Liberazione 13.11.05
Difendiamo il patriarcato per un solo motivo: paura
Il dibattito sulla violenza dei maschi
Franco Giordano
E' onestamente impossibile sfuggire alla stringente e ragionata verità che ci ha proposto ieri su Liberazione Angela Azzaro. Le vie di fuga alla domanda secca e drammaticamente certificata "maschi, perché uccidete le donne"? possono infatti essere molteplici, quasi tutte condivisibili. Ma sempre di via di fuga si tratta. Il liberismo, la globalizzazione, la precarizzazione dei rapporti interpersonali, la violenza diffusa come effetti di una crisi delle forme di socialità. Sì, certo, ma questi contesti appaiono, per l'appunto, "neutrali", a fronte della cruenta cronaca di una guerra annunciata di uomini contro donne. Non spiegano questi contesti, peraltro, la preesistenza di un fenomeno diffuso anche in tempi non recenti. Innanzitutto, credo, che sia giusto mettere in rilievo che il luogo in cui le donne subiscono le violenze più crudeli sia quello che per secoli è stato sacralizzato e nel quale si è tentato di murare la soggettività femminile: la famiglia. E fa un certo effetto scoprire che la "normalità" della coppia eterosessuale, brandita contro ogni forma di relazione celi una consolidata aggressività maschile che le caste (siano esse politiche o sacerdotali) tendono a difendere e a preservare.
Ma queste violenze oggi esplodono come una reazione ad una forte soggettività ed emancipazione femminile. Non solo perché le donne tendono a competere con gli uomini in ogni campo, ma perché smettono giustamente di svolgere una funzione rassicurante e rinforzante della nostra immagine. La proprietà di correzione dello specchio dello sguardo femminile comincia infatti ad agire in senso contrario amplificando limiti e difetti degli uomini. Tutto ciò produce un diffuso senso di inquietudine e disorientamento. Diciamo la verità: vengono feriti il nostro egocentrismo e narcisismo essendo stati abituati sin da piccoli a riceverne in dosi massicce attraverso conferme permanenti da figure femminili come le madri. Quando viene negato quello che a torto appariva un diritto naturale, l'aggressività diventa il bisogno rabbioso di un ripristino della cultura proprietaria sul corpo delle donne. E' il disperato e disperante tentativo di ripristinare un segno gerarchico. E' una violenza fisica, ma si esprime nella politica, nella cultura, nella costruzione della Norma.
Noi uomini non possiamo deragliare dall'obbligo di riconoscere la nostra parzialità. Tanto più rimuoveremo questa assoluta necessità di rimessa in discussione della nostra identità sessuata (anche schermandoci dietro le quinte di ragionamenti sociologicamente e culturalmente ineccepibili) tanto più contribuiremo colpevolmente alla diffusione delle violenze contro le donne e al mantenimento in vita di una società maschilista e patriarcale. Il riconoscimento della contraddizione di genere, la sua autonomia e centralità, sono la leva su cui investire per rovesciare una consolidata gerarchia di poteri e culture.
Per parte mia voglio qui solo sollecitare un tema di riflessione su cui mi interrogo da tempo: il tentativo di ricostruzione di un contatto di noi uomini con la sfera del nostro mondo interiore. Per troppo tempo, infatti, questa dimensione è stata sostituita da un bisogno estetizzante di conferme esterne, di ricerca di verifiche mediate da figure femminili. E' un percorso che porta ad imparare a prescindere dal consenso a tutti i costi, che porta a fare a meno della ricerca esasperata dell'apprezzamento e della stima degli altri come forma sostitutiva della propria autostima. E' il tentativo di abbandono dei nostri bisogni infantili o adolescenziali che ci rendono così emotivamente e pericolosamente condizionati dalla immagine riflessa degli occhi altrui, degli occhi delle donne.
E' la riscoperta delle passioni attraverso l'abbandono delle paure ancestrali per una possibile esposizione a rischio di sofferenza. Quando la vita si spettacolarizza la passione si svuota nella cerimonia mondana o si spegne nell'esibizione del controllo e della formalità. Senza questo sforzo di ricostruzione identitaria noi uomini cercheremo sempre, consciamente o incosciamente, la scorciatoia del tentativo di ripristino dei privilegi materiali ed emotivi che oggi ci appaiono sottratti o negati. Occorre ripensare, dunque, una trama di relazioni, nuove culture un'alterità di progetti di vita per contrastare le resistenze maschili alla definizione della nostra parzialità e alla narcisistica perdita di centralità.
Liberazione 13.11.05
«La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si
di Rina Gagliardi
«La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una immane raccolta di merci». Questo fulminante inizio del "Capitale" di Marx - scritto anzi pubblicato centotrentasette anni fa - appare oggi, non ieri, la più sintetica e perfetta descrizione che mai sia stata fatta delle nostre società ricche. Oggi, in più, c'è perfino l'evidenza fisica, empirica. Basta uscire per strada, un giorno qualunque, avviarsi in un quartiere centrale della città, e guardare con attenzione quello che ci circonda: file e file di automobili parcheggiate, negozi, negozietti, collezioni di moto gigantesche e aggressive, supermercati, qualche raro cinema, qualche bancarella, - e poi quei grandi Templi luccicanti, densi di bagliori azzurrini e di rumori di sottofondo, che sono le grandi catene di elettronica, informatica, hi fi, elettrodomestici. Spazi sconfinati che inghiottono chiunque, e lo beotizzano in un istante. Saloni a due-tre-quattro piani, dove si ammassa di tutto, e la riedizione della "Critica della ragion pura" o dei "Pensieri" di Confucio sta a un passo dall'ultimo tipo di Girmi o da un'offerta speciale, specialissima, di un lettore Dvd per una manciata di euro... Sì, nei luoghi centrali della città perfino le strade sono scomparse, son diventate rivoli, percorsi a zig-zag tra una macchina e un negozio, tunnel obbligati tra una merce e l'altra.
Poi, se si decide all'improvviso di andare "fuori", là dove la città finisce, il panorama bruscamente s'inverte - la Merce si dirada, scompare, scompaiono i colori, c'è posto solo per il grigiore dei palazzoni e del cemento. No, non è la banlieue, è semplicemente la periferia - la desolazione del mondo senza Merce e perciò senza valore. Senza valore di scambio. Senza relazioni.
Una rivolta annunciata
Mi ronzavano nella testa questi pensieri, mentre mi interrogavo, un po' angosciosamente, sugli eventi parigini - francesi, belgi, e forse domani berlinesi. Una rivolta annunciata, prevista e perfino descritta nei suoi dettagli (per esempio da un film come "L'Odio"), ma che alla fine è esplosa in forme nuove e (per noi) incomprensibili, tali comunque da mettere in discussione tutte le nostre "categorie" - la nostra stessa idea di politica.
Qual è il motore che muove lo sterminato popolo degli esclusi metropolitani? Che cosa vogliono, che cosa pensano o pretendono di ottenere? E' una sfida totale alla civiltà occidentale, o piuttosto è un "urlo" di massa, che si dispiega senza intenti definiti, senza "programmi" politici, senza nemmeno una rivendicazione-obiettivo? Forse, sono "mal poste" proprio domande come queste. Forse, non basta neppure la pur necessaria "analisi concreta della situazione concreta" (se c'è un genere sovrabbondante, specie in Francia, sono le inchieste sociologiche - tipo il rapporto Stasi del 2003 - che hanno visto tutto con largo anticipo e in realtà non hanno visto niente). No, c'è qualcosa di "radicale", in questi eventi, che ci costringe, appunto, ad andare alla loro "radice" reale.
Torniamo, allora, alla Merce - alla spietata diagnosi marxiana del 1867. Non è quella di Parigi, in realtà, una rivolta totale contro le merci? Non ne è protagonista la dimensione "assoluta" del rifiuto? Quella violenza cieca, quella furia distruttiva, quella pulsione a devastare tutto e a spaccare tutto, non ci parlano delle "difficoltà dell'integrazione" dei giovani migranti di seconda o terza generazione, ma di una frattura di ben altra entità: la crisi storica della forma-Merce. Oggi, più che mai, essa sovradetermina tutte le relazioni sociali, ma ha in realtà perduto, irreversibilmente, il suo ruolo coesivo, inclusivo, "universale" - le banlieues non sono altro che il teatro di sofferenza umana dove si consuma questo processo di espulsione dalla società delle merci, cioè dalla società tout court, la riduzione di una parte crescente della popolazione a "recaille" - non lavoratori, non consumatori, non cittadini, non persone, ma spazzatura, secondo la nota definizione del ministro Sarkozy. E infatti i giovani in rivolta delle città francesi ed europee non manifestano alcuna vocazione alle pratiche di esproprio proletario, come è accaduto a Los Angeles: non saccheggiano i grandi magazzini, non si appropriano delle merci, le distruggono, più che possono. Le spaccano, le incendiano, le sbriciolano - le trasformano in roghi, che sfiniscono automobili e motorini, individuati come il simbolo più corposo della società tardoconsumistica.
L'immagine dell'Apocalisse, in questi giorni evocata da molti, ha il bagliore di questa sorta di nuovo rituale al tempo stesso selvaggio e purificatore. Coloro che non possono accedere alla Merce, ora hanno cessato perfino di desiderarla, o di provarsi a rubarla: semplicemente, la fanno a pezzi. Ad una spoliazione totale, segue "a fortiori" un rifiuto totale, come unica testimonianza concreta della propria esistenza, del proprio diritto ad esistere. Ecco dove le teorie novecentesche del "crollo", dello Zusammenbruch inevitabile del modo di produzione capitalistico, trovano una verifica spietata.
In assenza della politica, in assenza di una prospettiva organizzata di superamento della forma-Merce, c'è solo questo destino di devastazione. Se è vero che la Merce - non la somma di tante merci - è tutto, chi ne è escluso è nulla, o è al massimo una sua scoria. Se si conferma che, nel corso del suo cammino storico, la Merce incorpora in sé tutta l'intelligenza sociale, tutte le capacità umane, tutte le risorse della scienza e della tecnica («… la creazione della ricchezza reale viene a dipendere sempre meno dal tempo di lavoro e dalla quantità di lavoro immediato e dipende invece dallo stato generale della scienza, dal progresso della tecnologia o dall'applicazione di questa scienza alla produzione» scrisse Marx nei "Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica"), vuol dire che il processo di spoliazione delle persone, delle classi, dei comparti inferiori della società - del nuovo proletariato dei migranti - è sempre più grande e spietato. Vuol dire che la contraddizione dell'economia politica, della miseria estrema che cresce accanto alla massima ricchezza, in termini inversamente proporzionali, è insormontabile. Vivien Forrester, qualche anno, descrisse lucidamente questo processo e lo battezzò l'«orrore economico». Più che mai, «il limite del capitale è il capitale stesso».
Il consumismo irrefrenabile
E noi? Noi che abbiamo il privilegio di abitare la società nei suoi punti più "alti" e integrati? Noi che mettiamo piede in una banlieu solo per curiosità, o per turismo, o per occasionale voyeurismo, siamo forse salvi? Anche questa domanda si è affacciata, nei dubbi di queste giornate - nell'ansia dell'interrogazione politica, culturale, "esistenziale". Finchè, mi è venuta in soccorso una notizia di cronaca, del tipo solitamente considerato "minore". Eccola: secondo un recentissimo rapporto della Fondazione Cancan, tra l'1 e l'8 per cento della popolazione italiana soffre di una malattia nuova di zecca, lo shopping compulsivo. Il bisogno irrefrenabile di acquistare merci, spesso a carissimo prezzo, e del tutto inutili per chi le acquista, perché in genere ne ha già una collezione. Nei casi più gravi, si arriva a continuare a comperare decine e decine di automobili, gioielli, computer - ed è, ovviamente, un disastro finanziario. Ma il problema, il sintomo, concernono all'incirca il 90 per cento della popolazione dei consumatori: quasi tutti noi, insomma, spesso entriamo in un negozio o in un supermarket, attirati dalla prima cosa che passa, che non ci serve e nemmeno ci piace, e la acquistiamo, complici quei diabolici strumenti che sono la carta di credito o il bancomat, solo per il piacere di acquistare - solo per superare un attimo di depressione, di noia, o di vuoto. Poi, arrivati a casa, quei "beni" finiscono in un cassetto, o a ingombrare un guardaroba già sovrabbondante, dove resteranno per il resto della loro non gloriosa vita. La Cosa sta diventando così seria, che le Asl stanno accettando di curarla, e hanno inserito la nuova malattia nei loro protocolli: come una delle tante dipendenze del nostro tempo. Nell'Ottocento c'era quasi soltanto il vizio del gioco - e l'assenzio per intellettuali e debosciati. Più tardi vennero alcoolismo e cleptomania. Oggi la gamma delle dipendenze sembra moltiplicarsi all'infinito - tutti i tipi di droghe, fino a Internet.
Che c'entra tutto questo con la Francia? Direttamente, poco o nulla. In realtà, la connessione è stringente. Noi, qui, siamo malati di consumo - "noi", non le singole persone. Loro, laggiù, sono malati di non consumo. Noi pratichiamo una sola religione: il Consumo. Cioè lo spreco - spreco di tempo, di energie, di inappagabile desiderio. Loro hanno perduto anche la possibilità di accedere all'idolatria vera del tempo - non possono che essere blasfemi. Perfino nella rara circostanza in cui diventano "produttori", cioè lavoratori supersfruttati, non possono che bestemmiare la sacralità della forma di valore: come capita quando quando fabbricano le così dette "merci contraffatte", spesso sequestrate a valanghe. Esse sono in realtà merci del tutto identiche, strutturalmente parlando, al loro modello originario, con la differenza che sussumono un lavoro vivo che non costa quasi nulla, e un "General Intellect" che vale molto meno di quello occidentale.
La contraffazione riguarda in realtà il logo, il marchio, il Sacro Nome della merce - l'altra faccia delle oligarchie economiche che dominano il mondo. Vedete come i poteri forti son diventati capaci di vendere perfino le ossessioni? L'ossessione della Merce, la nevrosi della Non Merce: ecco la drammatica tagliola nella quale l'Occidente capitalistico si sta infilando, forse si è già del tutto infilato. L'alternativa - perdente - tra spaccare tutto o comprare tutto. Tra l'identità di un neoluddismo generalizzato e disperato, e di un consumismo certo assai meno tragico, ma altrettanto, forse, disumanizzante. Ma possono esser queste le due sole vie che l'umanità è in grado di concepire o percorrere?
Dunque, anche nella sua versione "avanzata", la forma di merce si avvia al suo declino storico - ed ora, perfino la scienza medica ufficializza la sua natura patologica e patogena. Del resto - è un'altra notizia "minore" - non è forse vero che la popolazione del Bangladesh risulta la "più felice" del mondo, cioè in testa alla graduatoria della soddisfazione planetaria, rispetto alla propria condizione di vita? Questo è il risultato di una indagine condotta dalla London School of Economics di Londra, uno degli istituti di ricerca economica più autorevoli del mondo, oggi incline a tentazioni liberiste, e certo del tutto esente da simpatie di tipo ambientalistico, o nostalgico, o preindustrialista. Ma l'inchiesta recita proprio così: i popoli più infelici sono quelli che abitano nelle parti più sviluppate del mondo, e l'infelicità cresce in termini direttamente proporzionali al tasso di sviluppo. Il Bangladesh, per chi non lo ricordi, è uno dei sette o otto Paesi più poveri - eppure, i suoi abitanti non sognano di uscire, più di tanto, dalla loro condizione di arretratezza. C'entrerà, anche qui, la perdita di fascinazione della Merce?
Un diverso approdo
In questa riflessione, mi rendo conto, ho connesso fatti e notizie di peso e portata molto diverse tra di loro. Una connessione forse quasi del tutto arbitraria. Eppure, fa parte di un cammino di liberazione anche la capacità (la voglia) di uscire dalla "griglia" conoscitiva e informativa oggi dominante - che è poi quella di separare, specializzare, dividere, disarticolare ogni dimensione dalle altre, cosicché quello che sfugge, sempre, è ogni visione d'insieme - ogni conclusione di senso generale.
Capita così che la rappresentazione del mondo si riduca ormai ad una sequenza di "catastrofi" improvvise, che si alternano ad una "normalità" quasi priva di interesse - di volta in volta, esse sono lo Tsunami, il terremoto, il terrorismo, l'uragano che distrugge New Orleans, la minacciosa e incomprensibile ribellione che attenta alla civiltà e all'ordine d'Europa. Anche questa dialettica tra esplosioni terrorizzanti e tran-tran, tra caos ed ordine, tra emergenza e normalità, è parte dell'irrazionalità nella quale la forma di valore al suo tramonto - il modo di produzione capitalistico nell'era della sua regressione - stanno precipitando il pianeta.
Non che, naturalmente, gli eventi siano tutti dello stesso significato. Piuttosto, il "significato delle cose" non può mai esser dismesso, o considerato alla stregua di un inutile retaggio del passato. Oggi, esso ci pare rintracciabile nel malsano dominio generale della Merce: essa è diventata incapace di soddisfare i bisogni reali dei popoli, delle classi, dei singoli. Essa imprigiona, nella sua "misera base", le straordinarie possibilità di sviluppo che ci sono offerte dalla più colossale delle rivoluzioni scientifiche e tecnologiche che si siano prodotte nella vicenda umana. Essa, in buona sostanza, esprime compiutamente la contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e modo di produzione: per questo non può che essere abbattuta, e razionalmente superata, se vogliamo ancora pensare possibile un diverso approdo del mondo.
«Il pluslavoro della massa ha cessato di essere la condizione dello sviluppo generale, così come il non-lavoro dei pochi ha cessato di essere condizione dello sviluppo delle forze generali della mente umana. Con ciò, la produzione basata sul valore di scambio crolla... Subentra il libero sviluppo delle individualità... una nuova produttività dello sviluppo umano», scriveva, ancora, Carlo Marx attorno al 1857. Provate ad immaginare qual è il nome di questo esito difficilissimo, ma in fondo molto ragionevole.
Liberazione 13.11.05
Psichiatria, una vera questione sociale
Quando ci sono povertà o guerre non vi può essere salute mentale né possibilità di accesso ai diritti
Rocco Canosa* ed Emilio Lupo*
A Torino è in corso il convegno europeo "Per un'Europa senza manicomi", organizzato da Psichiatria Democratica. L'Italia, Paese senza manicomi, vuol proporre a tutta l'Europa la possibilità concreta di fare salute mentale senza strutture asilari, a partire dalla propria formidabile esperienza, iniziata a Gorizia negli anni '60 da Franco Basaglia e che ha visto il definitivo superamento degli ospedali psichiatrici.
Il convegno, che sta registrando la presenza di centinaia di persone, vuole essere l'occasione di scambio di esperienze tra operatori, utenti, familiari, amministratori, intellettuali, provenienti da tutto il nostro continente, ma nello stesso tempo vuol porre all'attenzione di tutti (e non solo dei professionisti della salute mentale) alcuni problemi cruciali.
Innanzitutto "la questione sociale" della psichiatria. Nei nostri occhi ancora vive sono le immagini delle violenze notturne dei giovani magrebini che vivono nelle banlieues francesi. Non molto diversa è la situazione di marginalità di molte persone che affollano anonime periferie urbane di altre città italiane ed europee. E' nei nostri occhi la tragedia dell'Iraq, della Palestina, dei bimbi africani che muoiono ogni istante come mosche di fame e di Aids. Nello stesso tempo avanzano sempre più le idee che bisogna sorvegliare, vietare, punire, in nome della sicurezza e della tranquillità dei mercati.
Per questo più sono piene le carceri e meno se ne parla; più sono pieni gli ospizi di vecchi, le comunità di tossicodipendenti, di matti e perfino di bambini e meno se ne parla; più i manicomi dell'Est europeo continuano ad essere quasi tutti veri e propri lager o contenitori di ogni misera marginalità e meno se ne parla; più i centri di detenzione per migranti sono stracolmi e più si vuol celare la drammatica situazione.
Insomma di fronte all'orrore siamo diventati afasici. La nostra responsabilità di tecnici, operatori, politici, amministratori, intellettuali è enorme, poiché siamo responsabili, con le nostre scelte, della qualità della vita delle persone e dunque della salute. Non vi può essere salute senza salute mentale.
«La salute mentale - secondo la dichiarazione dei Helsinki dell'Oms (2005) - essendo una componente centrale del capitale umano, sociale ed economico delle nazioni, deve quindi essere considerata come parte integrante ed essenziale di altri campi della politica pubblica, quali i diritti dell'uomo, l'assistenza sociale, l'educazione e l'occupazione».
Si vede, dunque, ancora una volta, come la salute mentale è cosa ben diversa dall'assistenza psichiatrica e attiene al campo dei diritti e ben sappiamo che due sono le condizioni di sospensione dei diritti: la guerra e la povertà. Come possiamo parlare di salute mentale, ma soprattutto della possibilità reale di accesso ai diritti se la gente è povera, ha perso il lavoro, ha un lavoro precario?
I dati sulla povertà in Europa dicono di una condizione che si aggrava in modo esponenziale. Nello stesso tempo si allarga sempre più la forbice tra i ricchi e i poveri. Su tutto regna incontrastato il mercato, con i grandi movimenti finanziari, ben lontani dalla produzione. La dislocazione della fabbrica, lo sfruttamento di milioni di persone sul lavoro, la precarizzazione della singole vite hanno allentato o dissolto i legami sociali; ha appiattito le migliori intelligenze, ha "depresso" le persone, generando un "si salvi chi può" individualistico.
Solo chi ha potere sociale, solo chi è affiliato a lobby ben precise, di tipo economico, partitico, affaristico, oggi, è titolare di diritti sociali. Gli altri, la maggioranza, sono tagliati fuori. Per loro il diritto ad un lavoro dignitoso, ad una scuola che educhi davvero, a servizi sanitari e sociali decenti, rimane una chimera.
Il problema, dunque, non può essere confinato alla psichiatria, ma allargato a tutti i soggetti deboli, a bassa contrattualità sociale, che sono la maggioranza dei cittadini: una "maggioranza deviante", in quanto improduttiva, marginale, nel senso che vive ai margini di una società opulenta per pochi.
Insomma emerge una politica socio-sanitaria ancora più arretrata rispetto a tredici anni fa, quando, in Italia, con la trasformazione delle Usl in Aziende, molti di noi paventavano un aumento del controllo sociale diffuso di fasce cosiddette devianti o marginali. I fenomeni di neoistituzionalizzazione sempre più diffusi vanno, invece, nella direzione di un'esclusione attiva più o meno morbida in luoghi ben precisi, che, nella migliore delle ipotesi, sono parcheggi per vuoti a perdere o, nella peggiore delle situazioni, non tanto infrequenti, sono posti di mortificazione o di repressione. Abbiamo speso i migliori anni della nostra vita per liberare le persone dai manicomi e ora vediamo sorgere, affermarsi e crescere nuovi luoghi pregni di manicomialità. Tutto questo avviene per non disturbare il "grande manovratore", che è il mercato. Quanta più tranquillità sociale si garantisce, tanto più le logiche disumane di impoverimento e di esclusione delle persone si affermano.
Il problema è che tale ragionamento non fa i conti con i bisogni della gente: da quello della sopravvivenza a quello della libertà e quanto più le organizzazioni di partito, sindacali e sociali si allontanano dall'ascolto delle persone, tanto più monta la rabbia.
Niente affatto affascinati dalle sirene delle nuove tecniche e degli approcci ammodernati al disagio, vogliamo rilanciare il ruolo della politica, come "scatola degli attrezzi" (Foucault) per mutare radicalmente le forme del vivere sociale. Si tratta, allora, di conficcare, nel cuore del sistema della medicina, il cuneo rappresentato dalla centralità dei bisogni del singolo utente e delle problematiche più generali e collettive a cui essi rimandano, a partire dal nostro patrimonio di pratiche ultratrentennali che hanno utilizzato metodi di reale partecipazione delle persone.
La salute mentale va vista all'interno della salute pubblica, non solo dal punto di vista dell'integrazione con gli altri servizi, ma come possibilità, sulla base delle esperienze avanzate in Italia, di proporre approcci e metodologie che favoriscano la partecipazione dei cittadini.
Siamo, allora, d'accordo con l'Oms, la quale nel suo Action Plan di Helsinki di quest'anno propone le seguenti azioni a sostegno della salute mentale delle persone:
- promuovere il benessere mentale della popolazione nel suo insieme attraverso la realizzazione di misure che mirano alla sensibilizzazione degli individui e delle loro famiglie, delle comunità e della società civile, del mondo dell'educazione e del lavoro, dei poteri pubblici e delle istanze nazionali, ed a suscitare un cambiamento positivo;
- tener conto delle potenziali ripercussioni dell'insieme delle politiche di interesse pubblico sulla salute mentale ed in particolare il loro impatto sui gruppi vulnerabili, dimostrando contemporaneamente la centralità della salute mentale nella costruzione di una società in buona salute, aperta a tutti e produttiva;
- lottare contro lo stigma e la discriminazione, garantire la protezione dei diritti dell'uomo e della dignità umana, adottare la legislazione che permetta di responsabilizzare le persone a rischio o affette da problemi di salute mentale e di disabilità mentale, e di dar loro i mezzi per partecipare a pieno titolo e con uguali opportunità nella società.
Il Libro Verde recentemente edito dalla Unione europea sulla salute mentale afferma che «la definizione di una strategia a favore della salute mentale costituirebbe un valore aggiunto: creando un quadro per gli scambi e la cooperazione tra Stati membri; contribuendo a rafforzare la coerenza degli interventi nei diversi settori politici; istituendo una piattaforma per coinvolgere le parti interessate, comprese le organizzazioni».
Abbiamo, dunque, un'occasione di confronto diretto con le istituzioni europee, per proporre strategie di salute mentale e salute pubblica che vadano nella direzione della totale deistituzionalizzazione degli ospedali psichiatrici e della contemporanea creazione di strutture alternative.
Su questi aspetti decisivi hanno concordato i parlamentari europei (John Bowis, Roberto Musacchio, Marta Vincenzi) e Alessandro Giordani della Commissione europea intervenuti al convegno. Pensiamo di essere all'inizio di una nuova era, nella quale la lotta al manicomio non è solo la metafora per guardare dentro le viscere della psichiatria malata, ma la frontiera rinnovata per la liberazione di milioni di uomini e donne, il grimaldello collettivo, il divaricatore che impedisce alle palpebre della nostra coscienza collettiva di andare a dormire o di continuare a guardare altrove.
All'interno di questa cornice, Psichiatria Democratica propone: di promuovere un'articolazione legislativa europea che indichi il superamento definitivo delle istituzioni totali psichiatriche come punto di partenza per ogni strategia nel campo della salute mentale; di costituire un "Osservatorio permanente sulla salute mentale in Europa", con l'obiettivo di analizzare lo stato di bisogno delle popolazioni interessate attraverso la conoscenza diretta del problema, così da poter individuare le necessarie risorse umane ed economiche da fornire alla cittadinanza; di realizzare una rete di servizi di salute mentale, che pongano la centralità delle strutture territoriali funzionanti 24 ore su 24.
Psichiatria Democratica vuole allora battersi per un'Europa dell'accoglienza, in cui le diversità siano valorizzate e non discriminate e represse, in cui sia possibile che gli incontri tra le culture siano arricchimento profondo e che gli scambi aiutino le persone nel faticoso lavoro di costruzione di reciprocità, in cui non torni come scandalosa norma lo sfruttamento del lavoro dei meno garantiti, in cui non si ricostituiscano sacche di odio etnico e razziale.
Pensiamo ad un'Europa di donne e uomini liberi: un'Europa dei diritti.
Per questo i partecipanti al convegno hanno deciso di dar vita alla costituzione di un gruppo europeo, "Psichiatria Democratica Europa", con l'adesione, per il momento, dei seguenti Paesi: Francia, Gran Bretagna, Irlanda, Finlandia, Portogallo, Spagna, Slovenia, Ungheria, Italia, Germania.
Si vede come le azioni proposte siano a tutto campo e richiamino in maniera esplicita la dimensione "politica" della salute mentale. La possibilità, cioè, di migliorare la qualità della vita. Parliamo spesso di "qualità della vita". Abbiamo escogitato anche metodi per misurarla. Forse è giunto il momento di parlare di "felicità". Pensiamo ad un'Europa di donne e uomini liberi. E' un'utopia? Per noi è l'unica utopia della realtà.
*Presidente e Segretario nazionale di Psichiatria Democratica
rocco. canosa@tele2. it