Corriere della Sera 7.11.05
Fassino
Iraq. La spinta di Piero
di Pierluigi Battista
Forse siamo alla fine delle acrobazie lessicali, dei contorcimenti verbali e delle formule contraddittorie del centrosinistra sull'Iraq. Sembrava un vano insistere, se non addirittura un mortificante accanimento, chiedere all'opposizione di chiarire come avrebbe agito nel pantano di Bagdad se fosse diventata maggioranza di governo dopo le prossime elezioni.
Ma Piero Fassino risponde finalmente a una domanda doverosa, anche a costo di aprire un’altra discussione lacerante nell’Unione e all'interno del suo stesso partito.
Intervistato da Emanuele Novazio per la Stampa, il segretario dei Ds non ha escluso infatti che, posta la condizione di «un pieno trasferimento di poteri alle nuove autorità irachene», il governo di centrosinistra dovrebbe muoversi in sintonia con Washington e Londra: «Insieme con gli iracheni, gli americani e gli inglesi discuteremmo un calendario di ritiro utile alla transizione irachena». Solo sulla base di questo calendario concordato secondo scadenze fissate insieme a Bush e Blair, si potrebbe accompagnare il «ritiro utile» delle truppe italiane attualmente impegnate in Iraq. Non più, dunque, l’insistenza impregnata di umori propagandistici di un ritiro immediato e senza condizioni del contingente italiano, non più la reiterazione di un atteggiamento di dissenso nei confronti delle ragioni che hanno portato all’intervento anglo-americano in Iraq. Anzi, l'ammissione che il «2005 non è stato solo un anno di attentati» ma ha visto «l’elezione dell’assemblea costituente, la nomina di un governo più sovrano, l’adozione della costituzione», premesse indispensabili per «l’elezione del nuovo parlamento» tra qualche settimana.
E’ una svolta profonda nell’atteggiamento del centrosinistra e conferma ancora una volta il piglio innovativo con cui Fassino interpreta il suo ruolo, pur in presenza di inerzie culturali e di riflessi conservatori tutt’altro che marginali nel partito di cui Fassino è leader e nell’intera coalizione. Basti pensare che in pieno 2004, al tempo della lugubre scoperta delle sevizie di Abu Ghraib, l’Ulivo aveva chiesto l’immediato ritiro degli italiani dall’Iraq come conseguenza del manifesto e inequivocabile fallimento dell’intervento militare americano e britannico. L’immagine degli iracheni e delle irachene che nel gennaio scorso si recarono alle urne sfidando le minacce dei terroristi e le intimazioni della guerriglia aveva già indotto Fassino a invitare la sinistra a non rannicchiarsi negli schemi pigri del passato e a non sottovalutare la profondità dei cambiamenti democratici pur «esportati» da un intervento armato. Oggi la proposta del segretario dei Ds appare ancora più radicale, se persino Francesco Rutelli, che pure si è segnalato in passato nella battaglia per non trasformare la contrarietà alla guerra in una virulenta sequenza di manifestazioni anti-americane, ha in questi giorni sostenuto che gli italiani dovranno andare via dall’Iraq «un minuto dopo» l’eventuale vittoria elettorale dell’Unione. E la presa di posizione di Fassino appare se possibile ulteriormente coraggiosa in presenza di settori importanti del suo stesso partito che non hanno escluso il ritorno degli italiani prima ancora delle elezioni: addirittura, si è detto, il prossimo dicembre. Non è difficile prevedere che le linee di politica estera disegnate da Piero Fassino provocheranno molti malumori nel centrosinistra. Ma è bene che ben prima della scadenza elettorale il centrosinistra sappia presentarsi su questioni così decisive con un volto unico.
Corriere della Sera 7.11.05
Fassino e l’Iraq, la linea sul ritiro agita l’Unione
«Discuteremo lealmente pure con gli Usa».
Via libera da socialisti e Margherita, no da sinistra
Livia Michilli
ROMA - Il futuro governo Prodi sarà «leale» con Bush e per il ritiro del contingente italiano dall’Iraq «serve l’intesa con Baghdad e Washington». A parlare è Piero Fassino che, in una lunga intervista alla Stampa , delinea le linee di politica estera del centrosinistra, dall’atomica dell’Iran alla pace in Medioriente. Ma a tener banco è soprattutto la questione irachena: l’exit strategy illustrata dal segretario della Quercia torna a dividere l’Unione, mentre la sua apertura al presidente Usa si scontra con il severo giudizio di Massimo D’Alema, che sull’ Unità definisce Bush un leader «in declino».
(...)
Enrico Boselli applaude le parole di Fassino: «Condivido quel che ha detto. Dovremo capire che cosa accade alla fragile democrazia irachena e non lasciarla nelle mani dei terroristi», spiega il segretario dello Sdi.
(...)
Ramon Mantovani è furibondo: «Che un governo abbia buoni rapporti con gli Usa è ovvio, che debba collaborarci invece è una scemenza. Significherebbe perseguire gli stessi obiettivi, il che è escluso». Soprattutto sull’Iraq: «Se Fassino vuol discutere del ritiro con americani e inglesi - tuona il deputato del Prc - che differenza c’è tra lui e Berlusconi?».(...)
Corriere della Sera 7.11.05
Appello del Cdr
"Liberazione" in difficoltà: non abbiamo mezzi per affrontare le Politiche
Tempi duri a Liberazione. Specie ora che inizia la campagna elettorale per le Politiche. Il giornale di Rifondazione comunista ha fatto sapere ai lettori, con un comunicato del Comitato di redazione, che sta «vivendo una situazione di difficoltà, che rischia di riflettersi negativamente sulla fattura del quotidiano stesso, al punto da mettere in pericolo l’uscita in edicola». I problemi «riguardano nient’altro che l’ordinaria amministrazione» come la «sostituzione per ferie e malattia dei redattori», situazioni di «sottorganico», «pagamento dei contributi», «adeguamento degli strumenti per il lavoro». Insomma, questioni che toccano i diritti dei lavoratori e che «da tempo» il sindacato dei giornalisti chiede di risolvere, proprio nel quotidiano di Rifondazione, il partito che in campagna elettorale più di tutti si batterà per precari, operai e un mercato del lavoro più equo. Il Cdr parte dalla constatazione che «con le elezioni del 9 aprile è iniziata una lunga campagna elettorale che vedrà Rifondazione impegnata su due fronti. Quello interno all’Unione, dove è in corso un delicato confronto sul programma, e quello delle elezioni vere e proprie che, probabilmente, si svolgeranno con il sistema proporzionale». E dunque «Liberazione è chiamata a uno sforzo straordinario, vista l’importanza della posta in gioco» ma «con mezzi inadeguati». Così il quotidiano di Rifondazione si rivolge al consiglio di amministrazione: «Auspichiamo che chi ha il compito di amministrare le risorse di Liberazione sappia cogliere l’appello che arriva dai lavoratori».
Corriere della Sera 7.11.05
Boselli: D’Alema sbaglia, sul Concordato vado avanti
Il leader sdi: «Non ho fatto battute, né gaffes: ho posto un problema all’alleanza»
«Incomprensibili gli ostacoli posti dall’Unione ai radicali. Ma appena la "Rosa nel pugno" sarà ufficiale Pannella parteciperà ai nostri vertici»
Maria Teresa Meli
ROMA - Enrico Boselli è soddisfatto: ha appena chiuso i lavori del consiglio nazionale dello Sdi e la "rosa nel pugno" vedrà la luce ufficialmente alla fine della settimana. Onorevole Boselli, Massimo D’Alema in un’intervista all’ Unità sostiene che è stata tutta colpa dei giornali, che quella sulla revisione del Concordato era solo una battuta amplificata a dismisura dalla stampa.
«Sbaglia: non ho fatto nessuna battuta e non ho commesso neanche una "gaffe", se si vuole in realtà intendere questo. Io ho posto un problema serio. La "questione vaticana" avrebbe dovuto chiudersi con il Concordato, e invece non si è chiusa affatto: alcune gerarchie ecclesiastiche interferiscono nella vita politica del nostro Paese come non è mai accaduto in nessun’altra nazione europea. La Cei ha svolto un intervento costante e continuo in Italia: nel referendum sulla fecondazione assistita Ruini si è comportato da segretario di partito. La Cei è liberissima di fare politica, ma poi deve sapere che vi sono delle conseguenze, e la prima di queste conseguenze riguarda la discussione del Concordato».
Ma il presidente dei Ds lancia un appello al senso della misura.
«Quell’appello va rivolto alla Cei. Il senso della misura dovrebbe averlo il presidente della Conferenza episcopale italiana. Invece, oltre a intervenire sul referendum, ha fatto un’entrata a gamba tesa quando Romano Prodi ha giustamente sollevato il problema dei diritti civili per le coppie di fatto. Diritti che vengono sanciti in tutta Europa, eccezion fatta per la Grecia, l’Islanda e l’Italia...».
Onorevole Boselli, D’Alema dice anche che l’Unione non deve offendere il mondo cattolico.
«E chi lo offende? Abbiamo tanti cattolici nello Sdi. Non si sta discutendo di questo: io parlo delle gerarchie ecclesiastiche. Comunque la verità è un’altra: io sono veramente sorpreso per gli ostacoli che vengono posti ai radicali. Questo non è accettabile. Non mi pare che nessuno abbia aperto bocca o fatto appelli alla prudenza quando un partito dell’Unione ha chiesto l’abolizione della proprietà privata. Ci vuole veramente senso della misura: questa volta lo dico io. Non ci si può dimenticare che la storia radicale ha accompagnato tutta la storia italiana delle grandi battaglie per il diritti civili: il divorzio, l’aborto...».
Allora lei insiste, altro che battuta.
«Già: io penso che ci sia un vero problema nel nostro Paese e che il nostro primo obiettivo sia quello di difendere la laicità che è stata messa pesantemente in discussione».
Concretamente che cosa significa questo?
«Concretamente significa che nel programma dell’Unione la difesa della laicità deve essere messa nero su bianco. Ce n’è bisogno, tanto più se si pensa che l’Ulivo è andato in crisi proprio sulla laicità. Rutelli rifiutò la lista unitaria e subito dopo fece un intervento durissimo contro i referendum sulla fecondazione assistita. Ma nel programma vogliamo anche qualcos’altro».
Cosa?
«La difesa della scuola pubblica deve essere uno dei punti principali del nuovo programma. Non si può continuare ad aggirare la Costituzione con le scuole private come si è fatto finora. Peraltro noi siamo contrari alle scuole confessionali. Vogliamo forse riempire il Paese di scuole cattoliche... islamiche? Sarebbe questa l’integrazione?».
Nel centrosinistra i radicali vengono accolti con una certa freddezza, ma anche Bobo Craxi la mette in guardia dal non annacquare il socialismo nel mare radicale.
«La rosa nel pugno, il nostro nuovo simbolo, rappresenta bene sia la storia socialista che quella radicale. Tra l’altro è il simbolo dell’Internazionale socialista e di molti partiti socialisti europei. Comunque noi dobbiamo far nascere una forza nuova che non guardi al passato, ma che si occupi dell’Italia di oggi».
Detto ciò, par di capire che il film di un vertice dell’Unione con Marco Pannella non verrà mai trasmesso sugli schermi della politica italiana.
«Lei sbaglia. Tra l’altro con la nuova legge elettorale proporzionale (che pure noi contrastiamo) il rapporto non è più tra Prodi e un unico soggetto politico, ma tra Prodi e le diverse liste elettorali del centrosinistra, quindi anche con la Rosa nel pugno dove c’è Pannella. Tutti nel centrosinistra dovranno fare i conti con questa realtà».
Ma veramente Pannella parteciperà ai vertici dell’Unione?
«Vedrà Pannella ai vertici, stia sicura. Appena la "Rosa nel pugno" si costituirà ufficialmente, alla fine di questa settimana, certamente lo vedrà».
Corriere della Sera 7.11.05
Il presidente Ds sulla "Stampa"
«Dobbiamo difendere la laicità senza offendere i cattolici»
«Offrire l’immagine di un centrosinistra confuso e litigioso». Ecco secondo Massimo D’Alema la strategia che adotterà Silvio Berlusconi in campagna elettorale. Il presidente dei Ds ha fatto ieri, in un’intervista alla Stampa , anche alcuni esempi di temi che potrebbero essere usati come «trappole». Oltre alla politica estera, D’Alema è tornato sulla questione della revisione del Concordato, che nei giorni scorsi ha suscitato diverse polemiche: «Nessuno può seriamente pensare nel centrosinistra all’abolizione del Concordato - ha detto D’Alema -. E a ben vedere non lo chiede nessuno. Non confondiamo i titoli dei giornali su una battuta con la sostanza del dibattito. Noi dobbiamo difendere la laicità dello Stato, ma ci vuole senso della misura. Non possiamo fare un programma per offendere il mondo cattolico».
l'Unità 7.11.05
Sdi-Radicali
Nasce la rosa nel pugno: laica, socialista e radicale
Boselli: il nuovo simbolo alle politiche e alle amministrative
ROMA La rosa nel pugno alle politiche e alle amministrative. Con voto plebiscitario (due astenuti, nessuno contrario) il consiglio nazionale dello Sdi ha dato il via libera al nuovo progetto politico di unità con i radicali che debutterà alle prossime politiche e avrà come simbolo la rosa nel pugno. A dare il loro assenso al progetto di Boselli, i nomi illustri della storia socialista:Claudio Signorile, Salvo Andò, Angelo Tiraboschi e Fabio Fabbri. Più Franco Piro, eletto appena consigliere nel Nuovo Psi di Bobo Craxi, ma già oggi dimissionario. Boselli ha subito chiarito: «Oggi termineremo tutti gli adempimenti formali: la rosa nel pugno potrà nascere come novità politica e dovrà diventare una risorsa preziosa per il centrosinistra».
La relazione di Boselli si divide in diverse tematiche. Senza trascurare la centralità della nascita del soggetto laico-radicale-riformista e socialista, il presidente dello Sdi lancia qualche frecciatina alla Margherita di Rutelli. Infatti «non è stato lo Sdi ad abbandonare l'Ulivo. La crisi della Casa dei Riformisti voluta da Romano Prodi non è nata da una pura e semplice volontà di competizione della Margherita nei confronti dei Ds perché Rutelli oltre ad aver bloccato la presentazione di una lista unitaria nella quota proporzionale alla Camera, ha anche assunto una posizione sul referendum in merito alla fecondazione assistita che è stata in sintonia più con il presidente della Cei, card. Ruini, rispetto invece al pensiero delle altre forze che dovevano costituire l'Ulivo». Boselli infatti dà la colpa del fallimento di un progetto comune guidato da Romano Prodi ad una «falla che si è aperta sul terreno della laicità». Allora, infatti, «l'atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche e di Ruini sul referendum per la procreazione, mettono in evidenza che la Chiesa ha agito come un partito politico chiedendo ai suoi elettori l' astensione». La laicità, secondo Boselli, è «contrastare l'offensiva neo-integralista. Solo il pluralismo che mette alla pari le diverse concezioni religiose può assicurare la libertà dei cittadini».
Corriere della Sera 7.11.05
«Sarkozy come Cofferati, è la loro sconfitta
La tolleranza zero porta solo nuovi scontri»
Marco Imarisio
Oreste Scalzone, ex leader di Potere Operaio da trent’anni residente a Parigi per motivi giudiziari: sono davvero degli «insorti»? «Insorgere, ovvero sollevarsi contro l’autorità. Come altro li si vuol chiamare? "Ammutinati", protagonisti di una sommossa, la gamma è comunque quella».
Volendo, di termini ce ne sono molti altri.
«Sul finire degli anni ’70 in Italia, "insorti" era aggravante, e non da poco. Ma contestualmente veniva negata la qualità di nemico, dell’ordine sociale costituito, del sistema. Oggi ci si scandalizza se qualcuno parla di insorti, riscoprendo che questa è qualifica nobile, e quindi le si oppone quella di teppaglia, come ha fatto Sarkozy».
E contro cosa stanno insorgendo?
«Si sono sollevati contro la caccia all’uomo da anni scatenata nelle banlieue dalla polizia; contro una Repubblica democratica che li considera "esuberi" rispetto alla possibilità di una vita che non faccia spesso rimpiangere d’esser nati; contro giornate spese sul marciapiede davanti agli squallidi falansteri della deportazione dei poveri, contro una "legalità" che li asfissia».
Quel che sta avvenendo può essere interpretato come una sconfitta per la linea «legge e ordine» declinata da Sarkozy?
«La tolleranza zero propagandata in coppia col mito illusorio del rischio-zero, è un indice del carattere delirante di certe politiche. Quella di Sarkozy, come quella di Cofferati in Italia».
Delirante. E perché?
«Le loro sono soltanto parole, ma pericolose. Generano inevitabilmente una corsa incrudelita e stolta alla guerra dall’alto contro il basso, con tanto di propaganda che accende ancor più gli animi di chi la subisce».
È una rivolta delimitata soltanto alla Francia?
«Ogni establishment ha i suoi "piatti speciali". C’è una specificità francese, certo. Ci dicono però dalla regia che tutto il mondo è paese, e dunque la globalizzazione vale anche qui. Non è solo il fallimento del modello di integrazione francese, sta fallendo un intero sistema di sviluppo sociale e politico diffuso ovunque».
Quindi ha ragione chi come Prodi sostiene che anche le nostre periferie potrebbero esplodere?
«Bisognerebbe farsi un altra domanda. Chiedersi come potrebbero non esplodere. È inevitabile che accada, previsione facile».
C’è una lezione francese per la sinistra italiana che vuole governare?
«Sì, il fallimento di Sarkozy, un guappo sinistro che scatena rastrellamenti di "irregolari" e sans papiers all’uscita dei metrò. Con una ostentazione tipo "vi faccio vedere come si tratteranno i negri quando sarò presidente". Sbaglia la sinistra se pensa di fare un make-up leggero delle idee di Sarkozy, che fino a ieri erano condivise».
Dove dovrebbero guardare, a Zapatero?
«Lo fanno, e sbagliano. Che dicono di Ceuta e Melilla, dove i soldati hanno sparato sui clandestini? I miti spagnoleschi di tanto benpensantismo di "scrittori e popolo" delle sinistre, per i quali Zapatero è un recente innamoramento, mi danno il voltastomaco».
C’è invece una parte della sinistra che guarda a Parigi per leggerci il ritorno a forme di lotte sociali più radicali. Condivide?
«Ho imparato a diffidare dei "tifosi" che esultano in misura direttamente proporzionale alla distanza geografica delle epopee di cui sono sempre in cerca. In Italia c’è un "terzomondismo" pronto ad esaltarsi per episodi lontani e a trovare poi che se c’è una sommossa in città, chi lancia un sasso o spacca una vetrina non può che essere un "provocatore" da perseguire penalmente. Un po’ troppo semplice, e comodo».
Corriere della Sera 7.11.05
Una raccolta di saggi sull’atteggiamento della sinistra verso la questione nazionale
Anche i comunisti amavano la patria. Sovietica
di Giovanni Belardelli
«Proletari di tutti i Paesi unitevi!»: il famosissimo slogan del Manifesto di Marx ed Engels ci ricorda che l’ideologia alla quale si ispirarono i vari partiti socialisti e comunisti nasceva, per molti aspetti, con un carattere antinazionale e dunque con fini politici che trascendevano la dimensione dei singoli Stati. Ma in realtà poche cose dimostrano la forza dell’idea di nazione nel mondo contemporaneo come il fatto che quegli stessi partiti dovettero progressivamente prendere atto dei rispettivi interessi nazionali. L’austriaco Karl Renner, assai sensibile al tema dell’autonomia delle nazionalità in quanto suddito di un impero multinazionale come quello asburgico, scrisse che «la socialdemocrazia considera la nazione indistruttibile e da non distruggere». Ma, a ben vedere, i tanti esempi forniti ora in un libro curato da Marina Cattaruzza (La nazione in rosso, edito da Rubbettino ) mostrano come il processo di «nazionalizzazione» interessasse soprattutto le formazioni di orientamento socialista, presentandosi invece in modo assai problematico nel caso dei partiti comunisti, nati sotto il segno di una dipendenza da Mosca che li portava a valutare come prevalente «interesse nazionale» appunto quello sovietico. Molti saggi del libro mostrano quanto in tutti i partiti comunisti il riferimento all’interesse nazionale, fattosi frequente dalla metà degli anni Trenta, fosse largamente strumentale. Vediamo così che in Cecoslovacchia i comunisti, favorevoli a una ricostituzione del Paese smembrato da Hitler dopo Monaco, abbandonarono questa posizione subito dopo la firma del patto tedesco-sovietico del 1939. Per tornare però a chiedere la ricostituzione della Cecoslovacchia dopo che l’alleanza Hitler-Stalin si ruppe con l’attacco tedesco all’Urss. La rivendicazione dell’interesse nazionale ci appare, in questo e in molti altri casi, strettamente collegata alle posizioni (e alle direttive) di Mosca.
Un caso particolare sembrerebbe quello del Pci, che - secondo quel che affermarono molti storici vicini al partito - avrebbe rappresentato una sorta di «terza via» tra il pieno riconoscimento dell’interesse nazionale, realizzato dai partiti socialisti europei, e il richiamo strumentale a quel medesimo interesse che caratterizzò invece i partiti comunisti. Come ricorda Elena Aga Rossi in uno dei saggi del volume, la documentazione degli archivi sovietici ha mostrato ormai come la stessa «svolta di Salerno» del marzo 1944 - con la quale un Togliatti reduce da Mosca, si è a lungo sostenuto, avrebbe imposto al partito una via insieme democratica e nazionale - fu anzitutto il frutto delle direttive che il segretario del Pci aveva ricevuto da Stalin.
In un altro saggio, Gaetano Quagliariello sottopone invece la vulgata storiografica comunista a una critica di tipo diverso. Confrontando il caso dei partiti comunisti francese e italiano negli anni di guerra, egli arriva alla conclusione che la vera differenza tra le vicende dei due partiti non dipese da una intrinseca «diversità» di quello italiano, quasi che esso avesse davvero, già allora, l’obiettivo di quel distacco da Mosca che si sarebbe manifestato molti anni dopo. La principale differenza era legata piuttosto ai diversi contesti nei quali i due partiti si trovarono a operare a partire dal 1939. Il Pcf era allora un grande partito di massa, costretto dal patto Ribbentrop-Molotov ad abbandonare le precedenti posizioni antinaziste fino al punto di cercare un modus vivendi con l’occupante tedesco. Da ciò una crisi gravissima e, terminata la guerra, l’accusa di aver sostenuto posizioni antinazionali. I comunisti italiani accettarono anch’essi l’alleanza tra Urss e Germania e l’abbandono della politica antifascista che essa comportava. Ma questo ebbe conseguenze ben diverse su un partito piccolo come quello italiano, da tempo ridotto alla clandestinità. Nel 1940, quando con l’appello di de Gaulle si compiva il primo atto della Resistenza francese, il Pcf si trovava costretto dall’obbedienza a Mosca a posizioni di fatto filonaziste; invece nel 1943, quando ebbe inizio la Resistenza italiana, il Pci e tutto il movimento comunista internazionale seguivano ormai la linea antifascista a cui era tornata l’Urss dopo l’attacco di Hitler del giugno 1941. Sicché il partito di Togliatti poté ricoprire dall’inizio un ruolo di primo piano nella lotta di liberazione del Paese.
Detto questo, c’è un aspetto ulteriore che merita di essere ricordato. È vero, come osserva Elena Aga Rossi, che oggi appare senza fondamento un’affermazione come quella fatta nel 1990 da Giuseppe Vacca, il quale sosteneva l’esistenza nel Pci di «una tradizione comunista autonoma, non stalinista» a partire dalla metà degli anni Trenta. Tuttavia, non è stato privo di rilievo che a tale idea tanti comunisti delle generazioni formatesi nell’Italia repubblicana finissero col credere: che pensassero cioè di appartenere a un peculiarissimo partito comunista-nazionale, comportandosi di conseguenza. L’evoluzione successiva degli ex comunisti italiani, compresa la loro indubbia difficoltà a riconoscere il loro passato comunista come tale, vengono in larga misura da lì: da quell’immagine di un partito nazionale, abilmente (e spregiudicatamente) costruita da Togliatti, che i suoi successori finirono col considerare vera.
Il libro «La nazione in rosso. Socialismo, comunismo e questione nazionale», curato da Marina Cattaruzza (pagine 334, 18), è edito da Rubbettino.
Contiere saggi della stessa Cattaruzza e di P. Buton, D. Langewiesche,
B. Bongiovanni, L. Rapone, D. Brandes, M. Swides, G. Quagliariello, E. Aga Rossi
Corriere della Sera Milano 7.11.05
Alla Casa della Cultura gli studenti si confronteranno con gli esperti. Silvia Vegetti Finzi: si parla troppo poco con i ragazzi Droga e anoressia, la scuola studia la fatica di crescere Psicologi e insegnanti: la paura del futuro spinge i giovani alla fuga. «A 11 anni i primi contatti con l’hashish»
Problemi di tutti i giorni. L’età del primo contatto con le droghe: 11 anni, con la tendenza all’uso continuativo a partire dai quindici (indagine del Comune). E gli effetti? «Gravissimi sia sulla salute, sia sull’apprendimento e sulla socializzazione», spiega Elena Rosci, docente di Psicologia delle tossicodipendenze all’Università di Milano Bicocca. L’età di iniziazione all’alcol: 11-12 anni (dati Iss) con il consumo che cresce soprattutto tra gli under 17, quando «un uso sregolato può provocare disorientamento e perdita del senso della vita». E, ancora: i disturbi del comportamento alimentare sono ormai «un fenomeno generazionale». Su venti casi di anoressia o bulimia trattati dal Centro studi del San Raffaele-Turro, almeno 3-4 riguardano addirittura bambine sotto i 14 anni. Cosa vuol dire? «Che ormai tutte le ragazze sono ossessionate dal cibo e dall’immagine, anche se non tutte sono malate». Immagini del disagio, oggi. Su cui pesa l’incertezza del domani: «I ragazzi temono di non trovare il mestiere che faccia per loro, di rimanere invisibili». Per questo, conclude la professoressa Rosci, «hanno bisogno di essere guidati da genitori e insegnanti».
Il seminario «Parole incrociate fra adulti e ragazzi» cerca di riannodare il dialogo tra giovani, scuole e famiglie. Quattro incontri alla Casa della Cultura (in via Borgogna 3, a partire da giovedì), curati da Elena Rosci e dalla psicanalista Silvia Vegetti Finzi, in cui uno psicologo dell’adolescenza dell’istituto Minotauro sarà «gemellato» con una classe delle superiori(allievi e insegnanti). «Gli esperti devono imparare ad ascoltare la voce che proviene dalla città», dice Silvia Vegetti Finzi. Perché «oggi si parla molto dei ragazzi, ma troppo poco con loro».
E dire che argomenti di confronto ce ne sarebbero: manifestazioni e occupazioni, episodi di bullismo, la direzione scolastica regionale che istituisce un pool di ispettori per monitorare spaccio e uso di droga negli istituti. «Non c’è dubbio che la scuola stia vivendo momenti di forte disagio: insegnanti e studenti si sentono esclusi dal dibattito sulla riforma - aggiunge la psicanalista -. Ma le ragioni di questo malessere sono anche più profonde: i ragazzi vedono il loro futuro professionale incerto, le famiglie non riescono sempre a garantire un sufficiente sostegno ai figli, gli insegnanti non si sentono valorizzati e soffrono di depressione come nessun’altra categoria di lavoratori; un malessere che si riflette inevitabilmente sugli studenti».
«Sarò qualcuno?», si chiedono gli studenti. E le risposte sono «incerte», risponde Elena Rosci. Da un lato i ragazzi «vedono pochi limiti e molte possibilità. Dall’altro temono che molte opportunità siano più ideali che reali». Ecco: «Una buona educazione deve servire proprio a individuare un chiaro profilo professionale e culturale».
Armando Stella
L'Unità 7.11.05
Scuola
Modificato il parere sull’insegnamento dell’evoluzionismo. Da chi?
Darwin, il giallo del rapporto sparito
di Pietro Greco
Dal «disegno intelligente» al «disegno censorio»? L'idea di cacciare Charles Darwin dalla scuole italiane da tragedia (culturale) si sta trasformando in farsa. Lo ha dimostrato Telmo Pievani, giovane filosofo della biologia in forze all'università Bicocca di Milano, pubblicando sul numero appena giunto in edicola di MicroMega il rapporto consegnato alla signora Letizia Moratti dalla «commissione dei saggi» nominata dal medesimo Ministro con il compito davvero singolare di valutare se è il caso di insegnare la teoria dell'evoluzione biologica di Charles Darwin nelle scuole italiane. Di questo atto pubblico esistono due versioni molto diverse tra loro ed entrambe semiclandestine.
Ma è bene far parlare i fatti. All'inizio del 2004 diventano note le «Indicazioni nazionali» con cui una commissione ministeriale nominata da Letizia Moratti ha riformato il programma di studi del primo ciclo di istruzione obbligatoria (scuole elementari e medie inferiori). Le «Indicazioni» di fatto aboliscono l'insegnamento della teoria darwiniana dell'evoluzione biologica in queste scuole.
L'Unità fu tra i primi giornali a denunciare l'inaudita censura. Cacciare Darwin dalle scuole avrebbe coperto di ridicolo e di vergogna l'Italia e privato i ragazzi italiani dell'unico strumento scientifico per capire i fatti della vita. La protesta diviene, in breve, generale. Rimbalzando su molti (non tutti) i media e soprattutto all'estero. Colta di sorpresa, Letizia Moratti reagisce. E il 28 aprile 2004 nomina una Commissione per valutare se e come Charles Darwin deve essere riammesso nelle scuole italiane del primo ciclo. La Commissione è di alto prestigio: presieduta da Rita Levi Montalcini, è composta da Carlo Rubbia, Roberto Colombo e Vittorio Sgaramella. Presentandola, Letizia Moratti assicura che il Ministero si atterrà alle sue valutazioni nella promulgazione dei programmi scolastici.
Dovendo superare qualche ostacolo, Rita Levi Montalcini riesce a consegnare il rapporto richiesto solo dieci mesi dopo, il 25 febbraio 2005. Il Ministro ne dà notizia esprimendo «viva soddisfazione per la collaborazione degli illustri studiosi» e comunica alla nazione di aver trasmesso il rapporto alla struttura amministrativa «affinché provveda a integrare i piani di studio della scuola primaria e secondaria di primo grado in base alle riflessioni fornite».
Già, ma quali sono le «riflessioni fornite»? Chiunque richieda al Ministero una copia del rapporto ottiene, in pratica, un rifiuto. Il rapporto resta segreto. Quasi fosse segretato. Indiscrezioni (autorevoli) confermano tuttavia che contiene l'unica indicazione possibile: anche in Italia Charles Darwin non solo può, ma deve essere insegnato nelle scuole elementari e medie.
I mesi passano nel più totale silenzio. Solo il 6 settembre 2005, alla presentazione del nuovo anno scolastico, Letizia Moratti ribadisce che Darwin tornerà nelle scuole. Anche se è ammesso solo in terza media.
Intanto il rapporto della Commissione resta di fatto segreto. Perché? Non ci sono spiegazioni ufficiali. Telmo Pievani riesce tuttavia a ottenere e pubblicare il testo consegnato da Rita Levi Montalcini al Ministro. È un testo interessante. Non solo ribadisce ciò che è ovvio: la spiegazione darwiniana è l'unica teoria scientifica in grado di spiegare i fatti della vita. Non solo ribadisce che può e deve essere insegnata nelle scuole elementari e medie. Ma sostiene, anche, che chi ha cercato di cacciare Darwin dalle scuole italiane ha compiuto un «errore intollerabile in una società che si ritiene civile». E questo errore è stato compiuto probabilmente per mera ignoranza.
Il rapporto, dunque, è piuttosto duro con gli «estensori delle nuove norme ministeriali». È probabilmente per questo che - aggiungendo errore intollerabile a errore intollerabile in una società che si ritiene civile - è stato, di fatto, segretato.
Ma, forse, c'è di più. E di peggio. MicroMega, infatti, pubblica una seconda versione del rapporto, che circola negli uffici del Ministero, successiva alla prima e visibilmente manipolata. In questa seconda versione le frasi critiche più dure verso chi ha cercato di cacciare Darwin dalle scuole sono state cassate. E un intero paragrafo addirittura riscritto. A una lettura comparata la nuova versione del rapporto appare ammorbidita e più attenta alle motivazioni degli estensori delle «Indicazioni nazionali» che hanno cacciato Darwin dalle scuole elementari e media.
Il sospetto è che qualcuno abbia cercato da un lato di riscrivere il rapporto e dall'altro di rallentarne le conseguenze. In altri termini il sospetto è che qualcuno abbia ideato e tentato di portare a termine un «disegno censorio». A stento frenato dal clamore di una censura operata a scapito di una Commissione nominata dal Ministro, composta da illustri studiosi tra cui due premi Nobel.
Restano alcune domande. Cui, con una piena assunzione di responsabilità politica, chiediamo al Ministro, signora Letizia Moratti, di rispondere.
Quando sarà possibile ottenere la «versione ufficiale» del rapporto Montalcini? C'è stato davvero un tentativo di censura? E chi lo ha operato? Come mai esiste una versione del rapporto Montalcini, chi l'ha redatta e a che scopo? Quando Charles Darwin ritornerà nelle scuole italiane di ogni ordine e grado?
La Stampa 7.11.05
Un saggio controcorrente
Reprimendola si diventa apatici e indifferenti ai cambiamenti
La rabbia? Ci rende migliori
Maurizio Molinari
Arrabbiarsi non sempre è sbagliato, anzi a volte fa bene alla salute ed all'ambiente in cui viviamo ma a patto che avvenga entro certi precisi limiti. E' questa la tesi di Chistina Hoff Sommers, psicologa ed autrice di «One Nation Under Therapy», un saggio controcorrente nel quale afferma che «troppi americani sono stati convinti del fatto che il dolore della psiche è una patologia bisognosa di cure». L'idea che arrabbiarsi di per sé fa male alla salute è, secondo questo studio, del tutto errato. La rabbia infatti non è inevitabilmente negativa. Ecco alcuni esempi che lo dimostrano: è legittimo ad per i parenti di vittime provare rabbia nei confronti degli assassini come è positivo per una società provare rabbia nei confronti di un bruto che sevizia due adolescenti. In entrambi i casi infatti si creano anticorpi che possono consentire di evitare il ripetersi di tali drammatici eventi. Non reagire avrebbe significato accettare i delitti. Ad essere d'accordo con Hoff Sommers è Ben Shapiro, trentenne opinionista di «Townhall.com», secondo cui «quando la rabbia nasce dalla condanna morale è l'unico metodo che spesso abbiamo per migliorare la nostra società». D'altra parte fu la rabbia contro l'Impero britannico a generare la rivoluzione americana, fu la rabbia contro la schiavitù a portare gli Stati Uniti a deciderne la totale abolizione, fu la rabbia contro il nazismo a mobilitare milioni di cittadini, così come poi avvenne contro il comunismo ed in favore del movimento per i diritti civili negli anni Sessanta. E ancora: non fu proprio la rabbia del presidente George W. Bush di fronte alle rovine delle Torri Gemelle di New York distrutte l'11 settembre a consentire all'America di unirsi, rispondere, risollevarsi dall'attacco più terribile subito nel corso della propria storia?
Lo studio di Christina Hoff Sommers e le osservazioni di Ben Shapiro fanno discutere anche perché si richiamano entrambi alle tesi di James Wilson, studioso di criminalità all'Università di California a Los Angeles, secondo il quale la sconfitta della malavita da parte del sindaco di New York Rudoplh Giuliani negli anni Novanta fu possibile per «la rabbia con cui la città lo seguì nell'applicare la tolleranza zero nei confronti dei criminali colpevoli di piccoli reati». I «limiti alla rabbia» di cui Hoff Sommers scrive sono quelli che tendono a prevenire eccessi ed azioni dei singoli peggiori rispetto a quelli che hanno scatenato la brusca reazioni della nostra psiche. Evitare di superarli consente alla rabbia «di avere effetti positivi sull'individuo» smuovendolo dall'apatia, l'indifferenza e l'appagamento che lo portano ad essere un passivo spettatore di ciò che gli avviene intorno, impedendogli di essere protagonista di un miglioramento della condizione personale ed anche dell'ambiente in cui vive.
La Stampa 7.5.05
Un libro provocatorio
Il gesuita-astronomo confessa
«Credo nell’esistenza degli Ufo»
Marco Tosatti
Città del Vaticano - Una gran barba e un paio di occhiali, da cui esplode un sorriso pronto a trasformarsi in uno scoppio di risa: Guy Consolmagno, gesuita, astronomo, cinquantatreenne di Detroit divide il suo tempo fra la «Specola» di Castelgandolfo, antica sede degli astronomi vaticani (fino a che il cielo della capitale è diventato troppo luminoso per l’osservazione delle stelle) e Monte Graham, in Arizona, dove il Vaticano ha il suo Osservatorio astronomico dal 1981, e dove studia gli asteroidi e le comete della Cintura di Kuiper. Un super specialista, autore di testi di divulgazione; e l’ultimo, un pocket pubblicato da un gruppo cattolico in Gran Bretagna, non esclude la possibilità che vi sia altra vita intelligente nell’universo, oltre alla nostra. Un’evenienza che è sempre stata vista con molta ostilità dai cristiani fautori dell’antropocentrismo. «Vita intelligente nell’universo? Fede cattolica e la ricerca di vita intelligente extraterrestre», è il titolo del libretto, scritto per rassicurare i cattolici, convincerli «a non aver paura di queste domande. Quello che impariamo non rende nullo quello che già sappiamo». Padre Consolmagno è convinto che se un giorno uno scenario da fantascienza si avverasse, scopriremmo che non solo «tutto quello in cui crediamo non è sbagliato, ma anzi vedremmo che è più vero, in modi e forme che non saremmo mai stato in grado di immaginare».
E certo il suo «status» di grande esperto del settore rende più affidabili le sue rassicurazioni. Spesso gli astronomi sono persone speciali, e spesso anche i gesuiti lo sono; Consolmagno, che per diciotto anni si è occupato di astri, prima di decidere di entrare nella Compagnia di Gesù, sembra confermare entrambi gli assunti. Per il suo contributo allo studio dei corpi celesti è stato onorato con il «battesimo» di un asteroide con il suo nome; ed è il curatore della raccolta vaticana di meteoriti, una delle più grandi del mondo. E non ha paura di affrontare il tema degli «alieni». Che cosa sarebbe della storia della creazione, e dell’amore di Dio per la Terra e gli uomini, tanto da mandare il suo unico Figlio a morire per salvarli, se esistessero? Sono questioni ipotetiche; ma l’astronomo risponde con il Vangelo di Giovanni che «in principio era il Verbo. Il Verbo è, naturalmente, Gesù; il Verbo è la seconda persona della Trinità, il Verbo è la salvezza, il Verbo è l’incarnazione di Dio nell’universo, che secondo il Vangelo, è là prima che l’universo sia creato. L’unico punto nello spazio-tempo che sia lo stesso in ogni linea temporale. E’ così che la salvezza avviene, ed è resa manifesta nella persona di Gesù Cristo qui». Prima che l’universo sia creato, Cristo è; e quindi abbraccia non solo la terra e noi, ma anche ipotetici altri esseri. «Tommaso d’Aquino parla di molteplici mondi».
L’incarnazione, secondo il Vangelo è avvenuta qui; ma potrebbe valere anche altrove. «La Bibbia è scienza divina, un lavoro su Dio - dice padre Consolmagno -. Non vuole essere scienza fisica» e spiegare come l’universo è stato costruito. Ma un universo senza limiti «potrebbe includere altri pianeti con altri esseri creati dallo stesso Dio di amore. L’idea che ci siano altre razze e altre intelligenze non è contraria al pensiero tradizionale cristiano. Non c’è nulla nella Sacra Scrittura che possa confermare o contraddire la possibilità di vita intelligente altrove nell’universo». E aggiunge che comunque la nostra conoscenza è sempre incompleta; e che è folle «sottostimare la capacità di Dio di creare con una profondità di modi che noi non capiremo mai completamente». E quindi sarebbe altrettanto pericoloso pensare che «capiamo Dio completamente», limitando la sua azione al pianeta Terra, e agli esseri umani.
Osservare gli asteroidi, i meteoriti e i corpi celesti «è una delle cose che mi portano vicino a Dio», spiega. Dopo quindici anni di astronomia, si chiese se fosse giusto continuare, quando c’era gente che moriva di fame. Partì per il Kenya con i «Peace Corps», come insegnante, e scoprì che la gente laggiù era interessata all’astronomia. «E capii perché era così importante: è una di quelle cose che ci rende qualcosa di diverso da delle mucche ben nutrite». E capì anche che quel desiderio di conoscenza è un bisogno altrettanto fondamentale quanto il cibo o la casa: «Dire ai poveri: “no, devi occuparti di trovare il cibo, non puoi fare astronomia” è come dire loro che sono un po’ meno degli esseri umani. E’ sbagliato, ed è una tragedia».
Corriere della Sera 7.11.05
Ora si cura anche nelle Asl
Sempre più donne «costrette» a comprare
La irresistibile tentazione di acquistare oggetti, spesso del tutto inutili, colpisce dall'1 all'8 percento della popolazione
ROMA- Andare per vetrine, e magari entrare e visionare la merce. Infine, talvotla, comprare. Per qualcuno è un «dovere», per molti un passatempo piacevole. Ma per qualcuno è una vera e propria malattia. Si tratta di persone che provano addirittura disagio prima di un'acquisto perchè sanno che per loro non rappresenta uan scelta, ma un gesto «necessario» cui si sentono costretti, imprigionati in una vera e propria forma di dipendenza all'acquisto, definita dagli psichiatri «sindrome dello shopping compulsivo» dove compulsivo sta per «obbligato». E' un impulso irrefrenabile e immediato a cui le «vittime» non possono sottrarsi.
La tensione si allevia solo dopo aver consegnato i soldi (o la carta di credito) al comemrciante e aver ritirato la merce, spesso del tutto inutile. E' facilissimo infatti che questi acquisti rimangano del tutto inutilizzati. Gli «shoppers» compulsivi sono in maggioranza donne, per le quali fare compere è un comportamento ripetitivo che lassorbe completamente, con conseguenze a volte catastrofiche sulla vita familiare, sociale e finanziaria. Non sono rari in cui viene perso addirittura il lavoro.
OTTO ADULTI SU CENTO - Il fenomeno non è per nulla da sottovalutare. Come indicano le cifre fornite da Caritas italiana e Fondazione Zancan, che nel loro «Rapporto 2004 su esclusione sociale e cittadinanza incompiuta», denunciano come lo shopping compulsivo sia una forma di dipendenza che interessa tra l'1 e l'8% della popolazione adulta. Ma secondo alcuni autori il 90% dei consumatori effettua periodicamente acquisti compulsivi. Non solo, intervistati su questo tema due quinti di un campione di popolazione adulta si definisce
LE CAUSE - «Sono tante le cause che possono provocare questa patologia, per esempio difficoltá affettive, depressione, la necessitá di riempire con cose materiali dei propri vuoti personali, ansia e fuga dalle proprie responsabilitá» spiega Antonella Ciardo psicologa e psicoterapeuta alla Societá italiana di intervento sulle patologie compulsive, organismo che si occupa di informazione, prevenzione e terapia, che in origine si rivolgeva ai soli dipendenti da gioco d'azzardo ma da parecchi anni, ormai, si è aperto anche agli altri tipi di dipendenze senza sostanze. «Ne sono affette soprattutto donne, di etá compresa tra i 35 e i 45 anni - prosegue la Ciardo - prodotti prediletti i vestiti, ma non solo e comunque ci stiamo sempre più rendendo conto che anche nei ragazzi c'è una predisposizione allo shopping compulsivo soprattutto riguardo l'acquisto di cellulari. Si parla di'predisposizione, perchè generalmente i giovani non dispongono di soldi propri, ma il problema può diventare grave quando raggiungono un'indipendenza economica».
LE CURE - «Se ne accorgono e si rivolgono a noi i malati ma soprattutto la famiglia - afferma ancora la Ciardo - e quasi sempre quando si raggiungono disastri finanziari. Dopo la diagnosi, iniziamo il trattamento, che consiste in una cura farmacologica con medicinali che diminuiscono l'ansia e in un'importante terapia, individuale e di gruppo, che coinvolge anche partner e familiari. Si cerca di capire le cause, le dinamiche che hanno causato questa dipendenza e si attuano delle strategie comportamentali». Ai malati, per esempio vengono sottratte le carte di credito perchè, afferma la Ciardo, «devono recuperare il valore del denaro, che hanno perso con la difficoltá di gestire in propri soldi». La terapia individuale dura all'incirca un anno e mezzo, ma la psicologa spiega che non si parla mai di «una guarigione», perchè una possibile ricaduta è sempre dietro l'angolo, soprattutto dopo i primi 6- 7 mesi dalla fine delle sedute; per questo motivo, nonostante il distacco dalla terapia, il paziente rimane sempre in contatto con il gruppo. Il trattamento è insomma uguale a quello delle altre più tipiche dipendenze senza sostanze.
TUTTE LE DIPENDENZE INSIEME - Per questo motivo nel Sert della Asl di Arezzo è stato attivato un anno fa un unico gruppo chiamato «Gand», per gioco d'azzardo e nuove dipendenze. «Nel Gand- riferisce Fiorenzo Ranieri, responsabile del centro documentazione e ricerca sul fenomeno delle dipendenze patologiche del Ser.t. di Arezzo - confluiscono dipendenti da gioco d'azzardo, da shopping compulsivo, da rischio estremo e da internet». D'altra parte «Tutte le dipendenze senza sostanze hanno matrici comuni e quindi vengono trattate in modo simile - afferma Vincenzo Marino direttore del dipartimento delle dipendenze alla Asl della provincia di Varese - noi qui a Varese abbiamo attivato un centro per dipendenze comportamentali da gioco d'azzardo e da tecnologie digitali. All'interno di questo centro vengono curati anche malati affetti da shopping compulsivo, ma non esistono in Italia servizi pubblici specifici per questo tipo di patologia». «In realtá - sottolinea Marino- non avrebbe neppure senso crearne. Ha senso distinguere tra dipendenze illegali (per esempio la tossicodipendenza) e dipendenze legali (per esempio da tabacco, da gioco) che coinvolgono persone integrate nel tessuto sociale, ma creare tanti centri per le dipendenze specifiche sarebbe poco funzionale, si tratta in tutti i casi di dipendenze comportamentali».
LE MEDICINE NON BASTANO - Marino sfata anche la possibilitá di curare la dipendenza da shopping semplicemente assumendo medicine. «Si è notato - spiega - che l'assunzione di medicinali serotoninici, che aumentano il tasso di seratonina nel sistema nervoso, riducono e migliorano il controllo sullo shopping compulsivo. Ma la sola assunzione di questi farmaci o di antidepressivi non risolve il problema, è necessaria la terapia». Marino ha raccontato che un suo paziente, shopper compulsivo, si era rivolto a lui quando era arrivato ad una situazione disatrosa: aveva comprato una quantitá smisurata di automobili, si era indebitato ed era ricercato dalle finanziarie. Proprio sull'aspetto economico punta l'attenzione il Rapporto 2004 su esclusione sociale e cittadinanza incompiuta, intitolato «Vuoti a Perdere». Il rapporto spiega infatti, che ormai sono cambiati i concetti di rischio, esclusione, povertá e che mentre fino a qualche decennio fa, fenomeni di patologia sociale interessavano le parti più a rischio della popolazione, quelli con disagi sociali ed economici alle spalle, ora situazioni di disagio colpiscono la maggioranza, non la minoranza della popolazione con le dipendenze senza sostanze, come lo shopping compulsivo. CATEGORIE SOCIALI - «Spesso sono affette da shopping compulsivo - afferma Tiziano Vecchiato, psicosociologo, direttore scientifico della fondazione Zancan e curatore del rapporto - persone che non hanno grandi disponibilitá economiche, la cui reazione patologica si manifesta per carenze di altra natura. Questa dipendenza non pesa solo sulla persona ma su tutta la sua famiglia». «La decisione di intitolare il rapporto »Vuoti a perdere« - prosegue Vecchiato - è nata proprio dal fatto che spesso queste persone e le loro famiglie sono abbandonati a loro destino. Visto che queste patologie non sono ancora ricomprese nei livelli essenziali di assistenza, i malati e le loro famiglie pur incapaci di farcela da soli, non trovano la capacitá delle istituzioni di dare risposta ai loro bisogni».
INTERNET - Va poi sottolineato che negli ultimi anni con il moltiplicarsi delle opportunitá di fare acquisti, lo shopping compulsivo si è diffuso a macchia d'olio. Basti pensare alla possibilitá di comprare quantitá smodate e differenziate di prodotti via internet, comodamente seduti sul divano di casa. Inoltre le vendite telefoniche, quelle televisive ed ancora la possibilitá di rateizzare i pagamenti. Insomma, un autentico bombardamento ed una montagna di tentazioni per le persone affette da questo tipo di patologia.
Liberazione, 06.11.05
Spagna, per il governo è una materia non valida ai fini della media scolastica
Ora di religione, i vescovi in piazza contro Zapatero
Laura Eduati
Zapatero legifera e i vescovi si arrabbiano. Anzi, scendono in piazza a protestare, in quello che pare ormai un leit motiv dei rapporti tra i socialisti spagnoli e il Vaticano. Questa volta la Chiesa iberica se la prende con la riforma della scuola (Loe) del governo, che lascia all'ora di religione lo status di sempre, ossia di una materia non valida ai fini della media scolastica. Così la Conferenza episcopale spagnola (Cee) e la destra ultrareligiosa chiamano alla protesta per le strade di Madrid.
Lo faranno sabato 12 novembre, in quella che vorrà risultare la replica della poderosa marcia di giugno, quando un milione e mezzo di persone percorse le vie afose di Madrid per dire no alle nozze gay e alla possibilità, per gli omosessuali, di adottare bambini. Ora il potente Foro de la Familia si tramuta in fronte No-Loe, ma i componenti sono gli stessi, ovvero decine e decine di associazioni che lottano per permeare la Spagna di un'etica cattolica e per le quali Zapatero è peggio del fumo negli occhi.
La rottura tra il governo socialista e il Vaticano giunge comunque inaspettata, visto che a guidare la Cee da qualche mese è il basco Ricardo Blazquez, un vescovo dalle vedute molto più ampie del suo predecessore, il vescovo di Madrid Antonio Marìa Rouco Varela, uno dei primi ad aderire alla manifestazione di sabato prossimo. A commentare la frattura tra Chiesa e governo è intervenuta la vicepresidente del governo, Marìa Teresa Fernàndez de la Vega, secondo la quale un accordo con la Cee ormai appare molto lontano.
L'ora di religione è una delle tante mele della discordia tra i socialisti e il Vaticano. I vescovi avrebbero desiderato che contasse come la matematica o la letteratura spagnola, ma de la Vega ha ricordato - come fece ai tempi delle nozze gay - che «il governo ha l'obbligo di governare per tutti i cittadini». Nello specifico, spiegano i sostenitori della Loe, sarebbe assurdo concedere alla religione lo stesso peso delle altre materie nella media scolastica: in Spagna il punteggio della maturità (bachillerato) incide sulla scelta dell'ateneo - a punteggio più alto corrisponde l'università più prestigiosa - e sull'assegnazione di borse di studio. Sarebbe come discriminare gli studenti che decidessero di non impegnarsi nell'educazione cattolica.
La combattiva vicepresidente, incaricata dallo stesso Zapatero dei negoziati con i vescovi, non nasconde la propria irritazione per il fallimento del dialogo e chiede ora alla Cee delle spiegazioni sulla marcia di protesta.
Juan José Asenjo, vescovo di Cordova, spiega che la riforma tarpa la libertà di insegnamento garantita dalla Costituzione e introduce il criterio cosiddetto "di zona" secondo il quale uno studente non può scegliere liberamente in quale istituto iscriversi. Ciò che è peggio, aggiunge, la Loe trasfroma l'educazione in un servizio pubblico di competenza esclusiva dello Stato.
Accanto alle gerarchie si è mobilitato, come a giugno, il popolo delle famiglie, dei genitori e dell'associazionismo ultracattolico. E ultraorganizzato, visto che in pochi giorni riesce a coordinare realtà sparse in tutta Spagna e a fissare date, luoghi di incontro, autobus per la capitale e documenti di propaganda. Come quello che in dieci punti spiega perché occorre protestare contro la nuova riforma Zapatero: perché non garantisce il finanziamento alle scuole private, perché marginalizza le scelte religiose dei genitori e perché, infine, laicizza i contenuti di materie («obbligatorie», ricordano con puntiglio) quali "Educazione civica", il cui contenuto è ispirato agli insegnamenti di «leader del laicismo in relazione con l'anti-clericale Peces-Barba» (socialista di spicco, ndr). Insomma, per questa piattaforma indignata, Zapatero cullerebbe un sogno: «togliere ai genitori la giurisdizione morale sui figli e consegnarla allo Stato, come se la morale neutrale esistesse».
Secondo gli organizzatori sabato prossimo Madrid sarà invasa da 500mila manifestanti. Gli striscioni sono già pronti, belli aggressivi: «Loe: educazione per i cittadini o indottrinamento socialista?», «Perché la cristianofobia la chiamano scuola laica?», «Zp vuole che le classi di religione siano un ghetto».
Eppure la Loe lascia l'ora di religione così com'era ai tempi di Felipe Gonzàlez. Aznar in otto anni di governo (1996-2004) aveva proposto, per la felicità dei vescovi, due materie ugualmente obbligatorie e valide per la media: religione e "fatto religioso" (hecho religioso, ndr). Non arrivò mai a farle diventare legge. Poi arrivò Zapatero.
Liberazione, 06.11.05
Ancora un pacco bomba: questa volta contro la Tav. Intervista al segretario del Prc: «Il neocentrismo ci aggredisce perché siamo la cerniera fra l'Unione e i movimenti»
Bertinotti: «Vogliono inquinare l'intero conflitto sociale»
Stefano Bocconetti
Un'altra bomba. Simbolica - come le altre del resto - ma non per questo meno pericolosa. Stavolta in Val di Susa, dove un'intera comunità s'oppone al passaggio dei treni ad alta velocità, così come vorrebbe il governo. Come vorrebbero i governi: nazionale e regionale. Partiamo da qui con Fausto Bertinotti, partiamo dal pacco esplosivo ritrovato sulla statale piemontese. «Non ne so molto. Ma insomma non è difficile sommare gli episodi: prima Bologna, poi la Val di Susa».
E la somma cosa dà?
Dà una volontà, che mi sembra piuttosto esplicita, di inquinare il conflitto. Il conflitto sociale.
Forse anche qualcos'altro, non pensi? Insomma: le bombe arrivano sempre attorno agli obiettivi delle campagne su cui si impegna Rifondazione. Non è così?
No, non è esattamente così. Perché se vogliamo, per la vicenda di Bologna - molto schematicamente - si potrebbe anche parlare di un conflitto fra Cofferati e noi. Ma in Val Di Susa è proprio un'altra cosa. E' un conflitto agito interamente dalla popolazione. Esattamente come avvenne a Scanzano, ricordi? Anche qui, come in Puglia, sindaci, sindacati, singole persone, un'intera comunità, inomma, si ritrova tutta insieme per ribellarsi. Eppure le intimidazioni sono avvenute sia qui che lì, a Bologna. E visto che mancano enunciazioni politiche…
A cosa ti riferisci?
Sto parlando di quei tentativi, che pure ci sono stati in passato, di intervenire dentro un conflitto, magari per tentare di spostarlo su un terreno militare. Stavolta invece mi sembra che manchi una rivendicazione attendibile, non ci sono i soliti proclami. E allora, davvero, l'unica cosa decifrabile di queste bombe è il tentativo di inquinare il conflitto. Sporcarlo, costringerlo sulla difensiva.
Bertinotti hai letto i giornali di oggi?
Sì
Anche Il Riformista quando dice che Rifondazione riempie le piazze e le valli di manifestanti anti-Bresso e anti-Cofferati. E quando dice che gli anarco-bombaroli - con cui comunque il Prc nulla ha a che spartire - cavalcano le proteste per guadagnarsi la scena mediatica?
Sì, ho letto anche quello. Che dire? In questo caso, a me appare tutto abbastanza evidente.
Di che parli?
La definirei così: cominciano a seminare. I fan dell'ipotesi neocentrista si sono messi al lavoro.
E cominciano col prendersela con Rifondazione. E' questo che vuoi dire?
Anche qui, non è esattamente così. Non siamo di fronte al tradizionale - vogliamo chiamarlo così - atteggiamento di chi decide che è arrivato il momento di tagliare le ali estreme e si dedica a questo lavoro. Con caparbietà. C'è qualcosa di più: se la prendono con noi esattamente perché vogliono colpire il ponte, la cerniera fra l'Unione e i movimenti sociali. In discussione, insomma, non c'è neanche questo o quel punto del programma: il loro progetto è trasformare la coalizione in un universo blindato. Impermeabile alle battaglie che si combattono là fuori, nelle città, nei luoghi di lavoro. Nelle valli.
Scusa ma perché chiami tutto questo neocentrismo?
Mi sembra evidente. Tagliando i suoi legami con i conflitti, tagliando chi è in grado di fare da raccordo fra quei conflitti e l'Unione, si rende la coalizione non più autosufficiente. E a quel punto, si renderà necessario andare a cercarsi voti e consensi - e bada sto parlando di tutti e due: voti in Parlamento e consenso di altre forze sociali -, occorrerà andarsi a cercare uomini e mezzi dall'altra parte. In pezzi dell'altro schieramento. E a quel punto il cerchio neocentrista potrà chiudersi. Con una grossa coalizione o con qualche variante e subordinata, ma il senso sarebbe quello. E ti ripeto: la semina per tutto questo, è già iniziata. Ma, nonostante ciò, non la definirei un'offensiva.
In che senso? Perché non si può parlare di offensiva?
Perché questa formula dà l'idea di chi gioca d'anticipo, di chi lancia l'iniziativa. Non è così: piuttosto parlerei di controffensiva del neocentrismo. Perché insomma anche loro, anche le forze e le culture moderate, hanno capito che il disegno di trasformare l'Unione in una coalizione autenticamente riformatrice, di spostarla a sinistra, insomma, è davvero alla portata. E' un obiettivo raggiungibile, nell'ordine delle cose. Da qui, la loro replica.
Ma cosa ti fa avere questa visione così ottimista?
Non si tratta di ottimismo. Si tratta di una valutazione attenta di cosa sta avvenendo. Vedi il caso-Sicilia. Le forze moderate sono state divise, lacerate. Eppure dopo centinaia, migliaia di prese di posizione, alla fine anche i diesse hanno dovuto optare per la candidatura di Rita Borsellino. E lo stesso, se vuoi, vale per la Val di Susa. E' vero che nelle direzioni nazionali di molti dei partiti, c'è disattenzione, se non ostilità. Ma anche qui, sta per arrivare il momento in cui sarà difficile per loro rifiutare di avere un rapporto con un'intera comunità.
Visto che ci siamo, visto che abbiamo parlato della Sicilia, vediamo anche cosa accade a Milano. Dove credo che abbiamo fatto la scelta giusta. Sosteniamo Dario Fo, lo sosterremo alle primarie. Pronti comunque a sostenere, alle comunali, il candidato che risulterà più votato. Ma abbiamo deciso di votare ora Dario Fo per rendere visibile, anche simbolicamente, che preferiremmo un altro modo. Un altro modo di far politica. Dove l'opposizione non sia costretta a sostenere un Prefetto.
Domanda brutale, brutale: questo è anche un po' il metodo che Rifondazione ha in mente per la prossima esperienza di governo, che un po' tutti pronosticano per il dopo elezioni?
Scusa ma ho da farti un'altra obiezione. La tua domanda prefigura una sorta di "attesa del governo" che ti assicuro non esiste. Certo, c'è anche quest'elemento, l'elemento del governo, del governo dall'alto di un paese che deve cambiare. Ma quel rapporto, quel rapporto stretto coi movimenti e coi conflitti sociali, è, deve diventare, la nostra pratica politica. Il nostro agire politico. Oggi, domani, dopodomani.
Conflitti. Si possono ascrivere a questa voce le rivolte che stanno infiammando le banlieu parigine?
No, non mi pare.
E sotto che voce le inseriresti?
Credo siano una spia, un'altra drammatica spia della crisi di civiltà che stiamo attraversando. Una spia, un'altra drammatica spia di quanto vasta e profonda sia la crisi della politica. Insomma, voglio dire che laddove la politica non arriva, laddove non è in grado di inserirsi o di proporre un conflitto con una controparte, ecco che trova spazio la ribellione distruttiva. Lo chiamo conflitto orizzontale: contro tutto e tutti.
La soluzione?
Quelle prospettate, le misure repressive, sarebbero sbagliate, sbagliatissime. Oltre che inefficaci. Perché anzi, darebbero a quella ribellione prepolitica, un obiettivo sul quale catalizzarsi, concentrarsi. Esattamente come avviene negli stadi, dove tante curve urlano solo il proprio disagio, il proprio malessere. Lo urlano a tutti, contro tutti. Salvo poi concentrasi contro qualcuno, quando questo si manifesta. No, purtroppo, anche se più lenta e difficile, non c'è alternativa al ritorno in campo della politica. L'unica in grado di fronteggiare il tuo "competitore".
Scusa a chi ti riferisci?
Lì, nelle banlieu parigine, al fondamentalismo. Perché l'arrivo di concezioni filosfiche e religiose sul terreno secolare, sul terreno della secolarizzazione, ti racconta solo del deficit di politica. Lì, una concezione religiosa e trascendente non dà, non può dare risposte sul quotidiano, sull'agire. Ma ti regala un'identità. La stessa che la politica, questa politica così pigra, non è in grado di disegnare.
Parli di politica ma in realtà stai parlando della sinistra. Non è così?
Sì. Della sinistra, e diro di più: della sinistra radicale, della sinistra anticapitalista. L'unica credo che voglia e possa diventare un'interlocutrice di chiunque si trovi fuori dai processi di accumulazione. L'unica che può e deve presentarsi nelle banlieu.
In che forma?
Il punto è proprio questo: il ritorno della politica deve avvenire con forme da reinventare. Con loro. Siano i ragazzi delle banlieu siano i disperarti italiani dei call center. Non farlo, significherebbe non aver capito cosa sta avvenendo attorno a noi. La crisi di civiltà non è lontana. Ne parla lo tsunami, ne parla la tragedia di Katrina a New Orleans. Ne parlano le banlieu incendiate.
dal supplemento domenicale a Liberazione, 06.11.05
Da postcomunisti a postdemocristiani
di Rina Gagliardi
Prima, fu il Pds, Partito democratico della sinistra. Poi, cadde il sostantivo e rimasero solo i "democratici di sinistra". Infine, forse tra meno di un anno, cadrà la specificazione - e rimarrà in vita solo il nudo ed esotico aggettivo, "democratico". Come dire: di elisione in elisione, di rinuncia in rinuncia. Una storia segnata dall'inquietudine, dalla ricerca perenne d'identità, da un bisogno quasi spasmodico di "transizione". L'ultima tappa del percorso, i Ds, rischia così di essere anche la più breve - e forse anche la meno gloriosa.
E' difficile ricordarlo lì per lì, ma i Democratici di sinistra sono una forza in fondo molto giovane: hanno alle loro spalle soltanto sette anni di vita. Nacquero, infatti, a Firenze, nel corso degli "Stati generali della Sinistra, tra il 12 e il 14 febbraio 1998, e furono il compimento della "Cosa 2", fortemente voluta da Massimo D'Alema. Negli intenti, almeno quelli dichiarati, dell'allora segretario del Pds, la nuova creatura avrebbe dovuto superare i limiti strutturali del Partito nato a Rimi nel ‘91 e avviare sul serio, a quasi un decennio della svolta della Bolognina, quell'unificazione delle diverse culture "democratiche" "socialiste" e "riformiste" che nel frattempo era rimasta lettera morta. L'ambizioso disegno, insomma, di costruire una vera "Sinistra di governo", non più soltanto post od ex-comunista, non più "abitata" soltanto dagli eredi del Pci.
Nella realtà, l'operazione fu invece alquanto modesta, anche dal punto di vista dell'immagine mediatica: sia per la non rilevante entità delle forze che, in concreto, avevano aderito all'appuntamento fiorentino (i cristiano-sociali, la sinistra repubblicana, i laburisti, i comunisti unitari) sia, anche, per l'assenza di figure "nuove" davvero prestigiose.
La nuova forza politica abbandonava nella sua autodefinizione l'ingombrante nome di "Partito", adottava un nuovo simbolo - la Quercia più la Rosa, mentre sparivano le radici, l'immagine del vecchio Pci, si dava un tono "moderno", più postcraxiano che postcomunista - nella platea fiorentina, c'erano visibilmente più manager e semimanager che lavoratori dipendenti. Ma si capiva subito che non funzionava.
Alla loro prima verifica elettorale - le europee del '99 - i Ds, che nel frattempo erano diventati il partito del presidente del Consiglio, avrebbero totalizzato un deludente 17,4 per cento: un milione di voti in meno rispetto alle europee del '94. Se il successo elettorale è un metro di misura valido per valutare la fortuna di un partito politico, per i post-comunisti il bilancio era, nell'insieme, abbastanza disastroso.
Nel 1989, l'ultima volta in cui il Pci era stato presente ad un appuntamento elettorale, quel Pci che veniva dichiarato quasi universalmente "obsoleto", "conservatore", "premoderno", i voti erano stati 9.600.000, il 27,6 per cento. Dieci anni dopo - un tempo lungo, in politica - quei voti si erano dimezzati, in valore assoluto, ed in percentuale la perdita aveva superato i dieci punti. Ma davvero ne era valsa la pena?
Quel fatidico 1989
Torniamo allora all'inizio di quel processo politico, a quel fatidico 1989. Il mondo, è vero, era sottosopra: mentre ad ovest il reaganismo e il thatcherismo, insomma il neoliberismo al potere, conoscevano il loro massimo trionfo, ad est crollavano i muri - non solo a Berlino, ma in tutto il "campo socialista", fino a Mosca, dove il tentativo "riformista" di Mikhail Gorbaciov volgeva già alla fine.
In Italia, era la triste e provincialissima epoca del Caf, quasi una caricatura del Male e della perversione politica. Qualcosa, certo, la sinistra - il Pci - dovevano fare. Qualcosa doveva pur muoversi, a cinque anni dalla morte di Enrico Berlinguer, e in un vuoto così evidente di strategia politica.
Ma, poiché il decennio aveva dannatamente indebolito la forza dei movimenti e quasi distrutto i sindacati, questo qualcosa si produsse al vertice del partito. Fu anzi un uomo solo, Achille Occhetto, che - narrano le cronache - maturò la decisione di liquidare l'identità e la storia del Pci, nello spazio di un solo weekend.
Così, il giorno successivo al Grande Crollo di Berlino - era una domenica di novembre - il segretario del Pci incontrò i vecchi partigiani della sezione Bolognina, quartiere piccolo-borghese a ridosso del centro di Bologna, e annunciò che ora era assolutamente necessario intraprendere "strade nuove, che lasciano presagire di tutto".
Anche il cambiamento del nome del Partito? Sì, anche e soprattutto il cambiamento di nome. Iniziò così, davanti ad un pubblico (e a un paio di cronisti) pressoché inconsapevoli, la vicenda della "Svolta". Due giorni dopo, essa fu discussa per la prima volta a Botteghe oscure, con una segreteria nazionale "impreparata", allibita, quasi giocoforza consenziente. Ma subito dopo dilagò - nel partito, sui media, tra gli intellettuali, tra la gente semplice. Per un anno, l'Italia intera, non solo i comunisti, si appassionò, s'infuriò, si divise - partecipò come non accadeva da anni.
A Bologna, nel 1990, si tenne infine l'ultimo congresso del Pci - già chiaro nel suo esito, ma non per questo meno drammatico. La linea della svolta, invischiata nel lungo contenzioso terminologico del "Nome" e della "Cosa", vinse, e largamente. Non poteva che essere così. Ma che Cosa, appunto, stava per nascere? Si sapeva bene che cosa stava per morire - il malore di Aldo Tortorella, e le lacrime di Pietro Ingrao, si incaricano di rappresentarlo corposamente, di fronte ad una platea commossa fino allo spasimo. Ma non era chiaro, no, che cosa stava per nascere.
Il battesimo di guerraA Rimini il Pds, Partito Democratico della Sinistra, fu battezzato dai bagliori della prima guerra del Golfo - quella di George Bush padre. Un trauma che divise subito anche il nuovo partito (dal quale, nel frattempo, era uscita, o per meglio dire non era mai entrata, la corposa pattuglia che avrebbe dato vita a Rifondazione comunista) non solo sulle scelte immediate, ma anche e soprattutto sull'identità.
La Quercia era, in realtà, ciò che ciascuno proiettava su di essa: per i "miglioristi" era il "cavallo di Troia" che avrebbe potuto consentire l'agognato traguardo dell'unità socialista, come predicavano da anni Napoletano e Macaluso, e all'identità socialdemocratica europea; per la sinistra interna, essa era lo strumento giusto per superare da sinistra il conservatorismo del vecchio Pci, aprirsi alle culture radicali cresciute negli anni '80, innovare insomma il consunto patrimonio della tradizione; per i "veltroniani" (in fieri) e per una parte degli "occhettiani" (compreso forse lo stesso Occhetto), essa era il nucleo originario di un soggetto politico nuovo di zecca, una formazione liberaldemocratica con spruzzate radicaleggianti, modellata dalla sinistra americana. Socialdemocratica, craxiana, movimentista, radical americana o semplicemente democratica: troppe identità strategiche, fin da allora, per un solo partito.
Esso, perciò, non potè che privilegiare l'unico punto politico condiviso: l'approdo del Governo. La fine del fattore K che per decenni aveva costretto i comunisti ad uno stato di eterna opposizione. L'uscita dei comunisti stessi, ormai ex o postcomunisti, dalla minorità, e dal veto atlantico.
Del resto, al di là dei dibattiti identitari, un'ampia parte del gruppo dirigente e dei quadri intermedi vedeva nel Pds una "necessità politica, un aggiornamento obbligato dopo un crollo, appunto, storico, che rendeva un nome - comunista - "impresentabile" e non spendibile. Ma come rendere concreto, e politicamente fruttifero, l'avvenuto aggiornamento? Dove e su che cosa investirlo, anche nell'immediato?
A questo interrogativo, Occhetto e il suo gruppo dirigente risposero subito dopo lo scadente risultato (16, 1 per cento, per il Pds) delle elezioni politiche del 1992, le ultime proporzionali della Repubblica: l'idea era quella la riforma elettorale, ovvero della nascita in Italia del sistema elettorale maggioritario e di un "vero" bipolarismo.
Una proposta, per la verità, che sarebbe stata fortemente promossa da un ex-rampollo della destra democristiana, Mariotto Segni, e sponsorizzata con altrettanta forza dalla Repubblica di Eugenio Scalfari, ma sulla quale il nuovo partito si buttò con tutte le sue forze. In Italia, sull'onda dello scandalo di Tangentopoli stava crollando il sistema politico della Prima Repubblica - finiva il craxismo e finiva la Dc, architrave di quel sistema per più di quarant'anni. Uscivano di scena generazioni politiche, e i partiti toccavano il fondo, quanto a credibilità e fiducia tra le masse. Quale migliore condizione per realizzare sul campo l'obiettivo di Rimini? Per essere, di nuovo, tra i padri fondatori della Repubblica, e della modernizzazione italiana?
Passata, dunque, l'era della decantazione dei governi così detti tecnici - Amato e Ciampi, che furono in verità tra i più politici, per l'entità delle loro scelte di politica economica - vinto il referendum del '93, tutto si concentrò sull'appuntamento delle elezioni del '94.
Per i "progressisti", al cui centro c'era il Pds, tutti, compresi i mercati finanziari, avevano pronosticato una vittoria facile-facile. Il Pds, è vero, superò il 20 per cento - ma quelle elezioni, come è noto, le vinse un imprenditore non ancora del tutto noto al grande pubblico, un parvenu della politica che, solo tre mesi prima, aveva fondato un partito che mimava uno slogan calcistico. Fu in quel momento che cessarono le fortune politiche non solo di Achille Occhetto, ma di un partito, il Pds, che aveva investito tutto, a costo di strappi e sacrifici, per diventare moderno - ma aveva incontrato, sulla sua strada, la modernità populista, liberista e anticomunista di Silvio Berlusconi.
La prospettiva socialdemocratica
Toccò dunque a Massimo D'Alema l'onere di "ricominciare" una storia che, al suo primo e significativo impatto, aveva subito un'autentica bocciatura. D'Alema era il dirigente più continuista, nonostante tutto, con il passato del Pci: nell'89 aveva appoggiato la svolta di Occhetto con un certo, visibile distacco, più per "realismo" che per convinzione. Non aveva mai civettato con il nuovismo, con l'antipolitica, con l'antipartito. Al contrario, con il partito e con la burocrazia che il Pds aveva ereditato dal Pci, aveva un rapporto eccellente.
In più, egli appariva come il leader più dotato di una visione di "largo respiro", come si usa dire, e di sagacia tattica. Per queste ragioni, piaceva poco ai "novisti". Ma per queste stesse ragioni, vinse alla grande il match con Walter Veltroni - il primo duello consumatosi nell'arena del Consiglio nazionale della Quercia - e diventò, nel 1994, il nuovo segretario del Pds. "Il pugno del partito", fu il gentile titolo con cui la Repubblica salutò l'evento.
In realtà, D'Alema dichiarò subito che il suo impegno era ancora e soltanto quello di "portare la sinistra al Governo": non più come forza egemone, o prim'attore, come nell'incauta pratica occhettiana, ma come componente forte di un'alleanza, di una coalizione, con i centristi.
Tra il '94 e il '96, perciò, il nuovo segretario si concentrò su due obiettivi: intanto, "correggere" gli eccessi dell'occhettismo, anche nel partito, e orientarlo, più o meno definitivamente, su una prospettiva socialdemocratica; secondo e soprattutto, varare un nuovo centro-sinistra, un'alleanza organica con gli eredi democratici della Dc - senza rompere con la sinistra, con forze come Rifondazione comunista, almeno per la prima fase.
Si arriva così al '96, alla vittoria dell'Ulivo, al primo governo Prodi. Un periodo che appare "baciato dalla fortuna", anche per il Pds - primo partito d'Italia - e per D'Alema, gran regista del nuovo equilibrio italiano.
Una fase, in realtà, di breve durata. L'ansia di legittimazione governativa conduce lo stesso D'Alema a diventare un fattore di squilibrio, piuttosto che di equilibrio: prima con la Bicamerale, dove fallisce (per fortuna) il tentativo di riscrivere insieme alla destra la carta costituzionale; poi l'ascesa a palazzo Chigi, tra il '98 e il 2000, con un governo pesantemente condizionato dalla presenza della vecchia destra democristiana e dalla riabilitazione del puro "professionismo politico".
La "rivoluzione liberale"
I Ds nasceranno nelle more di questo percorso accidentato - e sono destinati a portarne per sempre il segno. Poco prima che fossero celebrati gli "Stati generali della sinistra", il Pds aveva giocato un'altra carta: nel '97, con il congresso "tematico" di Roma, quello dello scontro frontale tra D'Alema e Cofferati, il Pds si era proposto come nuovo interlocutore privilegiato dei poteri forti, della borghesia in panne.
Ma fu proprio questo congresso ad incaricarsi di sciogliere alcuni nodi di fondo del dibattito politico: scegliendo come prospettiva una vera "rivoluzione liberale", all'insegna non solo del libero mercato (già da tempo assunto) ma della "flessibilità" e della "modernità" del mercato del lavoro, sciogliendo se stesso da ogni legame organico con i sindacati e con il mondo del lavoro dipendente, il partito democratico della sinistra aveva in fondo portato a compimento la più veritiera ispirazione della Bolognina. Diventare, alla fine, l'erede della Dc, del meglio che era stata la Democrazia cristiana: una forza un po' liberale e un po' democratica, sostanzialmente centrista, formalmente interclassista ma legata a precisi settori della borghesia.
Un asse pigliatutto, elettoralmente parlando. Un partito dove convivono le culture e le posizioni più disparate, dove il centro - il leader, il gruppo dirigente - esercitano la loro capacità unificante attraverso l'esercizio diuturno della tattica.
Sarà anche e soprattutto per questo che l'identità del maggior partito della sinistra non è mai riuscita ad approdare davvero ad un esito stabile e definito? Dal 2001, anno in cui è asceso alla segreteria, Piero Fassino ha lavorato sia per ridar fiato organizzativo ad un partito che l'aveva perso, sia per fissarne, più o meno indelebile, la fisionomia "riformista". Ma anche per Fassino, come a suo tempo per Occhetto e D'Alema, sta per valere la "legge della Bolognina": la legge dello scioglimento continuo, del non-essere, del diventare altro da sé, del transire, come inveramento e vittoria. Come è già successo alle primarie, come sta per succedere con il listone delle prossime politiche, e dopo, fatalmente con un nuovo soggetto politico dal segno indubitabilmente centrista e postdemocristiano.
La verità è che, sedici anni dopo, non c'è più il Nome, perché non c'è mai stata la Cosa. Perché è quasi impossibile diventare davvero socialdemocratici nell'epoca in cui tutte le socialdemocrazie appaiono in mutazione, o in crisi, o in transizione - vedi come si sta incrinando perfino quel solido colosso che è la Spd. Perché è difficile rendere credibile un'opzione "riformista", dentro la quale si celano politiche di segno sociale contrapposto. Perché non è facile essere un partito ecumenico - laico ed "ecclesiastico", modernista e conservatore, amico dei lavoratori e amico dei potenti - senza un collante forte, quali sono stati a suo tempo l'Urss o la Chiesa o la piena identificazione dell'Occidente. Perché è drammatico - oggi come ieri e come domani - essere forse inconsapevoli montaliani. «Codesto solo oggi possiamo dirti \Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».
dal supplemento domenicale a Liberazione, 06.11.05
Quel giorno che contestammo Ruini
di Alessandro Francesconi
«Siena, fra le cui mura sempre s'attende il Palio dell'Assunta». E' qui che inizia il nostro racconto, in una città mistica dove il tempo si ferma e i rumori di oggi si mischiano con profumi vecchi di secoli. Qui non si narra di epici eroi ma di giovani anime e di come un giorno abbiano deciso di tornare ad essere protagonisti delle proprie vite. Tutto inizia in un giorno di pioggia, come è d'obbligo per una storia che si rispetti, in un piccolo bar del centro con un nome che alla fine si sarebbe rivelato premonitore: "L'incontro". Intorno al tavolo qualche decina di ragazzi che riflettono sul da farsi, su come si possano risvegliare gli studenti senesi da quel torpore in cui erano caduti.
L'intenzione era quella di creare un soggetto che non tenesse conto di simboli, statuti e frizioni varie che negli anni si creano e si consolidano fra realtà diverse. Un luogo in cui ognuno potesse ritrovare la propria dimensione di individuo ed in cui fosse possibile far confluire sensibilità e identità diverse, che in nome di un obbiettivo comune si mettessero in gioco, portando le proprie idee in quell'unico organo riconosciuto da questo movimento: l'assemblea. Qualche ora dopo, con la tavola invasa da bottiglie vuote e tazze macchiate di caffè, si era finalmente delineato il lavoro di anni, mancava solo il nome.
Davanti all'ultima birra si materializzava l'idea. Tornavano alla mente le parole della teoria del caos di Lorenz e sul tovagliolo di carta l'inchiostro tracciava l'inizio del primo comunicato: «Si dice che il battito d'ali di una farfalla in Amazzonia possa provocare un tornado in Texas. Noi saremo quelle farfalle, le nostre lotte saranno quel tornado». Fuori dalla porta, sotto la pioggia incessante, c'è stato il primo volo, la luce fioca del giorno filtrata dalle nuvole si posava per la prima volta sulle Farfalle Rosse.
Quando una mattina arrivò la telefonata che avvertiva della presenza del cardinale Ruini erano passate solo poche settimane dalla nostra nascita ma l'assemblea era già stracolma di ragazzi e ragazze che volevano dire la loro. Fefi, Dario, Eric, Giacomo, "i due Alessandro", Orsa, Silvia, Arianna, Martino, Giorgia, Andrea e tanti e tante di cui ancora non riuscivamo a ricordare i nomi. Riuniti in fretta e furia dentro un'aula dell'Istituto tecnico la decisione fu unanime: saremo stati lì per dire la nostra, non ci saremmo fermati davanti agli strapoteri che ruotavano intorno a tale iniziativa. Decidemmo di violare quella regola non scritta che impedisce di contestare un uomo della chiesa di Roma. Ed è così che il primo tornado si è scatenato. Ciò che è successo dopo è già noto, riportato in fretta e furia da giornali e giornalisti che si affrettavano a divorare almeno un brandello del nostro essere, per poi sputarlo sottoforma di inchiostro sulle pagine dei loro quotidiani.
Si sono succedute in sequenza accuse trasversali che parlavano di aggressione, di assalto squadrista e di "protestismo cronico". Mentre loro ci dipingevano come "i fischiatori" noi riscoprivamo il nostro agire e continuavamo per la nostra strada. Questo percorso ci ha portati a Roma, il 25 ottobre, dove migliaia di occhi lucidi di contentezza ammiravano quello spettacolo incredibile che si manifestava in piazza Montecitorio. Quelle mani alzate al cielo, le voci che si univano, i cori che si facevano sempre più forti ed intensi, diventavano il simbolo di una voglia riscoperta di prendere in mano il proprio futuro, di dire "no" a chi ci vede come numeri, come dipendenti della grande "impresa Italia". Come spesso accade si sono alzati i manganelli, calati su persone disarmate e guidati da una mano che ha paura delle nostre idee.
Ma dietro la storia delle Farfalle Rosse e dietro il 25 ottobre romano c'è molto di più di quanto certi media e alcuni politicanti, che si sono subito affrettati a sputare giudizi su quanto accaduto, vorrebbero darci a credere.
La prima domanda è perché proprio da una piccola città come Siena, dove per anni la politica vera è stata praticamente inesistente, dove il conflitto sociale esisteva solo come fattore sommerso, sono nate le Farfalle Rosse. Perché è nato tutto da quella piccola, sperduta provincia? La risposta è da ricercarsi nella storia degli ultimi anni, nella precarietà che avanza fino a diventare un concetto di vita, seppur imposto, per ogni giovane (e non solo). Nel benessere senese, che solo da qualche anno inizia a sentire aria di crisi incrinando di conseguenza quello stereotipo di "isola felice", spacciato per verità assoluta fino ad allora.
Questo nuovo movimento ha di eccezionale il fatto di aver abbandonato ogni sigla e personalismo in favore di un obbiettivo comune. Il rifiuto di una vita di incertezze, dell'impossibilità di costruirsi un futuro si è concretizzato in questa forma sperimentale che ha retto straordinariamente a quell'ondata di notorietà improvvisa che aveva sommerso nel tempo realtà ben più testate. Perché? Perché il fine che ci siamo posti non è quello dell'egemonia o quello di emergere ed entrare a far parte di quella costellazione di nomi e sigle che si ingrandisce nel tempo, bensì quello di cercare di dar voce a tutti i soggetti che oggi sono costretti al silenzio da questo governo e dalla sua politica. Di tentare realmente di fare della nostra diversità il vero punto di forza. Il 25 ottobre a Roma tanti e tante insieme a noi hanno dimostrato che questo movimento c'è: centinaia di migliaia di uomini e donne che sfilavano dietro lo striscione «il nostro tempo è qui e comincia adesso».
Poi in un'atmosfera surreale, dove non si percepiva la minima tensione, iniziano i tentativi di arrivare al Parlamento. Gruppi eterogenei che a mani alzate proseguivano contro i "robocop" dell'ordine, agivano la nonviolenza senza fare un passo indietro e quella forza, quella convinzione, è sfociata poi nell'abbraccio a Montecitorio che mai e poi mai potrà essere definito assedio: eravamo là armati solo delle nostre idee, delle nostre voci e dei nostri colori, con la voglia di difendere un bene troppo prezioso per essere svenduto in maniera criminale: l'istruzione, il sapere.
A chi chiede se questa è la rinascita del movimento studentesco non è facile rispondere, sarà il tempo a chiarirci le idee. Si può dire con certezza che quello che è accaduto dalla fine di settembre ad oggi non è una meteora, ma l'inizio di un percorso. Si può affermare con altrettanta certezza che il volo delle Farfalle sarà infinito. Non perché qualcuno si illuda di poter durare per sempre, ma perché questa esperienza è servita a far capire che ovunque può nascere quel battito d'ali che scatena il tornado.