martedì 8 novembre 2005

Corriere della Sera 8.11.05
Un nuovo Concordato
Il 40% è favorevole

di Renato Mannheimer

Più del 40 per cento degli italiani giudica quantomeno «opportuna» una revisione del Concordato, l’accordo siglato tra lo Stato italiano e la Santa Sede. I numeri del sondaggio dicono che tra gli elettori del centrosinistra i «revisionisti» superano la maggioranza assoluta. Tra i sostenitori del centrodestra sono invece uno su tre.
La questione è delicatissima. Non a caso buona parte dei politici preferisce non parlarne. E, spesso, coloro che lo fanno la prospettano (giustamente) con grande cautela. Ma l'idea che si possa/debba rivedere (o abolire) il concordato è relativamente diffusa nell'elettorato italiano. In una minoranza, certo: ma numericamente assai consistente. Più del 40% ritiene infatti che una revisione dell'accordo siglato a suo tempo tra lo Stato italiano e la Chiesa sia quantomeno «opportuna». E più di un italiano su cinque si spinge ad affermare che si tratterebbe di un provvedimento «molto opportuno». C'è, come sempre accade, una differenza di opinioni tra l'elettorato di centrodestra e quello di centrosinistra. Quest'ultimo è sostanzialmente più favorevole alla modifica (o alla abolizione) del concordato: tra chi vota per i partiti dell'opposizione questa opinione supera, seppur di poco, il 50%. Viceversa, tra i votanti per la CdL la maggioranza relativa sostiene che una revisione sia poco opportuna. Ma, anche in quest'ambito, grossomodo uno su tre (con una particolare accentuazione tra gli elettori della Lega, ove superano il 40%) si dichiara viceversa a favore. In realtà, com'era forse prevedibile, la diversità di atteggiamento non dipende tanto dalla forza politica di appartenenza, quanto dall'esistenza di un riferimento più o meno stretto al cattolicesimo. Si sa che la presenza dei cattolici è «trasversale» tra i diversi partiti. Si definisce religioso/praticante grossomodo un terzo dell'elettorato di FI, di An, della Margherita. E più di un quinto di quello della Lega, dei DS, di Rifondazione.
L'orientamento favorevole alla revisione (o alla abolizione) del concordato è registrabile nella maggioranza assoluta di quanti - indipendentemente dall'orientamento politico - dichiarano di non andare "mai" alle funzioni religiose. Tra chi, viceversa, afferma di frequentare, anche raramente, la Chiesa, risulta maggioritaria l'opinione opposta. Con una intensità crescente al crescere della assiduità nella pratica religiosa. Il 70% del segmento che afferma di recarsi in Chiesa «una o più volte alla settimana» è contrario a rivedere il concordato. Ma, persino tra costoro, più del 25% vorrebbe comunque un ripensamento al riguardo.
E' un'altra conferma della misura in cui questo tema provoca fratture - anche profonde - all'interno di tutti i partiti, a destra come a sinistra. E che, per questo motivo, è considerato dirompente. Troppo per poter essere affrontato in questo momento.

Corriere della Sera 8.11.05
«Ho visto il fosforo bianco incenerire Falluja»
Michele Farina


«A Falluja ho visto corpi bruciati di donne e bambini. Il fosforo bianco esplode a forma di nuvola. Chi si trova nel raggio di 150 metri non ha scampo». Jeff Englehart è un ex marine, un veterano dell’Iraq che nel novembre 2004 assistette agli ultimi due giorni dell’offensiva Usa nella roccaforte della guerriglia sunnita. Un marine contro la guerra, un blogger autore di un diario online (www.ftssoldier.blogspot.com) e uno dei testimoni chiave di «Falluja, la strage nascosta», il documentario di 22 minuti realizzato da Sigfrido Ranucci per RaiNews 24 . L’impiego del fosforo bianco a Falluja fu confermato dal Pentagono il 27 gennaio 2005. Giornalisti di diverse testate al seguito dei 12 mila soldati videro quelle nuvole bianche che, come disse una fotografa del New York Times, «rischiavano di colpire gli stessi marines». «Servono solo a illuminare le postazioni nemiche - spiegò il ministero della Difesa -, e non sono armi illegali». Sulla carta, un proiettile al «white phosphorus» a questo servirebbe, a illuminare un chilometro quadrato per due minuti con una potenza di «un milione di candele». Sulla carne, invece, il Willy Pete (come è chiamato per via delle iniziali) è devastante: «Brucia i corpi - racconta l’ex marine Jeff, già intervistato da Diario alcuni mesi fa -. Li scioglie fino alle ossa, lasciando intatti i vestiti». Un’arma «da usare sul campo di battaglia, non in una città abitata».
Falluja era abitata. Non tutti i civili seguirono l’ordine di evacuazione. Gli americani non hanno mai parlato di vittime civili ma di «1.600 combattenti nemici uccisi» e di «51 soldati Usa».
Organizzazioni non governative fanno partire il bilancio da 800 morti, tra cui donne e bambini. Il documentario di Rainews 24 , sostiene Sigfrido Ranucci, «è la prova che gli Usa hanno usato il fosforo bianco non solo per illuminare la città, ma per distruggerla».
«La strage nascosta» mostra i volti di un orrore senza nome. Il biologo Mohammed Tareq al Deraji, 33 anni, direttore del Centro Studi per i diritti umani e la democrazia di Falluja, denuncia l’uso del fosforo bianco, che ambiguamente i tecnici non mettono tra le «armi chimiche» ma tra quelle «incendiarie». Al Deraji è lo stesso che fornì al Diario alcuni video e circa 400 foto di cadaveri, scattate dopo l’offensiva, anche se allora non puntò molto il dito su Willy Pete. Giuliana Sgrena invece nel documentario racconta: «Avevo raccolto testimonianze sull’uso del fosforo e del napalm da alcuni profughi di Falluja, li avrei dovuti incontrare il giorno in cui mi hanno rapita».
Nel 1985 fu provato l’uso del fosforo bianco (fornito da Washington) contro civili in Salvador. Nel 1945, cinquantamila abitanti di Amburgo morirono bruciati da quella sostanza incolore, che sa di aglio e serve pure a creare barriere di fumo. Si deposita sulla pelle e non va via. Gli abitanti di Amburgo cercarono rifugio nei laghi. Uscendo dall’acqua, al contatto con l’ossigeno il fosforo riprendeva a bruciare. A spolparli. Quanti sono morti a Falluja nello stesso modo?

Asca 7.11.05
Francia: la ribellione anticipata di una generazione sull'Italia
L'opinione di Franco Cacciari

(ASCA) - ''Soltanto la prevenzione evita il rischio di future situazioni esplosive''. Lo ha detto il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, commentando con i giornalisti la rivolta di giovani immigrati in Francia. Il sindaco ha premesso che la situazione storico-sociale della Francia ''non puo' essere rapportata a quella dell'Italia di oggi, ma che la anticipa di una generazione: i protagonisti della ribellione appartengono alla seconda generazione degli immigrati, e quindi sono francesi a pieno titolo ma che vivono in condizioni di palese ineguaglianza''. Secondo Cacciari, ''quanto accade oggi in Francia e' gia' accaduto nei grandi ghetti delle metropoli degli Stati Uniti d'America, e sicuramente accadra' anche in Italia, se non si sapranno cogliere la strutturalita' e la epocalita' del problema della immigrazione e non si sapra' dare risposta con serie politiche di accoglienza e di integrazione e con politiche di cooperazione con i Paesi di provenienza''. I Comuni - ha detto Cacciari - devono avere la possibilita' di affrontare in modo serio e decente il problema della immigrazione, specialmente nel settore di piu' immediata competenza, quello dei nomadi: ''devono avere fondi adeguati, la possibilita' di una speciale attenzione a queste persone nella politica della casa e della residenza, la possibilita' di attivare una politica di formazione e di scolarita'; altrimenti, rimane la strada della ghettizzazione, al momento la piu' semplice, in realta' quella che a distanza crea disastri. Occorre invece una strategia a lungo termine e con stanziamenti adeguati, che deve essere concertata a livello europeo: siamo di fronte a un cambio d'epoca che non puo' essere affrontato nei ristretti ambiti dei singoli Paesi, ma a livello europeo, perche' e' l'Europa, e non un singolo Paese europeo, la terra cui gli immigrati anelano e in cui arrivano''.

l'Unità 8.11.05
Il premier parla in tv: via libera ai prefetti
«No all’esercito, sì ai riservisti»
Il 71% dei francesi boccia il governo
g.m.

Stamane il consiglio dei ministri, presieduto da Jacques Chirac, darà il via libera ai prefetti: potranno decretare il coprifuoco nelle zone di loro competenza qualora ritengano che la situazione dell'ordine pubblico lo richieda. L'ha annunciato ieri sera il primo ministro Dominique de Villepin. Non è previsto invece l'impiego dell'esercito, come da più parti si era chiesto: «Non siamo a questo punto», ha detto de Villepin.
Il ristabilimento della legalità rimane dunque il primo obiettivo del governo francese al dodicesimo giorno di disordini incontrollati. Per raggiungerlo non esita a ricorrere ad una misura eccezionale come il coprifuoco, per quanto affidato alla polizia e ai gendarmi e non ai militari. De Villepin, che ha parlato a lungo sulla prima rete (Tf 1) al tg delle 20, ha voluto che il primo messaggio fosse chiaro: «Le violenze sono inaccettabili e imperdonabili». Ha ribadito l'indicazione data agli uffici giudiziari di procedere per direttissima contro i fermati, che sono ormai più di mille. Ha confermato il rafforzamento degli effettivi di polizia: 1500 riservisti richiamati in questi giorni hanno portato a quasi diecimila gli uomini impegnati sul terreno.
Ma de Villepin non poteva limitarsi ad un bollettino di guerra. Al suo governo era stata chiesta chiarezza sulla morte dei due ragazzini a Clichy-sous-Bois, il dramma che è all'origine di quanto sta accadendo: «Ho ricevuto i loro genitori, gli ho garantito la massima trasparenza. Non erano inseguiti dalla polizia, ed in ogni caso saranno informati di ogni sviluppo dell'inchiesta». Al governo era stato chiesto anche, da parte degli esponenti della comunità musulmana della Seine-Saint-Denis, di scusarsi per il lancio di una granata lacrimogena dentro una moschea gremita di fedeli intenti alla preghiera, un fatto che era stato vissuto da molti come «sacrilego». De Villepin si è scusato, assicurando che «in alcun momento la moschea era stata presa di mira», ed esprimendo il suo «rammarico» davanti all'emozione che l'accaduto aveva suscitato.
Dal primo ministro si aspettavano ieri impegni precisi per migliorare le condizioni delle banlieues. Il governo di destra, per esempio, era stato accusato di aver cancellato o diminuito i finanziamenti all'associazionismo presente nelle periferie. De Villepin si è cosparso il capo di cenere: «È vero, ma adesso li ristabiliremo. Le associazioni avranno di nuovo i contributi che gli erano stati tolti». Ha poi annunciato una specie di riforma nel senso del decentramento: «I sindaci, che sono sul terreno e ne conoscono i bisogni, avranno molti più poteri». Ha definito l'educazione come «prima priorità»: «Oggi ci sono 150mila giovani che escono dalla scuola prima del tempo, senza diploma. Sono quindi in rottura con la scuola e con la società. Faremo in modo di reintrodurre la possibilità dell'apprendistato a 14 anni, per coloro che trovano particolari difficoltà nel percorso scolastico».
Ha promesso la moltiplicazione delle borse di studio e degli internati, dove oggi sono pochissimi i figli dell'immigrazione. Infine ha assicurato che il suo governo farà, fin da subito, uno «sforzo eccezionale» per l'occupazione nelle periferie, introducendo nuovi contratti-formazione e dando una corsìa preferenziale ai candidati al lavoro provenienti da quelle zone.
La performance televisiva del primo ministro è stata senz'altro di buon livello. Quanto all'efficacia, è lecito nutrire dubbi: la distanza tra de Villepin e i giovani in rivolta è siderale e non poteva essere certo colmata da un'intervista. È importante però che il messaggio politico del governo venga da lui, e non da Nicolas Sarkozy, l'uomo del quale i rivoltosi continuano a chiedere la testa. Tra i francesi, secondo un sondaggio commissionato da Yahoo e Liberation, c’è una certa sfiducia nell’esecutivo: il 71% pensa che il governo nelle periferie stia «andando nella direzione sbagliata», mentre solo il 20% si dice favorevole alle scelte fatte nelle banlieue.

aprileonline.info 8.11.05
I dieci giorni che hanno sconvolto la Francia
La rivolta delle ''banlieues'' ha radici politiche, a cui si accompagnano voglia di comunicare e contagio imitativo. Tra gli obiettivi, le dimissioni del ministro dell'interno Sarkozy
di Rino Genovese e Federica Montevecchi, da Parigi

Non si può comprendere ciò che avviene nelle banlieues francesi – una rivolta che lambisce ormai il centro di Parigi e si va estendendo a tutto il paese – se non si parte dalla specifica situazione francese, se non si conosce quello che sta avvenendo da anni: controlli di polizia mirati su chi ha la pelle nera o un aspetto anche soltanto vagamente maghrebino, in una maniera vissuta come una vera e propria persecuzione. Né si può spiegare ogni cosa con la semplice delinquenza: l’argomento delle “bande criminali”, che pure ci sono, non spiega l’estendersi di una rivolta che dura da più di dieci giorni.
Tutto ha inizio con il successo di Le Pen alle presidenziali del 2002. Per la prima volta il candidato dell’estrema destra razzista arriva al ballottaggio, superando, sia pure di poco, il candidato socialista Lionel Jospin, penalizzato dalla divisione della sinistra al primo turno. Da quel momento la politica della destra al governo – in particolare quella del ministro dell’interno Sarkozy, ambizioso aspirante all’eredità di Chirac – è stata tesa quasi unicamente a dare una risposta al bisogno d’ordine proveniente dall’elettorato di destra, al fine di recuperare i voti di Le Pen.
C’è dunque un aspetto politico oggettivo. Alla rabbia dei giovani dei sobborghi nei confronti della polizia, da tempo scatenata, si sono aggiunte le provocazioni verbali di Sarkozy che ha soffiato sul fuoco. Il bersaglio ora è lui, c’è poco da fare. La violenza di questi giorni non è politicamente organizzata – almeno, non nel modo dell’organizzazione politica tradizionale, con un coordinamento o qualcosa di simile –, ma ha un obiettivo politico, ed è organizzata nel senso in cui è organizzata la comunicazione sociale.
Cosa vogliamo dire con questo? Si deve condannare la violenza, ma non si deve dimenticare che essa (perfino nella forma della guerra e del terrorismo) è diventata uno dei principali mezzi di comunicazione della comunicazione contemporanea. La violenza serve a comunicare. Se si è esclusi dalla televisione, per esempio, o se la televisione presenta la realtà dei sobborghi in una maniera ritenuta falsa da quelli che ci vivono, si incendiano le automobili, appunto per vedere divampare gli incendi in televisione e inviare un messaggio. Il fatto riprovevole che ciò possa procurare la morte di qualche malcapitato è visto come un “effetto collaterale” da chi comunica con la violenza. C’è inoltre una tendenza all’emulazione all’interno dei gruppi, che è un aspetto non secondario della comunicazione: se nel quartiere vicino hanno bruciato cinquanta automobili, noi ne bruceremo cinquantuno. Chi studia i fenomeni sociali conosce bene questi aspetti mimetici, che configurano una sorta di "potlach" neotribale al tempo stesso arcaico e moderno.
A questioni del genere bisognerebbe rispondere con la politica nel senso più autentico, ossia con quella forma di comunicazione che evita la violenza e organizza la democrazia. Non si tratta nemmeno soltanto delle politiche sociali, che pure sono importanti; si tratterebbe di organizzare la protesta dal basso in forme non violente. Ma oggi chi va a sporcarsi le mani con il lavoro politico nelle periferie? Nessuno. Addirittura i socialisti francesi (che pure hanno criticato il governo, ad esempio, per avere pressoché liquidato la polizia “di prossimità” capace di dialogare nei quartieri a favore dei semplici corpi repressivi) non hanno fino a questo momento – a differenza dei Verdi e del Pcf – chiesto le dimissioni di Sarkozy. Non intendono fornire ragioni alla rivolta. Eppure se la rivolta “vincesse”, se Sarkozy fosse costretto ad andarsene, non sarebbe un vantaggio per la sinistra e la democrazia francesi?

ilcassetto.it
http://www.ilcassetto.it/notizia.php?tid=313
Oltre le sbarre
Condannati…. all’altro mondo. Storie, persone e numeri dalle carceri italiane
di Pino Di Maula

Si dice recupero, ma s’intende qualcos’altro. Che fa più male dell’indifferenza. Si dice che all’“Osteria della Colonna” succeda di tutto. Ma avviene dentro “li cancelli” dei 207 stabilimenti balneari, gli “Hotel Centograte”. Quelli “ duri” (d)a morire.
Festeggiava la sua nascita, il 5 ottobre, Patrick. Ma non la trovava. Nonostante la torta. Era recluso da otto mesi al Bassone. Gliene restavano da scontare 15. Troppi, per chi (forse per un’ “immagine” già lesa dalla droga) non si adatta alla vita di “Casanza” come “nu guaglione ‘e malavita”. In quei casi si chiude gli occhi per (farsi) sparire. Non ci vuole molto con le bombolette del gas offerte in cella. Dell’episodio (il quarto nella stessa prigione “modello” dalla primavera dello scorso anno), reso pubblico a fine mese, si sta occupando la Procura della Repubblica. Si dice così. Perché è quel prevede la legge. E un po’, forse, anche per confondere il nome delle cose affinché quella vita spezzata non abbia più titolo (come chi muore in ambulanza) neanche per incrementare il drammatico bilancio dei suicidi. E il ministro Castelli potrà così dormire sonni tranquilli avendo di che celebrarsi quando bisticcia con Luigi Manconi sul numero esatto (sono 52 o 60, 65?) delle persone che, nel ’94, hanno preferito l’altro mondo alle patrie galere. Si dice così.
Servirebbe un “Garante dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale''.Ma per ora siamo solo alla proposta di legge (bipartisan). A sette anni di distanza dalla prima bozza, approda adesso alla Camera. Prova a rimediare qualche Comune.
Capaci d’intendere e volere, suicidarsi
‘Ah! Ecco il sole, esso viene a visitare la mia solitudine’ scrivevano, nel 1888, i detenuti sulle pareti (Palinsesti dal carcere di Cesare Lombroso). Non sarà quel che pensano oggi i loro sventurati colleghi quando, superato lo scalino di Regina Coeli, incontrano Manconi, ma qualche beneficio (nonostante Castelli durante la rivolta a Rebibbia, l’estate scorsa, gli abbia impedito di entrare nel carcere) deve aver pur prodotto questo inedito difensore civico per i carcerati. In fondo è stato nominato dal Comune di Roma proprio per migliorare le loro condizioni. E in effetti «lì – attesta il suo collega, direttore dell’associazione “A Buon Diritto”, Andrea Boraschi – le cose vanno meglio». Ne è convinto anche Massimo Ponti, da tredici anni psicoterapeuta presso l’ufficio “Nuovi giunti” del carcere giudiziario (in attesa di giudizio) capitolino: «Al clima militare di cinque o sei anni fa – dichiara lo psicologo – è subentrata la voglia di capire per fare, insieme, meglio». Tutto bene dunque? «Lo spirito collaborativo del direttore con guardie, medici, infermieri è un progresso notevole, ma – commenta Ponti - anche se non ci sono più modi arroganti, il clima di per sé resta violento». In che senso? «Nella sezione dove tutti parlano ad alta voce – riferisce l’analista - rimbomba tutto». La frase fa un certo effetto evocando suoni che possono far impazzire, quando non entri che sei già malato. «Il nostro compito – dichiara lo psicoterapeuta - è proprio quello di “slatentizzare” eventuali dimensioni psicopatologiche latenti». Ponti deve insomma capire quali nuovi “ospiti” capaci, apparentemente, d’intendere e volere, potrebbero farsi (o far) del male.
In quei casi, quando il disturbo non è grave, si prescrivono medicinali per rendere sopportabile l’insopportabile, altrimenti c’è il trasferimento presso gli ospedali giudiziari. Sempre che, come è accaduto in passato, per qualche ritardo dovuto a crudeli cavilli burocratici, il malcapitato non decida di farla finita prima.
Per comprendere, però, fino in fondo il dramma, si dice, bisogna “passarci” . E Sergio Segio ci è passato, eccome. C’è stato un tempo per la lotta armata e un altro per la ricerca. Se nel 1982 per aprire le prigioni usava far brillare venti chili di esplosivo (causando la morte di un passante di 64 anni), oggi per “liberare” i detenuti usa l’arma della critica (cui segue la forte critica delle armi). E della verità. Col metodo di pensiero cambia anche l’identità. E arrivano nuove realizzazioni. Come “comandante Sirio” di “Prima Linea” ha scontato 22 anni, mentre in qualità di volontario, nel 2003, gli è stato conferito il premio internazionale all’impegno sociale “Rosario Livatino”. Trasformazioni, più che mai, rivoluzionarie. Ma non finisce qui: «Dallo scorso 12 settembre – rivendica Segio - è in atto una mobilitazione sui problemi del carcere, nata da un mio appello e da un digiuno a staffetta che ha coinvolto centinaia di persone, associazioni, sindacalisti, volontari».
Di-mostrare l’evoluzione del dramma è compito però del sociologo. Ecco allora il linguaggio tecnico che mette il numero al fianco della parola “detenuto” (dove il termine “persona” perde, incomprensibilmente, facoltà di esistere). Nel 2002 e nel 2003, oltre il 60 per cento dei detenuti si è ucciso entro il primo anno. L’obiettivo dello studio di “A Buon Diritto” (e di altre associazioni come Antigone che dal 2006 produrrà un nuovo quadrimestrale diretto da Claudio Sarzotti) si allarga per misurare ancor più a fondo il fenomeno. Si scopre perciò che il 53.9 per cento dei suicidi avviene nei primi sei mesi di reclusione. Mentre, al 30 aprile del 2005, risultano sufficienti solo tre giorni per “stroncare” quattro persone. Verrebbe da puntare il dito contro i reparti “Nuovi giunti”. In realtà, denuncia Boraschi, ce ne sono solo 16 su 207 carceri. Manca il personale, dunque, «specie – avverte Segio – sul fronte educativo». Questa la mappa dell’inadeguatezza: «1.223 assistenti sociali rispetto ai 1.630 previsti dalla pianta organica (1 ogni 48 detenuti), 551 educatori anziché 1.376 (uno ogni 107 detenuti), e 400 psicologi con una media di sole due ore per istituto (uno ogni 148 detenuti)». Dati che condannano (qui non serve il tribunale) senza appello. Come quando, ma questa non è una novità, all’atto medico si sostituisce l’assistenza religiosa. Col risultato che, paradossalmente lo schizoide criminale, “benedetto” da qualche frate, appare miracolosamente come un angelo (sul modello di Angelo Izzo per intendersi), libero quindi di volar via. E di massacrare altre donne. Meglio sarebbe, forse, allora aumentare i camici bianchi (nonché il loro bagaglio teorico) a scapito, per una volta, delle tonache.
Un Sistema (quasi) fuorilegge
Solo che questa, si dice, è un’altra storia. Che, in effetti, riguarda poco la maggior parte di donne e uomini che subiscono disagi disumani. Da cancellare secondo il regolamento carcerario entrato in vigore il 20 settembre 2000. «I cinque anni previsti per l'applicazione sono scaduti dunque, denuncia l'associazione 'Antigone', il sistema penitenziario è di fatto “fuorilegge”». Del tutto regolari non devono essere, stando a fonti anonime, neanche quei secondini particolarmente “riverenti”, nel cuneese, con i familiari dei boss.
Ma un problema per volta. C’è soprattutto quello grave del passaggio del servizio sanitario penitenziario in quello nazionale. Disposto da una legge nel 1999, ma tuttora inattuato, osserva Segio che descrive così gli effetti: «Il 57,5 per cento delle carceri si sono registrati casi di Tbc e nel 66 per cento di scabbia; che il 7,5 per cento dei detenuti è sieropositivo, il 38 per cento positivo al test per l’epatite C e il 50 per cento a quello dell’epatite B». Non deve stupire perciò se «nel 2004 – continua l’animatore di SocietàInformazione (www.dirittiglobali.it) - ci sono stati 1.110 tentati suicidi, 6.450 scioperi della fame e 4.850 episodi di autolesionismo. E – sottolinea con preoccupazione – anche otto secondini si sono tolti la vita».
Ma il carcere serve davvero? «In realtà, aggrava i problemi che pretende di voler risolvere. Esattamente come fa la guerra», tuona Segio che precisa:«Il numero delle persone sottoposte a misure penali è lievitato enormemente: 55mila mediamente presenti in carcere in un qualsiasi giorno dell’anno più i 30mila in affidamento sociale, più 14mila in detenzione domiciliare, più 75mila in attesa di misura alternativa, ai sensi della legge Simeone-Saraceni: totale quasi 175mila persone!! Grandi numeri e anche grande business, non a caso questo governo ha cercato di spostare imponenti risorse sull’edilizia penitenziaria». E qui il pensiero non può che volgere verso Castelli impegnato a recuperare qualche decina di milioni nella Finanziaria per ristrutturare bracci inutilizzati.
Il 31 agosto 2005, notano le associazioni di settore, si contavano 59.649 detenuti a fronte di una capienza di 42.959 posti», un record assoluto dal dopoguerra. Sarà per effetto dell’istinto primario caro a Scalfari Eco (di) Ruini (vedi dibattito Igrao/Melandrisu Liberazione), con cui nascerebbero i bambini pronti, se non si assoggettano alle tavole della legge, rispettivamente razionale o religiosa, ad azzannare il prossimo. Sarà. Sta di fatto che c’è una gran ressa dentro “li cancelli”. Che non sono quelli di Ostia lido dove i romani vanno a prendere la tintarella. Questo è un altro mondo, impossibile spesso da vivere. «Il carcere, dice Segio, lungi dal prevenire il crimine, ha effetti criminogeni. Non è la cura, ma semmai la malattia». La prova viene esibita con la percentuale dei suicidi: tanto più alta, 17 volte superiore alla società esterna, quanto più sono affollati i penitenziari.
Nel 2002 il 93 per cento dei casi di suicidio si verifica in carceri affollate (che costituiscono circa il 72 per cento del totale); nel 2003 questa percentuale risulta appena ridotta (90,8 per cento).
Hanno meno di 24 anni, per lo più condanne brevi ma imprigionati dalla paura di non farcela. Morti, a volte (nel 33 per cento dei casi nel 2003, nel 19,1 per cento nel 2002,), annunciate. E nulla (o poco) è stato fatto per impedirlo. Sempre a carico dello Stato. Più giù. Oltre lo scantinato dell’inferno, vagano suicidi “senza biografia”. Quelli che risultano cioè solo dalle statistiche del Dipartimento amministrativo penitenziario, come fa sapere Boraschi: «Nel 2003 sono ben 20 su 65 senza considerare due messi in atto da minori». Di queste decessi non c’è traccia sulla stampa. «Dipende - ipotizza il sociologo - da un progressivo ridursi dell’interesse per le condizioni di vita nelle carceri». Il fatto non fa notizia «anche perché – conclude Boraschi - le fonti agevolano il disinteresse rendendosi quanto mai “opache”». Ma poi, in fondo, come lamenta Segio, si tratta solo di un grande contenitore di poveri. Serve solo a nasconderli alla vista e alla coscienza della società civile». Diventa così chiaro a tutti perché si dice istituto di recupero, ma s’intende “prigione”. E’ più facile, annullare.

quelli di Cassano...
Il Messaggero 7.11.05

Contro la depressione, corsi per i gruppi di “auto-aiuto”

ROMA Sono sempre più diffusi in Italia i gruppi di auto-aiuto per combattere ansia e depressione, Incontri, gratuiti, settimanali tra pazienti, ex pazienti e volontari che coordinano le sedute. In questi giorni la Fondazione Idea (Istituto per la ricerca e la prevenzione di ansia e depressione) sta "arruolando" i coordinatori dei gruppi per Roma e far partire l'iniziativa con la Regione.

Corriere della Sera, 7.11.05
Uno studio pubblicato su «Time»
Ambiziosi si nasce. Il successo è nei geni
La voglia di emergere dipende al 50% dai cromosomi.
Alessandra Farkas

NEW YORK —Perché alcuni individui riescono a sfondare e altri no? Come si spiega che, nella stessa famiglia, un fratello diventi presidente (Bill Clinton) e l'altro un drogato (Roger Clinton)? E perché ad arrivare al successo sono talvolta i poveri — Oprah Winfrey, Jennifer Lopez — altre la middle class — Tom Cruise, Britney Spears — e altre ancora i ricchissimi: Donald Trump, Paris Hilton, George Bush? «L'ambizione viene dai geni, responsabili al 50% del nostro desiderio e capacità di sfondare» replica il settimanale americano Time che dedica il suo ultimo numero ai «Segreti dell'ambizione», un tema che appassiona e divide l'America dell'èra post-Enron, quasi a cercare una giustificazione scientifica dietro la brama sfrenata che ha spedito in carcere alcuni dei Ceo più ambiziosi e corrotti del Paese.
Gregg e Drew Shipp, due identici gemelli 36enni di Chicago, sono, a detta di Time, la prova vivente di questa tesi. Figli di un ricchissimo — e assai ambizioso — magnate dei profumi, avrebbero benissimo potuto vivere di rendita tutta la vita. E invece hanno deciso di buttarsi nel business, aprendo una delle catene di palestre di lusso più redditizie di Chicago. «Siamo ambiziosi a un livello maniacale» spiegano Gregg e Drew. Il merito, o la colpa, è del loro Dna. «Il livello di motivazione e di ambizione dei loro rispettivi profili combacia al 50% nei nostri studi di laboratorio» spiega Dean Hamer, un genetista del National Cancer Institute, «è una cifra altissima, un metro di valutazione straordinario della teoria sull'ereditarietà».
Alla Washington University i ricercatori hanno fotografato invece il cervello degli studenti per investigarne il livello di persistenza: la capacità di rimanere focalizzati su una data mansione, fino al suo compimento, considerata il motore cruciale dell'ambizione. Spiega lo psichiatra Robert Cloninger, direttore dello studio: «Gli individui col livello di persistenza più alto hanno tutti il lobo inferiore del cervello, adibito alle emozioni e alle abitudini, più sviluppato». E a sostenere la supremazia dei geni è anche uno studio di Wim Vijverberg, docente di economia alla Texas University, insieme a Erik Plug, economista della Amsterdam University. «Fattori quali la famiglia e le condizioni socio-ambientali influenzano solo al 25% il profitto scolastico degli studenti» affermano i due ricercatori. Ma contro questa tesi — che secondo il Times di Londra mira a eliminare i sussidi governativi ai bambini più poveri — si scaglia l'antropologo della New York University, Marcelo Suarez-Orozco, che ha condotto uno studio su quattrocento famiglie di poverissimi emigranti provenienti da Africa, Caraibi, America Latina e Asia, dal quale emerge che «laddove la società offre opportunità l'ambizione e il successo sono alla portata di tutti».

ANSA, 7.11.05
Dalla nascita il bebé cattura i nostri sguardi

ROMA - Sin dai primissimi giorni di vita il neonato vi guarda ed è capace di agganciare lo sguardo altrui 'rapendo' le pupille di chi ha di fronte.
Riportata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, la scoperta, di psicologi e pediatri italiani, indica che il neonato ha possibilità di interazione e comunicazione di sguardi sin dalla nascita ed è pronto da subito ad accogliere tutti gli stimoli che gli vengono trasmessi.
A spiegarlo Dino Faraguna, Direttore Dipartimento Materno Infantile dell'Unità Pediatrica, Ospedale di Monfalcone, Gorizia, che ha partecipato allo studio diretto dalla psicologa Teresa Farroni del Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione, Università di Padova e in collaborazione con il Birkbeck College
Incrociare lo sguardo con gli altri è la forma più potente di comunicazione fra gli esseri umani, spiega la Farroni. Numerose ricerche hanno dimostrato che lo sguardo è importante da subito, provando per esempio che i bambini già a tre mesi sorridono meno quando un adulto sposta lo sguardo da loro, inoltre che mamma e neonato si guardano negli occhi nel momento dell'allattamento.
Questa nuova ricerca, finanziata dal Welcome Trust e dal Medical Research Council di Londra e dall'Università di Padova, conferma quanto importante sia il contatto oculare diretto per una buona relazione madre/bambino anche a pochissimi giorni dalla nascita.
Infatti gli esperti hanno 'spiato' lo sguardo di 105 neonati di 2-3 giorni di vita (72 nell'Ospedale di Monfalcone) con una videocamera mentre i piccoli guardavano immagini al computer del volto di donna, foto vere e stilizzate e variamente illuminate in modo che in alcune immagini il volto aveva le pupille visibili, in altre no, con l'illuminazione proveniente dall'alto o dal basso. La telecamera seguiva gli occhi del neonato e registrava i tempi di fissazione dello sguardo in risposta ai diversi stimoli. I risultati dimostrano chiaramente che anche nei primissimi giorni di vita i neonati si orientano e guardano di piu' il volto che si rivolge loro attraverso il contatto oculare e se la luce proviene naturalmente dall'alto come quella solare.
L'agganciamento dello sguardo, dunque, dipende fortemente dagli occhi del volto che il neonato ha di fronte e da come questi sono illuminati, spiega la psicologa.
''La capacità così precoce di fissare lo sguardo - dichiara Faraguna - rappresenta un presupposto fondamentale per il successivo sviluppo della capacità degli individui di comunicare tra loro''.
Inoltre, aggiunge il pediatra, questo lavoro solleva nuove domande sulle origini del 'cervello sociale' negli esseri umani ed in che modo possa essere acquisito attraverso la nostra esperienza di interazione con gli altri.
In altri termini questa ricerca dimostra che il neonato, viene al mondo con un 'cervello sociale', quindi è già pronto ad accogliere tutti gli stimoli, quindi le interazioni e le esperienze col mondo esterno sono formative e lasciano un segno profondo da subito.

ANSA, 7.11.05
Cervello: un occhio della mente sede della coscienza visiva

ROMA - L'occhio della mente, che ci rende coscienti di ciò che scivola sotto ai nostri occhi, si trova in una regione circoscritta della corteccia occipitale o visiva, alla base della testa.
E' quanto riportato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences da esperti del Dartmouth College, da anni alla ricerca della sede nervosa della coscienza visiva.
La sede dell'elaborazione nervosa degli stimoli visivi è la corteccia occipitale, alla base della testa, detta anche corteccia visiva. Questa si mette in funzione ogni qual volta riceve, attraverso la retina, stimoli dai nostri occhi. Ciò avviene sempre quando abbiamo qualcosa davanti, anche se quel qualcosa non raggiunge la nostra percezione cosciente, rimanendo, di fatto, 'invisibile'.
Ma finora restavano oscuri i centri del cervello che trasformano gli stimoli visivi in esperienza cosciente, ovvero gli 'occhi della mente'.
Il nuovo studio, ha spiegato Peter Tse coordinatore degli esperimenti, ha scoperto che essi si collocano nel lobo occipitale in una zona confinata oltre l'area 'V2', che insieme alla 'V1' forma le aree visive primarie che ricevono gli stimoli retinici in maniera diretta e li smistano ad aree limitrofe.
Per una localizzazione così precisa dell'occhio della mente gli esperti si sono serviti di esperimenti 'trucco', detti di mascheramento dell'oggetto.
Essi consistono nel rendere un oggetto 'invisibile', anche se gli occhi lo vedono. Un oggetto che appaia velocemente su uno schermo, svanisce se lo si affianca improvvisamente ad una serie di altri oggetti che compaiono in rapida successione. L'oggetto c'è ancora ma noi non ne abbiamo coscienza visiva, non ce ne rendiamo conto.
Gli esperti hanno pensato che fotografando l'attività cerebrale nel momento in cui un oggetto percepito svanisce, si puo' vedere dove si trova la sede della esperienza cosciente.
Quindi gli esperti hanno chiesto a un gruppo di individui di guardare gli oggetti su uno schermo mentre l'attività del loro cervello veniva ripresa con la risonanza magnetica funzionale per immagini.
Gli esperti hanno registrato un calo signficativo di attività nell'area oltre la V2 del lobo occipitale nel momento in cui l'oggetto diventa 'invisibile'.
Le altre aree della corteccia visiva rimangono invariabilmente accese fin quando i volontari osservano lo schermo. L'unico cambiamento di attività neurale è circoscritto a quell'area che a un certo punto smette di funzionare in concomitanza con l'oggetto che svanisce.
Poiché quest'area si spegne proprio quando gli individui perdono coscienza dell'oggetto, ha spiegato Tse, essa non può che essere l'occhio della mente.
Questi risultati, ha concluso l'esperto, potrebbero portare avanzamenti nella comprensione delle interazioni tra cervello e occhio, mediante l'identificazione delle basi neurali dell'esperienza cosciente, importante in molti ambiti di medicina, neurologia, psicologia.

Corriere della Sera 7.11.05
Era il suo maestro di grammatica e latino tra i 12 e i 14 anni
Machiavelli molestato da piccolo da un prete
L'ha scoperto lo storico americano William Connell in una lettera del 16 gennaio 1515
Alessandra Farkas


NEW YORK – «Da piccolo Niccolò Machiavelli fu molestato per anni da un prete, Ser Paolo Sasso, che era anche il suo maestro di grammatica e latino». L’inedita scoperta (illustrata in esclusiva mondiale al Corriere online) viene da William J. Connell, docente di storia alla Seton Hall University, nonché uno dei più illustri studiosi americani di Rinascimento italiano.
«Che Machiavelli fosse bisessuale era già noto, grazie agli studi realizzati anni fa dal prof. Mario Martelli, dell’Università di Firenze», racconta Connell, autore dell’ultima edizione in inglese del «Principe», pubblicata a gennaio in Usa – «ma dopo aver riletto con attenzione la corrispondenza tra Machiavelli e Francesco Vettori, suo amico d’infanzia, posso dichiarare senza ombre di dubbio che il giovane Macchiavelli fu molestato dal suo prete-maestro. E che questo abuso spiega l’ostilità da lui nutrita fino all’ultimo nei confronti della Chiesa cattolica».
«Nella lettera in questione, del 16 gennaio 1515, Vettori parla dei genitori ben intenzionati e di un maestro depravato del suo amico», racconta al Corriere Connell, «spiegando che dietro all’amore di Machiavelli per gli uomini c’è una gioventù trascorsa con un maestro che ha avuto la “comodità farne a suo modo” con il giovane Machiavelli. Introducendolo anche ai poeti osceni: “gli lascia leggere qualcosa da fare risentire un morto», scrive Vettori.
A che età è avvenuta la molestia?
Dai 12 ai 14 anni, il periodo in cui seguiva le lezioni di Ser Paolo Sasso.
Ci sono altri passi che possono lasciare presumere una molestia?
Non mi risulta. Anche a quei tempi non si parlava apertamente di queste cose. Infatti nella lettera Vettori comunica che preferisce parlarne di persona e non per iscritto: «vorrei poter scrivere molte cose, le quale conosco non potersi commettere alle lettere».
Com’era vista, allora, la molestia sessuale nei confronti di minori?
Era un peccato, ma c’era una forte sottocultura di pedofili e omosessuali che si frequentavano nella Firenze bene di allora, descritta da un bellissimo libro di Michael Rocke.
L’omosessualità era un tabù?
Esisteva una certa flessibilità. Fra i giovani nobili fiorentini c’era una pratica, cui Vettori si riferisce nella lettera quando dice, «Tutti facciamo così, et errano in questo, più quelli a’ quali pare essere ordinati: e però non è da meravigliarsi ch’e nostri giovani sieno tanto lascivi quanto sono, perché questo procede dalla pessima educatione». Alcuni anni dopo questa lettera, arriva a Firenze il frate dominicano Girolamo Savonarola, che predica accesamente contro la sodomia ed è attaccato da Machiavelli come ipocrita, bugiardo e falso profeta.
Com’era punito il pedofilo a quei tempi?
Un sodomita, se scoperto, veniva punito con una multa, oppure portato in processione attraverso la città, con la gente che gli gettava addosso fango, infliggendogli punizioni corporali. Ma allora c’era una differenza tra ruolo attivo e passivo, e la sodomia coinvolgeva anche le donne, spesso prostitute, che venivano processate per questo «crimine».
Quali altri passi si riferiscono all’omosessualità di Machiavelli?
Verso la fine della lettera, Vettori scrive che “ciò che gli uomini dichiarano con la bocca è lontano da quello che hanno nel cuore”. Nel senso che con la bocca dicono, “sono un uomo virile e forte”, ma poi nel cuore possono anche amare altri uomini.
E quando dice “Ah Coridon, Coridon”, che vuol dire?
Si riferisce a un personaggio della poesia classica. Coridon è un giovane pastore, oggetto dell’amore di un uomo. Si tratta della poesia greca classica, dove il tema dell’omosessualità è chiaro, e si tratta dello stesso tipo di poesia che il maestro fece leggere al giovane Machiavelli.
«Quae te dementia cepit», scrive Vettori. In che senso?
Quale infamia ti ha preso, quale follia. Qui credo stia citando Virgilio o Orazio. E quando parla di “foia” si riferisce al desiderio sessuale smodato del suo amico.
Perché parla della figura della madre?
È ironico, e un po’ triste. Questa madre di Machiavelli, che crea un giovane così bello, ma facendolo attraente lo rende anche oggetto dei desideri degli uomini.
Perché Vettori attacca la «pessima educazione»?
Si riferisce all’usanza di mandare i ragazzi da pedagoghi e maestri che si rivelano cattivi. Si lamenta perché l’educazione non è più quella di una volta che rendeva i ragazzi onesti e virtuosi. Alla fine della lettera scrive che anche se lui e Machiavelli sono invecchiati, hanno ancora i costumi cattivi imparati da giovani, nel senso che hanno un’attrazione per gli uomini e non c’è rimedio.
Come mai c’è voluto così tanto per interpretare in modo veritiero questa lettera?
Per secoli scrittori e studiosi hanno voluto creare un proprio Machiavelli, e questo ha reso più difficile trovare la verità storica. Il massimo biografo del Machiavelli, il marchese fiorentino Roberto Ridolfi, ha pubblicato la sua biografia negli anni Quaranta. La sua opera era un tentativo di salvare Machiavelli sia dal fascismo, perché Mussolini creò un suo Machiavelli, sia dal comunismo, perché anche Gramsci aveva distorto le idee dello scrittore. Il Machiavelli del Ridolfi era un cattolico, che avevi dubbi ma che all’ultimo momento si confessò e si convertì, e la biografia è scritta in modo apologetico per difendere Machiavelli contro le accuse di essere stato anti-cristiano. Oggi invece il consenso tra gli scrittori è che Machiavelli fosse anti-cristiano e bisessuale.
Secondo i canoni d’oggi, Machiavelli era di destra o di sinistra?
Direi di sinistra, soprattutto perché era laico, repubblicano e contro la Chiesa, e poi vedeva un certo ruolo per il popolo nella politica. Ma è curioso che tutti i politici, di destra e di sinistra, cerchino di appropriarsene. Anche Berlusconi e Craxi hanno scritto prefazioni al «Principe»: è una tradizione antica che dimostra quanto le sue idee continuino ad avere un ruolo enorme nella politica italiana e del mondo. Non riesco a pensare a nessuno di più influente.

CONNELL: CHI È - William Connell occupa la cattedra per gli studi italiani nella Seton Hall University (South Orange, New Jersey, Usa). Nato a New York nel 1958, si è laureato in storia antica a Yale nel 1980 e nel 1989 gli è stato conferito il dottorato in storia italiana nella University of California-Berkeley. In Italia ha pubblicato «La città dei crucci: fazioni e clientele in uno stato repubblicano del '400» e ha curato il volume «Lo stato territoriale fiorentino, sec. XIV-XV: ricerche, confronti, linguaggi». Nel gennaio 2005 è uscita una sua traduzione inglese con commento del «Principe» di Niccolò Machiavelli, mentre è di prossima uscita «Sacrilegio e ridenzione a Firenze nel Rinascimento». A dicembre terrà la conferenza a Urbino «Tra creazione del mondo e invenzione delle cose: il "De rerum inventoribus" di Polidoro Virgili».

una segnalazione di Roberto Martina
Repubblica 5.11.05
Su "Science" le ultime scoperte sulla mente. Fino alla pubertà le aree che governano il lunguaggio sono duttili e l'apprendimento più facile
Parlare? Un istinto già nei neonati
"Nel cervello umano una predisposizione innata alla grammatica"
Elena Dusi

ROMA - L´uomo e il suo linguaggio: una cosa sola. Un "centro della grammatica" nell´area frontale sinistra del cervello umano - e solo nel nostro - sovrintende all´apprendimento di un idioma, qualunque esso sia, e controlla anche la comunicazione per gesti. «Un bambino impara qualsiasi linguaggio senza l´ausilio del pensiero analitico e senza bisogno di istruzioni grammaticali esplicite» scrive Kuniyoshi Sakai, dell´università di Tokyo, in un numero speciale di "Science" dedicato allo sviluppo del cervello.
«Non c´è bisogno di scuole per imparare a parlare - sostiene Sakai - almeno fino a quando non si chiude il cosiddetto periodo finestra, tra i dodici e i tredici anni di età». Se nei più piccoli l´apprendimento di un linguaggio segue la via "innata", quando si cerca di imparare un nuovo idioma dopo la chiusura del periodo finestra diventano necessari libri e maestri. Poco prima della pubertà infatti il centro della grammatica cessa di essere plastico e malleabile. Occorre fare ricorso ad aree del cervello diverse, molto più numerose, che del "pensiero analitico" e delle "istruzioni grammaticali esplicite" non possono fare a meno. Lo studio di Sakai segna un punto a favore del linguista Noam Chomsky, secondo cui tutti gli uomini del pianeta seguono le regole di una "grammatica universale". Un codice identico nei meccanismi fondamentali e diverso solo nelle declinazioni specifiche. Dalle teorie di Chomsky aveva preso le mosse Steven Pinker, lo psicologo dell´università di Harvard autore del libro "L´istinto del linguaggio".
Ma parlare è veramente un istinto? «L´uomo ha una predisposizione innata all´acquisizione di una grammatica» conferma Stefano Cappa, neuropsicologo dell´università San Raffaele di Milano. «Il nostro cervello dispone di un meccanismo che gli permette di imparare una lingua in maniera naturale. Analogamente, in maniera del tutto naturale eseguiamo calcoli numerici, ci muoviamo o percepiamo gli oggetti e ci rappresentiamo il mondo».
Già a poche settimane di vita, prima ancora di iniziare a parlare, un bambino sa distinguere le parole che ascolta e acquisisce i primi rudimenti della lingua madre. «L´apprendimento nei più piccoli avviene in maniera rapidissima e inconsapevole. Man mano che si cresce il cervello perde plasticità. Imparare una lingua da adulti non darà mai gli stessi risultati dell´idioma appreso da bambini» spiega Cappa. Come se, esaurito il binario della "lingua innata", rimanesse aperto solo il canale degli "esercizi di grammatica". Anche per i bambini alle prese con la lingua madre, esistono però funzioni che non possono essere acquisite seguendo il binario "espresso". Scrittura e lettura hanno bisogno di un apprendimento a sé, che non può avvenire se non sui banchi di scuola o sui libri di grammatica. «Il linguaggio parlato è universale - conferma Cappa - mentre quello scritto è del tutto assente in alcune culture».
Gli studi recenti su neuroscienze e linguaggio sembrano dare ragione alla teoria del comunicare come funzione innata nell´uomo. Nel 2003 uno studio del San Raffaele aveva messo in evidenza che il cervello di ribella di fronte a forme linguistiche "impossibili". Esistono regole che confliggono con la cosiddetta "grammatica universale", davanti alle quali le aree cerebrali deputate al linguaggio iniziano a stridere. Un anno prima, nel 2002 un gruppo di ricerca anglo-tedesco era riuscito a individuare il cosiddetto "gene del linguaggio". Foxp2 è un frammento di Dna che distingue uomini e scimpanzè, e che ha subito una mutazione proprio nel momento in cui la nostra specie ha imparato a parlare.

una segnalazione di Franco Pantalei
Repubblica 3.11.05
Psicoweb
Uso inadeguato della Rete da parte degli psicologi: immagine distorta. Ricerca dell'Ordine del Lazio
di Giovanna Filosa

La ricerca nasce dall'esigenza di creare un sistema permanente di classificazione e valutazione dei siti web che offrono servizi di natura psicologica attivi sulla rete nazionale al fine di vigilare e monitorare la fornitura di servizi in rete per evitare abusi della professione e tutelare un'utenza che non sempre possiede gli strumenti adatti per valutare la qualità del servizio proposto. Inoltre impostare un servizio di consulenza nei confronti di coloro che intendono promuovere la propria attività sul web.
Realizzata nel 2004, è stata condotta tramite una griglia di lettura che si è ispirata in parte al metodo ARPA (Analisi delle Reti della Pubblica Amministrazione), in parte al Codice di Condotta relativo all'utilizzo di tecnologie per la comunicazione a distanza nell'attività professionale degli psicologi, emanato dall'Ordine degli Psicologi del Lazio.
Risultati
Sono stati individuati risultati in merito a 4 principali aree tematiche:
1) UTILIZZO
È emersa una estrema varietà di siti che rende impossibile identificare uno standard comune. All'interno di tale varietà si identificano alcune tipologie di siti ricorrenti.
a) Il sito come "biglietto da visita" usato con finalità di marketing per psicologi e psicoterapeuti che lavorano in forma privata e individuale.
b) Il sito come "mini portale" che offre molteplici servizi: attività, eventi, notizie e informazioni varie riferite all'organizzazione e/o associazioni che se ne fa promotrice.
c) Il sito come "vetrina" che espone vari prodotti psicologici (libri, articoli scientifici, abstract, proposte didattico/formative) promossi da organizzazioni e/o associazioni varie
d) Rubriche di psicologia all'interno di portali più ampi o di siti che non si occupano specificamente di psicologia.
In sintesi, emerge un uso non adeguato delle potenzialità del web (per esempio come efficace strumento di raccolta dati a scopo di ricerca), usato prevalentemente come veicolo pubblicitario.
2) Immagine
72 siti su 100 presentano una rubrica del tipo "chi siamo" con la descrizione di scopi, finalità del sito e organizzazione di riferimento. Solo però in metà dei siti è ravvisabile un referente o titolare unico. In generale, la varietà e la mancanza di una progettualità organica e riconoscibile nei siti in rete trasmette un'immagine di spontaneità e di improvvisazione.
3) Mezzo tecnico
L'analisi ha rilevato una mediocre competenza tecnico-informatica, a cui si potrebbe porre rimedio con corsi di formazione ad hoc sull'utilizzo efficace delle nuove tecnologie e del web.
4) Quale offerta
Consulenza psicologica e/o psicoterapeutica è proposto con una certa frequenza (39% dei siti analizzati), in via riservata (26% dei casi) tramite posta elettronica privata, in chat o pubblicamente nel 18% dei casi. Tali servizi, se non correttamente erogati, possono risultare lesivi dell'immagine della professione psicologica. La consulenza, soprattutto quella di tipo clinico, è proposta infatti troppo spesso sotto forma di "consiglio" e sostegno generico nei confronti del disagio e di svariate problematiche presentate dagli utenti. Nonsempre viene rispettato l'art. 1 del Codice di Condotta che sconsiglia fortemente l'utilizzo di tecnologie elettroniche per la comunicazione a distanza nell'attività di psicoterapia. Anche se la terapia viene spesso mascherata da counseling, l'analisi delle risposte fornite al disagio degli utenti nel corso della consulenza effettuata sul web conferma la sostanziale inadeguatezza del setting psicoterapeutico a distanza nella risoluzione o nella corretta impostazione di questo tipo di problemi.
specifica che si tratta di un «movimento liberale in politica e in religione che coinvolse molte parti d'Europa nel XIX secolo» che si opponeva ad «ogni forma dogmatica di cristianità, sostenendo che l'ordine stabilito delle questioni ecclesiastiche fosse solo un baluardo della reazione politica e della tirannia». Il termine stesso nasce con tutta probabilità in Francia, nel 1852, e diventa di uso corrente verso il 1859, nel contesto del caso Mortara, la storia di un bambino di famiglia ebrea bolognese che fu battezzato di nascosto da una domestica, e sottratto ai genitori per essere educato nella religione cattolica. Quando pensiamo all'anticlericalismo, del resto, vengono spontaneamente alla mente immagini ottocentesche e del primo Novecento, e fra tutte la più emblematica, in Italia, è quella dei cortei per ricordare la morte di Giordano Bruno. Ottavia Niccoli spiega invece che le radici storiche dell'anticlericalismo sono italiane e risalgono al Rinascimento. Sulla base di un ricco repertorio di documenti storici tratti sia dalla letteratura colta, sia da quella popolare, la studiosa mette bene in rilievo che la mentalità anticlericale nacque come reazione alla spudorata corruzione delle corti dei papi del Cinquecento, in particolare Alessandro VI (il padre del celebre Cesare Borgia, il Valentino, che Machiavelli immortalò nel Principe), Giulio II e Leone X.A Giulio II è infatti dedicato uno dei testi più tipici dell'anticlericalismo del Rinascimento, il dialogo Iulius exclusus e coelis, in cui si narra di come Pietro cacciò dalla porta del paradiso il papa che si era presentato con una magnifica corona e un mantello che copriva la corazza insanguinata. Questo testo, come tanti altri documenti che Niccoli cita, mettono in luce che il carattere proprio e distintivo dell'anticlericalismo è lo sdegno che provano i veri religiosi nei confronti dei prelati, di alto e basso rango, che offendono la vera fede con la loro lussuria, avarizia e ambizione. Il grande Erasmo, negli Adagia, ne ha sintetizzato lo spirito in modo eloquente: «Che c'entra la mitra con l'elmo? Che c'entra il pallio episcopale con la corazza di Marte? Che c'entrano le benedizioni coi cannoni? Che ci sta a fare il clementissimo pastore fra briganti armati? Che c'entra il sacerdozio con la guerra? Che bisogno ha di sfasciare piazzeforti con le catapulte chi detiene le chiavi del regno dei cieli?». L'anticlericalismo è un aspetto importante della identità culturale italiana, così come lo è il clericalismo, ovvero l'atteggiamento di totale ubbidienza alla Chiesa cattolica. Nacque dall'interno del mondo religioso, non dal versante degli atei, che più che indignarsi della malignità dei preti ne ridevano. Fu soprattutto la reazione di chi aspirava ad una religiosità cristiana vera e sincera, e voleva che la Chiesa operasse in modo coerente rispetto all'insegnamento di Cristo. Fuori d'Italia, l'anticlericalismo trovò la sua logica conclusione nella Riforma. In Italia visse come esigenza di riforma interna della Chiesa o come beffa popolare, satira, ironia graffiante, ma impotente. La storia che Ottavia Niccoli ha ricostruito invita a riflettere sulla questione religiosa in Italia e a riprendere i vecchi ma non invecchiati studi di Arturo Carlo Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cent'anni, e di Federico Chabod, in particolare le pagine sull' Idea di Roma nella storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896. La figura dell'anticlericale appare oggi lontana, più materia di rievocazione storica che ideale etico e politico. Probabilmente essa ha esaurito la sua ragion d'essere con la fine del potere temporale della Chiesa. Viva e attuale è invece l'esigenza profonda di una religione autentica, lontana dal potere politico, senza sfarzo, fatta di vera carità, che l'anticlericalismo nelle sue forme più mature, ha espresso.

* Psicologa