domenica 13 novembre 2005

Repubblica 13.11.05
Fausto Bertinotti: "Tremonti e Follini puntano alle larghe intese per indebolire Prodi e l'Unione"
"Il centrodestra non troverà sponde anche Rutelli dirà no alla palude"
Fassino e l'Iraq. Fassino ha sbagliato. Il ritiro è scritto nel programma delle primarie. Ha creato inutilmente confusione
Prodi capolista. Ovunque o in una circoscrizione per me non fa differenza. Il suo vero ruolo sta nella capacità di sintesi
di Umberto Rosso

ROMA - Grande coalizione? «Non c'è trippa per gatti. Tremonti e Follini non riusciranno nell'operazione, perché non troveranno sponde nel centrosinistra». Prodi capolista? «In una o in tutte le circoscrizioni, per me non fa differenza. Il ruolo vero della leadership di Prodi sta nella sua capacità di sintesi». Fassino? «Sull'Iraq sbaglia. Il ritiro delle nostre truppe è solennemente scritto nel programma delle primarie. Il segretario ds ha creato confusione, inutilmente e dannosamente». E la battaglia dei candidati alle primarie in Sicilia? «Rita Borsellino può vincere. Come Vendola in Puglia. Perché spezza la logica del voto di scambio». Un solo no comment, sulla sua futura candidatura a presidente della Camera: «Non rispondo neanche sotto tortura». Fausto Bertinotti parla dei nodi politici sul tappeto dell´Unione.
Partiamo dalla tentazione della Grosse Koalition in salsa italiana.
«Il tentativo c'è, da più parti, ma non riuscirà. Non bisogna fare l'errore di prendere in parola i protagonisti di questa operazione».
Nel senso che non ci credono neppure loro?
«Nel senso che fino alle elezioni non succederà niente. Soltanto dopo, per una crisi del governo guidato da Romano Prodi, si potrebbe aprire questo scenario, dall'esito assolutamente negativo, in particolare per Rifondazione comunista. Ma, ripeto, solo a partire dalla sconfitta di un disegno riformatore».
Però Tremonti già ha lanciato l'amo.
«E' un gioco che punta a rendere oscuro e pasticciato il quadro politico. Il ragionamento, presumo, è il seguente. So che Berlusconi non vincerà le elezioni, cerco almeno di indebolire l'avversario, tento l'impresa di conquistare maggioranze diverse alla Camera e al Senato. E se la Grande coalizione trova sponda nel centrosinistra, è fatta. L'Unione perde l'appeal dell'alternativa, entra in clima politico confuso, in una palude esiziale per la vittoria della coalizione».
Nessuno nel centrosinistra cadrà in tentazione?
«Si illudono, nel centrodestra. E invece si beccano un bel «fin de non-recevoir». Picche, e vanno a sbattere contro il muro.Troppo forte nell'Unione è il collante dell'alternativa a Berlusconi e nessuno può permettersi di romperlo. Il centrosinistra farà come Ulisse con le sirene: i tappi di cera alle orecchie. Anche perché, diversamente, non ci sono le sirene ma solo la fine politica».
Vale anche per il richiamo della sirena Follini sul centro dell´Unione?
«Le sirene sono di due specie. Quelle interne al mondo economico. Una volta constatato il fallimento di Berlusconi sono a caccia di nuovi lidi politici. La primigenia ispirazione di Montezemolo e Confindustria è stata l'idea di conquistare l'egemonia nell'area moderata dell'Unione. Dopo la Finanziaria e le elezioni in Germania, riflettono sulla Grosse Koalition come variabile dipendente del disegno neocentrista. Tremonti, per la sua storia, è più attento a quel che accade in questo mondo».
Follini è la «faccia» politica dell'inciucio fra i Poli?
«La politique politicienne. La fuoriuscita sul terreno politico dell'era Berlusconi. E ha capito che una Grande coalizione è soluzione più abbordabile rispetto ad una assai difficoltosa riunificazione della costellazione di centro».
Ma rischia o no di esercitare attrazione fatale, per esempio su Rutelli?
«Non scambiamo lucciole per lanterne. Rutelli ha un disegno completamente diverso: l'egemonia moderata ma dentro l'Unione. Si pone come protagonista nell'intercettare pezzi del mondo economico, ecclesiale, politico che stanno da quella parte ma sempre difendendo l'Unione. Rutelli non è Tremonti e non è Follini. Possono esserci interlocuzioni su punti specifici, ma è altra questione. Rutelli rifiuta l'alternativa, che voglio io, cioè la rottura completa con il sistema economico di Berlusconi, ma vuole l'alternanza, e cioè la fine del governo Berlusconi in nome di una diversità. Ma Bertinotti e Rutelli difendono insieme l'autonomia dell'Unione, l'autosufficienza come schieramento di governo. E Prodi perciò ne può interpretare la sintesi politica».
Prodi capolista ovunque o no, come vorrebbero Margherita e Ds?
«E' una questione interna alle regole fra queste forze politiche. La differenza non la fa la sua collocazione in lista, e lo dico anche se col proporzionale Prodi è un mio «rivale». Ma io non lo «soffro», che sia capolista in una o in tutte le circoscrizioni. E' quasi indifferente, decisivo invece è il suo ruolo nella definizione del programma. Per esempio su un tema così sensibile per il popolo dell'Unione come l'Iraq».
Il Professore parla di ritiro graduale.
«Anche Zapatero non l'ha fatto in un giorno, ci sono tempi tecnici. Il punto è se il ritiro è una scelta politica dell'Unione. Dopo l'uso del fosforo, è un dovere morale, come si chiede anche nei sit-in di questi giorni.E poi Prodi l'ha già annunciato nel programma delle primarie. L'ha scritto lui, non io».
Fassino vuol concordare il tutto con americani e inglesi.
«Anche qui, bisogna intendersi. Una cosa è la diplomazia, informare gli altri, che è del tutto ovvio. Altra cosa la sostanza. Fassino ha creato, inutilmente, molta confusione. Ritiriamo le truppe. Poi, sediamoci al tavolo per discutere della transizione in Iraq: Fassino può pensarla in un modo, io in un altro. Ma uno dei primi atti del nuovo governo dell'Unione deve essere il rientro da Bagdad».
Un'ultima questione: in Sicilia, Rita Borsellino è troppo «radicale» per vincere?
«La Margherita sbaglia. Ricordate Catania? Enzo Bianco, candidato moderato, non ce l'ha fatta, anche se tutti lo davamo per vincitore. Il punto in Sicilia non è il candidato di centro ma come sconfiggi il voto di scambio. O diventi scambista o fai saltare il sistema. E Rita Borsellino libererà le nuove energie della Sicilia».

rainews24.it 13.11.05
Iraq. Martino: l'Italia non ridurrà l'impegno. Bertinotti: dopo l'inchiesta di Rai News il ritiro è un dovere morale

Il ministro della Difesa Antonio Martino ha incontrato oggi a Baghdad il primo ministro iracheno Ibrahim Al Jaafari, al quale ha confermato che l'Italia non ridurrà il proprio impegno in Iraq e resterà "fino a quando la missione non sarà conclusa". Il contingente italiano, ha confermato Martino, sarà ridotto ma non diminuirà l'impegno".
"Il fatto che ridurremo il numero dei militari impiegati non significa che rinunciamo a completare la nostra missione, a perseguire i nostri obiettivi. Significa soltanto - ha aggiunto - che siccome abbiamo avuto successo possiamo continuare a perseguirlo con un numero minore di uomini".
(...)
Ma il segretario di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti continua a chiedere il ritiro. In particolare ora, dopo le notizie relative all'uso del fosforo bianco a Fallujah, svelato da una inchiesta di Rai News 24, il ritiro dall'Iraq è diventato un "dovere morale".
In una intervista a La Repubblica, il leader comunista riconosce però che questo può avvenire in maniera graduale: "Anche Zapatero non l'ha fatto in un giorno, ci sono tempi tecnici. Il punto è se il ritiro è una scelta politica dell'Unione. Dopo l'uso del fosforo è un dovere morale, e poi Prodi l'ha già annunciato nel programma delle primarie. L'ha scritto lui, non io".
Toni più duri Bertinotti riserva invece a Fassino e alla sue dichiarazioni sulla necessità di concordare il ritiro e qualsiasi mossa in Iraq con americani e inglesi: "Una cosa è la diplomazia, informare gli altri, che è del tutto ovvio. Altra cosa la sostanza”.
“Fassino ha creato, inutilmente, molta confusione. Ritiriamo le truppe. Poi, sediamoci al tavolo per discutere della transizione in Iraq. Fassino può pensarla in un modo, io in un altro. Ma uno dei primi atti del nuovo governo dell'Unione deve essere il rientro da Baghdad".

Corriere della Sera 13.11.05
Ru 486 in Toscana
Decine di richieste a Pontedera
«Tutto legale, non ci fermiamo»
Giuliano Gallo
Il giorno dopo la notizia dei primi aborti farmacologici, le polemiche in Toscana si fanno roventi. L’Udc chiede una commissione d’inchiesta e pretende le dimissioni dell’assessore regionale alla Sanità. I movimenti per la vita annunciano manifestazioni e sit-in davanti all’ospedale di Pontedera e ipotizzano un esposto alla magistratura per violazione delle norme sull’acquisizione dei farmaci. La sinistra e le associazioni delle donne, invece, appoggiano la decisione della Regione. Variegato il fronte politico. Anna Maria Celesti, ginecologa e consigliere regionale di Forza Italia, ieri ha pubblicamente annunciato il suo sì alla pillola Ru 486.
PONTEDERA - «Certo, un po’ ce l’aspettavamo, non potevamo pensare che la nostra scelta passasse sotto silenzio...». Rocco Damone, direttore sanitario della Asl 5 di Pisa, sorride tranquillo. Il piccolo ospedale di Pontedera, che dipende dalla sua Azienda sanitaria, ha sparigliato il gioco, applicando ufficialmente la pillola Ru 486. Non come sperimentazione, ma proprio come metodo di interruzione della gravidanza. Una scelta che adesso Damone definisce «etico-politica», e che da una parte è destinata a suscitare aspre e variegate polemiche, dall’altra è servita comunque a rompere un muro che nessuno potrà più ricostruire. «Abbiamo accolto le indicazioni della Regione e del Comitato di bioetica regionale, secondo il quale non c’è nessun bisogno di sperimentare un farmaco che nel resto del mondo è già stato usato da 200 milioni di donne. Un farmaco che l’Organizzazione mondiale della Sanità considera una delle migliori pratiche mediche».
Adesso il corridoio di ginecologia è pieno di telecamere e taccuini, che Damone e il primario Massimo Srebot, padre sloveno e toscanissimo accento, affrontano con serena e un po’ divertita cortesia. «Per tutta la mattinata sono arrivate decine e decine di telefonate di donne, da tutta Italia, che chiedevano informazioni», racconta il primario. «Le hanno smistate tutte a me perché ero l’unico medico non obiettore di turno». L’avventura dell’ospedale di Pontedera (320 posti letto, 18 mila ricoveri l’anno, 1.300 parti e 520 aborti praticati) era cominciata l’8 ottobre scorso, quando la direzione sanitaria aveva scritto alla ditta Excelgin di Parigi per richiedere una prima confezione della pillola Ru 486, al modico prezzo di 10 euro. La richiesta era stata inoltrata anche all’ufficio periferico del ministero della Salute, come vuole un decreto ministeriale dell’11 febbraio 1997, quello che regola l’acquisto di farmaci non venduti in Italia.
«Disobbedienza civile? Macché, noi ci muoviamo nel pieno rispetto delle regole», dice Damone. «A Parigi abbiamo anche fornito il nome della donna che doveva utilizzare la terapia, proprio come prescritto. Del resto la Ru 486 era già stata sperimentata anche in Italia, una ventina di anni fa, all’università di Genova». La prima confezione è arrivata giusto un mese dopo la richiesta, l’8 novembre. E la donna che aveva scelto di abortire è già tornata a casa, dopo i canonici tre giorni di ricovero.
Ma nel frattempo per Parigi sono partite altre richieste, e non solo da Pontedera: «Anche altre Asl, almeno 5 o 6, hanno già inoltrato le domande», conferma l’assessore regionale alla Sanità, Enrico Rossi. Il suo ufficio aveva inviato due settimane fa a tutte le Asl della Toscana una circolare, nella quale si dettavano le linee guida per l’introduzione della pillola abortiva. E le Asl hanno risposto. Pontedera è solo arrivata prima delle altre, ma fra qualche settimana non avrà nemmeno più senso contare le richieste. «Noi non possiamo né imporre la Ru 486 né impedirne l’uso - precisa l’assessore -. Per fortuna esistono ancora delle autonomie, prima fra tutte quella delle donne, che hanno il diritto di scegliere come abortire».
Lunedì prossimo comunque l’assessorato alla Sanità darà il via ad un monitoraggio di tutte le procedure di acquisizione della pillola, per verificare che il percorso sia conforme alla legge. Ma direttore sanitario, primario e assessore si dicono contrari a far diventare la Toscana «terra della pillola per abortire». Perché, spiega Damone, «qualsiasi Asl italiana può seguire la procedura che abbiamo seguito noi. La legge era lì da quasi 10 anni, solo che a nessuno era venuto in mente di usarla». Secondo i calcoli degli esperti toscani, non sarà comunque più di un 10-20 per cento delle donne a poter utilizzare la pillola. Per le altre rimane sempre il metodo Karmann, l’intervento. «Se la pillola è un’auto con 6 airbag, il metodo chirurgico è pur sempre una con 2 airbag - sintetizza Srebot - paragone barbaro, ma chiaro».

Il presidente della Regione Toscana Claudio Martini: parole irresponsabili da Roma, abbiamo dato una risposta alle domande di sanitari e donne
«Il dialogo? Se il ministro fosse aperto come Alemanno»
Marco Gasperetti


FIRENZE - «Dichiarazioni assolutamente irresponsabili». Così Claudio Martini (Ds) , presidente della Regione Toscana, definisce le accuse del ministro Storace di « fomentare una corsa barbara all’aborto ».
Con il nullaosta all’aborto farmacologico la sua Regione ha però sfidato il governo.
«Se la decisione di applicare una richiesta di medici e donne nel pieno rispetto delle leggi vi sembra una sfida al governo allora sono orgoglioso di aver lanciato questa sfida. Abbiamo sfidato il suo immobilismo, abbiamo sfidato un ministro che non vuole il dialogo e non conosce che cosa la Toscana sta facendo per applicare al meglio la legge 194. E non sa neppure che questa Regione sta cercando di far diminuire le interruzioni di gravidanza ma non criminalizza le donne perché decidono di abortire e non le criminalizza una seconda volta perché lo fanno con una pillola che può aiutarle in una situazione altamente traumatica. Però non chiamatela sfida politica. La politica stavolta non c’entra niente. Qui si parla di salute e di dignità delle donne».
Non si poteva aspettare la conclusione della sperimentazione in corso a Torino?
«Chi stabilisce chi deve iniziare per primo? Nessuno. Perché Roma non decide niente. Storace non vuole neppure discutere, si limita a inveire. Stamani ho avuto un incontro con il ministro Alemanno. Che è un avversario politico, dello stesso partito di Storace. Eppure sa ricoprire al meglio il suo ruolo istituzionale. Collaboriamo insieme e con lui ho trovato piena sintonia nella battaglia contro gli Ogm. Credo sia un esempio di come le istituzioni si dovrebbero muovere».
Qualcuno teme che la Toscana si trasformi nel «paradiso degli abortisti». Esagera?
«Chiunque affermi una cosa del genere dice soltanto assurdità».
E allora la raffica di richieste arrivate ieri da tutta Italia all’ospedale di Pontedera?
«Quello che accade va monitorato con attenzione e lo faremo attentamente. Così come faremo particolare attenzione a che tutte le procedure di legge siano adempiute. Ma non si può criminalizzare la mia Regione perché ha dato il via libera a un farmaco ormai sperimentato da anni e accettato dall’Europa. Invece è importante lavorare per creare un coordinamento nazionale, ci vogliono decisioni e bisogna rasserenare il clima. Il ministro Francesco Storace fa l’opposto. Non decide e lancia anatemi».
Anche la Chiesa toscana si è schierata contro.
«La Chiesa è contro l’aborto ma non ha rinunciato al dialogo ed esiste un terreno comune con la Regione, soprattutto quando si parla della 194, che non è solo la legge che disciplina le interruzione di gravidanza. Noi vogliamo migliorare questa normativa soprattutto negli aspetti che tutelano la maternità. Non vogliamo far aumentare gli aborti, ma li vogliano diminuire. Nel prossimo programma regionale di sviluppo metteremo al centro della questione la natalità e lo faremo anche chiedendo una collaborazione della Chiesa».

il gazzettino 13.11.05
Una rassegna su «Cent’anni di immagini del dolore» si apre oggi a Reggio Emilia e a Correggio proponendo un percorso espositivo diviso in quattro sezioni
«Il volto della follia»: ambienti e vita negli ospedali psichiatrici in 500 fotografie

Reggio Emilia. Cinquecento fotografie che documentano ambienti e vita negli ospedali psichiatrici, e il difficile processo di inserimento nella società degli ex degenti. È «Il volto della follia. Cent’anni di immagini del dolore», che si aprirà ogginelle sedi di Reggio Emilia, a Palazzo Magnani, e di Correggio al Palazzo dei Principi.
La mostra, curata da Sandro Parmiggiani e aperta fino al 22 gennaio, propone un percorso espositivo che si divide in quattro sezioni. Nella prima, «Memorie dalla città dei matti», si trovano le foto scattate, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, ai ricoverati nel San Lazzaro di Reggio Emilia, il grande manicomio alla periferia cittadina, che arrivò a ospitare più di 2.000 persone, e quelle che documentano la vita e gli ambienti di questa «città della follia», precedute dalle iconografie fotografiche nei tre volumi de La Salpetrière di Parigi (1876-1879), presenti nella Biblioteca dell’Istituto reggiano, e seguite dalle immagini che Vasco Ascolini ha scattato negli ultimi anni nei luoghi ormai vuoti e desolati di manicomi e istituzioni scientifiche italiane, intrisi delle memorie di una vita di sofferenza. All’interno della sezione sono esposti alcuni dipinti di grande formato (rielaborazioni pittoriche, su base fotografica, di volti di ricoverati al San Lazzaro) realizzati per la mostra da Giovanni Sesia.
Nella seconda sezione, «I manicomi svelati», ci sono le foto scattate dal 1965 in poi nei manicomi italiani da Luciano D’Alessandro, Gianni Berengo Gardin, Carla Cerati, Ferdinando Scianna, Gian Butturini, Raymond Depardon, Uliano Lucas, che diedero un contributo fondamentale allo sviluppo della sensibilità sul problema dell’esclusione e delle condizioni di vita delle persone rinchiuse nei manicomi. Nella terza sezione, «Al di là delle mura, tra le persone», protagoniste sono le foto scattate dopo l’approvazione della Legge Basaglia (1978) e la chiusura dei manicomi, che documentano i tentativi, spesso difficili, di dare risposte alternative al problema dello squilibrio psichico, con particolare attenzione ai volti delle persone che vivono questa situazione e ai luoghi, ormai abbandonati, degli ex-manicomi, alla ricerca di tracce di presenze umane.
Il percorso espositivo continua a Correggio con la quarta sezione «Prigioni e rifugi, nelle terre del mondo».

Corriere della Sera 13.11.05
Foscolo, sovversivo e passionale
fu il prototipo dell’uomo moderno
Alberto Bevilacqua

Il nostro «neoclassicismo» letterario rappresenta, oggi più che mai, una vicenda di estremo interesse. L’epoca attuale, infatti, anche con le sue componenti ciniche, consente di valutare in prospettiva forzature e compromissioni che, nelle strutture culturali, sono passate in una sorta di automatica accettazione: anche, e soprattutto, nell’insegnamento scolastico. Il nostro neoclassicismo si pone fra le autoimposizioni, spesso frutto di provincialismo e di plagio, che la letteratura italiana di frequente si è addossata, senza tener conto delle loro artificiosità. Ecco perché la lettura di questo volume offre, al lettore, la possibilità di una revisione indispensabile. Il neoclassicismo - non va dimenticato - nasce, nell’area europea, come movimento delle arti figurative, che intende reagire alle «irregolarità» del barocco, riproponendo l’armonia e la compostezza della grecità classica. Wirckelmann, il gran teorico, il fondatore dell’archeologia scientifica (da ricordare le sue Considerazioni sull’imitazione delle opere greche nella pittura e nella scultura) influì, anche sulle esperienze letterarie e filosofiche del suo tempo, con i principi inderogabili: l’ideale di bellezza come specchio di un’umanità autonoma, caratterizzata da una fusione fra corpo e spirito, da un nobile dominio delle passioni. Questo sogno, paradossalmente più congeniale alle arti figurative (alla scultura più che alla pittura), rischia la programmaticità coatta allorché ci si muove nella dimensione letteraria, dove la contemporaneità va espressa per ciò che è, e non per simulazione e asservimento a codici precostituiti. In letteratura non s’inventano né il «nobile dominio delle passioni» né, tantomeno, la serenità. Condizioni umane che solo la vita può dettare. Il neoclassicismo letterario, di conseguenza, generò una scrittura controllata negli affetti e figurativamente ben rilevata, statuaria, proprio mentre la nostra società era sul punto di grandi trasformazioni politiche e di costume. Come esempi di poesia neoclassica si citano, canonicamente, le ultime Odi e le due ultime parti del Giorno di Parini, i versi di Cerretti, Paradisi, Arrici, Fantoni, Mascheroni, e in particolare Vincenzo Monti, i versi giovanili di Manzoni, addirittura le Grazie di Foscolo. Quanti autori nel museo dell’oblìo. Restano i nomi legati ad evasioni dal labirinto.
Valga, ad esempio, Vincenzo Monti. Certo, egli erompe nei prediletti fuochi d’artificio: magistrali esercizi di stile, ricorsi alla mitologia. Traduce l’Iliade e ingentilisce anche il mondo omerico. Ma conosce riscatti, per citare, con l’elegia degli Sciolti al principe Don Sigismondo Chigi, la meditazione umbratile di Nel giorno onomastico della mia donna, la Feroniade (elaborata fino a poco prima della morte) che prende spunto dal prosciugamento delle Paludi Pontine, le cantiche antipapali e antimonarchiche... Il romanticismo sovverte la situazione. Inevitabile. Storicamente, ogni plagio finisce per cedere a un plagio di opposto segno. Complessa la nascita del romanticismo europeo: dall’Inghilterra, alla Francia, alla Germania, con una drastica reazione al classicismo. Si va dalla suggestione paesaggistica al culto implicito della malinconia, del sentimento, delle effusioni del cuore opposti alla ragione fredda e astratta, con la sostituzione della concreta religiosità al deismo, via via fino agli ideali democratici, al riscatto politico dei popoli oppressi, al senso della bandiera patria. Si recuperano la poesia popolare, il folclore fiabesco. Snodo importante il 1816: Madame de Staël pubblica, proprio nella «Biblioteca italiana» di Milano, un attacco alla nostra letteratura considerata accademica, sterile, e un invito alla conoscenza dei nuovi scrittori europei. Il 1816: l’anno della battaglia romantica, dei manifesti contro il provincialismo degli italici letterati codini (da parte di Di Brema, Borsieri e Berchet, che saranno fra gli animatori del «Foglio azzurro», guidato da Silvio Pellico, il Conciliatore).
A differenza delle poetiche nordiche (il loro senso del mistero), si sviluppa la spinta patriottica-risorgimentale, si intende la storia come definizione civile, si concede ampia ricerca alla letteratura popolare. Il romanticismo si innesta nella linea del realismo. Dal Manzoni a Nievo, certamente, ma si impone la dimensione realistica-dialettale del Porta e del Belli. Si scadrà nel sentimentalismo di nuovo, col «secondo romanticismo»: Prati, Aleardi. La reazione verrà dalla Scapigliatura, e via via da altre correnti che approderanno, alla fine del secolo, al verismo e al decadentismo. Ai confini di questa planimetria, la tentazione è di porre, come vetta autonoma atipica, la figura di Ugo Foscolo, la cui vita è già, in sé, un veleggiare tempestoso, fortemente emozionale, per tanti aspetti profetico delle prossime avventure nazionali, che sovverte ogni regola dei letterati codini fatti oggetto di aspra critica da Madame de Staël e dai manifesti redatti durante la «battaglia romantica». Foscolo che mette in gioco se stesso in nome delle istanze libertarie e si arruola nella «Guardia nazionale di Bologna», combattendo in Emilia e in Liguria, compiendo missioni in Toscana, arruolandosi di nuovo nella divisione italiana che avrebbe dovuto prender parte al mai realizzato sbarco napoleonico in Inghilterra. Foscolo che alterna ricchezza (di breve durata) a povertà: ne è esempio la sua morte in un villaggio presso Londra. Foscolo dagli amori incessanti: da Isabella Teotochi Albrizzi a Isabella Roncioni, via via a un elenco di donne più che nutrito. Foscolo che si sposta continuamente di luogo in luogo, uscendo e rientrando dai nostri confini. Foscolo che proietta se stesso in Ortis e Didimo. Il primo assorbe gli slanci, il sentimento difficile da contenere, e tende a creare il mito delle proprie vicende umane, alimentandole con realtà vissute anche con questo scopo (nel filone ortisiano si inseriscono I Sepolcri ). Didimo , invece, è lo specchio in cui si contempla il Foscolo vivace, ironico, capace di porre distacco fra sé e le pene umane, certamente lontano dagli assilli profetici dell’esilio e dai propositi suicidi dell’Ortis . Vivere le mille vite in una e, al tempo stesso, sapersi comportare come chi sa che la vita merita anche una superiore, sarcastica indifferenza. Essere insieme uno e un altro diverso. È questa coesistenza vitalistica degli opposti, è questa sospensione d’ansia nel passare attraverso due maschere attive dell’anima, sensoriale e spirituale, che fanno di Foscolo l’antesignano dell’uomo di oggi, preso fra i due fuochi della contemporaneità: l’eccesso e il disamore.

Repubblica 12.11.05
Se lo scettico affronta la fede
di Umberto Galimberti

Che cos'è un miracolo? L'infrazione di una legge di natura, l'interruzione della regolarità del suo ciclo. Ma siccome noi non conosciamo la natura fino nei suoi recessi più segreti, la credenza nel miracolo è il sostituto della nostra ignoranza. Così parla David
Hume, filosofo empirista inglese, in un suo Trattato sui miracoli scritto nel 1720 e inserito nella decima sezione dei suoi Saggi filosofici del 1743, dove si riassume il Trattato sulla natura umana (1740), al cui interno il trattato sui miracoli non compariva.
L'inserzione ha quindi un carattere provocatorio e consapevolmente scandalistico per smobilitare un pezzo forte della credenza umana, sempre disposta a dar credito allo "straordinario" per il piacere istintivo che l'animo umano prova di fronte all'insolito.
Il filosofo illuminista, nella sua argomentazione, utilizza uno dei temi generali della sua filosofia secondo cui la fede, per sua natura, non poggia sulla ragione, perché io non credo in ciò che so. Non credo che due più due faccia quattro perché lo so. E intorno a ciò che so non c'è bisogno di fede. La fede, infatti, è un assenso della volontà (e non dell'intelletto) su un dato di fatto, ma siccome i dati di fatto sono contingenti e non necessari come le verità di ragione, l'assenso che ad essi si concede è assolutamente gratuito.
Così argomentando, lo scettico Hume, per quelle strane vertigini a cui ci abitua il pensiero, finisce col sostenere a sua insaputa quanto già sostenevano Paolo di Tarso e Tommaso d'Aquino quando dicevano che la fede è promossa non dall'evidenza del contenuto (ut ad proprium terminum) ma dalla volontà (ex voluntate) perché, a differenza del sapere, la fede imprigiona l'intelletto conducendolo "in captivitatem", per cui, di fronte alla fede, l'intelletto è inquieto (nondum quietatus), in una condizione di timore e infermità (in infirmitate et timore et tremore multo).
Questa affinità di argomentazione con i padri antichi e medievali della dottrina cristiana, se poteva sfuggire a Hume, non sfugge al vescovo di Salisbury John Douglas che, in una lunga lettera aperta indirizzata ad Adam Smith dal titolo Criterion dedica una sezione ai miracoli, distinguendo quelli riferiti dal Vangelo a cui bisogna dare la massima credibilità e quelli a cui il popolo di tanto in tanto presta fede. Questo secondo tipo di miracolo, scrive Douglas: «Sono opera della natura, scambiati per prodigi dall'ignoranza, dalla suggestione del popolo e dalla macchinazione perversa di qualche furbo».
Il riferimento del vescovo di Salisbury è ai miracoli attribuiti post mortem all'Abbè de Paris, santo giansenista in odore di eresia, la cui devozione era osteggiata dalle chiese sia cattolica sia protestante. Ma quel che qui interessa è che, nel confutare la fede popolare nei miracoli, John Douglas utilizza gli stessi argomenti adottati da Hume contro la fede in generale, rivelando una curiosa contaminazione con lo spirito illuminista che vedeva nel progresso delle scienze l'erosione della fede.
E come Hume utilizza, non sappiamo con quanta consapevolezza, argomenti cristiani contro la fede, così Douglas utilizza, lui sì consapevolmente, argomenti scettico-illuministici contro la fede popolare. Dal punto di vista della ragione Hume ha tutte le ragioni, mentre dal punto di vista della fede il vescovo di Salisbury avrebbe potuto risolvere la questione rifacendosi a quel passo del Vangelo dove Gesù, senza esitazione, dice: «Voi credete perché vedete, ma beati saranno coloro che crederanno senza vedere». Tra fede e ragione, infatti, non c'è concomitanza e tanto meno subordinazione perché, come ci ricorda Hume, la fede affonda le sue radici nella dimensione irrazionale, di cui l'uomo si alimenta quando la ragione non offre sufficienti ancora oggi.

due segnalazioni di Claudia Calesini:

Repubblica 11.11.05
Psicologi junghiani a congresso a Milano
Noi contemporanei e il nostro nuovo inconscio tecnologico
L'uomo muta per evitare di sentirsi inadeguato e crea altre gravi frustrazioni
di Umberto Galimberti

Dall´11 al 13 novembre, al Palazzo delle Stelline di Milano, gli psicologi junghiani del Centro Italiano di Psicologia Analitica discutono, nel loro XIII congresso delle sorti della psiche nell'età della tecnica. Si ha infatti l'impressione che, nella nostra epoca, la tecnica non sia più uno strumento nelle mani dell'uomo, ma, nel governo del mondo, abbia preso il posto dell'uomo, riducendo quest'ultimo a semplice funzionario, quando non a semplice ingranaggio dell'apparato da essa dispiegato.
Se così fosse la psiche umana non ospiterebbe più solo un «inconscio pulsionale», come Freud l'ha magistralmente descritto dove sessualità e aggressività mandano a buon fine gli interessi della specie spesso in conflitto con quelli del singolo individuo, ma anche un «inconscio tecnologico» dove una società, in ogni suo aspetto regolata dalla tecnica, chiede all'uomo di essere perfettamente omologato all'apparato di appartenenza (sia esso amministrativo, burocratico, industriale, commerciale), per evitare di toccare con mano la propria inadeguatezza rispetto alla perfezione della macchina, e scoprirsi null'altro che un modo deficiente d'esser macchina, una scandalosa non-macchina, un clamoroso Nessuno.
E come la psicoanalisi, ormai da un secolo, ci ha mostrato che l'inconscio pulsionale produce quel turbamento dell'identità che l'Io avverte ogni volta che scopre, come scrive Freud, di «non essere padrone in casa propria», così oggi la psicoanalisi dovrebbe indagare quanto la tecnica si avvicina passo passo all'Io, quanto inconsciamente lo condiziona ogni giorno di più, risolvendo la sua identità in funzionalità, la sua libertà in competenza tecnica, la sua individualità in atomizzazione, la sua funzionalità in deindividuazione, la sua specificità nell'essere il più possibile conforme a quella cultura di massa in cui l'individuo realizza se stesso quanto più attivamente si adopera alla propria omologazione, che consiste nella sua riduzione a organo dell'apparato, a sua espressione, con progressivo decentramento da sé e trasferimento del suo centro nel sistema tecnico che lo riconosce (cioè gli dà identità) come sua componente.
L'autonomia che nel corso dell'evoluzione l'Io è riuscito a strappare all'inconscio pulsionale, che è poi quello pre-individuale, quello biologico, oggi la consegna all'inconscio tecnologico, a partire dal quale l'Io giudica se stesso più o meno «capace», più o meno «valido» a misura della sua più o meno riuscita integrazione. Ma dire integrazione significa guardare se stessi dal punto di vista dell'apparato, e quindi valutarsi tanto più positivamente quanto meno si è se stessi.
Questo spiega perché egemoni diventano nell'età della tecnica quelle «psicologie dell'adattamento» il cui implicito invito è di essere sempre meno se stessi e sempre più congruenti all'apparato. Tali sono il cognitivismo che invita ad aggiustare le proprie idee e ridurre le proprie «dissonanze cognitive» in modo da armonizzarle all'ordinamento funzionale del mondo, e il comportamentismo che invita ad adeguare le proprie condotte, indipendentemente dai propri sentimenti e dalle proprie idee che, se difformi, sono tollerati solo se confinanti nel privato e coltivati come tratto originale della propria identità, purché non abbiano ricadute pubbliche.
Si viene così a creare quella situazione paradossale in cui l'«autenticità», l'«essere se stesso», il «conoscere se stesso», diventano, nel regime della funzionalità dell'età della tecnica, qualcosa di patologico, come può esserlo l'esser centrati su di sé (self-centred), la scarsa capacità di adattamento (poor adaptation), il complesso di inferiorità (inferiority complex). Quest'ultima patologia lascia intendere che è inferiore chi non è adattato, e quindi che «essere se stesso» e non rinunciare alla specificità della propria identità è una patologia.
E in tutto ciò c'è anche del vero, nel senso che sia il cognitivismo sia il comportamentismo, in quanto psicologie del conformismo, assumono come ideale di salute proprio quell'esser conformi che, da un punto di vista esistenziale, è invece il tratto tipico della malattia. Dal canto loro i singoli individui, interiorizzando i modelli indicati dal cognitivismo e dal comportamentismo respingono qualsiasi processo individuativo che risulti non funzionale all'apparato tecnico, allo scopo di non scoprirsi come semplici macchine difettose che non sono mai all'altezza dell'efficienza richiesta.
Da qui prende avvio quella patologia, oggi sempre più diffusa, che siamo soliti chiamare depressione», che però nell'età della tecnica ha cambiato forma. Infatti non origina più come in passato da un vissuto di «colpevolezza», come ancora si può leggere in tutti i manuali di psicoanalisi e di psichiatria, ma da un vissuto di «inadeguatezza» e di «insufficienza» rispetto al grado di funzionalità richiesto dall'apparato tecnico.
Passati come siamo da un «società della disciplina» che caratterizzava l'età pre-tecnologica (dove la nevrosi era un conflitto tra il desiderio che vuole infrangere la norma e la norma che tende a inibire il desiderio) a una «società dell'efficienza». E quando l'orizzonte di riferimento non è più in ordine a ciò che è «permesso», ma in ordine a ciò che è «possibile», la domanda che si pone alle soglie del vissuto depressivo non è più: «Ho il diritto di compiere quest'azione?», ma «sono in grado di compiere quest'azione?».
Il vissuto di insufficienza, causa prima della depressione nell'età della tecnica, attiva la dipendenza psicofarmacologica, dove le promesse di onnipotenza assomigliano non a caso a quelle che rendono popolare e diffusa la droga. Il farmaco dipendente e il tossico dipendente sono infatti due varianti di quel tipo umano che non si sente mai sufficientemente se stesso, mai sufficientemente colmo di identità, mai sufficientemente attivo, mai all'altezza delle prestazioni che l'istanza efficientista della società della tecnica richiede.
Tratti questi che entrano in collisione con l'immagine che l'età della tecnica richiede a ciascuno di noi. E così la coscienza di questo crudele fallimento sul piano della responsabilità e dell'iniziativa, o anche semplicemente del mancato sfruttamento di una possibilità, amplifica inesorabilmente i confini della sofferenza e dell'inadeguatezza che sono presenti in ogni depressione e che i modelli efficientisti dominanti rendono ancora più dolorose e talora insanabili.
Qui occorre una profonda riflessione che consenta alla psicanalisi di portarsi all'altezza del «disagio della civiltà», che oggi non è più tanto quello generato dall'inconscio pulsionale, quanto e soprattutto quello generato dall'inconscio tecnologico che, nella perfezione della macchina, segnala con sufficiente chiarezza la misura dell'inadeguatezza umana.

Repubblica 11.11.05
Ecco cosa ci fa simili agli uccelli
la scienza e l'ambiente
Quanto contano i fattori esterni nella crescita degli uomini Parla il fisiologo Jared Diamond
"I volatili sono gli animali meglio comprensibili: hanno i nostri stessi sensi"
Lo scienziato ha scritto "Armi, acciaio e malattie" e, ora, "Collasso"
"È soltanto un caso che le tre grandi religioni monoteiste siano nate nel deserto?"

TORINO Esiste da qualche anno negli Stati Uniti il premio Lewis Thomas, che incorona lo «scienziato come poeta»: dopo essere andato a premi Nobel quali François Jacob, Max Perutz e Steven Weinberg, o a mostri sacri quali Freman Dyson, Abraham Pais e Edward Wilson, è stato vinto nel 2003 da Jared Diamond, autore del best-seller Armi, acciaio e malattie (Einaudi, 1998), che a suo tempo aveva avuto tra i suoi recensori nientemeno che Bill Gates.
Il nome di Diamond non è però legato a quell'unico libro: oltre ad aver scritto Il terzo scimpanzé (Bollati Boringhieri, 1994) e L'evoluzione della sessualità umana (Sansoni, 1998), questo fisiologo e ornitologo di fama mondiale ha appena pubblicato il meraviglioso Collasso (Einaudi, pagg. 566, euro 24), che sta presentando in questi giorni in Italia. Noi l'abbiamo intervistato a Torino in occasione di un ciclo di Conversazioni inaugurato nella sede dell'Einaudi (Diamond sarà poi a Roma martedì 15 novembre).
Mi sembra che lei non abbia cominciato con lo studio delle civiltà che l'hanno reso famoso, vero?
«Infatti. Ho preso una laurea ad Harvard in biochimica, per prepararmi a diventare medico come mio padre. Ma poi ho cambiato idea, e ho preso un dottorato in fisiologia a Cambridge: dopo essere nato e cresciuto a Boston avrei voluto trasferirmi su un altro pianeta, e l'Inghilterra era la cosa più vicina a esserlo».
E ha mai fatto ricerca nel campo della fisiologia?
«Altro che: per molti decenni sono stato ritenuto il miglior specialista dei dotti biliari! Ma ho anche sempre avuto una vera passione per gli uccelli».
Anche Watson, lo scopritore della doppia elica, e Nirenberg, il decifratore del codice genetico, hanno cominciato con l'ornitologia. Come mai è una così buona scuola?
«Da un lato, gli uccelli sono gli animali meglio comprensibili, perché hanno i nostri stessi sensi: la vista, l'udito, e in minor misura l'olfatto. Dall'altro lato, con gli uccelli, così come con gli esseri umani, non si possono fare esperimenti di laboratorio: in entrambi i casi bisogna imparare a fare esperimenti naturali, basati sulle comparazioni di situazioni esistenti».
Nei suoi libri lei fa spesso riferimento alla Nuova Guinea: quante spedizioni ornitologiche ci ha fatto?
«Ventuno, e ad aprile partirò per la ventiduesima: una permanenza di circa sei anni, in tutto».
Quindi lei continua a fare osservazioni, nonostante la sua attività di scrittore?
«Certo, e continuerò finché potrò "volare"».
Lei sembra fautore di una sorta di determinismo ambientale, che privilegia l'influenza dell'ambiente rispetto a tutti gli altri fattori. Anzitutto, si ritrova nella definizione?
«Sì, benché sia una definizione alla quale gli storici reagiscono (negativamente) in maniera automatica. Ma l'ambiente ha sicuramente un´influenza sugli affari umani, che in qualche caso è inevitabile: ad esempio, gli esquimesi non hanno mai sviluppato l'agricoltura non per motivi culturali, ma perché non glielo permetteva l'ambiente artico».
E come risponde alle critiche, che dicono che questo è un ritorno a Lamarck, per non dire a Strabone?
«Le critiche riguardano soprattutto Armi, acciaio e malattie, nel quale argomentavo che senza piante e animali adeguati non si può sviluppare una società agricola. Non sono state ripetute per Collasso, nel quale mi concentro invece su problemi che si possono risolvere con scelte appropriate».
Oltre all'origine delle civiltà, anche l'origine dell'uomo, a cui lei ha dedicato Il terzo scimpanzé, è opera di un determinismo ambientale?
«La questione è dibattuta: ad esempio, non sappiamo se e come la crescente siccità abbia contribuito alla crescita del cervello umano. E non si può nemmeno dire che l'uomo e gli scimpanzé si siano sviluppati, rispettivamente, nelle zone arida e umida della valle centrale africana, perché recentemente si è scoperto uno scimpanzé fossile nella zona arida».
E che cosa ha determinato la scomparsa dei neanderthal, che pure avevano un cervello più grosso del nostro?
«Probabilmente il nostro cervello funzionava meglio, almeno dal punto di vista delle invenzioni necessarie per la sopravvivenza: le nostre si sono susseguite velocemente negli ultimi 40.000 anni, mentre i neanderthal sono rimasti praticamente immutati dalla loro apparizione, 300.000 anni fa, fino alla loro estinzione».
C'è un determinismo anche nell'evoluzione dei caratteri della sessualità umana, alla quale lei ha dedicato il suo secondo libro?
«A noi il nostro modo di far sesso pare normale, ma se gli animali se ne interessassero lo troverebbero molto strano: ad esempio, perché lo facciamo di nascosto, o perché lo pratichiamo in periodi non fertili. Naturalmente, la sessualità umana non è un fenomeno puramente riproduttivo, ed è legato ad altri fattori. Pensiamo, ad esempio, al ruolo che hanno i nonni nell'educazione dei bambini, dalle società tribali a quelle moderne, che ovviamente è inesistente fra gli animali: non esistono "nonni leoni", no?»
Cosa pensa delle spiegazioni alla Desmond Morris, come quella che il seno delle donne è un'imitazione delle natiche, dovuta al passaggio dall'accoppiamento posteriore a quello anteriore?
«Credo che i segnali sessuali siano probabilmente arbitrari. In alcune popolazioni le donne non hanno seni molto pronunciati. In altre, invece, hanno natiche molto sviluppate: i casi tipici sono gli abitanti delle isole Andamane da un lato, e gli ottentotti e i boscimani dall'altro».
Il determinismo ambientale vale anche per le religioni?
«Forse. Certo è un fatto che le tre religioni monoteistiche si siano sviluppate nel deserto. O che l'islam abbia avuto un'esplosione immediata: si tratta solo dell'influsso di una persona eccezionale come Maometto, o ci sono fattori demografici che hanno contribuito all'espansione? Non conosco le risposte, ma le domande mi sembrano molto interessanti».
Leggendo i suoi libri mi è venuta in mente la Storia della Rivoluzione Russa di Trotsky, che mostra come anche gli eventi politici siano soggetti a un determinismo piuttosto rigido, benché non di natura ambientale.
«L'ambiente è stato fondamentale per la nascita delle civiltà, ma per la loro sopravvivenza e il loro sviluppo intervengono sicuramente altri fattori: la capacità di gestire le risorse, i cambiamenti climatici, il ruolo delle popolazioni nemiche, la gestione delle relazioni commerciali. Ad esempio, le cause ambientali non sono state fondamentali per il crollo di Cartagine o dell'Unione Sovietica, benché lo siano state per la caduta dei Maya».
Il suo approccio fa presagire una «storia come scienza», per usare una sua espressione: quanto è lontana la cosa?
«La storia non è ancora una scienza, ma potrebbe diventarlo. Una scienza diversa dalla fisica o dalla chimica, però, e più simile all'ornitologia o alla paleontologia, nelle quali si possono fare ragionamenti ma non esperimenti».
Ma si possono conciliare il determinismo storico e la libertà umana?
«La libertà agisce soltanto a livello individuale, e in ogni caso non è assoluta. Un esempio classico è l'attentato a Hitler del 20 luglio 1944: se la bomba fosse stata piazzata qualche metro più in là, le cose sarebbero andate molto diversamente».
La storia è dunque un sistema caotico, nel quale piccole differenze nelle cause possono provocare grandi differenze negli effetti?
«Grandi differenze si possono certamente avere nel breve periodo, ma il vero problema ancora irrisolto è se esse possono perdurare alla lunga, o se invece siano destinate a essere smussate e assorbite».
Col senno di poi, sembra che i suoi libri costituiscano un'unica grande opera che spazia dall'origine dell'uomo alla caduta delle civiltà: li ha pensati così?
«A posteriori si potrebbe effettivamente pensarlo, ma in realtà ogni volta che ne ho scritto uno mi sono solo chiesto quale avrebbe potuto essere un seguito interessante. E sia lo sviluppo delle civiltà, che il loro collasso, sono due temi che mi hanno interessato per decenni, sui quali avevo sempre pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere».
Dopo esserne diventato un maestro riconosciuto, quale pensa sia l'importanza della divulgazione scientifica?
«Molto rilevante, direi: soprattutto in paesi come gli Stati Uniti di oggi, in preda a tragedie quali la reviviscenza del creazionismo, o una presidenza basata sulla fede invece che sul principio di realtà. Ma una buona parte della colpa ricade sugli scienziati stessi, che in maggioranza non solo non si degnano di spiegare il loro lavoro, ma addirittura disprezzano coloro che lo fanno: li considerano dei superficiali, dei pensionati, o addirittura delle prostitute intellettuali».
Credevo che fosse così solo in Italia! È accaduto anche a lei, personalmente?
«Io sono stato abbastanza fortunato, perché stavo in un dipartimento di fisiologia: i miei colleghi non hanno saputo che scrivevo libri di divulgazione, fino a che non ho vinto il premio Pulitzer. Ma appena se ne sono accorti, mi hanno rifiutato un aumento di stipendio alla prima occasione: così va il mondo accademico».

una segnalazione di Pino Di Maula
http://www.donnealtri.it/articoli/locale_globale/locale_globale.html
Ti picchio così ti cancello
Monica Luongo

La violenza sulle donne è oggi l’unico dato che accomuna gli uomini del pianeta. Io l’immagino così: alla sera, tornando a casa, un maschio su cinque (questo il numero delle donne nel mondo che subisce uno stupro, mentre una su tre viene picchiata dentro le mura di casa) toglie il suo copricapo musulmano, il cappello da travet, lo zucchetto da ebreo, il copricapo di maglia che copre i dredlock rasta, e diventa improvvisamente uguale all’altro fratello del mondo: lo accomuna agli altri il desiderio cieco di violenza verso la donna che ha accanto o la prima sconosciuta indifesa che incontra, la volontà di annullamento della personalità di chi è più debole in quel momento, la furia incontrollata di fronte a un no.
I dati presentati dall’Onu nel Rapporto 2005 sulla popolazione mondiale – e quelli del Consiglio d’Europa - parlano chiaro e la violenza viene definita “una epidemia mondiale, silenziosa e di dimensioni allarmanti”, che si estende anche ai numeri riguardanti l’analfabetismo (due terzi degli 800 milioni di analfabeti nel mondo sono donne), le bambine scomparse (l’80% delle vittime dei traffici umani sono donne e minori), fino alla forma di violenza indiretta che riguarda la presenza delle donne nei parlamenti del mondo, il 16%.
Già, i due aspetti non sono a mio parere slegati. Forse che una maggiore visibilità e un maggior raggio di azione delle donne politiche potrebbe portare a una maggiore severità nei confronti degli uomini violenti o a politiche preventive efficaci? Non sono sicura che questa sia l’unica via, visto che la violenza maschile è presente anche in paesi avanzati come la Svezia. Penso però che il dialogo politico tra donne e uomini, e dunque una maggiore rappresentanza che non può non passare per il riconoscimento di poltiche “altre”, potrebbe favorire quell’apertura delle relazioni tra maschile e femminile che oggi è la sofferenza maggiore delle relazioni tra i sessi.
La ricerca di un migliore, possibile linguaggio di scambio, il superamento del separatismo (su cui oggi molte femministe si interrogano) non è slegato da una visione politica e sociale del mondo che continua a isolare le donne nella vita dei movimenti e nemmeno in maniera così evidente.
La pratica delle relazioni è assente in questo momento da ogni possibile scena del “fare”, negli ambiti internazionali così come in quelli privati; la logica degli schieramenti, le ideologie preventive e le conseguenti azioni di lotta ne sono tragica prova. Bisognerebbe piuttosto cercare sia nel privato che nel sociale una possibile rinnovata tessitura che passi per la comprensione dei difficili odierni rapporti di coppia e dei legami familiari, in un rinnovato concetto di welfare che tenga conto delle molteplici differenze e difficoltà delle strutture familiari e sociali delle nostre città e periferie occidentali, di un ascolto attento dei malesseri che si nascondono, indipendentemente da reddito e condizioni, dietro ogni porta di casa.