lunedì 28 agosto 2017

Corriere 28.8,17
Le verità negate sui rifugiati eritrei
di Gian Antonio Stella


«Camèl, barchèta e te turnet a ca’. Capì? Possono restare da noi solo quelli che condividono i nostri valori e rispettano le nostre leggi».
«N on ti va bene? Camèl, barchèta e te turnet a ca’». Nello sfogatoio di questi giorni contro gli immigrati eritrei sgomberati con le cattive dal grande edificio occupato a Roma è mancata solo la voce dell’ex assessore fascio-leghista della Regione Lombardia, Pier Gianni Prosperini, famoso appunto per quel tormentone securitario in dialetto con cui chiudeva le sue sfuriate televisive: «Cammello, barchetta e te ne torni a casa».
Lui sì, aveva le idee chiare sugli eritrei che, stando ai rapporti dell’Alto commissariato per i rifugiati, hanno rappresentato in anni recenti come il 2015 la fetta più grossa dei profughi sbarcati dalle carrette del mare in Italia. Davanti ai nigeriani, ai somali, ai sudanesi… Macché rifugiati in fuga dal terrore! Erano tutti giovani, spiegò una volta a Radio Popolare , che «certamente non fuggono per motivi politici o disagio personale. Vengono verso un mondo di lustrini dove si può guadagnare di più».
E le denunce internazionali contro il regime di Isaias Afewerki, che dopo aver portato nel 1993 l’Eritrea all’indipendenza dall’Etiopia si impossessò del potere abolendo le elezioni e instaurando un regime dittatoriale? E i dossier di Amnesty International sulla leva obbligatoria a tempo indeterminato («per questo nessuno può avere un passaporto prima dei 60 anni», spiegò il Sole24Ore ) e la progressiva corsa alle armi che ha portato il Paese ad essere classificato come il secondo stato più militarizzato al mondo? E l’abolizione della libertà di stampa che ha guadagnato per sei anni consecutivi ad Asmara, dove dal 2010 non ci son più corrispondenti esteri, il marchio assegnato da «Reporters sans frontières» di Paese meno libero del pianeta? E il durissimo rapporto (con 830 interviste e 160 deposizioni scritte) della Commissione d’inchiesta Onu sulle torture più spaventose applicate sistematicamente ai prigionieri?
Ecco, sarebbe bello se in questi giorni di polemiche sulla opportunità o meno di applicare in modo così ruvido la legge nello sgombero dell’«hotel clandestino» di piazza Indipendenza (dove gli «ospiti» pagavano per una topaia quanto uno studente universitario per dividere una camera intorno alla Bicocca o al Verano) gli italiani fossero informati meglio anche su «chi» c’era dentro, quel palazzo: eritrei.
E soprattutto sul «perché» tanti eritrei sono scappati dalla loro patria per cercare rifugio da noi. Anche nella scia d’un passato che per una sessantina di anni vide l’Eritrea, «Colonia primogenita dell’Italia», riempirsi di immigrati italiani saliti via via fino a oltre centomila. Il tutto tra il plauso della Chiesa cattolica per l’invasione di quella terra da diciassette secoli già cristiana ortodossa («Essi vogliono portare a quelle genti, avvolte negli orrori della schiavitù e nelle tenebre delle false religioni», spiegò il vescovo Giovanni Giorgis, «la luce divina della vera fede e della carità fraterna, e procurare insieme un vasto campo di lavoro a tante famiglie che non hanno il pane sufficiente in patria») e la diffidenza razzista di Roma.
«A casa loro»
Valga per tutte una circolare del Governatore dell’Eritrea del 1936 (prima delle leggi razziali: prima!) ripresa recentemente nel libro In terra d’Africa. Gli italiani che colonizzarono l’impero (Laterza) di Emanuele Ertola. Circolare che deprecava «lo spettacolo che si verifica giornalmente dinanzi alle case malfamate delle donne indigene, dove molti nazionali fanno ressa e schiamazzi per avere la precedenza nell’ingresso, come sono degradanti alcune manifestazioni cui si sono abbandonati taluni giovani cittadini che si sono fatti vedere pubblicamente in pose di ridicola svenevolezza verso donne indigene e, peggio, si sono fatti fotografare». Di più, continuava il documento, «nonostante i richiami già fatti, si vedono ancora cittadini nazionali che vanno in autovettura od in carrozza con indigeni, o si recano a passeggio e nei caffè con indigeni, o danno comunque eccessiva confidenza agli indigeni stessi». Ecco: così eravamo noi là, a casa loro. A casa degli eritrei. E certo la nostra storia, per quanto costituita fortunatamente anche dal buon lavoro e dalla stima guadagnata da tanti nostri connazionali, non è una storia di cui andare tanto fieri.
La fuga dal conflitto
M a per capir meglio certe indecenti ipocrisie, è utile risentire appunto quanto diceva Pier Gianni Prosperini in una video-intervista che gli fece nel 2009 Fabrizio Gatti dal titolo «L’amico Isaias». Dove l’allora assessore alla sicurezza (alla sicurezza!) della più importante regione italiana si vantava d’esser «colonnello dell’esercito eritreo» e di esserne «molto orgoglioso». Definiva Afewerki «un uomo capace e sagace» che conduceva il Paese «con mano ferma e paterna». Ferma e paterna.
Chi scappa via, tuonava il rissoso alleato di Roberto Formigoni, «è un traditore. Perché in questo momento c’è bisogno che stiano lì». E poi: «Dove sono questi torturati? Io non li ho visti. Ho girato il Paese in lungo e in largo ma non ho visto prigioni con torturati o torturanti. Cosa pensano, che gli strappino le unghie? Ma dove l’hanno visto? Che prove hanno più che le balle che loro e qualche pretaccio infame vanno in giro dicendo? C’è un governo, vogliamo dire un po’ autoritario? Ci vuole! Torture perché? Casomai li ammazzano: li butti in un formicaio e li troveremo fra duemila anni…»
Poche settimane dopo veniva arrestato. L’accusa: tangenti. Ad aprile del 2015 i nostri Alessandra Coppola e Michele Farina raccontavano sulla diaspora eritrea: «Non c’è luogo al mondo che non sia in guerra e che registri un esodo così massiccio e continuato. Sei milioni di abitanti. Il 20 per cento è già partito. Ma non sempre è arrivato. In 350 sono morti solo nell’ultimo naufragio». Negli stessi giorni usciva un’Ansa: «L’ex assessore regionale lombardo Pier Gianni Prosperini è stato condannato a 4 anni di reclusione nel processo milanese che lo vedeva accusato di esportazione illegale di materiale d’armamento verso l’Eritrea». Camèl, barchèta e coerenza…

Corriere 28.8,17
Campi, milizie e motovedette: la rotta dei 700mila bloccati in Libia
di Lorenzo Cremonesi


Un gigantesco imbuto: questo sta diventando la Libia per i migranti in arrivo dall’Africa. Lo confermano i numeri sempre più risicati degli sbarchi in Italia, ne parlano le autorità di Tripoli, i media locali, i responsabili della guardia costiera che fa capo al governo di Fayez Sarraj. Ora imperativo è cercare di capire cosa avverrà dei respinti e di chi invece non riesce a partire. Tra loro chi è stato catturato e riportato sulla costa con le motovedette, comprese le quattro consegnate dall’Italia in giugno alla Guardia costiera libica. «Sono oltre 14.500 in tre mesi. Li abbiamo presi durante i nostri pattugliamenti notturni entro le dodici miglia delle acque territoriali. La grande maggioranza al largo dei porti di Sabratha, Zawia e Zuwara», spiega Massud Abdel Samat, ufficiale chiave tra gli operativi dei guardia coste di Tripoli. «Noi li prendiamo. Li consegniamo alla polizia che dalle spiagge li porta in una decina di campi di transito per il riconoscimento, poi vengono trasferiti in campi permanenti», precisa. A loro si aggiungono le decine di migliaia in attesa da mesi a ridosso delle spiagge della Libia occidentale nel tentativo di racimolare circa 1.000 euro a testa necessari a pagare gli scafisti. E qui sta la grande incognita: quanti sono veramente? «La cifra esatta resta un rebus», dicono al ministero degli Interni. Un mese e mezzo fa all’ufficio stampa di Tripoli che si occupa della gestione dei campi profughi ci avevano dato alcuni dati parziali per una decina di siti che si aggirava sulle 100 mila persone, per lo più uomini giovani provenienti da Ciad, Sudan, Niger, Nigeria, Mali, Eritrea. Ma il dato è incompleto. Per esempio non comprende la zona di Misurata e neppure Garabulli. Anche il quadro della regione di Sabratha, vero cuore pulsante del traffico e delle grandi bande criminali, resta complicato. Ci sono inoltre le lunghe colonne di disperati in marcia dai confini meridionali. Circa 1.000 chilometri di deserto che vengono percorsi in periodi che variano in media dalle tre settimane al mese. I servizi d’informazione e i circoli diplomatici occidentali due mesi fa parlavano di «circa un milione di migranti» presenti nel Paese. Adesso pare che la cifra sia scesa a 6-700 mila. Alcuni cercano di tornare ai luoghi di origine. Ma sono pochissimi. La grande maggioranza è bloccata. La novità rilevante sono però gli accordi e le intese raggiunte negli ultimi mesi tra il governo italiano, con il ruolo centrale del ministro degli Interni Marco Minniti, e quattordici tra sindaci e leader locali distribuiti lungo le rotte migratorie in Libia. Gli ultimi colloqui diretti a Roma e Tripoli hanno visto personaggi influenti quali i sindaci di Sabratha, Zuwara, Bani Walid, Sebha, Ghat. Si tratta di località fondamentali, sia sulla costa ma soprattutto nel cuore del deserto del Fezzan, dove lo stesso governo di Tripoli ha pochissima, se non nessuna, influenza. «Il fatto nuovo è che sulla costa arriva molta meno gente. Il deterrente funziona. E’ un grande successo: la Libia non è più appetibile come trampolino di partenza per l’Italia. Stiamo rilevando che la migrazione viene ora fermata già nel deserto. Il lavoro dunque si fa per mare. Ma anche tanto su terra», ci dice ancora Abdel Samat. Nell’entroterra e sulle spiagge nuove unità armate (la stampa parla per esempio della «Brigata 48» a Sabratha) oggi danno la caccia ai barconi pronti a partire. Una situazione che ha come conseguenza diretta la diminuzione degli scontri a fuoco tra scafisti e motovedette libiche. L’ultimo pare sia avvenuto al largo di Sabratha ai primi di luglio. Oggi tuttavia la marina di Tripoli chiede ancora all’Italia mitragliatrici pesanti modello Breda da montare sulle motovedette. Una richiesta che però contraddice le risoluzioni Onu che vietano di inviare armi in Libia.

Corriere 28.8.17
Pisapia e il gelo con i bersaniani: serve un centrosinistra ampio
Lite dopo la scelta di Mdp su Fava. Ma Campo progressista in Sicilia: mai con Alfano
di Tommaso Labate


ROMA « La mia posizione è sempre la stessa. Io lavoro per un centrosinistra di governo che sia largo e vincente», continua a dire Giuliano Pisapia alla sua cerchia ristretta di consiglieri. Ma questa posizione — applicata al risiko siciliano in cui Leoluca Orlando ha fatto da gran cerimoniere al patto tra Pd, i movimenti civici e il partito di Angelino Alfano — rischia di provocare una rottura definitiva coi bersaniani. Che, al riparo da taccuini a microfoni, cominciano a manifestare «insofferenza e stupore» rispetto al silenzio dell’ex sindaco di Milano, letto come un «via libera» all’accordo elettorale che contempla un’alleanza col partito del ministro degli Esteri, finora sempre esclusa dall’ex sindaco di Milano.
Sceglie la strada di un silenzio prudente, per ora, Pisapia. Anche perché, come sottolinea il suo braccio destro Bruno Tabacci, «per parlare c’è tempo, non possiamo complicare ulteriormente una situazione già complicata». Ma le sequenze del film che va in scena dietro le quinte nelle ultime quarantott’ore, che riguardano il suo rapporto coi bersaniani di Mdp, sembrano la storia di un matrimonio salvato in extremis, che però rischia di naufragare definitivamente.
Due giorni fa, quando si fa strada l’ipotesi che Pisapia abbia garantito al sindaco di Palermo il suo «sì» all’accordo con Pd e Alfano in Sicilia, il sindaco di Milano va su tutte le furie. Si mette in contatto con alcuni esponenti bersaniani di Mdp, forse addirittura con Bersani stesso. «Non ho mai detto sì a Leoluca», garantisce. Ma la smentita preannunciata non arriverà mai. E la temperatura dei rapporti coi bersaniani, adesso, rischia di precipitare di nuovo ai minimi raggiunti all’inizio dell’estate, all’epoca dell’ormai celebre abbraccio con la Boschi.
Di vie d’uscita, adesso, ce ne sono pochissime. Per Pisapia, benedire in Sicilia la strada del centrosinistra allargato ad Alternativa popolare vuol dire dover rivedere la pregiudiziale anti-Alfano messa a verbale pubblicamente decine di volte negli ultimi mesi. E, contemporaneamente, significa anche intonare il de profundis del patto a sinistra con Mdp, che sull’Isola sta già lavorando alla candidatura di Claudio Fava. Al contrario, sconfessare pubblicamente l’operazione del sindaco di Palermo — che parlò al battesimo di Insieme del primo luglio proprio come invitato di Pisapia — vorrebbe dire chiamarsi fuori da quel «centrosinistra largo e di governo» che rappresenta ancora, per l’ex sindaco di Milano, il comandamento numero uno.
C’è una terza strada, che Pisapia può scegliere di percorrere. Ed è quella del «non aderire né sabotare». La batte in serata il coordinamento regionale siciliano di Campo progressista, che smentisce accordi con Orlando e Pd («Non saremo mai alleati di Alfano») e invita la sinistra a ritirare «i candidati identitari». È una strettoia, certo. Ma è l’unica che, al momento, gli consentirebbe di prendere tempo. Soprattutto perché, a sinistra, c’è già chi si prepara a mettere Pisapia di fronte a «tutte le volte che aveva detto no agli accordi con Alfano». E non soltanto nella sinistra-sinistra che si mantiene distante da lui. Ma anche tra chi, all’ex sindaco di Milano, ha appena offerto un ruolo di leader.

Corriere 28.8.17
Merola: «Non ne posso più dei veti di Mdp»
Il sindaco di Bologna (che apprezza Pisapia): «Giuliano non ha detto sì ad Ap»
di G. A. F.


ROMA «Pisapia non ha detto sì ad Alfano, ha accettato la proposta di Leoluca Orlando di un candidato di stampo civico come il rettore dell’Università di Palermo Fabrizio Micari». Virginio Merola, sindaco di Bologna di fede Pd e legato politicamente a Giuliano Pisapia, non accetta la presa di posizione di Mdp, che in Sicilia ha deciso di sfilarsi dall’alleanza di centrosinistra per la presenza del partito del ministro degli Esteri Angelino Alfano.
Però, è stato Pisapia a pronunciare parole di questo tenore: «Mai con Alfano».
«Giuliano lo diceva qualche mese fa, e ritengo che lo pensi ancora oggi se si ragiona a livello nazionale».
Derubrica l’alleanza siciliana a un accordo locale?
«Sì, le elezioni siciliane devono avere una dimensione regionale, non possono condizionare gli equilibri nazionali del centrosinistra. È stato seguito questo ragionamento: il modello Palermo, l’alleanza larga delle amministrative del giugno scorso, è stato ed è un esperimento vincente. Perché non riproporlo su scala regionale? Noi abbiamo semplicemente risposto positivamente all’idea del sindaco Orlando, il quale ha messo sul tavolo la candidatura autorevole del rettore Fabrizio Micari».
Però, l’isola resta il feudo del ministro degli Esteri.
«Questo andrà verificato. Il test diventa nazionale se la coalizione larga supera la prova».
E se l’accordo fra il Pd e Alfano celasse uno scambio sulla legge elettorale?
«Cosa significa, che dopo le urne Renzi e Alfano governeranno insieme non svelando prima le carte?».
Resta il fatto che Mdp e Sinistra propongono la candidatura di Claudio Fava. Cosa ne pensa?
«Non è la prima volta che viene candidato. Il suo nome viene sempre proposto non per qualcosa ma contro qualcuno».
La sinistra si divide ulteriormente perché in campo c’è anche il presidente uscente Rosario Crocetta.
«Crocetta può dire quello che vuole ma la sua esperienza è stata un fallimento. Però le chiedo una cortesia, mi faccia dire una cosa».
Prego.
«Non ne posso più di questi atteggiamenti da parte di Mdp. È il vizio assurdo della sinistra. Sa perché si fa così? Perché ognuno è convinto di essere il depositario della verità. Non ne posso più».
Dunque sbagliano i «compagni» Bersani e Speranza?
«Il concetto è: se tu hai la consapevolezza della tua identità, della tua proposta e dei tuoi valori, non puoi avere preclusioni o veti per confrontarti con qualcuno che non è di sinistra come te».
Secondo lei è possibile una ricucitura con Mdp?
«Io me lo auguro perché penso che il futuro per governare questo Paese sia stare insieme. Dividersi ancora una volta sarebbe il capitolo finale della storia della sinistra italiana».

La Stampa 28.8.17
Mdp, soccorso rosso in Sicilia
se i 5 Stelle non superano il 50%
I bersaniani vogliono le mani libere. Ma Pisapia prosegue la mediazione Zoggia: “Quello delle regionali non potrà essere uno schema nazionale”
di Andrea Carugati


«E’ assai probabile che nessuno, il 5 novembre, abbia la maggioranza all’Assemblea regionale siciliana. Dunque i nostri eletti avranno un forte peso specifico. Vedremo cosa proporrà il Pd, in caso di vittoria. Ma anche il M5S. Li sfideremo sulle idee, pronti a votare le cose che ci convincono». Il ragionamento è di Erasmo Palazzotto, deputato e uomo forte di Sinistra italiana in Sicilia. Per il partito di Fratoianni e Vendola, le elezioni nell’isola sono una prova generale delle prossime politiche: ci sarà una lista comune con Mdp e Possibile di Civati, aperta anche ad altre frange della sinistra.
Per loro il tema del rapporto col Pd renziano non si è mai aperto. Per i bersaniani la Sicilia è la prova generale del divorzio dai dem e dell’unità a sinistra. Ma anche di uno schema, quello delle “mani libere”, che potrebbe ripetersi pochi mesi dopo nel Parlamento nazionale. Non è un mistero che Bersani veda come il fumo negli occhi ogni forma di “sacra unione” contro i populismi. Soprattutto se queste alleanze comprendono pezzi di centrodestra come Alfano o addirittura Berlusconi. Vale in Sicilia e anche a Roma.
Nei mesi scorsi l’ex leader Pd ha evitato un muro contro muro contro i grillini. Anzi, ha spiegato che il M5S è «il partito di centro dei tempi moderni», un «argine a derive nazionaliste». E ha detto che, in caso di una loro vittoria alle politiche, ma senza maggioranza, si siederebbe al tavolo con Grillo o Di Maio per la formazione del nuovo governo. Uno streaming a parti invertite rispetto a quello del 2013, quando Bersani tentò ogni strada per evitare un governo con Berlusconi. «Io al tavolo ci andrei, sarebbe curioso rinunciare», spiegò Bersani ad alcuni militanti di Mdp. A luglio è stato Marco Travaglio, sul suo giornale, ad auspicare una collaborazione dopo il voto tra M5S e Mdp. E Bersani il primo settembre sarà alla festa del Fatto in Versilia a un dibattito dal titolo «Processo al centrosinistra».
In Sicilia vince il candidato presidente più votato e in quel caso scatta un premio del 10% di consiglieri. Per avere la maggioranza all’Ars occorre dunque superare il 40%. Ad oggi nessuno sembra avere questo consenso. Sull’isola Mdp ha scelto di distaccarsi da Pd e Ap anche a costo di una ulteriore tensione con Giuliano Pisapia. Una scelta di campo netta, che prelude a una corsa in solitaria anche alle politiche se il Pd resterà a guida renziana. Se dovesse vincere il candidato di Renzi, il rettore Fabrizio Micari, le sinistre guidate dal candidato governatore Claudio Fava potrebbero valutare un appoggio esterno. Ma la novità è che potrebbero farlo anche il caso di vittoria del grillino Giancarlo Cancelleri. «Ma non entreremo in nessun caso in maggioranza», spiega Palazzotto. «Dipenderà tutto dal merito», gli fa eco Stefano Fassina. «Vedremo se nel nostro programma e in quello del M5S ci saranno temi su cui si può dialogare. In Sicilia non è solo la classe politica a essere logorato, ma la classe dirigente in generale». Questione sociale e morale sono i paletti della sinistra.
Per ora si tratta solo di una ipotesi di lavoro. La campagna elettorale sta per iniziare e le sinistre hanno innanzitutto il problema di superare il 5%, pena l’esclusione dall’Assemblea. Dunque si preparano ad una campagna elettorale «aggressiva» contro tutti, compresi i grillini. «Dal tema dell’abusivismo di necessità alle maniere forti contro gli immigrati, questa prima fase della campagna di Di Maio e Cancelleri registra un sensibile spostamento a destra», ragiona Arturo Scotto, tra i coordinatori di Mdp. «Dunque si aprono spazi a sinistra, anche in quell’elettorato che in passato ha scelto il M5S. Parlare di una collaborazione è assai prematuro». «Non escludo che i nostri possano votare proposte di un eventuale governo M5S», dice Davide Zoggia. «Ma non si tratta di uno schema nazionale: fino all’ultimo in Sicilia abbiamo cercato di tenere insieme il centrosinistra».

Corriere 28.8.17
La sinistra si unisca evitando i personalismi
di Massimo Bray


Al termine di questo mese di agosto, le forze politiche saranno chiamate ad affrontare la campagna elettorale per le elezioni regionali siciliane.
Sarà un test importante per capire, da una parte la capacità del Movimento 5 Stelle di attrarre consensi e proporsi come forza di governo, dall’altra la possibilità per il centrodestra e il centrosinistra di aggregare le differenti anime presenti al loro interno.
Ma, subito dopo, si aprirà la fase più delicata per il nostro Paese, nella quale sarà necessario, come richiamato dal nostro presidente della Repubblica, assicurare una legge elettorale capace di rispondere almeno ai rilievi sollevati dalla Corte costituzionale e dovrà emergere la capacità delle forze politiche di presentarsi all’elettorato con un programma di idee e riforme convincenti. Quello che mi auguro è che le forze politiche affrontino con spirito responsabile la prima necessità e che la sinistra riesca a elaborare le scelte necessarie ed opportune per un programma di riforme e a non dividersi su sterili polemiche che servirebbero soltanto a sancire la sua sconfitta.
Per far questo occorre, a mio avviso, condividere un presupposto: la crisi che abbiamo vissuto e ci accompagna è una crisi democratica, per uscire dalla quale bisogna ripensare le modalità e le scelte politiche dell’ultimo trentennio. Questo vuole dire che l’epoca della globalizzazione «felice» è finita, che dobbiamo fissare delle regole per il capitalismo, stabilire le forme più opportune per ridare dignità al lavoro, avviare un cambiamento nelle politiche fiscali e in quelle ambientali.
La partecipazione delle rappresentanze sindacali, sul modello tedesco, alla vita delle imprese, l’aumento del minimo salariale potrebbero essere, ad esempio, temi condivisi, scelte necessarie per contrastare l’impoverimento di una parte cospicua della popolazione e creare uno spirito di solidarietà nel rilancio del Paese. Dovremo quindi definire risposte certe e non ambigue al modello di egemonia economica e antropologica di questi ultimi decenni, per il superamento di un sistema iniquo che ha favorito l’accumulo di enormi ricchezze nelle mani di pochi e l’acuirsi di forme di diseguaglianza e precarietà ormai insopportabili.
Ma dobbiamo fare attenzione al fatto che non siano le forme di aggregazione politica di «destra» a difendere le parti più svantaggiate della società e a dare risposte «nazionaliste» alle differenti paure delle aggressioni esterne. Se la sinistra vorrà essere un’alternativa virtuosa, capace di trasformare la protesta e lo scoraggiamento in scelte coinvolgenti, se vorremo vedere le nuove generazioni andare al voto motivate, dovrà con coraggio ripensare al ruolo e alle funzioni dello Stato non più ridotto ad entità «residuale», ma capace di difendere le forme della democrazia e di creare lavoro grazie ad una politica coraggiosa di investimenti pubblici e all’individuazione delle forme più opportune per incentivare quelli privati.
Uno Stato erogatore di servizi pubblici di qualità, che elabori scelte per affrontare i cambiamenti climatici, che investa nella formazione e creda nella necessità di restituire ai cittadini il valore della rappresentanza. Una sinistra che abbia fiducia nelle possibilità per l’Italia e per gli italiani di creare le basi per un nuovo rinascimento sociale e culturale, fatto di speranze e di opportunità, di idee e contenuti. Una sinistra che abbandoni le divisioni «personalistiche», le forme partito in cui oggi si configura, i cui leader prepongano l’interesse comune a quello individuale, e che scelga un nuovo soggetto i cui rappresentanti siano donne e uomini capaci di elaborare un nuovo linguaggio e nuove forme di aggregazione della politica. Una sinistra di governo consapevole che da sola non ha la maggioranza per governare, né per favorire un reale cambiamento sociale. Una sinistra che riconosca che nel Pd ci sono donne e uomini che hanno la stessa determinazione di superare le divisioni, di riconoscere gli errori di prospettiva degli ultimi decenni, di valorizzare le nuove dinamiche sociali, di mettere al centro di un progetto di governo i temi della democrazia e dell’eguaglianza, di elaborare una visione alternativa dell’Europa, di definire un’idea comune del nostro Paese. Una vera «sfida democratica».

Repubblica 28.8.17
C’era una volta “la linea” ora il Pd si affida ai quiz
Alla festa dell’Unità di Bologna questionario per gli elettori sulle scelte strategiche. Alla domanda sulle alleanze c’è anche l’opzione “Destra”
di Jenner Meletti


BOLOGNA. C’è qualcosa di antico, alla pesca dei fiori, 1 tappo 2 euro, 6 tappi 10 euro. E’ una scritta che resiste chissà da quanti anni. «Qui siam tutti volontari per la Festa de l’Unità / non ci ferma mai nessuno, né la pioggia né l’età ». Anche le domande sono le stesse. «Con 10 punti, vuole un’azalea, un cactus o una bouganville? ». Facile rispondere anche nei ristoranti. «Tortellini in brodo o alla panna?». Più impegnativo, invece, affrontare la novità di quest’anno: il quiz. Trattasi di un questionario che, quasi a tradimento, dopo tante domande sullo stato del Pd, l’economia, i diritti civili, l’immigrazione, l’istruzione, ti chiede, a bruciapelo, se vuoi allearti con Beppe Grillo, con il centrodestra o – terza e ultima opzione (sarà un caso?) – con la sinistra. Il titolo è invitante: “Raccontaci il tuo Pd”. Sotto, si spiega che il questionario servirà a preparare la Conferenza programmatica nazionale 2017.
«Con questa novità – dicono subito Sergio Maccagnani e Alberto Aitini, che sono responsabili enti locali e organizzazione nella segreteria del Pd bolognese – tutti, iscritti e no, possono dire la loro. Ci sembra una bella scelta di democrazia». Veloce, soprattutto. Addio ai congressi di cellula e poi di sezione, e poi i congressi comunali e provinciali, con la nascita delle Regioni anche quelli regionali. Tutto in attesa del congresso nazionale che, come quelli di sezione, si apriva con la relazione sulla situazione internazionale, europea, nazionale. «No, il dibattito no» è arrivato all’apoteosi. «Ma no, guardi, facciamo ancora tanti incontri. Verrà anche Matteo Renzi. No, quelli della ‘ditta’, l’Mdp, non li abbiamo invitati. E’ stata una scelta dolorosa ma obbligata».
La grande sala dibattiti, comunque, è sparita. Al suo posto c’è la “piazza Falcone e Borsellino”. Il palco è su un tir attrezzato. Davanti ci sono 84 seggiole e una tribunetta con quattro file di panche lunghe una dozzina di metri. «La commissione comunale – precisano i due dirigenti della segreteria – ha stabilito che i posti sono 202 e per i dibattiti ci sono anche altre due piazzette. No, il comizio finale non c’è. Si faceva solo quando c’era la Festa dell’Unità nazionale».
Già dopo la serata di inaugurazione, giovedì scorso, ci sono state tante critiche. «Ci sono poche luci e poche bandiere. E poi sembra di entrare a una fiera». Difficile replicare. Nel viale principale (con ingresso in quella che ancora oggi continua a chiamarsi via Stalingrado) dopo la “Sicilia in tavola” gestita da privati, sembra di passeggiare in un villaggio di concessionarie auto. «I tempi sono cambiati – dicono Sergio Maccagnani e Alberto Aitini – i 100.000 degli anni del dopoguerra sono un ricordo, ora ne abbiamo 14.000 ma da due-tre anni non scendono più. Il questionario serve a fare partecipare tutti alle scelte politiche. E’ una cosa seria: l’abbiamo commissionato all’istituto Cattaneo e saranno loro a studiare le risposte». Viene distribuito negli stand e nei ristoranti, soprattutto ai volontari.
L’assenza della “ditta” si fa notare. «Beh, abbiamo perso qualche cent… decina di volontari, ma a Modena, ad esempio, è andata peggio. Almeno il 40% dei segretari dei circoli sono passati all’Mdp. Da noi, nessuno». E così, alla fine della Festa chiamata Romanzo popolare, si saprà quali voti prenderanno, da 1 a 10, il centrodestra, il M5S e le «alleanze con la sinistra». Poi sarà facile prendere la giusta direzione: basterà partire con il Tir del palco dei dibattiti.

Corriere 28.8.17
La fake news del ritorno di fascismo e comunismo
di Pierluigi Battista


Sulla Stampa Mattia Feltri racconta lo stupore di sua figlia, studentessa di prima media, che alla domanda «sei fascista o comunista?» si è sentita rispondere dal padre: «né l’uno né l’altro». Non capiva proprio il senso di questa risposta perché a scuola bisognava decidersi, nell’anno 2017, se essere fascisti o comunisti. Drasticamente, senza sfumature, come nel secolo scorso, e non è nemmeno Carnevale con le maschere, è proprio sul serio. Perché a scuola è come nei social e nei giornali di quest’epoca di infantilizzazione del dibattito politico, di brutali e sciocche ipersemplificazioni in cui si colma il vuoto delle teste con gli improperi da curva: «fascista», «comunista». Parole in libertà, usate per colpire con le armi delle parole sepolte dalla storia chi semplicemente sta da un’altra parte rispetto alla tua. È tutto un «fascista» e un «comunista» quando non si capiscono le cose che accadono e si cerca di addomesticarle nelle categorie più abusate. Sono formule di rassicurazione per battere lo spaesamento di fenomeni nuovi. Non migliori o peggiori del fascismo e del comunismo: semplicemente diversi.
Ma fingendo di esserne inorriditi, di denunciare un pericolo incombente, di lanciare un pensoso allarme sulle sorti del pianeta, ci si balocca in realtà con le fantasie di un temuto «ritorno» del già noto: perché il già noto, per quanto orribile, rassicura, culla, ringiovanisce, crea l’illusione che il mondo non sia definitivamente cambiato, rendendo pateticamente obsolete categorie e parole che sembravano eterne. E invece tra i compulsivi che lanciano sassate al grido di «fascista» e «comunista» non ci si rende nemmeno conto di quanto siano patetici, culturalmente decrepiti, con la testa perennemente rivolta all’indietro. E il mondo sembra, nelle chiacchiere dei social, dei giornali, tra i commentatori più paludati fino alle aule scolastiche in cui il fascismo e il comunismo storici dovrebbero avere una distanza emotiva e cronologica più o meno equivalente a quella che ci divide dalle guerre puniche, popolato di fascisti e comunisti mentre la stragrande maggioranza delle persone non è né fascista né comunista. E certo ci saranno schegge fasciste, come gli scemi che a Pistoia fanno i bulli con un prete, o frammenti comunisti nella galassia dell’estrema sinistra, ma si tratta di esigue minoranze. Mentre nel dibattito pubblico sembrano una legione in marcia. Ma non è vero. È vero solo che quando non si capisce più cosa accade, la soluzione più semplice è ripetere quello che si diceva nel passato. Il ritorno del fascismo e del comunismo? Una fake news.

Corriere 28.8.17
L’intervista.
Il deputato pronto a correre per la regione con Mdp: “In Sicilia Ap oltre il codice penale”
Fava: “Io contro dem e Alfano M5S furbo e reticente sulla mafia”
di Emanuele Lauria


PALERMO. Lui, che vive da anni lontano dalla Sicilia, ha di recente trasferito la residenza a Gravina di Catania per risolvere il problema che 5 anni fa lo costrinse a un clamoroso forfait. Il particolare la dice lunga sulla voglia di Claudio Fava, vicepresidente della commissione antimafia, di scendere in campo nelle Regionali siciliane. Solo oggi l’esponente di Mdp prenderà una decisione definitiva ma Fava lascia intendere che, per lui, il dado è tratto. Anche se una rottura con Pisapia nell’isola potrebbe interrompere il percorso di unità della sinistra: «Questo è un problema che deve risolvere Giuliano».
Ha sentito il leader di Campo progressista?
«No. Lo cerco da due giorni».
Per dirgli cosa?
«Per chiedergli di una sua recente dichiarazione: “È evidente che Alfano è incompatibile con il centrosinistra”, aveva detto. Io credo che Pisapia, quando ha fatto quelle considerazioni, avesse consapevolezza anche dei comportamenti al limite del codice penale da parte di alcuni esponenti di Alternativa popolare in Sicilia».
A cosa fa riferimento?
«A un sottosegretario su cui pende una richiesta di rinvio a giudizio per turbativa d’asta e corruzione elettorale e a un ex presidente dell’Ars condannato a 2 anni e otto mesi per corruzione, per esempio. Immagino che Pisapia, nell’esprimere il suo giudizio, guardasse anche a ciò che è stato Alfano e il suo movimento per la Sicilia. E magari al contributo dato alla pessima stagione di governo di Crocetta. Cos’è cambiato ora?».
Però al Comune di Palermo e in parlamento siete in maggioranza con Alfano.
«Guardi, il modello Palermo ruota attorno a un sindaco che ha amministrato bene, si è ricandidato e ha vinto: Alfano è praticamente ininfluente. Qui si riparte da zero. E non si può ripartire con uno che nei giorni pari sta a destra e in quelli dispari a sinistra».
Il Pd vi accusa di sfasciare l’alleanza e favorire grillini e centrodestra.
«Il nostro è solo un atto di coerenza. Noi abbiamo lavorato con il Pd e con Leoluca Orlando per ricostruire il centrosinistra, non il centrosinistra più Alfano. Questa è solo una partita romana, con il Pd che prende i voti di Ap in cambio di una legge elettorale diversa. E che fa della Sicilia un vicereame borbonico. I dem non diano la colpa a noi, se dovessero perdere».
Siete divisi anche a sinistra. C’è chi vorrebbe candidare l’editore Ottavio Navarra.
«Navarra è un amico e non prendo una decisione senza di lui. Sto facendo una riflessione responsabile. Credo ci sia uno spazio per un voto d’opinione, libero, di discontinuità. Che rilanci la questione legalità».
I 5Stelle, nel loro tour, non hanno parlato di mafia.
«C’è una deriva post-moderna del movimento, che si rende conto che servono reticenza e furbizia. L’antimafia in questi anni è stata rivoltata come un calzino, si sono fatti molti errori. Ma la presenza di Cosa nostra è pervasiva nei processi sociali, economici e amministrativi. Chi lo nega o se ne dimentica è in malafede. Espellere questo tema dai propri comizi, solo perché non porta voti, significa imitare le abitudini della politica siciliana degli ultimi 30 anni».

Il Fatto 28.8.17
Evasione, vietato indagare: dimezzati gli accertamenti
La Corte dei Conti denuncia la fine delle indagini finanziarie dell’Agenzia delle Entrate: nel 2015 la metà dei controlli rispetto al 2014. L’anno scorso il record negativo: 2.773 (nel 2012 erano 11.872)
di Roberto Rotunno


Il numero di indagini finanziarie svolte in Italia ha registrato un calo anche nel 2016, a conferma di un crollo verticale che dura da tre anni. A certificarlo è una relazione della Corte dei Conti. Dal documento sembra che, più che a una semplice riduzione dei controlli da parte dell’Agenzia delle Entrate, si stia assistendo a una resa dello Stato di fronte all’evasione. Un atteggiamento che, secondo autorevoli osservatori, è dannoso – in quanto riduce la capacità di recuperare somme – e anche ingiustificato.
Venendo ai numeri, nel corso dell’anno passato gli accertamenti compiuti con l’ausilio delle indagini finanziarie sono stati soltanto 2.773, mentre nel 2015 ne avevamo avuti 5.426. La flessione, in questo caso, è stata quindi del 43,9% e non ha fatto altro che confermare una tendenza che va avanti dal 2012. In quell’anno, infatti, si contavano 11.872 indagini finanziarie, salite a 12.069 l’anno successivo e ridiscese a 11.460 nel 2014. Per poi crollare in maniera sostanziale nei due anni successivi.
Il risultato di questo lassismo prende forma nei dati relativi alla maggiore imposta accertata. Nel 2012 la somma era di ben 1,2 miliardi di euro; nel 2016 invece ci si è fermati ad appena 178 milioni. In pratica, in pochi anni si è ridotta a un decimo di quello che era quando le indagini erano il quadruplo di quelle attuali. “Alla flessione del numero di controlli realizzato – si legge nella relazione – si accompagna una sensibile riduzione della maggiore imposta accertata e dei risultati finanziari conseguiti (-17,2% rispetto al 2015)”.
“Questo arretramento – così lo definisce, parlando con l’AdnKronos, Fabio Di Vizio, sostituto procuratore a Pistoia ed ex componente del Comitato esperti dell’Unità informazione finanziaria della Banca d’Italia – è incomprensibile e del tutto ingiustificato, tenuto conto dell’efficacia dello strumento e delle sue potenzialità. Trovo sorprendente questa scelta – ha aggiunto – e non si giustifica nemmeno con la nuova filosofia secondo cui il fisco deve assistere il contribuente più che controllarlo. Quando si ha uno strumento e non lo si utilizza viene meno anche la sua efficacia dissuasiva. La filosofia della dichiarazione precompilata è proprio quella di dire al contribuente: ‘Io conosco questi elementi che ti riguardano. Tienine conto’. Invece in questo caso, dopo aver molto enfatizzato il ‘grande fratello’ dell’anagrafe dei conti, lo si abbandona. È evidente che si tratta di una perdita di efficacia del sistema di contrasto all’evasione”.
Le entrate da accertamento sono in diminuzione anche se considerate nella loro generalità: nel 2016 sono state pari a 64,5 miliardi di euro, cifra che segna un meno 2,5% rispetto al recupero avvenuto nell’anno 2015. “Un elemento di grave criticità – si legge nella relazione – è costituito dal progressivo consolidarsi del fenomeno delle imposte dichiarate e non versate (Iva, ritenute, imposte proprie), che soltanto in parte vengono poi recuperate attraverso il controllo automatizzato delle dichiarazioni e l’azione di riscossione coattiva affidata all’agente della riscossione”. Parliamo comunque di una cifra – i 64,5 miliardi – che non contiene la parte derivante da forme di condono. Grande aspettativa, nel corso dell’ultima legge di Stabilità, era stata posta dal governo verso la voluntary disclosure. Il governo si aspettava almeno 27 mila istanze entro il 31 luglio, con un gettito di 1,6 miliardi, ma pochi giorni prima della scadenza ne erano arrivate solo 7.500 (meno del 30%), tanto che si è resa necessaria una proroga per decreto che ha posticipato il termine ultimo di due mesi.

Repubblica 28.8.17
Più trasversalità, meno ripetizioni: dopo l’invito di Asor Rosa affinché la scuola non trascuri il secolo breve, l’analisi di Umberto Gentiloni
Una Storia senza tagli
La missione possibile di studiare tutto il ’900
di Umberto Gentiloni


Sono passati venti anni dal decreto di Luigi Berlinguer ministro della Pubblica istruzione: dedicare l’ultimo anno delle superiori allo studio della storia del Novecento. Basta sfogliare le pagine dei quotidiani di allora per ricostruire polemiche e punti di vista: un’imposizione dall’alto, un gesto coraggioso e necessario, un’innovazione utile a ricostruire il perimetro dei programmi scolastici o sul versante opposto la levata di scudi sui rischi che l’eccessivo concentrarsi sul presente potesse indebolire le radici di processi lontani. Un’indicazione che
non ha piegato le tante resistenze che ne hanno accompagnato il cammino né manifestato tutte le potenzialità che conteneva. Il recente paradosso della discussione abbozzata sull’ipotesi della riduzione di un anno del ciclo scolastico delle superiori appare come l’ennesima occasione persa.
La conoscenza storica soffre la distanza dai quotidiani processi di apprendimento delle generazioni nate nel nuovo tempo del digitale segnate dall’incombenza del presente, dalla forza di un flusso continuo che non prevede coordinate spazio temporali e non ammette altre dimensioni che non siano rapide e immediate a portata di cellulare e di accesso wi-fi. Voci autorevoli hanno declinato la dialettica irrisolta tra opportunità e rischi, tra connessioni tecnologiche e nuove o antiche alienazioni evidenziando i pericoli che il Novecento possa rimanere un segmento sconosciuto e lontano, una sorta di incerto terreno da frequentare con cautela, magari attraverso i tortuosi sentieri della memoria o le emozioni collettive di anniversari più o meno istituzionali. Un confronto di merito non può viaggiare sulla falsa pista di riduzioni di anni o equiparazioni a indefiniti modelli continentali.
Non regge la scorciatoia del rimpianto nostalgico a una scuola più esigente e severa né la lamentela del pessimismo che riaffiora (talvolta come alibi) sui giovani che non studiano volentieri, non si appassionano alle pagine di
Guerra e pace, non sanno scrivere, parlare o approfondire (basti il richiamo alle acute riflessioni di Tullio De Mauro). Molto ricade sulle spalle degli insegnanti (spesso eroi del nostro tempo), sulla loro capacità di interagire, innovare, cercare nuove sintonie con mondi in continuo mutamento. Ma c’è una responsabilità di altro genere che investe chi prende le decisioni o segnala opzioni all’orizzonte senza che il riformismo delle cose possibili abbia lo spazio per essere valutato, confermato o smentito. Non è un caso che la bella traccia dell’ultimo tema di maturità sul miracolo economico abbia interessato circa l’uno per cento degli studenti italiani. Un dopoguerra sconosciuto mentre la centralità del Novecento si rafforza allontanandoci dalla presunta conclusione del secolo breve.
È persino banale indicarne le ricadute selezionando tra piani e competen- ze. 1. Tutti gli indicatori e gli studi sulle modifiche del mercato del lavoro sottolineano la necessità di privilegiare una formazione trasversale, flessibile, interdisciplinare capace di tenere insieme linguaggi e punti di vista. Ne ha scritto qualche giorno fa su queste pagine Alberto Asor Rosa. Una formazione di base non può che valorizzare l’incontro tra musica e fotografia, storia e matematica, fisica e filosofia, scienze e letteratura, storia dell’arte e filologia in un elenco che potrebbe essere molto più ampio. 2. La ricchezza e la complessità degli approcci può contribuire a sconfiggere le paure del nozionismo diffuso, l’idea pervasiva che la conoscenza del passato sia un insieme arido e immobile di date, personaggi, battaglie e confini da custodire nel migliore dei casi in un armadio o in un hard disk. Il metodo storico procede per interpretazioni, giudizi, problemi che vengono rimessi in discussione da nuove acquisizioni e nuovi interrogativi. Del resto come si può parlare di compatibilità ambientali, effetti climatici, Mezzogiorno, stabilizzazioni o conflitti, sistemi elettorali, migrazioni, religioni, Mediterraneo o Medio Oriente senza volgere lo sguardo indietro? 3. Lo studio del Novecento prevede (meglio sarebbe dire avrebbe dovuto prevedere) una più generale ridefinizione dei diversi segmenti del sistema formativo. Se alcuni argomenti o periodi vengono affrontati ripetutamente nel passaggio da un livello all’altro (dalle elementari alle medie, dalle medie alle superiori) altri vengono sacrificati. Tema che coinvolge in pieno i percorsi universitari nel ridimensionamento progressivo degli studi sull’Ottocento, persino sulla grande cesura della Rivoluzione francese: nei programmi e nei corsi un tempo sospeso tra età moderna e contemporanea che fatica a trovare la rilevanza che meriterebbe.
Investire sulla ricerca e la formazione dovrebbe rappresentare un asse fondamentale, una priorità irrinunciabile, una risorsa di futuro. Forse converrebbe partire da qui per non perdere altro tempo.

Repubblica 28.8.17
“Noi in classe non ci arrendiamo mai il guaio è che ci hanno ridotto le ore”
di Ilaria Venturi


Non ci sta all’etichetta di una scuola passatista che non insegna il ’900. «È un luogo comune». Però, ammette, che «il problema è il tempo» dopo il taglio delle ore di storia nei licei con la riforma Gelmini. Cristina Bonelli insegna storia e filosofia da più di trent’anni nello storico liceo classico Melchiorre Gioia di Piacenza, una delle venti scuole in Italia che sperimentò la riforma Berlinguer.
Dunque il ’900 si studia quanto sarebbe necessario all’ultimo anno dei licei?
«Sì, mi rifiuto di sposare la critica opposta, che è diffusa. Poi c’è ancora chi si ferma alla Costituzione italiana o chi entra in classe, spiega e fa la verifica. Per insegnare il ’900 devi cambiare approccio».
Che tipo di insegnamento è necessario?
«Occorre scardinare la didattica cronologica e lavorare su grandi temi, per parole chiave. Alle mie quinte propongo il ’900 economico e dal post-fascismo arrivo alla globalizzazione e alla crisi del 2008. Altro modulo è il ’900 politico. Quest’anno poi abbiamo letto la storia italiana dagli anni ‘50 agli anni ‘70 attraverso i programmi del Carosello».
Fondamentale è innovare?
«La didattica della storia ha fatto passi da gigante e le nuove leve di insegnanti sono formate. È che le ore di storia nei licei, tranne il classico, sono state ridotte da tre a due».
Come si fa allora a far entrare la contemporaneità?
«Devi raccontare il passato partendo dal presente per poi tornare all’oggi. Così i ragazzi ti seguono. Per due anni ho lavorato sul concetto di genocidio: dalla Shoah siamo arrivati al Ruanda e ai Balcani, con viaggio a Sarajevo La storia la insegni sul campo. Sul concetto di memoria, per esempio, i miei studenti hanno lavorato, incontrando anche i famigliari delle vittime, sulle stragi di Ustica e della stazione di Bologna. Dopo aver fornito un preciso quadro storiografico devi arrivare al coinvolgimento realizzando una mostra, una guida turistica, una graphic novel.
La storia diventa così laboratorio che fa entrare l’attualità».

Repubblica 28.8.17
Giovanni Sabbatucci, autore di manuali storici
“I testi scolastici aggiornati ci sono manca la formazione dei docenti”
di Raffaella De Santis


«Non vedo come sia possibile compattare tutto lo studio della storia in quattro anni. Già adesso il tempo è poco e le ore di insegnamento dedicate agli studi storici insufficienti». Giovanni Sabbatucci, autore insieme a Andrea Giardina e Vittorio Vidotto di importanti manuali storici editi da Laterza, adottati da scuole e università, è scettico rispetto all’idea di portare da cinque a quattro gli anni del liceo.
Professore, cosa non la convince della proposta?
«Credo sia giusto quanto ha detto Asor Rosa: bisognerebbe spingere piuttosto lo studio verso la contemporaneità ».
Ma dove tagliare per fare spazio alla contemporaneità se le ore d’insegnamento diminuiscono?
«È qui il punto. La storia, a differenza della letteratura, richiede per sua natura un approccio ai fatti consequenziale. Non solo perché siamo figli di una cultura idealistica, ma per il fatto che non si può pensare di tagliarne delle parti o spezzettarla. Mentre per la letteratura potremmo anche discutere l’ordine di rilevanza e arrivare a preferire Ungaretti a Dante o viceversa, per la storia questo non è possibile».
È un problema legato anche ai manuali, che danno solo cenni sul presente?
«Lo escluderei. L’ultima edizione del nostro manuale comprende l’Isis, gli attentati in Europa, la crisi economica scoppiata nel 2008. Ma gli insegnanti non riescono ad approfondire la storia più recente, un po’ per mancanza di tempo, un po’ perché la loro stessa formazione andrebbe aggiornata».
I nostri studenti arrivano all’università con grandi lacune?
«Con lacune evidenti, ma mai come quelle degli studenti stranieri. Gli anglosassoni sono i peggiori, un po’ meglio i francesi».
Non crede che la scuola italiana sia da sempre passatista?
«Ho preso la maturità nel 1963 e allora si arrivava a malapena alla prima guerra mondiale. Oggi il confine si è spostato in avanti ma rimane ancora molto lontano dall’indagine del presente».

Il Fatto 28.8.17
La Buona Scuola bis è peggio della prima
Precariato, supplenze, mancanza di fondi, demotivazione, lo scollamento del mondo del lavoro: anche per il nuovo anno scolastico le premesse della riforma sono negativedi
di Roberto Rotunno


Le novità saranno l’alternanza scuola-lavoro che partirà a regime e l’avvio della fase transitoria degli adempimenti sui vaccini. A garantire il rispetto delle tradizioni, invece, penserà l’endemico problema dei posti vacanti – 15 mila secondo i radar dei sindacati – in particolare per quanto riguarda il sostegno nelle regioni del Nord. Nonostante le intenzioni della Buona Scuola di mettere ordine nell’assegnazione delle cattedre, a due anni dall’approvazione della legge, il reclutamento resta una giungla e rischia di lasciare molte posizioni scoperte anche nelle prime settimane di lezione. Il guaio della “supplentite”, insomma, continuerà a penalizzare molti tra i milioni di ragazzi italiani che stanno per tornare tra i banchi. Tra assegnazioni provvisorie e reclami, tanti liceali saranno costretti in pochi giorni a cambiare due o tre volte il professore di matematica e fisica, tutto a scapito della qualità dell’insegnamento. L’anno scolastico 2017/2018 si apre in concomitanza con una fase di grandi riflessioni a livello politico nazionale. Portare o non portare l’obbligo di frequenza a 18 anni? Ridurre o non ridurre il ciclo delle superiori a un quadriennio? Come fare in modo che la scuola assuma un ruolo di ponte verso il mondo del lavoro in un Paese con alti tassi di disoccupazione giovanile?
Il rischio piramide-rovesciata
Un dibattito che però cede presto il passo ai problemi molto più pratici vissuti in questi giorni dagli istituti: la burocrazia che ingolfa il lavoro di dirigenti, insegnanti e segreterie, la corsa contro il tempo per la nomina delle supplenze, la valutazione dei ricorsi, le convenzioni da stipulare con le aziende che ospiteranno gli studenti per gli stage (gratuiti), le classi pollaio nonostante la diminuzione delle iscrizioni. Insomma, il caos. Intanto, tutto il personale della scuola attende con ansia il rinnovo del contratto nazionale di lavoro. I docenti sperano che la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli si impegni per dar seguito alla promessa, ribadita al meeting di Rimini, di aumentare i loro stipendi anche al fine di “riconoscere il ruolo sociale degli insegnanti”. Le trattative con i sindacati – che riguardano tutti i settori del pubblico impiego – sono appena partite; il documento inviato dalla ministra della Funzione pubblica Marianna Madia all’Aran ha tracciato la strada: incrementi di retribuzione superiori devono essere destinati ai redditi più bassi, in particolare per chi si aggira attorno ai 26 mila euro annui, per evitare che l’aumento in busta paga sia sterilizzato dalla conseguente perdita degli 80 euro (la tutela del bonus non sarà automatica, come era sembrato dall’accordo sottoscritto quattro giorni prima del referendum costituzionale). Il metodo a “piramide rovesciata” rischia di ridurre di molto le aspettative dei dirigenti, i quali reclamano un miglior trattamento economico anche a fronte dei tanti adempimenti che devono svolgere (attualmente, sommando tutte le voci, guadagnano circa 60 mila euro lordi all’anno).
Milano: mancano 1500 insegnanti di sostegno
L’urgenza, tuttavia, resta quella di assicurare le attività didattiche. L’obiettivo di assumere 52 mila nuovi docenti, comunicato dal ministero a inizio luglio, sembra troppo ottimista. Attraverso i due canali principali di reclutamento, il concorso e le graduatorie a esaurimento, sono rimasti scoperti circa 15 mila posti. Un dato che deriva da una rielaborazione della Flc Cgil e che tutto sommato coincide con la stima approssimativa redatta dalla Cisl Scuola. È possibile che domani, durante un incontro al Miur, si sappia qualcosa in più. Le carenze riguardano soprattutto il sostegno, con ben 10 mila posizioni, e gli insegnanti di matematica (1.500). “La supplentite non è stata superata – sostiene Rita Frigerio di Cisl Scuola – e quest’anno scolastico parte con ancora più difficoltà degli scorsi”. Milano è un caso indicativo: mancano 1.400 insegnanti di sostegno. Situazioni simili vengono segnalate in molte altre province. In Liguria si parla di 630 cattedre scoperte su 1.320. Mario Rusconi, vicepresidente dell’associazione nazionale presidi, durante un’intervista alla Verità ha puntato il dito contro i sindacati, colpevoli – secondo lui – di spingere i docenti del Sud mandati al Nord a chiedere l’assegnazione provvisoria in istituti più vicini a casa. Questo lascia scoperte molte cattedre nell’Italia settentrionale. “L’accusa va rispedita al mittente – spiega Anna Fedeli di Flc Cgil – noi aiutiamo solo gli insegnanti che sono vittima di un errore fatto l’anno scorso dal governo”.
Rimandati a ottobre, il rebus scuola-lavoro
L’avvio della didattica, insomma, subirà in tanti casi una traslazione verso ottobre e altro tempo sarà sottratto al monte ore curricolare dall’alternanza scuola-lavoro. Da quest’anno gli stage gratuiti saranno obbligatori per tutti gli studenti dell’ultimo triennio, quindi anche per chi frequenta la quinta superiore e a giugno dovrà preparare la maturità. In totale, saranno un milione e mezzo i ragazzi coinvolti. L’esperienza fino a questo momento ha prestato il fianco a molte critiche: nata con l’obiettivo di avvicinare i giovani alle competenze richieste dal mercato del lavoro, nella pratica si è tradotta in occasione di usare manodopera a costo zero per le aziende ospitanti. Secondo un’inchiesta dell’Unione degli studenti, nei primi due anni il 38% dei partecipanti ha dovuto sostenere spese di tasca propria e il 57% ha dovuto seguire percorsi non inerenti il proprio corso di studi. La carta dei diritti e doveri dei ragazzi in alternanza scuola-lavoro fa molta fatica a vedere la luce, nonostante sia prevista dalla Buona Scuola. Il 3 agosto ha avuto il parere favorevole dalla Conferenza unificata ed è in attesa dell’esame del Consiglio di Stato.

Repubblica 28.8.17
Le lettere segrete di Turing “Quanto odio l’America...”
La corrispondenza, ritrovata per caso all’università di Manchester, svela un lato inedito del grande scienziato che decifrò il codice Enigma
di Giampaolo Cadalanu


LONDRA Senza il suo genio matematico, agli alleati sarebbe stato molto più difficile e sanguinoso vincere la Seconda guerra mondiale. Ma all’epoca Alan Turing, l’uomo che aveva decrittato il codice cifrato di Enigma, l’arma segreta dei nazisti, per i sudditi di Sua Maestà era un personaggio scandaloso, la cui omosessualità era all’epoca un vizio inaccettabile. I biografi raccontano una personalità tormentata e difficile da decifrare. L’ultima scoperta, una collezione di 150 lettere che erano conservate in un armadietto all’università di Manchester, ne rivela un altro lato inatteso: l’odio per gli Stati Uniti.
Invitato dal collega Donald Mackay del King’s College a partecipare a una conferenza della Macy Foundation, a New York nell’aprile del 1953, Turing rispose che preferiva non chiedere alla sua facoltà un periodo di aspettativa: «Il viaggio non mi piacerebbe, e io detesto l’America». Non era bastato come richiamo la partecipazione annunciata di due studiosi illustri come Rudolf Carnap e John von Neumann, né l’esperienza positiva di Mackay, che garantiva la presenza di «gente amichevole, piena di curiosità».
Nelle lettere, trovate per caso all’inizio dell’anno durante la pulizia di un magazzino dell’università, non è chiarito da che cosa nasca questa avversione. Sugli estratti della corrispondenza, pubblicati su internet dall’università di Manchester, sembra anzi di percepire una grande curiosità dello studioso verso le deduzioni e le teorie dei colleghi, anche quelli d’oltre Atlantico.
Le lettere datano dal 1949 al 1954, anno della morte di Turing a 41 anni, per avvelenamento da cianuro. Il matematico era stato ritrovato sul letto, accanto a una mela mangiata per metà. All’epoca la sua scomparsa era stata considerata un suicidio, realizzato con un richiamo a quella che i biografi raccontano come ossessione per la favola di Biancaneve. La decisione di togliersi la vita sarebbe stata causata dalla persecuzione per le sue scelte sessuali, che l’aveva costretto ad accettare una specie di “castrazione chimica”, attraverso un massiccio trattamento ormonale.
Nel 2012 però Jack Copeland, direttore del centro Turing all’università di Canterbury in Nuova Zelanda, ha messo in discussione l’idea, sottolineando che il matematico aveva l’abitudine di mangiare le mele a metà, e che la polizia del tempo non aveva esaminato i resti del frutto, quindi non ci sono conferme che la mela fosse avvelenata. Non ci sono nemmeno scritti che provano la premeditazione e anzi, secondo Copeland, il matematico era tutt’altro che depresso. Persino nel referto del medico legale, suggerisce lo studioso, potrebbe aver avuto un ruolo la condanna dell’omosessualità, che in Inghilterra e Galles è stata depenalizzata solo nel 1967. Negli ultimi anni, la comunità Lgbt ha lanciato una campagna per una legge che garantisse la riabilitazione legale, anche postuma, dei gay. Approvata l’anno scorso, ora per tutti è la “legge Turing”.