Non parlateci di politica o sociologia: parlateci di voi
I maschi di fronte alla loro violenza
Angela Azzaro
Il merito più grande dell'iniziativa di Liberazione, "Maschi, perché uccidete le donne? ", dieci voci di uomini sulla violenza contro l'altro sesso pubblicate domenica scorsa, è stato quello di aver spostato completamente il punto di vista.
Non è una novità: gli uomini uccidono le donne. Uccidono quelle che amano. O che dicono di amare. Le violentano, le picchiano. Fino a levare loro la vita. Non è un caso. Non è un residuo. La prima causa di morte delle donne tra i 16 e i 44 anni, nel mondo, ma anche in Europa, è l'aggressione dei loro compagni. Non è una novità, sì. Ma crea sconcerto. Paura. Orrore. E' una guerra. Le vittime sul campo di battaglia hanno tutte lo stesso sesso. Colore diverso. Classe diversa. Cultura diversa. Ruoli diversi. Uguali solo nell'essere sopraffatte perché donne. Eppure alla fine si parla solo di loro. Da sempre sono l'unico oggetto di studio, di analisi. I dati contano le vittime. Le morti. Contano le violenze, le percentuali in famiglia: altissime; fuori, per strada, molto basse, ma usate per costringere le donne a una nuova violenza: non essere libere di uscire. Di vivere. Poco o nulla si parla degli altri. Dei maschi che violentano, che uccidono, che si sentono meglio perché ammazzano, perché levano di torno il loro controcanto, il massimo dell'alterità che trovino sulla loro strada. Liberazione ha fatto un salto in avanti, una piccola (grande) rivoluzione, ha spostato l'attenzione dal genere che viene ucciso al genere che, non da oggi, uccide. Perché, gli ha chiesto? Perché, nonostante la lunga e straordinaria rivoluzione delle donne che ha attraversato il Novecento, i vostri simili continuano ad uccidere le donne? Come è possibile? Pensate che questo dato, sconcertante, riguardi anche voi? Le risposte, per quanto importanti di per sé, sono state deludenti, sfuggenti, quasi tutte ingarbugliate in un antico vizio che il femminismo ha denunciato da tempo: il vizio - come giustamente ricordava ieri su queste pagine Lea Melandri - della neutralità.
A parte alcune eccezioni, come quella di Claudio Jampaglia, che si mette in gioco in prima persona, o di Daniele Zaccaria che affronta il tema delicato ma centrale della relazione amorosa, dei fantasmi e dei desideri che si porta appresso, la maggior parte degli interventi hanno riportato la discussione su un piano tutto o solo culturale, o solo politico, o solo sociologico. Gli uomini che hanno preso la parola, hanno portato la domanda fuori da loro, ne hanno ragionato, anche in modo accorato, scandalizzato, intelligente e in alcuni casi condivisibile, ma si sono dimenticati il punto più importante: parlare di sé. Della loro identità sessuata. Finché gli uomini, gli uomini di sinistra, i nostri compagni di tante azioni politiche, di tanti piccoli e grandi cambiamenti politici e culturali, non capiranno che da qui bisogna partire, sarà difficile costruire un cambiamento radicale. Costruire un mondo dove le donne non muoiano più. Neanche mille, neanche cento. Neanche una.
In questi decenni molte donne, in testa un nutrito gruppo di femministe, si sono messe in discussione. Hanno guardato l'altra da sé, anche quella più lontana culturalmente o come classe sociale o come colore della pelle, per capire cosa le accomunava e cosa le separava. Per mettersi in discussione. La prima rivoluzione le donne la hanno chiesta a se stesse, al loro essere soggetto sessuato. Hanno interrogato se stesse per interrogare e criticare il mondo. Alcune (molte, non so) ce l'hanno fatta, nonostante l'ampio margine di contraddizioni in cui ancora si muovano. Altre no, non ce l'hanno fatta. Non ce la fanno. La società è e resta profondamente maschilista e patriarcale. Gli uomini, la maggior parte di loro, questo lavorìo su di se lo devono ancora fare. Intravedere. Anche solo intuire. Ma la domanda "Maschi, perché uccidete le donne? ", non può che partire dalla messa in discussione della propria identità sessuata. Non può che partire dalla propria parzialità.
Diversi interventi chiamano in causa la globalizzazione liberista, i processi di precarizzazione e di flessibilizzazione che produce. Ma questo non basta. Non può bastare. Non può spiegare quello che accade. Gli uomini, le donne che amano, le uccidono da prima. Da molto. Da secoli e secoli. Come interpretare però l'inasprimento di oggi? Quel dato così sconcertante? Il ragionamento andrebbe ribaltato: invece di usare la globalizzazione per capire il fenomeno degli uomini che uccidono le donne, si dovrebbe fare il contrario. Si dovrebbe usare la contraddizione di genere come lo strumento privilegiato per capire la nuova fase del capitalismo globale, la sua ferocia, la sua barbarie. E' un vecchio discorso. Una vecchia diatriba che le femministe hanno più volte posto sul piatto della bilancia del cambiamento: il genere non è un di più, da aggiungere al conflitto di classe come un'appendice. Le donne non sono un sostantivo da mettere in fila con i bambini, i vecchi, l'ambiente. Sono il cuore del conflitto. Sono il cuore delle contraddizioni. Gli uomini che uccidono le loro compagne, che lo fanno in maniera così terribile, in maniera così significativa, parlano di questo. Chiedono alla politica, anche alla nostra politica, un cambiamento radicale. A partire dal cambiamento radicale di entrambi i sessi. Molte di noi ci stanno provando. Gli uomini che fanno?
Liberazione, 12.11.05
Così l'Occidente scivola nel nuovo autoritarismo
Parigi, Bologna, guerra, lotta al terrorismo
Alberto Burgio
C'è un denominatore comune tra l'incendio delle periferie parigine e quanto sta avvenendo sullo sfondo della guerra "contro il terrorismo" e "contro la barbarie islamista" scatenata dal presidente americano e dai suoi più fedeli alleati?
Parigi. Che cosa c'è all'origine della rivolta delle banlieues? Siamo - è sin troppo evidente - di fronte a una rivolta degli esclusi. Al di là del detonatore (la morte di due ragazzi inseguiti dalle forze dell'ordine), quel che accade in questi giorni a Clichy, a Saint-Denis e a Nanterre, ma anche nelle periferie di Lille, di Tolosa e di Marsiglia, ricorda da vicino l'incendio di Los Angeles, scoppiato nell'aprile del '92 in seguito al feroce pestaggio di Rodney King da parte della polizia. Se questo è vero, nessuna manifestazione di meraviglia può essere presa sul serio. Le nostre metropoli sono sistemi piramidali e coerenti rappresentazioni della struttura sociale. Il centro (il vertice) è la sede del comando; via via che ci si allontana, si discende verso la base della piramide, habitat degradato dei più miseri. Non per caso la sociologia parla di marginalità. Le periferie sono terre senza legge, dove lo Stato si manifesta - quando si manifesta - con la ferocia delle gendarmerie in assetto di guerra. Ovunque è così, cambiano solo i dettagli. Chi dice che l'Italia non è la Francia, che Roma (o Napoli o Torino o Palermo) sono un'altra cosa, difende semplicemente la propria irresponsabilità, la propria intenzione di non farsi carico di un dramma sociale.
Come tutte le rivolte, anche questa naturalmente rientrerà. Ma si tratta del sintomo di un male profondo e minaccioso. Il Novecento dimostra che con le sofferenze del ventre delle società non si può impunemente scherzare. E questa è una lezione che le forze democratiche e la sinistra dovrebbero meditare, poiché è la destra che, dopo avere seminato i germi della violenza, ne incassa i frutti. Soprattutto quando il conflitto si etnicizza come accade in questi giorni in Francia, compiendo un salto di qualità difficilmente reversibile.
Ma se questo incendio è in primo luogo il sintomo del male degli esclusi, la reazione dei governi e delle classi dirigenti è il segno di qualcosa di ancora più allarmante. Da decenni (dagli anni Ottanta) la risposta è il pugno di ferro, la "tolleranza zero" che decretò le fortune politiche del sindaco Giuliani. In questa risposta non c'è solo autoritarismo, stoltezza e brutalità. C'è anche il marchio di una regressione storica che è la cifra di questi nostri tempi, in tutti gli ambiti della relazione sociale e politica. Ci si scaglia contro i sintomi perché non si è in condizione di affrontare il male. E per questo si risponde con i muri, con le barriere, con il filo spinato, con lo stato d'eccezione (pare che il governo francese abbia dichiarato lo "stato d'emergenza", una misura adottata in passato solo durante la guerra d'Algeria). O, appunto, con la guerra.
Settant'anni fa, riflettendo sui contraccolpi della modernizzazione capitalistica, Gramsci scrisse che la borghesia rispondeva alla crisi serrando i ranghi, rovesciando la dinamica espansiva che le aveva consentito di assimilare parte dei ceti subalterni, e resuscitando quella "logica castale" contro cui aveva fatto la rivoluzione. Oggi, sullo sfondo dei dirompenti effetti della mondializzazione capitalistica, sembra di assistere a un processo analogo. Nuovamente i centri si trasformano in fortezze. Il primo mondo sbarra gli accessi. I dominanti rispondono all'assedio con la coercizione e con la forza militare.
Questo è il tratto che - malgrado tutte le differenze - accomuna quanto accade nelle nostre città a ciò che le "grandi democrazie occidentali" stanno facendo nel Golfo e in giro per il mondo. Dico "nelle nostre città" non per caso. Perché, a guardar bene, c'è un aspetto che collega i fatti parigini anche al cosiddetto "caso Bologna". Anche a Bologna si è manifestata la sofferenza degli ultimi. Di migranti, poveri, marginali. E di giovani alle prese con un sempre più difficile inserimento. Anche a Bologna si è scelto di guardare il dito e non la luna che il dito indicava. Invocando un'idea ben povera di "legalità" (il diritto moderno nasce dalla coscienza che la legge positiva non esaurisce lo spazio della legittimità), si sono branditi manganelli e ruspe, strizzando l'occhio a una popolazione disorientata e impaurita.
Cosa c'entra la guerra? Il fatto è che l'11 settembre, a cui si fa risalire tutto quel che accade oggi (mentre altre sono le date davvero periodizzanti: il 1989-91; e tutto il decennio reaganiano che preparò i mutamenti epocali di quegli anni), sta funzionando come causa legittimante di una profonda mutazione degli ordinamenti giuridici, dei sistemi politici, delle culture collettive e del senso comune. Senza accorgercene, veniamo assuefacendoci a fatti che ancora qualche anno fa avremmo ritenuto impensabili. Sappiamo (e tendiamo a considerare normale) che Paesi democratici gestiscono reti di carceri segrete nelle quali la pratica della tortura è all'ordine del giorno. Che questi stessi Paesi organizzano rapimenti sul territorio di altri Stati sovrani. Che le Costituzioni democratiche e i principi fondamentali del diritto sono sistematicamente violati. Che decisioni cruciali vengono assunte dagli esecutivi senza il coinvolgimento dei Parlamenti. Che si ripristinano le giurisdizioni speciali (questo è il senso delle norme "anti-terrorismo", ma anche - a ben guardare - della Bossi-Fini e della ex-Cirielli).
Dinanzi a questo paesaggio non vedere come la guerra si stia incuneando nelle nostre società militarizzandole è pura cecità. Certo le bombe e il fosforo bianco sono un'altra cosa. Ma la propensione alla brutalità delle polizie e di chi le dirige affonda le radici nello stesso terreno. Il capitalismo non è più in grado di governare né le società né i rapporti internazionali. Men che meno è in condizione di prospettare modelli credibili. Perciò reagisce con una violenza tipica di tutte le fasi di crisi organica. Si sbarazza dei sistemi di garanzia e di tutela. Blocca i canali di accesso alla cittadinanza. Scarica sul Sud distruzione e violenza. Che si tratti di risposte illusorie, di scorciatoie che non portano da nessuna parte, non significa che non si cerchi di praticarle.
Il risultato è che le società si stanno spaccando. E in questo processo la politica rischia seriamente di cambiare volto. Non costruisce più mediazioni, non mette più in comunicazione tra loro bisogni e mentalità. Si riduce a funzione di comando, proprio (e non è certo un caso) nel momento in cui le popolazioni rispondono con una inedita consapevolezza della insostenibilità di questa forma sociale.
Va bene, allora, capire che il rischio-Parigi è generale. E' giusto lanciare moniti e segnali di allarme. Ma certo non basta. Bisogna capire anche da dove sorge il rischio. Guardare all'orgia di privatizzazioni, allo sfascio dei sistemi di welfare, alla precarizzazione delle vite, alla prepotenza dei ricchi e dei potenti, alla geopolitica dei nuovi conflitti. Di questo i popoli pretendono che la politica si faccia finalmente carico, abbandonando l'illusione di guarire il male prendendosela con i suoi soli sintomi.
Liberazione, 12.11.05
Ma l'illuminismo è morto?
Buongiorno direttore, volevo proporre una semplice riflessione sui fatti di Francia e sul dato allarmante della violenza sulle donne quale prima causa di morte anche in Europa. E mi domando e Le domando: ma l'Illuminismo, nato con intenti di fratellanza uguaglianza e libertà, che è riuscito a dare tali, nefasti risultati, non sarà per caso fallito? Non sarà da cercare qualcos'altro per impostare un nuovo rapporto fra le persone ed in particolare con l'essere umano diverso?
Gianni Manetti via e-mail
Illuministi e Preti
Corriere della Sera 12.11.05
Un testo per la scuola
Da Magris a Eco, appello per la Bibbia
«Omero? Presente. Dante? Presente. Bibbia? Assente!». La Bibbia: un’opera in cui affondano le radici culturali dell’umanità, fondamento comune delle tre grandi religioni monoteistiche, ebraismo, cristianesimo e islam. Un testo da conoscere non solo per il suo valore religioso ma anche per quello letterario e storico, eppure quasi del tutto ignorato nel dibattito sulla riforma dei programmi di insegnamento scolastico. Per colmare questo vuoto culturale e ovviare a una storica carenza della scuola italiana che incide sulla comprensione della cultura occidentale di cui la Bibbia è parte integrante, si batte Biblia, associazione laica di cultura biblica nata nel 1984. Un organismo «trasversale» che riunisce personalità del mondo cattolico, protestante, ebraico e laico. Già nell’89 Biblia aveva rivolto agli organi ufficiali un appello per portare la Bibbia nelle scuole come oggetto di studio criticamente condotto, ma senza esito. Ora torna a rivolgersi al ministero dell’Istruzione, università e ricerca con un nuovo documento presentato ieri a Milano da Gad Lerner, Salvatore Natoli e Gianfranco Ravasi e approvato da un comitato promotore che comprende, tra gli altri, Giuseppe De Rita, Margherita Hack, Amos Luzzatto e Claudio Magris. Tra i primi firmatari, Massimo Cacciari, Francesco Paolo Casavola, Furio Colombo, Tullio De Mauro, Umberto Eco, Gianni Vattimo e Tullia Zevi (l’elenco completo è disponibile sul sito www.biblia.org).
"postdemocristiani"
Corriere della Sera 12.11.05
Dopo l'intervista al Corriere sulle larghe intese
E D'Alema apre a Follini: «Vieni con noi»
Il presidente Ds elogia l'ex segretario Udc: «Uno dei pochi politici ragionevoli». «La grande coalizione? Solo con lui»
FIRENZE - Governo extralarge? No, grazie. Al massimo «siamo disposti a fare una grande coalizione con Follini...». Così dice, sorridendo, il presidente Ds Massimo D'Alema, interpellato dai giornalisti a proposito dell'intervista rilasciata dall'ex segretario dell'Udc al Corriere della Sera, nella quale egli propone una grosse koalition dopo il voto del 2006.
Per D'Alema, che ha parlato a margine del convegno di Eunomiamaster, Follini è «una delle poche persone che dice cose ragionevoli»; e a proposito del progetto da lui evocato, risponde affermando di credere che «una certa ragionevolezza dovrebbe essere una base comune: io non la vedo».
Ma dall'Unione arrivano anche dei «no» alla proposta folliniana. Franco Monaco, vicepresidente dei deputati della Margherita, nota, per esempio, come per Follini «l'uno e l'altro schieramento per me pari sono». Il diellino rivolge un quesito polemico all'ex segretario centrista: «Follini pensa sul serio che innovazione e riforme possano venire da un'ammucchiata che semmai promette immobilismo, nostalgia, compromessi al ribasso e all'indietro? E che gioverebbe alla modernizzazione del paese - chiude Monaco - un centrismo che si nutre dei modelli culturali di Buttiglione e delle pratiche di governo di Cuffaro, magari condivisi da qualche segmento centristo dell'Unione?».
Corriere della Sera 12.11.05
Asor Rosa, il Maschio
con la Corazza
di Isabella Bossi Fedrigotti
Il carapace, come in un suo dimenticato libro dell’85 - «L’ultimo paradosso», specie di mea culpa di maschio macista - Asor Rosa definiva la corazza nella quale gli uomini si rinchiudono per far fronte comune (contro le donne), vent’anni dopo è rimasto, a giudizio di Lea Meandri che ne scrive su Liberazione , più o meno inviolato. L’unica fessura, considerata magari un’illuminata concessione, potrebbe consistere nel passaggio, di carattere linguistico-filosofico, dal genere esclusivamente maschile a quello neutro, senza però mai ammettere quello femminile. E ciò vuol dire, come bene spiega l’articolista, che gli uomini (italiani) tuttora assegnano alle donne cittadinanza dimezzata quando non emarginazione politica e professionale, nonché mancato riconoscimento della loro diversità fisica. Tuttavia, siccome sono pur sempre essere umani, se il loro carapace completo di potenti chele - tanto per citare ancora Asor Rosa - è rimasto intatto, è la parte non protetta dalla corazza della comunità maschile a presentare cedimenti. Privatamente, infatti, nei rapporti singoli, da molti anni ormai, gli uomini appaiono incerti, flebili, fuggitivi, poco propensi a offrire sostegno o ad assumersi responsabilità. Come se lo sforzo impiegato a mantenere inviolabile la protezione di genere abbia minato il maschio sentimentale e familiare, togliendogli spesso l’energia necessaria per far fronte alla sua quotidiana vita personale. Sembra, insomma, che sia avvenuto tra gli uomini tutto il contrario di quanto auspicherebbero le donne, e cioè apertura, eventualmente cedevolezza, nei loro confronti, dal punto di vista sociale, politico e professionale e, insieme, sicurezza e coraggio sul piano dei rapporti privati.
APCOM 12.11.05
Iraq/ Bertinotti: il Prc aderisce ai sit-in alle sedi diplomatiche Usa
"Il governo chieda conto bombe al fosforo. Serve il ritiro immediato"
Roma, 12 nov. (Apcom) - Rifondazione Comunista aderisce ai sit-in pacifisti "la guerra è un crimine", in programma lunedì prossimo a Roma e Milano, davanti alla sedi diplomatiche degli Usa in Italia. "Ci sono iniziative - dice il leadeer del Prc Fausto Bertinotti- che hanno il merito di sensibilizzare l'opinione pubblica su argomenti e drammi altrimenti oscurati. Di scuotere le coscienze, di svegliare dal sonno in cui certa informazione omologata al pensiero unico vorrebbe che tutti affondassimo. Tra queste iniziative, certamente i due sit-in organizzati dal movimento e dalle associazioni pacifiste lunedì e martedì, rispettivamente a Roma e Milano, sotto le sedi diplomatiche degli Stati Uniti. Iniziative cui non potrà mancare la nostra piena adesione e il nostro totale sostegno".
"Battersi per la pace, contro la guerra e contro il terrorismo, oggi - prosegue Bertinotti- si configura come passaggio necessario per approdare ad un mondo diverso, ad 'un altro mondo possibile'. I due sit-in cadono in un momento in cui in Iraq è in corso una guerra che vede la partecipazione anche dei soldati italiani e che vede ogni giorno morire vittime innocenti, una popolazione civile martoriata dalle bombe delle truppe di occupazione e da azioni terroristiche che insieme alimentano quella spirale guerra-terrorismo sempre più sanguinaria e feroce. Per questo lunedì e martedì è importante esserci ed essere in tanti, con le bandiere dell'arcobaleno, con la richiesta del ritiro delle truppe italiane dall'Iraq, con le rivendicazioni giuste e sacrosante di quel vasto movimento che da Seattle in poi ha dato una nuova speranza alle istanze dei popoli".
"E' importante esserci - sottolinea il leader del Prc- per dire grazie a Rainews24 che con coraggio e grande professionalità ha realizzato un servizio sui bombardamenti americani con armi di distruzione di massa a Falluja che colpisce per la sua drammaticità, per la crudeltà delle sue immagini, per la sua descrizione tanto drammaticamente reale. Ma soprattutto colpisce la spietatezza della guerra e l'uso indiscriminato che gli Stati Uniti stanno facendo in Iraq di ogni tipo di arma. A chi ancora ha il coraggio di parlare di guerra giusta, noi consigliamo di dare uno sguardo alle immagini proiettate nei giorni scorsi da Rainews24, e purtroppo poco o per nulla riprese dagli altri canali del servizio pubblico. Da quelle immagini così tragiche non può che nascere un moto di indignazione".
"Bene hanno fatto, quindi, le associazioni e i movimenti pacifisti a denunciare con forza la crudeltà della guerra, di tutte le guerre, e a convocare i due sit-in. E bene farebbe il nostro governo - afferma Bertinotti- a chiedere conto agli Stati Uniti delle bombe al fosforo e riflettere almeno adesso sull'opportunità di aver abbracciato la dottrina Bush della guerra preventiva e permanente. E contemporaneamente farebbe bene a predisporre il ritiro immediato del contingente italiano dall'Iraq. Iniziative come quelle di lunedì e martedì - conclude- hanno il merito di guardare il mondo con gli occhi di chi chiede una politica di pace, di giustizia sociale, di dialogo tra i popoli, di rispetto e interscambio tra culture diverse. Hanno il merito di far parlare gli ultimi. Impegni improrogabili presi a Strasburgo mi impediscono purtroppo di essere fisicamente presente a Roma e Milano, ma è certo che le due iniziative hanno il pieno sostegno e la totale adesione mie e del Partito della Rifondazione Comunista".
Corriere della Sera 12.11.05
Presidente Fausto alla Camera, la corsa di Bertinotti
Francesco Verderami
In principio è stata una suggestione, mai scaduta però in un frivolo chiacchiericcio di Palazzo, e se oggi prende corpo l’ipotesi che Fausto Bertinotti possa diventare presidente della Camera in caso di vittoria del centro-sinistra, è perché l’idea viene accarezzata nell’Unione, accomunando per ragioni diverse quanti hanno a cuore le sorti del bipolarismo, e si oppongono al progetto della «grande coalizione». D’altronde Romano Prodi è consapevole che conquistare il governo del Paese sarà cosa ben diversa dal governarlo, e il Professore conosce le insidie della prossima legislatura, legate solo in parte alla riforma della legge elettorale. Con l’avvento di Rifondazione nell’esecutivo, avrà il compito di tenere unite l’ala riformista e quella radicale della sua coalizione, per impedire la genesi di alleanze meticce e trasversali che lo travolgerebbero. Così, quando il candidato premier dell’Unione teorizza che per le presidenze delle Camere seguirà lo schema adottato dal Polo, è un modo per lasciare aperta anche la prospettiva di un incarico istituzionale per Bertinotti. Non c’è dubbio infatti che l’elezione del segretario di Rifondazione alla terza carica dello Stato avrebbe - come spiega il vice presidente dello Sdi Roberto Villetti - «un effetto stabilizzante per Prodi, anche se produrrebbe degli squilibri nei rapporti di forza tra i Ds e la Margherita». L’idea non ha ancora i contorni del disegno politico: troppo distante è la meta, molti sono i pretendenti, e nessun patto appare oggi così solido da reggere fino in fondo. Qualcosa si capirà all’atto delle candidature, quando i leader che ambiscono ai massimi scranni parlamentari decideranno se correre per Montecitorio o palazzo Madama.
Certo la «variabile Fausto» scombinerebbe il piano che prevede di eleggere alla presidenza della Camera un esponente della Quercia e al Senato un rappresentante della Margherita. Eppure l’opzione non viene al momento osteggiata nemmeno da chi, come Giuseppe Fioroni, lavora perchè l’ex segretario del Ppi Franco Marini assurga alla seconda carica dello Stato: «Se fosse avanzata la richiesta di Bertinotti - dice infatti Fioroni - non si potrebbero porre veti. E’ chiaro che servirebbe un gesto di generosità da parte nostra e dei Ds. Meglio, si tratterebbe di un atto di infinità bontà, di quelli che si fanno per conquistare il paradiso».
Il «paradiso» è la metafora del Quirinale, ed è inevitabile che la corsa per il Colle incroci quelle per la Camera e il Senato. Dai nomi dei futuri vertici istituzionali, d’altronde, si intuirà la sorte della legislatura e soprattutto quella della Seconda Repubblica: è sempre successo, ogni stagione politica è stata incarnata dai suoi protagonisti.
Così la suggestione Bertinotti rimanda all’estate del ’76, quando alla presidenza della Camera venne eletto il «comunista dissidente» Pietro Ingrao. In un Paese segnato dal terrorismo, e agli albori del compromesso storico, fu indicato come terza carica dello Stato proprio un uomo distante dalla linea scelta allora da Enrico Berlinguer, e perciò garante per quella parte della sinistra contraria al compromesso storico. «E’ stata un’abile mossa da parte del Pci», commentò subito dopo l’elezione di Ingrao il socialista e radicale Loris Fortuna: «Prevedendo una politica morbida nei confronti della Democrazia Cristiana - disse il padre della legge sul divorzio - i comunisti hanno voluto dimostrare maggiore attenzione per il capo della sinistra». Fu una svolta, appoggiata convintamente dal leader dei basisti diccì del tempo: Ciriaco De Mita, il teorico del «patto costituzionale».
Sarà solo un caso se oggi Ingrao milita in Rifondazione, è certo però che la sovrapposizione della sua esperienza a quell’idea su Bertinotti non ancora divenuta progetto, è affiorata nei ragionamenti di molti dirigenti del centro-sinistra. La «variabile Fausto», il suo avvento sullo scranno più alto di Montecitorio, è visto come un argine rassicurante contro il rischio di un cambio di sistema. E siccome Prodi è l’alfiere del bipolarismo nell’Unione, è chiaro che farà di tutto per evitarne la crisi.
Certo - come sottolinea Fioroni - «non basta un incarico per stabilizzare il quadro politico», per risolvere i problemi del governo. «Romano lo sa - racconta un dirigente del Prc - e lo si vede dall’attenzione che mostra alle nostre proposte, ai tavoli del programma». Ma quella suggestione che prende corpo potrebbe servire a saldare ulteriormente l’alleanza. A quel punto chi potrebbe mai rifiutare «un gesto di generosità»?
SETTE GIORNI
L’ascesa del leader di Rifondazione al vertice di Montecitorio darebbe stabilità alla coalizione ma contrasta con i piani di Ds e Margherita
Bertinotti e la corsa alla Camera. Con il sì di Prodi
Il precedente dell’estate del ’76 quando fu eletto il «comunista dissidente» Ingrao
Non c’è dubbio infatti che l’elezione del segretario di Rifondazione alla terza carica dello Stato avrebbe - come spiega il vice presidente dello Sdi Roberto Villetti - «un effetto stabilizzante per Prodi, anche se produrrebbe degli squilibri nei rapporti di forza tra i Ds e la Margherita». L’idea non ha ancora i contorni del disegno politico: troppo distante è la meta, molti sono i pretendenti, e nessun patto appare oggi così solido da reggere fino in fondo. Qualcosa si capirà all’atto delle candidature, quando i leader che ambiscono ai massimi scranni parlamentari decideranno se correre per Montecitorio o palazzo Madama. Certo la «variabile Fausto» scombinerebbe il piano che prevede di eleggere alla presidenza della Camera un esponente della Quercia e al Senato un rappresentante della Margherita. Eppure l’opzione non viene al momento osteggiata nemmeno da chi, come Giuseppe Fioroni, lavora perchè l’ex segretario del Ppi Franco Marini assurga alla seconda carica dello Stato: «Se fosse avanzata la richiesta di Bertinotti - dice infatti Fioroni - non si potrebbero porre veti. E’ chiaro che servirebbe un gesto di generosità da parte nostra e dei Ds. Meglio, si tratterebbe di un atto di infinità bontà, di quelli che si fanno per conquistare il paradiso».
Il «paradiso» è la metafora del Quirinale, ed è inevitabile che la corsa per il Colle incroci quelle per la Camera e il Senato. Dai nomi dei futuri vertici istituzionali, d’altronde, si intuirà la sorte della legislatura e soprattutto quella della Seconda Repubblica: è sempre successo, ogni stagione politica è stata incarnata dai suoi protagonisti.
Così la suggestione Bertinotti rimanda all’estate del ’76, quando alla presidenza della Camera venne eletto il «comunista dissidente» Pietro Ingrao. In un Paese segnato dal terrorismo, e agli albori del compromesso storico, fu indicato come terza carica dello Stato proprio un uomo distante dalla linea scelta allora da Enrico Berlinguer, e perciò garante per quella parte della sinistra contraria al compromesso storico. «E’ stata un’abile mossa da parte del Pci», commentò subito dopo l’elezione di Ingrao il socialista e radicale Loris Fortuna: «Prevedendo una politica morbida nei confronti della Democrazia Cristiana - disse il padre della legge sul divorzio - i comunisti hanno voluto dimostrare maggiore attenzione per il capo della sinistra». Fu una svolta, appoggiata convintamente dal leader dei basisti diccì del tempo: Ciriaco De Mita, il teorico del «patto costituzionale».
Sarà solo un caso se oggi Ingrao milita in Rifondazione, è certo però che la sovrapposizione della sua esperienza a quell’idea su Bertinotti non ancora divenuta progetto, è affiorata nei ragionamenti di molti dirigenti del centro-sinistra. La «variabile Fausto», il suo avvento sullo scranno più alto di Montecitorio, è visto come un argine rassicurante contro il rischio di un cambio di sistema. E siccome Prodi è l’alfiere del bipolarismo nell’Unione, è chiaro che farà di tutto per evitarne la crisi.
Certo - come sottolinea Fioroni - «non basta un incarico per stabilizzare il quadro politico», per risolvere i problemi del governo. «Romano lo sa - racconta un dirigente del Prc - e lo si vede dall’attenzione che mostra alle nostre proposte, ai tavoli del programma». Ma quella suggestione che prende corpo potrebbe servire a saldare ulteriormente l’alleanza. A quel punto chi potrebbe mai rifiutare «un gesto di generosità»?
Corriere della Sera 12.11.05
«Liberazione» lancia una manifestazione lunedì a Roma dopo il video Rai che denuncia l’impiego di armi proibite. Adesioni da aree diverse, dai francescani ai Cobas
«Fosforo su Falluja»: scontro tra sinistra e Usa
In piazza «contro la guerra chimica». L’ambasciata: «Accuse sbagliate»
Maurizio Caprara
ROMA - Nella redazione di Liberazione, ieri, commentavano soddisfatti l’elenco delle adesioni che verrà pubblicato oggi sul quotidiano di Rifondazione comunista. La manifestazione «contro la guerra chimica degli Usa» organizzata per lunedì pomeriggio sotto l’ambasciata americana a Roma, in base a quella lista, ha ottenuto l’appoggio di una galassia eterogenea ed estesa. L’elenco va dai francescani del Convento di Assisi alle «Donne in nero», gruppo pacifista che ebbe origini in Medio Oriente. Passa per la Fiom, il ramo metalmeccanico della Cgil, e gli scout dell’Agesci. Mette insieme Rifondazione e i Comunisti italiani, i Verdi e il manifesto. I Cobas e Attac. N o e new global di varia estrazione. Non significa che ci saranno masse oceaniche, lunedì in via Veneto. Ma vuol dire che il circuito pacifista si è rimesso in movimento e il carburante che gli sta dando energia negli ultimi giorni nasce dalle immagini di un documentario sulla battaglia di Falluja, Iraq, trasmesso giorni fa e anche stanotte da Rainews24 .
In quel programma, realizzato da Sigfrido Ranucci, si vede la sequenza di un bombardamento al fosforo che sarebbe stato compiuto dagli americani tra l’8 e il 9 novembre 2004 a Falluja.
Il fosforo bianco è una sostanza che brucia. Stando al documentario ha arso vivi, lentamente, molti civili e guerriglieri iracheni. Una tesi contestata dall’ambasciata degli Stati Uniti.
Falluja, per capirsi, è la roccaforte sunnita nella quale il 31 marzo 2004 quattro americani vennero fatti a pezzi (non metaforicamente) da una folla di insorti e poi resi carbone. La città diventò per George W. Bush il nido di vipere da espugnare comunque. Di certo, con offensive pesanti, particolarmente violente. Criticate sulla stampa britannica.
Il documentario mostra cadaveri di iracheni brutalizzati dal fuoco. Riferisce che il fosforo bianco, «in grado di sciogliere le parti del corpo con cui viene in contatto», è stato lanciato per ammissione di alcuni ex militari americani intervistati. Altra sostanza impiegata, l’Mk77, «il nuovo Napalm».
In un comunicato, l’ambasciata americana ha definito «non neutrale» il documentario e ha affermato che quanti lo hanno girato non erano a Falluja «all’epoca dei fatti», quando «oltre 100 giornalisti invece sono stati embedded con le forze di spedizione». L’operazione contro i guerriglieri che partivano più volte da Falluja si chiamava Al Fajr , l’alba. «Sostenere che le forze statunitensi abbiano usato il fosforo bianco contro obiettivi umani nell’operazione Al Fajr è semplicemente sbagliato. Le forze statunitensi usano il fosforo bianco come fumogeno o per segnare gli obiettivi», è la versione dell’ambasciata. Secondo la quale «non usano il napalm come armi chimiche o come surrogato» e «l’unico caso in cui è stata usata l’Mk77 durante Iraqui Freedom è stato tra marzo e aprile 2003, quando i marine utilizzarono molte bombe contro obiettivi militari legittimi».
Le due versioni si trovano su www.rainews24.it e www.usembassy.it . Piero Sansonetti, direttore di Liberazione , accusa gli Usa di aver agito a Falluja «con la stessa ferocia» di Saddam verso i curdi. Per Bush, è il paragone peggiore. L’Unione chiede che il governo italiano, giovedì, riferisca al Senato quanto sapeva.
Corriere della Sera 12.11.05
Un'altra storia
Libertà, uguaglianza, fratellanza senza ghigliottina
Eliminare il Terrore giacobino? Le rivoluzioni vogliono i Robespierre
La sorella: «Ma Maximilien era contro il patibolo»
di Sergio Luzzato
In vita sua, non aveva mai visto il mare. Eppure era nato e era cresciuto ad Arras, ad appena due giorni di strada dalla Manica: già quasi nelle Fiandre, nel plat pays di Jacques Brel dove perfino i campanili delle chiese sembrano alberi delle navi. Ma era un ragazzo intelligente quanto povero, gli oratoriani di Arras lo avevano capito da subito. Qualcuno si era offerto di pagare per i suoi studi ed eccolo scendere a Parigi, il liceo Louis-le-Grand, i manuali di diritto e la laurea da avvocato. E poi la Francia che si infiamma, gli Stati Generali, il caos creativo della Pallacorda, il club dei Giacobini, la guerra contro l’Europa, la condanna a morte del re, le notti bianche al Comitato di salute pubblica, il Terrore... Ghigliottinare ed essere ghigliottinato. Così, a trentasei anni, Maximilien Robespierre era morto senza avere mai visto il mare. Che cosa ci si può aspettare di buono da una rivoluzione, se a dirigerla (o a cercare di farlo) è un uomo venuto su in Piccardia che non ha trovato il tempo né la voglia di spingersi fino alla costa? Di andarci senza motivo, tanto per fare: per ascoltare la musica dei ciottoli calpestati lungo la battigia, per assaporare l’odore insieme dolce e freddo della salsedine, per aguzzare il suo sguardo di miope così da distinguere - in lontananza - l’algido profilo delle scogliere di Dover... E poi, che cosa aspettarsi di buono da una rivoluzione, se a guidarla è un uomo rimasto vergine fino alla morte? O forse svezzato in fretta e furia da qualche prostituta della rive droite , rue des Gravilliers, rue des Vertus, ma da allora senza più occhi per le donne, nemmeno per quella bella ragazza, Éléonore Duplay, la primogenita del suo padrone di casa della rue Saint-Honoré, che pure non viveva se non per lui... Meglio provare a immaginarsi una rivoluzione tutta diversa, una Rivoluzione francese senza Robespierre. Senza lo zelo triste dell’eterno primo della classe, il finto carisma del secchione così ingenuo da credere che gli uomini veri assomiglino a quelli delle Vite di Plutarco. Senza la logica striminzita dell’avvocaticchio di provincia, graniticamente persuaso che le combinazioni dell’alta politica non siano più delicate da risolvere che un litigio fra vicini di casa. Senza l’astratto furore del moralista incline a riconoscere il male comunque e dovunque, pronto a denunciare nei cristiani dei peccatori, nei deisti dei bari, negli atei dei senzadio. Senza la coscienza ipocritamente pulita di chi ordina di uccidere dal tavolo di un Comitato, una firma e via, non muovendo un passo oltre le porte di Parigi, non posando mai lo sguardo sul ligneo traliccio di una ghigliottina. Insomma, meglio provare a immaginarsi una Rivoluzione senza il Terrore.
Sembra facile farlo, anche perché in tanti ci hanno provato prima di noi. Lungo l’intero corso del diciannovesimo secolo, i francesi hanno ossessivamente cercato (lo ha detto bene François Furet) di ritrovare il 1789 senza rifare il 1793. Hanno cercato di garantire la liberté , il sacrosanto diritto di ciascuno di pensare e di dire quel che vuole, di andare dove gli pare, di sentirsi laico o di scoprirsi credente, di fare carriera senza inciampi né privilegi. Hanno cercato di perseguire la fraternité , la teoria e la pratica di una comunità nazionale, il liturgico riconoscimento dell’appartenenza di ognuno a un tutto. Mentre hanno cercato di contenere gli effetti disgreganti dell’égalité , la promessa impossibile di un mondo livellato eppure pacificato, la vertiginosa tentazione della tabula rasa .
Ma i francesi dell’Ottocento non ci sono riusciti. Si sono sparati sulle barricate del giugno 1848, si sono scannati davanti al «muro dei Federati», dopo la Comune del 1871. Né ci sarebbero riusciti, a fare una rivoluzione senza il terrore, i russi del 1917, gli uomini del Febbraio inghiottiti dall’Ottobre. Perché il giochino dei «senza» vale quel che vale: in fine dei conti, non si può fare la frittata senza rompere le uova. Con buona pace dei liberali di ieri e di oggi, sognare un mondo più giusto significa anche sognare un mondo più uguale. In un mondo più uguale, i ricchi sono meno ricchi, i poveri sono meno poveri, i fortunati sono più sfortunati, gli infelici sono più felici. E non è facile quadrare questo cerchio senza sporcarsi le mani, eventualmente di sangue.
Non c’è rivoluzione senza terrore, non c’è Terrore senza Termidoro. Robespierre, poveraccio, lo ha imparato a proprie spese. Nella sua pedantissima maniera, senza essersi tolto neppure lo sfizio di una passeggiata mattutina sulla spiaggia di Calais o di una notte brava con Éléonore.
«Facendo cadere delle teste tu comprometti la rivoluzione, la fai odiare. Il patibolo è un mezzo terribile e sempre funesto; va usato raramente e solo nei casi gravi in cui la patria corre verso la catastrofe»: così si sarebbe rivolto Robespierre a Marat durante un tesissimo scontro con il compagno di rivoluzione. Almeno stando a quello che racconta Charlotte, la sorella minore di Maximilien, nel libro «Memorie sui miei fratelli» (Sellerio). I ricordi della donna si fermano all’esecuzione di Robespierre: «Lo presero... Non posso proseguire: la storia supplirà al silenzio che mi detta il dolore».
La Provincia 12.11.05
La mente nazista
Il test che scrutò i gerarchi di Hitler Un libro rilegge i «protocolli Rorschach» applicati durante il processo di Norimberga - L'esempio di Joachim von Ribbentrop, «la nullità superiore»
Dieci macchie d'inchiostroL'aula del processo di Norimberga ai criminali di guerra nazisti. A destra, Joachim von Ribbentrop e, sotto, una macchia per il test Rorschach
Il test di Rorschach consiste nel dare un'interpretazione a dieci macchie d'inchiostro. Rorschach ritiene che s'inneschi un processo di percezione distinto in tre momenti: sensazione, ricordo e associazione. In altre parole, le sensazioni suscitate dalle macchie provocano il risveglio di vecchi insiemi di sensazioni sotto forma di immagini ricordo. Ciò che dà valore d'interpretazione alla percezione è l'imperfezione dell'equivalenza fra il complesso di sensazioni prodotte dalle tavole e le sensazioni stesse; di qui la possibilità di controllo e di scelta. Un altro aspetto del lavoro interpretativo è il caos della macchia, che provoca nel soggetto una disforia. Dando una propria interpretazione, il soggetto mette ordine nel caos, provocando un atto creatore. Trattandosi di un test proiettivo, infatti, il modo nel quale ogni singolo soggetto organizza o “struttura” le macchie d'inchiostro nel processo percettivo riflette gli aspetti fondamentali della sua dinamica psicologica. Le macchie d'inchiostro si prestano a funzionare da stimolo perché sono relativamente ambigue o scarsamente strutturate; non sollecitano, cioè, risposte apprese attraverso l'esperienza ma permettono una grande varietà di possibili risposte. Durante ilprocesso di Norimberga, uno psichiatra anglosassone, Douglas Kelley, fu incaricato dalla Corte di seguire in qualità di psicologo i criminali di guerra nazisti sottoposti a giudizio. Kelley era un esperto di Rorschach, ripetutamente membro della Rorschach Society. Durante l'anno trascorso a Norimberga raccolse i test di Dönitz, Frank, Göring, Fritzsche, Funk, Hess, Kaltenbrunner, Keitel, von Neurath, von Papen, von Ribbentrop, Rosenberg, Sauckel, Schacht, von Schirach, Seyss-Inquart e Speer.
A un primo sguardo, il protocollo di Joachim von Ribbentrop, appare assai povero di indicazioni, quasi inservibile, insufficiente a gettare alcuna luce sulla personalità del ministro degli Esteri dello Stato nazista. Ancora una volta, l'esperto di mille trucchi diplomatici, consumato simulatore e dissimulatore, potrebbe riuscire a ingannare anche un esperto psicodiagnosta, che si fermasse solo alla raccolta e alla superficie dei dati formali, mascherando così come sempre la sua vera natura di rapace, vera e propria longa manus artigliata, lanciata dal signore di Berlino, a ghermire la preda, in Europa e nel mondo. A questa superficie si sono probabilmente fermati gli esperti Rorschach invitati dalla Harrower (1976) a commentare in cieco i protocolli dei gerarchi nazisti raccolti a Norimberga, quando hanno individuato nel protocollo di von Ribbentrop quello più povero e più compromesso, senza peraltro riuscire a evidenziare alcunché di più specifico. Ci sarebbe di che ben avvalorare la tesi della "banalità del male" (di fatto sostanzialmente fuorviante, a nostro parere), se non ci fosse altro e se nient'altro si riuscisse a cogliere in queste righe così apparentemente scarne. Ma forse c'è dell'altro, e ben nascosto nelle pieghe di un protocollo apparentemente del tutto muto, come si conviene a un simulatore e dissimulatore di razza. Innanzitutto, alcune verbalizzazioni a esordio della raccolta, e ripetute più avanti (Come ho già detto... ho già detto che...) che potrebbero avvalorare l'ipotesi di un re-test, se non si avesse alcuna menzione di precedenti somministrazioni, ne alcuna traccia di altri protocolli. Resta l'alternativa di un approccio al test sicuramente depresso e confuso, inibito e vago, come viene descritto von Ribbentrop in prigione a Norimberga, con la vista estremamente indebolita e smarrito in un incubo. Ma anche, a conferma del von Ribbentrop di sempre, particolarmente categorico e imperativo, in fondo intensamente irritato, di chi non enuncia e non propone mai, ma afferma sempre, con la forza della violenza e non della ragione, e anzi ribadisce caparbiamente (la proverbiale "penetrante insistenza alla von Ribbentrop"), a dar più forza alle sue affermazioni che non ammettono critica né replica. È la stessa persona che aveva litigato con tutti i colleghi di governo proprio per la sua arroganza cieca e stupida senza argomenti e senza alcuna qualità di supporto (era stato soprannominato "La nullità superiore"), e per la sua tendenza ad arraffare e ad accaparrarsi incarichi e prebende ben oltre le sue capacità, fino a dilatare mostruosamente personale e competenze del proprio ministero (e all'epoca, negli ambienti nazisti, circolava la battuta: «Se non sei capace di far nulla, puoi benissimo diventare un dipendente di von Ribbentrop»). È la persona che più di ogni altra ha impersonato sulla scena internazionale la sciagurata sequenza tipica della politica estera nazista: minacciare e intimidire ili più debole (senza argomenti, senza ragioni), blandirlo con promesse perché spontaneamente si consegni al proprio persecutore e rinunci alla propria libertà, ingannarlo segretamente, aggredirlo infine a ghermirlo per ucciderlo o incorporarlo: in ogni caso, cancellarlo nella sua individualità. Che questa pista possa essere quella giusta, ci viene indirettamente confermato dalla prima risposta al protocollo, non a caso l'unica, insieme alla successiva, non banale, e per di più almeno in parte formalmente negativa. Il Qualcosa di simile a un granchio, con la sottolineatura all'inchiesta e avidità rapace, che riesce ad affiorare nonostante la corazza difensiva, sfuggendo al controllo ferreo di tutto il rimanente protocollo. Vale qui la regola psicodinamica generale che i contenuti inconsci quanto più intensi e dirompenti vengano veicolati da rappresentanti coscienti tanto più piccoli (i piccoli animali, o i dettagli minuti di animali), in questo caso gli artigli del granchio, corrispettivo di un'avidità rapace senza fondo. Valgono qui le regole Rorschach che ai contenuti animali vengano assegnati i movimenti pulsionali più profondi e meno integrati nel contesto della personalità, e che il controllo della qualità formale può venir meno in modo sporadico proprio e solo quanto entrano in scena gli aspetti più autentici e profondi della personalità. E non va sottaciuta la risposta addizionale all'inchiesta in prima tavola, quando il controllo si allenta, e più chiaramente emerge uno scenario apocalittico e grandioso, con l'identificazione di von Ribbentrop nell'uccello notturno dell'Inferno di Dante, a nobilitazione pretestuosa del più comune pipistrello. Il messaggero di morte di Hitler, che sulle maniche della sua uniforme aveva fatto disegnare un globo sovrastato da un'aquila in atto di dominare, correttamente si riconosce in un demone da giudizio finale, giustamente individuando a livello preconscio il Terzo Reich come un infernale regno del male a futura imperitura memoria, come immortale è l'opera di Dante. La risposta immediatamente successiva, in seconda tavola (Arlecchini che fanno una danza selvaggia), a determinante complessa di movimento e di colore (MC), a contenuto addizionale Masch, non banale, presenta aspetti del tutto peculiari, sicuramente suggestivi e pregnanti, che vanno accuratamente esaminati in dettaglio. Risposte a contenuto maschera (Masche) non sono infrequenti in seconda tavola, ma per la stragrande maggioranza i probandi fanno riferimento a maschere in generale, senza altra specificazione, e ben di rado si spingono a dettagliare, per lo più, due pulcinella, per il bicromatismo della figura (nero-rosso al posto di bianco-nero) e per l'aspetto rigonfio del costume. Il riferimento esplicito ad Arlecchino è da ritenersi del tutto peculiare, e stride apertamente sia con il bicromatismo della figura (la maschera di Arlecchino è per antonomasia policroma!), sia con l'aspetto rigonfio del costume, che in Arlecchino è invece ben aderente. Per di più, nonostante il colore venga sicuramente utilizzato (altrimenti, come giustificare un contenuto addirittura policromo?), il probando afferma che Il colore non c'entra. A cosa alludono o come possiamo ricomporre queste apparenti incongruenze? O in alternativa, per quali profonde e impellenti dinamiche preconsce la maschera di Arlecchino si è imposta su tutti gli altri possibili significanti più o meno aderenti alla realtà concreta elle macchie di Rorschach? Che siamo vicini agli aspetti più primitivi e selvaggi del mondo interno di von Ribbentrop, ce lo dice la specificazione sulla danza selvaggia, solo apparentemente buttata là con noncuranza (non a caso, anche questo, un aspetto stridente con la maschera di Arlecchino, propria dell'occidente civilizzato e anche un po' decadente del settecento veneziano). Giova ricordare allora che Arlecchino è il prototipo del servitore per eccellenza, riverente verso il padrone sino al servilismo più sfacciato e insieme arrogante con tutti gli altri purché ne abbia l'opportunità: il ritratto di von Ribbentrop verso Hittler, e verso tutti gli altri interlocutori, nazisti e non, come ce l'hanno consegnato i libri di storia. Ma Arlecchino, come e ancora più di tutte le maschere, che al Rorschach rinviano sempre a problemi di identità, è il prototipo per eccellenza del disturbo di identità: una vera identità a collage, a patchwork: a pezze ricucite insieme così aderenti al corpo da simulare (o essere?) una seconda pelle. L'Arlecchino peculiare di von Ribbentrop, a pezze di soli due colori, in cui il colore non c'entra, rinvia ad un'identità rappezzata a solo due colori, in cui il dolore: il rosso e il nero, il sangue e la morte, i due colori dell'aggressività e del nazismo. Evoca suggestivamente il servitore esecutore di due, cento, mille ordini, purché sempre indirizzati al sangue e alla morte. Che all'inchiesta ribadisce, a domanda dell'esaminatore, che non si tratta di una danza festosa, ma piuttosto tragicamente grottesca di guitti in disgrazia, da cui vorrebbe forse dissociarsi, ma ormai troppo tardi. In terza tavola, i due camerieri riprendono il tema di Arlecchino servitore deferente verso il padrone e arrogante con gli altri servi (camerieri di Hitler, voleva che gli altri fossero suoi camerieri) e sottolineano il sentimento inconscio della propria inferiorità incancellabile: nobile fasullo aggiunge il von solo molto tardi, grazie a una nuova normativa, dopo averlo di fatto comperato da una lontana parente, che poi lo citerà in giudizio per il mancato pagamento del denaro promessole in cambio. All'inchiesta, ancora una volta, von Ribbentrop si dissocia, mentre non coglie l'opportunità di valorizzare il colore nella successiva risposta banale della farfalla confermando così la sua difficoltà di entrare in sintonia affettiva nelle relazioni interpersonali. In quarta tavola, la risposta apparentemente banale della pelle di animale appesa sul muro, dall'Africa ci parla attraverso i dettagli assolutamente inusuali; in genere la risposta pelle, al Rorschach, si riferisce alle pelli stese a terra a mo' di tappeto. E ci racconta di un padre idealizzato lontano e irraggiungibile (dall'Africa) crudele e temuto come può esserlo un grande predatore africano. Del ricordo ancora vivo delle sue maniere brusche e dell'educazione ferrea impartita, non mitigata dalla presenza materna. Possibile oggetto di un'aggressività intensa ma mai agita per il timore di una ritorsione troppo più forte, allontanato a prendere le distanze da un conflitto atrimenti irriducibile (appeso sul muro) Ridotto a un trofeo inanimato inservibile allo sviluppo di una propria identità autentica. Cattivo esempio della ricerca di un'identità finta e fasulla o comunque posticcia: e giova ricordare a questo proposito, che anche il padre, sposando una nobile in seconda nozze, era diventato von non certo per merito personale o diritto di nascita. In seguito, ci si avvia sul binario del concreto e dell'evidente e si potrebbe dire della più vieta normalità. Ma anche l'apparente banalità delle risposte in quinta e in sesta tavola, presente in questo caso aspetti peculiari che sarebbe errato trascurare. In particolare non c'è quasi risposta banale in tutto il protocollo, che non sia tacita di fantasioso o addirittura di grottesco e di folle. C'è da domandarsi, allora, se queste risposte banali veicolino, come di solito, la buona aderenza alla realtà concreta e agli aspetti più comuni e convenzionali dell'immaginario collettivo, o piuttosto qualcos'altro di più sottile e di più personale. Affiorano arroganza e disprezzo, senz'altro, nei commenti svalutativi. Ma c'è forse di più: la risposta banale e unica, per di più derisa come grottesca (quando dovrebbe imporsi invece con naturalezza come la più condivisibile del comune umano sentire) viene di farlo a irridere la comune umana appartenenza, e a soffocare la ricchezza polisignificante delle macchie all'insegna di risposte banali, quasi sempre uniche per tavola o addirittura di rifiuti alla tavola materna (tavola settima) e alle tavole colorate (ad eccezione dell'ottava). Se un messaggio oscuro ci vuol trasmettere questo protocollo, è lo stesso messaggio di tutto l'operato diplomatico di von Ribbentrop al servizio del crudele signore di Berlino. Von Ribbentrop, vero ariano errante, come era stato beffardamente deriso dai suo avversari, ha percorso l'Europa e il mondo a diffondere il verbo di Hitler: nel Terzo Reich, con l'avvento del nuovo ordine, non c'è più rispetto per l'uomo in quanto tale, non c'è compassione per la comune radice umana; non c'è più posto per le differenze, non c'è spazio per la ricchezza della diversità - di razza, di cultura, di identità nazionale e individuale -. Tutto va ricondotto con l'abuso e la forza della violenza, sotto un unico segno, soffocando, sopprimendo, sterminando. Allo stesso modo, nulla rimane della ricchezza evocativa delle macchie di Rorschach, tutte ricondotte ad un unico appiattito banale significato. afferrato in modo dogmatico e violento, ed insieme irriso come grottesco e folle.
Niels Peter Nielsen Salvatore Zizolfi «Rorschach a Norimberga - I gerarchi nazisti a processo fra memoria storica e riflessione psicoanalitica», Franco Angeli editore, 464 pagine, 28,50 euro
Corriere della Sera 12.11.05
Veltroni intitolerà una strada della Capitale a Renzo De Felice
Un’iniziativa ammiccante Troppa enfasi dal sindaco»
Luciano Canfora risponde a Dino Messina
«Siamo passati dall’uso politico della storia all’uso politico dello storico». Non resiste alla tentazione della battuta Luciano Canfora, studioso dell’antichità classica, ma anche indagatore del Novecento. Una duplice passione che lo ha portato a scrivere un sorprendente libro su Goffredo Coppola, il grecista ucciso a Giulino di Mezzegra con Mussolini, «Il papiro di Dongo», uscito da Adelphi. Come giudica, professor Canfora, la decisione di Veltroni di intitolare una strada a De Felice?
«La mia reazione è duplice e mi porta a distinguere tra l’indubbio valore dello studioso e l’iniziativa di Veltroni».
Anche lei, uomo di sinistra, fa parte della grande schiera di ammiratori di De Felice?
«Fino agli anni Sessanta nello studio del fascismo le passioni sovrastarono il momento della ricerca. Spettò a De Felice, e al suo maestro Delio Cantimori che lo incoraggiò, il merito di un salutare cambiamento di rotta che prima irritò la sinistra, poi fu apprezzato anche da un leader del Pci, Giorgio Amendola».
La sinistra criticò e la destra applaudì.
«Il lavoro di De Felice è stato sfruttato a più riprese dalla destra politica per dire: non trattateci più come soggetti che non hanno diritto alla cittadinanza politica. Naturale che il fenomeno avvenisse, bisogna esserne consapevoli».
Veniamo alla decisione di Veltroni.
«Può sembrare un’iniziativa un po’ ammiccante, tesa a costruire un unanimismo di fondo, che ha alcuni precedenti. Penso al discorso di insediamento a Presidente della Camera in cui Violante invitava a capire le ragioni dei ragazzi di Salò, oppure, a un livello meno impegnativo, alla recente intervista a Bruno Vespa in cui D’Alema ha affermato che all’esecuzione sarebbe stato preferibile un processo a Mussolini. Tutte iniziative tese a riaffermare un bisogno di riconciliazione nazionale. Si fanno passi verso l’antagonista politico perché si chiuda un’epoca storica».
Ma De Felice è stato un grande studioso e intitolargli una strada è la cosa più naturale che possa succedere.
«D’accordo, ma ho l’impressione che Veltroni tenda a caricare di enfasi una materia che spetta all’ufficio toponomastico del Comune. Perché non si parlò affatto della piazza intitolata a Ugo La Malfa o della strada a Guido De Ruggiero, suocero di De Felice?».
La Stampa 12 Novembre 2005
Toni Negri:
«Ecco, finalmente la Rivolta
Ma per la Rivoluzione c’è tempo»
Jacopo Iacoboni
«Ma quali bande! L'esplosione delle banlieues non è una jacquerie estemporanea. E anche se lo fosse, lo sarebbe in un contesto sociale radicalmente mutato, i cui tratti di fondo sono la crisi del fordismo, e l'assenza di risposta politica - non solo in Francia - a questa crisi. Per questo per me resta una rivolta; ma potrei anche dire insurrezione, se intendiamo il termine in un'accezione tenue». È ovvio cosa manca per parlare di insurrezione autentica, «manca una coscienza politica degli obiettivi, quello che Marx chiamava il “per sé”. Questo movimento vuole qualcosa, ma non sa ancora cosa vuole».
Toni Negri, il cattivo maestro dell'Autonomia, l'uomo che nel '79 fu arrestato per «insurrezione armata contro lo stato italiano» (condannato a trent'anni, la pena fu ridotta a tredici), è tornato. Di nuovo al centro del dibattito, dopo che il New York Times ha dedicato un paginone al suo Impero, scritto con Michael Hardt, e dopo che le Nouvel Observateur l'ha inserito tra i venti grandi filosofi del secolo, Negri è reduce da Mar del Plata, Argentina, dove ha seguito la protesta anti-Bush. Ora è seduto nel salone della sua nuova casa veneziana, libri alle pareti, moltissime riviste anglosassoni, le ultime copie di Le Monde appoggiate su un tavolino.
Molta della stampa internazionale ha provato a leggere l’esplosione delle banlieues vedendoci il fallimento del modello di integrazione francese. E' una spiegazione che la convince?
«Per niente. E perché, forse il modello anglosassone non ha fallito ugualmente? Guardi l'America di New Orleans, o l'Inghilterra del 7 luglio, con i terroristi che nascono inglesi nel senso più profondo del termine, inglesi vestiti come loro, ragazzi che prima di farsi bomba vanno al pub e si ubriacano di birre... Il punto non è il fallimento dei due modelli multiculturali».
Ora dirà: c'entra l'organizzazione del lavoro.
«Gli elementi nascosti dietro le banlieues in fiamme sono almeno tre. Quello che è in crisi è il modello industriale fordista, che prevedeva l'occupazione permanente, e uno schema di crescita indefinito, sostenuto dallo stato. Poi questa crisi s'è coniugata con i processi di mondializzazione economica. A questo si saldano politiche neoliberali di blocco della spesa pubblica, che producono una crisi degli interventi di welfare. Altro che l’integrazione, qui il problema è la totale assenza di risposta politica alla crisi del fordismo. Questa mancata risposta è legata alla crisi della rappresentanza democratica».
Però scusi, perché le periferie sono in ebollizione solo in Francia, e in Italia no? Le dinamiche postfordiste sono le stesse anche noi.
«In parte perché siamo una società socialmente meno avanzata. E poi perché, per paradosso, questi fermenti da noi si sono in parte esauriti. Gli anni settanta hanno scaricato un potenziale di lotte sociali; o meglio, l'Italia, o la Germania, hanno allungato dieci anni il sessantotto. Ma così ne hanno anche diluito gli effetti. Però attenti: movimenti di protesta da noi ci sono già. La Val di Susa, i movimenti per la casa nelle città, le battaglie dei migranti contro i cpt...».
Prodi dice che presto esploderanno anche le periferie italiane. Dunque per metà è d'accordo con lui?
«Mah, Prodi per un verso esagera, e dubito che sappia davvero qualcosa delle periferie. Quanto a Fini, beh, per lui il fatto che non ci sia un'esplosione vuol dire che non c'è il problema... Berlusconi non sa cosa dire. E poi come fa a parlare di immigrazione, stretto com'è tra Calderoli e le furbizie dei democristiani alla Pisanu?».
E i francesi? Nel 1990 Mitterrand si chiedeva «cosa può aspettarsi un giovane in un casermone laido, sotto un cielo grigio, con la società che distoglie lo sguardo?». Eppure il degrado è continuato, inarrestabile. Il socialismo francese buone intenzioni e cattiva coscienza?
«Guardi, io penso siano personaggi diversissimi; ma sia Mitterrand che Chirac, un repubblicano e un monarchico, avevano capito benissimo cosa sarebbe successo. E come loro, le élites francesi, soprattutto il grande apporto conoscitivo che la sociologia dà all'amministrazione francese, avevano perfettamente in testa le dinamiche esplosive che maturavano nelle banlieues: ma cosa potevano fare? Sono stati aggrediti loro stessi da questa ondata neoliberale, che esaspera i conflitti e le rivolte, e ha impedito loro qualsiasi possibilità di dirigere la trasformazione».
Perdoni, significa che i politici sono scusati in anticipo. Se è sempre colpa della dinamica neoliberale...
«Certo che no. Dico solo che le rivolte sono espressione dell'incapacità del neoliberismo di farsi politica statale. Non parlo solo di dirigismo, ma della capacità dello stato di esercitare governance, cioè mettersi in contatto permanente coi movimenti. Una capacità che il fordismo, con tutti i suoi mali, aveva».
Sarkozy ha chiamato «racaille», feccia, i giovani delle periferie. Oltre agli scenari, c’è poi la politique politicienne, no?
«Sarkozy è stato imprudente e imperdonabile. Ma non è la prima volta che un politico in Francia chiama racaille i giovani di banlieue: gliel'hanno detto mille volte. Solo che adesso la gente è esplosa. C'è un evento».
Fa un po' effetto però che in quella che lei chiama «rivolta» si brucino le Renault dei lavoratori, e non le Porsche Cayenne degli spacciatori. Che rivolta è?
«Il fatto è che gli spacciatori le macchine ce le hanno in garage! Conosco bene alcune scuole di Epinay sur Seine. È l'unica banlieue in cui c'è stata solo una decina di macchine bruciate ma non un'esplosione come quella di Clichy. E sa perché? Perché forse a Epinay regge l'equilibrio basato sui mullah e sui signori della droga. Anche in Italia, dove c'è la mafia spesso non c'è rivolta».
Ciò non toglie che si bruciano macchine di gente inerme, e si picchiano persino handicappati. Non proprio il nostro immaginario di lotta sociale, no?
«Dinanzi a queste spinte epocali cosa sono un pugno di macchine bruciate? E poi hanno bruciato le macchine perché la gente non è scesa in strada a difenderle. Mi creda, la gente, in quei quartieri, non è così contraria a quei ragazzi».
Molti sono intimiditi. Un pensionato di 61 anni è stato ucciso proprio perché difendeva quelle macchine. Parlare di «insorti» non significa dar loro una legittimità che non hanno?
«Non sono cinico. Né machiavellico. Ho per chiunque viene ucciso tutta la compassione umana e il dolore. Ma non mi turberei davanti al fatto che in un incendio di queste proporzioni ci sono solo due morti. E allora cosa ne facciamo dei due elettrificati? E quanti ragazzi feriti ci sono? E quanti di questi ragazzi sono morti in altre occasioni di demenza razzista?».
Non negherà che chi colpisce cittadini inermi dà buone ragioni a chi inclina a una visione solo repressiva del problema.
«Non c'è dubbio che Sarkozy abbia provocato, anche se non si aspettava la reazione che c'è stata. Per di più, prima e dopo, ha ripetuto un atteggiamento ipocrita, proponendo misure di discriminazione positiva: aiutiamo i negri buoni e reprimiamo i negri cattivi».
C'è chi l'ha accusato di calcoli politici in vista delle presidenziali.
«Sarkozy ha un problema: evitare che la destra possa togliere un grande spazio politico alla candidatura gollista. Sia Le Pen che De Villiers, quest'ultimo un po' più manovrabile dai gollisti, possono erodere molti consensi. E invece Sarkozy pensava a un'egemonia sull'intera destra. Oggi quel progetto mi pare in crisi».
De Villepin invece ha promesso aiuti economici.
«De Villepin e, probabilmente, Chirac, hanno assistito inizialmente guardinghi; poi hanno reagito da par loro, da un lato promettendo ordine, dall'altro cercando di recuperare il recuperabile di quelle periferie. Ma alla fine potrebbe anche spuntare una terza candidatura gollista».
Anche la sinistra, onestamente, arranca.
«Benissimo, per quanto riguarda la sinistra ufficiale. Ma la sinistra ufficiale è oggi minoritaria, in Francia. Maggioritaria è piuttosto la sinistra che ha detto no alla Costituzione europea: è una sinistra sovranista, repubblicana in maniera esasperata, che non ha nulla da dire rispetto alle banlieue».
E gli intellò parigini? Non è che si siano sentiti molto.
«Ma quando mai si sono fatti vivi, durante tutti gli ultimi grandi avvenimenti sociali interni? Stanno studiando dove si rigira la vela del potere».
La «rivolta» si può indirizzare a sbocchi positivi?
«La logica del primo ministro non va molto oltre la carità, mentre qui occorrerebbe una vera apertura di processi di partecipazione, che sono cose serie - altro che le primarie italiane, oh che belle, dove tutti votano e tutti sono inclusi! - La partecipazione è messa in discussione dei rapporti di potere, scuole che funzionano, casse di risparmio che abbassano i tassi di interesse...».
Anche lei dice che per parlare di «insurrezione» autentica qui manca il fine politico. Dove sono le richieste di questi giovani?
«Il problema è che sanno cosa non vogliono, non cosa vogliono. È un gran casino. Il mio amico Patrick Braouezec, l'ex sindaco ora presidente della Regione della Saint Denis, l'altro giorno ha detto che qui ci vuole una nuova intesa di Grenelle, l'accordo sindacati-governo fatto nel '68, con Pompidou al governo per bloccare il sessantotto. Ma allora gli operai chiedevano aumento del salario, revisione della struttura gerarchica, apertura a forme di welfare. I ragazzi di banlieue possono solo cercare una via di fuga. Non le sembra che un diritto alla fuga sia diventato un diritto umano? Certo, la stagione di Seattle è finita. Ma la fine del ciclo altermondialiste ha fatto nascere un ciclo di lotte che si è completamente giovato dei movimenti precedenti. In Francia come in Argentina».
Le donne islamo-francesi sulle barricate parigine non ci sono, ha notato? Ha ragione Olivier Roy, non ci sono perché sono più brave dei maschi, si integrano di più, dunque hanno meno rabbia? Oppure perché i fratelli e i mariti le tengono segregate?
«Io sarei cauto. Lei dice che non ci sono? Mah. Sono stato da poco a Teheran e ho visto come le donne giocano l’hijab in chiave sempre più rivoluzionaria, abbassandolo un centimetro di più ogni ora. Eppure non si vede. E a Parigi magari non sono state fotografate ma cosa crede, che questi giovani che bruciano auto non facciano l'amore? Che dietro ognuno di loro non ci sia una donna? Il vero film per capire la banlieue non è L'odio di Kassovitz, metallico, freddo. Il vero film è L'esquive, La schivata. Una professoressa cerca di far recitare a una classe arabo-maghrebina un testo di Marivaux. All'inizio tutti si applicano. Poi qualcosa si rompe. E proprio le vicende erotiche e affettive che si instaurano tra i ragazzi produrranno la rivolta. Alla fine la classe si rifiuta di recitare il Gioco del caso e dell'amore, che è la commedia della borghesia bianca. Allo stesso modo, anche le ragazze islamo-francesi della banlieue usciranno profondamente modificate, e partecipi di questa rivolta».
Negri, lei crede ancora nell'uso della violenza politica come soluzione ai problemi della crisi postindustriale nelle società occidentali?
«Con Michael (Hardt, ndr.) abbiamo cercato di immaginare un esodo da questa società in crisi. Nell'esodo, come Mosè aveva Aronne, bisogna avere delle retroguardie, che usino anche le armi, ma per difendersi. La resistenza è questo, perché la realtà è fatta così, il mondo è fatto così; e la Moltitudine opera in questo mondo, a caccia di quella via di fuga che nelle banlieues stanno cercando, senza ancora averla trovata».
Corriere della Sera 12.11.05
Dieci interruzioni di gravidanza nell’ospedale di Pontedera dopo l’ok della Regione
Pillola abortiva, sfida della Toscana
Via libera senza sperimentazione. Storace: una corsa barbara, verificherò
Marco Gasperetti
Per la prima volta in Italia la pillola abortiva è stata utilizzata senza sperimentazione in un ospedale. Tre aborti sono già avvenuti, altri 7 sono in corso al Lotti di Pontedera (Pisa). «La Ru 486 è il miglior metodo per interrompere una gravidanza - spiegano i medici toscani che hanno impiegato farmaci giunti dalla Francia -, già sperimentato a livello europeo e dunque legale». Gli interventi sono riusciti. Ma è scoppiata la polemica anche se la Regione Toscana ha dato l’ok all’utilizzo della pillola. Ieri il consigliere dell’Udc Marco Carraresi ha chiesto le dimissioni dell’assessore regionale Enrico Rossi (Ds). Tre giorni fa il consiglio aveva approvato una mozione per l’utilizzo, negli ospedali, della Ru 486.
Il ministro della Salute, Storace, attacca: «Si è aperta una corsa barbara, verificherò che sia tutto regolare».
PONTEDERA (Pisa) — Tre aborti sono già avvenuti, altri sette sono in corso. Per la prima volta in Italia la pillola Ru-486 è stata utilizzata senza alcuna sperimentazione in un ospedale. È accaduto in Toscana, nel reparto di ginecologia dell'ospedale Lotti di Pontedera, dove il primario, Massimo Srebot, 52 anni, aveva chiesto da tempo di poter utilizzare la pillola abortiva. «Come ha certificato l'Oms, è il miglior metodo per interrompere una gravidanza — spiega il medico — già sperimentato a livello europeo e dunque legale». Gli interventi sono riusciti perfettamente. Le donne, tutte italiane, che hanno deciso di abortire con la Ru 486, non hanno superato la quinta settimana di gravidanza e non la dodicesima, come prevede la legge 194. Un limite che i medici considerano indispensabile per intervenire farmacologicamente senza pericoli per la paziente.
I farmaci sono arrivati dalla Francia lunedì. O meglio, da Parigi è stata ordinata solo una delle due pillole, quella contenente mifepristone, uno steroide non disponibile in Italia. «Dopo due giorni la paziente deve prendere un'altra pillola — spiega il medico — a base di citotek, normalmente usata nella cura dell'ulcera e reperibile anche nel nostro Paese. L'aborto avviene dopo poche ore, senza intervento chirurgico. Le pazienti non hanno avuto alcun problema e per la loro salute l'aborto farmacologico è stato migliore di qualsiasi altro tipo di interruzione di gravidanza».
La notizia ha suscitato polemiche anche se da tempo la giunta regionale toscana ha dato l'ok all'uso della Ru 486 negli ospedali e parere favorevole alle Asl per l'acquisto all'estero dei farmaci, una procedura prevista dalla legge. Ieri il consigliere regionale dell'Udc, Marco Carraresi, ha chiesto le dimissioni dell'assessore regionale Enrico Rossi Ds): «Martedì il consiglio ha approvato una mozione pro-pillola e discusso il problema, ma Rossi non ha informato l'assemblea. Se lui non sapeva, allora deve dimettersi il direttore dell'Asl coinvolta». Immediata la replica di Rossi: «Non sapevo che a Pontedera la pillola fosse già utilizzata, ma il direttore dell'Asl ha agito correttamente, anche perché la Regione si è sempre espressa favorevolmente all'impiego della Ru 486. Lunedì faremo una riunione, già programmata, per accertare che tutto sia avvenuto nel rispetto della 194». Rossi polemizza anche con il governo: «Sperimentazioni come quelle di Torino non servono perché l'Europa da anni considera la pillola sicura. La vera anomalia è non commercializzarla in Italia. Il farmaco tutela salute e dignità delle donne».
dimmi con chi vai...
il manifesto 12.11.05
Per Jacques Derrida. Amicizia e ospitalità
A poco più di un anno dalla morte di Jacques Derrida, scomparso il 9 ottobre del 2004, il dipartimento di filosofia dell'università di RomaTre ha voluto ricordarlo con un convegno «da e per Derrida» dedicato a due parole, amicizia e ospitalità, centrali nel suo lessico politico: risale al `94 il libro di Derrida intitolato appunto Politiche dell'amicizia, nel quale il filosofo francese cominciava a delineare il profilo della sua «democrazia a venire» a partire dalla critica del criterio schmittiano dell'amico-nemico. Cardini della democrazia a venire, amicizia e ospitalità sono altresì parole cardinali nella decostruzione della democrazia reale e delle sue aporie costitutive: a cominciare dal ruolo fondante che da sempre vi gioca non l'amicizia ma la fraternità, con le sue implicazioni fratriarcali e fratricide, e non l'ospitalità dei non-invitati ma la tolleranza verso i già conosciuti, con le sue derive verso il cinismo sociale e l'indifferenza morale. Attorno all'amicizia e all'ospitalità si può dunque far ruotare e ripensare l'intera costellazione concettuale derridiana: identità e differenza, comunità e democrazia, giustizia e diritto, dono e perdono, strategie di appropriazione dell'io e inappropriabilità dell'altro, fecondità del lutto e spettralità della politica, rapporto con la tradizione e messianesimo senza attesa. Nel convegno di RomaTre, introdiotto da Michele Abrusci e Francesca Brezzi, ne hanno parlato Jean-Luc Nancy (ragione e follia in Derrida e Foucault), Roberto Esposito (amicizia e comunità), Giacomo Marramao (identità e amicizia), Silvano Petrosino (Derrida, Leibniz e l'immaginazione), Caterina Resta (Derrida e la morte), Carmine Di Martino (Derrida e l'esperienza dell'imposiibile), Elio Matassi (Derrida e la musica), Mario Vergani (La generosità e il godimento), Gabriella Baptist (Derida e Hegel), Claudia Dovolich (amicizia e ospitalità), Chiara Di Marco, Jacqueline Risset, Patrizia Cipolletta. Nella convinzione che «è necessario uscire dal giogo dell'utile proprio dell' 'economia ristretta' che ancora segna le società occidentali, nella direzione di un'amicizia e di un'ospitalità incondizionate capaci di rispondere all'appello di una giustizia che eccede le leggi del diritto».
Le Scienze 11.11.2005
Depressione e serotonina
Le pubblicità dei farmaci SSRI sarebbero ingannevoli
Le inserzioni pubblicitarie per la classe di antidepressivi chiamati SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina) affermano spesso che la depressione è dovuta a uno squilibrio chimico nel cervello, e che i farmaci correggono questo squilibrio. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista "PLoS Medicine", però, si tratta di asserzioni non sostenute da prove scientifiche.
Anche se negli anni sessanta alcuni scienziati avevano ipotizzato che la depressione potesse essere associata a bassi livelli di serotonina nel cervello, la ricerca contemporanea non è riuscita a dimostrare questo legame.
I ricercatori - Jeffrey Lacasse della Florida State University e Jonathan Leo del Lake Erie College of Osteopathic Medicine - hanno studiato le pubblicità dei farmaci SSRI che compaiono negli Stati Uniti su stampa, televisione e internet. Hanno scoperto frequenti asserzioni per le quali i farmaci "restaurano l'equilibrio della serotonina nel cervello". Eppure non esiste un equilibrio della serotonina considerato scientificamente corretto.
Secondo Lacasse e Leo, nella letteratura scientifica si ammette che l'ipotesi della serotonina è tuttora da confermare e molti studi hanno avanzato dubbi sulla sua validità. Di tutto questo, però, non c'è traccia nelle pubblicità dei farmaci. Per esempio, gli spot televisivi del farmaco Zoloft (setralina) negli Stati Uniti parlano di uno squilibrio di serotonina e affermano che il prodotto "agisce correggendo questo squilibrio". Anche le pubblicità di altri farmaci, come il Prozac (fluoxetina), il Paxil (paroxetina) e il Lexapro (escitalopram) presentano concetti simili.
Negli Stati Uniti, la Food and Drug Administration (FDA) è responsabile della regolazione delle pubblicità e richiede che esse siano basate su prove scientifiche. Eppure, sostengono Lacasse e Leo, il mancato accordo fra la letteratura scientifica e le pubblicità dei SSRI è "notevole, e forse senza precedenti".
JR. Lacasse, J. Leo, "Serotonin and depression: A disconnect between the
advertisements and the scientific literature". PLoS Med 2(12): e392 (2005).
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