martedì 5 settembre 2017

Corriere 5.9.17
«Niente religione, siamo inglesi»
Un sondaggio rivela: il 53% non si ritrova in alcuna Chiesa
di L. Ip.

Londra «We don’t do God», «noi non “facciamo” Dio», fu la celebre risposta di Alastair Campbell, consigliere per la comunicazione di Tony Blair, a chi gli chiedeva dell’atteggiamento dell’allora governo laburista verso le questioni religiose. Ma adesso a «non “fare” Dio» sembra essere l’intera società britannica, o almeno la sua maggioranza: secondo un sondaggio appena pubblicato, il 53 per cento della popolazione non professa alcuna appartenenza religiosa. Il dato è ancora più clamoroso fra i giovani tra i 18 e i 24 anni: in questa fascia il 71 per cento è senza religione, mentre lo è solo il 40 per cento degli anziani fra i 65 e i 74 anni e appena il 27 per cento degli ultra 75enni.
Se ormai la maggioranza dei britannici fa a meno di Dio, la Chiesa anglicana, confessione nazionale fondata da Enrico VIII, è ridotta al lumicino: solo il 15 per cento dei britannici vi si riconosce e appena il 3 per cento fra i giovanissimi. Poi c’è un 10 per cento di cattolici e piccole minoranze di musulmani, buddisti e induisti.
I dati, per quanto frutto di un sondaggio e non di un censimento capillare della popolazione, non devono sorprendere: la società britannica è da tempo post-religiosa, tanto che qualche anno fa l’arcivescovo di Canterbury lanciò un appello perché si smettesse di considerare la religione «come un affare di minoranze etniche e mattacchioni». Perché è così: sono gli immigrati polacchi o rumeni che riempiono le chiese e se in una conversazione in società ci si mette a parlare di fede si viene considerati dei tipi strambi.
I politici nel discorso pubblico evitano riferimenti diretti alla religione e anche la guida online dell’ Economist su Londra consigliava ai visitatori di glissare sull’argomento perché la capitale britannica «è una città senza Dio».
D’altra parte basta entrare in una chiesa qualsiasi per rendersi conto che lo spazio del sacro si è ristretto anche fisicamente: accanto agli altari, gli edifici di culto ospitano uffici postali, bar e ristoranti, corsi di yoga, spazi giochi per bambini. Non che siano sconsacrate, queste chiese: semplicemente sono degli spazi multifunzionali, dove si prega ma si fanno anche tante altre cose.
Già si levano le voci di chi chiede di tagliare i fondi pubblici alle istituzioni religiose, visto che rappresentano solo una minoranza. Ma gli interrogativi posti da una società che fa a meno del sacro vanno ben al di là di questo aspetto.

Il manifesto 5.917
Il grande e sporco gioco atomico
Corea del Nord. Mentre Pyongyang viene denunciata come unica fonte di minaccia, una ristretta cerchia di Stati mantiene l’oligopolio delle armi nucleari: chi le possiede minaccia chi non ce le ha e è sempre più probabile che altri cerchino di procurarsele e ci riescano. Oltre ai nove paesi che le posseggono già, altri 35 sono in grado di costruirle.
di Manlio Dinucci

I riflettori politico-mediatici che si sono accesi, tutti focalizzati sui pericolosi test nucleari e missilistici nord-coreani, lasciano in ombra il quadro generale in cui essi si inseriscono: quello di una crescente corsa agli armamenti che, mentre mantiene un arsenale nucleare in grado di cancellare la specie umana dalla faccia della Terra, punta su testate e vettori high tech sempre più sofisticati.
La Federazione degli scienziati americani (Fas) stima nel 2017 che la Corea del Nord abbia «materiale fissile per produrre potenzialmente 10-20 testate nucleari, ma non ci sono prove disponibili che abbia reso operative testate nucleari trasportabili da missili balistici».
Sempre secondo la Federazione degli scienziati americani ( Fas), gli Stati uniti posseggono 6.800 testate nucleari, di cui 1650 strategiche e 150 non-strategiche pronte in ogni momento al lancio.
Comprese quelle francesi e britanniche (rispettivamente 300 e 215), le forze nucleari della Nato dispongono di 7315 testate nucleari, di cui 2200 pronte al lancio, in confronto alle 7000 russe di cui 1950 pronte al lancio.
Stando alle stime della Fas, circa 550 testate nucleari statunitensi, francesi e britanniche, pronte al lancio, sono dislocate in Europa in prossimità del territorio russo. È come se la Russia avesse schierato in Messico centinaia di testate nucleari puntate sugli Stati uniti.
Aggiungendo quelle cinesi (270), pachistane (120-130), indiane (110-120) e israeliane (80), il numero totale delle testate nucleari viene stimato in circa 15000. Sono stime approssimative, quasi sicuramente per difetto. E la corsa agli armamenti nucleari prosegue con la continua modernizzazione delle testate e dei vettori nucleari.
In testa sono gli Stati uniti, che effettuano continui test dei missili balistici intercontinentali Minuteman III e si preparano a sostituirli con nuovi missili (costo stimato 85 miliardi di dollari). Il Congresso ha approvato nel 2015 un piano (costo stimato circa 1000 miliardi) per potenziare le forze nucleari con altri 12 sottomarini da attacco (7 miliardi l’uno), armato ciascuno di 200 testate nucleari, e altri bombardieri strategici (550 milioni l’uno), ciascuno armato di 20 testate nucleari.
Nello stesso quadro rientra la sostituzione delle bombe nucleari Usa B61, schierate in Italia e altri paesi europei, con le nuove B61-12, armi da first strike. Il potenziamento delle forze nucleari comprende anche lo «scudo anti-missili» per neutralizzare la rappresaglia nemica, tipo quello schierato dagli Usa in Europa contro la Russia e in Corea del Sud, non contro la Corea del Nord ma in realtà contro la Cina.
Russia e Cina stanno accelerando la modernizzazione delle loro forze nucleari, per non farsi distanziare. Nel 2018 la Russia schiererà un nuovo missile balistico intercontinentale, il Sarmat, con raggio fino a 18000 km, capace di trasportare 10-15 testate nucleari che, rientrando nell’atmosfera a velocità ipersonica (oltre 10 volte quella del suono), manovrano per sfuggire ai missili intercettori forando lo «scudo».
In tale situazione, in cui una ristretta cerchia di stati mantiene l’oligopolio delle armi nucleari, in cui chi le possiede minaccia chi non ce le ha, è sempre più probabile che altri cerchino di procurarsele e ci riescano. Oltre ai nove paesi che già posseggono armi nucleari, ve ne sono all’incirca altri 35 in grado di costruirle.
Tutto questo viene ignorato da giornali e telegiornali, mentre lanciano l’allarme sulla Corea del Nord, denunciata come unica fonte di minaccia nucleare.
Si ignora, ricordava ieri Michel Chossudovsky, anche la «lezione» che a Pyongyang fanno capire di aver imparato: Gheddafi – ricordano – aveva rinunciato totalmente a ogni programma nucleare, permettendo ispezioni della Cia in territorio libico.
Ciò però non lo salvò quando Stati uniti e Alleanza atlantica decisero di attaccare e di distruggere ad ogni costo lo Stato libico. Se esso avesse avuto armi nucleari, pensano a Pyongyang, nessuno avrebbe avuto il coraggio di attaccarlo. Tale ragionamento può essere fatto anche da altri: nell’attuale situazione mondiale è meglio avere le armi nucleari che non averle.
Mentre in base a questa pericolosa logica aumenta la probabilità di proliferazione nucleare, il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, adottato a grande maggioranza dalle Nazioni Unite lo scorso luglio, viene ignorato da tutte le potenze nucleari, dai membri della Nato (Italia compresa) e dai suoi principali partner (Ucraina, Giappone, Australia).
Fondamentale è una larga mobilitazione per imporre che anche il nostro paese aderisca al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari e quindi rimuova dal suo territorio le bombe nucleari Usa, la cui presenza viola il Trattato di non-proliferazione già ratificato dall’Italia. Se manca la coscienza politica, dovrebbe almeno scattare l’istinto di sopravvivenza.


Il Fatto 5.9.17
“La mafia non spara più: i politici se li compra”
Evoluzione - Criminalità organizzata e corruzione stanno vincendo, i governi garantiscono impunità e la globalizzazione offre nuovi affari

Pubblichiamo la trascrizione dei principali interventi di Roberto Scarpinato, procuratore generale presso la Corte d’Appello di Palermo, e di Nino Di Matteo, sostituto procuratore presso la Direzione nazionale antimafia. Il confronto si è svolto alla festa del Fatto alla Versiliana, venerdì primo settembre.


Roberto Scarpinato. 25 anni fa cade il Muro di Berlino, finisce l’Impero sovietico, finisce la Guerra fredda, il bipolarismo internazionale che aveva ingessato la storia italiana dentro la camicia di forza della Guerra fredda e il sistema di potere politico che si era fondato sulla paura dell’avvento dei comunisti al potere collassa improvvisamente, si sciolgono i serbatoi del voto ideologico, il voto d’opinione viene messo in libertà e all’improvviso quel sistema di potere si trova senza più le leve del comando. Un vuoto di potere che allora abbiamo scambiato per l’inizio di una nuova storia, ma oggi possiamo dire che è stata l’apertura di una parentesi, che forse si va a chiudere, in cui la magistratura riesce a fare indagini che prima non erano possibili.
La magistratura non scopre Tangentopoli all’inizio degli anni 90, l’aveva scoperta anche prima, ma il Parlamento aveva sistematicamente negato tutte le autorizzazioni a procedere, quindi non era stato possibile avviare indagini sulla corruzione. E Tommaso Buscetta, per anni, si rifiutò di rivelare a Falcone quali erano i rapporti tra mafia e politica, ripetendogli che l’Italia non era pronta. Buscetta inizia a parlare dopo le stragi, quando il sistema di potere crolla e molti collaboratori di giustizia ritengono che quegli uomini potentissimi che dovevano accusare, non hanno più il potere che avevano prima e si apre una nuova stagione dell’antimafia, e non è un caso che proprio in quel frangente si verificò lo stragismo, negli anni ‘92 e ‘93, ultimo colpo di coda di un sistema di potere che, nel momento in cui collassa, cerca con le stragi di interferire col nuovo corso della storia italiana.
Nino Di Matteo. Quello del 1992 è un periodo che nessuno di noi potrà mai dimenticare. Io muovevo i primi passi da magistrato, da giovane siciliano palermitano avevo coltivato quel sogno avendo come punto di riferimento orazioni di Falcone e Borsellino, avevo fatto il tirocinio a Palermo, li avevo conosciuti. Mentre facevo il tirocinio sono stati uccisi nelle stragi di maggio e luglio.
Già Roberto Scarpinato ha rilevato i punti di analogia tra l’azione delle Procure di Milano e di Palermo, una magistratura che riacquista coscienza del valore della propria indipendenza, della propria autonomia dalla politica, che riacquista coraggio, una magistratura siciliana che sul sangue dei morti si ricompatta, opera una svolta che per alcuni anni produrrà i suoi frutti e i cui effetti purtroppo nella magistratura siciliana, ma in generale, si sono esauriti da qualche anno. Ci sono tanti punti di contatto tra mafia e corruzione. Sono due fenomeni che segnano la fine della Prima Repubblica. E la mafia siciliana, quando inizia la propria strategia stragista con l’omicidio Lima (marzo ‘92) intende – utilizzo parole di Riina come ci sono state raccontate da pentiti di mafia – “fare la guerra per poi fare la pace”, giocare un ruolo decisivo nel delineare nuovi assetti di potere mafioso, politico, imprenditoriale. Intende, attraverso gli omicidi eccellenti e le stragi, rinegoziare il proprio ruolo di potere. Le stragi sono stragi politiche. Quelle del ‘92 e ancora di più quelle del ‘93, quelle di Roma, Firenze e Milano. Con una natura terroristica che è anomala perfino per Cosa Nostra. In quel momento – lo dice anche uno degli autori principali delle stragi del ‘93, Giuseppe Graviano –, bisognava fare le stragi per creare un nuovo tipo di rapporto intenso, duraturo, importante, con la politica di alto livello.
Il procuratore Scarpinato ha subito delineato il fatto della ricerca di nuovi equilibri politici in quel momento da parte della mafia. Fa impressione un dato oggettivo, pesante, lo sancisce una sentenza passata in giudicato di cui pochi parlano e pochi vogliono parlare e su cui pochi vogliono riflettere. Mi riferisco alla sentenza del tribunale, e poi appello e Cassazione, su Marcello Dell’Utri. Quella sentenza sancisce in maniera definitiva cioè che Dell’Utri, uno dei fondatori di Forza Italia, è stato condannato per concorso esterno perché è stato il tramite della stipula e poi del mantenimento di un accordo intervenuto nel ‘74 e rispettato – così dice la sentenza –, almeno fino al ‘92, tra l’allora imprenditore Berlusconi, di lì a poco presidente del Consiglio, e le famiglie mafiose più potenti di Palermo. Io mi chiedo se questa conclusione definitiva di Cassazione abbia avuto un peso nella politica italiana. E la risposta non può che essere negativa, se è vero che nei giorni in cui quella sentenza della Cassazione veniva emessa e quelle motivazioni rese note, il presidente del Consiglio Renzi discuteva con Berlusconi di come riformare la Costituzione.
Scarpinato. Le stragi del ‘92 e ‘93 sono un prolungamento della strategia della tensione, che come accertato in varie sentenze, come quella su Bologna, è stata posta in essere nelle fasi storiche in cui si temeva che il Partito comunista potesse arrivare al governo. La storia italiana nasce con una strage, quella di Portella della Ginestra (1 maggio ‘47) in un momento in cui si teme che il blocco delle sinistre possa arrivare al potere. A fine anni 80 e inizio 90 la situazione è analoga. Il sistema di potere della Prima Repubblica crolla e avanza la “gioiosa macchina da guerra” degli eredi di Pci e sinistra Dc che si pronosticava potesse andare al governo. Erano in molti a temere quest’evento. Non solo i mafiosi, ma anche tutti quelli che, approfittando della Guerra fredda e della protezione Usa, si erano resi responsabili delle stragi neofasciste e avevano coperto gli esecutori materiali. Tutti costoro temono che un avvento delle sinistre al potere possa determinare l’apertura di scenari per loro terribili.
Vari collaboratori di giustizia ci dicono che i capi di Cosa Nostra, prima di lanciare l’offensiva stragista, si sono riuniti mesi per discutere del nuovo assetto politico dell’Italia e abbiamo anche risultanze processuali che ci fanno capire che c’è stato qualcosa che è andato al di là della mafia. Per esempio prima che inizi la strategia stragista, prima di Lima, abbiamo Elio Ciolini, implicato nella strage di Bologna, che scrive una lettera al giudice istruttore di Bologna annunciando che di lì a poco sarebbe stato assassinato un importante esponente della Dc, che da maggio a luglio si sarebbero verificate delle stragi e che poi la strategia sarebbe stata portata al Nord per distrarre l’opinione pubblica dalla mafia. O questo signore aveva la palla di vetro o, evidentemente, era stata pensata anche altrove. Pensiamo ancora che poi l’agenzia Repubblica, vicina ai Servizi segreti, 48 ore prima della strage di Capaci annuncia che di lì a poco ci sarà un grande botto. Gaspare Spatuzza ha rivelato che, quando stavano riempiendo di esplosivo la macchina poi lasciata sotto casa della madre di Borsellino, era presente un soggetto che non era di Cosa Nostra che non gli fu presentato.
Quando viene rapito il figlio del collaboratore Di Matteo, Giuseppe, si mette sotto intercettazione Di Matteo e la moglie. Lei gli dice: “Tu hai capito perché hanno rapito nostro figlio, dobbiamo salvare l’altro figlio, non parlare mai degli infiltrati della polizia nella strage di via D’Amelio”. Questi e altri fattori aprono scenari inquietanti perché sono indicativi del fatto che, così come avvenuto nella strategia della tensione negli anni 70, anche nelle stragi del ‘92-’93 in momenti cruciali di pianificazione politica e scelta obiettivi e anche nelle fasi esecutive, ci sono stati soggetti esterni alla mafia che hanno svolto un ruolo importante.
Di Matteo. La strage di via D’Amelio è stata accelerata rispetto ai programmi originali dei mafiosi. Non era prevista l’eliminazione di Borsellino a 57 giorni soltanto dalla strage di Capaci e in un momento in cui, credetemi, la reazione dello Stato, manifestata con il decreto legge 8 giugno ‘92, si stava spegnendo. A livello politico stava prevalendo l’ipotesi di non convertire in legge il decreto che aveva introdotto il 41 bis. I mafiosi erano consapevoli che Falcone era un nemico per molti, anche all’interno delle istituzioni, e la sua eliminazione, purtroppo, era stata gradita anche in molti ambienti di potere. Nonostante questa consapevolezza, i mafiosi hanno ritenuto di fare un’altra strage. Bisogna capire il perché di questa accelerazione, per capire se riguarda per caso anche quello sciagurato dialogo che alcuni ufficiali dei carabinieri del Ros instaurarono con la mente politica di Cosa Nostra, Vito Ciancimino, che una sentenza definitiva di Firenze dice che oggettivamente provocò in Cosa Nostra la consapevolezza che la strategia delle bombe pagasse. I primi omicidi eccellenti avevano fatto sì che agli occhi di Totò Riina qualcuno dello Stato si fosse fatto avanti. Aveva creato consapevolezza che le bombe stavano costringendo lo Stato al dialogo, legittimando definitivamente Cosa Nostra come forza politica. Bisogna insistere su questo, capire a fondo l’attentato a Maurizio Costanzo, quello di via dei Georgofili, le stragi in contemporanea a Roma e a Milano il 28 luglio, dirette contro due chiese, capire perché le informative dei Servizi, venute fuori solo ultimamente grazie al nostro lavoro a Palermo nell’ambito del processo sulla Trattativa, avevano informato tutti di un possibile imminente attentato nei confronti o del presidente della Camera Napolitano o del presidente del Senato Spadolini. Ma bisogna capire anche, soprattutto, l’ultimo anello della strategia stragista, l’attentato allo Stadio Olimpico, quello in cui dovevano morire centinaia di carabinieri dopo una partita di calcio.
Le indagini hanno dimostrato che quell’attentato era pronto ed era stato materialmente predisposto per il 23 gennaio ‘94 in occasione di Roma-Udinese. L’attentato fallisce per un cattivo funzionamento del telecomando, ma tutti coloro che erano già presenti a Roma erano pronti a ripeterlo la settimana successiva. C’è un nesso tra questo fallito attentato e il fatto che 4 giorni dopo i principali protagonisti – Giuseppe e Filippo Graviano – a Milano, dove si erano recati per una vicenda relativa al provino nel Milan di un loro adepto, vengono arrestati? C’è un nesso col fatto che gli equilibri politici cambino di lì a poco? Ormai abbiamo capito il perché delle stragi, bisogna capire perché improvvisamente, e non credo che l’arresto dei fratelli Graviano possa essere il solo elemento, quelle stragi cessano. In Cosa Nostra si diffonde il convincimento di aver raggiunto l’obiettivo: far la guerra per la pace. Cosa Nostra si è dimostrata capace di uccidere magistrati, politici di governo e di opposizione, ufficiali dei carabinieri, questori, commissari, sacerdoti, imprenditori, giornalisti. E ha nel suo Dna, da sempre, la ricerca costante di rapporti di altissimo livello con la politica nazionale: Andreotti, Dell’Utri (sentenze definitive lo attestano), Contrada, e con il potere regionale (Cuffaro e Lombardo, per citare due casi).
Scarpinato. La corruzione è oggi il principale strumento di penetrazione delle mafie nelle istituzioni. Si è ridotto il tasso di violenza perché non c’è più bisogno di uccidere, corrompi. Abbiamo un ceto politico che, dopo il crollo della Prima Repubblica, ha progressivamente emanato una serie di leggi che hanno impedito il contrasto giudiziario alla corruzione. Oggi la corruzione è sostanzialmente impunita: su 60.000 detenuti, quelli condannati in sede definitiva per corruzione sono talmente pochi che non sono statisticamente riportati. E c’è una differenza fondamentale tra la corruzione della Prima Repubblica e quella della Seconda. Nella prima, quando lo Stato italiano aveva il potere di emettere moneta e obbligazioni di Stato, poteva finanziare la spesa pubblica in modo illimitato e finanziava anche la corruzione. Dopo la fine della Prima Repubblica e poi con i trattati di Maastricht, e l’importanza dell’Ue manifestata in rigorosi vincoli di bilancio, non è più possibile finanziare la corruzione con la spesa pubblica. La corruzione però è rimasta e, anzi, è aumentata, ma ora si finanzia con il taglio ai servizi dello Stato sociale. Uno dei più famosi casi di corruzione è il Mose di Venezia, 2 miliardi il costo iniziale previsto e costo finale, invece, di 6 miliardi, di cui 4 di spesa di corruzione. Nella Prima Repubblica questi 4 miliardi erano di spesa pubblica in più, nella Seconda sono tagli agli ospedali, alle scuole, alle pensioni… Non serve a niente minacciare delle pene severe, perché i colletti bianchi che delinquono sono operatori razionali e prendono in considerazione il concreto rischio di essere scoperti e le concrete conseguenze penali. Oggi il rischio e il costo penale sono prossimi allo zero. Il rischio di essere scoperto è ridotto perché nel mondo dei colletti bianchi c’è un’omertà superiore a quella della mafia, tanto è vero che non abbiamo quasi mai collaboratori. E il rischio è ridotto anche dalla prescrizione, che l’Unione europea ha detto essere criminogena per come è stabilita, perché impedisce di combattere la corruzione, perché non decorre dal momento in cui io pubblico ministero accerto il reato, ma dal momento in cui il reato è stato commesso. Quindi, tutta una serie di reati, dall’abuso d’ufficio al traffico di influenze illecite, il pilotaggio di gare d’appalto, il reato di frode nelle pubbliche forniture, essendo puniti con pene inferiori a 5 anni, si prescrivono in 7 anni e mezzo da quando il reato è stato consumato. Se i reati sono stati consumati 3 o 4 anni fa, a me restano uno o due anni per una sentenza definitiva, impresa impossibile, e non c’è verso di avere una normativa che sia ragionevole. Tutte le riforme che hanno fatto ultimamente non servono, perché sospendere la prescrizione dopo la sentenza di primo grado non serve, tenuto conto che i pm, di solito, vengono a conoscenza dei reati qualche anno dopo che sono stati compiuti.
Di Matteo. Il sistema mafioso, la sua integrazione col suo sistema corruttivo, la diffusione di metodi mafiosi persino nell’esercizio del potere istituzionale, costituiscono un fattore gravissimo di compromissione della democrazia. Da magistrati, abbiamo una sensazione sgradevole, quella di guidare una macchina della giustizia che ha due velocità: potente ed efficiente quando vuole, perfino spietata, nei confronti della criminalità comune, e assolutamente incapace di sanzionare la criminalità dei colletti bianchi. Penso, ad esempio, alla riforma della prescrizione, che deve decorrere da quando il reato viene scoperto, oppure deve terminare quando il magistrato esercita l’azione penale. In quel modo, ogni intento dilatorio e di fuggire al processo, nonostante i corrotti si possano avvalere degli avvocati più bravi, sarebbe inutile. Penso a una riforma che, sulla falsariga di ciò che è previsto negli Usa, preveda la possibilità di usare gli agenti provocatori per scoprire i corrotti nella PA. Penso alla previsione di benefici sostanziali sulla falsariga di quelli previsti per i collaboratori di giustizia per mafia per chi collabora per reati di corruzione o contro la PA. Penso all’estensione della normativa sulle misure di prevenzione patrimoniali per gli indiziati di mafia nei confronti degli indiziati di fatti gravi di corruzione. Sono tante le possibilità di riforma normativa di cui pure si è parlato ma che normalmente si infrangono contro quella che è una mancanza di volontà di considerare questi problemi come prioritari. Ma oggi, addirittura, e torno a parlare di mafie, non solo non si vuole andare avanti, ma si stanno mettendo in discussione quei capisaldi della normativa che hanno fatto sì che comunque, almeno nei confronti della mafia militare, i passi in avanti siano stati importanti. Si sta nuovamente mettendo in discussione l’ergastolo, l’ergastolo ostativo, cioè l’impossibilità per i condannati per mafia, di godere benefici. Si sta cominciando nuovamente a mettere in discussione, attraverso anche, purtroppo, un sempre più diffuso lassismo nell’applicazione, l’istituto del 41 bis, il carcere duro. Oggi, paradossalmente, ci tocca difendere quegli strumenti normativi che tutto il resto del mondo ci invidia, perché li riconosce come strumenti efficaci contro la mafia.
Oggi gli attacchi all’autonomia della magistratura, che ci sono sempre stati, non provengono solo dal ceto politico. Oggi quegli attacchi portati avanti con campagne ventennali di delegittimazione non della magistratura in generale, ma di quei magistrati che, intendendo il principio della legge uguale per tutti veramente come tale, hanno osato indagare anche sul potere, oggi quegli attacchi non provengono solo dalla politica, ma hanno fatto breccia anche all’interno della magistratura e dell’organo di autogoverno della magistratura, il Csm. Si stanno creando condizioni pericolose non per la magistratura, ma per i cittadini. Nel 2006 è stata approvata la riforma dell’ordinamento giudiziario che ha previsto una accentuazione della gerarchizzazione delle procure e dei poteri dei pm. Si è venuta a creare una condizione tale per cui gli organi di autogoverno hanno mutuato dalla peggiore politica gli stessi meccanismi spartitori del potere, per esempio nelle nomine dei capi degli uffici, che subiscono sempre di più la volontà di un ceto politico che pregiudizialmente non vuole che certi uffici nevralgici nella struttura giudiziaria complessiva del Paese vengano affidati a magistrati realmente autonomi, coraggiosi, indipendenti, che non tengano in nessun conto il principio di opportunità delle loro iniziative politiche, ma solo il principio della doverosità delle loro iniziative giudiziarie.
Sento sempre più nel nostro ambiente affermare l’importanza della valutazione del principio di opportunità di certe scelte giudiziarie. Per esempio, nell’ambito del Processo per la trattativa, ci siamo sentiti dire “avete agito correttamente, rispettando le norme quando avete citato Napolitano nel processo, avete fatto bene, però non era opportuno”. Sapete quante volte, in indagini come quella su Ilva o in altre, il criterio dell’opportunità finisce per prevalere sugli altri? E quante volte il Csm tende ad assecondare i desiderata politici di nomina nei posti direttivi di magistrati sensibili a quel criterio? Questa è la fine dell’indipendenza della magistratura e fino a quando crediamo nei valori costituzionali anche noi magistrati dobbiamo avere il coraggio di dirlo.
Scarpinato. Qualche anno fa, Time ha pubblicato una graduatoria dei giganti del capitalismo americano. Nei primi 20, accanto a Rockefeller e Bill Gates, ha messo anche Lucky Luciano. Ho chiesto ad alcuni giornalisti del Time il perché della loro scelta. Risposta: “Prima di Lucky Luciano la mafia americana era come quella siciliana, predatrice, quella delle estorsioni, del racket. Lucky Luciano ha un colpo di genio: negli anni del proibizionismo si rende conto che milioni di americani volevano beni e servizi vietati e si inventa la mafia mercatista, che offre sul libero mercato beni e servizi per cui c’è una domanda di massa. A fronte di questa offerta, introita capitali che immette nel circuito produttivo, aiutando il capitalismo americano a decollare”. Questa è diventata una storia italiana.
Dal 2014, l’Ue ha stabilito che nel calcolare il Pil dei Paesi membri bisogna calcolare anche il fatturato della droga, della prostituzione e del contrabbando. Me lo sono fatto spiegare da alcuni economisti: la mafia delle estorsioni sottrae risorse al ciclo produttivo, se impone il suo monopolio è contro la concorrenza e zavorra il Pil, la mafia mercatista invece, che offre droga e prostituzione, a fronte della libera trattazione riceve una prestazione monetaria che fa crescere il Pil. Quindi, ormai, la distinzione di base è tra una mafia predatrice violenta classica e quella nuova, che aumenta il Pil. La mafia russa, in un momento di crisi dell’economia spagnola, ha cominciato a investire nella costruzione di villaggi, facendo girare l’economia, e io credo che molti Paesi dell’Ue, in momenti di recessione come questo, non abbiano interessi a fare l’analisi del sangue ai capitali esteri che investono.
Perché non c’è una reazione popolare? Io non credo sia per paura, credo che invece la mafia mercatista, che si è insediata al Nord, si rapporti alle popolazioni come un’agenzia che offre beni e servizi, immette capitali, fa girare l’economia e che quindi sta diventando molto più pericolosa di quella di Totò Riina e Bernardo Provenzano.
Dopo la globalizzazione, la creazione di un mercato unico delle merci, la crescita di reddito dei Paesi emergenti consente milioni di nuovi ricchi nel mondo che vogliono imitare lo stile di vita occidentale, il volume globale degli affari di mafia è cresciuto in maniera tale che non è gestibile penalmente. Questo è il terreno di riflessione che manca.
Di Matteo. C’è speranza di capire chi sono quelli che hanno collaborato con Cosa Nostra per le stragi? Chi siano i mandanti? Bisogna leggere le sentenze dei giudici per comprendere che quelli che i mandanti a volto coperto ci sono. Ma finora non c’è stata volontà di dare un nome. In questo momento storico la ricerca dell’approfondimento della verità sulla stagione stragista è rimasta sulle spalle di pochissimi magistrati e pochi investigatori, che pagano prezzi altissimi, primo dei quali la solitudine assoluta, trattati come gli ultimi giapponesi che non capivano che la guerra fosse finita. Vengono denigrati, messi in ridicolo, così come abilmente vengono delegittimati quei pochi collaboratori di giustizia che ancora sono rimasti disponibili a cercare di aprire spiragli di verità.
Oggi ci vorrebbe una mobilitazione forte, anche politica, un’iniziativa non estemporanea da parte di una Commissione parlamentare. Tutto questo non c’è. Non c’è la volontà, al di là di quello che si dice in occasione degli anniversari del 23 maggio e 19 luglio, di completare quel percorso di verità, anzi, quando c’è qualche iniziativa giudiziaria, che al di là delle critiche che si possono muovere e che quindi si possono accettare, come a noi a Palermo col processo alla Trattativa, che ha portato alla sbarra contemporaneamente mafiosi riconosciuti come Riina, Bagarella, Brusca, esponenti delle istituzioni e delle forze di polizia, ed esponenti politici, ecco, quel processo è diventato il bersaglio preferito da colpire, perché è il simbolo di quella pretesa della magistratura di fare luce a 360 gradi.
Quando il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha mosso un conflitto di attribuzioni nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo, quel processo è diventato ancor più un bersaglio, anche all’interno della magistratura. Ci sono stati perfino procuratori generali di altri distretti, che nel discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario in Alto Distretto, hanno criticato l’iniziativa della Procura della Repubblica e della Corte d’Assise (fu Giovanni Canzio, a Milano). Quando si parla del processo sulla Trattativa e di possibili mandanti occulti, tutto si può fare, tutto si può criticare, anzi, chi muove delle critiche o degli attacchi calunniosi è sempre da apprezzare.
Non è importante l’azione del singolo magistrato o l’esito di questo o quel processo, certe volte da questo punto di vista, nei momenti anche di maggiore scoramento, ho l’orgoglio di essere appartenuto a un ufficio che comunque, negli anni, al di là del fatto se le sentenze siano state di condanna o assoluzione, ha fatto venire fuori determinati fatti che il potere non voleva far venire fuori.
Avere stabilito, grazie alle iniziative giudiziarie della Procura di Palermo, con sentenze definitive, che un politico sette volte presidente del Consiglio ha trattato e incontrato personalmente i capi della mafia palermitana prima e dopo l’omicidio di Pier Santi Mattarella, parlandone prima e dopo, non è una cosa da poco. Avere scoperto che uno dei fondatori del partito Forza Italia, Marcello Dell’Utri, è stato colui il quale ha fatto da garante di un patto tra Silvio Berlusconi e i mafiosi, non è cosa da poco. Non è cosa da poco nemmeno aver stabilito, al di là di quella che sarà la sentenza, che nel momento in cui i mafiosi mettevano le bombe, qualcuno dello Stato andava a cercare i mafiosi e chiedeva loro – utilizzo le loro stesse parole nel processo di Firenze –, “Cos’è questo muro contro muro? Cosa si deve fare per far finire queste stragi?”.
Questi sono fatti che l’opinione pubblica deve conoscere e che sono venuti fuori non grazie a un impegno politico, ma grazie all’azione testarda e incisiva della Procura della Repubblica di Palermo negli anni. I fatti sono fatti, anche quando vengono giudicati in sentenza come non sufficienti per condannare qualcuno, perché non c’è la prova del dolo, come avvenuto anche in altri processi recentemente a Palermo, questo significa che i fatti comunque si sono verificati. Adesso la partita è questa: vogliamo una magistratura che si accontenti di perseguire in maniera efficace i criminali comuni o, come accadde miracolosamente all’indomani delle stragi, possiamo aspettarci ancora che l’azione della magistratura si diriga anche nel controllare il modo in cui il potere viene esercitato in Italia? Questa è una partita decisiva per la nostra democrazia e per il nostro futuro.

il manifesto 5.9.17
Io temo la «democrazia» di Marco Minniti
Immigrazione. «Aiutiamoli (a crepare) a casa loro»: perfetta unità sulla questione profughi e migranti delle tre forze che si contendono il controllo politico del paese, Pd, destra e 5stelle
di Guido Viale

Condivido i timori del ministro Minniti per «la tenuta democratica del paese»; è ora di prenderne atto. Solo che a creare questa drammatica situazione hanno contribuito in modo sostanziale lo stesso ministro, la sua politica, il suo partito e il governo di cui fa parte.
La tenuta democratica del paese, già messa in forse da un parlamento di nominati, eletto con una legge incostituzionale, che ha legiferato illegalmente per quattro anni, mettendo le mani anche sulla Costituzione, è ormai al tracollo. Perché sulla questione profughi e migranti, su cui si decide il futuro dell’Italia, dell’Europa e del poco che ancora resta della democrazia, le tre forze che si contenderanno il controllo politico del paese- la destra, i 5stelle e il Pd – hanno raggiunto una perfetta unità: «aiutiamoli (a crepare) a casa loro»; respingiamoli a ogni costo. Non c’è scelta. Poco importa se le destre lo proclamano con slogan razzisti e anche fascisti che i 5stelle ripetono da pappagalli mentre il Pd fa, ma sempre meno, ipocrita professione di spirito umanitario. In vista delle elezioni, e senza guardare oltre, Minniti vuole dimostrare che quello che destre e 5stelle propongono lui sa realizzarlo. E in parte ci riesce, incurante della catastrofe che sta contribuendo a mettere in moto.
FERMARE GLI SBARCHI pagando e rivestendo con una divisa scafisti e trafficanti – fino a ieri indicati come “il nemico”, in combutta con le Ong – perché blocchino in mare, riportino a terra o imprigionino nel deserto profughi e migranti non è buona politica. Sappiamo che cosa fanno di quegli esseri umani intrappolati in Libia o ai suoi confini meridionali: le violentano, li fanno schiavi, li affamano, li imprigionano in condizioni igieniche inimmaginabili, li uccidono, li torturano per estorcere ai loro parenti altro denaro, li trattengono in veri Lager – pagati con fondi europei – e prima o dopo li imbarcheranno di nuovo verso l’Europa. O minacceranno di farlo come faceva Gheddafi, o come farà dopo le elezioni tedesche anche Erdogan, per strappare all’Unione europea altro denaro e nuove legittimazioni: a Erdogan ormai viene permesso tutto. Così, dall’Ucraina in mano a una milizia nazista, ai «moderati» che combattono Assad in nome della jihad, dai janjaweed che fermano in Sudan i profughi eritrei alla guardia costiera e ai «sindaci» libici incaricati di bloccare i flussi verso il Mediterraneo, l’Europa si circonda, armandole fino ai denti, di milizie usate come ascari, ma che non conosce, non controlla, e che sono sicura garanzia del mantenimento di un perpetuo stato di guerra in tutte le regioni ai suoi confini, aumentandone degrado e la produzione di nuovi profughi.
NON C’È ARGINE a questa deriva. Le forze politiche italiane, come i governi dell’Unione europea e i partiti che li sostengono, Syriza compresa, hanno rotto la diga della solidarietà, lasciando campo libero a una ferocia covata a lungo sottotraccia, che ora riemerge come razzismo che si sente legittimato dalle politiche dei governi. A queste politiche non c’è per ora alternativa. A contrastarle ci sono solo le migliaia e migliaia di iniziative impegnate in tutta Europa nell’accoglienza, i milioni di individui che ne condividono lo spirito, le moltissime associazioni che cercano di mantener viva la solidarietà. Ma non sono unite da un programma comune e non è chiaro, al di là degli sforzi per non sopprimere in sé e negli altri uno spirito di umanità, che cosa si possa fare contro questa offensiva.
MA LA RISPOSTA non può più attendere. Invece di puntare lo sguardo su profughi e migranti, spaventare e spaventarsi per il loro numero – molti meno dei «migranti economici» che diversi paesi europei, Italia compresa, avevano accolto o regolarizzato ogni anno prima del 2008; e soprattutto meno delle nuove leve di cittadini e cittadine che verranno a mancare tra la popolazione europea di qui in poi – bisogna guardare a chi da quegli arrivi si sente minacciato. Se profughi e migranti sono considerati dai governi un peso e non una risorsa da valorizzare non c’è da stupirsi se molti passano alle vie di fatto per liberarsene con le spicce. E se casa e lavoro decenti (e scuola, e assistenza sanitaria, e pensione) sono un miraggio per un numero crescente di europei, la presenza – e non solo l’arrivo – di poche o tante persone tenute in inattività forzata, spesso in cattività, ed esibite come un carico inaccettabile a chi gli abita accanto non può che moltiplicare e acuire quell’ostilità di cui governi nazionali e locali sono i primi a far mostra. Non c’è argine agli arrivi o imposizione di rimpatri che possa invertire questa situazione.
MA LE CASE per tutti ci sono, solo che sono in gran parte vuote. Il lavoro per tutti, cittadini, profughi e migranti, c’è: è quello necessario alla riconversione energetica a cui tutti i governi si sono impegnati a Parigi e a cui nessuno ha ancora messo mano. Il denaro per finanziarla c’è: Draghi continua a tirare fuori dal cappello centinaia di miliardi che finiscono in tasca alle banche.
Quello che manca è la politica per mettere insieme queste tre cose. Invece ci si è rivolti all’Europa per farle condividere una militarizzazione di stampo coloniale di confini sempre più ampi e lontani. Ma il «piano Marshall» da esigere, e rispetto a cui mobilitare non tanto governi e partiti, quanto la vera opposizione sociale ai programmi di contenimento e di respingimento, è un grande investimento, capillare e articolato, sulla riconversione ecologica.
NON SIAMO né finiremo «sommersi». Molti dei profughi arrivati negli ultimi anni – e sicuramente quelli provenienti da zone di guerra o di conflitto armato – torneranno nei loro paesi se e appena sarà possibile. E se altri ne arriveranno, quello che occorre sono politiche di sostegno alle loro esigenze immediate – a partire dai corridoi di ingresso – e di promozione della loro capacità di organizzarsi: per progettare, anche grazie ai legami che hanno con le loro comunità di origine, delle alternative pratiche alla rapina dei loro territori e ai conflitti che li hanno costretti a fuggire.
È con loro che vanno fatti i progetti di cooperazione e anche i negoziati per restaurare la pace, dando spazio a queste forze e tenendo il più possibile lontani dai loro paesi multinazionali e mercanti di armi. Invece di deportazioni mascherate da rimpatri con cui i governi europei cercano di tacitare quel rancore degli elettori che essi stessi alimentano si innesterebbe così una libera circolazione delle persone da e verso i loro paesi di origine; a beneficio di tutti.

Repubblica 5.9.17
Restituite ai professori la dignità perduta
di Michele Ainis

DOPOTUTTO è l’uovo di Colombo. La scuola italiana non funziona, l’università boccheggia? Soluzione: aboliamo gli studenti. Da qui il divieto d’iscrizione alle elementari per chi non sia in regola con le vaccinazioni, da qui il numero chiuso nei corsi di laurea troppo frequentati. E i sopravvissuti alla decimazione? Li accompagniamo al diploma senza trattenerli un minuto in più del necessario, anche se indossano un bel paio d’orecchie d’asino. Da qui la promozione per decreto (con la Buona scuola, per bocciare serve l’unanimità dei professori), da qui l’idea della ministra Fedeli d’accorciare la durata delle medie e delle superiori. Benché poi la medesima ministra progetti d’allungare l’obbligo scolastico (da 16 a 18 anni), incurante della contraddizione.
Insomma, l’anno scolastico comincia così: poche idee, ma confuse. Un pasticcio generale, che ovviamente genera un bisticcio universale.
TANTO che gli atenei italiani s’accingono a celebrare il primo sciopero dei prof dal lontano 1973, con 5.444 adesioni. Mentre sul numero chiuso piovono ricorsi, appelli al Tar, contrappelli al Consiglio di Stato. Quanto ai vaccini, giusto decretarne l’obbligo; ma sicuro che dirigenti e segreterie scolastiche debbano fare da gendarmi? Il loro lavoro è già fin troppo appesantito da chili di scartoffie per reggere ulteriori adempimenti burocratici, che spetterebbero semmai alle Asl. E oltretutto, se il pericolo consiste nel contagio, non basta chiudere le scuole per i non vaccinati: dovremmo vietargli altresì l’accesso agli autobus, ai cinema, agli stadi, a qualsiasi altro luogo affollato. Una misura draconiana, che infatti non è stata proposta da nessuno; ma nella scuola sì, la scuola italiana è la casa di Dracone.
Però questo legislatore intransigente si rivela al contempo uno spirito incoerente, ondivago come un’altalena, capriccioso non meno d’un fanciullo. Ne è prova la querelle sul numero chiuso: da un lato, la legge sul diritto allo studio (n. 264 del 1999) esclude le facoltà umanistiche dagli accessi regolamentati; dall’altro, un decreto ministeriale (n. 987 del 2016) vieta l’accreditamento dei corsi di laurea privi d’un numero minimo di docenti, senza distinguere tra facoltà scientifiche e umanistiche. Più che una regola, un rebus; e infatti gli uffici del ministero stanno studiando le proprie stesse norme, per capirci qualcosa. Non sarà facile, dal momento che l’esame di maturità — per dirne una — in Italia viene disciplinato da 59 atti normativi. Merito e vanto d’una schiera di ministri ciascuno alfiere della Grande Riforma della Scuola, la più ambiziosa, la più definitiva, benché scalzata il giorno dopo dalla riforma della legge di riforma.
Nel frattempo l’anno scolastico esordisce con 100mila supplenze, a dispetto di chi aveva promesso d’azzerare il precariato. Mancano insegnanti nelle medie e nei licei, soprattutto per la matematica e il sostegno. Mancano pure all’università, dove il blocco del turnover ha lasciato in circolo un corpo docente incanutito e sfiduciato, con il 20% di professori in meno negli ultimi 8 anni. Sicché il lavoro aumenta, la paga è in decremento. Nella scuola gli stipendi sono fermi ormai da 9 anni (va peggio solo in Slovacchia e in Grecia). Negli atenei il blocco stipendiale del 2010 è stato prorogato d’anno in anno, mentre gli altri dipendenti pubblici ne venivano affrancati; dopo di che lo sblocco (nel 2016), ma senza gli arretrati, a differenza delle altre categorie. Una discriminazione odiosa, ma in realtà è tutta l’istruzione pubblica a venire discriminata dai governi. Per forza: su questo fronte spendiamo appena il 4% del Pil, classificandoci al 25° posto su 28 Paesi europei. E quanto alla ricerca va anche peggio, dato che la Germania investe più del doppio (2,92% contro il nostro 1,27%), la Svezia il triplo (3,41%).
Da qui una prece, a mani giunte e con la testa china: restituite ai docenti italiani la propria dignità perduta. Senza sbattere la porta sul muso agli studenti, dato che la scuola dev’essere inclusiva, «aperta a tutti », come dice la Costituzione. E senza strangolare l’istruzione con leggi cervellotiche, armate l’una contro l’altra. In sintesi: meno riforme, più quattrini.

Corriere 5.9.17
Una fase nuova che rafforza «il partito del governo»
di Massimo Franco

L’unico partito che sembra essersi rafforzato durante l’estate è quello del governo. Non inteso come Pd, né come Nuovo centrodestra, alle prese come le altre forze politiche con seri problemi di identità e di alleanze. Si tratta di un «partito» blindato dalla sua inevitabilità; sempre più consapevole di non avere alternative; sostenuto da una maggioranza ma emancipato da strette logiche di appartenenza; e saldamente agganciato alla Commissione europea e a una strategia dei piccoli passi e di alcuni obiettivi che lo proietta verso le urne del 2018, e forse anche oltre.
Fino a luglio era come mimetizzato, per difendersi dalle tentazioni residue di un voto anticipato. Ma al convegno di Cernobbio è emerso come una realtà che ha preso fiducia in sé. Sente di avere dietro un’ Italia alla ricerca di sicurezza, più che di traumi. È aiutato oggettivamente da una crisi economica che comincia gradualmente a rientrare. Può contare su un’Europa che sta arginando le pulsioni dell’estremismo populista. E si avvia alla manovra finanziaria con un contorno politico passato dai proclami sul referendum contro l’euro a una prudenza che, per quanto strumentale, segna una svolta: perfino nelle file del Movimento 5 Stelle e della Lega Nord.
Nello stesso Pd emergono toni più moderati. È come se tutti si fossero silenziosamente adattati alle logiche del «partito del governo»; o si candidassero a farlo. Significa la presa d’atto che la strategia della collaborazione con Bruxelles, della riduzione del debito pubblico, del controllo dell’immigrazione, sono temi strutturali: nel senso che se li ritroverà qualunque governo dovesse riemergere dalle urne del 2018. Nessuno si illude che in campagna elettorale i toni rimarranno bassi.
Ma la sensazione è che, in assenza di un accordo sulla riforma del sistema elettorale, nessuno avrà i voti per governare da solo: lo scetticismo dei Dem e del M5S è rivelatore. Dunque, sarà necessario proseguire su uno schema di compromesso, senza protagonismi né forzature. Il vertice del Pd si è convinto, o rassegnato, che l’esecutivo di Paolo Gentiloni è quanto di meglio sia in grado di offrire oggi. Tenerlo sulla corda o contestarlo alla vigilia della manovra finanziaria e delle elezioni del 5 novembre in Sicilia, appuntamenti entrambi rischiosi, sarebbe suicida.
Il centrodestra è riuscito a raggiungere un accordo sul candidato alla presidenza della Regione; la sinistra lo sta trovando per scacciare l’ombra di una possibile sconfitta. La richiesta del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, a moderare richieste di spesa giustificabili solo in un’ottica elettorale, è rivolto in primo luogo alla sua maggioranza. Gli avversari sperano che Palazzo Chigi stia entrando in un periodo convulso, tra debito pubblico e richieste «di sinistra» del Pd. Eppure, tutti sanno di trovarsi in una fase diversa: anche le opposizioni.

il manifesto 5.9.17
Giovani medici in rivolta: «Sbloccate i bandi e aumentate le borse di studio»
Formazione post-laurea. Appelli a Fedeli e Lorenzin contro il ritardo del concorso per le scuole di specializzazione. La richiesta di finanziare le borse di studio. La protesta arriva anche alle regioni. Verso una manifestazione unitaria il prossimo 28 settembre davanti al

I giovani medici aspiranti alla specializzazione sono sul piede di guerra. Il Ministero dell’istruzione, università e ricerca (Miur) non ha ancora emanato il bando ufficiale per il concorso alle scuole di specializzazioni. «Nonostante la gravità della situazione, dal Miur non è ancora arrivato nulla. Visto che il bando deve essere pubblicato entro 60 giorni dalla data del concorso, si prospetta un notevole ritardo mai verificatosi negli anni precedenti» sostiene l’area giovani del Sindacato dei Medici Italiani.
I neolaureati nella sessione di luglio-ottobre 2016 rischiano di subire un ritardo formativo di più di un anno a causa dello slittamento della data del concorso da meta’ settembre al 25 ottobre. «La sorte – sostengono i giovani medici del sindacato Anaao Giovani e Fimmg Formazione, – sorriderà solo a 6.105 dei 15mila medici freschi di laurea che si stima parteciperanno quest’anno al concorso, tanti (pochi) sono i contratti finanziati dalla programmazione targata governo Gentiloni. Questo vuol dire che più del 60% non potrà accedere a un percorso specialistico e di conseguenza portare a termine il proprio percorso di studi».
Per quanto riguarda il concorso di medicina generale, «sono state finanziate quest’anno dalle regioni un numero di borse pari solo a 1100 su tutto il territorio nazionale, rispetto alla necessità di almeno 1800 unità, per far fronte alla massiccia ondata di pensionamenti che avranno luogo nei prossimi 5 anni”.
Ieri gli specializzandi del coordinamento «Chi si cura di te?» si sono mobilitati davanti alle sedi di 4 regioni chiedendo di aumentare i fondi per le borse e superare il blocco del turn over, che sta mettendo in ginocchio il Servizio Sanitario. Il 28 settembre è stata inoltre annunciata una manifestazione nazionale davanti al Miur.

Corriere 5.9.17
«Ho visto Renzi: non mi candido Il Pd non dimentichi questa disponibilità»
Alta tensione Pisapia-Mdp
Pisapia oggi a Roma vede i fedelissimi per sciogliere il caso Sicilia e fare il punto sullo stallo del cantiere aperto con Bersani e D’Alema: molto tesi i rapporti con Mdp. Forse l’incontro con Speranza.
di Monica Guerzoni

ROMA Dopo una lunga guerra, ieri il presidente uscente della Regione Sicilia, Rosario Crocetta, è uscito dalla sede pd del Nazareno portando messaggi di pace. Accompagnato dal segretario regionale del partito — e grande mediatore — Fausto Raciti, aveva appena incontrato Matteo Renzi: «Non voglio avere la responsabilità dello sfascista né di quello che fa perdere il centrosinistra».
Dunque ritira la sua candidatura per un nuovo mandato a Palazzo d’Orleans?
«Non decido niente da solo. Torno a Palermo per parlare con i miei e concordare collegialmente il possibile ritiro della mia candidatura alla presidenza. Ma la mia lista ci sarà sia il 5 novembre che, per il Senato, alle prossime Politiche».
Con quali argomenti Renzi è riuscito a farla rinunciare anche all’idea delle primarie?
«Non ci sono più i tempi, rischierei di farle da solo… Ma il fatto è che io non voglio permettere il ritorno dei vecchi poteri che avevano distrutto la Sicilia. Renzi ha riconosciuto i progressi straordinari che in questi 5 anni abbiamo portato alla regione, dal risanamento del debito e della sanità, alla programmazione già finanziata di 1500 opere pubbliche…».
Renzi ha molto criticato, ha osteggiato una sua ricandidatura.
«Lui non ha mai criticato. Lo hanno fatto i renziani siciliani: troppe ambizioni personalistiche, una lotta politica interna per sostituirsi a me. Ma io lascio le cose a posto, e questa è una grande soddisfazione. Con il nostro lavoro il centrosinistra può e deve vincere. Sarò felice di consegnare una Sicilia così al mio successore».
Pieno appoggio quindi a Fabrizio Micari?
«Francamente preferirei essere io il candidato, penso di essere più popolare e più conosciuto. Però non ambisco a poltrone. Credo nel Pd come unica forza veramente in grado di garantire diritti democratici e civili. Perciò, se i miei saranno d’accordo, non correrò. Annuncerò le nostre decisioni in una conferenza stampa domani (oggi per chi legge, ndr ), prima della direzione regionale del Pd».
Come proseguirà la sua vita politica?
«Avrò molto da fare. Presenteremo la lista ovunque, eleggeremo molti deputati all’assemblea regionale e poi anche nostri rappresentanti nazionali. Non credo che il nostro senso di responsabilità dimostrato oggi potrà essere dimenticato dal segretario del Pd».
Diceva che presenterete liste per il Senato.
«Certamente. La volta scorsa siamo stati l’unica lista locale che ha eletto un senatore, Giuseppe Lumia. Siamo decisivi per la vittoria del centrosinistra».
Pensa di correre per Palazzo Madama?
«Assolutamente no. Mi sento troppo giovane...».
Con Renzi avete concordato un ticket di Micari con Giuseppe Antoci?
«Non sono per la politica del do ut des . Credo che sia libertà del presidente candidato scegliere i suoi collaboratori. Vedremo».
Però vedrebbe con favore la scelta di Antoci?
«Non esprimo un parere perché apparirebbe scorretto nei confronti dei miei: non ne abbiamo parlato e sembrerebbe una decisione mia».
Che cosa pensa della candidatura di Claudio Fava con la sinistra alternativa al Pd?
«Fino a poche ore fa ho continuato a lanciare un appello per le primarie, in modo da decidere democraticamente un candidato del centrosinistra. Che cosa ci sarebbe voluto? Invece, purtroppo non si faranno: è un peccato, saremmo potuti stare insieme. Ma non credo che sia responsabilità di Fava, che rispetto molto. Penso piuttosto che è difficile imporre delle scelte».
Daria Gorodisky

il manifesto 5.9.17
Crocetta toglie il Pd dai guai: verso il ritiro della candidatura
Regione Sicilia. Il governatore uscente pensa a liste a sostegno di Micari: «Non sono uno sfascista». Lungo incontro con Renzi al Nazareno. Lezione morale ai renziani e a Leoluca Orlando. La sinistra unita ricandida Fava (in attesa del sì anche di Pisapia)
di Alfredo Marsala

PALERMO A togliere dai guai il Pd alla fine è proprio Rosario Crocetta, che ritira la sua candidatura per evitare il tracollo del suo partito, «una scelta di cuore» che cozza con un sistema opportunistico che naviga a vista con la bussola del manuale Cencelli. Il governatore che per cinque anni è stato tartassato e insultato dai «renziani» di Sicilia offre a Renzi, rimasto molto sorpreso, la possibilità di giocarsi la partita delle regionali contro i 5stelle e il centrodestra, con la sinistra che intanto, dopo anni di oblio, trova l’unità attorno a Claudio Fava e al principio della «discontinuità» dai governi centrale e regionale senza però spendere, almeno per ora, una parola nei confronti di un centrodestra vecchio stile, che sostenendo Nello Musumeci pende decisamente verso destra con gli ex missini a capo della falange.
Il governatore è volato a Roma per spiegare a Renzi le sue ragioni. In tre ore di colloquio ha riferito al suo segretario il lavoro che ha fatto in cinque anni turbolenti, spendendo i fondi comunitari, tagliando la spesa farmaceutica inutile, risanando la sanità e il bilancio della Regione vicino al default, destrutturando la formazione professionale diventato un bancomat per i comitati d’affari. Un lavoro faticoso portato avanti mentre nel suo partito chi doveva sostenerlo lo attaccava senza sosta, ma stava al governo.
Gli stessi che negli ultimi giorni, temendo che Crocetta potesse rompere per candidarsi in autonomia, gli hanno mostrato riconoscenza in ogni modo, nel tentativo estremo di recuperarlo nonostante lo avessero mollato accettando, senza consultarlo, la candidatura di Fabrizio Micari proposta da Leoluca Orlando, un altro che ha scaricato sul governatore tutti i mali.
La paura che potesse correre da solo e la consapevolezza di avere sbagliato tutto nei confronti di Crocetta ha indotto Andrea Orlando, Matteo Orfini e altri leader del cosiddetto centrosinistra, come Gianpiero D’Alia (centristi) che nei mesi scorsi ha persino ritirato dopo 4 anni il sostegno alla giunta, a riconoscere al governatore il merito di avere invertito la rotta rispetto al disastro consumato nell’isola prima da Totò Cuffaro e poi da Raffaele Lombardo.
«Non sono uno che sfascia tutto», ha detto Crocetta a Renzi La sua è un’analisi lucida. «Gli ho esternato le mie preoccupazioni per una candidatura poco conosciuta e gli ho illustrato i risultati del mio governo», riferisce dopo l’incontro al Nazareno. «Ma siamo troppo avanti per le primarie e a questo punto rischierei di non avere candidature alternative», osserva il governatore. Che ripete: «Non sono uno sfasciatutto, la politica sfascista non mi ha mai interessato, voglio passare alla storia come il primo esponente che viene dalla storia del Pci che ha vinto le elezioni in Sicilia, non come colui che l’ha fatte perdere».
Una lezione etica a chi nel Pd l’ha contrastato, maltrattato e persino irriso quando falsi dossier e falsi scoop tentavano di farlo cadere, cercando di incrinare quel tratto morale atipico, un politico che non è mai sceso a compromessi e che per questo non può rientrare negli schemi classici di una politica che dell’etica fa solo uno slogan.
Fa un passo indietro Crocetta e lo fa per non affossare il Pd. «Oggi discuterò con i miei, perché non decido da solo», aggiunge. E assicura: «Non ho negoziato nulla, nessun ticket per ritirare la candidatura», chiarisce.
«Presenterò le liste del mio movimento il Megafono in Sicilia – afferma – Il mio è un atto di amore, senza odio. Ce ne fossero altri come me».
Insomma, il volto umano di un partito che intanto oggi ufficializzerà la candidatura di Fabrizio Micari. Il Pd riunirà a Palermo la direzione per ratificare la candidatura del rettore e ottenere così il via libera anche dal partito di Alfano, con alcuni dirigenti, soprattutto quelli provenienti da An, pronti a lasciare Ap per convergere su Nello Musumeci.
Crocetta aveva tentato persino di tenere dentro anche la sinistra, facendo un appello che però è caduto nel vuoto.
Il patto con Alfano è stato un elemento dirimente per i bersaniani che hanno abbandonato l’idea del «modello Palermo» per cercare di aggregare la sinistra attorno a un progetto e al nome di Fava. Un tentativo andato in porto.
L’investitura è in programma il 10 settembre, per la prima volta i partiti della sinistra si ritroveranno insieme in un’assemblea regionale che incoronerà il vice presidente dell’Antimafia. Con lui ci sono tutti: Mdp, Sinistra italiana, Prc, Verdi, Possibile.
Ottavio Navarra, che era stato scelto da Rifondazione, ha fatto un passo indietro consentendo al fronte di compattarsi.
All’appello manca il campo progressista di Pisapia. Si vedrà.

La Stampa 5.9.17
Slitta il faccia a faccia decisivo
Pisapia e Bersani più lontani
L’ex sindaco: costruiamo una sinistra di governo, non di testimonianza
di Fabio Martini

Giuliano Pisapia, che da mesi sta provando ad unire la sinistra che non sta con Renzi, fatica a separarsi dalla sua natura di «borghese gentiluomo», riluttante a sporcarsi le mani: davanti alle crescenti difficoltà che contrastano il progetto, l’ex sindaco di Milano ha deciso ieri di prendersi altro tempo. Anziché incontrarsi (come ventilato) nelle prossime ore con Pier Luigi Bersani, leader di Mdp, Pisapia si confronterà oggi a Roma e domani a Milano con le personalità a lui più vicine - Laura Boldrini, Bruno Tabacci, Ciccio Ferrara, Franco Monaco, i milanesi. Dopodiché, con questa andatura al «ralenti», nella prossima settimana finalmente Pisapia si vedrà con Bersani, il personaggio col quale finora ha fatto (faticosamente) sponda per «tenere» il progetto del nuovo partito della sinistra su un profilo riformista. In quella occasione i due valuteranno se e come far avanzare un progetto che - questa è la novità - per il momento si è arenato.
La road map decisa a metà luglio da Campo progressista di Pisapia e da Mdp di Bersani-D’Alema e che prevedeva un’Assemblea costituente ad ottobre, è saltata. I due spezzoni sono andati ognuno per conto proprio. Mdp ha deciso di appoggiare Claudio Fava nelle Regionali siciliane senza interpellare Pisapia, il quale a sua volta non si è fatto vivo. Una difficoltà di comunicazione subito cavalcata da Fava, che prima ha ironizzato su Pisapia («Un leader non evapora...») e poi ha deciso di far partire la sua campagna elettorale in Sicilia a fianco di Massimo D’Alema, un altro che non nasconde la propria ostilità a Pisapia.
E ancora: se Mdp ha indetto una festa nazionale Napoli, Pisapia ha intenzione di convocare le sue «Officine» a Milano, in un incontro nazionale fissato per il 15 settembre. E l’ultimo giorno di settembre si terrà a Camaldoli, luogo simbolico per il cattolicesimo italiano, un incontro non promosso da Pisapia, ma che lo vedrà protagonista, al fianco di storici ed esponenti del mondo cattolico vicini al Papa e di due personaggi che si richiamano alla sinistra Dc e alla stagione dell’Ulivo, Bruno Tabacci e Franco Monaco.
In parole povere, dopo il comizio fondativo di piazza Santi Apostoli del primo luglio, concluso dai comizi di Pisapia e Bersani, da metà luglio è in atto una diaspora che sembra destinata a fermarsi - o ad esplodere definitivamente - proprio quando i due si incontreranno. Per decidere se e quale partito costruire. Nelle intenzioni originarie di Pisapia c’era un partito che avesse un profilo, lo ha spiegato ai suoi in queste ore, «di sinistra di governo e non di testimonianza», elettoralmente alternativo al Pd di Renzi, ma perché capace di fargli concorrenza sul suo stesso elettorato. Nelle intenzioni dell’ex sindaco di Milano, un movimento che sia in grado di parlare ad un elettorato vasto di centrosinistra e a personalità come Romano Prodi ed Enrico Letta. Un profilo da sinistra riformista, ecco un altro punto sul quale Pisapia non intende transigere, che porti a pungolare il governo Gentiloni, «a rafforzarne il profilo riformista ma non a farlo cadere, perché sarebbe un errore».
Ma su questo punto, sotto traccia, la divisione è molto forte. Per Massimo D’Alema la caduta del governo per il venir meno dei voti di Mdp avrebbe una funzione «catartica», avrebbe il carattere di un atto fondativo e di identità per il movimento alla sinistra del Pd. Pisapia, invece, si è incontrato col ministro Andrea Orlando per chiedergli di concordare alcune modifiche «qualificanti» alla legge di Stabilità. Ma prima degli appuntamenti autunnali, c’è l’intoppo siciliano. Pisapia proverà ad uscire dal cul-de-sac, proponendo al Pd di essere pronto a dare un appoggio a Micari ma soltanto se Alfano resterà fuori dall’accordo. Ma in Sicilia i giochi sembrano fatti.

Corriere 5.9.17
Orlando: subito lo ius soli
di Giovanni Bianconi

Il ministro della Giustizia Orlando: «Lo ius soli prevede anche doveri, non solo diritti. Va approvato, farà calare i reati». Sul trattamento dei detenuti, il Guardasigilli aggiunge: «In carcere percorsi personalizzati, basta benefici in automatico».
ROMA I fatti di Rimini e l’arresto di tre giovani africani accusati di stupro hanno rianimato, soprattutto a destra, le ostilità all’introduzione dello ius soli , ma il ministro della Giustizia Andrea Orlando dice che bisogna procedere nella direzione opposta, accelerando la riforma: «Lo ius soli è un percorso di doveri, non solo di diritti, e serve a evitare di confinare le persone in un limbo, un’area grigia separata dal resto della comunità. La marginalizzazione è un humus nel quale crescono le devianze, l’integrazione e l’adempimento dei doveri civici servono invece ad acquisire diritti e questo può aiutare la sicurezza collettiva».
Vale anche dopo episodi come quelli di Rimini?
«Trarre conclusioni generali da singoli episodi sarebbe sbagliato, ma avere dei cittadini anziché degli apolidi senza radici nel Paese di provenienza ed emarginati in quello in cui vivono, significa aumentare le possibilità di controllo sociale e civile. E il perseguimento di un obiettivo attraverso il rispetto delle regole può essere un deterrente in più».
La pensa così pure sul trattamento dei detenuti?
«Certamente. Entro la metà di settembre presenteremo la prima parte dei decreti delegati sulla riforma carceraria, la cui filosofia è “basta con le riduzioni di pene in automatico e con le preclusioni preventive”, terrorismo e mafia a parte. La personalizzazione del carcere e delle pene alternative aiutano ad abbassare la recidiva nella commissione dei reati e il carcere dev’essere un percorso anziché un parcheggio, dove le persone possono ottenere benefici se si impegnano nel reinserimento, attraverso la scuola, il lavoro e altri processi educativi».
Ma ci sono le risorse necessarie?
«Abbiamo già investito sull’aumento dei magistrati di sorveglianza, e continueremo a farlo con educatori, mediatori culturali e altre figure, ancor più necessarie con una popolazione carceraria di cui un terzo è composto da stranieri delle etnie più diverse».
La disponibilità di risorse pesa sulle riforme in generale, dal civile al penale. A che punto siamo?
«In campo civile possiamo essere soddisfatti dei risultati raggiunti. Quattro anni fa il contenzioso pesava per poco meno di sei milioni di cause, ora siamo a 3 milioni e 700.000, e la durata media di un processo in primo grado è scesa da 512 giorni a 370: una riduzione del 27 per cento. Si può e si deve fare di più, ma il bilancio è certamente positivo, soprattutto per merito dell’informatizzazione, nella quale abbiamo investito per quasi un miliardo di euro».
E sulla giustizia penale?
«Stiamo portando l’informatizzazione anche lì, attraverso un pacchetto straordinario di interventi sulla digitalizzazione degli atti, il rinnovo degli strumenti informatici e la specializzazione del personale. Nel frattempo abbiamo assunto 1.800 impiegati amministrativi nelle cancellerie e previsto l’immissione di altre 2.500 persone che possiamo considerare “nativi digitali”, cioè preparate alle novità del processo telematico. E con l’ultimo concorso copriremo i vuoti nell’organico della magistratura».
Sarà, ma basta entrare in un tribunale per capire che ancora molte cose non funzionano. E con la riforma del processo penale da lei fortemente voluta c’è chi lamenta meccanismi che porteranno ulteriori problemi e lentezze.
«L’importante è che si siano invertite le tendenze, come i procedimenti che si sono ridotti del 7 per cento. Sulla prescrizione credo che non si potrà fare più di quello che abbiamo fatto; del resto se il 50 per cento dei processi si prescrive in quattro distretti significa che bisogna intervenire sull’organizzazione oltre che sulle leggi. Se alcune riforme aumenteranno i carichi di lavoro sarà per introdurre nuove garanzie, ad esempio aumentando i gradi di impugnazione in alcuni casi. Di contro, abbiamo reso più stringenti le stesse impugnazioni, e introdotto interventi deflattivi come l’eliminazione delle cause per la tenuità del fatto, l’introduzione della giustizia riparatrice, la procedibilità a querela e non più d’ufficio per alcuni reati».
Oltre che ministro della Giustizia, lei è uno dei leader dell’opposizione interna al Partito Democratico. Che cosa pensa della possibile riforma della legge elettorale?
«Come minoranza abbiamo sempre detto che non dobbiamo rassegnarci a votare con questa legge. Nel centrodestra si registrano aperture per introdurre elementi di maggioritario che non dobbiamo lasciare cadere. Non si può dire che se non ci stanno tutti non si fa niente, perché alcuni hanno interesse alla frammentazione e all’ingovernabilità, mentre noi dobbiamo garantire stabilità senza ritornare alla prima Repubblica. Abbiamo fatto a meno dell’unanimità su molte altre questioni, non ci possiamo fermare proprio stavolta se non c’è il 100 per 100 dei consensi. E l’interesse di Salvini verso il Mattarellum rappresenta una novità interessante».

Repubblica 5.9.17
Forza Nuova, le ronde con pugili e ultras
Nell’appello di Fiore anche i tassisti: “Con noi le categorie più vicine al popolo, passeggiate notturne per fermare furti e criminalità”. Il boxeur Sanavia: “Schieriamoci contro chi stupra, ruba e spaccia ai danni degli italiani”
di Alessandra Longo

ROMA. Tifosi delle squadre di calcio, tassisti e pugili: sono le tre categorie cui Roberto Fiore, capo supremo di Forza Nuova, reduce dalle polemiche sui manifesti fascisti riesumati per gli stupri di Rimini, si rivolge in queste ore: «Il vero salto di qualità della nuova resistenza italiana - spiega - è proprio questo. Andare oltre la mobilitazione dei nostri militanti e far scendere in campo altre categorie». In campo per cosa? Per vigilare i quartieri delle città italiane considerati a rischio. Una vecchia iniziativa di Forza Nuova, che si chiama, per non destare sospetti, “Passeggiate per la sicurezza“, “un’azione militante concreta“, che è pronta a ripartire questo fine settimana. E già c’è il primo pugile che aderisce, nome e cognome. È Cristian Sanavia e chiama a raccolta i colleghi: «Il mio appello è rivolto a tutti i pugili che come me hanno a cuore la sicurezza delle nostre donne. Schieratevi in prima linea per rendere sicure le strade dal marciume di delinquenti che stuprano, rubano e spacciano ai danni degli italiani che li ospitano». La situazione è satura, siamo in una condizione di guerra. Fate come me partecipate alle Passeggiate!».
“Furti, violenze, criminalità, risse, roghi tossici, macchine ad alta velocità. Se sei stanco di assistere a tutto questo, unisciti a noi, senza paura“, si legge sul sito del partito. E la novità è proprio l’appello a ultras, tassisti e pugili. Scelti perché? Perché sanno menare? «No per quello bastiamo noi», ironizza Fiore, che respinge la provocazione «politicamente volgare». Scelti perché sono rappresentanti del “popolo“, attaccati alle radici. «Gli ultras – dice Fiore – sono un esercito che ama la propria gente; i tassisti, che voi di sinistra definite corporativi, cosa che per noi è un valore, sono attaccati al territorio, sono una comunità vigile». E poi i boxeur: «Sì, l’Italia è piena di palestre a noi vicine, è uno sport popolare, molto italiano. E c’è già un pugile che ha aderito alla chiamata…». Tutti a “passeggiare“ di notte, “pacificamente“, per carità. Anche se, al caso, non si sa i tassisti, ma certo ultras e picchiatori del ring sanno come si fa a neutralizzare il “nemico“. Segmenti di “società civile” considerati più vicini ai camerati. «Forze sane e consistenti – precisa Fiore il sovranista – chiamate a impedire quello che sta succedendo in tutta Europa ovvero l’islamizzazione delle nostre città e dei nostri quartieri».
Sul sito web di Forza Nuova e su quello del Capo ovviamente “le passeggiate“ incontrano i gusti di chi legge. Anche se la speranza di alcuni è che non siano noiose perlustrazioni con le torce nei rioni in decadenza ma occasioni per riaffermare fisicamente le pulsioni identitarie della razza autoctona. C’è chi scrive, aderendo all’iniziativa: «Riformiamo gli squadristi ovunque, ma con i manganel-li! ». E chi si offende per non essere stato convocato a difendere l’italianità: «Ci siamo anche noi, i padri e le madri di famiglia».
Fiore ritiene che il momento sia favorevole ad un’esplosione del «patriottismo duro e puro». Ma i suoi simpatizzanti sono meno analitici e chiedono informazioni più prosaiche: «Dove ci diamo appuntamento a Fondi?». Affiorano anche dubbi sulle regole d’ingaggio: «I pugili vanno bene anche se sono della famiglia dei Casamonica? (gli zingari re di Roma, ndr) e gli ultras anche se diffidati? Sono preoccupato. Si finisce col fare una confusione enorme e non si sa chi deve menare e chi deve essere menato...».

Corriere 5.9.17
«Felici di colpire la famiglia Buondì La ragazzina? Forse la salveremo...»
di Leonard Berberi

Il pubblicitario dello spot che fa discutere: «L’azienda? Subito entusiasta dell’idea»
Uccidete la mamma. Uccidete il papà. Entrambi con un asteroide. E davanti alla figlia. Come vi è venuto in mente questo spot?
«La pubblicità dove coniugare golosità e leggerezza, come il prodotto al centro del messaggio. Così ci è sembrato sensato rompere lo stereotipo della famiglia italiana dell’advertising, dove tutti sono precisi, tutti sono perfetti. Le cose sono cambiate, anche la famiglia non è più quella rappresentata da tempo», risponde Alessandro Orlandi, direttore creativo dell’agenzia Saatchi & Saatchi che ha curato — assieme ad altri colleghi — la campagna pubblicitaria del Buondì Motta (del Gruppo Bauli). Quella dove una bambina reclama una colazione «leggera, ma invitante». Intanto piovono corpi celesti. Sui genitori. E, tra poco, un altro personaggio.
Su YouTube il primo video ha registrato oltre 1,4 milioni di visualizzazioni, il secondo quasi 600 mila. Le polemiche non sono mancate, così come gli apprezzamenti. Gli hashtag. E i tormentoni web.
Orlandi, cosa vi ha ispirato durante l’ideazione?
«Abbiamo usato un’ironia tipica del web, ci siamo messi in discussione perché la tv è diventata vecchia, anche per colpa di noi pubblicitari. Bisognava scagliarsi contro l’idea di famiglia mostrata finora».
Cos’è successo subito dopo la prima pubblicità?
«I primi a reagire online sono stati gli haters , gli odiatori, contestando la scelta di aver fatto fuori una madre. Poi però si è attivato il pubblico più pensante che ha apprezzato la pubblicità».
E l’azienda come ha reagito quando ha visto gli spot?
«Erano entusiasti: ci ha permesso di fare qualcosa di forte. A quel punto tutti ci siamo detti “ora vediamo come va”».
Vi aspettavate questo esito?
«Sapevamo che avrebbe fatto un po’ di rumore, ma non così tanto. Già l’anno passato, con il promo del panettone (contestato da alcuni vegani, ndr ), il cliente aveva capito l’ironia e il coraggio come valori fondanti del marchio Motta».
Il prodotto è diventato anche un «meme», un tormentone online: il dittatore nordcoreano Kim Jong-un non ispeziona più una testata a idrogeno, ma il Buondì...
«Lo stiamo vedendo ed è bellissimo. Siamo usciti dal contesto televisivo e giriamo sui social. Del resto l’obiettivo non è fare la pubblicità migliore, concetto peraltro opinabile, ma diversa e che finisce su più piattaforme».
Da domenica c’è anche il padre che fa una brutta fine.
«Il suo ingresso l’abbiamo dovuto anticipare di una settimana proprio per la reazione che c’è stata. Così come faremo con il terzo protagonista».
Chi sarà?
«Il postino. Lo spot doveva andare in onda a gennaio, ma lo vedrete in tv prima».
Perché avete scelto proprio l’asteroide?
«Perché è l’elemento richiamato da una persona scettica assieme ai fulmini. Ha vinto l’asteroide proprio per il suo forte nonsense».
Sui social in tanti chiedono di far fare una brutta fine alla ragazzina. C’è chi suggerisce di «regolare meglio la traiettoria dell’asteroide».
( ride ) «Ho letto... vedremo. Tutti vogliono sapere come andrà avanti. Segno che la campagna funziona».
Ci saranno altre puntate?
«Parleremo con il committente. Personalmente non lo allungherei, ma la decisione finale spetta al Gruppo Bauli».
Per alcuni la pubblicità segna un punto di rottura...
«Negli spot di prodotti alimentari i soggetti si vedono sempre mentre mangiano. In questo, invece, no: metà della campagna non mostra il dolce, l’altra metà fa vedere un cartello con il dolce».
In Italia ci sono ancora argomenti tabù anche per voi?
«Diversi. La religione, per esempio, è uno di questi».

Il Fatto 5.9.17
Buondì, l’asteroide ha colpito il bersaglio
di Nanni Delbecchi

Bei tempi quelli della caccia alle streghe; bastava tenersi alla larga dai comunisti e tutto era risolto. Oggi ogni giorno ce n’è una nuova, l’ultima è la caccia al Buondì Motta. Vade retro, Buondì. E tutto per colpa del suo ultimo spot pubblicitario. Una bambina, che da come parla deve avere preso lezioni di storytelling alla Leopolda, chiede alla mamma “una merenda che possa coniugare la mia voglia di leggerezza e golosità” (tipo voucher). “Una merenda così non esiste”, risponde la mamma, più salviniana. “Che possa colpirmi un asteroide, se esiste”. L’asteroide, premuroso, le piomba all’istante sulla testa, e nello spot successivo la stessa sorte tocca al papà (le famose Quote Asteroide che tutti sogniamo). Finalmente un’idea divertente e impertinente. Ma siccome la mamma degli indignati è sempre incinta, si è aperta la caccia al Buondì. “Non avete pensato che un bambino potrebbe impressionarsi?”. E facciamoli impressionare: non si vive di soli Minions. Ma poi, non avete pensato che un bambino potrebbe imparare a ridere, e magari ricordarlo agli adulti? Ce ne sarebbe un gran bisogno, in un’epoca in cui il tribunale del web insegue la dittatura del politicamente corretto e il senso dell’ironia si va esaurendo più del pack antartico. Altrimenti balzerebbe subito agli occhi come lo spot sia una riuscita irrisione dei luoghi comuni della pubblicità televisiva, al suo oceano di melassa, mulini bianchi e galline Rosita. Complimenti all’asteroide. Non poteva mirare meglio.

Il Fatto 5.9.17
Hasta siempre subcomandante Christian Raimo
di Andrea Scanzi

Christian Raimo è membro di nicchia di quella “sinistra ideale” non si sa quanto esistente e – quel che è certo – non meno di nicchia. Scrittore, traduttore, insegnante. Nato a Roma 42 anni fa, a volte stimolante, più spesso tronfio e palloso. Ospite pochi giorni fa a Dalla vostra parte, ha esaltato gli internauti convinti che Minniti sia Mengele. A un certo punto ha mostrato un cartellone, sentendosi Bob Dylan o mal che vada Silvestri a Sanremo, esortando Belpietro a mandare in onda qualche altro servizio “sui negri cattivi”. Poi, ostentando l’accento romanesco, ha detto che si divertiva di più a cena e ha salutato tutti. Lo sketch, preparatissimo, ha funzionato anche se Raimo non è mai granché sciolto in tivù.
Politicamente Raimo è un Casarini che non ce l’ha fatta, mediaticamente un Piero Ricca che non ce l’ha fatta, letterariamente un Lagioia che non ce l’ha fatta. Anche per questo, forse, appare sempre rancoroso. Non lo aiuta poi quell’espressione perenne da “io ho letto il Capitale e voi no”. Ogni volta che apre bocca te lo immagini che riflette – risolvendoli – sui problemi del mondo, sorseggiando BioCola con altri professionisti qualsiasi dell’alternativismo effimero. Senz’altro, a fine Settanta, Raimo avrebbe fischiato il Gaber di Polli di allevamento, trattando già che c’era Pasolini come un “compagno che sbaglia” e gridando “reazionario” a Sordi.
Non è un caso che, su Facebook, faccia a gara con Diego Fusaro su chi tra i due sia più marxista (povero Marx), per poi ricordare che Montanelli nel 1947 scrisse Il buonuomo Mussolini. Quelli come Raimo sono sempre esistiti. Barba d’ordinanza, stempiati perché i capelli si son presto rotti i coglioni di sentir sempre parlare di proletariato. Si vestono pure allo stesso modo. Hipster iper-politicizzati, encomiabili nel rendere la sinistra ridicola, indigesta e invotabile. Massimalisti per moda, senza mai dubbi, tolleranti finché gli dai ragione e pronti a dirti che gli Stones non varranno mai un Lolli perché non abbastanza ideologici.
Dopo la puntata da Belpietro, presa a esempio da Civati neanche avesse appena visto il martirio di Matteotti o Gobetti, Raimo ha ricevuto attacchi belluini in Rete: ha tutta la nostra solidarietà. Viviamo tempi beceri e tremendi. Poi, trasudando quella comica e al contempo insopportabile autoconvinzione d’esser superiore agli altri, ha scritto: “Sta a noi di sinistra, semplicemente democratici, antifascisti, pensanti, fare argine a questo. Come scriveva in una delle ultime interviste prima di morire Roberto Bolaño, alla domanda su quali fossero le cose che lo annoiavano di più. “Il discorso vuoto della sinistra, il discorso vuoto della destra lo do per scontato”. Capito? Lo decide Raimo chi sono i buoni e i cattivi. La sinistra (la sua) ha ragione e chi è di destra è un cretino.
Beato lui: è sempre dalla parte del giusto e mai del torto, con buona pace di Brecht. Felici per le sue certezze, vorremmo giusto chiedergli: se n’è reso conto, il post-morettiano Raimo, che i M5S sono nati e proliferano grazie al fallimento di gente come lui? Se n’è reso conto, il guevarista comodo Raimo, che lui e i suoi idoli hanno meno pubblico di Scaramacai e che per avere un minimo di riscontro devono elemosinare uno strapuntino a Rete4? Se n’è reso conto, il fieramente anacronistico Raimo, che l’unica cosa riuscita alla sinistra italiana negli ultimi 30 anni è stato deludere? Per dirla con quel vecchio film di Paolo Virzì: “La verità è che non ce state più a capì un cazzo ma non da adesso, da mo’”. Quando te ne renderai conto, subcomandante Raimo, facci un fischio.

Il Fatto 5.9.17
Il modello Minniti oltre la demagogia
di Angelo Cannatà

Che Marco Minniti fosse un politico di sinistra serio e determinato l’ho capito subito quando l’ascoltai per la prima volta all’inizio degli anni 90. Guidava con sicurezza – da segretario regionale – il Pds calabrese (1992-1994), prima di diventare segretario organizzativo dei Ds nel 1998. Mi trovavo ancora nel Reggino nel 1997 e come “segretario di zona” del Partito democratico di sinistra – coordinavo alcune sezioni nella fascia alta della piana di Gioia Tauro – ebbi modo d’apprezzare il carattere, lo stile, l’attenzione agli ultimi, la cultura e la determinazione di Marco, lo chiamavamo tutti così riconoscendone il carisma e la leadership. Fu per me una breve esperienza politica, la cattedra di Storia e Filosofia nei licei assorbì il mio tempo, ma è a quegli anni che la memoria torna oggi che il ministro dell’Interno mostra a una platea più grande la sua capacità di “vedere”, analizzare i problemi, imporre l’agenda, mediare, in breve: la sua capacità di “fare” politica.
Dal vertice di Parigi, dopo anni di umiliazioni, è arrivato il riconoscimento di Francia, Germania e Spagna; il modello Minniti s’è imposto. Di cosa si tratta? Il capo del Viminale s’è mosso su più piani conciliando “diritti e sicurezza”:
1) Poteva continuare l’anarchia devastante degli sbarchi? “Quando in 36 ore sono arrivati 12 mila migranti, ho temuto per la tenuta democratica del Paese”, dice Minniti. Ed ecco allora le regole di condotta per le Ong (discusse e contestate, finché si vuole, ma efficaci).
2) Poteva diminuire l’afflusso di migranti senza preventivi accordi in Libia? Minniti chiude quanti più accordi possibili con le autorità locali libiche, anche se per molti l’assenza di un governo stabile era un ostacolo insormontabile; stringere patti con le diffuse autorità territoriali (“l’importante è raggiungere l’obiettivo”) ha dato buoni risultati.
3) Essenziale – per Minniti – l’aiuto operativo alla Guardia costiera di Tripoli che “ora fa il suo mestiere di prevenzione e repressione”. È il percorso accolto a Parigi. Ci deridevano, oggi accettano un modello di contenimento dell’immigrazione. Visione, strategia, azione: questo è Minniti. Questione immigrati risolta? No. Le regole di Dublino penalizzano l’Italia e sono da rivedere; lo dice anche la Merkel: “Visto che non c’è solidarietà, i Paesi d’arrivo sono sfavoriti”. C’è ancora molto da fare. Occorre vigilare sui migranti bloccati in condizioni disumane; il timore di Grillo è anche di Minniti (affinità nella differenza), “la creazione di hotspot pone la questione della tutela dei diritti” (altro che svolta a destra!), decisivi il ruolo dell’Onu e la nostra idea di umanità: “Io mi sento responsabile appena un uomo posa il suo sguardo su di me” (Dostoevskij).
Il modello Minniti è il primo passo e indica una via (qualcuno ha una proposta più concreta?); ridicole le accuse di fascismo, il problema della stabilità sociale esiste, lo dicono i fatti di Roma (“Non vogliamo più migranti nel quartiere”); assurde l’inerzia e la demagogia della sinistra salottiera. Minniti opera per la sicurezza senza dimenticare che diritti, valori e umanesimo sono la sua storia, e la storia della sinistra democratica. I risultati gli danno ragione: gli sbarchi sono al minimo storico e dicono di un’azione politica lungimirante che prova a mettere un freno (anche) ai rigurgiti xenofobi alimentati dal salvinismo. Nessuno è riuscito a passare dalle parole ai fatti come il capo del Viminale (l’effetto Minniti è evidente). È uomo concreto. Coniuga sicurezza e civiltà ispirandosi alla saggezza antica: “Andrai ben sicuro seguendo il giusto mezzo”. Vorrei non essere reggino come lui; non averlo ascoltato negli anni 90; non essere stato segretario di zona del Pds quando dominava in Calabria, per poter dire – senza suscitare inutili sospetti – che è il miglior ministro dell’Interno di sempre.

Il Fatto 5.9.17
Fiabe moderne: i robot rubano il lavoro ai giovani
di Furio Colombo

Caro Furio Colombo, i robot rubano il lavoro. Lo annunciano illustri sociologi, grandi giornali, carrellate televisive in cui al robot manca solo un basco o una bandana per farlo sembrare un essere umano al lavoro. Ma è davvero quella la ragione del non lavoro per i giovani?
Marina

Se i robot fossero la ragione della disoccupazione, non si capirebbe come ha fatto Obama, durante la sua presidenza (in tutto, otto anni) a portare i senza-lavoro del suo Paese al minimo mai toccato in un Paese industriale, 4,4 per cento (cioè praticamente nessuno) di gente senza lavoro. Nel mondo di Obama si capisce che più robot vuol dire più lavoro, più produzione, più vendita. Dunque più esseri umani, a monte e a valle delle varie classi di robot impegnati nei vari snodi produttivi. Il vuoto di lavoro ha sempre due grandi cause: una crisi o una cultura. La crisi c’è stata, è stata brutta e lunga, ed è rimasta a lungo un enigma anche per i grandi esperti che poi vanno a spiegare il non molto che sanno a Davos o al Forum Ambrosetti. Oppure è una cultura. Adriano Olivetti, capo di una azienda di fama e di successo mondiale, non faceva parte della Confindustria italiana perché (cito lui) “indesiderato”. Infatti Olivetti, in quegli anni Cinquanta in cui tutti si dedicavano a deprecare il costo del lavoro e, dove possibile, a licenziare, lui, Olivetti, assumeva operai, impiegati, tecnici, dirigenti, produceva molto e vendeva molto nel mondo. Ecco perché dico che il lavoro (crearlo, offrirlo, limitarlo, pagarlo male, toglierlo) è un fenomeno culturale. Un’analogia utile è quella con il mondo e il destino delle donne. Non è vero (ma c’è voluto del tempo per fugare la superstizione) che le donne non sanno o non possono. Semplicemente una cultura (che era anche la nostra, fino a poco fa) le escludeva in base a una credenza. Nel mondo produttivo, la credenza, nata prestissimo nella fervida ricostruzione del dopoguerra, lentamente e poi rapidamente ha dato i suoi frutti. Non è la speculazione sbagliata o il manager inetto a fermare l’impresa. È la credenza, largamente infondata e fermissima, che il lavoro sia il primo costo da abbattere. La maggioranza degli imprenditori vi si sono dedicati con furore. Hanno creato imprese senza vita, senza slancio, senza capacità di avere un’immagine che produce affezione, dunque consumo. Hanno messo a carico dei clienti o consumatori il lavoro di attesa (le banche quasi senza sportelli) di trasporto, di montaggio, di installazione e – se ne sono capaci – di riparazione. Un salone di banca, gremito di gente esausta e con un solo impiegato, ti aspetta mentre tu stai già pensando dove e come cambiare banca. Piccolissimi risparmi sul lavoro impiegatizio non compenseranno mai gli errori dei manager, che sono la vera causa, oltre i loro salari, nella grande carestia del lavoro.
L’importante, per un capo azienda disputato con cifre da calciatore fra una impresa e l’altra, è dimostrare di avere licenziato molto, moltissimo. E il Parlamento comincerà subito con una nuova legge sul lavoro dei giovani.

Repubblica 5.9.17
Pronto l’ordine esecutivo che ricaccia nella clandestinità 800mila figli di migranti irregolari cresciuti negli Usa
Trump cancella Obama ritorna nell’illegalità il sogno dei “dreamers”
di Vittorio Zucconi

Uscirono in ottocentomila dal buio, i figli di migranti illegali quando il Presidente Obama diede loro la possibilità di sognare nel 2012, ma in queste ore Donald Trump li può condannare al ritorno nell’oscurità. Sono gli ostaggi del Daca, dell’ordine presidenziale per la “Deferrred Action”, per rinviare la decisione formale sul loro status legale e per proteggere dalla deportazione coloro che furono portati bambini sul territorio Usa da genitori senza documenti e senza colpe, che dovrà essere cancellato, come Trump aveva promesso alla sua base elettorale più xenofoba. E se la sua decisione, annunciata oggi, lascerà qualche spazio all’ambiguità fra le promesse e la crudeltà, Trump, il campione anti immigrazione, non può tradire, dopo il fiasco del “Muro che non c’è” anche l’impegno per il grande rastrellamento dei “clandestini”.
La condizione di questi “sognatori”, di questi adolescenti e giovani adulti che vivono da almeno 16 anni in Usa e avevano osato cedere alla speranza, è profondamente diversa da quella degli undici milioni di “Illegal Aliens”, di stranieri che vivono senza permessi legali nei 50 stati americani. Sono tutti illegali a loro insaputa, bambini e bambine che i genitori portarono via dalla violenza, dalla miseria abbietta, dalla disperazione nei villaggi soprattutto del Centro America,ma anche dell’Asia e dell’Africa, per inseguire un futuro nel “Sogno Americano”. Criminali senza colpe, sono cresciuti nella sola nazione che abbiano mai davvero conosciuto, illudendosi di essere parte di quelle scuole dove studiavano, di quei campi e imprese dove lavoravano, a volte di quelle Forze Armate nelle quali anno servito una Patria che ora non li riconosce e può renderli tutti, da domattina, possibili deportati, ributtati in nazioni dove non hanno mai vissuto.
C’è una speciale efferatezza nella situazione dei “Dreamers” prodotta per l’effetto paradossale dell’ordine emesso da Obama el 2012 per proteggerli. Quando il Presidente si arrese davanti all’incapacità del Congresso di produrre una seria riforma delle leggi sull’immigrazione, il Daca, Deferred Action for Childood Arrivals, fu una toppa che a distanza di tempo e per la vittoria di Trump e del suo furore anti immigrati rischia di essere più lacerante delbuco. Il patto offerto da quell’ ordine presidenziale, dunque non una legge federale ma una di quelle disposizoni esecutive che Trump ha firmato a pacchi, era chiaro: voi “illegali” uscite dall’oscurità, vi registrate presso l’agenzia federale per l’immigrazione e in cambio lo Zio Sam vi concede il permsso di lavorare e vivere come residenti legittimi per due anni, rinnovabili.
Sul milione e 700 mila “clandestini a loro insaputa” piovuti da bambini sul territorio Usa, 787 mila accettarono il patto e osarono “sognare”. Con i loro nuovi documenti, i primi della loro vita, trovarono lavoro, si iscrissero a università, comperarono automobiili, addirittura acquistarono case facendo ottimisticamente mutui o si arruolarono nell’Esercito, pensando di acquistare benemerenze. Si erano persuasi, si erano illusi, che quella prima forma di legalizzazione fosse la strada verso uno “ius soli” a scoppio ritardato, per loro che non erano nati sul suolo americano, ma erano cresciuti e diventati adulti come americani rispettosi della legge. Il 95 per cento dei “Dreamers” ha un lavoro o studia, paga le tasse, alimenta l’economia, come sanno i venditori di automobili che hanno venduto loro 400 mila macchine e le banche creditrici. E come sanno gli imprenditori, della nuova e vecchia economia, da Silicon Valley alle raffinerie di Houston che hanno scongiurato Trump di rinnovare il Daca e non sottrarre al lavoro e alle università 800 mila persone.
Erano stati gli “Attorney General”, i procuratori generali degli Stati a maggioranza repubblicana dove erano stati eletti, a muovere contro il Daca, minacciando cause contro Obama accusato di azione incostituzionale e ora ricattano Trump promettendogli ricorsi ai tribunali se non lo casserà entro oggi e non manterrà l’impegno preso con gli elettori più ringhiosi, con quella base che ancora non lo ha abbandonato nei sondaggi e alla quale lui resta aggrappato.
Sarebbe stato più facile, anche se crudele, annullare l’ordine di Obama e far tacere le ragioni del cuore, che dice di avere “grande”, per quelle del consenso, se alla fine di agosto non si fosse abbattuto sul Texas e su Houston il più violento uragano della storia moderna. Proprio a Houston, e lungo la costa del Texas, vive un terzo di quei “sognatori” nel limbo, la maggiore concentrazione insieme con la California e la Florida. Dunque almeno 250mila persone, aggrappate a quel “sogno” stanno riemergendo a fatica dalla devastazione dell’Uragano Harvey, soltanto per trovarsi di fronte alla furia dell’Uragano Donald.

il manifesto 5.9.17
La svolta di Tsipras: erede di Andreas Papandreou
Dibattito nella sinistra greca. Per il premier di Atene il leader socialsita ebbe la capacità di difendere la coesione sociale in un momento difficile dicendo addio alle idee radicali
di Teodoro Andreadis Synghellakis, Fabio Veronica Forcella

Alexis Tsipras si propone, come erede della migliore tradizione socialista del Pasok di Andreas Papandreou. E per farlo, il primo ministro greco ha scelto la data del 3 settembre (a 43 anni esatti dalla fondazione del Movimento socialista panellenico), con un suo articolo, pubblicato sul giornale di Atene Documento.
«Andreas era un bugiardo?», si domand il leader di Syriza, e subito dopo aggiunge: «La nascita, il percorso del Pasok e il suo punto finale, come anche il ruolo di Andreas Papandreou negli anni dopo la caduta del regime dei colonnelli, si prestano non solo a una ricerca storica, ma anche a conclusioni politiche, molto utili per la realtà odierna. Il confronto e lo scontro sul Pasok di ieri somigliano molto alle dispute sul presente della Grecia».
Tsipras ricorda che il Movimento socialista panellenico, all’inizio accusato da alcuni di essere estremista e amico del «terrorismo» di quel periodo, è riuscito, in pochissimi anni, a tramutarsi in un partito che ha vinto le elezioni e che è riuscito a lasciare una forte traccia negli anni di vita democratica del Paese. Un fenomeno che è al centro di molti dibattiti e analisi. E lo stesso vale, scrive il leader di Syriza, per gli sviluppi successivi, in cui un partito che credeva in se stesso e nel cambiamento, «ha detto addio alla sua identità radicale».
Il messaggio, secondo molti analisti, è chiaro: Alexis Tsipras si propone come erede del miglior periodo di governo di Andreas Papandreou, come anche della forza innovatrice, di rottura verso equilibri sedimentati da decenni, che aveva portato il Pasok nel 1981 al governo con un trionfale 48%. Il dibattito, dentro e fuori Syriza, è ufficialmente aperto.
Riguardo alla figura di Papandreou, il giudizio del leader della sinistra radicale greca, è ben chiaro. «Andreas Papandreou ha subito forti attacchi dall’establishment dell’epoca, come lo chiamava lui stesso, che lo accusava di essere populista, ingannatore delle folle, bugiardo. Ma la verità, che va detta – per quante obiezioni si possano avere sul suo percorso successivo – è una sola: disponeva del fiuto politico necessario per comprendere il periodo storico del ristabilimento della democrazia, i bisogni e le grandi possibilità che rappresentava», scrive Tsipras.
E ribadisce che il Pasok è stato il risultato di un periodo storico, ma anche di un leader che è riuscito a riconoscerlo con esattezza. Un leader che ha cercato di unire tre diverse generazioni: quella della lotta di liberazione contro gli occupanti nazifascisti, degli studenti mobilitati contro i governi di destra all’inizio degli anni ’60, e quella della rivolta del Politecnico contro i colonnelli.
Tsipras decide di fare questa apertura verso la tradizione socialista proprio del momento in cui il centrosinistra prova a riorganizzarsi e a trovare una nuova figura rappresentativa. Proprio in questa fase il primo ministro di Atene dichiara di essere lui, sostanzialmente, l’erede politico di Andreas Papandreou. Per il fatto (non lo scrive ma il parallelismo è chiaro) di aver sfidato l’establishment, di aver cercato – malgrado enormi difficoltà – di difendere le classi sociali più deboli, e non aver riconsegnato la Grecia alle destre.
«Abbracciando tutto il popolo dell’antidestra, il Pasok è riuscito a diventare fortissimo», ricorda. Nell’articolo non manca anche un’analisi impietosa della storia più recente del Movimento socialista panellenico. Quando, cioè, è stato «incapace di opporsi alla forte ondata neoliberista» e «il nuovo Pasok di Kostas Simitis e dei cosiddetti riformisti si è tramutato in una forza di opposizione al cosiddetto vecchio Pasok, fino ad azzerarlo». Diventando, alla fine «un alleato di una destra nell’imposizione del regime dei memorandum di austerità». Secondo Tsipras, chi accusa oggi Syriza di essere la continuazione del Pasok, in realtà, esprime la stessa, perenne paura. La paura dell’establishment e delle commistioni di interessi.
La grande sfida, per il leader di Atene, è ora quella di riuscire a rappresentare solo la tradizione più preziosa del socialismo greco.

Corriere 5.9.17
Nord Corea Srl
Kim pazzo? No, un amministratore delegato che tenta di risollevare il suo gruppo in crisi
di Guido Olimpio e Guido Santevecchi

PECHINO-MILANO Le ultime immagini di Kim Jong-un lo mostrano in gessato, con la giacca alla Mao, seduto intorno a un tavolo con quattro dirigenti. Poi mentre firma un ordine esecutivo: quello per il test della Bomba perfetta, all’idrogeno. Per qualcuno il leader è irrazionale, ma questa sembra una scusa per ammettere di non avere un piano per fermarlo. C’è invece un’altra versione, più propositiva.
Kim si comporterebbe come il dinamico amministratore delegato arrivato al vertice di un gruppo in grave crisi: la Nord Corea i cui cittadini (i dipendenti) hanno dovuto tirare la cinghia e morire letteralmente di fame negli anni della stagnazione durante la direzione di Kim Il-sung e Kim Jong-il. Guardare al giovane Kim, 33 anni, come a un manager, un ceo, chief executive officer come si dice nel mondo degli affari, permette di «esaminare le sue qualità di capo, invece che perdersi dietro discussioni sulla sua salute mentale», ha scritto su Foreign Affairs David C. Kang, professore della University of Southern California.
Missili e pubblicità
Solo una suggestione da accademico? Ci sono diversi fatti a sostegno della tesi. Che cosa fa un neo amministratore delegato per risollevare le sorti del suo gruppo? Impone una nuova visione, nuovi obiettivi, motiva il personale ma taglia anche molti quadri incapaci di seguire il nuovo corso (le epurazioni tra il 2012 e il 2013 nel caso di Kim). Soprattutto migliora il prodotto: missili e arsenale nucleare, il ramo principale dell’azienda. E se ha i fondi sufficienti lancia anche una grande campagna pubblicitaria: questa in realtà gliela fanno gratuitamente gli avversari come Trump che non fanno mancare dichiarazioni a effetto («fuoco e furia», «le armi sono cariche» ha detto tra l’altro il presidente via tweet).
La visione che il ceo-Maresciallo ha prospettato al suo consiglio d’amministrazione, generali e dignitari, si chiama «Byungjin» — linee parallele — e implica lo sviluppo contemporaneo dell’economia nazionale e della forza militare. Burro e cannoni, o meglio: burro, bombe atomiche e missili intercontinentali. Questa dottrina è stata enunciata il 13 aprile del 2013 e ha sostituito la linea unica del padre di Kim, il «Songun» che significava «prima le forze armate».
Il Pil in crescita
Byungjin è solo uno slogan o ci sono stati risultati concreti? Difficile leggere i dati dell’economia nordcoreana, ma nonostante le sanzioni, è stato calcolato che nel 2016 il Prodotto interno lordo sia cresciuto del 3,9%. Spiega Byung-Yeon Kim, professore della National University di Seul, nel libro «Unveiling the North Korean economy» che il miracolo è frutto di un inizio di riforme di mercato nel Paese più chiuso del mondo. In Nord Corea il ceo Kim ha permesso l’apertura di circa 400 mercati con circa 600 mila punti vendita: durante una visita a Pyongyang il Corriere ne ha potuto vedere diversi che distribuiscono cibo e articoli per la casa, frutto dell’eccesso di produzione delle aziende statali. E poi ci sono mercati «non ufficiali», ma tollerati. L’economista di Seul valuta che questo sistema parallelo ormai fornisca tra il 70 e il 90 per cento del reddito delle famiglie.
Ma qual è l’obiettivo strategico? Gli analisti che hanno sempre definito lo sviluppo bellico come lo scudo al trono di Kim ora ne sottolineano il carattere offensivo. Da qui la realizzazione di armi per potere resistere in una sfida e avere molte più opzioni. Cannoni, razzi, sommergibili, vettori a lungo raggio, Bomba, gas chimici, operazioni speciali, omicidi all’estero. Certo, non c’è confronto con la potenza americana, però il Maresciallo è riuscito a mettere in piedi un dispositivo in grado di raggiungere l’America ma anche di annichilire Seul e sferrare missioni destabilizzanti.
Lo scenario più inquietante è che punti alla «acquisizione» dell’azienda rivale: la Corea del Sud. Con l’arma del ricatto. Perché alla fine la domanda è sempre quella: un presidente americano rischierebbe uno strike nucleare su Los Angeles per difendere Seul? O la lascerebbe al suo destino? L’amministratore delegato Kim sembra purtroppo credere nella seconda opzione. La sua azienda potrebbe chiamarsi Nord Corea Srl, società a responsabilità limitata. Molto limitata.

La Stampa 5.9.17
Spese personali a carico dello Stato
Sara Netanyahu verso l’incriminazione
La decisione entro dieci giorni. Bufera sul premier israeliano
di Giordano Stabile

Un «complotto della servitù» degno della serie televisiva Downtown Abbey. Sara Netanyahu vede così l’inchiesta nata dalle accuse dell’ex guardia del corpo e manager Meni Naftali, capo del personale nella residenza del premier in via Balfour a Gerusalemme. Ma quelle accuse di «spese pazze» e capricci che sarebbero costati all’erario almeno 400 mila shekel, quasi centomila euro, la stanno portando dritta in tribunale e rischiano di compromettere la tenuta del governo del marito Benjamin, sulla cresta dell’onda dal 1996.
Da giorni i media israeliani riportano indiscrezioni fatte filtrare da ambienti giudiziari. L’incriminazione da parte del procuratore generale Avichai Mandelblit è questione di «dieci giorni», al massimo «qualche settimana». I capi di accusa riguardano soprattutto le cene di lusso private, confezionate da chef, e proibite dal regolamento della residenza. La first lady, cinquantotto anni, è anche sospettata di aver mentito durante gli interrogatori con la polizia, proprio per nascondere le «spese pazze» e addossarle al «maggiordomo» Naftali.
Sono state le rivelazioni di Naftali, dopo il suo burrascoso licenziamento, ad aprire il caso. L’uomo, sefardita di origini marocchine, è diventato un personaggio, quasi un leader dell’opposizione. Ha chiamato la gente in piazza a protestare e sfidato il premier a un dibattito in tv. I Netanyahu hanno risposto accusandolo di essersi inventato tutto, di essere stato lui a «rubare il cibo» e ad addossare il conto sul bilancio della residenza del premier.
Bizze e offese
Ma il duello era cominciato prima, durante i 20 mesi passati da Naftali a servizio di Sara Netanyahu, dal 2010 al 2012. I «capricci» della first lady, nel suo racconto, lo avrebbero portato all’esasperazione, culminata quando Sara rispedì al ristorante una cena a base di cibo marocchino, «troppo abbondante e grasso», non adatto «a noi europei», cioè israeliani di origine ashkenazita. Ma Naftali non sarebbe stato l’unica vittima delle bizze della padrona di casa, e avrebbe visto ben «29 dipendenti lasciare il posto», pur molto ben pagato e ambito, perché non la reggevano.
Questo ritratto da zarina capricciosa non è mai andato giù a Sara, che oltre alla «servitù» ha accusato i media di essersi inventati gli aneddoti più succosi. Per dimostrarlo si è sottoposta al test della macchina della verità. I risultati sono stati pubblicati due giorni fa e dimostrerebbero che almeno per un capo di accusa la first lady avrebbe detto il vero.
Sotto assedio
Netanyahu ha navigato negli ultimi vent’anni in tempeste ben più grandi ma ha capito di avere il fianco scoperto. E ha lanciato una controffensiva a tutto campo, sui media, nei comizi. Ha ribattuto punto su punto, sottolineato che le accuse riguardano, in fondo, minuzie: «Stanno indagando sui più importanti problemi del mondo – ha spiegato con sarcasmo - come si sostituisce una lampadina, i vassoi di cibo, la tazza di tè che Sara ha servito a suo padre sul letto di morte».
L’opinione pubblica israeliana è però molto sensibile alle questioni etiche, in particolare se vengono coinvolti politici e sprecato denaro pubblico. L’entourage di Netanyahu è al centro di indagini su presunte mazzette per l’acquisto di sommergibili dalla Germania e pressioni sui media. Con l’incriminazione della moglie Sara l’assedio diventerebbe sempre più stretto.

Repubblica 5.9.17
Malala attacca Aung scontro tra Nobel sul dramma rohingya
“Condanni le violenze”, twitta la giovane pachistana Petizione al comitato norvegese: “Ritiratele il premio”
di Enrico Franceschini

LONDRA. Malala contro Aung San Suu Kyi. Due donne, entrambe asiatiche, ex-dissidenti perseguitate, premi Nobel per la pace: ma ora la 20enne pachistana messa nel mirino dai Taliban critica la leader 72enne del Myanmar, a lungo icona dei difensori dei diritti umani in tutto il mondo. «Sto aspettando che anche San Suu Kyi condanni il tragico e vergognoso trattamento dei Rhoingya», la minoranza etnica musulmana sottoposta a operazioni di “pulizia etnica” da parte dell’esercito birmano, twitta Malala. «Il mondo sta aspettando, i Rhoingya stanno aspettando». Parole pesanti, che contengono un’implicita accusa nei confronti della sua “compagna di Nobel”, come la definisce su Twitter.
Non è l’unico attacco che San Suu Kyi ha ricevuto in questi giorni per un silenzio che suona come un avallo delle violenze contro i Rhoingya. Una lettera aperta online al comitato norvegese del Nobel che chiede di toglierle il premio per la pace ha raccolto rapidamente più di 11 mila firme. Già nell’autunno scorso era circolata una petizione di Nobel per la pace, su iniziativa di Desmond Tutu e Jodi Williams, per esortarla a mettere fine alla repressione nei confronti della minoranza islamica birmana. Per la prima volta, anche il relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nel Myanmar, Yanghee Lee, ha criticato la leader de facto del Paese, sottolineando che, di fronte alla gravità della situazione, Aung dovrebbe prendere posizione. E il ministro degli Esteri britannico Boris Johnson, pur ribadendo pieno sostegno all’impegno democratico di San Suu Kyi, ammonisce che le persecuzioni contro i Rhoingya rischiano di «rovinare la reputazione del Myanmar».
L’intervento di Malala rilancia quei segnali di allarme, gettando un’ombra su colei che fino a poco tempo fa è stata percepita come un’eroina dei diritti umani. «Negli ultimi anni ho ripetutamente condannato il tragico e vergognoso trattamento dei Rhoingya», afferma la giovane pachistana. «Sto ancora aspettando che la mia compagna di Nobel per la pace Aung San Suu Kyi faccia altrettanto. Fermate le violenze. Abbiamo visto immagini di bambini uccisi dalle forze di sicurezza del Myanmar. Questi bambini non hanno fatto del male a nessuno, eppure le loro case vengono bruciate. Se la loro casa non è la Birmania, in cui hanno vissuto per generazioni, dov’è?».
Oltre 400 persone Rhoingya hanno perso la vita nei recenti disordini e 70 mila profughi sono fuggiti in Bangladesh. Varie organizzazioni per i diritti civili hanno accusato i militari birmani di crimini contro l’umanità per l’operazione. Dopo una lunga prigionia nel proprio paese, dove era agli arresti domiciliari, San Suu Kyi è riuscita a convincere la giunta militare che governava il Myanmar a permettere elezioni libere, le ha vinte con il suo partito, è diventata ministro degli Esteri e di altri dicasteri, quindi Consigliere di Stato, una sorta di primo ministro. Un lungo viaggio dai giorni in cui studiava Politica, Filosofia ed Economia all’università di Oxford – altra coincidenza: lo stesso corso a cui è stata ora accettata Malala, a cui molti predicono che – come San Suu Kyi – un giorno diventerà primo ministro del proprio paese. Ma adesso le loro strade divergono e le due donne Nobel per la pace si ritrovano una contro l’altra.

Corriere 5.9.17
La peggiore delle droghe
di Alessandra Coppola

Non c’è droga peggiore. Cherosene, polvere di vetro, veleno per topi, mescolati al residuo duro della cocaina. Scarto degli scarti, si fuma e brucia in un attimo. Il fotografo italiano Valerio Bispuri l’ha vista cucinare, racconta, in un giorno di derby allo stadio perché i capi narcos fossero distratti, nel sottoscala di una baraccopoli argentina. Non sa esattamente dove, c’è arrivato bendato, è rimasto fino al tramonto a osservare «cuochi» mascherati, la gola che bruciava: «Quegli scatti soffocati dal fumo e dalla paura sono stati la fine del mio lavoro sul paco. Proprio dove il paco inizia».
Pasta base di cocaina, fino a quindici anni fa si buttava, con la crisi economica a Buenos Aires è diventata il principio attivo di uno stupefacente a bassissimo costo e altissima violenza che sta consumando una generazione latinoamericana. Una merce scientificamente studiata per arrivare al cervello di chi non può permettersi la polvere raffinata. Nelle villas miserias argentine, poi nelle favelas brasiliane, quindi in Paraguay, in Perù, fino alla costa caraibica della Colombia. Tra i più poveri e rassegnati, ma ora anche tra i giovani della classe media. Una scossa, «pochi secondi in cui si dimentica tutto e si inizia a morire». Dopo la prima dose da 50 pesos (circa due euro) è necessaria immediatamente un’altra, e di nuovo un’altra, e ancora. «Ragazzini tra i dieci e i ventidue anni si muovono come lupi tra i vicoli, la pelle consumata, lo sguardo fisso nel buio». Bispuri li ha seguiti: 14 anni di lavoro attraverso il Continente che confluiscono adesso nel libro Paco. A drug story (Contrasto). La scelta di un impegno così lungo corrisponde a una poetica precisa: «Credo che la fotografia abbia bisogno sempre di più del tempo per arrivare a quell’equilibrio magico tra emozione e realtà».
Ma anche all’esigenza di raggiungere angoli intimi e bui. Spacciatori, vittime, le loro famiglie, le comunità. Maria che a Lomas de Zamora assiste all’agonia del figlio Ezequiel. Josè e Kaio che nei vicoli di Salvador de Bahia desiderano soltanto fumare. Il pastore Daniele Baldi che a Buenos Aires contende gli adolescenti al paco. Un mondo sotterraneo che illumina la superficie. «Paco cerca di essere non solo un lavoro di denuncia sociale su una terribile droga, ma anche un’esplorazione antropologica e sociologica di una realtà sudamericana».

La Stampa 5.9.17
Gli ebrei catalani nella Sicilia del ’400
In un armadio di pietra la loro storia
Ritrovato ad Agira (Enna): il Sud protagonista nella Giornata della Cultura Ebraica
di Ariela Piattelli

Credevano fosse un portale, invece è un antico «Aron», ovvero l’armadio sacro ebraico che in sinagoga racchiude «sefarim», i rotoli della Torah. È un rarissimo esemplare in pietra, custodito ad Agira, in provincia di Enna, nel cuore della Sicilia, nella chiesa del SS. Salvatore. L’Aron, unico arredo ebraico salvatosi dalle distruzioni delle sinagoghe del Sud dopo l’espulsione degli ebrei dai domini spagnoli del 1492, è il documento che ha resistito al tempo e che testimonia che ad Agira c’era una comunità ebraica attiva e vivace.
Al Sud Italia, in particolare alla Sicilia, è dedicata quest’anno la Giornata Europea della Cultura Ebraica (10 settembre), realizzata dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, che ha come tema «La diaspora. Identità e dialogo». La storia dell’Aron inizia nel 1453, quando viene costruito nella sinagoga di Agira dagli ebrei sefarditi di origine catalana, che avevano trovato nelle sponde siciliane il luogo per gli scambi commerciali e delle idee. «Nel medioevo le comunità sefardite cominciarono a costruire gli Aron, che in genere sono di legno, in muratura - spiega lo storico Nicolò Bucaria - Tutti questi monumenti sono andati distrutti con l’espulsione degli ebrei. Le sinagoghe furono rase al suolo, oppure trasformate in chiese». La sinagoga di Agira fu trasformata nell’oratorio di Santa Croce e l’arredo sacro in altare. La riscoperta dell’Aron è stata graduale: «Alla fine degli Anni 30 una studentessa, scrivendo la sua tesi di laurea, si accorse delle iscrizioni in ebraico sull’Aron - continua Bucaria -. Nel dopoguerra, quando la Sicilia si spopola per l’emigrazione, l’oratorio chiude i battenti e l’edificio resta abbandonato a se stesso. Salvatore Mangione, sindaco di S. Fratello, si accorge che la chiesa sta per crollare, e cerca di mettere in salvo l’Aron».
Fu poi un parroco di campagna a salvarlo materialmente. «Negli Anni 70 l’oratorio crolla, ed è il Parroco Don Rosario Cottone, uomo di grande cultura e consapevole dell’importanza del monumento, assieme a due muratori e con l’aiuto di una carriola, che smonta l’Aron pietra per pietra e lo sposta nella Chiesa normanna del SS. Salvatore. L’iscrizione era leggermente abrasa, ma Mosignor Benedetto Rocco riuscì a ricostruirla, e a capire la data precisa della costruzione». «Casa di Giacobbe, vieni camminiamo nella luce del Signore» è questo il versetto di Isaia scelto per l’arredo, la data ebraica corrisponde al 1453. «Dalla scelta del verso e da altri elementi si comprende che l’Aron è stato fatto da ebrei catalani - spiega lo storico -. L’iscrizione è identica a quella nella sinagoga di Girona, lo stile architettonico è gotico catalano e in cima al monumento c’è lo stemma della casa di Aragona racchiuso nel tipico rombo araldico catalano».
L’Aron è oggi negli itinerari ebraici dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, poiché rappresenta un documento importantissimo. «Per anni molti storici hanno sostenuto che l’arredo sinagogale fosse un portale e molti hanno negato che in passato ci fosse una comunità ebraica ad Agira, perché non esistono molti documenti che attestano il contrario. Ma la pietra è sopravvissuta e l’Aron è la testimonianza più importante. Quella di Agira non doveva certo essere una comunità numerosa, forse si trattava di un centinaio di persone. Ma di certo era una comunità attiva, che si riuniva e pregava. Nella Sicilia centrale gli ebrei avevano un ruolo fondamentale di mediatori culturali e commerciali».
Oggi della sinagoga trasformata in oratorio restano soltanto le mura perimetrali. La sindaca di Agira, Anna Maria Greco, ha un progetto pronto per ricostruire la sinagoga e riportarci l’Aron: «La sinagoga era un simbolo di convivenza, incastonato in un quartiere arabo - spiega -. L’Aron per la città e per l’intero Paese è un monumento importante e un’attrattiva per il turismo. Vorremmo ricostruire la sinagoga nel suo luogo originario, abbiamo già presentato il progetto alla Regione Sicilia ma non è passato. Malgrado non ci sia più una comunità ebraica ad Agira arrivano molti turisti ebrei da tutto il mondo per vedere l’Aron, e vorremmo riportarlo nella Sinagoga».


Repubblica 5.9.17
Psicosi.
Vedersi così brutti da sentirsi male
Un disturbo raro. Che colpisce allo stesso modo uomini e donne Spesso sin dall’adolescenza
Nel loro saggio Dismorfofobia, gli psichiatri Eva Gebhardt e Luca Giorgini, Donatella De Lisi e Andrea Raballo descrivono la patologia e raccontano le vicende di chi non è in pace col proprio corpo
Sono ossessionati da difetti fisici spesso inesistenti. Sempre amplificati. Che li
portano dal chirurgo o dal medico estetico. E devastano la loro vita sociale. I medici la chiamano dismorfofobia. Va sempre in coppia con depressione o disagio. Ma la soluzione c’è: la psicoterapia
di Paola Emilia Cicerone

Bellezza e malessere
Durante la preistoria l’idea di bellezza era legata alla fecondità, e i corpi femminili apprezzati per le loro forme opulente.
Nell’antica Grecia invece era intesa come armonia delle proporzioni, le si attribuiva un valore etico che equiparava bello e buono; nel Medioevo l’immagine femminile più apprezzata aveva un corpo sottile e un aspetto adolescenziale, mentre nel 700 nasce la passione per il vitino di vespa. Nel saggio Dismorfofobia Quando vedersi brutti è patologia
(L’asino d’oro 2017 pagg. 119 euro 14) gli autori Donatella De Lisi, Eva Gebhardt, Luca Giorgini e Andrea Raballo, psichiatri e psicoterapeuti uniti dall’esperienza dell’analisi collettiva di Massimo Fagioli, propongono una carrellata dell’idea di bellezza in tempi e luoghi diversi. Per raccontare un malessere che c’entra poco con l’oggettiva sgradevolezza delle forme, e molto col fatto di non essere “visti”, di non sentirsi amati e accettati.
C’è una paziente che tormenta il parrucchiere per cercare il rimedio a un’immaginaria calvizie, e c’è chi non si toglie mai gli occhiali da sole per nascondere i propri occhi «troppo brutti e incavati» o non riesce ad accettare la naturale asimmetria del viso arrivando a vedersi deforme.
Circa la metà dei dismorfofobici alla ricerca di un’immagine ideale si affida a medici estetici, dermatologi e soprattutto ai chirurghi plastici. Con i quali sarebbe importante riuscire a collaborare, osservano gli autori, per individuare chi non ha un difetto da correggere ma bisogno di aiuto per imparare ad accettarsi.

A VOLTE VEDERSI brutti può diventare una malattia. Non parliamo di una temporanea insoddisfazione per il proprio aspetto, ma di una vera e propria ossessione che compromette i rapporti sociali e può indurre al suicidio. E che non colpisce chi deve davvero fare i conti con deformità o problemi estetici gravi. «La maggior parte delle persone che soffre di dismorfofobia ha un aspetto normalissimo, spesso addirittura gradevole», spiegano Luca Giorgini ed Eva Gebhardt, psichiatri e psicoterapeuti che hanno dedicato un saggio a questo problema. Che oggi molti psichiatri definiscono “disturbo da dismorfismo corporeo”.
La dismorfofobia però non è una malattia a se stante, ma può essere collegata a vari disturbi, dalle psicosi alla depressione. «Spesso è associata al disturbo ossessivo compulsivo - osserva Gebhardt - tanto che potremmo definirla come una forma di ossessione che riguarda l’aspetto fisico, o meglio un qualche suo tratto su cui si concentrano le preoccupazioni del paziente». E se prestare attenzione al proprio corpo è qualcosa che tutti fanno, «che viene a mancare soltanto in condizioni di serie malattie fisiche e psichiche », sottolinea Gebhardt, per chi soffre di dismorfofobia il pensiero diventa una vera ossessione che occupa gran parte del tempo, creando angoscia e interferendo con le normali attività, il lavoro e la vita sociale.
Un disturbo raro ma non rarissimo, che colpisce allo stesso modo sia uomini sia donne e spesso compare durante l’adolescenza, «una fase della vita in cui il corpo si trasforma in modo radicale - osserva Giorgini - il problema è che se non s’interviene tempestivamente, tende a durare a lungo, a volte per tutta la vita». Secondo le statistiche, a soffrirne sarebbe circa il 12% delle persone che si rivolge a uno psichiatra: «Ma dati come questi fotografano la punta dell’iceberg - spiega Gebhardt- molti pazienti si vergognano, e spesso tendono a non parlare con gli psichiatri, e a rivolgersi semmai ai chirurghi estetici». Che fanno fatica a identificare chi, tra quanti si rivolgono a loro, soffre del disturbo. E quindi è destinato a essere insoddisfatto dei risultati ottenuti .
«Il dismorfofobico proietta sulla realtà fisica un “difetto”, un’assenza che riguarda la psiche », spiega Giorgini. Non riesce a entrare in contatto con se stesso, a vedersi, e quindi cerca all’esterno l’immagine perduta, «ispirandosi spesso a un modello ideale, un’attrice o un personaggio famoso di cui spera di ottenere le caratteristiche fisiche grazie a una specie di copia e incolla chirurgico». Le preoccupazioni dei malati tendono a concentrarsi sul volto e sulla pelle, «due parti del corpo particolarmente importanti nei primi anni di vita, quando sono alla base delle prime relazioni con l’altro - spiega Gebhardt - e infatti le radici della dismorfofobia stanno proprio nella relazione del bambino con la madre, o con chi si occupa di lui». Anche se il disturbo può rimanere a lungo silente, per poi riemergere in situazioni di stress.
Si tratta, infatti, di un’esperienza soggettiva, in cui le pressioni di una società ossessionata dall’aspetto contano poco: «Comportamenti come questi - spiegano i due psicoterapeuti - sono espressione di una perdita di contatto con la propria realtà psichica, che porta a fissarsi su quella fisica. La società può contribuire a plasmare la forma del disturbo, ma non ne è la radice ».
Spesso però il problema passa inosservato, e non solo perché la vergogna spinge i pazienti a nascondere le proprie angosce. «Alcuni comportamenti rituali poi, come la tendenza a evitare gli specchi o in alternativa a controllarsi ossessivamente, si manifestano solo in una fase avanzata del disturbo - spiega Giorgini - un campanello di allarme può essere semmai la tendenza a isolarsi ed evitare i rapporti sociali, soprattutto in età infantile e adolescenziale». E in questa fase intervenire è importante, perché la dismorfofobia si può curare, soprattutto con la psicoterapia, l’unica in grado di risolvere veramente il problema.
«La malattia infatti - spiega Giorgini - non ha una componente organica, i farmaci possono servire semmai come appoggio, in presenza di sintomi particolarmente invalidanti come ansia o insonnia». Le terapie più studiate sono quelle di tipo cognitivo comportamentale, di cui però non sono stati valutati gli effetti a lungo termine «mentre una psicoterapia psicodinamica, come la Teoria della nascita di Massimo Fagioli che noi utilizziamo - aggiungono i due esperti - non si limita a intervenire sul sintomo, con il rischio di vederlo riemergere sotto altra forma, ma va alle radici del problema». E nei casi più gravi, quando il rischio di suicidio è reale, è consigliato il ricovero. Anche se ancora oggi in Italia il problema è poco conosciuto e non esistono strutture dedicate.

Repubblica 5.9.17
Non chiamiamola schizofrenia per evitare lo stigma
di Francesco CRO

UN NOME che, con la sua connotazione negativa, aggiunge inutile sofferenza ai pazienti, ammantandoli di un’aura di pericolosità e ostacolando la comprensione della natura della malattia: schizofrenia, termine coniato più di un secolo fa dallo psichiatra svizzero Eugen Bleuler, e che significa “mente divisa”, alludendo a una scissione delle funzioni mentali che ha alimentato la leggenda di pazienti con una doppia personalità, imprevedibili e pericolosi. Il Giappone ha eliminato il termine schizofrenia dalla classificazione delle malattie mentali nel 2002, sostituendolo con “disturbo dell’integrazione”, e dopo quindici anni, secondo i ricercatori del Centro nazionale di neurologia e psichiatria di Kodaira e dell’università di Tokyo, il bilancio è positivo: le persone si accostano con meno pregiudizi ai pazienti, e questi accettano più facilmente la diagnosi, sono più propensi a cercare aiuto e meno portati a gesti disperati, come i tentativi di suicidio. L’utilizzo di un termine neutro, come “disturbo psicotico”, risponde maggiormente alla realtà e non ferisce pazienti e familiari. Sebbene molti clinici ritengano che un cambiamento di nome non sia sufficiente a superare lo stigma, lo psichiatra Antonio Lasalvia, dell’università di Verona, ritiene che i vantaggi siano largamente superiori agli ipotetici svantaggi, e la Società italiana di Psichiatria sta promuovendo una riflessione tra gli psichiatri italiani. Sarebbe auspicabile che anche i personaggi pubblici facessero la loro parte, rinunciando alla scorretta abitudine di usare schizofrenico come sinonimo di “contraddittorio” o “incoerente”.
Psichiatra, Dipartimento di Salute Mentale, Viterbo

Repubblica 5.9.17
Perché questo non è più un mondo liquido
Mentre si innalzano nuovi muri e la geopolitica ridisegna vecchie zone di influenza, la geniale metafora di Bauman rischia di risultare superata
di Roberto Esposito

Per anni la metafora della liquidità – proposta da Zygmunt Bauman nella sua celebre trilogia “Modernità liquida”, “Paura liquida” e “Vita liquida” (tutti Laterza) – ha marcato il nostro tempo. Essa subentrava alla nozione, troppo ottimistica, di “postmodernità”, che aveva caratterizzato la belle époque tra gli anni Settanta e la fine del secolo scorso. Già all’esordio del Duemila il crollo apocalittico delle Torri Gemelle metteva fine a ogni entusiasmo, mostrando il lato oscuro della globalizzazione. L’immagine di un mondo levigato e omogeneo, aperto alla libertà delle merci e delle idee, propagandato dal guru giapponese Kenichi Ohmae in Il mondo senza confini (Il Sole 24Ore) era ormai abbondantemente alle spalle. La società liquida di Bauman interpretava la contemporaneità in modo ben più problematico. Essa registrava la disgregazione delle strutture solide della prima modernità – corpi, istituzioni, regole – nel magma di una stagione instabile e incerta. Caratterizzato dai processi di privatizzazione e deregolamentazione, il mondo liquido che abbiamo abitato per qualche decennio mostrava un profilo ambivalente: da un lato rischioso e insicuro, dall’altro capace di potenzialità illimitate.
Oggi, tuttavia, anche questa geniale metafora comincia a mostrare i segni del tempo, come sostiene Carlo Bordoni, già amico e collaboratore di Bauman, in Fine del mondo liquido (il Saggiatore). Non solo perché troppo indeterminata, ma perché incapace di dar conto di un ulteriore passaggio, che sembra spingerci del tutto fuori della modernità. Non soltanto da quella convinta di sé e dei propri paradigmi, ma anche da quella fluida e in trasformazione perenne. Il processo che dal solido portava al liquido, sostituendo la velocità del tempo alla lentezza dello spazio, pare essersi invertito. Non appena la globalizzazione ha registrato i primi insuccessi, generando più problemi di quanti sembrava risolvere, la spazialità torna a rivendicare i propri diritti. Gli Stati sovrani dichiarati anzi tempo finiti rialzano la testa, mentre la geopolitica ridisegna vecchie e nuove zone di influenza. Nel linguaggio dell’inclusione torna a lavorare la macchina dell’esclusione. I confini che sembravano dissolti riprendono a suddividere quanto si era immaginato di unire. Non solo, ma fuori da ogni metafora liquida, si solidificano in muri di cemento, in barriere di filo spinato, in blocchi stradali. Un mondo terribilmente solido, striato da frontiere materiali, subentra a quello, liscio, promesso dai teorici dell’età globale.
Le prime barriere a comparire, in età Schengen, sono state quelle che separano le città spagnole di Melilla e Ceuta dal resto del territorio marocchino. A esse seguono, a ritmo incalzante, i muri e i fili spinati alle frontiere greche, ungheresi, bulgare, fino al Brennero – per non parlare dell’America autocentrata di Trump. Come racconta la sociologa Saskia Sassen in Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale (il Mulino), ciò che emerge dalla risacca della società liquida, non è una fila di ponti, ma il profilo sinistro dei muri. Non basta. Se la paura delle migrazioni di massa eleva barriere tra Stati, il terrore del terrorismo jihadista – dei suoi camion delle morte – impone di creare blocchi stradali nelle arterie principali delle nostre città. Magari con l’accortezza di “vestirli” con qualche decoro architettonico. Tutti sanno che la loro utilità reale è molto limitata, ma almeno servono sul piano simbolico a certificare che non abbassiamo la guardia. Naturalmente con un prezzo non indifferente sull’identità del nostro paesaggio urbano.
Ciò – questa nuova solidificazione del mondo liquido – sta a significare un ritorno alle origini del Moderno o a ciò che lo precede? Non è certo così. Si sa che, nella storia, qualsiasi ritorno al passato è illusorio e neanche conveniente. Nonostante tutto, la globalizzazione non è un processo reversibile. Se non altro perché lo sviluppo tecnologico, oltre che gli interessi finanziari, non lo consentirebbe. È non è un male che sia così. Quella in cui ci stiamo addentrando non è né una vecchia modernità né un nuovo medioevo. Ma qualcosa di diverso, per il quale lo stesso Bauman, usando un’espressione di Gramsci ripresa anche da Bordoni, usa il termine “interregno”. Come egli scrive in Cose che abbiamo in comune. 44 lettere dal mondo liquido (Laterza), l’interregno è uno stato di sospensione in cui il vecchio ordine non funziona più, mentre il nuovo ancora non si delinea. Tale concetto rimanda a un istituto del diritto romano arcaico che prevedeva, alla morte del rex, quando non fosse nominato un legittimo successore, di attribuire il potere ai patres del Senato, finché un altro re non fosse subentrato. Esso serviva a ridurre al minimo la vacanza di potere che avrebbe esposto gli uomini al caos e alla violenza.
Opportunamente Daniele Giglioli, in Stato di minorità (Laterza), riconosce nell’interregno anche a una radice teologica. Si tratta di quella fase di anomia – ovvero di assenza di legge – che interrompe la successione dei tempi, aprendo uno iato nella storia. In esso, una volta venuta meno ogni protezione da parte delle istituzioni, gli uomini sono esposti all’irruzione dell’Anticristo, ovvero a un disordine mortale. Eppure nelle stesse scritture teologiche tale fase agonica prelude a una stagione totalmente nuova, segnata dall’avvento di Cristo.
Cosa ricavare, per noi, da tutto ciò? Intanto che la morte del rex – ovvero dell’ordine precedente – non è arginabile dai patres, dal momento che, con l’antico potere, si è dissolta anche l’autorità. Non abbiamo nessun Padre che possa esercitarla. Ma qualcosa, di quel racconto escatologico, resta in piedi. Si tratta della necessità di mutare radicalmente i nostri paradigmi di interpretazione della realtà in vorticoso mutamento. A ogni evento luttuoso che insanguina le nostre strade, si continua a ripetere che non cambieremo il nostro stile di vita. Se si allude ai nostri valori, da difendere fino in fondo, ciò è più che vero – è necessario. Ma questo non toglie che dobbiamo prepararci a qualcosa che non avevamo mai immaginato nel secolo scorso. E cioè che siamo di fronte a una svolta di civiltà. Nella quale altre forze, altri gruppi di uomini, altri continenti reclamano più che protezione, riconoscimento, risorse. Essi chiedono di aprire una nuova epoca storica in cui, prima dei nostri comportamenti, dovremo mutare il nostro linguaggio concettuale per rispondere a domande finora inattese.


Repubblica 5.9.17
Da Trieste al Mar Giallo
La rotta delle spezie e dei sogni prigioniera del nuovo Impero
di Paolo Rumiz

Fino a pochi decenni fa nel porto della città giuliana arrivavano carichi di merci ricche di odori, provenienti dalla Cina. Adesso al loro posto c’è il nastro trasportatore dei prodotti con cui Pechino invade il nostro Occidente Ma un modo per tornare alla “Silk Road” è possibile
Scoprii la mia prima Cina a cinque anni, nell’armadio di un roccioso portuale triestino alloggiato al piano sopra il mio. Si chiamava Oscar, abitava una mansarda ottocentesca che spesso frequentavo e dalla quale dominavo il mondo. Da lì mi affacciavo sul cortile, pieno di ufficiali eleganti, del comando anglo-americano in città, e lì, in una polverosa soffitta piena di cianfrusaglie mi trastullavo con un elmetto della Wehrmacht e un moschetto 91. Era la mia tana. Ascoltavo Radio Praga da una vecchia radio piena di interferenze, e divoravo da settimanali storie del conflitto appena finito come fossero cosa di
mille anni prima. Fu in quel sottotetto che cominciai a masticare di storia e geografia. E fu quell’armadio a darmi la prima percezione dell’Oriente.
Tè, caffè, liquirizia. Non era ancora l’epoca dei container e i portuali tornavano a casa con addosso l’odore delle merci o qualche manata di roba di straforo. Annusando l’armadio di Oscar, era facile capire quali navi fossero arrivate in porto. Sentivo l’Africa, le Americhe e soprattutto l’Oriente. Fu in quell’armadio che trovai il primo curry e il primo cardamomo, per non parlare dell’uva passa turca di ogni taglia e colore. L’incontro con la Cina fu segnato dai grani di pepe nero che zampillarono da una scatola chiusa male e si sparsero a terra come pallini da caccia. Poi vennero lo zenzero, i chiodi di garofano e la scatoletta con l’anice stellato del Sichuan. Quel nome, Sichuan, fu il mio primo invito al viaggio. Lo cercai subito sull’atlante, a da lì partì la mia personale via della seta, lungo il fiume Oxus, il lago Aral, il Karakorum e il deserto del Taklamakan.
Quel sogno cinese si inserì senza fatica nell’immaginario della mia città di frontiera e nella storia della mia famiglia. Era stato il barone Pasquale Revoltella a spingere Vienna a puntare sul canale di Suez e a diventare uno dei primi azionisti dell’impresa. Nelle soffitte dei triestini era ancora facile trovare diari di bordo di navigazioni a vela o a vapore su Shanghai e Hong Kong. Lavandaie cinesi avevano lavorato nella città vecchia fino agli anni Trenta e negli uffici degli spedizionieri trovavi cinesi triestinizzati da decenni come un certo Luciano Li Kiang. Antonietto, fratello di mio nonno, era stato commissario di bordo sulle navi del Lloyd Triestino e ci aveva riempito la casa di cineserie. Franco, fratello di mia nonna, comandava il transatlantico Vulcania sulle rotte d’Oriente, e mi lasciò ad assistere a uno dei sui famosi approdi alla stazione marittima senza l’ausilio di rimorchiatori. Ma per me bambino quello era un Oriente astratto, fatto di draghi di ceramica, ninnoli e porcellane. L’Oriente vero, esotico, letterario e carovaniero, era quello arrivato col profumo delle spezie. Era la folgorazione olfattiva.
La via della seta di oggi, il nastro trasportatore delle merci con cui Pechino vorrebbe penetrare l’Occidente, mi è arrivata, sessant’anni dopo, per strade sensoriali diverse. È accaduto con uno choc acustico, pochi mesi fa, quando la nave da crociera Majestic Princess, gigante da 150 mila tonnellate e 4500 passeggeri, appena costruita per il mercato cinese dai cantieri di Monfalcone, su ordine della Carnival Corporation, è apparsa nel golfo di Trieste annunciandosi con un potente carillon da guerre stellari, programmato su un motivo totalmente alieno al mio orecchio e alla mia cultura. Quella scala armonica che faceva vibrare il Carso fino alle fondamenta non era la Cina sognata da Occidente, ma la Cina imperiale temuta, che ci entrava in casa con suoni da film kolossal per declinare gli accenti della sua potenza. Era finito un mondo. Non eravamo più noi a cercare l’Oriente, ma l’Oriente a entrarci in casa.
«Cinquant’anni fa la Cina era assai più presente nel nostro immaginario di quanto non avvenga oggi nell’era dei container», osserva Claudio Boniciolli, ex direttore generale dell’Adriatica di navigazione e poi presidente dei porti di Venezia e Trieste. «Gli uomini di mare, allora, stavano via da casa anche un anno di seguito. Vivevano i porti molto più intensamente. Mio padre era ufficiale di macchina sulle navi del Lloyd Triestino, e per vedermi nascere dovette chiedere un permesso speciale. La nascita degli altri figli se l’era sempre persa. Quando rientrò, dopo il mio battesimo, sapevo già camminare... ». Erano i tempi in cui la bandiera del Lloyd Triestino era di casa nei porti sul Mar Giallo e veniva riconosciuta e rispettata ovunque. Poi venne la crisi delle Partecipazioni statali e lo smantellamento della compagnia con lo sbarco a Trieste dei cinesi di Formosa - società “Evergreen” che, attraverso i loro emissari in loco, comprarono la società e ne cancellarono il nome.
Oggi ci si chiede: dopo anni di indiscriminata delocalizzazione industriale italiana verso la Cina, subiremo o saremo in grado di condizionare la nuova via della seta, dettandone alcune forme e contenuti in modo da tutelare i nostri interessi? L’Italia saprà sfruttare la sua posizione nel Mediterraneo agli effetti del grande gioco? E l’ex porto degli Imperi centrali, la città dell’Orient Express e dei vapori per l’Oriente, sarà capace di ritrovare un suo ruolo? Zeno D’Agostino, presidente del porto di Trieste e di Assoporti, è convinto che dalla Silk Road gli scali italiani possono afferrare al volo una grande occasione, a patto di affrontarla con «complessità di pensiero», perché ai cinesi non interessano i porti in sé, ma tutto ciò che li completa: le ferrovie, le strade, i punti franchi, le aree logistiche. «Dobbiamo parlare di valori, non di un banale corridoio di tra- sporto. È lì la differenza».
In questo momento di stagnazione dell’economia italiana, siamo di fronte a una scommessa cruciale, che può svegliare le buone energie del Paese. «I nostri porti possono diventare il luogo di sintesi di due culture, quella della piccola e media impresa italiana e quella della grande economia di scala cinese. Ci sono industrie del Sol levante che vogliono per così dire italianizzarsi, assorbire il nostro modo di operare. È su questo che dobbiamo lavorare. Sto trattando con una multinazionale del settore alimentare che vede per esempio nella triestina Illy un modello vincente sul piano della qualità, e analogamente all’industria del caffè, punta a importare qui le sue merci per a trasformarle e raffinarle nello spazio del porto franco, in vista di una successiva esportazione». Chissà: forse torna il profumo dell’anice stellato del Sichuan nel porto che fu di Maria Teresa.
Per decenni il porto è stato il luogo delle rendite e di miserabili masi chiusi. Uno spazio tenuto al riparo dal mar grande della concorrenza mondiale. Oggi siamo di fronte a un’apertura e a una rivoluzione. Una sfida culturale prima che economica. Per rispondere al tuono del carillon da guerre stellari dobbiamo risvegliare un immaginario addormentato, percepire la nostra centralità mediterranea con respiro strategico, vivendola non solo come luogo di sbarco di disperati ma anche come vantaggio rispetto alle rotte di mare e di terra verso Oriente. Ho un’affascinante carta dell’antica via della seta che mi fu regalata a Varsavia, nel 2012, dal grande reporter Ryzsard Kapuscinski. Le linee di traffico vi sono raffigurate da file di cammelli, i deserti da chiazze ocra e le grandi montagne da tonalità marrone scuro chiazzate dal bianco dei ghiacciai. Forse tutto si gioca, ancora, sulla nostra capacità di sognare.
10. Continua

il manifesto 5.9.17
Dalla guerra di trincea alle speranze russe
Novecento. «1917. L’anno della rivoluzione» di Angelo D'Orsi, per Laterza
di Massimo Congiu

Il 1917 è un anno di svolta nella Grande guerra e nella politica mondiale. È proprio allora che, nelle trincee, il morale dei soldati crolla e la rivoluzione diventa ai loro occhi una possibilità di liberazione. Un’opportunità di riscatto delle classi subalterne, costrette a una sfibrante guerra di posizione in nome di un obiettivo che sfugge ormai anche a molti di coloro i quali avevano invocato il ricorso alle armi.
La storia di quest’anno memorabile è raccontata in 1917. L’anno della rivoluzione (Laterza, pp. 280, euro 18), di Angelo D’Orsi, ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino e direttore della rivista di storia critica, Historia Magistra, nonché di Gramsciana. Rivista internazionale di studi su Antonio Gramsci.
Il volume articola efficacemente la narrazione percorrendo l’anno mese per mese ed evidenziando gli avvenimenti che lo hanno maggiormente caratterizzato, senza dimenticare di aprire squarci su fatti minori che contribuiscono a cogliere l’atmosfera di allora.
IL FILO CONDUTTORE è il conflitto mondiale che al suo inizio crea illusioni su una sua veloce soluzione ma che ben presto mostra il suo vero volto di sfiancante guerra di trincea. Essa rappresenta un brutale ingresso nella modernità con la sua tecnologia della morte e le sue nuove armi che cominciano a descrivere l’orizzonte della guerra totale. È proprio con la Prima guerra mondiale che il confine tra obiettivi civili e militari inizia a sfumare. Gas e nuovi strumenti di uccisione di massa sono un’anticipazione dell’ancor più devastante Seconda guerra mondiale.
La paura e il crollo psicologico piegano soldati vestiti di diverse divise che si ammutinano e disertano incorrendo nei rigori della disciplina militare che si indurisce per scoraggiare il fenomeno. Anche il papa si esprime pubblicamente perché i leader dei paesi belligeranti pongano fine all’inutile strage, e le sue parole vengono accolte con fastidio dai destinatari.
MA QUA E LÀ C’È FERMENTO, c’è un’agitazione di masse che esprime malcontento e voglia di cambiare lo stato delle cose: gli eventi rivoluzionari decisivi vengono anticipati da quelli del 1905 a Pietroburgo, quando, con la cosiddetta «domenica di sangue» e i suoi morti di fronte al palazzo dello zar, ha inizio una prima rivoluzione che viene sconfitta, ma scuote il morale di un popolo da tempo vessato. È l’inizio di un qualcosa destinato a scrivere lunghe pagine di storia, e l’appuntamento con la svolta epocale è solo rimandato.
Tra il 23 e il 27 febbraio le strade della capitale russa sono teatro della seconda rivoluzione e da allora si assiste a un’accelerazione degli eventi che sfociano nell’abdicazione del nuovo zar, su pressioni del neo costituito governo provvisorio, e nella fine del potere monarchico in Russia.
SI ARRIVA, COSÌ, ai «dieci giorni che sconvolsero il mondo», per dirla con John Reed, il giornalista statunitense che segue lo svolgersi dei fatti rivoluzionari per poi descriverli nel 1919 in forma di reportage. Nella notte del 24 ottobre il Milrevkom si impadronisce dei luoghi strategici della città, e la mattina dopo Lenin dichiara ufficialmente destituito il governo provvisorio e proclama l’assunzione del potere del Milrevkom in nome del Soviet. Nel marzo del 2018 la Russia uscirà dalla scena bellica con gli accordi di Brest-Litovsk.
Come scrive Angelo D’Orsi, «la modernità introdotta dalla Grande guerra è l’anticamera della politica delle masse, di enormi cambiamenti sociali, delle rivoluzioni e delle controrivoluzioni, del totalitarismo». Diventa un laboratorio politico che disegna gli schemi degli anni immediatamente successivi e va detto che morte, distruzione e sofferenza a parte, la Grande guerra genera anche la spinta propulsiva di eventi importanti o decisivi, capaci di cambiare il mondo in meglio, pure se solo per un periodo di tempo limitato.
È DALLA RUSSIA che giungono nuove speranze di svolta per i militari bloccati in trincea e per le masse subalterne vittime dell’imperialismo e delle sue guerre e, come conclude l’autore del pregevole volume, il 1917 «è anche l’anno delle sommosse e degli ammutinamenti, dei tumulti e delle rivolte: di donne, soldati, operai… È l’anno della rivoluzione».

il manifesto 5.9.17
Fuori dall’inferno, l’incanto di Ahmad
Musica. Il giovane pianista palestinese che ha commosso il mondo ospite della ventiseisima edizione del Festival Musicale del Mediterraneo
Aeham Ahmad
di Guido Festinese

GENOVA Fuori dall’inferno. Anche se pure all’inferno si possono regalare sorrisi e speranza. Aeham Ahmad è il giovane pianista palestinese che ha commosso e incantato il mondo. L’inferno è a Yarmouk, in Siria. Campo profughi palestinese. Bombe, missili, raffiche di mitra. Tutti i giorni, tutto il giorno. Macerie di palazzi un tempo belli e svettanti, e ora sinistri come gigantesche bocche sdentate. Nell’inferno siriano Ahmad, folti capelli scurissimi, fisico esile, mani lunghe e potenti tutte nervi regala speranza e sorrisi. Il mondo l’ha conosciuto grazie a un video rilanciato da tanti media, prima che la consueta cappa di indifferenza al peggio inghiottisse tutto.
Perché ogni giorno, quando le orecchie sfondate dai tonfi delle bombe chiedono normalità lui si carica sul caretto dello zio un pianoforte, lo mette per strada, regala musica a tutti. Con coraggio e determinazione. In questi giorni Aeham Ahmad è fuori dall’inferno, a suonare in giro per l’Italia. A Genova sabato era ospite – speciale e naturale assieme- della ventiseiesima edizione del Festival Musicale del Mediterranero diretto dal musicista e musicoterapeuta Davide Ferrari: quest’anno la rassegna è dedicata alla “Musica apolide”, e mai definizione è stata più adatta per definire le note sontuose che Ahmad fa scaturire dagli ottantotto tasti. E’ un palestinese, dunque un “apolide” per definizione, della terza generazione di rifugiati in Siria che non hanno diritto a uno stato.
Ora dalla Siria nella triplice morsa dei sanguinari scherani di Assad, dell’Isis e dei bombardamenti “alleati” si cerca di fuggire. Il paese dell’ospitalità forzata è diventato un incubo, e Ahmad, che si sente palestinese e siriano assieme reagisce con l’unica arma poderosa che abbia a disposizione: la musica. Aveva studiato al Conservatorio di Damasco, e da lì gli arriva una diteggiatura sontuosa e scintillante, che mette in conto radianti voli sulle note di Mozart e Beethoven, aggredite con una specie di “furor” testimoniale, a dire che quella cultura non è solo degli occidentali, e anche e soprattutto musica del Medioriente: i brani della tradizione, una delle più antiche e nobili del Mediterraneo, le nuove musiche che scaturiscono anche sotto i bombardamenti.
Racconta Ahmad che un suo amico ventiduenne ogni giorno gli ha portato un brano nuovo. Ora è nelle galere di Assad, come ventimila altri siriani scomparsi. Elenca tanti altri nomi: tutti svaniti nel nulla. E con un groppo in gola batte e ribatte su un unico punto, con determinazione e chiarezza: non saranno le armi a liberare la Siria da jihadisti e Assad, ma le mani disarmate del popolo siriano.
Sarà la forza pacifica dei siriani a rovesciare un mondo di sopraffazione, non saranno i turchi né i raid americani. Prende fiato, e riattacca quelle melodie modali incantenanti, con la voce quasi in falsetto che si frange in mille impossibili quarti di tono, compressa, melismatica, poetica, e viene in mente quanto la pirotecnia vocale assomigli a quella dei “cantaores” del flamenco iberico: che derivarono quel modo di cantare proprio dalle tracce musicali lasciate dagli arabi, dagli ebrei, dagli zingari: tutta gente “apolide” come lui.
A un certo punto sale sul palco la vocalist siriana Mirna Kassis, che da tanti anni risiede a Genova. E’ un incontro sconvolgente, perché tanti fa, a Damasco, Aeham Ahmad e Mirna erano compagni di conservatorio. Si rivedono per la prima volta. Cantano insieme un brano tradizionale, ed è poesia sorgiva e ineffabile. “Io faccio cose personali, ma a volte fare cose personali ha senso solo se sono messe a servizio di tutti gli altri”, racconta.
Chiude il concerto con una specie di inno in do pieno ed allegro che saltella su un trascinante tre quarti: lo fa cantare a tutto il pubblico. Dice che nel campo profughi lo usano sempre per darsi coraggio. Ha scritto il poeta siriano Faraj Bayrakdar in un carcere militare: “Che chi si nasconde dietro Dio e Dio dietro di lui / Solo noi teniamo il cuore alto come un bersaglio”.

il manifesto 5.9.17
Il pane o la guerra
Storie. Agosto 1917, mentre «il Piave è il cimitero della gioventù» a Torino è rivolta, con le operaie in prima fila al canto di «Prendi il fucile buttalo per terra». Barricate ovunque, insorti armati: 41 morti, duecento feriti, centinaia di arresti
di Claudio Canal

«Vidi sbucare i cavalli lanciati al galoppo, i soldati con la sciabola sguainata nella destra in una selvaggia carica: non persi un attimo, con un gesto rapido mi aprii la camicia mostrando il petto nudo. Non vedevo più nulla. Poi con la coda dell’occhio vidi una specie di ombra che traversava la via venendomi vicino: era una ragazza molto giovane, si era liberata della sua camicetta mettendo poi il suo seno a nudo con lo stesso gesto che avevo fatto io, ma con più grazia, con più semplicità. Un urlo formidabile scoppiò dalla folla della barricata, dalle finestre aperte vennero incitamenti perché la cavalleria si fermasse. “Viva la pace, abbasso la guerra”. I soldati sbalorditi da tanto ardimento si fermarono ad un metro dai nostri petti nudi. Il silenzio era diventato ad un tratto sepolcrale, poi l’ufficiale dette ordine al suo squadrone di fare dietro fronte».
NON È LA SCENA di un film in bianco e nero con Amedeo Nazzari, Alida Valli e cavalli scalpitanti. È la cronaca scritta da un ventenne militante socialista, tra i protagonisti dell’insurrezione dell’agosto 1917 a Torino, nel pieno della guerra: «Le cinque giornate del proletariato torinese» le definisce Antonio Gramsci su Il Grido del Popolo, che però griderà solo nelle cantine della questura, perché il settimanale è subito sequestrato. «I carri blindati entravano in azione specialmente nel tratto del corso che va da Porta Palazzo a corso Principe Oddone. Improvvisamente un nugolo di donne sbucarono dai portoni di tutte le case, ruppero i cordoni e tagliarono la strada ai carri blindati. Questi si fermarono un momento. Ma l’ordine era di andare a ogni costo, azionando anche le mitragliatrici. I carri si misero in moto; allora le donne si slanciarono, disarmate, all’assalto, si aggrapparono alle pesanti ruote, tentarono di arrampicarsi sulle mitragliatrici, supplicando i soldati di buttare le armi. I soldati non spararono, i loro volti erano rigati di sudore e di lacrime. Le tanks avanzavano lentamente. Le donne non le abbandonavano. Le tanks alfine dovettero arrestarsi».
NOI SAPPIAMO nome, cognome e fattezze dell’allora sindaco di Torino, dell’arcivescovo della città, del questore, del prefetto, del ministro degli interni, di tutte le gerarchie e gerarchiette immaginabili. Conosciamo il nome di Antonio Gramsci e di altri dirigenti del Partito Socialista. Non sappiamo niente, né nome né volto delle donne che si arrampicano sui blindati, ci è del tutto ignota la ragazza che indossa il suo corpo come uno scudo nudo contro l’oscena carica dei soldati. Minerva e Marianna, in un gesto solo.
«IL MEDICO CAPO di questo Municipio mi riferisce che i chaffeurs delle automobili per il trasporto dei feriti si rifiutano di eseguire il servizio e di intervenire sulle piazze e sulle vie, perché sono fatti segno egualmente agli spari dei soldati quantunque le automobili portino ben visibile il segno della Croce Rossa. Rivolgo viva preghiera all’Eccellenza Vostra affinché, nell’interesse generale, voglia compiacersi di impartire opportuni ordini, per evitare l’indicato gravissimo inconveniente» supplica con il cappello in mano il Sindaco di Torino, Leopoldo Usseglio, rivolgendosi al comandante della piazza, generale Galeazzo Sartirana. Generale di un Regio Esercito che spara sulla Croce Rossa.
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È L’ALTRA guerra. Una guerra che non sta nel fango delle trincee, negli assalti alla baionetta, sui picchi dolomitici, non c’è …Terzo Alpini sulla via il Monte Nero a conquistar. Sta in un’altra musica: prendi il fucile e gettalo giù per terra, vogliam la pace e non vogliam più la guerra cantano le donne a squarciagola. Qualche volta viene cantata anche al fronte ed è subito plotone d’esecuzione.
NON ERA SGORGATO all’improvviso questo canto. Era da più di un anno che la città e la provincia erano in fermento. Scioperi massicci si susseguivano in tutti i comparti industriali. Manodopera soprattutto femminile. Contro il carovita, contro gli accaparramenti, contro la mancanza del pane. Il pane. Per procacciarselo devono fare interminabili code all’alba, prima di entrare in fabbrica. «Per il pane» diventa poco alla volta anche «contro la guerra», per il ritorno a casa di figli, mariti e padri. La tradotta che parte da Torino, a Milano non si ferma più, ma la va diretta al Piave, cimitero della gioventù.
E I QUARTIERI OPERAI in quella manciata di giorni a fine agosto del ’17 esplodono in una sommossa, moto, tumulto, rivolta, insurrezione. Chiamala come ti pare. I pochissimi storici che l’hanno studiata si sono sbizzarriti in catalogazioni a presa rapida. I viali con gli alberi abbattuti per costruire barricate, le mitragliatrici e i mortai issati sopra, i collegamenti tra insorti in bicicletta, di cui il generale Sartirana vieterà prontamente la circolazione, i quarantuno morti accertati, i duecento feriti, le centinaia di arresti e successive condanne, dicono qualcosa della natura politica eversiva di quei giorni, del binomio non solo novecentesco di guerra e sfruttamento e della sua centralità. Parla chiaro anche lo smarrimento e, troppo spesso, la latitanza dei sindacalisti e dei dirigenti socialisti.
«ADDIO TABARIN» va ancora forte nelle sale da ballo non solo torinesi, anche se non è chiaro per chi sia stata belle quell’epoque. È invece palpabile che il tuorlo delle esistenze è entrato in fase frullamento.
CAPORETTO è alle porte, a Pietrogrado il Palazzo d’Inverno sta per cambiare inquilini, un signore inglese di nome Balfour è sul punto di fare una dichiarazione destinata a sconvolgere i connotati al Vicino Oriente e dintorni, da pochi giorni gli alti comandi francesi hanno messo a tacere tramite fucilazioni di massa i soldati che si rifiutavano spudoratamente di tornare nella macelleria delle trincee e, grandezza della microstoria globale, in una caserma del Texas, nei medesimi giorni di Torino, una rivolta antirazzista di soldati afroamericani in partenza per il fronte europeo viene sedata solo con la corte marziale.