venerdì 8 settembre 2017

Corriere 8.9.17
«Satana? Non ama dire il suo nome»
Gli esorcismi secondo Padre Amorth
di padre Gabriele Amorth

I racconti inediti: «Di liberazioni eclatanti con urla ne ho vista solo una»
A un anno dalla scomparsa di Padre Amorth, un libro con le testimonianze dell’esorcista. Ecco un estratto
Penso che tutti gli esorcisti abbiano una prova, che poi è una dimostrazione di fede verso il Signore: tutti devono agire con un’immensa umiltà: «Sono un buono a niente: chi agisce è il Signore, lo Spirito Santo». C’era un grande esorcista, don Pellegrino Ernetti, che diceva: «L’importante al principio è invocare il Signore, la Madonna e lo Spirito Santo, poi quello che conta sono le preghiere di comando, tutto il resto è tempo perso!». Lui dava di quelle legnate al demonio! Ma aveva anche riguardi verso se stesso; per esempio cercava di non ricevere sputi, pugni, e quindi faceva gli esorcismi stando alle spalle della persona da esorcizzare. Nella mia esperienza non ho mai visto dei frutti alla fine di un esorcismo, poi però alle volte mi è stato comunicato: «Sa Padre, dopo l’esorcismo sono stato molto meglio, è cessato questo disturbo...»; e io ho sempre risposto: «Ringraziate il Signore, io non c’entro!».
Le liberazioni eclatanti con tanto di urla o di espulsione degli oggetti più svariati ci sono, ma sono casi rari. Io ne ho avuto uno solo, ma vi dico com’è andato a finire: da tempo esorcizzavo una donna sposata e un giorno, che tra l’altro era la festa dell’Immacolata, quindi era particolarmente suggestivo, insieme a padre Giacobbe — un altro esorcista molto più in gamba di me —, l’abbiamo esorcizzata per cinque ore e mezzo: sembrava proprio liberata! Lacrime, abbracci, salti di gioia... dopo qualche giorno era come prima.
Ho avuto un episodio di un contadino che aveva sui 26-27 anni: era un caso tremendo. Avevo ad aiutarmi un frate minore che si chiamava fra’ Sebastiano, più altre tre o quattro persone molto robuste che lo tenevano fermo. Ha anche levitato durante l’esorcismo. Parlava sempre in inglese, io non capivo ma avevo chi mi traduceva, e disse subito: «Io sono Lucifero». Bisogna sapere che dire il nome, per il demonio, è una sconfitta seria. Lui invece rivelò subito il suo nome. E disse: «Io andrò via il 21 giugno alle ore 11». Abbiamo iniziato gli esorcismi a febbraio, abbiamo fatto vari incontri e poi gli ho dato un appuntamento dopo il 21 giugno; ho trovato il contadino perfettamente libero. Gli ho chiesto: «A che ora ti sei liberato?». Mi ha risposto: «Alle 11 precise». Per sicurezza l’ho esorcizzato ancora qualche volta, perché a volte ci sono delle liberazioni provvisorie: il demonio se ne va temporaneamente, sperando che la persona un po’ per volta torni ad allontanarsi dalla Chiesa e, magari, si dia a una vita di peccato per poi riacciuffarla. E in questo caso è peggio di prima!
Ho paura delle liberazioni provvisorie; anche ho timore delle liberazioni fasulle, false. Alle volte finge di andare via e io allora continuo per un po’ a esorcizzare. In genere non faccio una preghiera di ringraziamento per la liberazione avvenuta, se non è passato almeno un anno. Padre Candido me l’ha sempre detto: «Non si aspetti di vedere che alla fine dell’esorcismo il demonio se ne va via e così tutti contenti: non se lo aspetti! Va via solo quando ha stabilito il Signore! È Lui che ha i suoi piani, è Lui che fa!».

Repubblica 8.9.17
Il “Cortile di Francesco” su Raiuno
Ad Assisi incontri tra credenti e non credenti

ROMA. Il Cortile di Francesco, dal 14 al 17 settembre, ad Assisi radunerà migliaia di persone in decine di eventi ed incontri tra credenti e non credenti. Tra i temi principali: l’integrazione dei migranti in Europa, l’educazione alla pace, l’impegno contro il razzismo. Di questi temi si occuperà domani su Rai Uno, dalle 8,20, Tg1 Dialogo, la rubrica a cura di Piero Damosso, con il commento di padre Enzo Fortunato, direttore della rivista San Francesco, del sacro convento di Assisi, che ha promosso il “Cortile” con il Pontificio Consiglio della Cultura, i vescovi umbri e l’associazione Oicos.

Bergoglio cita il discorso che Gabriel García Márquez pronunciò nel 1982 ricevendo il premio Nobel per la letteratura: «Come diceva Márquez, è dunque possibile “una nuova e travolgente utopia della vita, dove nessuno possa decidere per gli altri persino il modo di morire, dove davvero sia certo l’amore e sia possibile la felicità, e dove le stirpi condannate a cent’anni di solitudine abbiano infine e per sempre una seconda opportunità sulla terra”.
Non dimentichiamo che l’ingiustizia è la radice dei mali sociali».

il manifesto 8.9.17
La durezza del Capitale
Ricorrenze. L’11 settembre l’opera di Karl Marx compirà i suoi primi 150 anni. La stesura del libro, iniziata nel 1862, venne funestata dalla povertà economica dell’autore e dalla sua precaria salute
di Marcello Musto

L’opera che, forse più di qualunque altra, ha contribuito a cambiare il mondo, negli ultimi centocinquant’anni, ebbe una lunga e difficilissima gestazione. Marx cominciò a scrivere Il capitale solo molti anni dopo l’inizio dei suoi studi di economia politica. Se aveva criticato la proprietà privata e il lavoro alienato della società capitalistica già a partire dal 1844, fu solo in seguito al panico finanziario del 1857, iniziato negli Stati Uniti e poi diffusosi anche in Europa, che si sentì obbligato a mettere da parte le sue incessanti ricerche e iniziare a redigere quella che chiamava la sua «Economia».
CON L’INSORGERE della crisi, Marx presagì la nascita di una nuova stagione di rivolgimenti sociali e ritenne che la cosa più urgente da fare fosse quella di fornire al proletariato la critica del modo di produzione capitalistico, presupposto essenziale per il suo superamento. Nacquero così i Grundrisse, otto corposi quaderni nei quali, tra le altre tematiche, egli prese in esame le formazioni economiche precapitalistiche e descrisse alcune caratteristiche della società comunista, sottolineando l’importanza della libertà e dello sviluppo dei singoli individui. Il movimento rivoluzionario, che egli credeva sarebbe sorto a causa della crisi, restò un’illusione e Marx non pubblicò i suoi manoscritti, consapevole di quanto fosse ancora lontano dalla piena padronanza degli argomenti affrontati. L’unica parte data alle stampe, dopo una profonda rielaborazione del «Capitolo sul denaro», fu Per la critica dell’economia politica, testo che uscì nel 1859 e che venne recensito da una sola persona: Engels.
Il progetto di Marx era quello di dividere la sua opera in sei libri. Essi avrebbero dovuto essere dedicati a: capitale, proprietà fondiaria, lavoro salariato, Stato, commercio estero, mercato mondiale. Quando, però, nel 1862, a causa della guerra di secessione americana, la New York Tribune licenziò i suoi collaboratori europei, Marx – che aveva lavorato per il quotidiano americano per oltre un decennio – e la sua famiglia ritornarono a vivere in condizioni di terribile povertà, le stesse patite durante i primi anni del loro esilio londinese. Non aveva che l’aiuto di Engels, al quale scrisse: «ogni giorno mia moglie mi dice che vorrebbe essere nella tomba con le bambine e, in verità, non posso fargliene una colpa, poiché le umiliazioni e le pene che stiamo subendo sono davvero indescrivibili».
La sua condizione era così disperata che, nelle settimane più buie, vennero a mancare il cibo per le figlie e la carta per scrivere. Cercò anche di ottenere un impiego in un ufficio delle ferrovie inglesi. Il posto, però, gli venne negato a causa della sua pessima grafia. Pertanto, per poter fare fronte all’indigenza, il lavoro di Marx continuò a subire grandi ritardi.
Ciò nonostante, in questo periodo, in un lunghissimo manoscritto intitolato Teorie sul plusvalore, compì un’accuratissima disamina critica del modo in cui tutti i maggiori economisti avevano erroneamente trattato il plusvalore come profitto o rendita. Per Marx, invece, esso costituiva la forma specifica mediante la quale si manifesta lo sfruttamento nel capitalismo. Gli operai trascorrono una parte della loro giornata a lavorare gratuitamente per il capitalista.
QUEST’ULTIMO CERCA in tutti i modi di generare plusvalore mediante il pluslavoro: «non basta più che l’operaio produca in generale, deve produrre plusvalore», ovvero deve servire all’autovalorizzazione del capitale. Il furto di anche solo pochi minuti sottratti al pasto o al riposo di ogni lavoratore significa lo spostamento di un’immensa mole di ricchezza nelle tasche dei padroni. Lo sviluppo intellettuale, l’adempimento di funzioni sociali, il tempo festivo sono per il capitale «fronzoli puri e semplici». Après moi le déluge! era per Marx – anche in considerazione della questione ecologica (da lui presa in considerazione come pochi altri autori del suo tempo) – il motto dei capitalisti, anche se poi, ipocritamente, si opponevano alla legislazione sulle fabbriche in nome della «piena libertà del lavoro». La riduzione dei tempi della giornata lavorativa, assieme all’aumento del valore della forza-lavoro, costituivano, dunque, il primo terreno sul quale andava combattuta la lotta di classe.
NEL 1862, Marx scelse il titolo per il suo libro: Il capitale. Credeva di poter dare subito inizio alla stesura in forma definitiva, ma alle già durissime vicissitudini finanziarie si aggiunsero i gravissimi problemi di salute. Comparve, infatti, quella che la moglie Jenny definì «la terribile malattia», contro la quale Marx avrebbe dovuto lottare per molti anni della sua vita. Fu affetto dal carbonchio, un’orrenda infezione che si manifestava con l’insorgenza, in più parti del corpo, di una serie di ascessi cutanei e di estese, debilitanti foruncolosi. A causa di una profonda ulcera, seguita alla comparsa di un grande favo, Marx fu operato e «rimase, per parecchio tempo, in pericolo di vita». La sua famiglia fu, più che mai, sull’orlo dell’abisso.
IL MORO (era questo il suo soprannome), però, si riprese e, fino al dicembre del 1865, realizzò la vera e propria stesura di quello che sarebbe diventato il suo magnum opus. Inoltre, a partire dall’autunno del 1864, partecipò assiduamente alle riunioni dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, per la quale redasse, durante otto intensissimi anni, tutti i principali documenti politici. Studiare di giorno in biblioteca, per mettersi al passo con le nuove scoperte, e portare avanti il suo manoscritto nel corso della notte: fu questa la sfibrante routine alla quale si sottopose Marx fino all’esaurimento di ogni energia e allo sfinimento del suo corpo.
Anche se aveva ridotto il suo progetto iniziale di sei libri a tre volumi sul capitale, Marx non voleva abbandonare il proposito di pubblicarli tutti insieme. Scrisse, infatti, a Engels: «non posso decidermi a licenziare nulla prima che il tutto mi stia davanti. Quali che siano i difetti che possono avere, questo è il pregio dei miei libri: essi costituiscono un tutt’uno artistico, risultato raggiungibile soltanto grazie al mio sistema di non darli alle stampe prima che io li abbia interamente davanti a me». Il dilemma di Marx – «ripulire una parte del manoscritto e consegnarla all’editore o finire di scrivere prima tutto completamente» – venne risolto dagli eventi. Marx fu colpito da un altro attacco di carbonchio, il più virulento di tutti, e fu in pericolo di vita. A Engels raccontò che ne era «andata della pelle»; i medici gli avevano detto che le cause della sua ricaduta erano stati l’eccesso di lavoro e le continue veglie notturne: «la malattia veniva dalla testa». A seguito di questi avvenimenti, Marx decise di concentrarsi sul solo Libro Primo, quello inerente il «Processo di produzione del capitale».
TUTTAVIA, I FAVI continuarono a tormentarlo e, per intere settimane, Marx non fu nemmeno in grado di stare seduto. Egli tentò persino di operarsi da solo. Si procurò un rasoio ben affilato e raccontò a Engels di essersi «estirpato lui stesso quella cosa dannata». Stavolta, il completamento dell’opera non venne procrastinato a causa «della teoria», ma per «ragioni fisiche e borghesi».
Quando, nell’aprile del 1867, il manoscritto venne finalmente ultimato, Marx chiese all’amico di Manchester – che l’aveva aiutato incessantemente per un ventennio – di inviargli il denaro per poter disimpegnare «il vestiario e l’orologio che si trovano al Monte dei pegni». Marx era sopravvissuto con il minimo indispensabile e senza quegli oggetti non poteva partire per la Germania, dove era atteso per la consegna del manoscritto da dare alle stampe.
Le correzioni delle bozze si protrassero per tutta l’estate e quando Engels fece notare a Marx che l’esposizione della forma del valore risultava troppo astratta e che «risentiva della persecuzione dei foruncoli», questi gli rispose: «spero che la borghesia si ricorderà dei miei favi fino al giorno della sua morte».
Il capitale venne messo in commercio l’11 settembre del 1867. Un secolo e mezzo dopo la sua pubblicazione,  è annoverato tra i libri più tradotti, venduti e discussi della storia dell’umanità. Per quanti vogliano comprendere cosa sia davvero il capitalismo, e anche perché i lavoratori debbano lottare per una «forma superiore di società, il cui principio fondamentale sia lo sviluppo pieno e libero di ogni individuo», Il capitale è, oggi più che mai, una lettura semplicemente imprescindibile.

Repubblica 8.9.17
“Orrori nei campi libici, Europa complice”
La denuncia di Msf: “Chi consente i respingimenti partecipa a gravissimi abusi, torture e violenza su esseri umani” L’accusa in un dossier sui centri di raccolta gestiti dalle milizie. La Ue replica: “Non siamo ciechi, stiamo agendo”

ROMA. È un infinito campionario di orrori documentati quello che Medici senza frontiere ha portato a Bruxelles a corredo di una accusa pesantissima: «Ogni nazione che sta consentendo il respingimento delle persone in Libia è complice di gravissimi abusi su esseri umani». Joanne Liu, presidente internazionale di Msf, è appena tornata dalla Libia. Insieme a Loris De Filippi ha firmato una lettera aperta di denuncia ai leader europei.
«Quella che ho visto in Libia è la forma più estrema di sfruttamento degli esseri umani basata sul sequestro, la violenza carnale, la tortura e la schiavitù e i leader europei sono complici dello sfruttamento mentre si congratulano del successo perché in Europa arriva meno gente», è il durissimo atto d’accusa della Liu che ha visitato un centro di detenzione ufficiale a Tripoli. «La detenzione di migranti e rifugiati in Libia è marcia fino al midollo. Va chiamata per quello che è: una fiorente impresa del sequestro di persona, della tortura e dell’estorsione. Ed i governi europei hanno scelto di tenere la gente in questa situazione. La gente non può essere riportata indietro in Libia, nè può essere rinchiusa lì».
I centri in cui vengono ammessi gli osservatori internazionali sono quelli controllati dal governo, in quelli delle milizie il livello di violenza e di terrore è talmente alto che chi vi è rinchiuso difficilmente parla con i visitatori. «Mi sussurravano: “Tirami fuori da qui”. Ho ascoltato storie che mi tormenteranno per anni. Storie di una donna incinta costretta a stare in piedi nel mezzo del cortile su un solo piede, sotto il sole fino a quando cadeva a terra stremata — racconta Joanne Liu — o quella di un uomo appeso con le mani in alto, picchiato di fronte a tutti e poi dopo hanno preso sua moglie che era incinta e l’hanno stuprata. Sapendo cosa accade si continuano a costruire politiche che stanno intrappolando le persone in questo incubo».
Tra i capi di governo, solo Gentiloni risponde: «L’allarme umanitario lo condividiamo ed è uno dei nostri impegni maggiori da molto tempo. Ma nessuno metta in contraddizione questo impegno con quello per contrastare i trafficanti di uomini e ridurre i flussi perché queste cose devono procedere insieme».
Prova a rassicurare Msf Catherine Ray, portavoce dell’Alto rappresentante Federica Mogherini: «Non siamo ciechi, la commissione europea è consapevole che le condizioni di vita nei campi sono scandalose e inumane. Siamo coinvolti e vogliamo cambiare la situazione. La priorità di Msf e della Ue è la stessa: salvare le vite, proteggere le persone e spezzare il business del traffico di esseri umani ».

il manifesto 8.9.17
Un urlo contro la complicità
di Tommaso Di Francesco

La lettera d’accusa al piano migranti dell’Italia e dell’Ue inviata da Joanne Liu e da Loris De Filippi, rispettivamente, presidente internazionale e responsabile italiano di Medici Senza Frontiere (Msf), sia a Bruxelles che al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni – che negli stessi minuti vantava da Lubiana: «I risultati sull’immigrazione si vedono nel senso della riduzione degli sbarchi e dei flussi» – non appartiene a quelle rivelazioni che possono passare inascoltate.
Perché gridano, urlano una verità ormai incontrovertibile.
Il titolo infatti di questo nuovo rapporto della Ong – la stessa che il «Codice Minniti» ha messo all’indice mentre salvava vite umane nel Mediterraneo – potremmo sintetizzarlo con le stesse parole di Msf: «I governi europei complici nell’alimentare il business della sofferenza in Libia».
Accusa Joanne Liu, reduce da un viaggio-inchiesta in Libia di una settimana fa: «Il dramma che migranti e rifugiati stanno vivendo in Libia dovrebbe scioccare la coscienza collettiva dei cittadini e dei leader dell`Europa» che invece, «accecati dall’obiettivo di tenere le persone fuori dall`Europa, con le politiche e i finanziamenti europei stanno contribuendo a fermare i barconi in partenza dalla Libia, ma in questo modo non fanno che alimentare un sistema criminale di abusi».
Perché «la riduzione delle partenze dalle coste libiche – denuncia Msf – è stata celebrata come un successo nel prevenire le morti in mare e combattere le reti di trafficanti, ma sappiamo bene quello che succede in Libia. Ecco perché questa celebrazione è nella migliore delle ipotesi pura ipocrisia o, nella peggiore, cinica complicità con il business criminale».
Ecco gli abusi testimoniati: «Nei centri di detenzione di Tripoli le persone sono trattate come merci da sfruttare. Ammassate in stanze buie e sudicie, prive di ventilazione, costrette a vivere una sopra l’altra. Gli uomini ci hanno raccontato come a gruppi siano costretti a correre nudi nel cortile finché collassano esausti. Le donne vengono violentate e poi obbligate a chiamare le proprie famiglie e chiedere soldi per essere liberate. Tutte le persone che abbiamo incontrato – accusa la lettera- dossier di Msf – avevano le lacrime agli occhi e continuavano ripetutamente a chiedere di uscire da lì».
È la conferma del primo reportage televisivo di Amedeo Ricucci per la Rai di un anno fa, di quello della Reuters di questa estate, dei duri giudizi di Angelo Del Boca e Alex Zanotelli, del viaggio a Sabhrata dell’Associated Press (e di questi giorni della Frankfurter Allgemeine) che ha svelato come le milizie di quella città (e delle altre, costiere e non), istruite, finanziate e armate dai nostri servizi, cambino casacca. Diventando da trafficanti le milizie di controllo della disperazione dei migranti, gestendo volta a volta, viaggi micidiali a mare, traffici di esseri umani, torture, stupri e centri di detenzione.
Ma che il j’accuse di Medici Senza Frontiere non può stavolta essere nascosto e tacitato nel silenzio del potere e dei media contigui, viene anche dalla stessa Commissione europea, già in imbarazzo per quei reportage.
«I centri d’accoglienza in Libia sono prigioni – dice la Commissaria Ue al commercio Cecilia Malmstroem già in Libia nel 2016 – e le condizioni in effetti sono atroci»; e anche Catherine Ray, portavoce di Federica Mogherini (Mister Pesc) ammette: «Siamo consapevoli, le condizioni di detenzione sono scandalose e inumane», ma l’Ue vuole «cambiare quelle condizioni» è per questo che «Unhcr-Onu e Oim vengono finanziate con 180milioni di euro». Si danno la zappa sui piedi e non se ne accorgono.
La risposta a questo patto criminale è stata finora in Italia una vergognosa esaltazione dell’emergente ministro degli interni Marco Minniti che sarebbe stato capace di convincere la cosiddetta Libia.
Ma quale? Se quello Stato non esiste più e che sono almeno quattro le parti in cui è divisa dopo la guerra della Nato, con interposti conflitti tra centinaia di clan e fazioni armate.
Una capacità di convinzione appoggiata col «patto di Parigi» anche da Germania, Francia e Spagna. Che, per tenere lontano il misfatto occidentale, autorizzano in Libia, in Ciad e in Niger l’istituzione di un sistema concentrazionario di lager purché i disperati non arrivino in Europa. Con l’aggiunta della «coperta di Linus» di un presunto controllo dei diritti umani da parte dell’Unhcr e dell’Oim.
Per una fase temporale che semplicemente dimentica di rispondere a questa domanda: che fine fa adesso quel milione di migranti e profughi intrappolati in Libia, in cammino nei deserti e senza più vie di fuga? L’importante è che la loro tragedia sia nascosta nella sabbia.
Minniti, manco a dirlo, ammirato a manca e più ancora a destra come astro nascente, ha trovato in quella occasione una schiera di inaspettati elogiatori: Gabanelli, Travaglio, Gramellini, ecc… E guai a criticarlo. Il presidente del Pd Matteo Orfini ha tuonato: «Chi lo critica è una sinistra salottiera»; e gli «antimperialisti» Pierferdi Casini e Nicola Latorre hanno addirittura subodorato l’ingerenza Usa per il petrolio libico.
Siamo davvero curiosi di sapere che cosa dirà ora questo stuolo militante di ammiratori sulla pelle altrui.

Repubblica 8.9.17
Emma Bonino “Così l’Italia si è messa in un pasticcio”
c. p.

ROMA. «L’accordo con la Libia voluto da Minniti? Ci siamo messi in un pasticcio che ci si ritorcerà contro. Siamo nelle mani delle milizie, di coloro che ieri erano i trafficanti e oggi si trovano a gestire l’anti-traffico. È inaccettabile ». Non usa mezzi termini la leader radicale ed ex ministra degli esteri Emma Bonino a proposito dell’accordo con la Libia per la gestione dei flussi di migranti.
«Il modello Minniti non mi convince. Hanno messo un tappo ma neanche troppo stagno, i trafficanti trovano altre strade, la marea la puoi governare, non fermare. Penso che questo modo di agire ci si ritorcerà contro. Sul piano politico, non mi pare che legittimare milizie e tribù rafforzi il già gracile governo di al-Serraj, semmai il contrario».
Vede nero Bonino sul futuro del nostro paese, e sulla situazione delle vite umane in fuga da guerre e fame bloccate in Libia. «In quel paese a l’Italia si è messa in un mare di guai. Nessuno può dirsi soddisfatto o gridare vittoria di fronte allo scempio di vite umane, agli abusi, alle violenze più atroci perpetrate nei lager libici. La lettura del rapporto di Medici senza Frontiere dovrebbe sollevare un moto di indignazione nell’opinione pubblica europea e di vergogna per i leader politici». Così ha conmentato parlando con l’Huffigton Post. E l’ex ministra, che conosce bene l’area di cui parla, pare poco convinta dalle recenti parole di Minniti che si impegnava affinché quei campi fossero gestiti dall’Onu.
«Le condizioni lì dentro sono gravissime, sono veri e propri campi di detenzione del governo, 20 del tutto off limits, dieci dove possono salutariamente entrare uomini libici dell’Onu». Così ha detto durante la presentazione del videospot della campagna di raccolta firme di Radicali italiani, “Ero straniero”. Per una legge di iniziativa popolare, che superi la Bossi-Fini e dia «regole certe all’integrazione nel nostro Paese, perché non ci si può sentire stranieri per tutta la vita». La proposta prevede canali diversificati di ingresso per lavoro, forme di regolarizzazione su base individuale degli stranieri già radicati sul territorio, misure per l’inclusione sociale e lavorativa di richiedenti asilo e rifugiati, il voto amministrativo e l’abolizione del reato di clandestinità.

Il Fatto 8.9.17
Bonino contro Minniti: “È solo un tappo. Flussi di migranti verso Spagna e Sardegna”
La campagna - Raccolta firme per una legge di iniziativa popolare che possa superare la Bossi-Fini
di Andrea Valdambrini

Minniti non piace a Emma Bonino. Come non le va giù il clima che in sequenza, durante l’estate e fino a oggi, ha prodotto le accuse alle Ong, e poi ha dato spazio a una serie impressionante di episodi di cronaca, tutti attribuiti alla responsabilità dei migranti: il caso dello sgombero dei rifugiati a piazza Indipendenza a Roma, gli stupri e le violenze a Rimini, fino al caso della bimba morta dopo aver contratto il virus della malaria a Trento. “Sono arrivati anche i giorni della zanzara”, commenta con un filo di ironia la leader radicale.
Nella sede romana dei Radicali italiani (un pezzo della scissione post-Pannella, quella che appunto fa capo a Bonino), ci sono anche il Centro Astalli – il servizio per i rifugiati dei gesuiti –, le Acli, le Arci ed esponenti della società civile come la rappresentante del sindaco di Ventotene, l’isola del Lazio, finita sotto i riflettori perché “ha solo 7 bambini nelle sue classi e chiede più rifugiati per fare quei lavori che nessun altro vuole fare”.
L’occasione è la presentazione dello spot per la campagna “Ero straniero – l’umanità che fa bene”, che promuove una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare che possa superare la vigente Bossi-Fini. Ricordiamo a Emma Bonino come parlando di azione di contenimento dei flussi, Minniti abbia ricevuto un largo consenso da parte della politica e dell’opinione pubblica. “Minniti ha messo un tappo sulla Libia”, osserva la leader radicale. “Però attenzione: noi stiamo affidando il destino dei migranti (e quindi dell’Europa) a quegli stessi trafficanti di uomini che combattevamo fino a ieri”. Bonino ricorda come in territorio libico sono intrappolate circa mezzo milione di persone in almeno 30 centri di detenzione in cui vengono stipati i migranti in condizioni disumane.
“Difficile pensare, al di là delle promesse, che Onu o altri soggetti umanitari internazionali potranno gestire questa situazione”. E poi, aggiunge: “Abbiamo ridato ai criminali libici un potere di ricatto verso l’Europa, peggio ancora di come abbiamo fatto con la Turchia di Erdogan sulla rotta orientale. Si pensi anche solo a Sabrata (città della Libia nord-occidentale, ndr): la stessa famiglia che prima gestiva il traffico di uomini, ora si occupa di trattenerli”.
A chi sostiene che la cura Minniti abbia prodotto un crollo di quasi il 90% degli arrivi nelle ultime settimane, la leader radicale inoltre risponde: “Solo in apparenza. In realtà i migranti passano dal Marocco alla Spagna, e perfino dall’Algeria alla Sardegna”.

Il Fatto 8.9.17
“Torture e violenze in Libia. Pagate per metterli nei lager”
L’accusa a Italia ed Europa - Duro rapporto di Medici Senza Frontiere sui campi di Tripoli: “Chi aiuta i trafficanti, chi salva vite o chi consente di trattarle come merci?”
di Enrico Fierro

È impietoso, documentato, offre soluzioni e all’Europa la possibilità di salvarsi la faccia di fonte al mondo. È il rapporto che Medici senza frontiere ha inviato ieri alla Ue e ai governi e che è sui tavoli di Paolo Gentiloni e Marco Minniti.
Italia ed Europa tirano un sospiro di sollievo per il calo drastico degli sbarchi, i migranti sono stati fermati in Libia, la “pancia” delle opinioni pubbliche europee soddisfatta. Ma a quale prezzo? La situazione dei campi per i profughi in Libia “è vergognosa”, i finanziamenti e le politiche europee “alimentano un sistema criminale di abusi”.
Medici senza frontiere ha trascorso un anno a Tripoli, ha curato e assistito i migranti, quello che operatori, medici e volontari hanno visto è agghiacciante. “Estorsioni, abusi fisici e privazione dei servizi di base” subiti da uomini, donne e bambini. In quei campi di detenzione, gestiti da milizie spesso contigue ai trafficanti di carne umana, “le persone vengono trattate come merce da sfruttare”. I racconti di esseri umani ammassati “in stanze buie e sporche, prive di ventilazione, costretti a vivere uno sopra l’altro”, sono da brividi. “Uomini costretti a correre nudi” nei cortili dei centri di detenzione fino all’esaurimento di ogni forza, “donne stuprate e costrette a chiamare le famiglie e chiedere soldi per essere liberate”. “La loro disperazione è sconvolgente”, commenta Msf. E allora, celebrate il calo degli sbarchi, ma “è pura ipocrisia, oppure, nella peggiore delle ipotesi, complicità con il business criminale che riduce gli esseri umani a mercanzia nelle mani dei trafficanti”. Attacco duro alla Ue e alle scelte del governo italiano da parte di una delle più stimate organizzazioni umanitarie a livello mondiale.
Msf non dimentica di essere stata attaccata, delegittimata, non dimentica che la Guardia costiera libica “finanziata dall’Europa ci ha sparato addosso”, e pone una domanda: “Chi è davvero complice dei trafficanti, chi cerca di salvare vite umane, oppure chi consente che le persone vengano trattate come merci?”. Infine una domanda al capo del governo italiano Paolo Gentiloni: “Permettere che esseri umani siano destinati a subire stupri, torture e schiavitù, è davvero il prezzo che, per fermare i flussi, i governi europei sono disposti a pagare?”. L’interrogativo, pesante e ineludibile, è sul tavolo della Ue e del governo italiano.
Quella di Msf non è l’unica denuncia sulle condizioni dei campi di detenzione in Libia e sulla particolare diplomazia anti-immigrati del governo italiano. Una interrogazione al Parlamento europeo tenta di squarciare il velo sui rapporti con le milizie e i trafficanti. Relatrice la deputata di Possibile, Elly Schlein, firmatari tanti deputati europei e molti italiani, tra questi Barbara Spinelli e Sergio Cofferati. I deputati vogliono sapere “quali misure si intenda assumere per assicurare che i fondi Ue non finiscano nelle mani delle milizie che gestiscono il traffico di esseri umani”. Si tratta di 46 milioni di euro stanziati per la formazione della Guardia costiera libica, per il controllo delle frontiere e il miglioramento delle condizioni di vita nei centri di detenzione. Tema, quello dei rapporti tra milizie, trafficanti e governi, soprattutto quello italiano, sollevato da una inchiesta dell’Associated Press, il 30 agosto scorso. Nel reportage si parla esplicitamente di un “accordo diretto” tra milizie libiche e governo italiano, soprattutto nella città di Sabrata, a ovest della Libia, uno dei porti da dove partivano i gommoni degli scafisti. Le milizie tirate in ballo sarebbero due, entrambe capeggiate da due fratelli, detti “i re del traffico”, della potente famiglia al Dabashi. Si tratta della Al-Ammu (500 combattenti e legata al governo Sarraj), e la Brigata 48, vicina al ministro dell’Interno. Un punto delicatissimo e che riguarda direttamente l’azione del governo italiano, ma che per il momento ha ricevuto solo una flebile replica dalla Farnesina: “Non trattiamo con i trafficanti”. L’opinione pubblica deve accontentarsi.

Repubblica 8.9.17
Gli attivisti di Msf hanno raccolto le testimonianze di chi è sopravvissuto ai carcerieri in Libia: “Lì dentro è durissima”
Stupri, fucili e botte l’inferno disegnato dai ragazzi in gabbia
di Alessandra Ziniti

ROMA. Chi è sopravvissuto all’inferno della Libia spesso non parla. Ma disegna, soprattutto se è ancora un bambino come Mohamed, 10 anni, sudanese arrivato in Italia da solo insieme al fratello dodicenne. C’è un cammello, una palma, un’oasi ma soprattutto c’è un uomo con un kalashnikov puntato su una fila dei bambini. «Ho disegnato noi nel deserto, c’erano persone armate. E questi siamo noi che alziamo le braccia al cielo, ci hanno detto che volevano dei soldi», ha spiegato a Giorgia Linardi, operatrice umanitaria di Msf che, in otto mesi a bordo della nave Aquarius di Sos Mediterranèe, ha raccolto centinaia di atroci testimonianze di chi è passato dalla Libia. Mohamed e suo fratello sono stati venduti al mercato, con la misurazione dei polsi, come si fa per le bestie. Accanto a loro un altro venditore per garantire ad un acquirente l’efficienza di un vecchio kalashnikov lo ha testato uccidendo un migrante. Un’immagine che nessuno cancellerà mai dai loro occhi di bambini cresciuti troppo in fretta.
Samuel, invece, è arrivato dall’Etiopia. Anche lui disegna. «Quello in blu sono io, in ginocchio. Venivo picchiato tutti i giorni. Sulla sinistra ci sono due persone. Sono stato costretto a guardarli mentre avevano rapporti sessuali. Hanno violentato una donna eritrea davanti ai miei occhi». La violenza usata a Suleiman, 17 anni del Gambia, invece è stata quello di costringerlo a usare violenza. «Nel viaggio verso la Libia, lungo il deserto, eravamo tutti uomini e una sola donna - ha raccontato - al primo check point ci hanno costretto tutti a violentarla a turno. E poi abbiamo dovuto continuare anche chiusi in prigione». Impossibile rifiutarsi, ne fa fede la terribile cicatrice causata dai cavi elettrici che Suleiman ha sul torace proprio sopra il cuore. «Mi facevano l’elettroshock».
E Hassan, sudanese, uno scheletro di pelle e ossa, sconvolto dalla fame patita, disegna quello che è il simbolo del cibo nei centri di detenzione, una ciotola di maccheroni secchi. «È durissima lì dentro. Ti danno un solo pasto al giorno, una ciotola di maccheroni che devi dividere in tanti. Quelli siamo noi attorno al piatto ».
Mamhoud, anche lui sudanese, disegna più semplicemente la mappa di quella prigione in cui ha trascorso quattro mesi, venendo torturato due volte al giorno. «Ero in questo edificio. Là sul fondo c’è la porta. Ti assicuro che è la porta dell’inferno. Il capo della prigione era un libico, insieme a un uomo proveniente dal Sudan. Dormiva lì, sul letto di destra. Nella prima stanza, sulla sinistra, c’erano le persone che venivano dalla Nigeria e dalla Somalia. Nella stanza accanto c’eravamo noi, sudanesi, tunisini ed egiziani. Nella stanza di sopra gli ivoriani. Nella prigione di Al Khoms eravamo in totale 300 persone. Venivamo torturati ogni giorno, due volte. Se chiedevamo o avevamo bisogno di qualcosa, qualsiasi cosa, anche di lavarci i denti, loro ci picchiavano. Ci hanno rubato tutto: orologi, telefoni, anelli. La porta era sempre chiusa e non c’erano finestre». Da quel centro, Mamhoud è uscito strisciando letteralmente con una caviglia in frantumi. Alla fine, visto che soldi per pagare la libertà non ne aveva, lo hanno lasciato andare perchè stava così male che non serviva più a nulla.
«Non pensavo che avrei sentito storie come queste - dice Giorgia Linardi di Msf - ma è sufficiente a capire non solo che i rischi della traversata in mare sono niente per questa gente, ma soprattutto che quelli che arrivano sono un manipolo di fortunati, i più muoiono nel deserto o in quelle prigioni».

La Stampa 8.9.17
Missione in Libia, svolta Onu “Partono duecento caschi blu” E l’Italia chiede alle Ong di operare nei centri di detenzione dei profughi
Bresolin E Schianchi
L’annuncio. L’inviato speciale Salamé rende noto entro la fine di settembre l’invio di duecento caschi blu in Libia per garantire la sicurezza alla missione dell’Onu. Poi sprona l’Europa: «Parli con una voce sola».
Il caso. La Farnesina propone di coinvolgere le Ong nei campi profughi per «evitare di condannare i migranti all’inferno»: pronti a finanziare un intervento
L’Italia: i campi in Libia sotto il controllo delle Ong
Il piano proposto dal viceministro degli Esteri Giro ai volontari
di Francesca Schianchi

Coinvolgere le Ong nei campi libici per evitare di «condannare i migranti all’inferno». L’idea è venuta al ministero degli Esteri, e più precisamente al vice con delega alla cooperazione internazionale, Mario Giro: dopo aver lanciato l’allarme un mese fa sulle condizioni infernali dei campi, nel pieno della discussione sulla missione italiana autorizzata a Tripoli, nei giorni scorsi ha rivolto un invito alla galassia delle Organizzazioni non governative, proponendo un incontro a chi è interessato a lavorare in Libia. Hanno risposto in una ventina, di orientamento laico e cattolico, molte delle quali già impegnate in varie zone del grande Paese nordafricano con compiti di protezione dell’infanzia e nel settore della sanità, da Medici senza Frontiere all’Arci a Save the children, da Intersos a Terre des hommes fino a Elis, legata all’Opus Dei: ieri pomeriggio la riunione, alla Farnesina, per prendere i primi contatti. Con l’idea però di accelerare e intervenire al più presto: il bando è già pronto, sono stanziati sei milioni di euro.
Dopo la stretta operata dal ministro dell’interno Marco Minniti nel cuore dell’estate e le polemiche sul codice di condotta per le Ong nel Mediterraneo, dopo la collaborazione con la Guardia costiera libica e la riduzione dei flussi verso il nostro Paese, il governo cerca di far scattare una terza fase. Quella invocata dall’ala più “soft” e solidale del governo, rappresentata da Giro e dal ministro dei Trasporti Graziano Delrio, preoccupata di garantire un trattamento umano ai migranti in fuga dai propri Paesi e respinti in Libia dopo essere stati intercettati in mare. Una preoccupazione tanto più giustificata nel giorno in cui Msf invia una lettera ai governi della Ue per denunciare stupri e torture nei campi.
«Non vogliamo abbandonare queste persone all’inferno: per questo il sistema della cooperazione italiana si sta muovendo e, senza aspettare che l’Unhcr o l’Oim siano realmente presenti (agenzie dell’Onu, ndr.), abbiamo già messo risorse a disposizione», spiega Giro. Sei milioni per questo progetto, altri tre per un accordo con i sindaci del territorio. Tra un paio di giorni, dal 10 settembre, un incaricato dell’Agenzia per la cooperazione allo sviluppo si trasferirà a Tripoli.
La speranza del ministero è di riuscire a fare entrare le prime Ong nei centri di detenzione entro un mese. Anche se restano alcuni aspetti da chiarire: prima di tutto come garantire la sicurezza dei volontari che dovranno scendere nei campi. E poi, il permesso dei libici, indispensabile per dare il via libera a un’operazione di questo tipo. Per quanto riguarda la sicurezza - tasto delicato in un Paese in cui due anni fa sono stati rapiti quattro nostri connazionali, due dei quali rimasti uccisi – alcune Ong già lavorano nel Paese e sono conosciute, fattore che potrebbe aiutare anche a fare accettare ai libici un loro ingresso nei centri. «I rappresentanti delle Ong mi sono sembrati molto interessati», esce soddisfatto dalla riunione Giro: «Siamo pronti per cominciare subito a operare. Vista la nuova situazione, cerchiamo almeno di preoccuparci del destino di queste persone in Libia».

Corriere 8.9.17
Tajani: cambiamo le regole di Dublino
di Paolo Valentino

Tajani: ora possono cambiare le regole di Dublino sui profughi.
«L a sentenza della Corte di giustizia contro il ricorso dei Paesi di Visegrad sul ricollocamento dei rifugiati — dice il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani — è molto positiva, perché conferma sia la validità della posizione del Parlamento europeo che quella della decisione per sé. Inoltre contiene un altro elemento importante, spingendo verso il cambiamento del regolamento di Dublino. Il dispositivo infatti riconosce l’emergenza profughi e dice che non si può scaricarla interamente sulle spalle di pochi Paesi. Aggiunta alla presa di posizione della cancelliera Angela Merkel e alla vigilia della risoluzione che il Parlamento si appresta a prendere in ottobre, la sentenza della Corte agevola la riforma di Dublino, che dovrà eliminare la regola di tenere i rifugiati nello Stato di primo ingresso».
Ma l’accordo sui ricollocamenti scadrà comunque il 26 settembre. Cosa significa questo?
«Nulla ai fini della procedura d’infrazione, che rimane in quanto riguarda la fase precedente e, in assenza di fatti nuovi, porterà alla sanzione contro i morosi. È un punto politico importante. Questi Paesi hanno fatto venire meno la solidarietà verso Paesi come l’Italia, che si erano prodigati quando volevano uscire dal giogo sovietico e dalle dittature comuniste. Anche adesso continuiamo a sostenerli, con i fondi strutturali europei, visto che sono beneficiari netti. Ma la solidarietà non può essere a senso unico, altrimenti non ha senso stare nell’Unione. Detto questo sono convinto che occorra aiutare anche finanziariamente i Paesi come l’Ungheria a proteggere i confini esterni, ma sono due cose completamente diverse. Ricordo poi che in questo caso non si tratta di riallocare masse sterminate, parliamo di poche migliaia di rifugiati legalmente riconosciuti, non di migranti economici. E in condizioni di flessibilità, visto che possono fare richieste specifiche, per esempio più gente che parli la loro lingua o l’inglese, o più donne con bambini».
Tornando alla scadenza del 26 settembre, che come dice lei non mette in discussione la procedura d’infrazione: l’accordo verrà prorogato?
«Intanto ricordo che ci sono circa 4 mila profughi in Italia e 2 mila in Grecia che potrebbero essere riallocati domani mattina. Finora ne sono stati riallocati 28 mila su 160 mila. Altri 6 mila non sarebbero la panacea, ma significherebbero un altro piccolo passo in avanti. Certo sarebbe auspicabile che l’accordo venga rinnovato e il commissario Avramopoulos spinge in questo senso».
L’Europarlamento sta lavorando sulla proposta della Commissione per riformare Dublino. A che punto siamo?
«Facciamo la nostra parte. Stiamo modificando la proposta, anche in direzione dell’interesse dell’Italia e dei Paesi con frontiere esterne».
In che senso?
«La Commissione suggerisce che il ricollocamento scatti una volta raggiunto il 150% della quota di rifugiati spettante a un determinato Paese. Noi proponiamo invece che scatti prima, al 100%, cioè appena superato il limite assegnato a un dato Paese. Nello stesso pacchetto dovremo anche stabilire regole certe: le liste di Paesi di provenienza la cui situazione giustifica la richiesta d’asilo devono essere omogenee, le stesse per tutti. Per fare un esempio, se uno non può chiedere lo status di rifugiato in Germania non deve poterlo fare neanche in Italia e in nessun altro Paese della Ue. Non dovranno cioè ripetersi casi come quello di Gorizia, dove un gruppo di rifugiati respinto da Austria e Germania rimase parcheggiato nella speranza di essere accolto in Italia. Voteremo in commissione il 12 ottobre e mi auguro che entro l’autunno ci possa essere il voto definitivo dell’Assemblea. Sarà una spinta forte verso il Consiglio dei ministri, che fin qui è rimasto fermo. Certo la posizione di Angela Merkel, in favore della riforma, è un aiuto. Il 22 settembre ne parlerò anche col presidente Macron a Parigi».
Mercoledì prossimo, il presidente della Commissione Juncker fa il discorso sullo Stato dell’Unione davanti al Parlamento. L’ultima sua visita a Strasburgo in luglio è stata burrascosa; trovandosi in un’Aula semivuota disse: “Siete ridicoli”. Incidente chiuso? Cosa vi aspettate da lui?
«Proprio oggi Juncker è venuto alla Conferenza dei presidenti dei gruppi parlamentari insieme al vicepresidente Timmermans per anticipare le linee del discorso. Mi sembra che l’atteggiamento nei confronti del Parlamento sia di grande rispetto. L’incidente è chiuso. Io martedì parlerò in Aula, per dire che il Parlamento deve diventare il luogo dove si discute il futuro dell’Ue. Da Juncker aspettiamo messaggi positivi soprattutto sull’economia reale, l’ambiente e il miglioramento delle istituzioni per renderle più conformi alle istanze dei cittadini. Aspettiamo anche indicazioni sulla Brexit, che comunque non è la priorità assoluta. L’Europa va avanti anche se il Regno Unito decide di uscire».
Sulla Brexit lei propone di posporre fino a dicembre l’esame del Consiglio europeo. Perché?
«In assenza di proposte precise di Londra sui punti chiave, in primis il destino dei 3,5 milioni di cittadini europei residenti nel Regno Unito, non si può che rinviare l’esame».

Repubblica 8.9.17
Sinistra in frenata
Nelle rilevazioni Demos l’aumento più netto è dei grillini La Lega sorpassa Forza Italia. Crescono M5S e Gentiloni rabbia e voglia di stabilità lo strano mix pre-elezioni
Le tre formazioni del centrodestra arrivano al 30%. Il partito centrista di Alfano difende il 2% L’incertezza di tanti elettori deriva a sua volta dai tratti ancora confusi dell’offerta politica
Grillo torna primo, Pd sotto di un punto. Il premier in testa alla classifica del gradimento dei leader in cui si fanno largo Bonino e il ministro Minniti
di Ilvo Diamanti

ORMAI SIAMO in campagna elettorale. Lo rivelano le tensioni “fra” partiti e coalizioni. Ma anche “dentro” alle coalizioni. D’altronde, mancano due mesi alle elezioni regionali in Sicilia. Ma poco più di un mese al referendum sull’autonomia nel Lombardo-Veneto. Il dibattito politico, dunque, si è fatto acceso. E alimenta l’incertezza, come emerge dal sondaggio condotto nei giorni scorsi per l’Atlante Politico di Demos. Pubblicato oggi su Repubblica. Due le principali indicazioni, in apparenza, contrastanti. Perché rivelano insofferenza e, al tempo stesso, domanda di stabilità. Politica.
Da un lato, la crescita sensibile dei consensi del M5S e del suo attuale leader, Luigi Di Maio. Dunque, della principale opposizione. Dall’altro, la fiducia personale verso il premier, Paolo Gentiloni. Elevatissima - e in aumento. Ma analizziamo nel dettaglio queste tendenze.
Sul piano degli orientamenti di voto, rispetto allo scorso giugno, si assiste a una maggiore concentrazione dei consensi intorno ai due principali partiti, PD e M5S. Entrambi si rafforzano, negli ultimi mesi. Soprattutto il M5S, che cresce di circa 2 punti. Oggi, con oltre il 28%, è il primo partito. Più di un punto sopra al PD di Matteo Renzi. Dietro, nel Centro-destra, non cambia molto. La Lega e i Fratelli d’Italia appaiono stabili. Fra 13 e 14%. Ma Forza Italia scivola di oltre un punto. Superata dalla Lega di Matteo Salvini. A sinistra del PD, di scissione in scissione, il panorama appare confuso. Frammentario. Articolo 1-MdP, guidato da Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza, perde qualcosa. Ora è poco sotto il 4%. Il Campo Progressista di Giuliano Pisapia si attesta al 2%. Anch’esso in calo. Poco più su, al 2,5%, c’è Sinistra Italiana, insieme alle altre formazioni dell’area. A loro volta in de-crescita.
Fra gli altri, al Centro, AP di Alfano si aggrappa, a fatica, al 2%.
Detto in altri termini: oggi ci troviamo di fronte a un “bipolarismo imperfetto”. Da un lato, il PD e le forze di Centro-sinistra, che, insieme, potrebbero raggiungere il 40%. Dall’altro, il M5S, che trae la propria forza dalle divisioni degli altri. E dalla frustrazione della società. Accentuata dall’insoddisfazione (anti)politica.
Tuttavia, i due principali partiti di Centro-destra, Lega e FI, insieme ai Fd’I, supererebbero il 30%. Sarebbero, dunque, competitivi. Tuttavia, si tratta di una prospettiva complicata. Da dinamiche di leadership. Come segnala l’analisi di Biorcio e Bordignon. Anzitutto perché l’unico soggetto “consolidato” sulla scena politica italiana, oggi, non è un partito, neppure il PD. Né un leader di partito. Ma il premier, Paolo Gentiloni. In aumento costante di consensi “personali”, dal momento dell’investitura. Oggi, prossimo alla maggioranza assoluta (49%). La fiducia nel suo governo appare più limitata, ma è, comunque, (poco) oltre il 40%. Superiore, anche se di poco, rispetto al momento dell’investitura, lo scorso dicembre. Questi dati riassumono l’orientamento “diviso” degli elettori. Insoddisfatti dell’andamento politico – ma anche economico e sociale – del Paese. E quindi sensibili alla critica, espressa ad alta voce, dal M5S. Eppure, al tempo stesso, in cerca di stabilità. Di rassicurazione. Sentimenti ben interpretati – e rappresentati – da Gentiloni. Un leader “impopulista” - come ho scritto altre volte - in tempi di “populismo” intenso e diffuso. Non per caso, nella graduatoria dei leader, dopo di lui, incontriamo Emma Bonino, una leader estranea alla “politique politicienne”. Mentre, a notevole distanza, per grado di fiducia (intorno al 35-37%), si collocano Giorgia Meloni, Matteo Salvini, e Luigi Di Maio (il leader maggiormente in crescita di consensi). Accanto a Matteo Renzi. In lieve ripresa. Tutti, in diversa - e più evidente - misura, “populisti”. Peraltro, ben più comunicativi e appariscenti di Gentiloni. Tutti gli altri leader politici dispongono di un credito più limitato. Pisapia vicino al 30%. Alfano: poco sopra il 20%. Speranza: poco sotto. Fra gli altri, però, si distingue il ministro Marco Minniti. Oggi sotto osservazione critica per l’azione di “contenimento” degli sbarchi. Definito, dai critici, lo “sceriffo”. Ma anche per questo apprezzato. A destra. E non solo.
Il premier, dunque, è molto “stimato” come uomo di governo, e, personalmente, come leader “politico”. Ma non altrettanto come possibile leader di “partito”, o meglio, di coalizione. L’unico possibile candidato premier, secondo gli elettori di Centro- sinistra, risulta, infatti, Matteo Renzi. Senza alternative. Senza discussione. Senza avversari. Mentre nel Centro-destra gli orientamenti sono più distinti e distanti. Silvio Berlusconi non è candidabile (lo ha rammentato nei giorni scorsi Giovanni Toti), ma appare l’unico in grado di raccogliere consensi trasversali fra gli elettori della coalizione (e anche oltre). Matteo Salvini, infatti, è sostenuto da oltre un terzo della base di Centro-destra, ma fatica ad attrarre consensi oltre i confini della Lega. Come, a maggior ragione, Giorgia Meloni all’esterno dei Fd’I.
Luigi Di Maio, infine, appare saldamente in testa alle preferenze degli elettori del M5S. Fra i quali non ha avversari. D’altra parte, guida un non-partito fortemente centralizzato. La sua leadership è “data per scontata”.
Così, ci avviamo al voto di primavera, mentre la campagna elettorale è già iniziata, in un clima di incertezza. Perché è “incerta” la struttura dell’offerta politica. In altri termini: le coalizioni, le alleanze. E le leadership. Di partito. Ma, ancor più, i candidati di coalizione. E i programmi. A sinistra, meglio, a Centro-sinistra, incombe l’ombra delle “larghe intese”, che coinvolgerebbero anche Berlusconi. Per approvare quelle riforme istituzionali ancora ir-realizzate. Ma che hanno segnato la fine del governo Renzi. Berlusconi, dunque, costituisce ancora il riferimento obbligato della prossima fase politica del Paese. Con lui, tanto più senza di lui, sarà difficile procedere. Per il Centro- sinistra. E non solo, ovviamente.
Insomma, la Seconda Repubblica non è ancora finita.

Repubblica 8.9.17
Leader di coalizione, sì a Renzi dal 41% Nella destra Salvini stacca Berlusconi
Gentiloni preferito dal 10%.
Ma un terzo degli elettori di centrosinistra per ora preferisce non pronunciarsi
di Roberto Biorcio Fabio Bordignon

PER ora, non esistono coalizioni (ufficiali). Né una legge elettorale che le preveda (almeno alla Camera). O che preveda un candidato premier. Eppure, proprio la questione della leadership è essenziale per comprendere il profilo delle forze politiche e delle coalizioni che si confronteranno nelle prossime elezioni. Un quadro che, a giudicare dai dati dell’Atlante politico di Demos, è ancora piuttosto confuso, a destra come a sinistra, mentre il M5s sembra avere già scelto il proprio candidato.
Nel centro-sinistra, il leader del Pd Matteo Renzi appare in posizione “dominante”, preferito dal 41% degli elettori di quest’area (e dal 53% dei democratici). Ma la frattura personale apertasi attorno all’ex-premier rende più difficile una convergenza più larga sulla sua candidatura. Non a caso, ben un terzo degli elettori di centrosinistra per ora non si esprime. E circa un quarto sceglie un altro candidato, in primo luogo l’attuale capo del governo Gentiloni (10%), seguito da Pisapia (5%), che sta lavorando alla prospettiva unitaria. Bersani è d’altra parte il nome più gradito tra gli elettori dei partiti a sinistra del Pd.
L’idea di una ricomposizione del blocco di centro-destra sembrava più agevole, dopo le ultime Amministrative e le “intese” siciliane. Il progetto appare però ancora complicato, per le divisioni politiche esistenti nell’area, che si manifestano chiaramente nella scelta del “capo”. Le preferenze per Salvini superano di poco un terzo dell’elettorato di centro-destra (35%), e diventano molto ampie solo tra gli elettori del Carroccio. Dopo l’ennesimo “ritorno” sulla scena politica, Berlusconi è preferito come premier da poco più di un quarto (26%) degli elettori della (formalmente ipotetica) coalizione. Anche una parte rilevante dell’elettorato di Forza Italia non sembra peraltro condividere questa scelta. Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, terzo pilastro della potenziale alleanza, è preferita inoltre da non pochi elettori (17%).
Non sussiste il problema delle alleanze nel caso del M5s, che com’è noto è da sempre un soggetto politico volutamente “solitario”. E neppure la scelta del candidato premier segnala possibili divisioni nel suo elettorato. Luigi Di Maio, a pochi giorni dalle “primarie” online, guida con il 59% la graduatoria suggerita dagli elettori. Molto staccati, nelle preferenze della base, troviamo Di Battista e lo stesso leader del movimento, Grillo (entrambi al 12%). Gli iscritti che tra poche settimane saranno chiamati ad esprimersi nelle primarie online non coincidono con gli elettori, ma - salvo clamorose sorprese – sembra scontata la scelta del vice- presidente della Camera come candidato pentastellato.

Repubbblica 8.9.17
I parlamenti sono l’argine per l’inclusione sociale
Politiche e leggi dovrebbero coordinarsi allo scopo di contrastare le disparità
di Chiara Saraceno

IL “RUOLO dei Parlamenti nel combattere le disuguaglianze e nel costruire società inclusive” è uno dei tre temi che verranno affrontati al G7 dei Parlamenti che si incontrerà oggi e domani tra Roma e Napoli. Gli altri due sono i rapporti con i cittadini e l’ambiente. Pur senza sopravvalutare la portata di incontri che hanno, nel migliore dei casi, una valenza più simbolica che altro, è interessante che i rappresentanti dei parlamenti dei paesi più sviluppati, inclusa l’Italia che li ospita, si pongano un tema che fino a non molto tempo fa era considerato fuori moda, oltre che troppo connotato come “di sinistra”.
Rimesso con forza all’attenzione anche dagli ultimi rapporti Ocse, soprattutto a seguito degli effetti asimmetrici della crisi, esso è entrato nel dibattito e nell’agenda politica. Le disuguaglianze di reddito, infatti, sono aumentate in quasi tutti i paesi e ancor più quelle nella ricchezza, con l’Italia che si trova nel gruppo dei paesi con maggiore disuguaglianza, benché sotto gli Stati Uniti e il Regno Unito, ma sopra Francia e Germania. A complicare la questione, per l’Italia, sta il fatto che il tasso di disuguaglianza è più alto nelle regioni più povere, nel Mezzogiorno, a conferma che vi è un nesso, come sottolinea anche l’Ocse, non solo tra disuguaglianza e povertà, ma anche tra disuguaglianza e difficoltà nello sviluppo.
Le disuguaglianze non riguardano, per altro, solo quelle nel reddito e nella ricchezza, ma la divisione del lavoro e delle opportunità tra uomini e donne, le chances di mobilità sociale, di sviluppo e valorizzazione del proprio capitale umano e di partecipazione sociale, tra persone di diversa origine sociale. Per non parlare delle disuguaglianze tra aree geografiche del mondo che, insieme alle guerre e alle dittature, sono all’origine di gran parte dei fenomeni migratori.
Se vi è consenso ormai abbastanza diffuso che le disuguaglianze possano costituire un problema per la tenuta e lo sviluppo di una società, il dissenso si sposta sulle cause e anche sul tipo di disuguaglianze che sono percepite, appunto, come problema e, di conseguenza, come oggetto di possibili policy. Gran parte del successo dei populismi si basa sulla individuazione di un particolare tipo di disuguaglianza, o di relazione tra diseguali, con una dicotomizzazione netta tra “noi” e “loro”, che si tratti di autoctoni delle fasce di popolazione più marginalizzate contro gli immigrati, dei giovani contro i vecchi, dei “cittadini” contro i “politici”, dei “poveri” contro “i ricchi”, dei paesi mediterranei contro il nord Europa (e viceversa).
Queste dicotomizzazioni aiutano a raccogliere consensi, ma non a effettuare analisi adeguate della situazione, quindi a sviluppare quelle politiche integrate e di largo raggio che sole possono contribuire a ridurre le disuguaglianze, non solo ingiuste, ma inefficienti dal punto di vista dello sviluppo e del ben-essere collettivo. Si tratta, necessariamente, di un mix di politiche redistributive, che proteggano dagli effetti della disuguaglianza, e di politiche pre-distributive, che intervengano sui vincoli alla formazione e valorizzazione del capitale umano (fin da bambini), che rimuovano gli ostacoli alla partecipazione, che intervengano a impedire la formazione di rendite monopolistiche nel mercato È qui che si definisce, a mio parere, il ruolo dei parlamenti, se si pongono il compito del contrasto alle disuguaglianze. Proprio perché sono l’arena in cui si confrontano interessi diversi, hanno, avrebbero, un’opportunità unica di costruire un discorso pubblico e una azione legislativa non polarizzate/polarizzanti, e neppure frammentate per accontentare questo o quel gruppo, ma sistematiche e inclusive. Ove il termine “inclusive” dovrebbe significare politiche, e leggi, che si coordinano nell’obiettivo di contrastare le disuguaglianze, definendo chiaramente interconnessioni, ma anche priorità e gradualità, al fine di rafforzarsi reciprocamente, ma anche di non contraddirsi e creare nuove forme di disuguaglianza — una eventualità ricorrente, ahimè, in molte politiche italiane.
Questo compito di coordinamento delle politiche e di monitoraggio delle conseguenze delle proprie decisioni dovrebbe essere fatto proprio dai parlamenti anche in un’ottica internazionale. Mi rendo conto che si tratta di un auspicio ingenuo, specie in questo periodo dove tornano i nazionalismi e i muri. Ma è una questione che non può essere elusa se si vogliono davvero contrastare le disuguaglianze.

Corriere 8.9.17
Il ritorno in classe di 100 mila supplenti
di Valentina Santarpia

Erano state annunciate in pompa magna l’8 agosto dal Consiglio dei ministri: 52 mila assunzioni di nuovi prof a scuola entro agosto. A distanza di un mese esatto ne sono state portate a termine solo 30 mila. Mancano 22 mila docenti all’appello: le cattedre vuote sono soprattutto al Centro e al Nord, dalla Toscana in su, in particolare nelle scuole secondarie di primo grado. I «buchi» riguardano i prof di matematica, di sostegno e di lingue, sia nelle graduatorie — ormai esaurite per molte classi di insegnamento — che tra i vincitori dell’ultimo concorso, che ha registrato un record di bocciati.
Il risultato? Anche il prossimo anno ci saranno almeno 100 mila supplenti nelle aule, pronosticano i sindacati. La stima è presto fatta: ai 22 mila posti che non saranno coperti da assunzioni vanno aggiunte 15 mila cattedre che dovevano diventare stabili, cioè passare dall’organico di fatto a quello di diritto. Ma che non sono state autorizzate dal ministero delle Finanze, che ha approvato il consolidamento di soli 15 mila posti dopo un braccio di ferro con il ministero dell’Istruzione, adducendo motivi di bilancio. Poi ci sono da considerare le circa 40 mila deroghe del sostegno, stimate dall’Osservatorio dei diritti della scuola, ovvero gli insegnanti che vengono affiancati agli studenti disabili solo a inizio anno scolastico, su spinta delle sentenze dei tribunali. A questi vanno affiancati circa 10 mila docenti che occupano gli spezzoni di cattedra. Infine, c’è una fetta, che va dai 13 mila in su, di prof che decide di avvalersi di part-time, congedi, aspettative familiari o per dottorati di ricerca.
«Ancora una volta sulle assunzioni dei docenti si misura la distanza tra il dire e il fare — commenta amara Maddalena Gissi, segretaria Cisl —. Anche quest’anno migliaia di docenti abilitati continueranno a lavorare come supplenti su posti vacanti e disponibili». Di chi è la colpa? «Di un piano di assunzioni che non ha tenuto conto delle necessità reali della scuola, e di concorsi falliti», dice Pino Turi, della Uil. I candidati giusti infatti ci sono, ma sono nelle graduatorie «sbagliate». Un dato di cui si è reso conto lo stesso Miur, che infatti ha annunciato per febbraio un concorso riservato proprio a quei prof supplenti che sono nelle graduatorie di seconda e terza fascia e che oggi non possono essere assunti. Intanto il film è quello già visto negli ultimi anni: il numero dei supplenti non si è mai abbassato sotto i 100 mila, nonostante l’annuncio della fine della supplentite. Un calo si è avuto nell’anno di approvazione della Buona scuola, 2015-2016, ma si tratta di briciole — circa 10 mila in meno — a fronte di un piano di assunzioni per 86 mila docenti. «Questi dati — conclude Annamaria Santoro, Cgil — dimostrano che i problemi storici della scuola continuano a pesare sulla continuità didattica e sul regolare avvio dell’anno scolastico».
Per la ministra Valeria Fedeli, questo sarà l’anno in cui tutti i prof — anche i supplenti «lunghi» — saranno al loro posto il primo giorno di scuola. Ma i termini per aggiornare le graduatorie dei supplenti «brevi» — 700 mila aspiranti— scadono il 14 settembre.

il manifesto 8.9.17
D’Alema: «Renzi ha scelto, il centrosinistra è finito»
Oggi Renzi vola da Micari, domani il sì di Alfano. Fava: la loro è un'unione innaturale, lo dice anche Pisapia
di Daniela Preziosi

Il confronto fra Pisapia e Mdp – «quello definitivo», giurano i protagonisti – sarà a Roma il prossimo martedì 12 settembre, ma intanto Massimo D’Alema si porta avanti con il lavoro. Ieri, da Messina, dov’è volato in una festa di Mdp a lanciare la corsa alla presidenza della regione di Claudio Fava (smentendo le voci di una sua freddezza sulla scelta del candidato), ha detto chiaro che l’ipotesi di un nuovo centrosinistra è ormai morta e sepolta: «Noi non eravamo e non siamo disponibili a fare un accordo di centrosinistra-centrodestra con Alfano, lo avevamo detto sin dall’inizio. Il Pd ha fatto la sua scelta e ha scelto Alfano. Quindi si è preso la responsabilità di porre fine al centrosinistra. Anche Pisapia deve prenderne atto».
Non è solo la certificazione di un fatto di cronaca. Perché un «nuovo centrosinistra» resta la chimera dell’avvocato Pisapia e dei suoi compagni di strada, l’obiettivo politico anche a prescindere dalla legge elettorale, come spiega di nuovo oggi in un’intervista. D’Alema invece si incarica di squadernare le posizioni di Mdp al tavolo del chiarimento con Cp. Altro che «la Sicilia è un episodio, non un fatto nazionale», la voce che gli ex pd hanno fatto circolare per favorire le condizioni di una ricucitura. «Non intendiamo avallare una politica neocentrista dei due forni che cerca alleanze a destra e sinistra», dice l’ex premier, «si può fare accordo di emergenza, un’altra cosa è andare insieme alle elezioni questo comporta un’ispirazione politica e programmatica comune, quindi la scelta fatta in Sicilia è un salto di qualità nella direzione di una deriva neocentrista».
È musica per le orecchie di Sinistra italiana, da ieri impegnata nella festa nazionale a Barletta, tutta tesa alla costruzione di una lista di sinistra più unitaria possibile.
Dal Pd scatta subito la reazione contro D’Alema. «È un grave errore di Mdp continuare a dividere anziché unire. Si dovrebbero ricordare che gli avversari stanno a destra, ma sembra che per loro in Sicilia il tema non sia questo», attacca il vicesegretario dem Martina. «È tutta la vita che D’Alema prova a spaccare il centrosinistra e a fare qualche regalo all’amico Berlusconi. Ora in Sicilia ci riprova. Mdp ormai è sempre più simile a Rifondazione, finirà nell’irrilevanza», carica il renziano Marcucci. Replica Miguel Gotor (Mdp): «Si decidano: Mdp è irrilevante o li facciamo perdere?». Ma per loro la Sicilia conta poco, conclude: «Hanno voluto trasformare questa tornata elettorale in un antipasto del voto nazionale stipulando un mediocre accordo di potere con Alfano». Spiega infatti D’Alema ai suoi: «Hanno barattato il sostegno di Alfano in cambio di una legge elettorale che gli consenta di eleggere venti senatori, sulla testa della Sicilia».
Intanto oggi Renzi volerà in Sicilia per parlare del suo libro Avanti – la campagna elettorale di qui alla primavera rischia di essere una sfilza di presentazioni della sua opera letteraria – e per incontrare il candidato Micari. Che nel frattempo ha fatto sapere di aver chiesto un congedo ordinario di due mesi dall’università di Palermo di cui è rettore, pronto a chiedere quella straordinaria in caso di elezione, sfoggiando un ottimismo per ora indecifrabile. Domani, sabato, sarà Alfano a ufficializzargli il suo sì.
A questo punto la sinistra-sinistra dovrà prendere atto delle sue divisioni. Nell’isola, e forse anche oltre. Così anche Claudio Fava rilancia la sfida verso Campo progressista, che non lo appoggerà, ripetendo le parole che l’ex sindaco di Milano aveva usato per escludere un appoggio al candidato di Pd e Ap: «L’alleanza del centrodestra per le regionali in Sicilia la giudico con le parole di Pisapia: ’totalmente innaturale’».

Corriere 8.9.17
Intervista a Pisapia
«Basta divisioni oppure lascio»
di Aldo Cazzullo

«Non cerco ruoli. Basta fuoco amico o farò un passo indietro», dice Giuliano Pisapia al Corriere . «No al listone con il Pd. In Sicilia niente alleanza con Alfano. ”Insieme” non sarà un’operazione di ceto politico. D’Alema? I candidati li decidono i garanti. Quand’era premier votai contro la guerra in Kosovo e partii per i campi profughi. Minniti? Tuteli i diritti umani in Libia».
Giuliano Pisapia, lei sette mesi fa annunciava al Corriere la sua discesa in campo. Ha cambiato idea? Sarà o no il leader della forza che dovrà pur nascere alla sinistra del Pd?
«Oggi è ancora più necessario un soggetto politico di centrosinistra, o sinistracentro, capace di assumere responsabilità di governo e rispondere ai bisogni del Paese, dal lavoro alla povertà. Di fare il leader non avevo nessuna intenzione. Me l’ha chiesto in particolare Articolo 1 ai suoi più alti livelli. Non ho alcun interesse personale, non cerco ruoli o poltrone».
Cos’è cambiato, allora?
«Più che cambiate, diciamo che molte cose si sono aggravate. I 5 Stelle dimostrano di avere difficoltà a individuare una classe dirigente, e ogni giorno cambiano idea su quasi tutto. Il centrodestra si rintana su posizioni sempre più estremiste e conservatrici. C’è ancora più bisogno di un progetto responsabile, ampio e aperto di centrosinistra in grado di diventare maggioranza. Non è il momento di accontentarsi di fare testimonianza. Ma deve essere chiaro a tutti che possiamo vincere solo se supereremo le divisioni fra noi. Io sono e resto in campo per questo, per fare di tutto affinché una sintesi si trovi e il centrosinistra vinca. Ma non ho nessun problema a fare un passo indietro o anche di più. La mia professione, che si occupa di diritto e di diritti, continua ad appassionarmi. Mentre proprio non mi appassiona la politica urlata, l’insulto degli avversari e, ancor meno, il “fuoco amico”».
Ci sono davvero le condizioni per far nascere Insieme, l’alleanza che doveva unire le anime della sinistra che non si riconoscono nel renzismo?
«Le condizioni ci sono nella società, nel sindacato, nell’immensa prateria del volontariato laico e cattolico, nel mondo dell’ambientalismo e del civismo, tra le persone che non hanno tessere di partito. Poi, certo, quando la parola “insieme” diventa operazione di ceto politico, le cose si complicano. Vorrei farle vedere la mia agenda delle prossime settimane: mi invitano a confrontarmi nelle feste dei partiti, delle associazioni, la Caritas e Sant’Egidio. Le assicuro che non sono affatto solo a pensarla così. E voglio essere chiaro: il nuovo soggetto politico alle elezioni non farà parte di un “listone”. Per quanto mi riguarda, è offensivo ritenere che Campo progressista possa accogliere un’eventuale richiesta di avere “nelle liste Pd alcuni posti più o meno blindati”, come ha detto chi vuole far polemiche strumentali».
C’è però l’ostacolo della Sicilia. Renzi e Alfano hanno candidato Micari. Bersani vuole Fava. Come se ne esce?
«Fin dalla sua nascita Campo progressista ha fatto una scelta precisa: non partecipare direttamente a elezioni comunali e regionali, ma appoggiare candidati civici o espressione di una coalizione di centrosinistra. Ho letto in queste settimane vere e proprie “fake news” su mie prese di posizione che non ci sono mai state. Mi sono limitato ad ascoltare alcuni sindaci siciliani. E tutti mi hanno confermato che una divisione del centrosinistra rischia fortemente di portare a una sonora sconfitta. Ecco perché nei giorni scorsi Campo progressista ha rivolto un appello a Micari e Fava: vedetevi, parlatevi. Un ultimo, disperato tentativo. Solo ora Alternativa popolare, che era profondamente divisa, si è schierata con Micari, il quale avrebbe anche indicato un rappresentante di quel partito come suo vicepresidente. Una “coalizione” non civica, né tanto meno di centrosinistra, come era stato prospettato. Si poteva fare di più per evitare una situazione che probabilmente, ma spero di no, porterà in Sicilia alla vittoria delle destre o dei 5 stelle».
Quale dovrebbe essere secondo lei la legge elettorale?
«Il Mattarellum potrebbe garantire governabilità e rappresentanza, oltre al diritto dei cittadini a scegliere il proprio rappresentante».
Ma non ci sono i numeri in Parlamento.
«Personalmente avrei tentato: ci sono state aperture anche da parte di chi era contrario. Credo che ormai sia tardi per una nuova legge elettorale: andremo alle elezioni con il Consultellum, di fatto proporzionale. Dopo il voto ci potranno essere solo alleanze del tutto diverse, se non opposte, da quelle su cui i partiti si sono impegnati in campagna elettorale. Rispetto ai programmi su cui si è chiesto il voto ci saranno compromessi ignobili, al ribasso. Un vero e proprio tradimento degli elettori».
È impossibile quindi una coalizione di centrosinistra, che vada da lei ad Alfano?
«Gli elettori chiedono chiarezza. Un accordo politico tra chi ha visioni profondamente diverse, se non opposte, porta alla palude. Questa maggioranza di governo è stata una necessità, ma guardare avanti significa costruire un progetto coerente. Il Pd non è autosufficiente; per questo ho sempre ritenuto che dovesse guardare a sinistra e non a destra. Purtroppo sta avvenendo il contrario».
Con Bersani come va? E con D’Alema? Ogni tanto la punzecchia, le ricorda il suo passato in Rifondazione comunista.
«Abbiamo un obiettivo comune: creare le condizioni perché il centrosinistra possa governare il Paese. Non basta dire cose di sinistra, bisogna essere capaci di farle. E per farle bisogna essere in maggioranza. Questa è la sfida, quindi usciamo dal personalismo e dal politicismo. Per quanto riguarda il mio passato di deputato indipendente in Rifondazione, ricordo che dopo aver votato la fiducia a Prodi mi sono astenuto sulla fiducia a D’Alema. Poi c’è stata la guerra in Kosovo e io, dopo aver votato contro, sono andato a dare il mio aiuto in un campo profughi».
Ma D’Alema in Parlamento lo candiderete?
«Per le candidature — tutte — andranno individuati insieme criteri che tengano conto del radicamento sui territori. E la giusta miscela tra la novità e le esperienze. Per questa ragione ho chiesto che a valutare le candidature siano anche dei garanti che non andranno in Parlamento».
Gentiloni è un buon presidente del Consiglio? La manovra che si profila la convince?
«Gentiloni interpreta la leadership in modo molto sobrio e solido. È considerato un interlocutore affidabile dai partner europei e mondiali. Ma la manovra non è, e non può essere, un aut aut a scatola chiusa. Si può trovare lo spazio per punti dirimenti: nuova occupazione e nuovi investimenti, lotta alle diseguaglianze, mondo della scuola. È importante che si faccia di tutto, ma davvero di tutto, per approvare alcune leggi, tra cui lo ius soli temperato e il biotestamento. Perché se vinceranno le destre non saranno mai approvate».
E Minniti? Idranti nel centro di Roma, e la Brigata 48 in Libia contro i migranti: questa stretta sta portando a una violazione dei diritti umani?
«Non dimentichiamo che l’Italia ha salvato decine di migliaia di migranti nel Mediterraneo. È vero che sono diminuiti gli sbarchi, ma non possiamo ignorare le migliaia di profughi che sono nei campi libici in condizioni disumane, sottoposti a torture e violenze. La tutela dei diritti umani deve essere la nostra priorità. Dobbiamo creare le condizioni per un controllo sovranazionale sui campi profughi in Libia. Non è facile, ma non possiamo tacere».
Laura Boldrini è diventata una sorta di capro espiatorio nazionale, sui social infuria una campagna contro di lei.
«Frequento poco la rete, capisco sia utile ma è anche un luogo pericoloso, che deresponsabilizza le persone e le fa sentire libere di scrivere qualunque infamia. A Laura, che è stata vittima di una vera e propria barbarie, sono molto vicino. Condivido non solo la sua campagna per rendere la rete un luogo di confronto civile, ma anche il suo impegno per il rispetto dei diritti umani. La sua battaglia è la mia».
Da milanese che effetto le fa il ritorno di Berlusconi? Fuoco fatuo o resurrezione?
«È la dimostrazione della debolezza del centrodestra e contemporaneamente della sua forza. Per mantenere in vita il suo partito, Berlusconi è costretto a fare scelte che in più occasioni ha dimostrato di non condividere. Eppure, ricordando un protagonista di Carosello, intorno a Ercolino sempre in piedi il centrodestra, pur di vincere, riesce a essere unito».
Invece su di lei il Foglio titola: “Pisapia subisce ancora”.
«Preferisco subisca una persona sola che tante. Perché quello che stiamo cercando di fare non riguarda solo il futuro della sinistra ma anche, e soprattutto, il futuro del nostro splendido Paese».
Riabbraccerebbe la Boschi?
«Certo».

Corriere 8.9.17
Una Sicilia incubatrice degli equilibri nazionali
di Massimo Franco

Sarà importante, naturalmente, vedere quale schieramento prevarrà nelle elezioni siciliane di inizio novembre. Soprattutto all’interno dei singoli partiti, il risultato verrà misurato e pesato per eventuali rese dei conti. Ma dal punto di vista del sistema, sarà indicativo vedere soprattutto se la divisione dell’elettorato in tre tronconi uscirà confermata dalle urne. Se centrosinistra, centrodestra e Movimento Cinque Stelle dovessero ottenere più o meno le percentuali dell’ultima volta, si rafforzerà l’ipotesi di un Parlamento che alle Politiche del 2018 rischia di non avere una maggioranza: almeno se non si approva una legge che spinga alcune forze affini a coalizzarsi.
Lo scontro per la leadership tra Forza Italia e Lega, e la faida post-scissione tra Matteo Renzi e il movimento di Pierluigi Bersani e di Massimo D’Alema influiranno; così come il decollo o meno dell’operazione dell’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, per riaggregare un pezzo di sinistra. Al fondo, però, l’incognita rimane la possibilità di formare alleanze in grado di tradursi in una coalizione di governo. E sotto questo aspetto, l’approdo quasi per inerzia e rassegnazione al sistema proporzionale costringerà a compromessi che potrebbero segnare negativamente la legislatura. Lo scontro perpetuo e la diffidenza tra Pd e M5S lasciano presagire un nulla di fatto.
Ribadire che o ci stanno tutti o non se ne fa nulla, come fa il vertice dem, è un modo indiretto per bocciare preventivamente qualunque cambiamento; e per andare alle urne per contarsi, con l’idea di trattare dopo sull’esecutivo. «Alle elezioni politiche nazionali si voterà con la legge proporzionale. Quindi non si prevedono accordi tra nessuno, considerato che la legge non prevede coalizioni: a meno che non sia cambiata», fotografa lo stallo l’ex premier D’Alema. Ma, Lega a parte, nessuno si azzarda a riproporre il maggioritario. Bruciano la bocciatura del referendum istituzionale del 4 dicembre scorso e il fallimento della riforma elettorale.
E offrono un alibi a chi non vuole toccare niente. Da mesi i partiti vengono pungolati dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, preoccupato dalla prospettiva che Senato e Camera abbiano sistemi non omogenei; e dunque che si possano creare maggioranze diverse nei due rami del Parlamento. È una preoccupazione che ieri si è incaricato di rilanciare il presidente del Senato, Pietro Grasso, offrendo Palazzo Madama come sede di una nuova trattativa. Quanto avverrà in Sicilia potrebbe servire per capire se il pericolo è reale; e se davvero il movimento di Beppe Grillo può aspirare al governo dell’Italia.
Fare previsioni è difficile. Ma certo le divisioni tra Pd e Mdp non aiutano il centrosinistra. Da giorni il segretario del Pd, Matteo Renzi, dice e fa dire che non si dimetterà in caso di sconfitta in questo «voto locale». Ma questo, per paradosso, ne sottolinea le implicazioni nazionali. La difficoltà di decifrare l’esito è accentuata sia dalla particolarità della politica siciliana; sia da una campagna del M5S giocata tutta sullo scontento dell’opinione pubblica: in particolare per la crisi economica. Eppure, le cose vanno un po’ meglio. E l’Europa appare meno lontana.

La Stampa 8.9.17
Operazione D’Alema al Sud
Nel mirino non c’è Alfano ma Renzi
Obiettivo: farlo sbandare in Sicilia, a pochi mesi dalle politiche
di Amedeo La Mattina

Massimo D’Alema inaugura sedi del nuovo partito e taglia nastri (due giorni a Reggio Calabria quello del comitato provinciale di Mdp). Consiglia a Giuliano Pisapia, con il solito sarcasmo fatto di pause e scuotimenti di testa, di rileggersi i giornali che si era perso mentre era in vacanza per capire come sono andate veramente le cose in Sicilia: «Forse non ha seguito tutti gli sviluppi di questa vicenda, avrà modo di approfondirli». Ieri è sbarcato nell’isola per sostenere Claudio Fava e ha continuato a pestare Matteo Renzi che sarebbe colpevole di aver stretto «un accordo mercantile» con Angelino Alfano e quindi con la destra: «Un guazzabuglio, una marmellata nella quale non vogliamo affogare. Il Pd ha fatto la sua scelta, quindi si è preso la responsabilità di porre fine al centrosinistra. Se il Pd perde non è per causa nostra. Diciamo le cose come stanno: la contesa per la vittoria in Sicilia è tra 5 Stelle e centrodestra».
L’incubo di Renzi è certamente quello di arrivare terzo. L’obiettivo di D’Alema è proprio questo: tirargli un bastone tra le ruote e farlo sbandare paurosamente a novembre (il 5 si vota in Sicilia) a poche settimane dall’approvazione della legge di bilancio e a pochi mesi dal voto delle politiche del 2018. È la strategia della sconfitta finalizzata a destabilizzare il Pd («partito neocentrista, il partito personale di Renzi») per rimescolare le carte a sinistra. Tutto questo pilotando Mdp di cui non si conosce ancora la forza elettorale. Da lider maximo, abituato a fare politica in partiti di massa dal Pci in poi, a leader di un cespuglio, salvo exploit a due cifre. Il primo banco di prova è la Sicilia, ma lì gli basta far perdere Fabrizio Micari, il candidato di Renzi. Poi la tornata nazionale. «Spero - ha detto l’altro ieri a Reggio Calabria - che non ci sarà la stessa situazione, la stessa distanza». In altre parole, non ci sarà più Renzi, ovviamente. E’ quella testa che vuole far rotolare. D’Alema sembra preso dalla «sindrome Bertinotti» che provocò la caduta del governo dell’Ulivo e di Romano Prodi. Già allora c’era la sua manina. Quando a Palazzo Chigi andò proprio lui. E, come gli ricordano i renziani, ci arrivò con i voti degli «straccioni di Valmy», cioè grazie ai parlamentari amici di Francesco Cossiga e dei centristi di Clemente Mastella. Tutti in transito dal centrodestra al centrosinistra. Come gli alfaniani. «Quando D’Alema nominava sottosegretario Misserville, lo storico esponente missino, non si poneva il problema del centrosinistra», ricorda la deputata Stefania Covello. «È tutta la vita che D’Alema prova a spaccare il centrosinistra e a fare qualche regalo all’amico Berlusconi. Ora in Sicilia ci riprova. Mdp ormai è sempre più simile a Rifondazione, finirà nell’irrilevanza», sostiene il senatore Andrea Marcucci. Il vicesegretario Maurizio Martina, più pacatamente, fa presente che l’alleanza di tutto il centrosinistra con i moderati, poche settimane fa a Palermo, ha vinto le comunali. «Noi - dice Martina - stiamo replicando per le regionali quella proposta aperta».
È chiaro che il problema non è Angelino ma Matteo. D’Alema vuole fare evaporare Pisapia («è già evaporato», aveva detto alcuni giorni fa Claudio Fava con cui l’ex lider maximo è in tour) e separare nettamente i destini. Del resto, ha spiegato ieri a Messina, «le elezioni politiche sono con il proporzionale e ciascuno si presenterà da solo. Non siamo disponibili a fare alcun accordo con Alfano. Il Pd qui ha fatto le sue scelte e anche Pisapia deve prendere atto di questa situazione».

La Stampa 8.9.17
Boldrini: più soldi sul reddito d’inclusione
E non è soltanto il M5S a proporre il tema
Oggi l’apertura della Conferenza dei presidenti delle Camere del G7 “La responsabilità di unire la sinistra non va caricata solo su Giuliano”
di Francesca Schianchi

«Le ferite della gravissima crisi globale iniziata dieci anni fa sono ancora profonde: i Parlamenti non solo possono, ma devono far sentire la loro voce per cercare soluzioni concrete». È l’invito che la presidente della Camera, Laura Boldrini, pronuncerà oggi nel corso della 15a Conferenza dei presidenti delle Camere basse dei Paesi del G7, che ha preso il via a Roma. Tra i temi da trattare, quello delle disuguaglianze. Che, insiste, i Parlamenti possono aiutare a combattere «perché, a differenza dei governi, rappresentano le maggioranze e le opposizioni, e dunque tutti i cittadini».
Il governo ha appena varato il Rei, reddito di inclusione: cosa ne pensa?
«Un primo passo positivo, anche perché non ci si limita all’erogazione di una somma, ma si punta all’inclusione sociale di queste persone. Restano però insufficienti le risorse stanziate: 1,750 milioni per il 2018, a fronte dei 7 miliardi necessari. Purtroppo, degli oltre 4,7 milioni di italiani in povertà assoluta, solo 1,8 milioni avranno una risposta».
Alleanza contro la povertà chiede un piano triennale in legge di bilancio…
«Sono d’accordo: serve un impegno a lunga scadenza, non può essere una tantum. Oltre che nella prossima legge di bilancio, vorrei che le forze politiche prendessero un impegno anche nella prossima campagna elettorale: mettere questo tema al centro».
Cosa ne pensa dell’ipotesi di reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del M5S?
«Su questo tema non è stato solo il M5S ad avanzare proposte. Io stessa ho proposto più volte un “reddito di dignità” o un sussidio di disoccupazione erogati dalla Ue: immagini come cambierebbe il giudizio dei cittadini su Bruxelles se, dopo anni di austerity, s’intestasse il sostegno a chi è in difficoltà».
Quali segnali spera di trovare in legge di bilancio?
«Sarebbero importanti segnali su due temi fondamentali. Quello ambientale e di tutela del territorio: le macerie del terremoto sono lì a ricordarcelo. E quello della buona occupazione, soprattutto per giovani e donne, non attraverso bonus occasionali ma con investimenti pubblici in grado di trainare anche i privati».
La sua parte politica si ripromette di diminuire le disuguaglianze: ma potete farcela senza un centrosinistra unito?
«A me piacerebbe che il confronto fosse precisamente su questi temi, più interessanti per i cittadini delle discussioni su alleanze e leadership. E a quel punto vedremmo - ne sono certa - che le distanze non sono affatto insormontabili».
È ancora fiduciosa che Pisapia riesca a federare tutti i pezzi?
«Pisapia sta facendo un lavoro importante. È essenziale però che la fatica del percorso unitario non venga caricata solo sulle sue spalle. La responsabilità devono sentirla tutti coloro che sono parte in causa e dicono di volere un’Italia diversa».
Capitolo integrazione: cosa ne pensa delle recenti scelte dell’Italia sul tema migranti?
«La diminuzione degli sbarchi non può non interrogarci sulle condizioni delle persone trattenute in Libia: i racconti dei giornalisti inviati, così come i rapporti degli organismi internazionali, descrivono una situazione spaventosa. L’Italia e l’Europa non possono chiudere gli occhi su questa realtà. E continuo a pensare che le Ong - che nel Mediterraneo hanno salvato e continuano a salvare vite umane - meritino la nostra gratitudine».
Cosa sarebbe necessario fare per integrare chi arriva?
«L’integrazione è il presupposto su cui si basa la coesione sociale. Non avviene spontaneamente, è un percorso a doppio senso. Per chi arriva comporta diritti e doveri: fare propri i valori della Costituzione, rispettare la legge, imparare la lingua. Per lo Stato comporta una politica mirata, che coinvolga gli enti locali, e adeguati stanziamenti: non è una spesa ma un investimento, anche in termini di sicurezza».
Lei ha parlato di Ius soli come strumento di integrazione: in un clima molto teso, di cui lei stessa è spesso vittima con minacce e insulti, pensa che ci siano le condizioni per approvarlo?
«Penso che la legge vada approvata. Il Parlamento ci ha lavorato a lungo, e nel Paese c’è tanta gente che ne capisce la necessità. Del resto, non farebbe che riconoscere ciò che già esiste: tanti ragazzi, nati in Italia da genitori regolari e residenti da tempo, sono italiani di fatto. Sarebbe grave se gli insulti e le minacce finissero per avere la meglio e condizionare il legislatore».

Corriere 8.9.17
Gabanelli dice no alla Rai. È scontro con il cda
Non sarà condirettore di RaiNews: va colmato il gap digitale, non metto la faccia su un prodotto non mio
Il sostegno di M5S, Lega e Mdp. Orfeo spiega ai suoi: non me lo aspettavo, era un’offerta all’altezza
di Virginia Piccolillo

ROMA Milena Gabanelli dice «no» alla proposta Rai di attendere, da condirettore di RaiNews , di poter concretizzare il suo piano: un portale unico dei giornalisti del servizio pubblico. Si autosospende, senza stipendio: attenderà la riorganizzazione delle testate.
Il dg Mario Orfeo, rassicura: «L’informazione Rai non si è spostata su altri reti, ma è in gran forma». Mentre ai suoi collaboratori dice: «Sono amareggiato. Alle condizioni date era il massimo che potevamo offrirle». «Un rifiuto sorprendente e incomprensibile», dice in una nota il cda Rai. Ma da dentro e fuori viale Mazzini piovono appelli a «tenersi stretta» la creatrice di Report . E i Cinquestelle accusano: «Sulla Gabanelli c’è un evidente veto politico».
Dopo la trattativa, lo scontro. Non è piaciuta alla giornalista la proposta di collocare il suo progetto all’interno del sito di RaiNews : attualmente non molto cliccato (100 mila utenti unici che lo piazzano al 35esimo posto). Ha rinunciato alla poltrona e allo stipendio, scelta anomala alla Rai. «Non me la sento di mettere la faccia su un prodotto non mio», ha spiegato. «La concessione dice che la Rai deve colmare il gap digitale, poiché una grande fetta di popolazione non si informa più attraverso i canali tradizionali, e ad oggi è completamente esclusa dal servizio pubblico pur pagando il canone», ha evidenziato. «Unica» tra tutte le tv del mondo, «la Rai ha molti Tg ma non un portale organizzato per valorizzare il lavoro dei suoi 1600 giornalisti», ha aggiunto precisando che il suo piano prevede solo risorse interne. Poi l’affondo: «Purtroppo il cda ha preso una decisione senza mai entrare nel merito, se decidesse di farlo sono disponibile». E ancora: «Sono convinta che con una maggiore disponibilità al confronto si possa fare l’interesse dell’azienda, e non dei desiderata dei singoli».
«Non me lo aspettavo, dopo tre mesi di incontri, l’offerta, nata dalla proposta di Carlo Freccero, era all’altezza e degna di attenzione», si è lasciato andare con i suoi collaboratori Orfeo. Mentre in una nota il cda ricordava che «come Milena Gabanelli sa, una nuova Direzione di testata non può essere varata se non nel contesto del nuovo piano dell’informazione secondo tappe e criteri imposti dalla convenzione».
La solidarietà alla Gabanelli ha unito il M5S alla Lega di Salvini («Forse spiegabilmente la Rai renziana ha deciso di lasciarla in panchina») e all’Mdp che con Fornaro l’ha definita «fondamentale». Mentre Michele Anzaldi (Pd) le chiedeva «trasparenza».
«Contentissimo» si dice Freccero: «Tutto ciò accelererà moltissimo i tempi dell’accorpamento delle testate. Sia Orfeo che la presidente Maggioni me lo hanno detto. Il punto è come si accorperanno? Questo è il problema politico».

Repubblica 8.9.17
Rai, Gabanelli verso l’addio Il Cda: “Il suo no incomprensibile”
La giornalista rifiuta la condirezione di Rai News 24 e prende l’aspettativa: “Non metto la faccia su un prodotto che non firmo”. L’azienda: poteva gestire il web con 40 cronisti
Milena Gabanelli rifiuta la condirezione di Rai News 24. L’ex dg Campo Dall’Orto le aveva promesso la direzione di una testata online
di  Aldo Fontanarosa

ROMA. Milena Gabanelli è ormai vicina a lasciare la Rai, dove ha esordito 35 anni fa, nel 1982. L’ex conduttrice di Report rifiuta la condirezione di Rai News 24 e la delega a gestire l’informazione via web (perché - spiega non vuol mettere la faccia su un prodotto che non firma come direttrice). Gabanelli preferisce un periodo di aspettativa non retribuita. Andrà via dalla tv di Stato, alla fine, se il dg Mario Orfeo e il Cda non le daranno quello che l’ex direttore generale Campo Dall’Orto le aveva promesso. E cioè la guida di una testata giornalistica autonoma, consacrata alle sole news via Internet, con grandi mezzi. Campo Dall’Orto avrebbe dato alla Gabanelli, a regime, 120 cronisti e 40 tecnici web. Il Cda Rai – che all’unanimità ha offerto alla giornalista la condirezione di Rai News 24 – è spiazzato e si dice «sorpreso» dal rifiuto, una scelta definita «incomprensibile». Gabanelli, sostiene il Cda, sarebbe intanto partita dalla guida del sito attuale (rainews.it) con 40 cronisti, certo non pochi e per due terzi scelti da lei.
Al suo arrivo alla Direzione generale della Rai il 9 giugno, Orfeo ha trovato una barriera precisa, a proposito di informazione. La nuova Convenzione, l’atto cioè che torna ad affidare il servizio pubblico tv a Viale Mazzini, chiede che siano ridotte le testate giornalistiche. Questa è la volontà del governo e del Parlamento. E allora il Cda Rai ricorda (giusto ieri) che una testata tutta per il web potrà anche nascere in futuro, ma a condizione di accorparne altre già esistenti. E una simile razionalizzazione può avvenire solo attraverso un Piano di riforma complessivo delle news che Orfeo varerà al più tardi entro l’anno. In attesa del Piano - sostiene Viale Mazzini - bene avrebbe fatto Gabanelli ad accettare la condirezione di Rai News 24 («testata di primo piano»), con 40 giornalisti mobilitati per il web, e con il supporto totale di sedi regionali e corrispondenti. Era quello lo strumento ideale, insomma, «per cominciare da subito il lavoro da lei stessa ipotizzato di rilancio dell’offerta online».
Gabanelli è convinta di aver letto bene la nuova Convenzione: «Dice che bisogna riorganizzare l’offerta informativa e colmare il gap digitale. Da nessuna parte stabilisce che non puoi varare un portale di news (che hai pronto e su cui hai investito), se prima non hai ridotto il numero di qualche testata». Nei suoi colloqui con i vertici di Viale Mazzini, la giornalista ha spinto per una soluzione rapida e non burocratica al problema: se il Cda avesse intanto unito il Tg1 e Rai Parlamento, subito si sarebbe liberato lo spazio editoriale per la sua testata autonoma. Orfeo però ha tenuto il punto indicando nel suo futuro Piano il luogo dove realizzare gli accorpamenti. Negli incontri con il direttore generale, Gabanelli ha anche chiesto uno spazio quotidiano di 5 minuti dopo l’edizione delle 20 del Tg1 (sulle orme di Enzo Biagi). Anche qui Orfeo - che pure è un estimatore della collega giornalista - si è riservato una decisione più avanti.
Michele Anzaldi del Pd, per una volta si schiera con il vertice della televisione di Stato. Il deputato coglie la Gabanelli in contraddizione perché rifiuta una condirezione a RaiNews24, lei che è stata assunta ed ha accettato di lavorare con i gradi più bassi di vice direttrice. Invece i 5Stelle attaccano con vigore: l’ideatrice di Report - accusano - viene fermata da un veto politico della maggioranza, che teme il suo giornalismo indipendente ora che siamo in vista delle elezioni politiche.

Repubblica 8.9.17
“Vedrete, resterà. Non ci sono veti politici”
L’intervista. Carlo Freccero, membro del cda: in tempi ragionevoli una testata autonoma

ROMA. Carlo Freccero, consigliere della Rai e ispiratore della proposta di collocare Gabanelli alla condirezione di RaiNews24. Come ha preso il rifiuto sdegnato della giornalista?
«Vivo momenti di malinconia. Sono andato io stesso dal capo del Personale a chiedere quanti nostri giornalisti avrebbero aiutato la Milena in questa sua prima avventura sul web. Ben quaranta. Le sembrano pochi?».
Gabanelli pensa di sì.
«Sono le forze che impiegano oggi i principali siti del Paese. Tanta roba».
Gabanelli pensa anche anche che l’attuale sito web della Rai è perdente. I vostri telegiornali, peraltro, lo considerano come una serpe in seno, capace solo di rubare le notizie alle altre testate aziendali.
«Su questo punto, le altre testate faranno bene a rassegnarsi. Il portale web dovrà fare esattamente questo e noi lo diremo con forza, nel nostro Piano di riforma: le notizie prima su Internet. In seconda battuta, arriveranno i tg che saranno sempre più come dei programmi, con analisi, inchieste e approfondimenti».
Il Piano di riforma, lei dice. Arriverà, prima o poi?
«Giornate di crisi come quella che abbiamo vissuto aiutano a sciogliere altri nodi. Il dg Orfeo e il presidente Maggioni, che si stanno muovendo con grande rigore istituzionale, vogliono fare presto e bene. Il Piano sarà pronto in tempi ragionevoli».
Ma che cosa conterrà? La Rai, alla fine, si doterà di una testata web autonoma?
«Assolutamente sì. Noi non siamo stupidi, non viviamo su Marte. Sappiamo di dover recuperare in questo ambito. Chiediamo solo di fare le cose per bene. Vedrete, la Milena resterà qui».
I 5Stelle, che l’hanno voluta in Rai, sono arrabbiati. Gabanelli, accusano, cade per un veto renziano.
«Non ci sono veti politici. Io, che sono un uomo di tv e un manager, ho proposto di mettere subito in campo Milena, in attesa del lancio definitivo nel web. Questo è solo realismo».
( a. fon.)

La Stampa 8.9.17
Rai, Gabanelli si sospende: non metto la faccia
di Michela Tamburrino

A Milena Gabanelli proprio non piace la proposta del Cda Rai, pienamente recepita dal Dg Orfeo, di ricoprire l’incarico di condirettore di RaiNews pur se ingentilita con la delega allo sviluppo dell’area web e del “data journalism”. Tanto non trova la proposta in sintonia con quanto prospettato in precedenza che prende la decisione di autosospendersi: «Non me la sento di mettere la faccia su un prodotto che non firmo, non essendone il direttore responsabile. Ho chiesto oggi al dg Orfeo di concedermi l’aspettativa non retribuita fino a quando il cda non avrà varato il piano news e deciso quegli accorpamenti che sarebbero il preludio per il varo di una nuova testata. Se a quel punto intenderà affidarmi la direzione troverà la mia disponibilità».
E mentre i membri del cda di viale Mazzini si dicono sorpresi per il gran rifiuto giudicato incomprensibile, Orfeo a detta di chi gli è vicino è amareggiato per i tre mesi di trattative andate in fumo e che invece erano sfociate in quella che a suo avviso resta «il massimo delle proposte possibili nelle condizioni date, condizioni che impediscono la creazione di nuove testate giornalistiche in mancanza del nuovo piano dell’informazione. Non mi spiego la decisione della Gabanelli. L’offerta fatta era da prendere in seria considerazione». E per scongiurare il possibile abbandono Rai di Gabanelli, Carlo Freccero, membro del cda, svela che entro 40 giorni la giornalista avrà la sua testata perché Orfeo ha assicurato che varerà il piano d’informazione.

Repubblica 8.9.17
La privacy usata come scudo per ridurre l’informazione
di Claudio Tito

NEL decreto del governo che intende disciplinare l’uso e la pubblicazione delle intercettazioni si nasconde una grande ipocrisia. Sintetizzata in una delle frasi con cui si apre la relazione che illustra il provvedimento: «La delega è volta a garantire la riservatezza delle comunicazioni ». Come se il nucleo più profondo di una questione così delicata fosse banalmente il diritto alla privacy. Non è così. Anzi si tratta di una mistificazione, di un paravento. Perché l’effetto è tutt’altro: stampa silenziata e opinione pubblica disarmata.
Solo così può essere accolto il tentativo di far prevalere la riservatezza su altri diritti fondamentali, a partire da quello di informare i cittadini.
Intendiamoci: nessuno nasconde l’esigenza di vietare alcuni abusi e di dare una nuova organizzazione a una materia che lo sviluppo tecnologico ha radicalmente trasformato. Nel decreto del ministro della Giustizia, però, questa necessità deborda e assesta un vero e proprio colpo alla libertà di stampa.
Vietare la pubblicazione delle intercettazioni consentendone solo la sintesi fatta da un magistrato equivale a privare non i giornali o i giornalisti ma l’opinione pubblica del diritto di sapere.
Va poi sfatato un mito che spesso si materializza quando si affronta questo tema. In discussione non ci sono le conversazioni irrilevanti ai fini dell’indagine o quelle privatissime tra due soggetti. Non si tratta di non prestare le dovute garanzie a chi è estraneo alle indagini o viene coinvolto solo incidentalmente. È evidente che tutto questo debba essere stralciato dal processo e anche dai giornali. In questo caso, però, si discute di colloqui che i magistrati hanno già dichiarato rilevanti. Dialoghi che gli inquirenti hanno valutato come decisivi per la prosecuzione del processo. Prove da utilizzare per dimostrare la colpevolezza di un indagato. Circostanze che un giudice ha reputato significative per descrivere il contesto losco o delittuoso in cui si muoveva l’imputato. E allora come è possibile che l’opinione pubblica ne debba essere tenuta all’oscuro? La rilevanza rimarcata in un atto giudiziario da un pm può diluirsi nell’irrilevanza quando si avvicina ai lettori? L’interrogativo ha una sola risposta: in gioco non c’è la privacy. L’obiettivo è semmai quello di arginare la stampa e i cittadini. Una scelta che sempre più assomiglia a un’ultima ondata che lascia con la risacca i detriti di una stantia difesa di chi è già forte.
Perché bisogna essere chiari: la riservatezza su cui si fonda il decreto non riguarda i semplici cittadini. I giornali pubblicano le intercettazioni dei personaggi pubblici, di chi ha un ruolo importante nella società. E chi chiede i voti agli elettori, guida delle grandi aziende, svolge un ruolo capace di impattare sui concittadini, ha necessariamente diritto a una privacy attenuata, inferiore a tutti gli altri. Non prendere atto di questa ordinaria osservazione — confermata di recente anche dalla Corte di Strasburgo — equivale a voler difendere chi è già potente. Alimentando il sospetto di una corsa all’auto-tutela e provocando quei sentimenti “anti-casta” che costituiscono il primo carburante del populismo.
Per questo esistono un “interesse giudiziario” e un “interesse pubblico”: non possono essere sovrapposti e soprattutto non possono scomparire. Ma l’intervento del ministro Orlando riesce a ottenere il risultato opposto.
Per risolvere il problema, basterebbe semplicemente affermare che il magistrato elimina dagli atti tutto quello che considera irrilevante ai fini dell’inchiesta. Una norma, peraltro, che già esiste nel codice di procedura penale (articolo 269).
Questo governo è allora davvero sicuro di voler correre il rischio di indebolire così tanto la nostra democrazia? Davvero crede sia giusto che l’opinione pubblica debba venire a piena conoscenza dei delitti commessi in questo Paese solo con estremo ritardo? Sarebbe stato giusto, ad esempio, non riportare con completezza quella frase («c’è lavoro per i prossimi dieci anni») pronunciata nel 2009 da un imprenditore subito dopo il terribile terremoto dell’Aquila?
Ci sono poi altri due aspetti che non si possono sottovalutare. Il primo riguarda il calendario della politica. Mancano sei mesi alle elezioni nazionali. Una classe dirigente responsabile non può lanciare un messaggio del genere in vista di un appuntamento così importante. Al momento, tra l’altro, il sistema di voto prevede le preferenze. E un elettore non può vedersi potenzialmente negare il diritto di sapere tutto quello che riguarda il candidato prescelto.
E poi esiste una questione procedurale. Un provvedimento che investe una questione tanto vitale per una società non può essere adottato con un decreto delegato. Ossia con un testo che non deve essere sottoposto all’esame del Parlamento. Le Camere, certo, hanno consegnato all’esecutivo una delega. Sta di fatto, però, che si arriva a stabilire una nuova disciplina delle intercettazioni con una legge che non ha bisogno di altre verifiche e con l’ombra — visti i contenuti — di un eccesso di delega. Il Consiglio dei ministri può vararlo — ma può anche evitare di farlo — entro il prossimo 3 novembre. La Camera e il Senato si trovano nella condizione di esprimere solo un parere, niente di più. Un percorso del genere non può che suscitare ulteriori dubbi sul merito del decreto. Che rischia, in questi termini, di cucirsi addosso la forma del bavaglio.

Repubblica 8.9.17
Intercettazioni, giro di vite solo riassunti e niente frasi E la privacy fuori dagli atti
Ecco la stretta sugli ascolti nelle inchieste che limita la libertà di stampa. Vietato a pm e giudici riportare parole tra virgolette
Uno stralcio del decreto del Guardasigilli Andrea Orlando che contiene la stretta sulla pubblicazione delle intercettazioni nella fase che precede il dibattimento
di Liana Milella

ROMA. Mai più intercettazioni tra virgolette nei provvedimenti dei giudici. «Soltanto il contenuto». È scritto così nel decreto legislativo firmato dal Guardasigilli Andrea Orlando, appena inviato in gran segreto ai più importanti procuratori italiani, che fa ripartire il treno della riforma delle intercettazioni. E per la libertà di stampa le notizie appaiono subito decisamente cattive. Ecco il decreto che Repubblica anticipa.
LA CONVOCAZIONE
Sette pagine di testo e altrettante per la relazione illustrativa. Precedute da una lettera di convocazione per la prossima settimana in via Arenula. Firmata dal Guardasigilli Orlando. Che accelera sulla riforma delle intercettazioni e vuole rispettare i tempi – solo tre mesi – imposti dalla legge sul processo penale entrata in vigore il 4 agosto. Per questo il ministro “sacrifica” l’idea di una commissione di esperti e lancia un suo testo su cui ascolterà velocemente il parere dei capi delle procure, gli stessi che si erano già dotati di un codice di autoregolamentazione. Ma – ed è questa la notizia a sorpresa – Orlando va oltre quei codici e punta a spazzare via dai provvedimenti dei magistrati i testi stessi delle intercettazioni. Sostituiti, come ordina la delega, solo da riassunti. Recita l’articolo 3 del decreto: «È fatto divieto di riproduzione integrale nella richiesta (del pubblico ministero, ndr.) delle comunicazioni e conversazioni intercettate, ed è consentito soltanto il richiamo al loro contenuto ». La stessa frase viene ripetuta per le ordinanze del gip e per quelle del tribunale del riesame.
ADDIO ALLE VIRGOLETTE
Una svolta radicale. Che si affaccia per la prima volta nella lunga discussione sulle intercettazioni che ha attraversato questa legislatura. Segnata da dure frizioni, proprio sull’uso e la pubblicità delle telefonate, tra l’ex premier Matteo Renzi e la magistratura. Della riforma si parla dal 30 giugno 2014, quando Renzi e Orlando annunciarono i 12 punti della giustizia. Il testo della delega, spesso finito sotto accusa per la sua genericità, mirava a garantire la privacy delle registrazioni di chi finisce casualmente in un’indagine, i famosi “terzi”, e soprattutto i riferimenti alla vita privata. Ma Orlando va oltre e interviene drasticamente sull’uso stesso delle intercettazioni.
ECCESSO DI DELEGA?
Il decreto legislativo, prima del via libera del solo Consiglio dei ministri, passerà il vaglio consultivo delle commissioni Giustizia di Camera e Senato. Da lì potranno arrivare critiche su un possibile eccesso di delega, perché con un decreto legislativo, e non con una legge, si tocca un meccanismo delicato della dinamica processuale. In mezza pagina, citando i relativi articoli del codice, il Guardasigilli cambia le attuali regole nell’uso delle intercettazioni che oggi vengono ampiamente citate nelle misure della magistratura. D’ora in avanti non sarà più così. Il decreto dispone «soltanto il richiamo al loro contenuto».
AVVOCATI PROTETTI
Ma ci sono intercettazioni che non leggeremo mai più perché non saranno neppure trascritte e finiranno in un archivio riservato di cui il pm sarà responsabile. Della telefonata tra avvocato e assistito il decreto dice: «Non può essere oggetto di trascrizione, anche sommaria, e nel verbale sono indicate solo la data e l’ora».
PRIVACY TOTALE
Stessa regola per «le comunicazioni o conversazioni i cui contenuti non hanno rilevanza ai fini delle indagini, nonché di quelle riguardanti dati personali definiti sensibili dalla legge». Un’eccezione però è ammessa, «quando il pm ne valuta la rilevanza per i fatti oggetto di prova». Solo in quel caso «con decreto motivato » il pm «può disporre la trascrizione ».
QUANDO LA DISCOVERY?
Un’udienza stralcio, collocata dopo le eventuali misure cautelari o comunque al momento della chiusura delle indagini, consentirà ai difensori di prendere cognizione del materiale raccolto, «di esaminare gli atti e ascoltare le registrazioni», di farne copia. Sarà quello il momento in cui la difesa potrà far valere i suoi diritti e dire quali colloqui ritiene rilevanti e da includere nel fascicolo processuale.
NORMA D’ADDARIO
Prende il nome da Patrizia D’Addario, la escort che registrò le serate con Berlusconi a via del Plebiscito. Prevede una pena fino a 4 anni per chi , «al fine di recare danno all’altrui reputazione o immagine », riprende o registra un colloquio privato. Punibilità esclusa per il diritto di cronaca e se il colloquio serve «a fini giudiziari ».
LIMITI AI TROJAN HORSE
Sono i captatori informatici che permettono di “entrare” in un cellulare e utilizzarlo come un registratore in movimento. Ma il decreto Orlando ne limita l’uso, ai soli reati più gravi, tra cui delitti di mafia e di terrorismo. Esclusi, invece, i reati di corruzione. I Trojan dovranno seguire le stesse regole rigide che regolano l’autorizzazione delle intercettazioni. Il magistrato dovrà motivare le «ragioni di urgenza che rendono impossibile attendere il provvedimento del giudice». Le prove raccolte dal Trojan non potranno «essere utilizzate per la prova di reati, anche connessi, diversi da quelli per cui è stato emesso il decreto di autorizzazione, salvo che risultino indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza ». Regole rigide anche per le frasi catturate «nel corso delle operazioni preliminari all’inserimento del captatore informatico e i dati acquisiti al di fuori dei limiti di tempo e di luogo indicati nel decreto di autorizzazione».
CORROTTI PIU’ INTERCETTABILI
Un piccolo passo avanti per la corruzione. «Anche se non vi è motivo di ritenere che in quel luogo si stia svolgendo l’attività criminosa » la registrazione diventa possibile.

Corriere 8.9.17
La diplomazia del denaro cinese
di Ian Bremmer

Ci sono molti modi in cui un governo può far valere i propri interessi sullo scenario internazionale. Alcuni mostrano i muscoli, altri scelgono di sovvertire e intimidire. In Asia, Africa, America Latina e persino in Europa, la Cina sta sfruttando i propri investimenti per ottenere ciò che vuole da Paesi e governi in difficoltà.
Gli esempi più clamorosi sono in Asia. Le relazioni del Pakistan con gli Stati Uniti si sono raffreddate bruscamente negli ultimi anni, e per molte ragioni, mentre i rapporti più cordiali stabiliti da Donald Trump con il primo ministro indiano, Narendra Modi, hanno spinto il governo e le forze armate pachistane a intensificare i legami con la Cina. A sua volta, gli investimenti di Pechino in Pakistan hanno preso nuovo slancio. Un progetto di sviluppo di infrastrutture, il Corridoio economico Cina-Pakistan, del valore di 55 miliardi di dollari, che fa parte della più vasta iniziativa cinese di un corridoio terrestre e marittimo verso i suoi partner commerciali, la cosiddetta «Belt and Road Initiative», sta generando crescita e occupazione in Pakistan. In cambio, la Cina sta sviluppando il porto di Gwadar, che le assicurerà una forte presenza nell’Oceano Indiano.
La promessa alle Filippine
Il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte non ama ricevere critiche dagli Stati Uniti e dall’Europa, e Pechino si è impegnata ad aiutarlo a modernizzare le infrastrutture arretrate del suo Paese. Finora la Cina non ha concretizzato molto, ma è bastata la semplice promessa a convincere il presidente a non lamentarsi troppo delle crescenti ambizioni della Repubblica Popolare di Xi Jinping nel Mar Cinese Meridionale. La voce delle Filippine è andata così ad aggiungersi al coro a sostegno della Cina tra i Paesi dell’Asean, l’associazione delle nazioni del Sudest asiatico, composta da dieci membri. Najib Razak, primo ministro della Malesia, propende anche lui per la Cina e come nel caso delle Filippine ha rinunciato a ogni tentazione di rivalsa nel Mar Cinese Meridionale, proprio perché anche il suo Stato ha bisogno di investimenti per la costruzione di strade, ponti e specialmente ferrovie — e anche perché lo scandalo per appropriazione indebita nei confronti della 1Mdb, un fondo sovrano, ha lasciato Razak e il suo governo a corto di liquidità.
Il peso in Africa
Da molto tempo i cinesi acquistano influenza in Africa, dove il presidente Xi Jinping ha promesso nuovi miliardi di investimenti negli anni a venire. La Cina inoltre fa sentire la sua voce in tutto il continente africano attraverso StarTimes, un’azienda privata di media e telecomunicazioni che gode dell’appoggio del governo cinese, e trasmette contenuti — e punti di vista — della Cina tramite varie filiali in 30 Paesi, arrivando in tutte le case degli africani.
Come membro dei Brics dal 2010, il Sudafrica ha spalancato alla Cina le porte della Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale, che dà accesso alle risorse naturali che vanno ad alimentare la crescita cinese, rafforzando l’influenza politica della Cina anche in questa regione. Pechino è diventato il maggior partner commerciale del Sudafrica e nel 2015 i due Paesi hanno siglato accordi economici per un valore di 6,5 miliardi di dollari. Il governo sudafricano ha premiato la disponibilità cinese a investire nel paese vietando l’ingresso al Dalai Lama in tre occasioni diverse dal 2009 a oggi, nonostante tutte le smentite ufficiali.
Il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, è stato uno degli unici due leader africani invitati a partecipare al Forum «One Belt One Road», sul nuovo corridoio commerciale terrestre e marittimo, che si è tenuto a Pechino all’inizio del anno: il Kenya può contare su massicci investimenti cinesi nelle infrastrutture in quanto rientra nel progetto del corridoio via mare. La Cina ha già costruito una rete ferroviaria ad alta velocità tra le città kenyote di Nairobi e Mombasa, e il governo si è sdebitato appoggiando le pretese territoriali della Cina nel mar Cinese meridionale e la richiesta avanzata da Pechino nei confronti del Fondo monetario internazionale, affinché la valuta cinese venga aggiunta al paniere dei diritti speciali di prelievo.
Le esportazioni in Sudamerica
La Cina inoltre ha speso molto tempo e denaro per espandere la propria influenza in America Latina e oggi è il più grande mercato di esportazione per Brasile, Cile, Cuba, Perù e Uruguay. Ma non si tratta più della solita storia della Cina alla ricerca di materie prime. Questi stessi Paesi, con l’aggiunta della Bolivia, oggi importano di più dalla Cina che da qualsiasi altra nazione. Anche Panama è entrata a far parte di questo gruppo, in parte perché gli investimenti cinesi per l’allargamento del Canale di Panama hanno consentito ai megamercantili cinesi di raggiungere l’Atlantico e la costa orientale degli Stati Uniti. Ai primi dell’anno il governo panamense ha annunciato che non avrebbe più riconosciuto Taiwan, regalando alla Cina un’altra vittoria diplomatica.
La Grecia e oltre
Pechino è in procinto di estendere la sua strategia anche in Europa, dove i vari leader si comportano ancora come se il mondo fosse ai loro piedi. Il più recente investimento cinese è stato in Grecia, un paese a corto di liquidità e infuriato per l’austerità e i rimproveri dell’Unione Europea. Atene si è aggiudicata gli investimenti cinesi grazie al corridoio terreste e marittimo. In particolare, un’impresa cinese di Stato oggi gestisce il porto commerciale del Pireo, il più trafficato del Mediterraneo. Qualche mese prima, al Consiglio delle Nazioni Unite la Grecia aveva osteggiato una presa di posizione dell’Europa per i diritti umani che criticava la repressione di Xi Jinping sull’opposizione politica interna. Poi si è unita all’Ungheria per sostenere all’Aia le pretese territoriali della Cina nel Mar Cinese Meridionale.
«Mentre gli europei si comportano come sanguisughe nei confronti della Grecia, i cinesi portano denaro e investimenti», ha dichiarato un funzionario greco il mese scorso. È una lezione per gli Stati Uniti, per l’Unione Europea, e per tutti quegli attori internazionali che pongono condizioni agli investimenti, pretendendo riforme di politica interna. Trump esalta a parole la potenza americana, eppure ha fatto capire chiaramente di non essere disposto a staccare grossi assegni. Ma guardiamo la Cina dal punto di vista dei beneficiari: Pechino offre ottimi accordi per i governi e i paesi in difficoltà, senza chiedere in cambio né rischi né sacrifici.
L’unica incognita nel futuro di questa strategia è dove verrà messa a segno la prossima conquista .
(Traduzione di Rita Baldassarre)

Repubblica 8.9.17
Il ritorno degli “zombie” in Cina volano i profitti delle aziende di Stato
La riforma di Xi
I guadagni delle imprese del partito sono cresciuti del 42% spinti dai prezzi delle materie prime e dall’immobiliare
La riduzione delle aziende di Stato è uno dei punti forti del programma di riforme del presidente Xi Jinping. Le società controllate dallo Stato, stimate in 133 mila, sono chiamate Zombie perchè lo stesso governo di Pechino non ha dati certi e aggiornati sulla loro attività e il reale stato dei loro bilanci
di Angelo Aquaro

PECHINO.
Il ritorno degli zombie fa volare gli incassi in Cina: ma come in ogni film dell’orrore c’è già chi urla dalla paura. Gli zombie sono il nomignolo che si sono meritate, e da un pezzo, le industrie di Stato che hanno fatto per decenni la ricchezza del Paese. Hanno investito nelle infrastrutture e nell’industria pesante facendo così volare il Pil. Ma nel tempo si sono anche trasformate in insostenibili carrozzoni di inefficienza e debiti. Così adesso Pechino si ritrova di fronte al paradosso del boom: nei primi sette mesi del 2017 i profitti complessivi previsti dall’esercito delle industrie di Stato crescono del 42%; un risultato straordinario se paragonato al timido 3% dell’anno prima e soprattutto al -21% del 2015. Ma troppo successo, si sa, può far male alla testa: e il partito delle riforme teme che così la testa potranno appunto salvarla i troppi zombie che ancora si aggirano per l’economia.
Ufficialmente sarebbero addirittura 133.631, le imprese di Stato. Ma qulle che contano davvero sono le 98 sotto la diretta amministrazione di Sasac, la commissione di controllo statale. Quando Pechino ha incominciato a sfoltire il (sotto)bosco erano ben 196, e il prossimo obiettivo è portarle addirittura quota 40. Il piano è uno dei fiori all’occhiello del presidente Xi Jinping, che non sono cento come quelli della famosa campagna politica di Mao Zedong, ma profumano comunque di ambiziose riforme. Peccato che poi ci siano le contingenze (s)fortunate come questa, perché davvero diventa complicato tagliare quando i conti contano così tanto: «Difficile chiamarle zombie se sono così profittevoli », conferma al Financial Times l’analista Shuang Ding: «Gli incentivi per chiuderle ora saranno ancora più deboli ».
Ma la difficoltà di decimare gli zombie starebbe anche nel manico della stessa riforma. Uno dei trucchi per asciugare il mare prevede che i pesci grandi mangino, forzatamente, quelli più piccoli. Le imprese di Stato, prevede il piano del governo, dovrebbero presto trasformarsi tutte in società per azioni, grazie all’arrivo dei fondi privati. Ma i privati, che poi sono i soliti amici degli amici di Palazzo, farebbero in pratica da foglie di fico, mentre l’albero continuerebbe ad avere le radici nel giardino del partito. «La Cina si sta sviluppando su una strada dove nessun altro paese si è finora avventurato », dice al South China Morning Post il professor Zhao della Renmin University. «Lasciare che il mercato raccolga le risorse mentre la “mano visibile” del controllo statale raccoglie i risultati migliori ». Il primo esperimento si vedrà con China Unicom, il più zoppicante dei giganti delle telecomunicazioni che qualche giorno fa ha riallocato il suo 35,2% tra una dozzina di investitori, che comprendono appunto le compagnia di bandiera Alibaba, Tencent e Baidu.
Non che il vecchio modello non abbia dato i suoi frutti. Nella top 500 di Fortune delle compagnie più grandi per ricavi, dietro al numero uno Usa Walmart e subito davanti al gigante giapponese Toyota, figurano le tre grandi sorelle dell’energia cinese: State Grid, Sinopec e China National Petroleum. Ma questo è appunto il top della montagna: che nelle sue caverne è infestata di zombie. Ok, adesso avranno anche trovato di che sfamarsi: ma il 42 per cento di profitti in più è un bocconcino che arriva solo grazie alla fame dell’immobiliare (ormai a rischio bolla), oltre alla temporanea risalita dei prezzi delle materie prime e — vecchio vizio — l’iniezione di spesa per infrastrutture che Pechino prescrive per far risalire il Pil. Ma questa, appunto, è contingenza: e dopo? Riusciranno i nostri zombie a ritornare sottoterra senza causare un terremoto nel socialcapitalismo?

Corriere 8.9.17
«Tenuta unisex per tutti» La scuola di Londra che bandisce la gonna
«Tanti incerti sulla propria identità». Proteste dei genitori
di Luigi Ippolito

Londra Prima, la scelta dei grandi magazzini John Lewis di cancellare la distinzione fra maschi e femmine nella linea di abbigliamento per bambini. Adesso, la notizia che una scuola nel Sussex ha abolito le gonne dalle uniformi scolastiche e imposto una tenuta unisex per tutti. E in entrambi i casi, grandi polemiche sul «politicamente corretto» portato all’estremo e sulla teoria «gender» che sostiene che non bisogna imporre ai bambini una scelta di genere predefinita.
L’ultima diatriba parte dalla Priory School di Lewes, nell’East Sussex, a sud di Londra. Il preside ha deciso che da quest’anno, a partire dalla prima media, tutti gli alunni dovranno vestire uniformi «gender neutral», ossia neutrali rispetto al sesso: in pratica tutti in pantaloni, maschi e femmine, per venire incontro al «crescente numero» di allievi che hanno un’identità sessuale confusa.
Sono già decine le scuole in Inghilterra, dove in classe si va rigorosamente in uniforme, che hanno autorizzato sia i maschi che le femmine a vestire gonne o pantaloni a seconda della loro preferenza e indipendentemente dal sesso biologico. Ma è la prima volta che le gonne vengono messe ufficialmente al bando. «Abbiamo un crescente numero di studenti che sono a un crocevia riguardo la comprensione del proprio genere — ha spiegato il preside —. La nostra scelta rimuove la necessità di prendere una decisione riguardo al vestire una cosiddetta uniforme maschile o femminile».
Ma le critiche sono arrivate un po’ da tutte le parti. Il giornalista e presentatore televisivo Piers Morgan, ex allievo proprio di quella scuola, si è detto «deluso» dal vedere il proprio istituto «risucchiato da queste sciocchezze sulla neutralità di genere, che vengono portate avanti da una piccola minoranza di persone». E ha aggiunto: «Lasciate che i maschi siano maschi e le femmine siano femmine e smettetela di confonderli in questo modo ridicolo».
Pure il locale deputato conservatore, anche lui ex alunno della scuola, si è schierato contro la decisione: «Rispettare la sensibilità di genere è importante — ha commentato — ma si tratta di correttezza politica fuori controllo se questo avviene a spese di un corpo di allievi molto più vasto, che adesso perderà il diritto di indossare una componente tradizionale dell’uniforme scolastica. Questo è un passo indietro».
Perplessità anche dai genitori. Una madre, citata dai giornali inglesi, ha sottolineato che sua figlia «è orgogliosa di essere una femmina e questa neutralità di genere è un gran problema per lei». La stessa ragazzina avrebbe scritto al preside per dire che «le femmine hanno corpi diversi dai maschi e dovremmo avere il diritto di indossare la gonna. Le ragazze devono avere una scelta».
Ma altri genitori hanno accolto la novità in maniera più positiva, sottolineando che «è una maniera per dire che tutti sono uguali». Ad ogni modo la scuola, che conta 1.100 alunni fra gli undici e i sedici anni, ha imposto la nuova tenuta unisex solo ai nuovi allievi che arrivano in prima media: quelli degli altri anni potranno continuare a vestire alla vecchia maniera, mentre d’ora in poi tutte le nuove classi dovranno adeguarsi. E il preside ha spiegato che non c’è stata consultazione con i genitori perché il provvedimento riguarda solo le nuove famiglie.

La Stampa 8.9.17
Google e Facebook ci trivellano l’anima
Catturano la nostra attenzione per estrarre fatti, aspirazioni e ansie di cui noi stessi ignoriamo l’esistenza Oggi il vero lusso è essere disconnessi
di Evgeny Morozov

Negli Anni 90, prima che fossero emersi i monopoli di piattaforme come Google e Facebook, la paura del digital divide era un argomento di spicco in molti programmi sociali. In quei primi anni, Internet era il parco giochi degli operatori Telecom, con pochi pionieri come America Online che conducevano esperimenti, poco riusciti, con i business model che si sarebbero raffinati soltanto una generazione più tardi.
All’epoca, la moneta dell’economia digitale era il tempo: Internet era misurato soprattutto in mesi, o almeno così erano calcolate le bollette che pagavamo ai nostri provider. Gli inserzionisti, per la maggior parte, mantenevano le loro distanze da Internet, ritenendola troppo rischiosa e strana. Senza di loro, l’economia digitale era rudimentale: pagavamo la bolletta mensile per la connettività, ma le aziende tecnologiche che ci vendevano il servizio non avevano nessun interesse a sapere cosa facevamo mentre eravamo online, nello stesso modo in cui alle compagnie di autonoleggio non importa dove andiamo con le macchine che ci affittano.
Una volta che l’infrastruttura è migliorata e la banda larga è divenuta la norma, è emerso un paradosso: potevamo navigare quanto volevamo ma, allo stesso tempo, non c’era nessun posto dove andare. L’Internet di quel periodo assomigliava al Far West e, soprattutto per i novizi, trovare qualcosa di utile e interessante era una sfida.
C’è voluto l’arrivo di Google e Facebook, prima per organizzare il caos della rete, poi per riempirla di aggiornamenti altamente personalizzati forniti dai nostri amici e colleghi. Queste due aziende hanno convinto gli inserzionisti che i servizi online non erano affatto un fenomeno transitorio, ma che invece costituivano un nuovo modo per prendere di mira i consumatori.
Con l’arrivo degli inserzionisti, anche la moneta dell’economia digitale è cambiata: non era più il tempo o il numero di megabyte ad alimentare la sua crescita, ma i nostri dati personali. Attraverso la raccolta e l’analisi di questi dati, il targeting del consumatore poteva essere migliorato, producendo ricavi superiori per ogni clic su ogni piattaforma.
Sempre più dati
La natura altamente competitiva del gioco spingeva sia Google sia Facebook a raccogliere sempre più dati dagli utenti. Più avanti, entrambi avrebbero scoperto un altro modo molto redditizio per utilizzarli e nel contempo diversificare il business: la messa a punto di sistemi d’intelligenza artificiale progettati da loro stessi. Allora, però, queste aziende erano impegnate a realizzare sistemi studiati per impedirci di passare troppo tempo fuori dai confini dei loro regni digitali.
Tutto ciò richiedeva sia la progettazione di servizi che creassero una forte dipendenza, vale a dire che ci fanno scorrere e cliccare ossessivamente, sia lo spostamento dei confini dei regni digitali fino a fargli comprendere ogni aspetto della nostra vita quotidiana. Google, che all’inizio era un semplice motore di ricerca, oggi, attraverso la sua azienda madre Alphabet, è presente nelle nostre case, nelle nostre automobili, e presto sarà anche nelle nostre pance. Sì, perché le ricerche dell’azienda si estendono al settore benessere e anti-invecchiamento, con prodotti che potremo inghiottire come pillole per produrre dati «azionabili» riguardanti potenziali malattie.
In un certo senso, questo cambio di valuta, non più basata sul tempo ma sui dati, ha prodotto alcune conseguenze piuttosto interessanti, anche se talvolta perverse. Ad esempio, la raccolta illimitata di dati alimentati dal settore pubblicitario ha portato all’accesso gratuito di molti servizi digitali, creando l’illusione che esista uno stato di welfare digitale parallelo controllato dalle piattaforme digitali.
Uno studio condotto recentemente dal Mit, nel quale veniva chiesto alle persone quanto denaro avrebbero voluto per rinunciare all’uso di queste piattaforme, ha prodotto alcuni risultati interessanti: per i motori di ricerca richiedevano 16.600 dollari; per le carte geografiche 2800; per i video 900. È come se gli inserzionisti dessero a ciascuno di noi un sussidio annuale di 20.000 dollari. Ma in cambio di che cosa, esattamente?
La risposta convenzionale è che il sussidio è un compenso per i nostri dati. Ma se la mettiamo in questo modo, partiamo dal presupposto che i dati sono una cosa che esiste già, un bene che può essere dato in cambio di un servizio immediato, come una ricerca o una geo-localizzazione. Ma davvero i nostri dati esistono in questa forma già pronta all’uso?
Un’altra risposta comune presuppone che i dati possano essere trattati alla stregua di una risorsa naturale, e che quindi queste aziende li stiano semplicemente estraendo, come le aziende petrolifere estraggono il petrolio. Quest’ultima risposta si avvicina di più a quello che sta accadendo, anche se i suoi sostenitori sono spesso poco chiari quando si tratta di spiegare esattamente come avviene questa estrazione. E il quadro non è affatto bello.
La realtà è che attraverso gli algoritmi, i filtri e tutti i trucchi del design le grandi piattaforme trivellano la nostra psiche per estrarre fatti, connessioni, aspirazioni e ansie di cui forse noi stessi ignoriamo l’esistenza. Ma per farceli rivelare, la nostra attenzione dev’essere catturata e diretta verso un’altra attività coinvolgente offerta dalla piattaforma: clicchiamo «mi piace», scriviamo tweet, scorriamo post.
Così le sensazioni di affaticamento, distrazione e stanchezza che molti di noi proviamo dopo aver passato un’ora a scorrere informazioni sullo smartphone non sono affatto frutto della nostra immaginazione: durante quell’ora, il nostro corpo - e la nostra mente - sono stati sfruttati come piattaforme di trivellazione per estrarre i dati più intimi nascosti nella profondità della nostra coscienza. Possiamo paragonare l’esperienza a una forma rapace e predatrice di psicoanalisi condotta da una grande azienda su scala industriale, senza che noi, i pazienti, lo sappiamo o lo vogliamo.
Utili prede
Questo processo di estrazione continuerà fino a quando la pubblicità sarà al cuore dell’economia digitale. Ma anche se la sua presa sull’economia digitale si allentasse, noi saremmo sempre utili prede delle piattaforme digitali: finché possiamo addestrare i loro sistemi di intelligenza artificiale con la nostra tacita conoscenza, loro saranno felici di continuare a trivellare.
Fortunatamente, la prevalenza dei dati sul tempo come moneta preferita dell’economia digitale non è assoluta. Si può ancora trovare un modo di accedere alla rete senza passare attraverso i tunnel gestiti da Google o Facebook. Ma per quanto tempo ancora li si potranno scavalcare? In ogni modo, questo è sempre meno possibile per gli utenti dei paesi in via di sviluppo, dove Facebook e i suoi simili offrono l’accesso apparentemente gratis a Internet, a patto che questi limitino la maggior parte della loro attività online all’uso di Facebook, dove devono consumare tutte le notizie e informazioni di terzi, rimanendo sempre sul sito del social, senza uscirne.
Il nuovo «digital divide»
Questo mette in evidenza una spaccatura di classe molto importante nell’economia digitale: i poveri hanno poca scelta, e devono continuare a lasciar sfruttare i loro corpi e le loro menti quali siti di trivellazione per l’estrazione dei dati, mentre i ricchi possono fare a meno dell’intero sistema. Possono rifiutare Facebook, possono sperimentare gli smartphone fatti su misura con accorgimenti che assicurano la tutela della privacy, possono assumere un curatore personale di informazioni che fa le ricerche al loro posto, twitta al loro posto, elimina le fake news disseminate da altri sui social, e così via. Per non parlare delle centinaia di applicazioni per il potenziamento della consapevolezza - per molte delle quali si deve pagare una sottoscrizione settimanale - che i ricchi possono installare per riconquistare il proprio atteggiamento zen nei confronti della vita, soprattutto se il loro lavoro non richiede che si tuffino nell’oceano di distrazione di Facebook o Twitter.
Uno dei principali paradossi dell’economia digitale, quindi, è che l’attuale digital divide appare molto diverso da quello dei primi Anni 90: allora erano i ricchi che perseguivano la connettività e i poveri che ne erano esclusi. Oggi il problema è il contrario: i poveri sono iperconnessi, al punto di subire l’erosione della concentrazione e l’accrescimento della dipendenza da scrolling, mentre i ricchi possono permettersi di girare alla larga dal caotico ambiente digitale, lasciando ai loro assistenti il compito di girovagare nei suoi terreni disseminati di distrazioni e pericoli d’assuefazione.
La non-connettività è diventata un lusso, mentre la connettività - almeno nei termini dettati dall’economia digitale che si alimenta di pubblicità e intelligenza artificiale - è un fardello che nessun individuo autonomo e sano di mente, di sua spontanea volontà, vorrebbe portare.

La Stampa 8.9.17
Gli internati militari italiani dimenticati dell’8 settembre
In seicentocinquantamila decisero di non collaborare con i tedeschi e finirono ai lavori forzati nei lager
di Andrea Parodi

Raccontare poco non era giusto, a raccontare il vero non si era creduti, allora ho evitato di raccontare. Sono stato prigioniero e bon, dicevo». Così un Internato Militare Italiano a chiusura delle sue memorie, quasi scusandosi. Poche, rassegnate parole che riassumono un disagio diffuso tra gli oltre 650 mila militari italiani che quell’8 settembre 1943 scelsero volontariamente di non continuare a combattere a fianco dei nazisti.
L’annuncio di Badoglio («Ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza») lascia nel caos un esercito che contava due milioni di uomini. Delusi, impreparati e peggio equipaggiati. Esausti di combattere dopo le gravi sconfitte in Africa e in Russia, con la certezza di una vittoria che non sarebbe mai arrivata. Nelle ore immediatamente successive all’Armistizio il Regio Esercito si sfalda. Inizia la Resistenza. Per i soldati italiani catturati dai tedeschi inizia un’esperienza terribile: quella del lager. I nazisti non offrono terze scelte: «o con noi, o contro di noi». L’alternativa a prendere un fucile e cominciare a sparare ad angloamericani e italiani badogliani era solo quella di essere internati nei lager di Germania e Polonia. Nemmeno come prigioniero di guerra, status riconosciuto internazionalmente, ma come Internato Militare Italiano, o Imi. Definizione coniata da Adolf Hitler in persona.
È stata questa degli Imi la forma di Resistenza più numerosa. Può sembrare paradossale, proprio perché non se ne parla mai. Il rifiuto a collaborare con il nuovo nemico nazista, preferendo l’Italia di Badoglio e di Brindisi a quella di Mussolini e di Salò, è un fenomeno vastissimo.
Molti italiani possono vantare un nonno, uno zio o comunque un parente che è stato Internato Militare Italiano. Semplicemente lo ignora. Il paradosso si riassume nella citazione delle memorie dell’Imi: tornati dalla guerra non hanno voluto raccontare. Hanno preferito integrarsi in silenzio nella società. Parlando della loro esperienza bellica, anche con dovizie di particolari, per tutto ciò che riguarda gli eventi prima dell’8 settembre e liquidando con poche e sofferte parole i due anni «prigioniero in Germania». Meglio dimenticare al più presto. Assolutamente difficile che abbiano utilizzato le parole giuste: «campo di concentramento». Non si usava.
Gli Imi erano impiegati come schiavi (nelle aziende agricole come contadini, nelle fabbriche e nelle miniere come operai). La notte tornavano in luoghi di terrore e di morte, contrassegnati con un numero. Senza assistenza sanitaria, senza tutele, senza dignità umana. I nazisti, per costringerli alla resa, li facevano gelare nell’inverno tedesco e gli diminuivano il cibo. Si soffriva la fame più nera. La memorialistica parla spesso di bucce di patate marce trovate tra la spazzatura. Significative le parole del poeta Tonino Guerra: «Nella vita sono stato felice soprattutto quando mi hanno liberato: per la prima volta ho ammirato il volo di una farfalla senza il desiderio di mangiarla». Gli effetti della fame si trovano anche nelle pagine del Diario di Giovannino Guareschi, animatore della vita culturale nei lager insieme, tra gli altri, a Gianrico Tedeschi: «Quando mi faccio la barba da sotto la pelle vedo il mio scheletro. Non pensavo che anche le ossa potessero dimagrire». Il risultato fu che in circa 50 mila morirono di stenti, per le malattie, per le sevizie dei nazisti, per i bombardamenti alleati.
Il silenzio di questi protagonisti de «l’altra Resistenza» (come l’omonimo libro di Alessandro Natta, pubblicato da Einaudi solamente nel 1997) si è interrotto intorno alla metà degli Anni 80, con l’età della pensione degli Imi. Una grande occasione perduta per molti familiari, che ancora oggi non comprendono. Gli storici hanno avuto grandi responsabilità. In Italia nel dopoguerra ci si è concentrati sulla memorialistica partigiana, che ha di fatto monopolizzato l’eredità della lotta di Liberazione. Non è un caso che il primo storico a occuparsi con grande attenzione al tema degli Imi sia stato proprio un tedesco nel 1990: Gerhard Schreiber, scomparso poche settimane fa. Che coniò una definizione in tre parole: «Traditi, disprezzati, dimenticati».

Corriere 8.9.17
Fortini, in nome del futuro
Incapace di mediazioni, affine e lontanissimo da Pasolini: la sua lezione vale ancora
Tornano passioni e indignazioni di un «seminatore di scandali e di scismi»
di Paolo Di Stefano

«Che sant’uomo, ma che tormento!». Fu la sua amica Grazia Cherchi a trasferire su Franco Fortini la frase che don Abbondio rivolse al Cardinale. Un sant’uomo fin troppo inquieto. Fortini diede ragione all’amica, al punto che ricordando la sua presenza nel comitato della rivista «Officina», formato da Pasolini, Roversi, Leonetti, Scalia, Romanò e altri, ammise con (insolita) autoironia: «Quanto a me, ero un seminatore di scandali e di scismi, su questo non c’è dubbio; e credo veramente che la pazienza di quegli amici io la portassi al limite». È così, naturalmente, Fortini ha portato al limite la pazienza della cultura italiana, perché non era mai contento di nulla, tantomeno del presente che viveva. Come ha scritto Giovanni Raboni, fino all’ultimo giorno della sua vita Fortini si è rifiutato di smettere di sognare, ovvero di seguire il consiglio pressante che ci viene dal nostro tempo: finirla, una buona volta, di sognare. Consiglio, peraltro, su cui gran parte della cultura (non solo politica e non solo italiana) si è ampiamente allineata molto più di quanto lo stesso Fortini potesse temere o immaginare.
Per questo il poeta (grandissimo), critico, saggista è oggi più che mai fortemente «inattuale», parlava del presente «in nome del futuro» (sempre Raboni): con l’atteggiamento mentale dell’educatore che ha e vuole trasmettere l’ossessione di distinguere (il bene dal male). Comunque sempre scomodo, eretico, non ortodosso come marxista, non istituzionale come letterato, anticonfessionale come intellettuale sensibile al pensiero religioso. Già in vita Fortini è stato descritto non solo dai suoi numerosi avversari come una specie di Savonarola, un predicatore perennemente con il dito puntato. Pasolini lo accusò di essere «malfidato» nell’accezione romanesca, non nel senso di malfido ma di malfidente. «È piuttosto vero», disse Fortini, che era orgoglioso della «fredda ira» (Berardinelli dixit) che traspariva persino dalla sua poesia: fermo restando che tra poesia e ideologia o critica della società e del mondo per lui non c’era alcuna soluzione di continuità. «La mia grinta mortuaria, di ghiaccio-represso», per usare parole sue, si indirizzava ovunque sentisse profumo di conformismo, di opportunismo da chierici, di specialismo asettico da «logotecnocrati» (per usare il sarcasmo del suo amico Cesare Cases).
Polemizzò con tutti, Fortini, anche e soprattutto con gli amici. E anche questo massimalismo infaticabilmente dialettico lo rende prezioso in un tempo in cui la polemica non c’è o si riduce a insulto sterile: basta leggere la sua Verifica dei poteri , un libro del 1965 riproposto adesso dal Saggiatore con prefazione di Alberto Rollo. Dove si parla di padri e di figli (tensione tra passato e futuro, appunto): anche di padri ingombranti, come osserva Rollo, a cominciare da Lukács, per continuare con Auerbach, Spitzer, Goldmann… Leggendo Pasternak, Proust, Kafka, Mann, Brecht, Fortini «verifica» la distanza dalla grandezza e cioè dalla verità, che è il (sottinteso) obiettivo utopico verso cui non si stanca di tendere chi vorrebbe, come lui, trasformare radicalmente il mondo. In definitiva verificare è il suo atteggiamento costante, qualcosa che somiglia a un «mandato» sociale sia quando è poeta sia quando è filologo sia quando è moralista, ed è per questo che non c’è separazione neppure tra il critico letterario e il saggista etico-politico che comunque instaurano un rapporto necessariamente conflittuale con la propria materia e con la propria contemporaneità.
Come fa presente Pier Vincenzo Mengaldo (il massimo lettore di Fortini), «certamente sua non è quell’arte della mediazione che era somma in Lukács», essendo, al pari di Pasolini, «uomo dell’impazienza e non della tessitura, del fulmine e non del fuoco lento». Amici e nemici, Fortini e Pasolini, simili e opposti. Romano Luperini definisce benissimo i due caratteri: «L’uno è poeta di un’inibizione, l’altro di un’esibizione. Fortini tende al distanziamento razionale e quasi classico (…); Pasolini alla visceralità. Il primo ha in orrore ogni eccesso vitalistico, odia l’intemperanza e la mancanza d’equilibrio sia nel comportamento sia nelle scelte linguistiche, e ha sempre rifiutato lo sperimentalismo; il secondo trovò in una disperata vitalità l’unica ragione della sua esistenza…».
Da queste prospettive divergenti nascerà nel novembre 1956 il celebre (e rude) confronto in versi, ospitato da «Officina», sul rapporto intellettuale-realtà tra il militante socialista ma intimamente comunista (Fortini) e il «compagno di strada in crisi e scomodo» (Pasolini), lontano da ogni schieramento diretto. L’incontro tra Fortini e la «nuova sinistra» dei «Quaderni piacentini» allargherà la distanza, tant’è vero che in Verifica dei poteri , la «disarmata sincerità» di Pasolini, definita «inutile coazione a ripetere», viene collocata tra i tanti bei gridi «così sterili, rauchi — e confusi» contro la meschina infamia dell’Italia. La rottura diventa quasi insanabile con le barricate del Sessantotto, quando i due ex sodali si ritroveranno su sponde avverse. Ma quella lunga burrasca intellettuale verrà poi rivissuta, a bocce ferme, nel 1993 in un libro, Attraverso Pasolini , in cui Fortini fa i conti con se stesso: «Aveva torto e io non avevo ragione». L’assassinio di Pasolini, secondo l’amico, conferì valore profetico agli stessi scritti corsari la cui visceralità ingenua (o finto ingenua) non gli era mai piaciuta.
Avrebbe potuto avvicinare Fortini a Pasolini la nuova temperie del Gruppo 63, che li vedeva ugualmente ostili, ma non avvenne, benché Pier Paolo, proprio in quella fase, provò a coinvolgere Franco nella rivista che dirigeva con Moravia e con la Morante, «Nuovi Argomenti». Le ragioni del rifiuto erano inequivocabilmente politiche: Pasolini a Roma, con i suoi film, da Accattone al Vangelo secondo Matteo , appariva come il protagonista di un centro di potere, una figura precipitata nel discredito dei giovani intellettuali che circondavano Fortini (Panzieri, Solmi, Bellocchio, Cherchi, Fofi…). Il quale nel frattempo aveva aperto un conto con la neoavanguardia di Sanguineti che, sempre in Verifica dei poteri , viene individuato come il fautore dell’avanguardia come «arte da museo e da atelier di moda», il teorico dell’«altra faccia della chiacchiera di massa», ovvero della neoavanguardia come saldatura tra letteratura e ordine borghese-capitalistico. Né in questo caso, diversamente dal rapporto con Pasolini, Fortini ha avuto ripensamenti, se è vero che in un ritratto degli anni Novanta appare ancora più duro, parlando di «fastidioso culturalismo poliglotta» e, peggio ancora, della «posizione politica di parlamentare, per così dire, “normalizzato”», in cui Sanguineti «sembra trovare un contenitore per i frantumi psichici del suo passato»: «Una ironia depressiva fra crepuscolarismo, comunismo e liberty».
Per la verità, non è che dal suo nemico gli siano mai mancate durissime repliche pan per focaccia. Analogo trattamento fortiniano nei confronti delle sperimentazioni di Giorgio Manganelli, colpevole, con il suo «spreco e fasto lessicale», di immergere il lettore nei «piaceri della pubblicità televisiva». E così non meravigliano le riserve, contraddittorie, nei confronti del padre ideale della neoavanguardia, Gadda, verso il quale Fortini dichiara senza mezze misure: «Mi è sempre stato antipatico», «certe laceranti delusioni non mi commuovono affatto». Ma su un altro versante, si ricorderanno la netta repulsione per La storia di Elsa Morante o le ironie acide a proposito del successo ottenuto dalle Lezioni americane dell’amico Calvino: «Un decennio di “pensiero debole” e di relativismo da morale laica hanno disposto moltissimi ad accogliere queste pagine».
Sono discussioni e prese di posizione lontanissime, ben più remote di quanto la cronologia esterna farebbe credere. Talmente anacronistiche da risultare sempre indispensabili. In fondo oggi verificare sarebbe più urgente che mai.

il manifesto 8.9.17
Le parole dell’attesa
Intervista. Un incontro al Festivaletteratura con la poeta curda Choman Hardi, che presenta la sua raccolta «La crudeltà ci colse di sorpresa. Poesie dal Kurdistan», per le Edizioni dell'Asino e la traduzione di Paola Splendore. «All’inizio avevo una rabbia mista a una retorica sentimentalista. Mi sono esercitata nella distanza»
di Alessandra Pigliaru

MANTOVA Sono fuochi d’artificio o spari? / Ce lo chiedevamo ogni sera / scendendo nella cantina che puzzava di fumo / quando esplosioni rosse graffiavano il cielo». Non ci si abitua mai a quel rumore, basso e continuo, la stessa intermittenza è nel verso tagliente di Choman Hardi, poeta che ha scelto di cantare la sorte del suo paese, il Kurdistan, in particolare una delle pagine più feroci, dal febbraio al settembre 1988 durante il massacro di Alfan. Cosa significhi sapere di arrivare da un posto mai arreso eppure costretto alla invisibilità, lo si legge negli occhi di questa giovane donna di 42 anni. Si muove lentamente tra quel verde autunnale di chi ha ascoltato l’annientamento di un popolo, il suo, e ha un sorriso che somiglia all’accordo segreto di sentirsi in pace, in qualche angolo del cuore, libere.
A leggere La crudeltà ci colse di sorpresa. Poesie dal Kurdistan (pp. 97, euro 10), tradotte e curate con empatica competenza per le Edizioni dell’Asino da Paola Splendore a cui va aggiunta la nota di Hevi Dilara, si assiste subito a una poesia essenziale, scarna, che va all’osso dopo una laboriosa opera di sottrazione. Il troppo pieno è già il dolore delle operazioni militari, delle torture, dei gas asfissianti, delle persecuzioni.
LE VITTIME DEL GENOCIDIO di Anfal sono state 182mila, 2mila i villaggi rasi al suolo, un esodo di donne e uomini in fuga dalla violenza dello Stato iracheno e delle bombe chimiche. Tra chi cercava scampo fuori dal paese, principalmente verso Iran e Turchia, c’era anche Choman Hardi; era la seconda volta che, insieme alla sua famiglia, aveva dovuto lasciare Suleymania (la prima è stata nel 1979, a cinque anni). L’attesa del ritorno a casa è visitata dai sogni sulle guardie di frontiera e dal disarmo, passo dopo passo, delle rivendicazioni.
Fin da ragazzina comincia a scrivere versi, facilitata da un padre poeta e da una formazione appresa in parte in Inghilterra dove ha vissuto per qualche anno (dal 1993), come rifugiata politica. «Vorrei avere una ragione più sofisticata per dire come io sia stata iniziata alla poesia – dice Hardi incontrata a Mantova per il Festivaletteretaura – ma l’unica vera è la più semplice: è successo quando mi sono innamorata, in un momento di grande e ingovernabile felicità. È stato solo l’inizio». Ecco che da un tumulto adolescenziale, la voce a lei dovuta diventa «cronaca della distruzione», come la definisce Splendore nella prefazione al volumetto. Inventariando le altrui e proprie ferite, Choman Hardi sceglie di restituire lo sguardo di chi non rinuncia al senso dell’umano. Le donne con cui ha parlato, sono loro che affollano i versi, l’hanno riconosciuta come un’adeguata interlocutrice; è stata tuttavia la consapevolezza di essere una privilegiata – dinanzi a chi aveva perso tutto – a consentirle di ascoltare quelle testimonianze con lucidità. «Sono state prodotte inchieste – osserva Hardi – andando a intervistare in particolare le donne curde, ogni volta però si tende ad assumere uno sguardo esasperato, vittimistico e spesso impietoso nei loro confronti senza curarsi né del contesto, né del fatto che c’è una guerra che dura da più di cento anni e che ha causato, tra gli altri danni irreversibili, una complessità all’interno della stessa comunità; contraddizioni spesso insanabili».
SE NELLA PRIMA PARTE delle due sillogi che compongono il volume (Life for Us, del 2004, a cui segue Considering the Woman del 2015) emerge l’interrogazione dell’infanzia, è la lunga sequenza dedicata al massacro di Anfal ad averle richiesto più fatica. «Ho impiegato sette anni perché la stesura definitiva ne ha richiesto molte altre precedenti. All’inizio avevo una rabbia mista però a una retorica sentimentalista che non avrebbe reso un buon servizio a quanto avevo intenzione di consegnare e rappresentare. Mi sono quindi esercitata nella distanza. Non volevo che la tragedia, già evidente nei fatti che andavo a evocare, venisse a moltiplicarsi a discapito delle storie. Ho capito che erano queste ultime a dover parlare da sé, attraverso la voce delle protagoniste. Esaltare emozioni già forti e presenti nelle vicende sarebbe stato efficace per una performance, non per la pagina scritta».
Se allora il trauma si può fronteggiare solo attraverso parole già mondate, distillandone il pericolo di un altisonante riverbero che contribuirebbe solo a nasconderne la verità, sono proprio loro – le parole – a possedere «una potenza enorme» e a costruire un varco di praticabilità nell’esistente. «Quando a 14 anni sono rientrata nel mio paese ho letto moltissimi libri in persiano, in curdo non si riusciva più a trovare niente. Ho conosciuto i testi della poeta Forough Farrokhzad, scomparsa a 32 anni alla fine degli anni Sessanta, aveva una impostazione politica precisa, descriveva per esempio la società patriarcale che la circondava; soprattutto mi ha insegnato un’altra misura, sia della poesia che della scrittura. Sono rimasta altrettanto colpita da Sohrab Sepehri, anche lui iraniano letto in originale. La poesia curda che conoscevo, della generazione di mio padre, si occupava di questioni certo importanti come la patria, il nazionalismo, la rivoluzione, l’amore e la morte come valori etici. Poter congedare quella magniloquenza per accedere, come accadeva nella poesia moderna, alle esperienze minime e quotidiane in cui un’ombra, una pietra traducevano la realtà, mi è sembrata una scoperta irrinunciabile che ho continuato a perseguire».
IL SUCCESSIVO PASSAGGIO dal curdo all’inglese non è stato facile ma, nella vicenda di Choman Hardi, ha un valore politico che non è un processo di adeguamento. «Vivere dentro una lingua determina la perdita di alcune cose e l’acquisizione di altre. Nel mio caso ho deciso di cominciare a scrivere anche in inglese per cercare un’altra forma della distanza. Come è facile intuire, il curdo e l’inglese hanno tradizioni diverse e anche i loro destini sono opposti. Se con la seconda è possibile diffondere la storia del Kurdistan nel mondo perché rinunciarvi? Ora ho ricominciato a scrivere nella mia lingua d’origine. All’American University of Iraq, dove attualmente insegno, incontro molti studenti e non sembra desiderino ricordare né farsi troppe domande».
Lo sforzo è allora di tenere vivente la memoria, percorso di orientamento all’interno di una mappa introvabile che è il Kurdistan; se da un lato vi è l’esito di costanti angherie geopolitiche che ne hanno preteso, e ancora ne reclamano, l’annientamento definitivo, d’altra parte la nudità della poesia è l’ago paziente disposto al rammendo, ripara e ricostruisce ciò che sembra impossibile da riconoscere.
«Da tre anni sono tornata a Suleymania. Quando vivevo in Europa e mi chiedevano da dove arrivassi quasi nessuno sapeva dove e cosa fosse il mio paese. Ne ho sofferto, ho lottato per la mia identità. Una volta, invitata a un festival letterario, l’ospite proveniente dalla Turchia andò addirittura dagli organizzatori per dire loro che il Kurdistan non solo non esisteva ma domandava la ragione per cui lo avessero addirittura segnato accanto al mio nome, quel luogo inventato chissà da chi. La mia reazione è sempre stata di grande e scomposta rabbia fino alle lacrime. Poi ho capito che avevo la scrittura dalla mia parte. Se questi discorsi tendono a marginalizzare uomini e donne, a riprodurre oppressione, è nella letteratura che ho trovato ciò che corrispondeva alla mia liberazione».
(in collaborazione con Paola Splendore)

Corriere 8.9.17
Mannarino
«Non sono un bohémien tutto rabbia e vino
Ho avuto fidanzate bellissime, ora sono solo»
di Stefano Landi

C’è un Mannarino che sale sul palco e riceve ogni volta l’abbraccio di migliaia di persone che vibrano come fossero corde dello stesso violino. Poi c’è Alessandro, un ragazzo di Roma. «La cosa più difficile resta saper dividere il mio pubblico dal privato. Io sono uno che la vita privata se la vuole tenere stretta, perché è la cosa più preziosa. Fin dal primo disco mi hanno appicciato addosso l’etichetta del personaggio bohémien , tutto rabbia, vino e metafore. Ma quell’etichetta mi ha spaventato e lotto ogni giorno per defilarmi da quel personaggio. Spero sempre che l’attenzione della gente sia su quello che scrivo» racconta.
La fuga dalla mondanità
Mannarino sta preparandosi a salire sul palco. Fra poco lo show lo trasformerà in un animale da palco pronto a far ballare la gente in una grande festa pagana. E per questo quasi sottovoce vuole rimanere incollato ai momenti del suo quotidiano. Quelli di chi non ha smesso di vivere fedelmente il suo quartiere. Monte Sacro, dove abita oggi: «Una zona né centrale né elegante. Quello che conta per me è la dimensione intatta che ti fa sembrare tra le mura sicure di un paese. Qui si conoscono tutti. Vado a fare la spese al mercato all’aperto, gioco a pallone con gli amici di sempre. Quelli che mi chiamano Alessandro e mi proteggono da tutto. Sono questi rapporti veri che mi fanno avere un legame così puro con la musica». Però quando esce Bar della rabbia nel 2009, Mannarino è ancora un ragazzo con soprattutto tanta voglia di esplodere. Non un uomo di 37 anni capace di misurare le ambizioni: «All’inizio pensavo che il successo mi rendesse interessante. Ma ho capito che se hai un limite come uomo non basta essere un personaggio famoso per passargli sopra». Per questo Mannarino fugge dalla mondanità, resta fuori volentieri dai circoli del gossip. Anzi appena può fa le valigie e parte zaino in spalla, da solo, per un posto lontano dove perdersi tra migliaia di sconosciuti: «Per scrivere Apriti cielo sono stato mesi in Brasile. Non ho mai raccontato a nessuno chi ero».
Godersi la solitudine
Un discorso che vale anche e soprattutto con le donne: «Donne bellissime, ognuna ha fatto qualcosa per migliorarmi. Un’ex fidanzata, che lavorava per la Fao e Medici Senza Frontiere, mi ha insegnato a viaggiare da backpacker . Credo nel confronto con una donna, per questo mi sono sempre innamorato di persone mature, di grande personalità, di esperienza. È grazie ad alcune di loro che ho imparato a tenere botta davanti alle illusioni del successo. Ora sono solo. Vivo la giornata e mi godo la solitudine. Sono consapevole che il mio lavoro mi sta rubando tanto del tempo che una donna merita le venga dedicato». Anche perché il rischio può essere di innamorarsi dell’artista che si vede sotto i riflettori durante il concerto: «Quando scendi dal palco, la donna non vuole Mannarino. Non vuole il pavone che si specchia in se stesso. Ora sto entrando in una fase della mia vita in cui vorrei provare a rimettermi in discussione, trovare con una donna il rapporto profondo». Ma negli ultimi anni c’è una ferita che resta aperta: ma non è una questione di cuore.
Il ricordo di Stefano Cucchi
Giugno 2014, lungomare di Ostia. È la sera della festa di 18 anni della sorella. Viene importunata, c’è un’aggressione e Mannarino viene condannato a un anno e 6 mesi di carcere per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. A breve si aprirà il processo d’appello: «Quello che mi ha fatto più male sono stati gli insulti che ho ricevuto sui social. Gente poco informata. Da lì nutro un sentimento di riservatezza più forte». Nel disco precedente c’è Scendi giù : «La mia canzone più arrabbiata. Racconto l’ingiustizia vissuta da Stefano Cucchi. Mi emoziona sentire la gente che la canta a squarciagola». Di Mannarino resta forte l’impegno sociale. Nell’ultimo tour, è salito sul palco con una maglietta con la scritta «case popolari»: «Quando ero bambino vivevo in un quartiere popolare, San Basilio. Mia madre mi ripeteva sempre: “Se ti chiedono dove vivi, rispondi sempre tra la Nomentana e la Tiburtina”». Indosso quella maglietta perché voglio che se c’è qualcuno nel pubblico che sta vivendo una storia simile non si debba vergognare. Vado fiero delle mie origini. L’ambiente popolare mi ha dato un cuore». Mannarino resta uno dei figli più fedeli di Roma: «Un rapporto complesso per l’arroganza di questa città, colpa dei poteri forti: dovremmo essere in uno stato laico, invece ti inculcano una religione fin da piccolo». La gente si immagina un Mannarino politicamente schierato: «Invece non mi riconosco più in nessun movimento. Al liceo mi sentivo di sinistra, mi affascinavano parole come uguaglianza e fraternità».
Le ninna nanne di Trilussa
Erano gli anni in cui nasceva la vena artistica: «Mio nonno mi ha aperto la finestra sulla poesia. Appassionato di jazz e opera, mi leggeva Trilussa come ninna nanna». Così è maturato il sogno di fare il cantante: «Andandomene via di casa giovanissimo, completamente squattrinato. Tutti mi dicevano di cercare un lavoro, mio nonno mi spronava a scrivere». Ci sono poi altri riferimenti artistici non banali: «La mia maestra delle elementari mi fece il primo complimento per una poesia». Più dura è stata convincere i genitori: «Mi sono laureato in Antropologia, ma non sono nemmeno andato a ritirare l’attestato. Lì ho deluso i miei genitori che avevano investito tanto». Mannarino poi ha pubblicato quattro dischi. Apriti cielo , uscito a gennaio, è andato dritto al numero 1. Il tour, che quest’estate è passato dai palazzetti a sotto le stelle, ha venduto più di 100 mila biglietti. «Qualche mese fa giravo gli store per la promozione dell’album. Davanti i ragazzi in coda per un autografo. Alla Feltrinelli di Roma, all’ultimo incontro, mi trovo davanti papà. Si era fatto quattro ore di attesa nascosto tra le gente. Mi ha detto: “Lo volevo fare per me stesso”».