Corriere 24.8.17
L’addio al Pd di Lerner: grave disarmo sui diritti umani
di Melania Di Giacomo
ROMA Gad Lerner lascia il Pd e per annunciare la decisione sceglie un editoriale su Nigrizia , storica rivista dei missionari comboniani dedicata «all’Africa e al Mondo Nero», proprio per rimarcarne il motivo che lo divide ora dal partito nel quale aveva militato sin dalla sua nascita. «L’involuzione della politica del Pd sui diritti umani e di cittadinanza — scrive il giornalista — costituisce per me un ostacolo non più sormontabile». In realtà l’addio non stupisce: da tempo critico con la gestione del segretario Matteo Renzi, l’ex direttore del Tg1 si era avvicinato a Campo progressista di Giuliano Pisapia. Al suo fianco aveva presentato «Insieme», la manifestazione del primo luglio in piazza Santi Apostoli a Roma, tenendo a battesimo il tentativo di nuova casa comune della sinistra.
Al suo ex partito Lerner imputa «un vero e proprio disarmo culturale» e «una impressionante subalternità psicologica alle dicerie sparse dalla destra», definendo ormai «un ostacolo insormontabile» la politica del Pd sui diritti umani e di cittadinanza. Prima c’era stata, elenca, «la revoca dell’operazione Mare Nostrum», poi «la mancata abrogazione del reato di immigrazione clandestina», «la promessa non mantenuta sullo ius soli temperato». Provvedimento che lo stesso Pisapia, due settimane fa, aveva definito un’urgenza per «chi è di sinistra e di centrosinistra». Ma «la goccia che ha fatto traboccare il vaso — prosegue Lerner — è la campagna di denigrazione mossa contro le Ong», «la promulgazione di questa inedita oscena fattispecie che è il ”reato umanitario”».
Se ne va nel silenzio dei renziani. Per la minoranza invece «pone un tema enorme». A dare ragione a Lerner è Barbara Pollastrini, esponente della minoranza. «I diritti umani — afferma la vicepresidente del Pd — sono la premessa e il senso della sinistra e di un partito democratico. Oggi la realpolitik pare dominare sulla dignità e sul valore di ogni essere umano. Sarà un autunno importante per il centrosinistra».
il manifesto 24.8.17
«Subalternità alla destra sui migranti», Gad Lerner lascia il Pd
Addio al Pd. Il giornalista, tra i 45 fondatori del partito democratico dieci anni fa, rieletto di recente nell’assemblea nazionale, ha stretto rapporti con l’ex sindaco Pisapia
di Rachele Gonnelli
L’emorragia di personalità di spicco dal Pd renziano continua in quest’agosto torrido anche dal punto di vista politico. É appena finita l’eco della porta sbattuta da Vasco Errani ed ecco quella di Gad Lerner, che lascia il partito con parole di fuoco contro la politica di Minniti e soci sulle migrazioni, in primis per le accuse denigratorie contro le ong che salvano i migranti in mare e il rinvio alle calende greche dello ius soli.
Il giornalista, nato a Beirut in una famiglia di ebrei libanesi e arrivato in Italia da immigrato bambino, ha deciso di comunicare la sua decisione di disconoscere la creatura che ha contribuito a far nascere dieci anni fa ( è tra i 45 fondatori del Pd) con un articolo in cui parla di «disarmo culturale» e «subalternità psicologica alle dicerie sparse dalla destra». Il testo si pone come un «bilancio di fine legislatura su una materia, quella dei diritti umani e di cittadinanza, dei rapporti presenti e futuri tra le due sponde del Mediterraneo che – argomenta – considero di importanza cruciale».
Lerner non ha mai fatto mistero in questi ultimi tre anni di trovarsi a disagio nel Pd di Renzi. Dal 2010, del resto, ha legami sempre più stretti con Giuliano Pisapia, iniziati – da milanese – con la campagna elettorale a sindaco della città quando ancora Pisapia era il campione di Sel nell’alleanza bersaniana Italia Bene Comune.
Pur avendo a suo tempo scartato l’idea di seguire gli scissionisti bersaniani – «non consideravo motivi sufficienti di divorzio le riforme istituzionali e il Jobs act», spiega – e disposto a ingoiare più di un rospo pur di salvaguardare «l’unità dentro un partito grande e plurale», si è visto costretto a tornare sui suoi passi «a malincuore» a causa di una involuzione politica sui «valori fondativi» del partito.
Con Pisapia i rapporti non si sono mai interrotti e lo scorso 1 luglio era stato proprio Gad Lerner a fare da speaker sul palco di Piazza Santi Apostoli all’assise di lancio del raggruppamento dell’ex sindaco. Sono passati solo due mesi da allora, due mesi che di solito sono «di buco» per la politica, ma non quest’anno e soprattutto non su un tema come l’immigrazione. Con la derubricazione dello ius soli pur «temperato» mentre si gonfiava l’ondata cattivista piddina fino alla prefigurazione di quello che Lerner chiama «l’indedita oscena fattispecie che è il reato umanitario» e alle esternazioni recenti di Luciano Violante sul Corsera.
«Per me – spiega Lerner – la goccia che ha fatto traboccare il vaso è la campagna di denigrazione mossa contro le ong impegnate nei salvataggi in mare. Culminata in accuse di complicità con gli scafisti e tradotta nella pretesa governativa di sottometterle a vincoli non contemplati dal diritto internazionale né dai codici di navigazione». Una campagna in cui la tesi – Lerner la definisce «ideona bellicosa» – di Matteo Salvini di respingere con la forza i profughi, viene ripresa e ripetuta infinite volte «da leader di opposti schieramenti, dal centrodestra al centrosinistra ai grillini» per poi parlare di emergenza «percepita» – come fa il ministro dell’Interno Marco Minniti ndr – , anche se «smentita dalle cifre, alimentata dai giornaloni».
Non è un’emergenza migranti ma una emergenza elezioni, sostiene l’ex direttore del Tg1, di Otto e mezzo e dell’Infedele. E sceglie, non a caso, la sua rubrica fissa sul settimanale cattolico Nigrizia per vuotare il sacco. La rubrica, intitolata a l’idiot savant Giufà della tradizione marrana, per l’occasione è diventata l’editoriale della rivista. «Non per provocazione – scrive Nigrizia – ma perché coglie con precisione un problema». Tra i commenti sul sito più di un lettore tra cattolici del Pd, approva.
Repubblica 24.8.17
Il Paese Spezzato
di Guido Crainz
C’È qualcosa che ferisce nella divisione che sembra attraversare il Paese in queste ore, dopo la tragedia di Ischia. Con la contrapposizione esasperata dai social fra parti diverse e contrapposte, fra Nord e Sud. Con chi dice che lo Stato non dovrebbe pagare la ricostruzione delle case abusive o di quelle costruite dai camorristi, e con le urla contro i “giornalisti sciacalli”. E con una polemica politica che è incentrata non sull’analisi ma sulle colpe da rinfacciare all’avversario. Né sembrano esservi stati in queste ore
veri moti di solidarietà.
È difficile nasconderselo, sembra emergere un Paese che reagisce alle difficoltà e alle tragedie sentendosi vittima e al tempo stesso irresponsabile (nel senso proprio di non responsabile, privo di colpe perché privo di doveri civili). E un ceto politico che usa anche le tragedie come arma contundente di un giorno o di un mese contro il “nemico”.
Eppure proprio l’abusivismo edilizio ci permetterebbe una riflessione pacata quanto amara sulle radici di molti degradi attuali: ci permetterebbe di cogliere quel momento della nostra storia recente in cui la legge ha iniziato a diventare un po’ meno legge. Certo, si può risalire più all’indietro (magari scorrendo le pagine de La speculazione edilizia di Calvino, che ci parla del “miracolo economico” degli anni Sessanta e della Liguria) ma forse le radici più prossime della deriva attuale stanno proprio in quegli anni Ottanta ai quali per tanti versi il nostro presente rinvia. Fu invocato allora per la prima volta l’“abusivismo per necessità”, ed eravamo nel pieno dell’era Craxi: fu un suo governo infatti a decidere un enorme condono edilizio. Eppure il panorama era devastato e devastante già allora: Cesare De Seta ne tracciava una mappa che andava dalle “pendici brulle ed arse del violaceo ‘sterminator Vesevo’” al “cuore verde dell’Umbria e alle sponde del Trasimeno”, e poi alle grandi città del Sud e del Nord. Furono 3.900.000 allora le domande di sanatoria, panorama eloquente di un’aggressione al territorio che quel condono venne definitivamente a sancire, se non a incentivare. E la vera opposizione a quella legge, i veri ostacoli che essa dovette affrontare non vennero dalla voce ancora flebile dell’ambientalismo ma — tutto all’opposto — dalla forza prorompente di un “abusivismo popolare” che considerava troppo esosa la tassa prevista dalla sanatoria. In Sicilia e altrove — soprattutto nel Mezzogiorno — le proteste si moltiplicarono e culminarono con una grande manifestazione nazionale a Roma: l’“abusivismo per necessità” fu allora il cavallo di battaglia dei molti sindaci che le promossero, minacciando dimissioni in massa (volevano “stralciare” anche la norma che escludeva dal condono le zone a rischio sismico ). Oggi sembra paradossale ma essi furono sostenuti con decisione dal Partito comunista, e non di rado ne facevano parte (non mancarono proteste interne ma contarono poco). Un Partito comunista che era ancora grande e nazionale ma che nei rivolgimenti degli anni Ottanta stava smarrendo la bussola e cercava confusamente di ritrovarla negli attacchi al “nemico” (Craxi, allora). A completare il quadro, e a far cadere la divisione fra Nord e Sud, è sufficiente poi ricordare le grandi difficoltà incontrate in tutta Italia nello stesso periodo dalla “legge Galasso” per la tutela dell’ambiente. Essa imponeva alle Regioni di mettere a punto un piano per evitare ulteriori guasti: alla scadenza fissata solo tre lo avevano predisposto, e l’opposizione alla legge fu corposa e variegata, “sociale” e politica.
Sono stati molteplici dunque gli attori che hanno innescato la deriva attuale: una deriva in cui l’illegalità sembra diventata la nostra regola. E in cui — annotava qualche anno fa Barbara Spinelli — tutto sembra “tremare in comtemporanea: terra e politica, senso dello stato e maestà della legge”. Certo, è un processo che ha avuto delle accelerazioni più intense: le corruttele profonde che furono all’opera nel terremoto dell’Irpinia hanno danneggiato il Mezzogiorno molto più dei comizi di Bossi, ma fu allora l’Italia nel suo insieme ad essere in gioco. E così è oggi, perché questa più generale partita si può vincere solo essendo nazione. E ricostruendo con ostinata, disperata tenacia un perimetro di regole.
La Stampa 24.8.17
Il partito unico dei condoni
Italia, abusive 1,2 milioni di case
E dal 1985 più di due milioni di richieste di sanatoria: solo 28 mila già respinte
Sono un milione e 200 mila le case «fantasma» in Italia. Ogni anno a fronte di migliaia di nuovi abusi, viene demolito soltanto un edificio su dieci. E dal 1985 sono state avanzate più di due milioni di richieste di condono: solo 28 mila sono state respinte.
di Marcello Sorgi
È inutile rimpiangere o versare lacrime da coccodrillo: siamo un popolo di abusivi. E abbiamo avuto e continuiamo ad avere una classe dirigente - non tutta ma neppure esclusivamente locale, come quella di Ischia e della Campania - che in nome della «necessità» ha incoraggiato e legittimato l’abusivismo negli ultimi trent’anni e più, dal 1983, quando il governo Craxi annunciò per la prima volta un decreto per rilegittimare le costruzioni abusive, con l’obiettivo di risanare, almeno in parte, i conti pubblici, a oggi.
Se poi di condono in genere, e non solo edilizio, si vuol parlare, si può risalire indietro di altri dieci anni, al 1973 del IV governo Rumor che varò una delle tante sanatorie fiscali (allora non c’era la fantasia di definirle «scudo»). Di lì in poi, la cadenza subì un’accelerazione: 1982, governo Spadolini e nuovo condono per gli evasori; 1985, entrata in vigore del già citato provvedimento del governo Craxi; 1991, nuova sanatoria fiscale del VI governo Andreotti; 1995, doppio condono, edilizio e fiscale, del governo Dini; 2003, nuova doppietta, stavolta di Berlusconi, che replica nel 2009 con la norma per agevolare il rientro dei capitali, cosiddetti «scudati», illecitamente portati all’estero.
Complessivamente, secondo un calcolo della Cgia di Mestre, giudicato ottimistico da altri osservatori tecnici, i condoni di qualsiasi tipo degli ultimi tre decenni avrebbero portato nelle casse dello Stato 104,5 miliardi di euro, meno di quanti ne sottragga (anche in questo caso la stima è limitata) l’evasione fiscale in un solo anno. A conti fatti, un pessimo affare, anche se c’è chi dice, non si sa se per celia o sul serio, che bisognerebbe aggiungere, ricalcolandolo in valuta di oggi, il ricavato in sesterzi del primo, primissimo condono, voluto nel 119 dopo Cristo dall’imperatore romano Adriano.
Ma al di là della convenienza economica inesistente per i governi, e dei rischi per le popolazioni di abitanti di case edificate illegalmente, in spregio alle più elementari regole di sicurezza, è interessante anche ricostruire la genesi politica di questo genere di provvedimenti, varati sempre senza quasi opposizione - anzi, in una sorta di regime di unità nazionale - e riproposti, rimodellati e ampliati localmente, come appunto è accaduto in Campania per la legge del governatore De Luca (impugnata dal governo Gentiloni di fronte alla Corte Costituzionale) e come stava per accadere in Sicilia per le case al mare costruite sulla battigia. Se si esclude una piccola pattuglia di coraggiosi giornalisti come Antonio Cederna, Mario Fazio, Gian Antonio Stella, Sergio Rizzo, associazioni povere di mezzi come, ma non solo, Italia Nostra, e i Verdi, ma non tutti, nessuno ha fatto battaglie vere contro l’abusivismo. Ai tempi dello storico decreto Nicolazzi - il ministro dei Lavori pubblici di Craxi che concepì la prima sanatoria nazionale e ne reiterò il decreto per 21 volte, anche per dilatarne i tempi di efficacia -, in Parlamento, formalmente, si opponeva il Pci. Ma nelle piazze era il sindaco comunista di Ragusa Paolo Monello a guidare le manifestazioni degli abusivi «per necessità». Monello, antesignano dell’esponente marxista leninista Gennaro Savio - che portò in piazza 600 dei 27 mila abusivi di Ischia nel 2010, minacciando di far saltare le elezioni regionali e ottenendo dall’allora ministra Mara Carfagna e dal candidato, poi eletto governatore della Campania, Stefano Caldoro la promessa di un nuovo decreto per bloccare le demolizioni - era stato il primo a coniare gli slogan più espliciti e efficaci della lotta contro l’antiabusivismo, tipo «Il popolo costruisce, il governo demolisce», oppure «No all’adeguamento antisismico», che sarebbe quasi un invito al suicidio legalizzato, stando ai terremoti verificatisi, dopo Belice, Friuli e Irpinia, nel periodo successivo, dall’Umbria all’Abruzzo al Centro Italia, con migliaia di vittime, senza-tetto e case crollate anche con scosse di media entità, alle quali, come a Ischia, avrebbero dovuto invece resistere.
Nell’isola ultima colpita da un sisma, dal 1981 al 2006 sono stati costruiti oltre centomila vani abusivi; nel solo 2004 e soltanto nel Comune di Forio sono stati sequestrati 200 cantieri fuorilegge; una famiglia ischitana ogni 2,5 (in pratica quasi tutte, considerando cuginanze e parentele di secondo grado) ha chiesto il condono. Nel resto d’Italia nei quindici anni tra il 1982 e il ’97 i nuovi manufatti abusivi sono stati quasi un milione (970 mila). Un’enormità del genere non ha eguali in Europa, forse perfino nel mondo.
E dopo il pentapartito e i comunisti negli Anni Ottanta, i marxisti-leninisti nei Novanta e il centrodestra all’inizio del millennio, sono ora i 5 stelle, in Sicilia, a unirsi al partito unico nazionale dell’abuso. Lo ha fatto, pur vantandosi di aver fatto prima demolire una palazzina da 700 metri quadri di un mafioso, il sindaco stellato di Bagheria Patrizio Cinque, autore di una delibera comunale che tenderebbe a dare abitabilità provvisoria alle costruzioni abusive occupate per necessità; e lo hanno fatto, negli stessi termini, il candidato governatore M5S della regione Giancarlo Cancelleri, spalleggiato dall’aspirante premier Luigi Di Maio, negli stessi giorni in cui il sindaco Angelo Cambiano, l’unico a battersi davvero per l’abbattimento delle orrende villette costruite sulla spiaggia siciliana di Licata, veniva fatto fuori in consiglio comunale da una maggioranza trasversale e riceveva la solidarietà dei comici Ficarra & Picone, protagonisti del film «L’ora legale» che sembra una parodia della sorte del primo cittadino, ma è stato notevolmente superato dalla realtà. Così che non c’è alcun dubbio sul fatto che - chiunque vinca le regionali del 5 novembre - il prossimo condono partirà dalla Sicilia.
Corriere 24.8.17
I migranti e la svolta ignorata, calano i migranti
di Paolo Mieli
Sarà anche a causa (o per merito) di qualche «ex capo mafioso» di Sabratha che ha smesso di aiutare gli scafisti e — per legittimarsi con il governo di Tripoli — adesso anzi li ostacola, ma quel che sta accadendo nei mari libici ha dell’incredibile: ad oggi il numero dei migranti sbarcati nel mese di agosto sulle coste italiane è di 2.859 contro i 10.366 dell’anno scorso. Sono diminuiti di ben più del 72%. Davvero clamoroso. E pensare che le cose in primavera sembravano essersi messe al peggio: ad aprile gli arrivi erano cresciuti a 12.943 contro i 9.149 del 2016. A maggio erano aumentati ancora: 22.993 a fronte dei 19.957 dell’anno scorso. A giugno lo stesso: 23.526 contro 22.339. Infine quei due giorni maledetti, 27 e 28 giugno, nei quali di profughi ne giunsero diecimila. Diecimila che sbarcarono pressoché contemporaneamente da venticinque navi in altrettanti porti italiani. Poi un nuovo mega sbarco di oltre quattromila persone il 14 luglio.
Ci si aspettava un’estate davvero complicata. Tragica per i migranti, prima di tutto, dal momento che — con quei ritmi di fuga dall’Africa — sarebbe stato assai probabile che un’alta percentuale di uomini, donne, bambini avrebbe trovato la morte in mare. E assai impegnativa per il nostro Paese che avrebbe dovuto accoglierne in quantità alle quali non era preparato. È in quel momento che si è avuta la svolta.
U na svolta iniziata qualche giorno prima delle celeberrime disposizioni del ministro dell’Interno Marco Minniti che impegnavano le navi di soccorso delle Ong ad accogliere a bordo agenti inviati dall’autorità giudiziaria. Tant’è che già nel mese di luglio — nonostante i 4 mila del 14 — i migranti giunti nel nostro Paese erano scesi dai 23.552 del 2016 a 11.459. Cosa è successo? Alcuni personaggi equivoci, come quelli peraltro non identificati di Sabratha, hanno giudicato conveniente mollare i trafficanti al loro destino. Si poi è messa in moto la Guardia costiera libica alla quale l’Italia aveva riconsegnato quattro motovedette riammodernate assieme ad una cinquantina di agenti addestrati alla scuola della Guardia di finanza di Gaeta. E la famosa nave che (su richiesta del presidente Fajez Serraj) abbiamo mandato in acque libiche — invio a causa del quale il generale Haftar ci ha minacciato di ritorsioni armate — funge adesso da officina di riparazione delle motovedette di Tripoli. Un programma che va avanti: entro l’estate di motovedette ne consegneremo altre sei; così come continueremo ad addestrare altro personale della loro Guardia costiera. E la Guardia costiera, sia ricordato a sollievo di chi guarda all’intera vicenda ispirato da autentici principi umanitari, non solo ha reso molto meno facili le attività dei trafficanti di profughi ma ha sottratto ad un destino di sventura (e alcuni a «morte certa», parole che prendiamo da documenti delle Nazioni Unite) diecimila disperati in fuga dall’Africa.
La complessa operazione ha avuto un’altra insperata conseguenza. Invece di crescere a dismisura e di andarsi a stipare in dimensioni straripanti nei centri di accoglienza del nord libico, i migranti che quest’estate hanno raggiunto la costa settentrionale africana, sono diminuiti. La notizia che il trasbordo dalle imbarcazioni degli scafisti a quelle delle Ong era stato reso più complicato, ha avuto, ad ogni evidenza, un effetto deterrente. Anche perché, a seguito dell’incontro di Minniti con i «tredici sindaci» (capitribù ai quali è stata offerta una prospettiva economica alternativa al coinvolgimento nel traffico di esseri umani), hanno cominciato a funzionare alcune attività di frontiera a sud della Libia. Ad un tempo è aumentata — con effetti positivi — la sorveglianza dell’Onu (tramite Unchr) sui centri di accoglienza. E ben cinquemila profughi hanno accettato di tornarsene nei Paesi d’origine grazie anche ad un incentivo economico. Il tutto sotto la sorveglianza delle Nazioni Unite.
Ci si può fidare al cento per cento dell’Onu? Sottovalutiamo la disponibilità della milizia di Sabratha a cambiare nuovamente bandiera? Abbiamo risolto una volta per tutte — almeno per quel che ci riguarda — il problema delle migrazioni? Possiamo escludere che negli ultimi giorni di agosto o in settembre si abbia qualche brutta sorpresa? No. È evidente. Ripetiamo: no. È però accaduto che qualcuno si sia finalmente e provvidenzialmente mosso contro i signori del traffico migratorio. E che qualche risultato si cominci a vedere: gli sbarchi ridotti del 72%, la Guardia costiera libica che ha salvato diecimila persone, cinquemila profughi che accettano il «rimpatrio volontario assistito».
Molti dimenticano che l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti fu preceduta da una vera e propria guerra cinquantennale della Royal Navy inglese contro gli «scafisti» di allora. Dopo che con lo Slave Trade Act (1807) fu reso illegale il commercio degli schiavi, le navi britanniche ingaggiarono nei mari una battaglia contro i trafficanti che si protrasse fino al 1865, l’anno in cui, con la vittoria del Nord abolizionista, si concluse in America la guerra di secessione. Oggi concordiamo sul fatto che senza quella spietata guerra ai negrieri, la strada per l’abolizione della schiavitù sarebbe stata molto più lunga. L’analogia con quella lontana offensiva contro i trafficanti di esseri umani è stata colta — prendiamone nota — da due personalità alle quali, quando si tornerà a parlare di questo agosto 2017, si dovranno riconoscere meriti particolari: Gualtieri Bassetti e Bernard Kouchner. Bassetti è da poco tempo il presidente dei vescovi italiani e nel momento in cui il mondo cattolico appariva incline a criticare in termini aspri la politica del governo sulle Ong, ha pronunciato — il giorno di San Lorenzo, a Perugia — un notevole discorso nel quale ha richiamato la comunità cristiana ad una guerra senza quartiere contro «la piaga aberrante della tratta di esseri umani» e alla pronuncia del «più netto rifiuto a ogni forma di schiavitù moderna». Riferimenti evidenti alla lunga battaglia della marina inglese di cui si è appena detto. Ancora più esplicito è stato Kouchner l’uomo che nel 1971 fondò Medici senza frontiere, l’Organizzazione non governativa che adesso non ha firmato il Codice di condotta proposto da Minniti e ha ritirato le proprie navi dai mari antistanti la Libia. Kouchner, pur riconoscendo la liceità delle obiezioni di Msf, ha spiegato quanto sia fondamentale la lotta «inesorabile» ai trafficanti, ha definito senza mezze misure «sbagliata» la decisione di chi come Msf si è chiamato fuori dalle operazioni di soccorso, e ha riconosciuto all’Italia (ma anche alla Germania di Angela Merkel) di aver in questi frangenti «salvato l’onore dell’Europa». Dopodiché ha esortato le Nazioni Unite a farsi valere per impedire che i campi di accoglienza in Libia diventino (o continuino ad essere) dei lager. E a trasformare in qualcosa di più ambizioso il piano per la restituzione dei profughi ai Paesi di provenienza. L’Europa in questo piano ha già investito 90 milioni, l’Italia 20, la Germania 50. Altri soldi forse verranno ancora. Funzionerà? Quel che è certo è che nel Mediterraneo non si è avuta la catastrofe umanitaria da molti annunciata; anzi, sono diminuiti i morti oltreché, in proporzioni clamorose, gli sbarchi. C’è la possibilità che qualcuno, anche uno solo, di quelli che avevano trattato questo capitolo dell’attività governativa alla stregua di una riproposizione delle pratiche persecutorie del nazionalsocialismo, sia indotto da ciò che è poi accaduto, a riconsiderare le cose dette e scritte? Improbabile. Ma se qualcuno volesse dar prova di onestà intellettuale, questa sarebbe l’occasione giusta.
La Stampa 24.8.17
L’obbligo di affascinare gli studenti
di Andrea Gavosto
Al meeting di Rimini la ministra Valeria Fedeli ha rilanciato il tema dell’innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni, pur evitando di fissarne tempi e modi: saggiamente, visto che ormai la legislatura sta volgendo al termine e si tratta di una delle questioni che più hanno diviso l’opinione pubblica lungo tutta la storia repubblicana.
Oggi, l’obbligo di frequentare la scuola termina a 16 anni, mentre, fino a 18, tutti i ragazzi hanno il diritto di ricevere un’istruzione anche se lavorano – e i datori di lavoro hanno il conseguente dovere di fornirla. Questa ambigua formulazione è il frutto di un compromesso, raggiunto nel 2007 dal governo Prodi, dopo almeno quattro tentativi falliti di riforma, fra le due anime che da sempre si fronteggiano: quella della sinistra storica, che spinge perché tutti gli studenti siano tenuti a frequentare un istituto scolastico fino alla maggiore età, e quella cattolica, che ritiene che l’obbligo di istruirsi possa essere assolto anche attraverso la formazione professionale o percorsi individuali di scuola-lavoro.
Alla luce di questo percorso travagliato, ha senso riproporre oggi un tema potenzialmente così divisivo? In assoluto, sì. Sappiamo infatti che nei prossimi decenni il lavoro è destinato a cambiare profondamente: la globalizzazione prima, l’automazione poi, stanno facendo scomparire un numero crescente di occupazioni di routine, basate su un modesto livello di competenza: dai lavori amministrativi a quelli manuali ripetitivi, fino ai servizi alle persone. Per contro, con l’intelligenza artificiale si aprono grandi prospettive per chi ha raggiunto saperi avanzati in ambito tecnico e scientifico, per chi riesce a far emergere la propria creatività, per chi è in grado di inserirsi in ampie reti sociali, per chi, infine, possiede l’abilità manuale necessaria a produrre oggetti nuovi. Studiare bene, e più a lungo, diventa quindi un passaggio obbligato per avere la certezza di un lavoro pieno e gratificante. Del resto, studi effettuati in Svezia ci confermano che l’estensione dell’età dell’obbligo porta a migliori condizioni lavorative, anche se in proporzione minore rispetto all’aumento del tempo scuola quotidiano.
Il rischio però è che l’allungamento per decreto dell’obbligo scolastico a diciotto anni possa servire a poco, se non cambia profondamente la didattica nella scuola, come riconosce la stessa ministra. Oggi, il 13,8% dei giovani italiani non ottiene un diploma di scuola superiore, contro una media europea del 10% (e con picchi al 20% in alcune regioni meridionali). Difficile pensare che un sedicenne o un diciassettenne che non ha più voglia di sedere sui banchi di scuola possa davvero acquisire nozioni importanti per il suo futuro, per il solo fatto che qualcuno lo obbliga a frequentare fino alla maggiore età: al massimo, ridurremo la statistica sulla dispersione, ma non miglioreremo il livello degli apprendimenti. Sarebbe molto diverso se la spinta a completare la scuola superiore venisse non dall’alto, ma dal basso, dal riconoscimento degli stessi studenti che, senza una formazione adeguata, ci si condanna alla disoccupazione o a lavori di serie B. Ma per arrivare a questo, occorre che i docenti riescano a cambiare il modo di insegnare, appassionando, orientando e coinvolgendo tutti gli studenti, anche quelli più difficili.
*Direttore Fondazione Agnelli
L’Apocalisse può attendere
Guido Ceronetti
I “90 anni di solitudine” dello scrittore marionettista, festeggiato oggi nel suo eremo di Cetona. “Temo lo stravolgimento della parola”
di Bruno Quaranta
Canuto? No. Una cascata di capelli finissimi, forse i fili che animano le sue marionette. Stanco? Semmai, stanca è la carta, che, nulla die sine linea, dissemina di inchiostri roventi, sapienziali, lucidamente disperati. Vecchierel? Ma se Vegliardo è un appellativo di Dio nella Bibbia di cui è ostinato e raffinato rabdomante...
Compie novant’anni oggi, Guido Ceronetti, vox clamans nel deserto, nella nostrana terra desolata. Li festeggia a Cetona, il ritiro, la spelonca, la culla da chissà quante stagioni. Via via identificandosi con «le piante più essenziali della regione», come le narrò Ottone Rosai: «... bitorsoluti e contorti come gli ulivi, secchi e irsuti come le viti, forti e sereni come le querce e i castani».
Questa sera, a Cetona, celebra con il Teatro dei Sensibili «novant’anni di solitudine». È così solo?
«In senso stretto, no. Ho avuto diverse compagne, e fedeli amicizie, e il teatro, ne ho fatto tanto, spesso in strada, incontrando l’Altro, gli Altri. Novant’anni di solitudine è un calembour che discende, va da sé, per li rami di García Márquez».
Il suo amico per eccellenza?
«Emile Cioran. Un dualista, una sentinella, un “sensitivo”, tra il Bene e il Male, di spessore mistico. Riteneva, come i miei carissimi Càtari, che la creazione sia frutto delle Tenebre. Ancorché gli appartenesse il Dio che può salvarci di Heidegger».
I Càtari che riconducono a una terra, il Chierese, a lei cara...
«I Càtari di Andezeno, dov’è la tomba di famiglia. E dove sarò sepolto. Ma non con i miei. Aspiro a una dimora privata».
La reincarnazione era un dogma della Chiesa càtara...
«Oh, no! Fuggo il pensiero di riapparire in questo blasfemo mondo».
Neanche una Luce? Infondata l’attesa del Messia?
«Ho raccolto le mie poesie attinenti al Messia. Escono in occasione del genetliaco. Certo, pensare messianicamente tratterrebbe la mente dal precipitare nell’incretinimento generale. Ecco: salvifica è la speranza cieca che il Messia verrà».
Quali le Luci, quali le sue Lanterne?
«Le Luci, le particelle di Luce che pure ci sono. Shakespeare e Dante sarebbero forse figli delle Tenebre? Ci assicurano che le Tenebre non trionferanno. Ma bisogna prima che questo mondo finisca».
Novant’anni a Cetona. Perché non celebrarli a Torino, dov’è nato?
«Torino è una città degradata, mi inocula tristezza. A Torino, a proposito, mi sento solo, incurabilmente solo».
In che cosa consiste la torinesità?
«Vi ho riflettuto, non saprei rispondere. Non sono un cittadino torinese. Non sono uno scrittore torinese. Sono uno scrittore italiano. Dov’è la lingua, è la patria».
C’è un luogo di Torino che le è particolarmente caro?
«Mah...».
Magari il cimitero di San Pietro in Vincoli, dov’era solito passeggiare?
«Ma non c’è più quel cimitero. Tra i luoghi che ho amato, c’è il Cottolengo. Sono un partigiano della compassione, come virtù delle virtù».
Quale scrittore torinese stima?
«L’unico che conosco e apprezzo è Cesare Pavese. Il suo Diario è un vertice del Novecento. Nessuna osservazione è sprecata».
Il mestiere di vivere. Raggiunta una veneranda età, può offrire un consiglio?
«Come stare in questo mondo? Di ottimismo non sono fornito. Beninteso, non invito a uccidersi... Si è soli, vae solis!».
C’è un libro che durante il passaggio terreno può venire in soccorso all’uomo viandante?
«Oh, sì! L’Ecclesiaste. C’è un tempo per tutto».
La Bibbia. Da lei, di libro in libro, tradotta. Un autentico corpo a corpo. Quale insegnamento ne ha ricavato?
«La Signoria della Parola. Alla radice della Parola. Andarvi è taumaturgico».
Le capitò di definire un vocabolario «monumento all’allibire». Quali vocaboli, tra i molti, incenerirebbe?
«Anglicismi a parte, “puzza” e “potta”, ad abundantiam nell’Aretino. Una volta, con un’amica, girovagammo su queste colline addirittura urlando lo scioglilingua: “Puzza che potta, potta che puzza”. Ma non ci sentirono, di sicuro non ci capirono».
Che cosa scorge nella corruzione della Parola?
«Annuncia la fine del mondo. Lo stravolgimento della Parola... Nei Vangeli gnostici si domanda a Gesù: quando verrà la fine? La risposta è inequivoca: quando la donna sarà resa maschio e i due diventeranno uno. La Babele linguistica, la Babele antropologica...».
La donna, «mistero senza fine bello», secondo Gozzano, Per lei?
«La donna è la porta dei sogni. Non dimenticando, certo, che sono donne le Parche...».
Noi e l’Islam. Che cosa accadrà?
«L’Islam. È attraverso il disfacimento della Parola che si capisce quanto va succedendo. Il jihad, come scintilla coranica. è lo Sforzo del credente verso la Perfezione. Un termine che, confiscato, depauperato, vilipeso il senso religioso, significa oggi semplicemente esercito...».
Quarant’anni fa moriva Carlo Casalegno. Che ricordo ne serba?
«A La Stampa fui chiamato da Alberto Ronchey, che, come me, non rinunciava alla siesta pomeridiana. Quanto desideravo, all’università, seguire le lezioni di Filosofia medievale di Mazzantini. Peccato che le tenesse alle 14, a quell’ora crollavo, crollo...».
Casalegno?
«Siamo diventati amici a poco a poco. Era, per me, il Direttore. Il curatore dei miei scritti. E fra gli spettatori appassionati dei miei spettacoli marionettistici».
Casalegno vittima del terroristi. Quale la radice del terrorismo?
«Il terrorismo è germinato all’interno del Pci, è insito nel suo albero genealogico, nella sua radice leninista, Lenin, il Robespierre russo».
Lei eLa Stampa. Nel giornale «azionista» di Bobbio, Galante Garrone & C. non ritiene di aver interpretato l’anima reazionaria?
«Una definizione non illegittima, vero, ma che non mi comprende. Reazionario perché nelle notti o veglie di Pietroburgo di De Maistre riconosco svariate affinità. Vade retro, prima di tutto, il Terrore della Rivoluzione francese».
Tra i suoi eteronimi quale predilige?
«Filosofo Ignoto. Riecheggiante il philosophe inconnu Louis Claude de Saint-Martin. Il martinismo è lo gnosticismo di un’epoca in cui fioriva il messianesimo del 1789, spazzato via dal 1793, dal Terrore».
A quando un Meridiano Ceronetti?
«Lo si immaginò, con Renata Colorni. Ma ero svogliato a farlo. Mi sembrava di trasformarmi in un postero, di chiudermi in un mausoleo».
C’è tempo, per sillabare con Montale, che «l’inferno è certo», e, raggiunta la riva acherontea, riconoscersi fra color che sanno di dantesca memoria. Un uovo, un pomodoro, il tè, un brodo, anche oggi, soprattutto oggi: così Ceronetti tiene a bada le disperazioni. L’Apocalisse invocata nei suoi versi («Bello fu il giorno e chiara la mattina / E la terra fu tutta una rovina») può attendere.
La Stampa 24.8.17
Benedetto Croce, il filosofo figlio del terremoto
Nelle Memorie della mia vita la tragedia del 1883 a Ischia che gli portò via la famiglia. E decise la sua vocazione
di Mario Baudino
«Nel luglio 1883 mi trovavo da pochi giorni, con mio padre, mia madre e mia sorella Maria, a Casamicciola, in una pensione chiamata Villa Verde nell’alto della città, quando la sera del 29 accadde il terribile tremoto», scrive Benedetto Croce in Memorie della mia vita. Appunti che sono stati adoprati e sostituiti dal Contributo alla critica di me stesso. È uno dei testi autobiografici che ebbero organica sistemazione nel Contributo, pubblicato fuori commercio nel 1918 e per il pubblico nel 1926. Casamicciola gli sterminò la famiglia e cambiò la sua vita. Aveva 17 anni. Fu estratto dalle macerie dopo una lunga notte di attesa, in una situazione drammaticamente analoga a quella dei tre bambini salvati l’altro giorno.
«Sepolto fino al collo»
Su quell’antica tragedia molto si favoleggiò. Per esempio, si disse - e si scrisse - che il padre, mentre agonizzava anche lui sepolto, gridò al figlio: «Offri centomila lire a chi ti salva». Se ne è riparlato due anni fa in occasione della morte di Lidia Croce, quando Roberto Saviano sembrò dar credito a questa versione: ne seguì una dura polemica con Marta Herling, figlia della scomparsa, e col Corriere del Mezzogiorno, ma è molto dubbio che la frase sia mai stata pronunciata. Il filosofo è tornato più volte su questo episodio decisivo per la sua vita anche intellettuale, senza mai far menzione di quelle parole.
«Ricordo - leggiamo sempre negli Appunti, alla data del 10 aprile 1902 - che si era finito di pranzare, e stavamo raccolti tutti in una stanza che dava sulla terrazza: mio padre scriveva una lettera, io leggevo di fronte a lui, mia madre e mia sorella discorrevano in un angolo l’una accanto all’altra, quando un rombo si udì cupo e prolungato, e nell’attimo stesso l’edifizio si sgretolò su di noi. Vidi in un baleno mio padre levarsi in piedi e mia sorella gettarsi nelle braccia di mia madre; io istintivamente sbalzai sulla terrazza, che mi si aprì sotto i piedi, e perdetti ogni coscienza».
Si risvegliò «a notte alta», «sepolto fino al collo», e dopo l’iniziale stordimento prese a invocare soccorso «per me e per mio padre, di cui ascoltavo la voce poco lontano; malgrado ogni sforzo, non riuscii da me solo a districarmi. Verso la mattina, fui cavato fuori da due soldati e steso su una barella all’aperto». Per Pasquale Croce non ci fu nulla da fare, e così per la madre Luigia Sipari e per la sorella del filosofo, Maria. «Furono rinvenuti - prosegue - solo nei giorni seguenti, morti sotto le macerie: mia sorella e mia madre abbracciate. Io m’ero rotto il braccio destro nel gomito, e fratturato in più punti il femore destro; ma risentivo poca o nessuna sofferenza, anzi come una certa consolazione di avere, in quel disastro, anche io ricevuto qualche danno: provavo come un rimorso di essermi salvato solo tra i miei, e l’idea di restare storpio o altrimenti offeso mi riusciva indifferente».
«Pensieri di suicidio»
L’idea del rimorso sarà una costante, destinata a crescere e accompagnarlo per tutta la vita. Nel Contributo alla critica di me stesso, dove il racconto torna più o meno con le stesse parole, questa angoscia si proietta su tutto l’arco della giovinezza: «Quegli anni furono i miei più dolorosi e cupi: i soli nei quali assai volte la sera, posando la testa sul guanciale, abbia fortemente bramato di non svegliarmi al mattino, e mi siano sorti persino pensieri di suicidio».
Croce non tornò mai più a Ischia. Ma nella sua opera il tema del «terreno traballante» diventerà una metafora importante per capire il mondo e la società. E proprio la tragedia giovanile che gli cambiò la vita influenzò di conseguenza la cultura italiana: perché il ragazzo diciassettenne, fino ad allora cresciuto in un’agiata famiglia di proprietari terrieri poco interessata ai grandi temi della politica e della società, fu accolto a Roma (col fratello Alfonso) nella casa dello zio Silvio Spaventa, un grande crocevia intellettuale; qui nacquero gli stimoli che ne fecero il più influente filosofo del nostro Novecento.
Nel Contributo Benedetto Croce riconosce alla madre di averlo stimolato allo studio della letteratura e della storia, ma aggiunge che mancava nella sua famiglia «qualsiasi risonanza di vita pubblica e politica». La storia non si fa con i se, ma chissà che ne sarebbe stato di lui - e in fondo, di noi - senza la tragedia di Casamicciola.
Corriere 24.8.17
Céline e le lettere bruciate
di Paolo Di Stefano
Non solo Elizabeth Craig, la giovane amante americana di Louis-Ferdinand Céline, era una ballerina, lo erano la giramondo danese Karen-Marie Jensen e la moglie Lucette Almansor. All’origine della letteratura di Louis-Ferdinand Céline c’è una ballerina, scrive Elio Nasuelli nella postfazione alle lettere inviate dallo scrittore francese alla Craig (Archinto). Ma il corpo danzante è soprattutto una figura in movimento che ispira la scrittura magmatica di Céline. L’incontro del medico e futuro scrittore con la ventiquattrenne Elizabeth avviene nel 1926 in una libreria di Ginevra: la giovane è arrivata a Parigi da Los Angeles con i genitori per completare gli studi di danza. Sarebbe stata compagna e musa nella fase iniziale della carriera letteraria di Céline quando ancora Céline si chiamava Destouches, aveva trentadue anni e alle spalle la povertà dell’infanzia, le gravi ferite (non solo fisiche) della guerra, l’Africa, la malaria, una laurea, due matrimoni, la figlia Colette, le missioni oltreoceano negli Stati Uniti, in Canada, a Cuba, come inviato della Società delle Nazioni.
Sarà Elizabeth la dedicataria del Viaggio al termine della notte, il romanzo d’esordio che lei ha visto nascere.
Trance creativa
Non c’è stato amore altrettanto contorto, se si escludono gli altri amori céliniani. Edith Follet, la seconda moglie del dottor Destouches, è rimasta in Bretagna: nel 1927, Céline è disoccupato perché la Società non gli rinnova il contratto. Decide dunque di rientrare in Francia e si stabilisce a Clichy, per poi trasferirsi a Parigi, in via Lepic, dove farà il medico dei poveri e lavorerà quasi in stato di trance alla sua prima opera. Elizabeth ignora le (ragionevoli) preoccupazioni dei genitori e dopo un po’ lo segue. Vivranno per lo più insieme, tra «felicità e sesso», fino al giugno ‘33, e se saranno lontani si scriveranno lettere d’amore esaltate e strazianti. Altre ne scriverà lui dopo la rottura e il ritorno di Elizabeth negli Usa: nell’estate ‘34 lo scrittore si mette sulle sue tracce in California per tentare di riconquistarla, ma la trova fidanzata con l’agente immobiliare ebreo Benjamin Tankle, legame che secondo qualcuno sarebbe all’origine dell’antisemitismo di Céline. «Giorni atroci, non raccontabili, nemmeno da me che pure… Un dramma atroce, così basso, così infetto, così degradante…». Con la sua incoercibile tendenza all’iperbole, dirà a un amico di aver trovato Elizabeth «in condizioni di semidemenza…, un incubo abominevole».
Inglese imperfetto
Fatto sta che le lettere all’«Imperatrice», al «Tesoro», alla «Scoiattolina», centinaia, verranno bruciate, fotografie comprese, dalla destinataria dopo il matrimonio con Ben, avvenuto nel 1939. Solo cinque lettere, scritte in un inglese goffo e imperfetto, sono sopravvissute al fuoco, insieme a un paio di fotografie che ritraggono la coppia in montagna sugli sci: erano state riposte in un cofanetto di gioielli e dimenticate lì. Elizabeth, nel frattempo caduta nell’oblio, per raccogliere la testimonianza della musa di un capolavoro del Novecento come il Viaggio, mezzo secolo dopo viene raggiunta e intervistata dallo studente universitario Alphonse Juilland. Domanda scandalizzata: «Lei ha bruciato le lettere?!?». Risposta olimpica: «Sì, ero sposata, e ogni volta che le guardavo pensavo… di essere perfida conservandole segretamente. Le tenevo in un sacchetto che Ben mi aveva regalato quando ci eravamo sposati, una piccola borsa ricamata, e mi sentivo in colpa». Destino ricorrente: anche le lettere a Edith erano state bruciate dalla destinataria, per disperazione e per ripicca. Elizabeth non aveva mai parlato di quell’amore a suo marito e voleva che nessuno sapesse: l’ultima lettera di Céline la bruciò senza neanche aprirla. Tre delle epistole sopravvissute furono scritte a Parigi, nel dicembre 1926, mentre lei si trovava a Ginevra. Le altre due da Ginevra mentre lei si trovava a Parigi.
La tenerezza
Elizabeth ricordava quel periodo come un tempo felice, specie quello parigino, aperitivi sulla Rive gauche, gli amici, le Folies-Bergère, gli spettacoli di balletto, i cabaret degli Champs Elysées… E il lavoro ossessivo di Louis sulle carte, chiuso nel suo studio inaccessibile. «Se mi lasci sono perduto», le dice lui. Tutte le lettere si chiudono con parole di tenerezza: «Ti amo tanto tanto», «Ti amo ti amo», «Amore amore amore», «Il tuo affezionatissimo – Amore». Parlano di denaro, di progetti anche banali: «Se me la caverò con i soldi della Società potremmo metterci insieme i tuoi genitori e io e comperarti una pelliccia». Parlano della sporcizia gelata dell’albergo in cui doveva vivere, del tentativo di proporre una commedia a un impresario teatrale, «molto pratico, molto sensuale, estremamente presuntuoso — e pigro — un tipetto infido direi — asiatico in questo». Ci sono invocazioni disperate e insieme ridicole: «Non abusare della tua libertà! Non devi fumare o bere piccola mia». E qualche slancio vitalistico: «Per questo devi trovare qualcosa di eccitante e anch’io, mio Dio! Ho voglia di essere eccitato. Fai eccitare il tuo vecchio amico — non necessariamente sesso — giusto dei giochetti che dopo tutto sono molto più divertenti».
Corriere 24.8.17
Cechov cronista dell’orrore
Il viaggio dello scrittore in Siberia e il resoconto fedele delle atroci condizioni dei prigionieri sotto lo zar
di Corrado Stajano
Come mai Anton Cechov decise nel 1890 di partire per l’isola di Sachalin, in Siberia, dove gli zar avevano istituito la mortale colonia penale, la Katorga ? Vi rimase nove mesi, dall’aprile al dicembre, vide tutto quanto poté vedere con una minuzia, spesso ossessiva, testimone di un altro mondo, il mondo colto e civile. Nato trent’anni prima, laureato in Medicina, fu forse spinto al viaggio dalla polemica sull’indifferenza degli intellettuali nei confronti dei problemi sociali che inquietavano la Russia. O il suo fu un tentativo di scrivere un saggio utile per tentar di entrare come docente nella facoltà di Medicina dell’università?
Era già noto come autore di raccontini umoristici che piacevano molto e di operine teatrali. La medicina, diceva, era la sua moglie legittima, la letteratura l’amante. Per fortuna ebbe partita vinta l’amante, i suoi racconti, le sue commedie sono classici i cui temi, la vita, la morte, la delusione, la malinconia, la speranza di un’età migliore, il dolore, la guerra, l’angoscia, il taedium vitae appartengono anche al nostro tempo.
Adelphi ha ripubblicato L’isola di Sachalin , a cura della slavista Valentina Parisi il cui scritto, prezioso e indispensabile, fa da guida al libro di contemporaneità dolorosa.
Cechov non urla moralisticamente il suo sdegno, vuol solo rendersi conto delle sopraffazioni e delle nequizie di una falsa giustizia, racconta e il suo giudizio nasce solo dai fatti. Stringono il cuore le sue pagine, anche le più fredde e controllate. Non trascura nulla, il libro è una mescolanza di generi — narrazione soprattutto, inchiesta, diario — nutrito di fonti inusuali, cronache giudiziarie, referti medici, statistiche, ordinanze governative, bollettini meteorologici.
È ben cosciente, Cechov, di quel che vede. In una lettera al suo editore Aleksej Suvorin, riportata da Valentina Parisi, scrive: «Sachalin è il luogo delle più intollerabili sofferenze che possa sopportare l’uomo, libero o prigioniero che sia (...). Abbiamo fatto marcire in prigione milioni di uomini, li abbiamo fatti marcire invano, senza criterio, barbaramente; abbiamo obbligato la gente a percorrere migliaia di verste al freddo, in catene, l’abbiamo corrotta, abbiamo moltiplicato i delinquenti».
(E pensare che il grande scrittore spesso non ebbe consapevolezza dell’essenza e dei significati delle sue opere. Quando — raccontò il suo regista, Konstantin Stanislavskij — alla fine della lettura delle Tre sorelle (1900) gli attori, turbati, inquieti, piansero commossi, Cechov si arrabbiò moltissimo: pensava di aver scritto un vaudeville e gli attori lo prendevano per un dramma).
Nei mesi prima della partenza per Sachalin studiò come un dannato non soltanto la questione carceraria e le pratiche dell’amministrazione, ma raccolse dati sulla geografia, le scienze naturali, il suolo, il mare, i venti, e sulle condizioni igienico-sanitarie in cui vivevano i deportati. Un’attrice dei teatri imperiali, Kleopatra Karatygina, che conosceva bene la Siberia dove si era a lungo esibita, gli diede molte informazioni sugli usi e costumi dell’isola e sui suoi non comuni abitanti, gli consigliò anche un itinerario. Lo scrittore ne scelse un altro: da Mosca a Nikolaevsk passando per Kazan, Ekaterinburg, Tomsk, Irkutsk e Chabarovsk, imbarcandosi al ritorno sul piroscafo «Bajkal» che da Vladivostok arriverà a Odessa. Non era gradito alle autorità, non gli furono concessi permessi scritti, i funzionari della Direzione penitenziaria avevano l’ordine di impedirgli ogni contatto con i prigionieri politici confinati sull’isola. Non si sa se sia accaduto. Ma i suoi occhi acuti e la sua intelligenza riuscirono a sopperire a intralci e divieti.
Le stazioni di posta, il paesaggio e la sua grandiosità, la foresta — la taiga —, i fiumi, gli animali, gli orsi, i lupi, gli zibellini, i cervi, le capre selvatiche popolano le pagine del viaggio che è anche un racconto, un romanzo d’avventura.
Gli uomini, poi. Cechov parla con tutti, i vetturini, i cosacchi, i servi della gleba, i coloni, i contadini, gli ex esiliati, i medici, i galeotti: «Sotto le finestre aperte affacciate sulla strada sfilavano a passo cadenzato e senza fretta i deportati con i ceppi ai piedi; nella caserma di fronte la banda militare provava e riprovava le sue marce in previsione della visita del governatore generale».
Gira di villaggio in villaggio, tra curiosità e dovere della ricerca, entra nelle izbe, rozzi parallelepipedi di legno col tetto di paglia: una stanza sola, una stufa alla russa, un tavolo, un letto o un semplice bivacco per terra. Manca ogni traccia del passato, manca l’angolo delle icone. I detenuti della prigione di Aleksandrovsk non sono incatenati ai ceppi, di giorno possono stare fuori dal carcere, vestono come vogliono. Ma poi c’è la «baracca degli incatenati», laceri, sporchi, con i ceppi ai piedi, le manette ai polsi. La terribile povertà è difficile da nascondere. La miseria fa fiorire ogni nefandezza, l’usura, il ricatto, la violenza, il gioco d’azzardo, la corruzione. Cechov consulta i registri locali e parrocchiali, fa indigestione di numeri, il suo libro è una summa di varia umanità: «Per la strada s’incontrano contadine che per ripararsi dalla pioggia si sono legate intorno al capo grosse foglie di bardana e sembrano scarabei verdi».
Qualche volta non si trattiene, si indigna, nella prigione di Voevodsk, per esempio, scandalosa, esterrefatto nel vedere i detenuti legati mani e piedi a carriole da catene che impediscono ogni movimento. Le frustate e la carriola salvano qualche volta i derelitti dalla pena di morte.
«Al colpevole si infliggono quasi sempre trenta o cento bastonate. Il numero non dipende dal reato, bensì da chi ha disposto la punizione, se il capo circondario o il direttore della prigione: il primo ha il potere di affibbiare cento colpi, il secondo può arrivare solo a trenta». La giustizia degli zar.
Gli ultimi capitoli del libro, vietati dalla censura dell’epoca, sono neri come la pece. Cechov descrive una fustigazione, tra le grida del compiaciuto direttore del carcere: «Quarantadue! Quarantatré! A novanta manca un bel po’ (...). La parte colpita dalle frustate è blu e scarlatta per le ecchimosi e sanguina».
Cechov racconta anche come avviene la cerimonia dell’impiccagione, il lenzuolo funebre fatto indossare al condannato, la preghiera dei moribondi. Qualcuno, teatralmente, viene graziato all’ultimo minuto lasciando scontento il boia.
Cechov non si risparmia nulla. E per contrasto, leggendo questo libro senza tempo, vengono in mente — la morte e la vita, la ferocia e la dolcezza — le Tre sorelle , con Olga che nell’ultima scena abbraccia Irina e Maša. «Oh, sorelle care, non è finita, la nostra vita! Vivremo! La banda suona allegra, festosa e sembra che da un momento all’altro sapremo perché viviamo, perché soffriamo... Poterlo sapere, poterlo sapere!».
Corriere 24.8.17
Il Pontormo (segreto) svelato dal restauro Online le immagini
Artista innovativo per la sua epoca, Jacopo da Pontormo (nato Jacopo Carucci, 1494-1557) è passato alla storia per aver creato uno dei capolavori del Rinascimento fiorentino: la Deposizione . L’opera (1526-1528), realizzata per la Cappella Capponi nella chiesa di Santa Felicita a Firenze, è stata recentemente sottoposta a un restauro che ha svelato la tecnica «segreta» utilizzata dall’artista per realizzarne i colori: la tempera a uovo. Alcuni scatti dell’intervento di recupero sono raccolti online su corriere.it/lalettura in un percorso per immagini a cura di Jessica Chia . Su «la Lettura» in edicola fino a sabato, Iacopo Gori racconta il restauro dell’opera e la mostra che la ospiterà a Palazzo Strozzi (21 settembre-21 gennaio), Il Cinquecento a Firenze. Tra Michelangelo, Pontormo e Giambologna .
Corriere 24.8.17
La teoria geniale bocciata da Einstein
di Stefano Gattei
«È piuttosto facile fare una teoria scientifica a parole», rispondeva Richard Feynman al termine di una delle sue celebri lezioni di fisica, nel 1961. Si potrebbe dire lo stesso per la divulgazione di una teoria scientifica, in particolare della meccanica dei quanti, che insieme alla relatività costituisce una delle più profonde e complesse conquiste teoriche del Novecento.
Nata ufficialmente il 14 dicembre 1900, quando Max Planck utilizzò per la prima volta la parola «quanto» per spiegare lo spettro della radiazione di corpo nero, nei decenni successivi la meccanica quantistica è riuscita a descrivere con successo il comportamento della materia e della radiazione elettromagnetica, a scale di lunghezza inferiori o dell’ordine di quelle dell’atomo, o a energie nella scala delle interazioni interatomiche. Nonostante i dubbi di molti — a partire da Einstein, che nel 1905, con la descrizione dell’effetto fotoelettrico, aveva dato un contributo fondamentale alla nascita della teoria, ma si oppose strenuamente all’«interpretazione di Copenaghen» — la nuova fisica si è dimostrata nel tempo uno strumento potente e insostituibile, motore di un progresso tecnologico senza precedenti.
Sorprendente, paradossale, spesso controintuitiva, la teoria dei quanti — anche per la sua innegabile difficoltà — costituisce da sempre un ostacolo pressoché insormontabile per i non addetti ai lavori che vogliono averne una conoscenza non superficiale. Molti sono stati i tentativi di renderla accessibile, ma i manuali «introduttivi» peccano a volte di eccessivo tecnicismo, oppure scivolano all’estremo opposto, coprendo di troppe parole una teoria che non può prescindere da una comprensione rigorosa dei suoi concetti di base.
In Guarda caso. I meccanismi segreti del mondo quantistico (Hoepli), Giorgio Chinnici presenta con chiarezza la meccanica dei quanti, spiegandone le applicazioni e introducendo il lettore alle sue interpretazioni filosofiche. Come già nel suo precedente volume sulla figura e l’opera di Alan Turing (2016), Chinnici riesce al meglio nel compito di coniugare semplicità e precisione, in un libro che si presenta gradevole tanto per il lettore interessato, ma non professionista, quanto per chi della teoria vuole avvicinare interpretazioni e risvolti filosofici. Perché la scienza, per riprendere ancora una volta le parole di Feynman, «non è affare dei singoli specialisti, ma ha valenza universale».
Repubblica 24.8.17
Lo studio ha analizzato quattro osservazioni, che in due anni non sono affatto poche, per dedurre alcuni dati su questi corpi celesti. È una rivoluzione per l’astronomia
L’occhio delle onde gravitazionali vede per la prima volta i buchi neri
di Elena Dusi
ROMA. Trovandosi per la prima volta di fronte a un buco nero, sono tante le domande che uno scienziato vorrebbe fargli. Curiosamente, il primo aspetto svelato da quel “nuovo occhio” dell’astronomia che sono le onde gravitazionali - l’unico metodo, finora, capace di rivelare in modo diretto l’esistenza di questi misteriosi abitanti del cosmo - riguarda la vita sentimentale dei buchi neri.
«Esiste una categoria di buchi neri che vive in coppia. Ruotando l’uno attorno all’altro, i due oggetti a volte finiscono per scontrarsi » spiega Alberto Vecchio, laurea in fisica a Pavia, oggi all’università di Birmingham. In questo caso avviene un cataclisma capace di scuotere i pilastri dell’universo. E di generare onde gravitazionali.
Teorizzate da Einstein un secolo fa, le onde gravitazionali sono state osservate per la prima volta solo nel 2015, grazie a uno strumento che si chiama antenna gravitazionale, si trova negli Stati Uniti e ha il nome di battesimo di Ligo. Smaltito l’entusiasmo per la scoperta, da un anno e mezzo gli scienziati sono al lavoro per estrarre più informazioni possibili da segnali che arrivano da miliardi di anni luce di distanza e durano una frazione di secondo. «Due sono le ipotesi» spiega Vecchio. «I due buchi neri possono essere nati insieme, un po’ come una coppia che si è conosciuta al liceo ed è rimasta insieme tutta la vita. Oppure potrebbero essersi formati indipendentemente l’uno dall’altro in una zona dell’universo molto densa di stelle. L’ambiente dinamico gli avrebbe permesso di avvicinarsi. A un certo punto della loro vita si sarebbero incontrati per poi morire insieme. Al momento, se i buchi neri ruotano rapidamente, propendiamo per la seconda ipotesi, ma siamo nelle fasi iniziali dell’indagine. L’uso delle onde gravitazionali per capire i fenomeni del cosmo è ai primordi».
Lo studio sui buchi neri, scritto da un gruppo di fisici di Birmingham e uscito su Nature, si basa sull’osservazione di quattro segnali di onde gravitazionali (uno dei quali molto debole) registrati tra settembre 2015 e gennaio 2017. Per avere una risposta più definita sull’origine di questi oggetti (che rappresentano la fase finale della vita di alcune stelle) e sul perché in alcuni casi decidano di vivere in coppia, i ricercatori avrebbero bisogno di almeno una decina di segnali.
Ma anche così, il passo avanti è enorme. «Fino a ieri avevamo solo prove indirette dell’esistenza dei buchi neri» spiega Vecchio. «Ne osserviamo ad esempio gli effetti sul moto delle stelle sfruttando le stesse leggi di Newton che gli astronomi dei secoli scorsi usarono per scoprire i pianeti del sistema solare. Oppure captiamo i raggi X emessi dalla materia che sta per essere inghiottita ». Applicando la relatività di Einstein ci si era anche divertiti a immaginare cosa sarebbe successo a un uomo tanto imprudente da avvicinarsi a un buco nero, finendo stirato per i piedi da questa sorta di aspirapolvere cosmico. «Ma oggi, per la prima volta, abbiamo osservato in maniera diretta il segnale emesso dal buco nero» sintetizza Vecchio. «E crediamo di essere solo al primo passo di un lungo percorso di esplorazione».
Le quattro osservazioni di Ligo, infatti, riguardano una classe particolare di buchi neri: quelli grandi decine di volte come Sole e disposti in sistemi binari. «Abbiamo calcolato che le loro collisioni, in ogni angolo nell’universo, si susseguono al ritmo di una ogni quarto d’ora». Ma esistono anche altri tipi di buchi neri (al centro della nostra galassia ce n’è uno grande come 2,5 milioni di Soli) e di fenomeni che possono emettere onde gravitazionali, come le stelle di neutroni o le esplosioni di supernove. Ligo, che per la sua complessità funziona a singhiozzo ed è costretta a continue ricalibrazioni, nel suo periodo operativo ha individuato in media un’onda gravitazionale al mese. Attualmente è in funzione anche la gemella italiana, l’antenna gravitazionale dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare Virgo, che si trova a Càscina (Pisa). «Ora lavoriamo in contemporanea con Ligo» spiega il coordinatore di Virgo, Fulvio Ricci. «Facendo osservazioni insieme possiamo individuare anche la direzione di provenienza dell’onda in cielo». No comment è la replica di Ricci alla notizia diffusa su Twitter da uno scienziato dell’università del Texas e ripresa da New Scientist. Per la prima volta sarebbe stata catturata un’onda di tipo nuovo, emessa da stelle di neutroni. «Aggiorniamoci al 25 agosto per un comunicato » si limitano a dire da Ligo.
Repubblica 24.8.17
Abbiamo aperto la nuova finestra sull’universo
di Amedeo Balbi
QUANDO all’inizio del 2016 la collaborazione Ligo ha annunciato di aver rivelato per la prima volta l’esistenza delle onde gravitazionali, uno dei commenti più diffusi è stato che questa scoperta apriva una nuova finestra sull’universo.
Per rendersi conto che le cose stanno proprio così basta guardare l’ultimo numero di Nature. L’articolo di copertina, infatti, è un esempio di quello che si può fare – e si farà sempre meglio in futuro – osservando le onde gravitazionali.
Per mettere le cose nel contesto, diciamo intanto che, prima della scoperta di Ligo, nessuno aveva mai osservato la collisione tra due buchi neri: averli colti sul fatto, captando lo scossone nello spazio-tempo prodotto dallo scontro, è già un risultato sensazionale.
Adesso, dopo appena un paio di anni, abbiamo già osservato non uno, ma probabilmente quattro collisioni di questo tipo. Lo studio pubblicato su Nature ci mostra cosa possiamo capire da questi eventi ripetuti. Immaginiamo due buchi neri come due trottole che, oltre a ruotare l’uno attorno all’altra, ruotano anche sul proprio asse e che, a un certo punto, cozzano tra loro. Analizzando le onde gravitazionali prodotte nello scontro, è possibile capire se l’asse attorno a cui ruotava ciascun buco nero era allineato nella stessa direzione oppure no. Questo, a sua volta, può dirci qualcosa sulla provenienza dei due buchi neri. Se, come crediamo, buchi neri di questo tipo si formano alla morte di stelle molto massicce, le possibilità sono due: o le stelle ruotavano appaiate anche prima di diventare buchi neri, oppure si sono incontrate e accoppiate in seguito. Nel primo caso, i loro assi di rotazione saranno allineati, mentre nel secondo avranno più probabilmente direzioni casuali. Secondo lo studio di Nature, le quattro collisioni osservate finora sembrano far propendere per il secondo scenario.
Certo, quattro eventi non sono molti per trarre conclusioni solide, ma gli autori aggiungono che basteranno dieci eventi simili per avere le idee più chiare. Vista la frequenza con cui Ligo sta osservando nuovi segnali (e visto che presto gli farà compagnia l’antenna Virgo, inaugurata all’inizio dell’anno vicino Pisa), non ci vorrà molto per raggiungere il traguardo.
(L’autore è astrofisico all’università di Tor Vergata a Roma)
Repubblica 24.8.17
Nel memoir scritto dalla moglie la tragedia dei coniugi Margolius, vittime della ferocia del Partito comunista
Praga, anni ’50 le vite spezzate di Heda e Rudolf
di Pietro Citati
Nel 1945 in Cecoslovacchia molti diventarono comunisti, come racconta Heda Margolius Kovály in un bellissimo libro ( Sotto una stella crudele, Adelphi, pagg. 216, euro 20), per una profonda disperazione nella natura umana. Il Partito comunista divenne l’ideale assoluto. Non era, in nessun modo, l’ideale. Nel partito erano entrati collaborazionisti, truffatori, burocrati. Le onnipotenti portinaie diventarono la spina dorsale del Partito: spiavano, ricattavano, come segretarie delle cellule. I comunisti sostenevano che gli ideali della Repubblica cecoslovacca prima della guerra, gli ideali democratici e umanistici, erano un’illusione senza fondamento.
Nel febbraio 1948, avvenne il colpo di stato comunista. Heda Kovály ebbe la sensazione di brancolare nel buio: un buio doppiamente angoscioso, perché abitava fuori di lei e dentro di lei. I confini vennero chiusi. Cominciò uno spietato processo di collettivizzazione, che provocò danni gravissimi all’agricoltura. La voce di Klement Gottwald tuonava dagli altoparlanti. La polizia politica irrompeva nelle case, arrestando bottegai e droghieri, i quali venivano rinchiusi in carcere, senza sapere di cosa venissero accusati. Calò la cortina di ferro. Il modello di stato era l’Unione sovietica. I giornali dichiararono che la lotta di classe si era intensificata: ma non c’era nulla da temere, perché il Partito vegliava. Come in Unione sovietica, gli arrestati dalla polizia confessavano quasi sempre, sebbene innocenti. Il sospetto si diffuse; nessuno si fidava più di nessuno, perché il nemico — si diceva — era anche dentro il Partito. Circa cinquantamila cecoslovacchi finirono in carcere. Un mese dopo il colpo di stato, il cadavere del ministro degli Esteri, Jan Masaryk, venne trovato sul selciato sotto
Anche dopo i primi arresti lui rimase fedele al sistema
le finestre del ministero. Il governo annunciò che si era suicidato per un attacco di depressione. Era falso. Heda Kovály non si iscrisse al Partito. Non le era mai piaciuto marciare a ranghi serrati: non amava gli appelli e le folle, gli slogan urlati, la parola “massa”. Trovò lavoro, come grafica, in una piccola casa editrice. Il marito, Rudolf Margolius, lavorava all’Istituto per lo Sviluppo industriale: era così preso dal suo lavoro che tornava a casa la sera tardi, rimanendo a leggere fino a notte inoltrata. Studiava economia. Seguiva un programma a favore di Israele, che si interruppe presto. Tutto, attorno a lui, era Segreto e Segretissimo. Diventò vice-ministro responsabile del Commercio con l’occidente. Era comunista, ma senza fanatismi: convinto che presto gli arrestati dalla polizia sarebbero tornati a casa. Ciò non avvenne. Diede le dimissioni, che non furono accettate. La notte camminava su e giù per la casa, mentre la moglie stava a letto, senza riuscire a dormire, con gli occhi spalancati nel buio.
L’anniversario del colpo di stato, il Febbraio Vittorioso, veniva festeggiato ogni anno. Nel 1950 anche Heda Kovály fu invitata, insieme al marito, nel Castello di Praga. La moglie del presidente, Marta Gottwaldová, vestita di uno splendido abito verde con strascico, avanzava tra due file ossequiose. Klement Gottwald entrò barcollando, sostenuto dal presidente dell’Assemblea nazionale: si avvicinò alla Kovály e farfugliò: «Cos’ha? Non sta bevendo. Perché non beve?». Quel viso paonazzo, quegli occhi spenti affogati nel grasso, quel balbettio roco le ricordarono le acclamazioni della gioventù comunista: «Noi siamo il futuro della nostra nazione: di Gottwald noi siamo la generazione». Ora quest’uomo, la speranza del 1945, uccideva la disperazione e la paura nell’alcol.
Nel novembre 1951, Rudolf Slánsky, il segretario del Partito, venne arrestato. La polizia segreta, ora chiamata Sicurezza di Stato, si scatenò. Ma Rudolf Margolius, il quale non conosceva Slánsky, era sempre convinto che si trattasse di una crisi passeggera. «Se tutto è una truffa — disse con innocenza alla moglie —, allora sono stato complice di un crimine orribile. E se dovessi convincermi di questo, non potrei più vivere, e nemmeno lo vorrei». Una sera, all’inizio del 1952, alla porta dei Margolius bussarono cinque uomini, uno dei quali aveva in mano la valigetta di Rudolf. Il capo dei cinque salutò la Kovály con esagerata gentilezza, annunciando che il marito era stato arrestato. Perquisirono a fondo la casa: aprirono cassetti e armadi, esaminarono uno per uno centinaia di libri, guardarono le scarpe e gli oggetti da toeletta: lessero le lettere private e ne confiscarono un paio; consultarono il diario dove la Kovály aveva annotato l’altezza e il peso del figlio, scambiando questi numeri innocenti per le cifre di un codice segreto.
La mattina dopo, la Kovály telefonò ai ministri e ai funzionari suoi amici. Nessuno dei colleghi del marito volle parlare con lei. Ormai era una lebbrosa, evitata da tutti: l’incontro più casuale poteva suscitare sospetti. La Sicurezza di Stato controllò tutti quelli che conosceva: alcuni furono interrogati brutalmente. Nella casa editrice nessuno le diceva una parola: ogni volta che entrava in una stanza, le conversazioni si interrompevano, le facce impietrivano. Infine si licenziò. Di notte continuava a scrivere ostinatamente ai ministri, al comitato centrale, al presidente della Repubblica, al primo ministro, a tutte le persone influenti che conosceva. Non ricevette risposta. Seppe soltanto che il dossier del marito era contrassegnato con la lettera S. La S. stava per “caso Slánsky”.
Il 20 novembre 1952, tutti i giornali portavano scritto: Il processo per il complotto antistatale
Quando presero suo marito tutti smisero di parlare con lei
di Rudolf Slánsky. Gli imputati erano quattordici, tra cui Rudolf Margolius, accusato di “sabotaggio”, “spionaggio”, “tradimento”, e di essere ebreo. Gli imputati si accusarono di tutti i crimini, inventando colpe immaginarie. Venne pubblicata la lettera del figlio di un accusato, Ludvík Frejka. Diceva: «Esigo che a mio padre venga inflitta la pena più severa, la condanna a morte. Voglio che questa lettera gli sia recapitata». Dopo quasi un anno, la Kovály sentì la voce di Rudolf alla radio. Come un robot, stava recitando un discorso a memoria. Confessava una menzogna dopo l’altra: si era iscritto al Partito per tradirlo: aveva dedicato tutte le proprie energie allo spionaggio e al sabotaggio: era al servizio degli imperialisti: aveva organizzato un complotto contro la Repubblica Ceca; durante la guerra, a Londra, era stato addestrato come spia.
Il processo durò appena una settimana. La notte del 27 novembre, dall’apparecchio radio, una voce inondò la stanza della Kovály dal pavimento al soffitto: «Nel processo per il complotto antistatale, Rudolf Slánsky pena di morte: Rudolf Margolius pena di morte». La sera del 2 dicembre la Kovály vide il marito, che le disse: «Avevo paura che tu non venissi». Tornò a casa: prima dell’alba si addormentò per qualche minuto, proprio nel momento — seppe più tardi — in cui Rudolf morì senza dire una parola. Dopo la morte del marito, la Kovály passò settimane distesa sul letto. Quando usciva di casa, vestita a lutto, era seguita lungo i marciapiedi da sguardi di disprezzo. Due anni dopo ricevette il certificato di morte: «Occupazione del defunto: viceministro; causa della morte; asfissia per impiccagione». Nell’aprile 1963, sette anni dopo il discorso di Nikita Chruscëv, avvenne il grottesco capovolgimento. Il comitato centrale del Partito comunista cecoslovacco decretò che «l’innocenza di Rudolf Margolius è stata stabilita senza ombra di dubbio».
Repubblica 24.8.17
La lunga notte della ragione che cancellò l’idea della tolleranza religiosa
di Lucio Villari
Il 24 agosto del 1572 la Francia fu insanguinata dal massacro di San Bartolomeo contro la popolazione ugonotta. Una ferita sanata solo dopo la Rivoluzione
Il sogno svanì in una notte di fine estate del 1572.
A quel tempo Montaigne, nel suo castello, aveva iniziato gli Essays e nel cielo poetico della Francia splendeva la Pléiade, la costellazione di Ronsard e dei suoi sei amici, unita nel segno del verso alessandrino e del linguaggio libero, aperto ai diversi generi letterari e ai grandi sentimenti. Il sogno era quello di una Francia pacifica, tollerante, dove cattolici e protestanti, come già stava avvenendo, potessero continuare a convivere; dove i problemi dinastici tra i Valois al potere e gli incombenti Borbone e le rivalità tra famiglie nobili, soprattutto i cattolici Guisa e i protestanti Condé, si potessero placare. Dove le striscianti lotte di classe potessero non esplodere.
Ma era un sogno avvelenato. Dal 1562 la Francia viveva una “guerra civile”: improvvise e spietate guerra di religione che avrebbero avuto una tregua soltanto 36 anni dopo, con l’Editto di Nantes (1598) che prometteva il rispetto reciproco tra le fedi.
I cieli d’Europa non erano però meno tempestosi di quelli francesi. Il Concilio di Trento, terminato da pochi anni, seminava ovunque odio, anatemi all’eresia luterana e calvinista, repressioni, inquisizioni, Indici di libri e di pensieri proibiti. Nel 1571 una Lega cattolica voluta dal Papa, da Venezia e dalla Spagna, aveva sconfitto a Lepanto il nemico di sempre: i Turchi. Pochi mesi dopo, a Parigi, dove in un clima di apparente concordia erano convenuti cattolici e protestanti per festeggiare il matrimonio di Margherita di Valois con Enrico di Navarra, una follia collettiva, un complotto feroce ordito dal fratello di Margherita, re Carlo IX, e dalla madre Caterina de’ Medici, bigotta e spietata, si scatenò nella notte tra il 23 e il 24 agosto dell’anno successivo.
L’ordine del re era di uccidere nel sonno tutti gli ugonotti residenti a Parigi e in altre città. Ugonotti era il nome dei protestanti, perlopiù calvinisti che negli anni ’60 del secolo, sotto il re Francesco II, rappresentavano in Francia una forza politica e culturale molto influente anche a corte. Fu una “soluzione finale” che doveva estirpare per sempre dal suolo cattolico della Francia l’erba cattiva dell’eresia. «Uccideteli tutti» aveva detto il re, senza risparmiare i bambini, per evitare che qualche seme di quell’erba potesse sfuggire allo sterminio.
Fu questa “la notte di San Bartolomeo”. Bande di fanatici assassini sorpresero nei loro letti migliaia di uomini donne e bambini massacrandoli senza pietà. L’ammiraglio Coligny, leader carismatico degli ugonotti e forte personalità politica, fu pugnalato nel suo letto, buttato dalla finestra e fatto a pezzi sul selciato.
I versi di un poeta e il resoconto di un italiano che viveva a Parigi, sono la sola testimonianza, quasi in diretta, di quanto avvenne quella notte. L’italiano si chiamava Filippo Sassetti, lavorava come spia degli inglesi, e il suo accurato rapporto di pochi giorni dopo l’accaduto — sotto forma di una lettera a un amico e intitolato Brieve raccontamento del gran macello fatto nella città di Parigi il vigesimo quarto giorno di agosto d’ordine di Carlo nono di Francia — riporta: «Furono usate crudeltà grandissime contra le donne e i fanciulli, onde erano senza riguardo alcuno uccise, quantunque molte di loro fossero gravide. Un orafo si vantò d’averne con le sue proprie mani scannate più di 400 d’ogni sesso e qualità. Un prete nomato Potrì n’uccise più di 500, come mi è stato affermato; e un altro ha detto a me averne morti nel suo quartiere 700 con le sue mani …».
I versi sono di Agrippa d’Aubigné: Les tragiques: un poema cui d’Aubigné diede il respiro di un racconto biblico, con ampi riferimenti alle Scritture. L’opera fu lungamente elaborata (sarebbe stata pubblicata nel 1616) ma la descrizione di quella notte resta come una vivida, potente protesta: «(La Francia) vide e soffrì in sé la plebaglia armata / schiacciare la giustizia sfigurata ai suoi piedi. Le orde corazzate delle bestie infuriate / gli squadroni degli operai abietti / tremila vite straziano preziose […]».
Le sue parole tracciavano un affresco, storico, teologico e politico, sulla strage, sulla Francia del tempo e su un sogno che andò perduto fino alla rivoluzione francese: quello dell’eguaglianza fra gli uomini, della tolleranza fra le religioni, della netta separazione fra Stato e Chiesa. E anche l’attuale Costituzione francese è lambita dall’eco di quei fatti del 1572: una Costituzione che ha per Preambolo la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, e che recita nell’articolo 1: «La Francia è una Repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale. Essa assicura l’eguaglianza dinanzi alla legge a tutti i cittadini senza distinzione di origine, di razza o di religione. Essa rispetta tutte le convinzioni religiose e filosofiche».
Francois Dubois (1529-1584),
La notte di San Bartolomeo - particolare
Repubblica 24.8.17
Il 27 agosto Mannarino, Morandi e Consoli, live per Amatrice
Saranno Gianni Morandi, Carmen Consoli, Irene Grandi, Mannarino, Tosca e Luca Barbarossa con la Social Band ad animare il concerto Amatrice nel cuore, l’evento gratuito che si terrà il 27 agosto nei pressi della cittadina reatina distrutta un anno fa dal terremoto. «Un contributo alla ricostruzione del tessuto emotivo, il più difficile da ricreare», ha detto Barbarossa.
il manifesto 24.8.17
Barcellona, uno dei quattro arrestati: «Sono pentito, chiedo perdono»
Le indagini. Fra le macerie di Cambrils sarebbero stati trovati dei biglietti aerei (non è chiaro se per prima o dopo l’attentato) per un viaggio dell’imam a Bruxelles
di Luca Tancredi Barone
BARCELLONA Mohamed Houli, uno dei quattro attentatori in carcere e risultato ferito nell’esplosione del covo di Alcanar, sta collaborando con i giudici, consentendo una ricostruzione degli appartenenti e delle intenzioni di chi ha sferrato l’attacco sulle Ramblas a Barcellona. Secondo la stampa Mohamed Houli avrebbe detto di essere «pentito» e di chiedere «perdono», oltre a confermare le intenzioni dei terroristi: colpire monumenti, chiese e in particolare la Sagrada Familia. Per lui e per gli altri tre arrestati il giudice dell’Audiencia nacional di Madrid ha deciso la sorte carceraria.
SIA MOHAMED HOULI Chemlal, sia Driss Oukabir rimarranno in carcere. Quest’ultimo è accusato di avere affittato il furgone poi usato sulla Rambla.
Houli Chemlal – secondo il giudice – stava preparando esplosivi con l’iman Es Satty, e forse a una seconda persona, Youssef Aalla, il terzo dei fratelli Aallaa, di cui per ora non è stata confermata la morte. Accuse gravi: organizzazione terrorista, assassinio e lesioni di carattere terrorista, per Oukabir e di detenzione di esplosivo e strage per Houli Chemlal. Slah El Karib, proprietario di un internet café a Ripoll rimane a disposizione dei giudici in carcere per 3 giorni, in attesa che si concludano le indagini.
NEL SUO INTERNET CAFÈ il fratello 17enne di Oukabir, morto a Cambrils, avrebbe comprato un biglietto per il Marocco per Driss pagando con la carta di credito di El Karib per poi restituirgli i soldi in contante. I giudici non sono ancora sicuri che abbia responsabilità negli attentati. E infine è stato scarcerato Mohammed Aalla, unico sopravvissuto dei tre fratelli, proprietario dell’Audi fermata dalla polizia a Cambrils su cui erano i 5 terroristi uccisi (uno dei quali era suo fratello minorenne). La stessa auto che il fine settimana precedente all’attentato aveva effettuato un viaggio lampo di un giorno in Francia, con almeno due persone. Lui stesso si era presentato alla polizia il giorno dell’attentato. Il giudice ha ritenuto che il vero proprietario del veicolo fosse il fratello (quello morto a Alcanar) e che fosse intestato a Mohammed, il maggiore dei tre, per una questione legata all’assicurazione.
NELL’ATTO DEL GIUDICE emerge un nuovo dettaglio interessante: fra le macerie di Cambrils sarebbero stati trovati dei biglietti aerei (non è chiaro se per prima o dopo l’attentato) per un viaggio dell’imam a Bruxelles – pertanto non è chiaro se davvero volesse immolarsi facendosi saltare presso la Sagrada Familia, come aveva detto a loro. Altro dettaglio inquietante: i 5 terroristi di Cambrils avrebbero comprato asce e coltelli solo un paio d’ore prima dell’attentato proprio in un negozio di Cambrils. L’impressione è che dopo l’esplosione, che interruppe i piani, e la morte dell’imam, ci sia stata molta improvvisazione.
UN’ORA PRIMA DELL’ATTENTATO Mohammed Hichamy (poi morto la notte stessa a Cambrils) aveva abbandonato di corsa in piena autostrada un altro furgone affittato; aveva tamponato una moto e il motociclista aveva detto che avrebbe chiamato la polizia. Poco dopo si sarebbe unito agli altri per effettuare l’attacco di Cambrils in macchina (la famosa Audi). Secondo la testimonianza del compagno di casa dell’imam, questi si sarebbe portato via una stufa dall’appartamento, probabilmente per far asciugare più in fretta gli esplosivi che si stavano preparando a Alcanar. Fu proprio durante l’attesa che si produsse l’esplosione, spiegava Houli Chemlal al giudice. Il giudice è convinto che dietro gli attentati ci sia l’Isis. Non solo perché li ha rivendicati, ma anche per il tipo di esplosivo che i terroristi stavano preparando (con l’aiuto di video su youtube), già usato a Parigi e Bruxelles, e per il quale, fra l’altro, avevano acquistato più di 500 litri di acetone e 100 bombole di butano.
il manifesto 24.8.17
Netanyahu detta le condizioni di Israele in Siria
Ieri a Sochi nuovo faccia a faccia tra il premier israeliano e il presidente russo Putin sulla situazione in Siria. «Dove se ne va lo Stato Islamico sconfitto, arriva l'Iran» ha affermato Netanyahu chiedendo a Mosca di impedire che Tehran e Hezbollah stabiliscano basi a ridosso dei confini con Israele
di Michele Giorgio
GERUSALEMME Accompagnato dal direttore del Mossad e dal capo del Consiglio per la sicurezza nazionale, Benyamin Netanyahu ieri a Sochi, sul Mar Nero, ha incontrato Vladimir Putin per la nona volta in due anni. È stato un faccia a faccia più importante della solita verifica dell’intesa raggiunta dalle due parti dopo l’intervento militare diretto di Mosca in Siria, nel 2015, con cui il presidente russo assicurò che i suoi aerei non avrebbero impedito i bombardamenti dell’aviazione israeliana in Siria – un centinaio negli ultimi anni, per recente ammissione di Tel Aviv – contro presunti convogli carichi di armi destinati al movimento sciita libanese Hezbollah. Netanyahu a Sochi è andato a discutere del futuro della Siria ora che la vittoria di Bashar Assad si è fatta più vicina e la posizione del presidente siriano appare più forte e stabile rispetto a qualche anno fa quando Israele si aspettava e desiderava la sua caduta. Tel Aviv vuole avere un posto in prima fila nella definizione delle “soluzioni” che dovranno realizzarsi in Siria dopo la sconfitta di jihadisti e “ribelli” e all’emergere di un Assad più esperto e determinato di prima.
Il premier israeliano all’inizio di luglio ha bocciato l’accordo di cessate il fuoco mediato da Russia, Usa, Turchia e Giordania per la creazione in Siria di “zone di de-escalation” nel quadro di un cessate il fuoco generale. Quelle aree a suo dire favoriscono i “disegni” dell’Iran e di Hezbollah, entrambi alleati strategici di Bashar Assad, volti a stabilire basi militari in Siria. Netanyahu ieri ha dato sfogo alla sua rabbia rivolgendo a Tehran accuse vecchie e nuove. A cominciare da quella ascoltata più volte prima dell’accordo internazionale sul nucleare del 2015 secondo la quale l’Iran minaccerebbe il «mondo intero» e non solo Israele. «Grazie a sforzi congiunti stiamo sconfiggendo lo Stato Islamico e questo è molto importante. Ma la cattiva notizia è che, dove se ne va lo Stato Islamico sconfitto, arriva l’Iran», ha detto Netanyahu a Putin, «Non possiamo dimenticare neanche un minuto che l’Iran minaccia ogni giorno di distruggere Israele, che arma organizzazioni terroristiche, le sostiene e avvia atti di terrorismo». E non ha mancato di minacciare una guerra. L’Iran, ha detto a Putin, sta tentando di «libanizzare» la Siria prendendone il controllo attraverso Hezbollah. «Questo è diretto contro di noi e non resteremo indifferenti. Agiremo quando occorrerà in accordo con le nostre linee rosse. E quando lo abbiamo fatto in passato non abbiamo chiesto permesso ma fornito un aggiornamento sulla nostra politica. La comunità internazionale sa che quando diciamo qualcosa la facciamo anche», ha concluso. Putin, alleato dell’Iran, non si è lasciato trascinare sul terreno scelto da Netanyahu e da parte sua in pubblico ha sottolineato soltanto «l’efficace meccanismo di dialogo bilaterale» tra Russia e Israele, che «permette di affrontare le relazioni tra i due paesi, così come la situazione nella regione (mediorientale)».
Netanyahu ha ripetuto che non permetterà mai all’Iran e ad Hezbollah di posizionarsi a ridosso delle Alture siriane del Golan che Israele occupa da cinquant’anni. E punta l’indice contro il cessate il fuoco entrato in vigore lo scorso 9 luglio, in particolare nelle province meridionali di Sueida, Daraa e Quneitra che, nella lettura israeliana della situazione, ha visto Donald Trump consegnare la Siria a Putin e fornito agli iraniani e a Hezbollah la possibilità di avvicinarsi alle frontiere con Israele e Giordania. Eppure proprio un giornale israeliano, Haaretz, il mese scorso rivelava che i combattenti iraniani e libanesi alleati di Damasco nel sud sono arretrati verso Hauran, a 40 km dalla frontiera, dopo l’inizio della tregua, rispettando una richiesta fatta a Mosca dalla Giordania. Una distanza simile, scriveva il giornale, separa le forze iraniane e libanesi dal Golan. Netanyahu però vuole formalizzare questa situazione e chiede che siano create “zone cuscinetto” sulla linee armistiziali tra Israele e Siria e lungo la frontiera tra Siria e Giordania. Ed è andato a reclamarle a Mosca visto che gli Usa si sono fatti da parte.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
mercoledì 23 agosto 2017
La Stampa 23.8.17
La polvere di Amatrice che torna
di Mattia Feltri
Le mani dei vigili del fuoco sanguinano. Sanguinavano anche 364 giorni fa ad Amatrice. Sanguinavano nel 2012 in Emilia e nel 1997 ad Assisi. Un anno fa un’intera famiglia era morta sotto il crollo del campanile di Accumuli. Lunedì sera una donna è morta colpita dalle macerie di Santa Maria del Suffragio di Casamicciola. «Esprimiamo vicinanza alle popolazioni», dicono dai palazzi romani e da quelli di Napoli. «Esprimiamo vicinanza alle popolazioni», dicevano la mattina del 24 agosto del 2016, mentre la polvere ancora si depositava sui morti e sui vivi, e da sotto i calcinacci si sentivano le sveglie suonare all’ora prestabilita.
Le voci potremmo sovrapporle, quelle dei sindaci, delle telefonate di disperazione, dei pompieri esausti, dell’orgoglio e del cordoglio. Sono ventuno milioni gli italiani che vivono in aree a rischio sismico, «è l’allarme lanciato da Gilberto Pambianchi, presidente dei geomorfologi italiani», dicono oggi le cronache. «Il quaranta per cento degli italiani vive in zone a rischio sismico», aveva detto il sottosegretario Silvia Barbieri nel ’97 dopo il terremoto dell’Umbria. «Lancia l’allarme», diceva l’Ansa. «Sono ventuno milioni e mezzo gli italiani che vivono in zone a rischio sismico», spiegava l’agosto scorso il Consiglio nazionale degli ingegneri.
Lanciava l’allarme. Ieri il presidente nazionale dei geologi, Francesco Peduto, ha fatto il punto: «Ora sarebbe facile parlare dei ritardi della ricostruzione in Italia centrale, della necessità di accelerare interventi e azioni, ma quello che lascia più interdetti è la mancanza di atti concreti per la prevenzione. Siamo andati in Parlamento, abbiamo parlato di tutto, dal fascicolo del fabbricato al rifinanziamento della carta geologica, ma in un anno non si è fatto niente, assolutamente niente».
Una differenza c’è: tre bambini di Ischia si sono salvati in modi definiti miracolosi e commoventi. Di Amatrice si ricordano due bambini, di nove e sette anni, tirati fuori morti e la mamma ferita non voleva partire senza di loro, glieli misero a fianco e quando l’ambulanza arrivò in ospedale era morta anche lei. E poi c’è l’abusivismo. Più della metà delle case della Campania sono abusive. Ci sono sempre piccoli e medi leader del Pd, del Pdl, dei cinque stelle, di formazioni tattiche e occasionali, che vanno lì e dicono «no alle ruspe». Lo chiamano abusivismo di necessità. Nel 2012, per difendere le loro case abusive, gli abitanti di Ischia tirarono bombe carta sui poliziotti e ne ferirono undici. Ad Amatrice, calcola Legambiente, è ancora da raccogliere il 91 per cento delle macerie. Non si tirano su le case che si devono tirare su, non si tirano giù le case che si devono tirare giù. L’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ieri ha detto che «dobbiamo correre di più su Casa Italia». È il progetto di messa in sicurezza delle abitazioni dei ventuno milioni di italiani residenti in zone sismiche, almeno dodici milioni di case vecchie o abusive o mal costruite. Costo, da 40 ai 90 miliardi di euro. Per ora sono partiti cantieri per 25 milioni, il prezzo di un buon centrocampista.
il manifesto 23.8.17
Vigili del Fuoco. La Fp Cgil denuncia: vigili del fuoco in emergenza continua, dal governo solo propaganda
«Per noi è stato un anno devastante. Dal sisma di Amatrice a quello Norcia, passando per Rigopiano fino alla vera emergenza nazionale degli incendi. Guadagniamo 1.350 euro al mese. Siamo 28.500 e dovremmo essere 40mila. Il governo annuncia 400 assunzioni ma dovevano essere 569 ed entreranno in servizio a giugno 2018»
di Massimo Franchi
«Per noi è stato un anno devastante». C’è fatica anche nelle parole. Dal 24 agosto il corpo dei vigili del fuoco ha lavorato in pratica senza sosta, spostandosi da un’emergenza all’altra. «Quando sai che il tuo lavoro è salvare persone nella solita corsa contro il tempo, lo fai a testa bassa senza pensare ai problemi che vivi quotidianamente».
La parola «eroi», spesso abusata quando si salvano bambini come ieri a Ischia, fa il paio con «il dimenticatoio in cui rientriamo quando le luci delle televisioni si spengono e torniamo ad avere a che fare con carenze di organico e mezzi».
Parlano così i 100 vigili Usar («Urban search and rescue») specializzati nella localizzazione delle persone arrivati già martedì notte a Ischia dalla Toscana e dal Lazio. Alcuni erano ad Amatrice e nel centro Italia a settembre e ottobre, rimanendo a scavare tra le macerie per settimane. Qualcuno lo abbiamo ritrovato quest’inverno a scavare nella neve che aveva sommerso l’hotel Rigopiano. I numeri forniti dalla stessa amministrazione parlano chiaro: nel 2016 gli interventi sono stati 45mila contro i 24mila dell’anno precedente, praticamente raddoppiati. Ma il 2017 rischia di essere dello stesso tenore. «Abbiamo dovuto affrontare l’emergenza più grande: quella estiva degli incendi che colpisce regioni intere». E qui il raffronto con il 2016 propone quasi il triplo di interventi: circa 21mila, sempre nel periodo giugno-luglio, rispetto ai 7.300 registrati nello stesso periodo del 2016.
In quei giorni la parola riposo è abolita. «Ma la differenza la fanno sempre le scelte politiche», spiega Mauro Giulianella, responsabile nazionale della Fp Cgil.
Ieri ad esempio il governo ha sorpreso tutti dichiarando immediatamente lo stato di emergenza. «E ha fatto bene nonostante il territorio colpito sia limitato ad un quartiere di una piccola isola», commenta Giulianella, «anche se avrebbe dovuto farlo a maggior ragione per gli incendi». La decisione per i Vigili del fuoco «fa tutta la differenza del mondo». «Con lo Stato di emergenza noi possiamo richiamare più uomini, possiamo alternarci e riposarci, ci viene riconosciuto lo straordinario contrattuale», spiega Giulianella, «mentre senza lo stato di emergenza siamo chiamati ai doppi turni senza riposo perché non possiamo richiamare altri uomini». A rimetterci dunque sono stati soprattutto i boschi colpiti dai piromani. «Lunghe settimane in cui ogni regione ha dovuto arrangiarsi come poteva: la Basilicata ad esempio non aveva abbastanza organico e non ha potuto chiedere uomini in più perché tutte le altre regioni limitrofe avevano lo stesso problema. E il tutto senza il lavoro di prevenzione della Forestale assorbita ora dai Carabinieri», denuncia Giulianella.
Proprio ad inizio agosto è arrivato però l’annuncio della ministra Marianna Madia: 2.739 assunzioni straordinarie di cui 400 nei vigili del fuoco.
La versione della Fp Cgil e degli altri sindacati è un po’ diversa. Il corpo dei vigili del Fuoco conta ora 28.500 unità. «Ne servirebbero circa 40mila per poter lavorare correttamente, ma rimaniano alla stima di 3.500 unità sotto organico. Ebbene, all’inizio dell’anno ci erano stati promessi 23 milioni di fondi per 569 assunzioni, poi calati a 11,6 milioni che dopo le nostre proteste con Minniti sono saliti a 16 milioni», denuncia Giulianella, «ora però le assunzioni sono 400 e non tengono conto dei 331 che andranno semplicemente a sostituire chi va in pensione, col cosiddetto turn over. In più le assunzioni sono annunciate ora ma il personale entrerà in servizio solo a giugno prossimo perché il corso da sei mesi obbligatorio per formare il personale partirà solo a dicembre».
Il tutto per uno stipendio base di 1.350 euro con il contratto bloccato dal 2009. E il sentirsi chiamati «eroi» qualche giorno l’anno non può bastare.
Corriere 23.8.17
La potenza degli abusi
di Gian Antonio Stella
«Sulla scheda elettorale scrivi: “voto abusivo!”» Era davvero osceno lo slogan d’un manifesto affisso sui muri di Ischia per le Regionali del 2010. A quegli scriteriati autori, che il terremoto del 1883 fosse stato così catastrofico da spingere decenni dopo il grande Eduardo a inserire in «Natale a casa Cupiello» la famosa battuta «Ccà mme pare Casamicciola!» non importava tanto. E nella scia di Totò e della sua stralunata adunanza («Abusivi di tutto il mondo unitevi! Ci vogliono abolire! È un abuso! Abusivi: diciamo no all’abuso!») il Comitato per il diritto alla casa di Ischia e Procida, con sede appunto a Casamicciola, stampò quell’appello le cui parole, rilette oggi, gelano il sangue: «La politica dominante è morta! Dopo sessant’anni di coma vegetativo, ne danno il triste annuncio i cittadini “abusivi” tutti. Le esequie si terranno in forma privata presso i seggi elettorali…» Una protesta alla quale sarebbe seguito, per anni e anni, un tormentone di invocazioni e minacce, minacce e invocazioni perché fossero concesse nuove sanatorie, nuove deroghe, nuove interpretazioni di vecchi condoni.
Con una parte del peggior ceto politico napoletano e campano pronto a presentare nuovi progetti di legge per mettere una toppa ad abusi compiuti non solo a dispetto delle regole legislative ma del buon senso.
Il terremoto del 28 luglio 1883, come spiegano Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise nel volume «Il peso economico e sociale dei disastri sismici...», fu infatti un ammonimento impossibile da dimenticare: «Colpì con effetti distruttivi un’area molto limitata, corrispondente alla parte nord-occidentale dell’isola di Ischia, causando però un numero elevatissimo di vittime: complessivamente 2.333 persone. Di queste 625 erano turisti che al momento del terremoto (era la fine di luglio, in piena stagione estiva) si trovavano ospiti degli alberghi e delle ville nei centri più colpiti. (...) Casamicciola fu il centro più colpito: all’epoca aveva circa 4.300 abitanti ed era un rinomato centro balneare e termale. Il terremoto distrusse completamente la parte alta del paese e causò danni ingenti e crolli anche sul litorale. Dei 672 fabbricati esistenti, 537 crollarono e i restanti risultarono tutti inagibili». Il 79,9 per cento del patrimonio edilizio.
Colpa della natura? Solo in parte. Lo aveva già spiegato oltre un secolo prima Jean-Jacques Rousseau scrivendo del terremoto di Lisbona del 1755: «Dopotutto non è la natura che ha ammucchiato là ventimila case...». E prima ancora, nel ’500, Francesco Guicciardini: «Sono adunque gli errori di chi governa quasi sempre causa delle ruine della città; e se una città si governassi sempre bene, sarìa possibile che la fussi perpetua, o almeno avrebbe vita più lunga...».
Ha spiegato il vulcanologo Giuseppe Luongo, autore del libro «Ischia: storia di un’isola vulcanica» (1987), che la durissima lezione inferta a Casamicciola fu rimossa piuttosto in fretta: «Tutti i rioni baraccati si sono via via trasformati in quartieri in muratura. Senza alcun criterio». Reazioni della magistratura: inchieste a raffica. Reazioni della politica locale: insofferenza. Se non addirittura complicità. Due dati: alla vigilia del condono del 2003 il numero delle demolizioni eseguite sull’isola a partire dal 1988 risultavano essere 22. Ventidue! Su 2.922 ordinate dal giudice con sentenza esecutiva. Lo 0,75%. Tra mille lagne di troppi sindaci, assessori, galli e galletti della politica locale: «Si tratta di abusi di necessità!».
Sempre in quegli anni, gli ambientalisti denunciavano 26.000 abusi su 62.000 abitanti. Uno per famiglia. Certo, non parliamo di case illecite dalle fondamenta (quando ci sono) al tetto. Gli abusi sono spesso definiti «minori». Fatto sta che, dice nel 2017 l’ultimo rapporto di Legambiente, i cantieri fuorilegge hanno continuato a lavorare, lavorare, lavorare. Al punto che le richieste di condono sono salite a 27.000.
«Hanno costruito in prossimità di scarpate, di zone sismiche, di zone franose», si è sfogato per anni il giudice Aldo De Chiara, tenace nemico dell’abusivismo sull’isola. Eppure «c’è una coalizione di destra e sinistra contro le demolizioni. Io, magistrato indipendente, devo chiedere al sindaco di accendere un mutuo alla Cassa depositi e prestiti. Non so se è chiaro: devo passare attraverso il sindaco che magari ha fatto la campagna elettorale promettendo di non abbattere». Consapevolezza del pericolo: zero. «Evidentemente sperano nel buon Dio...». O nel cornetto di corallo portafortuna che il sindaco Luigi de Magistris vuole erigere grande e maestoso a testimoniare dell’approccio napoletano nei confronti dei rischi.
E guai a parlarne. Lo ricorda amaro un vulcanologo («niente nomi su questo punto, per favore») che pochi anni fa tentò di parlare della fragilità sismica e idrogeologica dell’isola proprio lì, a Ischia. Fu costretto ad abbandonare: «Hiiiii! Vogliamo portare jella?». Amarezze che capitano spesso, a chi cerca di spiegare le cose «prima». Finché arriva il momento in cui gli ignari vengono percossi dalla domanda che il geologo Annibale Mottana pose tempo fa all’Accademia dei Lincei, alla presenza del Presidente Giorgio Napolitano: «E voi, dove eravate?».
La Stampa 23.8.17
Case sommerse, ville salvate
Il doppio volto di Casamicciola che lotta per non cadere più
Dalla marina alla collina, due paesi diversi Abitazioni sicure per chi può, fatiscenti per gli altri
di Francesco Grignetti
In alto, le rovine, i morti e i feriti, le distruzioni. In basso tutto nella norma, con i turisti tranquilli, e le case senza un graffio. Casamicciola è divisa in due. E la faglia che li divide è innanzitutto quella di chi la casa se l’è fatta senza badare a spese e chi invece, perché soldi non ne ha, o perchè manca di consapevolezza, abitava in case fatiscenti che sono venute giù sotto una scossa oggettivamente non così grave. Due isole che convivono, come convivono le due Italie. Quella dei sommersi e quella dei salvati. Quella dei poveri e quella dei ricchi.
Partendo dalla marina, dove ci sono i bar di lusso, e i negozi belli, fiore all’occhiello di un turismo danaroso, apparentemente tutto è a posto. «Sa’ - si sfoga sulla porta del suo negozio di ferramenta il signor Michele Pisani - là in alto c’è la casa dove abita mia sorella, che costruì mio padre trent’anni fa. Tutto in regola, anzi di più. Quando il Genio civile gli disse che doveva fare le fondamenta di 80 centimetri, lui volle farle di 1 metro perché non voleva rischiare. È tutta in cemento armato, con i ferri ben incatenati. E ha retto a perfezione. Mia sorella ieri notte aveva paura, ma poi alla fine ha visto che la casa non aveva una crepa. Accanto ci sono quelle che sono crollate. E la colpa è di chi ha fatto costruire in fretta e male. Gli dicevano: voi fate, basta che edificate in tre giorni, poi metteremo le carte a posto. Il risultato è che le carte non sono andate affatto a posto e quelle case sono fatte malissimo».
Risalendo per la collina, su via Principessa Margherita, una reliquia del tempo che fu, visto che ricorda l’epoca in cui Margherita di Savoia non era ancora regina, s’incontrano villette ottocentesche. E su questa via l’energia sismica si è scatenata più che altrove. La anziana signora Rosa, con il pudore dei suoi ottant’anni, siede composta sulla strada. «Aspetto i vigili del fuoco che mi dicano qualcosa». E intanto osserva una casa che è palesemente lesionata in maniera irrimediabile. Accanto c’è il villino Iaccarino, dove ci sono delle suore che tengono un asilo infantile. Lesionato drammaticamente anche quello. Le monache aspettano anche loro il sopralluogo. «Almeno per prendere qualche vestito».
Ma pochi metri ancora, e tra tante case con crolli più o meno evidenti, si erge perfetto un villino a due piani. L’intonaco bianchissimo tradisce lavori recenti. Il proprietario, il signor Michele Caserta, «geometra, prego», si gode il viavai dal terrazzino con aria intimamente soddisfatta. «I lavori di ristrutturazione li ho fatti come si deve: rinforzo dei pilastri e dei solai, intonaco nuovo con rete plastificata, io per la mia casa non volevo certo rischiare». Eppure un’altra casa del geometra Caserta, anzi di sua moglie, è venuta giù di botto ed è un miracolo che non ci siano rimasti i figli e il nipotino. «Noi i lavori li volevamo fare pure lì. Ma il proprietario dell’appartamento al primo piano si è sempre opposto. E guarda che guaio. Siccome non si è fatto male nessuno, oggi siamo contenti così». E non la pensa in questo modo solo lui. Francesco Conte, falegname, un figlio con laurea in architettura, sono 8 anni che ha una casa in sospeso: «Noi il progetto del Genio civile per ristrutturare l’abbiamo presentato ed è approvato. Tutto antisismico con il cemento armato al punto giusto. Il guaio è la Soprintendenza che non dà il permesso e vorrebbe che costruissimo con le pietre come si faceva nell’Ottocento. Ma non siamo matti; meglio stare fermi».
Le due città si specchiano una nell’altra e sembrano parlare due lingue diverse. In mezzo c’è un sindaco, Giovan Battista Castagna, eletto con una lista civica, che s’infurentisce al primo accenno di polemica sulle case abusive. «Qui l’abusivismo non c’entra niente. Siete dei criminali voi giornalisti a scriverlo. Offendete il popolo di Casamicciola», esordisce. Rabbioso. Ma poi spiega: «Sono venute giù le case più antiche, quelle vetuste, costruite dopo il terremoto del 1883. Vai a sapere secondo quali norme. È venuta giù anche la chiesa che era stata ricostruita in quel posto. Il problema è tutto lì». Sì, ma non negherà che quella è zona super-sismica e tanti sono gli abusi edilizi. «E che c’entra? Anche a New York, se uno vuole aprire una finestra in casa sua, o mettere un balcone, lo può fare, basta che segua le norme tecniche». Esatto, proprio come a New York.
Repubblica 23.8.17
“Siete voi il partito delle sanatorie” Scontro grillini-Pd
Anzaldi a Di Maio: volevi il condono I cinquestelle: mai nei nostri piani
di Tommaso Ciriaco
ROMA. Adesso che la terra trema e le case crollano, l’abusivismo «di necessità» diventa una bandiera da nascondere, sperando che nessuno se ne accorga. Ci fosse un grillino che rivendichi questo slogan ad effetto, forgiato durante settimane di campagna elettorale siciliana e difeso pubblicamente da Luigi Di Maio. Un approccio non troppo distante da quel progetto dei cinquestelle di Ischia che nel 2013 — denuncia il renziano Michele Anzaldi — immaginarono un “ravvedimento operoso” per chi proprio sull’Isola aveva costruito fuori dalle regole.
Sia chiaro, neanche ventiquattr’ore e il nuovo sisma è già al centro di una battaglia tutta politica tra Pd e Movimento. «Sciacallo!», l’accusa, «no, sciacallo tu!». Un braccio di ferro tutto mediatico che chiama in causa anche il peso massimo dem Vincenzo De Luca. Dai Verdi ai cinquestelle, se la prendono tutti con il recente regolamento edilizio voluto dal governatore campano. «Un mega condono», si sgolano i pentastellati. «Ritira questa legge — si arrabbia l’ambientalista Angelo Bonelli — perché ferma le demolizioni anche nelle aree vincolate, bocciata dal governo grazie ai nostri ricorsi».
De Luca adesso promette demolizioni di massa e nega qualsiasi collegamento tra il suo regolamento e i crolli. E i cinquestelle? Se tre indizi fanno una prova, allora hanno un problema. Colpa di una campagna on the road che ha spinto il candidato governatore in Sicilia, Giancarlo Cancelleri, a smarrirsi nei distinguo. C’è un abusivismo «non tollerabile» e uno «di necessità», ripete, uno che «insiste in zone di inedificabilità assoluta» e uno frutto del fatto che «l’Iacp non ha dato l’abitazione a chi ne aveva bisogno ». E Di Maio? Il delfino si è lanciato a capofitto in difesa del suo uomo: «Polemiche incomprensibili — ha scandito a
Repubblica — Ciò che la magistratura dice di abbattere, si butta giù. Ma Giancarlo ha anche detto che non puoi voltare le spalle a quei cittadini che oggi si ritrovano con una casa abusiva a causa di una politica che per anni non ha fatto il suo dovere, cioè piano casa e piani di zona». Ma non basta, perché i dem rinfacciano anche il “caso Bagheria”, dove sempre Cancelleri aveva rivendicato: «Il nostro sindaco non sta buttando giù le case della povera gente», a meno che «non insistono nei 150 metri o nelle zone di inedificabilità assoluta».
C’è abusivismo e abusivismo, insomma. Che è poi un ragionamento scivoloso quasi quanto l’idea dei grillini di Ischia, datata 2013. Prevedeva, elenca Anzaldi, «una sanatoria delle tante case abusive costruite sull’Isola». Adesso il Movimento fa sapere di non aver «mai preso in considerazione» una proposta del genere, perché «determinati principi sono inviolabili». E in effetti nessuna iniziativa legislativa è stata avanzata. Resta quel video del TgR regionale, che i motori di ricerca non cancellano. «È la prima volta che un forum di cittadini elabora una proposta di legge e la consegna ai parlamentari che la presenteranno — promise Di Maio — nella commissione competente».
Repubblica 23.8.17
Raffaele La Capria
“Siamo predestinati nella nostra coscienza c’è il terrore della terra”
di Antonello Guerrera
LA CAPRIA, ricorda queste parole? «Ma come fu bello arrivarci la prima volta col vaporetto! Come fu bello l’approdo in quel porticciolo perfettamente circolare, che sembra disegnato da un naif, così ridente e accogliente, come appunto dev’essere l’approdo di una terra promessa. Questa isola campagnola galleggiante nelle limpide acque tirreniche, col monte Epomeo che si erge possente al centro a ricordare l’irrequieto gigante Tifeo della leggenda, coi bianchi paesini stesi lungo le rive, ho sempre sentito che faceva parte della mia memoria immaginativa. E ogni volta che vi sono ritornato, nonostante le trasformazioni che il turismo, le automobili e tutto il resto vi hanno portato, sempre ho sentito la dolcezza del suo richiamo, l’amoroso invito delle sue rive».
Certo che le ricorda, Raffaele La Capria, 94 anni possenti, tra i massimi scrittori italiani e napoletani. Le conosce bene queste parole su Ischia perché le ha scritte in Ultimi viaggi nell’Italia perduta (Bompiani), dove ricorda la grazia colta e bohémien dell’isola dove Wystan Hugh Auden passò anni lunghi e taciturni, dove Truman Capote ruppe l’orologio appena arrivato scendendo dal vaporetto e dove, lui, La Capria, navigava con Francesco Rosi. Ma ora restano solo i sillogismi dell’amarezza, direbbe Emil Cioran. Dopo il terremoto di lunedì sera che ha martoriato uno dei suoi rifugi giovanili, l’intellettuale napoletano si sente
Ferito a morte, come il suo celebre romanzo premio Strega. La Capria non sta bene, ma risponde al telefono. «Sono molto addolorato », confessa l’autore di
False Partenze, «non posso non pensare a quei luoghi, all’ira di Dio che si è abbattuta su di loro».
Un pezzo di lei è rimasto lì, sotto quelle macerie, vero La Capria?
«Sì, anche se è un po’ che non vado. L’ultima volta sarà stato anni fa. Ischia la conosco abbastanza, è molto diversa dalla Capri che frequentavo di più e dove ho ambientato più libri. Ha una vita molto più... normale ».
In che senso?
«È un’isola più agreste, semplice rispetto alla sofisticata Capri. Capri appartiene al versante “omerico” del Golfo, Ischia è più “virgiliana”, più dolce».
E adesso, dopo il terremoto?
«Purtroppo, per quanto ci riguarda, non è un’eccezione. È qualcosa di ancestrale per chi conosce quelle zone, che vive da sempre nel fondo della nostra coscienza. Poi ogni tanto riemerge, quando capitano simili disastri. A Ischia tutti preservano nella memoria il catastrofico terremoto di Casamicciola di tanti decenni fa, c’è una paura verso la terra che trema che a Capri e Positano non esiste. A Ischia, invece, il terremoto e la catastrofe sono scritti nel destino dell’isola. Quando ho visto le immagini del sisma, ho ripensato a questa funesta predestinazione, da sempre annidata in quei luoghi e nella coscienza dei suoi abitanti».
Però, al di là del fato, anche stavolta pare decisivo il fattore umano. E le costruzioni abusive.
«Può essere, ma ogni volta che accade qualcosa del genere si scopre sempre questo lato oscuro dell’Italia, dei suoi comportamenti...».
Ma la faccenda pare molto seria, alla base dei crolli ci sarebbe l’utilizzo di materiali scadenti.
«Non lo nego. Ma oramai io percepisco tutto questo come un’etichetta, una cosa che tirano fuori tanto per sfruttare una nomea. Anche perché poi, nel frattempo, non si fa niente per evitarlo...».
Ha seguito la drammatica vicenda dei tre bambini, per fortuna finita bene?
«Simili accadimenti seppelliscono anche la memoria e i nostri sentimenti, soffocati d’angoscia insopportabile. Ma ogni tanto i miracoli esistono, come si dice a Napoli».
Che ne sarà adesso di Ischia? Diventerà “terra desolata” come lo sono, al momento, parte dell’Umbria e delle Marche?
«Luoghi come Ischia mi hanno spesso straniato, a volte mi sono spesso sentito un sopravvissuto alla loro catastrofe innata. Ma non succederà. Non moriranno mai, nonostante le loro disavventure».
Repubblica 23.8.17
Vitalizi in trappola al Senato il no di Sposetti fa proseliti
Contrari Mdp, FI e Ala. Pd: non insabbieremo, ma testo da cambiare
di Giovanna Casadio
ROMA. L’armata del compagno Ugo Sposetti è eterogenea ma consistente. Contro i tagli alle pensioni dei parlamentari si muove un vasto fronte che l’ex tesoriere dei Ds, lunga militanza comunista, istinto a fare il bastian contrario, avversario degli anti-casta, è sicuro di riuscire a organizzare. «I tagli alle pensioni dei parlamentari li affosso al primo voto»: ripete ancora ieri, giudicando «un pateracchio » la legge che porta la firma del collega dem Matteo Richetti, che impone il ricalcolo contributivo per le pensioni dei parlamentari, con effetto retroattivo. Di fatto un bel taglio del 40%. Già passata alla Camera con 348 sì, da settembre al Senato si annunciano sabbie mobili.
Soprattutto ci sono le perplessità del Pd, partito dello stesso Sposetti, stretto tra la competition con i 5Stelle che la vogliono subito così o anche più restrittiva, e diverse considerazioni di opportunità. Sulla battaglia anti-casta ad esempio, non ci stanno i compagni di Mdp: 16 senatori che non la voteranno, forse astenendosi come già alla Camera solo che a Palazzo Madama astenersi equivale a voto contrario. Felice Casson, magistrato, senatore passato dal Pd ai demoprogressisti, spiega: «Gli aspetti incostituzionali sono tali che il primo che fa ricorso lo vince. Sulla retroattività si introduce un vulnus generale che varrebbe poi per i lavoratori tutti. Suggerisco di non prendere le cose alla leggera. Si rischia di buttare via ogni sforzo e di peggiorare la situazione creando uno stallo per chissà quanto tempo».
Nessun partito politico in questa pre-campagna elettorale è disposto a dire che i privilegi dei politici non vanno toccati. Però i tagli alle pensioni non sono digeribili per Forza Italia. Lucio Malan, senatore forzista, ritiene che la strada sarà a Palazzo Madama quella già percorsa a Montecitorio: Fi non partecipa al voto. Perché? «È una proposta di facciata, scritta male, usata solo come annuncio pre-elettorale per lucrare un po’ di consenso, appoggiata anche dalla Lega il cui leader Salvini, eurodeputato, ha un regime assai più privilegiato del nostro. Se passasse così com’è questa legge metteremmo a rischio tutte le pensioni italiane. Non si può introdurre i principio del ricalcolo retroattivo». Questioni giuridiche. Ma ce ne sono anche legate alle convenienze personali, perché chi ha alle spalle più legislature ne viene personalmente penalizzato.
Lucio Barani, capogruppo dei verdiniani, l’uomo dal garofano rosso così soprannominato (porta sempre all’occhiello un garofano in nome della fede craxiana) conteggia: «Penso che noi 14 senatori di Ala non la voteremo compattamente, almeno nel testo attuale. Faccio l’esempio di una personalità recentemente scomparsa e di cui faremo la commemorazione: con quale faccia avremmo tagliato la pensione a Guido Rossi insigne giurista?».
Farà la differenza la rotta impressa dal Pd. Francesco Russo, segretario d’aula dei Dem, abituato quindi a tenere unito il gruppo dei senatori, è sicuro che «la legge non sarà insabbiata, al netto delle posizioni provocatorie di Sposetti». Tuttavia «la faremo ma la miglioreremo, vanno dissipati i dubbi rispetto ai problemi di costituzionalità ». E poi c’è una questione politica, lasciapassare per la prossima legislatura: «No ai privilegi, senza se e senza ma. Però la politica è servizio, è una cosa degna e non c’è da fare la rincorsa ai grillini, che peraltro non paga elettoralmente». «La legge è da fare - ragiona Linda Lanzillotta, che di legislature ne ha tre - bisogna eliminare le distorsioni rimaste in piedi, ma bisogna essere consapevoli del rischio che ci sia un vulnus nella retroattività per gli stessi lavoratori ordinari. Ai parlamentari dovrebbe essere dato in fatto di pensioni il regime dei lavoratori autonomi ».
Repubblica 23.7.17
Miguel Gotor (Art.1-Mdp). Senatore
“Opacità inammissibili prova verità al Copasir”
«L’Italia non può tollerare opacità in questo passaggio», afferma Miguel Gotor, senatore di Mdp. «Abbiamo fiducia in Paolo Gentiloni ma è opportuno che chiarisca questo passaggio al Copasir e in Aula. Mdp, per altro, sulla morte di Giulio Regeni ha chiesto una commissione di inchiesta».
Spataro parla di una catena di passaggi tra intelligence, governo e procura: qualcosa potrebbe non aver funzionato nel caso Regeni?
«Non ho elementi per giudicare. Però ho esperienza sui dossier relativi agli anni ‘70. Nei miei studi ho notato che quando i nostri servizi incrociano la loro azione con quelli stranieri c’è un obbligo maggiore alla prudenza».
Dettato da cosa?
«È una questione di correttezza tra Stati e di fiducia tra servizi “amici”, come ad esempio quello inglese. Vale sulle procedure di desecretazione: quando implicano la pubblicità di attività di Servizi stranieri esiste un comprensibile vincolo di cautela».
È questo il caso?
«Potrebbe essere. Ammettiamo che, come dice il New York Times, esista un dossier sul caso Regeni che i Servizi Usa passarono agli italiani. Spataro solleva la questione di una mancata trasmissione di questo dossier alla polizia giudiziaria giustificata solo se il premier ne avesse autorizzato il ritardo. Questo eventuale ritardo dovrà essere chiarito da Gentiloni al Copasir».
La verità sulla morte del nostro ricercatore è ancora lontana.
«Ho fiducia nelle parole che Gentiloni, da ministro degli Esteri, pronunciò in Aula: “La dignità dell’Italia non verrà calpestata per ragioni di Stato”, frase molto impegnativa».
Il rientro al Cairo del nostro ambasciatore può servire o disinnesca l’unica “arma” dell’Italia?
«È una speranza ma nutro perplessità. Spero che questa decisione sia stata concordata con quella parte del governo egiziano che vuole la verità».
Dall’eventuale commissione d’inchiesta cosa potrebbe emergere?
«Il cadavere di Regeni è stato gettato in mezzo ai rapporti tra Italia e Egitto per renderli impossibili. Sono rimasto sorpreso dalla freddezza della sua professoressa di Cambridge e dal comportamento del governo inglese. Ci sono 5 miliardi di scambi commerciali tra i due Paesi, gli investimenti dell’Eni. Il drammatico deterioramento di questi rapporti avvantaggia i nostri concorrenti stranieri. Anche per questo la verità sulla fine di Giulio riguarda la nostra dignità nazionale».
( m. fv.)
il manifesto 23.8.17
Sicilia, per le regionali il modello Palermo non regge
Elezioni. Sinistra italiana si sfila dal ’campo largo’ del centrosinistra. Mdp prende tempo. Il Pd a un passo dall’intesa con Alfano. Civati: «Sono molto lieto della scelta di Si»
Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando sul palco in piazza Santi Apostoli a Roma alla manifestazione di «Insieme»
di Alfredo Marsala
Addio “Modello Palermo”. Sinistra italiana si defila dalla partita, mollando Leoluca Orlando e aspettandosi che faccia la stessa cosa Mdp, che però prende tempo. Con questa mossa Si si avvicina a Prc e Possibile che hanno messo in campo come candidato l’editore Ottavio Navarra, ex parlamentare Pci. Il “campo largo” del centrosinistra perde un pezzo e rimane appeso a un filo sottile che rischia di spezzarsi da un momento all’altro per i malumori che imperversano anche dentro a Mdp dove i più radicali sono insofferenti nei confronti del Pd, al quale contestano di non voler prendere le distanze dal governatore Rosario Crocetta, che rimane in corsa per il suo secondo mandato in attesa che si chiarisca un quadro di alleanze che è ancora fosco.
PD E AP INVECE SONO VICINISSIMI all’intesa che riguarda il voto in Sicilia ma pure le politiche. Per cercare di tenere anche Leoluca Orlando con la sua lista dei territori e Mdp, il Nazareno sta trattando sul nome di Fabrizio Micari, rettore a Palermo, come candidato alla Regione, idea proposta dal sindaco di Palermo e sostenuta da Sicilia futura dell’ex ministro Totò Cardinale, oltre che dai socialisti di Carlo Vizzini; i dem però non intendono sciogliere il nodo sul candidato se prima non viene definita la coalizione, che nei piani del Pd deve contenere Ap. Posizione che trova resistenze dentro Mdp che ieri ha riunito a Enna il coordinamento regionale e ha deciso di non rompere. Pur esprimendo «preoccupazione per i ritardi con cui si procede nella ufficializzazione della proposta politica programmatica da avanzare ai siciliani», il movimento di Bersani conferma «la posizione espressa nella riunione con Orlando e Si» fatta nei giorni scorsi. E ribadisce «il proprio interesse per la eventuale candidatura civica discussa con Orlando (quella di Micari) purché sia espressione di un progetto politico programmatico coerente con l’esigenza di discontinuità e di cambiamento che i siciliani richiedono, evitando» – e qui è l’unico affondo di Mdp – «di piegare la Sicilia e le sue emergenze a scambi politici tra il Pd di Renzi e Ap di Alfano».
SI SFILA INVECE SINISTRA italiana. «Non ci sono le condizioni politiche per un accordo col Pd in Sicilia», attacca Ersamo Palazzotto. «Avevamo confidato in Orlando per tentare di replicare il modello Palermo alla Regione chiedendo discontinuità col governo Crocetta, dopo due mesi e ci ritroviamo a discutere del candidato senza che il Pd abbia fatto un’analisi politica, anzi ha rivendicato i risultati di Crocetta», osserva Palazzotto. «A questo punto lavoriamo con tutti i soggetti della sinistra per un’alternativa, che non è un piano B – dice il parlamentare – La sinistra politica e quella civica ha tante risorse da spendere. A Leoluca Orlando chiediamo se è disponibile a proseguire con noi il lavoro cominciato a Palermo».
E sempre da Sinistra italiana Paolo Cento si scaglia contro Renzi e il Pd che «stanno usando le regionali per riproporre vecchi schemi di centrosinistra addirittura con un ruolo centrale di Alfano in vista anche delle prossime elezioni politiche». «Questo tentativo di Renzi – sostiene – va fermato ed è del tutto evidente che la sinistra siciliana dovrà nelle prossime ore valutare la necessita di una proposta autonoma e alternativa per la regione».
PRONTO AD ACCOGLIERE SI è Pippo Civati, leader di Possibile: «Sono molto lieto della scelta di Sinistra Italiana che non considera più praticabile un’alleanza col Pd. In Sicilia come a livello nazionale, c’è bisogno di una forte discontinuità dalle politiche portate avanti in questi anni, e ciò è possibile solo mettendo in campo un progetto di governo ambizioso e sostenuto unitariamente da tutte le forze di sinistra». E tende la mano a Bersani: «Confido che presto anche Mdp si unirà a questo percorso: non possiamo perdere altro tempo in uno sterile dibattito solo sui nomi, siano essi di tutto rispetto come quello di Orlando o di Micari, o altri più indigesti come quello di Alfano».
Che l’accordo tra il Pd e Alfano sia a un passo lo fa intendere Giuseppe Castiglione, coordinatore regionale di Ap: «I colloqui continuano, ma allo stato l’accordo non è chiuso. Noi abbiamo proposto tre nomi ma non abbiamo preclusioni su un’eventuale candidatura ’civica’ e stiamo lavorando al programma che è la base per chiudere l’intesa in Sicilia».
Repubblica 23.8.17
Profughi, Portofino come Capalbio Il sindaco: non abbiamo case libere
Scontro sull’arrivo dei richiedenti asilo. Ma la Prefettura scavalca il Comune e si rivolge ai privati
di Erica Manna
GENOVA. I migranti a Portofino. Il sindaco della cittadina con uno dei porticcioli più famosi del mondo non ne vuole nemmeno sentir parlare: ma la Prefettura di Genova cerca posti anche lì, nella perla del Tigullio, per accogliere i richiedenti asilo. L’obiettivo, infatti, è collocare 700 migranti in tempi brevi in tutta la Liguria, e il capoluogo è già saturo, con oltre 2.500 presenze: ben al di sopra di quante gli spetterebbero stando alla quota assegnata dal Viminale, di 1.216. Così la Prefettura genovese ha deciso di pubblicare un bando rivolto espressamente ai Comuni ribelli: sono ventiquattro e si concentrano soprattutto sulla riviera, le amministrazioni che avevano opposto il loro rifiuto ad aderire allo Sprar, il sistema di protezione per richiedenti asilo, l’accoglienza di secondo livello gestita direttamente e volontariamente dai Comuni. Tra loro, anche Portofino. Un no che ricorda il caso Capalbio.
Una mossa, quella della Prefettura, che di fatto scavalca le amministrazioni contrarie all’accoglienza, facendo appello ai privati perché mettano a disposizione strutture che le cooperative possano gestire. I Comuni, infatti, hanno ben pochi strumenti per poter bloccare i Cas, i centri di accoglienza straordinaria disposti dalle prefetture, anche se qualche esempio di resistenza non manca. È il caso del sindaco di Pontinvrea, il leghista Matteo Camiciottoli, che ha emanato un decreto studiato apposta per tenere alla larga le cooperative: catalogando le strutture dedicate all’accoglienza dei richiedenti asilo come ricettive, e imponendo loro l’Imu al pari di un albergo. Il no del sindaco di Portofino, il forzista Matteo Viacava, è motivato — giura — da una questione di spazi: esigui: «Il nostro è un centro turistico importantissimo — sottolinea il primo cittadino — e alloggi liberi non ne abbiamo: la graduatoria di residenti che aspettano l’assegnazione della casa popolare è infinita». Allo Sprar, Viacava ci aveva anche pensato: «Stavamo studiando una collaborazione nel distretto sociosanitario che comprende Santa Margherita, Rapallo e Zoagli — spiega — noi avremmo dato la disponibilità di far lavorare i migranti come volontari nel Parco di Portofino. Ma ci siamo resi conto che non avremmo avuto la possibilità di seguirli. E poi, il territorio non è indicato: c’è un’unica strada, difficoltà di accesso: l’accoglienza non sarebbe funzionale proprio dal punto di vista logistico». Il bando scade tra pochi giorni, il 28 agosto, e non è detto che la Prefettura riesca a collocare i migranti anche nella cittadina del Tigullio, anche se, di solito, prima di aprire una gara svolge una ricognizione preventiva sul territorio per testarne la fattibilità. Eventuali alloggi, dunque, alla fine potrebbero saltare fuori, magari in aree collinari più isolate. Remota, invece, l’ipotesi di utilizzare gli spazi del Portofino Kulm, per decenni uno degli hotel più prestigiosi della regione, chiuso e abbandonato da quattro anni: la proprietà dovrebbe prima negoziare con un’eventuale cooperativa interessata, e il canone d’affitto risulterebbe insostenibile. «I privati sono liberi di fare come credono», conclude il sindaco Viacava. E se i migranti, alla fine, dovessero davvero arrivare? Il sindaco si stringe nelle spalle: «Controlleremo che siano trattati bene».
La Stampa 23.8.17
Più vecchi malati meno posti letto: i figli s’indebitano per l’assistenza
L’Italia invecchia e crescono gli anziani non autosufficienti bisognosi di assistenza. Per farlo 561 mila famiglie si indebitano. Inoltre, sono sempre meno i posti nelle strutture private e il sistema ormai è a rischio collasso.
di Lidia Catalano e Davide Lessi
Il paradosso è servito. Il Paese più vecchio d’Europa rischia di dimenticarsi dei propri anziani. In Italia il 21,4 per cento della popolazione ha più di 65 anni. La media europea è del 18,5. L’invecchiamento, del resto, non si ferma: nel 2050, secondo le stime Istat, gli over 65enni arriveranno a quasi 22 milioni, praticamente una persona ogni tre. Eppure, denuncia l’ultimo rapporto dell’Irccs Inrca (l’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico per anziani), tra i grandi Paesi europei il nostro è l’unico a non aver riorganizzato in maniera organica il suo sistema di continuità assistenziale. Con il risultato che il «peso» delle cure ricade in gran parte sulle famiglie.
Oggi in Italia sono almeno un milione le persone che dedicano parte dei loro giorni (e, spesso, ore di notti insonni) ad assistere parenti non più autosufficienti. Circa 561 mila famiglie, registra il Censis, hanno dovuto erodere i propri risparmi, vendere l’abitazione di proprietà o contrarre debiti per farlo. Dietro percentuali e statistiche, ci sono nomi e cognomi: storie di rassegnazione, amarezza e profonda solitudine. Un centinaio ne sono arrivate a La Stampa da tutta Italia grazie a «L’occhio dei lettori».
Le due strade
Senza scomodare la Costituzione, una legge per il diritto alla salute c’è già. È la numero 833 del 1978. «Dovrebbe garantire le cure, qualsiasi sia la malattia e senza limiti di durata. Il problema è che spesso, specie quando si parla di anziani, non è così», spiega Maria Grazia Breda, presidente della Fondazione promozione sociale, nata nel 2003 per tutelare i diritti delle persone non autosufficienti.
Nel «modello» italiano ci sono due strade: la prima, più battuta, è la «domiciliarità» che secondo le stime dell’Auser, (l’Associazione per invecchiamento attivo) riguarda 2,5 milioni di anziani. La seconda è quella della «residenzialità», l’insieme di strutture (pubbliche o private) in cui, secondo gli ultimi dati del 2013, sono ospitati 278 mila anziani autosufficienti e non.
Tra debiti e rassegnazione
In entrambi i casi, chiunque si trovi nella condizione di assistere un anziano non autosufficiente, sperimenta sulla propria pelle la carenza cronica di risorse pubbliche. Nel 2017 il Fondo per le politiche sociali ha perso 211 sui 311,58 milioni stanziati nell’ottobre 2016; quello per le non autosufficienze è stato ridimensionato a 450 milioni (contro i 500 previsti). Fondi che ora il Governo ha annunciato di voler ripristinare con gli introiti della “Web tax”. Inoltre, la fotografia scattata sulle dichiarazioni dei redditi 2016 evidenzia che oltre il 70% degli anziani ha un reddito complessivo inferiore a 14.600 euro netti. Una badante in regola costa mediamente circa 15 mila euro l’anno. Per molti, è un lusso.
Le lista d’attesa infinite
La situazione è ancora più grigia per chi sceglie la residenzialità. Le strutture private chiedono circa 3-4000 euro al mese. E per quelle pubbliche (in cui la quota a carico dell’assistito è di circa la metà) prima ancora del pagamento delle retta il problema è l’accesso alla prestazione. I posti letto disponibili in 5 anni hanno subito una sforbiciata del 23,6%. E le liste d’attesa si ingrossano. «I tempi per accedere a una struttura - spiega ancora Maria Grazia Breda - spesso si protraggono per anni e chi è dentro rischia di restarci poco. Il quadro è desolante. Ogni giorno siamo sommersi dalle telefonate di persone che chiedono aiuto per opporsi alle dimissioni forzate dei propri cari».
La Stampa 23.8.17
La ministra dell’Istruzione
“A scuola fino a 18 anni”
di Franco Giubilei
Per il momento è un pour parler d’agosto, ma quando a prospettare l’innalzamento dell’obbligo scolastico alla maggiore età è la ministra dell’Istruzione, anche le dichiarazioni d’intenti assumono valore: «Io sarei per portare l’obbligo scolastico a 18 anni perché un’economia come la nostra, che vuole davvero puntare su crescita e benessere, deve puntare sull’economia e sulla società della conoscenza, così come peraltro ci viene dall’ultima Agenda Onu 2030 sottoscritta anche dall’Italia», ha detto Valeria Fedeli al Meeting di Cl di Rimini. E ancora: «Se si punta su questo si deve sapere che il percorso educativo e formativo, che non smette mai nel corso della vita, ha comunque bisogno di avere una più larga partecipazione possibile, almeno fino a 18 anni, poi per percorsi anche diversificati del liceo e degli istituti tecnici professionali. Il sapere e le nuove competenze sono elemento fondamentale. So che questo non si realizza in due giorni, ma la visione e l’attuazione è importante».
Fedeli è anche entrata nel merito del Piano nazionale di sperimentazione in 100 classi che coinvolgerà licei e istituti tecnici: «Se quella sperimentazione funzionerà, e tutti i decisori politici saranno d’accordo, a quel punto si dovrebbe fare una rivisitazione complessiva dei cicli scolastici da punto di vista della qualità dei percorsi didattici interni. So che ha suscitato polemiche, ma io penso che sia molto più trasparente e serio mettere dei paletti, istituendo una governance trasparente, con tutti i soggetti, anche quelli che hanno perplessità e che vorrei coinvolgere nel seguire questa sperimentazione. Se alla fine del percorso vediamo che è discriminante anziché inclusiva, non la faremo». A far discutere di più, naturalmente, è l’idea che i ragazzi, in un futuro non si sa quanto distante, siano tenuti ad andare a scuola fino alla maggiore età. Le reazioni del sindacato, altro soggetto sensibile a qualsiasi mutamento possa interessare il pianeta scuola, hanno fatto emergere più differenze che sintonia fra una sigla confederale e l’altra.
La più critica è la Cisl, con la segretaria generale per la scuola, Lena Gissi: «L’innalzamento dell’obbligo scolastico non è la priorità, sono più importanti i contenuti. Spero non ci sia la volontà di rimettere in gioco la scuola solo sotto un profilo di facciata: se dobbiamo guardare a riforme strutturali della scuola dobbiamo iniziare a parlare di programmi e cambiare non solo l’obbligatorietà ma anche i contenuti, avviando anche una strategia di formazione per il personale». Gissi spera «che non ci sia la volontà di rimettere in gioco la scuola solo da un punto di vista di facciata».
Freddina anche la Cgil, per cui innalzare l’obbligo «sarebbe una scelta importante e giusta, ma crediamo che il ministro, per essere coerente, avrebbe dovuto avviare una riflessione sui cicli scolastici e sui bisogni reali della scuola rispetto agli obiettivi, cioè inclusione e superamento delle disuguaglianze», dice Francesco Sinopoli. Iniziativa promossa dalla Uil: «Ogni elemento che alzi l’obbligo scolastico è positivo, anche se oggi assistiamo a troppe contraddizioni del sistema».
Corriere 23.8.17
Scuola, la proposta di Fedeli «Eleviamo l’obbligo a 18 anni»
Il ministro: ai docenti gli stipendi più bassi del settore pubblico, è inaccettabile
di Elisabetta Soglio
RIMINI Senza giri di parole: «Io sarei per portare l’obbligo scolastico a 18 anni, perché un’economia come la nostra, che ha come obiettivi crescita e benessere, deve puntare sulla formazione e sulla società della conoscenza». La ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli ha strappato applausi ieri al Meeting di Rimini, intervenendo al dibattito che ha preso spunto dalla mostra «Nuove generazioni. I volti giovani dell’Italia multietnica» coordinata dal giornalista Giorgio Paolucci. Applausi soprattutto quando ha denunciato: «È inaccettabile che la retribuzione dei docenti sia la più bassa di tutta la Pubblica amministrazione».
Pronta a fare una battaglia sull’aumento degli stipendi? «Assolutamente sì. Se si ritiene importante, quale in effetti è, il ruolo dei docenti e dell’insegnamento si deve loro un riconoscimento culturale e sociale che deve tradursi in un riconoscimento anche dal punto di vista retributivo». La discussione vira sulla necessità di un’integrazione dei ragazzi di origine straniera e il ministro parte dai dati acquisiti: «Intanto nella scuola italiana si inseriscono i ragazzi diversamente abili, mentre in altri Paesi esistono ancora le classi differenziate».
Ma sul tema dello ius soli, anche all’indomani del monito di Papa Francesco sull’urgenza di riconoscere la nazionalità al momento della nascita, la politica è ancora divisa: «Spero — si augura la ministra — che riusciremo a varare la legge. Abbiamo 820 mila ragazzi che sono già nel nostro percorso scolastico, studiano la nostra lingua, tifano le nostre squadre, giocano e costruiscono relazioni con i nostri figli e nipoti. Se non garantiremo loro i diritti di nascita diventerà più difficile parlare di integrazione nelle classi». Infine una critica ai toni che talora assume il confronto politico: «Quando si parla della loro cittadinanza c’è una cesura. La società italiana è molto più avanti della rappresentazione della bassa qualità del dibattito che abbiamo avuto su questo tema. Un conto è discutere e anche, legittimamente, avere opinioni diverse: un altro scendere a livello dell’insulto e della provocazione».
Accanto a lei lo scrittore Eraldo Affinati, fondatore con la moglie Anna Luce Lenzi della scuola di italiano per immigrati Penny Wirton, ricorda l’insegnamento di don Milani: «La scuola deve puntare sulla qualità della relazione umana. Noi lo sperimentiamo ogni giorno: se si segue questa impostazione che non esclude e giudica i ragazzi ma li incoraggia e premia potremmo diventare laboratorio antropologico della nuova Europa. Esiste però uno scollamento tra scuola e famiglia: gli insegnanti oggi sono spesso più soli che ai tempi di don Milani».
Corriere 23.8.17
«Fino a 18 anni è giusto, ma a fare cosa?»
Il dibattito sulle competenze «Il vincolo in sé non serve Bisogna cambiare la didattica»
Il sì della Cgil. Presidi possibilisti. I dubbi di esperti e Pd
di Gianna Fregonara
Dopo aver annunciato la sperimentazione in cento classi del liceo in quattro anni, decisione che ha creato un vespaio agostano, le nuove dichiarazioni della ministra Fedeli stemperano il clima con i sindacati — peraltro alla vigilia dell’inizio delle lezioni e del rinnovo del contratto degli insegnanti — ma lasciano sorpresi sia gli esperti, sia i colleghi di partito. Non che il tema sia nuovo, perché l’idea di tenere sui banchi i ragazzi fino alla maggiore età è stata già oggetto di dibattito da decenni. Si è arrivati per successivi innalzamenti dell’obbligo ai 16 anni nel 2003, prevedendo anche un generico diritto alla formazione per tutti fino ai 18 anni. Una riforma rimasta monca perché alla fine dell’obbligo, chi lascia non ha una qualifica o un diploma — al contrario della maggior parte dei Paesi europei, dove chi non vuol proseguire termina con un esame a 15/16 anni — e perché i controlli e casomai le sanzioni (esigue) in caso di abbandono si applicano solo ai genitori dei bambini delle elementari.
Le voci a favore dell’innalzamento a 18 anni sono tante. «Scelta importante e giusta», dice Francesco Sinopoli della Cgil. «Parliamo anche dei contenuti», la incalza Lena Gissi della Cisl. Dicono di sì anche i presidi: «Purché — spiega Giorgio Rembado, presidente dell’Anp — non sia come una volta l’obbligo di leva».
Quanto è probabile che le parole della ministra abbiano un seguito immediato? Non molte a sentire la senatrice pd Francesca Puglisi, che si è occupata a Palazzo Madama della riforma detta della Buona Scuola: «Siamo alla vigilia della campagna elettorale, non credo che ci sia il tempo per provvedimenti complessi, dovendo ancora entrare in vigore alcune disposizioni della riforma che abbiamo approvato un anno e mezzo fa». E per la prossima legislatura? La priorità è correggere alcuni limiti del sistema: «Dovremmo dare un diploma o una qualifica ai ragazzi che smettono a 16 anni, non lasciarli così senza che possano concludere il percorso scolastico anche se hanno frequentato un istituto professionale. Nel programma elettorale dell’anno prossimo ci sarà la riforma dei cicli, magari spostando l’esame di terza media dopo il biennio». Un’idea ambiziosa, magari con il rinvio al triennio delle materie di indirizzo, come aveva proposto tra l’altro Luigi Berlinguer negli Anni Novanta e che si era arenata.
«In linea di principio Fedeli ha ragione, in un mondo dove il lavoro è sempre più complesso e ha bisogno di competenze. Ma penserei prima a far funzionare la riforma della Buona Scuola — spiega Andrea Gavosto, che guida la Fondazione Agnelli —. Il problema non è solo la durata degli studi: vanno modificati il curriculum e anche la didattica, altrimenti non è pensabile risolvere il problema della dispersione o riuscire a tenere i ragazzi sui banchi».
«Fino a 18 anni è giusto, ma a fare cosa? — si chiede Raffaele Mantegazza, professore di Pedagogia a Milano Bicocca — Non lavoriamo solo sul dovere, ma sul piacere di andare a scuola, sulla motivazione: chi è appassionato può accettare sacrifici per raggiungere una meta, l’obbligo in sé non servirebbe».
Il Fatto 23.8.17
Prima la strage poi il gran ballo delle ipocrisie
Se si conservasse un po’ di sincerità o di senso del pudore dovremmo solo dire: sono felice di averla scampata bella
di Massimo Fini
Gli attentati dei jihadisti sono una cosa atroce. Ma più atroce, se possibile, è quello che viene dopo. Si sono viste persone che, passato il pericolo, invece di aiu- tare i feriti filmavano la scena con i loro smartphone e coppie che si facevano dei selfie avendo cura che, alle loro spalle, fosse ben visibile il macello,selfie che poi fanno circolare orgogliosamente su Facebook. Poi inizia il gran ballo funebre delle ipocrisie, delle cerimonie, delle manifestazioni, delle gare a dimostrarsi i più coinvolti, i più emotivamente colpiti, i più buoni. Una porzione del marciapiede su cui è avvenuta la strage è stata sostituita da una lavagna su cui la “gente comune” scrive le solite banalità e falsità, più o meno le stesse degli uomini politici: “Siamo tutti catalani”, “il terrorismo non ci piegherà”, “non abbiamo paura”. Se conservassero un po’ di sincerità o di senso del pudore, direbbero: sono felice di averla scampata bella. Ci sono poi i reportage dalle cittadine o dai quartieri dove vivevano le vittime. Tutti si premurano di affermare che erano tutte delle brave persone, gli uomini dei mariti esemplari e le donne delle spose fedeli. Il che sarà anche vero. Ma è totalmente privo di senso. Non è che queste stragi sarebbero meno gravi se gli uomini fossero dei fedifraghi e le donne adultere. C’è quindi l’inevitabile retorica sui bambini. E certamente in queste “stragi degli innocenti” i bambini sono i più innocenti di tutti. Ma lo sono anche quelli degli altri, che non sono meno bambini dei nostri bambini. Nella prima guerra del Golfo (1990) gli americani per non affrontare fin da subito l’imbelle esercito iracheno (battuto persino dai curdi: in soccorso di Saddam dovette intervenire la Turchia) bombardarono per tre mesi Baghdad e Bassora uccidendo 158 mila civili fra cui 32.195 bambini. Una volta lo dissi a Zapping, allora condotto da Aldo Forbice. Mi aspettavo grida di orrore o che mi dessero del bugiardo mascalzone. Invece né l’una cosa né l’altra (del bugiardo non potevano darmi: i dati provenivano dal Pentagono, sfuggiti di mano perché una coraggiosa funzionaria, Beth Osborne Daponte, poi licenziata in tronco, li aveva rivelati): la notizia scivolò subito via parlando di Rutelli e altre nullità dell’epoca.
Nelle stragi jihadiste sguazzano poi le tv, i talk, i social media che, come ha notato su questo giornale il generale Mini, amplificando a dismisura questi episodi fanno solo il gioco del jihad aumentando la potenza del terrore, quello reale e, soprattutto, quello psicologico. Che a onta di tutti gli atteggiamenti pettoruti e muscolari dei leader e di chi scrive sulle lavagnette è enorme. Emblematico è l’indecoroso spettacolo visto in piazza San Carlo a Torino dove per un solo rumore sospetto una folla priva di ogni freno inibitorio e perduta ogni dignità si urtava, sgomitava, calpestava provocando 1.500 feriti, alcuni gravi, e un morto (ci fu qualcuno che, vedendo un bambino a terra che stava per essere calpestato dagli indemoniati, un uomo alto e robusto che, gridando: “C’è un bambino a terra!”, allargando le braccia riuscì a stoppare i codardi, ma non era un italiano, era un nero, un disprezzatissimo migrante africano).
Qualche lettore penserà forse che io tifo per il jihad. Per la verità sono stato il primo, e l’unico, prima ancora che l’Isis si chiamasse Isis e il Califfato non esisteva ancora ma si definiva ‘Stato Islamico dell’Iraq e del Levante’ a scrivere che era “il più grave pericolo per l’Occidente dopo la Seconda guerra mondiale” (presentazione del mio libro Il vizio oscuro dell’Occidente del 2012). Ciò che mi aveva insospettito era proprio quell’aggiunta “e del Levante”. Voleva dire che aveva ambizioni che andavano molto al di là dell’Iraq. Nessuno mi dette credito. È il mio eterno ed esasperante destino di Cassandra. E ora l’Isis ce lo troviamo davanti. E che si siano rase al suolo le sue roccaforti in Iraq, Mosul e Raqqa (facendo alcune decine di migliaia di morti fra i civili sunniti e inventandosi la favoletta che costoro erano costretti a rimanere in quelle città dall’Isis, come se poche migliaia di guerriglieri, che oltretutto avevano altro da fare, potessero controllare un milione di persone) conta fino a un certo punto. Perché l’Isis è un’epidemia che sfrutta l’elemento religioso, ma le cui radici più profonde sono sociali. Ed era prevedibile che sconfitto da forze enormemente superiori, sia in senso numerico che tecnologico, in Medio Oriente avrebbe intensificato i suoi attacchi in Europa con il mezzo che in una ‘guerra asimmetrica’ è inevitabile: il terrorismo.
In ogni caso, la nascita di un fenomeno come quello dell’Isis dovevamo aspettarcelo dopo la filiera di guerre contro i Paesi musulmani inanellata nell’ultimo decennio. 2001: aggressione all’Afghanistan. Le vittime civili non sono calcolabili perché non sono mai state calcolate. Gli afghani infatti hanno il grave torto di non essere né arabi, né cristiani, né ebrei e di loro si può fare carne di porco. Stime a braccio danno le vittime civili in 16 anni di guerra fra le 200 e le 300 mila. 2003: Iraq. Le vittime civili causate, direttamente o indirettamente, dall’intervento americano sono 650 mila. Il calcolo è stato
fatto molto semplicemente da una rivista medica inglese che ha confrontato il numero dei morti, nello stesso periodo di tempo, durante il regime di Saddam e gli anni della guerra americana. 2011: Libia. Anche qui il numero dei morti civili non è stato calcolato con esattezza. Ma le tragiche conseguenze dell’eliminazione del dittatore libico sono oggi sotto gli occhi di tutti. E non è stato solo un “errore”, ma una serie di orrori di cui siamo responsabili. A questo discorso si lega in qualche modo la vicenda di Giulio Regeni tornata all’onor del mondo dopo che il governo italiano ha deciso di rinviare il nostro ambasciatore al Cairo. Si lega almeno dal lato dell’informazione. Le responsabilità dell’Università di Cambridge e soprattutto della tutor di Regeni, Maha Abdelrahaman, nell’aver inviato quel ragazzo al Cairo per una ricerca sui “sindacati indipendenti” senza metterlo in guardia sui rischi che correva sono fuori discussione. E Il Fatto sta insistendo molto su questo aspetto. La tutor, egiziana, che è stata docente di Sociologia all’Università del Cairo, non poteva non sapere quale era la reale situazione in Egitto. Ma il giovane Regeni è stato tratto anche in inganno dalla completa disinformatia che i giornali occidentali hanno steso sul generale tagliagole e golpista Abd al-Fattah al-Sisi occultando la sua sanguinaria repressione di ogni tipo di dissenso. Anche da questo punto di vista, noi abbiamo la coscienza pulita.
Sul colpo di Stato di Al-Sisi e sulle sue conseguenze abbiamo scritto una serie di articoli: Egitto, l’assurdo processo a Morsi (il Fatto, 9.11.2013); I casi di Egitto e Ucraina la democrazia funziona solo quando ci fa comodo (il Fatto, 31.1.2014), Al-Sisi, il criminale che piace all’Occidente (il Fatto, 31.1.2015); Se l’Occidente democratico sta con i tagliagole d’Egitto, allora io sono antidemocratico (il Fatto, 29.6.2015); Doveva morire Giulio perché l’Italia scoprisse il mostro Al-Sisi? (il Fatto, 11.2.2016); Ops, ci siamo sbagliati: i Fratelli Musulmani erano meglio di Al-Sisi (il Fatto, 15.4.2016); Altro che pace: il Papa non stringa mani insanguinate (il Fatto, 18.4.2017); C’è dittatore e dittatore: Maduro è brutto, Al-Sisi è bello (il Fatto, 15.8.2017).
Il jihad fa orrore. Ma la “cultura superiore”, nuovo modo di declinare il razzismo poiché quello classico, dopo Hitler, è impraticabile, fa schifo. E non è detto che i due fenomeni non siano complementari.
Corriere 23.8.17
Great Wall, la voglia matta di Jeep Usa E il proprietario si fa già chiamare Jack
Il segmento dei Suv è il più redditizio a Pechino. Wei ha cambiato il cognome in Wey
di Guido Santevecchi
«Il movimento è la forza di un’azienda; se non ti muovi sei destinato a scomparire, proprio come Nokia dopo l’arrivo di Apple nel campo dei telefonini». Così la pensa (intervista alla Bloomberg in aprile) Wei Jianjun, presidente di Great Wall, il costruttore cinese che ha scosso il mercato automobilistico dichiarando un interesse per la Jeep. Ieri il titolo Great Wall Motor Co. è stato sospeso in Borsa a Hong Kong e Shanghai in attesa di comunicazioni dal gruppo, che sono arrivate in serata: «Stiamo ancora valutando una possibile offerta per l’intera Fiat Chrysler o sue parti... c’è una grande attenzione ma ancora nessun contatto formale».
Ma chi è Great Wall e quanto è seria la sua ambizione di prendere il volante della Jeep, icona americana e simbolo della sua potenza militare e industriale?
La casa, fondata nel 1984, è basata a Baoding, 150 chilometri a Sud di Pechino, città da 11 milioni di abitanti nota per avere il cielo più inquinato della Cina. Great Wall però vanta dei record positivi: è uno dei pochi costruttori privati di auto cinesi ad aver avuto successo ed essersi affacciato sul mercato internazionale. E soprattutto ha letto nelle aspirazioni dei clienti cinesi in anticipo quando si è impegnato con i suv. Nel 2002 il maggiore azionista Wei decise di lanciare Haval, un nuovo marchio di Great Wall solo per i suv, che sono diventati il segmento di mercato più redditizio in Cina (37% del totale dei veicoli venduti l’anno scorso nel Paese). Sfruttando la partenza anticipata nel campo degli sport utility vehicles, Great Wall è cresciuta bene e nel 2016 ha venduto 1,07 milioni di veicoli, un balzo del 26% sul 2015 e primato consolidato tra i costruttori di suv nella Repubblica popolare. È sbarcata anche in Europa, facendo base in Bulgaria, e l’anno scorso è riuscita a piazzare 16 mila unità. Gli analisti di Automotive Foresight spiegano ora che Wei sognava già nel 2013 di far diventare Haval una nuova Jeep: la mossa per acquisire il marchio storico di Fca segue quindi una logica industriale.
A 53 anni e 5,3 miliardi di dollari di patrimonio personale, Wei Jianjun teorizza che chi si ferma è perduto e si comporta di conseguenza. Si è appena dato un nome americano, Jack Wey, per rendersi più familiare a un pubblico (anche politico) che presto potrebbe giudicare le sue manovre industriali. E ha costituito un nuovo brand, Wey, per competere nel segmento premium dei suv. Basterebbero questi giochi d’immagine a far superare al signor Wei alias Wey le prevedibili obiezioni di Washington di fronte alla prospettiva che la Jeep, simbolo di libertà e spirito d’avventura americani, diventasse cinese? Oltre ai dubbi politici ci sono quelli finanziari: Great Wall vale 16 miliardi di dollari, il solo marchio Jeep se scorporato arriverebbe a 23 miliardi di euro secondo le stime.
La Stampa 23.8.17
India, la vittoria delle donne
Fuori legge il divorzio istantaneo
La Corte Suprema dichiara incostituzionale la pratica diffusa tra i musulmani Gli uomini non potranno lasciare la moglie pronunciando tre volte una parola
di Carlo Pizzati
È una vittoria per tutte le donne indiane, ma in realtà per tutta l’India, e non solo per le mogli musulmane che hanno accolto ieri con grida di festa la decisione della Corte Suprema di rendere incostituzionale la pratica del «triplo talaq», il divorzio islamico istantaneo.
Al marito bastava pronunciare tre volte la parola «talaq» ovvero «ti divorzio» perché questo avesse valore legale e immediato. E in molti dei casi denunciati negli ultimi anni, i divorziandi non si prendevano nemmeno la briga di dirlo faccia a faccia, ma mandavano una mail, lasciavano una lettera sul tavolo con queste semplici tre parole, o spedivano un messaggio su WhatsApp.
Ciò che è sorprendente è che il voto dei giudici sia stato di 3 contro 2. Le donne ce l’hanno fatta, ma per un soffio. Ora il diritto di divorziare da ubriachi, fuori di sé, o per un capriccio è sospeso. E i giudici hanno dato 6 mesi al Parlamento per trasformare la loro decisione in legge.
Bisogna chiarire che si tratta di un genere di triplo talaq, quello istantaneo, o «talaq-e-bidat» che nella maggioranza dei Paesi islamici è già fuorilegge, ma che in India resisteva fino a ieri. Resta legale l’altro triplo talaq, il «talaq-ul sunnat», che funziona così: il marito dice il primo talaq, ma prima di pronunciare il secondo deve aspettare il successivo ciclo lunare. Se lo pronuncia, allora la moglie si deve preparare al periodo dell’«iddat» che copre tre cicli mestruali. La legge islamica dice proprio così. Se in questo trimestre il marito ci ripensa e si riconcilia con la moglie, bene. Altrimenti è finita.
Secondo la legge islamica, in vigore nelle comunità musulmane indiane, anche la moglie ha diritto a chiedere il divorzio, ma deve restituire per intero la dote pagata dal marito. Siamo ben lontani da una parvenza di parità.
Ieri comunque c’è stata festa tra molte donne indiane, soprattutto tra le cinque coraggiose che hanno firmato per prime la petizione anti-talaq presentata alla Corte Suprema e che ha portato a questo risultato storico. Esultava Shayara Bano, 36enne dall’Uttarkahnd scaricata dal marito con una lettera dopo che i suoceri l’avevano maltrattata per mesi e costretta ad abortire sei volte. Gioiva Ishrat Jahan che dal marito ricevette una telefonata da Dubai, tre talaq e clic. Ed era felice Gulshan Parveen che ha trovato la parola scritta tre volte in un pezzo di carta con un francobollo da 10 rupie, 13 centesimi, ed è stata cacciata di casa con un figlio di 2 anni.
Ma fanno festa anche i politici del partito di governo, il Bjp del fondamentalismo induista dalle forti antipatie anti-islamiche, con il primo ministro Narendra Modi che ha twittato (esagerando) «la decisione della Corte Suprema dà eguaglianza alle donne musulmane ed è uno strumento per dare più potere alle donne». Anche il portavoce dell’opposizione ha twittato accogliendo «la decisione storica, perché l’Islam rifiuta lo sfruttamento delle donne musulmane». E così via in uno sciame di congratulazioni e pacche sulle spalle, raramente giustificate.
Ci ha pensato la scrittrice dissidente Taslima Nasreen, in esilio dal Bangladesh dal ’94, a zittire tutti con dichiarazioni molto secche, che fanno da eco a Oriana Fallaci: «Perché abolire solo il triplo talaq? Tutta la legge islamica e la Sharia andrebbero abolite. Tutte le leggi religiose dovrebbero essere abolite per il bene dell’umanità. Abolire il triplo talaq non porta certo alla libertà delle donne. Le donne hanno bisogno di essere istruite e dovrebbero diventare indipendenti».
Ma è anche vero che in questo contesto, la decisione della Corte Suprema è almeno un passo nella direzione giusta. Anche perché quest’eguaglianza sventolata dal premier Modi è ben lontana dall’essere consolidata.
Ci ha pensato Asaduddin Owaisi, dell’All India Majlis-eIttehadul Muslimeen, una delle più importanti associazioni musulmane indiane a soffiare un po’ di realismo tra i festeggiamenti: «Dobbiamo rispettare questa decisione. Sarà una sfida degna di Ercole riuscire a farla applicare sul campo». Come a dire: fate pure le vostre leggi, noi continuiamo così.
Ma qualcosa s’è incrinato. Ora le donne musulmane sanno che la legge è dalla loro parte, e avranno meno paura di andare dalle autorità a far valere quello che da ieri è un loro diritto: non farsi scaricare dal marito senza un motivo, senza un soldo, con tre semplici e crudeli paroline.
La Stampa 23.8.17
Mordi e fuggi, così Davide rivince contro Golia
Nella guerra asimmetrica che li oppone agli inarrestabili Mongoli i Mamelucchi trionfano grazie alla disciplina. Salvando l’islam e l’Europa
di Gianni Riotta
Gli studiosi di strategia, Sun Tzu, Vegezio, Clausewitz o Delbrük, ricordano come, in guerra, la disciplina sia virtù cardinale, un esercito ben disciplinato può aver la meglio su truppe audaci ma irruente. I pazienti svizzeri, con le loro picche, armi derivate da attrezzi agricoli, sconfissero nel 1400 il fiore della cavalleria e a Dien Bien Phu, 1954, i contadini viet minh del generale Giap assediarono con successo gli intrepidi parà del colonnello francese De Castries. Tra le battaglie che gli storici considerano «decisive», capaci di girare un’epoca, in poche la disciplina ha avuto però un ruolo cruciale come nello scontro, oggi dimenticato, di Ayn Jalut, che nel 1260 vide i Mamelucchi musulmani battersi contro gli invincibili Mongoli.
Ayn Jalut, ora in Israele, è sacra alla guerra asimmetrica fin dal nome, che significa Fonte di Golia, il gigante atterrato dal fanciullo Davide. Poco distante la biblica Megiddo, dove i terroristi di Isis, stravolgendo l’Antico Testamento, aspettano l’Apocalisse e il prevalere della loro fede. Invece, in quel 1260, l’islam sembrava vicino alla fine. I Mongoli, guidati da Hülegü Khan, erano calati dalle steppe asiatiche. Nel febbraio 1258 avevano preso Baghdad, giustiziando perfino i musulmani traditori - «Han tradito una volta, tradiranno ancora» - e arso la favolosa biblioteca, con una settimana di saccheggi e stupri. L’orda muove dunque verso il Mediterraneo, terrorizzando musulmani e cristiani. A tappe forzate la cavalleria mongola si riversa su città ancora in guerra nel XXI secolo, Aleppo, in Siria, cade nel gennaio 1260, a marzo tocca a Damasco, da lì i Mongoli entrano a Nablus e Gaza. Hülegü invia al sultano al-Muzaffar Sayf al-Din Qutuz una sprezzante lettera, ordinandogli di arrendersi: «Io comando 300.000 uomini, tu 20.000».
Qutuz era stato poverissimo, aveva conosciuto la dura disciplina dei Mamelucchi, soldati-schiavi capaci di ripetere mille volte al giorno un singolo colpo di scherma e passare stagioni intere all’ippodromo a replicare cariche di equitazione. Infine i Mamelucchi avevano preso il potere, pretoriani del sultanato. Qutuz - cosciente che tra resa e sconfitta non c’era differenza, i Mongoli non gli avrebbero dato scampo - ordina di giustiziare il messo di Hülegü. Qui la sorte concede una mano, insperata, ai Mamelucchi. Hülegü è informato da un altro messaggero che il Grande Khan è morto. Temendo gli intrighi di corte decide di tornare in patria, ma lascia contro Qutuz 20.000 guerrieri scelti, che ritiene invincibili. Nessun esercito era riuscito, fino ad allora, a battere i suoi cavalieri, maestri di finte e galoppo, maestri con l’arco contro bersagli remoti. Con diplomazia i rivali si assicurano alleati, Qutuz negozia con i crociati rifornimenti di viveri e movimenti di truppe, Hülegü schiera addirittura, a fianco di mercenari siriani, cavalieri cristiani, armeni e georgiani, vuoi per amore della pelle o in odio ai musulmani.
Come i marines in Vietnam
Con Qutuz guida i Mamelucchi il futuro sultano Baybars, dall’infinito nome ufficiale al-Malik al-Zahir Rukn al-Din Baybars al-Bunduqdari. La leggenda narra che Baybars, predone e schiavo, avesse partecipato da giovane a scorrerie intorno a Ayn Jalut, che conosce passo passo. Sarebbe stato lui, secondo le cronache che fece stilare di persona, una volta sultano, a concepire l’audace tattica della battaglia. Già dieci anni prima, ad Al-Mansurah, aveva sconfitto i crociati e catturato re Luigi IX di Francia, riscattato a peso d’oro. Da allora sogna di diventar sultano, Ayn Jalut è l’occasione perfetta per le sue ambizioni. Qutuz nasconde sulla boscaglia delle colline circostanti il grosso delle forze, mentre Baybars logora i Mongoli con frenetiche cariche e ritirate. L’attacco seguito da finta fuga aveva confuso a lungo i crociati, costretti dal codice cavalleresco a disprezzare la ritirata: ancora oggi elemento cruciale della guerra asimmetrica, il «mordi e fuggi» ha dissanguato gli americani in Vietnam, Somalia, Iraq e Afghanistan, finché il colonnello John Nagl non ha studiato la paziente repressione degli inglesi contro la rivolta in Malesia, che richiede il sacrificio costante di «mangiar la zuppa col coltello», secondo il motto di Lawrence d’Arabia. Nagl è amico del cuore del generale McMaster, consigliere per la Sicurezza di Trump.
A quel punto Baybars ordina ai suoi cavalieri di improvvisare una rotta, precipitosa e terrorizzata, verso le alture. I Mongoli hanno a capo un cristiano nestoriano - vedete? l’asettico «scontro di civiltà» dei talk show tv è nella vera storia labirinto di specchi -, l’abile Kitbuga Noyan, vittorioso con Hülegü nella lunga campagna e ora deciso a offrire la testa di Qutuz al nuovo Khan.
Una lezione per l’oggi
Ebbro di vittoria, Kitbuga guida la carica mortale dei Mongoli, che mai era stata fermata. Ma, all’ordine di Qutuz, i Mamelucchi, come al campo d’arme, girano i destrieri in un metro di terreno, e riattaccano, mentre in ordine dalle colline caricano i compagni nascosti. Accerchiati, spaventati dai primi colpi di artiglieria mai sparati in battaglia (le cronache divergono su questo dettaglio), da cannoni a mano detti midfa, capaci più di frastuono che di danni, i Mongoli si battono con determinazione, sommersi da frecce, sciabole, lance, pugnali nel corpo a corpo. Cadono uno dopo l’altro, certi testimoni dicono che Kitbuga sia travolto nella mischia, quando Qutuz, toltosi l’elmetto per non mostrar paura, sprona i suoi a morire per la fede, altri che sia stato catturato e decapitato, sdegnando il riscatto: «Infedeli, il Khan mi vendicherà».
Baybars pugnalò poi Qutuz, che gli offriva in regalo una vergine mongola, e fu sultano fino al 1277. I Mongoli, che sognavano di chiudere l’Europa in una morsa, dalla Polonia a Gibilterra, videro dissolvere l’aura mistica dell’invincibilità. L’epica di Ayn Jalut è celebrata in film kolossal e cartoni animati per i bambini, mentre, maligna, Isis sogna alla Fonte di Golia l’Apocalisse di Megiddo e la caduta dell’Occidente. Come allora, solo alleati e disciplina piegheranno un nemico ambizioso e tenace.
La Stampa 23.8.17
Andremo a esplorare le altre Terre
in cerca degli alieni
Il 2018 è l’anno del telescopio della Nasa “James Webb” Individuerà nuovi esopianeti e studierà le loro atmosfere E altre missioni si preparano a svelare i misteri della vita
di Amedeo Balbi
Non tutti ne sono ancora consapevoli, ma proprio in questi anni stiamo vivendo una rivoluzione scientifica che potrebbe avere profonde conseguenze per la comprensione del nostro posto nell’Universo, paragonabili a quelle prodotte dalle idee di Copernico o di Darwin. Da poco più di 20 anni abbiamo trovato le prove che esistono altri pianeti intorno ad altre stelle. Non solo, ma molti di questi pianeti sembrano avere caratteristiche fisiche che potrebbero potenzialmente renderli adatti alla presenza di forme di vita. Se ci si ferma a riflettere sui numeri, c’è da rimanere a bocca aperta: le stime attuali ci dicono che molto probabilmente ognuna dei circa 200 miliardi di stelle della nostra galassia ha almeno un pianeta che le orbita attorno. Quelli potenzialmente abitabili (non da noi, naturalmente, ma da qualche forma di vita «autoctona», magari microscopica) potrebbero essere decine di miliardi. Quando guardate il cielo in una notte d’estate, provate a pensare all’incredibile vastità di ambienti alieni che state abbracciando con un solo sguardo.
Quelle precedenti sono estrapolazioni basate sulle osservazioni di esopianeti (pianeti che orbitano attorno ad altre stelle), compiute negli ultimi due decenni grazie a una serie di sofisticati strumenti astronomici. Attualmente il numero di esopianeti noti supera di poco quota 3500. La maggior parte è stata scoperta da una missione spaziale di grande successo, il satellite Kepler della Nasa. Kepler è un telescopio relativamente modesto (ha uno specchio di 95 cm, poca cosa rispetto ai più grandi telescopi terrestri che ormai toccano la decina di metri di apertura), ma il fatto di trovarsi nello spazio lo mette in una posizione di vantaggio. Kepler ha potuto osservare la minuscola diminuzione di luminosità causata dal transito di un pianeta di fronte alla propria stella, con una sensibilità che al momento è preclusa agli strumenti terrestri. Alcune centinaia di esopianeti sono stati scoperti con una tecnica differente, basata sull’osservazione del piccolo spostamento periodico della stella indotto dall’interazione gravitazionale con uno o più pianeti.
Dopo la valanga di scoperte recenti, ora stiamo entrando in una seconda fase nello studio degli esopianeti, in cui si esamineranno più in dettaglio i candidati più interessanti, in particolare quelli che sembrano più promettenti dal punto di vista della potenziale abitabilità. Il futuro prevede una serie di nuovi progetti osservativi, alcuni dei quali vedranno la luce a breve. Due nuove missioni spaziali, una dell’Esa e l’altra della Nasa, dovrebbero essere lanciate entro l’anno prossimo. Si tratta, rispettivamente, di Cheops e di Tess. Il primo, un piccolo telescopio spaziale di appena 30 cm di apertura, osserverà il transito di esopianeti già noti per provare a determinarne la densità e quindi la composizione fisica. Il secondo cercherà di incrementare il bottino di pianeti di dimensioni simili alla Terra messo insieme da Kepler, concentrandosi soprattutto su stelle brillanti e relativamente vicine alla nostra. Ciò preparerà la strada per le osservazioni del James Webb Space Telescope, il successore del telescopio spaziale Hubble che la Nasa dovrebbe mettere in orbita verso la fine del 2018.
Le aspettative per questa missione sono altissime (anche visto l’enorme impegno economico profuso per la sua realizzazione) e prevedono la possibilità di studiare le atmosfere di esopianeti già noti, determinandone la natura e la composizione. Capire come è fatta l’atmosfera di un pianeta è uno degli ingredienti cruciali per stabilirne le condizioni climatiche e l’effettiva propensione a ospitare organismi viventi. Non solo, ma la presenza stessa della vita può alterare in modo misurabile la composizione dell’atmosfera, come è avvenuto sul nostro pianeta con la comparsa degli organismi fotosintetici, che hanno rilasciato enormi quantità di ossigeno.
Investigare mondi lontanissimi dal nostro, fino addirittura a cercarvi le possibili tracce della vita, è un obiettivo difficile, che non sarà raggiunto nel giro di pochi anni, e che richiederà uno sforzo congiunto e l’applicazione di molte tecniche diverse. Non solo osservazioni dallo spazio, ma anche con telescopi terrestri: quelli di prossima generazione, come lo European Extremely Large Telescope, o Elt, di cui è iniziata la costruzione in Cile, avranno dimensioni imponenti (lo specchio sfiorerà i 40 metri di diametro) e potrebbero persino ottenere le prime immagini dirette di pianeti simili alla Terra. Se i passati 20 anni sono stati quelli in cui abbiamo capito che esistono altri mondi oltre a quelli del sistema solare, i prossimi 20 saranno quelli in cui proveremo a capire una volta per tutte se siamo davvero soli nell’Universo.
il manifesto 23.8.17
Sacco e Vanzetti, quando gli italiani erano «bastardi»
Stati Uniti. Novant’anni fa l’esecuzione dei due anarchici immigrati dal nostro Paese: condannati non solo perché ritenuti sovversivi, ma anche per le loro origini. Oggi, nell'era di Trump, sono discriminati i nativi, gli ispanici e i musulmani
di Stefano Luconi
Il 23 agosto 1927, nel penitenziario di Charlestown a Boston, furono giustiziati gli anarchici italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Al termine di un contestatissimo iter giudiziario, il cui esito aveva suscitato proteste non solo negli Stati Uniti ma anche nel resto del mondo, i due erano stati ritenuti responsabili del duplice omicidio di un contabile e di una guardia giurata, avvenuto il 15 aprile 1920 durante una rapina.
Le prove a loro carico erano indiziarie e forse manipolate a loro danno, un reo confesso del doppio assassinio li aveva scagionati e il giudice che li aveva mandati sulla sedia elettrica non si era fatto scrupolo di definirli «bastardi». Però, nulla di tutto ciò era valso a ottenere una revisione del processo o un provvedimento di clemenza. Solo mezzo secolo più tardi, nel 1977, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis avrebbe riabilitato la loro memoria, riconoscendo i pregiudizi che avevano determinato il verdetto di colpevolezza.
La cattura di Sacco e Vanzetti e la successiva condanna maturarono nell’ambito della Red Scare (la paura rossa), la capillare e draconiana campagna contro i sovversivi che le autorità americane scatenarono nel biennio 1919-1920, in risposta all’eco della rivoluzione bolscevica in Russia, per il timore che le forze della sinistra estremista conquistassero il potere anche negli Stati Uniti. In aggiunta a Sacco e Vanzetti, la «caccia alle streghe» del governo mieté ulteriori vittime. Oltre a migliaia di arresti e alla deportazione sbrigativa nei paesi d’origine per più di 500 immigrati radicali privi della cittadinanza americana, due giorni prima che fossero fermati Sacco e Vanzetti, il 3 maggio 1920, un terzo anarchico italiano, Andrea Salsedo, aveva perso la vita, precipitando dalla finestra di un commissariato, in circostanze mai chiarite, nel corso di un interrogatorio.
Come quattro milioni di altri italiani giunti negli Stati Uniti tra la fine dell’Ottocento e il primo dopoguerra, Sacco e Vanzetti immigrarono in America nel 1908 nella speranza di migliorare le proprie condizioni economiche e di condurre un’esistenza meno precaria di quella che avrebbero vissuto in patria. Sacco, insofferente della monarchia parlamentare sabauda, fu perfino attratto dalle istituzioni repubblicane statunitensi, alle quali all’inizio attribuì un maggiore rispetto dei diritti individuali e dell’eguaglianza tra le persone.
Ben presto, però, in entrambi subentrò la disillusione. Ai loro occhi, gli Stati Uniti non si rivelarono né la terra del benessere né la nazione della libertà. L’America si dimostrò, invece, il paese dove il capitalismo sfrenato provocava lo sfruttamento selvaggio e indiscriminato dei lavoratori. Questa consapevolezza indusse Sacco e Vanzetti a radicalizzare la loro posizione politica. Aderirono così alla corrente antiorganizzativa dell’anarchismo, che si rifaceva a Luigi Galleani, anch’egli destinato a essere espulso dagli Stati Uniti nel 1919, e alle sue teorie sulla legittimità del ricorso agli attentati politici per distruggere il capitalismo e abbattere lo Stato.
Dopo lo scoppio della prima guerra mondiale i due si trasferirono temporaneamente in Messico per sottrarsi alla coscrizione, rifiutandosi di fungere da carne da cannone in uno scontro che attribuivano alla mera rivalità tra paesi imperialistici. Al rientro negli Stati Uniti si ritrovarono invischiati nella repressione governativa che sfruttò l’incitamento di Galleani alla violenza come pretesto per sradicare un movimento quanto mai scomodo nella nazione trasformata dalla vittoria contro la Germania nella principale potenza capitalistica mondiale.
La fede anarchica e la renitenza alla leva resero Sacco e Vanzetti i bersagli ideali della crociata contro il radicalismo di sinistra. A segnare la loro sorte, però, non fu tanto l’ideologia politica quanto l’origine italiana. Nell’America postbellica era in gioco non solo il futuro del capitalismo, ma anche la natura della società statunitense. La ripresa dell’immigrazione alla fine del conflitto accrebbe la presenza di stranieri provenienti dall’Europa orientale e meridionale e accentuò la reazione xenofoba della popolazione di ascendenza anglosassone.
Gran parte dell’opinione pubblica riteneva che l’appartenenza agli Stati Uniti fosse una questione di sangue e non accettava i nuovi arrivati, ritenendoli individui etnicamente inferiori e inassimilabili perché le loro radici non affondavano nell’Europa settentrionale, a differenza dei discendenti dei colonizzatori dell’America del Nord e della maggioranza degli immigrati giunti fino agli anni Ottanta dell’Ottocento.
In particolare, gli italiani erano accusati di essere incivili, sporchi, violenti, dediti al crimine e, in un’ipotetica gerarchia razziale, più simili e vicini ai neri che ai bianchi a causa del colore olivastro della pelle di molti meridionali e dei loro plurisecolari rapporti con i nordafricani. Non a caso, tra il 1886 e il 1910, almeno 34 immigrati italiani, in prevalenza siciliani, vennero linciati, cioè furono colpiti da quella forma di giustizia sommaria popolare che nel Sud razzista si accaniva sugli afroamericani.
In tale contesto, Sacco e Vanzetti divennero i capri espiatori della protesta nativista contro gli immigrati che non erano di ceppo anglosassone. La loro esecuzione si configurò come una sorta di linciaggio legale, successivo di pochi anni al varo delle misure per limitare gli arrivi da paesi sgraditi come l’Italia, culminate nel Johnson-Reed Act che nel 1924 chiuse l’epoca dell’immigrazione di massa.
A novant’anni di distanza, mentre gli incidenti di Charlottesville hanno riacceso la diatriba su chi possa essere considerato un «vero» statunitense e l’appartenenza alla nazione di afroamericani, ispanici e mussulmani è messa in discussione nell’America di Trump, la vicenda di Sacco e Vanzetti resta a monito delle aberrazioni dell’intolleranza xenofoba che periodicamente riaffiora nel paese che ambirebbe a essere la terra degli immigrati per antonomasia.
La polvere di Amatrice che torna
di Mattia Feltri
Le mani dei vigili del fuoco sanguinano. Sanguinavano anche 364 giorni fa ad Amatrice. Sanguinavano nel 2012 in Emilia e nel 1997 ad Assisi. Un anno fa un’intera famiglia era morta sotto il crollo del campanile di Accumuli. Lunedì sera una donna è morta colpita dalle macerie di Santa Maria del Suffragio di Casamicciola. «Esprimiamo vicinanza alle popolazioni», dicono dai palazzi romani e da quelli di Napoli. «Esprimiamo vicinanza alle popolazioni», dicevano la mattina del 24 agosto del 2016, mentre la polvere ancora si depositava sui morti e sui vivi, e da sotto i calcinacci si sentivano le sveglie suonare all’ora prestabilita.
Le voci potremmo sovrapporle, quelle dei sindaci, delle telefonate di disperazione, dei pompieri esausti, dell’orgoglio e del cordoglio. Sono ventuno milioni gli italiani che vivono in aree a rischio sismico, «è l’allarme lanciato da Gilberto Pambianchi, presidente dei geomorfologi italiani», dicono oggi le cronache. «Il quaranta per cento degli italiani vive in zone a rischio sismico», aveva detto il sottosegretario Silvia Barbieri nel ’97 dopo il terremoto dell’Umbria. «Lancia l’allarme», diceva l’Ansa. «Sono ventuno milioni e mezzo gli italiani che vivono in zone a rischio sismico», spiegava l’agosto scorso il Consiglio nazionale degli ingegneri.
Lanciava l’allarme. Ieri il presidente nazionale dei geologi, Francesco Peduto, ha fatto il punto: «Ora sarebbe facile parlare dei ritardi della ricostruzione in Italia centrale, della necessità di accelerare interventi e azioni, ma quello che lascia più interdetti è la mancanza di atti concreti per la prevenzione. Siamo andati in Parlamento, abbiamo parlato di tutto, dal fascicolo del fabbricato al rifinanziamento della carta geologica, ma in un anno non si è fatto niente, assolutamente niente».
Una differenza c’è: tre bambini di Ischia si sono salvati in modi definiti miracolosi e commoventi. Di Amatrice si ricordano due bambini, di nove e sette anni, tirati fuori morti e la mamma ferita non voleva partire senza di loro, glieli misero a fianco e quando l’ambulanza arrivò in ospedale era morta anche lei. E poi c’è l’abusivismo. Più della metà delle case della Campania sono abusive. Ci sono sempre piccoli e medi leader del Pd, del Pdl, dei cinque stelle, di formazioni tattiche e occasionali, che vanno lì e dicono «no alle ruspe». Lo chiamano abusivismo di necessità. Nel 2012, per difendere le loro case abusive, gli abitanti di Ischia tirarono bombe carta sui poliziotti e ne ferirono undici. Ad Amatrice, calcola Legambiente, è ancora da raccogliere il 91 per cento delle macerie. Non si tirano su le case che si devono tirare su, non si tirano giù le case che si devono tirare giù. L’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ieri ha detto che «dobbiamo correre di più su Casa Italia». È il progetto di messa in sicurezza delle abitazioni dei ventuno milioni di italiani residenti in zone sismiche, almeno dodici milioni di case vecchie o abusive o mal costruite. Costo, da 40 ai 90 miliardi di euro. Per ora sono partiti cantieri per 25 milioni, il prezzo di un buon centrocampista.
il manifesto 23.8.17
Vigili del Fuoco. La Fp Cgil denuncia: vigili del fuoco in emergenza continua, dal governo solo propaganda
«Per noi è stato un anno devastante. Dal sisma di Amatrice a quello Norcia, passando per Rigopiano fino alla vera emergenza nazionale degli incendi. Guadagniamo 1.350 euro al mese. Siamo 28.500 e dovremmo essere 40mila. Il governo annuncia 400 assunzioni ma dovevano essere 569 ed entreranno in servizio a giugno 2018»
di Massimo Franchi
«Per noi è stato un anno devastante». C’è fatica anche nelle parole. Dal 24 agosto il corpo dei vigili del fuoco ha lavorato in pratica senza sosta, spostandosi da un’emergenza all’altra. «Quando sai che il tuo lavoro è salvare persone nella solita corsa contro il tempo, lo fai a testa bassa senza pensare ai problemi che vivi quotidianamente».
La parola «eroi», spesso abusata quando si salvano bambini come ieri a Ischia, fa il paio con «il dimenticatoio in cui rientriamo quando le luci delle televisioni si spengono e torniamo ad avere a che fare con carenze di organico e mezzi».
Parlano così i 100 vigili Usar («Urban search and rescue») specializzati nella localizzazione delle persone arrivati già martedì notte a Ischia dalla Toscana e dal Lazio. Alcuni erano ad Amatrice e nel centro Italia a settembre e ottobre, rimanendo a scavare tra le macerie per settimane. Qualcuno lo abbiamo ritrovato quest’inverno a scavare nella neve che aveva sommerso l’hotel Rigopiano. I numeri forniti dalla stessa amministrazione parlano chiaro: nel 2016 gli interventi sono stati 45mila contro i 24mila dell’anno precedente, praticamente raddoppiati. Ma il 2017 rischia di essere dello stesso tenore. «Abbiamo dovuto affrontare l’emergenza più grande: quella estiva degli incendi che colpisce regioni intere». E qui il raffronto con il 2016 propone quasi il triplo di interventi: circa 21mila, sempre nel periodo giugno-luglio, rispetto ai 7.300 registrati nello stesso periodo del 2016.
In quei giorni la parola riposo è abolita. «Ma la differenza la fanno sempre le scelte politiche», spiega Mauro Giulianella, responsabile nazionale della Fp Cgil.
Ieri ad esempio il governo ha sorpreso tutti dichiarando immediatamente lo stato di emergenza. «E ha fatto bene nonostante il territorio colpito sia limitato ad un quartiere di una piccola isola», commenta Giulianella, «anche se avrebbe dovuto farlo a maggior ragione per gli incendi». La decisione per i Vigili del fuoco «fa tutta la differenza del mondo». «Con lo Stato di emergenza noi possiamo richiamare più uomini, possiamo alternarci e riposarci, ci viene riconosciuto lo straordinario contrattuale», spiega Giulianella, «mentre senza lo stato di emergenza siamo chiamati ai doppi turni senza riposo perché non possiamo richiamare altri uomini». A rimetterci dunque sono stati soprattutto i boschi colpiti dai piromani. «Lunghe settimane in cui ogni regione ha dovuto arrangiarsi come poteva: la Basilicata ad esempio non aveva abbastanza organico e non ha potuto chiedere uomini in più perché tutte le altre regioni limitrofe avevano lo stesso problema. E il tutto senza il lavoro di prevenzione della Forestale assorbita ora dai Carabinieri», denuncia Giulianella.
Proprio ad inizio agosto è arrivato però l’annuncio della ministra Marianna Madia: 2.739 assunzioni straordinarie di cui 400 nei vigili del fuoco.
La versione della Fp Cgil e degli altri sindacati è un po’ diversa. Il corpo dei vigili del Fuoco conta ora 28.500 unità. «Ne servirebbero circa 40mila per poter lavorare correttamente, ma rimaniano alla stima di 3.500 unità sotto organico. Ebbene, all’inizio dell’anno ci erano stati promessi 23 milioni di fondi per 569 assunzioni, poi calati a 11,6 milioni che dopo le nostre proteste con Minniti sono saliti a 16 milioni», denuncia Giulianella, «ora però le assunzioni sono 400 e non tengono conto dei 331 che andranno semplicemente a sostituire chi va in pensione, col cosiddetto turn over. In più le assunzioni sono annunciate ora ma il personale entrerà in servizio solo a giugno prossimo perché il corso da sei mesi obbligatorio per formare il personale partirà solo a dicembre».
Il tutto per uno stipendio base di 1.350 euro con il contratto bloccato dal 2009. E il sentirsi chiamati «eroi» qualche giorno l’anno non può bastare.
Corriere 23.8.17
La potenza degli abusi
di Gian Antonio Stella
«Sulla scheda elettorale scrivi: “voto abusivo!”» Era davvero osceno lo slogan d’un manifesto affisso sui muri di Ischia per le Regionali del 2010. A quegli scriteriati autori, che il terremoto del 1883 fosse stato così catastrofico da spingere decenni dopo il grande Eduardo a inserire in «Natale a casa Cupiello» la famosa battuta «Ccà mme pare Casamicciola!» non importava tanto. E nella scia di Totò e della sua stralunata adunanza («Abusivi di tutto il mondo unitevi! Ci vogliono abolire! È un abuso! Abusivi: diciamo no all’abuso!») il Comitato per il diritto alla casa di Ischia e Procida, con sede appunto a Casamicciola, stampò quell’appello le cui parole, rilette oggi, gelano il sangue: «La politica dominante è morta! Dopo sessant’anni di coma vegetativo, ne danno il triste annuncio i cittadini “abusivi” tutti. Le esequie si terranno in forma privata presso i seggi elettorali…» Una protesta alla quale sarebbe seguito, per anni e anni, un tormentone di invocazioni e minacce, minacce e invocazioni perché fossero concesse nuove sanatorie, nuove deroghe, nuove interpretazioni di vecchi condoni.
Con una parte del peggior ceto politico napoletano e campano pronto a presentare nuovi progetti di legge per mettere una toppa ad abusi compiuti non solo a dispetto delle regole legislative ma del buon senso.
Il terremoto del 28 luglio 1883, come spiegano Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise nel volume «Il peso economico e sociale dei disastri sismici...», fu infatti un ammonimento impossibile da dimenticare: «Colpì con effetti distruttivi un’area molto limitata, corrispondente alla parte nord-occidentale dell’isola di Ischia, causando però un numero elevatissimo di vittime: complessivamente 2.333 persone. Di queste 625 erano turisti che al momento del terremoto (era la fine di luglio, in piena stagione estiva) si trovavano ospiti degli alberghi e delle ville nei centri più colpiti. (...) Casamicciola fu il centro più colpito: all’epoca aveva circa 4.300 abitanti ed era un rinomato centro balneare e termale. Il terremoto distrusse completamente la parte alta del paese e causò danni ingenti e crolli anche sul litorale. Dei 672 fabbricati esistenti, 537 crollarono e i restanti risultarono tutti inagibili». Il 79,9 per cento del patrimonio edilizio.
Colpa della natura? Solo in parte. Lo aveva già spiegato oltre un secolo prima Jean-Jacques Rousseau scrivendo del terremoto di Lisbona del 1755: «Dopotutto non è la natura che ha ammucchiato là ventimila case...». E prima ancora, nel ’500, Francesco Guicciardini: «Sono adunque gli errori di chi governa quasi sempre causa delle ruine della città; e se una città si governassi sempre bene, sarìa possibile che la fussi perpetua, o almeno avrebbe vita più lunga...».
Ha spiegato il vulcanologo Giuseppe Luongo, autore del libro «Ischia: storia di un’isola vulcanica» (1987), che la durissima lezione inferta a Casamicciola fu rimossa piuttosto in fretta: «Tutti i rioni baraccati si sono via via trasformati in quartieri in muratura. Senza alcun criterio». Reazioni della magistratura: inchieste a raffica. Reazioni della politica locale: insofferenza. Se non addirittura complicità. Due dati: alla vigilia del condono del 2003 il numero delle demolizioni eseguite sull’isola a partire dal 1988 risultavano essere 22. Ventidue! Su 2.922 ordinate dal giudice con sentenza esecutiva. Lo 0,75%. Tra mille lagne di troppi sindaci, assessori, galli e galletti della politica locale: «Si tratta di abusi di necessità!».
Sempre in quegli anni, gli ambientalisti denunciavano 26.000 abusi su 62.000 abitanti. Uno per famiglia. Certo, non parliamo di case illecite dalle fondamenta (quando ci sono) al tetto. Gli abusi sono spesso definiti «minori». Fatto sta che, dice nel 2017 l’ultimo rapporto di Legambiente, i cantieri fuorilegge hanno continuato a lavorare, lavorare, lavorare. Al punto che le richieste di condono sono salite a 27.000.
«Hanno costruito in prossimità di scarpate, di zone sismiche, di zone franose», si è sfogato per anni il giudice Aldo De Chiara, tenace nemico dell’abusivismo sull’isola. Eppure «c’è una coalizione di destra e sinistra contro le demolizioni. Io, magistrato indipendente, devo chiedere al sindaco di accendere un mutuo alla Cassa depositi e prestiti. Non so se è chiaro: devo passare attraverso il sindaco che magari ha fatto la campagna elettorale promettendo di non abbattere». Consapevolezza del pericolo: zero. «Evidentemente sperano nel buon Dio...». O nel cornetto di corallo portafortuna che il sindaco Luigi de Magistris vuole erigere grande e maestoso a testimoniare dell’approccio napoletano nei confronti dei rischi.
E guai a parlarne. Lo ricorda amaro un vulcanologo («niente nomi su questo punto, per favore») che pochi anni fa tentò di parlare della fragilità sismica e idrogeologica dell’isola proprio lì, a Ischia. Fu costretto ad abbandonare: «Hiiiii! Vogliamo portare jella?». Amarezze che capitano spesso, a chi cerca di spiegare le cose «prima». Finché arriva il momento in cui gli ignari vengono percossi dalla domanda che il geologo Annibale Mottana pose tempo fa all’Accademia dei Lincei, alla presenza del Presidente Giorgio Napolitano: «E voi, dove eravate?».
La Stampa 23.8.17
Case sommerse, ville salvate
Il doppio volto di Casamicciola che lotta per non cadere più
Dalla marina alla collina, due paesi diversi Abitazioni sicure per chi può, fatiscenti per gli altri
di Francesco Grignetti
In alto, le rovine, i morti e i feriti, le distruzioni. In basso tutto nella norma, con i turisti tranquilli, e le case senza un graffio. Casamicciola è divisa in due. E la faglia che li divide è innanzitutto quella di chi la casa se l’è fatta senza badare a spese e chi invece, perché soldi non ne ha, o perchè manca di consapevolezza, abitava in case fatiscenti che sono venute giù sotto una scossa oggettivamente non così grave. Due isole che convivono, come convivono le due Italie. Quella dei sommersi e quella dei salvati. Quella dei poveri e quella dei ricchi.
Partendo dalla marina, dove ci sono i bar di lusso, e i negozi belli, fiore all’occhiello di un turismo danaroso, apparentemente tutto è a posto. «Sa’ - si sfoga sulla porta del suo negozio di ferramenta il signor Michele Pisani - là in alto c’è la casa dove abita mia sorella, che costruì mio padre trent’anni fa. Tutto in regola, anzi di più. Quando il Genio civile gli disse che doveva fare le fondamenta di 80 centimetri, lui volle farle di 1 metro perché non voleva rischiare. È tutta in cemento armato, con i ferri ben incatenati. E ha retto a perfezione. Mia sorella ieri notte aveva paura, ma poi alla fine ha visto che la casa non aveva una crepa. Accanto ci sono quelle che sono crollate. E la colpa è di chi ha fatto costruire in fretta e male. Gli dicevano: voi fate, basta che edificate in tre giorni, poi metteremo le carte a posto. Il risultato è che le carte non sono andate affatto a posto e quelle case sono fatte malissimo».
Risalendo per la collina, su via Principessa Margherita, una reliquia del tempo che fu, visto che ricorda l’epoca in cui Margherita di Savoia non era ancora regina, s’incontrano villette ottocentesche. E su questa via l’energia sismica si è scatenata più che altrove. La anziana signora Rosa, con il pudore dei suoi ottant’anni, siede composta sulla strada. «Aspetto i vigili del fuoco che mi dicano qualcosa». E intanto osserva una casa che è palesemente lesionata in maniera irrimediabile. Accanto c’è il villino Iaccarino, dove ci sono delle suore che tengono un asilo infantile. Lesionato drammaticamente anche quello. Le monache aspettano anche loro il sopralluogo. «Almeno per prendere qualche vestito».
Ma pochi metri ancora, e tra tante case con crolli più o meno evidenti, si erge perfetto un villino a due piani. L’intonaco bianchissimo tradisce lavori recenti. Il proprietario, il signor Michele Caserta, «geometra, prego», si gode il viavai dal terrazzino con aria intimamente soddisfatta. «I lavori di ristrutturazione li ho fatti come si deve: rinforzo dei pilastri e dei solai, intonaco nuovo con rete plastificata, io per la mia casa non volevo certo rischiare». Eppure un’altra casa del geometra Caserta, anzi di sua moglie, è venuta giù di botto ed è un miracolo che non ci siano rimasti i figli e il nipotino. «Noi i lavori li volevamo fare pure lì. Ma il proprietario dell’appartamento al primo piano si è sempre opposto. E guarda che guaio. Siccome non si è fatto male nessuno, oggi siamo contenti così». E non la pensa in questo modo solo lui. Francesco Conte, falegname, un figlio con laurea in architettura, sono 8 anni che ha una casa in sospeso: «Noi il progetto del Genio civile per ristrutturare l’abbiamo presentato ed è approvato. Tutto antisismico con il cemento armato al punto giusto. Il guaio è la Soprintendenza che non dà il permesso e vorrebbe che costruissimo con le pietre come si faceva nell’Ottocento. Ma non siamo matti; meglio stare fermi».
Le due città si specchiano una nell’altra e sembrano parlare due lingue diverse. In mezzo c’è un sindaco, Giovan Battista Castagna, eletto con una lista civica, che s’infurentisce al primo accenno di polemica sulle case abusive. «Qui l’abusivismo non c’entra niente. Siete dei criminali voi giornalisti a scriverlo. Offendete il popolo di Casamicciola», esordisce. Rabbioso. Ma poi spiega: «Sono venute giù le case più antiche, quelle vetuste, costruite dopo il terremoto del 1883. Vai a sapere secondo quali norme. È venuta giù anche la chiesa che era stata ricostruita in quel posto. Il problema è tutto lì». Sì, ma non negherà che quella è zona super-sismica e tanti sono gli abusi edilizi. «E che c’entra? Anche a New York, se uno vuole aprire una finestra in casa sua, o mettere un balcone, lo può fare, basta che segua le norme tecniche». Esatto, proprio come a New York.
Repubblica 23.8.17
“Siete voi il partito delle sanatorie” Scontro grillini-Pd
Anzaldi a Di Maio: volevi il condono I cinquestelle: mai nei nostri piani
di Tommaso Ciriaco
ROMA. Adesso che la terra trema e le case crollano, l’abusivismo «di necessità» diventa una bandiera da nascondere, sperando che nessuno se ne accorga. Ci fosse un grillino che rivendichi questo slogan ad effetto, forgiato durante settimane di campagna elettorale siciliana e difeso pubblicamente da Luigi Di Maio. Un approccio non troppo distante da quel progetto dei cinquestelle di Ischia che nel 2013 — denuncia il renziano Michele Anzaldi — immaginarono un “ravvedimento operoso” per chi proprio sull’Isola aveva costruito fuori dalle regole.
Sia chiaro, neanche ventiquattr’ore e il nuovo sisma è già al centro di una battaglia tutta politica tra Pd e Movimento. «Sciacallo!», l’accusa, «no, sciacallo tu!». Un braccio di ferro tutto mediatico che chiama in causa anche il peso massimo dem Vincenzo De Luca. Dai Verdi ai cinquestelle, se la prendono tutti con il recente regolamento edilizio voluto dal governatore campano. «Un mega condono», si sgolano i pentastellati. «Ritira questa legge — si arrabbia l’ambientalista Angelo Bonelli — perché ferma le demolizioni anche nelle aree vincolate, bocciata dal governo grazie ai nostri ricorsi».
De Luca adesso promette demolizioni di massa e nega qualsiasi collegamento tra il suo regolamento e i crolli. E i cinquestelle? Se tre indizi fanno una prova, allora hanno un problema. Colpa di una campagna on the road che ha spinto il candidato governatore in Sicilia, Giancarlo Cancelleri, a smarrirsi nei distinguo. C’è un abusivismo «non tollerabile» e uno «di necessità», ripete, uno che «insiste in zone di inedificabilità assoluta» e uno frutto del fatto che «l’Iacp non ha dato l’abitazione a chi ne aveva bisogno ». E Di Maio? Il delfino si è lanciato a capofitto in difesa del suo uomo: «Polemiche incomprensibili — ha scandito a
Repubblica — Ciò che la magistratura dice di abbattere, si butta giù. Ma Giancarlo ha anche detto che non puoi voltare le spalle a quei cittadini che oggi si ritrovano con una casa abusiva a causa di una politica che per anni non ha fatto il suo dovere, cioè piano casa e piani di zona». Ma non basta, perché i dem rinfacciano anche il “caso Bagheria”, dove sempre Cancelleri aveva rivendicato: «Il nostro sindaco non sta buttando giù le case della povera gente», a meno che «non insistono nei 150 metri o nelle zone di inedificabilità assoluta».
C’è abusivismo e abusivismo, insomma. Che è poi un ragionamento scivoloso quasi quanto l’idea dei grillini di Ischia, datata 2013. Prevedeva, elenca Anzaldi, «una sanatoria delle tante case abusive costruite sull’Isola». Adesso il Movimento fa sapere di non aver «mai preso in considerazione» una proposta del genere, perché «determinati principi sono inviolabili». E in effetti nessuna iniziativa legislativa è stata avanzata. Resta quel video del TgR regionale, che i motori di ricerca non cancellano. «È la prima volta che un forum di cittadini elabora una proposta di legge e la consegna ai parlamentari che la presenteranno — promise Di Maio — nella commissione competente».
Repubblica 23.8.17
Raffaele La Capria
“Siamo predestinati nella nostra coscienza c’è il terrore della terra”
di Antonello Guerrera
LA CAPRIA, ricorda queste parole? «Ma come fu bello arrivarci la prima volta col vaporetto! Come fu bello l’approdo in quel porticciolo perfettamente circolare, che sembra disegnato da un naif, così ridente e accogliente, come appunto dev’essere l’approdo di una terra promessa. Questa isola campagnola galleggiante nelle limpide acque tirreniche, col monte Epomeo che si erge possente al centro a ricordare l’irrequieto gigante Tifeo della leggenda, coi bianchi paesini stesi lungo le rive, ho sempre sentito che faceva parte della mia memoria immaginativa. E ogni volta che vi sono ritornato, nonostante le trasformazioni che il turismo, le automobili e tutto il resto vi hanno portato, sempre ho sentito la dolcezza del suo richiamo, l’amoroso invito delle sue rive».
Certo che le ricorda, Raffaele La Capria, 94 anni possenti, tra i massimi scrittori italiani e napoletani. Le conosce bene queste parole su Ischia perché le ha scritte in Ultimi viaggi nell’Italia perduta (Bompiani), dove ricorda la grazia colta e bohémien dell’isola dove Wystan Hugh Auden passò anni lunghi e taciturni, dove Truman Capote ruppe l’orologio appena arrivato scendendo dal vaporetto e dove, lui, La Capria, navigava con Francesco Rosi. Ma ora restano solo i sillogismi dell’amarezza, direbbe Emil Cioran. Dopo il terremoto di lunedì sera che ha martoriato uno dei suoi rifugi giovanili, l’intellettuale napoletano si sente
Ferito a morte, come il suo celebre romanzo premio Strega. La Capria non sta bene, ma risponde al telefono. «Sono molto addolorato », confessa l’autore di
False Partenze, «non posso non pensare a quei luoghi, all’ira di Dio che si è abbattuta su di loro».
Un pezzo di lei è rimasto lì, sotto quelle macerie, vero La Capria?
«Sì, anche se è un po’ che non vado. L’ultima volta sarà stato anni fa. Ischia la conosco abbastanza, è molto diversa dalla Capri che frequentavo di più e dove ho ambientato più libri. Ha una vita molto più... normale ».
In che senso?
«È un’isola più agreste, semplice rispetto alla sofisticata Capri. Capri appartiene al versante “omerico” del Golfo, Ischia è più “virgiliana”, più dolce».
E adesso, dopo il terremoto?
«Purtroppo, per quanto ci riguarda, non è un’eccezione. È qualcosa di ancestrale per chi conosce quelle zone, che vive da sempre nel fondo della nostra coscienza. Poi ogni tanto riemerge, quando capitano simili disastri. A Ischia tutti preservano nella memoria il catastrofico terremoto di Casamicciola di tanti decenni fa, c’è una paura verso la terra che trema che a Capri e Positano non esiste. A Ischia, invece, il terremoto e la catastrofe sono scritti nel destino dell’isola. Quando ho visto le immagini del sisma, ho ripensato a questa funesta predestinazione, da sempre annidata in quei luoghi e nella coscienza dei suoi abitanti».
Però, al di là del fato, anche stavolta pare decisivo il fattore umano. E le costruzioni abusive.
«Può essere, ma ogni volta che accade qualcosa del genere si scopre sempre questo lato oscuro dell’Italia, dei suoi comportamenti...».
Ma la faccenda pare molto seria, alla base dei crolli ci sarebbe l’utilizzo di materiali scadenti.
«Non lo nego. Ma oramai io percepisco tutto questo come un’etichetta, una cosa che tirano fuori tanto per sfruttare una nomea. Anche perché poi, nel frattempo, non si fa niente per evitarlo...».
Ha seguito la drammatica vicenda dei tre bambini, per fortuna finita bene?
«Simili accadimenti seppelliscono anche la memoria e i nostri sentimenti, soffocati d’angoscia insopportabile. Ma ogni tanto i miracoli esistono, come si dice a Napoli».
Che ne sarà adesso di Ischia? Diventerà “terra desolata” come lo sono, al momento, parte dell’Umbria e delle Marche?
«Luoghi come Ischia mi hanno spesso straniato, a volte mi sono spesso sentito un sopravvissuto alla loro catastrofe innata. Ma non succederà. Non moriranno mai, nonostante le loro disavventure».
Repubblica 23.8.17
Vitalizi in trappola al Senato il no di Sposetti fa proseliti
Contrari Mdp, FI e Ala. Pd: non insabbieremo, ma testo da cambiare
di Giovanna Casadio
ROMA. L’armata del compagno Ugo Sposetti è eterogenea ma consistente. Contro i tagli alle pensioni dei parlamentari si muove un vasto fronte che l’ex tesoriere dei Ds, lunga militanza comunista, istinto a fare il bastian contrario, avversario degli anti-casta, è sicuro di riuscire a organizzare. «I tagli alle pensioni dei parlamentari li affosso al primo voto»: ripete ancora ieri, giudicando «un pateracchio » la legge che porta la firma del collega dem Matteo Richetti, che impone il ricalcolo contributivo per le pensioni dei parlamentari, con effetto retroattivo. Di fatto un bel taglio del 40%. Già passata alla Camera con 348 sì, da settembre al Senato si annunciano sabbie mobili.
Soprattutto ci sono le perplessità del Pd, partito dello stesso Sposetti, stretto tra la competition con i 5Stelle che la vogliono subito così o anche più restrittiva, e diverse considerazioni di opportunità. Sulla battaglia anti-casta ad esempio, non ci stanno i compagni di Mdp: 16 senatori che non la voteranno, forse astenendosi come già alla Camera solo che a Palazzo Madama astenersi equivale a voto contrario. Felice Casson, magistrato, senatore passato dal Pd ai demoprogressisti, spiega: «Gli aspetti incostituzionali sono tali che il primo che fa ricorso lo vince. Sulla retroattività si introduce un vulnus generale che varrebbe poi per i lavoratori tutti. Suggerisco di non prendere le cose alla leggera. Si rischia di buttare via ogni sforzo e di peggiorare la situazione creando uno stallo per chissà quanto tempo».
Nessun partito politico in questa pre-campagna elettorale è disposto a dire che i privilegi dei politici non vanno toccati. Però i tagli alle pensioni non sono digeribili per Forza Italia. Lucio Malan, senatore forzista, ritiene che la strada sarà a Palazzo Madama quella già percorsa a Montecitorio: Fi non partecipa al voto. Perché? «È una proposta di facciata, scritta male, usata solo come annuncio pre-elettorale per lucrare un po’ di consenso, appoggiata anche dalla Lega il cui leader Salvini, eurodeputato, ha un regime assai più privilegiato del nostro. Se passasse così com’è questa legge metteremmo a rischio tutte le pensioni italiane. Non si può introdurre i principio del ricalcolo retroattivo». Questioni giuridiche. Ma ce ne sono anche legate alle convenienze personali, perché chi ha alle spalle più legislature ne viene personalmente penalizzato.
Lucio Barani, capogruppo dei verdiniani, l’uomo dal garofano rosso così soprannominato (porta sempre all’occhiello un garofano in nome della fede craxiana) conteggia: «Penso che noi 14 senatori di Ala non la voteremo compattamente, almeno nel testo attuale. Faccio l’esempio di una personalità recentemente scomparsa e di cui faremo la commemorazione: con quale faccia avremmo tagliato la pensione a Guido Rossi insigne giurista?».
Farà la differenza la rotta impressa dal Pd. Francesco Russo, segretario d’aula dei Dem, abituato quindi a tenere unito il gruppo dei senatori, è sicuro che «la legge non sarà insabbiata, al netto delle posizioni provocatorie di Sposetti». Tuttavia «la faremo ma la miglioreremo, vanno dissipati i dubbi rispetto ai problemi di costituzionalità ». E poi c’è una questione politica, lasciapassare per la prossima legislatura: «No ai privilegi, senza se e senza ma. Però la politica è servizio, è una cosa degna e non c’è da fare la rincorsa ai grillini, che peraltro non paga elettoralmente». «La legge è da fare - ragiona Linda Lanzillotta, che di legislature ne ha tre - bisogna eliminare le distorsioni rimaste in piedi, ma bisogna essere consapevoli del rischio che ci sia un vulnus nella retroattività per gli stessi lavoratori ordinari. Ai parlamentari dovrebbe essere dato in fatto di pensioni il regime dei lavoratori autonomi ».
Repubblica 23.7.17
Miguel Gotor (Art.1-Mdp). Senatore
“Opacità inammissibili prova verità al Copasir”
«L’Italia non può tollerare opacità in questo passaggio», afferma Miguel Gotor, senatore di Mdp. «Abbiamo fiducia in Paolo Gentiloni ma è opportuno che chiarisca questo passaggio al Copasir e in Aula. Mdp, per altro, sulla morte di Giulio Regeni ha chiesto una commissione di inchiesta».
Spataro parla di una catena di passaggi tra intelligence, governo e procura: qualcosa potrebbe non aver funzionato nel caso Regeni?
«Non ho elementi per giudicare. Però ho esperienza sui dossier relativi agli anni ‘70. Nei miei studi ho notato che quando i nostri servizi incrociano la loro azione con quelli stranieri c’è un obbligo maggiore alla prudenza».
Dettato da cosa?
«È una questione di correttezza tra Stati e di fiducia tra servizi “amici”, come ad esempio quello inglese. Vale sulle procedure di desecretazione: quando implicano la pubblicità di attività di Servizi stranieri esiste un comprensibile vincolo di cautela».
È questo il caso?
«Potrebbe essere. Ammettiamo che, come dice il New York Times, esista un dossier sul caso Regeni che i Servizi Usa passarono agli italiani. Spataro solleva la questione di una mancata trasmissione di questo dossier alla polizia giudiziaria giustificata solo se il premier ne avesse autorizzato il ritardo. Questo eventuale ritardo dovrà essere chiarito da Gentiloni al Copasir».
La verità sulla morte del nostro ricercatore è ancora lontana.
«Ho fiducia nelle parole che Gentiloni, da ministro degli Esteri, pronunciò in Aula: “La dignità dell’Italia non verrà calpestata per ragioni di Stato”, frase molto impegnativa».
Il rientro al Cairo del nostro ambasciatore può servire o disinnesca l’unica “arma” dell’Italia?
«È una speranza ma nutro perplessità. Spero che questa decisione sia stata concordata con quella parte del governo egiziano che vuole la verità».
Dall’eventuale commissione d’inchiesta cosa potrebbe emergere?
«Il cadavere di Regeni è stato gettato in mezzo ai rapporti tra Italia e Egitto per renderli impossibili. Sono rimasto sorpreso dalla freddezza della sua professoressa di Cambridge e dal comportamento del governo inglese. Ci sono 5 miliardi di scambi commerciali tra i due Paesi, gli investimenti dell’Eni. Il drammatico deterioramento di questi rapporti avvantaggia i nostri concorrenti stranieri. Anche per questo la verità sulla fine di Giulio riguarda la nostra dignità nazionale».
( m. fv.)
il manifesto 23.8.17
Sicilia, per le regionali il modello Palermo non regge
Elezioni. Sinistra italiana si sfila dal ’campo largo’ del centrosinistra. Mdp prende tempo. Il Pd a un passo dall’intesa con Alfano. Civati: «Sono molto lieto della scelta di Si»
Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando sul palco in piazza Santi Apostoli a Roma alla manifestazione di «Insieme»
di Alfredo Marsala
Addio “Modello Palermo”. Sinistra italiana si defila dalla partita, mollando Leoluca Orlando e aspettandosi che faccia la stessa cosa Mdp, che però prende tempo. Con questa mossa Si si avvicina a Prc e Possibile che hanno messo in campo come candidato l’editore Ottavio Navarra, ex parlamentare Pci. Il “campo largo” del centrosinistra perde un pezzo e rimane appeso a un filo sottile che rischia di spezzarsi da un momento all’altro per i malumori che imperversano anche dentro a Mdp dove i più radicali sono insofferenti nei confronti del Pd, al quale contestano di non voler prendere le distanze dal governatore Rosario Crocetta, che rimane in corsa per il suo secondo mandato in attesa che si chiarisca un quadro di alleanze che è ancora fosco.
PD E AP INVECE SONO VICINISSIMI all’intesa che riguarda il voto in Sicilia ma pure le politiche. Per cercare di tenere anche Leoluca Orlando con la sua lista dei territori e Mdp, il Nazareno sta trattando sul nome di Fabrizio Micari, rettore a Palermo, come candidato alla Regione, idea proposta dal sindaco di Palermo e sostenuta da Sicilia futura dell’ex ministro Totò Cardinale, oltre che dai socialisti di Carlo Vizzini; i dem però non intendono sciogliere il nodo sul candidato se prima non viene definita la coalizione, che nei piani del Pd deve contenere Ap. Posizione che trova resistenze dentro Mdp che ieri ha riunito a Enna il coordinamento regionale e ha deciso di non rompere. Pur esprimendo «preoccupazione per i ritardi con cui si procede nella ufficializzazione della proposta politica programmatica da avanzare ai siciliani», il movimento di Bersani conferma «la posizione espressa nella riunione con Orlando e Si» fatta nei giorni scorsi. E ribadisce «il proprio interesse per la eventuale candidatura civica discussa con Orlando (quella di Micari) purché sia espressione di un progetto politico programmatico coerente con l’esigenza di discontinuità e di cambiamento che i siciliani richiedono, evitando» – e qui è l’unico affondo di Mdp – «di piegare la Sicilia e le sue emergenze a scambi politici tra il Pd di Renzi e Ap di Alfano».
SI SFILA INVECE SINISTRA italiana. «Non ci sono le condizioni politiche per un accordo col Pd in Sicilia», attacca Ersamo Palazzotto. «Avevamo confidato in Orlando per tentare di replicare il modello Palermo alla Regione chiedendo discontinuità col governo Crocetta, dopo due mesi e ci ritroviamo a discutere del candidato senza che il Pd abbia fatto un’analisi politica, anzi ha rivendicato i risultati di Crocetta», osserva Palazzotto. «A questo punto lavoriamo con tutti i soggetti della sinistra per un’alternativa, che non è un piano B – dice il parlamentare – La sinistra politica e quella civica ha tante risorse da spendere. A Leoluca Orlando chiediamo se è disponibile a proseguire con noi il lavoro cominciato a Palermo».
E sempre da Sinistra italiana Paolo Cento si scaglia contro Renzi e il Pd che «stanno usando le regionali per riproporre vecchi schemi di centrosinistra addirittura con un ruolo centrale di Alfano in vista anche delle prossime elezioni politiche». «Questo tentativo di Renzi – sostiene – va fermato ed è del tutto evidente che la sinistra siciliana dovrà nelle prossime ore valutare la necessita di una proposta autonoma e alternativa per la regione».
PRONTO AD ACCOGLIERE SI è Pippo Civati, leader di Possibile: «Sono molto lieto della scelta di Sinistra Italiana che non considera più praticabile un’alleanza col Pd. In Sicilia come a livello nazionale, c’è bisogno di una forte discontinuità dalle politiche portate avanti in questi anni, e ciò è possibile solo mettendo in campo un progetto di governo ambizioso e sostenuto unitariamente da tutte le forze di sinistra». E tende la mano a Bersani: «Confido che presto anche Mdp si unirà a questo percorso: non possiamo perdere altro tempo in uno sterile dibattito solo sui nomi, siano essi di tutto rispetto come quello di Orlando o di Micari, o altri più indigesti come quello di Alfano».
Che l’accordo tra il Pd e Alfano sia a un passo lo fa intendere Giuseppe Castiglione, coordinatore regionale di Ap: «I colloqui continuano, ma allo stato l’accordo non è chiuso. Noi abbiamo proposto tre nomi ma non abbiamo preclusioni su un’eventuale candidatura ’civica’ e stiamo lavorando al programma che è la base per chiudere l’intesa in Sicilia».
Repubblica 23.8.17
Profughi, Portofino come Capalbio Il sindaco: non abbiamo case libere
Scontro sull’arrivo dei richiedenti asilo. Ma la Prefettura scavalca il Comune e si rivolge ai privati
di Erica Manna
GENOVA. I migranti a Portofino. Il sindaco della cittadina con uno dei porticcioli più famosi del mondo non ne vuole nemmeno sentir parlare: ma la Prefettura di Genova cerca posti anche lì, nella perla del Tigullio, per accogliere i richiedenti asilo. L’obiettivo, infatti, è collocare 700 migranti in tempi brevi in tutta la Liguria, e il capoluogo è già saturo, con oltre 2.500 presenze: ben al di sopra di quante gli spetterebbero stando alla quota assegnata dal Viminale, di 1.216. Così la Prefettura genovese ha deciso di pubblicare un bando rivolto espressamente ai Comuni ribelli: sono ventiquattro e si concentrano soprattutto sulla riviera, le amministrazioni che avevano opposto il loro rifiuto ad aderire allo Sprar, il sistema di protezione per richiedenti asilo, l’accoglienza di secondo livello gestita direttamente e volontariamente dai Comuni. Tra loro, anche Portofino. Un no che ricorda il caso Capalbio.
Una mossa, quella della Prefettura, che di fatto scavalca le amministrazioni contrarie all’accoglienza, facendo appello ai privati perché mettano a disposizione strutture che le cooperative possano gestire. I Comuni, infatti, hanno ben pochi strumenti per poter bloccare i Cas, i centri di accoglienza straordinaria disposti dalle prefetture, anche se qualche esempio di resistenza non manca. È il caso del sindaco di Pontinvrea, il leghista Matteo Camiciottoli, che ha emanato un decreto studiato apposta per tenere alla larga le cooperative: catalogando le strutture dedicate all’accoglienza dei richiedenti asilo come ricettive, e imponendo loro l’Imu al pari di un albergo. Il no del sindaco di Portofino, il forzista Matteo Viacava, è motivato — giura — da una questione di spazi: esigui: «Il nostro è un centro turistico importantissimo — sottolinea il primo cittadino — e alloggi liberi non ne abbiamo: la graduatoria di residenti che aspettano l’assegnazione della casa popolare è infinita». Allo Sprar, Viacava ci aveva anche pensato: «Stavamo studiando una collaborazione nel distretto sociosanitario che comprende Santa Margherita, Rapallo e Zoagli — spiega — noi avremmo dato la disponibilità di far lavorare i migranti come volontari nel Parco di Portofino. Ma ci siamo resi conto che non avremmo avuto la possibilità di seguirli. E poi, il territorio non è indicato: c’è un’unica strada, difficoltà di accesso: l’accoglienza non sarebbe funzionale proprio dal punto di vista logistico». Il bando scade tra pochi giorni, il 28 agosto, e non è detto che la Prefettura riesca a collocare i migranti anche nella cittadina del Tigullio, anche se, di solito, prima di aprire una gara svolge una ricognizione preventiva sul territorio per testarne la fattibilità. Eventuali alloggi, dunque, alla fine potrebbero saltare fuori, magari in aree collinari più isolate. Remota, invece, l’ipotesi di utilizzare gli spazi del Portofino Kulm, per decenni uno degli hotel più prestigiosi della regione, chiuso e abbandonato da quattro anni: la proprietà dovrebbe prima negoziare con un’eventuale cooperativa interessata, e il canone d’affitto risulterebbe insostenibile. «I privati sono liberi di fare come credono», conclude il sindaco Viacava. E se i migranti, alla fine, dovessero davvero arrivare? Il sindaco si stringe nelle spalle: «Controlleremo che siano trattati bene».
La Stampa 23.8.17
Più vecchi malati meno posti letto: i figli s’indebitano per l’assistenza
L’Italia invecchia e crescono gli anziani non autosufficienti bisognosi di assistenza. Per farlo 561 mila famiglie si indebitano. Inoltre, sono sempre meno i posti nelle strutture private e il sistema ormai è a rischio collasso.
di Lidia Catalano e Davide Lessi
Il paradosso è servito. Il Paese più vecchio d’Europa rischia di dimenticarsi dei propri anziani. In Italia il 21,4 per cento della popolazione ha più di 65 anni. La media europea è del 18,5. L’invecchiamento, del resto, non si ferma: nel 2050, secondo le stime Istat, gli over 65enni arriveranno a quasi 22 milioni, praticamente una persona ogni tre. Eppure, denuncia l’ultimo rapporto dell’Irccs Inrca (l’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico per anziani), tra i grandi Paesi europei il nostro è l’unico a non aver riorganizzato in maniera organica il suo sistema di continuità assistenziale. Con il risultato che il «peso» delle cure ricade in gran parte sulle famiglie.
Oggi in Italia sono almeno un milione le persone che dedicano parte dei loro giorni (e, spesso, ore di notti insonni) ad assistere parenti non più autosufficienti. Circa 561 mila famiglie, registra il Censis, hanno dovuto erodere i propri risparmi, vendere l’abitazione di proprietà o contrarre debiti per farlo. Dietro percentuali e statistiche, ci sono nomi e cognomi: storie di rassegnazione, amarezza e profonda solitudine. Un centinaio ne sono arrivate a La Stampa da tutta Italia grazie a «L’occhio dei lettori».
Le due strade
Senza scomodare la Costituzione, una legge per il diritto alla salute c’è già. È la numero 833 del 1978. «Dovrebbe garantire le cure, qualsiasi sia la malattia e senza limiti di durata. Il problema è che spesso, specie quando si parla di anziani, non è così», spiega Maria Grazia Breda, presidente della Fondazione promozione sociale, nata nel 2003 per tutelare i diritti delle persone non autosufficienti.
Nel «modello» italiano ci sono due strade: la prima, più battuta, è la «domiciliarità» che secondo le stime dell’Auser, (l’Associazione per invecchiamento attivo) riguarda 2,5 milioni di anziani. La seconda è quella della «residenzialità», l’insieme di strutture (pubbliche o private) in cui, secondo gli ultimi dati del 2013, sono ospitati 278 mila anziani autosufficienti e non.
Tra debiti e rassegnazione
In entrambi i casi, chiunque si trovi nella condizione di assistere un anziano non autosufficiente, sperimenta sulla propria pelle la carenza cronica di risorse pubbliche. Nel 2017 il Fondo per le politiche sociali ha perso 211 sui 311,58 milioni stanziati nell’ottobre 2016; quello per le non autosufficienze è stato ridimensionato a 450 milioni (contro i 500 previsti). Fondi che ora il Governo ha annunciato di voler ripristinare con gli introiti della “Web tax”. Inoltre, la fotografia scattata sulle dichiarazioni dei redditi 2016 evidenzia che oltre il 70% degli anziani ha un reddito complessivo inferiore a 14.600 euro netti. Una badante in regola costa mediamente circa 15 mila euro l’anno. Per molti, è un lusso.
Le lista d’attesa infinite
La situazione è ancora più grigia per chi sceglie la residenzialità. Le strutture private chiedono circa 3-4000 euro al mese. E per quelle pubbliche (in cui la quota a carico dell’assistito è di circa la metà) prima ancora del pagamento delle retta il problema è l’accesso alla prestazione. I posti letto disponibili in 5 anni hanno subito una sforbiciata del 23,6%. E le liste d’attesa si ingrossano. «I tempi per accedere a una struttura - spiega ancora Maria Grazia Breda - spesso si protraggono per anni e chi è dentro rischia di restarci poco. Il quadro è desolante. Ogni giorno siamo sommersi dalle telefonate di persone che chiedono aiuto per opporsi alle dimissioni forzate dei propri cari».
La Stampa 23.8.17
La ministra dell’Istruzione
“A scuola fino a 18 anni”
di Franco Giubilei
Per il momento è un pour parler d’agosto, ma quando a prospettare l’innalzamento dell’obbligo scolastico alla maggiore età è la ministra dell’Istruzione, anche le dichiarazioni d’intenti assumono valore: «Io sarei per portare l’obbligo scolastico a 18 anni perché un’economia come la nostra, che vuole davvero puntare su crescita e benessere, deve puntare sull’economia e sulla società della conoscenza, così come peraltro ci viene dall’ultima Agenda Onu 2030 sottoscritta anche dall’Italia», ha detto Valeria Fedeli al Meeting di Cl di Rimini. E ancora: «Se si punta su questo si deve sapere che il percorso educativo e formativo, che non smette mai nel corso della vita, ha comunque bisogno di avere una più larga partecipazione possibile, almeno fino a 18 anni, poi per percorsi anche diversificati del liceo e degli istituti tecnici professionali. Il sapere e le nuove competenze sono elemento fondamentale. So che questo non si realizza in due giorni, ma la visione e l’attuazione è importante».
Fedeli è anche entrata nel merito del Piano nazionale di sperimentazione in 100 classi che coinvolgerà licei e istituti tecnici: «Se quella sperimentazione funzionerà, e tutti i decisori politici saranno d’accordo, a quel punto si dovrebbe fare una rivisitazione complessiva dei cicli scolastici da punto di vista della qualità dei percorsi didattici interni. So che ha suscitato polemiche, ma io penso che sia molto più trasparente e serio mettere dei paletti, istituendo una governance trasparente, con tutti i soggetti, anche quelli che hanno perplessità e che vorrei coinvolgere nel seguire questa sperimentazione. Se alla fine del percorso vediamo che è discriminante anziché inclusiva, non la faremo». A far discutere di più, naturalmente, è l’idea che i ragazzi, in un futuro non si sa quanto distante, siano tenuti ad andare a scuola fino alla maggiore età. Le reazioni del sindacato, altro soggetto sensibile a qualsiasi mutamento possa interessare il pianeta scuola, hanno fatto emergere più differenze che sintonia fra una sigla confederale e l’altra.
La più critica è la Cisl, con la segretaria generale per la scuola, Lena Gissi: «L’innalzamento dell’obbligo scolastico non è la priorità, sono più importanti i contenuti. Spero non ci sia la volontà di rimettere in gioco la scuola solo sotto un profilo di facciata: se dobbiamo guardare a riforme strutturali della scuola dobbiamo iniziare a parlare di programmi e cambiare non solo l’obbligatorietà ma anche i contenuti, avviando anche una strategia di formazione per il personale». Gissi spera «che non ci sia la volontà di rimettere in gioco la scuola solo da un punto di vista di facciata».
Freddina anche la Cgil, per cui innalzare l’obbligo «sarebbe una scelta importante e giusta, ma crediamo che il ministro, per essere coerente, avrebbe dovuto avviare una riflessione sui cicli scolastici e sui bisogni reali della scuola rispetto agli obiettivi, cioè inclusione e superamento delle disuguaglianze», dice Francesco Sinopoli. Iniziativa promossa dalla Uil: «Ogni elemento che alzi l’obbligo scolastico è positivo, anche se oggi assistiamo a troppe contraddizioni del sistema».
Corriere 23.8.17
Scuola, la proposta di Fedeli «Eleviamo l’obbligo a 18 anni»
Il ministro: ai docenti gli stipendi più bassi del settore pubblico, è inaccettabile
di Elisabetta Soglio
RIMINI Senza giri di parole: «Io sarei per portare l’obbligo scolastico a 18 anni, perché un’economia come la nostra, che ha come obiettivi crescita e benessere, deve puntare sulla formazione e sulla società della conoscenza». La ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli ha strappato applausi ieri al Meeting di Rimini, intervenendo al dibattito che ha preso spunto dalla mostra «Nuove generazioni. I volti giovani dell’Italia multietnica» coordinata dal giornalista Giorgio Paolucci. Applausi soprattutto quando ha denunciato: «È inaccettabile che la retribuzione dei docenti sia la più bassa di tutta la Pubblica amministrazione».
Pronta a fare una battaglia sull’aumento degli stipendi? «Assolutamente sì. Se si ritiene importante, quale in effetti è, il ruolo dei docenti e dell’insegnamento si deve loro un riconoscimento culturale e sociale che deve tradursi in un riconoscimento anche dal punto di vista retributivo». La discussione vira sulla necessità di un’integrazione dei ragazzi di origine straniera e il ministro parte dai dati acquisiti: «Intanto nella scuola italiana si inseriscono i ragazzi diversamente abili, mentre in altri Paesi esistono ancora le classi differenziate».
Ma sul tema dello ius soli, anche all’indomani del monito di Papa Francesco sull’urgenza di riconoscere la nazionalità al momento della nascita, la politica è ancora divisa: «Spero — si augura la ministra — che riusciremo a varare la legge. Abbiamo 820 mila ragazzi che sono già nel nostro percorso scolastico, studiano la nostra lingua, tifano le nostre squadre, giocano e costruiscono relazioni con i nostri figli e nipoti. Se non garantiremo loro i diritti di nascita diventerà più difficile parlare di integrazione nelle classi». Infine una critica ai toni che talora assume il confronto politico: «Quando si parla della loro cittadinanza c’è una cesura. La società italiana è molto più avanti della rappresentazione della bassa qualità del dibattito che abbiamo avuto su questo tema. Un conto è discutere e anche, legittimamente, avere opinioni diverse: un altro scendere a livello dell’insulto e della provocazione».
Accanto a lei lo scrittore Eraldo Affinati, fondatore con la moglie Anna Luce Lenzi della scuola di italiano per immigrati Penny Wirton, ricorda l’insegnamento di don Milani: «La scuola deve puntare sulla qualità della relazione umana. Noi lo sperimentiamo ogni giorno: se si segue questa impostazione che non esclude e giudica i ragazzi ma li incoraggia e premia potremmo diventare laboratorio antropologico della nuova Europa. Esiste però uno scollamento tra scuola e famiglia: gli insegnanti oggi sono spesso più soli che ai tempi di don Milani».
Corriere 23.8.17
«Fino a 18 anni è giusto, ma a fare cosa?»
Il dibattito sulle competenze «Il vincolo in sé non serve Bisogna cambiare la didattica»
Il sì della Cgil. Presidi possibilisti. I dubbi di esperti e Pd
di Gianna Fregonara
Dopo aver annunciato la sperimentazione in cento classi del liceo in quattro anni, decisione che ha creato un vespaio agostano, le nuove dichiarazioni della ministra Fedeli stemperano il clima con i sindacati — peraltro alla vigilia dell’inizio delle lezioni e del rinnovo del contratto degli insegnanti — ma lasciano sorpresi sia gli esperti, sia i colleghi di partito. Non che il tema sia nuovo, perché l’idea di tenere sui banchi i ragazzi fino alla maggiore età è stata già oggetto di dibattito da decenni. Si è arrivati per successivi innalzamenti dell’obbligo ai 16 anni nel 2003, prevedendo anche un generico diritto alla formazione per tutti fino ai 18 anni. Una riforma rimasta monca perché alla fine dell’obbligo, chi lascia non ha una qualifica o un diploma — al contrario della maggior parte dei Paesi europei, dove chi non vuol proseguire termina con un esame a 15/16 anni — e perché i controlli e casomai le sanzioni (esigue) in caso di abbandono si applicano solo ai genitori dei bambini delle elementari.
Le voci a favore dell’innalzamento a 18 anni sono tante. «Scelta importante e giusta», dice Francesco Sinopoli della Cgil. «Parliamo anche dei contenuti», la incalza Lena Gissi della Cisl. Dicono di sì anche i presidi: «Purché — spiega Giorgio Rembado, presidente dell’Anp — non sia come una volta l’obbligo di leva».
Quanto è probabile che le parole della ministra abbiano un seguito immediato? Non molte a sentire la senatrice pd Francesca Puglisi, che si è occupata a Palazzo Madama della riforma detta della Buona Scuola: «Siamo alla vigilia della campagna elettorale, non credo che ci sia il tempo per provvedimenti complessi, dovendo ancora entrare in vigore alcune disposizioni della riforma che abbiamo approvato un anno e mezzo fa». E per la prossima legislatura? La priorità è correggere alcuni limiti del sistema: «Dovremmo dare un diploma o una qualifica ai ragazzi che smettono a 16 anni, non lasciarli così senza che possano concludere il percorso scolastico anche se hanno frequentato un istituto professionale. Nel programma elettorale dell’anno prossimo ci sarà la riforma dei cicli, magari spostando l’esame di terza media dopo il biennio». Un’idea ambiziosa, magari con il rinvio al triennio delle materie di indirizzo, come aveva proposto tra l’altro Luigi Berlinguer negli Anni Novanta e che si era arenata.
«In linea di principio Fedeli ha ragione, in un mondo dove il lavoro è sempre più complesso e ha bisogno di competenze. Ma penserei prima a far funzionare la riforma della Buona Scuola — spiega Andrea Gavosto, che guida la Fondazione Agnelli —. Il problema non è solo la durata degli studi: vanno modificati il curriculum e anche la didattica, altrimenti non è pensabile risolvere il problema della dispersione o riuscire a tenere i ragazzi sui banchi».
«Fino a 18 anni è giusto, ma a fare cosa? — si chiede Raffaele Mantegazza, professore di Pedagogia a Milano Bicocca — Non lavoriamo solo sul dovere, ma sul piacere di andare a scuola, sulla motivazione: chi è appassionato può accettare sacrifici per raggiungere una meta, l’obbligo in sé non servirebbe».
Il Fatto 23.8.17
Prima la strage poi il gran ballo delle ipocrisie
Se si conservasse un po’ di sincerità o di senso del pudore dovremmo solo dire: sono felice di averla scampata bella
di Massimo Fini
Gli attentati dei jihadisti sono una cosa atroce. Ma più atroce, se possibile, è quello che viene dopo. Si sono viste persone che, passato il pericolo, invece di aiu- tare i feriti filmavano la scena con i loro smartphone e coppie che si facevano dei selfie avendo cura che, alle loro spalle, fosse ben visibile il macello,selfie che poi fanno circolare orgogliosamente su Facebook. Poi inizia il gran ballo funebre delle ipocrisie, delle cerimonie, delle manifestazioni, delle gare a dimostrarsi i più coinvolti, i più emotivamente colpiti, i più buoni. Una porzione del marciapiede su cui è avvenuta la strage è stata sostituita da una lavagna su cui la “gente comune” scrive le solite banalità e falsità, più o meno le stesse degli uomini politici: “Siamo tutti catalani”, “il terrorismo non ci piegherà”, “non abbiamo paura”. Se conservassero un po’ di sincerità o di senso del pudore, direbbero: sono felice di averla scampata bella. Ci sono poi i reportage dalle cittadine o dai quartieri dove vivevano le vittime. Tutti si premurano di affermare che erano tutte delle brave persone, gli uomini dei mariti esemplari e le donne delle spose fedeli. Il che sarà anche vero. Ma è totalmente privo di senso. Non è che queste stragi sarebbero meno gravi se gli uomini fossero dei fedifraghi e le donne adultere. C’è quindi l’inevitabile retorica sui bambini. E certamente in queste “stragi degli innocenti” i bambini sono i più innocenti di tutti. Ma lo sono anche quelli degli altri, che non sono meno bambini dei nostri bambini. Nella prima guerra del Golfo (1990) gli americani per non affrontare fin da subito l’imbelle esercito iracheno (battuto persino dai curdi: in soccorso di Saddam dovette intervenire la Turchia) bombardarono per tre mesi Baghdad e Bassora uccidendo 158 mila civili fra cui 32.195 bambini. Una volta lo dissi a Zapping, allora condotto da Aldo Forbice. Mi aspettavo grida di orrore o che mi dessero del bugiardo mascalzone. Invece né l’una cosa né l’altra (del bugiardo non potevano darmi: i dati provenivano dal Pentagono, sfuggiti di mano perché una coraggiosa funzionaria, Beth Osborne Daponte, poi licenziata in tronco, li aveva rivelati): la notizia scivolò subito via parlando di Rutelli e altre nullità dell’epoca.
Nelle stragi jihadiste sguazzano poi le tv, i talk, i social media che, come ha notato su questo giornale il generale Mini, amplificando a dismisura questi episodi fanno solo il gioco del jihad aumentando la potenza del terrore, quello reale e, soprattutto, quello psicologico. Che a onta di tutti gli atteggiamenti pettoruti e muscolari dei leader e di chi scrive sulle lavagnette è enorme. Emblematico è l’indecoroso spettacolo visto in piazza San Carlo a Torino dove per un solo rumore sospetto una folla priva di ogni freno inibitorio e perduta ogni dignità si urtava, sgomitava, calpestava provocando 1.500 feriti, alcuni gravi, e un morto (ci fu qualcuno che, vedendo un bambino a terra che stava per essere calpestato dagli indemoniati, un uomo alto e robusto che, gridando: “C’è un bambino a terra!”, allargando le braccia riuscì a stoppare i codardi, ma non era un italiano, era un nero, un disprezzatissimo migrante africano).
Qualche lettore penserà forse che io tifo per il jihad. Per la verità sono stato il primo, e l’unico, prima ancora che l’Isis si chiamasse Isis e il Califfato non esisteva ancora ma si definiva ‘Stato Islamico dell’Iraq e del Levante’ a scrivere che era “il più grave pericolo per l’Occidente dopo la Seconda guerra mondiale” (presentazione del mio libro Il vizio oscuro dell’Occidente del 2012). Ciò che mi aveva insospettito era proprio quell’aggiunta “e del Levante”. Voleva dire che aveva ambizioni che andavano molto al di là dell’Iraq. Nessuno mi dette credito. È il mio eterno ed esasperante destino di Cassandra. E ora l’Isis ce lo troviamo davanti. E che si siano rase al suolo le sue roccaforti in Iraq, Mosul e Raqqa (facendo alcune decine di migliaia di morti fra i civili sunniti e inventandosi la favoletta che costoro erano costretti a rimanere in quelle città dall’Isis, come se poche migliaia di guerriglieri, che oltretutto avevano altro da fare, potessero controllare un milione di persone) conta fino a un certo punto. Perché l’Isis è un’epidemia che sfrutta l’elemento religioso, ma le cui radici più profonde sono sociali. Ed era prevedibile che sconfitto da forze enormemente superiori, sia in senso numerico che tecnologico, in Medio Oriente avrebbe intensificato i suoi attacchi in Europa con il mezzo che in una ‘guerra asimmetrica’ è inevitabile: il terrorismo.
In ogni caso, la nascita di un fenomeno come quello dell’Isis dovevamo aspettarcelo dopo la filiera di guerre contro i Paesi musulmani inanellata nell’ultimo decennio. 2001: aggressione all’Afghanistan. Le vittime civili non sono calcolabili perché non sono mai state calcolate. Gli afghani infatti hanno il grave torto di non essere né arabi, né cristiani, né ebrei e di loro si può fare carne di porco. Stime a braccio danno le vittime civili in 16 anni di guerra fra le 200 e le 300 mila. 2003: Iraq. Le vittime civili causate, direttamente o indirettamente, dall’intervento americano sono 650 mila. Il calcolo è stato
fatto molto semplicemente da una rivista medica inglese che ha confrontato il numero dei morti, nello stesso periodo di tempo, durante il regime di Saddam e gli anni della guerra americana. 2011: Libia. Anche qui il numero dei morti civili non è stato calcolato con esattezza. Ma le tragiche conseguenze dell’eliminazione del dittatore libico sono oggi sotto gli occhi di tutti. E non è stato solo un “errore”, ma una serie di orrori di cui siamo responsabili. A questo discorso si lega in qualche modo la vicenda di Giulio Regeni tornata all’onor del mondo dopo che il governo italiano ha deciso di rinviare il nostro ambasciatore al Cairo. Si lega almeno dal lato dell’informazione. Le responsabilità dell’Università di Cambridge e soprattutto della tutor di Regeni, Maha Abdelrahaman, nell’aver inviato quel ragazzo al Cairo per una ricerca sui “sindacati indipendenti” senza metterlo in guardia sui rischi che correva sono fuori discussione. E Il Fatto sta insistendo molto su questo aspetto. La tutor, egiziana, che è stata docente di Sociologia all’Università del Cairo, non poteva non sapere quale era la reale situazione in Egitto. Ma il giovane Regeni è stato tratto anche in inganno dalla completa disinformatia che i giornali occidentali hanno steso sul generale tagliagole e golpista Abd al-Fattah al-Sisi occultando la sua sanguinaria repressione di ogni tipo di dissenso. Anche da questo punto di vista, noi abbiamo la coscienza pulita.
Sul colpo di Stato di Al-Sisi e sulle sue conseguenze abbiamo scritto una serie di articoli: Egitto, l’assurdo processo a Morsi (il Fatto, 9.11.2013); I casi di Egitto e Ucraina la democrazia funziona solo quando ci fa comodo (il Fatto, 31.1.2014), Al-Sisi, il criminale che piace all’Occidente (il Fatto, 31.1.2015); Se l’Occidente democratico sta con i tagliagole d’Egitto, allora io sono antidemocratico (il Fatto, 29.6.2015); Doveva morire Giulio perché l’Italia scoprisse il mostro Al-Sisi? (il Fatto, 11.2.2016); Ops, ci siamo sbagliati: i Fratelli Musulmani erano meglio di Al-Sisi (il Fatto, 15.4.2016); Altro che pace: il Papa non stringa mani insanguinate (il Fatto, 18.4.2017); C’è dittatore e dittatore: Maduro è brutto, Al-Sisi è bello (il Fatto, 15.8.2017).
Il jihad fa orrore. Ma la “cultura superiore”, nuovo modo di declinare il razzismo poiché quello classico, dopo Hitler, è impraticabile, fa schifo. E non è detto che i due fenomeni non siano complementari.
Corriere 23.8.17
Great Wall, la voglia matta di Jeep Usa E il proprietario si fa già chiamare Jack
Il segmento dei Suv è il più redditizio a Pechino. Wei ha cambiato il cognome in Wey
di Guido Santevecchi
«Il movimento è la forza di un’azienda; se non ti muovi sei destinato a scomparire, proprio come Nokia dopo l’arrivo di Apple nel campo dei telefonini». Così la pensa (intervista alla Bloomberg in aprile) Wei Jianjun, presidente di Great Wall, il costruttore cinese che ha scosso il mercato automobilistico dichiarando un interesse per la Jeep. Ieri il titolo Great Wall Motor Co. è stato sospeso in Borsa a Hong Kong e Shanghai in attesa di comunicazioni dal gruppo, che sono arrivate in serata: «Stiamo ancora valutando una possibile offerta per l’intera Fiat Chrysler o sue parti... c’è una grande attenzione ma ancora nessun contatto formale».
Ma chi è Great Wall e quanto è seria la sua ambizione di prendere il volante della Jeep, icona americana e simbolo della sua potenza militare e industriale?
La casa, fondata nel 1984, è basata a Baoding, 150 chilometri a Sud di Pechino, città da 11 milioni di abitanti nota per avere il cielo più inquinato della Cina. Great Wall però vanta dei record positivi: è uno dei pochi costruttori privati di auto cinesi ad aver avuto successo ed essersi affacciato sul mercato internazionale. E soprattutto ha letto nelle aspirazioni dei clienti cinesi in anticipo quando si è impegnato con i suv. Nel 2002 il maggiore azionista Wei decise di lanciare Haval, un nuovo marchio di Great Wall solo per i suv, che sono diventati il segmento di mercato più redditizio in Cina (37% del totale dei veicoli venduti l’anno scorso nel Paese). Sfruttando la partenza anticipata nel campo degli sport utility vehicles, Great Wall è cresciuta bene e nel 2016 ha venduto 1,07 milioni di veicoli, un balzo del 26% sul 2015 e primato consolidato tra i costruttori di suv nella Repubblica popolare. È sbarcata anche in Europa, facendo base in Bulgaria, e l’anno scorso è riuscita a piazzare 16 mila unità. Gli analisti di Automotive Foresight spiegano ora che Wei sognava già nel 2013 di far diventare Haval una nuova Jeep: la mossa per acquisire il marchio storico di Fca segue quindi una logica industriale.
A 53 anni e 5,3 miliardi di dollari di patrimonio personale, Wei Jianjun teorizza che chi si ferma è perduto e si comporta di conseguenza. Si è appena dato un nome americano, Jack Wey, per rendersi più familiare a un pubblico (anche politico) che presto potrebbe giudicare le sue manovre industriali. E ha costituito un nuovo brand, Wey, per competere nel segmento premium dei suv. Basterebbero questi giochi d’immagine a far superare al signor Wei alias Wey le prevedibili obiezioni di Washington di fronte alla prospettiva che la Jeep, simbolo di libertà e spirito d’avventura americani, diventasse cinese? Oltre ai dubbi politici ci sono quelli finanziari: Great Wall vale 16 miliardi di dollari, il solo marchio Jeep se scorporato arriverebbe a 23 miliardi di euro secondo le stime.
La Stampa 23.8.17
India, la vittoria delle donne
Fuori legge il divorzio istantaneo
La Corte Suprema dichiara incostituzionale la pratica diffusa tra i musulmani Gli uomini non potranno lasciare la moglie pronunciando tre volte una parola
di Carlo Pizzati
È una vittoria per tutte le donne indiane, ma in realtà per tutta l’India, e non solo per le mogli musulmane che hanno accolto ieri con grida di festa la decisione della Corte Suprema di rendere incostituzionale la pratica del «triplo talaq», il divorzio islamico istantaneo.
Al marito bastava pronunciare tre volte la parola «talaq» ovvero «ti divorzio» perché questo avesse valore legale e immediato. E in molti dei casi denunciati negli ultimi anni, i divorziandi non si prendevano nemmeno la briga di dirlo faccia a faccia, ma mandavano una mail, lasciavano una lettera sul tavolo con queste semplici tre parole, o spedivano un messaggio su WhatsApp.
Ciò che è sorprendente è che il voto dei giudici sia stato di 3 contro 2. Le donne ce l’hanno fatta, ma per un soffio. Ora il diritto di divorziare da ubriachi, fuori di sé, o per un capriccio è sospeso. E i giudici hanno dato 6 mesi al Parlamento per trasformare la loro decisione in legge.
Bisogna chiarire che si tratta di un genere di triplo talaq, quello istantaneo, o «talaq-e-bidat» che nella maggioranza dei Paesi islamici è già fuorilegge, ma che in India resisteva fino a ieri. Resta legale l’altro triplo talaq, il «talaq-ul sunnat», che funziona così: il marito dice il primo talaq, ma prima di pronunciare il secondo deve aspettare il successivo ciclo lunare. Se lo pronuncia, allora la moglie si deve preparare al periodo dell’«iddat» che copre tre cicli mestruali. La legge islamica dice proprio così. Se in questo trimestre il marito ci ripensa e si riconcilia con la moglie, bene. Altrimenti è finita.
Secondo la legge islamica, in vigore nelle comunità musulmane indiane, anche la moglie ha diritto a chiedere il divorzio, ma deve restituire per intero la dote pagata dal marito. Siamo ben lontani da una parvenza di parità.
Ieri comunque c’è stata festa tra molte donne indiane, soprattutto tra le cinque coraggiose che hanno firmato per prime la petizione anti-talaq presentata alla Corte Suprema e che ha portato a questo risultato storico. Esultava Shayara Bano, 36enne dall’Uttarkahnd scaricata dal marito con una lettera dopo che i suoceri l’avevano maltrattata per mesi e costretta ad abortire sei volte. Gioiva Ishrat Jahan che dal marito ricevette una telefonata da Dubai, tre talaq e clic. Ed era felice Gulshan Parveen che ha trovato la parola scritta tre volte in un pezzo di carta con un francobollo da 10 rupie, 13 centesimi, ed è stata cacciata di casa con un figlio di 2 anni.
Ma fanno festa anche i politici del partito di governo, il Bjp del fondamentalismo induista dalle forti antipatie anti-islamiche, con il primo ministro Narendra Modi che ha twittato (esagerando) «la decisione della Corte Suprema dà eguaglianza alle donne musulmane ed è uno strumento per dare più potere alle donne». Anche il portavoce dell’opposizione ha twittato accogliendo «la decisione storica, perché l’Islam rifiuta lo sfruttamento delle donne musulmane». E così via in uno sciame di congratulazioni e pacche sulle spalle, raramente giustificate.
Ci ha pensato la scrittrice dissidente Taslima Nasreen, in esilio dal Bangladesh dal ’94, a zittire tutti con dichiarazioni molto secche, che fanno da eco a Oriana Fallaci: «Perché abolire solo il triplo talaq? Tutta la legge islamica e la Sharia andrebbero abolite. Tutte le leggi religiose dovrebbero essere abolite per il bene dell’umanità. Abolire il triplo talaq non porta certo alla libertà delle donne. Le donne hanno bisogno di essere istruite e dovrebbero diventare indipendenti».
Ma è anche vero che in questo contesto, la decisione della Corte Suprema è almeno un passo nella direzione giusta. Anche perché quest’eguaglianza sventolata dal premier Modi è ben lontana dall’essere consolidata.
Ci ha pensato Asaduddin Owaisi, dell’All India Majlis-eIttehadul Muslimeen, una delle più importanti associazioni musulmane indiane a soffiare un po’ di realismo tra i festeggiamenti: «Dobbiamo rispettare questa decisione. Sarà una sfida degna di Ercole riuscire a farla applicare sul campo». Come a dire: fate pure le vostre leggi, noi continuiamo così.
Ma qualcosa s’è incrinato. Ora le donne musulmane sanno che la legge è dalla loro parte, e avranno meno paura di andare dalle autorità a far valere quello che da ieri è un loro diritto: non farsi scaricare dal marito senza un motivo, senza un soldo, con tre semplici e crudeli paroline.
La Stampa 23.8.17
Mordi e fuggi, così Davide rivince contro Golia
Nella guerra asimmetrica che li oppone agli inarrestabili Mongoli i Mamelucchi trionfano grazie alla disciplina. Salvando l’islam e l’Europa
di Gianni Riotta
Gli studiosi di strategia, Sun Tzu, Vegezio, Clausewitz o Delbrük, ricordano come, in guerra, la disciplina sia virtù cardinale, un esercito ben disciplinato può aver la meglio su truppe audaci ma irruente. I pazienti svizzeri, con le loro picche, armi derivate da attrezzi agricoli, sconfissero nel 1400 il fiore della cavalleria e a Dien Bien Phu, 1954, i contadini viet minh del generale Giap assediarono con successo gli intrepidi parà del colonnello francese De Castries. Tra le battaglie che gli storici considerano «decisive», capaci di girare un’epoca, in poche la disciplina ha avuto però un ruolo cruciale come nello scontro, oggi dimenticato, di Ayn Jalut, che nel 1260 vide i Mamelucchi musulmani battersi contro gli invincibili Mongoli.
Ayn Jalut, ora in Israele, è sacra alla guerra asimmetrica fin dal nome, che significa Fonte di Golia, il gigante atterrato dal fanciullo Davide. Poco distante la biblica Megiddo, dove i terroristi di Isis, stravolgendo l’Antico Testamento, aspettano l’Apocalisse e il prevalere della loro fede. Invece, in quel 1260, l’islam sembrava vicino alla fine. I Mongoli, guidati da Hülegü Khan, erano calati dalle steppe asiatiche. Nel febbraio 1258 avevano preso Baghdad, giustiziando perfino i musulmani traditori - «Han tradito una volta, tradiranno ancora» - e arso la favolosa biblioteca, con una settimana di saccheggi e stupri. L’orda muove dunque verso il Mediterraneo, terrorizzando musulmani e cristiani. A tappe forzate la cavalleria mongola si riversa su città ancora in guerra nel XXI secolo, Aleppo, in Siria, cade nel gennaio 1260, a marzo tocca a Damasco, da lì i Mongoli entrano a Nablus e Gaza. Hülegü invia al sultano al-Muzaffar Sayf al-Din Qutuz una sprezzante lettera, ordinandogli di arrendersi: «Io comando 300.000 uomini, tu 20.000».
Qutuz era stato poverissimo, aveva conosciuto la dura disciplina dei Mamelucchi, soldati-schiavi capaci di ripetere mille volte al giorno un singolo colpo di scherma e passare stagioni intere all’ippodromo a replicare cariche di equitazione. Infine i Mamelucchi avevano preso il potere, pretoriani del sultanato. Qutuz - cosciente che tra resa e sconfitta non c’era differenza, i Mongoli non gli avrebbero dato scampo - ordina di giustiziare il messo di Hülegü. Qui la sorte concede una mano, insperata, ai Mamelucchi. Hülegü è informato da un altro messaggero che il Grande Khan è morto. Temendo gli intrighi di corte decide di tornare in patria, ma lascia contro Qutuz 20.000 guerrieri scelti, che ritiene invincibili. Nessun esercito era riuscito, fino ad allora, a battere i suoi cavalieri, maestri di finte e galoppo, maestri con l’arco contro bersagli remoti. Con diplomazia i rivali si assicurano alleati, Qutuz negozia con i crociati rifornimenti di viveri e movimenti di truppe, Hülegü schiera addirittura, a fianco di mercenari siriani, cavalieri cristiani, armeni e georgiani, vuoi per amore della pelle o in odio ai musulmani.
Come i marines in Vietnam
Con Qutuz guida i Mamelucchi il futuro sultano Baybars, dall’infinito nome ufficiale al-Malik al-Zahir Rukn al-Din Baybars al-Bunduqdari. La leggenda narra che Baybars, predone e schiavo, avesse partecipato da giovane a scorrerie intorno a Ayn Jalut, che conosce passo passo. Sarebbe stato lui, secondo le cronache che fece stilare di persona, una volta sultano, a concepire l’audace tattica della battaglia. Già dieci anni prima, ad Al-Mansurah, aveva sconfitto i crociati e catturato re Luigi IX di Francia, riscattato a peso d’oro. Da allora sogna di diventar sultano, Ayn Jalut è l’occasione perfetta per le sue ambizioni. Qutuz nasconde sulla boscaglia delle colline circostanti il grosso delle forze, mentre Baybars logora i Mongoli con frenetiche cariche e ritirate. L’attacco seguito da finta fuga aveva confuso a lungo i crociati, costretti dal codice cavalleresco a disprezzare la ritirata: ancora oggi elemento cruciale della guerra asimmetrica, il «mordi e fuggi» ha dissanguato gli americani in Vietnam, Somalia, Iraq e Afghanistan, finché il colonnello John Nagl non ha studiato la paziente repressione degli inglesi contro la rivolta in Malesia, che richiede il sacrificio costante di «mangiar la zuppa col coltello», secondo il motto di Lawrence d’Arabia. Nagl è amico del cuore del generale McMaster, consigliere per la Sicurezza di Trump.
A quel punto Baybars ordina ai suoi cavalieri di improvvisare una rotta, precipitosa e terrorizzata, verso le alture. I Mongoli hanno a capo un cristiano nestoriano - vedete? l’asettico «scontro di civiltà» dei talk show tv è nella vera storia labirinto di specchi -, l’abile Kitbuga Noyan, vittorioso con Hülegü nella lunga campagna e ora deciso a offrire la testa di Qutuz al nuovo Khan.
Una lezione per l’oggi
Ebbro di vittoria, Kitbuga guida la carica mortale dei Mongoli, che mai era stata fermata. Ma, all’ordine di Qutuz, i Mamelucchi, come al campo d’arme, girano i destrieri in un metro di terreno, e riattaccano, mentre in ordine dalle colline caricano i compagni nascosti. Accerchiati, spaventati dai primi colpi di artiglieria mai sparati in battaglia (le cronache divergono su questo dettaglio), da cannoni a mano detti midfa, capaci più di frastuono che di danni, i Mongoli si battono con determinazione, sommersi da frecce, sciabole, lance, pugnali nel corpo a corpo. Cadono uno dopo l’altro, certi testimoni dicono che Kitbuga sia travolto nella mischia, quando Qutuz, toltosi l’elmetto per non mostrar paura, sprona i suoi a morire per la fede, altri che sia stato catturato e decapitato, sdegnando il riscatto: «Infedeli, il Khan mi vendicherà».
Baybars pugnalò poi Qutuz, che gli offriva in regalo una vergine mongola, e fu sultano fino al 1277. I Mongoli, che sognavano di chiudere l’Europa in una morsa, dalla Polonia a Gibilterra, videro dissolvere l’aura mistica dell’invincibilità. L’epica di Ayn Jalut è celebrata in film kolossal e cartoni animati per i bambini, mentre, maligna, Isis sogna alla Fonte di Golia l’Apocalisse di Megiddo e la caduta dell’Occidente. Come allora, solo alleati e disciplina piegheranno un nemico ambizioso e tenace.
La Stampa 23.8.17
Andremo a esplorare le altre Terre
in cerca degli alieni
Il 2018 è l’anno del telescopio della Nasa “James Webb” Individuerà nuovi esopianeti e studierà le loro atmosfere E altre missioni si preparano a svelare i misteri della vita
di Amedeo Balbi
Non tutti ne sono ancora consapevoli, ma proprio in questi anni stiamo vivendo una rivoluzione scientifica che potrebbe avere profonde conseguenze per la comprensione del nostro posto nell’Universo, paragonabili a quelle prodotte dalle idee di Copernico o di Darwin. Da poco più di 20 anni abbiamo trovato le prove che esistono altri pianeti intorno ad altre stelle. Non solo, ma molti di questi pianeti sembrano avere caratteristiche fisiche che potrebbero potenzialmente renderli adatti alla presenza di forme di vita. Se ci si ferma a riflettere sui numeri, c’è da rimanere a bocca aperta: le stime attuali ci dicono che molto probabilmente ognuna dei circa 200 miliardi di stelle della nostra galassia ha almeno un pianeta che le orbita attorno. Quelli potenzialmente abitabili (non da noi, naturalmente, ma da qualche forma di vita «autoctona», magari microscopica) potrebbero essere decine di miliardi. Quando guardate il cielo in una notte d’estate, provate a pensare all’incredibile vastità di ambienti alieni che state abbracciando con un solo sguardo.
Quelle precedenti sono estrapolazioni basate sulle osservazioni di esopianeti (pianeti che orbitano attorno ad altre stelle), compiute negli ultimi due decenni grazie a una serie di sofisticati strumenti astronomici. Attualmente il numero di esopianeti noti supera di poco quota 3500. La maggior parte è stata scoperta da una missione spaziale di grande successo, il satellite Kepler della Nasa. Kepler è un telescopio relativamente modesto (ha uno specchio di 95 cm, poca cosa rispetto ai più grandi telescopi terrestri che ormai toccano la decina di metri di apertura), ma il fatto di trovarsi nello spazio lo mette in una posizione di vantaggio. Kepler ha potuto osservare la minuscola diminuzione di luminosità causata dal transito di un pianeta di fronte alla propria stella, con una sensibilità che al momento è preclusa agli strumenti terrestri. Alcune centinaia di esopianeti sono stati scoperti con una tecnica differente, basata sull’osservazione del piccolo spostamento periodico della stella indotto dall’interazione gravitazionale con uno o più pianeti.
Dopo la valanga di scoperte recenti, ora stiamo entrando in una seconda fase nello studio degli esopianeti, in cui si esamineranno più in dettaglio i candidati più interessanti, in particolare quelli che sembrano più promettenti dal punto di vista della potenziale abitabilità. Il futuro prevede una serie di nuovi progetti osservativi, alcuni dei quali vedranno la luce a breve. Due nuove missioni spaziali, una dell’Esa e l’altra della Nasa, dovrebbero essere lanciate entro l’anno prossimo. Si tratta, rispettivamente, di Cheops e di Tess. Il primo, un piccolo telescopio spaziale di appena 30 cm di apertura, osserverà il transito di esopianeti già noti per provare a determinarne la densità e quindi la composizione fisica. Il secondo cercherà di incrementare il bottino di pianeti di dimensioni simili alla Terra messo insieme da Kepler, concentrandosi soprattutto su stelle brillanti e relativamente vicine alla nostra. Ciò preparerà la strada per le osservazioni del James Webb Space Telescope, il successore del telescopio spaziale Hubble che la Nasa dovrebbe mettere in orbita verso la fine del 2018.
Le aspettative per questa missione sono altissime (anche visto l’enorme impegno economico profuso per la sua realizzazione) e prevedono la possibilità di studiare le atmosfere di esopianeti già noti, determinandone la natura e la composizione. Capire come è fatta l’atmosfera di un pianeta è uno degli ingredienti cruciali per stabilirne le condizioni climatiche e l’effettiva propensione a ospitare organismi viventi. Non solo, ma la presenza stessa della vita può alterare in modo misurabile la composizione dell’atmosfera, come è avvenuto sul nostro pianeta con la comparsa degli organismi fotosintetici, che hanno rilasciato enormi quantità di ossigeno.
Investigare mondi lontanissimi dal nostro, fino addirittura a cercarvi le possibili tracce della vita, è un obiettivo difficile, che non sarà raggiunto nel giro di pochi anni, e che richiederà uno sforzo congiunto e l’applicazione di molte tecniche diverse. Non solo osservazioni dallo spazio, ma anche con telescopi terrestri: quelli di prossima generazione, come lo European Extremely Large Telescope, o Elt, di cui è iniziata la costruzione in Cile, avranno dimensioni imponenti (lo specchio sfiorerà i 40 metri di diametro) e potrebbero persino ottenere le prime immagini dirette di pianeti simili alla Terra. Se i passati 20 anni sono stati quelli in cui abbiamo capito che esistono altri mondi oltre a quelli del sistema solare, i prossimi 20 saranno quelli in cui proveremo a capire una volta per tutte se siamo davvero soli nell’Universo.
il manifesto 23.8.17
Sacco e Vanzetti, quando gli italiani erano «bastardi»
Stati Uniti. Novant’anni fa l’esecuzione dei due anarchici immigrati dal nostro Paese: condannati non solo perché ritenuti sovversivi, ma anche per le loro origini. Oggi, nell'era di Trump, sono discriminati i nativi, gli ispanici e i musulmani
di Stefano Luconi
Il 23 agosto 1927, nel penitenziario di Charlestown a Boston, furono giustiziati gli anarchici italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Al termine di un contestatissimo iter giudiziario, il cui esito aveva suscitato proteste non solo negli Stati Uniti ma anche nel resto del mondo, i due erano stati ritenuti responsabili del duplice omicidio di un contabile e di una guardia giurata, avvenuto il 15 aprile 1920 durante una rapina.
Le prove a loro carico erano indiziarie e forse manipolate a loro danno, un reo confesso del doppio assassinio li aveva scagionati e il giudice che li aveva mandati sulla sedia elettrica non si era fatto scrupolo di definirli «bastardi». Però, nulla di tutto ciò era valso a ottenere una revisione del processo o un provvedimento di clemenza. Solo mezzo secolo più tardi, nel 1977, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis avrebbe riabilitato la loro memoria, riconoscendo i pregiudizi che avevano determinato il verdetto di colpevolezza.
La cattura di Sacco e Vanzetti e la successiva condanna maturarono nell’ambito della Red Scare (la paura rossa), la capillare e draconiana campagna contro i sovversivi che le autorità americane scatenarono nel biennio 1919-1920, in risposta all’eco della rivoluzione bolscevica in Russia, per il timore che le forze della sinistra estremista conquistassero il potere anche negli Stati Uniti. In aggiunta a Sacco e Vanzetti, la «caccia alle streghe» del governo mieté ulteriori vittime. Oltre a migliaia di arresti e alla deportazione sbrigativa nei paesi d’origine per più di 500 immigrati radicali privi della cittadinanza americana, due giorni prima che fossero fermati Sacco e Vanzetti, il 3 maggio 1920, un terzo anarchico italiano, Andrea Salsedo, aveva perso la vita, precipitando dalla finestra di un commissariato, in circostanze mai chiarite, nel corso di un interrogatorio.
Come quattro milioni di altri italiani giunti negli Stati Uniti tra la fine dell’Ottocento e il primo dopoguerra, Sacco e Vanzetti immigrarono in America nel 1908 nella speranza di migliorare le proprie condizioni economiche e di condurre un’esistenza meno precaria di quella che avrebbero vissuto in patria. Sacco, insofferente della monarchia parlamentare sabauda, fu perfino attratto dalle istituzioni repubblicane statunitensi, alle quali all’inizio attribuì un maggiore rispetto dei diritti individuali e dell’eguaglianza tra le persone.
Ben presto, però, in entrambi subentrò la disillusione. Ai loro occhi, gli Stati Uniti non si rivelarono né la terra del benessere né la nazione della libertà. L’America si dimostrò, invece, il paese dove il capitalismo sfrenato provocava lo sfruttamento selvaggio e indiscriminato dei lavoratori. Questa consapevolezza indusse Sacco e Vanzetti a radicalizzare la loro posizione politica. Aderirono così alla corrente antiorganizzativa dell’anarchismo, che si rifaceva a Luigi Galleani, anch’egli destinato a essere espulso dagli Stati Uniti nel 1919, e alle sue teorie sulla legittimità del ricorso agli attentati politici per distruggere il capitalismo e abbattere lo Stato.
Dopo lo scoppio della prima guerra mondiale i due si trasferirono temporaneamente in Messico per sottrarsi alla coscrizione, rifiutandosi di fungere da carne da cannone in uno scontro che attribuivano alla mera rivalità tra paesi imperialistici. Al rientro negli Stati Uniti si ritrovarono invischiati nella repressione governativa che sfruttò l’incitamento di Galleani alla violenza come pretesto per sradicare un movimento quanto mai scomodo nella nazione trasformata dalla vittoria contro la Germania nella principale potenza capitalistica mondiale.
La fede anarchica e la renitenza alla leva resero Sacco e Vanzetti i bersagli ideali della crociata contro il radicalismo di sinistra. A segnare la loro sorte, però, non fu tanto l’ideologia politica quanto l’origine italiana. Nell’America postbellica era in gioco non solo il futuro del capitalismo, ma anche la natura della società statunitense. La ripresa dell’immigrazione alla fine del conflitto accrebbe la presenza di stranieri provenienti dall’Europa orientale e meridionale e accentuò la reazione xenofoba della popolazione di ascendenza anglosassone.
Gran parte dell’opinione pubblica riteneva che l’appartenenza agli Stati Uniti fosse una questione di sangue e non accettava i nuovi arrivati, ritenendoli individui etnicamente inferiori e inassimilabili perché le loro radici non affondavano nell’Europa settentrionale, a differenza dei discendenti dei colonizzatori dell’America del Nord e della maggioranza degli immigrati giunti fino agli anni Ottanta dell’Ottocento.
In particolare, gli italiani erano accusati di essere incivili, sporchi, violenti, dediti al crimine e, in un’ipotetica gerarchia razziale, più simili e vicini ai neri che ai bianchi a causa del colore olivastro della pelle di molti meridionali e dei loro plurisecolari rapporti con i nordafricani. Non a caso, tra il 1886 e il 1910, almeno 34 immigrati italiani, in prevalenza siciliani, vennero linciati, cioè furono colpiti da quella forma di giustizia sommaria popolare che nel Sud razzista si accaniva sugli afroamericani.
In tale contesto, Sacco e Vanzetti divennero i capri espiatori della protesta nativista contro gli immigrati che non erano di ceppo anglosassone. La loro esecuzione si configurò come una sorta di linciaggio legale, successivo di pochi anni al varo delle misure per limitare gli arrivi da paesi sgraditi come l’Italia, culminate nel Johnson-Reed Act che nel 1924 chiuse l’epoca dell’immigrazione di massa.
A novant’anni di distanza, mentre gli incidenti di Charlottesville hanno riacceso la diatriba su chi possa essere considerato un «vero» statunitense e l’appartenenza alla nazione di afroamericani, ispanici e mussulmani è messa in discussione nell’America di Trump, la vicenda di Sacco e Vanzetti resta a monito delle aberrazioni dell’intolleranza xenofoba che periodicamente riaffiora nel paese che ambirebbe a essere la terra degli immigrati per antonomasia.