Repubblica 15.12.16
Se Renzi sfida 3 milioni di No
di Stefano Folli
NELLE
stesse ore in cui il governo Gentiloni, ottenuta la fiducia anche al
Senato, assumeva tutte le sue prerogative, il responsabile del Lavoro
consegnava ai media una singolare dichiarazione, forse la più
sconcertante degli ultimi tempi. Poletti prevede e di fatto auspica che
le elezioni anticipate spazzino via, rinviandolo di un anno, il
referendum sulla riforma del lavoro (il Jobs Act). In tal modo il
ministro accredita i retroscena giornalistici che già avevano ventilato
tale ipotesi, annoverandola fra le ragioni che spingono l’ex premier
Renzi a correre verso le urne in primavera.
Quello di Poletti è un
colpo inferto al neonato governo e ha lasciato interdetti molti
osservatori. In primo luogo, perché la Corte Costituzionale non si è
ancora pronunciata sul quesito. Prima di annunciare l’arma letale contro
il referendum (il voto anticipato), sarebbe stato più logico esaminare
le conclusioni della Consulta e verificare se in Parlamento è possibile
un intervento correttivo che sterilizzi il quesito e renda inutile una
nuova consultazione. Se ad esempio tutto ruotasse intorno alla questione
dei voucher, forse una correzione non sarebbe improponibile. Viceversa,
il grado di nervosismo è tale che il ministro del Lavoro è già pronto
alle elezioni pur di scansare il referendum. Così facendo, come fa
notare il presidente della Toscana Enrico Rossi, egli ignora
completamente tre milioni e 300mila firme che la Cgil ha raccolto. Un
gesto che in termini elettorali potrebbe essere pagato a caro prezzo dal
Pd.
Se non riuscisse o non volesse modificare la legge, allora
sarebbe più logico che il governo Gentiloni affrontasse il referendum.
In fondo il cosiddetto Jobs Act è stato presentato da Renzi come una
delle riforme più significative della sua stagione. Nessuno si
meraviglierebbe se l’esecutivo si proponesse di difenderlo nelle piazze
come fece Bettino Craxi nel 1985, quando sostenne il taglio dei punti di
scala mobile che il Pci voleva invece cancellare. E vinse Craxi.
Viceversa oggi il rinvio di un anno darebbe un segnale di debolezza, non
certo di forza. La contraddizione sarebbe evidente.
Da un lato,
c’è un leader politico che ritiene di avere con sé il 41 per cento degli
elettori e si propone di verificare al più presto il proprio consenso
con le elezioni: in nome di un progetto di modernizzazione del Paese.
Dall’altro, questo stesso leader dimostra di temere una battaglia
ingaggiata dal sindacato di sinistra, la Cgil, contro la riforma simbolo
di tale modernizzazione. Ovvio che bisogna attendere il giudizio della
Consulta, ma è chiaro che intorno al Jobs Act si gioca una partita
politica molto delicata. La posta in gioco riguarda, al di là della
propaganda, la reale fiducia in se stesso che il Renzi di oggi, non
quello di due anni fa, possiede.
Non tutto si risolve con strappi e
fughe in avanti. La riforma del lavoro è uno di quei temi su cui un
certo mondo che ancora esiste nel Pd è naturalmente indotto a cercare un
compromesso. Anche per non regalare milioni di voti ai movimenti
populisti, pronti ad aggregarsi contro il governo nel referendum
prossimo venturo. La storia si ripete e, dopo l’esperienza del 4
dicembre, dovrebbe insegnare qualcosa. Renzi è di fronte al primo bivio
rilevante del post-Palazzo Chigi. Può limitarsi a puntare alle elezioni
alla testa del partito personale. In tal caso, il referendum sul lavoro è
solo una seccatura rinviabile. Oppure può decidere che un’ulteriore
lacerazione della sinistra, quando un accordo sul Jobs Act è possibile,
sarebbe contro il suo interesse anche elettorale.
Vedremo nelle
prossime settimane. Non tutto quello che trapela da Largo del Nazareno
in questi giorni è figlio di un’analisi lucida. Fin quando non sarà
chiaro come il Pd e il Parlamento intendono affrontare il rebus della
legge elettorale, se prima o dopo la decisione della Consulta, non sarà
concepibile la fine del governo Gentiloni. A meno di non voler preparare
un suicidio politico di massa. Il ripristino del Mattarellum è solo una
delle ipotesi in campo. Un’altra è adottare senz’altro il modello
scaturito dalla sentenza della Corte. Ma il Capo dello Stato ha chiesto
di «armonizzare » i sistemi elettorali di Camera e Senato, un’operazione
né semplice né breve. Gli impazienti hanno diritto di esserlo, ma la
riforma elettorale richiede i suoi tempi.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
giovedì 15 dicembre 2016
Repubblica 15.12.16
Guglielmo Epifani, ex leader del sindacato
“Gentiloni dia un segnale e cambi subito la legge”
“Il Pd sarà inevitabilmente diviso, io dirò tre sì"
“Il caso dei voucher è impressionante, non hanno sostituito il lavoro nero ma reso i lavoratori ancora più deboli”
intervista di Giovanna Casadio
ROMA. «Altro che congelare i referendum sindacali! Il Pd affronti le questioni e il nuovo governo cambi il Jobs Act. Poletti ha fatto una dichiarazione insensata ». Guglielmo Epifani, ex segretario della Cgil, è stato alla guida del Pd dopo Bersani e prima di Renzi. Se l’11 gennaio la Consulta darà il via libera ai quesiti, annuncia che voterà a favore.
Epifani, meglio votare in fretta che così si evitano i referendum voluti dalla Cgil su Jobs act, voucher e appalti, come dice il ministro del Lavoro, Poletti?
«Poletti ha fatto una dichiarazione che non ha molto senso. Per tre motivi. Il primo: mentre il premier Gentiloni giustamente e correttamente alla Camera e al Senato, e secondo la Costituzione, non ha posto un limite di tempo al governo, un ministro lo stesso giorno in cui riceve anch’egli la fiducia, dichiara quanto durerà il governo. Il secondo punto è che - come dimostra l’alto numero di elettori per il referendum sulle riforme costituzionali - c’è nel paese una richiesta di partecipazione molto forte. Dietro quei referendum promossi dalla Cgil ci sono milioni di firme di lavoratori, ai quali non si può rispondere in quel modo. In terzo luogo, perché il ministro del Lavoro dovrebbe misurarsi col merito dei quesiti referendari ».
Insomma: non congelare, ma ascoltare.
«In ogni caso i quesiti stanno sul tavolo».
C’è il rischio di un bis? Che il governo Gentiloni salti sulla bomba a orologeria dei nuovi referendum?
«Non c’è un rapporto in questo caso. Nessuno poteva immaginare quale sarebbe stata la situazione politico-parlamentare quando sono stati presentati. A me preme sottolineare che il Pd, un partito progressista e democratico, vuole mantenere un rapporto forte con il mondo del lavoro e i diritti dei lavoratori, ha il dovere di vedere se nell’esperienza di questi anni, sui singoli aspetti, non ci siano dei cambiamenti da proporre».
Insomma il nuovo governo dovrebbe intervenire prima che si vada a referendum, smantellando l’altra riforma di Renzi, il Jobs Act.
«Non si tratta di smantellare niente, ma di verificare se l’esperienza e i fatti ci dicono se ci sono dei problemi e in questo caso affrontarli».
Ad esempio?
«Sui voucher noi assistiamo a una proliferazione impressionante, tanto che il governo era intervenuto per rendere tracciabile e più trasparente l’utilizzo dei voucher. Penso alle situazioni di lavoro stagionale nel turismo, nel commercio, in agricoltura. I voucher non hanno sostituito tanto i lavori in nero ma hanno sostituito veri e propri contratti di lavoro a tempo determinato, che consentivano comunque ai lavoratori di avere maggiore tutela».
Gli altri temi da affrontare?
«Il codice degli appalti. L’articolo 18, almeno nella parte dei licenziamenti disciplinari».
Se si cambia, si sminano i referendum?
«Non so se sarà sufficiente a evitare i referendum, ma sia per il Pd che per il governo è un dovere stare a sentire i lavoratori aprendo un confronto con i sindacati ».
Come voterebbe?
«Se la Consulta dà il via libera, io voterò a favore di tutti e tre i referendum».
Il Pd è lacerato anche su questo?
« Su una parte è più facile trovare un accordo tra di noi. Mentre sul Jobs act e l’articolo 18 mi rendo conto ci saranno problemi ».
Vita difficile, da separati in casa della sinistra dem nel Pd?
«Avendo opinioni diverse su alcune cose, il problema è come se ne discute».
L’Assemblea dem di domenica sancirà un’altra spaccatura?
«Si tratta di capire come Renzi la imposta. È bene non dividere il Pd, non serve a nessuno».
Guglielmo Epifani, ex leader del sindacato
“Gentiloni dia un segnale e cambi subito la legge”
“Il Pd sarà inevitabilmente diviso, io dirò tre sì"
“Il caso dei voucher è impressionante, non hanno sostituito il lavoro nero ma reso i lavoratori ancora più deboli”
intervista di Giovanna Casadio
ROMA. «Altro che congelare i referendum sindacali! Il Pd affronti le questioni e il nuovo governo cambi il Jobs Act. Poletti ha fatto una dichiarazione insensata ». Guglielmo Epifani, ex segretario della Cgil, è stato alla guida del Pd dopo Bersani e prima di Renzi. Se l’11 gennaio la Consulta darà il via libera ai quesiti, annuncia che voterà a favore.
Epifani, meglio votare in fretta che così si evitano i referendum voluti dalla Cgil su Jobs act, voucher e appalti, come dice il ministro del Lavoro, Poletti?
«Poletti ha fatto una dichiarazione che non ha molto senso. Per tre motivi. Il primo: mentre il premier Gentiloni giustamente e correttamente alla Camera e al Senato, e secondo la Costituzione, non ha posto un limite di tempo al governo, un ministro lo stesso giorno in cui riceve anch’egli la fiducia, dichiara quanto durerà il governo. Il secondo punto è che - come dimostra l’alto numero di elettori per il referendum sulle riforme costituzionali - c’è nel paese una richiesta di partecipazione molto forte. Dietro quei referendum promossi dalla Cgil ci sono milioni di firme di lavoratori, ai quali non si può rispondere in quel modo. In terzo luogo, perché il ministro del Lavoro dovrebbe misurarsi col merito dei quesiti referendari ».
Insomma: non congelare, ma ascoltare.
«In ogni caso i quesiti stanno sul tavolo».
C’è il rischio di un bis? Che il governo Gentiloni salti sulla bomba a orologeria dei nuovi referendum?
«Non c’è un rapporto in questo caso. Nessuno poteva immaginare quale sarebbe stata la situazione politico-parlamentare quando sono stati presentati. A me preme sottolineare che il Pd, un partito progressista e democratico, vuole mantenere un rapporto forte con il mondo del lavoro e i diritti dei lavoratori, ha il dovere di vedere se nell’esperienza di questi anni, sui singoli aspetti, non ci siano dei cambiamenti da proporre».
Insomma il nuovo governo dovrebbe intervenire prima che si vada a referendum, smantellando l’altra riforma di Renzi, il Jobs Act.
«Non si tratta di smantellare niente, ma di verificare se l’esperienza e i fatti ci dicono se ci sono dei problemi e in questo caso affrontarli».
Ad esempio?
«Sui voucher noi assistiamo a una proliferazione impressionante, tanto che il governo era intervenuto per rendere tracciabile e più trasparente l’utilizzo dei voucher. Penso alle situazioni di lavoro stagionale nel turismo, nel commercio, in agricoltura. I voucher non hanno sostituito tanto i lavori in nero ma hanno sostituito veri e propri contratti di lavoro a tempo determinato, che consentivano comunque ai lavoratori di avere maggiore tutela».
Gli altri temi da affrontare?
«Il codice degli appalti. L’articolo 18, almeno nella parte dei licenziamenti disciplinari».
Se si cambia, si sminano i referendum?
«Non so se sarà sufficiente a evitare i referendum, ma sia per il Pd che per il governo è un dovere stare a sentire i lavoratori aprendo un confronto con i sindacati ».
Come voterebbe?
«Se la Consulta dà il via libera, io voterò a favore di tutti e tre i referendum».
Il Pd è lacerato anche su questo?
« Su una parte è più facile trovare un accordo tra di noi. Mentre sul Jobs act e l’articolo 18 mi rendo conto ci saranno problemi ».
Vita difficile, da separati in casa della sinistra dem nel Pd?
«Avendo opinioni diverse su alcune cose, il problema è come se ne discute».
L’Assemblea dem di domenica sancirà un’altra spaccatura?
«Si tratta di capire come Renzi la imposta. È bene non dividere il Pd, non serve a nessuno».
il manifesto 15.12.16
Speranza: «Poletti sbaglia. Il Pd ritrovi il suo popolo»
Lo scontro sul Jobs Act. Non si agiti lo spettro delle elezioni anticipate per evitare i referendum della Cgil. La sinistra dem chiede «una profonda autocritica» e «correzioni radicali» su scuola e lavoro, a partire dai voucher. Alle questioni poste dal sindacato «si può dare risposta subito in Parlamento»
intervista di Antonio Sciotto
«Le parole del ministro Poletti sono sbagliate: perché sembrano dire che il referendum è un problema e che perciò è meglio evitarlo. Il governo non deve dare l’impressione di cercare scorciatoie». Roberto Speranza, esponente della minoranza Pd – «preferisco si dica “sinistra Pd”», tiene a precisare durante l’intervista – spiega che «bisogna rispettare i cittadini che hanno firmato i referendum della Cgil» e che a loro si potrebbe provare a dare risposta già lavorando in Parlamento, e da parte dello stesso esecutivo guidato dal nuovo premier Paolo Gentiloni.
Il ministro del Lavoro non sembra apprezzare i tre referendum della Cgil. Addirittura mette davanti le elezioni anticipate, quasi a esorcizzarli.
Noi dobbiamo avere innanzitutto rispetto per quel milione e oltre di persone che hanno firmato i tre quesiti e che legittimamente, come prevede la Costituzione, li hanno proposti al Paese. Le parole del ministro Poletti sono sbagliate perché sembrano indicare che si stia cercando una scorciatoia per evitare il problema. Poi sul merito il dibattito è aperto: lui difenderà la sua legge, è legittimo, ma è altrettanto importante rispondere alla richiesta di partecipazione dei cittadini. Peraltro si è espresso proprio nelle ore in cui si votava la fiducia: è davvero singolare che già si annunci la fine del nuovo governo.
Ma se si arrivasse al voto, rivivremmo la stessa scena vista per il referendum costituzionale? Voi schierati contro Poletti e Renzi?
Nei referendum della Cgil è sicuramente rappresentata una parte fondamentale della nostra sensibilità di sinistra, ma io sono un deputato di maggioranza, sostengo questo governo. Intendo dire che almeno alcune delle domande poste dai referendum possiamo provare ad affrontarle nelle prossime settimane in Parlamento. Ci sarà probabilmente un confronto serrato sulla legge elettorale, da approvare entro fine legislatura, ma perché non tentare di utilizzare i mesi che abbiamo davanti anche per rispondere ad alcuni importanti temi sociali? Ne dico due: scuola e lavoro. Ci aiuterebbe a ritrovare la sintonia con un pezzo dell’elettorato di centrosinistra. Dal referendum del 4 dicembre e dalle elezioni amministrative è emersa una domanda molto forte di discontinuità.
Come ci mettereste mano? Qualche esempio?
Sul Jobs Act penso ad esempio alla questione dei voucher: le cifre sono ormai eclatanti, oltre cento milioni da inizio anno ad autunno, in un trend crescente rispetto al 2015. È un tema che non lascerei alla propaganda di Salvini, facciamo in modo di assumerlo noi, come Partito democratico.
Ma è credibile che il ministro Poletti faccia una autocritica così profonda? La sua riconferma sembra voler dire piuttosto che sulle politiche del lavoro non si correggerà granché.
Poletti si rende conto che c’è un problema, visto che ha parlato più volte di «monitoraggio» dei voucher e ha fatto un primo provvedimento per la tracciabilità. Evidentemente non è bastato, servono misure più radicali.
E sulla scuola? L’ex sindacalista Valeria Fedeli alla guida del ministero è un segnale verso la sinistra e la Cgil?
Sicuramente le storie personali contano, e la nuova ministra segna una discontinuità, ma io andrei piuttosto sul cambio di metodo: apriamo finalmente un dialogo, un vero e proprio tavolo con insegnanti e studenti. Facciamo un check up dei problemi della scuola e cerchiamo soluzioni condivise: io la «buona scuola» non l’ho votata, sono il primo a pensare che si debba cambiare decisamente verso.
Tutto questo si può fare nei pochi mesi di un governo che appare a scadenza? O forse per voi va bene che si arrivi a fine legislatura, al 2018?
Non sono provvedimenti che richiedono mesi e mesi, con la volontà ci si può concentrare su alcuni dossier importanti. Credo che per questo governo, per il Pd, sia importante assumere la lezione del referendum costituzionale e delle amministrative, anche per riallacciare con tanta parte del nostro elettorato. Non dirò io quando si debba mettere fine al governo, ma certamente risolvere i nodi sociali che ho indicato ci permetterebbe di arrivare alle elezioni in sintonia con il nostro popolo, che ci siamo un po’ persi per strada mi pare.
La priorità, comunque, anche per voi è trovare una nuova legge elettorale?
Sì, ma questa volta deve farla il Parlamento, e non il governo. Gentiloni ha detto giustamente che il suo esecutivo può «accompagnare» questo processo, e mi pare corretto. Io stesso ho vissuto come una violenza la fiducia sull’Italicum, mi sono dimesso da capogruppo e non l’ho votata. Il Parlamento discuta anche al di fuori dei limiti della sua maggioranza.
I temi del lavoro, della scuola, l’autocritica di cui abbiamo detto, può fare tutto Renzi segretario? O magari dovrà essere un altro leader? Speranza si presenta come avversario dell’ex premier al Congresso del Pd?
Io lavoro per costruire un’alternativa a Renzi, proprio a partire dalle questioni sociali. Se il Pd non riparte da questi nodi, perderà il suo popolo e lo consegnerà ai populisti. Negli ultimi anni abbiamo dato l’impressione di essere a favore di quelli che già hanno o stanno bene, non di chi è escluso e vive ai margini. Io sto lavorando su questo, non guardo ad altro, io ci sono.
Speranza: «Poletti sbaglia. Il Pd ritrovi il suo popolo»
Lo scontro sul Jobs Act. Non si agiti lo spettro delle elezioni anticipate per evitare i referendum della Cgil. La sinistra dem chiede «una profonda autocritica» e «correzioni radicali» su scuola e lavoro, a partire dai voucher. Alle questioni poste dal sindacato «si può dare risposta subito in Parlamento»
intervista di Antonio Sciotto
«Le parole del ministro Poletti sono sbagliate: perché sembrano dire che il referendum è un problema e che perciò è meglio evitarlo. Il governo non deve dare l’impressione di cercare scorciatoie». Roberto Speranza, esponente della minoranza Pd – «preferisco si dica “sinistra Pd”», tiene a precisare durante l’intervista – spiega che «bisogna rispettare i cittadini che hanno firmato i referendum della Cgil» e che a loro si potrebbe provare a dare risposta già lavorando in Parlamento, e da parte dello stesso esecutivo guidato dal nuovo premier Paolo Gentiloni.
Il ministro del Lavoro non sembra apprezzare i tre referendum della Cgil. Addirittura mette davanti le elezioni anticipate, quasi a esorcizzarli.
Noi dobbiamo avere innanzitutto rispetto per quel milione e oltre di persone che hanno firmato i tre quesiti e che legittimamente, come prevede la Costituzione, li hanno proposti al Paese. Le parole del ministro Poletti sono sbagliate perché sembrano indicare che si stia cercando una scorciatoia per evitare il problema. Poi sul merito il dibattito è aperto: lui difenderà la sua legge, è legittimo, ma è altrettanto importante rispondere alla richiesta di partecipazione dei cittadini. Peraltro si è espresso proprio nelle ore in cui si votava la fiducia: è davvero singolare che già si annunci la fine del nuovo governo.
Ma se si arrivasse al voto, rivivremmo la stessa scena vista per il referendum costituzionale? Voi schierati contro Poletti e Renzi?
Nei referendum della Cgil è sicuramente rappresentata una parte fondamentale della nostra sensibilità di sinistra, ma io sono un deputato di maggioranza, sostengo questo governo. Intendo dire che almeno alcune delle domande poste dai referendum possiamo provare ad affrontarle nelle prossime settimane in Parlamento. Ci sarà probabilmente un confronto serrato sulla legge elettorale, da approvare entro fine legislatura, ma perché non tentare di utilizzare i mesi che abbiamo davanti anche per rispondere ad alcuni importanti temi sociali? Ne dico due: scuola e lavoro. Ci aiuterebbe a ritrovare la sintonia con un pezzo dell’elettorato di centrosinistra. Dal referendum del 4 dicembre e dalle elezioni amministrative è emersa una domanda molto forte di discontinuità.
Come ci mettereste mano? Qualche esempio?
Sul Jobs Act penso ad esempio alla questione dei voucher: le cifre sono ormai eclatanti, oltre cento milioni da inizio anno ad autunno, in un trend crescente rispetto al 2015. È un tema che non lascerei alla propaganda di Salvini, facciamo in modo di assumerlo noi, come Partito democratico.
Ma è credibile che il ministro Poletti faccia una autocritica così profonda? La sua riconferma sembra voler dire piuttosto che sulle politiche del lavoro non si correggerà granché.
Poletti si rende conto che c’è un problema, visto che ha parlato più volte di «monitoraggio» dei voucher e ha fatto un primo provvedimento per la tracciabilità. Evidentemente non è bastato, servono misure più radicali.
E sulla scuola? L’ex sindacalista Valeria Fedeli alla guida del ministero è un segnale verso la sinistra e la Cgil?
Sicuramente le storie personali contano, e la nuova ministra segna una discontinuità, ma io andrei piuttosto sul cambio di metodo: apriamo finalmente un dialogo, un vero e proprio tavolo con insegnanti e studenti. Facciamo un check up dei problemi della scuola e cerchiamo soluzioni condivise: io la «buona scuola» non l’ho votata, sono il primo a pensare che si debba cambiare decisamente verso.
Tutto questo si può fare nei pochi mesi di un governo che appare a scadenza? O forse per voi va bene che si arrivi a fine legislatura, al 2018?
Non sono provvedimenti che richiedono mesi e mesi, con la volontà ci si può concentrare su alcuni dossier importanti. Credo che per questo governo, per il Pd, sia importante assumere la lezione del referendum costituzionale e delle amministrative, anche per riallacciare con tanta parte del nostro elettorato. Non dirò io quando si debba mettere fine al governo, ma certamente risolvere i nodi sociali che ho indicato ci permetterebbe di arrivare alle elezioni in sintonia con il nostro popolo, che ci siamo un po’ persi per strada mi pare.
La priorità, comunque, anche per voi è trovare una nuova legge elettorale?
Sì, ma questa volta deve farla il Parlamento, e non il governo. Gentiloni ha detto giustamente che il suo esecutivo può «accompagnare» questo processo, e mi pare corretto. Io stesso ho vissuto come una violenza la fiducia sull’Italicum, mi sono dimesso da capogruppo e non l’ho votata. Il Parlamento discuta anche al di fuori dei limiti della sua maggioranza.
I temi del lavoro, della scuola, l’autocritica di cui abbiamo detto, può fare tutto Renzi segretario? O magari dovrà essere un altro leader? Speranza si presenta come avversario dell’ex premier al Congresso del Pd?
Io lavoro per costruire un’alternativa a Renzi, proprio a partire dalle questioni sociali. Se il Pd non riparte da questi nodi, perderà il suo popolo e lo consegnerà ai populisti. Negli ultimi anni abbiamo dato l’impressione di essere a favore di quelli che già hanno o stanno bene, non di chi è escluso e vive ai margini. Io sto lavorando su questo, non guardo ad altro, io ci sono.
La Stampa 15.12.16
Camusso: “Provano a scappare ma prima o poi si andrà alle urne”
La leader della Cgil: l’esecutivo si mette nei guai da solo
di Roberto Giovannini
I tre referendum della Cgil, su cui molti hanno ironizzato, sono diventati un fattore chiave della politica italiana. Susanna Camusso, segretario generale del sindacato di Corso d’Italia, se la ride di cuore: «Certamente non lo avevamo pianificato - spiega, uscendo da un dibattito sul futuro del sindacato all’università La Sapienza - pensiamo che si siano clamorosamente fatti male da soli, e certo non potevamo prevederlo. Abbiamo sempre pensato, e i fatti ci danno ragione, che il tema della qualità del lavoro sarebbe tornato centrale e che per parlare di qualità del lavoro bisogna parlare dei diritti dei lavoratori. Abbiamo presentato una proposta di legge con quattro milioni di firme e tre quesiti referendari esattamente per questo. Così come pensiamo che non si possa “scappare” facendo il giochino delle date».
A quanto pare, nel Pd (ma non solo) si sta cercando il modo di far saltare il referendum: il sistema più ovvio è andare al voto anticipato. Una eventualità che non sconvolge più di tanto il leader della Cgil. «Se l’11 gennaio la Corte Costituzionale autorizza i tre quesiti - replica Camusso - su una cosa sono tranquilla: prima o poi bisognerà votarli». Anche se, chiarisce, «forse bisogna confrontarsi con i problemi, invece di pensare di rinviarli». Tuttavia, ricordiamo alla sindacalista, tutti i partiti - nessuno escluso - hanno affermato che la formazione del governo Gentiloni aveva come scopo pressoché unico aggiustare la legge elettorale per poi andare subito alle elezioni. «L’avranno detto tutti; ma l’unico che certamente non l'ha detto è il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella», è la risposta.
Apparentemente, Renzi e i suoi sembrano essersi convinti che, se si votasse in primavera, i referendum sul lavoro e i diritti della Cgil conseguirebbero il quorum e si chiuderebbero con una vittoria dei «sì» che farebbe risorgere l’articolo 18. «Sicuramente una politica che a lungo ha scommesso sul non voto ai referendum e sulla diminuzione dei votanti ha avuto una brutta sorpresa il 4 dicembre», afferma la sindacalista, che comunque sa bene che la partita del quorum è tutt’altro che scontata, e che servirà una difficile campagna di informazione. «Ma il punto centrale non è questo - prosegue - bisognerebbe discutere della sostanza. Si vuole oppure no restituire ai lavoratori italiani alcuni significativi diritti?». In altre parole, dice Susanna Camusso, «siamo assolutamente coscienti che serva un riordino compiuto di tutta la materia del diritto del lavoro, ma quello che non si può fare sono le furberie». Ovvero, si può evitare i referendum sul lavoro - come da sempre ha interpretato la Corte Costituzionale - «solo con una modifica legislativa che interpreti lo spirito del quesito referendario».
Infine, qualche battuta sul nuovo governo Gentiloni. Il neo presidente del Consiglio fa bene, dice Camusso, a parlare finalmente di crisi, Sud e disagio sociale. Ma «se poi la soluzione è accelerare i decreti attuativi del Jobs Act, non ci siamo proprio». E c’è un messaggio anche per Matteo Renzi, che a suo tempo aveva detto chiaro e tondo di non essere granché interessato al punto di vista della Cgil e del sindacato. «Adesso - dice Camusso accendendo l’ennesima sigaretta - è lui che deve farsene una ragione».
Camusso: “Provano a scappare ma prima o poi si andrà alle urne”
La leader della Cgil: l’esecutivo si mette nei guai da solo
di Roberto Giovannini
I tre referendum della Cgil, su cui molti hanno ironizzato, sono diventati un fattore chiave della politica italiana. Susanna Camusso, segretario generale del sindacato di Corso d’Italia, se la ride di cuore: «Certamente non lo avevamo pianificato - spiega, uscendo da un dibattito sul futuro del sindacato all’università La Sapienza - pensiamo che si siano clamorosamente fatti male da soli, e certo non potevamo prevederlo. Abbiamo sempre pensato, e i fatti ci danno ragione, che il tema della qualità del lavoro sarebbe tornato centrale e che per parlare di qualità del lavoro bisogna parlare dei diritti dei lavoratori. Abbiamo presentato una proposta di legge con quattro milioni di firme e tre quesiti referendari esattamente per questo. Così come pensiamo che non si possa “scappare” facendo il giochino delle date».
A quanto pare, nel Pd (ma non solo) si sta cercando il modo di far saltare il referendum: il sistema più ovvio è andare al voto anticipato. Una eventualità che non sconvolge più di tanto il leader della Cgil. «Se l’11 gennaio la Corte Costituzionale autorizza i tre quesiti - replica Camusso - su una cosa sono tranquilla: prima o poi bisognerà votarli». Anche se, chiarisce, «forse bisogna confrontarsi con i problemi, invece di pensare di rinviarli». Tuttavia, ricordiamo alla sindacalista, tutti i partiti - nessuno escluso - hanno affermato che la formazione del governo Gentiloni aveva come scopo pressoché unico aggiustare la legge elettorale per poi andare subito alle elezioni. «L’avranno detto tutti; ma l’unico che certamente non l'ha detto è il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella», è la risposta.
Apparentemente, Renzi e i suoi sembrano essersi convinti che, se si votasse in primavera, i referendum sul lavoro e i diritti della Cgil conseguirebbero il quorum e si chiuderebbero con una vittoria dei «sì» che farebbe risorgere l’articolo 18. «Sicuramente una politica che a lungo ha scommesso sul non voto ai referendum e sulla diminuzione dei votanti ha avuto una brutta sorpresa il 4 dicembre», afferma la sindacalista, che comunque sa bene che la partita del quorum è tutt’altro che scontata, e che servirà una difficile campagna di informazione. «Ma il punto centrale non è questo - prosegue - bisognerebbe discutere della sostanza. Si vuole oppure no restituire ai lavoratori italiani alcuni significativi diritti?». In altre parole, dice Susanna Camusso, «siamo assolutamente coscienti che serva un riordino compiuto di tutta la materia del diritto del lavoro, ma quello che non si può fare sono le furberie». Ovvero, si può evitare i referendum sul lavoro - come da sempre ha interpretato la Corte Costituzionale - «solo con una modifica legislativa che interpreti lo spirito del quesito referendario».
Infine, qualche battuta sul nuovo governo Gentiloni. Il neo presidente del Consiglio fa bene, dice Camusso, a parlare finalmente di crisi, Sud e disagio sociale. Ma «se poi la soluzione è accelerare i decreti attuativi del Jobs Act, non ci siamo proprio». E c’è un messaggio anche per Matteo Renzi, che a suo tempo aveva detto chiaro e tondo di non essere granché interessato al punto di vista della Cgil e del sindacato. «Adesso - dice Camusso accendendo l’ennesima sigaretta - è lui che deve farsene una ragione».
il manifesto 15.12.16
Lo spauracchio di un altro tsunami
di Norma Rangeri
Se quello sulla Costituzione ha provocato un terremoto, il referendum sul jobs act potrebbe essere uno tsunami di proporzioni ancora più imponenti, elettoralmente e socialmente.
Non è difficile immaginare come voterebbero gli italiani sul tema del lavoro, giustamente in cima alle preoccupazioni di tutti, giovani in prima fila, saldamente in testa ai sondaggi sulle priorità del paese. Ed è la ragione per cui questo voto molto probabilmente ci verrà sottratto.
Tutto dipende da quanto durerà il governo, cioè quando Renzi deciderà di staccare la spina a Gentiloni, perché in caso di elezioni anticipate il referendum appunto salterebbe. E il più interessato a farlo naufragare è proprio Renzi, davvero costretto a ritirarsi a vita privata nel caso di un’altra batosta.
Ora il tema torna di attualità e in controluce agita gli schieramenti politici. Come dimostra il botta e risposta a distanza tra il ministro del lavoro Poletti, e la leader della Cgil Susanna Camusso.
Il ministro è sicuro che «si andrà alle elezioni prima del referendum». In replica Camusso ha esortato a «lasciar lavorare la Corte provando a essere rispettosi e a non fare pressioni». In soccorso di Poletti (che poi ha chiesto di non essere strumentalizzato, così cadendo nella classica excusatio non petita accusatio manifesta), ieri è arrivata anche Confindustria, guardia scelta renziana, con il suo presidente Boccia a dare l’allarme generale, paventando il rischio del blocco delle assunzioni in caso di referendum sul jobs act. Senza nemmeno l’onestà intellettuale di riconoscere che le assunzioni (senza più l’articolo 18) sono state il frutto dei poderosi sgravi fiscali offerti da Renzi, e che, finiti quelli, subito i posti di lavoro sono scesi in picchiata sostituiti da milioni di voucher che inondavano il mercato del precariato.
Il panico per il referendum sul jobs act ha un po’ ravvivato il clima depresso in cui si stava svolgendo il rito del voto di fiducia al governo. Che si è concluso come era iniziato. Con le aule parlamentari semivuote, gli interventi recitati nel deserto dei banchi di camera e senato. E gli addetti ai lavori attenti a leggere tra le righe del mesto dibattito, per capire quando si andrà a votare, o, per riprendere le parole del capogruppo del Pd, Zanda, quando arriverà al capolinea «il limitato orizzonte elettorale del governo».
Si potrebbe anche dire che a decidere la data delle elezioni sarà il vincitore del prossimo congresso del Pd, quindi Renzi.
Ma proprio sulla tabella di marcia che dovrebbe portarci alle prossime elezioni va a sbattere un appuntamento che potrebbe chiamarci alle urne in primavera, appunto il referendum chiesto dalla Cgil con la raccolta di un milione di firme (anzi: tre milioni, uno per ogni quesito). Nel caso di elezioni anticipate non potrebbe essere celebrato.
Naturalmente si deve prima pronunciare la Corte costituzionale chiamata a rispondere sull’ammissibilità dei quesiti, ma superata questa prova, si dovrebbe procedere alla fissazione della data referendaria che può cadere in un arco temporale che va da aprile a giugno.
Questo ingorgo elettorale la storia della nostra Repubblica lo conosce bene. Altre volte nel passato è successo che per far saltare i referendum gli italiani fossero chiamati al voto anticipato.
E’ evidente che nelle prossime settimane e mesi assisteremo a vari tentativi di disinnescare la mina del referendum. Il più semplice e probabile sarà appunto far cadere il governo-fotocopia entro giugno, giusto in tempo utile per evitare un’altra poderosa onda antigovernativa. Oppure si tenterà di escogitare qualche marchingegno legislativo per dire che del referendum non c’è più bisogno.
Lo spauracchio di un altro tsunami
di Norma Rangeri
Se quello sulla Costituzione ha provocato un terremoto, il referendum sul jobs act potrebbe essere uno tsunami di proporzioni ancora più imponenti, elettoralmente e socialmente.
Non è difficile immaginare come voterebbero gli italiani sul tema del lavoro, giustamente in cima alle preoccupazioni di tutti, giovani in prima fila, saldamente in testa ai sondaggi sulle priorità del paese. Ed è la ragione per cui questo voto molto probabilmente ci verrà sottratto.
Tutto dipende da quanto durerà il governo, cioè quando Renzi deciderà di staccare la spina a Gentiloni, perché in caso di elezioni anticipate il referendum appunto salterebbe. E il più interessato a farlo naufragare è proprio Renzi, davvero costretto a ritirarsi a vita privata nel caso di un’altra batosta.
Ora il tema torna di attualità e in controluce agita gli schieramenti politici. Come dimostra il botta e risposta a distanza tra il ministro del lavoro Poletti, e la leader della Cgil Susanna Camusso.
Il ministro è sicuro che «si andrà alle elezioni prima del referendum». In replica Camusso ha esortato a «lasciar lavorare la Corte provando a essere rispettosi e a non fare pressioni». In soccorso di Poletti (che poi ha chiesto di non essere strumentalizzato, così cadendo nella classica excusatio non petita accusatio manifesta), ieri è arrivata anche Confindustria, guardia scelta renziana, con il suo presidente Boccia a dare l’allarme generale, paventando il rischio del blocco delle assunzioni in caso di referendum sul jobs act. Senza nemmeno l’onestà intellettuale di riconoscere che le assunzioni (senza più l’articolo 18) sono state il frutto dei poderosi sgravi fiscali offerti da Renzi, e che, finiti quelli, subito i posti di lavoro sono scesi in picchiata sostituiti da milioni di voucher che inondavano il mercato del precariato.
Il panico per il referendum sul jobs act ha un po’ ravvivato il clima depresso in cui si stava svolgendo il rito del voto di fiducia al governo. Che si è concluso come era iniziato. Con le aule parlamentari semivuote, gli interventi recitati nel deserto dei banchi di camera e senato. E gli addetti ai lavori attenti a leggere tra le righe del mesto dibattito, per capire quando si andrà a votare, o, per riprendere le parole del capogruppo del Pd, Zanda, quando arriverà al capolinea «il limitato orizzonte elettorale del governo».
Si potrebbe anche dire che a decidere la data delle elezioni sarà il vincitore del prossimo congresso del Pd, quindi Renzi.
Ma proprio sulla tabella di marcia che dovrebbe portarci alle prossime elezioni va a sbattere un appuntamento che potrebbe chiamarci alle urne in primavera, appunto il referendum chiesto dalla Cgil con la raccolta di un milione di firme (anzi: tre milioni, uno per ogni quesito). Nel caso di elezioni anticipate non potrebbe essere celebrato.
Naturalmente si deve prima pronunciare la Corte costituzionale chiamata a rispondere sull’ammissibilità dei quesiti, ma superata questa prova, si dovrebbe procedere alla fissazione della data referendaria che può cadere in un arco temporale che va da aprile a giugno.
Questo ingorgo elettorale la storia della nostra Repubblica lo conosce bene. Altre volte nel passato è successo che per far saltare i referendum gli italiani fossero chiamati al voto anticipato.
E’ evidente che nelle prossime settimane e mesi assisteremo a vari tentativi di disinnescare la mina del referendum. Il più semplice e probabile sarà appunto far cadere il governo-fotocopia entro giugno, giusto in tempo utile per evitare un’altra poderosa onda antigovernativa. Oppure si tenterà di escogitare qualche marchingegno legislativo per dire che del referendum non c’è più bisogno.
La Stampa 15.12.16
Poletti: “Votare in primavera per evitare il referendum”
Il ministro e la paura dei quesiti della Cgil per abrogare il Jobs Act
“Elezioni anticipate scenario probabile”. Poi corregge: “Uno scivolone”
di Alessandro Di Matteo
Elezioni anticipate anche per evitare il referendum sul Jobs Act: da un paio di giorni se ne parla talmente con insistenza, nel Pd, che il ministro del Lavoro Giuliano Poletti non ha avuto esitazioni quando i giornalisti gli hanno chiesto di commentare il rischio di un bis della sconfitta dello scorso 4 dicembre: «Se si vota prima del referendum il problema non si pone. Ed è questo lo scenario più probabile».
Parole che hanno scatenato un putiferio, anche dentro al Pd, e che Poletti ha provato a minimizzare: «Non ho invocato il voto anticipato, ho solo fatto l’ovvia constatazione: qualora si andasse ad elezioni politiche anticipate, la legge prevede un rinvio dei referendum». In consiglio dei ministri, poi, Poletti si è giustificato parlando di «scivolata personale» e assicurando che non si trattava di una uscita concordata.
Il fatto è che la «scivolata personale» riprende, appunto, un ragionamento che già da martedì scorso ricorreva nelle conversazioni di tutti i dirigenti Pd nei corridoi del Parlamento: «Sui voucher possiamo anche intervenire con una legge prima del referendum - ragionava un autorevole esponente - ma la parte sull’articolo 18 non si può correggere. A quel punto, meglio andare a votare prima per le politiche, non possiamo prendere un’altra batosta prima delle elezioni. Perché con l’aria che tira finisce male pure questo referendum». Un’ipotesi concreta, dunque.
L’ultima parola la dirà la Corte costituzionale l’11 gennaio, sarà allora che si saprà se il referendum promosso dalla Cgil sarà ammissibile e, quindi, se si andrà al voto in primavera. Ma il via libera sembra scontato e per questo nasce la contromossa: elezioni politiche ad aprile, massimo a giugno, non solo per non lasciare a Lega e M5s il comodo ruolo di opposizione al governo Gentiloni, ma anche per far slittare il referendum di un anno ed evitare che prima delle politiche gli italiani siano chiamati a dire sì o no a un’altra delle riforme simbolo dell’era Renzi.
Per questo la reazione a Poletti è stata veemente. A cominciare dalla minoranza bersaniana del Pd: «Più che invocare le urne - ha replicato duro Roberto Speranza, probabile sfidante di Renzi al congresso - per evitare il referendum, è necessario intervenire subito sul Jobs act, a partire dai voucher». Ma è durissimo anche Enrico Rossi, altro candidato alla segreteria del partito ma molto più dialogante con Renzi: «Dire che si vogliono fare le elezioni prima per evitare il referendum sul Jobs Act voluto dalla Cgil è una provocazione che non deve essere neppure pensata, un suicidio per il Pd».
Ma negativi sono anche i commenti che arrivano dagli altri partiti. Per Stefano Fassina, di Sinistra italiana, l’idea di elezioni per rinviare il referendum è «l’ulteriore conferma della distanza dal Paese reale del Governo Renzi-bis come della sua precedente versione». E secondo Arturo Scotto, capogruppo del partito alla Camera, «dalle parti del Pd hanno paura del giudizio e del voto di milioni di cittadini sulle loro cattive riforme».
E i toni non cambiano andando a destra del Pd. Gaetano Quagliariello accusa Poletti di fare «strage del senso delle istituzioni», mentre per Debora Bergamini di Forza Italia le parole del ministro «sono un chiaro segnale di paura dopo la sonora sconfitta del 4 dicembre». Infine, Roberto Fico del Movimento 5 stelle la mette così: «Se andiamo a votare subito, sarà il più grande referendum. E, se vinciamo alle elezioni noi, il Jobs Act sarà soltanto un ricordo».
Poletti: “Votare in primavera per evitare il referendum”
Il ministro e la paura dei quesiti della Cgil per abrogare il Jobs Act
“Elezioni anticipate scenario probabile”. Poi corregge: “Uno scivolone”
di Alessandro Di Matteo
Elezioni anticipate anche per evitare il referendum sul Jobs Act: da un paio di giorni se ne parla talmente con insistenza, nel Pd, che il ministro del Lavoro Giuliano Poletti non ha avuto esitazioni quando i giornalisti gli hanno chiesto di commentare il rischio di un bis della sconfitta dello scorso 4 dicembre: «Se si vota prima del referendum il problema non si pone. Ed è questo lo scenario più probabile».
Parole che hanno scatenato un putiferio, anche dentro al Pd, e che Poletti ha provato a minimizzare: «Non ho invocato il voto anticipato, ho solo fatto l’ovvia constatazione: qualora si andasse ad elezioni politiche anticipate, la legge prevede un rinvio dei referendum». In consiglio dei ministri, poi, Poletti si è giustificato parlando di «scivolata personale» e assicurando che non si trattava di una uscita concordata.
Il fatto è che la «scivolata personale» riprende, appunto, un ragionamento che già da martedì scorso ricorreva nelle conversazioni di tutti i dirigenti Pd nei corridoi del Parlamento: «Sui voucher possiamo anche intervenire con una legge prima del referendum - ragionava un autorevole esponente - ma la parte sull’articolo 18 non si può correggere. A quel punto, meglio andare a votare prima per le politiche, non possiamo prendere un’altra batosta prima delle elezioni. Perché con l’aria che tira finisce male pure questo referendum». Un’ipotesi concreta, dunque.
L’ultima parola la dirà la Corte costituzionale l’11 gennaio, sarà allora che si saprà se il referendum promosso dalla Cgil sarà ammissibile e, quindi, se si andrà al voto in primavera. Ma il via libera sembra scontato e per questo nasce la contromossa: elezioni politiche ad aprile, massimo a giugno, non solo per non lasciare a Lega e M5s il comodo ruolo di opposizione al governo Gentiloni, ma anche per far slittare il referendum di un anno ed evitare che prima delle politiche gli italiani siano chiamati a dire sì o no a un’altra delle riforme simbolo dell’era Renzi.
Per questo la reazione a Poletti è stata veemente. A cominciare dalla minoranza bersaniana del Pd: «Più che invocare le urne - ha replicato duro Roberto Speranza, probabile sfidante di Renzi al congresso - per evitare il referendum, è necessario intervenire subito sul Jobs act, a partire dai voucher». Ma è durissimo anche Enrico Rossi, altro candidato alla segreteria del partito ma molto più dialogante con Renzi: «Dire che si vogliono fare le elezioni prima per evitare il referendum sul Jobs Act voluto dalla Cgil è una provocazione che non deve essere neppure pensata, un suicidio per il Pd».
Ma negativi sono anche i commenti che arrivano dagli altri partiti. Per Stefano Fassina, di Sinistra italiana, l’idea di elezioni per rinviare il referendum è «l’ulteriore conferma della distanza dal Paese reale del Governo Renzi-bis come della sua precedente versione». E secondo Arturo Scotto, capogruppo del partito alla Camera, «dalle parti del Pd hanno paura del giudizio e del voto di milioni di cittadini sulle loro cattive riforme».
E i toni non cambiano andando a destra del Pd. Gaetano Quagliariello accusa Poletti di fare «strage del senso delle istituzioni», mentre per Debora Bergamini di Forza Italia le parole del ministro «sono un chiaro segnale di paura dopo la sonora sconfitta del 4 dicembre». Infine, Roberto Fico del Movimento 5 stelle la mette così: «Se andiamo a votare subito, sarà il più grande referendum. E, se vinciamo alle elezioni noi, il Jobs Act sarà soltanto un ricordo».
I firmatari del manifesto «Il ’68 per il Sì»
Gentiloni rappresenta «il meglio del movimento del ’68»
Corriere 15.12.16
Gli ex del ’68 contro Capanna: il premier? È il meglio di noi
di Maria Teresa Meli
Paolo Gentiloni divide i sessantottini. L’altro ieri Mario Capanna, in un’intervista al Corriere della Sera , ha fatto una sorta di atto di disconoscimento del presidente del Consiglio, che da giovane militava nel Movimento studentesco, sostenendo di non essersi mai accorto della sua presenza nel Ms, benché poi ammetta di aver fatto un comizio con lui nel lontano 1973. Ma molti dei militanti di allora non hanno gradito la presa di posizione del loro ex leader. Quei sessantottini, al contrario di Capanna, la sera della nomina di Gentiloni a premier hanno festeggiato. Si sono scambiati sms e telefonate, entusiasti perché «uno di loro» è andato a Palazzo Chigi.
E sull’onda dei ricordi e dell’orgoglio targato ’68 qualcuno ha ricordato quando da Milano si approdava a Roma, con poche lire in tasca, e Paolo Gentiloni, sempre gentile e affabile, ospitava i «compagni» del Movimento a pranzo nel palazzo omonimo, dove il solerte Settimio in guanti bianchi dispensava cibo a tutti.
Bei tempi, quelli, e belli anche questi stando ai contestatori di Capanna, secondo i quali Gentiloni rappresenta «il meglio del movimento del ’68», con buona pace di quello che dice e pensa l’ex leader.
Giovanni Cominelli, ex consigliere regionale lombardo, Sergio Vicario professionista delle comunicazioni, l’ex capo Katanga Mario Martucci, detto «Manina», Nino Bertoloni Meli, giornalista, l’architetto milanese Franco Origoni, il piccolo editore Livio Muci e tanti altri che hanno idealmente brindato al governo Gentiloni si sono allontanati da Capanna non da ora. Sono infatti gli stessi ex Ms che qualche tempo fa hanno redatto un manifesto intitolato «Il ’68 per il Sì» per dare il loro appoggio alla riforma costituzionale.
Ma le tensioni tra gli ex Ms non riguardano solo Gentiloni. Tra due anni correrà l’anniversario del ’68 e alcuni di loro temono che Mario Capanna abbia in mente di organizzare una grande celebrazione con se medesimo nel ruolo dell’«unica vestale».
Gentiloni rappresenta «il meglio del movimento del ’68»
Corriere 15.12.16
Gli ex del ’68 contro Capanna: il premier? È il meglio di noi
di Maria Teresa Meli
Paolo Gentiloni divide i sessantottini. L’altro ieri Mario Capanna, in un’intervista al Corriere della Sera , ha fatto una sorta di atto di disconoscimento del presidente del Consiglio, che da giovane militava nel Movimento studentesco, sostenendo di non essersi mai accorto della sua presenza nel Ms, benché poi ammetta di aver fatto un comizio con lui nel lontano 1973. Ma molti dei militanti di allora non hanno gradito la presa di posizione del loro ex leader. Quei sessantottini, al contrario di Capanna, la sera della nomina di Gentiloni a premier hanno festeggiato. Si sono scambiati sms e telefonate, entusiasti perché «uno di loro» è andato a Palazzo Chigi.
E sull’onda dei ricordi e dell’orgoglio targato ’68 qualcuno ha ricordato quando da Milano si approdava a Roma, con poche lire in tasca, e Paolo Gentiloni, sempre gentile e affabile, ospitava i «compagni» del Movimento a pranzo nel palazzo omonimo, dove il solerte Settimio in guanti bianchi dispensava cibo a tutti.
Bei tempi, quelli, e belli anche questi stando ai contestatori di Capanna, secondo i quali Gentiloni rappresenta «il meglio del movimento del ’68», con buona pace di quello che dice e pensa l’ex leader.
Giovanni Cominelli, ex consigliere regionale lombardo, Sergio Vicario professionista delle comunicazioni, l’ex capo Katanga Mario Martucci, detto «Manina», Nino Bertoloni Meli, giornalista, l’architetto milanese Franco Origoni, il piccolo editore Livio Muci e tanti altri che hanno idealmente brindato al governo Gentiloni si sono allontanati da Capanna non da ora. Sono infatti gli stessi ex Ms che qualche tempo fa hanno redatto un manifesto intitolato «Il ’68 per il Sì» per dare il loro appoggio alla riforma costituzionale.
Ma le tensioni tra gli ex Ms non riguardano solo Gentiloni. Tra due anni correrà l’anniversario del ’68 e alcuni di loro temono che Mario Capanna abbia in mente di organizzare una grande celebrazione con se medesimo nel ruolo dell’«unica vestale».
Il Sole 15.12.16
Il processo di riforma del Vaticano
Prende forma la nuova Curia di Francesco
di Carlo Marroni
Chiuso ieri il consiglio dei cardinali che aiuta il Papa nella gestione dello Stato
Nelle leggi del Vaticano non è prevista l’indizione di un referendum in caso di riforma della Costituzione (che esiste). Ma Francesco esercita i suoi pieni poteri con il confronto, lasciando spazio al dibattito. È il metodo gesuitico del discernimento: ascolta tutti, anche senza interrompere, e poi decide. Da solo. Lo ha sempre fatto. È accaduto, e forse questo è l’esempio più lampante, nel lungo processo del Sinodo sulla famiglia, dove è stato lasciato spazio a tutte le posizioni, anche a quelle più accanite contro le aperture verso le “famiglie ferite”, sfociate poi nei recenti “dubia” dei quattro cardinali conservatori, a cui il Papa naturalmente non risponde.
E succede da oltre tre anni all’interno del C-9, il consiglio dei cardinali scelti da Bergoglio per assisterlo nel processo di riforma della Curia Romana: al suo interno sono rappresentate non solo aree geografiche differenti ma anche diverse sensibilità e orientamenti, tanto che ad un certo punto il consiglio sembrò trasformarsi in una specie di foro ristretto dei potenziali conflitti nel Sacro Collegio.
In ogni caso le riforme ci sono state: la principale (e più problematica) è stata quelle delle finanze, con la nascita della Segreteria dell’Economia, che inizialmente aveva assunto dei poteri molto forti, poi in buona parte tolti, in un contesto di sconti aspri tra cardinali e sparate finite sui giornali con modalità da Vatileaks. Se, quindi, il capitolo finanze sembra che debba ancora trovare una sua forma definitiva, al momento appare certo che nella nuova Curia resterà centrale la Segreteria di Stato, il cuore del “governo” pontificio.
Ieri si è chiusa la sessione periodica del C-9 – di cui è membro il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, di gran lunga il più autorevole e fidato collaboratore di Francesco – in cui è stata ribadita la funzione di “coordinamento” della Segreteria di Stato, che si può dire assommi le funzioni di presidenza del Consiglio e ministeri dell’Interno e degli Esteri, con forti competenze dirette quindi praticamente in tutte le funzioni curiali. Al momento dell’elezione di Francesco emerse l’idea che questo potere – di cui godeva dai tempi di Paolo VI e via via cresciuto nei decenni fino ad arrivare alle “crisi” del periodo di Tarcisio Bertone sotto Benedetto XVI – dovesse essere ridimensionato a funzioni più internazionali e di una non ben mai precisata “segreteria papale”. E infatti qualcosa era accaduto in questo senso, con l’iniziale disegno della potente super-segreteria economica. Ma poi - grazie anche all’esperienza di questi ultimi due anni - si è arrivati a confermare il ruolo assolutamente preminente, anche se non è escluso che nella prossima costituzione apostolica - che riscriverà le regole della vigente Pastor Bonus – qualcosa potrebbe cambiare. La riforma ad ogni modo marcia, con il caveat papale che nessuno deve perdere il posto di lavoro: sono stati creati nuovi dicasteri che hanno accorpato prima le strutture su Laici, Famiglia e Vita - con a capo il cardinale americano Kevin Farrell - e poi quello per lo Sviluppo umano integrale – alla guida il cardinale africano Peter Turkson – all’interno del quale il Papa manterrà la “delega” diretta sui migranti. Inoltre è stata istituita la Segreteria per l’Informazione – prefetto monsignor Dario Edoardo Viganò – che ha accentrato tutte le funzioni dei media, a partire da Radio Vaticana e dalla sala stampa.
Ma si sta mettendo mano anche in altri dicasteri, molto sensibili: Dottrina della Fede, Propaganda Fide, Vita Consacrata, Cause dei Santi, Congregazione dei Vescovi e Chiese Orientali, tutti ministeri con portafoglio, dotati di forti strutture e con a capo cardinali influenti in alcuni casi critici della linea di Bergoglio. E in mezzo al processo di riforma ci scappa anche di discutere di affari correnti: il consiglio per l’economia – guidato dal cardinale tedesco Reinhard Marx, membro del C-9 – ha approvato il bilancio preventivo per il 2017, mentre il prefetto per l’economia cardinale George Pell (anche lui dentro l’organismo) ha assicurato che la pubblicazione di quello consuntivo per il 2016 arriverà presto, un po’ in ritardo sui tempi, ma senza il rischio di incorrere nell’esercizio provvisorio.
Il processo di riforma del Vaticano
Prende forma la nuova Curia di Francesco
di Carlo Marroni
Chiuso ieri il consiglio dei cardinali che aiuta il Papa nella gestione dello Stato
Nelle leggi del Vaticano non è prevista l’indizione di un referendum in caso di riforma della Costituzione (che esiste). Ma Francesco esercita i suoi pieni poteri con il confronto, lasciando spazio al dibattito. È il metodo gesuitico del discernimento: ascolta tutti, anche senza interrompere, e poi decide. Da solo. Lo ha sempre fatto. È accaduto, e forse questo è l’esempio più lampante, nel lungo processo del Sinodo sulla famiglia, dove è stato lasciato spazio a tutte le posizioni, anche a quelle più accanite contro le aperture verso le “famiglie ferite”, sfociate poi nei recenti “dubia” dei quattro cardinali conservatori, a cui il Papa naturalmente non risponde.
E succede da oltre tre anni all’interno del C-9, il consiglio dei cardinali scelti da Bergoglio per assisterlo nel processo di riforma della Curia Romana: al suo interno sono rappresentate non solo aree geografiche differenti ma anche diverse sensibilità e orientamenti, tanto che ad un certo punto il consiglio sembrò trasformarsi in una specie di foro ristretto dei potenziali conflitti nel Sacro Collegio.
In ogni caso le riforme ci sono state: la principale (e più problematica) è stata quelle delle finanze, con la nascita della Segreteria dell’Economia, che inizialmente aveva assunto dei poteri molto forti, poi in buona parte tolti, in un contesto di sconti aspri tra cardinali e sparate finite sui giornali con modalità da Vatileaks. Se, quindi, il capitolo finanze sembra che debba ancora trovare una sua forma definitiva, al momento appare certo che nella nuova Curia resterà centrale la Segreteria di Stato, il cuore del “governo” pontificio.
Ieri si è chiusa la sessione periodica del C-9 – di cui è membro il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, di gran lunga il più autorevole e fidato collaboratore di Francesco – in cui è stata ribadita la funzione di “coordinamento” della Segreteria di Stato, che si può dire assommi le funzioni di presidenza del Consiglio e ministeri dell’Interno e degli Esteri, con forti competenze dirette quindi praticamente in tutte le funzioni curiali. Al momento dell’elezione di Francesco emerse l’idea che questo potere – di cui godeva dai tempi di Paolo VI e via via cresciuto nei decenni fino ad arrivare alle “crisi” del periodo di Tarcisio Bertone sotto Benedetto XVI – dovesse essere ridimensionato a funzioni più internazionali e di una non ben mai precisata “segreteria papale”. E infatti qualcosa era accaduto in questo senso, con l’iniziale disegno della potente super-segreteria economica. Ma poi - grazie anche all’esperienza di questi ultimi due anni - si è arrivati a confermare il ruolo assolutamente preminente, anche se non è escluso che nella prossima costituzione apostolica - che riscriverà le regole della vigente Pastor Bonus – qualcosa potrebbe cambiare. La riforma ad ogni modo marcia, con il caveat papale che nessuno deve perdere il posto di lavoro: sono stati creati nuovi dicasteri che hanno accorpato prima le strutture su Laici, Famiglia e Vita - con a capo il cardinale americano Kevin Farrell - e poi quello per lo Sviluppo umano integrale – alla guida il cardinale africano Peter Turkson – all’interno del quale il Papa manterrà la “delega” diretta sui migranti. Inoltre è stata istituita la Segreteria per l’Informazione – prefetto monsignor Dario Edoardo Viganò – che ha accentrato tutte le funzioni dei media, a partire da Radio Vaticana e dalla sala stampa.
Ma si sta mettendo mano anche in altri dicasteri, molto sensibili: Dottrina della Fede, Propaganda Fide, Vita Consacrata, Cause dei Santi, Congregazione dei Vescovi e Chiese Orientali, tutti ministeri con portafoglio, dotati di forti strutture e con a capo cardinali influenti in alcuni casi critici della linea di Bergoglio. E in mezzo al processo di riforma ci scappa anche di discutere di affari correnti: il consiglio per l’economia – guidato dal cardinale tedesco Reinhard Marx, membro del C-9 – ha approvato il bilancio preventivo per il 2017, mentre il prefetto per l’economia cardinale George Pell (anche lui dentro l’organismo) ha assicurato che la pubblicazione di quello consuntivo per il 2016 arriverà presto, un po’ in ritardo sui tempi, ma senza il rischio di incorrere nell’esercizio provvisorio.
mercoledì 14 dicembre 2016
Corriere 14.12.16
Medicine no logo
Il caso dei farmaci equivalenti
Efficaci e meno costosi ma in Italia non decollano
di Adriana Bazzi
Chiamarli «generici» è stato un errore, una traduzione troppo letterale dall’inglese «generic medicinal product»: da qui l’idea che si parli di medicine di serie B, meno efficaci di quelle «di marca», da cui derivano.
Meglio allora definirli «equivalenti» perché, in pratica, funzionano tanto quanto gli «origi nali».
Stiamo parlando di quelle medicine «fotocopia» che possono essere prodotte da chiunque (a patto che si rispettino regole severe, fissate dalle autorità sanitarie), quando il brevetto delle molecole originali, detenuto dalle aziende farmaceutiche, scade (in genere dopo dieci anni dalla commercializzazione): l’equivalente viene venduto con il suo nome chimico e non con quello commerciale «di fantasia» scelto all’inizio dall’azienda produttrice.
Il primo farmaco equivalente autorizzato in Italia, vent’anni fa, nel 1996, fu la ticlopidina, un anti colesterolo, il cui nome commerciale era Tiklid. Poi ne sono arrivati molti altri, in particolare per il trattamento delle malattie cardiovascolari (come gli antipertensivi e altri anti colesterolo), delle patologie del sistema nervoso (come gli antidepressivi, gli antipsicotici e gli ansiolitici) e, infine, dei disturbi gastroenterici come gli antiacidi.
Con quali vantaggi? Di ordine economico, innanzitutto: per definizione un farmaco equivalente deve costare almeno il 20 per cento in meno rispetto al suo antenato di marca. E il suo uso può far risparmiare quei sistemi sanitari che, come in Italia, offrono gratuitamente i farmaci ai cittadini (salvo il ticket). Ma può far risparmiare anche i cittadini, perché oggi esiste, in Italia, quel famoso «prezzo di riferimento» dell’equivalente (il più basso) che il sistema sanitario rimborsa: se il paziente vuole l’analogo «griffato» (a brevetto scaduto) più costoso paga la differenza di tasca sua. E spesso è spinto a richiedere il «griffato» perché non è adeguatamente informato sul vero valore del farmaco equivalente e pensa che il «griffato» sia meglio.
Difatti, nonostante le prove scientifiche dimostrino come gli equivalenti siano paragonabili ai griffati, il loro consumo in Italia stenta a decollare, anche se è in aumento, come dimostra un articolo appena pubblicato dalla Fondazione Gimbe (Gruppo Italiano per la Medicina Basata sull’Evidenza) sulla rivista «Evidence».
Le regioni più restie a prescrivere equivalenti sono quelle del Sud, Calabria, Basilicata, Campania in fondo alla classifica. In cima, invece, c’è la Provincia Autonoma di Trento, seguita dalla Lombardia e dalla Provincia autonoma di Bolzano.
Tutto questo sta accadendo nonostante l’impegno dell’Aifa, l’Agenzia Italiana del Farmaco. L’Aifa ha prodotto un vademecum su «Medicinali equivalenti» per promuoverne l’uso e per porre uno stop ai «falsi miti» che circolano, non solo fra i pazienti, ma anche fra i medici e i farmacisti.
E nonostante l’Associazione Cittadinanzattiva-Tribunale per i Diritti del Malato abbia promosso la campagna «IoEquivalgo», sempre con l’intento di informare il pubblico sui vantaggi di ricorrere ai farmaci equivalenti.
Secondo Silvio Garattini, direttore dell’Istituto Mario Negri di Milano, le industrie continuano a proporre i medicinali griffati a «brevetto scaduto» e a prezzi maggiorati, perché hanno più mezzi per promuoverli, mentre le istituzioni, nonostante la campagna dell’Aifa, hanno poche risorse per sostenere i no logo.
I falsi miti, quindi, rimangono. Riguardano soprattutto l’efficacia e gli eccipienti.
Gli esperti, però, garantiscono che l’effetto terapeutico esiste, anche quando la concentrazione del farmaco non raggiunge livelli ottimali nel sangue. E a proposito di eccipienti — sostanze inerti senza proprietà terapeutiche, che hanno la funzione di rendere somministrabile il principio attivo, sono presenti anche nei farmaci di marca e sono censiti in un’apposita lista nella farmacopea ufficiale — commenta Garattini: «Gli eccipienti nei farmaci equivalenti possono cambiare, ma non ne influenzano l’efficacia. Allergie? Può essere, ma questo è un rischio legato anche ai prodotti di riferimento, cioè ai farmaci branded ».
Medicine no logo
Il caso dei farmaci equivalenti
Efficaci e meno costosi ma in Italia non decollano
di Adriana Bazzi
Chiamarli «generici» è stato un errore, una traduzione troppo letterale dall’inglese «generic medicinal product»: da qui l’idea che si parli di medicine di serie B, meno efficaci di quelle «di marca», da cui derivano.
Meglio allora definirli «equivalenti» perché, in pratica, funzionano tanto quanto gli «origi nali».
Stiamo parlando di quelle medicine «fotocopia» che possono essere prodotte da chiunque (a patto che si rispettino regole severe, fissate dalle autorità sanitarie), quando il brevetto delle molecole originali, detenuto dalle aziende farmaceutiche, scade (in genere dopo dieci anni dalla commercializzazione): l’equivalente viene venduto con il suo nome chimico e non con quello commerciale «di fantasia» scelto all’inizio dall’azienda produttrice.
Il primo farmaco equivalente autorizzato in Italia, vent’anni fa, nel 1996, fu la ticlopidina, un anti colesterolo, il cui nome commerciale era Tiklid. Poi ne sono arrivati molti altri, in particolare per il trattamento delle malattie cardiovascolari (come gli antipertensivi e altri anti colesterolo), delle patologie del sistema nervoso (come gli antidepressivi, gli antipsicotici e gli ansiolitici) e, infine, dei disturbi gastroenterici come gli antiacidi.
Con quali vantaggi? Di ordine economico, innanzitutto: per definizione un farmaco equivalente deve costare almeno il 20 per cento in meno rispetto al suo antenato di marca. E il suo uso può far risparmiare quei sistemi sanitari che, come in Italia, offrono gratuitamente i farmaci ai cittadini (salvo il ticket). Ma può far risparmiare anche i cittadini, perché oggi esiste, in Italia, quel famoso «prezzo di riferimento» dell’equivalente (il più basso) che il sistema sanitario rimborsa: se il paziente vuole l’analogo «griffato» (a brevetto scaduto) più costoso paga la differenza di tasca sua. E spesso è spinto a richiedere il «griffato» perché non è adeguatamente informato sul vero valore del farmaco equivalente e pensa che il «griffato» sia meglio.
Difatti, nonostante le prove scientifiche dimostrino come gli equivalenti siano paragonabili ai griffati, il loro consumo in Italia stenta a decollare, anche se è in aumento, come dimostra un articolo appena pubblicato dalla Fondazione Gimbe (Gruppo Italiano per la Medicina Basata sull’Evidenza) sulla rivista «Evidence».
Le regioni più restie a prescrivere equivalenti sono quelle del Sud, Calabria, Basilicata, Campania in fondo alla classifica. In cima, invece, c’è la Provincia Autonoma di Trento, seguita dalla Lombardia e dalla Provincia autonoma di Bolzano.
Tutto questo sta accadendo nonostante l’impegno dell’Aifa, l’Agenzia Italiana del Farmaco. L’Aifa ha prodotto un vademecum su «Medicinali equivalenti» per promuoverne l’uso e per porre uno stop ai «falsi miti» che circolano, non solo fra i pazienti, ma anche fra i medici e i farmacisti.
E nonostante l’Associazione Cittadinanzattiva-Tribunale per i Diritti del Malato abbia promosso la campagna «IoEquivalgo», sempre con l’intento di informare il pubblico sui vantaggi di ricorrere ai farmaci equivalenti.
Secondo Silvio Garattini, direttore dell’Istituto Mario Negri di Milano, le industrie continuano a proporre i medicinali griffati a «brevetto scaduto» e a prezzi maggiorati, perché hanno più mezzi per promuoverli, mentre le istituzioni, nonostante la campagna dell’Aifa, hanno poche risorse per sostenere i no logo.
I falsi miti, quindi, rimangono. Riguardano soprattutto l’efficacia e gli eccipienti.
Gli esperti, però, garantiscono che l’effetto terapeutico esiste, anche quando la concentrazione del farmaco non raggiunge livelli ottimali nel sangue. E a proposito di eccipienti — sostanze inerti senza proprietà terapeutiche, che hanno la funzione di rendere somministrabile il principio attivo, sono presenti anche nei farmaci di marca e sono censiti in un’apposita lista nella farmacopea ufficiale — commenta Garattini: «Gli eccipienti nei farmaci equivalenti possono cambiare, ma non ne influenzano l’efficacia. Allergie? Può essere, ma questo è un rischio legato anche ai prodotti di riferimento, cioè ai farmaci branded ».
Repubblica 14.12.16
La famiglia al tempo di Lucy, le impronte svelano l’harem
Maschi poligami e molto più grandi delle femmine. Studiando i loro passi un team guidato da ricercatori italiani riscrive la storia dei primi ominindi
di Silvia Bencivelli
Giorgio Manzi: “Una organizzazione sociale più simile a quella dei gorilla che degli scimpanzé”
ROMA. Sono nuovi passi nella comprensione della nostra storia: passi, o meglio impronte, impresse nel fango di 3,65 milioni di anni fa da un gruppo di nostri antenati in cammino all’ombra del vulcano Sadiman, nell’odierna riserva del Ngorongoro in Tanzania. La scoperta, presentata oggi in un articolo sulla rivista scientifica eLife, è avvenuta nel sito archeologico di Laetoli a opera di un gruppo di ricercatori dell’Università di Dar es Salaam, in Tanzania, in collaborazione con scienziati delle università di Perugia, Pisa, Firenze e Sapienza Università di Roma, riuniti in un progetto riconosciuto dal ministero degli Esteri. Ed è importante non solo perché fornisce altri dettagli sulla più antica passeggiata preistorica di cui si abbia traccia. Ma anche perché misurando la dimensione di quelle orme permette di capire come fossero fatti fisicamente coloro che le hanno prodotte e suggerisce qualcosa di nuovo sulla loro organizzazione sociale.
Le impronte appartengono infatti a individui della specie Australopithecus afarensis, la stessa della famosa Lucy: antenati dell’uomo in linea diretta, tra i 3 e i 4 milioni di anni fa percorrevano le pianure africane, camminando su due gambe più o meno come noi. Il primo indizio delle loro antiche passeggiate fu ritrovato negli anni Settanta dalla leggendaria antropologa inglese Mary Leakey sempre nel sito di Laetoli. In quel caso si trattava di una fila di impronte appartenute a tre individui.
Oggi sono state trovate le impronte di altri due individui, che nello stesso momento stavano andando nella stessa direzione e alla stessa velocità dei primi tre. Insomma: stavano andando insieme a loro, come una piccola comitiva, camminando sulla cenere ancora calda del vulcano e sotto la pioggia che avrebbe trasformato quella cenere in fango e poi in tufo, cristallizzando lì per milioni di anni l’impronta dei loro passi.
Ma su chi fossero i membri di quel gruppo c’è una sorpresa: misurando la dimensione delle impronte, gli scienziati hanno infatti scoperto che uno dei cinque aveva un gran piedone ed era quindi verosimilmente un maschio, il più grande della sua specie di cui fino a oggi si sia trovata testimonianza. Ne segue che probabilmente gli altri quattro, più piccoli di lui di almeno cinquanta centimetri, erano due femmine e due bambini oppure tre femmine e un bambino. E questa osservazione ha diverse conseguenze. La prima è sul nostro immaginario: la “passeggiata di Leakey”, infatti, è stata fino a oggi rappresentata su tutti i libri come una romantica camminata familiare, con due adulti di dimensioni simili, talvolta addirittura mano nella mano, e il loro figliolo a zompettargli intorno. Invece più verosimilmente i nostri antenati maschi e femmine erano di dimensioni molto diverse tra loro, un fenomeno che gli scienziati chiamano dimorfismo sessuale. Nel caso di Australopithecus afarensis il dimorfismo doveva essere molto marcato, come succede oggi per i gorilla e non invece in altre specie di primati, per esempio gli scimpanzé.
Il che potrebbe significare che anche la struttura sociale dei gruppi di australopitechi fosse più simile a quella dei primi che a quella degli secondi. «Cioè - spiega Giorgio Manzi, antropologo alla Sapienza Università di Roma – ci dice che gli australopitechi erano verosimilmente organizzati in gruppi con un maschio dominante e il suo harem di femmine. E non in gruppi promiscui con maschi e femmine più o meno di dimensioni simili e con un peso simile nella scelta del partner sessuale, come tra gli scimpanzé. E nemmeno in coppie, come tendiamo a fare noi umani».
Adesso c’è da dare un nome a lui, il capogruppo dal piede grande. Gli scienziati hanno già una proposta: «Chiamiamolo Chewie, come Chewbecca, il personaggio di Guerre stellari », prosegue Manzi. «Anche lui è una scimmia bipede di grandi dimensioni che viene da un altro mondo e che, come Chewbecca, ci parla di sé ma non con la nostra lingua». Parlano per lui i suoi passi, che sono arrivati a noi a fianco di quelli di antenati di altri animali, mammiferi e uccelli, e persino delle gocce d’acqua piovana caduta quel giorno sulla cenere calda del Ngorongoro.
La famiglia al tempo di Lucy, le impronte svelano l’harem
Maschi poligami e molto più grandi delle femmine. Studiando i loro passi un team guidato da ricercatori italiani riscrive la storia dei primi ominindi
di Silvia Bencivelli
Giorgio Manzi: “Una organizzazione sociale più simile a quella dei gorilla che degli scimpanzé”
ROMA. Sono nuovi passi nella comprensione della nostra storia: passi, o meglio impronte, impresse nel fango di 3,65 milioni di anni fa da un gruppo di nostri antenati in cammino all’ombra del vulcano Sadiman, nell’odierna riserva del Ngorongoro in Tanzania. La scoperta, presentata oggi in un articolo sulla rivista scientifica eLife, è avvenuta nel sito archeologico di Laetoli a opera di un gruppo di ricercatori dell’Università di Dar es Salaam, in Tanzania, in collaborazione con scienziati delle università di Perugia, Pisa, Firenze e Sapienza Università di Roma, riuniti in un progetto riconosciuto dal ministero degli Esteri. Ed è importante non solo perché fornisce altri dettagli sulla più antica passeggiata preistorica di cui si abbia traccia. Ma anche perché misurando la dimensione di quelle orme permette di capire come fossero fatti fisicamente coloro che le hanno prodotte e suggerisce qualcosa di nuovo sulla loro organizzazione sociale.
Le impronte appartengono infatti a individui della specie Australopithecus afarensis, la stessa della famosa Lucy: antenati dell’uomo in linea diretta, tra i 3 e i 4 milioni di anni fa percorrevano le pianure africane, camminando su due gambe più o meno come noi. Il primo indizio delle loro antiche passeggiate fu ritrovato negli anni Settanta dalla leggendaria antropologa inglese Mary Leakey sempre nel sito di Laetoli. In quel caso si trattava di una fila di impronte appartenute a tre individui.
Oggi sono state trovate le impronte di altri due individui, che nello stesso momento stavano andando nella stessa direzione e alla stessa velocità dei primi tre. Insomma: stavano andando insieme a loro, come una piccola comitiva, camminando sulla cenere ancora calda del vulcano e sotto la pioggia che avrebbe trasformato quella cenere in fango e poi in tufo, cristallizzando lì per milioni di anni l’impronta dei loro passi.
Ma su chi fossero i membri di quel gruppo c’è una sorpresa: misurando la dimensione delle impronte, gli scienziati hanno infatti scoperto che uno dei cinque aveva un gran piedone ed era quindi verosimilmente un maschio, il più grande della sua specie di cui fino a oggi si sia trovata testimonianza. Ne segue che probabilmente gli altri quattro, più piccoli di lui di almeno cinquanta centimetri, erano due femmine e due bambini oppure tre femmine e un bambino. E questa osservazione ha diverse conseguenze. La prima è sul nostro immaginario: la “passeggiata di Leakey”, infatti, è stata fino a oggi rappresentata su tutti i libri come una romantica camminata familiare, con due adulti di dimensioni simili, talvolta addirittura mano nella mano, e il loro figliolo a zompettargli intorno. Invece più verosimilmente i nostri antenati maschi e femmine erano di dimensioni molto diverse tra loro, un fenomeno che gli scienziati chiamano dimorfismo sessuale. Nel caso di Australopithecus afarensis il dimorfismo doveva essere molto marcato, come succede oggi per i gorilla e non invece in altre specie di primati, per esempio gli scimpanzé.
Il che potrebbe significare che anche la struttura sociale dei gruppi di australopitechi fosse più simile a quella dei primi che a quella degli secondi. «Cioè - spiega Giorgio Manzi, antropologo alla Sapienza Università di Roma – ci dice che gli australopitechi erano verosimilmente organizzati in gruppi con un maschio dominante e il suo harem di femmine. E non in gruppi promiscui con maschi e femmine più o meno di dimensioni simili e con un peso simile nella scelta del partner sessuale, come tra gli scimpanzé. E nemmeno in coppie, come tendiamo a fare noi umani».
Adesso c’è da dare un nome a lui, il capogruppo dal piede grande. Gli scienziati hanno già una proposta: «Chiamiamolo Chewie, come Chewbecca, il personaggio di Guerre stellari », prosegue Manzi. «Anche lui è una scimmia bipede di grandi dimensioni che viene da un altro mondo e che, come Chewbecca, ci parla di sé ma non con la nostra lingua». Parlano per lui i suoi passi, che sono arrivati a noi a fianco di quelli di antenati di altri animali, mammiferi e uccelli, e persino delle gocce d’acqua piovana caduta quel giorno sulla cenere calda del Ngorongoro.
Corriere 14.12.16
L’antenato poligamo
di Anna Meldolesi
Il vulcano Sadiman ha coperto la terra di cenere a Laetoli, in Tanzania. Poi la pioggia l’ha trasformata in fanghiglia. È a questo punto che un piccolo gruppo di ominidi si mette in cammino. Appartengono alla specie della celebre Lucy ( Australopithecus afarensis ). Si tratta di un grosso maschio in compagnia di alcune femmine e di qualche piccolo. Probabilmente vogliono cercare riparo nella boscaglia. I piedi affondano nel terreno, imprimendo i segni del loro passaggio. Un altro provvidenziale strato di cenere sigillerà le orme, fossilizzandole. Possiamo considerarlo un miracolo della paleoantropologia: 3,6 milioni di anni dopo, infatti, quelle impronte sono riemerse illuminando il passato remoto della nostra famiglia allargata.
Se avete la sensazione che la storia non sia come libri e documentari ve l’avevano raccontata finora, avete ragione. Il fatto è che la ricostruzione di questa passeggiata preistorica oggi subisce una svolta a sorpresa, con la pubblicazione sulla rivista «eLife» di un lavoro firmato da un gruppo italo-tanzaniano. Quando le prime orme di Laetoli furono scoperte negli anni Settanta, coronando la carriera di Mary Leakey, sembravano raccontare una storia diversa. Appartenevano a due adulti che camminavano molto vicini e gli artisti chiamati a rendere visivamente la scena per giornali e musei li avevano rappresentati in modo toccante. Una coppia formata da un maschio e una femmina, abbracciati per farsi coraggio, con un piccolo al seguito. Qualche femminista aveva accusato quella posa di paternalismo, ma la raffigurazione si era impressa nell’immaginario collettivo.
La novità è che quarant’anni dopo il ritrovamento delle prime impronte, a distanza di un centinaio di metri, ne sono state rinvenute altre che sembrano cambiare completamente il senso del quadro. Fra tanti segni lasciati dagli animali, si riconoscono le orme di due ominidi. Uno ha dimensioni notevoli, tanto che gli studiosi lo hanno ribattezzato Chewie, come lo scimmione di Guerre stellari. «Abbiamo stimato 1,65 metri d’altezza per quasi 45 chili, questo ne fa il più grosso esemplare di Australopithecus afarensis conosciuto», ci ha detto Giorgio Manzi della Sapienza di Roma, che ha studiato i reperti insieme a colleghi dell’Università di Perugia, Pisa, Firenze e Dar es Salam. Questa taglia over size suggerisce che i maschi e le femmine della specie di Lucy avessero una struttura fisica molto diversa. Il fenomeno è chiamato dimorfismo sessuale e consente di ipotizzare una strategia riproduttiva poligamica, che spazzerebbe via la rappresentazione tradizionale. I maschi dominanti, insomma, dovevano avere molte compagne, un po’ come accade tra i moderni gorilla.
«Considerando insieme tutte le impronte, vecchie e nuove, ci troviamo di fronte a un’unità composta da un maschio, due o tre femmine e uno o due piccoli», fa i conti Manzi. Sempre che lo scenario non si complichi proseguendo gli scavi.
Le impronte rappresentano delle istantanee preistoriche, o se preferite dei comportamenti fossilizzati. In passato hanno confermato l’avvento precoce del bipedismo, ora sollevano il velo sull’organizzazione sociale di una specie estinta da milioni di anni. Ma le orme sono molto potenti anche dal punto di vista simbolico. Non c’è da stupirsi che qualcuno abbia paragonato le tracce di Laetoli a quelle di Neil Armstrong sul suolo lunare. Le une rappresentano i primi passi dell’umanità nel cosmo, le altre il viaggio evolutivo dell’uomo dalla notte dei tempi.
L’antenato poligamo
di Anna Meldolesi
Il vulcano Sadiman ha coperto la terra di cenere a Laetoli, in Tanzania. Poi la pioggia l’ha trasformata in fanghiglia. È a questo punto che un piccolo gruppo di ominidi si mette in cammino. Appartengono alla specie della celebre Lucy ( Australopithecus afarensis ). Si tratta di un grosso maschio in compagnia di alcune femmine e di qualche piccolo. Probabilmente vogliono cercare riparo nella boscaglia. I piedi affondano nel terreno, imprimendo i segni del loro passaggio. Un altro provvidenziale strato di cenere sigillerà le orme, fossilizzandole. Possiamo considerarlo un miracolo della paleoantropologia: 3,6 milioni di anni dopo, infatti, quelle impronte sono riemerse illuminando il passato remoto della nostra famiglia allargata.
Se avete la sensazione che la storia non sia come libri e documentari ve l’avevano raccontata finora, avete ragione. Il fatto è che la ricostruzione di questa passeggiata preistorica oggi subisce una svolta a sorpresa, con la pubblicazione sulla rivista «eLife» di un lavoro firmato da un gruppo italo-tanzaniano. Quando le prime orme di Laetoli furono scoperte negli anni Settanta, coronando la carriera di Mary Leakey, sembravano raccontare una storia diversa. Appartenevano a due adulti che camminavano molto vicini e gli artisti chiamati a rendere visivamente la scena per giornali e musei li avevano rappresentati in modo toccante. Una coppia formata da un maschio e una femmina, abbracciati per farsi coraggio, con un piccolo al seguito. Qualche femminista aveva accusato quella posa di paternalismo, ma la raffigurazione si era impressa nell’immaginario collettivo.
La novità è che quarant’anni dopo il ritrovamento delle prime impronte, a distanza di un centinaio di metri, ne sono state rinvenute altre che sembrano cambiare completamente il senso del quadro. Fra tanti segni lasciati dagli animali, si riconoscono le orme di due ominidi. Uno ha dimensioni notevoli, tanto che gli studiosi lo hanno ribattezzato Chewie, come lo scimmione di Guerre stellari. «Abbiamo stimato 1,65 metri d’altezza per quasi 45 chili, questo ne fa il più grosso esemplare di Australopithecus afarensis conosciuto», ci ha detto Giorgio Manzi della Sapienza di Roma, che ha studiato i reperti insieme a colleghi dell’Università di Perugia, Pisa, Firenze e Dar es Salam. Questa taglia over size suggerisce che i maschi e le femmine della specie di Lucy avessero una struttura fisica molto diversa. Il fenomeno è chiamato dimorfismo sessuale e consente di ipotizzare una strategia riproduttiva poligamica, che spazzerebbe via la rappresentazione tradizionale. I maschi dominanti, insomma, dovevano avere molte compagne, un po’ come accade tra i moderni gorilla.
«Considerando insieme tutte le impronte, vecchie e nuove, ci troviamo di fronte a un’unità composta da un maschio, due o tre femmine e uno o due piccoli», fa i conti Manzi. Sempre che lo scenario non si complichi proseguendo gli scavi.
Le impronte rappresentano delle istantanee preistoriche, o se preferite dei comportamenti fossilizzati. In passato hanno confermato l’avvento precoce del bipedismo, ora sollevano il velo sull’organizzazione sociale di una specie estinta da milioni di anni. Ma le orme sono molto potenti anche dal punto di vista simbolico. Non c’è da stupirsi che qualcuno abbia paragonato le tracce di Laetoli a quelle di Neil Armstrong sul suolo lunare. Le une rappresentano i primi passi dell’umanità nel cosmo, le altre il viaggio evolutivo dell’uomo dalla notte dei tempi.
La Stampa TuttoScienze 14.12.16
Giuseppe Remuzzi
«Presto modificheremo anche il nostro Genoma ma non vogliamo creare bambini su misura»
intervista di Simona Regina
L’altruismo? «È la chiave dell’evoluzione». Le migrazioni? «Ci hanno reso quello che siamo». Giuseppe Remuzzi, coordinatore delle attività di ricerca dell’Istituto Mario Negri di Bergamo, propone le sue riflessioni su alcune delle scoperte biomediche più recenti e affascinanti nel saggio «Siamo geni», edito da Sperling&Kupfer. E ci accompagna in un viaggio dall’origine della vita al futuro che ci attende. Un futuro - spiega - in cui ci addenteremo nei segreti del genoma, «perché dal genoma dipende tutto di noi: quello che pensiamo e quello che facciamo. E lo studio del Dna cambierà quasi certamente il modo di fare medicina».
Come si trasformerà la medicina?
«Analizzando il Dna, possiamo conoscere di cosa rischiamo di ammalarci. E queste informazioni possono essere utili per prendere le dovute precauzioni. A livello individuale ci possono indurre a cambiare stile di vita, ma non solo. Possono essere usate per pianificare interventi di sanità pubblica: screening mirati a seconda del profilo genetico. Ancora i costi elevati non lo consentono, ma in futuro ogni medico avrà nel computer il profilo genetico dei suoi assistiti».
Si tratta però di informazioni delicate, che bisogna imparare a gestire: non è così?
«Oggi già sappiamo che, se uno dei genitori è malato di cuore, il rischio che anche il figlio ne soffra aumenta di due volte, così come se uno dei nostri parenti di primo grado ha avuto un cancro del colon o della prostata rischiamo anche noi. Questione di geni. Le analisi del Dna forniscono molte informazioni, anche se non sempre facili da interpretare e per questo è necessario che i medici vengano formati per gestirle al meglio, e con garbo, e fornire supporto ai pazienti. Sapere, per esempio, che un ragazzo potrà avere problemi di dipendenza da alcol o nicotina o altre droghe può servire a proteggerlo, ma la predisposizione genetica potrebbe anche diventare un alibi per non smettere».
Oggi non solo conosciamo sempre più i geni che agiscono sul nostro stato di salute, ma abbiamo imparato a modificarli e così ci si chiede: come saranno i bambini di domani?
«Gli scienziati sanno fare “gene editing”, hanno imparato, cioè, a modificare il genoma: ci si possono inserire porzioni di Dna o rimuoverne altre e si può sostituire la parte di Dna che contiene la variante genetica da eliminare con una sana. Se mi chiede se il “gene editing” sarà usato per modificare il genoma, francamente penso di sì e presto: ma non si tratta di progettare bambini su misura. Si tratta di correggere anomalie genetiche, quelle che sono responsabili di tante malattie rare».
Spesso, però, c’è l’ostacolo della burocrazia: per esempio la legge 40 che, in Italia, regolamenta la procreazione assistita o le disposizioni sul fine vita, tema a cui lei ha dedicato il libro «La scelta». Come si deve agire?
«La legge 40 era in contrasto con la medicina e il buonsenso. Per non parlare dei limiti alla ricerca con le cellule staminali embrionali: le possiamo usare, ma non le possiamo produrre nemmeno da embrioni sovrannumerari. In Italia, spesso, la ricerca medico-scientifica diventa mero terreno di scontro politico senza dare ascolto alla voce degli scienziati. Ecco perché sono d’accordo con la linea degli Usa: non si possono prendere decisioni per la collettività senza la consulenza degli scienziati competenti in materia. Questo dovrebbe valere anche per chi legifera in Italia, altrimenti si rischia di ripetere errori già fatti in passato».
E’ vero che dare più ascolto alla scienza è utile anche per mettere a tacere intolleranza e razzismo?
«Chi nega ai migranti qualsiasi opportunità di integrazione non sa, forse, che siamo migranti da sempre e che così siamo diventati più forti: lo dimostra l’analisi del Dna. Incrociandosi con i Neanderthal, l’Homo sapiens ha acquisito nuovi geni che hanno rafforzato il sistema immunologico. Inoltre il nostro successo come specie dipende dal modo in cui collaboriamo con gli altri. È così adesso ed è stato così per le civiltà del passato e sarà determinante per il futuro. Collaborare aiuta ad affrontare le sfide e questo migliora la specie».
Giuseppe Remuzzi
«Presto modificheremo anche il nostro Genoma ma non vogliamo creare bambini su misura»
intervista di Simona Regina
L’altruismo? «È la chiave dell’evoluzione». Le migrazioni? «Ci hanno reso quello che siamo». Giuseppe Remuzzi, coordinatore delle attività di ricerca dell’Istituto Mario Negri di Bergamo, propone le sue riflessioni su alcune delle scoperte biomediche più recenti e affascinanti nel saggio «Siamo geni», edito da Sperling&Kupfer. E ci accompagna in un viaggio dall’origine della vita al futuro che ci attende. Un futuro - spiega - in cui ci addenteremo nei segreti del genoma, «perché dal genoma dipende tutto di noi: quello che pensiamo e quello che facciamo. E lo studio del Dna cambierà quasi certamente il modo di fare medicina».
Come si trasformerà la medicina?
«Analizzando il Dna, possiamo conoscere di cosa rischiamo di ammalarci. E queste informazioni possono essere utili per prendere le dovute precauzioni. A livello individuale ci possono indurre a cambiare stile di vita, ma non solo. Possono essere usate per pianificare interventi di sanità pubblica: screening mirati a seconda del profilo genetico. Ancora i costi elevati non lo consentono, ma in futuro ogni medico avrà nel computer il profilo genetico dei suoi assistiti».
Si tratta però di informazioni delicate, che bisogna imparare a gestire: non è così?
«Oggi già sappiamo che, se uno dei genitori è malato di cuore, il rischio che anche il figlio ne soffra aumenta di due volte, così come se uno dei nostri parenti di primo grado ha avuto un cancro del colon o della prostata rischiamo anche noi. Questione di geni. Le analisi del Dna forniscono molte informazioni, anche se non sempre facili da interpretare e per questo è necessario che i medici vengano formati per gestirle al meglio, e con garbo, e fornire supporto ai pazienti. Sapere, per esempio, che un ragazzo potrà avere problemi di dipendenza da alcol o nicotina o altre droghe può servire a proteggerlo, ma la predisposizione genetica potrebbe anche diventare un alibi per non smettere».
Oggi non solo conosciamo sempre più i geni che agiscono sul nostro stato di salute, ma abbiamo imparato a modificarli e così ci si chiede: come saranno i bambini di domani?
«Gli scienziati sanno fare “gene editing”, hanno imparato, cioè, a modificare il genoma: ci si possono inserire porzioni di Dna o rimuoverne altre e si può sostituire la parte di Dna che contiene la variante genetica da eliminare con una sana. Se mi chiede se il “gene editing” sarà usato per modificare il genoma, francamente penso di sì e presto: ma non si tratta di progettare bambini su misura. Si tratta di correggere anomalie genetiche, quelle che sono responsabili di tante malattie rare».
Spesso, però, c’è l’ostacolo della burocrazia: per esempio la legge 40 che, in Italia, regolamenta la procreazione assistita o le disposizioni sul fine vita, tema a cui lei ha dedicato il libro «La scelta». Come si deve agire?
«La legge 40 era in contrasto con la medicina e il buonsenso. Per non parlare dei limiti alla ricerca con le cellule staminali embrionali: le possiamo usare, ma non le possiamo produrre nemmeno da embrioni sovrannumerari. In Italia, spesso, la ricerca medico-scientifica diventa mero terreno di scontro politico senza dare ascolto alla voce degli scienziati. Ecco perché sono d’accordo con la linea degli Usa: non si possono prendere decisioni per la collettività senza la consulenza degli scienziati competenti in materia. Questo dovrebbe valere anche per chi legifera in Italia, altrimenti si rischia di ripetere errori già fatti in passato».
E’ vero che dare più ascolto alla scienza è utile anche per mettere a tacere intolleranza e razzismo?
«Chi nega ai migranti qualsiasi opportunità di integrazione non sa, forse, che siamo migranti da sempre e che così siamo diventati più forti: lo dimostra l’analisi del Dna. Incrociandosi con i Neanderthal, l’Homo sapiens ha acquisito nuovi geni che hanno rafforzato il sistema immunologico. Inoltre il nostro successo come specie dipende dal modo in cui collaboriamo con gli altri. È così adesso ed è stato così per le civiltà del passato e sarà determinante per il futuro. Collaborare aiuta ad affrontare le sfide e questo migliora la specie».
La Stampa TuttoScienze 14.12.16
Test in orbita per la nanoparticella che ha l’obiettivo di rigenerare i muscoli
Le patologie degli astronauti ispirano i farmaci anti-invecchiamento
di Lorenza Castagneri
In principio era una nicchia. La medicina aerospaziale era nata per studiare, prevenire e curare le patologie degli astronauti al rientro sulla Terra dopo una missione: disfunzioni cardio-circolatorie, perdita di tono muscolare, indebolimento delle ossa. Oggi sappiamo che c’è un’analogia tra questi problemi e quelli che ci colpiscono con il trascorrere degli anni. Così i ricercatori hanno cominciato a condurre test di medicina aerospaziale sia in orbita sia sulla Terra per ricavare informazioni sull’invecchiamento.
L’ultimo progetto, presentato a Roma, si chiama «Nanoros»: lo coordina Gianni Ciofani, professore del Politecnico di Torino e ricercatore al Centro di Micro-BioRobotica dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Pontedera. Gli esperimenti inizieranno il prossimo giugno, quando i campioni saranno portati nello spazio, sulla Stazione Spaziale Internazionale, dall’astronauta Paolo Nespoli, durante la nuova missione dell’Asi. «Al centro c’è la “nanoceria”, una forma di nanoparticelle in ossido di cerio: si tratta di un materiale inorganico che ha un potere antiossidante più forte delle vitamine e che ha il vantaggio di autorigenerarsi», racconta Ciofani. Che spiega: «Osserveremo come questa sostanza agisce su alcuni campioni di cellule muscolari, coltivate in strutture che sono state messe a disposizione da Kayser Italia, un’azienda aerospaziale di Livorno che è nostro partner industriale».
L’obiettivo è capire se l’ossido di cerio può essere un antidoto per contrastare gli effetti negativi che l’assenza di gravità e l’esposizione alle radiazioni provocano sull’organismo degli astronauti e che ne limitano la permanenza in orbita. Ma non solo. «Con questo test puntiamo a ricavare informazioni utili alla ricerca farmacologica nel campo di patologie come la distrofia muscolare. Alcuni studi preliminari ci hanno già dato risultati positivi. Per avvalorare la nostra tesi dovremo osservare prima i risultati dell’esperimento in orbita e poi ricreare un test sulla Terra».
Il docente ha coordinato anche un altro progetto, «PlanOx», finanziato nell’ambito dell’iniziativa «Spin your thesis» dall’Esa, che ha visto al centro dei test lo stesso materiale. L’esperimento è stato realizzato lo scorso settembre, con una gravità superiore a quella terrestre e ricreata nella centrifuga di otto metri di diametro installata nel «Centro europeo di ricerca spaziale e tecnologica» (l’«Estec») di Noordwijk, in Olanda. «Le prove - racconta Ciofani - sono state eseguite non su cellule umane, ma su interi organismi, le planarie, che sono vermi piatti. L’ipergravità fa aumentare il loro peso di 20 volte e volevamo quindi analizzare se l’ossido di cerio potesse contrastare questa situazione di stress: sugli animali e sull’uomo. Se così fosse, la sostanza potrebbe diventare un farmaco».
È, invece, diverso un terzo progetto, sempre finanziato dall’Esa nell’ambito di «Spin your thesis» dal gruppo di Debora Angeloni, ricercatrice della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. «HypE» - è il nome dello studio - ha esaminato il comportamento delle cellule endoteliali a gravità alterata. «Sono quelle che compongono lo strato interno dei vasi sanguigni», racconta la responsabile. Il test, in realtà, è stato doppio: nel 2015 i campioni sono stati portati in orbita, sulla Stazione Spaziale, per essere sottoposti alla microgravità, mentre quest’anno è stato eseguito nella centrifuga di Noordwijk quello in ipergravità. «Nel primo caso - continua Angeloni - abbiamo osservato che le maglie del tessuto endoteliale si allentano e nel secondo si compattano. Ora la ricerca continua per individuare marcatori di infiammazione e degenerazione utili per prevenire e curare i disturbi che accomunano tanto gli astronauti al ritorno sulla Terra quanto la popolazione in generale».
Tra i punti in comune: la sofferenza del sistema cardiovascolare, la perdita di consistenza ossea e massa muscolare, oltre all’alterazione dei ritmi circadiani. Disturbi che negli astronauti sono reversibili. «Anche per questo - conclude la ricercatrice - il volo spaziale è un modello di studio dei cambiamenti sul corpo prodotti dall’invecchiamento che sul nostro Pianeta, invece, non si possono cancellare».
Test in orbita per la nanoparticella che ha l’obiettivo di rigenerare i muscoli
Le patologie degli astronauti ispirano i farmaci anti-invecchiamento
di Lorenza Castagneri
In principio era una nicchia. La medicina aerospaziale era nata per studiare, prevenire e curare le patologie degli astronauti al rientro sulla Terra dopo una missione: disfunzioni cardio-circolatorie, perdita di tono muscolare, indebolimento delle ossa. Oggi sappiamo che c’è un’analogia tra questi problemi e quelli che ci colpiscono con il trascorrere degli anni. Così i ricercatori hanno cominciato a condurre test di medicina aerospaziale sia in orbita sia sulla Terra per ricavare informazioni sull’invecchiamento.
L’ultimo progetto, presentato a Roma, si chiama «Nanoros»: lo coordina Gianni Ciofani, professore del Politecnico di Torino e ricercatore al Centro di Micro-BioRobotica dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Pontedera. Gli esperimenti inizieranno il prossimo giugno, quando i campioni saranno portati nello spazio, sulla Stazione Spaziale Internazionale, dall’astronauta Paolo Nespoli, durante la nuova missione dell’Asi. «Al centro c’è la “nanoceria”, una forma di nanoparticelle in ossido di cerio: si tratta di un materiale inorganico che ha un potere antiossidante più forte delle vitamine e che ha il vantaggio di autorigenerarsi», racconta Ciofani. Che spiega: «Osserveremo come questa sostanza agisce su alcuni campioni di cellule muscolari, coltivate in strutture che sono state messe a disposizione da Kayser Italia, un’azienda aerospaziale di Livorno che è nostro partner industriale».
L’obiettivo è capire se l’ossido di cerio può essere un antidoto per contrastare gli effetti negativi che l’assenza di gravità e l’esposizione alle radiazioni provocano sull’organismo degli astronauti e che ne limitano la permanenza in orbita. Ma non solo. «Con questo test puntiamo a ricavare informazioni utili alla ricerca farmacologica nel campo di patologie come la distrofia muscolare. Alcuni studi preliminari ci hanno già dato risultati positivi. Per avvalorare la nostra tesi dovremo osservare prima i risultati dell’esperimento in orbita e poi ricreare un test sulla Terra».
Il docente ha coordinato anche un altro progetto, «PlanOx», finanziato nell’ambito dell’iniziativa «Spin your thesis» dall’Esa, che ha visto al centro dei test lo stesso materiale. L’esperimento è stato realizzato lo scorso settembre, con una gravità superiore a quella terrestre e ricreata nella centrifuga di otto metri di diametro installata nel «Centro europeo di ricerca spaziale e tecnologica» (l’«Estec») di Noordwijk, in Olanda. «Le prove - racconta Ciofani - sono state eseguite non su cellule umane, ma su interi organismi, le planarie, che sono vermi piatti. L’ipergravità fa aumentare il loro peso di 20 volte e volevamo quindi analizzare se l’ossido di cerio potesse contrastare questa situazione di stress: sugli animali e sull’uomo. Se così fosse, la sostanza potrebbe diventare un farmaco».
È, invece, diverso un terzo progetto, sempre finanziato dall’Esa nell’ambito di «Spin your thesis» dal gruppo di Debora Angeloni, ricercatrice della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. «HypE» - è il nome dello studio - ha esaminato il comportamento delle cellule endoteliali a gravità alterata. «Sono quelle che compongono lo strato interno dei vasi sanguigni», racconta la responsabile. Il test, in realtà, è stato doppio: nel 2015 i campioni sono stati portati in orbita, sulla Stazione Spaziale, per essere sottoposti alla microgravità, mentre quest’anno è stato eseguito nella centrifuga di Noordwijk quello in ipergravità. «Nel primo caso - continua Angeloni - abbiamo osservato che le maglie del tessuto endoteliale si allentano e nel secondo si compattano. Ora la ricerca continua per individuare marcatori di infiammazione e degenerazione utili per prevenire e curare i disturbi che accomunano tanto gli astronauti al ritorno sulla Terra quanto la popolazione in generale».
Tra i punti in comune: la sofferenza del sistema cardiovascolare, la perdita di consistenza ossea e massa muscolare, oltre all’alterazione dei ritmi circadiani. Disturbi che negli astronauti sono reversibili. «Anche per questo - conclude la ricercatrice - il volo spaziale è un modello di studio dei cambiamenti sul corpo prodotti dall’invecchiamento che sul nostro Pianeta, invece, non si possono cancellare».
La Stampa TuttoScienze 14.12.16
Un attimo dopo il Big Bang una pioggia di “semi” creò tutto
Dalla teoria di Schrödinger alle missioni “Euclid” e “Lisa”: come stanno evolvendo le ricerche sull’origine dell’Universo
di Valentina Arcovio
È passato quasi un secolo da quando fisici teorici e cosmologi hanno teorizzato quello che potrebbe essere accaduto nei primi istanti dopo il Big Bang. Eppure quegli attimi cruciali in cui l’Universo ha iniziato a prendere forma sono ancora oggetto di studio e di controversie. Perché, anche se il «Modello standard» della cosmologia e, in seguito, i suoi «aggiustamenti» sono ciò che meglio spiegano cosa è successo, molti interrogativi rimangono aperti. Ed è a quest’ultimi che Sabino Matarrese, professore di Cosmologia all’Università di Padova, oltre che membro dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn) e dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf), dedica il proprio lavoro, contribuendo a dare forma e sostanza a molte delle teorie più accreditate che spiegano come l’Universo è riuscito a diventare così com’è.
Matarrese terrà oggi una conferenza pubblica nell’ambito delle Immersioni Virtuali nella Scienza («Virtual Immersions in Science»), l’iniziativa organizzata dalla Scuola Normale Superiore di Pisa. Il titolo dell’intervento è «Cosa è successo nel primo secondo dopo il Big Bang?», ma - dice lui - per essere più precisi la domanda dovrebbe essere: «Cosa è successo un milionesimo di miliardesimo di miliardesimo di miliardesimo dopo il Big Bang?».
In effetti è in quelle frazioni di istanti che tutto è iniziato. «L’Universo è passato attraverso una fase di espansione accelerata, a cui il fisico americano Alan Guth dà il nome di inflazione - spiega il cosmologo -. Si tratta di un parossistico processo di “gonfiamento”, dal quale tutto ciò che oggi osserviamo nel cosmo avrebbe avuto origine». In pratica, secondo questo modello, l’Universo avrebbe conosciuto, nei primi attimi di vita, un’espansione a velocità crescente.
L’inflazione cosmica
«Questa inflazione cosmica avrebbe quindi sparso quei minuscoli “semi” che hanno poi generato tutta la materia, nella varietà delle sue forme, e tutta la complessa struttura che osserviamo nel cosmo, sotto forma di galassie, aggregati di galassie ed altro», dice Matarrese. Questi «semi» sarebbero stati generati, a loro volta, da fluttuazioni quantistiche del vuoto, dove per vuoto - in meccanica quantistica - si intende la situazione in cui esistono particelle virtuali che vengono continuamente create e distrutte. «Ma, se l’espansione dell’Universo è sufficientemente rapida, le particelle virtuali create dal vuoto - precisa Matarrese - non riescono ad annichilirsi in tempo utile e si trasformano, quindi, in particelle reali e perciò proprio in quei “semi” da cui è sbocciato tutto».
In realtà questo processo di generazione «dal vuoto» era stato ipotizzato da uno dei padri della meccanica quantistica, Erwin Schrödinger, già negli Anni 30. «Oggi è grazie a questa teoria che i cosmologi riescono a spiegare, con stupefacente accuratezza, una grande varietà di osservazioni cosmologiche. E il modello dell’inflazione cosmica sembra non ammettere rivali», aggiunge Matarrese. Ma quali siano le effettive conseguenze di questo modello è ancora oggi oggetto di studio.
«L’evolversi del modello inflazionario ha segnato tutta la mia vita scientifica, sia attraverso il contributo che ho cercato di dare allo sviluppo di questa idea sia attraverso il lavoro di analisi dati nell’ambito della collaborazione “Planck” dell’Agenzia Spaziale Europea per testare ed eventualmente “falsificare” la teoria».
Materia ed energia oscura
Ma la vita di uno studioso dell’Universo lascia poco spazio all’autocelebrazione. Tanto che Matarrese, mentre è al lavoro sui dati di «Planck», si prepara a contribuire alle future missioni dell’Esa, in particolare «Euclid» e «Lisa». «La prima partirà nel 2020 - spiega - e ha lo scopo di osservare le galassie per studiare la materia e l’energia oscura». «Euclid», così, permetterà di realizzare una mappa della posizione di 10 miliardi di galassie, consentendo di studiare l’evoluzione dell’Universo negli ultimi 10 miliardi di anni. L’Italia contribuisce in modo essenziale alla realizzazione degli strumenti della missione e coordina le attività di analisi dati.
«“Lisa”, invece, è un interferometro spaziale: attorno al 2030 consentirà di misurare le onde gravitazionali a bassa frequenza. Quelle sfuggite, finora, a tutte le osservazioni».
Un attimo dopo il Big Bang una pioggia di “semi” creò tutto
Dalla teoria di Schrödinger alle missioni “Euclid” e “Lisa”: come stanno evolvendo le ricerche sull’origine dell’Universo
di Valentina Arcovio
È passato quasi un secolo da quando fisici teorici e cosmologi hanno teorizzato quello che potrebbe essere accaduto nei primi istanti dopo il Big Bang. Eppure quegli attimi cruciali in cui l’Universo ha iniziato a prendere forma sono ancora oggetto di studio e di controversie. Perché, anche se il «Modello standard» della cosmologia e, in seguito, i suoi «aggiustamenti» sono ciò che meglio spiegano cosa è successo, molti interrogativi rimangono aperti. Ed è a quest’ultimi che Sabino Matarrese, professore di Cosmologia all’Università di Padova, oltre che membro dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn) e dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf), dedica il proprio lavoro, contribuendo a dare forma e sostanza a molte delle teorie più accreditate che spiegano come l’Universo è riuscito a diventare così com’è.
Matarrese terrà oggi una conferenza pubblica nell’ambito delle Immersioni Virtuali nella Scienza («Virtual Immersions in Science»), l’iniziativa organizzata dalla Scuola Normale Superiore di Pisa. Il titolo dell’intervento è «Cosa è successo nel primo secondo dopo il Big Bang?», ma - dice lui - per essere più precisi la domanda dovrebbe essere: «Cosa è successo un milionesimo di miliardesimo di miliardesimo di miliardesimo dopo il Big Bang?».
In effetti è in quelle frazioni di istanti che tutto è iniziato. «L’Universo è passato attraverso una fase di espansione accelerata, a cui il fisico americano Alan Guth dà il nome di inflazione - spiega il cosmologo -. Si tratta di un parossistico processo di “gonfiamento”, dal quale tutto ciò che oggi osserviamo nel cosmo avrebbe avuto origine». In pratica, secondo questo modello, l’Universo avrebbe conosciuto, nei primi attimi di vita, un’espansione a velocità crescente.
L’inflazione cosmica
«Questa inflazione cosmica avrebbe quindi sparso quei minuscoli “semi” che hanno poi generato tutta la materia, nella varietà delle sue forme, e tutta la complessa struttura che osserviamo nel cosmo, sotto forma di galassie, aggregati di galassie ed altro», dice Matarrese. Questi «semi» sarebbero stati generati, a loro volta, da fluttuazioni quantistiche del vuoto, dove per vuoto - in meccanica quantistica - si intende la situazione in cui esistono particelle virtuali che vengono continuamente create e distrutte. «Ma, se l’espansione dell’Universo è sufficientemente rapida, le particelle virtuali create dal vuoto - precisa Matarrese - non riescono ad annichilirsi in tempo utile e si trasformano, quindi, in particelle reali e perciò proprio in quei “semi” da cui è sbocciato tutto».
In realtà questo processo di generazione «dal vuoto» era stato ipotizzato da uno dei padri della meccanica quantistica, Erwin Schrödinger, già negli Anni 30. «Oggi è grazie a questa teoria che i cosmologi riescono a spiegare, con stupefacente accuratezza, una grande varietà di osservazioni cosmologiche. E il modello dell’inflazione cosmica sembra non ammettere rivali», aggiunge Matarrese. Ma quali siano le effettive conseguenze di questo modello è ancora oggi oggetto di studio.
«L’evolversi del modello inflazionario ha segnato tutta la mia vita scientifica, sia attraverso il contributo che ho cercato di dare allo sviluppo di questa idea sia attraverso il lavoro di analisi dati nell’ambito della collaborazione “Planck” dell’Agenzia Spaziale Europea per testare ed eventualmente “falsificare” la teoria».
Materia ed energia oscura
Ma la vita di uno studioso dell’Universo lascia poco spazio all’autocelebrazione. Tanto che Matarrese, mentre è al lavoro sui dati di «Planck», si prepara a contribuire alle future missioni dell’Esa, in particolare «Euclid» e «Lisa». «La prima partirà nel 2020 - spiega - e ha lo scopo di osservare le galassie per studiare la materia e l’energia oscura». «Euclid», così, permetterà di realizzare una mappa della posizione di 10 miliardi di galassie, consentendo di studiare l’evoluzione dell’Universo negli ultimi 10 miliardi di anni. L’Italia contribuisce in modo essenziale alla realizzazione degli strumenti della missione e coordina le attività di analisi dati.
«“Lisa”, invece, è un interferometro spaziale: attorno al 2030 consentirà di misurare le onde gravitazionali a bassa frequenza. Quelle sfuggite, finora, a tutte le osservazioni».
La Stampa TuttoScienze 14.12.16
Sorpresa, le scimmie possono parlare
Se una scimmia ti chiedesse “Mi vuoi sposare?”
Un test svela che i nostri cugini hanno la capacità di parlare “Darwin aveva ragione: ciò che manca è un cervello adeguato”
di Luigi Grassia
Domanda da un milione di dollari: che cosa ci rende umani e ci distingue dagli animali? Qualcuno risponderà: «Niente».
Ma chiunque prenda sul serio la domanda e la risposta converrà che almeno una delle caratteristiche distintive dell’essere umano è la capacità di parlare. C’è una zona grigia, però; la scienza documenta il caso del pappagallo Alex che sapeva pronunciare più di 100 parole, mentre le scimmie, che dal punto di vista evolutivo sono vicine a noi molto più dei pappagalli, fanno solo vocalizzi bestiali. E ancora a proposito di evoluzione: quale nostro antenato ha smesso di essere una scimmia e ha cominciato a diventare umano?
La domanda non è retorica e attende una risposta concreta. Di recente, sulla base di prove fossili, è stata negata la capacità di parlare di quella specie di uomo-scimmia che era l’Homo erectus. Si legga a questo riguardo «Il ragazzo del fiume» di Alan Walker e Pat Shipman.
Ma il dibattito è aperto da un paio di secoli. Secondo Darwin, le scimmie non sanno parlare non perché il loro apparato anatomico non sia adeguato, ma solo perché non è sostenuto da un cervello capace di elaborare i suoni. E adesso uno studio pubblicato su «Nature» porta acqua al mulino di Darwin. Il capo del team di ricercatori, William Tecumseh Sherman Fitch, dice addirittura, con vis polemica: «I paleontologi che esaminano i fossili sprecano il loro tempo, cercando di capire da quei reperti se i nostri antenati erano in grado di parlare, perché tutti i primati possono farlo, da milioni di anni». E Sherman ritiene di averlo dimostrato con un esperimento su un macaco, che è una scimmia molto primitiva e con un cervello molto piccolo.
Sherman (discendente del famoso generale della guerra di Secessione) è un biologo evoluzionista dell’università di Vienna: ha condotto l’esperimento con un neuroscienziato di Princeton, Asif Ghazanfar.
I due hanno ripreso ai raggi X il macaco, di nome Emiliano, mentre mangiava, sbadigliava, faceva schioccare le labbra ed emetteva una gran varietà di vocalizzazioni. Hanno così individuato 99 configurazioni della corde vocali di Emiliano, poi hanno ricostruito al computer un modello dei suoni che la scimmia è in grado di emettere in base alla sua anatomia. È emerso che il macaco è capace di pronunciare tutte le cinque vocali e le consonanti.
Compiendo un passo ulteriore, suggestivo ma anche un po’ inquietante, i due scienziati hanno realizzato la traccia audio di come suonerebbe la domanda «will you marry me?» («vuoi sposarmi?») sulle labbra del macaco, se il suo cervello fosse in grado di guidare a quel fine le corde vocali, i muscoli della bocca, la lingua eccetera. Risultato: la frase, pronunciata da questo Emiliano virtuale, suona sgraziata ma comprensibile.
Sherman ne deduce che «l’apparato anatomico del macaco sarebbe perfettamente in grado di parlare, se ci fosse a guidarlo un cervello umano». Sottolinea che il macaco è una scimmia molto primitiva, i cui antenati comuni con molte altre scimmie, e con l’uomo, risalgono a decine di milioni di anni fa, e ne deduce che praticamente tutte le scimmie sono in grado di parlare, dal punto di vista anatomico.
È una deduzione logica? Abbiamo qualche dubbio. Nel corso dell’evoluzione certe abilità si possono acquisire, ma anche perdere. Gli struzzi prima hanno imparato a volare, ma poi hanno disimparato. Se i macachi sono in grado di parlare, non è detto che fossero in grado di farlo anche i più evoluti Homo erectus. Ma per quanto riguarda il macaco Emiliano, lo studio di Sherman e Ghazanfar sembra ineccepibile. E di certo è suggestivo.
Sorpresa, le scimmie possono parlare
Se una scimmia ti chiedesse “Mi vuoi sposare?”
Un test svela che i nostri cugini hanno la capacità di parlare “Darwin aveva ragione: ciò che manca è un cervello adeguato”
di Luigi Grassia
Domanda da un milione di dollari: che cosa ci rende umani e ci distingue dagli animali? Qualcuno risponderà: «Niente».
Ma chiunque prenda sul serio la domanda e la risposta converrà che almeno una delle caratteristiche distintive dell’essere umano è la capacità di parlare. C’è una zona grigia, però; la scienza documenta il caso del pappagallo Alex che sapeva pronunciare più di 100 parole, mentre le scimmie, che dal punto di vista evolutivo sono vicine a noi molto più dei pappagalli, fanno solo vocalizzi bestiali. E ancora a proposito di evoluzione: quale nostro antenato ha smesso di essere una scimmia e ha cominciato a diventare umano?
La domanda non è retorica e attende una risposta concreta. Di recente, sulla base di prove fossili, è stata negata la capacità di parlare di quella specie di uomo-scimmia che era l’Homo erectus. Si legga a questo riguardo «Il ragazzo del fiume» di Alan Walker e Pat Shipman.
Ma il dibattito è aperto da un paio di secoli. Secondo Darwin, le scimmie non sanno parlare non perché il loro apparato anatomico non sia adeguato, ma solo perché non è sostenuto da un cervello capace di elaborare i suoni. E adesso uno studio pubblicato su «Nature» porta acqua al mulino di Darwin. Il capo del team di ricercatori, William Tecumseh Sherman Fitch, dice addirittura, con vis polemica: «I paleontologi che esaminano i fossili sprecano il loro tempo, cercando di capire da quei reperti se i nostri antenati erano in grado di parlare, perché tutti i primati possono farlo, da milioni di anni». E Sherman ritiene di averlo dimostrato con un esperimento su un macaco, che è una scimmia molto primitiva e con un cervello molto piccolo.
Sherman (discendente del famoso generale della guerra di Secessione) è un biologo evoluzionista dell’università di Vienna: ha condotto l’esperimento con un neuroscienziato di Princeton, Asif Ghazanfar.
I due hanno ripreso ai raggi X il macaco, di nome Emiliano, mentre mangiava, sbadigliava, faceva schioccare le labbra ed emetteva una gran varietà di vocalizzazioni. Hanno così individuato 99 configurazioni della corde vocali di Emiliano, poi hanno ricostruito al computer un modello dei suoni che la scimmia è in grado di emettere in base alla sua anatomia. È emerso che il macaco è capace di pronunciare tutte le cinque vocali e le consonanti.
Compiendo un passo ulteriore, suggestivo ma anche un po’ inquietante, i due scienziati hanno realizzato la traccia audio di come suonerebbe la domanda «will you marry me?» («vuoi sposarmi?») sulle labbra del macaco, se il suo cervello fosse in grado di guidare a quel fine le corde vocali, i muscoli della bocca, la lingua eccetera. Risultato: la frase, pronunciata da questo Emiliano virtuale, suona sgraziata ma comprensibile.
Sherman ne deduce che «l’apparato anatomico del macaco sarebbe perfettamente in grado di parlare, se ci fosse a guidarlo un cervello umano». Sottolinea che il macaco è una scimmia molto primitiva, i cui antenati comuni con molte altre scimmie, e con l’uomo, risalgono a decine di milioni di anni fa, e ne deduce che praticamente tutte le scimmie sono in grado di parlare, dal punto di vista anatomico.
È una deduzione logica? Abbiamo qualche dubbio. Nel corso dell’evoluzione certe abilità si possono acquisire, ma anche perdere. Gli struzzi prima hanno imparato a volare, ma poi hanno disimparato. Se i macachi sono in grado di parlare, non è detto che fossero in grado di farlo anche i più evoluti Homo erectus. Ma per quanto riguarda il macaco Emiliano, lo studio di Sherman e Ghazanfar sembra ineccepibile. E di certo è suggestivo.
La Stampa 14.12.16
La matematica senza i numeri
di Gabriele Beccaria
Tutto è matematica. Concetto esaltante per chi la capisce, terrificante per gli altri, probabilmente la maggior parte degli esseri umani. Questo è anche il principio che ispira la «Mathematics Gallery».
Questa scintillante creatura dedicata alla divulgazione è stata appena inaugurata in un’ala del labirintico Science Museum di Londra. Ma con una fondamentale sfumatura: se la matematica è onnipresente e onnipotente (e il kolossal di Oliver Stone, «Snowden», incombe a ricordarcelo), non è affatto scontato che debba sadicamente ispirare sentimenti di soggezione e fastidio. Può, invece, dimostrarsi seduttiva, proprio come appare agli addetti ai lavori, che non soltanto la praticano, ma la amano e arrivano perfino ad adorarla in una sorta di meta-religione misterica.
Non aleggiano formule e tantomeno imperversano calcoli e teoremi: stavolta - con un’abbondante dose di furbizia mediata dal marketing di massa - nel celebre museo inglese la matematica si presenta come un irrequieto ectoplasma vittoriano. Non si vede direttamente, semmai si intravvede attraverso le sue manifestazioni più intriganti. Abbandonato il look minaccioso, si svela con brio imprevisto in una serie di una settantina di oggetti-simbolo, organizzati in sezioni che inducono al racconto sognante, come «Commercio e Viaggi», «Guerra e Pace», «Mappe e Modelli», «Vita e Morte», «Forma e Bellezza». Si tratta dei micro e dei macro trionfi tecnologici che conosciamo (o a cui, il più delle volte, non prestiamo la necessaria attenzione), impensabili senza la misteriosa forza vitale dei numeri.
Così, all’ingresso i visitatori sono accolti da un’icona dell’high tech del passato (e dell’orgoglio britannico), il biplano Handley Page del 1928, sospeso in una grandiosa successione di forme curve, talmente coinvolgenti da essere state paragonate all’abbraccio di un grembo materno. Le ha disegnate Zaha Hadid, l’archistar scomparsa improvvisamente lo scorso marzo e che, non a caso, aveva studiato matematica prima di votarsi al design bulimico di musei e palazzi. Sono la materializzazione delle equazioni con cui diventa possibile far volare cose più pesanti dell’aria, congelate in uno sfondo di luci soffuse, più prossime a un centro benessere che a un’esibizione accademica: virano tra il rosa e il viola e suggeriscono un incantamento estetico che pochi attribuirebbero alla logica dei numeri.
Scatti simili di incantamento vogliono indurre anche un pesante astrolabio del XVII secolo, l’eterea sedia di Le Corbusier del 1930 e perfino l’enorme e goffa petroliera «Globtik Tokyo» del XX, fino ai luccicanti antenati dei computer, gli scatoloni meccanici firmati da Charles Babbage e da Alan Turing e quello ancora più ingombrante degli Anni 50, noto nel gergo degli ingegneri-informatici come «Moniac». Eppure a intuire davvero la futura onnipotenza di ciò che avremmo chiamato sbrigativamente «pc» - svelano gli organizzatori della Winton Gallery - fu una geniale (e solitaria) aristocratica dell’Ottocento. Si chiamava Ada Lovelace, era figlia del poeta Lord Byron e, per quanto eccessiva nel suo abbigliamento di nastri, fiocchi e scialli, incarna ancora oggi con la sua intelligenza algoritmica la forza irresistibile della sirena.
Ogni anno, in suo onore, nel mondo scatta l’«Ada Lovelace Day» (l’ultima edizione l’11 ottobre scorso). È un eterogeneo contenitore di eventi - dai seriosi incontri nelle università alle rumorose mostre interattive - per celebrare una specie di cervelli emergente e tuttavia spesso discriminata: le donne-scienziato. A cominciare da quelle che hanno avuto la forza di frantumare il «tetto di cristallo» e stanno collezionando successi con la disciplina più «maschile» di tutte: la matematica.
La matematica senza i numeri
di Gabriele Beccaria
Tutto è matematica. Concetto esaltante per chi la capisce, terrificante per gli altri, probabilmente la maggior parte degli esseri umani. Questo è anche il principio che ispira la «Mathematics Gallery».
Questa scintillante creatura dedicata alla divulgazione è stata appena inaugurata in un’ala del labirintico Science Museum di Londra. Ma con una fondamentale sfumatura: se la matematica è onnipresente e onnipotente (e il kolossal di Oliver Stone, «Snowden», incombe a ricordarcelo), non è affatto scontato che debba sadicamente ispirare sentimenti di soggezione e fastidio. Può, invece, dimostrarsi seduttiva, proprio come appare agli addetti ai lavori, che non soltanto la praticano, ma la amano e arrivano perfino ad adorarla in una sorta di meta-religione misterica.
Non aleggiano formule e tantomeno imperversano calcoli e teoremi: stavolta - con un’abbondante dose di furbizia mediata dal marketing di massa - nel celebre museo inglese la matematica si presenta come un irrequieto ectoplasma vittoriano. Non si vede direttamente, semmai si intravvede attraverso le sue manifestazioni più intriganti. Abbandonato il look minaccioso, si svela con brio imprevisto in una serie di una settantina di oggetti-simbolo, organizzati in sezioni che inducono al racconto sognante, come «Commercio e Viaggi», «Guerra e Pace», «Mappe e Modelli», «Vita e Morte», «Forma e Bellezza». Si tratta dei micro e dei macro trionfi tecnologici che conosciamo (o a cui, il più delle volte, non prestiamo la necessaria attenzione), impensabili senza la misteriosa forza vitale dei numeri.
Così, all’ingresso i visitatori sono accolti da un’icona dell’high tech del passato (e dell’orgoglio britannico), il biplano Handley Page del 1928, sospeso in una grandiosa successione di forme curve, talmente coinvolgenti da essere state paragonate all’abbraccio di un grembo materno. Le ha disegnate Zaha Hadid, l’archistar scomparsa improvvisamente lo scorso marzo e che, non a caso, aveva studiato matematica prima di votarsi al design bulimico di musei e palazzi. Sono la materializzazione delle equazioni con cui diventa possibile far volare cose più pesanti dell’aria, congelate in uno sfondo di luci soffuse, più prossime a un centro benessere che a un’esibizione accademica: virano tra il rosa e il viola e suggeriscono un incantamento estetico che pochi attribuirebbero alla logica dei numeri.
Scatti simili di incantamento vogliono indurre anche un pesante astrolabio del XVII secolo, l’eterea sedia di Le Corbusier del 1930 e perfino l’enorme e goffa petroliera «Globtik Tokyo» del XX, fino ai luccicanti antenati dei computer, gli scatoloni meccanici firmati da Charles Babbage e da Alan Turing e quello ancora più ingombrante degli Anni 50, noto nel gergo degli ingegneri-informatici come «Moniac». Eppure a intuire davvero la futura onnipotenza di ciò che avremmo chiamato sbrigativamente «pc» - svelano gli organizzatori della Winton Gallery - fu una geniale (e solitaria) aristocratica dell’Ottocento. Si chiamava Ada Lovelace, era figlia del poeta Lord Byron e, per quanto eccessiva nel suo abbigliamento di nastri, fiocchi e scialli, incarna ancora oggi con la sua intelligenza algoritmica la forza irresistibile della sirena.
Ogni anno, in suo onore, nel mondo scatta l’«Ada Lovelace Day» (l’ultima edizione l’11 ottobre scorso). È un eterogeneo contenitore di eventi - dai seriosi incontri nelle università alle rumorose mostre interattive - per celebrare una specie di cervelli emergente e tuttavia spesso discriminata: le donne-scienziato. A cominciare da quelle che hanno avuto la forza di frantumare il «tetto di cristallo» e stanno collezionando successi con la disciplina più «maschile» di tutte: la matematica.
Corriere 14.12.16
Un disegno sotto esame: se è un Leonardo vale 15,8 milioni di dollari
Il condizionale è d’obbligo, ma potrebbe essere di Leonardo da Vinci il San Sebastiano scoperto tra i fogli di una collezione privata. Il disegno attribuibile al genio toscano è stato trovato tra le carte di un pensionato francese, che lo ha visto per caso tra altri schizzi lasciati in eredità dal padre bibliofilo. L’uomo ha fatto stimare il disegno, ed ecco la sorpresa: nel caso il pezzo fosse autentico, di pugno di Leonardo, il suo valore sarebbe di circa 15,8 milioni di dollari. Ora il foglio è stato affidato alla casa d’aste parigina Tajan, ma non prima di essere stato sottoposto alla verifica di diversi specialisti, tra cui Carmen C. Bambach, curatrice ed esperta di arte italiana al Metropolitan Museum di New York. «Gli occhi mi sono schizzati dalle orbite», ha affermato la curatrice, che ritiene l’opera appartenente al periodo milanese di Leonardo, tra il 1482 e il 1485. Sul retro del disegno vi sono studi di forme geometriche, accompagnati da poche righe di appunti. Scritti da destra verso sinistra, proprio come era solito fare Leonardo. ( Ida Bozzi )
Un disegno sotto esame: se è un Leonardo vale 15,8 milioni di dollari
Il condizionale è d’obbligo, ma potrebbe essere di Leonardo da Vinci il San Sebastiano scoperto tra i fogli di una collezione privata. Il disegno attribuibile al genio toscano è stato trovato tra le carte di un pensionato francese, che lo ha visto per caso tra altri schizzi lasciati in eredità dal padre bibliofilo. L’uomo ha fatto stimare il disegno, ed ecco la sorpresa: nel caso il pezzo fosse autentico, di pugno di Leonardo, il suo valore sarebbe di circa 15,8 milioni di dollari. Ora il foglio è stato affidato alla casa d’aste parigina Tajan, ma non prima di essere stato sottoposto alla verifica di diversi specialisti, tra cui Carmen C. Bambach, curatrice ed esperta di arte italiana al Metropolitan Museum di New York. «Gli occhi mi sono schizzati dalle orbite», ha affermato la curatrice, che ritiene l’opera appartenente al periodo milanese di Leonardo, tra il 1482 e il 1485. Sul retro del disegno vi sono studi di forme geometriche, accompagnati da poche righe di appunti. Scritti da destra verso sinistra, proprio come era solito fare Leonardo. ( Ida Bozzi )
Repubblica 14.12.16
Illusi e confusi Tristram Shandy siamo noi
L’inizio della modernità liquida e del mondo di oggi: ritorna il capolavoro di Laurence Sterne
di Nadia Fusini
Un piccolo Meridiano tutto per lui, Tristram Shandy se lo merita. Perché è senz’altro un fenomeno quel gentiluomo nato nella seconda metà del secolo dei Lumi. E niente affatto invecchiato malgrado duecento e più anni siano passati dalla sua nascita. Anzi, lo ritroviamo oggi vivo e vegeto grazie alle cure sollecite di Flavio Gregori, settecentista doc, e nella traduzione impeccabile di Flavia Marenco. Rinascono così “la vita e le opinioni” dell’eccentrico personaggio cui Laurence Sterne affidò la sua buona novella, ovvero la comica narrazione della nascita di un bambinello. Non in una capanna, ma
a Shandy Hall. Ne risulta un ritratto di famiglia con tanto di padre Walter genialoide e madre Elizabeth ottusa e zio Toby ex ufficiale a riposo pacifico, con al seguito il caporale Trim e la vedova Waldman e il parroco Yorick, buffo e ingenuo fool di shakespeariana memoria. Quanto al narratore, e cioè Tristram, già nel nome segnato dalla tristezza, mentre narra la propria venuta al mondo commenta non solo le disgrazie che gli capitano, ma anche l’inesorabile fatica di un processo di scrittura, virtualmente interminabile, che lo induce a un sentimento di impotenza.
Impotenza, inconcludenza, disastro, fallimento emergono come i contenuti di un’esistenza che si configura sulla pagina nella forma spezzata, interrotta, di una rappresentazione che si offre come una lotta tormentata con il principio e con la fine, mentre nel mezzo tutto prende il senso di una deviazione incontrollabile. Tutto sfugge. È così che in un virtuosismo sperimentale anticipatore di avanguardie future, la forma e il contenuto del romanzo e l’esistenza del protagonista narratore si specchiano l’uno nell’altro.
Da vero “spirito libero” — così lo definì Nietzsche — Sterne onora il suo secolo con l’invenzione di una nuova forma narrativa, che eccede ogni regola in un prodigio di stravaganze, che verranno accolte in tutta la loro portata, non solo tecnica, ma di concezione del mondo, qualche secolo dopo, da scrittori e critici d’avanguardia del Novecento.
Se c’è un effetto Sterne, che con piena evidenza si dispiegherà nel Modernismo europeo, lasciando tramortiti scrittori come Beckett e Joyce, e critici come Sklovskij, quell’effetto a tutt’oggi non s’è spento. In che consiste? Nel paradosso che perfettamente Bertrand Russell colse e nominò per l’appunto come “paradosso Shandy”. E’ un problema di logica matematica che il gentiluomo Tristram ci pone: ovvero, se un campo di possibilità aperte all’infinito possa o no risolversi in un che di concluso. Se per descrivere i primi due giorni della mia vita, ragiona il gentiluomo, ci ho messo due anni, a questo ritmo, con il materiale che si accumula così in fretta, mai e poi mai riuscirò nella scrittura a tenere il passo dell’esistenza. Nei suoi Principi della matematica Bertrand Russell contestò il ragionamento come fallace: fosse Shandy vissuto per sempre e non si fosse stancato del compito e fosse la sua vita continuata piena di casi e accidenti, nessuna parte della sua biografia sarebbe rimasta non scritta.
Ecco il paradosso: riguarda il rapporto tra il finito e l’infinito. Quanto all’eccentrico protagonista di questo libro tra i più stravaganti mai scritti, e non solo, ripeto, dal punto di vista formale, ma concettuale, se pianifica una narrazione piena di digressioni e di incidenti, è proprio perché in un empito sperimentale prova a salvarsi dal vettore del tempo, che va nell’unico verso della fine. Chi non segua una linea retta, avrà molte probabilità di perdersi, ragiona Tristram; ma anche di durare, perché chi non arriva a destinazione, non termina. Non conclude, non finisce, non muore.
Arte concettuale? Gioco del wit? e cioè messa in campo di quella virtù suprema di una lingua, l’inglese, che nell’ironia e nel tocco parodico raggiunge altezze sublimi? Sì, certo, ma anche una visione del mondo che dal nome del protagonista si può condensare nell’aggettivo “shandiano”. Cangiante, mutevole, attraente, insidioso, indecente, sarcastico, licenzioso, sono alcuni dei significati del termine. È il modo in cui un soggetto prende coscienza del mondo che lo circonda come intensamente sfuggente e rispetto ad esso della propria impotenza. «Vorrei tanto che mio padre e mia madre, o tutti e due in egual modo coinvolti, avessero badato a che cosa stavano combinando quando mi generarono… »: così inizia la personalissima narrazione dell’avventura infausta cui il piccolo Tristram si trova esposto nel momento stesso in cui è concepito. E nel suo caso il concepimento non potrebbe essere più ridicolo: in un fatidico innesto tra la carica dell’orologio di casa e dell’organo riproduttivo del padre, che la madre impassibile accosta nella domanda: «Scusa, caro, ti sei mica scordato di caricare la pendola?»; il «Buon D-!» del padre fa temere una pericolosa cilecca dell’organo. Da cui la conseguenza irreparabile di una dispersione degli “spiriti animali” — ovvero il danno collaterale di una generazione su cui peseranno «forza muscolare e virilità ridotte al lumicino ». Povero Tristram!
Da questa prima fatale interruzione è segnato il destino del protagonista, che farà della digressione la sua strategia d’attacco e difesa. In anticipo su Chaplin e Keaton Tristram sarà l’eroe di un’epica dell’irrilevanza con l’effetto comico di risvegliarci al pericolo dell’esistenza. Se davanti alla porta per uscire più volte Keaton rompe il vetro, chi non sia irrimediabilmente caduto nell’automatismo della percezione riscoprirà tutta l’audacia dell’azione. Ecco comparire nella narrazione il fantasma di Yorik e di Don Chisciotte e i nomi di Rabelais e Cervantes, nel tono di una gioco-mania, che Sterne chiama hobby-horse. Il primo degli hobby-horse è il romanzo che sta scrivendo.
Con in mente Nietzsche, suo ammiratore, viene da pensare che il personaggio che così si disegna è in chiave paradossale un uomo di specie diversa. Un “oltre-uomo”? Non dimentichiamo che Sterne è lo stesso che scrive The sentimental journey, ovvero il viaggio sentimentale, come tradusse Foscolo. Dove il personaggio-uomo si presenta come un apparato di sensibilità in cui esperienza morale ed estetica si intrecciano privilegiando nella definizione dell’identità il cuore e la coscienza.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
In anticipo su Charlie Chaplin e Buster Keaton è l’eroe di un’epica dell’irrilevanza dove l’effetto comico serve a risvegliarci
* IL LIBRO La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo ( Meridiani Mondadori pagg. 1297 euro 80)
Illusi e confusi Tristram Shandy siamo noi
L’inizio della modernità liquida e del mondo di oggi: ritorna il capolavoro di Laurence Sterne
di Nadia Fusini
Un piccolo Meridiano tutto per lui, Tristram Shandy se lo merita. Perché è senz’altro un fenomeno quel gentiluomo nato nella seconda metà del secolo dei Lumi. E niente affatto invecchiato malgrado duecento e più anni siano passati dalla sua nascita. Anzi, lo ritroviamo oggi vivo e vegeto grazie alle cure sollecite di Flavio Gregori, settecentista doc, e nella traduzione impeccabile di Flavia Marenco. Rinascono così “la vita e le opinioni” dell’eccentrico personaggio cui Laurence Sterne affidò la sua buona novella, ovvero la comica narrazione della nascita di un bambinello. Non in una capanna, ma
a Shandy Hall. Ne risulta un ritratto di famiglia con tanto di padre Walter genialoide e madre Elizabeth ottusa e zio Toby ex ufficiale a riposo pacifico, con al seguito il caporale Trim e la vedova Waldman e il parroco Yorick, buffo e ingenuo fool di shakespeariana memoria. Quanto al narratore, e cioè Tristram, già nel nome segnato dalla tristezza, mentre narra la propria venuta al mondo commenta non solo le disgrazie che gli capitano, ma anche l’inesorabile fatica di un processo di scrittura, virtualmente interminabile, che lo induce a un sentimento di impotenza.
Impotenza, inconcludenza, disastro, fallimento emergono come i contenuti di un’esistenza che si configura sulla pagina nella forma spezzata, interrotta, di una rappresentazione che si offre come una lotta tormentata con il principio e con la fine, mentre nel mezzo tutto prende il senso di una deviazione incontrollabile. Tutto sfugge. È così che in un virtuosismo sperimentale anticipatore di avanguardie future, la forma e il contenuto del romanzo e l’esistenza del protagonista narratore si specchiano l’uno nell’altro.
Da vero “spirito libero” — così lo definì Nietzsche — Sterne onora il suo secolo con l’invenzione di una nuova forma narrativa, che eccede ogni regola in un prodigio di stravaganze, che verranno accolte in tutta la loro portata, non solo tecnica, ma di concezione del mondo, qualche secolo dopo, da scrittori e critici d’avanguardia del Novecento.
Se c’è un effetto Sterne, che con piena evidenza si dispiegherà nel Modernismo europeo, lasciando tramortiti scrittori come Beckett e Joyce, e critici come Sklovskij, quell’effetto a tutt’oggi non s’è spento. In che consiste? Nel paradosso che perfettamente Bertrand Russell colse e nominò per l’appunto come “paradosso Shandy”. E’ un problema di logica matematica che il gentiluomo Tristram ci pone: ovvero, se un campo di possibilità aperte all’infinito possa o no risolversi in un che di concluso. Se per descrivere i primi due giorni della mia vita, ragiona il gentiluomo, ci ho messo due anni, a questo ritmo, con il materiale che si accumula così in fretta, mai e poi mai riuscirò nella scrittura a tenere il passo dell’esistenza. Nei suoi Principi della matematica Bertrand Russell contestò il ragionamento come fallace: fosse Shandy vissuto per sempre e non si fosse stancato del compito e fosse la sua vita continuata piena di casi e accidenti, nessuna parte della sua biografia sarebbe rimasta non scritta.
Ecco il paradosso: riguarda il rapporto tra il finito e l’infinito. Quanto all’eccentrico protagonista di questo libro tra i più stravaganti mai scritti, e non solo, ripeto, dal punto di vista formale, ma concettuale, se pianifica una narrazione piena di digressioni e di incidenti, è proprio perché in un empito sperimentale prova a salvarsi dal vettore del tempo, che va nell’unico verso della fine. Chi non segua una linea retta, avrà molte probabilità di perdersi, ragiona Tristram; ma anche di durare, perché chi non arriva a destinazione, non termina. Non conclude, non finisce, non muore.
Arte concettuale? Gioco del wit? e cioè messa in campo di quella virtù suprema di una lingua, l’inglese, che nell’ironia e nel tocco parodico raggiunge altezze sublimi? Sì, certo, ma anche una visione del mondo che dal nome del protagonista si può condensare nell’aggettivo “shandiano”. Cangiante, mutevole, attraente, insidioso, indecente, sarcastico, licenzioso, sono alcuni dei significati del termine. È il modo in cui un soggetto prende coscienza del mondo che lo circonda come intensamente sfuggente e rispetto ad esso della propria impotenza. «Vorrei tanto che mio padre e mia madre, o tutti e due in egual modo coinvolti, avessero badato a che cosa stavano combinando quando mi generarono… »: così inizia la personalissima narrazione dell’avventura infausta cui il piccolo Tristram si trova esposto nel momento stesso in cui è concepito. E nel suo caso il concepimento non potrebbe essere più ridicolo: in un fatidico innesto tra la carica dell’orologio di casa e dell’organo riproduttivo del padre, che la madre impassibile accosta nella domanda: «Scusa, caro, ti sei mica scordato di caricare la pendola?»; il «Buon D-!» del padre fa temere una pericolosa cilecca dell’organo. Da cui la conseguenza irreparabile di una dispersione degli “spiriti animali” — ovvero il danno collaterale di una generazione su cui peseranno «forza muscolare e virilità ridotte al lumicino ». Povero Tristram!
Da questa prima fatale interruzione è segnato il destino del protagonista, che farà della digressione la sua strategia d’attacco e difesa. In anticipo su Chaplin e Keaton Tristram sarà l’eroe di un’epica dell’irrilevanza con l’effetto comico di risvegliarci al pericolo dell’esistenza. Se davanti alla porta per uscire più volte Keaton rompe il vetro, chi non sia irrimediabilmente caduto nell’automatismo della percezione riscoprirà tutta l’audacia dell’azione. Ecco comparire nella narrazione il fantasma di Yorik e di Don Chisciotte e i nomi di Rabelais e Cervantes, nel tono di una gioco-mania, che Sterne chiama hobby-horse. Il primo degli hobby-horse è il romanzo che sta scrivendo.
Con in mente Nietzsche, suo ammiratore, viene da pensare che il personaggio che così si disegna è in chiave paradossale un uomo di specie diversa. Un “oltre-uomo”? Non dimentichiamo che Sterne è lo stesso che scrive The sentimental journey, ovvero il viaggio sentimentale, come tradusse Foscolo. Dove il personaggio-uomo si presenta come un apparato di sensibilità in cui esperienza morale ed estetica si intrecciano privilegiando nella definizione dell’identità il cuore e la coscienza.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
In anticipo su Charlie Chaplin e Buster Keaton è l’eroe di un’epica dell’irrilevanza dove l’effetto comico serve a risvegliarci
* IL LIBRO La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo ( Meridiani Mondadori pagg. 1297 euro 80)
L’anno indimenticabile che travolse un intero partito
Un incontro a Roma sulla sinistra italiana e i fatti internazionali del 1956
di Guido Liguori
1956: dopo di allora nulla fu come prima nella storia del movimento comunista internazionale. Son passati sessant’anni, ma il carattere di vero e proprio spartiacque di quell’anno «indimenticabile» non viene meno. Per milioni di comunisti di tutto il mondo il 1956 rappresentò il crollo di certezze consolidate, la crisi del mito e del modello sovietico, il venir meno del monolitismo del mondo comunista, mentre contemporaneamente si passava dal marxismo ai marxismi. Si riaprivano con questo anche la ricerca e il dibattito teorico-politico, nonché – soprattutto in Italia, per il Pci, alla fine di non lievi travagli – il rilancio di una specifica «via italiana al socialismo», più consapevolmente democratica e legata alla Costituzione, dopo che la «politica di Salerno» aveva subito, negli anni più duri della Guerra Fredda, una parziale messa tra parentesi.
TUTTO EBBE INIZIO con le rivelazioni di Krusciov al XX Congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica, nel febbraio: il suo «rapporto segreto» sui crimini dello stalinismo (ben presto diffuso in Occidente) e ancor di più la drammaticità dei fatti d’Ungheria, nell’ottobre-novembre, erano avvenimenti troppo dirompenti per non mettere in crisi anche quella «sapienza storicista» dei comunisti italiani che tutto sembrava saper relativizzare e spiegare e far convivere, anche sincreticamente, e che invece mostrò allora alcuni limiti importanti. Anche se Togliatti diede prova di grande capacità di governo del suo partito: Rossana Rossanda, e anche due storici severi verso il Pci come Marcello Flores e Nicola Gallerano, hanno concordato sul fatto che difficilmente questo partito avrebbe mantenuto il suo radicamento sociale se allora avesse rotto il «legame di ferro» con «il Paese dei Soviet».
Eppure nel ’56 – ecco il dramma dei comunisti di allora – i Soviet degli operai ungheresi non ebbero dubbi a schierarsi con la rivolta iniziata per sostenere – non va dimenticato – il comunista riformista Imre Nagy, anche se in essa inevitabilmente confluirono elementi ambigui e a volte decisamente reazionari, che anche grazie agli errori interni ed esterni presero gradualmente il sopravvento.
I COMUNISTI ITALIANI diedero vita alla fine del 1956 a un ripensamento strategico; ma non riuscirono a evitare i contraccolpi dei drammatici avvenimenti ungheresi, pagando anche il fatto di non vedere che la rivolta ungherese esprimeva, sia pure in forma spuria, «una esigenza di libertà e di protagonismo operaio e popolare», come avrebbe più tardi scritto Pietro Ingrao. E se la base popolare del partito tese ad arroccarsi attorno al gruppo dirigente e non venne sostanzialmente erosa, per molti intellettuali si ruppe allora quel rapporto con il Pci che costituiva un suo indubbio punto di forza.
TOGLIATTI NON ACCOLSE con entusiasmo le «rivelazioni» del XX Congresso. Ma non solo perché egli era stato un dirigente della Internazionale comunista. La ragione – che spiegò in giugno nella famosa Intervista a Nuovi Argomenti – stava anche nel fatto che la denuncia di Krusciov aveva in sé indubbi elementi di debolezza: si caricavano tutte le colpe delle storture del sistema sovietico sulle spalle di un singolo, Stalin, e sul «culto della personalità», che aveva costituito pure un tratto reale delle sue modalità di esercizio del potere, e non si vedevano i problemi più vasti della società sovietica e del suo apparato politico-statuale. Se i «compagni sovietici» – sosteneva Togliatti – non avessero affrontato i nodi reali, il come e il perché era stata pesantemente violata la stessa legalità socialista, per non parlare del tema più ampio della «democrazia politica e di quella economica, della democrazia interna e della funzione dirigente del partito», il necessario processo di rinnovamento non avrebbe condotto lontano. Come di lì a pochi anni apparirà evidente.
IL MOMENTO PIÙ DURO per il Pci fu – come accennato – quello legato ai fatti d’Ungheria. I comunisti ressero botta, sia pure non senza difficoltà ed errori. Ma con l’VIII Congresso, nel dicembre, alla fine di un anno per loro terribile, seppero rilanciare la loro politica e un forte distinguo dal modo in cui era stato costruito il socialismo in Unione Sovietica. La Dichiarazione programmatica approvata da quel congresso resta uno dei punti più alti nell’intera storia del Pci, che suggellava la diversità dei comunisti italiani, fondata sulla coniugazione di socialismo e democrazia. Una specificità – disse più volte in quel drammatico anno Togliatti – che poggiava in primo luogo sul pensiero di Gramsci e sulla sua elaborazione prima e durante il carcere.
Di tutti questi temi e di altri ancora (il contesto internazionale e il capitalismo italiano, ad esempio) discuterà il convegno su Il 1956, il Pci e il progetto di una nuova società, promosso da «Futura Umanità. Associazione per la storia e la memoria del Pci», che il 16 dicembre si aprirà a Roma con una relazione di Aldo Tortorella.
Il convegno di «Futura umanità»
L’incontro di «Futura Umanità» su «Il 1956, il Pci e il progetto di una nuova società» si svolgerà il 16 dicembre presso la Casa della storia e della memoria a Roma (ore 10, via S. Francesco di Sales 5). Il convegno sarà introdotto da Aldo Tortorella. A seguire, Raffaele d’Agata («Il contesto internazionale»), Piero Di Siena («Il capitalismo italiano nell’analisi del Pci»), Michele Prospero («Gli intellettuali e il dibattito sulla cultura politica»), Gianni Ferrara («La Costituzione come progetto di trasformazione della società»), Paolo Ciofi («Premesse e valori costitutivi di un nuovo socialismo»).
Un incontro a Roma sulla sinistra italiana e i fatti internazionali del 1956
di Guido Liguori
1956: dopo di allora nulla fu come prima nella storia del movimento comunista internazionale. Son passati sessant’anni, ma il carattere di vero e proprio spartiacque di quell’anno «indimenticabile» non viene meno. Per milioni di comunisti di tutto il mondo il 1956 rappresentò il crollo di certezze consolidate, la crisi del mito e del modello sovietico, il venir meno del monolitismo del mondo comunista, mentre contemporaneamente si passava dal marxismo ai marxismi. Si riaprivano con questo anche la ricerca e il dibattito teorico-politico, nonché – soprattutto in Italia, per il Pci, alla fine di non lievi travagli – il rilancio di una specifica «via italiana al socialismo», più consapevolmente democratica e legata alla Costituzione, dopo che la «politica di Salerno» aveva subito, negli anni più duri della Guerra Fredda, una parziale messa tra parentesi.
TUTTO EBBE INIZIO con le rivelazioni di Krusciov al XX Congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica, nel febbraio: il suo «rapporto segreto» sui crimini dello stalinismo (ben presto diffuso in Occidente) e ancor di più la drammaticità dei fatti d’Ungheria, nell’ottobre-novembre, erano avvenimenti troppo dirompenti per non mettere in crisi anche quella «sapienza storicista» dei comunisti italiani che tutto sembrava saper relativizzare e spiegare e far convivere, anche sincreticamente, e che invece mostrò allora alcuni limiti importanti. Anche se Togliatti diede prova di grande capacità di governo del suo partito: Rossana Rossanda, e anche due storici severi verso il Pci come Marcello Flores e Nicola Gallerano, hanno concordato sul fatto che difficilmente questo partito avrebbe mantenuto il suo radicamento sociale se allora avesse rotto il «legame di ferro» con «il Paese dei Soviet».
Eppure nel ’56 – ecco il dramma dei comunisti di allora – i Soviet degli operai ungheresi non ebbero dubbi a schierarsi con la rivolta iniziata per sostenere – non va dimenticato – il comunista riformista Imre Nagy, anche se in essa inevitabilmente confluirono elementi ambigui e a volte decisamente reazionari, che anche grazie agli errori interni ed esterni presero gradualmente il sopravvento.
I COMUNISTI ITALIANI diedero vita alla fine del 1956 a un ripensamento strategico; ma non riuscirono a evitare i contraccolpi dei drammatici avvenimenti ungheresi, pagando anche il fatto di non vedere che la rivolta ungherese esprimeva, sia pure in forma spuria, «una esigenza di libertà e di protagonismo operaio e popolare», come avrebbe più tardi scritto Pietro Ingrao. E se la base popolare del partito tese ad arroccarsi attorno al gruppo dirigente e non venne sostanzialmente erosa, per molti intellettuali si ruppe allora quel rapporto con il Pci che costituiva un suo indubbio punto di forza.
TOGLIATTI NON ACCOLSE con entusiasmo le «rivelazioni» del XX Congresso. Ma non solo perché egli era stato un dirigente della Internazionale comunista. La ragione – che spiegò in giugno nella famosa Intervista a Nuovi Argomenti – stava anche nel fatto che la denuncia di Krusciov aveva in sé indubbi elementi di debolezza: si caricavano tutte le colpe delle storture del sistema sovietico sulle spalle di un singolo, Stalin, e sul «culto della personalità», che aveva costituito pure un tratto reale delle sue modalità di esercizio del potere, e non si vedevano i problemi più vasti della società sovietica e del suo apparato politico-statuale. Se i «compagni sovietici» – sosteneva Togliatti – non avessero affrontato i nodi reali, il come e il perché era stata pesantemente violata la stessa legalità socialista, per non parlare del tema più ampio della «democrazia politica e di quella economica, della democrazia interna e della funzione dirigente del partito», il necessario processo di rinnovamento non avrebbe condotto lontano. Come di lì a pochi anni apparirà evidente.
IL MOMENTO PIÙ DURO per il Pci fu – come accennato – quello legato ai fatti d’Ungheria. I comunisti ressero botta, sia pure non senza difficoltà ed errori. Ma con l’VIII Congresso, nel dicembre, alla fine di un anno per loro terribile, seppero rilanciare la loro politica e un forte distinguo dal modo in cui era stato costruito il socialismo in Unione Sovietica. La Dichiarazione programmatica approvata da quel congresso resta uno dei punti più alti nell’intera storia del Pci, che suggellava la diversità dei comunisti italiani, fondata sulla coniugazione di socialismo e democrazia. Una specificità – disse più volte in quel drammatico anno Togliatti – che poggiava in primo luogo sul pensiero di Gramsci e sulla sua elaborazione prima e durante il carcere.
Di tutti questi temi e di altri ancora (il contesto internazionale e il capitalismo italiano, ad esempio) discuterà il convegno su Il 1956, il Pci e il progetto di una nuova società, promosso da «Futura Umanità. Associazione per la storia e la memoria del Pci», che il 16 dicembre si aprirà a Roma con una relazione di Aldo Tortorella.
Il convegno di «Futura umanità»
L’incontro di «Futura Umanità» su «Il 1956, il Pci e il progetto di una nuova società» si svolgerà il 16 dicembre presso la Casa della storia e della memoria a Roma (ore 10, via S. Francesco di Sales 5). Il convegno sarà introdotto da Aldo Tortorella. A seguire, Raffaele d’Agata («Il contesto internazionale»), Piero Di Siena («Il capitalismo italiano nell’analisi del Pci»), Michele Prospero («Gli intellettuali e il dibattito sulla cultura politica»), Gianni Ferrara («La Costituzione come progetto di trasformazione della società»), Paolo Ciofi («Premesse e valori costitutivi di un nuovo socialismo»).
Corriere 14.12.16
La necessità di contrastare luoghi comuni troppo diffusi
Il saggio di Rodney Stark False testimonianze. Come smascherare alcuni secoli di storia anticattolica è edito da Lindau (traduzione di Franca Genta, pagine 352, e 25). Nato nel 1934, Stark è uno studioso americano specialista di Sociologia delle religioni. Sulle radici più antiche dell’antisemitismo lo studioso Peter Schäfer, docente alla Princeton University, ha scritto il saggio Giudeofobia (traduzione di Eleonora Tagliaferro e Marcello Lupi, Carocci, 1999). Sul rapporto di Martin Lutero con il mondo ebraico è appena uscito il libro di Thomas Kaufmann Gli ebrei di Lutero (traduzione di Franco Ronchi, Claudiana, pagine 219, e 19,50). Un saggio critico verso il riformatore religioso tedesco è Martin Lutero di Angela Pellicciari (Cantagalli, 2012). Da segnalare infine il libro di Thomas Madden Le crociate (traduzione di Daniele Ballarini. Lindau, 2005).
La necessità di contrastare luoghi comuni troppo diffusi
Il saggio di Rodney Stark False testimonianze. Come smascherare alcuni secoli di storia anticattolica è edito da Lindau (traduzione di Franca Genta, pagine 352, e 25). Nato nel 1934, Stark è uno studioso americano specialista di Sociologia delle religioni. Sulle radici più antiche dell’antisemitismo lo studioso Peter Schäfer, docente alla Princeton University, ha scritto il saggio Giudeofobia (traduzione di Eleonora Tagliaferro e Marcello Lupi, Carocci, 1999). Sul rapporto di Martin Lutero con il mondo ebraico è appena uscito il libro di Thomas Kaufmann Gli ebrei di Lutero (traduzione di Franco Ronchi, Claudiana, pagine 219, e 19,50). Un saggio critico verso il riformatore religioso tedesco è Martin Lutero di Angela Pellicciari (Cantagalli, 2012). Da segnalare infine il libro di Thomas Madden Le crociate (traduzione di Daniele Ballarini. Lindau, 2005).