sabato 27 maggio 2017

il manifesto 27.5.27
Se un mostruoso Nerone risiede al Palatino
Beni culturali. Lo sfregio del palco di 14 metri innalzato nella cosiddetta Vigna Barberini per ospitare l'opera rock pagata anche dalla Regione: l'area sarà intedetta ai turisti
di Valentina Porcheddu

Solo qualche mese fa la Grecia ha rifiutato la proposta della casa di moda Gucci per una sfilata sull’Acropoli di Atene. In febbraio i media avevano parlato di un’offerta corrispondente a 2milioni di euro, ai quali se ne sarebbero aggiunti un’altra cinquantina per i diritti d’immagine: la manna dal cielo, secondo gli opinionisti che si sono scatenati sul web accusando i Greci vessati dalla crisi economica di non aver saputo cogliere l’occasione per finanziare nuovi restauri. Ma il verdetto della Commissione archeologica centrale greca (Kas) aveva messo un punto alla vicenda dichiarando che il carattere culturale unico dei monumenti dell’Acropoli era in contrasto con l’evento ideato da Gucci. In Italia, invece, pecunia non olet e la Soprintendenza speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’area archeologica di Roma ha accordato il permesso per un mega palco situato nella cosiddetta Vigna Barberini, sul Palatino, dove dal 7 giugno al 31 luglio andrà in scena l’opera rock Divo Nerone.
Alta quattordici metri e larga trentasei (per complessivi mille metri quadrati) la poderosa struttura in ferro svetta dalle rovine del più antico colle di Roma, deturpando il paesaggio. Il mostruoso palco, al quale dovranno essere aggiunti gli spazi per tremila spettatori, non sembra però scuotere l’animo del ministro Franceschini che, al contrario, sottolinea l’aspetto economico dell’«affare». Il canone d’uso dell’area sarà infatti di 250mila euro e alla Soprintendenza andrà anche il 3% dell’incasso dei biglietti. Che una parte dei guadagni siano destinati al recupero della coenatio rotunda – la sofisticata sala da pranzo della Domus Aurea neroniana – non dovrebbe giustificare un’operazione prettamente commerciale, che col pretesto del restauro si fa beffa della tutela, della fruizione e persino della ricerca scientifica.
L’area, infatti, sarà interdetta a turisti e équipe di scavo sino alle fine dello spettacolo diretto da Gino Landi con le scenografie di Dante Ferretti. Un’interrogazione parlamentare denuncia inoltre che alla produzione del musical avrebbe partecipato anche la Regione Lazio, con un investimento di un milione e 50mila euro. Insomma, non solo si sequestra un’aerea destinata alla comunità per il godimento di pochi (i prezzi partono da poco meno di cinquanta euro) ma si utilizzano persino fondi pubblici per la realizzazione di uno show che potrebbe nuocere alla sicurezza dei monumenti nonché compromettere strati archeologici non ancora indagati. Siamo molto lontani da quell’archeologia civile che contempla il riutilizzo dei monumenti come sfida «vitale» del presente, siamo lontanissimi da Epidauro, dove ogni estate migliaia di persone affollano l’antico teatro e assistono alla rappresentazione di commedie e tragedie, seduti sulla dura pietra, alla luce delle stelle, col canto dei grilli che «disturba» gli attori, a perpetuare un rito millenario, quello dell’arte che solleva dal peso di guerre e schiavitù e consegna speranze. Riprodurre con effetti speciali l’incendio del 64 d.C. che distrusse Roma sembra invece essere la priorità del Mibact. Ma un novello Nerone, imberbe e dalla tipica bellezza hollywoodiana, cosa mai potrà lasciare se non il gusto amaro di un’archeologia al servizio del business?
Il Fatto 27.5.17
La tomba dell’Arte svenduta e perduta da Franceschini
Tre anni di mala gestione dell’immenso patrimonio italiano, dalla guerra alle Soprintendenze al liberismo sfrenato
di Giampiero Calapà e Vittorio Emilian

La gestione Franceschini del prezioso patrimonio paesaggistico e culturale in poco più di tre anni ha provocato una concatenazione di disastri. I modelli, se di modelli si può parlare, dell’iniziativa franceschiniana sono rintracciabili in alcuni apparati scarsamente funzionanti dell’ottocentesco Regno di Sardegna e del fascismo, in quest’ultimo caso addirittura corretti e rinnegati dal ministro dell’Educazione Giuseppe Bottai nel 1939.
Al Capo non piacciono, caccia ai vecchi dirigenti
Dario Franceschini è ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo dal 22 febbraio 2014, giorno in cui Matteo Renzi strappa la campanella di Palazzo Chigi dalle mani di Enrico Letta dando il ben servito anche a Massimo Bray. Qual è il vangelo che definisce l’azione di governo di Franceschini, chiamato a sostituire una figura di prestigio come quella di Bray (ora reduce dal successo senza precedenti del Salone del libro di Torino, edizione 2017)? Ebbene le linee programmatiche franceschiniane sono state anticipate proprio dal libello di Matteo Renzi: Stil novo, la rivoluzione della bellezza da Dante a Twitter (Rizzoli, 2012). Infatti, è dall’esperienza fiorentina di Renzi sindaco – ai tempi in cui definiva Franceschini “vicedisastro” – che nasce il fastidio per la figura del soprintendente. È un soprintendente che non permette di raschiare l’affresco del Vasari a Palazzo Vecchio (improbabile per gli esperti ritrovare là sotto “La battaglia di Anghiari” di Leonardo) e sempre le Soprintendenze contesteranno l’affitto di Ponte Vecchio per la festa della Ferrari di Montezemolo e impediranno il rifacimento dell’incompiuta facciata di San Lorenzo. Quindi i soprintendenti vanno depotenziati, meglio sarebbe cancellarli. Un primo scorporamento franceschiniano riguarda “valorizzazione” e “tutela” dei beni culturali. La tutela rimane alle soprintendenze ma la valorizzazione viene posta in capo ad altri organismi dello Stato, una sorta di ufficio turistico nazionale. I meccanismi diventano più farraginosi ma il vero colpo di grazia è la scissione dei musei dal proprio territorio, compresi quelli di scavo. Una mole immensa di patrimonio da dividere: sedi, archivi cartacei, fotografici e personale, poco e anziano (età media 55 anni, nessuno nato dopo il 1982).
Caos, paradossi e danni irreparabili
Caos e paradossi, e danni: un esempio sono gli 8.815 Nuraghe in Sardegna, vero museo a cielo aperto, inscindibile dal territorio; erano uno in più ma quello di Tertenia è crollato nell’autunno 2016 dopo anni di inascoltati allarmi e richieste di fondi da parte della Soprintendenza. In Toscana, poi, c’è l’esempio migliore per spiegare il paradosso delle scissioni franceschiniane: Populonia, frazione del comune di Piombino. Qui l’importante area di scavo è gestita dalla Soprintendenza, ma al suo interno c’è il Museo Etrusco, gestito dal Polo museale, riproducendo in piccolo quella che era la situazione di Berlino Ovest isola nel mare della Germania Est. Al Sud d’Italia la maggior parte del patrimonio artistico è culturale si trova nelle chiese, nelle abbazie, nelle cappelle e nelle regge. Al Nord nelle Pinacoteche, statali e civiche dopo le soppressioni degli ordini religiosi prima per mano di Napoleone e poi del nuovo Stato unitario risorgimentale. Va da sè come sia impossibile scindere anche fisicamente i musei archeologici dagli scavi e quindi dal territorio. È da questo aspetto che si capisce la vera ratio della riforma franceschiniana: criteri e compensazioni politico-clientelari così come svelato dalla sentenza del Tar del Lazio rispetto alle nomine bocciate dei cinque supermanager.
Accorpamenti e ritorni al passato
Con una norma sbrigativa Franceschini fa saltare le Soprintendenze archeologiche accorpandole in un solo organismo con Belle arti e paesaggio. Antonio Paolucci, già sovrintendente, già direttore dei Musei Vaticani e ministro nel governo Dini (1995-96), definisce così l’operazione: “Un mostro”. Un accorpamento del genere era già stato approntato nel 1923 dal Partito nazionale fascista. Ma fu lo stesso fascismo ad accorgersi dell’imperdonabile errore nel 1939, quando il ministro Giuseppe Bottai, conscio del valore delle specializzazioni, cancellò gli accorpamenti. Invece, i profeti della Rottamazione hanno deciso di ritornare al pre-Bottai rottamando, in buona sostanza, controlli e procedure tecnico-scientifiche che spesso salvano la vita del patrimonio artistico e culturale.
Un salto indietro fino al Regno sabaudo
Laddove Franceschini non arriva poi, ci ha pensato Marianna Madia, ministro della Pubblica amministrazione, con una norma uccidi-Soprintendenze. L’arma fine di mondo, l’applicazione definitiva dello Stil novo renziano, infatti, è stato il depotenziamento dei soprintendenti, che diventeranno gerarchicamente inferiori ai prefetti. Spetterà, infatti, ai prefetti, e non più ai soprintendenti, decidere se inviare un archeologo, un dirigente Asl o un elettricista, a un’importante e delicata Conferenza dei servizi, per esempio. Succedeva la stessa cosa, viaggiando a ritroso nel tempo, nel Regno di Sardegna, considerato arretrato in materia da studiosi e storici. Altro che innovazione e velocità nell’epoca di Internet, il combinato Franceschini-Madia proietta il patrimonio artistico-culturale direttamente nell’Ottocento e non nelle parti d’Italia considerate, invece, più avanzate nel sistema di tutela artistico-museale: Granducato di Toscana e Stato Pontificio.
L’ultimo affronto: l’articolo 68 svendi-arte
È l’articolo 68 della legge sulla concorrenza l’ultimo soccorso alla concezione franceschiniana del patrimonio artistico del Paese: liberalizzazione totale dell’esportazione di opere d’arte di proprietà privata. L’Italia diventa, sotto questo punto di vista, col silenzio assenso di Franceschini, un Paese iper-liberista per la gioia di ricchi antiquari e mercanti d’arte di tutto il mondo.
Il Fatto 27.3.17
Dopo Atene e Napoli, una stazione museo anche nella Capitale
In piazza Syntagma una stratigrafia dei terreni accoglie i viaggiatori. Nel capoluogo campano un tempio
Dopo Atene e Napoli, una stazione museo anche nella Capitale
di Emanuele Greco

“Alle volte mi basta uno scorcio… un affiorare di luci nella nebbia… per pensare che partendo di lì metterò insieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, di istanti separati da intervalli… Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo… tu non devi credere che si possa smettere di cercarla”.
Niente meglio di queste righe tratte da Le Città invisibili di Italo Calvino può rendere il senso del nostro rapporto con la storia e le sue tracce materiali, i monumenti del sottosuolo, sui quali, quasi sempre inconsapevolmente, posiamo ogni giorno i nostri piedi. Il rapporto del cittadino con le testimonianze del suo passato ha mosso la curiosità e stimolato la riflessione in tutte le epoche storiche. Occupandoci qui di Roma, piace ricordare Cicerone che loda il più grande erudito del suo tempo, M.Terenzio Varrone, quando afferma che con le sue ricerche egli ha ricondotto i Romani in patria, perché essi vivevano nella loro città come stranieri. E non possiamo fare a meno di citare la celebre lettera di Francesco Petrarca al Cardinale Giovanni Colonna nella quale il poeta attraversa tutta la Roma antica, da quella del mito delle cui vicende può solo immaginare l’ubicazione, fino a quella dei monumenti reali, visibili, come la Colonna di Traiano o il Mausoleo di Adriano, concludendo con una frecciata contro i Romani suoi contemporanei: al giorno d’oggi chi è più ignorante delle cose di Roma dei Romani? (Qui enim hodie magis ignari rerum romanarum sunt quam romani cives?).
L’operazione da poco conclusa e consegnata alla fruizione pubblica con l’inaugurazione della stazione della Metro C a San Giovanni è occasione propizia per esprimere soddisfazione per i risultati ottenuti dall’équipe coordinata dalla brava Rossella Rea, responsabile scientifica del progetto. Roma arriva per ultima a realizzare un museo in una stazione della metropolitana, dopo le esperienze di Milano o quella grandiosa di Piazza Sýntagma (ma anche di alcune stazioni minori vicine) ad Atene con la spettacolare stratigrafia e i reperti nelle vetrine antistanti. E non dimentichiamo quella che si sta realizzando a Napoli nella stazione di Piazza Nicola Amore, dove è stato rinvenuto il tempio di età augustea, santuario nel quale si svolgevano i giochi isolimpici neapolitani. In attesa di ammirare i risultati di queste nuove esperienze che sono in corso d’opera, possiamo concordare con il Soprintendente Prosperetti nel definire quella di San Giovanni una delle più belle stazioni al mondo di metropolitane nelle quali venga narrata la storia del sito. La disposizione su tre piani permette di scendere, partendo dall’età moderna fino alla preistoria. Come avverte la Rea, si è voluto narrare la storia di quel sito, in sequenza stratigrafica, dall’alto verso il basso, mettendola in rapporto immediato con la grande storia di Roma, con quello che sappiamo essere avvenuto nella città nello stesso tempo. VedreVedremo presto un’analoga sistemazione anche a Piazza Venezia, dove, sempre con gli scavi del Metro C, è stato portato alla luce un ennesimo straordinario insieme monumentale dell’Urbe?
di Emanuele Greco
Il Fatto 27.5.17
“Recalcati? La psicanalisi al servizio di Renzi”
L’allievo di Lacan contro il collega: “Non possiamo avere etichette politiche”
di Ferruccio Sansa
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“No, uno psicoanalista come Massimo Recalcati non può mettere il suo sapere al servizio di un partito politico. Non può utilizzare le tecniche della sua scienza per attrarre i giovani. E poi in una scuola intitolata a Pier Paolo Pasolini… è troppo!”. Parla Jacques-Alain Miller, uno dei più noti psicoanalisti viventi. Alunno e curatore testamentario del maestro Jacques Lacan. Miller è arrivato a Torino per partecipare al convegno nazionale della scuola lacaniana. Ma nei corridoi dell’università oltre che di psicoanalisi si parla di politica nostrana. È scoppiato il caso Recalcati: studioso italiano di Lacan chiamato da Matteo Renzi a lanciare la scuola di partito del Pd. La polemica apparentemente tutta italiana è approdata all’estero, a cominciare da Parigi. I giornali e i siti degli studiosi di Lacan ospitano articoli e dibattiti.
Professor Miller, lei non è stato molto tenero con il suo collega…
C’è qualcosa di Renzi che mi ricorda Alessandra, la zarina di Russia sposa di Nicola II, che per far guarire suo figlio malato di emofilia si affidò a Rasputin. Ma il segretario Pd ha migliori possibilità di successo: Rasputin era un grande seduttore oltre che un ladro. Mentre Recalcati non ruba.
Lei ha scritto anche di peggio sul giornale “Lacan Quotidien” diffuso tra gli psicoanalisti di mezzo mondo…
Mi sono chiesto se Recalcati è Faust e Renzi il diavolo. No, Renzi è un uomo politico di talento che prende il nuovo dal lato della psicoanalisi. La “canaglia”, detto con ironia, è Recalcati.
Parliamo di uno degli psicoanalisti più noti d’Italia…
Chi fa il nostro lavoro non deve avere etichette politiche addosso.
Chi difende Recalcati ricorda che anche voi siete scesi in campo alle ultime presidenziali francesi. È vero?
Certo. Abbiamo ritenuto che fosse un dovere schierarsi contro la proposta del Front National in un momento in cui in Francia nessuno sollevava la questione dell’identità e del passato di questa forza politica. Ma se avesse vinto Marine Le Pen avrebbe significato l’isolamento della Francia in Europa, un disastro per l’economia. Il rischio di una dittatura. Noi abbiamo deciso di parlare per raccogliere un fronte repubblicano. Senza un partito, senza un’etichetta.
Qual è invece la colpa di Recalcati?
Mettersi al servizio di un partito. Noi non abbiamo bisogno di politici, dobbiamo dare una vita nuova agli ideali democratici. E anche all’insegnamento di Lacan. Schierarsi in politica può creare invece un danno.
Lei ha usato la parola scandalo…
Sì, per noi è uno scandalo. Non possiamo accettarlo. Non possumus.
di Ferruccio Sansa
Il Fatto 27.5.17
Metro C racconta: orti, canali, vigne (e qualche tomba)
di Antonello Caporale

I nonni dei nonni dei nonni di Roma si davano da fare con le frecce per cacciare mucche, capre e cervi, amavano l’orto, drenavano l’acqua, costruivano canali, non gli bastava il grano, producevano legumi. 1410 avanti Cristo, insediamento del neolitico poggiato alla base del parcheggio che fa da capolinea alla metro C in località Pantano, 18 chilometri di tratta, l’ultima fermata verso oltre le borgate della cinta metropolitana, alle soglie dei Castelli.
Tra le tante rogne che la nuova linea C ha dato a Roma almeno un tesoro ha restituito. Un enorme, incredibile viaggio nel tempo attraverso i secoli. Giù e ancora giù a seguire le tracce dell’uomo fin dove è stato possibile, fin quando è comparso. Diciotto metri ci separano dal punto G dell’archeologia, 18 è la quota zero, la soglia dove si perdono i segni dell’umanità comparsa, il fondo del fondo in cui le tracce della grandezza e dell’identità di Roma paiono misurabili, intellegibili, processabili in questo monumentale saliscendi dal contemporaneo al primitivo, lungo la scala, non metaforica, del ritrovamento di ciò che siamo stati. Giungere fino al piano terra dell’umanità non è soltanto una corsa all’ingiù, ma è anche l’esibizione di una tecnica sopraffina, di una ricerca no limits, di risorse economiche, finalmente si può dire, spese per illuminare la nostra identità, ritrovare fin nei dettagli la nostra memoria. Ciò che fummo.
Diciotto metri sotto il piano stradale è il punto dove lo scavo scientifico si è fermato (quello tecnico ha raggiunto i meno trenta), dove gli archeologi hanno finito le escursioni, chiuso nelle teche vasi di cocci e noccioli di pesca, ceneri funerarie, recintato e tutelato stanze militari e caserme, cave di tufo e discariche millenarie.
“Un grande, avventuroso e felice viaggio nel tempo” l’ha chiamato Rossella Rea, curatrice scientifica del progetto. Le ruspe della metropolitana hanno seguito gli archeologi e hanno avanzato solo quando la caccia al tesoro era conclusa, i segni dell’uomo scomparsi. E hanno atteso, e l’attesa che pure è costata alla città, alla fine è stata premiata. È stato rovesciato il metodo di indagine, facendo aprire il varco agli archeologi, e sono state evitate le pratiche distruttive con le quali purtroppo avanzò la linea A della metropolitana…
La storia è memoria e bastano pochi scalini, qualche decina di centimetri per giungere, nel piazzale di San Giovanni alla fiaschetteria di sor Agostino che nell’Ottocento preparava la coda alla vaccinara e le frattaglie romane. Menu ricco mi ci ficco e lo traforo. Pigiare il meno cinque dell’ascensore, altri cinque metri ed ecco, siamo nel Seicento, in perfetta traiettoria si ritrova l’osteria madre, il trisavolo di sor Agostino, la taverna originaria.
Il paesaggio era di alture e colline, con declivi utili ai vitigni e alla coltivazione della frutta. I resti dei raccoglitori sono scomparsi ma un fondo di un cesto di paglia, siamo al Primo secolo dopo Cristo, è incredibilmente rimasto illeso. San Giovanni è la cinta daziaria, lì sorgono aziende agricole che coltivano pesche, l’albero trovato in Persia e che offrirà il frutto destinato alla tavola dei ricchi. A dieci metri sotto la quota attuale i resti di un vivaio, persino le radici degli alberi. Alcuni noccioli di pesco hanno attraversato i secoli e ora sono disponibili nelle teche allineate lungo i tre piani della metro, lo strabiliante museo che ogni giorno, dal prossimo ottobre, i romani attraverseranno per giungere alle pensiline o tornare a casa dopo il lavoro. Un grande orto, di proprietà delle grandi famiglie (i latifondisti raggiungeranno anche Villa Armerina in Sicilia), resiste nei pressi della pancia della Basilica, e nulla per fortuna ha potuto il cemento contemporaneo. La storia millenaria si difende come fosse un sottomarino che resiste a ogni incursione nemica. Poche centinaia di metri e la fermata dell’Amba Aradam, ancora in fase di completamento, custodisce sotto i suoi piedi (siamo al II secolo dopo Cristo) intatti gli alloggi militari di una grandissima caserma, stanze larghe 4 metri e altrettanto lunghe dove risiedevano i soldati. Un complesso edificato strabiliante, una città d’armi imponente a completamento dell’area militare che, tra l’età di Traiano e quella di Adriano, ricopriva tutto il quartiere del Celio.
Il viaggio verso il nostro sud misura la quantità enorme di energia che Roma ha dato al mondo. Ed è spettacolare la cava di tufo e pozzolana che tra il Primo e il Terzo secolo dopo Cristo alla stazione del Pigneto fu riempita per la costruzione della grande Roma. Una discarica di 3700 metri quadrati a otto metri di profondità, e appena prima – stazione Lodi – un’altra cava delle stesse dimensioni. Svuotamenti e traghettamenti di materiale di risulta, l’immenso movimento terra che la costruzione delle Mura Aureliane provocherà. Ma è alla stazione di Teano che gli archeologi trovano un campo coltivato. Un ettaro intero, forse grano, e qui siamo al Quarto-Terzo secolo avanti Cristo.
Ma Roma è Roma e il primo giallorosso, una parete dipinta con i colori della città, si scorge a Centocelle. Progenitore del tifoso della curva, i suoi resti sono custoditi in tombe con accluso corredo funerario.
Nel ventre l’acqua di un ruscello che a sette metri e mezzo di profondità attraversava l’area dove adesso sorge la stazione di Giglioli, e una strada tra Ponte Mammolo e Boville, un basalto largo due metri e mezzo corre molto al di sopra dei binari della metro a Giardinetti. Un maschio particolarmente longevo, un cinquantenne, età irraggiungibile per la stragrande maggioranza della popolazione e soprattutto per le donne che perivano in età da parto (la setticemia era la causa scatenante) nato tra il Terzo e il Quinto secolo avanti Cristo, chiuso in una tomba perfettamente tenuta sotto la stazione di Torrenova.
La metro C raggiunge il capolinea (Montecompatri-Pantano), e nel luogo più distante dal centro l’insediamento più antico. A Pantano infatti il villaggio del neolitico, capanne di indigeni autarchici. Gli indiani d’America di Roma.
Così forti e organizzati da stabilizzare l’area, progettare azioni di bonifica della palude, mettere in sicurezza le capanne con canali di irrigazione, far fiorire la terra con grano e legumi. Mangiavano carne, e con le frecce inseguivano capre, cervi o puntavano alle mucche. E forse vivevano felici.
il manifesto 27.5.17
Jet Usa bombardano le famiglie dei miliziani Isis: 106 morti
Siria. Tra le vittime 42 bambini. Dall'insediamento di Trump alla Casa Bianca, si è moltiplicato il numero di morti tra Siria e Iraq. A monte maggiori poteri al Pentagono e la volontà di riprendere il controllo della situazione in Medio Oriente
di Chiara Cruciati

Due raid, il primo giovedì sera e il secondo poco dopo la mezzanotte di venerdì: la coalizione a guida statunitense ha ucciso almeno 106 civili, di cui 42 bambini, a Madayeen, città occupata dallo Stato Islamico nella provincia di Deir Ezzor in Siria.
Nel mirino alcuni edifici in cui vivevano i familiari di miliziani dell’Isis, di origine siriana e marocchina, secondo quanto riportato dall’Osservatorio Siriano per i diritti umani, ong da anni schierata contro Damasco.
Lì, a Mayadeen, le famiglie degli islamisti erano arrivate nell’ultimo periodo, in fuga da Raqqa dove l’offensiva di terra delle Sdf (Forze Democratiche Siriane) e i bombardamenti aerei hanno stretto il cerchio intorno alla “capitale” del secidente califfato.
Per ora nessun commento giunge da Washington. Parla solo il portavoce della coalizione, il colonnello Dillon: ogni vittima innocente, ha detto, è «una tragedia» aggiungendo però che è l’Isis che spesso usa i civili come scudi umani.
Una «tragedia» che si ripete con una costanza allarmante: giovedì il Comando centrale delle forze Usa ha ammesso la strage di metà marzo a Mosul, quando venne centrato un palazzo e furono uccisi tra i 100 e i 200 sfollati iracheni.
A tenere il bilancio è l’ong Airwars: da gennaio (quando Trump si è insediato alla Casa Bianca) il numero di civili uccisi da raid statunitensi tra Siria e Iraq è lievitato. Oltre 450 a febbraio, 1.803 a marzo, 1.193 ad aprile e 871 fino a metà maggio.
A monte il rinnovato interventismo Usa: Trump vuole tornare in pompa magna sul campo di battaglia, ufficialmente per combattere l’Isis. Ma dietro sta la stringente fretta di riprendersi l’influenza mangiata dalla Russia, obiettivo passato per Riyadh (con la consegna di 110 miliardi di dollari in armi) e per un maggiore spazio di manovra garantito al Pentagono.
Protesta l’Onu: «Gli stessi civili che soffrono per i missili indiscriminati e le esecuzioni sommarie dell’Isis – ha detto l’Alto Commissario ai diritti umani, Zeid Ra’ad al Hussein – cadono vittime dell’escalation di raid aerei».
E dà gli ultimi numeri: il 14 maggio 23 contadini sono stati uccisi dai jet Usa vicino Raqqa, il 15 maggio 59 civili sono morti per lo stesso motivo nel distretto di Deir Ezzor.
La Stampa 27.5.17
L’India inaugura il maxi ponte
Prova di forza contro la Cina
Dietro il rilancio economico del Nord-Est la strategia di contrattacco di Modi La struttura consentirà ai tank di avvicinarsi all’area contesa con Pechino
di Carlo Pizzati

Tra le vette più alte del mondo, nell’Himalaya al confine tra Cina e India, sono già arrivate le tempeste dei pre-monsoni. Ma le bufere non sono solo meteorologiche perché stanno addensandosi tensioni tra i due Paesi più popolati al mondo, con più di 1,3 miliardi di abitanti ciascuno.
Così, l’inaugurazione del ponte più lungo dell’India tra l’Assam e lo stato confinante con la Cina, l’Arunachal Pradesh, dovrebbe essere una bella notizia. E difatti il presidente Narendra Modi, nel celebrare tre anni esatti al governo, ha dichiarato ieri che questo ponte è l’inizio di una fase di rilancio economico del Nordest con autostrade, treni, canali, aeroporti e potenziamento dell’Information Technology.
Quel che non ha detto è che si tratta anche di un cambiamento di strategia militare, in un botta e risposta che coinvolge un caccia indiano schiantatosi sui monti dell’Assam, un viaggio del Dalai Lama nel nord dell’India, le offerte misteriose di un «Kissinger cinese» e un flettersi di muscoli in una disputa lunga un secolo, rafforzata dai ritrovati nazionalismi tipici di questa nostra era.
Il ponte Hazarika, lungo 9,15 chilometri attraverserà il fiume sacro Brahmaputra, nell’Assam, consentendo ai carri armati indiani di raggiungere più in fretta le zone di confine, su un’autostrada di duemila chilometri da costruirsi nell’Arunachal Pradesh. Ma provate a pronunciare il nome di questo stato indiano in Cina e vi diranno: «Intendi il Tibet del Sud?». Pechino non riconosce questo stato, e lo reclama come suo. Non solo, si è lamentata pubblicamente con l’India di aver concesso al Dalai Lama di restarci per due settimane ad aprile.
Ponte e autostrada sono un cambiamento di strategia significativo. Dopo la guerra del 1962, in cui per 4 settimane la Cina sconfinò dimostrando il suo potere, l’India ha adottato una strategia difensiva al limite del timoroso: non ha più costruito strade nelle zone di confine perché, in caso d’invasione da nord, per i cinesi sarebbe stato impraticabile conquistare le pianure via terra. Così senza strade e commercio, le regioni si sono impoverite.
Ma Modi ha cambiato gioco, finendo la prima di molte grandi opere rimaste in sospeso, cui seguirà il ponte ferroviario più alto del mondo, 359 metri su un abisso nel Kashmir, e una linea di binari nelle isole Andamane, nel Golfo del Bengala dove transitano navi cargo cinesi.
Non sorprende allora il summit che il ministro degli Interni indiano ha tenuto nel Sikkim, staterello montagnoso con meno di un milione d’abitanti infilato tra Nepal, Bhutan e Cina. A Nathula, posto di frontiera con la Cina, Rajanth Singh ha raccolto i governatori dei sette stati di confine per dire loro, sotto lo sguardo severo dei gurkha: «Alzate il livello di vigilanza. Ci sono state trasgressioni delle forze cinesi in passato. E potrebbero esserci altri faccia a faccia. Dobbiamo sviluppare le zone di confine per arginare l’emigrazione verso sud. Lo faremo finanziando lo sviluppo di villaggi modello, mentre completiamo le reti stradali».
È un cambiamento di rotta totale. Prima la necessità di svuotare le zone cuscinetto con la Cina e renderle impervie a una possibile invasione, ma rendendo anche difficoltoso il pattugliamento. Ora la decisione di popolare il confine di strutture e abitanti, ponti, strade, treni.
L’annuncio arriva proprio quando il cosiddetto «Kissinger cinese», il rispettato diplomatico Dai Bingguo, aveva commentato che se l’India fosse disposta a consegnare territori nel «Tibet del Sud», il governo cinese avrebbe rivisto le sue posizioni in «altre aree», ovvero a nord del Kashmir, in una territorio di 38mila km quadrati che l’India reclama come suo. Scambio improponibile, al momento.
Secondo S.K. Chatterji, analista indiano di sistemi di difesa, la situazione si fa seria: «L’India si deve preparare per una breve, ma intensa guerra nei prossimi anni. Riuscire a spostare le risorse militari da un settore all’altro, a seconda delle minacce, è ora importantissimo per le forze armate indiane. Il ponte sul Brahmaputra aiuterà a muovere rapidamente mezzi e soldati lungo il confine con la Cina».
In quella frontiera, tre giorni fa, è scomparso dai radar un caccia Sukhoi-30 dell’aviazione indiana. Ieri è stato ritrovato proprio sulla linea di confine con la Cina. Nessuna traccia dei due piloti.
Repubblica 27.5.17
Collocò i papi all’inferno Separò teologia e politica E le sue opere furono bandite
Il Dante laico un eretico in Paradiso
di Vito Mancuso

Il centro matematico della “Commedia” è una terzina in cui si celebra la libertà in quanto possibilità di libera decisione: «Se così fosse, in voi fora distrutto / libero arbitrio, e non fora giustizia / per ben letizia, e per male aver lutto» (“Purg.” XVI, 70-72). L’intera opera in realtà ruota attorno al concetto di libero arbitrio, come spiega Dante stesso presentando il suo lavoro: «L’uomo, meritando o demeritando nell’esercizio del suo libero arbitrio, è soggetto al giusto premio o alla giusta pena» (“Epistola a Cangrande”,
8). È per questo che si dà commedia, cioè movimento, trama, creatività, mentre in sua assenza si avrebbe tragedia, come Edipo destinato a uccidere il padre e a giacere con la madre, oppure farsa, mero caos, assenza totale di struttura.
Uno dei versi più belli è quello con cui Virgilio, accomiatandosi da Dante, gli conferisce la corona e la mitria attestando che ormai egli è re e papa di se stesso: «Per ch’io te sovra te corono e mitrio» ( Purg. XXVII, 142). Appare qui l’altissimo senso della libertà della coscienza personale coltivato da Dante, confermato da quanto scrive al signore di Verona: «Coloro che hanno vigore d’intelletto e di ragione sono dotati di una sorta di divina libertà e non sono rigidamente legati a nessuna consuetudine; e ciò non fa meraviglia, perché non essi sono diretti dalle leggi, ma piuttosto le leggi da loro» ( Epistola a Cangrande, 2). Tale primato della coscienza ha ben poco a che fare con lo stereotipo del medioevo oscurantista e non a caso si ritroverà nell’umanesimo con la Oratio pro hominis dignitate di Pico della Mirandola del 1486, e nella modernità con lo scritto di Kant del 1784 Risposta alla domanda: Che cos’è l’illuminismo?.
Da tale considerazione della libertà discende il primato della morale sostenuto da Dante: «Cessando la Morale Filosofia, l’altre scienze sarebbero celate alcuno tempo, e non sarebbe generazione né vita di felicitade, e indarno sarebbero scritte e per antico trovate» (Convivio, II, 14). Si tratta di una tesi «veramente straordinaria nel medioevo» (Gilson), secondo cui la filosofia si compie come etica e la conoscenza come giustizia. È per questo che in Dante hanno tanto spazio la denuncia e l’invettiva: sono una logica conseguenza dell’aver assunto l’etica quale punto di vista in base a cui guardare il mondo. Uno sguardo informato dalla giustizia intende giudicare, sente cioè la necessità di distinguere il bene dal male e gli onesti dai truffatori. Dante quindi è un moralista, non però nel senso decaduto della contemporaneità, ma nel senso classico che fa della giustizia la virtù più grande al cui servizio si devono porre la politica, la filosofia e la teologia, perché a questo servono il potere, la conoscenza e la religione: a essere giusti nel proprio intimo e a incrementare il tasso di giustizia nel mondo.
Esattamente per perseguire la giustizia sopra ogni cosa Dante non esita a collocare all’inferno ben cinque papi: Niccolò III, Bonifacio VIII, Clemente V, Celestino V, Anastasio IV, oltre ad altri non nominati e a moltissimi esponenti del clero, collocati soprattutto nel girone degli avari e dei sodomiti.
Il pensiero di Dante sul rapporto della teologia con le altre scienze, in particolare con la filosofia, emerge con chiarezza dal Convivio dove viene ripreso un passo biblico secondo cui «sessanta sono le regine… una è la colomba mia e la perfetta mia», con il seguente commento: «Tutte scienze come regine» e la teologia «colomba perché è sanza macula di lite» ( Convivio II,14; la citazione biblica è Cantico dei cantici 6,8). Ora Dante sapeva bene che la condizione effettiva della teologia non era certo quella di essere priva di liti, visto che la rabies theologorum alimentava scomuniche e roghi. Egli si riferiva però alla teologia quale avrebbe dovuto essere idealmente: una scienza non a servizio del potere, e perciò ricolma di invidia e di litigiosità, ma a servizio della vita spirituale, e perciò ricolma di pace e di mitezza. La teologia amata da Dante ha il vertice non nella dogmatica, ma nella spiritualità e nella mistica: non a caso Beatrice al culmine del Paradiso lo affida non a un teologo dogmatico come Tommaso d’Aquino, ma a san Bernardo, il teologo della mistica unitiva.
A questo proposito un grande esperto quale Gilson ha scritto che la prospettiva dantesca «non solo non contiene la dottrina tomista della subordinazione delle scienze alla teologia, ma manifesta piuttosto l’intenzione di evitarla », e qui occorre ricordare che fu a causa di tale teoria tomista della subordinazione delle scienze alla teologia che in Italia si ebbero eventi come il rogo di Giordano Bruno e l’abiura di Galileo, che tanto hanno contribuito al declino culturale, civile e morale del nostro paese.
Tutto ciò trova conferma nella clamorosa presenza in Paradiso di ben due eretici, già condannati come tali all’epoca in cui Dante scriveva: Gioacchino da Fiore, condannato dal Lateranense IV nel 1215, e Sigieri di Brabante, condannato dall’arcivescovo di Parigi nel 1270 e nel 1277. Dante fa sì che essi vengano presentati da chi in terra era stato loro particolarmente ostile, così fa dire a Bonaventura che Gioacchino da Fiore è «di spirito profetico dotato », un’affermazione che il Bonaventura storico non avrebbe mai potuto compiere perché considerava Gioacchino «come un ignorante condannato a buon diritto ». Quanto a Sigieri, ancora gli esperti non hanno trovato un accordo sul motivo che portò Dante a porre in Paradiso un pensatore tanto scomodo, esponente di quell’aristotelismo radicale, o averroismo, guardato con palese ostilità dal potere ecclesiastico per la piena autonomia della ragione che professava. Ma proprio un personaggio così scomodo viene posto da Dante in Paradiso accanto ai teologi più illustri e fatto presentare dal più illustre di tutti, san Tommaso d’Aquino, con le celebri parole: «Essa è la luce etterna di Sigieri, / che, leggendo nel vico degli strami, / sillogizzò invidiosi veri» ( Par. X, 136-138). Sigieri era un filosofo che professava la più rigorosa distinzione tra teologia e filosofia: collocandolo in Paradiso Dante approva questa impostazione, persino dopo la pubblica condanna ecclesiastica (cui peraltro seguì la morte sospetta di Sigieri nella curia papale per mano del segretario, si disse preso da un raptus di follia).
Perché Dante esalta Sigieri? Perché il suo pensiero si traduceva in politica nella rigorosa distinzione tra papato e impero, e nella conseguente esclusione del papato da ogni gestione del potere politico. È la prospettiva che noi oggi denominiamo laicità. Si spiega così anche l’ostilità di cui fu oggetto il pensiero politico di Dante da parte del potere ecclesiastico, con l’ordine di papa Giovanni XXII nel 1329 di dare alle fiamme il De Monarchia e l’inserimento della stessa opera nel 1559 nella prima edizione del famigerato
Index librorum prohibitorum.
Esaltò il libero arbitrio e la coscienza personale e fu un moralista in senso pieno Fece l’elogio di due condannati dalla Chiesa, Sigieri di Brabante e Gioacchino da Fiore
* L’INIZIATIVA
Vito Mancuso sarà oggi a Pisa dove alle 16, in Palazzo Blu, terrà un incontro dal titolo “ Il teologo e Dante” nell’ambito di “ Danteprima”, un’iniziativa dedicata al poeta della “ Commedia” curata da Marco Santagata che dura fino a domenica
Repubblica 27.5.17
Tar, musei e rispetto delle leggi
di Tomaso Montanari

A DIFFERENZA di Francesco Merlo, trovo che la sentenza del Tar del Lazio sul concorso dei supermusei rientri nella perfetta fisiologia democratica: e, anzi, credo che sia salutare che un potere politico troppo spesso arrogante e arbitrario venga richiamato alla necessità di rispettare leggi e regole.
Il giudice amministrativo rileva che una legge vigente (la 165/2001, art. 38) stabilisce che la cittadinanza italiana è richiesta quando il pubblico dipendente esercita, direttamente o indirettamente, pubblici poteri o quando l’ufficio attenga all’interesse nazionale. E Dario Franceschini, nel decreto ministeriale del 27 novembre 2014 che ha messo a bando i posti dei cosiddetti supermusei, ha definito questi ultimi «di rilevante interesse nazionale ». E dunque: la «figuraccia internazionale dell’Italia » si deve al giudice che fa rispettare limpidamente la legge, o al ministro che, pur avendo i numeri parlamentari per farlo, non cambia la legge, preferendo violarla?
Quanto al merito, il problema esiste: e non solo da noi. Il direttore della National Gallery di Londra è un italiano: ma di cittadinanza britannica. E questo è il punto. Il direttore degli Uffizi, tedesco, ha detto che non aveva letto la sentenza perché non è un giurista, e perché non è italiano: ma il punto è che i funzionari dello Stato italiano che fino ad ora avevano diretto i musei erano chiamati anche a conoscere l’ordinamento giuridico. Perché il loro non è un incarico puramente scientifico (per il quale nessun confine nazionale varrebbe), ma è anche una pesante responsabilità amministrativa.
Il Tar è poi intervenuto sull’opacità del concorso. Che è un dato reale.
I responsabili dei maggiori musei del mondo sono stati scelti con colloqui inferiori ai 15 minuti, e i verbali permettono di dedurre che ogni curriculum è stato letto e valutato in 9 minuti medi. Gli standard internazionali per la selezione di direttori di musei prevedono ore, e più spesso giorni interi, di reciproca conoscenza. Franceschini, al contrario, volle fare tutto in fretta, con una commissione di 5 membri che doveva decidere su musei tra loro diversissimi: in un evidente deficit di competenze. Non basta. Nella commissione c’erano solo due tecnici, mentre la maggioranza era controllata dal braccio destro del ministro e autore del testo della riforma, da una manager museale che Franceschini nominerà subito dopo nel cda degli Uffizi e dal presidente della Biennale di Venezia che attendeva che il ministro derogasse ad una norma per confermarlo ancora in quel posto. La verità è che la politica ha steso prepotentemente la sua ombra su un concorso che doveva essere tecnico e indipendente. Del resto, è questo lo spirito della “riforma”: i consigli scientifici dei musei sono ora nominati dal ministro, dal sindaco e dal presidente della Regione, con una lottizzazione politica della storia dell’arte e dell’archeologia che non ha eguali al mondo.
I risultati del concorso non furono entusiasmanti: con poche eccezioni, non risultarono vincitori professionisti che avessero già diretto un qualunque museo, ma che al massimo erano stati conservatori di sezioni in musei minori. Abbiamo affidato delle portaerei a chi aveva diretto solo il ponte di una corvetta. Il risultato è stato una indiscussa fedeltà dei miracolati al ministro autore di un simile miracolo. E la comunità scientifica internazionale ha guardato con enorme perplessità a questa inedita operazione di cosmesi.
Le conseguenze sono state pesanti. Qualcuno ricorderà l’esteso danno alle tavole di Brera, le inaugurazioni “politiche” del Museo di Taranto (che poi tornava a chiudere quelle sale per mancanza di personale), la mercificazione spinta della Galleria Palatina di Pitti, le dimissioni dai consigli scientifici della stessa Brera, e della Gnam a Roma: mentre stenta ad emergere in pubblico l’estesissimo, profondo disagio dei lavoratori di questi musei.
Franceschini rivendica la quantità: citando numeri della bigliettazione che non dipendono, tuttavia, dalla sua riforma, ma dalla congiuntura internazionale legata al terrorismo, che vede i turisti in fuga dalla Francia e da molti paesi del Mediterraneo.
Niente gli cale, invece, della qualità: la commissione Bray aveva pensato l’autonomia dei musei come occasione per creare, o rafforzare, comunità di ricercatori residenti che producessero conoscenza, e la redistribuissero ai cittadini. Invece i super musei (a differenza dei loro omologhi inglesi, francesi, tedeschi o olandesi) non fanno più ricerca, e le figure (monocratiche e isolate) di questi generali senza esercito hanno ricevuto un mandato diverso: far marketing, non conoscenza.
Ma mentre su tutto questo si potrebbe discutere a lungo, il fatto che i giudici debbano far rispettare le leggi dovrebbe essere, invece, pacifico.
La Stampa 27.5.17
Nel suo feudo Bersani va da solo
E il candidato Pd ripudia Renzi
A Piacenza il favorito è Rizzi, appoggiato dai dem: “Il sostegno di Matteo? Inutile”
Niente alleanza con Mdp. E il centrodestra diviso sogna la rimonta al ballottaggio
di Francesca Schianchi

«Potrei essere il Macron di Piacenza...», ride sotto i baffi Massimo Trespidi allungando lo sguardo fin laggiù, al Palazzo Farnese, dal settimo piano di un hotel dove sta per presentare il suo sondaggio choc: al ballottaggio avrebbe più probabilità di finirci lui, l’ex presidente della Provincia di centrodestra che ora si presenta giocoforza «libero dai partiti», rispetto alla candidata che la coalizione di quell’area, compatta da Forza Italia alla Lega a Fratelli d’Italia, gli ha preferito dopo qualche convulsione e una rilevazione della fidata sondaggista Alessandra Ghisleri a certificarne l’appeal. Cioè l’avvocatessa Patrizia Barbieri, che a cento metri da lì inaugura il suo infopoint allargando le braccia con un sospiro: «L’unico vero sondaggio si fa l’11 giugno al voto: quella di Trespidi è una mossa disperata. Il centrodestra non è con lui, è qui». Unito per cercare di strappare la città al centrosinistra dopo quindici anni di governo incontrastato.
Benvenuti a Piacenza, centomila abitanti, tasso di disoccupazione al 7,5 per cento, numero di immigrati residenti più che doppio della media nazionale con il 18 per cento, la seconda città d’Italia dopo Prato per numero di bimbi di origine straniera nelle scuole dell’obbligo. Qui, nella città di Pier Luigi Bersani, dopo la stagione di governo del compianto economista Giacomo Vaciago, ci fu una parentesi berlusconiana: poi, nel 2002, l’era Reggi, inteso come Roberto, sindaco con vittorie schiaccianti per due mandati, prima lettiano e poi renziano del primo minuto, oggi direttore dell’agenzia del demanio, ma ancora voce autorevole del Pd cittadino. Paolo Dosi, il sindaco uscente, era una sua creatura: quando per problemi di salute ha annunciato di non volersi ricandidare, tra i dem cittadini si sono aperte faide e rese dei conti. Bruciati due candidati possibili per i veti incrociati, la scelta è caduta sull’indipendente Paolo Rizzi, 54 anni, professore di politica economica dell’Università Cattolica cittadina, istituzione che molti in città considerano il vero potere forte locale. Consigliere comunale vent’anni fa, poi fuori dalle stanze dell’amministrazione, oggi prova a rientrarci, ma ai suoi patti: «Dobbiamo lasciare perdere le menate della politica», manda a dire ai partiti che lo sostengono, cioè il Pd. «Ho avuto garanzie di indipendenza», giura nel suo piccolo comitato elettorale, circondato dai gadget di campagna, berretti arancioni con la R del suo cognome e aeroplanini. E infatti dal Pd non si fa molto sponsorizzare: l’unico big a cui ha chiesto (e ottenuto) una visita di sostegno è il ministro dell’Interno Marco Minniti. «Renzi no, non verrà, anche perché non ci sono utili presenze particolari», si lascia andare. Secondo tutti in città è lui il favorito, «ma io non lo so, perché il voto è imperscrutabile e noi sondaggi non ne facciamo», assicura. A insidiarlo da sinistra la candidata sostenuta da Bersani, Sandra Ponzini, e il più temibile Luigi Rabuffi, ex assessore comunale.
All’inseguimento del gruppo di testa - Rizzi, Barbieri, Trespidi - c’è il M5S, che qui non ha mai brillato quanto in altre realtà dell’Emilia. Venti per cento alle politiche ma dieci alle amministrative e alle Regionali scorse, ci riprovano con un 46enne, Andrea Pugni, impegnato però ancora oggi, a due settimane dal voto, a contrastare il fuoco amico dei Meetup amici di Beppe Grillo che erano contrari alla sua candidatura: è di qualche giorno fa un comunicato che lo accusa di «ipocrisia politica» e - peccato mortale - di usare «i metodi classici della politica tradizionale». Dal suo ufficio di direttore di banca, lui alza le spalle e va avanti, «non me ne frega niente di queste beghe, io ho solo seguito le regole del Movimento», minimizza, mentre spera in una visita acchiappavoti di Luigi Di Maio ai primi di giugno.
Non arriverà al ballottaggio ma ha guadagnato divertite pagine di giornale - e molti lo danno oltre il 3 per cento necessario per entrare in consiglio comunale - il settimo candidato, Stefano Torre. Cappello a cilindro e fascia tricolore, declama con convinzione un programma a base di invasione delle vicine Cremona e Parma, viagra gratis per tutti e Cristiano Ronaldo nella squadra locale. «Mi sono rotto le scatole dei politici che promettono e non mantengono la parola», ha spiegato a corredo delle sue promesse mirabolanti e provocatorie. In pochissimi giorni ha trovato le firme per candidarsi, segno di un interesse in città: se vincesse lui il primo provvedimento sarebbe niente male, «un decreto per non morire e vivere tutti felici e contenti».
Repubblica 27.5.17
Tutti sulla giostra dell’ipocrisia
di Michele Ainis

LE LEGGI elettorali dovrebbero servire per scegliere il nuovo Parlamento; in Italia, viceversa, servono a sciogliere il vecchio Parlamento. Accadde già con il Mattarellum, sta per succedere di nuovo. All’epoca (16 gennaio 1994), Scalfaro scrisse una lettera ai presidenti delle Camere, motivando lo scioglimento anticipato attraverso l’esigenza che quella riforma elettorale fosse «in concreto applicata ». E adesso? Va in onda la fiera delle ipocrisie. Sicché quanti vogliono stirare la legislatura fino alla sua scadenza naturale — per intascare il vitalizio o per altre nobili ragioni — traccheggiano sulle nuove regole del voto, pongono ostacoli, sollevano obiezioni; gli altri, o meglio l’altro (Renzi), un giorno sbuffano, il giorno dopo abbozzano, ma sempre con il retropensiero opposto.
Dissimulare è virtù di re e di cameriera, diceva Voltaire. In questo caso la simulazione inizia dal nome della rosa, pardon, del Rosatellum. È l’ultimo latinetto usato per etichettare la riforma dell’Italicum, dopo il Provincellum, il Legalicum, il Verdinellum. Diciamolo: non se ne può più. Questo virus nomenclatore offende la memoria di Giovanni Sartori (cui si deve il copyright del Mattarellum), si traduce in un esercizio ormai stucchevole, infine contribuisce a rendere più astrusa una materia che già di suo farebbe impazzire un astrofisico. A meno che non sia esattamente questa l’intenzione di lorsignori: affumicare gli italiani con un fumus semantico, per impedirgli d’osservare la pietanza che sta cuocendo in forno.
Peccato, giacché deve trattarsi d’una ricetta prelibata, a giudicare dai tempi di cottura. Quattro mesi, ma a quanto pare il cibo è ancora crudo. La Consulta dichiarò la bocciatura dell’Italicum alla fine di gennaio; il 9 febbraio ne rese note le motivazioni; a quel punto tutti i partiti presentarono progetti di riforma, ingolfando la commissione Affari costituzionali della Camera; la maggioranza di governo s’impegnò a timbrare un testo da portare in aula il 27 marzo; c’era però da attendere il congresso del Pd, sicché scattò un rinvio; poi fu rinviato anche il rinvio, fissando la data improrogabile del 29 maggio; infine il termine è slittato di un’altra settimana, fino al 5 giugno: la proroga al quadrato. Nel frattempo cambia il relatore (da Mazziotti a Fiano). Girano le alleanze (ora Renzi ha trovato una sponda nella Lega). E soprattutto cambia il menù, insieme ai commensali.
L’ultima versione consiste in un sistema anfibio, che non esiste da nessuna parte al mondo. Né maggioritario, né proporzionale, o meglio tutt’e due: un maggiorzionale. L’evoluzione della specie rispetto al Mattarellum, che s’iscriveva pur sempre in una logica maggioritaria, benché temperata dal 25% dei seggi assegnati in proporzione ai voti. Stavolta, invece, il proporzionale genera il 50% dei parlamentari, mentre l’altra metà sbuca da collegi uninominali. È il verdetto di re Salomone, che ordinò di tagliare in due il bambino conteso da due madri. Ed è inoltre la decisione perfetta, forse l’unica possibile, per un Paese incapace di decidere: non per nulla, il primo presidente della Repubblica italiana fu un monarchico (Enrico De Nicola). Ma a quale prezzo? Con un sistema elettorale fondato sull’ossimoro, c’è il rischio di sommare i difetti del proporzionale (scarsa governabilità) agli svantaggi del maggioritario (scarsa rappresentatività).
Sennonché non è certo la coerenza a guidare le scelte dei partiti. La vera posta in gioco sta nelle alleanze che scaturiranno dalla nuova legge elettorale, sta nella speranza di far rivivere l’Ulivo o di riesumare il Pdl, sta nell’opportunità di coalizioni variabili da una contrada all’altra, come per l’appunto consente il Rosatellum. È questo il secondo fine da cui muove ciascuna trattativa, anche se ovviamente non viene mai manifestato, come d’altronde il nesso fra l’approvazione della legge e la durata della legislatura. Tuttavia le alleanze, i rapporti di consanguineità fra i vari partiti, non possono dipendere da un marchingegno elettorale. Costituiscono l’essenza dell’agire politico, la sua visione programmatica. Se quest’ultima s’immiserisce in calcoli puramente strumentali, magari può accadere che alla fine della giostra vinca chi si coalizza soltanto con se stesso: i 5 Stelle. Dai secondi fini all’eterogenesi dei fini.
Repubblica 27.5.17
La Segretaria Cgil alla camera
Camusso: “Un pasticcio testo peggio del passato”
di Valentina Conte

ROMA. Scuote la testa, Susanna Camusso. Giacca blu, maglia salmone, è appena uscita dalla sala antistante a quella del Mappamondo alla Camera dove, arrivata a sorpresa attorno alle 15, non si è persa una battuta del dibattito sui voucher in commissione Bilancio, seduta davanti allo schermo tv del circuito interno. «È un gran pasticcio, si continua a svalutare il lavoro», dice perplessa la leader Cgil. «Sembra che nessuno voglia la norma, prendono tutti le distanze, a destra, a sinistra, al centro, dentro e fuori il Pd. Eppure il testo esiste ed è persino peggiore del passato. Stesso strumento, platea più ampia, zero diritti». Una «telenovela », l’aveva bollata ad inizio giornata in sala Santi, casa madre Cgil di Corso d’Italia. Quando ancora circolava un testo corsaro. Rosato diceva di essere pronto a ritirarlo. Ma la Finocchiaro invece ribadiva piena sintonia tra Parlamento e Palazzo Chigi. «Mi sembra un’operazione chiarissima», sibila tra uno sbuffo di sigaretta e l’altro.
«C’è uno strano film in onda. Non si capisce chi ha la palla del gioco. Poi spunta la norma di notte, senza padri. E la mattina il consigliere del Palazzo la rivendica sui giornali». Non lo nomina mai, ma nel mirino c’è Marco Leonardi, bocconiano 45enne e consigliere a Palazzo Chigi, subentrato a Tommaso Nannicini. «Oramai le scelte politiche le fanno i consiglieri», sgrana gli occhi. «La verità è una sola: il governo ha abolito i voucher per impedire il voto dei cittadini. E ora li rimette violando l’articolo 75 della Costituzione. Ricorreremo alla Consulta, proseguiremo le mobilitazioni davanti alle Prefetture, chiederemo l’intervento di Mattarella, chiameremo gli italiani a una grande manifestazione ». I Cinquestelle la attaccano: «Si presenta in commissione per aizzare la milionesima lite tra Pd e fuoriusciti». Il presidente Boccia la difende: «Lo trovo un gesto di attenzione verso i lavori del Parlamento». Alle 18,30, a dibattito finito, qualcuno le chiede: «Farà notte?». «No, me ne vado. Ma sto affilando le armi».
il manifesto 27.5.17
Pubblicato Voucher, Cgil in rivolta
Contro il blitz del governo. Mobilitazione e ricorso alla Consulta. Susanna Camusso attacca il «grande pasticcio» dell’esecutivo: stop al ritorno dei «buoni lavoro»
di Roberto Ciccarelli

Sui voucher la scarsa coesione della maggioranza sta producendo «un grande pasticcio». All’uscita dalla commissione bilancio della Camera, dove ieri pomeriggio ha seguito i lavori sull’emendamento alla manovrina di primavera che reintrodurrà in altra forma i buoni lavoro, la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso ha sostenuto che «siamo di fronte, con un altro nome, a un meccanismo esattamente equivalente a quello dei voucher, pieno di scappatoie che favoriranno tutti i trucchi possibile e immaginabili».
A chi, tra i molti nel governo e nel Pd, hanno sostenuto negli ultimi due giorni che quelli in discussione nell’emendamento del relatore Mauro Guerra «non sono i voucher», Camusso ha risposto che nelle bozze in circolazione «non c’è nulla che faccia pensare che ci sia un rapporto di lavoro effettivo». La logica è «quella di rendere il lavoro sempre più precario e pagarlo meno».
Due sono le iniziative previste per riavviare un conflitto contro la decisione del governo e del Pd sui ticket aboliti solo un mese fa con un decreto per evitare il referendum Cgil. In una conferenza stampa ieri mattina a Corso Italia Camusso ha parlato di una mobilitazione nazionale, di un ricorso alla Corte costituzionale e di un appello al presidente della Repubblica Mattarella: «Siamo di fronte a un’evidente lesione della Costituzione e delle sue regole, oltre che a una sottrazione di potere decisionale dei cittadini». Già ieri da Palermo a Roma, dalle Marche a Treviso, le camere del lavoro hanno manifestato davanti alle prefetture. Ciò che alla Cgil, ma anche a Cisl e Uil, proprio non va è che il governo e la maggioranza abbiano concepito il blitz sui voucher senza sentire le «parti sociali», diversamente da quanto ribadito più volte anche da esponenti del governo nelle ultime settimane. «Il governo si fermi e ci convochi – ha detto la segretaria generale della Cisl Anna Maria Furlan – Le notizie che si stanno diffondendo sulla tipologia dei nuovi voucher sono oltre che contraddittorie anche preoccupanti». Anche le modalità seguite per approvare l’emendamento – che dovrebbe essere stato presentato nella tarda serata di ieri – non sono delle più limpide. Camusso sostiene di esserne venuta a conoscenza perché alcuni parlamentari lo hanno fotografato in commissione. «Sembra che il rientro dei voucher non abbia padri, salvo i consiglieri di palazzo Chigi» ha aggiunto ironicamente.
Allo stato attuale delle bozze sarebbe prevista l’istituzione di un «libretto famiglia per colf e badanti» dal valore di 10 euro. Il libretto sarà nominativo e prefinanziato acquistabile su una piattaforma online dell’Inps se sarà riservato ai lavori domestici, inclusi giardinaggio pulizia e manutenzione, assistenza domiciliare per bambini e anziani, con malattie o disabilità. I buoni da 10 euro l’ora più contributi per la gestione separata Inps, premio assicurativo e oneri gestionali per 2 euro saranno usati anche per l’insegnamento privato supplementare.
Sarà inoltre introdotto un tetto unico ai compensi da 5 mila euro. Il lavoratore non potrà ricevere più di 2500 euro l’anno dal medesimo datore di lavoro. La misura minima oraria dei compensi non potrà essere inoltre inferiore a 9 euro l’ora, per un massimo di 4 ore di lavoro consecutive con lo stesso datore di lavoro. Sarà inoltre vietato il ricorso al contratto di prestazione occasionale alle imprese con più di cinque lavoratori subordinati a tempo indeterminato, esclusi i settori dell’edilizia, delle miniere e le imprese che eseguono appalti di opere e servizi. Anche la P.A. potrà fare ricorso al contratto di prestazione occasionale limitatamente a calamità naturali, attività o manifestazioni sportive.
La critica della Cgil al nuovo voucher inteso come «contratto di prestazione occasionale» è sottile, ma comprensibile. Non è il «contratto di lavoro subordinato occasionale» di cui si parla negli articoli 80 e 81 della «Carta dei diritti universali del lavoro»». In questo caso si riconosce un rapporto di lavoro, nell’altro solo una prestazione individuale. Il sindacato tende a restringere il ricorso ai «buoni lavoro» imponendo un tempo massimo di 40 giorni all’anno e compensi non superiori a 2.500 euro. Per tutte le altre attività occasionali c’è la possibilità di adottare i contratti a termine, ad esempio. Per questa ragione Camusso ripete da giorni che sui voucher «non c’è nessun vuoto normativo».
Repubblica 27.5.17
Il governo tira dritto: voto sui voucher-bis
Presentato l’emendamento con il limite a 5000 euro, oggi il testo in Commissione
Mdp: “Così non votiamo la fiducia”
Il sostegno della Lega e le probabili assenze di Forza Italia potrebbero servire per l’approvazione
di Roberto Petrini

ROMA. Precipita nel mare agitato dei nuovi voucher il clima politico. Dopo una giornata piena di tensione, con epicentro nella Commissione bilancio della Camera, il Pd ha deciso di tenere duro e di affidare a Mauro Guerra, il relatore della manovra correttiva chiesta da Bruxelles, il compito di presentare l’emendamento che regola il lavoro occasionale. Obiettivo: dematerializzare i vecchi voucher cartacei e introdurre le due piattaforme informatiche Inps, «PrestO» (così inizialmente definita con riferimento alla Prestazione Occasionale) e «Libretto famiglia » dove dovrebbe avvenire la «compravendita» del lavoro occasionale. La votazione avverrà stamattina: Mdp, che ieri ha abbandonato l’aula, voterà contro, gli orlandiani non parteciperanno, ma la Lega sembra favorevole. Complice il sabato i ranghi potrebbero essere ridotti: dei 46 componenti della Commissione alcuni (sembra di Fi) potrebbero lasciare i banchi vuoti. Il provvedimento resta comunque in bilico, ma anche se passerà per 3-4 voti lo strappo politico è segnato: lo scoglio del Senato, dove i numeri sono più stretti, resterà ad alto rischio. Il testo è simile al dettagliato lavoro tecnico fatto da Palazzo Chigi che mercoledì scorso, per cautela, ha rinunciato ad inserire la normativa nel pacchetto dei 30 emendamenti alla manovrina. La nuova disciplina consentirebbe di stabilire un rapporto di lavoro tra impresa e dipendente di carattere nominativo, diretto, con minimo salariale e mansioni e dunque, si sostiene nel Pd, si tratterebbe di una vera forma di «contratto » e non una riedizione del vecchio voucher cartaceo che si vendeva nei «Sali e tabacchi ». Tesi che tuttavia viene contestata: bersaniani, Cgil, Sinistra italiana ma anche esponenti del Pd come Cesare Damiano sono, con gradazioni diverse, contrari. Il vero nodo tuttavia è politico e sembra superare anche il merito: non piace la reintroduzione dei voucher dopo una legge che li aveva aboliti per evitare il referendum.
Dura la linea di Mdp che sembra non lasciare margini: «E un vulnus democratico, non c’è fiducia che tenga», sottolinea Roberto Speranza, mentre Sinistra Italiana parla di «presa in giro». La tensione si scarica naturalmente nella Sala del Mappamondo dove di riunisce la Commissione Bilancio sotto la regia di Francesco Boccia, presidiata dalla ministra per i Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro, dal vice dell’Economia Morando e dal sottosegretario Pier Paolo Baretta. E’ qui che si discute, tra sospensioni e tentennamenti, per l’intera giornata, finché alla ripresa a tarda notte arriva l’emendamento-Guerra.
Non convincono i «dissidenti » della maggioranza neanche i nuovi paletti all’uso dell’e-voucher: il tetto di 5.000 euro introdotto per la prima volta alle imprese, il riposo festivo, il limite dei 5 dipendenti per le aziende che vogliono ricorrere al “PrestO” . Meno contrasti sul libretto famiglia, con titoli di pagamento da 10 euro più contributi. Ma la situazione, a meno di sorprese dell’ultima ora, sembra difficile da ricucire.
La Stampa 27.5.17
Licenziata al rientro dalla maternità
I 230 dipendenti bloccano la fabbrica
Bergamo, l’impiegata trentenne è l’unica ad aver perso il posto alla Reggiani Macchine L’azienda: è tutto regolare, quella mansione non serviva più. Ma i colleghi si ribellano
di Chiara Baldi

Era tornata al lavoro a fine agosto 2016 dopo la seconda maternità ma martedì mattina la sua azienda, la bergamasca Reggiani Macchine, che si occupa di stampa digitale su tessuti, le ha fatto recapitare una lettera con una procedura di licenziamento all’interno. Non esattamente un licenziamento in tronco, ma quasi. Lei, l’unica dipendente di tutta la fabbrica a rischiare di perdere il posto. Lei che in quella ditta della bergamasca, a Grassobbio per la precisione, ci era entrata quindici anni fa come impiegata nell’amministrazione. La chiameremo Silvia, nome di fantasia di questa “neomamma” 37 enne di cui i colleghi non fanno né nome né cognome e di cui vogliono dire pochissimo. «La vogliamo difendere perché, anche se ha ricevuto quella lettera, vogliamo sperare lo stesso che ci sia per lei ancora un’ultima chance di tornare nel suo ufficio», dicono. E la stessa speranza ce l’ha anche Silvia, che ora è a casa coni suoi due bambini.
Ma la decisione presa dall’azienda di licenziare la donna ha scatenato il panico tra i lavoratori e così i colleghi di Silvia ieri mattina hanno deciso di protestare: un’ora di sciopero e un presidio davanti ai cancelli della fabbrica. Lì per lei erano in 230, di cui 130 sono impiegati come la protagonista di questa vicenda. Oltre allo sciopero, i dipendenti hanno anche dichiarato il blocco degli straordinari. «Abbiamo paura che queste siano le nuove modalità di gestione dei rapporti sindacali in azienda». Ma Adele Genoni, general manager della ditta, rassicura: «Quello di Silvia è un caso singolo, assolutamente isolato, e in nessun modo deve far pensare ai nostri dipendenti che ci siano piani di ristrutturazione aziendale. Il Gruppo Efi è venuto in Italia per far crescere questa realtà, vuole assumere e infatti da quando abbiamo acquistato la Reggiani Macchine abbiamo assunto 20 persone».
Dal 2015 infatti la Reggiani Macchine, fondata nel 1947 a Bergamo, è stata acquistata dal gruppo americano Efi (Electonics for Imaging). Ma con la nuova gestione, mormorano in molti nei corridoi della fabbrica, sono iniziati i problemi. Anche di Silvia, che al rientro dalla maternità si è sentita dire che il suo ruolo non era più necessario nella nuova organizzazione aziendale. Da quel momento è stata avviata la procedura voluta dalla legge Fornero, che prevedeva una serie di tentativi per ricollocare Silvia all’interno della Reggiani Macchine, ma sono tutti finiti in un buco nell’acqua. E, così come vuole la legge, se la conciliazione tra lavoratore e azienda non va a buon fine, si arriva alla perdita del posto di lavoro. «È davvero difficile credere che, in una realtà grande come quella della Reggiani Macchine, si abbia difficoltà a ricollocare una lavoratrice», dice Andrea Agazzi della Fiom Cgil di Bergamo. C’è però dell’altro: qualche settimana fa la fabbrica bergamasca aveva organizzato una iniziativa per valorizzare il ruolo delle donne in azienda. «Davvero un bel modo per rendere omaggio alle proprie lavoratrici», commenta Agazzi.
Il Fatto 27.5.17
“Recalcati? La psicanalisi al servizio di Renzi”
L’allievo di Lacan contro il collega: “Non possiamo avere etichette politiche”
di Ferruccio Sansa

“No, uno psicoanalista come Massimo Recalcati non può mettere il suo sapere al servizio di un partito politico. Non può utilizzare le tecniche della sua scienza per attrarre i giovani. E poi in una scuola intitolata a Pier Paolo Pasolini… è troppo!”. Parla Jacques-Alain Miller, uno dei più noti psicoanalisti viventi. Alunno e curatore testamentario del maestro Jacques Lacan. Miller è arrivato a Torino per partecipare al convegno nazionale della scuola lacaniana. Ma nei corridoi dell’università oltre che di psicoanalisi si parla di politica nostrana. È scoppiato il caso Recalcati: studioso italiano di Lacan chiamato da Matteo Renzi a lanciare la scuola di partito del Pd. La polemica apparentemente tutta italiana è approdata all’estero, a cominciare da Parigi. I giornali e i siti degli studiosi di Lacan ospitano articoli e dibattiti.
Professor Miller, lei non è stato molto tenero con il suo collega…
C’è qualcosa di Renzi che mi ricorda Alessandra, la zarina di Russia sposa di Nicola II, che per far guarire suo figlio malato di emofilia si affidò a Rasputin. Ma il segretario Pd ha migliori possibilità di successo: Rasputin era un grande seduttore oltre che un ladro. Mentre Recalcati non ruba.
Lei ha scritto anche di peggio sul giornale “Lacan Quotidien” diffuso tra gli psicoanalisti di mezzo mondo…
Mi sono chiesto se Recalcati è Faust e Renzi il diavolo. No, Renzi è un uomo politico di talento che prende il nuovo dal lato della psicoanalisi. La “canaglia”, detto con ironia, è Recalcati.
Parliamo di uno degli psicoanalisti più noti d’Italia…
Chi fa il nostro lavoro non deve avere etichette politiche addosso.
Chi difende Recalcati ricorda che anche voi siete scesi in campo alle ultime presidenziali francesi. È vero?
Certo. Abbiamo ritenuto che fosse un dovere schierarsi contro la proposta del Front National in un momento in cui in Francia nessuno sollevava la questione dell’identità e del passato di questa forza politica. Ma se avesse vinto Marine Le Pen avrebbe significato l’isolamento della Francia in Europa, un disastro per l’economia. Il rischio di una dittatura. Noi abbiamo deciso di parlare per raccogliere un fronte repubblicano. Senza un partito, senza un’etichetta.
Qual è invece la colpa di Recalcati?
Mettersi al servizio di un partito. Noi non abbiamo bisogno di politici, dobbiamo dare una vita nuova agli ideali democratici. E anche all’insegnamento di Lacan. Schierarsi in politica può creare invece un danno.
Lei ha usato la parola scandalo…
Sì, per noi è uno scandalo. Non possiamo accettarlo. Non possumus.

giovedì 25 maggio 2017

Il Fatto 25.5.17
Dopo lo sciopero
L’Unità ritorna. I giornalisti: la guerra non è finita

“L’Unità torna in edicola. Eravamo entrati in sciopero a oltranza per difendere i nostri diritti e la nostra dignità professionale. Ci siamo battuti per respingere due ricatti: quello salariale e il ricatto dei licenziamenti collettivi”. È quanto scrive il comitato di redazione (cdr) dell’Unità. “Per questo abbiamo scioperato per 7 giorni – prosegue il cdr -. Perché l’Unità, il giornale dei lavoratori, non divenisse l’apripista per lo stravolgimento, nel campo dell’editoria, di diritti contrattuali e costituzionali. Abbiamo rigettato l’odioso baratto tra salari e diritti. La determinazione e la compattezza della redazione ha ottenuto due primi, importanti risultati: il pagamento delle retribuzioni e l’impegno del rientrante direttore Sergio Staino a non firmare lettere di licenziamento. Per questo torniamo al lavoro e il giornale in edicola da domani (oggi, ndr)”. “La nostra lotta non è finita – proseguono i giornalisti –. Chiediamo che si riapra un tavolo per discutere con la proprietà e la direzione giornalistica un piano industriale ed editoriale finalizzato al rilancio del giornale, sia sul cartaceo che online”.
Il Sole 25.5.17
Moody’s declassa la Cina
Primo taglio del rating del debito sovrano da quasi trent’anni
di Rita Fatiguso

PECHINO È dai tempi di Piazza Tian Anmen che Moody’s non tagliava il rating sulla Cina, ma ieri l’agenzia internazionale ha impugnato senza pietà la matita rossa declassando l’economia cinese da Aa3 ad A1, mentre l’outlook passa da negativo a stabile.
La stizza di Pechino non si è fatta attendere. Il ministero delle Finanze, che sta gestendo come può l’eredità scomoda dell’ex ministro riformista Lou Jiwei passato a dirigere il fondo pensioni cinese, ha definito la mossa di Moody’s «basata su un approccio pro-ciclico dei giudizi non appropriato, che sovrastimano le difficoltà dell’economia cinese e sottostimano le capacità della Cina di rafforzare le riforme strutturali sul lato dell’offerta e di espandere la domanda nel suo complesso».
Una sorta di palese excusatio non petita, anche se il giudizio di Moody’s è legato a elementi oggettivi e ben noti, come il rallentamento della crescita economica e l’aumento del debito pubblico. Quello del solo governo centrale nel 2018 dovrebbe toccare il 40% del Pil.
Anche la National development and reform commission, braccio armato del Partito comunista per le riforme è scesa in campo ieri, sostenendo che «i rischi del debito sono di norma controllabili dal momento che le misure per tenere sotto controllo il debito corporate hanno raggiunto i primi risultati e che i rischi sistemici del debito sono relativamente bassi».
La mossa di Mooody’s complica le cose per la leadership cinese a metà del guado tra la necessità di sostenere la crescita con l’intervento pubblico e il tentativo di evitare un rialzo del debito, è ancora ben evidente la mole di problemi a cascata che hanno contraddistinto le misure di stimolo che nel 2008 rappresentarono la risposta alla crisi finanziaria globale. Tuttavia Moody’s si aspetta che l’ampio indebitamento nell’economia cresca ulteriormente nei prossimi anni. Il pianificato programma di riforme è probabile che rallenti ma che non scongiuri la risalita del debito. Le politiche di stimolo per mantenere il livello di crescita devono essere sostenibili. Stimoli che comunque innalzeranno il debito nell’economia nel suo insieme.
La crescita, nelle previsioni, resterà relativamente alta, con quella potenziale in caduta nei prossimi anni. Per Moody’s il deficit del budget del governo s’è mantenuto nel 2016 al passo moderato del 3% del Pil, contro aspettative del debito governativo destinato a portarsi verso il 40% del Pil entro il 2018 e al 45% per la fine del decennio. Stesso trend, al rialzo, è atteso per forme di indebitamento come prestiti bancari e bond emessi dai governi locali e le imprese a controllo statale, senza tralasciare le famiglie e società non finanziarie.
Insomma, la pagella è negativa su tutti i fronti e bisognerà vedere se anche Standard & Poor’s (che l’anno scorso non era stata affatto tenera con Pechino) e Fitch seguiranno l’esempio di Moody’s. Ricordiamo anche una curiosità: il primo accordo economico dei 100 giorni tra Trump e Xi ha prodotto una serie di impegni ad aprire il mercato cinese, tra questi c’è anche il via libera in Cina all’operatività delle agenzie di rating straniere.
La Stampa 25.5.17
Se Moody’s declassa la Cina
di Mario Deaglio

Non succedeva dagli albori della globalizzazione finanziaria, ossia da ventotto anni, che venisse espresso un giudizio autorevole e pesantemente negativo sulla tenuta dell’economia cinese - e, per conseguenza, sui suoi titoli di debito - accompagnato da un abbassamento («downgrade») della valutazione dei titoli stessi.
A dare questo giudizio e a effettuare questo abbassamento è Moody’s, una delle maggiori agenzie di valutazione finanziaria del mondo. Dopo aver aspettato ventotto anni, Moody’s ha deciso di rendere pubblico questo giudizio pochi giorni prima della riunione del G7 di Taormina, nella quale i capi di Stato e di governo dei maggiori Paesi occidentali non potranno fare a meno di (pre)occuparsi anche delle prospettive economiche di Pechino, negli ultimi anni il più importante «motore» della crescita economica mondiale.
Non va del resto dimenticato che una decina di giorni fa è stata lanciata dalla Cina una delle maggiori iniziative industriali di sempre, ossia un enorme programma investimenti in una nuova «Via della Seta» in grado di collegare la Cina con l’Europa e con il resto dell’Asia. Quest’iniziativa è stata definita da Fox News, una rete televisiva americana vicina al partito repubblicano, come una «minaccia alla leadership degli Stati Uniti».
Nella «terra di nessuno» tra economia e politica globale, occorre domandarsi quanto ci sia di vero nella prospettiva di un indebolimento economico cinese nei prossimi anni. La risposta è che qualcosa di vero certamente c’è ma anche che, nel panorama finanziario mondiale pressoché tutti i Paesi, con l’eccezione della Germania, si sono in vario modo indeboliti. Il rallentamento della crescita cinese va quindi collocato nel più vasto quadro di un possibile peggioramento delle prospettive mondiali, con la sola Europa che cerca timidamente di andare controcorrente.
Se Moody’s utilizzasse per gli Stati Uniti gli stessi criteri usati per la Cina, anche il debito pubblico americano dovrebbe essere valutato meno favorevolmente, specie dopo il progetto di bilancio che il presidente Trump ha inviato al Congresso prima di partire per il suo attuale viaggio internazionale. Tale progetto prevede un forte aumento del deficit pubblico e sta già provocando un certo indebolimento del dollaro.
Le riserve valutarie cinesi hanno toccato il massimo nel 2014 e da allora hanno cominciato a scendere moderatamente, anche a seguito dei numerosi prestiti e programmi di investimento all’estero lanciati da Pechino. Con quest’uso «dinamico» delle proprie riserve, Pechino propone un mondo nuovo, la cui moneta base non sarebbe più rappresentata dal dollaro, ma dai Dsp (Diritti Speciali di Prelievo, una moneta artificiale come era l’Ecu per l’Europa). Washington, al contrario, vuol mantenere indefinitamente la supremazia e il «potere di indirizzo» della sua moneta.
Alla crisi economico-finanziaria mondiale sta così subentrando uno scenario dominato dall’incertezza, anche perché, dietro all’ardito progetto della Via della Seta, l’economia cinese non è solida come si vorrebbe: non preoccupa tanto la finanza pubblica quanto quella delle grandi imprese, pubbliche e private, il cui debito è aumentato fortemente. Va considerata anche la crescente posizione debitoria delle famiglie cinesi che stanno scoprendo, oltre all’interesse per il calcio, anche quello gli strumenti finanziari del capitalismo che consentono loro un indebitamento per acquistare l’abitazione o anche solo per speculare in Borsa.
Per conseguenza, nello stato attuale dell’economia mondiale non prevale un’astratta razionalità. L’incertezza (non misurabile) ha soppiantato il rischio (misurabile) e richiede scelte di campo che vanno al di là dell’economia, così come l’Europa del dopoguerra scelse l’«Occidente» anziché il «comunismo» non tanto o non solo per un tornaconto economico di breve periodo, come succede per la finanza attuale, ma anche per motivi ideali.
Tutto ciò chiama in causa anche l’Italia, i cui legami con la Cina sono cresciuti sia in termini di commercio estero, sia per l’interesse cinese a investimenti in Italia che vanno dalle squadre di calcio alle autostrade e ai porti (elementi non trascurabili della futura «Via della Seta»). A questo punto occorre formulare una domanda che nessun politico e pochi imprenditori o banchieri sembrano volersi porre davvero: in che tipo di mondo vogliamo vivere tra 10-20 anni?
Repubblica 25.5.17
Rosi & il Che
Esce il diario inedito del regista che andò a Cuba per realizzare un film su Guevara, bloccato da Castro
di Claudia Morgoglione

Parafrasando il titolo di un suo film, tratto dall’omonimo romanzo di Gabriel García Márquez, l’avventura cubana di Francesco Rosi è la cronaca di una morte (cinematografica) annunciata. Un progetto che il grande regista, scomparso nel 2015, coltivò con tenacia – girare una pellicola sulle gesta del Che, appena dopo il suo assassinio – ma destinato al fallimento: l’autore di capolavori come Salvatore Giuliano e Le mani sulla città, uomo di sinistra e artista con la passione per la libertà, era scomodo sia per il regime di Castro, a cui chiese collaborazione senza ottenerla mai fino in fondo, che per i finanziatori italiani, forse turbati dall’aura rivoluzionaria del protagonista. E così il viaggio di fine 1967 sulle tracce del guerrigliero più celebre del Novecento, che portò Rosi sull’isola caraibica e poi in Bolivia, non diede frutti.
Almeno finora. Perché adesso – grazie alla figlia Carolina – l’affresco su Guevara, perduto per il grande schermo, rinasce in libreria. I 199 giorni del Che, edito da Rizzoli, contiene infatti il diario di quei mesi, scritto di suo pugno dal cineasta: la partenza per L’Avana del 31 ottobre, appena 22 giorni dopo la morte dell’eroe; la tappa boliviana; il ritorno a Cuba; le lunghe settimane trascorse al rientro a Roma, nel tentativo vano di fare il film. Corredano il volume il soggetto originale della pellicola mai nata, una prefazione della curatrice Maria Procino, un apparato fotografico, una cronologia e uno straordinario racconto sulla trasferta a Cuba scritto da Rosi molti anni più tardi, nel 2012, dopo aver ripreso in mano in mano i diari. E di cui pubblichiamo qui un estratto.
Un libro che è tanti libri. Un romanzo on the road, un documento cinematografico, una ricostruzione d’epoca, un’inchiesta sulla morte del Che (il regista nel suo viaggio parlò con i testimoni diretti). Ma su tutto c’è lo sguardo di un vero artista: «Questo film – scrive – senza la presenza dolorosa e angosciosa dell’America del Sud sarebbe poca cosa. Quegli indios muti, fermi nel passare dei secoli. Il battesimo di quell’esserino nudo tra le braccia di una madre più impaurita per la sorte che gli toccherà che felice. E quei cimiteri di fango, tumuli senza nome. E le Ande coperte di neve nella solitudine di un mare di terra non coltivata». Poche righe, un continente.

Bugiardo e geniale, Fidel è il sosia barbuto di Fellini
Francesco Rosi
Nell’ottobre del 1967 mi rompevo la testa per far quadrare un’idea che mi agitava da qualche tempo: mi affascinava il personaggio di Bruto, l’uccisore di Cesare. Il fanatico amore della giustizia e della virtù che lo aveva spinto al tirannicidio, e l’incapacità di gestire le conseguenze del suo gesto se non con la forza della logica ma non con quella della conoscenza dell’animo della plebe sorda al linguaggio degli astratti ideali, mi sembravano elementi da riproporre emblematicamente in un confronto con l’attualità; e mi muovevo infatti alla ricerca di una struttura che facesse di un regista di cinema un investigatore nella coscienza e nel comportamento tra un intellettuale di ieri e uno di oggi. Richard Burton mi aveva dato serie speranze di voler correre l’avventura con me.
Poi, una volta, volli leggere di seguito le pagine di Svetonio, di Plutarco e, infine, la tragedia di Shakespeare; e mi fu chiaro che stavo perdendo tempo: il drammaturgo si era servito del cronista e dello storico come sceneggiatori e aveva aggiunto i dialoghi, cioè la poesia. E c’era tutto quello che io avrei voluto dire; ma non mi sentivo di misurarmi al cinema con Shakespeare, con attori che avrebbero dovuto recitare in inglese. Mi aggiravo quindi tra le pietre dei Fori sconsolato e rabbioso di non riuscire a trovare una soluzione, quando fui raggiunto dalla notizia della morte di Che Guevara. Fu un’illuminazione improvvisa: sarebbe stato lui il mio Bruto. Corsi dai miei amici e collaboratori Tonino Guerra e Raffaele La Capria: furono d’accordo sulle mie riflessioni, ma rimasero sbalorditi quando dissi loro che sarei partito subito, senza perdere tempo, per Cuba.
[A L’Avana] mi tennero a bagnomaria: mi facevano incontrare gli studenti, i cineasti, mi portavano in giro, vedevo film dell’America Latina, spettacoli, sentivo jazz che era proibito, andavo a vedere lotte di galli, anche quelle proibite, ma non si entrava mai nell’argomento che a me interessava: il film. Il Che era morto da appena una ventina di giorni e La Habana era tappezzata di suoi ritratti listati a lutto; si parlava solo di quello, ovviamente. E posso capire che un pazzo che si era precipitato lì per voler fare un film sul personaggio più scottante allora nel mondo, potesse costituire un problema quasi insolubile in una società a struttura comunista. Ma io, ingenuo, fino a un certo punto però, avevo voluto agire come mi ero comportato con la struttura della società mafiosa, quando avevo fatto Salvatore Giuliano: disarmarli provocandoli con un comportamento chiaro e controllabile alla luce del sole. Ma gli ostacoli erano tanti. Prima di tutto essere sicuri di come io la pensavo veramente. E di qua, la necessità di «consegnarmi in caserma », l’hotel Habana Libre. Il pretesto della lunga consegna era l’appuntamento con Fidel che non arrivava mai.
Erano passati ormai venti giorni: m’ero stufato, volevo andar via. Quando arriva Tutino (Saverio Tutino, corrispondente dell’Unità, ndr) e mi dice misterioso: «Scendi! C’è il ministro della Cultura che ti aspetta ». Il ministro arriva in Giulietta (le auto le avevano solo i dirigenti). Carica me e Saverio. Comincia a correre per La Habana in un itinerario tortuoso come per una gimcana: capisco che fa così per far perdere le tracce a un eventuale inseguitore; arriviamo finalmente a casa sua.
Un momento di silenzio, poi « Olà, Rosi! » ed entra… Federico Fellini. Fidel è come Federico con la barba, è alto come lui, ha la stessa corpulenza, la stessa voce; la stessa voglia di piacerti e di inchiodarti al suo “charme”; è bugiardo come lui, e come lui geniale, parlatore irresistibile, canaglia e disarmato allo stesso tempo. Qualsiasi cosa si pensi di Castro, è impossibile non restare affascinati dall’uomo. È il patriarca di Márquez, l’ultimo dittatore dell’America Latina, e allo stesso tempo il capo di una leggendaria rivoluzione che, al tempo, aveva fatto sperare che il socialismo democratico e liberale potesse essere realizzato anche nei Paesi a conduzione comunista.
Fidel parlò di agricoltura, di vacche da latte, di caffè, di zucchero, tutti problemi fondamentali sui quali aveva puntato per lo sviluppo del Paese; di economia, di Sartre, di Hemingway, di baseball, e poi mi disse: «Se la moglie è d’accordo, tu il film sul Che lo puoi fare». Ci lasciammo demandando la decisione ultima al Comitato politico che si occupava di tutte le attività che riguardavano la persona del Che. E intanto avrei visto Aleida, la seconda moglie del Che. L’incontro andò bene, ma anche Aleida si rimetteva alle decisioni del Comitato e di Fidel.
La scommessa era quasi impossibile, ma ero riuscito a girare nei luoghi della verità impenetrabile di Salvatore Giuliano, sotto gli occhi della mafia, perché non avrei dovuto riuscirci qui? Sbagliavo non nei calcoli, ma nel giudizio: di fronte ai politici la mafia è uno scherzo.