lunedì 10 luglio 2017

SULLA STAMPA DI LUNEDI 10 LUGLIO
https://spogli.blogspot.com/2017/07/sulla-stampa-di-lunedi-10-luglio.html

Corriere 10.7.17
L’età del rancore e della nostalgia
di Giuseppe De Rita

Rancore e nostalgia sono i due sentimenti in mezzo ai quali ondeggia l’elettorato in vista del voto: uno scenario non proprio entusiasmante.
N egli ondeggiamenti politici italiani comincia a delinearsi la sorprendente contrapposizione fra due sentimenti collettivi di significativa attrattività elettorale: il rancore e la nostalgia.
Il primo è sulla scena da qualche anno ed è stato molto studiato e adeguatamente sfruttato (da grillini, leghisti e loro dintorni) per creare un esplicito fronte di risentimento antipolitico. Mentre la nostalgia è la «nuova entrata» nei sentimenti collettivi a potenziale influsso politico. Se ripercorriamo la cronaca degli ultimi mesi troviamo evidenti cedimenti nostalgici: al ricordo di alcuni protagonisti del passato (da Rodotà a Villaggio); al rientro in campo di qualche antico leader politico (da Prodi a Berlusconi); al compiacimento per il successo museale della mitica 500; al ripercorrere, sotto il palco di Vasco Rossi, quarant'anni di nostre storie personali; al risveglio della logica proporzionale per le future elezioni politiche; al rimpianto per l’intervento pubblico nell’economia e sul territorio (ho letto addirittura, specie nelle zone terremotate, sorprendenti richiami alle soppresse Province. È probabile, su queste basi, che la nostalgia possa diventare una variabile importante nelle prossime vicende politiche.
Certo non è entusiasmante pensare ad una campagna elettorale segnata insieme dal malanimo del rancore e dal languore della nostalgia; e ci sarebbe da augurarsi che ad essi si contrapponesse un più freddo realismo delle cose. Ma il realismo non è un sentimento mobilitante delle masse; ed in attesa di un suo eventuale arrivo conviene approfondire i due sentimenti oggi in maggioranza. Di essi, quello più incardinato nella nostra composizione sociale è certo il rancore: viene infatti dalle frustrazioni e dalle rabbie di un ceto medio che non è riuscito ad andare più in alto «perché l’ascensore sociale si è fermato»; frustrazioni e rabbie su cui si sono costruiti pesanti apparati organizzativi e ambiziosi leader che puntano tutta la loro posta sul protagonismo del rancore.
Al contrario la nostalgia è politicamente ancora ad uno stato larvale, quindi in una condizione di esplicita debolezza di fronte alle vigorose emozioni espresse dagli attori del rancore, cui del resto riesce facile l’ironia verso la riesumazione di sfiniti protagonisti e di sgualcite piattaforme programmatiche. Ma la condizione larvale nasconde sempre potenzialità di estensione e diffusione, per canalette d’opinione liquide e lontane dalla impressività delle cronache. In una Italia dove resta in vita il sommerso e trionfa il primato del cash (non a caso anche essi circonfusi di un passato ben apprezzato) un sentimento collettivo indistinto come la nostalgia può propalarsi nel «sotto-sotto», della vita quotidiana, anche senza dover ricorrere a quella personalizzazione della leadership che caratterizza invece l’espressione pubblica del rancore.
Quest’ultimo sembra comunque per ora favorito come incentivo di voto, ma è possibile che i giuochi non siano ancora fatti, e che non sia prevedibile quale dei due sentimenti in questione avrà più presa elettorale. Qualcuno avrà anche la tentazione di «sparigliare», proponendo una proposta sociopolitica alternativa, meno ricca di sentimenti collettivi e più solida di contenuti. Si può tentare, ma va ricordato che sarebbe un compito molto lungo, visto che occorrerà prima arrivare a decifrare quel che sta avvenendo in quel sottofondo emotivo dove rancore e nostalgia hanno proliferato ed assunto protagonismo politico .

Repubblica 10.7.17
Se Renzi e Grillo sono già il passato
di Ilvo Diamanti

Ambiente e lavoro gli obiettivi condivisi, i valori del futuro in base al sondaggio Demos-Coop Nella terra di mezzo le parole che evocano divisioni: immigrazione, euro, unioni gay
I valori del futuro
Guardando al futuro, per gli intervistati dal sondaggio, ci sono tre punti di riferimento: Papa Francesco e il suo messaggio di speranza, il volontariato e l’ambiente e le energie rinnovabili

LE PAROLE sono importanti. Servono a rappresentare la realtà. Ma anche a costruirla. Perché la realtà sociale non esisterebbe senza le nostre parole. Senza le nostre rappresentazioni. (L’eco del famoso saggio di Berger e Luckmann non è casuale). Per questo ci pare utile ri-proporre la “Mappa delle parole”, come avviene ormai da 7 anni.
PERCHÉ attraverso le parole è possibile ricostruire i significati, ma anche la prospettiva e la valutazione, del mondo intorno a noi. Così, anche quest’anno, abbiamo condotto un sondaggio (Demos- Coop) su un campione rappresentativo, particolarmente ampio. Alle persone intervistate sono state proposte una quarantina di parole, che evocano diversi soggetti, eventi, valori; diverse persone e istituzioni del nostro tempo. Ci siamo concentrati, in particolare, sul contesto politico-sociale e mediale. In senso lato. La Mappa che tratteggiamo in queste pagine “proietta” le parole esaminate in base a due diversi “assi” di giudizio. Anzitutto, il gradimento espresso dagli italiani (intervistati), in misura crescente, da sinistra verso destra, cioè, lungo l’ascissa. Mentre dal basso verso l’alto (seguendo l’ordinata): le parole riflettono la tensione fra passato e futuro.
In questo modo abbiamo cercato di combinare il tempo e il sentimento. Ne emerge una Mappa suggestiva. In qualche misura, complessa. Ma chiara, nelle indicazioni di fondo. Appare de-finita in tre aree, tre regioni di significato, dai confini - e soprattutto dai contenuti – piuttosto precisi. Agli estremi si oppongono due contesti alternativi.
In alto a destra, c’è il ponte verso il Futuro condiviso. Dove insistono obiettivi attraenti e, appunto, condivisi. La promozione dell’ambiente e delle energie rinnovabili. Quindi: il lavoro. Perché è necessità “materiale”, ma anche un “valore”. Accanto al lavoro: la ripresa, da un lato, e la meritocrazia, dall’altro. Nel duplice auspicio: che il lavoro riprenda, insieme allo sviluppo; e che sia orientato dal – e al – “merito”. Criterio universalista, oltre ogni raccomandazione e privilegio. Più in basso, tre parole “pubbliche”, ben incastrate fra loro. Popolo, democrazia. E l’Italia. Dunque: il governo del “demos”. Il popolo sovrano e responsabile. Dotato di diritti e doveri. Limiti e poteri. Fonte di “democrazia”, oltre ogni “populismo”. In mezzo: l’Italia. Popolare e democratica. Più in alto, a dare senso a questa regione di significato: la speranza e il cuore. Sentimento e passione che guardano lontano. Trainati dal volontariato. Più sopra, Papa Francesco. Nonostante tutto: l’unica figura, l’unica persona capace di suscitare passione. E speranza.
Nello spazio opposto, si incontrano politica, politici e partiti. Senza distinzione. Lo sguardo degli italiani, in questa direzione, è pervaso da sfiducia, verso un passato che non passa. E non cambia. Leader, partiti e anti-partiti. Sono tutti là in fondo. Salvini e la Lega, poco sopra il PD. Vicino al M5s c’è FI. In fondo a tutti, come sempre, Silvio Berlusconi. L’Uomo Nuovo degli anni Novanta. Il Capo. Oggi sfiora i confini dello spazio politico percepito dagli italiani. Quasi in-visibile. Non lontano, incombe Beppe Grillo. Ieri, il Nuovo contro tutti. Oggi, a sua volta, ai margini. Non per insofferenza ma, piuttosto, per indifferenza. Accanto ai politici e ai partiti, che non piacciono agli italiani, c’è Donald Trump. Spinto alla presidenza degli Usa dal sostegno delle “aree periferiche”. Dall’inquietudine dei “ceti in declino”. Per gli italiani: un politico come gli altri. Ma la novità più sorprendente, in mezzo a questo non-luogo semantico, è la presenza di Mat- teo Renzi. Solo due anni fa: campeggiava nello “spazio futuro”. Alternativo a Berlusconi. Mentre oggi sta proprio accanto a Berlusconi. La speranza di ieri si è consumata in fretta. Come le sorti del suo PD. Il PDR. Confuso in mezzo agli altri partiti. “Legato” a FI. E, quindi, risucchiato nell’indifferenza, che è molto peggio dell’anti-politica.
Nella “terra di mezzo”, tra il “futuro condiviso” e la “marcia verso il passato”, si addensa una pluralità di parole che evocano contrasti e divisioni. Quasi un “Campo di battaglia”. L’euro e la UE. Accanto alle “unioni gay”. E al mito dell’Uomo Forte, che negli ultimi anni sembrava il marchio della “nuova” politica. Mentre oggi sta a metà fra passato e futuro. Incapace di “emozionare”. Non per caso sia Renzi che Grillo, oggi, nella Mappa, stanno “sotto” i loro partiti: PD e M5s. All’opposto di qualche anno fa. A significare che oggi la personalizzazione non è più, necessariamente, una virtù.
Nel “Campo di battaglia” incontriamo l’immigrazione. Sul crinale fra accoglienza e integrazione. Fra “Ius soli” e respingimento. Le stesse ONG si sono istituzionalizzate. E oggi appaiono distanti dal volontariato.
Fra le parole che stanno “in mezzo”, non per caso, ritroviamo i “media”. Vecchi. Tv e giornali. Mentre la radio resiste, ai confini della “terra promessa”. Sull’asse del futuro, i social media li sovrastano. Tuttavia, per costruire il consenso, i media, “tradizionali” restano centrali. La TV, per prima. Da ciò la questione evocata dalle parole del nostro tempo. Il futuro della democrazia.
Perché i soggetti tradizionali della “democrazia rappresentativa” partiti e politici - appaiono delegittimati. Isolati nella regione del “passato”. Mentre la Democrazia digitale, “immediata” più che “diretta”: è il futuro. Nella Mappa tracciata dagli italiani, si posiziona in alto. Eppure è spostata, anche se di poco, verso il quadrante della sfiducia. Meglio, della “prudenza”. Come i social media.
Tra diffidenza e delusione. Gli italiani, per definire il futuro della democrazia, non usano parole rassicuranti.

Corriere 10.7.17
«Serve un piano per il Paese con una squadra ampia Renzi apra alla condivisione»
Il ministro Calenda: io in campo? Devo finire il mio lavoro
Meglio avere i parametri Ue che le mance elettorali
di Daniele Manca

«Sulla questione deficit abbiamo discusso tanto in passato con Renzi». Carlo Calenda non si tira indietro. Ma da ministro dello Sviluppo economico sa che c’è di mezzo l’Europa. Il governo. La politica. Tirato per la giacchetta (più a destra che a sinistra, sicuramente dal centro che vede in lui un possibile leader), ci tiene a marcare la differenza con gli altri esponenti politici. Vuole tenersi stretta quell’etichetta di tecnico che semmai sta imparando la politica. E quando gli si chiede di Draghi, Marchionne, anche qui, marca le differenze. Misura le parole, le scrive, le legge. Vuole sentirsele ripetere. «Negli ultimi mesi in Italia, tutto diventa slogan, non dibattito costruttivo».
Sarà pure così ma sul deficit…
«Per rendere il debito sostenibile, e recuperare coesione sociale, diminuendo i divari che continuano ad aumentare nonostante la crescita superiore alle attese, l’Italia deve crescere almeno al 2% e generare più occupazione e investimenti».
D’accordo, ma il leader del partito di maggioranza che tiene in piedi il governo ha fatto una proposta precisa: deficit al 2,9 per 5 anni, recuperiamo 30 miliardi e ci finanziamo il taglio delle tasse.
«Aumentare il deficit è un rischio che possiamo correre solo a tre condizioni».
Allora è d’accordo?
«Mi faccia finire. La prima condizione è che le risorse liberate vengano concentrate sugli investimenti, la produttività e interventi organici sulle situazioni di reale emergenza sociale».
Lo dicono tutti…
«Mica tanto, qui tutti parlano di tagli fiscali a pioggia e meno bollo auto mi pare. Invece tutta la credibilità di questa proposta dipende dall’orizzonte che si ha. La strada per la prosperità in Italia passa dall’aggancio definitivo alla domanda internazionale. Oggi l’export va benissimo ma sono ancora poche le aziende che esportano. Dobbiamo passare da un rapporto tra esportazioni e Pil vicino al 30% al 50, come fatto dalla Germania grazie alle riforme iniziate da Schröder. Vorrebbe dire in sostanza importare in Italia i tassi di crescita del mondo mettendoci su un percorso stabile di sviluppo».
Guardi che al Nord questo sta accadendo. E il successo di alcune forze come la Lega ma anche Forza Italia interpreta tutto ciò.
«Certo, un pezzo di Paese è ripartito alla grande ma se il resto non seguirà ci sarà un ulteriore scollamento, con il rischio del riemergere di una questione settentrionale che in autunno potrebbe ritrovare anche una dimensione politica».
E allora?
«Per evitare lo scollamento dobbiamo lavorare sulla produttività del sistema utilizzando le risorse per abbattere il cuneo fiscale e favorire nuove assunzioni, defiscalizzare la produttività del lavoro e gli investimenti, varare un piano sulla formazione professionale e rafforzare un ammortizzatore universale contro la povertà. I dati sulla vendita di macchinari aumentati di quasi il 30% dimostrano che la strada giusta è premiare le imprese che investono».
Capisco voglia difendere il suo operato, ma se bastasse solo Industria 4.0…
«Figuriamoci, nessun trionfalismo, il merito è delle imprese, ma ritengo gli investimenti prioritari su tutto. Vanno sviluppate anche politiche settoriali potenti su energia, life sciences , dove possiamo prendere la leadership del settore che crescerà di più nei prossimi anni, e turismo e cultura, che rappresentano l’export per commercianti, settore alberghiero e città».
Ma non è che se diciamo tutto questo a Bruxelles ci stendono tappeti rossi. Sono anni che lo affermiamo. Poi il debito è quello che è, chiediamo flessibilità…
«Infatti la seconda condizione è riprendere vigorosamente la strada delle privatizzazioni e dell’abbattimento del debito. Al di là di Bruxelles e del Fiscal compact, dobbiamo convincere chi il debito lo deve comprare anche in vista della riduzione degli stimoli della Bce».
Appunto, ma come facciamo a rassicurare gli investitori se ogni due per tre stiamo a inventarci strategie legate ai decimali?
«Per essere credibili dobbiamo mettere in atto la terza condizione: continuare con le riforme».
Certo, mancavano le riforme… ma quali sono queste riforme?
«Concorrenza, diritto fallimentare, politiche attive, lavoro 4.0 e rafforzare quella della Pa. Otterremo spazi di manovra solo se ci mostreremo decisi a proseguire e accelerare sul percorso iniziato. Nella prossima legislatura dobbiamo poi varare una clausola di supremazia che consenta di superare i veti locali quando in ballo c’è l’interesse nazionale».
Basterà?
«Sì, se prima di dichiarare quanto deficit vogliamo prenderci, chiariamo cosa vogliamo farci. Esattamente come per un’azienda che fa ottimi prodotti ma che è stata gestita male ed è troppo indebitata, l’Italia deve presentare prima un “piano industriale per il Paese” dettagliato e credibile e poi, solo poi, andare a chiedere spazi ai finanziatori».
Ma in Europa sanno che in primavera si vota…
«Immagino che la proposta di Renzi riguardi la prossima legislatura. E comunque se domani o fra un anno prendessimo la strada dei tagli fiscali a pioggia o delle mance elettorali, o ancora, se mentre proponiamo di aumentare il deficit rallentiamo le riforme, penso alla concorrenza, o le privatizzazioni, leggi Poste, beh allora meglio tenersi al sicuro nei parametri europei».
Niente deficit al 2,9, quindi, in questo caso…
«Credo che Renzi debba aprire una discussione ampia sul cosa oltre che sul quanto, chiudendo definitivamente la fase della rottamazione e aprendo quella della condivisione e della progettualità. Le sfide che abbiamo davanti, la velocità del cambiamento tecnologico, la globalizzazione e un quadro geopolitico sempre più duro, impongono un pensiero lungo e una strategia articolata. E aggiungo una squadra ampia e un lavoro con quei corpi intermedi che hanno dimostrato di saper affrontare la sfida del cambiamento. Forse queste sono le alleanze di cui dovremmo parlare oggi più che di quelle elettorali, per di più facendolo spesso in termini astratti e a prescindere dai contenuti».
Anche perché a breve si tornerà a parlare di manovra e chissà quali spazi ci saranno.
«L’entità della prossima manovra la decideranno il presidente Paolo Gentiloni e il ministro Pier Carlo Padoan. Del resto le misure che stiamo predisponendo vanno nella direzione di quanto sopra detto, sia pure nella dimensione oggi consentita dall’Europa, con cui Padoan è stato molto bravo a negoziare».
Ma Renzi…
«La fermo subito. La proposta di Renzi ha il merito di riportare la discussione sui contenuti in vista del prossimo confronto elettorale. Il senso di smarrimento e paura dei cittadini deve trovare una risposta razionale e forte, da parte delle forze non populiste. Altrimenti prevarrà chi propone la fuga della realtà o ricette autarchiche che distruggerebbero il benessere accumulato in decenni».
Sembra piuttosto preoccupato di quello che potrebbe accadere nei prossimi mesi…
«Ma sì. Vedo una generale disattenzione verso il rischio che la prossima legislatura porti a una caotica fine della Seconda Repubblica sotto la spinta di un contesto internazionale più complesso, un Occidente diviso e una situazione italiana che rimane fragile dal punto di vista sociale, finanziario e politico».
Se è così lucido perché respinge quanti la invitano a scendere in campo?
«Non credo che un nuovo partito farebbe la differenza. Il mio contributo è finire bene il mio lavoro: dal secondo capitolo del piano Industria 4.0 alla strategia energetica nazionale fino alle crisi di impresa».
Ma soprattutto dal centro e dalla destra, c’è il tentativo di trovare volti nuovi. Berlusconi si è spinto a fare i nomi di Draghi, Marchionne, Calenda, davvero niente politica per lei?
«Draghi è l’uomo che ha salvato l’Europa e Marchionne la Fiat. Io faccio da un anno il ministro dello Sviluppo economico. Non credo di giocare nella stessa categoria. Devo pedalare ancora parecchio per arrivarci».

Il Fatto10.7.17
Un Matteo per tutti i gusti: è il Vangelo della Nazione
Anticipazioni alla Vespa: - A ogni quotidiano il brano più adatto, così l’ex premier riesce a coprire l’intero arco politico-istituzionale
di Fabrizio d’Esposito

Quel che resta del Libro. È il primo dubbio che affiora dolorosamente dopo aver letto i quotidiani di ieri. Nove anticipazioni nove di Avanti, senza fare distinzione tra liberisti, riformisti, populisti e fascioleghisti, europeisti e anti-europeisti, cattolici, ministeriali, sudisti. Tutti insieme nella sapiente distribuzione dei brani della succulenta fatica narrativa di Matteo Renzi. Il Vangelo del Partito della Nazione. Dopo le anticipazioni di ieri, in libreria restano solo gli avanzi. Povera Feltrinelli, che lo ha editato.
Europeista. Al Corriere della Sera, il quotidiano che ha “portato” Mario Monti (ed Enrico Letta) a Palazzo Chigi, Renzi consegna un capitolo in cui con tono assertivo stronca proprio Monti e Letta e il loro rapporto con l’Ue: “Due governi guidati da europeisti convinti, convinti a parole più che nei fatti”. Al contrario, SuperMatteo descrive come ha mostrato i muscoli ad Angela Merkel: “In pochi hanno il coraggio di smentirla o contestarla pubblicamente. Cosa che io invece faccio in più di una circostanza”. L’ex premier rivela anche che l’inflessibile Cancelliera è un essere umano: “Mandò un sms a mia figlia Ester”. Wow!
Confindustriale. All’organo salmonato degli industriali, Il Sole 24 Ore, SuperMatteo riserva una primizia assoluta: una sfida all’Ue per tornare “per almeno cinque anni ai criteri di Maastricht con il deficit al 2,9 per cento”. Renzi è l’aratro che traccia il solco ma è il Sole che lo difende con lo spadone dei padroni: “Italia-Europa, il grande strappo di Renzi”. Il prezioso brano contiene altre frecciate ai suoi predecessori già citati: “Ci sono stati premier che sono andati in Europa come noi andavamo a scuola: con la giustificazione in mano. E poi tornavano a casa dicendo: ‘Ce lo chiede l’Europa’”.
Garantista. Al Giornale di Alessandro Sallusti, edito dal fratello del noto Condannato di Arcore, Renzi non può che somministrare una robusta dose di garantismo. Il pezzo forte sono gli strali a quei pm che minano la credibilità della “grande maggioranza dei magistrati italiani composta da professionisti impeccabili”.
Teocon. Ratzinger non è più il papa regnante ma Renzi attinge al vetusto repertorio dei fu teocon italiani (Giuliano Ferrara in testa) per dire che “aver rifiutato di menzionare le radici cristiane dell’Europa appare un tragico errore”. Ovviamente questa è l’anticipazione fornita ad Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani.
Ulivista. Repubblica è stato per antonomasia il giornale-partito del centrosinistra. Dopo referendum e scissioni, Renzi consegna al quotidiano di Calabresi l’anticipazione più noiosa e scontata apparsa ieri: “Oggi viene evocata la stagione dell’Ulivo da parte di leader politici che allora stavano contro l’Ulivo”. Cioè, Pisapia e D’Alema.
Fascioleghista. C’è pure l’anticipazione per Libero, diretto da Vittorio Feltri. Il tema è quello dei marò italiani bloccati in India, tema caro alla destra nazionalista e fascioleghista: “Monti tradì i marò, io li ho salvati”. Amen. Il brano è agghindato con un’esclusiva rivelazione sull’ultimo giorno di Renzi a Palazzo Chigi: “Faccio l’ultima telefonata dall’ufficio: è ad Agnese, per chiederle se mi lascia le chiavi di casa nel solito vaso di fiori, come facevamo sempre”.
Gheddafiano. La Stampa ha la nomea di quotidiano specializzato negli esteri e così Renzi manda un capitolo revisionista sulla guerra in Libia per rovesciare Gheddafi nel 2011, da noi fortemente voluta da Napolitano: “Un dramma totale. Del quale dovrebbero scusarsi in tanti”.
Ministeriale. Al Messaggero, quotidiano della Capitale, città di ministeri e ministeriali, Renzi regala un brano dall’incipit folgorante, alla Truman Capote: “Noi abbiamo una classe di burocrati migliore della struttura burocratica”. Sul litorale di Ostia, ieri, sono stati avvertiti ululati di approvazione. A dire il vero, però, il giornale romano non è stato molto rispettoso del dono renziano. Tra le nove pubblicate ieri è infatti l’unica a non cominciare in prima o quantomeno ad avere un richiamo. Non solo. Il Messaggero apre con un’intervista a B. e ha un editoriale di Prodi. Un’anticipazione cornuta e mazziata.
Sudista. L’estenuante raccolta delle anticipazioni si chiude con il Mattino di Napoli e una promessa paraberlusconiana: “Candidiamo Napoli per le Olimpiadi del 2028”. Parole al sole.

Il Fatto 10.7.17
“Sogno un’Italia SpA: presidente Berlusconi, Renzi al suo fianco”
“Il ‘Renzusconi’ è l’unica formula a poterci salvare. E poi Matteo è un politico con ancora tanta birra in corpo. Silvio? Intramontabile”
di Antonello Caporale
“Io faccio il tifo per Renzusconi”.
La crasi riduce a uno i leader di cui Flavio Briatore si dichiara devoto.
Voi del Fatto scrivete così perché siete maligni ma davvero avremmo bisogno del presidente Berlusconi e di Matteo, bravissimo ragazzo e con tanta birra in corpo.
Lei farebbe il consulente da Montecarlo.
Bellissimo clima e grande piattaforma logistica. Sei voli al giorno per Dubai.
Un ricco tra i ricchi. Ha letto Trump? Con tutto il rispetto, non si porterebbe mai un povero al governo. Non è un vincente, né ha dato prova di sapere organizzare la vita degli altri. Un ricco sì.
Approvo l’amico Trump. Non perché sia razzista, poi io come farei ad esserlo avendo conosciuto la povertà. Ma è un fatto che se hai mostrato carattere e forza, se sei un vincente, puoi esibire le tue qualità per il bene comune.
E poi nessuno proibisce al povero di divenire ricco.
Esatto. Io ne sono la prova.
Però a Montecarlo la ricchezza un po’ appesantisce e annoia. Colora di grigio il cielo turchese, vero?
Se da un lato c’è l’orgoglio di essere il secondo gruppo monegasco, dopo quello del principe, per fatturato e la città è stra- ordinaria, l’aeroporto efficiente eccetera, è anche vero che le amicizie possono far pensare, specialmente se si è bambini, che il mondo sia di un solo colore.
Lei è in pensiero per la crescita sana del piccolo Nathan Falco.
Ho trovato a scuola un suo amichetto di sette anni con un Rolex al polso.
Povero figlio!
Non va bene. Ma mio figlio sa che esiste anche la povertà. Viene con me in Kenya.
Al resort di Malindi, l’Africa perduta agli occhi, il mare che sembra una pietra preziosa.
Lo porto anche nei villaggi vicini, dove i bambini giocano con niente. Lui mi dice sempre: sai papà che quei bambini sono poveri ma felici?
La ricchezza non dà felicità.
Esattamente.
È un po’ un guaio l’analisi che fa suo figlio. Eravamo partiti in direzione opposta.
Quei bimbi hanno bisogno di poco per essere felici, davvero. E il mio Falco si trova bene con loro. Lo porto in Kenya, lui deve sapere, deve vedere.
Ci stiamo allontanando dal centro della nostra conversazione: Briatore ideologo di Renzusconi.
Il presidente è un grande, e Matteo ha un piglio che pochi possono vantare. Vedo bene una loro società.
Una Srl, una SpA?
Italia SpA. Presidente Berlusconi, Amministratore delegato Renzi. Non ce n’è per nessuno.
Un manager operativo e un presidente di fortissimo carisma.
Silvio ritorna sempre. È intramontabile.
Briatore consulente.
La burocrazia massacra. Vai al governo e ti perdi nei commi e nei codicilli. Non si può continuare così. L’Italia sta arretrando, sta divenendo un paese di serie B, nessuno ci fila più.
Briatore consulente del governo Renzusconi.
Tre cose fondamentali. Abbassare il costo del lavoro, azzopparlo, spianarlo.
Governo di rottura.
Un dipendente che guadagna 2.500 euro mi deve costare al massimo 3.000 euro. Prima riforma da fare immediatamente.
Seconda riforma.
Flat tax. Stessa tassa uguale per tutti.
Salvini la pensa così. Sei ricco o povero, è uguale.
Il 28 per cento pago io e il 28 per cento paghi tu.
Lei non risiede in Italia.
Le ho fatto l’esempio delle ritenute fiscali in Inghilterra dove ho risieduto per anni. Adesso sono a Montecarlo.
Vero.
Voli quotidiani per la Sardegna, parti quando vuoi per Miami, Londra, New York.
Terza riforma.
Non far gestire più un soldo allo Stato. Brucia i denari, dilapida ricchezze. Non è possibile andare avanti così.
Anche secondo me il Renzusconi potrebbe essere il governo del futuro. I sondaggisti dicono che la vita dell’uno sia legata a quello dell’altro. Simul stabunt, simula cadent.
Il presidente Berlusconi è ancora lì? Fantastico.
Anche Prodi però.
Pazzesco.
Renzi è purtroppo avvolto in un clima di disarmo, come se un pallore generale lo stesse inghiottendo.
Ma ha visto i cinquestelle?
Comprendo.
Senta me, Matteo ha ancora birra in corpo.
Trump è astemio.
E adesso che c’entra?
Ricordo che lei mandò al suo amico Trump una bottiglia di Amarone della Valpolicella.
E allora?
All’amico astemio manda l’Amarone, che burlone…
Che c’entra? Sapevo che il suo staff lo gradiva, mi promise che un goccio se lo sarebbe fatto.
L’Italia le dà dispiaceri.
Se sta parlando dell’investimento di Otranto io non ho messo un euro e non l’ho perso. Però c’è stato un accanimento mai visto.
Con lei sempre vigili e ossessivi.
Mi infastidisce solo quella pendenza giudiziaria per via della barca.
La Guardia di Finanza ha addentato il suo yacht Force Blue, sembrava uno squalo affamato.
Aspetto l’appello.
Intanto al primo grado condanna per truffa.
Proverò l’innocenza.
Torniamo a Renzusconi che è meglio.
L’unica possibilità, l’ultima per l’Italia. Mi piace l’uno e mi piace l’altro. Il vecchio e il giovane. Due vincenti.
Briatore, spieghi adesso all’umanità dolente che ci legge perché lei mette ai piedi in qualunque situazione si trovi le babbucce.
Le babbucce di color coccodrillo e gli altri prodotti sono il core business di un’azienda (non mia) che fattura 40 milioni di euro.
Lei è uno stratega nato.
Solo marketing.
di Antonello Caporale |

La Stampa 10.7.17
“Visti a tempo per i migranti”
Bonino «lo permette una direttiva di 16 anni fa, l’Italia la applichi.Così sarà possibile smistarli negli altri Paesi Ue»
di Francesca Schianchi

«Sui migranti per ora non abbiamo ottenuto molto dall’Europa. Ma non per questo dobbiamo desistere», dice l’ex ministro degli Esteri Emma Bonino. Lei propone una nuova strada, «in salita ma legale e percorribile»: l’applicazione di una direttiva di 16 anni fa che permetterebbe di distribuire i migranti fra Paesi europei. «Fenomeni epocali come questo si possono affrontare solo se gli stati europei fanno fronte comune».
Partiamo con ordine: come giudica l’impegno europeo?
«Il governo fa benissimo a premere sui partner europei in tutte le occasioni, ma non si può dare a Bruxelles la colpa di quello che non fanno i singoli Stati. E perché l’Europa sia capace di dare risposte va ancora costruita: ma è difficile farlo picconandola ogni giorno. Come Radicali, cercheremo di farlo chiamando a raccolta in autunno tutti coloro che vogliono difendere il progetto europeo».
Come si possono coinvolgere di più e meglio i partner europei?
«Non credo alla politica dei “pugni sul tavolo”, che non so bene neppure cosa voglia dire, o di altre dichiarazioni eclatanti che servono forse a fare titoli in Italia, ma non a fare passi avanti con gli altri Stati europei. Servono durata e rigore su due piani: uno interno e uno di pressione sugli stati membri».
In che modo?
«Sul fronte interno, abbiamo lanciato come Radicali italiani, con un centinaio di sindaci e molte organizzazioni laiche e cattoliche, la campagna “Ero straniero”: una proposta di legge per superare la Bossi-Fini, estendere l’accoglienza diffusa nei comuni rafforzando l’inclusione attraverso formazione e inserimento lavorativo, e prevedere canali d’ingresso in Italia per lavoro, con un permesso di soggiorno temporaneo di un anno per la ricerca di un’occupazione. Sul fronte esterno, vale la pena studiare la proposta avanzata dal segretario dei Radicali italiani, Riccardo Magi, e dalla comunità di Sant’Egidio, sulla richiesta di attivazione della direttiva 55 del 2001».
Di che si tratta?
«In caso di afflusso massiccio di sfollati, prevede uno smistamento nei vari Paesi attraverso una protezione temporanea di un anno prorogabile fino a un altro anno. Verrebbe rilasciata a tutti i profughi che vengono dalla Libia, viste le condizioni disumane che soffrono».
Come si può muovere l’Italia per ottenerne l’applicazione?
«L’Italia chiede formalmente di portare in Consiglio europeo la richiesta di attivazione della direttiva, e tratta coi Paesi membri affinché la proposta passi».
E se in Consiglio fosse bocciata?
«L’Italia può pensare a un provvedimento nazionale che richiami quella direttiva: sarebbe un segnale forte nei confronti degli altri Stati in risposta all’atteggiamento tenuto finora. Uno strumento di pressione efficace su cui ragionare».
Cioè l’Italia potrebbe rilasciare visti temporanei che permettano ai migranti di muoversi in Europa?
«Sì, nel rispetto delle regole di Schengen che in ogni caso prevedono deroghe per motivi umanitari».
Perché nessuno nel governo ha mai parlato di questa direttiva?
«Mi auguro che la stiano studiando, anche a partire dai precedenti: in particolare quello relativo al grande afflusso dalla Tunisia dopo la caduta di Ben Ali, nel 2011. La Francia si oppose, poi un vertice bilaterale stabilì una “tregua” e passarono i tunisini con permesso di soggiorno umanitario e titolo di viaggio valido».
Quali problemi potrebbe comportare la sua applicazione?
«Problemi diplomatici o politici con i partner europei. Ma la questione s’imporrebbe con forza, con il vantaggio di operare all’interno del diritto europeo, senza azioni rischiose per i più deboli, i migranti».
Potrebbe essere una soluzione per gli sfollati, ma per i migranti economici?
«Questa direttiva non risolve tutto il problema, ovviamente. Ma in realtà varrebbe per tutti quelli che sbarcano, perché si riferisce a persone a rischio di violazioni sistematiche o generalizzate dei diritti umani o che ne siano state vittime: e tutti quelli che hanno passato mesi nei campi libici ci rientrano, come ben sappiamo».
C’è stato un botta e risposta a distanza tra lei e Renzi sugli sbarchi: non è colpa di Dublino ma di Triton se sono tutti in Italia?
«Non parlerei di colpe, sono due cose diverse. Dublino è un regolamento degli Anni 90 molto penalizzante per l’Italia, che va rivisto. Riguardo al protocollo operativo di Triton, e Sophia, prevede gli sbarchi in Italia, non c’è nulla di segreto, come dice Laura Ravetto, presidente del Comitato Schengen: fare confusione significa pescare nel torbido per cercare solo consenso elettorale».
Nessun «accordo indicibile», come lo definisce Beppe Grillo?
«Io non ho mai detto una cosa simile».

Il Fatto 10.7.17
Consip, la solidarietà al “Fatto” che arriva da Libertà e Giustizia

“Come presidente di Libertà e Giustizia desidero esprimere a Marco Lillo, alla redazione e alla direzione del Fatto Quotidiano solidarietà e gratitudine”. Sono le parole di Tomaso Montanari, presidente di Libertà e Giustizia. “Lo scandalo della Consip – prosegue – è forse la specola più efficace per comprendere fino in fondo la vera natura del potere renziano. È in questa orrenda storia italiana di patti, ricatti, corruzione e abuso del potere pubblico che diventa chiara l’espressione ‘partito della nazione’: l’occupazione dello Stato da parte di un partito a sua volta occupato da una consorteria di provincia senza scrupoli. La sperequazione di mezzi e di simboli – prosegue Montanari – con cui viene perseguito non chi è sospettato di essere responsabile di questo assalto alla diligenza pubblica, ma chi ha permesso ai cittadini italiani di conoscerlo è inquietante, e va denunciato. Senza una stampa libera e forte non c’è democrazia: Libertà e Giustizia è nata anche per affermare questo principio, e non lo dimentica. Si abbia il coraggio di regolamentare l’accesso dei giornalisti agli atti investigativi, e si impieghi la forza pubblica contro chi ha messo le mani sulla cosa pubblica, non contro chi lo ha

Corriere 10.7.17
Una nuova forza xenofoba Per la politica ungherese una partita tutta a destra
di Maria Serena Natale

«È il più forte che vince». Potere bianco, culto della forza e dell’omogeneità etnica, esaltazione dell’appartenenza culturale e del legame con la terra, tanto da ripescare il concetto nazista del lebensraum , lo «spazio vitale». Sono i pilastri ideologici del movimento di estrema destra lanciato sabato scorso nella cittadina ungherese di Vecsés, alle porte di Budapest. Davanti ad appena trecento sostenitori e al monumento che celebra la vittoria dei magiari di Árpád sui bavaresi nella battaglia di Bratislava del 907, il leader della nuova alleanza «Forza e determinazione» Zsolt Tyirityan ha dichiarato guerra «al liberalismo che rende l’Europa invivibile e indifendibile, che toglie ai popoli la coscienza nazionale, l’identità razziale e lentamente anche quella sessuale». Al termine del comizio Tyirityan ha salutato un fan che gli chiedeva l’autografo su un testo, il Mein Kampf di Adolf Hitler.
Inquietante mix di xenofobia e omofobia che vuole imporre al discorso pubblico un linguaggio apertamente razzista e occupare lo spazio abbandonato da Jobbik, formazione di ultradestra anti europea e anti migranti spostatasi verso il centro e oggi sola alternativa al partito di governo nazional-populista Fidesz. È lo spregiudicato superamento del progetto di «democrazia illiberale» promosso in passato dallo stesso premier Viktor Orbán: manovre di riposizionamento in vista delle elezioni del prossimo anno nelle quali Orbán, al potere dal 2010, conta di conquistare il terzo mandato consecutivo.
Con la sinistra frammentata e ridotta al silenzio da sette anni di stretta su dissenso e informazione, la partita politica ungherese si gioca ormai tutta a destra. L’opposizione allo schema Ue di ripartizione dei richiedenti asilo diventa così una paradossale soglia minima per il governo Orbán, che si pone come argine alla presunta islamizzazione dell’Occidente e, sul piano interno, all’avanzata dell’ultradestra più violenta. In parallelo, Budapest non rinuncia a iniziative allarmanti come la campagna contro l’Università dell’Europa orientale e il suo fondatore George Soros: l’ambasciatore d’Israele ha appena chiesto all’esecutivo di ritirare una serie di manifesti anti Soros che richiamano il clima di paura e odio antisemita del passato più buio. Un contesto intricato dove, pur contrastando con la dovuta fermezza abusi e distorsioni dello Stato di diritto, Bruxelles non può neanche chiudere la porta al dialogo con un Paese cardine del Centro-Est che, in assenza di scatti democratici, pare avviato verso la scelta obbligata del male minore. «Come girasoli, gli ungheresi si sono voltati in massa verso il potere dell’uomo forte — ci ha detto la filosofa Ágnes Heller in un recente colloquio —. Poi sono appassiti».

La Stampa 10.7.17
Turchia, in piazza un fiume di no contro Erdogan
di Marta Ottaviani

Una marea umana a Istanbul
“Uniti contro il golpe di Erdogan”
Un milione e mezzo alla Marcia per la giustizia. Il leader Kilicdaroglu: siamo rinati Niente simboli di partito, ma solo bandiere. Curdi e repubblicani: basta purghe

Se non è un miracolo, poco ci manca. Il leader dell’opposizione, Kemal Kilicdaroglu, ha vinto la sua scommessa e non solo ha camminato per 25 giorni e 450 km, da Istanbul ad Ankara, con un cartello con scritto «adalet», in turco giustizia, ma lo hanno anche seguito in decine di migliaia. La Adalet yürüyüsü, la Marcia per la Giustizia, è stata un successo, contro ogni aspettativa. Il Gandhi della politica turca, come lo hanno ribattezzato i quotidiani locali per la sua somiglianza con il leader indiano e i modi miti, ha terminato ieri il suo cammino nella parte asiatica di Istanbul.
Sulla spianata non lontano dal Mar di Marmara si è data appuntamento una folla oceanica, di quelle che di solito porta in piazza solo il presidente della Repubblica Erdogan. E invece stavolta sì, si sono radunate, ma contro di lui.
La polizia ha stimato una presenza di 1,6 milioni, gli organizzatori, legati soprattutto al Chp, il Partito repubblicano del Popolo, laico, fondato da Mustafa Kemal Atatürk, parlano di oltre due milioni. Gli uomini vicini al Capo dello Stato hanno cercato di minimizzare, dicendo che erano poche decine di migliaia, ma le foto lasciano poco spazio all’interpretazione. Si è trattato di una folla numerosa e composita come non si vedeva dai tempi della rivolta di Gezi Park, soffocata nella violenza nel 2013 e da dove partì ufficialmente la deriva autoritaria di Erdogan.
«Hak, hukuk, adalet», diritti, legge, giustizia. Lo hanno scandito per 25 giorni e sotto un sole cocente, mentre attraversavano la strada che collega la Turchia di oggi, la moderna Ankara, capitale della repubblica, a quella di ieri, la millenaria Istanbul, alla quale Erdogan guarda con nostalgie neo ottomane, ma da cui potrebbe partire un movimento di opposizione pericoloso. Sotto il sole di Maltepe, c’erano tante Turchie con un denominatore comune sempre più forte: l’ostilità al Capo dello Stato, che pure, nel 2014, è stato eletto con il consenso popolare, e alla sua riforma costituzionale, anche questa approvata tramite referendum lo scorso 16 aprile, sotto una pioggia di polemiche su brogli e mancata di libertà di stampa.
Negli ultimi giorni di cammino si sono uniti alla marcia i curdi dell’Hdp e i movimenti femministi, fra le realtà più vivaci della società turca. Una parte del Partito Nazionalista (Mhp), ufficialmente alleato con Erdogan, ma con una corrente sempre più insofferente al Capo dello Stato, ha fatto pervenire la sua solidarietà. Anche per questo, Kilicdaroglu ha chiesto a tutti di partecipare solo con foto di Atatürk, un cartello con scritto «giustizia» o una bandiera turca. Niente simboli di partito, a sottolineare l’obiettivo di unire nelle diversità più che andare avanti con le divisioni che per anni hanno reso le opposizioni una delle garanzie del successo di Erdogan.
Il «Gandhi della politica turca», che rappresentava l’incubo del presidente anni fa, quando nelle commissioni parlamentari si occupava di holding islamiche, ha percorso gli ultimi chilometri da solo, raccogliendo un successo che è davvero solo suo. Nel suo discorso si è tenuto distante da tutto quello che potesse fare fallire il suo progetto, ossia dare una nuova vita all’opposizione. Non ha mai nominato né Erdogan, né la minoranza curda. Ha dichiarato che la piazza di Maltepe è contraria a tutti i tipi di terrorismo, incluso quello curdo-separatista, e non ha risparmiato critiche a Gulen, l’ex imam, «mente» del colpo di Stato del 15 luglio 2016. Ha bacchettato la magistratura, ormai poco indipendente e succube dello strapotere del Capo di Stato e parlato di «golpe civile» seguito a quello militare fallito, con un chiaro riferimento alle purghe di Erdogan che hanno coinvolto decine di migliaia di persone.
Alcuni analisti temono che la manifestazione di ieri possa rimanere un caso isolato. Non la pensa così Kilicdaroglu, che, davanti a una folla a cui non era abituato, ha detto: «Il 9 luglio è la data della nostra rinascita». Da Erdogan, da «il Palazzo», come lo ha chiamato lui, per il momento solo silenzio. Secondo molti dettato da preoccupazione.

La Stampa 10.7.17
Intellettuali e professori
fuggono in Germania
di Walter Rauhe

Era venuta a Berlino lo scorso mese di gennaio solo per partecipare a un convegno sulla letteratura contemporanea turca organizzato dalla Humbodt-Universität. Riattivando lo smartphone subito dopo l’atterraggio, la scrittrice Yildiz Cakar trovò un sms inviatole da un amico durante il volo: tutti i dirigenti, la segretaria e gran parte dei membri dell’Unione degli scrittori curdi a Diyarbakir, nel Sud-Est della Turchia, erano stati arrestati dalla polizia e anche contro di lei era stato emesso un mandato di cattura per «propaganda a favore di un’associazione terroristica». Per Yildiz Cakar, giunta in Germania per un paio di giorni e con appresso solo un bagaglio a mano, non c’era più possibilità di ritorno. Da allora vive in esilio a Berlino con un permesso di soggiorno come rifugiata politica.
È il destino di centinaia di altri suoi connazionali fuggiti alle repressioni e alle retate ordinate dal presidente turco Erdogan dopo il fallito colpo di Stato nell’estate 2016. Solo nel mese di maggio le autorità tedesche hanno riconosciuto lo status di rifugiati politici a 750 cittadini turchi. E molti intellettuali, giornalisti, professori universitari e funzionari dei partiti dell’opposizione costretti alla fuga hanno scelto per il loro esilio forzato la metropoli sulla Sprea, con duecentomila immigrati, nuova patria di una delle più grandi e vivaci comunità turche all’estero.
Can Dundar vive qui da ormai 10 mesi. Fra i più noti e autorevoli giornalisti, saggisti e documentaristi turchi, Dundar è accusato dal governo di Ankara di spionaggio e alto tradimento per aver denunciato il coinvolgimento dei servizi segreti turchi nelle forniture di armi agli estremisti islamici dell’Isis. «Berlino è oggi per noi, come nel 1933 fu Parigi per gli esuli dalla Germania nazista».

Repubblica 10.7.17
Insegnanti sempre più poveri in 10 anni stipendi giù del 7%
Studio dell’Ocse sull’evoluzione dei salari dei docenti in Europa “Calano in Italia, peggio fa la Grecia. Crescono in Germania e Usa”
di Salvo Intravaia

MAESTRE e professori italiani sempre più poveri. Più di quanto non accada all’estero dove, in alcuni paesi europei, le retribuzioni si sono addirittura incrementate. E superano perfino quanto percepiscono i docenti universitari, come accade alla scuola superiore in Germania, Lussemburgo e Finlandia. In Italia, invece, il calo dello stipendio in termini reali è stato superiore a quasi tutti i paesi presi in considerazione dall’Ocse — l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico — che tre giorni fa ha dedicato ai salari di maestre e professori il suo ultimo focus: «Come si sono evoluti gli stipendi degli insegnanti e come si relazionano con quelli dei docenti universitari? ». Il perché è presto detto: «Il compenso e le condizioni di lavoro — dicono dall’Ocse — sono fattori importanti per attrarre, sviluppare e trattenere una persona altamente qualificata come forza lavoro e, in particolare, i salari degli insegnanti possono avere un impatto diretto sulle decisioni individuali di intraprendere la carriera dell’insegnamento». In altre parole, paghe più alte possono assicurare docenti maggiormente motivati e bravi al sistema formativo di un paese. In Italia il blocco degli stipendi quasi decennale ha determinato una forte erosione degli emolumenti. E probabilmente anche un calo della motivazione in chi sta dietro le cattedre. Basta fare qualche esempio. Fatto cento lo stipendio del 2005 — anno assunto dall’Ocse come punto di partenza — nel 2014, in Italia, il potere d’acquisto delle maestre è calato a 93: si è ridotto del 7 per cento. Un taglio reale che ha riguardato nella stessa misura tutti altri docenti italiani. Ma non tutti quelli europei. Restando nel Vecchio continente, la tabella fornita dall’Organizzazione riserva diverse sorprese. In Germania, locomotiva d’Europa, nello stesso periodo il mensile alla scuola elementare si è incrementato del 10 per cento e in Irlanda addirittura del 13 per cento. Anche i governi dei paesi scandinavi hanno combattuto la crisi sostenendo gli stipendi degli insegnanti. In Norvegia lo scatto in avanti è stato del 9 per cento e in Finlandia di 6 punti. Anche Belgio e Danimarca fanno segnare un segno positivo. A soffrire come gli insegnanti italiani (ma un po’ meno) i colleghi francesi che dal 2005 al 2014 hanno dovuto sopportare un taglio reale del 5 per cento e solo la Grecia fa peggio dell’Italia: con un sonoro 30 per cento in meno in busta paga. «In Italia — spiega Pino Turi, a capo della Uil scuola — abbiamo pagato la crisi economica col blocco degli stipendi. In altri paesi, come la Germania, si è preferito investire sulla scuola e quindi sul futuro ». «Nel nostro paese — aggiunge Francesco Sinopoli, della Flc Cgil — c’è una grande questione salariale. Quella che gli stipendi italiani nella pubblica amministrazione sarebbero più alti che all’estero è semplicemente una favola». Ora all’orizzonte c’è il rinnovo del contratto, congelato al 2009. «In un Paese con mille problemi, i docenti sono l’unico baluardo in tutti gli angoli d’Italia. È per questo — spiega Lena Gissi, della Cisl scuola — che abbiamo bisogno di un riconoscimento sociale e di un reale investimento in termini economici. Colgo positivamente la dichiarazione della ministra Fedeli che ha compreso le difficoltà della scuola a partire dal gap stipendiale dei docenti italiani. Ora aspettiamo azioni concrete ».

Repubblica 10.7.17
È battaglia sullo Ius soli positivo solo per il 27%
di Luigi Ceccarini

L’Osservatorio Demos-Coop propone oggi la 7° edizione del mapping. Le parole sottoposte alla valutazione degli italiani offrono un approfondimento sui temi legati all’immigrazione. Per ogni parola gli intervistati hanno espresso un sentiment - positivo-negativo – e attribuito l’importanza che, secondo loro, ognuna assumerà nel futuro. Tre questioni, riassunte da tre specifiche parole, rimandano alla problematica dell’immigrazione nel dibattito recente, anche alla luce dell’ultimo G20 di Amburgo e delle polemiche che hanno investito Renzi che ha affermato: «aiutiamo i migranti a casa loro». Sono lo ius soli, le Ong, il respingimento. Quindi, nell’ordine, la legge per conferire la cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia e che abbiano una serie di requisiti. Le Ong, che con le loro navi sono finite al centro non solo del Mediterraneo ma anche di polemiche per il ruolo di soccorso svolto. Infine, l’accoglienza, o meglio il significato opposto: l’idea del respingimento per contrastare l’aumento, rispetto allo scorso anno, dei flussi verso l’Italia nel quadro delle difficoltà per rendere operativi gli accordi tra i paesi europei.
In questo scenario gli italiani che reagiscono positivamente alla parola ius soli sono una minoranza: il 27%. Questo lemma si colloca tra respingimenti (30%) e Ong (26%). I giovani sono quelli che mostrano maggiore apertura verso lo ius soli (34%) e le Ong (37%) e condividono meno l’idea del respingimento (21%). Se si guarda la mappa generale si vedrà che queste tre parole finiscono al centro della nuvola, nel campo di battaglia, cioè tra gli elementi del dibattito pubblico e dello scontro politico.
Proiettando solo alcune parole sulla mappa, il lessico sulla immigrazione, si osserva che questi tre significati si discostano dall’area della accoglienza, che si colloca in alto a destra che rimanda ad apertura e solidarietà, al cuore come approccio. Si tratta di una regione in cui si posiziona al centro la figura di Papa Francesco che si contrappone a quella di Donald Trump (in basso a sinistra). A dividerli – fin dalla campagna per la Casa Bianca - vi è l’idea dei confini e dei muri. Il Pontefice anche recentemente ha sottolineato il valore delle «porte aperte», riconoscendo la sofferenza dei migranti, che lui stesso ha riportato fisicamente (e simbolicamente) nell’aereo papale dopo un viaggio nel campo profughi di Lesbo, per consegnarli poi alle cure del volontariato cattolico (la Comunità di Sant’Egidio in quel caso). Trump, Salvini e Grillo, a loro volta, si posizionano vicini tra loro, in basso a sinistra nella regione della chiusura e del controllo sovranista dei confini. Prendono le distanze dallo ius soli e dalle Ong. Gli elettori della Lega, peraltro, sono quelli più in sintonia con l’idea del respingimento (59% vs. 30% della media). Sulla mappa compare anche la questione terrorismo, spesso associata al tema dell’immigrazione e allo scontro tra civiltà. Ma si posiziona ancor più a sinistra, nella zona più out. Il mapping, del resto, oltre al sentiment del presente registra anche i desideri del futuro, come quello di un mondo e di città più sicure.

Repubblica 10.7.17
Stati Uniti E Cina nella trappola di Tucidide
Moisés Naím

TUCIDIDE, un ateniese che visse più o meno 400 anni prima di Cristo, fu un cattivo generale e un bravo storico. Nella sua celebre opera La guerra del Peloponneso racconta dettagliatamente il conflitto che esplose tra Sparta e Atene nel V secolo a.C. Molti considerano questo libro il primo tentativo di spiegare gli avvenimenti storici facendo ricorso all’analisi e ai dati, invece che ai disegni degli dei. Basandosi sul suo studio delle cause che condussero Atene e Sparta alla guerra, Tucidide afferma che è difficile che una potenza in piena ascesa, in quel caso Atene, riesca a coesistere pacificamente con la potenza dominante, in quel caso Sparta. Graham Allison, professore dell’università di Harvard, ha reso popolare questo concetto con la definizione di «trappola di Tucidide». Allison ha studiato 16 situazioni, negli ultimi cinquecento anni, in cui è emersa una nazione con la capacità di competere con la potenza dominante: in 12 di questi casi il risultato è stata la guerra.
Tutto ciò ha implicazioni importanti per la nostra epoca, ed è il tema del recente libro di Allison, Destined for War: Can America and China Escape Thucydides’s Trap? (Destinate alla guerra: America e Cina riusciranno a sfuggire alla trappola di Tucidide?). Secondo il professore di Harvard, «se si continua sulla strada attuale, lo scoppio di una guerra fra i due Paesi nei prossimi decenni non solo è possibile, ma è molto più probabile di quel che si pensa». Il libro del professor Allison non è l’unico che lancia l’allarme sulle conseguenze dell’ascesa dell’Oriente e il declino dell’Occidente. Il tema ha stimolato un gran numero di saggi, articoli e conferenze. Gideon Rachman, del Financial Times, ha scritto un libro intitolato Easternization, in riferimento all’«orientalizzazione » del pianeta: il suo messaggio di fondo è che l’ascendenza internazionale che hanno avuto per secoli le potenze occidentali (nello specifico gli Stati Uniti e l’Europa) sta giungendo al termine; secondo Rachman, il centro di gravità del potere mondiale risiederà in Asia, e più concretamente in Cina. Anche Bill Emmott, ex direttore dell’Economist, si preoccupa del destino dell’Occidente e intitola così il suo ultimo libro ( The Fate of the West). Secondo Emmott, «l’Occidente è l’idea politica di maggior successo » e chiarisce che non è un luogo, bensì una serie di concetti, valori e condizioni sociali e politiche guidate dalla preservazione della libertà individuale, l’apertura economica e la ricerca di uguaglianza e giustizia per tutti. Naturalmente, l’aumento della disuguaglianza economica che stanno subendo i Paesi occidentali e i problemi politici che ha originato preoccupano Emmott: «Senza una società aperta l’Occidente non può prosperare, ma senza uguaglianza non può durare». A differenza di altri autori, Emmott non crede che l’Asia spodesterà l’Occidente.
Chi pronostica che la Cina riuscirà a trasformarsi in potenza egemonica a livello mondiale sottovaluta le debolezze del colosso asiatico. E dà per scontato che le difficoltà che limitano l’influenza internazionale di Stati Uniti ed Europa siano tare insolubili, e dunque permanenti. Ma non è vero né che i problemi dell’Occidente siano insolubili né che quelli della Cina siano insignificanti.
La realtà è che anche se la crescita economica della Cina è sbalorditiva, il suo progresso sociale indiscutibile e la modernizzazione delle sue forze armate inquietante, i suoi problemi sono altrettanto schiaccianti. Ian Buruma, un esperto di questioni asiatiche, afferma che di tutti i libri recenti sull’ascesa di quella regione il peggiore è quello proprio del professor Allison. Secondo lui, Allison dimostra una grande ignoranza della Cina e minimizza i problemi che affliggono quel Paese. Nonostante la sua espansione accelerata, l’economia cinese è fragile ed è piena di squilibri e distorsioni. La disuguaglianza economica è schizzata alle stelle e nelle zone rurali persiste una miseria generalizzata. Il Paese è un disastro ecologico, dove ogni anno muore più di un milione di persone per malattie causate dall’inquinamento. Militarmente, la Cina resta molto dietro agli Stati Uniti, che per di più in Asia possono contare su una vasta rete di alleati che guardano alla Cina con timore e risentimenti storici profondi. Il Vietnam, per fare un esempio, ha combattuto 17 guerre con la Cina.
Ma forse l’obiezione più importante alla visione di una Cina trasformata in leader del mondo è il fatto che il suo modello autocratico ogni giorno che passa è meno attraente e più difficile da sostenere. Mantenere centinaia di milioni di persone soggiogate ai disegni di un dittatore è una strada che di questi tempi conduce all’instabilità politica. E un Paese politicamente instabile non è un buon candidato per prevalere nei conflitti pronosticati da Tucidide.

Repubblica 10.7.17
La voglia di fascismo crescente e le nostre debolezze
di Piero Ignazi

NOSTALGIA del fascismo? Gli episodi degli ultimi tempi, dal raduno con braccia tese nel saluto romano al cimitero monumentale di Milano alla lista ispirata palesemente al fascismo nel comune mantovano di Sermide fanno pensare ad un ritorno di fiamma del passato.
LA realtà è più sfumata. Per prima cosa non si può dimenticare che, fino a vent’anni fa, c’era un partito al governo — Alleanza Nazionale — che affondava le proprie radici, non del tutto recise, nel (neo)fascismo. Infatti, quando Gianni Alemanno diventò sindaco di Roma nel 2008 fu salutato al Campidoglio da un manipolo di camerati con il saluto romano. E un beniamino dei tifosi della Lazio andò alla curva dello stadio per festeggiare il goal con la stessa modalità nostalgica (ovviamente senza nessuna sanzione).
C’è quindi un retroterra assai solido rispetto a questi ultimi episodi; e girando l’Italia si incontrano osti con il vino Benito, locali con scritte del ventennio, bancarelle con cimeli del Duce, fino al caso dello stabilimento balneare di Chioggia di cui dava conto Repubblica ieri. Il fascismo è stato un fenomeno di tale importanza, penetrato “totalitariamente” in ogni ganglio della società per due decenni, che non è bastato l’eroismo dei pochi che hanno combattuto per la libertà per estirparlo dalla cultura politica profonda del nostro paese. Ancora una volta, “non è stata una parentesi”. Anzi, come diceva Piero Gobetti, narrava la nazione come ne fosse l ‘autobiografia. Con un lascito così ingombrante e senza aver fatto alcun esame di coscienza lasciando, o forse sperando,che si stendesse una coltre di oblio sul passato senza doverlo rinvangare, non sorprende che di tanto in tanto riemergano fenomeni di nostalgia. Ma questi sono solo la punta di un iceberg: ma non di un fascismo risorgente, quanto della debolezza della cultura liberale e democratica.
Gli ostacoli che ancora oggi vengono continuamente frapposti alla espansione dei diritti civili, un tempo non a caso sostenuti solo da sparute minoranze attive come quella dei radicali di Marco Pannella, sono un segno della difficoltà a far diventare moneta corrente i cardini dello stato di diritto. Separazione dei poteri, rispetto per le minoranze, accettazione (in ogni ambito) del dissenso, faticano ad infrangere il profondo desiderio per una figura di autorità che metta tutti a tacere. Sia la società civile, ripiegata a fare i propri interessi senza nessun senso dello Stato, che la politica, scissa tra incapacità a rispondere alle domande dei cittadini e pulsioni plebiscitarie stimolate da capi e capetti, favoriscono un allontanamento dai principi e dalle istituzioni democratiche.
È in questo contesto che matura l’insoddisfazione radicale verso “il sistema” e fanno breccia coloro che propongono visioni alternative e modalità diverse di agire politico. Il fenomeno Casa Pound, pur nella sua dimensione ancora limitata, è emblematico della capacità di attrazione che hanno riferimenti nostalgici mixati con quella domanda di identità e appartenenza che circola nella società italiana. Ancora più del pastiche ideologico di Casa Pound, attrae l’offerta di una militanza che si trasforma in comunità politica. Se movimenti come questo, e altri che ruotano nella galassia nera dell’estrema destra, si radicano in fasce giovanili è perché tutti i partiti hanno abbandonato il rapporto con la società civile, o lo attivano solo in maniera strumentale, senza quel coinvolgimento ideale e progettuale che rilancerebbe la loro immagine.
La democrazia necessita di continua manutenzione per non farla scadere a ritualità. Questi segnali di una ricerca di alternative radicali incrinano la certezza che le istituzioni e i principi che le governano siano al riparo da crisi più profonde.

Repubblica 10.7.17
Dopo la denuncia di Repubblica, allo stabilimento “Punta Canna” arriva la Digos Stop ai comizi in stile Ventennio
“Chiudete il lido fascista” E la polizia denuncia il gestore della spiaggia
Gli avvisi all’interno del bagno di Chioggia fanno ampio uso di termini tipici della retorica fascista con messaggi violenti e intimidatori
Chioggia, protestano Anpi e comunità ebraica Il caso in Parlamento, concessione a rischio
di Paolo Berizzi

CHIOGGIA. Dai saluti romani e gli inni al regime, agli agenti della Digos tra gli ombrelloni. Dai comizi nostalgici e i cartelli con le immagini di Mussolini, alla polizia scientifica sull’arenile. È bufera sul caso di “Punta Canna”, la spiaggia fascista di Chioggia il cui titolare, Gianni Scarpa, esalta pubblicamente il Duce e fa propaganda in mezzo a centinaia di bagnanti del lido («qui vige il regime, la democrazia mi fa schifo, se non vi piace me ne frego!»). Dopo la denuncia di “Repubblica”, ieri questura e prefettura di Venezia si sono attivate sulla vicenda: Scarpa è stato denunciato per apologia di fascismo, la Procura della Repubblica di Venezia aprirà un fascicolo ed è probabile che all’imprenditore — su questo punto il pallino è in mano al Comune di Chioggia — verrà revocata la concessione della spiaggia.
Ma andiamo con ordine. Ieri mattina il questore, Vito Danilo Gagliardi, che ha definito il caso «raccapricciante», ha inviato a “Playa Punta Canna” i poliziotti della Digos e della scientifica per verificare la situazione e capire da quanto tempo e con quali modalità va avanti la singolare “politicizzazione estremista” dello stabilimento balneare: un lido posto tra le ultime dune di Sottomarina, verso la foce del Brenta, frequentato ogni giorno da oltre 650 clienti.
Gli agenti della questura hanno acquisito anche gli audio e le immagini pubblicate dal nostro giornale. In una registrazione si sente Scarpa che intrattiene i bagnanti con un discorso amplificato dalle casse in spiaggia: «A me la democrazia mi fa schifo... Io sono totalmente antidemocratico e sono per il regime. Ma non potendolo esercitare fuori da casa mia, lo esercito a casa mia. A casa mia si vive in totale regime... ». Poi, dopo un’intemerata contro Papa Francesco («lo rimandiamo a Buenos Aires con un ponte, visto che non vuole costruire i muri»), l’attacco ai tossicodipendenti («li sterminerei tutti”) e al «50% della popolazione mondiale che è merda e qui dentro non entra».
Parole choc gridate in un luogo pubblico (la spiaggia è in concessione ma resta demaniale), un posto arredato con cartelli che esaltano la “legge del fucile”, l’“uso del manganello sui denti” e le “camere a gas”.
«Storia sconcertante — commenta Noemi Di Segni, presidente delle comunità ebraiche italiane — Vi ringrazio per avere portato alla luce e denunciato questa vicenda, ma è preoccupante che lo debba fare il giornalismo e non le autorità, le istituzioni, la politica. Troppo spesso assenti. Dove sono, mi chiedo?».
Torniamo a Scarpa. Con i suoi inni a Mussolini, le foto dei saluti romani e i “me ne frego”, con i suoi comizi balneari che incitano alla violenza e alla discriminazione, il titolare di “Punta Canna” sfida due leggi del nostro ordinamento: la legge Scelba (che vieta l’apologia di fascismo) e la legge Mancino (sull’odio e la discriminazione razziale). «Il caso Chioggia è uno scandalo sul quale chiederemo al governo di riferire in aula», attacca Lele Fiano, deputato Pd.
La storia di “Punta Canna” ha suscitato indignazione sul web, nella politica (la presidente della Camera Laura Boldrini se ne è occupata personalmente) e tra le associazioni antifasciste. «È sconvolgente che ci sia stata tolleranza su quanto accadeva in un lido molto conosciuto e frequentato — dice Diego Collovini dell’Anpi veneto — Penso anche a chi ha concesso la spiaggia a questo signore». Le concessioni demaniali passano dal Comune. «Stiamo approfondendo per capire che cosa sia accaduto — assicura il vicesindaco di Chioggia, con delega al Demanio, Marco Veronese — Ci sono due temi: uno è quello della concessione, e ci siamo attivati. L’altro è penale: se è stato commesso un reato, va punito». Va giù duro il segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni: «Porteremo la vicenda in Parlamento perché non è possibile che tutto sia avvenuto senza che nessuna autorità si sia accorta di nulla, e solo dopo l’inchiesta giornalistica di Repubblica qualcosa si sia mosso. Vogliamo che sia fatta chiarezza e che la concessione demaniale sia ritirata ».
Interrogazioni urgenti al ministro degli Interni, Marco Minniti, sono annunciate anche da Antonio Misiani del Pd, che parla di «vergogna intollerabile » («la spiaggia va chiusa, la simbologia nazifascista non è folklore»), e dalla senatrice di Articolo 1 Lucrezia Ricchiuti («continuo a denunciare il riorganizzarsi di gruppi neonazifascisti, spero che il ministro questa volta si attivi»).

Repubblica 10.7.17
La misericordia per i peccatori, spiegata nel Corano, avvicina il Dio dell’Islam a quello del cristianesimo
Come dice il libro sacro: lui è “il Primo e l’Ultimo, il Manifesto e l’Occulto”
Non somiglia a niente. Eppure somiglia all’uomo e al mondo e questi gli assomigliano
Perché l’essenza di Allah è nel perdono
di Pietro Citati

In nessuna religione, mai, l’unicità di Dio ha avuto un ruolo così intenso, violento ed esasperato come nell’Islam. “Non vi è divinità all’infuori di Dio”: vale a dire; “non vi è nulla che esiste all’infuori di Dio”. Come dice al-Ghazali (1058-1110), all’inizio del “Rinnovamento delle scienze religiose” (“Scritti scelti”, a cura di Laura Veccia Vaglieri e Roberto Rubinacci, Utet), “nella sua essenza egli è Uno senza socio, Singolo senza simile, Signore
senza oppositore, Solo senza rivali, Eterno senza un prima, Perpetuo senza un principio, Perenne senza un ultimo, Sempiterno senza fine, Sussistente senza cessazione, Continuo senza interruzione”.
Allah è “il Primo e l’Ultimo, il Manifesto e l’Occulto”, dice il
Corano. Non è un corpo con una forma, né una sostanza con limite e misura. Non è simile a cosa alcuna: misure non lo limitano, né lo contengono spazi. Egli è:
non lo circoscrivono lati: non lo racchiudono terre né cieli; è seduto sul Trono senza contatto, assestamento, insediamento, dimora, spostamento. Egli non abita in cosa alcuna, né alcuna cosa abita in lui: è troppo elevato perché lo possano contenere luoghi, troppo puro perché lo possano limitare tempi; anzi Egli era prima di creare tempi e luoghi. Egli è l’Unico che non ha contrari, il Signore che non ha opposti, il Ricco che non ha bisogno, il Potente che fa ciò che vuole, il Sussistente, il Dominatore delle cose inerti, degli animali e delle piante, Colui che ha la grazia, la maestà, lo splendore e la perfezione. Se un uomo è rinchiuso nell’inferno, basta che egli conosca l’unicità di Dio perché lasci l’inferno. Come disse Maometto: “Chiunque dice: ‘non vi è Iddio se non Iddio, entrerà in Paradiso’”.
Nel suo bel libro L’esoterismo islamico (Adelphi), Alberto Ventura esplora Allah, senza cessare di paragonarlo alle figure divine nella Qabbalah, nel Tao, nella cultura indiana e in pseudo-Dionigi l’Areopagita. Non possiamo che implorare Allah: “O Dio, dice al-Ghazali, ti chiedo una grazia totale, una protezione continua, una misericordia completa, un’esistenza felice: ti chiedo beneficio perfetto e favore completo, generosità dolcissima, bontà affabile. O Dio sii con noi e non contro di noi. Attua largamente le nostre speranze, congiungi i nostri mattini e le nostre sere, versa in gran copia il tuo perdono sulle nostre colpe, accordaci il favore di correggere i nostri difetti, o Potente, o Perdonatore, o Generoso, o Sapiente, o Onnipotente. O Primo dei primi, o Ultimo degli ultimi, o più Misericordioso della misericordia”.
Al-Ghazali insegue tutti gli aspetti di Dio. Allah è oltre ogni nome e attributo, oltre ogni condizione e relazione, oltre tutte le apparenze e gli occultamenti, oltre ogni palesarsi e nascondersi, oltre ogni congiungimento e separazione, oltre tutte le contemplazioni e le intuizioni, oltre ogni cosa pensata e immaginata. Egli è oltre l’oltre, e poi oltre l’oltre, e poi ancora oltre l’oltre. Egli è il Principio infinito, incondizionato e immortale, che non può venire racchiuso entro i confini della ragione umana. È l’essere e il non-essere, il manifestato e il non manifestato, il suono e il silenzio. La sua immagine più adeguata è una notte tenebrosissima, nella quale non si può scorgere nulla di determinato e preciso.
Allah non somiglia a niente: nessuna cosa gli somiglia; la sua mano non somiglia alle altre mani, né la sua penna alle altre penne, né la sua parola alle altre parole, né la sua scrittura alle altre scritture. Eppure somiglia al mondo e all’uomo e il mondo e l’uomo gli assomigliano: “se non ci fossero le somiglianze, l’uomo non potrebbe elevarsi dalla conoscenza di sé stesso alla conoscenza del creatore”. Allah determina tutte le cose. Non avviene, nel mondo inferiore e in quello superiore, batter di ciglio, balenar di pensiero, subitaneo volgere di sguardo, se non per decreto, potere e volontà di Dio. Da lui proviene il male e il bene, l’utilità e il danno, l’Islam e la miscredenza, la conoscenza e la sconoscenza, il successo e la perdita, il vero e il falso, l’obbedienza e la disobbedienza, il politeismo e la fede. Anche il male – insiste al-Ghazali – e gli atti di ribellione umana non accadono per volontà di Satana ma di Dio. A volte egli proibisce ciò che vuole, e ordina ciò che non vuole. Non ha scopi, mentre gli uomini hanno scopi precisi. Desidera ciò che desidera senza alcun timore; e decide e fa quello che vuole, senza timore. Se ti fa perire, egli ha già fatto perire un numero infinito di tuoi simili e non ha smesso di tormentarli. “Sorveglia i tuoi respiri e i tuoi sguardi – dice al-Ghazali – e sta bene attento a non distrarti da Dio un solo istante”. A volte egli ci protegge da ogni tribolazione e malattia: ma egli non ha mai, in nessun momento, obblighi verso di noi o verso il mondo, di cui non ha assolutamente bisogno.
Come diceva Ali Bakr, la nostra assoluta incapacità di comprendere Dio è il nostro modo supremo di comprenderlo: sapere che noi siamo esclusi da lui è la nostra vera vicinanza. “Lode a colui che ha stabilito per le creature una via alla sua comprensione attraverso l’incapacità di comprenderlo”. Quando Dio entra nel cuore umano, la luce vi risplende, il petto si allarga, scopriamo il mistero del mondo, la grazia della misericordia cancella il velo dell’errore, e brilla in noi la realtà delle cose divine. Il cuore ripete il nome di Dio, fino a quando la lingua lo pronuncia incessantemente, senza essere comandata. Da principio è un rapido baleno che non permane, poi ritorna, si ritira, passa, ritorna. Tuttavia nemmeno in questo istante esiste in al-Ghazali quella identificazione con Dio, che altri mistici islamici (come al-Hal- laj) esperimentano e di cui parlano inebriati. Al-Ghazali preferisce parlare di annientamento dell’uomo: anzi di annientamento dell’annientamento, “perché il fedele si è annientato rispetto a sé stesso, e si è annientato rispetto al proprio annientamento: in quello stato egli è incosciente di sé stesso e incosciente della propria incoscienza”. Rispetto al Principio supremo, ogni elemento della realtà, se viene considerato in sé e per sé, è quasi insignificante, quasi illusorio, quasi un puro nulla. Ma al tempo stesso esso è significante perché è capace di riflettere l’Assoluto increato. Allora il molteplice manifesta l’essenza, e il passaggio dal molteplice all’uno e dall’uno al molteplice è istantaneo. Così il mare, dice Ibn Arabi, si moltiplica nella forma delle onde, pur rimanendo sé stesso. Dio è altro rispetto alle cose: ma non così altro da escludere ogni somiglianza; dunque è insieme altro e simile. Se qualcuno dicesse: “non conosco che Dio eccelso” direbbe la verità; ma se dicesse “non conosco Dio eccelso”, direbbe ugualmente il vero. Questa – sottolinea Alberto Ventura – è la profonda doppiezza, ambiguità e ricchezza della vita e della cultura islamica.
Quando l’intelletto umano è libero dagli inganni della fantasia e dell’immaginazione, esso può vedere le cose come sono. È quella che al-Ghazali chiama la condizione profetica: nella quale rifulgono le tavole dell’invisibile, le leggi dell’Altra vita, le conoscenze su Dio che vanno oltre la portata dello spirito intellettivo. Dio dunque si può vedere. Ci sono persone che vedono le cose tramite lui, e altre che vedono le cose e tramite le cose vedono lui. I primi hanno una visione diretta di Dio: i secondi lo deducono dalle sue opere; i primi appartengono alla categoria dei giusti, i secondi a quella dei sapienti. Talvolta Dio si manifesta così intensamente e in modo così esorbitante, che viene occultato. Come dice il Corano, Dio è nascosto dietro settanta (o settecento o settemila) veli di luce e di tenebra: se egli li rimuovesse, il suo sublime splendore brucerebbe chiunque sia giunto vicino a lui con lo sguardo. Dio si nasconde dietro sé stesso. La sua luce è il suo velo.
Secondo una tradizione raccontata dal Al-Ghazali, Dio ha detto: “Se il mio servo commette un peccato grande come la terra, io lo accolgo con un perdono grande come la terra”. Quando l’uomo pecca, l’angelo tiene sollevata la penna per sei ore: se l’uomo si pente e chiede perdono, l’angelo non registra il peccato a suo carico; se continua a peccare, registra il suo peccato soltanto come una cattiva azione. Dio non si stanca di perdonare finché il suo servo non si stanca di chieder perdono. Se il fedele si propone una buona azione, l’angelo la segna prima che egli l’abbia compiuta e, se la compie, gliene vengono registrate dieci. Quindi Dio la moltiplica fino a settecento volte.
Allah perdona sopratutto i grandi peccatori. Come dice Maometto: “Io ho la facoltà di intercedere per i grandi peccatori. Credi forse che userei questa facoltà per gli uomini obbedienti e timorati? No, essa riguarda soltanto gli insozzati dalla mente confusa”. Ibrahim, figlio di un emiro della Battriana, racconta: “Mentre una volta giravo intorno alla Ka’ba, in una notte piovigginosa e scura, mi fermai presso la porta e dissi: ‘mio Signore preservami dal peccato, affinché mai io mi ribelli a Te’. Una voce proveniente dalla Ka’ba mi sussurrò: ‘O Ibrahim mi chiedi di preservarti dal peccato e tutti i miei servi mi chiedono questo. Se io preservassi te e loro dal peccato, su cosa riverserei la mia grazia e chi perdonerei?’”. Il perdono di Dio: sia per gli islamici sia per i cristiani, questa è l’essenza della rivelazione di Allah.

Corriere 10,7.17
Montale si chiamava Maggottino
La fantasia del poeta nelle lettere alle sue donne. E il mistero (svelato) di un amuleto
di Paolo Di Stefano

Quante sono le risorse di un grande poeta. Eugenio Montale non si finisce mai di conoscerlo, continua a offrire sorprese. Se non fosse che la sua vita privata è sempre presente dentro la sua opera, un nuovo epistolario o un nuovo accertamento biografico potrebbero lasciarci indifferenti. Invece è lo stesso Montale a dircelo: «Io parto sempre dal vero, non so inventare nulla». E allora è legittimo per i posteri «ficcanaso» interrogarsi sul «vero» che rimane celato tra i segni enigmatici disseminati ovunque nei suoi versi. Due sono le «occasioni» recenti da segnalare. La prima è una raccolta di lettere inedite alla Mosca (cioè la futura moglie Drusilla Tanzi) e a Gina Tiossi, la «servante au grand coeur» del Valdarno, governante della coppia e poi del poeta vedovo fino alla morte (1981). La seconda «occasione» è offerta da un’affascinante ricognizione di Marco Sonzogni su un «amuleto» per l’amata Clizia.
Introducendo Moscerilla diletta, cara Gina , è Maria Antonietta Grignani (che ha curato la raccolta epistolare con Giovanni Battista Boccardo) a informarci che la Gina, oltre a conservare le carte che Drusilla le affidò nel corso degli anni, tenne abbozzi, disegni, schizzi, quadretti, prime edizioni, oggetti e foto che il «signor Montale» via via le donava. Tutto questo materiale fu poi regalato dalla stessa Tiossi (morta 2 anni fa) al Centro Manoscritti di Pavia, che già deteneva parte dell’archivio montaliano.
Si sa tutto della cosiddetta Mosca, consorte del critico d’arte Matteo Marangoni quando Montale (Eusebio per gli amici), da un paio d’anni direttore del fiorentino Gabinetto Vieusseux, nel 1931 si trasferisce in casa loro. Sospeso dall’incarico nel ’39, il poeta va a vivere con Drusilla, rinunciando definitivamente a raggiungere Clizia, ovvero Irma Brandeis, a New York. Alla «miope ma veggente compagna di una vita», come la definisce Grignani, a lungo malata e scomparsa nell’ottobre 1963 pochi mesi dopo il matrimonio con Eusebio, il poeta dedica parecchi componimenti, a partire dalla celebre Ballata scritta in una clinica (1945).
È un volume di rara eleganza, quello pubblicato da San Marco dei Giustiniani per la Fondazione Giorgio e Lilli Devoto: ricco di riproduzioni di manoscritti e fotografie. Nelle lettere, che vanno dal gennaio 1947 al febbraio 1953, Drusilla è «Dear carissima nice fly», «moschetta», «moscerilla», «moscarina»…, mentre lui si firma, in chiave autodenigratoria, Maggottino (dall’inglese maggot , bruco, verme) e/o Merlo. Morta la moglie, la stessa firma confidenziale si ripresenta nei biglietti di istruzioni alla governante che si pongono in continuità tonale con le lettere alla Mosca. La prima missiva, del 23 gennaio 1947, viene inviata da Lugano, dove Montale ha tenuto una conferenza particolarmente delicata: mentre al Liceo parlava del famoso componimento Carnevale di Gerti , vide comparire tra il pubblico Gerti Tolazzi in persona, la donna «asburgica» che aveva conosciuto grazie all’amico Bobi Bazlen e che non vedeva da una ventina d’anni: «S’interruppe, balbettò, cucì come poté fra tic della faccia un discorso sul disfacimento del personaggio…», ricordò Giorgio Orelli, testimone della serata. Informando la Moscuccia di quell’imprevisto imbarazzante, avrebbe poi precisato tranchant : «È un rudere».
Non mancano punte di aspro sarcasmo. Come quando, nel novembre ’48, dalla missione Unesco a Beirut Montale scrive alla compagna a proposito di Vittore Branca: «Vedessi Vitt. B. ai banchi dei rinfreschi 30/40 paste alla volta. E al povero merlo una sì e no». Sempre su V.B, ironizza ricordando che «ha parlato in francese con una pronunzia tale che tutti si sono levati la cuffia con orrore e disgusto». I giochi plurilinguistici in funzione ironico-espressiva spesseggiano non solo per gli appellativi, ma anche in divertite coniazioni verbali come «ho spiccato» (cioè «parlato», da to speak ) e «dropperò a Milano» (da to drop ).
Assunto nel gennaio 1948 come redattore del «Corriere della Sera», Montale ha trovato alloggio, in solitudine, all’Hotel Ambasciatori: frequenta Vittorini, Solmi, Dorfles, Piovene, Barolini… Ma nel febbraio 1949 rimpiange ancora Firenze («paradiso terrestre») e racconta che la sola cosa bella vista a Milano in un anno è «un bel cockerino giallo, con le orecchie trasparenti». Del resto, dopo due mesi dall’assunzione in via Solferino comincia a darsi da fare per ottenere una cattedra al Bedford College di Londra e poi per essere nominato dirigente dell’Unesco a Parigi: non andranno a buon fine gli appoggi richiesti, compresa una lettera di raccomandazione di Eliot. La visita-intervista all’amato poeta della Terra desolata , avvenuta nel marzo ’48 in compagnia di Alberto Moravia ed Elsa Morante, non pare memorabile: lo stesso Moravia a distanza di anni ricorderà che «Montale si limitava a quello che gli inglesi chiamano small talk ».
Nel carteggio con la Mosca, Montale allude spesso alla brutta vicenda di un processo giudiziario che lo tiene in angoscia: «Se non esco bene da questa faccenda impazzisco», scrive. Si tratta della causa di plagio intentata da Bice Chiappelli nel 1947 per la traduzione di Strano interludio di Eugene O’Neill; un iter lungo, che si sarebbe concluso nel 1953 con la condanna di Montale. In realtà, basta molto meno ad accendere l’ansia dell’insonne Montale, che nel febbraio 1949 racconta: «Le negre fanno baccano, ho picchiato al muro e ora sono loro che picchiano al muro per sfottermi». Si trattava probabilmente delle allora famose Peters Sisters, un trio vocale americano che Montale, nel racconto L’angiolino , uscito pochi giorni prima sul «Corriere», aveva ribattezzato come Paprika Sisters. La gelosia di Drusilla deve farsi sentire, se Eusebio avverte di continuo la necessità di rassicurarla («Io ti sono fedelissimo…»), anche quando sappiamo che è già entrata in scena Maria Luisa Spaziani, ovvero la Volpe.
«Sono sempre stato inadatto a vivere», scrive Montale nel gennaio 1951, immaginando (forse per la «causa») di non poter più scrivere e di «dover assistere allo spettacolo della sua fine». Parla di una «menopausa» che lo porterà in manicomio. E intanto aspetta di rivedere Drusilla: degli appuntamenti che vengono fissati per lettera nelle varie stazioni lombarde rimangono tracce visibili nelle poesie, come segnala Grignani: «Quante volte t’ho atteso alla stazione/ nel freddo, nella nebbia. Passeggiavo/ tossicchiando, comprando giornali innominabili, fumando Giuba…». Ma la vera rivelazione epifanica è il famoso fischio di riconoscimento «studiato per l’aldilà» presente in un celebre pezzo di Xenia : lei è miope, ha bisogno di segnali acustici per orientarsi, i due si danno appuntamento per un venerdì del maggio 1951 sul rapido che parte da Milano alle 8.10, lui la aspetterà sul treno: «Non salire fino a che non senti il fischio if if if ».
Scomparsa la Mosca, scrive Grignani, Gina diventa «nume tutelare del poeta, lo difende dalla propria fama in incremento turbinoso di onori e di relativi oneri». La vediamo, nei versi della vecchiaia, curare un rondone affondato nel catrame, la vediamo accendere ogni anno una candela per i defunti dell’Appennino toscano, vediamo suo padre «scarpinare per trovarle un poco di vino dolce», vediamo la sua maestra dare bacchettate «alle dita gelate della bambina» costretta dalla povertà a portare al pascolo i maialini. La nipote di Montale, Bianca, ricorda la «decenza quotidiana» della Gina: la Mosca, assistita dalla governante fino all’ultimo respiro, «è stata per lei come una madre», confidente e amica fedele. Con la morte di Eugenio, la Tiossi si ritirò in un piccolo appartamento fiorentino tenendo per sé i ricordi e senza dare filo ai pettegolezzi.
E il talismano? Bisogna seguire attentamente il percorso attraverso cui ci guida Marco Sonzogni ( «Il guindolo del Tempo» , Archinto) per sapere che cos’è il pegno che Montale promise a Clizia-Irma. Un oggetto che il poeta fa baluginare nelle lettere inviate, tra il settembre 1933 e il giugno 1934, all’amica-amante americana, tornata a New York nella speranza che lui la raggiunga. Eusebio non la raggiungerà: l’amuleto sarà inviato, senza essere propiziatorio di alcun futuro insieme. Il futuro si chiude ben prima dell’aprile 1939, quando Montale va a vivere con la signora Tanzi-Marangoni (conosciuta nel lontano 1927), la quale sapendo della presenza di Irma minaccia il suicidio e probabilmente lo tenta. Da allora Clizia continuerà ad abitare i versi di Montale e le sue lettere, dove si parla di un regalo etrusco difficile da acquistare. Ma di che cosa si tratta esattamente? Un segno di «presenza in absentia ». In Montale le «cose» sono sempre il correlativo oggettivo capace di ricordare e rinnovare «l’invincibilità del legame» tra chi salva e chi è salvato: «Caricato di questa intimità, qualsiasi oggetto — scrive Sonzogni — in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo può diventare amuleto o talismano o pegno: solo la “forza del destino” può stabilirlo». Che sia il «topo bianco d’avorio» citato in Dora Markus come «l’amuleto che ti salva», un piccolo mus molto terrestre grazie al quale la donna diventa angelo che «stende le ali sul suo fedele d’amore», come scrisse Isella? Che sia il topo di «affannosi andirivieni» che Montale «ruba» a una poesia di Landolfi, come dimostra Sonzogni? Che sia un unicorno? Quello che comparirà ne La belle dame sans merci , chiamato «l’archetipo vivente o estinto», che «vive nelle insegne araldiche e non oltre»? Qualcosa che somigli agli «sciacalli al guinzaglio» di un noto mottetto? Si scatena la ricerca iconica e simbolica di Sonzogni, che racconta, collega, studia le coincidenze e le occorrenze, per escludere topi e liocorni egiziani o senesi (quelli del Palio).
Fatto sta che una fitta rete di «occasioni» fa sì che Sonzogni si ritrovi tra le mani, in Nuova Zelanda dove abita e insegna, una scatoletta di cartone con la scritta Stationary e all’interno un piccolo oggetto con un bigliettino su cui sono vergate le iniziali del mittente e della destinataria ( E.M. a I.B. ). Quella scatoletta, intravista dallo studioso qualche anno prima tra i materiali di Clizia, gli è stata inviata dall’amica più cara di Irma e sua erede, Jean Cook: non è stato facile venire a sapere che la promessa mantenuta da Montale era un nettaunghie etrusco acquistato chissà dove, chissà quando. E depositato adesso al Museo Civico Isidoro Falchi di Vetulonia.

Il Fatto 10.7.17
La riscoperta dei briganti, primi ribelli contro le caste
Per anni si è cercato di rimuovere il ricordo delle loro lotte post-unitarie, oggi quel marchio d’infamia si è trasformato in motivo d’orgoglio e identità meridionale, celebrato nelle canzoni e nelle feste locali
di Gigi Di Fiore

Più di 3 milioni di link cliccando su Google briganti dimostrano l’attualità di una parola, che sembrava retaggio del passato chiusa nei libri di storia. E invece il termine brigante ha perso il suo significato negativo, per trasformarsi in sintesi positiva di ribellione e protesta contro tutte le ingiustizie. E, se il brigante post-unitario del Mezzogiorno fino a qualche tempo fa era imprigionato nell’etichetta della reazione e del revanchismo di destra, oggi questa figura viene sdoganata dalla sinistra che se ne è appropriata. Centri sociali, gruppi musicali, associazioni di protesta si richiamano alle figure dei briganti. Del resto, fu Antonio Gramsci a evidenziare il carattere elitario della rivoluzione risorgimentale bollandola come operazione di pochi, espressione della classe borghese che lasciò fuori, nel Mezzogiorno, le masse contadine.
Quando presero le armi, contadini, pastori ed ex soldati dello Stato delle Due Sicilie lo fecero contro un’unità nata male, calata dall’alto, che aveva promesso miglioramenti e terre che non erano arrivati. Fu rivolta sociale e scontro tra culture: quella contadina dei cunti dinanzi ai camini, dei silenzi, della diffidenza, della fatica e del sacrificio contro la nascente civiltà industriale del progresso spietato, del cinismo politico, dei sotterfugi, della spregiudicatezza.
Se il brigante è diventato simbolo positivo, lo si deve alle tante riletture storiche che hanno ridisegnato in maniera più ampia gli anni della “guerra contadina”, come la definì Carlo Levi. “I briganti difendevano, senza ragione e senza speranza, la libertà e la vita dei contadini, contro lo Stato, contro tutti gli Stati”, scrisse sempre Levi. Lo Stato sceso nel Mezzogiorno era violento, parlava una lingua sconosciuta, fucilava senza processi, difendeva solo le ragioni dei “galantuomini”, i proprietari terrieri e i notabili pronti a riciclarsi. Uno Stato che si imponeva con la forza senza consenso. In quegli anni va ricercata l’origine del senso di estraneità che in molte zone del Sud si prova nei confronti dello Stato, visto come entità lontana.
Lo Stato, in quel 1861, era un corpo con testa lontana nella capitale Torino, parlava in francese come gli ufficiali spediti a guidare la repressione calpestando lo Statuto albertino e utilizzando i tribunali militari che fucilavano senza tanti complimenti. Quella rivolta è fatta di tante storie e tanti protagonisti (che racconto in Briganti – Controstoria della guerra contadina nel Sud dei Gattopardi, pubblicato da Utet). Lo studioso Aldo De Jaco sosteneva che per comprendere il brigantaggio bisogna conoscere soprattutto tre vicende: la grande marcia di Carmine Crocco in Basilicata, l’eccidio di Pontelandolfo nel Sannio, la rivolta di Gioia del Colle in Puglia. Sono le tre sezioni del libro, con protagonisti tre capibrigante: Carmine Crocco, Cosimo Giordano e Pasquale Romano. Le loro storie si intrecciano con quelle di decine e decine di Gattopardi del Sud, quella classe dirigente meridionale immobile che fece il doppio gioco, per poi diventare il potere della “nuova Italia”.
Nel Sud, la rilettura di un’altra storia dell’unificazione ha portato alla riscoperta dei briganti, che lo Stato di allora bollò come criminali. Senza conoscere il brigantaggio, quel Sud che fu il Far West italiano in una guerra civile da migliaia di morti cancellati dalla storia nazionale, non si riuscirà a comprendere cosa sia il Mezzogiorno.
Fu una rivolta sociale, pilotata dai Comitati borbonici che diedero anche connotazione politica, soprattutto nei primi anni, alla ribellione contro lo Stato italiano in fasce. I briganti “per loro sventura si trovarono a essere inconsapevoli strumenti di quella Storia che si svolgeva fuori di loro, contro di loro” dice ancora Levi. Erano i “cattivi” e furono sterminati. Ma per anni su di loro si tentò la rimozione di ogni memoria come si addice ai criminali. Eppure, chissà perché, due fenomeni violenti come il brigantaggio e il terrorismo sono stati sconfitti dallo Stato e non è avvenuto così con le mafie. Qualcosa significa. Le ribellioni contro uno Stato vengono annientate dallo Stato. Le mafie resistono, perché non sono ribellioni allo Stato. Crocco definì i mafiosi “sporcaccioni” e la mafia “spurgo del suo naso”. In Puglia, in Basilicata, in Campania, in Calabria i riferimenti ai briganti si moltiplicano: comitati di protesta, associazioni, organizzazioni culturali si rifanno a Crocco, a Giordano, a Romano. Strade intitolate ai capibrigante, musei, percorsi turistici raccontano quella guerra che non fu ufficialmente considerata guerra, anche se i militari impegnati vennero decorati con migliaia di medaglie. Una guerra sporca, con rapporti ufficiali deformati, foto fasulle a nascondere la verità, come per l’uccisione a tradimento del capobrigante Ninco Nanco.
C’è tanta Italia di oggi in quella guerra di 156 anni fa. I “briganti” ribelli alle storture. Ieri come oggi. Un marchio d’infamia è alibi di comodo per aggirare problemi, squilibri sociali e ingiustizie politiche. Quel marchio d’infamia è stato impresso sui briganti del Sud per decenni. Oggi, Brigante se more di Eugenio Bennato è diventato un pezzo cult suonato nei centri sociali, nelle notti della taranta o delle tammorre, nei concerti del nu folk elettronico. Quel marchio d’infamia si è trasformato in motivo d’orgoglio e identità meridionale.

Il Fatto 10.7.17
Quel gran copione del signor Georg Friedrich Händel
di Fabrizio Basciano

Per quanto si possa amare la sua musica, è abbastanza difficile avvicinarsi senza incorrere nelle numerosissime accuse di plagio che nel corso dei secoli a suo carico si sono avvicendate. Parliamo di Georg Friedrich Händel, il musicista tedesco naturalizzato inglese che in pieno periodo barocco divenne di fatto il compositore della famiglia reale britannica, sviluppando nel tempo una fama oggi indissolubilmente legata ai suoi celebri oratori, Messiah in testa.
Sebbene la stessa idea di plagio sia difficilmente attribuibile a tempi nei quali il concetto di diritto d’autore doveva ancora farsi strada e dunquei prestiti da autori terzi erano all’ordine del giorno, quello di Händel è certamente un caso estremo sul quale, non per nulla, si dibatte da molto tempo: “Il sistema del plagio da lui massicciamente adottato non ha forse precedenti nella storia della musica. Handel non solo ha scopiazzato singole melodie, ma frequentemente interi movimenti delle opere di altri Maestri, alterandole un poco o per nulla e senza una parola di riconoscenza”, recita una voce dell’Enciclopedia Britannica riportata nel volume L’indebitamento di Handel verso le opere di altri compositori: una presentazione di prove scritto da Sedley Taylor per l’Università di Cambridge.
Come infatti faceva già notare nel lontano 1831 William Crotch, professore di musica all’Università di Oxford, “Handel ha citato o copiato opere di Josquin de Prez, Palestrina, Turini, Carissimi, Calvisius, Urio, Corelli, Alessandro e Domenico Scarlatti, Sebastiano Bach, Purcell, Locke, Caldara, Colonna, Clari, Cesti, Kerl, Habermann, Muffat, Kuhnau, Telemann, Graun, Mondeville, Porta, Pergolesi, Vinci, Astorga, Bononcini, Hasse, eccetera eccetera”, in una kermesse di nomi spesso molto illustri e tra i quali non si stenta certo a rilevare il gran numero di autori italiani. A mancare in questa lunga lista di compositori, dai quali Händel attinse a piene mani al fine di rimpinguare la sua musica, sono invece i nomi di Alessandro Stradella, uno dei maggiori compositori del periodo barocco, e Dionigi Erba, a proposito dei quali, e facendo riferimento a un altro oratorio handeliano, l’Israel in Egypt, Sedley Taylor scrive nel suo volume: “Per quanto riguarda il materiale utilizzato, le parti superstiti attingono con larghezza, quasi unica persino nel catalogo di Händel, a lavori di altri autori.
Le opere più saccheggiate furono la serenata Qual prodigio di Stradella, un Magnificat del compositore milanese Dionigi Erba e un Te Deum di Francesco Antonio Urio (il lavoro di quest’ultimo era servito già in precedenza ad Händel per il cosiddetto Dettinger Te Deum e per alcuni brani del Saul)”. C’è anche al contempo chi giustifica, non senza le dovute analisi del caso, la pratica dei prestiti che tanto caratterizza l’opera handeliana: “Mentre la pedagogia barocca fornisce giustificazione teorica all’argomento per cui Händel era creativo piuttosto che plagiatore – recita Murray in una tesi dedicata all’argomento –, la prova musicale solidifica la validità di questo argomento (…) Se fosse stato un plagiatore pigro, Handel avrebbe sicuramente capitalizzato sugli elementi di maggior successo della musica a lui disponibili. Invece, ha in gran parte preso in prestito idee musicali a causa del loro potenziale per essere sviluppato, rielaborato o messo in un nuovo contesto”.
Ciò nonostante, l’idea di un Händel fin troppo attento alle altrui idee musicali si è fatta molta strada, riguardando non solo i suoi maggiori oratori ma anche il repertorio operistico. Come infatti fa notare il critico Gregorio Moppi in un articolo apparso su rrepubblica.it qualche anno addietro: “Plagio plurimo bello e buono è il Catone di Georg Friedrich Händel proposto dal festival toscano di Barga. Infatti questo pasticcio cucinato dal musicista tedesco nel 1732 per il pubblico di Londra è un patchwork di pagine arraffate a colleghi di scuola napoletana e veneziana. Sulla carcassa del Catone di Metastasio messo in note da Leonardo Leo vengono impiantate arie di Porpora, Vinci, Hasse, Vivaldi. Händel si limita ad arrangiarle per i suoi cantanti. Però il lavoro è così ben condotto che delle ruberie si perdono le tracce”.
Chi intende giustificare l’enorme mole di prestiti che videro protagonista la penna di Georg Friedrich Händel fa spesso riferimento ad autori com Johann Sebastian Bach, anche lui, sommo contrappuntista, notoriamente dedito alla trascrizione di concerti altrui, specie quelli degli italiani Marcello e Vivaldi.
I detrattori invece, una lunga lista di nomi che si perde nei secoli, si affrettano a far notare le dovute differenze tra le vere e proprie rielaborazioni bachiane e la grossa mole di pure riproposizione handeliane di interi pezzi di opere altrui: “Salomon – recita Samuel Wesley in una lettera del 1808 – ha detto sagacemente e con giustezza che gli inglesi conoscono davvero poco le opere dei Maestri tedeschi, a eccezione di Handel, che com’egli osserva è venuto da noi quando c’era scarsezza di buona musica, e qui c’è rimasto, dice lui, per farsi una reputazione tutta fondata sulle spoglie del continente. E questo irrita terribilmente gli handeliani, anche se è la pura verità, perché tutti sappiamo come Handel ha scopiazzato da qualsiasi autore, rubacchiando qualunque idea valesse la pena incorporare”.
Convinti sostenitori della tesi anti-handeliana sono infine Luca Bianchini e Anna Trombetta, il duo di musicologi che ha già fatto tanto discutere sulla scorta del doppio volume Mozart, la caduta degli dei: “Il Sassone – Händel, ndr – è stato un abile organizzatore, arrangiatore e ha profittato lì a Londra della poca conoscenza dei suoi contemporanei della musica del continente, per far passare composizioni d’altri come fossero pezzi suoi. Pensiamo ad esempio al Largo di Handel che non è di Handel, o alla Fuga del Messia che non è del Messia, ma di Corelli. Un record di plagi il suo. Bononcini, che Handel ha plagiato in lungo e in largo, ha perso il posto di lavoro per un’accusa falsa di plagio. Handel invece l’ha fatta franca”.

Il Fatto 10.7.17
Estate 2017, arriva lo storico sorpasso dei voli low cost
Secondo l’Enac per la prima volta i vettori a basso costo superano quelli tradizionali
Estate 2017, arriva lo storico sorpasso dei voli low cost
di Barbara Cataldi | 10 luglio 2017
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Il mondo è qui. A portata di mano. Basta avere qualche centinaio di euro in tasca, tempo a disposizione e tanta curiosità. Internet ha modificato la nostra percezione delle distanze già da qualche decennio, ma solo recentemente, grazie ai voli low cost, stiamo trasformando le capacità di coprire quelle distanze, soprattutto in vacanza: oggi trascorrere una settimana o 10 giorni in un altro continente per puro piacere ci sembra possibile. E forse all’aborigeno di guzzantiana memoria, con cui potevamo comunicare già da tempo senza sapere cosa dire, avremo finalmente qualcosa da raccontare visto che potremo incontrarlo in ferie e più rilassati.
Nel 2016 circa la metà degli oltre 164 milioni di viaggiatori transitati in un aeroporto italiano ha volato con una compagnia low cost, facendo registrare al settore un aumento del 7% rispetto all’anno precedente. Secondo l’Enac, l’Ente nazionale dell’aviazione civile, nel 2017 per la prima volta i passeggeri dei vettori a basso costo saranno più di quelli tradizionali.
Non stupisce, quindi, che Ryanair abbia conquistato il primato in Europa con 116,8 milioni di passeggeri e in Italia con la bellezza di 32.615.348, in aumento di quasi il 10% rispetto al 2015. Alitalia si è piazzata solo al secondo posto, con un misero + 0,5%, dopo di lei un’altra low cost, EasyJet.
D’altronde pesare la valigia prima di partire, sedersi in spazi angusti per ore e rinunciare al pasto in volo sono poca cosa di fronte alle mirabolanti mete in offerta, dall’Asia all’Africa passando per il Medio Oriente. Basta scorrere le proposte dell’agenzia di viaggio on line più in voga del momento, con la app PiratinViaggio: volare in Thailandia con la Qatar Airways tra luglio e settembre, per esempio, costa solo 299 euro, andata e ritorno, se nella seconda metà di settembre si parte da Pisa e si atterra a Krabi, località che si affaccia sul mare di fronte a 83 isole da sogno, lontano dalla confusione di Phuket; mentre se la partenza è da Roma o Milano, a luglio, la cifra sale a 390 e 376 euro. Ma se si preferisce il mare del Madagascar il viaggio di andata e ritorno, tasse e bagagli inclusi, con la compagnia Dreamliner si strappa a 514 euro; se si vuole fare meno strada, a settembre, il pacchetto volo a Dubai da Roma o Milano più hotel 5 stelle, con piscina, sauna e palestra, per 5 notti, costa 449 euro.
Per strappare le migliori offerte, bisogna adattarsi alle mete e ai periodi in offerta nel momento in cui si ha il gruzzoletto da investire, oppure programmare la vacanza con molto anticipo. Secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio Astoi Confindustria Viaggi, associazione che rappresenta i tour operator italiani, le prenotazioni advanced booking, cioè quelle eseguite per tempo, quest’estate sono aumentate fino al 15%, proprio perché permettono gli sconti più consistenti. Nella stagione 2017 la vacanza in media dura 10 giorni, si organizza anche a settembre e ha come meta più gettonata l’Italia, in particolare la Sardegna, e la Grecia, meno la Spagna perché troppo cara; per i viaggi a lungo raggio, invece, i Paesi più gettonati quest’anno sono Tanzania, Madagascar, Giappone, Oman e Russia; ma anche Maldive, Cuba, Bahamas, Messico, Repubblica Dominicana.
Insomma volare lontano per pochi giorni non è più un tabù, anche perché le compagnie low cost ingaggiano con la concorrenza un duello sui prezzi perfino sulle tratte intercontinentali, a tutto vantaggio di noi consumatori.
A inizio stagione, per esempio, la Level, di proprietà dell’International Airlines Group (holding fondata da British Airways, Iberia, Aer Lingus e Vueling) ha inaugurato a prezzi concorrenziali i primi decolli da Barcellona diretti a Los Angeles, San Francisco, Punta Cana, Repubblica Dominicana e Buenos Aires. I biglietti per Santo Domingo partono da 99 euro a tratta, anche se il trasporto bagagli e il pasto in aereo sono a parte. Tra i vettori a lungo raggio si è lanciata anche la Norwegian che da giugno ha attivato nuovi collegamenti con gli Stati Uniti da Edimburgo e Dublino a 69 euro solo andata. Presto da Londra si viaggerà a poco anche verso Austin e Chicago, mentre da Parigi si volerà verso altri continenti a pochi euro anche grazie alla nuova compagnia low cost Boost di Air France.
Per noi italiani il vantaggio al momento è minore: per usufruire di questi prezzi concorrenziali a differenza dei vicini europei dobbiamo affrontare più scali, spendere di più e magari farci aiutare da un’agenzia viaggi per scovare le offerte più ghiotte.
Ma il mercato sta cambiando in tutto il mondo e da noi in ballo c’è ancora il futuro di Alitalia che per evitare il fallimento deve accettare nozze di interesse. Il suo destino potrebbe incrociarsi proprio con quello del colosso low cost Ryanair, o con una azienda che potrebbe trasformare la compagnia di bandiera italiana in una low cost a lungo raggio. Noi viaggiatori possiamo solo guadagnarci.
di Barbara Cataldi

Il Fatto 10.7.17
Statali beffati: 85 euro in più e 80 euro in meno
Prima del referendum Renzi promise l’aumento in busta paga, dopo otto anni di blocco
di Roberto Rotunno

L’aumento di stipendio previsto dal nuovo contratto costerà a tanti dipendenti pubblici la perdita del bonus “80 euro”. Non sembrano esserci più dubbi, almeno stando alla direttiva emanata in questi giorni dalla Funzione pubblica, il documento che dà il via alle negoziazioni tra governo e sindacati. Una dimostrazione del fatto che fare una promessa quattro giorni prima di un referendum, nel quale ci si è giocati la faccia, è più semplice di mantenerla sette mesi dopo. Ora che la contrattazione è entrata nel vivo, infatti, il governo si è rimangiato la parola data.
Partiamo dall’inizio: i contratti dei 3 milioni di statali sono fermi da otto anni, motivo per cui i sindacati della funzione pubblica si sono mobilitati per tutto il 2016 chiedendo un rinnovo che contenesse gli aumenti salariali. La ministra Marianna Madia ha continuamente rassicurato le sigle ma per arrivare all’incontro decisivo i richiedenti hanno dovuto aspettare fino al 30 novembre. In pratica, la situazione si è sbloccata solo durante l’ultima settimana di campagna referendaria per la riforma costituzionale (comunque bocciata il 4 dicembre dal 60% dei votanti). Nel documento sottoscritto in quella giornata, esecutivo e sindacati hanno trovato un’intesa per aumenti medi da 85 euro lordi al mese, quindi 1.105 euro all’anno considerando le tredici mensilità. Un altro punto dell’accordo prevedeva sostanzialmente di sterilizzare gli effetti dell’incremento in busta paga sul diritto a percepire gli 80 euro. Questo bonus – va ricordato – è destinato ai redditi medi e bassi: a beneficiarne, infatti, sono quei lavoratori che guadagnano minimo 8 mila euro e massimo 26 mila euro all’anno. Dai 24 mila euro in poi, il premio (che quando è pieno vale 960 euro all’anno) inizia a calare per scaglioni e passa da 720 a 480 a 240 euro annui, fino ovviamente ad azzerarsi quando si supera il tetto. Insomma, chi passa (grazie all’aumento previsto dal nuovo contratto) da 25 mila a 26 mila euro annui, dovrà dire addio al bonus. In pratica, l’incremento salariale sarà più che dimezzato. Il governo si era impegnato a evitare questo automatismo nel pubblico impiego, alle prese con il rinnovo, ma la direttiva non ha recepito quella parte dell’accordo. Il testo infatti chiarisce che ci sarà una valutazione sugli effetti che gli aumenti avranno sul bonus, per proporre correttivi “solo se necessario” e “nei limiti delle risorse destinate”. Dicitura che sembra lasciare pochi margini di manovra.
Un paradosso che penalizzerebbe proprio quelle fasce di reddito che – stando alla narrazione renziana – vanno protette. Secondo stime del Sole 24 Ore, il nuovo contratto potrebbe avere la beffa incorporata per 200 mila impiegati.

Il Fatto 10.7.17
“Le Fs sono avvertite: l’Authority fermerà il super monopolio”
Andrea Camanzi - Il presidente delle Autorità di regolazione dei trasporti vede i rischi del processo di espansione delle Ferrovie
di Giorgio Meletti

Nei sistemi di trasporto è in corso un cambio epocale, si va verso i sistemi integrati di mobilità. Dobbiamo impedire che ai vecchi monopoli se ne sostituiscano di nuovi e più estesi”. Andrea Camanzi da quattro anni rema controcorrente alla guida della nuova Autorità di regolazione dei trasporti. La politica l’ha costituita con vent’anni di ritardo e con poteri limitati, inchinandosi alle lobby ferroviaria e autostradale. Adesso deve fronteggiare l’espansionismo delle Fs, che comprano autolinee su gomma e metropolitane per superare il mercato della tratta ferroviaria e offrire il pacchetto completo di mobilità da porta a porta.
L’ad delle Fs Renato Mazzoncini ha un programma ambizioso. Si è preso l’Anas, abbiamo già gli autobus Fs, metro Fs, parla di accordi con Uber e Blablacar, magari vorrà vendere le scarpe per chi va a piedi. Non rischiamo un monopolio da incubo?
Le imprese fanno bene a cercare di trarre vantaggio dai cambiamenti di scenario. La tecnologia consente di superare la frantumazione per cui devi comprare il biglietto dell’autobus per andare alla stazione, il biglietto del treno, e poi un altro biglietto di autobus per raggiungere l’albergo prenotato con la quarta transazione. Il nostro compito è evitare la trasposizione meccanica delle posizioni dominanti tradizionali nei nuovi mercati.
Ne avete il potere?
Si tratta di fare due cose. Un sistema di regole che renda i mercati contendibili e favorire nuovi servizi utilizzando anche piattaforme integrate globali che già esistono. Abbiamo il potere di farlo e lo faremo.
Finora l’Autorità dei trasporti sembra incidere poco e i monopolisti continuano a spadroneggiare.
A me non sembrano così contenti. L’apparenza inganna, noi non agiamo sul rapporto con la clientela ma diamo le regole agli operatori, perciò i nostri interventi sono poco conosciuti al pubblico. Però senza di noi Ntv, la società del treno Italo, avrebbe avuto condizioni ben peggiori per realizzare i suoi piani di sviluppo. Abbiamo salvato la concorrenza garantendo a Italo parità di accesso alle stazioni con le Frecce di Trenitalia e dimezzando il pedaggio pagato a Rfi (la società Fs per la rete, consorella di Trenitalia), senza che peraltro i bilanci Rfi ne abbiano sofferto.
Sul Fatto il professor Marco Ponti ha sollevato il tema del rapporto costi-benefici degli investimenti ferroviari, sui quali lo Stato continua a svenarsi. Che cosa dice l’Autorità?
Dice che il ministero delle Infrastrutture sta discutendo con Rfi il contratto di programma per il triennio 2017-19 e noi abbiamo dato il nostro parere, obbligatorio per legge, che contiene nuovi criteri sugli investimenti.
Siete in grado di intervenire sul deplorevole trattamento che i pendolari subiscono da Trenitalia?
Lo abbiamo già fatto, anche se questioni così complesse ci costringono a perseguire una rivoluzione silenziosa che manifesterà i suoi effetti nei prossimi anni. Ci sono da riaffidare i contratti di servizio tra le Regioni e Trenitalia e abbiamo fissato nuove condizioni minime di qualità del trasporto ferroviario regionale. I vecchi contratti li abbiamo studiati: praticamente si occupano solo di puntualità e pulizia, e solo nel 44 per cento dei casi si parla di affollamento dei treni. Abbiamo scelto otto indicatori di qualità, includendo comfort, accessibilità alle informazioni, fruibilità delle biglietterie. Ma è tutta la filosofia dell’obbligo di servizio pubblico in crisi, e non solo in Italia.
Perché?
Non è efficiente, costa molto e i controlli sono difficili. Non garantisce la qualità ai passeggeri. Non è flessibile, perché cristallizza l’offerta di treni in contratto pluriennali. I treni locali possono diventare meno costosi per lo Stato e più soddisfacenti per i pendolari, quindi più competitivi rispetto all’auto privata.
Il legislatore vi ha affidato la vigilanza solo sulle concessioni autostradali nuove. Considerando che il grosso della rete italiana ce l’ha Autostrade per l’Italia per i prossimi 25 anni, sembra un po’ una beffa.
Io sono più fiducioso. Sono in scadenza alcune tratte del gruppo Gavio, tra cui la Torino-Aosta e la Torino-Piacenza, e noi abbiamo adottato nei giorni scorsi o schema di concessione e il modello tariffario che saranno alla base della gara. Contengono radicali novità. Per esempio si sposta dallo Stato al concessionario il rischio di traffico e si fissano le tariffe sulla base di obiettivi di efficienza dei costi del gestore e tasso di remunerazione del capitale investito stabiliti da noi. È vero, questa rivoluzione riguarderà una parte minore della rete autostradale, però tutti vedranno le differenze tra i due mondi e nulla sarà come prima.
di Giorgio Meletti