la disperazione di un vecchio "nuovo filosofo", allievo di Sartre:
Corriere della Sera 11.11.05
E’ solo nichilismo, non un’Intifada alla francese
di Bernard-Henri Lévy
Nulla fermerà il movimento. Non dico che non si fermerà, è evidente. Ma dico che nessun gesto, nessuna idea, nessuna politica a breve o a lungo termine avranno più, come per incanto, il prodigioso potere di interrompere una spirale che probabilmente dovrà andare fino in fondo alla sua logica. Fisica dei corpi. Nera energia dell'odio puro. Turbine nichilista di una violenza senza significato, senza progetto, e che s'inebria del proprio spettacolo diffuso, di città in città, dalle televisioni, anch'esse affascinate. No, non si tratta di guerra. Contrariamente a quello di cui vorrebbero convincerci coloro che, in questo paese, hanno interesse al discorso della guerra (per intenderci: l'estrema destra, l'estrema sinistra, i fondamentalisti islamici), non si tratta, grazie al cielo, di un'Intifada alla francese. Ma sicuramente di un processo inedito. Di un gruppo in fusione nel senso quasi sartriano. Di nuovo genere, con cellulari, scambio di sms, unità mobili, movimenti browniani di una collera che, quando avrà finito di prendere di mira le scuole del quartiere, quando avrà incendiato o tentato d'incendiare fino all'ultimo edificio rappresentativo della Francia e dello stato di diritto, se la prenderà con il vicino, con l'amico, con se stesso; alla fine, sarà l'automobile del loro padre che i vandali andranno a cercare per darla alle fiamme. Tutto questo finirà, quindi. A un certo punto per forza finirà. Ma prima bisognerà che questo telethon della rabbia, questa danza suicida e senza memoria, questa fusione di disperazione e barbarie, vadano fino in fondo alla loro ebbrezza e al loro godimento autistico. Allora, non c'è niente da fare? Dire che il movimento andrà fino in fondo significa che dobbiamo incrociare le braccia e aspettare? Certo che no. Senza parlare dell'inevitabile rimessa in questione di tutta la nostra politica per le città, senza parlare del famoso «modello francese d'integrazione» di cui eravamo tanto fieri e che sta andando in frantumi, è chiaro che lo Stato repubblicano ha compiti urgenti, immediati, a cominciare da quelli di polizia, cioè di protezione di beni e persone. Compiti che, fra parentesi, fino al momento in cui scrivo queste righe, sta adempiendo meno male di quanto dicano coloro che vogliono sempre impartire lezioni. E' vero che ci sono stati dérapages verbali (karcher , teppa e così via, altre parole di odio di cui sarebbe onorevole scusarsi); e inammissibili abusi (come la granata lacrimogena nella moschea di Clichy-sous-Bois, che avrei voluto sollevasse altrettanto scandalo della profanazione di una chiesa o di una sinagoga). Ma da qui a mettere sullo stesso piano poliziotti e fautori di disordini, a dire che la polizia francese di oggi sarebbe talmente lepenizzata che tre giovani di Clichy-sous-Bois hanno preferito il rischio d'essere fulminati a quello di cadere nelle sue mani, c'è un salto che non farò. Dopotutto, anche nel 1968 c'era la psicosi della carica-della-polizia-alla-quale-bisognava-sfuggire. Non eravamo giovani disoccupati figli d'immigrati, ma studenti, letterati, scienziati e vivevamo nella stessa illusione che, per non cadere nelle grinfie degli abominevoli agenti di polizia, fosse meglio annegare come nel 1968 lo studente Gilles Tautin, a Flins, piuttosto che rinchiudersi nella cabina di un generatore. Allora basta con lo stupido «Crs SS»! Basta con la demagogia e le polemiche da politicanti! La situazione è già abbastanza drammatica così e non c'è bisogno di aggiungere piccole risse di apparato e personali. Tanto più che la vera posta in gioco, per ora, è quella della mediazione e della parola. Oh! Non la parola politica nel senso stretto. Non quei Consigli dei ministri eccezionali di cui si compiacciono i commentatori (come se il solo fatto che alcuni ministri si incontrano e si parlano fosse un evento colossale!). No, l'altra parola. La parola che attendono quei giovani desiderosi di non essere più trattati come figli d'immigrati, mentre sono semplicemente francesi. La parola che dirà uguaglianza, citoyenneté , considerazione e, come dicono loro, rispetto, non rancore e sfiducia. Che saprà dire, in un soffio unanime, il lutto di Zyed e Bouna, i giovani arsi vivi nel trasformatore di Clichy-sous-Bois e quello di Jean-Claude Irvoas, l'impiegato picchiato a morte davanti alla moglie e alla figlia, perché fotografava un lampione. Chi saprà far ascoltare questa parola? Chi saprà trovare, in pochi giorni, le parole di concordia che ognuno spera di udire da vent'anni? I sindaci delle banlieues ? I dirigenti delle associazioni, così crudelmente privati di mezzi? Un uomo politico, non importa se di destra o di sinistra, ma più ispirato del Capo dello Stato nel suo breve intervento domenica scorsa, dopo il Consiglio di sicurezza interna? E' questa la domanda. E' questa la condizione affinché, nei territori perduti della Repubblica, si riannodi qualcosa che assomiglierà, un giorno, a un legame sociale. Altrimenti, l'alternativa è chiara. Ne abbiamo avuto un assaggio negli ultimi giorni e, per un paese laico, sarebbe la confessione di un definitivo fallimento: trasferire ai responsabili delle moschee il compito di mantenere l'ordine e predicare la pace. (traduzione di Daniela Maggioni)
...e quella di Lea Melandri
Liberazione, 11/11/05
Il circolo degli uomini
(sa della sua prepotenza, ma...)
Le riflessioni di alcuni maschi sulla violenza maschile
Lea Melandri
Nel libro L'ultimo paradosso (Einaudi 1986), presentato come "un quaderno di appunti, note, osservazioni, pensieri sui problemi fondamentali dell'esistenza", Alberto Asor Rosa scrive: "Uomini. Sediamo da secoli in gruppo intorno ad una tavola -non importa se rotonda o quadrata- impartendo il comando cui la nostra funzione ci abilita, distribuendo il potere che il nostro ruolo ci assegna. Anche fra amici indossiamo corazza: i momenti più intimi della nostra conversazione passano tra celate accuratamente abbassate. Le nostre mani sono chele in riposo. Gli orgogliosi sanno fare tutto questo con dignità e fierezza, i vili lo ostentano codardamente per incutere timore: ma gli uni e gli altri stanno diritti solamente perché c'è una corazza a sostenere il filo della schiena o una spada a cui appoggiare il fianco stanco. Il nostro volto, il nostro corpo sono pur là, dietro quelle biancheggianti, livide spoglie. Ma non oseremmo pensare di rinunciare al nostro circolo e alle sue leggi neanche se ci fosse promessa in cambio una libertà sconfinata, una gioia senza pari. Sediamo, intenti a noi stessi, alla nostra forma, al nostro decoro, al nostro eroismo, alla nostra dignità: al nostro essere-per-sé, custodito da un simulacro d'acciaio e da una maschera di ferro. Intorno a noi ci sono soltanto o subalterni o buffoni: e tra essi mettiamo le donne, alle quali per giunta presumiamo di piacere e di dar piacere ostentando le virtù cavalleresche, ossia tutto ciò che più ci allontana da loro. A forza di tenere il corpo in armatura, ne risultiamo un poco rattrappiti, le giunture scricchiolano e nel muovere ci procurano dolore. Talvolta ci sorge il sospetto che il nostro sacrificio, offerto a divinità tanto astratte quanto crudeli come quelle che compongono la religione dell'ascetismo guerriero, sia scontato ed inutile, e persino oggi un poco patetico: ed aspiriamo ad uscire da qualche crepa della vecchia armatura, a scivolare furtivi sotto quel tavolo, per guadagnare la porta della riunione a uscire a respirare aria pura".
Ma appena fissiamo lo sguardo nello sguardo dei nostri compagni, attraverso la fessura della celata…e vi scorgiamo la nostra stessa disperazione, la nostra prigionia, il nostro dolore, il nostro stesso smisurato orgoglio, il nostro disprezzo per tutti gli estranei alla cerchia - non appena sguardo con sguardo di nuovo s'incatena, subito il desiderio di libertà, l'ansia di gioia ci abbandonano -, e scopriamo che non potremo mai lasciarli… L'unico passo in avanti nella cultura degli uomini da due millenni a questa parte è stato la soppressione del re: ma questa soppressione non ha cancellato il circolo, se mai lo ha rafforzato, liberandolo della maglia più debole. Sono secoli che gli esseri umani maschili vivono così; e con questo modo di vita affonderanno".
Ho ripensato a questo frammento e al destino del libro che lo contiene - giudicato dagli intellettuali più vicini all'autore come meritevole di restare in solaio, dove sembra effettivamente rimasto -, dopo aver letto su Liberazione il punto di vista di dieci uomini sul tema "Maschi, perché uccidete le donne? " (6/7 novembre 2005). Mi soffermo su due aspetti, che non finiscono di sorprendermi: la potenza - o prepotenza - che conserva tutt'ora la "neutralità", l'abitudine dell'uomo di pensarsi e di parlare come prototipo unico della specie umana; e, per un altro verso, la repentinità con cui essa può eclissarsi, come se avesse in effetti la leggerezza di una maschera che si può mettere e togliere a volontà. Negli scritti pubblicati dal giornale, l'idea di un dominio maschile che attraversa da sempre la sfera privata e pubblica, la consapevolezza delle forme più o meno violente con cui si è imposto il patriarcato, appaiono come verità incontestabili, dati della propria esperienza e della propria formazione culturale, analisi che sembrano essere state presenti da sempre, sia pure in modo diverso, nell'impegno politico di ognuno.
Se le donne hanno dovuto faticosamente, tra mille inganni e ostacoli, "prendere coscienza" di un'oppressione, peraltro evidente, e sopportare che questa lucidità si rivelasse estremamente fragile, pronta a scomparire dopo ogni piccola conquista, gli uomini, ragionando su una rappresentazione del mondo prodotta dalla storia dei loro simili hanno evidentemente una via di accesso più facile alla messa a nudo del sessismo, delle logiche d'amore e di violenza che lo sostengono, nonostante i progressi della civiltà. Perché allora quella difesa estrema, sempre meno convinta eppure ostinata, della neutralità, che si esprime non solo nel cancellare dalle analisi politiche il rapporto tra i sessi, ma anche in quella copertura che è la sua distorta collocazione tra le questioni sociali: emarginazione, cittadinanza incompleta, sfruttamento economico, beni comuni, ecc.?
Le donne sembra che stentino a "sapere" quanto è profonda l'espropriazione che hanno subito, quanto siano ancora lontane dalla percezione di sé come individualità intere, corpo e pensiero, quanto siano propense ad accontentarsi di una emancipazione che le porta sulla scena del mondo con le stesse attribuzioni per cui ne sono state allontanate: corpo, sessualità, maternità. Anche sulla violenza che subiscono quotidianamente, e che risulta essere ancora la causa prima della loro morte, cala spesso l'invisibilità, frutto di paure, intimidazioni, così come di desideri e fantasie amorose mal riposte. Per quanto riguarda gli uomini, viene invece il sospetto che "sappiano" e che sia proprio l'evidenza del privilegio toccato loro storicamente e diventato "destino", copione di comportamenti obbligati, a dover essere in qualche modo aggirata, perché colpevolizzante e quindi innominabile.
La comunità storica maschile ha visto cadere imperi, muraglie, confini, odi che sembravano irriducibili, eppure esita a far cadere le fragili pareti che separano la sua civiltà dalla porta di casa, l'immagine della sua "virilità" pubblica dalla posizione di figlio, fratello, padre, marito, amante.
Ma tutto ciò che scorre innominato sotto la storia rischia di diventare col tempo la galassia che la conduce a sua insaputa, che la ricopre via via di macerie e la tiene con lo sguardo rivolto all'indietro, cosicché la speranza finisce per confondersi con la nostalgia, e il corpo femminile, su cui ancora si pretende di esercitare un possesso indiscusso, diventa, immaginariamente, la terra feconda, incontaminata, di rinascite a venire.
Lo spazio che si è aperto su Liberazione, interrogando uomini e donne sul destino che li ha confusi e contrapposti, si spera che da piccolo rigagnolo di riflessioni inedite diventi un fiume capace di dare nuova linfa alla politica e di allargarne gli argini, prima che lo facciano distruttivamente il mercato, le guerre o il fanatismo religioso.
a proposito di marxismo:
Liberazione 11.11.05
l libro di Cristina Corradi segna la rinascita in Italia dell'interesse e degli studi sul filosofo tedesco
La storia dei marxismi continua, più vivace e più fertile
Alfonso Gianni
(Anticipiamo l'articolo che sarà pubblicato sul prossimo numero della rivista "Alternative")
Tuffarsi nella lettura del libro di Cristina Corradi, "Storia dei marxismi in Italia" (Manifestolibri, Roma, 2005, pagg. 438, 30 euro), non è un'impresa da compiere a cuor leggero, richiede pazienza e passione, ma ne vale proprio la pena. Siamo di fronte infatti ad un libro di straordinaria erudizione - se si può usare ancora questo termine che alcuni autori considerano invece sminuente della propria creatività - che ci accompagna in una rilettura delle complesse vicende teoriche dei marxismi italiani lungo l'intero Novecento. Un'opera che ci dà il segno inequivocabile della ripresa (si può dire della rinascita?) dell'interesse e degli studi marxisti nel nostro paese, dopo una grande e grigia parentesi durata quasi trent'anni. Un ottimo segnale dunque, da giudicare positivamente, direi persino al di là e oltre i meriti specifici di questa opera che comunque sono molti e su cui vorrei brevemente condurre qualche considerazione tutt'altro che esaustiva, anzi dichiaratamente parziale.
Naturalmente rinuncio in partenza (come invece dovrebbe fare un buon recensore, ma tale non sono) a qualunque tentativo di riassumere la narrazione dell'autrice. Ricordo solamente, per invogliare i futuri lettori, che il volume si articola in tre parti. La prima, che secondo l'autrice dovrebbe svolgere semplicemente una funzione introduttiva, ma in realtà ci dice molto di più, muove da Labriola per giungere a Gramsci, e naturalmente ci racconta della pesante influenza crociana sulla lettura italiana del marxismo, nonché delle influenze di Sorel, di Gentile e di Mondolfo. In particolare le pagine su quest'ultimo conferiscono a questa parte un tratto di stimolante originalità interpretativa, che meriterebbe approfondimenti ben maggiori anche rispetto ad un'opera già così corposa.
Comincia qui a delinearsi una delle chiavi di lettura che l'autrice utilizza per percorrere l'intera vicenda intellettuale che connota il modo con cui il marxismo si è diffuso ed è stato accolto nel nostro paese. Come è stato osservato anche da Roberto Finelli nel dibattito attorno a questo libro - al quale ha partecipato anche chi scrive - tenutosi alla recente Festa nazionale di Liberazione, da qui parte quella lettura del marxismo senza "Il Capitale" (e naturalmente a maggior ragione senza i Grundrisse) che caratterizzerà la storia dei marxismi italiani, in particolare per una prima parte abbondante del secolo.
I marxismi in Italia si snodano lungo un percorso stretto dall'idealismo crociano e dal positivismo di molteplici ascendenze. La conoscenza dell'opera fondamentale di Gramsci, raccolta nei "Quaderni del carcere", che, seppure giungendo tardi, modificherà sensibilmente e positivamente la lettura del marxismo, non poteva certo invertire da sola questa tendenza, data anche «l'oggettiva difficoltà di dedicarsi allo studio del Capitale» da parte di Gramsci stesso.
Questo vizio d'origine, questa pesante tara, non abbandonerà più i marxismi italiani, evidenziando, rispetto ad altre esperienze di pensiero in altri paesi e in altre tradizioni, un'endemica carenza della critica dell'economia politica, che neppure la potente riflessione dell'istituto Gramsci e del Cespe lungo tutti gli anni Sessanta sul capitalismo italiano, europeo e mondiale riuscirà a eliminare.
Con la seconda e la terza parte il lettore è invece condotto in un viaggio tra i marxismi contemporanei, che si snoda attraverso diversi autori e pensatori quali Della Volpe, Banfi, Luporini, Colletti, Rossi, Panzieri, Togliatti, Tronti, Timpanaro, Napoleoni, Negri, Cacciari, Preve, Losurdo, La Grassa, Turchetto, Bellofiore, Finelli, per citare i principali.
La storia dei marxismi è costruita quindi attraverso l'analisi della produzione teorica dei suoi protagonisti. Verso tutti l'autrice mostra un grande rispetto e, pur destinando ad essi pesi diversi nella trattazione, frutto di inclinazioni e sensibilità proprie, rifugge da qualunque pretesa di ergersi a giudice dei valori in campo. Questo è un pregio specifico di questo libro, tanto più importante quanto infrequente nel panorama della saggistica contemporanea spesso e volentieri contrassegnata da sanguinose, quanto inutili e sterili, "guerre di religione". E' un pregio che l'autrice difende lungo tutte le oltre quattrocento pagine con grande rigore e coerenza, anche al prezzo di qualche timidezza che, almeno per chi scrive, può perfino apparire eccessiva.
E' forse il caso delle pagine dedicate a Napoleoni, del quale si sarebbe potuta sottolineare ed esplicitare ancora di più l'importanza e la singolarità nel quadro dei marxismi contemporanei, tanto più che nel dibattito sopra ricordato dello stesso avviso si è dichiarata l'autrice stessa.
La considerazione qui svolta ci porta direttamente a sottolineare un altro dei meriti principali di questo libro, che viene dichiarato e annunciato dal suo stesso titolo. Bisogna dire che si tratta di una scelta coraggiosa. Qui si parla di marxismi e non del marxismo. Finalmente si rompe la presunta unità sacrale del marxismo, per cui la sua storia sarebbe fatta solo di successive implementazioni o deviazioni. Si accetta una pluralità di teorie, aventi tutte un ceppo comune, ma senza pretendere di tracciare il fatidico filo rosso. Questa concezione non può non piacere particolarmente a chi, come chi scrive, ritiene oggi necessario promuovere sul terreno culturale un ritorno a Marx, ad un Marx non mutilato di nessuna sua parte. E questo ritorno non può compiersi se non "distinguendo" da Marx e "mettendo da parte", senza ovviamente né negarli né liquidarli, i marxismi successivi.
L'autrice riesce a compiere questa scelta anche grazie ad un'opportuna contestualizzazione dei diversi marxismi. Non siamo certo di fronte ad una storia "sociale" dei marxismi, questa resta pienamente una storia delle teorie, ma del loro evolversi si coglie sempre un nesso dialetticamente causale con la realtà sociale ed economica e con il contesto politico e culturale.
Centrale, nella narrazione dell'autrice, è la svolta degli anni Settanta. Lì molti elementi che avevano caratterizzato le precedenti letture del marxismo entrano in crisi e ciò avviene mentre nel mondo maturano quegli elementi che determinano la moderna globalizzazione capitalistica, dal superamento del paradigma produttivo del fordismo-taylorismo alla crisi dello stato sociale, dal crollo dei vecchi istituti che in qualche modo governavano la finanza mondiale alla riduzione e alla modificazione dei poteri dello stato-nazione, per non parlare dell'evidenziarsi di un rapido sfaldamento dei regimi del "socialismo reale".
In questo quadro le esistenti letture del marxismo patiscono una crisi che si articola essenzialmente attorno a tre grandi nodi teorici, ancora oggi al centro della riflessione attuale: il problema della trasformazione del valore in prezzi, acuito dalla conoscenza dell'opera sraffiana; la questione della teoria dell'estinzione dello stato; il tema della dialettica. Come si vede un problema eminentemente di teoria economica, un secondo di teoria politica, un terzo di filosofia.
Non tutti i marxismi successivi, quelli che animano il dibattito attuale, sono incastonabili solo entro il tentativo di soluzione di questi tre problemi, basta pensare a come l'irrompere dei movimenti su scala mondiale, in particolare all'inizio del nuovo secolo, abbia sensibilmente modificato l'ordine e il peso delle tematiche su cui verte la riflessione teorica. Né si può dimenticare quanto è maturato nell'incontro, sempre difficile, tra i marxismi e il pensiero che muove dalla differenza di genere, o tra i primi e quello che insiste sulla difesa dell'ambiente, della natura, del vivente non umano.
Ma queste nuove dimensioni non possono che essere soltanto accennate dall'autrice. Mi riferisco in particolare alle pagine che essa dedica alla individuazione delle caratteristiche della globalizzazione capitalistica, alla critica delle teorie sulla fine del lavoro, alle diverse posizioni sul delinearsi di un mondo dominato da un impero e sulla crisi dello stato-nazione, alla individuazione del postmoderno come approfondimento del rapporto capitalistico di produzione e della diffusione dell'astratto «sia nel mondo della produzione che in quello del consumo, sia nell'agire interindividuale che nello spazio intrapsichico», per usare le parole di Roberto Finelli.
La storia dei marxismi continua e libri come questo, facendoci conoscere il pensiero fin qui accumulato nelle sue diverse accezioni e senza mutilazioni, aiutano a renderla ancora più vivace e fertile. Infatti, come diceva il grande matematico e filosofo francese Renè Thom «il nemico del vero non è il falso, ma l'insignificante».
Liberazione 11.11.05
Marc Augé: «I giovani delle banlieue rivendicano il loro essere francesi»
Intervista all'"antropologo del quotidiano", autore di "Nonluoghi" e "Un etnologo nel metrò" che, analizzando il malessere della cité, avverte: «Siamo di fronte ad una ribellione, non ad una rivoluzione. Ma gli incidenti segnalano un problema vero»
Monia Cappuccini
"Antropologo del quotidiano" ed "etnologo del metrò", Marc Augé è senza dubbio tra gli intellettuali francesi più affermati e più noti al pubblico internazionale. Africanista di formazione ha studiato per anni le popolazioni dell'Alto Volta e della Costa d'Avorio, svolgendo importanti ricerche sui sistemi di potere, sulle religioni tradizionali e sul profetismo. A partire dagli anni Ottanta si è poi dedicato all'osservazione della pluralità dei mondi contemporanei, rivolgendo il suo sguardo di antropologo ai problemi delle società complesse, alla dimensione rituale del quotidiano e alla modernità. Lungo questa prospettiva ha elaborato nuovi modi di intendere le relazioni tra dimensione spaziale e appartenenza ai luoghi, e a metà degli anni Novanta proprio le sue teorie sull'urbanità e sui nonluoghi hanno dato il via ad una prolifica riflessione sociologica. Più di recente si è occupato dei modi di produzione della memoria culturale e del senso del tempo nella società contemporanea, caratterizzata dall'assottigliarsi dell'orizzonte del passato e dal "paradosso delle rovine".
Attualmente Directeur d'études presso l'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, Marc Augé sta girando in questi giorni l'Italia per presentare il suo ultimo libro La madre di Arthur (Bollati Boringhieri, pp 142, euro 15,00). Non un saggio ma un romanzo, un lavoro che però non si pone in contraddizione con i suoi precedenti perché, come spiega lo stesso Augé: «Quando si studiano i fatti sociali si indaga sulle soggettività individuali, mentre il romanzo costituisce un esercizio inverso: si immaginano delle individualità per suggerire qualcosa di più vasto». Ma è chiaramente dalla situazione francese e dalla rivolta nelle banlieue delle ultime settimane, che muove l'incontro con l'intellettuale transalpino.
Alla luce delle sue teorie sull'urbanità e sui nonluoghi, come valuta quanto sta accadendo nelle periferie francesi e i motivi che hanno innescato la rivolta di questi giorni? Cosa dobbiamo aspettarci ora?
E' difficile rispondere in poche parole ad una domanda così complessa. Posso dire però che per questi giovani che oggi manifestano con violenza la banlieue non è un nonluogo, bensì il loro luogo. Il posto dove vivono, dove comunicano con il loro linguaggio, con il loro modo di essere e di vestirsi. Ma la banlieue è vissuta anche come un luogo di chiusura, e le strade per uscirne non sono sufficientemente aperte. Ciò che questi giovani rivendicano è sentirsi francesi, e che anche la Francia finalmente li consideri tali, poiché la maggior parte di loro incontrano molte difficoltà ad inserirsi nella vita professionale e sociale in generale. Hanno l'impressione di fare parte della Francia senza esserne però parte; non è la banlieue ma la Francia intera ad essere percepita da loro come un nonluogo.
E' evidente che è in atto un conflitto: nei confronti di un'esclusione sociale e del luogo dove vivono questi giovani. Ma anche nei confronti della famiglia e della tradizione. E' un conflitto che segue perciò diverse direzioni, può spiegarcene la natura?
Sicuramente sussistono tutte queste dimensioni. Il conflitto principale ha origine nel gap tra la prima generazione di immigrati e la seconda generazione francese. Non sono tra coloro che affermano che il modello francese è fallito, perché in realtà ritengo non sia mai stato veramente applicato. Credo che gli sforzi della Francia siano stati insufficienti per quel che riguarda l'alfabetizzazione, l'istruzione e l'integrazione. Si è quindi verificata una rottura tra la prima generazione dei genitori e la seconda formata da questi ragazzi, che hanno frequentato la scuola e che hanno elaborato una cultura propria, che poi è quella della cité di periferia e della città in cui sono nati e cresciuti.
In un'intervista lei ha affermato che «la violenza è all'origine della ristrutturazione urbana». Abbiamo visto questi ragazzi distruggere cose, se la prendono con le persone, spesso i loro vicini di casa che difendono la propria macchina da tentativi di incendio. Non praticano la protesta con "l'assalto alla Bastiglia", per intenderci. Come la violenza della ristrutturazione è stata perpetrata nella banlieue e come la stessa è stata poi rielaborata da chi vive in quelle zone?
Siamo di fronte ad una ribellione non ad una rivoluzione. Certo ci si chiede perché vengano bruciate le scuole, la macchina del vicino, le case, i supermercati, che naturalmente rappresentano dei simboli. Più della violenza come atto di distruzione è significativo il gesto della violenza in senso assoluto, che è un modo per attirare l'attenzione. Un altro aspetto da non sottovalutare è che oggi viviamo nella società dell'immagine, e questi ragazzi hanno l'illusione di esistere solo se entrano nello schermo. Da questo punto di vista esiste una specie di competizione fra le diverse zone urbane; facendo salire il livello di scontro più degli altri le periferie sono in concorrenza per arrivare in tv. Viviamo in un mondo in cui bisogna passare dall'altra parte dello schermo per esistere, ed è ciò che i giovani delle banlieue stanno facendo. Diventa anche un messaggio che parla alla e della nostra società del consumo, caratterizzata dal culto dell'immagine.
Nell'interpretazione della contemporaneità lei ha parlato di surmodernità come di una nuova sensibilità culturale che vede l'individuo e la sua libertà agire in un clima caratterizzato dall'eccesso. Può essere un concetto applicabile a questa situazione o questa situazione può considerarsi una diretta conseguenza di tutto ciò?
Non esiste un concetto in grado di definire ciò che si sta verificando in questi giorni, e che altro non è che una somma di frustrazioni di varia natura. In un certo senso però questa crisi può risultare positiva, perché è il segnale che è tempo di agire e che bisogna fare qualcosa. Segnali tra l'altro già verificatisi nel passato, perché non è la prima volta che vengono bruciate le macchine per strada. Solo che oggi la situazione ha raggiunto un livello molto più vasto in termini di contagio.
Come si può intervenire? La linea dura del governo può rivelarsi efficace?
Non so se definirla propriamente una linea dura. Ovvio che il governo deve intervenire e trovare una soluzione nell'immediato, ed è costretto a escogitare un linguaggio che invochi la sicurezza, altrimenti è l'estrema destra a prendere la parola, cosa che è già successo nel passato. Interpreto questa agitazione come un grido, e forse questa crisi risulterà utile. Dipenderà dal fatto se il messaggio della rivolta nelle banlieue sarà realmente recepito. Penso che la Francia e il mondo intero necessitino di una rivoluzione dell'educazione e dell'istruzione. E' ciò che ripetiamo spesso: esiste un enorme divario non solo tra i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, ma anche fra chi ha la possibilità di accedere ad un sapere e chi invece non ce l'ha. Questa è la posta in gioco di cui dobbiamo prendere coscienza, altrimenti continueranno a generasi altre violenze.
Liberazione 11.11.05
La "guerra" del giudice Tosti contro il crocefisso
Il 18 novembre presso il Tribunale dell'Aquila, inizia l'udienza nella quale il magistrato Luigi Tosti dovrà sedere dietro la sbarra come imputato. E' dal 9 maggio che il giudice si rifiuta di tenere le udienze nel Tribunale di Camerino (Macerata) perché l'Amministrazione Giudiziaria omette di rimuovere dalle aule pubbliche il crocifisso e non autorizza il giudice Tosti a esporre i propri simboli.