domenica 6 novembre 2005

"Liberazione" 6.11.05
Maschi, perché uccidete le donne?

Franco Berardi "Bifo"

La violenza, investimento del desiderio, è nemica del desiderio. Perché annichilisce i corpi nell'ossessione identitaria

Da tempo Adriano Sofri sostiene la tesi che negli ultimi anni è iniziata una sorta di guerra mondiale per la (ri) sottomissione delle donne, che nel corso del ventesimo secolo sono riuscite a conquistare spazi di indipendenza economica, psichica, sessuale. L'esplosione di integralismo islamica rappresenta probabilmente la forma più evidente di questa guerra, ma il discorso non può limitarsi all'islamismo. Le grandi religioni monoteiste, che tendono naturalmente verso l'integralismo, hanno riconquistato negli ultimi decenni una presa formidabile proprio perché nella riaffermazione dell'identità religiosa è implicita la riaffermazione della subordinazione della donna. Ma se vogliamo cogliere le dimensioni reali della guerra contro le donne che si sta svolgendo nel mondo del nuovo millennio occorre estendere lo sguardo oltre i confini dell'integralismo religioso, e vedere l'integralismo economico come una (forse la principale) fonte di oppressione del corpo femminile.

Se non si tiene conto del ruolo che l'economia di profitto ha svolto e svolge nella sottomissione del corpo sessuato, se non si tiene conto di quanto il fanatismo economico abbia contribuito a impoverire l'esistenza e la sessualità, e abbia contribuito a introdurre nella vita sociale elementi di violenza, di arroganza, di aridità, si finisce per credere nella tavoletta secondo cui i malvagi integralisti opprimono le donne (il che è fuori discussione) mentre le corporation contribuiscono all'emancipazione e alla libertà.

In effetti la guerra d'aggressione contro le donne è strettamente collegata con lo sconvolgimento della sfera affettiva prodotta dall'economia globalizzata. Nella fase della globalizzazione del mercato del lavoro, l'emancipazione delle donne occidentali viene a coincidere con una sorta di globalizzazione della prestazione affettiva, sessuale, e della prestazione di cura. Mentre le donne occidentali si emancipano dal ruolo di madre, di cuoca, di infermiera che si occupa dei figli o degli anziani, in Ucraina o nelle Filippine, in Senegal o nel Maghreb milioni di donne sono costrette ad abbandonare le loro famiglie e i loro figli per sostituire a pagamento emancipate occidentali.

«Gli stili di vita dell'occidente sono possibili grazie a un trasferimento globale dei servizi associati con il ruolo tradizionale della donna, cura dei bambini, cura della casa, sesso. In una fase passata dell'imperialismo, i paesi del nord del mondo estraevano risorse naturali e prodotti agricoli, gomma metalli e zucchero, ad esempio, dalle terre conquistate e colonizzate. Oggi, mentre ancora contiamo sui paesi del Terzo mondo per il lavoro industriale e agricolo, i paesi ricchi puntano a estrarre anche qualcosa che è più difficile da misurare e da quantificare, qualcosa che assomiglia molto all'amore. E' come se le parti ricche del mondo si trovassero prossime ad esaurire preziose risorse emotive e sessuali, e dovessero rivolgersi alle regioni più povere per ricavarne nuove risorse». (Ehrenreich, Russell, Hochschild: 2002, Introduction a "Global woman", pag. 4).

Si tratta di un vero e proprio trasferimento coatto di affettività. Quali effetti potrà produrre nella storia futura questo sfruttamento affettivo che la globalizzazione porta con sé? Possiamo prevedere che si accumulino nell'inconscio globale cataclismi di odio destinati ad esplodere in futuro? Non si tratta forse di una bomba a tempo piazzata nel cuore dell'affettività planetaria?

«Insegnamo ai nostri figli che il danaro non può comprare l'amore, e poi andiamo dritti a comprare amore per loro, noleggiando stranieri perché li curino, dato che noi abbiamo cose più importanti da fare. La ristrutturazione della famiglia americana ha creato un enorme bisogno di cura dei bambini ci sono quasi 400mila bambini sotto i tredici anni a New York con entrambi i genitori che lavorano, e ci sono meno di 100mila posti per loro in scuole a tempo pieno o programmi di assistenza quotidiana». (Susan Cheever: "The Nanny Dilemma", in "Global Woman", 2002).

E magari si finisce per concludere che i bombardieri americani che uccidono decine di migliaia di donne in Afghanistan come in Iraq sono strumenti di liberazione.

L'ondata di violenza che si è scatenata nel mondo negli ultimi decenni del secolo ventesimo ha avuto come principale bersaglio le donne, non c'è dubbio. Un tempo la guerra era affare per maschi: cavalieri erranti, soldati di ventura, ufficiali romantici andavano a sfogare il loro eccesso di testosterone in qualche campo solitario ai margini dei villaggi e delle città, si ammazzavano allegramente tra loro, e chi s'è visto s'è visto. Ma dalla fine del diciannovesimo secolo la natura della guerra è cambiata. La guerra coinvolge sempre più direttamente la vita civile, devasta i territori, le fonti di sostentamento, le città e i villaggi, e colpisce essenzialmente i bambini i vecchi e soprattutto le donne.

E' possibile definire una patologia dell'affezione, una patologia del desiderio? Non è forse il desiderio l'unico giudice di se stesso? L'unico luogo da cui possiamo giudicare il desiderio è il luogo di un altro desiderio. La violenza, che pure è un investimento del desiderio, è nemica del desiderio perché sempre mira a fissare, cristallizzare, e annichilire il divenire dei corpi nello spazio costringendoli nei limiti dell'ossessione identitaria. La violenza si iscrive profondamente nel codice genetico della società patriarcale, nelle sue successive evoluzioni, dato che la società patriarcale si fonda sull'identificazione del femminile e la sua delimitazione riproduttiva, subalterna, strumentale.

Con l'espressione società patriarcale intendiamo ogni formazione sociale in cui la differenza sessuale è fissata e cristallizzata secondo una logica di dominio, e in cui di conseguenza il desiderio femminile è rimosso perché l'identità femminile viene nominata e regolata dal maschile, che su questa identificazione obbligatoria fonda la propria identità. Il femminile (inteso non come genere biologico ma come modalità libidica e culturale) è soggiogato a esigenze economiche, psichiche e libidiche che non hanno nulla a che fare con la dinamica del corpo sessuato, ma hanno a che fare con il bisogno ossessivo di identità del maschio. Il principio regolatore della sessualità è qui esterno alla sfera del desiderio, e dipende invece dalla sfera dell'ordine simbolico, del potere politico, dell'accumulazione economica, in ultima analisi dell'identità.

L'identificazione sessuale è funzione di questa architettura del dominio su cui si basa l'intera economia psichica del patriarcato e delle sue successive manifestazioni storiche. Nella sfera del patriarcato la violenza domina ed informa di sé la vita affettiva, l'emozione, la sessualità. E questa violenza non è senza rapporto con l'immaginario, con la delimitazione del visibile, e la rimozione di ciò che non deve essere visibile. La violenza è la patologia generale dell'affettività, e da essa derivano tutte le patologie del desiderio. E quando la violenza è introiettata fino al punto che la vittima stessa la desidera, per poter conservare e riconoscere l'unica identità che le è rimasta?

Giorgio Cremaschi
Il sesso maschile reagisce
alla minaccia ai suoi poteri

Che la violenza fisica nell'ambito della famiglia sia la prima causa di morte delle donne nel mondo, sconvolge, ma in fondo non stupisce. Da sempre la violenza fisica è il mezzo con il quale chi pretende di comandare e non ha altri argomenti, reagisce a chi non vuole sottostare ai suoi ordini. In questi anni in tutto il mondo stiamo assistendo a due fenomeni contemporanei. La crescita della rivendicazione dei diritti e, contemporaneamente, lo sforzo sempre più netto e brutale di tutti i poteri, compreso quello maschile nella famiglia, di impedire questa crescita. Le botte sono la conseguenza di questo conflitto. Avviene anche nel mondo del lavoro. Un centro di ricerche europeo ha documentato che nella civilissima Europa sono frequenti i casi di botte dei padroni e delle gerarchie aziendali nei confronti dei sottoposti, se non fanno quello che gli viene comandato.

Ecco, il ritorno in campo delle botte a me pare un segno delle tendenze di fondo della nostra società, del bivio a cui è arrivata. Un bivio dal quale si dipartono o la crescita dei diritti e della libertà delle persone, o una regressione drammatica verso il medioevo che coinvolge tutte le relazioni, compresa quella tra uomo e donna.

A me pare dunque che queste botte non siano, purtroppo, un retaggio del passato, ma una forma di questa distorta modernità che stiamo vivendo. Chi pensava che la diffusione del mercato producesse contemporaneamente quella di diritti civili, dovrà prima o poi accorgersi di essersi sbagliato. Mercato liberista e relazioni umane fondate sulla prepotenza e la servitù, sono perfettamente compatibili e, anzi, si alimentano reciprocamente. Viviamo in una società di mercato che crea élite a cui sembra permesso tutto e masse sterminate di senza diritti. Le botte alle donne sono anch'esse, più che un retaggio del passato, la reazione alla liberazione della donna che c'è in questa cupa modernità. E' il sesso maschile che reagisce alla minaccia ai suoi poteri con la sua supremazia fisica. In un'epoca nella quale si è ridata legittimità all'uso della guerra come strumento di soluzione delle controversie internazionali, in cui è tornato di moda il linguaggio ottocentesco delle grandi potenze, in un'epoca nella quale si può parlare di guerre giuste e umanitarie, purtroppo non c'è da stupirsi che anche la famiglia possa diventare una sede di violenza e sopraffazione. Gli integralismi religiosi sono spesso il veicolo di questa nuova aggressione ai diritti e al corpo delle donne. Anche da noi l'integralismo cattolico pretende di ridurre la società alla famiglia, e nega così alla radice i principi della libertà, dell'uguaglianza e del conflitto. Per questo la lotta contro la sopraffazione e la violenza, di sesso, di classe, di etnia e di cultura, è diventato un elemento costitutivo della nostra epoca.

Alessandro Curzi
Ci indigniamo davvero? O ci limitiamo a scuotere la testa?

Lo confesso: sono stato uno dei tanti "miscredenti". Nel senso che, ascoltata distrattamente da un qualche telegiornale (ero in Francia ed ero più attento a quanto stava succedendo nella periferia nord di Parigi, fra i giovani immigrati senza lavoro) la notizia sulle donne morte per violenza nell'Unione Europea, avevo pensato a un sicuro errore.

Più uccise o sfigurate nel corpo, fino a esserne invalidate, per mano del compagno o del figlio o dello spasimante o d'un altro qualsiasi familiare che non dalla guerra o dal cancro? Resistevo, istintivamente direi, ad accettare quell'idea, non perché non conosca quale e quanta sia la ferocia in mezzo alla quale viviamo ma, credo, perché l'idea mi era insopportabile. Mi ha soccorso mia moglie che crudemente m'ha detto: non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere; e soprattutto di chi non vuol credere che le sue battaglie non siano in realtà servite a modificare la realtà.

Credo abbia ragione. Anche in quella parte di mondo, benché ancora limitata, nella quale le donne hanno raggiunto una condizione di non più aperta sudditanza e sopraffazione (miglioramento certo dovuto alla lotta continua e sincera dei progressisti), anche lì resiste una zona oscura dovuta al più antico dei retaggi, che vede nella donna se non più un mezzo per stringere alleanze ed allargare regni, se non una pura merce di scambio… qualcosa comunque che "appartiene".

Appartiene all'uomo che l'ha amata o la ama, che l'ha sposata o vuole sposarla o l'ha abbandonata, o che vanta comunque su di lei un diritto di sangue o d'affetto. Figlio, fratello, padre, marito, compagno d'una stagione magari breve. E' la cruda verità: noi ci indigniamo per le bambine mutilate nel sesso, per le adultere lapidate a morte, per le madri che per guerra o per fame vedono morire i figli. Ma riflettiamo un attimo: ci indigniamo davvero altrettanto per uno di questi assalti violenti, tanto spesso mortali, dei quali è vittima una donna?

O ci limitiamo a scuotere la testa e a dire che il mondo è pieno di pazzi? Credo valga la pena di pensarci un po' su.

Giuseppe Di Lello
La gravità dei fatti

sempre sminuita
colpevolizzando le vittime

La violenza subita da parte di un partner o padre o fratello o marito - e cioè la violenza giustificata dal primato patriarcale - è la prima causa di morte delle donne (tra i 16 e i 46 anni) nell'Unione europea e nel mondo. Sembra una notizia incredibile: non è vero e non ci credo.

La fonte, però, è attendibile perché si tratta del prestigioso Consiglio d'Europa (un organo che non ha nulla a che vedere con le istituzioni comunitarie dell'Unione) il cui principale obbiettivo è la salvaguardia dei diritti fondamentali per mezzo della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, un organo giurisdizionale alle cui decisioni gli stati membri non si sottraggono mai: è vero, ma non ci credo.

Stento a crederci anche perché, come hanno spiegato quelli che ci hanno ben riflettuto, nei mezzi di comunicazione la gravità della violenza e/o dell'omicidio di una donna viene sempre sminuita con spiegazioni che tendono a colpevolizzare la vittima e a giustificare il carnefice: lui che non regge all'abbandono; la gelosia (ovviamente indotta dalla vittima) che l'acceca; lui che non regge al richiamo dei sensi; lui che la vuole ricondurre sulla retta via; lui che vuol salvare l'onore della famiglia; e simili. Nulla di strano se, a furia di sminuire, non si fa più caso ai numeri e, alla fine, ci si ritrova con questi dati apparentemente incredibili: è vero e ci credo.

E' vero e ci credo anche perché le radici "culturali" della nostra società globale sono giudaico-cristiane-islamiche, con tre patriarchi come entità supreme.

Questa potrebbe essere una delle centomila spiegazioni dei dati fornitici dal Consiglio d'Europa. Sarebbe, comunque, interessante avere i dati disaggregati di paradisi socialdemocratici (la Svezia?) o socialisti (Cuba?) o comunitari (il Chiapas?) prima di decidere se suicidarsi (ovviamente le sole donne) o insistere a lottare.


Pietro Folena
E' in corso la grande guerra mondiale. Il fronte è in tutti i paesi, al nord e al sud, a levante e a ponente, dov'è freddo e dov'è caldo, tra i poveri

E' in corso la grande guerra mondiale. Il fronte è in tutti i paesi, al nord e al sud, a levante e a ponente, dov'è freddo e dov'è caldo, tra i poveri del pianeta e fra i privilegiati. Investe antiche società tribali e modernissime società dell'innovazione. La guerra di genere - assassinii, stupri, violenze, maltrattamenti, abusi - di noi maschi contro le donne. Ce n'è un'altra, collaterale, sorella, indotta: dei padri contro i figli, dei grandi contro i bambini.

E' difficile chiamarsi fuori: riconoscersi in quella generazione che è stata travolta dal ciclone femminista, che si è rimessa in discussione, che condivide pratiche di cura, che ha scoperto in sé la propria componente femminile, che - eternamente e a volte un po' stucchevolmente in crisi - cerca nuovi paradigmi. Ora non puoi dire: io non c'entro. Come di fronte a un genocidio, a una strage, al terrorismo. Per una generazione di maschi colta, progressista e nonviolenta nel proprio codice genetico c'è la letteratura e il pensiero che ha rimesso in discussione la natura sociale del maschio cacciatore e guerriero. Ma c'era anche l'intima convinzione che la rivoluzione delle donne avrebbe quasi naturalmente portato, nella modernità, un nuovo modello sociale.

Il problema, invece, in tutta evidenza è quello della modernità, non dell'arretratezza. Di come in questa modernità Thanatos - l'istinto di morte come cultura della realtà, la violenza come pratica politica - abbia fatto arretrare Eros - l'istinto di vita, l'amare il prossimo, anche il nemico, come sé stesso. Thanatos sposa la politica con la morte, Eros rifonda la politica nella vita. La procreazione, la gravidanza, la generazione di nuova vita è intrinsecamente donazione, ricerca dell'altro, consapevolezza del limite, coscienza che la vita è anche perdita.

La nonviolenza diventa allora l'unica via - dolorosa ma ragionevole, ricerca permanente di coerenza tra il dire e il fare. Resiste e indica un altro modo di pensare e di vivere rispetto a quello fondato sulla reificazione delle relazioni umane - in questo inedito mix neoliberista tra spirito proprietario, costruzione di un mercato del corpo e della vita, brevettabilità di ogni forma vivente, aggressività, fanatismo fondamentalista, familismo chiuso - e all'idea attualissima che la politica sia la prosecuzione della guerra con altri mezzi, e che anche la vita faccia parte di questa guerra.

Altro che famiglia tradizionale/unioni di fatto: vogliamo ricominciare a discutere di come - pensando all'amore come grande forza collettiva, alla cura di sapersi stupire di cui ci avvertiva in modo illuminato Paul Ricoeur - facciamo uscire la guerra, a partire da quella quotidiana dei maschi, dalla storia?
www. pietrofolena. net

Fabrizio Giovenale
Ma con gli anni le cose migliorano

Francamente: sembra una balla. Poi però tornano in mente certi discorsi fra soldati, certe strofette: "ciàpa una scarpa nel fil de la schéna ma bruta vachéna va in ca' a lavurà"... E certi libri: "Le scogliere di marmo" del filonazista Ernst Junger dove un patriarca dei boschi «s'era presa in moglie una donnetta che teneva in buon ordine e batteva quand'era ubriaco». E "Il dio delle piccole cose" di Arundhati Roy, coi musicanti che a festa finita «tornano a casa a battere le mogli»... Vedete che c'è da scegliere. Tuttavia...

Per non parlare poi delle altre cause di morte per le donne: sfiancate dal doppio lavoro in casa e nei campi, o dall'eccessiva frequenza dei parti come avveniva - in omaggio alla morale cattolica - al tempo dei nonni dei nonni. Sta di fatto però che oggi vivono in media più a lungo degli uomini. Quindi il diavolo non deve esser più così brutto.

In tutti i casi: se in discussione è la coppia - "legittima" o meno - c'è almeno una cosa che posso dire per esperienza diretta. E' che man mano che passano gli anni anche nelle unioni più burrascose - se si ha la pazienza e la forza di superare le fasi più dure - subentra il bisogno e il piacere di stare insieme. Del farsi compagnia. Che non vuol dire soltanto evitare la sensazione tremenda del sentirsi soli, e nemmeno darsi assistenza l'un l'altro negli acciacchi dell'età, che pure sono cose importanti. E' di più. Qui lascio la parola a Li'l Abner (un vecchio fumetto di "Linus") dove due vecchi coniugi dicono «abbiamo litigato come iene sempre ‘cetto che quando avevamo problemi, allora ci mettevamo a risolverli insieme». E questo, concludono, «è il tipo più vero de amor»... Proprio così. Garantito. E non mi sembra per niente una cosa da poco.

Claudio Jampaglia
Qualcosa di profondo e diverso,
che è solo maschile

Si alzano le mani per comodità, per non capire, ammettere, per non guardare, per dolore e ignoranza di sé, per bullismo, machismo, diseducazione, odio e travisato amore. Sempre su un* altr*, che sia diverso, nemico o consanguineo. Ma quando l'altr* è una donna si alzano pugni e calci, per qualcosa di più e profondo e diverso, che è solo maschile e sta nella sfera della gigantesca confusione del "mi appartiene" (perché maschio mi appartiene la violenza, la mia donna, il mio piacere…).

Mia nonna me l'ha ripetuto incessantemente: "Una donna non si picchia nemmeno con un fiore". Unico ragazzo in una famiglia maternale a maggioranza femminile, ho conosciuto uomini miti e ho un padre per cui ho provato timore per la sua autorevolezza ma che non ha mai alzato una mano su di me, mai (e mi ha abbracciato molto). Io odio la violenza fisica, i branchi e l'ira. Ne sono quasi terrorizzato. Così più che darle le ho prese, ai giardinetti, in piazza e anche un paio di schiaffi di ritorsione femminile a qualche mia prepotenza. Sono diverso? No. Sono solo stato protetto, accompagnato. Perché maschio rimango e benché non alzi le mani, rimane intatto quel mix complesso di forza, potere, conquista, certezza sull'altra che accompagna molta parte dell'amore maschile, almeno nei suoi inizi, nel modo di intenderlo "comunemente".

La famiglia, la coppia, "l'altra un po' tua" sono la discarica di un copione già scritto: aspettativa delusa, frustrazione e rifiuto sono la molla della forza, del ripiegamento, della negazione. Tutta la vita maschile è una battaglia per essere accolti, compresi, così come ne sentiamo il bisogno. Nell'amore ho trovato il mio egoismo, il mio modo unico di volere l'affetto, per me. Nella sessualità ho sempre vissuto la necessità di passare dal mio fuori a un dentro che non mi apparteneva e che volevo.

È invidia, possesso, di un sesso tutto esterno da sbandierare e stappare, che si deve far vedere gaudente? Una lotta inutile per non morire così come si è stati, unici solo a se stessi? L'altra scatena nell'uomo un'interrogazione costante, continua di quello che è. E l'uomo "mena" la sua immagine più vera. Lo specchio. Come battere questo orrendo malinteso di genere? C'è tanta felicità e gioia per un funerale laico da celebrare in piazza e a letto, il funerale al possesso di sé che passa sul dominio dell'altr*, il corteo funebre del coito mal riuscito che ti ha inciso l'autostima, la veglia cantata dell'io, io, io, senza l'altr*. "Ciascuno di noi, da solo, non vale niente".

Daniele Zaccaria
Gli uomini non sanno stare in coppia

Perché picchiamo, violentiamo e spesso assassiniamo le donne? Perché lo stimato chirurgo, il proletario senza avvenire, la celebre rockstar e l'anonimo impiegato, si assomigliano in modo così sinistro quando si tratta di elargire randellate alla propria compagna-amante-consorte? Proviamo a dare una risposta schematica: gli uomini uccidono le donne perché sono fisicamente più forti. Perché, stricto sensu, possono permetterselo. Il ragionamento in teoria funziona, ma non rende ragione di un fenomeno che per molti aspetti trascende il mero "stato di natura" e chiama in causa lo sviluppo storico e l'organizzazione delle civiltà complesse.

Aggiungiamo allora un elemento culturale: gli uomini uccidono le donne perché lo hanno sempre fatto, legittimati da una società concepita e governata dai maschi, i cui tempi venivano scanditi dal metronomo dolente della discriminazione, dall'esclusione sistematica dai luoghi del potere o della semplice discussione. In tal senso, i violentatori di oggi non sono altro che i figli dei loro padri, i degni pronipoti dei loro brutali antenati. Solo una questione di retaggio, di crudeli eredità dunque?

Eppure, negli ultimi 50 anni la donna (almeno in Occidente) ha conquistato con fatica diritti e libertà impensabili appena un secolo prima. Un'emancipazione senz'altro parziale e incompiuta ma visibile ad occhio nudo in molti campi della vita attiva e della sfera pubblica. Però all'ombra del focolare nulla sembra cambiato. Perché?

Avanzo un'altra ipotesi, per così dire, fattuale: credo che gli uomini uccidano le donne perché semplicemente non sanno stare in coppia. Convivere significa condividere spazio e tempo, piccole miserie e grandi speranze, è un esercizio permanente di simmetrie emotive e di intimità più o meno amorose. Vivere questa reciprocità non è un fatto scontato soprattutto per chi crede che la morosa di turno sia un'allegra protesi della propria persona, un oggetto di cui disporre a piacimento o addirittura una trasfigurazione coniugale della figura materna. Se i rigidi codici della famiglia patriarcale e del matrimonio religioso garantivano a loro modo uno "squilibrato equilibrio", oggi quel compromesso è saltato in aria, soppiantato da un modello domestico che prevede uglianza di diritti e di doveri. Le donne se ne sono appropriate da decenni, gli uomini no.

E' ora di mettersi al lavoro.

Andrea Milluzzi
Tra chi picchia e chi no
un confine molto labile

Innanzitutto, una premessa: chiunque abbia alzato le mani su una donna è un vigliacco violento. Perché non c'è niente di più semplice che far valere la propria forza sapendo di non rischiare praticamente nulla.

Detto questo, perché gli uomini picchiano le donne? E, soprattutto, perché le picchiano così violentemente da arrivare ad ucciderle? Difficile dare una risposta valida per tutti i casi. I dati che abbiamo a disposizione ci dicono che le violenze avvengono per mano di mariti, fidanzati e padri e che l'età in cui le donne rischiano di più va dai 16 ai 44 anni. Cosa vuol dire questo? Che il male da ricercare è all'interno della famiglia, o comunque degli affetti più cari. Si potrebbe quindi azzardare la teoria che più stretto è il legame che ci stringe ad una donna, più alto è il rischio che le facciamo correre. Ma anche questa è una spiegazione che non convince del tutto. Se facessimo una proporzione fra rapporti d'amore e rapporti violenti, la bilancia penderebbe sicuramente a favore dei primi. Gelosia, manie possessive? Esistono, eccome. La ferrea sicurezza che le donne non possano avere opinioni e tantomeno rivendicazioni è purtroppo dura ad estinguersi. Come dimenticare poi l'alcoolismo, i raptus di follia, i "padri padroni"? Insomma, le spiegazioni sono molteplici, potremmo trovarne una diversa per ogni caso di violenza accaduto.

Il confine che separa gli uomini che picchiano le donne da quelli che non lo fanno si basa soprattutto su una differente scala di valori e su una differente capacità di auto-controllo. Però è un confine molto labile perché credo che la volontà di imporsi faccia parte della natura umana. E credo che questo dovrebbe interessare anche le donne, perché solo loro potrebbero insegnarci ad imporci senza dover necessariamente ricorrere alla forza bruta.