mai più. E qui, con questa constatazione, potremmo chiudere in discorso.
Ma c’è forse una morale meno semplice che si può trarre dall’esperienza dei laburisti inglesi. Corbyn viene premiato perché gli elettori del Labour Party gli riconoscono di esserne diventato segretario sulla base di un voto degli iscritti, dopo un aspro confronto con i parlamentari ma senza aver mai rotto con il partito. Mai. Corbyn ha combattuto la sua battaglia dall’interno perfino quando al comando c’era il leader più ammiccante al liberismo, Tony Blair, e le sue posizioni erano tra le più radicali nell’intera sinistra europea. Cioè addirittura quando le sue distanze dal segretario e primo ministro laburista erano grandi come non se ne erano mai viste nella storia della sinistra britannica e in quella del resto d’Europa. Ed è rimasto dentro il partito — lo ha raccontato più volte — perché ha sempre avuto in spregio le battaglie simboliche, le esperienze politiche limitate a un’autocompiaciuta declamazione. Il suo orizzonte, come quello di tutti i laburisti inglesi e degli autentici socialdemocratici dell’intera Europa, è sempre stato un altro. Anche nel discorso che, dopo le infinite feste, è riuscito a tenere al congresso di Brighton, ha detto esplicitamente di avere come meta il numero 10 di Downing Street, là dove intende prendere la residenza nei panni di primo ministro. Da solo o a capo di una coalizione nella quale, beninteso, sarà lui ad avere in mano il bastone del comando. Ed è forse questa, solo questa la motivazione che può portare alle urne decine di milioni di elettori. Se Corbyn lasciasse intendere, come ha fatto Schulz nel corso dell’ultima campagna elettorale, che dopo il voto potrebbe accomodarsi a fare il secondo di Theresa May (o di chiunque altro ne prendesse posto), dovrebbe nel contempo dire addio a ogni effetto di trascinamento delle sue parole e, con ogni probabilità, vedrebbe nascere alla sinistra del proprio partito qualche nuovo gruppo in grado di insidiarne il possibile primato .
Corbyn si mostra consapevole del fatto che alle prossime elezioni dovrà presentarsi con un’agenda di governo. Con messaggi indirizzati sì ai dannati della globalizzazione ma capaci di offrire loro (e anche alla maggioranza degli inglesi che vivono in condizioni meno disperate) una prospettiva di guida della Gran Bretagna. Il paradosso di Corbyn è di essere credibile nell’offrire tale prospettiva proprio perché il suo passato — le idee di sempre, certo, ma anche l’essere rimasto a difenderle all’interno del proprio partito — rappresenta una garanzia contro ogni possibilità di cedimento e soprattutto di subalternità. È un leader forte perché è credibile in un Paese, la Gran Bretagna, che è forse l’ultimo d’Europa a essere rimasto sostanzialmente bipartitico, in cui le Grandi Coalizioni si fanno solo in tempo di guerra.

La Stampa 29.9.17
Giappone a corto di manodopera
Ora le aziende assumono i robot
Crollo demografico e chiusura agli immigrati fermano la crescita Previsto un aumento del 17,5% degli investimenti nelle macchine
di Cristian Martini Grimaldi

L’Henna Hotel di Nagasaki, il cui nome si traduce in «hotel strano», è una delle tante bizzarre attrazioni che i giapponesi danno in pasto ai turisti giunti sin qui alla ricerca di conferme dell’idea preconcetta che hanno di questo Paese. Ed ecco allora che lo staff dell’albergo è stato rimpiazzato da un’eclettica schiera di robot, tra i quali una signora umanoide che annuisce e regala sprazzi di realistiche espressioni.
Ora, per via del costante calo di manodopera, le aziende giapponesi hanno preso a reclutare personale meccanico alla stessa maniera di quello strano hotel.
Infatti, contrariamente alla percezione comune, le aziende giapponesi sono poco automatizzate. La crescita dell’economia di questi ultimi mesi è dovuta non solo a un aumento del 5,3% annuo della domanda privata - le famiglie hanno acquistato più automobili e elettrodomestici - ma anche ad una spesa aziendale che è salita addirittura del 9,9%, in quanto le aziende hanno compensato la cronica mancanza di manovalanza investendo in più automazione.
Non solo, secondo un’indagine della Banca del Giappone, le società con capitale sociale dai 100 milioni a un miliardo di yen (da 750 mila a 7,5 milioni di euro) prevedono di aumentare gli investimenti nell’anno corrente del 17,5%, il livello più alto mai registrato.
Non è chiaro quanto di questo ammontare venga investito direttamente in automazione, ma le aziende che vendono questo tipo di attrezzature parlano di ordini in netta crescita. Anche i ricavi di molti produttori di robot giapponesi sono aumentati nei primi mesi dell’anno per la prima volta in diversi trimestri. Dopotutto siamo nel Paese che ha introdotto nell’immaginario collettivo l’idea stessa di robot. Era il 1963 quando sulle televisioni americane e giapponesi appariva Astro Boy, il primo dei tanti robot eroi la cui mission salvifica contrastava nettamente con l’immaginario fobico della science fiction occidentale di quegli anni.
Fu allora che l’Occidente cominciò ad assorbire una gran quantità di giocattoli robot dal Giappone che portò molti alla constatazione che fosse proprio la fiction giapponese e non gli incredibili sviluppi della robotica ad alimentare il consumo di gadget elettronici. Dunque anche la rappresentazione del futuro occidentale appariva contaminato da elementi nipponici, uno su tutti quel Blade Runner che trasfigurò una futuristica Los Angeles in una Tokyo contemporanea dove le automobili erano in grado di volare sopra strade ovviamente sempre sovraffollate. Ma quello che allora ispirava Hollywood era un Paese ben diverso da quello odierno, era il Giappone del boom di nascite e di esportazioni mentre l’automazione era più nell’immaginario che nella realtà. Oggi i tassi di natalità più bassi hanno generato un invecchiamento precoce della popolazione e una diminuzione della forza lavoro che hanno messo in serio pericolo la futura crescita economica del Paese.
Il modo in cui il Giappone affronterà i problemi causati da una popolazione che invecchia fornirà lezioni critiche anche per altre popolazioni limitrofe, tra cui la Cina e la Corea del Sud, che dovranno affrontare simili sfide nei prossimi anni.
Al momento tra le soluzioni contemplate non c’è quella di utilizzare l’immigrazione per compensare il declino. Basti considerare che l’anno scorso sono stati accolti appena 28 richiedenti asilo e 27 nel 2015. Questo rispetto a 10.000 richieste presentate nel 2016, in particolare da persone provenienti da Nepal, Turchia e Sri Lanka.
Non sorprende dunque se nella relazione annuale sulla politica estera pubblicata ogni anno dal ministero competente si legge già alla seconda pagina: «Il numero di persone che attraversano le frontiere è drammaticamente in crescita a causa della globalizzazione, questo fatto pone una grave minaccia per lo scoppio e la diffusione di malattie infettive».
Nessun cenno quindi alle risorse che potrebbero rappresentare i migranti, si parla solo di un loro potenziale pericolo.

La Stampa 29.9.17
“Dentro Caravaggio” trionfo e furori del genio gaglioffo
Milano, una mostra a Palazzo Reale entra nel vivo della sua pittura e rivela nuovi dettagli della biografia
di Marco Vallora

Sì, sì, c’è anche lui, in mostra, con sconcerto di tutti... che sia entrato di straforo un clochard? «È un giovenaccio grande di vinti o vinticinque anni, con poca poca di barba negra, grassotto, con ciglia grosse et occhio negro, che va vestito di negro non troppo bene in ordine, che portava un paro di calzette negre un poco stracciate, che porta li capelli grandi, longhi dinanzi». Insomma, allontanatelo! che fa macchia maleodorante, in questa superba accolita di capolavori adunati, lucidati, fosforici. Comunque e sempre ancora sconvolgenti e fascinosamente ricchi di mille bagliori.
In effetti, di fronte alla sontuosità di tele scandalose ma imperiali, si fa fatica a credere (per quanto la sua vita sia quasi diventata incrostato romanzo) che a dipingere quegli ori crepuscolari, quei trionfi spettacolari, sia stato un gaglioffo zingaresco, grassoccio e stracciato, rissoso e dissipatore di talenti, non solo pecuniari, come Caravaggio, «huomo... astratto, inquieto, poco accorto sulla sua vita e [che] molte volte andava a letto vestito e col pugnale al fianco che mai lasciava», come ricorda ancora, nel ’700, il Susinno. Poi scese la mannaia polverosa dell’oblio, finché non lo riscoprì il genio, non meno inquieto, di Longhi, che lo fece coralmente scoprire qui, nella stessa sede di Palazzo Reale (espondendo pure il «suo» Ragazzo morso dal ramarro).
E fa specie che a farci capire di più, del suo eterno mistero dissociato, siano non solo i biografi che lo tengono in grande, rispettoso sospetto, ma soprattutto bari, mezzani, garzoni di barbiere, che depongono poliziescamente a suo favore, o detrimento, per rivalità, nei continui processi che lo vedono satanico e ribelle protagonista. E quando parla, puro e intrattenibile turpiloquio: una gragnuola di parolacce, riportate in presa diretta, tipicamente pasolinesca. È sempre lui il primo a tirare il sasso, come a tirare il sasso cromatico e sanguinante della modernità, della rivoluzione pittorica. «Quando io intesi tirare li sassi et li sassi furno tirati avanti che io credevo fussero tirati alli miei compagni. Sempre quando me trova me fa di queste sue insolentie e nega decisamente di avergli detto ne che l’avevo in c...».
Insomma, ritira il braccio dell’indicibile, intraducibile offesa, ma non smette di provocare, anche di fronte al questurino, che è tardo e torpido, nel redigere la denuncia. E il barbiere insiste: «Questo pittore si dimanda Micchalangelo, che al parlare tengo sia milanese... mettete lombardo, perché lui parla alla lombarda et lo cognosco da questa quaresima prossima passata...». Ma non è solo l’immediatezza e la vividezza narrativa di queste tranches de vie ad attrarci, con Caravaggio che s’accende di rabbia, «et prese quel piatto con dentro i carciofori et lo tirò al detto Pietro alla volta del viso», proprio mirando alla parte più molle, che poi sa così ben carezzare in pittura. O eccolo lì, di nuovo in diretta, mentre finisce il rivale di partita: «ultimamente affrontatosi con Ranuccio Tomassoni giovane di molto garbo, per certa differenza di giuoco di pallacorda, sfidaronsi e venuti all’armi, caduto a terra Ranuccio, Michelangelo li tirò d’una punta e nel pesce della coscia, feritolo gli diede a morte». Che par proprio di vedere gli aguzzini della Flagellazione di Napoli, che legano golosamente e torturano il Cristo deriso.
Ma siccome si tratta di documenti processuali, dalle date incontrovertibili, ben più delle opinabili proposte degli storici dell’arte, son davvero fondamentali queste nuove scoperte di documenti, che cambiano sensibilmente la cronologia della sua vita e delle tele, che è il vero portato scientifico di questa mostra «Dentro Caravaggio», da oggi al 28 gennaio nel Palazzo Reale di Milano, curata da Rossella Vodret e dallo staff scientifico di Keith Christiansen, voluta da MondoMostre e Skira. Una rassegna che, con il sobrio allestimento di Pierluigi Cerri, inevitabilmente labirintico (è facile ma affascinante ogni tanto perdersi tra san Franceschi, efebi, Maddalene pentite, figure bibliche drappeggiate in panni eleganti), consente di «girare» letteralmente dietro i quadri, ove una sapiente sintesi delle indagini radiografiche - diagnostica «medica» della Bracco - ci porta fisicamente «dentro» le trippe della pittura di Caravaggio.Tra pentimenti, ripensamenti, frequentissimi riequilibrii grafici.
Ma l’elemento più importante della mostra, grazie a documenti appena scoperti, è la diversa datazione dell’arrivo di Caravaggio a Roma, dalla Lombardia, poverissimo, senza appoggi, a dipingere ogni giorno «tre teste», per cifre irrisorie. Non più nel 1592, come si riteneva un tempo, ma molto oltre, nel 1596. Con un’enigma ancor più sconcertante. Che cosa avrà mai dipinto Caravaggio, in quel «buco» espressivo, che non si riesce ancora a colmare? E se, come rivela il barbiere, Caravaggio avesse già ucciso un uomo a Milano, e fosse rimasto qualche anno, inattivo, in prigione?

Repubblica 29.9.17
Via al congresso mondiale a Chengdu dove la tradizione gastronomica rivive tra ecovillaggi e fattorie biologiche
Slow Food va in Cina “Mangiate meglio per salvare il pianeta”
di Carlo Petrini

CHENGDU (CINA) NEGLI ultimi quindici anni l’attenzione alle tematiche dell’alimentazione ha assunto una rilevanza inimmaginabile anche per chi, come Slow Food, si occupa di cibo da oltre trent’anni. Sempre più chiaramente è emerso il nesso tra la maniera in cui produciamo, distribuiamo e consumiamo il cibo e le enormi questioni che riguardano le risorse finite del pianeta, il loro utilizzo, la loro disponibilità per le generazioni che verranno dopo di noi. Da questo punto di vista il sistema alimentare è nello stesso tempo carnefice e vittima. Carnefice perché, secondo gli studi più recenti, produce dal 21 al 24% delle emissioni di gas serra e risulta quindi il comparto che ha l’impatto maggiore sul cambiamento climatico (basti pensare che i trasporti, tutti insieme, arrivano al 14%) mentre tra l’altro consuma più del 70% delle risorse idriche complessive. E anche vittima, perché il cambiamento climatico e la pressione sui suoli fertili mette in crisi la stessa possibilità di coltivare in futuro in alcune aree del pianeta, con colture che devono essere “spostate” più a nord o a quote più alte per mantenere la stessa produttività.
Con la popolazione mondiale che cresce (nel 2050 saremo 9,5 miliardi di esseri umani sul pianeta), la sfida di una gestione ragionata delle risorse è perciò ineludibile a ogni latitudine. Certamente uno dei paesi in cui si giocherà questa sfida in maniera più evidente è la Cina, che dopo 15 anni di crescita economica potentissima fa i conti con la necessità di sfamare un quinto della popolazione del pianeta a fronte della disponibilità del 7% della terra arabile. Non solo, ma il forte sviluppo industriale ha portato a uno spopolamento drammatico delle campagne con la formazione di megalopoli difficili da gestire, congestionate e inquinate. Non è un caso che il governo stia concentrando molte energie su questa che sarà la questione centrale dei prossimi anni. Pochi giorni fa China Daily, il giornale nazionale in lingua inglese, riportava emblematicamente due pagine vicine: in una si descriveva il trend, in allarmante crescita, dei bambini e ragazzi sovrappeso o obesi (già oggi i bambini obesi sono 15,3 milioni, una cifra impressionante anche per le proporzioni cinesi). Nella pagina accanto, si riportava il dibattito relativo al prossimo congresso del Partito Comunista Cinese a metà ottobre. Al centro del nuovo programma ci sarà l’energia verde, su cui la Cina ha già fatto passi da gigante e su cui intende continuare con ancora maggiore spinta. Questa casualità di due notizie vicine rende bene l’idea della posta in gioco e anche della nuova sensibilità delle istituzioni e dei cittadini cinesi rispetto a queste questioni. Anche da qui deriva la scelta di Slow Food di svolgere il proprio congresso mondiale proprio a Chengdu, capitale della provincia del Sichuan, città dalla millenaria tradizione gastronomica e culla di alcuni recenti tentativi di invertire la tendenza dell’abbandono dei campi. Qui stanno nascendo rapidamente cooperative agricole moderne, fattorie ecologiche, ecovillaggi ed esperienze di agricoltura biologica. Il Movimento di Ricostruzione Rurale, di cui Slow Food è alleato e partner, nato in seno all’università e attivo in tutto il paese, è uno dei principali motori di questa svolta che, come tutto in Cina, avviene a ritmi impressionanti.
Il percorso è iniziato e, anche se sarà lungo e complicato, non è pensabile non fare di tutto per portarlo a termine, non solo in Cina ma ovunque. La perdita di biodiversità registrata negli ultimi 120 anni (75%), insieme al continuo impoverimento dei suoli dovuto all’eccessivo utilizzo di chimica di sintesi in agricoltura, impone a tutti di rivedere il modello. In questo senso Slow Food Cina sta diventando un interlocutore importante per promuovere un’alternativa credibile e solida, che permetta un nuovo benessere nelle campagne, con prospettive per i giovani che non devono essere condannati a fare la vita grama dei contadini del passato. Oggi bisogna pensare a produrre meglio e non di più, perché ogni anno abbiamo già a disposizione cibo per 12 miliardi di esseri umani.
Su questo stiamo puntando l’attenzione in questi giorni di Congresso, così come sulla necessità di costruire alleanze e sinergie con altre associazioni, organizzazioni, istituzioni che lavorano nella stessa direzione. A cui, ovviamente, si aggiunge il ruolo dei cittadini. Senza la consapevolezza dei consumatori non è possibile alcun cambiamento vero. L’educazione, perciò, ha uno spazio cruciale e per questo dobbiamo costruire nuove modalità di accesso alla conoscenza. Serve abbattere il muro che separa le conoscenze tradizionali, proprie delle civiltà contadine, dal sapere accademico delle istituzioni universitarie. Dobbiamo ricostruire questo legame e questo dialogo perché da qui passa molto del futuro nostro e dei nostri figli. Mai come oggi la Cina è vicina.

La Stampa 29.9.17
La rinascita del cibo nella Cina rurale
di Carlo Petrini

Per parlare sensatamente di cibo dobbiamo saperci muovere nel tempo: bisogna necessariamente guardare a come il modo di alimentarsi delle persone e delle comunità ne abbia plasmato nei secoli identità, ritualità, rapporto con il territorio, socialità, costruzione di relazioni e simbologie. Solo avendo questo approccio allargato e profondo saremo in grado di osservare con uno sguardo lucido e informato la situazione attuale, cogliendone gli aspetti più controversi e innovativi.
Immaginando poi traiettorie di evoluzione di quella che è la pratica universale a tutti gli esseri viventi: nutrirsi. Giungeremo dunque inevitabilmente a un interrogativo profondo e ineludibile: come si sfamerà l’umanità del futuro? Come metteremo fine alle storture che oggi vediamo acuirsi e che poggiano saldamente su un sistema produttivo che, partendo dai beni di consumo, ha infine pervaso anche la sfera del cibo per arrivare, attraverso di esso, fino nel profondo del nostro stesso modo di pensare e di guardare al mondo?
Slow Food si occupa fin dalla sua nascita, nella seconda metà degli Anni 80, di cercare con la pratica quotidiana degli agricoltori, dei produttori e degli artigiani, con l’educazione, con la ricerca e lo studio, con l’attivismo a livello internazionale, di dare risposte a qualcuno di questi interrogativi. Lo stato di avanzamento di questo dibattito è al centro del Congresso Internazionale che si sta svolgendo in questi giorni a Chengdu, in Cina (paese che dopo 15 anni di crescita sfrenata ne sta oggi affrontando le contraddizioni sia sul piano ambientale che su quello alimentare), dove 500 delegati da 90 paesi provano a disegnare i destini del movimento per i prossimi anni, individuando priorità di azione e progettualità.
Due sono le parole chiave di questa assise, che sono le stesse che dovranno accompagnarci da qui in avanti: inclusività e apertura. L’esperienza della rete di Terra Madre ce lo ha fatto capire dal 2004 a oggi. Non possiamo pensare di incidere profondamente sul sistema alimentare restando soli, isolandoci sulle nostre posizioni e avendo paura di contaminarci, di mischiarci, di incrociare strade che non sono le nostre e di ascoltare voci che suonano diversamente. Se vogliamo sperare di essere realmente trasformativi non possiamo prescindere dal formare alleanze e reti, dal coinvolgere soggetti diversi su tematiche comuni. E’ ora di consentire alle idee giuste di camminare anche su gambe altrui, proprio perché le nostre sono spesso stanche e fragili.
Solo così un nuovo rapporto tra città e campagna, uno sviluppo rurale realmente inclusivo, una comunità di consumatori (meglio co-produttori) informati e consapevoli, un’agricoltura pulita e rigenerativa nei confronti delle risorse ambientali e della biodiversità, il cambiamento climatico, il benessere animale, l’accesso a un cibo buono e giusto per tutti potranno diventare realtà e potranno regalarci un futuro degno e promettente per tutti. Essere attivisti del cibo oggi per Slow Food significa occuparsi di queste questioni e farlo insieme a tutti coloro che come noi credono che dal nodo del cibo passi molto dell’avvenire dell’umanità.
*Fondatore di Slow Food

La Stampa 29.9.17
La “Propaganda” di Zoro su La7
“Faremo satira militante”
di Andrea Carugati

C’era una volta Gazebo, su Raitre. Da stasera in prima serata alle 21 la banda di Diego Bianchi alias Zoro debutta su La7, in uno studio che sembra un vascello corsaro («Per la prima volta ne abbiamo uno tutto nostro»), ma senza cambiare la formula di successo.
Il nuovo nome del programma, partorito dopo un sofferto abbandono di quello originale, è Propaganda Live, la produzione resta Fandango, il primo ospite sarà Roberto Saviano, e la mission quella di una satira militante, non a favore di questo o quel partito, ma come via d’uscita da un «clima generalizzato», da una propaganda che, sul tema degli immigrati, «è diventata a senso unico».
«Quattro anni fa Gazebo era una delle parole chiave della politica, oggi la protagonista indiscussa è la propaganda», spiega Zoro. «Questa estate abbiamo assistito ad una caccia alle streghe contro le Ong, tutti e tre i grandi blocchi politici sono parsi sulla stessa linea», attacca il conduttore. Che risponde con la satira, e con la complicità del direttore di rete Andrea Salerno si inventa una scuola per diventare «bianchi», o meglio italiani. Loro sono i prof, e, insegnando a un gruppo di immigrati, si fanno beffa dei tic italici. Stasera sarà trasmesso anche un reportage di Zoro su una nave di una Ong, realizzato questa estate nel pieno delle polemiche sulla circolare Minniti.
La squadra resta la stessa, con Salerno allenatore e (talvolta) giocatore, il disegnatore Makkox, la band, il tassista Mirko Matteucci (Missouri 4) e gli opinionisti politici Marco Damilano e Francesca Schianchi. Twitter rimane uno dei protagonisti della scena, con la classifica dei tweet della settimana e gli account del programma pronti a rilanciare i tormentoni dallo studio.
L’obiettivo, spiega Salerno, è quello di «informare, approfondire le notizie con un nostro punto di vista e un approccio satirico». «Ci buttiamo nell’agone della propaganda con una nostra propaganda», gli fa eco Zoro. Il ministro Alfano, con cui ci fu una polemica nelle settimane finali di Gazebo, «resta uno dei nostri cavalli di battaglia», assicura il direttore.
In conferenza stampa, Zoro critica il governo per lo stop allo Ius soli: «La propaganda della paura funziona perché non c’è una classe dirigente capace di produrre un pensiero alternativo». Ma bacchetta anche Grillo: «Con quello che dice sui giornalisti poi a Rimini i militanti insultano chi è lì per lavorare».