giovedì 10 novembre 2005

Yahoo!salute 10.11.05
Questione di cervello se donne e uomini hanno diverso senso dell’umorismo
A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

È un fatto di cervello se donne e uomini hanno un diverso senso dell’umorismo. Lei è più analitica nei confronti di battute o sketch ma allo stesso tempo più sorpresa e appagata da esse, infatti attiva molto più di lui parti del cervello per l’elaborazione del linguaggio e la memoria, nonché quelle che generano appagamento da nuove esperienze. È quanto dimostrato da studi compiuti su volontari alla Stanford University School of Medicine coordinati da Allan Reiss, professore di Psichiatria e Scienze del Comportamento e direttore del Center for Interdisciplinary Brain Sciences Research.
La notizia, che è stata pubblicata sui Proceedings of the National Academy of Sciences, potrebbe aiutare a far luce su patologie come depressione e cataplessia (arresto dei movimenti muscolari senza perdita di coscienza). Studi passati avevano già dimostrato differenze di genere nell’uso e nell’apprezzamento dell’umorismo e nel significato e nella funzione della risata. Ma finora nessuna ricerca aveva evidenziato differenze nelle risposte del cervello allo humor. I ricercatori hanno dunque coinvolto 20 adulti sani (10 uomini, 10 donne) mostrando loro 70 cartoons in bianco e nero. Gli psichiatri hanno chiesto loro di valutare da uno a 10 quanto fossero buffe le scenette. Durante lo “spettacolo” i ricercatori hanno registrato l’attività cerebrale dei volontari con la risonanza magnetica funzionale per immagini.
Analizzando i dati, i ricercatori hanno scoperto che gli uomini e le donne condividono quasi tutte le strutture nervose che si accendono in risposta all’umorismo, soprattutto circuiti connessi con l’elaborazione del linguaggio nella corteccia prefrontale sinistra; ma i ricercatori hanno rilevato che il cervello della donna, a parità di voto dato allo sketch, si accende più intensamente di quello maschile. Nelle donne, inoltre, si accende intensamente anche il nucleo accumbens, parte dei centri del piacere e dell’appagamento, come se le donne non fossero necessariamente consapevoli che i cartoons avrebbero provocato loro piacere.
I ricercatori hanno anche svelato che, più buffo è valutato il cartone animato o la vignetta, maggiore è l’intensità con cui si accendono i centri del piacere nelle donne, mentre la stessa cosa non è vera per gli uomini. Le implicazioni di questa scoperta vanno ben al di là dello studio delle reazioni all’umorismo: se studi successivi dovessero mostrare che i centri del piacere e altre regioni del cervello femminile sono più sensibili a stimoli emozionali, inclusi quelli negativi, questo potrebbe contribuire a spiegare perché la depressione colpisce il doppio delle donne rispetto agli uomini, potenzialmente portando alla scoperta di nuove terapie.
I risultati dello studio hanno potenziali implicazioni anche per coloro che soffrono di cataplessia, condizione nella quale perdita improvvisa del controllo motorio è indotta da emozioni forti, come anche la reazione allo humor. Infine in uno studio che esce contemporaneamente sullo stesso numero di PNAS a firma degli stessi autori insieme a psichiatri dello University College di Londra, i ricercatori hanno trovato che tratti caratteriali come l’essere estroversi o introversi influenzano il modo in cui il cervello elabora stimoli umoristici.

Fonte: Resii AL et al. Individual differences in humor appreciation: personality predicts activity in reward and emotional regions associated with humor. Proceedings of the National Academy of Sciences 2005.

Ilgiornale.it 10.11.05
«Su Internet il boom della psicologia fai-da-te»
Si moltiplicano i siti, l’allarme degli specialisti: «Sovente vengono chiesti soldi e in cambio si danno consigli da posta del cuore»
di Enza Cusmai


Si può guarire dall'ansia e dalla depressione con un dialogo a distanza? Con una consulenza terapeutica fatta solo di parole? Senza guardarsi in faccia, senza un contatto fisico? Molti la pensano così visto che i siti su Internet dedicati alla psicoterapia proliferano. E gli psicologi sono sempre più allarmati per il fenomeno delle consulenze in psicoterapia via web. «Un fenomeno - sottolinea il presidente dell'Ordine degli psicologi del Lazio, Emanuele Morozzo Della Rocca che solleva forti preoccupazioni -, direi un allarme, per il rischio di abusi sia sul piano economico, le persone pagano con la carta di credito questo tipo di servizi, sia sul piano della salute psicologica».
Le critiche si basano su dati concreti. In una ricerca molto accurata, sono stati esaminati un centinaio di siti che forniscono servizi di consulenza psicologico e/o psicoterapeutico. Nelle richieste inviate con posta elettronica si legge di tutto e di più. Qualche assaggio.
Scrive Sara, 19 anni. «Il mio problema riguarda la voglia di non vivere.
Vorrei autodistruggermi, lentamente, oppure di colpo, suicidandomi. Vorrei sapere: sto diventando pazza?». Risposta: «Capisco il tuo stato d'animo ma non ho i mezzi per rispondere alla tua domanda. Ma da quello che dici non mi sembra che tu possa essere pazza ma depressa. Davvero è così inutile vivere? Hai pensato ad altre soluzioni? Pensaci e sono sicuro che una via d'uscita ci sarà». Firmato: Auguri.
La consulenza si esprime via e-mail, sottoforma di chat o anche con la webcam. Ed è proposta come una sorta di «posta del cuore»

Staibene.it 10.11.05
Per superare lo stress ci vuole più… 'cervello'

Lo dimostrano i risultati di uno studio statunitense
C’è chi lo sopporta meglio e chi invece ne è sopraffatto. Ma perché non tutti reagiscono allo stesso modo di fronte allo stress?
La spiegazione arriva dagli scienziati del Massachusetts General Hospital, secondo i quali le persone più abili a superare un evento traumatico avrebbero più sviluppata un’area cerebrale denominata “corteccia ventromediale prefrontale”. Chi, al contrario, ha questa zona più sottile, fa più fatica a lasciarsi alle spalle i fatti spiacevoli della vita e rivive in continui flashback l’episodio che lo ha segnato, con spiacevoli conseguenze come insonnia e depressione.
Una ricerca ha sottoposto 14 volontari a una serie di mini-traumi (tra cui scosse elettriche inoffensive, ma fastidiose), per valutare il livello di stress prodotto attraverso la quantità di sudore comparsa sul palmo delle mani. Ebbene, i volontari che mostravano livelli minori di stress tendevano ad avere una corteccia ventromediale prefrontale più spessa. “I dati indicano che dimensioni maggiori di quest'area del cervello - ha spiegato Mohamed Millad del team di esperti Usa - hanno un ruolo protettivo contro lo stress, ma serviranno ulteriori studi per chiarire altri fattori correlati, per esempio il ruolo della genetica o dell'ambiente”.

lescienze.it 10.11.05
Gambe senza riposo e disturbi psichiatrici
C'è un legame fra la salute mentale e la RLS

Gli adulti che soffrono della sindrome delle gambe senza riposo (restless legs syndrome, o RLS), una condizione debilitante piuttosto comune, possono risentirne a livello fisico, mentale e sociale. In uno studio presentato al CHEST 2005, l'annuale convegno scientifico dell'American College of Chest Physicians (ACCP), negli adulti a rischio di RLS è stata riscontrata una maggior probabilità di soffrire di ulteriori disturbi fisici e psichiatrici, compresi depressione e ansia. Inoltre questi pazienti tenderebbero ad essere sovrappeso, disoccupati e fumatori.
"C'è una forte associazione fra la RLS e diversi problemi fisici e mentali", spiega Barbara A. Phillips dell'Università del Kentucky, principale autrice dello studio. "È possibile che la RLS provochi sbalzi e disturbi dell'umore, o anche che i medicamenti usati per trattare questi disturbi causino la RLS. Inoltre, i comportamenti che costituiscono fattori di rischio per la RLS, come il fumo, l'obesità e uno stile di vita sedentario, sono maggiormente prevalenti negli individui con malattie psichiatriche".
"La sindrome delle gambe senza riposo - aggiunge W. Michael Alberts, presidente dell'ACCP - può avere un impatto significativo sulla qualità della vita di una persona, con effetti negativi che si ripercuotono sulle situazioni personali e lavorative di tutti i giorni. È dunque importante determinare la causa primaria della sindrome per procedere con il trattamento più efficace".

Yahoo!salute 9.11.05
Malattie mentali: solo disturbi organici?
A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

La psichiatria dovrebbe essere considerata come una branca delle neuroscienze, in particolare un aspetto clinico di questa nuova disciplina. L’avvento della genomica e la maggior comprensione del funzionamento del cervello sta infatti modificando il modo di concepire il disturbo psichiatrico: alcuni dei disturbi sono stati correlati a delle disfunzioni organiche e come tali devono essere trattati.
Insel con il suo intervento sul Journal of the American Medical Association sostiene che si dovrebbero considerare i disturbi mentali come dovuti quasi esclusivamente a cause organiche. Questa interpretazione imporrebbe di considerare la malattia mentale alla stessa stregua del cancro, delle malattie cardiovascolari e, probabilmente, spogliarla dello stigma.
Sarebbe un modo di inquadrare un disturbo che fa paura. “Cercare i meccanismi molecolari e i geni che stanno alla base della depressione, per esempio, non è sostanzialmente diverso dallo stabilire come la dieta possa incidere sul rischio di sviluppare un cancro”, ha continuato Insel.
La posizione assunta da Insel potrebbe essere contestata da chi crede, e non sono in pochi, che le malattie mentali (anche quando sono collegate ad una concausa organica) non possono essere trattate come tutte le altre malattie. L’importanza delle esperienze personali, del contesto sociale, della storia personale concorrono alla creazione della psiche e anche di alcuni disturbi e potrebbe essere riduttivo porre troppo l’accento sull’aspetto organico della malattia mentale.

Fonte: Insel T et al. Psychiatry as a clinical neuroscience discipline. JAMA 2005;294:2221-4.

Yahoo!salute 8.11.05
Churchill, la depressione e il mare
A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

Il più recente fascicolo degli Archives of General Psychiatry dà notizia della depressione grave in cui Winston Churchill incorse alla fine della Seconda Guerra, e del modo in cui la risolse.
Che legame c'è, se c'è, tra mare, arte e depressione? La storia riportata offre più di uno spunto per riflettere sulla loro correlazione.
Winston era stato un bambino poco amato, nato prematuro, cresciuto dalla nonna e di salute cagionevole. Trascorre dunque un’infanzia difficile che non dimenticherà mai. Forza di volontà e carattere gli resero tuttavia possibile una carriera politica rapida e vincente nelle fila dei conservatori. Una prima crisi depressiva la ebbe quando venne rimosso dalla carica di Primo Lord dell’Ammiragliato, dopo la sconfitta di Gallipoli, nel maggio del 1915. Poi, per tutta la vita, fu incline ad immalinconirsi, al punto da non sopportare di sostare sul marciapiedi di una stazione nell’imminenza del passaggio di un treno: “L’azione di un secondo potrebbe scrivere la parola fine a tutto. Bastano poche gocce di disperazione”, scrisse.
Nell’estate del 1945, dopo un’altra sconfitta, stavolta elettorale, che gli valse la mancata riconferma a Primo Ministro, Churchill affittò una villa sul Lago di Como, dove prese a dipingere. Quadri di paesaggio, nei quali trovò rapidamente un sollievo crescente alle proprie angosce. La risoluzione dell’ansia viene anche favorita dai bagni al lago. Il suo attendente racconta che un giorno, d’improvviso, Churchill decise di andare a fare il bagno: salito a cavallo ancora in veste da camera e calcandosi un panama in testa, corse fino alle rive. Dopo di che, il problema fu farlo uscire dall’acqua, anche per la sua mole. Se ne beava, e quando si decise a venir fuori l’attendente dovette spingerlo da dietro, mentre un altro militare lo tirava dagli scogli, per vincere il peso e la risacca.
In settembre, si trasferisce al mare in Liguria, continuando a dipingere: e adesso i suoi quadri sono pieni di scogli, di pini, di mare e di onde. Il cocktail pittura-mare strappa Churchill dalla depressione che ancora una volta gli aveva invaso la vita. Agli inizi di ottobre è già a Londra, pronto a dar battaglia.

Fonte: Harris JC. The Mediterranean at Genoa. Arch Gen Psychiatry 2005;62:1181.

Le Scienze 08.11.2005

Le scimmie e la matematica
Effettuando confronti numerici esibiscono una congruità semantica

Le scimmie hanno una percezione semantica dei numeri simile a quella degli esseri umani e indipendente dal linguaggio. Lo hanno scoperto alcuni neuroscienziati cognitivi della Duke University, secondo i quali il meccanismo neurale alla base della percezione numerica sarebbe evolutivamente innato.
Jessica Cantlon ed Elizabeth Brannon hanno descritto il proprio studio con i macachi in un articolo pubblicato sull'edizione online della rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences". Nei loro esperimento, i ricercatori hanno cercato di determinare se le scimmie esibissero un fenomeno chiamato "congruità semantica" quando effettuano confronti numerici.
"Quando gli esseri umani adulti devono fare un confronto, per esempio fra le dimensioni di due animali, - spiega Brannon - chiedersi quale dei due è più grande oppure quale è più piccolo sono due cose diverse. Un uomo, infatti, fa prima a dire che la formica è più piccola anziché dire che il topo è più grande. Se invece i due animali sono entrambi grandi, come una mucca e un elefante, l'uomo è più veloce a dire che l'elefante è più grande anziché dire che la mucca è più piccola. Questa 'congruità semantica' vale per ogni tipo di confronto, anche fra numeri o fra distanze. Sembrerebbe un effetto interamente linguistico, cioè dipendente dal linguaggio. Noi abbiamo cercato di capire se fosse presente anche nelle scimmie, che non sono dotate di parola".
Cantlon e Brannon hanno mostrato ai macachi due serie di punti posizionati a caso sullo schermo di un computer. Le scimmie sono state addestrate a scegliere il numero di punti più grande quando il fondo dello schermo era blu, e il numero più piccolo quando il fondo era rosso. Come ricompensa, gli animali ricevevano una bevanda dolce per ogni risposta corretta.
"I risultati - afferma Cantlon - rivelano un notevole effetto di congruità semantica. Per esempio, quando le coppie di numeri erano piccole, come 2 e 3, le scimmie erano molto più rapide se dovevano scegliere la quantità minore. Siamo rimasti colpiti dall'elevato livello di precisione raggiunto dagli animali a compiere questa difficile discriminazione". La scoperta rappresenta un'ulteriore prova della fondamentale similarità nel pensiero numerico degli uomini e dei primati non umani.
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.

Corriere della Sera, 10.11.05
“… che gli uomini non remino contro”
Verso l'elezione in Liberia della prima donna presidente dell'Africa
Weah sconfitto dal primo presidente donna
I risultati non sono ancora ufficiali, ma Ellen Johnson-Sirleaf sta superando di 13 punti l'ex stella del Milan

MONROVIA - Il primo presidente donna dell’Africa è stato eletto in Liberia e prenderà le sue funzioni in gennaio. I risultati non sono ancora ufficiali, anzi sono solo parziali, ma ad oltre metà dello spoglio dei voti la sessantatreenne Ellen Johnson-Sirleaf, economista laureata ad Harvard, sta superando di almeno 13 punti percentuali il suo antagonista, l’ex stella del calcio George Weah. Un divario difficile da colmare.
La Commissione elettorale organizzata dalle Nazioni Unite, gli osservatori internazionali (anche dell’Unione Africana) e le Organizzazioni non governative che hanno monitorato il voto in tutto il Paese, hanno già fatto sapere che la competizione elettorale è stata corretta e regolare. Ma Weah non è d’accordo. In un estremo tentativo di rientrare in gioco gli uomini dell’ex calciatore hanno accusato la presidente della commissione elettorale, la signora Frances Johnson-Morris, di aver fatto dichiarazioni lesive dell’onorabilità del loro candidato e l’hanno invitata a dimettersi. Lei ha reagito duramente sostenendo che la delegittimazione del processo elettorale favorisce soltanto chi vuole la guerra. E loro – parlando chiaramente di brogli - hanno rincarato: «Produrremo un rapporto sulle frodi che abbiamo subito».
Ieri sera, proprio mentre i risultati apparivano già chiari, hanno organizzato una conferenza stampa dove sono stati mostrati pacchetti di schede elettorali già votate con il nome della signora Johnson-Sirleaf. Davanti alla sede del Congress fod Democratic Change (CDC, il partito di Weah) si sono radunati un paio di centinaia di ragazzi – soprattutto ex combattenti della guerra civile - che urlavano slogan a favore del campione: «Senza il nostro presidente, ci sarà ancora guerra», «Brogli, brogli, avete vinto con i brogli». Il quartier generale è stato circondato dalla polizia delle Nazioni Unite e verso mezzanotte la protesta è rientrata. Ora si spera che i delusi e gli sconfitti non pensino di scatenare di nuovo una guerra civile. La presenza di 15 mila caschi blu, comunque, dovrebbe essere un bel deterrente. In queste condizioni, comunque, un loro ritiro è impensabile: potrebbe significare un ritorno al caos bellico.

il manifesto 10.11.05
Ville lumiére
«C'è un muro tra Parigi e la banlieue»
Parla lo storico Jean Chesnaux: la rivolta delle periferie è il fallimento del modello francese di integrazione. Più che il '68 o Weimar, essa ricorda le sommosse dei neri negli Stati uniti
Anna Maria Merlo

PARIGI - L'ampiezza delle rivolte dei giovani delle banlieues francesi di questi giorni hanno già trasformato questa fiammata di violenze in un fatto storico. Anche se è presto per valutarne il peso e le conseguenze, chiediamo allo storico Jean Chesneaux di inquadrare la situazione attuale in una prospettiva storica.
Professore, stiamo assistendo a un nuovo '68, come dicono alcuni, oppure piuttosto agli ultimi momenti di Weimar?
Diffido dei riferimenti storici: la storia non si ripete e ogni crisi importante è sovradeterminata, come direbbe Althusser, quindi singolare. Il `68 è stato un avvenimento singolare: un attacco frontale contro l'ordine stabilito da parte di strati sociali e di una generazione che in grosso beneficiavano di questo stesso ordine, ma volevano altro, di più. Oggi la situazione è completamente diversa. Il movimento in corso è alimentato dagli strati più sfavoriti e da una generazione senza speranze. Tuttavia, c'è un carattere comune con il maggio `68: entrambi i movimenti non rientrano nelle categorie politiche razionali. Gli avvenimenti del 27 ottobre 2005 sfuggono all'analisi politica classica, nessun partito li sostiene. Si situano all'esterno dei processi politici classici, come il maggio `68. La prova è che, oggi come allora, i media e i politici non sembrano capire nulla di quello che succede. Maggio francese o Weimar? Il maggio `68 era un movimento di iniziativa dinamica, di forze sociali all'attacco dell'ordine stabilito. Weimar è invece un movimento di difesa disperata dell'ordine borghese tradizionale. La monarchia era finita, l'autorità dell'esercito senza più credibilità, ma la società borghese si appropria disperatamente dell'ordine bismarckiano. Un ordine che era minacciato da forze sconosciute e imprevedibili, da cui è venuto fuori il fascismo, il nazismo. Weimar è un riferimento più angosciante del `68, perché nel Maggio c'era slancio, attivismo, gioia di vivere, mentre Weimar difende un regime minacciato di morte e che finirà per morire.
Ma come a Weimar c'è il rischio della morte di un ordine sociale in agonia?
Se oggi in Francia l'ordine non viene ristabilito, in condizioni accettabili sia per i giovani che per la cittadinanza repubblicana - cioè nel rispetto dei valori repubblicani - si può temere che il degrado della situazione nelle banlieues porti alla presa del potere da parte di elementi che approfittano dell'imperizia dell'Ump, dei chiracchiani, per stabilire un ordine nuovo, che non avrà certo nulla in comune con il nazismo, ma che merita di essere messo in parallelo con Weimar: cioè sarà il crollo della V Repubblica. E' un riferimento inquietante che fa riflettere sulla gravità della situazione.
Ci sono altri riferimenti storici possibili?
Se bisogna cercare dei precedenti non è certo dal lato dei sollevamenti operai, né il `68, ma nei movimenti di disperazione dei neri negli Usa negli anni `65-'70. Watts, Detroit: è il solo movimento precedente di autodistruzione, di protesta senza prospettive e senza speranza. Quartieri interi bruciati, distruggere per distruggere. Le forze sociali del movimento attuale sono senza prospettive, senza idee direttrici. Possiamo cercare un'analisi sociologica. Le strutture più gravemente prese di mira sono quelle dell'ordine, dell'apparato della società: scuole, Posta, trasporti, evidentemente la polizia e i commissariati. Dall'altro ci sono i simboli del consumo, i supermercati. Ma sarebbe superficiale leggere questo movimento come rivolto contro le strutture di ordine e il consumo, perché sarebbe cercare qualcosa che non esiste, una razionalità che non c'è.
Allora è più adatta un'analisi di psicologia sociale?
Bisogna difatti parlare di richiamo del vuoto, di pulsione del nulla, di abisso. Le analisi marxiste rifiutano questa dimensione, che sfugge alla ricerca della razionalità. Noi siamo figli di Descartes, di Newton, di Leibniz: a un problema vogliamo trovare una soluzione. Ma qui non c'è soluzione. C'è una pulsione di distruzione che si ferma alle vicinanze, sono le auto dei poveri che vengono bruciate, le imprese locali, così compromettono il loro avvenire e la vittima principale è lo spazio sociale di prossimità. Non bisogna quindi, secondo me, cercare una razionalità in un movimento che è fondamentalmente espressione di pulsioni irrazionali. Questo ci riporta a Weimar, alle folle che aspettavano Hitler, alcuni psichiatri dicono che la Germania ha "desiderato" Hitler, nel senso freudiano del termine. Naturalmente è un'irrazionalità diversa dal nazismo, non siamo alla stessa epoca, le condizioni non sono le stesse, la tecnologia non è la stessa, bisogna considerare il ruolo dei telefonini, della tv, che ha il dovere di mostrare le immagini delle distruzioni, ma al tempo stesso queste immagini sono malsane.
Villepin dice che la Francia non è un paese come gli altri. Ma questi incendi non segnano il fallimento del modello francese di integrazione, sulla carta non comunitaristico?
E' il fallimento completo, anche se altrove le cose non vanno meglio. Siamo al grado zero dell'integrazione, all'avvenire zero, non c'è lavoro, non c'è promozione sociale. Siamo anche al rispetto zero. A Parigi le fortificazioni sono state abolite nel 1924. Non bisogna dimenticare che Parigi era una piazza militare. Ma queste fortificazioni sussistono, c'è un muro morale tra Parigi e la banlieue. Anche nel più modesto arrondissement parigino c'è una fierezza culturale, un'arte di vivere che, a parte alcune rare eccezioni, non esiste in banlieue, luogo "bandito", come dice il nome. E' la V Repubblica che ha rotto le relazioni tra Parigi e la sua periferia. Prima della V Repubblica esisteva il Dipartimento della Senna, che risaliva alla Rivoluzione. L'architetto Paul Chemetov dice che con la V Repubblica Parigi ha dato congedo alla sua banlieue, come si licenzia una cameriera. Non ci sono più le fortificazioni, ma il périphérique è una barriera psicologica e culturale, non solo urbanistica.

il manifesto 10.11.05
Una rivolta figlia del liberismo economico
Agostino Petrillo

Sono passati quattordici anni dalla "intifada delle banlieues" del '91, ma i problemi sono ancora tutti lì, semmai amplificati dal contesto attuale, come timidamente suggeriva Alain Touraine nell'intervista riportata da Repubblica giovedì scorso. Il fatto che la terza generazione degli immigrati francesi appaia ancora più smarrita ed emarginata delle precedenti non deve stupire. Le immagini che in questi giorni tornano sono quelle consuete: gli scontri, le macchine bruciate, i pattuglioni che rastrellano i quartieri "nemici". Ci parlano di un'inquietudine di vecchia data, del dilagare di una enorme rabbia e del cronicizzarsi di una condizione urbana segnata da una crescente divisione sociale e dalla povertà. Il monito è chiaro: non si può pensare che le popolazioni penalizzate e marginalizzate nell'Europa attuale se ne staranno buone per sempre, confinate negli spazi che sono stati loro riservati. Ed è quantomeno miope, se non addirittura criminale, attribuire i disordini attuali prevalentemente ad un problema di identità culturale o religiosa. La "violenza" è frutto di una lunga esasperazione. Quanto avviene in questi giorni a Parigi è da un lato la logica conclusione di una lunga serie di promesse non mantenute, dall'altro il risultato dell'impossibilità di governare con criteri "tradizionali" una situazione che è oggettivamente anomala. Lo dimostra il fatto che per tutto il decennio appena trascorso episodi analoghi si sono susseguiti senza soluzione di continuità facendo parlare alcuni commentatori di una sorta di "guerra civile strisciante". A questi giovani era stato detto che per raggiungere l'uguaglianza dovevano solo diventare francesi. Apprendere usi e costumi, frequentare le scuole, conseguire un titolo di studio, padroneggiare la lingua. Poi ci sarebbe stata la contropartita, un trattamento paritario, e sarebbero stati inseriti come e meglio dei loro padri. La prospettiva era quella di approdare almeno ad una condizione media, se non al benessere.
In realtà quello che è stato offerto loro sono stati soltanto posti di lavoro di scarto e una casa negli squallidi palazzoni dei Grands ensembles. Per questo la questione sociale che trova una sua clamorosa espressione nei conflitti che scuotono la banlieue c'entra poco con il "terrorismo" o con "l'islamismo di ritorno" dei giovanissimi. I "barboni" integralisti sono lì a guardare, pronti magari a reclutare quanti usciranno massacrati dai commissariati, ma non rappresentano certo il motore della rivolta. Il nodo della questione risiede nei processi economici che producono disuguaglianza, nella disoccupazione e nella precarizzazione del lavoro, in un quadro generale reso ancora più aspro dalla crescente discriminazione etnica e socio-spaziale, che fa sì che nuove frontiere interne si creino nelle città.
Tanto più grave è la situazione in cittadine come Clichy, epicentro della rivolta, vero e proprio ghetto di quasi 30.000 abitanti, da cui i ceti medi sono progressivamente fuggiti, in cui il 50% degli abitanti ha meno di 25 anni e il tasso di disoccupazione raggiunge il 25%. Ebbene proprio in centri come questi, in cui la situazione era precariamente tenuta insieme da reti di volontariato e di associazionismo, gli aiuti statali sono negli ultimi anni progressivamente diminuiti, mentre la promessa di abbattere i vecchi palazzoni per creare insediamenti più umani è rimasta per lo più sulla carta. Se il fallimento della politica della casa per i migranti è uno degli aspetti non appariscenti, ma sostanziali della crisi, è anche inutile continuare ad illudersi che nell'andamento attuale dell'economia vi sia qualcosa di "naturale", e che si tratti solo di "gestirne" le conseguenze. Sotto questo profilo il fatto che vinca la linea Sarkozy o quella de Villepin è scarsamente rilevante, se non per quanto riguarda lo scontro politico tra i due. Il fatto che si affermi la maniera dura, la "tolleranza zero", o che prevalga l'orientamento ad un "contenimento soft" nel ricondurre i marginali alla ragione, non scalfisce in alcun modo la loro condizione.
Esiste oggi in Europa una grande ipocrisia, che ricopre la questione dell'ineguaglianza, che nega che l'insicurezza sociale sia il risultato di mutamenti strutturali intervenuti, che si appella a sempre più esili confini di legalità stabilite in altre epoche storiche per difendere privilegi ed ingiustizie. In questo senso ricondurre strumentalmente quanto avviene al "terrorismo" potrebbe essere un errore fatale, se non addirittura l'espressione di una falsa coscienza in cerca di facili autoassoluzioni.
Certo i fuochi della banlieue sembrano ancora dire solo un no inarticolato, alzare un grido di protesta senza prospettive. Ma chi saprà ascoltare le parole di questa rivolta? Se l'unico modo di affrontare i problemi che essa pone sul tappeto sarà quello di imporre forme più rigide di controllo poliziesco del territorio e di compartimentazione degli spazi, allora vuol veramente dire che dobbiamo prepararci al peggio. Per le città europee, in mancanza di coraggiosi ed energici interventi riformatori, si prospetta un'epoca selvaggia.

il manifesto 10.11.05
Cofferati, sgombero morbido contro il Prc
I container saranno pronti entro il 20 novembre. Rifondazione: «Trovare una soluzione per tutti»
Sara Menafra

I container dove saranno spostati...
(...)
Ieri, a ventiquattrore dall'ennesima riunione di giunta, il Prc ha spiegato che nel testo finale che nelle prossime settimane passerà dalla giunta al consiglio dovranno essere fissati alcuni «diritti inalienabili esigibili da tutti». E Cofferati ha fatto sapere che tra una settimana presenterà la sua risposta con un testo scritto.
(...)
Rifondazione, che guida la protesta tra qualche difficoltà interna, ha deciso di proporre un testo che fissa alcuni punti in modo chiaro. L'ultimo di questi, e forse il più impegnativo, tocca proprio il tema dei diritti da garantire a immigrati, clandestini o meno. Nella versione del testo proposta dal Prc le politiche di inclusione e di accoglienza «dovranno fondarsi sul riconoscimento della persona come portatrice di pari diritti e doveri e di opportunità di accesso ai servizi». Di distinzione tra chi ha il permesso di soggiorno e chi no - elemento portante del testo presentato dal sindaco Cofferati - in quel testo non c'è traccia.
(...)
Alla prova dei fatti, però, la mediazione su cui si lavora in questi giorni rischia di cedere. «Il documento, se davvero la mediazione ci sarà - dice il segretario di Rifondazione comunista, Tiziano Loreti - deve essere anche un testo in cui si fissano le regole per il futuro. E noi pensiamo che quando lo sgombero delle baracche sul Lungoreno sarà completato, bisognerà trovare una soluzione per tutti e tutte quelli che oggi ci vivono. E per tutti intendo nuclei familiari e singoli, lavoratori in nero clandestini come pure le persone con un permesso di soggiorno regolare»...

il manifesto 10.11.05
Scienza/ «La filosofia alla base del biotech è obsoleta»
Per Capanna (Cdg) il futuro geneticamente modificato ha presupposti ottocenteschi
Luca Fazio

«Visto che roba tosta?». Mario Capanna, presidente del Consiglio dei diritti genetici, non sta più nella pelle e usa un'espressione colorita per magnificare la tre giorni di convegno su Scienza e società che comincia oggi a Lastra a Signa (Firenze).
Si parte con un workshop su determinismo e riduzionismo. Non è volare troppo alto, con tutti i problemi che ci sono sul piatto, dagli ogm agli interessi del biotech, al virus H5N1...?
Quello che ci proponiamo di dimostrare è che il metodo e la filosofia che reggono il discorso delle biotecnologie non è il non plus ultra della modernità, anzi, sono entrambi tributari di un determinismo che ne inficia i risultati. Del resto il dogma centrale dei biologi molecolari è crollato con la scoperta del genoma umano, ciò che dimostra, per esempio, che gli organismi geneticamente modificati nelle piante non hanno una trasmissibilità sicura.
Chi mette in discussione i dogmi della scienza viene accusato di essere retrogrado e non progressista.
E' vero il contrario. Oggi le biotecnologie sono portatrici di una impostazione obsoleta che richiama il meccanicismo di fine Ottocento: si stanno spendendo milardi di dollari per un apparato di ricerca che è già vecchio. E' questa idea di scienza che rappresenta una fase decisamente superata. Il Consiglio dei Diritti Genetici in Italia è l'unica autorità scientifica davvero indipendente, noi siamo proiettati verso il futuro.
Quali risposte è chiamata a dare la politica?
Il problema della governance è centrale. Noi abbiamo a che fare con una svolta inedita dello sviluppo umano. Di fronte a questa autentica rivoluzione che va molto al di là della scienza oggi non vi è alcun controllo democratico ed è assolutamente necessario dotarsi di strumenti per governare questi processi, non possiamo lasciare la ricerca in mano ai privati. E il nostro paese in Europa è il fanalino di coda.
Siete preoccupati per il fatto che il ministro nero/verde Alemanno potrebbe avere i mesi contati? Cosa chiederete al governo dell'Unione, se verrà?
Vorrei dare per scontato che un governo di centrosinistra non si faccia scavalcare a sinistra dal ministro Alemanno. Come minimo il futuro governo dovrebbe tenere ben saldo il principio di precauzione, approfittando del fatto che l'Italia ha una posizione di avanguardia a livello europeo: quattordici regioni italiane si sono già dichiarate ogm-free e non per caso siamo ospiti della regione Toscana. Al futuro governo chiederemo anche di esercitare una pressione sull'Europa, è un fatto che i cittadini europei al 70% sono contrari agli ogm.
Sabato interverrà anche Giuliano Amato, dubito che potrete incontrarvi su questo terreno, quanto a Prodi sarà dura iscriverlo al partito anti-ogm.
Recentemente Prodi si è detto disposto a un confronto nazionale su questi temi, sono anni che noi stiamo proponendo un dibattito che coinvolga tutta la società.
Non trovi che nell'ultimo anno sia un po' calata la tensione sugli ogm?
A livello superficiale, o mediatico, potrebbe sembrare così. Ma è il contrario. Oltre alle quattordici regioni ci sono già tremila comuni che si sono dichiarati ogm-free, significa che il livello di conoscenza ormai si è consolidato capillarmente. Inoltre, proprio la vicinanza delle elezioni, considerando che ci sono associazioni come Coldiretti e Cia che non intendono utilizzare semi gm, ci permetteranno di riportare all'ordine del giorno la questione delle biotecnologie. Il punto è: diteci come la pensate e poi andremo a votare.