La Stampa 10.12.16
L’accelerazione di Mattarella
Gentiloni in pole per l’incarico
Stasera
l’indicazione del Pd, forse già domani il mandato esplorativo al
ministro Padoan unica alternativa per guidare l’esecutivo. Il Quirinale:
clima costruttivo
di Ugo Magri
La processione
dei partiti sul Colle si concluderà stasera, ma già qualcosa si comincia
a capire. Perde quota l’ipotesi del «rieccolo», cioè di un Renzi che
torna a Palazzo Chigi, e ne guadagna sempre più Gentiloni agli occhi di
Mattarella. Il ministro degli Esteri è un vecchio amico del premier
uscente, tra i pochi a cui Matteo consegnerebbe serenamente il suo
portafogli. Sembra nettamente in «pole position» per la successione.
L’unico ancora in grado di insidiare l’incarico a Gentiloni è Padoan, il
cui peso specifico è cresciuto con l’avvitarsi della crisi bancaria e
grazie anche a un certo sostegno che gli viene dal mondo berlusconiano,
che lo considera meno legato a Renzi (però sarebbe complicato trovargli
di corsa un sostituto al dicastero dell’Economia). Siamo al punto che
già nei palazzi è scattato il «totoministri», limitato per adesso alle
poltrone minori in quanto le posizioni chiave verrebbero tutte
confermate: il nuovo governo sarebbe quasi una «fotocopia» dell’attuale.
Colpo di acceleratore
La
certezza che siamo al dunque si avrà dopo le 18, quando nello studio
presidenziale «alla Vetrata» entrerà la delegazione Pd. Mattarella si
attende che, per quell’ora, le intenzioni siano state chiarite e perciò
Orfini, Guerini, Zanda e Rosato siano in grado di dargli indicazioni
precise, in particolare che cosa vuol fare Renzi. Il Presidente si
riserverà poche ore per riflettere: l’incarico arriverà forse già
domani, al massimo lunedì. C’è urgenza di rappresentare l’Italia al
summit europeo di giovedì prossimo, ma soprattutto c’è il salvataggio di
MontePaschi da condurre in porto. Qualcuno sostiene che l’emergenza
bancaria sia tra le cause della brusca accelerata di Renzi, il quale
fino all’altra sera veniva raccontato dai suoi come parecchio combattuto
sul da farsi e tentato di chiedere il rinvio alle Camere. Forse
Mattarella non ne sarebbe stato così entusiasta come qualcuno va
dicendo, però di certo non avrebbe sollevato ostacoli. Ieri mattina
invece Renzi è rientrato a Roma orientato a passare il testimone. Dai
suoi lunghi colloqui con Gentiloni e Padoan, sul Colle hanno avuto la
conferma che qualcosa di nuovo era nell’aria. Non tutti i nodi sono
sciolti, Matteo potrebbe ricambiare idea, le complicazioni sono sempre
dietro l’angolo, ma nelle alte sfere istituzionali si respira un cauto
ottimismo. Soprattutto c’è soddisfazione per il clima responsabile che
il Capo dello Stato ha potuto cogliere nei colloqui.
Quanto durerà il governo
Tutti
i partiti consultati ieri, compresi Fratelli d’Italia e Lega, hanno
preso atto che per andare alle urne è indispensabile metter mano alla
legge elettorale. La durata del governo dipenderà dalla sentenza della
Consulta sull’«Italicum», attesa per il 24 gennaio, e dalla rapidità con
cui il Parlamento riuscirà a conciliare i sistemi elettorali diversi di
Camera e Senato. Potremo andare al voto, ha ribadito Mattarella durante
le consultazioni, «quando le due leggi elettorali saranno state rese
tra loro omogenee». E chi vorrà davvero affrettare i tempi si
riconoscerà non solo dai pubblici proclami (che abbondano) ma dal
comportamento costruttivo al tavolo del negoziato. Dove, per l’aria che
tira, difficilmente rivedremo Maria Elena Boschi: più probabile che il
successore di Renzi voglia puntare su personaggi capaci di riconciliare
gli animi.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
sabato 10 dicembre 2016
il manifesto 10.12.16
Renzi sceglie Gentiloni e vuole l’election day entro giugno
Crisi. Il Quirinale non esclude l’ipotesi Padoan, ma il segretario del Pd vuole provare a tenersi tutte le carte con un governo fotocopia. Per tutto il giorno a Palazzo Chigi si fanno «consultazioni parallele» a quelle di Mattarella. Si pensa già ai ministri. Ma la strada è meno facile di quanto sembri
di Andrea Colombo
ROMA A metà pomeriggio Paolo Gentiloni è già con un piede a palazzo Chigi. Poi spunta un ostacolo. Il Colle insiste perché il successore di Renzi sia il ministro dell’Economia Padoan.
Le considerazioni che motivano il capo dello Stato sono chiare: si tratta dello stesso vento europeo che ha caratterizzato tutta la giornata di ieri e impresso una brusca accelerazione alla risoluzione della crisi, cioè la minaccia che grava sull’intero sistema bancario, tanto più impellente dopo che la Bce ha rifiutato il rinvio della ricapitalizzazione Mps.
Impossibile però dire con quanta determinazione Mattarella intenda sostenere la sua opzione. Renzi di certo fa muro. L’idea di un premier senza partito come Padoan e con alle spalle l’incarico di consigliere economico della Fondazione Italianieuropei sia con Amato che con D’Alema lo spaventa troppo.
Gentiloni resta così il superfavorito e, salvo molto improbabili irrigidimenti del Colle, sarà il nuovo premier.
Al risveglio, ieri, Renzi accarezzava ancora il miraggio di un reincarico che però non poteva chiedere. L’unica via sarebbe stata un ingarbugliarsi della crisi tale da farlo «richiamare in servizio» e da permettergli di accettare solo «in nome del pubblico interesse».
Era un sentiero strettissimo: nelle consultazioni il presidente ha infatti trovato modo di definire del tutto infondate le notizie che lo volevano deciso a insistere per il ritorno di Renzi e anche di spiegare che un Renzi-bis sarebbe stato «divisivo» e avrebbe complicata invece di semplificarla la ricerca di una legge elettorale. Poi è arrivata la bomba Mps e anche le ultime speranze di Renzi sono scomparse.
È così partito un vorticoso giro di incontri a Palazzo Chigi, con Padoan, Gentiloni, Martina, Orfini, e di telefonate, con Franceschini e Delrio.
Sul tavolo non più la scelta del primo ministro ma direttamente la definizione dei ministri e dei tempi del varo.
L’idea è quella di un governo quasi fotocopia, con poche sostituzioni, probabilmente quella della Lorenzin alla Pubblica istruzione, qualche uscita, in particolare quella di Maria Elena Boschi il cui ministero non ha più ragione di esistere, e la riconferma dei ministri principali: Padoan, Orlando, Franceschini, Delrio.
Soprattutto però a Renzi preme che resti al suo posto Luca Lotti: in tempo di nomine vuole mantenere la presa salda. Nel tardo pomeriggio il ministro degli Esteri è poi tornato a palazzo Chigi, quasi a ricevere materialmente la scelta del dimissionario.
Anche sui tempi Renzi è tassativo. Gentiloni dovrebbe far nascere un governo con la data di scadenza: in tempo per votare entro il 15 giugno. In realtà più che una vera road map, quella squadernata a palazzo Chigi ieri è una lista di desiderata e forse di chimere.
Con Mattarella fermo nella decisione di non sciogliere la legislatura prima che sia stata varata una vera legge elettorale e con una tempesta perfetta che minaccia il sistema finanziario, senza contare la comprensibile resistenza dei parlamentari a tornarsene a casa, l’idea di fissare in anticipo una data certa per le elezioni rivela solo quanto grave sia la sindrome di onnipotenza di cui soffre Matteo Renzi.
«Il problema – dicono neppure più troppo sottovoce nei gruppi parlamentari – è che non ha capito di aver perso il referendum. Pensa di averlo vinto e si comporta di conseguenza».
La stessa composizione del governo potrebbe rivelarsi più ostica del previsto. Se Gentiloni, considerato vicinissimo a Renzi, sarà premier, l’idea di accostargli come sottosegretario un altro renziano a prova di bomba come Luca Lotti potrebbe incontrare qualche ostacolo, tanto più che nel nuovo quadro politico delineatosi dopo il referendum Renzi non potrà più comportarsi come il padrone assoluto del Parlamento e del Paese quale di fatto è stato per mille giorni.
Oggi si concluderanno le consultazioni, entro domani l’incarico.
Tra i colloqui che in giornata si susseguiranno sul Colle due sono centrali: quello con Sinistra italiana e quello con Forza Italia, la cui delegazione sarà guidata da Berlusconi.
Tutti gli altri chiederanno infatti elezioni subito e, almeno in prima battuta, rifiuteranno di sedersi al tavolo della legge elettorale. Il dialogo inizierà dunque tra i partiti di maggioranza, la sinistra e soprattutto il partito azzurro. Ma non è affatto escluso che, dopo aver portato a termine la sceneggiata di rito, M5S decida invece di dire la sua in materia di legge elettorale. Si tratterebbe di un passaggio essenziale, anche se il ritorno a un sistema proporzionale, per quanto temperato e corretto, sembra sia davvero l’unica via percorribile.
Fi, però, dovrà dire qualcosa in più. Nessun dubbio sul rifiuto del Cavaliere a entrare in una maggioranza. Ma certamente Mattarella cercherà di strappargli almeno l’impegno a fare un’opposizione «responsabile». O morbida che dir si voglia.
Renzi sceglie Gentiloni e vuole l’election day entro giugno
Crisi. Il Quirinale non esclude l’ipotesi Padoan, ma il segretario del Pd vuole provare a tenersi tutte le carte con un governo fotocopia. Per tutto il giorno a Palazzo Chigi si fanno «consultazioni parallele» a quelle di Mattarella. Si pensa già ai ministri. Ma la strada è meno facile di quanto sembri
di Andrea Colombo
ROMA A metà pomeriggio Paolo Gentiloni è già con un piede a palazzo Chigi. Poi spunta un ostacolo. Il Colle insiste perché il successore di Renzi sia il ministro dell’Economia Padoan.
Le considerazioni che motivano il capo dello Stato sono chiare: si tratta dello stesso vento europeo che ha caratterizzato tutta la giornata di ieri e impresso una brusca accelerazione alla risoluzione della crisi, cioè la minaccia che grava sull’intero sistema bancario, tanto più impellente dopo che la Bce ha rifiutato il rinvio della ricapitalizzazione Mps.
Impossibile però dire con quanta determinazione Mattarella intenda sostenere la sua opzione. Renzi di certo fa muro. L’idea di un premier senza partito come Padoan e con alle spalle l’incarico di consigliere economico della Fondazione Italianieuropei sia con Amato che con D’Alema lo spaventa troppo.
Gentiloni resta così il superfavorito e, salvo molto improbabili irrigidimenti del Colle, sarà il nuovo premier.
Al risveglio, ieri, Renzi accarezzava ancora il miraggio di un reincarico che però non poteva chiedere. L’unica via sarebbe stata un ingarbugliarsi della crisi tale da farlo «richiamare in servizio» e da permettergli di accettare solo «in nome del pubblico interesse».
Era un sentiero strettissimo: nelle consultazioni il presidente ha infatti trovato modo di definire del tutto infondate le notizie che lo volevano deciso a insistere per il ritorno di Renzi e anche di spiegare che un Renzi-bis sarebbe stato «divisivo» e avrebbe complicata invece di semplificarla la ricerca di una legge elettorale. Poi è arrivata la bomba Mps e anche le ultime speranze di Renzi sono scomparse.
È così partito un vorticoso giro di incontri a Palazzo Chigi, con Padoan, Gentiloni, Martina, Orfini, e di telefonate, con Franceschini e Delrio.
Sul tavolo non più la scelta del primo ministro ma direttamente la definizione dei ministri e dei tempi del varo.
L’idea è quella di un governo quasi fotocopia, con poche sostituzioni, probabilmente quella della Lorenzin alla Pubblica istruzione, qualche uscita, in particolare quella di Maria Elena Boschi il cui ministero non ha più ragione di esistere, e la riconferma dei ministri principali: Padoan, Orlando, Franceschini, Delrio.
Soprattutto però a Renzi preme che resti al suo posto Luca Lotti: in tempo di nomine vuole mantenere la presa salda. Nel tardo pomeriggio il ministro degli Esteri è poi tornato a palazzo Chigi, quasi a ricevere materialmente la scelta del dimissionario.
Anche sui tempi Renzi è tassativo. Gentiloni dovrebbe far nascere un governo con la data di scadenza: in tempo per votare entro il 15 giugno. In realtà più che una vera road map, quella squadernata a palazzo Chigi ieri è una lista di desiderata e forse di chimere.
Con Mattarella fermo nella decisione di non sciogliere la legislatura prima che sia stata varata una vera legge elettorale e con una tempesta perfetta che minaccia il sistema finanziario, senza contare la comprensibile resistenza dei parlamentari a tornarsene a casa, l’idea di fissare in anticipo una data certa per le elezioni rivela solo quanto grave sia la sindrome di onnipotenza di cui soffre Matteo Renzi.
«Il problema – dicono neppure più troppo sottovoce nei gruppi parlamentari – è che non ha capito di aver perso il referendum. Pensa di averlo vinto e si comporta di conseguenza».
La stessa composizione del governo potrebbe rivelarsi più ostica del previsto. Se Gentiloni, considerato vicinissimo a Renzi, sarà premier, l’idea di accostargli come sottosegretario un altro renziano a prova di bomba come Luca Lotti potrebbe incontrare qualche ostacolo, tanto più che nel nuovo quadro politico delineatosi dopo il referendum Renzi non potrà più comportarsi come il padrone assoluto del Parlamento e del Paese quale di fatto è stato per mille giorni.
Oggi si concluderanno le consultazioni, entro domani l’incarico.
Tra i colloqui che in giornata si susseguiranno sul Colle due sono centrali: quello con Sinistra italiana e quello con Forza Italia, la cui delegazione sarà guidata da Berlusconi.
Tutti gli altri chiederanno infatti elezioni subito e, almeno in prima battuta, rifiuteranno di sedersi al tavolo della legge elettorale. Il dialogo inizierà dunque tra i partiti di maggioranza, la sinistra e soprattutto il partito azzurro. Ma non è affatto escluso che, dopo aver portato a termine la sceneggiata di rito, M5S decida invece di dire la sua in materia di legge elettorale. Si tratterebbe di un passaggio essenziale, anche se il ritorno a un sistema proporzionale, per quanto temperato e corretto, sembra sia davvero l’unica via percorribile.
Fi, però, dovrà dire qualcosa in più. Nessun dubbio sul rifiuto del Cavaliere a entrare in una maggioranza. Ma certamente Mattarella cercherà di strappargli almeno l’impegno a fare un’opposizione «responsabile». O morbida che dir si voglia.
Corriere 10.12.16
Agnese Landini e quel maglione da 730 euro che divide il web
di M. Io.
Si scatenano i social sul maglioncino smanicato a collo alto della signora Renzi. Color crema, impreziosito sul davanti da un disegno di perle, Agnese Landini ha indossato il gilet il giorno del referendum, prima al seggio per votare, poi anche la sera, accanto al marito che annunciava le sue dimissioni. Il punto è che quel capo, semplice ed elegante, è di Ermanno Scervino, ed è quindi molto costoso. E infatti il prezzo di vendita è di 730 euro. Da qui l’ira dei navigatori social, che si sono scandalizzati, lasciando cadere sulla first lady una pioggia di critiche. «Come fa con uno stipendio da professore a permettersi un capo così?» ha scritto qualcuno. Dalle critiche all’ironia, il passo è stato breve: per qualcuno, il maglioncino di Agnese è «stile casalinga di montagna». «Inguardabile», scrive qualcun altro. E un altro ancora non ha apprezzato che Agnese indossasse la stessa mise sia al mattino al seggio, sia alla sera, in quello che è stato un momento ufficiale, come la conferenza stampa del marito dimissionario. C’è poi chi ha fatto riferimento alla temperatura: «C’erano 18 gradi, però nessuno ha detto ad Agnese “ ma ’ndo vai col maglione di lana a collo alto?”». A fronte di tante critiche però c’è stata anche altrettanta solidarietà: «Sono antirenziano ma trovo disgustosa questa diatriba sul maglioncino di Agnese». O ancora: «A quelli che scrivono tweet tipo “Agnese Renzi col maglione firmato e noi poveri e affamati” con l’iPhone7, lo hanno mai visto un povero?».
Agnese Landini e quel maglione da 730 euro che divide il web
di M. Io.
Si scatenano i social sul maglioncino smanicato a collo alto della signora Renzi. Color crema, impreziosito sul davanti da un disegno di perle, Agnese Landini ha indossato il gilet il giorno del referendum, prima al seggio per votare, poi anche la sera, accanto al marito che annunciava le sue dimissioni. Il punto è che quel capo, semplice ed elegante, è di Ermanno Scervino, ed è quindi molto costoso. E infatti il prezzo di vendita è di 730 euro. Da qui l’ira dei navigatori social, che si sono scandalizzati, lasciando cadere sulla first lady una pioggia di critiche. «Come fa con uno stipendio da professore a permettersi un capo così?» ha scritto qualcuno. Dalle critiche all’ironia, il passo è stato breve: per qualcuno, il maglioncino di Agnese è «stile casalinga di montagna». «Inguardabile», scrive qualcun altro. E un altro ancora non ha apprezzato che Agnese indossasse la stessa mise sia al mattino al seggio, sia alla sera, in quello che è stato un momento ufficiale, come la conferenza stampa del marito dimissionario. C’è poi chi ha fatto riferimento alla temperatura: «C’erano 18 gradi, però nessuno ha detto ad Agnese “ ma ’ndo vai col maglione di lana a collo alto?”». A fronte di tante critiche però c’è stata anche altrettanta solidarietà: «Sono antirenziano ma trovo disgustosa questa diatriba sul maglioncino di Agnese». O ancora: «A quelli che scrivono tweet tipo “Agnese Renzi col maglione firmato e noi poveri e affamati” con l’iPhone7, lo hanno mai visto un povero?».
Repubblica 10.12.16
Via libera dalla Corte, ora tocca alla Consulta
Sì della Cassazione ai referendum Cgil contro il Jobs Act
di Liana Milella
ROMA. Altri tre referendum – quelli della Cgil su articolo 18, voucher e appalti – sono destinati a infuocare col voto la primavera del 2017. Sempre che la Corte costituzionale, cui spetta l’ultimo via libera sull’ammissibilità trattandosi di richieste abrogative, promuova anch’essa i quesiti del sindacato di Susanna Camusso. Intanto lo ha fatto l’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione, presieduto da Maria Cristina Siotto, cui spettava la prima verifica sulle firme raccolte, ben 3,3 milioni depositate all’inizio di luglio, controllate dal Centro elettronico di documentazione della Suprema corte, che ha certificato «il superamento per tutte e tre le iniziative referendarie delle 500mila sottoscrizioni valide». Poi la verifica sulla «conformità alla legge» dei tre quesiti. La mattina del 6 dicembre, martedì scorso, i 21 giudici che compongono l’Ufficio centrale hanno ascoltato il Comitato promotore della Cgil e ieri il relatore Giuseppe Bronzini ha depositato le sette pagine dell’ordinanza che dichiara «conformi alla legge» le richieste del sindacato. Se anche la Consulta si pronuncerà nella stessa direzione il (futuro) governo avrà sei mesi di tempo per fissare la data della consultazione.
Tre quesiti, i cui titoli alla fine, con l’accordo del Comitato promotore e degli stessi giudici, saranno questi: «abrogazione disposizioni in materia di licenziamenti illegittimi; abrogazione sul lavoro accessorio (voucher); abrogazione disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti». Un testo dei quesiti molto articolato, soprattutto il primo che riguarda il sostanziale ripristino del famoso articolo 18 sul reintegro dei lavorati licenziati. Un risultato, in caso di vittoria del futuro referendum, che segnerebbe un netto passo indietro rispetto alle norme del Jobs Act, una delle leggi che Matteo Renzi ha trasformato nel fiore all’occhiello del suo governo.
Il primo quesito, lungo oltre una pagina e mezza, è strategico per la Cgil. Ha l’obiettivo di cancellare la norma che liberalizza i licenziamenti economici, per tornare invece alle tutele dell’articolo 18 contenuto nella famosa legge 300 del 20 maggio 1970 e dal titolo «Reintegrazione nel posto di lavoro». Una pagina che in Italia ha fatto la storia dei rapporti tra i padroni e i lavoratori. I contratti stipulati dopo il Jobs act invece vedono ridotte le possibilità di reintegro del lavoratore licenziato. Anche dopo un ricorso al giudice del lavoro, e pur in presenza di una sentenza a favore, il reintegro viene negato, salvo che il licenziamento non sia avvenuto per motivi discriminatori o in alcuni casi per motivi disciplinari. Nessuna possibilità di essere riammesso al lavoro qualora la procedura nasca da motivi economici, se l’azienda è in crisi. Su tutto questo la Cgil, che promuone anche una Carta dei diritti universali del lavoro, vuole voltare pagina tornando allo Statuto dei lavoratori e alle solide tutele per chi viene licenziato.
Col secondo quesito la Cgil chiede di abolire il lavoro accessorio, privo di un regolare contratto e retribuito con buoni lavoro dell’Inps. Dopo il boom dei buoni, giunti a 115 milioni nel 2015 a fronte di un minor numero di assunzioni stabili, la Cgil ha scatenato un’offensiva contro uno strumento che «aumenta la precarietà». Il terzo quesito va contro la legge Fornero, che modifica la legge Biagi, sulla responsabilità legale per l’ente appaltante in caso di violazioni nei confronti dei lavoratori commessi dalla ditta appaltatrice.
Via libera dalla Corte, ora tocca alla Consulta
Sì della Cassazione ai referendum Cgil contro il Jobs Act
di Liana Milella
ROMA. Altri tre referendum – quelli della Cgil su articolo 18, voucher e appalti – sono destinati a infuocare col voto la primavera del 2017. Sempre che la Corte costituzionale, cui spetta l’ultimo via libera sull’ammissibilità trattandosi di richieste abrogative, promuova anch’essa i quesiti del sindacato di Susanna Camusso. Intanto lo ha fatto l’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione, presieduto da Maria Cristina Siotto, cui spettava la prima verifica sulle firme raccolte, ben 3,3 milioni depositate all’inizio di luglio, controllate dal Centro elettronico di documentazione della Suprema corte, che ha certificato «il superamento per tutte e tre le iniziative referendarie delle 500mila sottoscrizioni valide». Poi la verifica sulla «conformità alla legge» dei tre quesiti. La mattina del 6 dicembre, martedì scorso, i 21 giudici che compongono l’Ufficio centrale hanno ascoltato il Comitato promotore della Cgil e ieri il relatore Giuseppe Bronzini ha depositato le sette pagine dell’ordinanza che dichiara «conformi alla legge» le richieste del sindacato. Se anche la Consulta si pronuncerà nella stessa direzione il (futuro) governo avrà sei mesi di tempo per fissare la data della consultazione.
Tre quesiti, i cui titoli alla fine, con l’accordo del Comitato promotore e degli stessi giudici, saranno questi: «abrogazione disposizioni in materia di licenziamenti illegittimi; abrogazione sul lavoro accessorio (voucher); abrogazione disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti». Un testo dei quesiti molto articolato, soprattutto il primo che riguarda il sostanziale ripristino del famoso articolo 18 sul reintegro dei lavorati licenziati. Un risultato, in caso di vittoria del futuro referendum, che segnerebbe un netto passo indietro rispetto alle norme del Jobs Act, una delle leggi che Matteo Renzi ha trasformato nel fiore all’occhiello del suo governo.
Il primo quesito, lungo oltre una pagina e mezza, è strategico per la Cgil. Ha l’obiettivo di cancellare la norma che liberalizza i licenziamenti economici, per tornare invece alle tutele dell’articolo 18 contenuto nella famosa legge 300 del 20 maggio 1970 e dal titolo «Reintegrazione nel posto di lavoro». Una pagina che in Italia ha fatto la storia dei rapporti tra i padroni e i lavoratori. I contratti stipulati dopo il Jobs act invece vedono ridotte le possibilità di reintegro del lavoratore licenziato. Anche dopo un ricorso al giudice del lavoro, e pur in presenza di una sentenza a favore, il reintegro viene negato, salvo che il licenziamento non sia avvenuto per motivi discriminatori o in alcuni casi per motivi disciplinari. Nessuna possibilità di essere riammesso al lavoro qualora la procedura nasca da motivi economici, se l’azienda è in crisi. Su tutto questo la Cgil, che promuone anche una Carta dei diritti universali del lavoro, vuole voltare pagina tornando allo Statuto dei lavoratori e alle solide tutele per chi viene licenziato.
Col secondo quesito la Cgil chiede di abolire il lavoro accessorio, privo di un regolare contratto e retribuito con buoni lavoro dell’Inps. Dopo il boom dei buoni, giunti a 115 milioni nel 2015 a fronte di un minor numero di assunzioni stabili, la Cgil ha scatenato un’offensiva contro uno strumento che «aumenta la precarietà». Il terzo quesito va contro la legge Fornero, che modifica la legge Biagi, sulla responsabilità legale per l’ente appaltante in caso di violazioni nei confronti dei lavoratori commessi dalla ditta appaltatrice.
Repubblica 10.12.16
Non siamo la sinistra del No, No, No
di Tomaso Montanari
IL CUORE dell’analisi di Michele Serra sulla Sinistra del no, no, no è questo: «Il No referendario a sinistra prescindeva largamente dal motivo del contendere: quel passaggio elettorale serviva effettivamente come una sentenza senza appello contro il governo Renzi. Tanto è vero che il Sì di Pisapia gli viene rinfacciato come una colpa che lo rende improponibile come potenziale leader di una sinistra non renziana: perché la sinistra o è contro Renzi, oppure non sussiste».
Per molti italiani di sinistra, tra cui chi scrive, le cose non stanno così.
Abbiamo votato sul merito della riforma, e abbiamo votato No perché essa proponeva (sono parole di un pacato costituzionalista, tutt’altro che antirenziano, come Ugo De Siervo) «una riduzione della democrazia». Matteo Renzi (primo firmatario della legge di riforma) ha proposto uno scambio tra diminuzione della rappresentanza e della partecipazione e (presunto) aumento della possibilità di decidere: ha risposto Sì chi sentiva di poter rinunciare ad essere rappresentato perché già sufficientemente garantito sul piano economico e sociale. Ha detto No chi non ha altra difesa che il voto. Basterebbe questo a suggerire che il No abbia qualcosa a che fare con l’orizzonte della Sinistra.
Ma c’è una ragione più profonda. La Brexit, la vittoria di Trump e ora quella del No in Italia hanno indotto molti osservatori e protagonisti (tra questi Giorgio Napolitano) ad additare i rischi del suffragio universale: la democrazia comincia ad essere avvertita come un pericolo, perché la maggioranza può votare per sovvertire il sistema. Perché siamo arrivati a questo? Perché la diseguaglianza interna agli stati occidentali ha raggiunto un tale livello che la maggioranza dei cittadini è disposta a tutto pur di cambiare lo stato delle cose. È qua la radice della riforma: oltre un certo limite la diseguaglianza è incompatibile con la democrazia. E allora o si riduce la prima, o si riduce la seconda. E questa riforma ha scelto la seconda opzione: che a me pare il contrario di ciò che dovrebbe fare una qualunque Sinistra.
D’altra parte questa scelta è stata coerente con la linea del governo Renzi: cosa c’è di sinistra nei voucher, e nel Jobs Act che riduce i lavoratori a merce, introducendo il principio che pagando si può licenziare? Cosa c’è di sinistra nel procedere per bonus una tantum che non provano nemmeno a cambiare le diseguaglianze strutturali, ma le leniscono con qualcosa che ricorda una compassionevole beneficenza di Stato? Cosa c’è di sinistra nel “battere i pugni sul tavolo” con l’Unione Europea, invece di costruire un asse capace di chiedere la ricontrattazione dei trattati (a partire da Maastricht) imperniati sulle regole di bilancio e sulla libera circolazione delle merci, e non sul lavoro e i diritti dei cittadini? Cosa c’è di sinistra nel puntare tutto su una nuova stagione di cementificazione, attraverso lo smontaggio delle regole (lo Sblocca Italia)? Cosa c’è di sinistra in una Buona Scuola orientata a «formare persone altamente qualificate come il mercato richiede, svincolandola dai limiti che possono derivare da un’impostazione classica e troppo teorica» (così la ministra Giannini)? Cosa c’è di Sinistra nello smantellare la tutela pubblica del patrimonio storico e artistico, condannando a morte archivi e biblioteche, e mercificando in modo parossistico i grandi musei, detti ormai “grandi attrattori” di investimenti?
Il punto, in sintesi, è questo: mentre oggi Destra e Sinistra concordano nel ritenere senza alternative un’economia di mercato, la Sinistra non crede che dobbiamo essere anche una società di mercato. E mentre la prima ripete Tina ( there is no alternative), la seconda lavora per costruire un’alternativa praticabile allo stato delle cose.
Se il Partito democratico ha fatto di Tina il proprio motto non è certo colpa di Matteo Renzi: ma questi è stato il più brillante portavoce di questa mutazione. Se la politica di una società di mercato non può che essere marketing, il modo di pensare, parlare, governare di Renzi è stato paradigmatico.
Allora la questione è: ha senso costruire — come propone Pisapia — una nuova forza di sinistra che nasca con incorporato il dogma del Tina? La vera sfida è costruire una forza che ambisca a diminuire la diseguaglianza, e non la democrazia. Una forza persuasa che «guasto è il mondo, preda / di mali che si susseguono, dove la ricchezza si accumula / e gli uomini vanno in rovina» ( Oliver Goldsmith, The Deserted Village): e che sia venuto il momento di ripararlo, non di limitarsi a oliarne i meccanismi perversi.
Non siamo la sinistra del No, No, No
di Tomaso Montanari
IL CUORE dell’analisi di Michele Serra sulla Sinistra del no, no, no è questo: «Il No referendario a sinistra prescindeva largamente dal motivo del contendere: quel passaggio elettorale serviva effettivamente come una sentenza senza appello contro il governo Renzi. Tanto è vero che il Sì di Pisapia gli viene rinfacciato come una colpa che lo rende improponibile come potenziale leader di una sinistra non renziana: perché la sinistra o è contro Renzi, oppure non sussiste».
Per molti italiani di sinistra, tra cui chi scrive, le cose non stanno così.
Abbiamo votato sul merito della riforma, e abbiamo votato No perché essa proponeva (sono parole di un pacato costituzionalista, tutt’altro che antirenziano, come Ugo De Siervo) «una riduzione della democrazia». Matteo Renzi (primo firmatario della legge di riforma) ha proposto uno scambio tra diminuzione della rappresentanza e della partecipazione e (presunto) aumento della possibilità di decidere: ha risposto Sì chi sentiva di poter rinunciare ad essere rappresentato perché già sufficientemente garantito sul piano economico e sociale. Ha detto No chi non ha altra difesa che il voto. Basterebbe questo a suggerire che il No abbia qualcosa a che fare con l’orizzonte della Sinistra.
Ma c’è una ragione più profonda. La Brexit, la vittoria di Trump e ora quella del No in Italia hanno indotto molti osservatori e protagonisti (tra questi Giorgio Napolitano) ad additare i rischi del suffragio universale: la democrazia comincia ad essere avvertita come un pericolo, perché la maggioranza può votare per sovvertire il sistema. Perché siamo arrivati a questo? Perché la diseguaglianza interna agli stati occidentali ha raggiunto un tale livello che la maggioranza dei cittadini è disposta a tutto pur di cambiare lo stato delle cose. È qua la radice della riforma: oltre un certo limite la diseguaglianza è incompatibile con la democrazia. E allora o si riduce la prima, o si riduce la seconda. E questa riforma ha scelto la seconda opzione: che a me pare il contrario di ciò che dovrebbe fare una qualunque Sinistra.
D’altra parte questa scelta è stata coerente con la linea del governo Renzi: cosa c’è di sinistra nei voucher, e nel Jobs Act che riduce i lavoratori a merce, introducendo il principio che pagando si può licenziare? Cosa c’è di sinistra nel procedere per bonus una tantum che non provano nemmeno a cambiare le diseguaglianze strutturali, ma le leniscono con qualcosa che ricorda una compassionevole beneficenza di Stato? Cosa c’è di sinistra nel “battere i pugni sul tavolo” con l’Unione Europea, invece di costruire un asse capace di chiedere la ricontrattazione dei trattati (a partire da Maastricht) imperniati sulle regole di bilancio e sulla libera circolazione delle merci, e non sul lavoro e i diritti dei cittadini? Cosa c’è di sinistra nel puntare tutto su una nuova stagione di cementificazione, attraverso lo smontaggio delle regole (lo Sblocca Italia)? Cosa c’è di sinistra in una Buona Scuola orientata a «formare persone altamente qualificate come il mercato richiede, svincolandola dai limiti che possono derivare da un’impostazione classica e troppo teorica» (così la ministra Giannini)? Cosa c’è di Sinistra nello smantellare la tutela pubblica del patrimonio storico e artistico, condannando a morte archivi e biblioteche, e mercificando in modo parossistico i grandi musei, detti ormai “grandi attrattori” di investimenti?
Il punto, in sintesi, è questo: mentre oggi Destra e Sinistra concordano nel ritenere senza alternative un’economia di mercato, la Sinistra non crede che dobbiamo essere anche una società di mercato. E mentre la prima ripete Tina ( there is no alternative), la seconda lavora per costruire un’alternativa praticabile allo stato delle cose.
Se il Partito democratico ha fatto di Tina il proprio motto non è certo colpa di Matteo Renzi: ma questi è stato il più brillante portavoce di questa mutazione. Se la politica di una società di mercato non può che essere marketing, il modo di pensare, parlare, governare di Renzi è stato paradigmatico.
Allora la questione è: ha senso costruire — come propone Pisapia — una nuova forza di sinistra che nasca con incorporato il dogma del Tina? La vera sfida è costruire una forza che ambisca a diminuire la diseguaglianza, e non la democrazia. Una forza persuasa che «guasto è il mondo, preda / di mali che si susseguono, dove la ricchezza si accumula / e gli uomini vanno in rovina» ( Oliver Goldsmith, The Deserted Village): e che sia venuto il momento di ripararlo, non di limitarsi a oliarne i meccanismi perversi.
Corriere 10.12.16
Perché è necessario riflettere su una protesta così ampia
di Paolo Franchi
Ormai è un coro, e le voci che si fanno più sentire, come sempre, sono quelle di chi, fino a pochi giorni fa, aveva cantato le lodi del leader rischiatutto, o si era ben guardato dal criticarlo. Ma non lo sapeva, Matteo Renzi, che di questi tempi, in tutto l’Occidente, con la sola eccezione (forse) della signora Merkel, qualunque governante si sottoponga al giudizio popolare, tanto più nella formula secca di un Sì o di un No, è destinato a schiantarsi? Come gli è saltato in testa di trasformare il referendum su una riforma costituzionale certo non intrisa di autoritarismo, ma tutto sommato modesta e un po’ pasticciata come tutte le nostre riforme, in un giudizio di Dio su di sé e sul suo governo? Che cosa lo ha spinto, un’irrefrenabile megalomania, una sottile quanto irresistibile pulsione suicida, il protagonismo esasperato e arrogante dell’uomo solo al comando?
Si potrebbe continuare a lungo. Ma chi non si è associato ieri al servo encomio può ben astenersi, oggi, dal codardo oltraggio. E provare, piuttosto, a ragionare ancora su questo voto. Già l’altissima affluenza alle urne suggerisce una domanda secca: ma li conosce, Renzi, gli italiani? E mi riferisco, è appena il caso di precisare, agli italiani in carne e ossa di questo dicembre del 2016, non al cosiddetto carattere nazionale, quello per cui, come ha ricordato Pierluigi Battista, Umberto Saba dava della «porca» all’Italia del 18 aprile 1948, Mario Pannunzio parlava di «Italia alle vongole», Giuseppe Saragat se la prendeva con il destino «cinico e baro», che costringeva lui, cresciuto alla nobile scuola dell’austromarxismo, a misurarsi con un Paese tanto rozzo e mediocre, e via anti italianeggiando. Sì, il problema non è solo italiano, investe tutto l’Occidente. Ma la risposta è comunque che probabilmente no, non li conosce, o almeno li conosce molto approssimativamente, proprio come David Cameron gli inglesi, e Hillary Clinton gli americani. Nel suo caso, meno ancora dei sondaggisti. Che stavolta ci hanno preso, seppure approssimando per difetto. E in alcuni casi hanno previsto pure che una partecipazione al voto ben più alta del previsto non avrebbe favorito il Sì.
Renzi e i suoi la pensavano, o facevano mostra di pensarla, esattamente al contrario. Se, soprattutto nel timore del fatidico salto nel buio, fosse andato a votare, in ampia rappresentanza dell’Italia moderata o, se si preferisce, della cosiddetta maggioranza silenziosa, qualche milione di italiani in più, le previsioni (plumbee) della vigilia si sarebbero ribaltate. A dire il vero, non era il solo a vederla così: adesso nessuno lo riconoscerà, ma domenica scorsa, alla vista dei dati parziali sull’affluenza, lo abbiamo sperato (o temuto) in molti, a dimostrazione del fatto che, ad avere una rappresentazione diciamo così vaga dell’Italia reale, Renzi non è il solo. Ma questo non lo assolve dalla colpa, gravissima per un politico, tanto più se smaliziato, di credere alla propria propaganda. E di non sapere, a proposito della cosiddetta maggioranza silenziosa, che, se mai è esistita, oggi non esiste più. O magari, se c’è, ha il suo nucleo, cito Galli della Loggia, nei «tanti italiani che … se la passano tuttora male, talvolta malissimo, e senza speranza», ai quali «sentirsi dire che invece, e contrariamente alla loro esperienza quotidiana, le cose si stavano mettendo bene, deve essere suonata come una beffa». Aggiungerei solo, a questo proposito, che non deve essere un caso se il Sì ha ottenuto i suoi pochi successi là dove sono visibili e tangibili i segni di ripresa (valga per tutti l’esempio, davvero non secondario, di Milano), e ha straperso, oltre che nel voto giovanile (bel problema, per un rottamatore), là dove a parlare di crescita si rischia di passare per matti, a cominciare dal Mezzogiorno. Dove, sia detto per inciso, la protesta è così ampia e radicata che persino un indiscusso campione del cambiamento come il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, lo stesso De Luca che pochi anni fa, da sindaco di Salerno, si dichiarava «eterno come il presidente nordcoreano Kim il Sung», è attualmente impegnato (auguri) ad analizzare i perché del trionfo del No nella sua regione, partendo dall’assunto che «ogni votazione è una lezione da comprendere e su cui riflettere».
Sono concetti molto dorotei, curiosi sulla bocca di un soggetto così politicamente scorretto. Ma, caro Renzi, dia retta lo stesso a De Luca, che avrà i suoi difetti, ma è uomo di esperienza: rifletta, comprenda, con tutto il rispetto per Vittorio Foa la mossa del cavallo non riesce quasi mai. E, se può, cerchi di farlo assieme a quel che resta del suo partito, almeno un po’ più di quanto sia avvenuto nell’ultima, surreale riunione della Direzione: sarà un vecchio vizio ma, a sinistra, è quando si perde che si discute più in profondità, e cose da discutere, ne converrà, ce ne sono. Nessuno le chiede di fare come Charles De Gaulle che, dopo la sconfitta nel referendum del 1969, si ritirò a Colombey-les-Deux- Églises, lei ha ancora carte da giocare. Eviti di gettare sul tavolo quella dell’avventura.
Perché è necessario riflettere su una protesta così ampia
di Paolo Franchi
Ormai è un coro, e le voci che si fanno più sentire, come sempre, sono quelle di chi, fino a pochi giorni fa, aveva cantato le lodi del leader rischiatutto, o si era ben guardato dal criticarlo. Ma non lo sapeva, Matteo Renzi, che di questi tempi, in tutto l’Occidente, con la sola eccezione (forse) della signora Merkel, qualunque governante si sottoponga al giudizio popolare, tanto più nella formula secca di un Sì o di un No, è destinato a schiantarsi? Come gli è saltato in testa di trasformare il referendum su una riforma costituzionale certo non intrisa di autoritarismo, ma tutto sommato modesta e un po’ pasticciata come tutte le nostre riforme, in un giudizio di Dio su di sé e sul suo governo? Che cosa lo ha spinto, un’irrefrenabile megalomania, una sottile quanto irresistibile pulsione suicida, il protagonismo esasperato e arrogante dell’uomo solo al comando?
Si potrebbe continuare a lungo. Ma chi non si è associato ieri al servo encomio può ben astenersi, oggi, dal codardo oltraggio. E provare, piuttosto, a ragionare ancora su questo voto. Già l’altissima affluenza alle urne suggerisce una domanda secca: ma li conosce, Renzi, gli italiani? E mi riferisco, è appena il caso di precisare, agli italiani in carne e ossa di questo dicembre del 2016, non al cosiddetto carattere nazionale, quello per cui, come ha ricordato Pierluigi Battista, Umberto Saba dava della «porca» all’Italia del 18 aprile 1948, Mario Pannunzio parlava di «Italia alle vongole», Giuseppe Saragat se la prendeva con il destino «cinico e baro», che costringeva lui, cresciuto alla nobile scuola dell’austromarxismo, a misurarsi con un Paese tanto rozzo e mediocre, e via anti italianeggiando. Sì, il problema non è solo italiano, investe tutto l’Occidente. Ma la risposta è comunque che probabilmente no, non li conosce, o almeno li conosce molto approssimativamente, proprio come David Cameron gli inglesi, e Hillary Clinton gli americani. Nel suo caso, meno ancora dei sondaggisti. Che stavolta ci hanno preso, seppure approssimando per difetto. E in alcuni casi hanno previsto pure che una partecipazione al voto ben più alta del previsto non avrebbe favorito il Sì.
Renzi e i suoi la pensavano, o facevano mostra di pensarla, esattamente al contrario. Se, soprattutto nel timore del fatidico salto nel buio, fosse andato a votare, in ampia rappresentanza dell’Italia moderata o, se si preferisce, della cosiddetta maggioranza silenziosa, qualche milione di italiani in più, le previsioni (plumbee) della vigilia si sarebbero ribaltate. A dire il vero, non era il solo a vederla così: adesso nessuno lo riconoscerà, ma domenica scorsa, alla vista dei dati parziali sull’affluenza, lo abbiamo sperato (o temuto) in molti, a dimostrazione del fatto che, ad avere una rappresentazione diciamo così vaga dell’Italia reale, Renzi non è il solo. Ma questo non lo assolve dalla colpa, gravissima per un politico, tanto più se smaliziato, di credere alla propria propaganda. E di non sapere, a proposito della cosiddetta maggioranza silenziosa, che, se mai è esistita, oggi non esiste più. O magari, se c’è, ha il suo nucleo, cito Galli della Loggia, nei «tanti italiani che … se la passano tuttora male, talvolta malissimo, e senza speranza», ai quali «sentirsi dire che invece, e contrariamente alla loro esperienza quotidiana, le cose si stavano mettendo bene, deve essere suonata come una beffa». Aggiungerei solo, a questo proposito, che non deve essere un caso se il Sì ha ottenuto i suoi pochi successi là dove sono visibili e tangibili i segni di ripresa (valga per tutti l’esempio, davvero non secondario, di Milano), e ha straperso, oltre che nel voto giovanile (bel problema, per un rottamatore), là dove a parlare di crescita si rischia di passare per matti, a cominciare dal Mezzogiorno. Dove, sia detto per inciso, la protesta è così ampia e radicata che persino un indiscusso campione del cambiamento come il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, lo stesso De Luca che pochi anni fa, da sindaco di Salerno, si dichiarava «eterno come il presidente nordcoreano Kim il Sung», è attualmente impegnato (auguri) ad analizzare i perché del trionfo del No nella sua regione, partendo dall’assunto che «ogni votazione è una lezione da comprendere e su cui riflettere».
Sono concetti molto dorotei, curiosi sulla bocca di un soggetto così politicamente scorretto. Ma, caro Renzi, dia retta lo stesso a De Luca, che avrà i suoi difetti, ma è uomo di esperienza: rifletta, comprenda, con tutto il rispetto per Vittorio Foa la mossa del cavallo non riesce quasi mai. E, se può, cerchi di farlo assieme a quel che resta del suo partito, almeno un po’ più di quanto sia avvenuto nell’ultima, surreale riunione della Direzione: sarà un vecchio vizio ma, a sinistra, è quando si perde che si discute più in profondità, e cose da discutere, ne converrà, ce ne sono. Nessuno le chiede di fare come Charles De Gaulle che, dopo la sconfitta nel referendum del 1969, si ritirò a Colombey-les-Deux- Églises, lei ha ancora carte da giocare. Eviti di gettare sul tavolo quella dell’avventura.
Corriere 10.12.16
L’«Economist»: con il segretario Pd l’Italia è a rischio
Il «rottamatore», scommettendo sul referendum che «ha perso con un umiliante margine di 20 punti», ora «rischia di demolire la politica e l’economia, fragili, dell’Italia». È il duro giudizio dell’ Economist , già schierato sul fronte del No, su Matteo Renzi. Il settimanale britannico avanza anche una possibile via d’uscita: tornare al voto ripescando il Mattarellum e i collegi. Intanto, individua in Padoan e Grasso i candidati a prendere in mano il governo.
L’«Economist»: con il segretario Pd l’Italia è a rischio
Il «rottamatore», scommettendo sul referendum che «ha perso con un umiliante margine di 20 punti», ora «rischia di demolire la politica e l’economia, fragili, dell’Italia». È il duro giudizio dell’ Economist , già schierato sul fronte del No, su Matteo Renzi. Il settimanale britannico avanza anche una possibile via d’uscita: tornare al voto ripescando il Mattarellum e i collegi. Intanto, individua in Padoan e Grasso i candidati a prendere in mano il governo.
Corriere 10.12.16
Ritratto di Ingrao il comunista «acchiappanuvole»
di Massimo Rebotti
L’incontro : il libro di Giovanni Zucca Pietro Ingrao, mio fratello sarà presentato domani a Roma nell’ambito del festival «Più libri più liberi». L’incontro si terrà alle ore 12 presso la Sala Diamante del Palazzo dei Congressi dell’Eur (piazzale Kennedy 1). Insieme all’autore interverrà il disegnatore satirico Vauro Senesi. Moderatrice Elisabetta Amalfitano
Pietro Ingrao è morto a 100 anni, poco più di un anno fa. Attorno alla figura dell’«eretico» del Pci sono usciti due libri che lo raccontano da prospettive meno consuete: quella della sorella Giulia e quella delle lettere scambiate con la moglie Laura Lombardo Radice. In Pietro Ingrao, mio fratello (L’Asino d’oro, pagine 291, e 16) la vita del dirigente comunista viene descritta attraverso lo sguardo della sorella minore. La visuale di Giulia Ingrao — che, scrive l’autore Giovanni Zucca, coltiva come il fratello «la pratica del dubbio e il senso di una direzione» –— è per natura del tutto diversa dal ritratto che ne potrebbe fare uno storico. Alla base, qui, ci sono un legame personale fortissimo e una vita condotta «con meno clamore» — Giulia farà l’insegnante e non si iscriverà mai al Pci —, «ma senza sentirsi mai nella sua ombra».
«Mi piacciono troppe e disparate cose nella vita» diceva di sé Pietro Ingrao e anche nel racconto della sorella «la curiosità» torna a più riprese come motore dell’esistenza. Da quando, piccola, gli cammina accanto per accompagnarlo a comprare le riviste letterarie fino ai ricordi adulti, la passione per il cinema e la poesia. La politica è inevitabilmente il centro, ma, a differenza di quanto si può dire per altri leader che hanno attraversato il Novecento, non è tutto.
Per Ingrao l’anno di svolta è il 1936, con la guerra di Spagna, ma agli occhi di Giulia continuerà ad apparire un «riluttante». «Sono stato preso a calci dalla politica», dirà il primo presidente comunista della Camera dei deputati per descrivere una passione impetuosa, ma non esclusiva. Nei ricordi della sorella, infatti, c’è il periodo da giornalista, quando Palmiro Togliatti gli affidò la direzione dell’«Unità» per farne «il “Corriere della Sera” degli operai e non una “Pravda” all’italiana».
Proprio alla guida del quotidiano, nel 1956 dei carri armati sovietici a Budapest, iniziano i dubbi e Ingrao progressivamente si fa la fama «dell’utopista, dell’acchiappanuvole» fino allo scontro aperto con il gruppo dirigente del Pci e a quella frase, semplice e dirompente, pronunciata durante il congresso del 1966 davanti ai suoi avversari — «non sarei sincero se dicessi a voi che sono rimasto persuaso» — che in un attimo lo rende «eretico». Per la sorella Giulia questa attitudine è il suo vero lascito: «Il comunismo — dice lei — ha cercato di dare risposte ai bisogni: il lavoro, la casa, la scuola. Tutto sacrosanto, eppure… Dopo aver soddisfatti i bisogni materiali, non ti manca qualcos’altro?». La sua domanda richiama una delle ultime riflessioni del fratello: «La politica non ha da dire niente sull’ozio, sull’esitare; la politica non ci dice chi siamo, si occupa del consumare, non dell’andare a zonzo».
Il libro a cura di Chiara Ingrao Soltanto una vita (Baldini & Castoldi, pagine 408, e 16) è invece una biografia di Laura Lombardo Radice, partigiana, attivista di base del Pci e insegnante nel carcere di Rebibbia. Moglie di Pietro e madre dei cinque figli: «Un misto di grazia e rigore», diceva lui. In questa nuova edizione del libro (uscito per la prima volta nel 2005) vengono pubblicate dieci lettere finora inedite di un amore iniziato, insieme alla politica, nella Roma occupata dai nazisti e proseguito per tutta la vita.
Ritratto di Ingrao il comunista «acchiappanuvole»
di Massimo Rebotti
L’incontro : il libro di Giovanni Zucca Pietro Ingrao, mio fratello sarà presentato domani a Roma nell’ambito del festival «Più libri più liberi». L’incontro si terrà alle ore 12 presso la Sala Diamante del Palazzo dei Congressi dell’Eur (piazzale Kennedy 1). Insieme all’autore interverrà il disegnatore satirico Vauro Senesi. Moderatrice Elisabetta Amalfitano
Pietro Ingrao è morto a 100 anni, poco più di un anno fa. Attorno alla figura dell’«eretico» del Pci sono usciti due libri che lo raccontano da prospettive meno consuete: quella della sorella Giulia e quella delle lettere scambiate con la moglie Laura Lombardo Radice. In Pietro Ingrao, mio fratello (L’Asino d’oro, pagine 291, e 16) la vita del dirigente comunista viene descritta attraverso lo sguardo della sorella minore. La visuale di Giulia Ingrao — che, scrive l’autore Giovanni Zucca, coltiva come il fratello «la pratica del dubbio e il senso di una direzione» –— è per natura del tutto diversa dal ritratto che ne potrebbe fare uno storico. Alla base, qui, ci sono un legame personale fortissimo e una vita condotta «con meno clamore» — Giulia farà l’insegnante e non si iscriverà mai al Pci —, «ma senza sentirsi mai nella sua ombra».
«Mi piacciono troppe e disparate cose nella vita» diceva di sé Pietro Ingrao e anche nel racconto della sorella «la curiosità» torna a più riprese come motore dell’esistenza. Da quando, piccola, gli cammina accanto per accompagnarlo a comprare le riviste letterarie fino ai ricordi adulti, la passione per il cinema e la poesia. La politica è inevitabilmente il centro, ma, a differenza di quanto si può dire per altri leader che hanno attraversato il Novecento, non è tutto.
Per Ingrao l’anno di svolta è il 1936, con la guerra di Spagna, ma agli occhi di Giulia continuerà ad apparire un «riluttante». «Sono stato preso a calci dalla politica», dirà il primo presidente comunista della Camera dei deputati per descrivere una passione impetuosa, ma non esclusiva. Nei ricordi della sorella, infatti, c’è il periodo da giornalista, quando Palmiro Togliatti gli affidò la direzione dell’«Unità» per farne «il “Corriere della Sera” degli operai e non una “Pravda” all’italiana».
Proprio alla guida del quotidiano, nel 1956 dei carri armati sovietici a Budapest, iniziano i dubbi e Ingrao progressivamente si fa la fama «dell’utopista, dell’acchiappanuvole» fino allo scontro aperto con il gruppo dirigente del Pci e a quella frase, semplice e dirompente, pronunciata durante il congresso del 1966 davanti ai suoi avversari — «non sarei sincero se dicessi a voi che sono rimasto persuaso» — che in un attimo lo rende «eretico». Per la sorella Giulia questa attitudine è il suo vero lascito: «Il comunismo — dice lei — ha cercato di dare risposte ai bisogni: il lavoro, la casa, la scuola. Tutto sacrosanto, eppure… Dopo aver soddisfatti i bisogni materiali, non ti manca qualcos’altro?». La sua domanda richiama una delle ultime riflessioni del fratello: «La politica non ha da dire niente sull’ozio, sull’esitare; la politica non ci dice chi siamo, si occupa del consumare, non dell’andare a zonzo».
Il libro a cura di Chiara Ingrao Soltanto una vita (Baldini & Castoldi, pagine 408, e 16) è invece una biografia di Laura Lombardo Radice, partigiana, attivista di base del Pci e insegnante nel carcere di Rebibbia. Moglie di Pietro e madre dei cinque figli: «Un misto di grazia e rigore», diceva lui. In questa nuova edizione del libro (uscito per la prima volta nel 2005) vengono pubblicate dieci lettere finora inedite di un amore iniziato, insieme alla politica, nella Roma occupata dai nazisti e proseguito per tutta la vita.
venerdì 9 dicembre 2016
il manifesto 9.12.16
Il corpo politico di imperatrici e mistiche
Un itinerario di libri per conoscere meglio alcune figure di donne leggendarie, come Teodora o Angela da Foligno. E una cavalcata nella storia per rintracciare le origini del velo
di Marina Montesano
Per fortuna l’arrivo della stagione fredda ci ha aiutato a dimenticare la farsa estiva del burkini. Ultimo – e ridicolo – capitolo del dibattito europeo sulla liceità dei veli islamici nelle loro differenti tipologie. Si saluta allora particolarmente volentieri l’uscita del libro di Maria Giuseppina Muzzarelli: A capo coperto. Storie di donne e di veli (Il Mulino, pp. 214, euro 16), cavalcata densa di idee e informazioni che parte dal mondo antico e arriva sino alla nostra contemporaneità. Si apre con una riflessione sulla contrapposizione nella cultura cristiana fra Eva e Maria, ma lungi dal libro e dalla sua autrice l’idea di prendere la consueta strada della perfidia femminile contrapposta alla modestia.
IL COPRICAPO È QUALCOSA che si declina in infiniti modi differenti: nei secoli tardi del medioevo, per esempio, diviene uno dei capi di moda attraverso i quali palesare il proprio status sociale. Ne parlano predicatori e le leggi suntuarie, con una normativa assai rigida, e si immagina spesso disattesa, su cosa indossare e come. Persino le immagini di Maria, tra medioevo e rinascimento, vengono allora vestite con veli sottili e alla moda. Allora come oggi, il vestire delle donne poteva divenire campo di uno scontro sociale.
Il velo e il modo di portarlo erano quindi fattori distintivi, più che uniformanti: veli per donne ricche e di condizioni più basse; veli per le monache; per le nubili e le sposate.
IL VELO DELLE PROSTITUTE era tema controverso; così come i copricapi di foggia maschile indossati da donne. La documentazione iconografica è essenziale nella ricerca e molto ben presentata nel libro. Verso la fine c’è poi spazio per le donne che fabbricavano e vendevano veli; e il pensiero va al fatto che pure il burkini è stato inventato, e inizialmente cucito, da una donna.
Sebbene A capo coperto sia un testo documentato e metodologicamente perfetto nel non appiattire il passato sul nostro presente, Muzzarelli non indietreggia dinanzi ai confronti e alle prese di posizione. Scrive infatti: «Il disagio che questo oggetto carico di storia produce in chi non usa più coprirsi il capo o in chi non potrebbe né oserebbe chiedere alle donne di coprirselo dà luogo a conseguenze di ordine diverso. Da una parte si è realizzata una sorta di cancellazione collettiva della lunga storia della copertura della testa delle donne in Occidente e dall’altra si è affrontata la pratica musulmana vedendo in essa una forma di insulto alla laicità, alla ‘libertà’ di vestire come si vuole e soprattutto alla parità uomo-donna in luogo della subordinazione femminile al potere maschile (…) L’identificazione fra capo velato e costrizione viene posta quasi automaticamente come se non fosse possibile la scelta di coprirsi il capo, eppure molte donne velate affermano di farlo liberamente e lottano per vedere riconosciuto il diritto di velarsi».
LA STORIA DELLE DONNE è un terreno difficile da affrontare; anche perché si deve fare attenzione a considerare semplicisticamente la donna come «genere» a sé: quasi che esistesse uno specifico femminile eterno, posto al di fuori di ogni contestualizzazione e storicizzazione. Per i secoli del cosiddetto medioevo – e la stessa considerazione è valida anche molto oltre – le società non avevano la percezione dell’elemento femminile della popolazione come di un corpo separato rispetto all’insieme.
In culture che consideravano la persona umana non solo e non tanto in quanto individuo, ma piuttosto all’interno del ruolo familiare e sociale che gli spettava, non è possibile astrarre una «condizione femminile» univoca: l’esempio più tipico ci viene dalle pratiche matrimoniali, che ai livelli più alti della società erano sempre intesi come uno strumento politico, favorendo alleanze tra gruppi familiari e istituzionali.
Teodora
L’imperatrice Teodora in un particolare musivo, San Vitale, Ravenna
Difficile ricondurre a una categoria semplice un personaggio come Teodora: moglie dell’imperatore Giustinano e personaggio estremamente controverso – al pari di lui, peraltro. Ci prova Giorgio Ravegnani in una biografia: Teodora. La cortigiana che regnò sul trono a Bisanzio (Salerno, pp. 238, euro 16,90). Giustiniano è stato in primo luogo l’imperatore del Corpus iuris civilis, la grande raccolta di leggi e giurisprudenza di Roma, poi passata (sebbene attraverso molti filtri) all’Occidente. È stato anche l’imperatore che provò a riconquistare la pars Occidentis dell’impero romano; riuscì in effetti a trionfare sui Vandali e poi sui Goti in Italia, ma il conflitto fu rovinoso per l’economia e, complice la peste, per le perdite umane.
A Costantinopoli represse nel sangue l’insurrezione, cominciata da uno scontro tra i fautori delle due fazioni nelle gare circensi, i «verdi» favoriti dalla plebe e gli «azzurri» considerati la squadra degli aristocratici; ma in realtà pare che il tumulto fosse fomentato dall’interno della corte e da una parte dell’aristocrazia. In quel frangente Giustiniano fu sul punto di fuggire dalla capitale: secondo la tradizione, a trattenerlo e a salvargli il trono furono la presenza di spirito e il coraggio della moglie Teodora, donna dalle oscure origini. La «leggenda nera» che la circonda si deve al grande storico di Giustiniano, Procopio di Cesarea.
QUESTI AVEVA RICOPERTO diversi incarichi a corte, il che gli aveva consentito di avere una conoscenza straordinaria degli eventi. La sua opera più curiosa è la Storia segreta, nella quale Procopio rovescia le posizioni elogiative nei confronti di Giustiniano tenute in altre opere e compone un vero e proprio libello contro l’imperatore e sua moglie Teodora, descritta come una donna che dall’esercizio della prostituzione ascende al trono e, una volta arrivata, affligge le altre prostitute chiudendole in convento, ma anche le aristocratiche, spingendole a sposare uomini del popolo. Larga parte della «leggenda nera» dell’imperatrice Teodora deriva dalle pagine di Procopio. Non scherza nemmeno su Giustiniano, del quale scrive ch’era in rapporto con i demonî e che la madre l’aveva generato in seguito al suo amore con un demonio incubo. Non sorprende quindi che la Storia segreta sia rimasta tale per secoli.
Angela_of_Foligno_1
Può sembrare curioso che una grande protagonista della mistica bassomedievale, Angela da Foligno, presenti una biografia con qualche tratto simile a quello dell’imperatrice Teodora. Oscura anche la sua giovinezza, con un matrimonio e una vita familiare distrutti dal terremoto del 1279 e dalla guerra fra le parti: di lì una crisi profonda che rasenta pazzia e depressione e dalla quale la donna si risolleva grazie alla conversione. Quasi due esistenze differenti, insomma. Nella sua seconda, Angela aderisce al Terz’Ordine regolare di San Francesco, ha una crisi pubblica durante un pellegrinaggio ad Assisi e poco dopo inizia l’esperienza di mistica.
Il racconto è affidato a un Memoriale che possiamo ora leggere nella bella edizione di Francesco Santi (pubblicata in La letteratura francescana. Volume V. La mistica, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori, pp. 452, euro 35: la seconda parte del volume è dedicata invece a Raimondo Lullo), ricca di un’introduzione che aiuta la comprensione del testo e del contesto storico. Si potrebbe pensare a questo genere di esperienza come a una forma di regressione o di riduzione della vita femminile in un ambito privato e puramente spirituale. Ma la vicenda di Angela, nonché quella di altre donne e mistiche del suo tempo, va nella direzione opposta.
IN UN’EPOCA DI CRISI della teologia, la donna di Foligno ha una proposta di lettura del francescanesimo e della fede che ne fanno un’assoluta protagonista. Come scrive Santi: «In molti casi ha continuato a giocare nei lettori moderni il pregiudizio (mascherato come obiettività storica) secondo cui una laica, pressoché incapace di leggere e scrivere, non poteva essere in grado di formulare una teologia coerente, senza considerare che il punto di riferimento della teologia cristiana sono le Scritture, che Angela mostra di conoscere molto bene e, appunto, di comprendere pienamente e in maniera creativa».
Creativa, alla fine del discorso, è la storia con la sua infinità di esperienze. In modi diversi questi tre libri ci mostrano infatti che il ridurre la realtà a visioni univoche, magari modellate sulla nostra percezione del presente, è pericolosamente fuorviante.
Il corpo politico di imperatrici e mistiche
Un itinerario di libri per conoscere meglio alcune figure di donne leggendarie, come Teodora o Angela da Foligno. E una cavalcata nella storia per rintracciare le origini del velo
di Marina Montesano
Per fortuna l’arrivo della stagione fredda ci ha aiutato a dimenticare la farsa estiva del burkini. Ultimo – e ridicolo – capitolo del dibattito europeo sulla liceità dei veli islamici nelle loro differenti tipologie. Si saluta allora particolarmente volentieri l’uscita del libro di Maria Giuseppina Muzzarelli: A capo coperto. Storie di donne e di veli (Il Mulino, pp. 214, euro 16), cavalcata densa di idee e informazioni che parte dal mondo antico e arriva sino alla nostra contemporaneità. Si apre con una riflessione sulla contrapposizione nella cultura cristiana fra Eva e Maria, ma lungi dal libro e dalla sua autrice l’idea di prendere la consueta strada della perfidia femminile contrapposta alla modestia.
IL COPRICAPO È QUALCOSA che si declina in infiniti modi differenti: nei secoli tardi del medioevo, per esempio, diviene uno dei capi di moda attraverso i quali palesare il proprio status sociale. Ne parlano predicatori e le leggi suntuarie, con una normativa assai rigida, e si immagina spesso disattesa, su cosa indossare e come. Persino le immagini di Maria, tra medioevo e rinascimento, vengono allora vestite con veli sottili e alla moda. Allora come oggi, il vestire delle donne poteva divenire campo di uno scontro sociale.
Il velo e il modo di portarlo erano quindi fattori distintivi, più che uniformanti: veli per donne ricche e di condizioni più basse; veli per le monache; per le nubili e le sposate.
IL VELO DELLE PROSTITUTE era tema controverso; così come i copricapi di foggia maschile indossati da donne. La documentazione iconografica è essenziale nella ricerca e molto ben presentata nel libro. Verso la fine c’è poi spazio per le donne che fabbricavano e vendevano veli; e il pensiero va al fatto che pure il burkini è stato inventato, e inizialmente cucito, da una donna.
Sebbene A capo coperto sia un testo documentato e metodologicamente perfetto nel non appiattire il passato sul nostro presente, Muzzarelli non indietreggia dinanzi ai confronti e alle prese di posizione. Scrive infatti: «Il disagio che questo oggetto carico di storia produce in chi non usa più coprirsi il capo o in chi non potrebbe né oserebbe chiedere alle donne di coprirselo dà luogo a conseguenze di ordine diverso. Da una parte si è realizzata una sorta di cancellazione collettiva della lunga storia della copertura della testa delle donne in Occidente e dall’altra si è affrontata la pratica musulmana vedendo in essa una forma di insulto alla laicità, alla ‘libertà’ di vestire come si vuole e soprattutto alla parità uomo-donna in luogo della subordinazione femminile al potere maschile (…) L’identificazione fra capo velato e costrizione viene posta quasi automaticamente come se non fosse possibile la scelta di coprirsi il capo, eppure molte donne velate affermano di farlo liberamente e lottano per vedere riconosciuto il diritto di velarsi».
LA STORIA DELLE DONNE è un terreno difficile da affrontare; anche perché si deve fare attenzione a considerare semplicisticamente la donna come «genere» a sé: quasi che esistesse uno specifico femminile eterno, posto al di fuori di ogni contestualizzazione e storicizzazione. Per i secoli del cosiddetto medioevo – e la stessa considerazione è valida anche molto oltre – le società non avevano la percezione dell’elemento femminile della popolazione come di un corpo separato rispetto all’insieme.
In culture che consideravano la persona umana non solo e non tanto in quanto individuo, ma piuttosto all’interno del ruolo familiare e sociale che gli spettava, non è possibile astrarre una «condizione femminile» univoca: l’esempio più tipico ci viene dalle pratiche matrimoniali, che ai livelli più alti della società erano sempre intesi come uno strumento politico, favorendo alleanze tra gruppi familiari e istituzionali.
Teodora
L’imperatrice Teodora in un particolare musivo, San Vitale, Ravenna
Difficile ricondurre a una categoria semplice un personaggio come Teodora: moglie dell’imperatore Giustinano e personaggio estremamente controverso – al pari di lui, peraltro. Ci prova Giorgio Ravegnani in una biografia: Teodora. La cortigiana che regnò sul trono a Bisanzio (Salerno, pp. 238, euro 16,90). Giustiniano è stato in primo luogo l’imperatore del Corpus iuris civilis, la grande raccolta di leggi e giurisprudenza di Roma, poi passata (sebbene attraverso molti filtri) all’Occidente. È stato anche l’imperatore che provò a riconquistare la pars Occidentis dell’impero romano; riuscì in effetti a trionfare sui Vandali e poi sui Goti in Italia, ma il conflitto fu rovinoso per l’economia e, complice la peste, per le perdite umane.
A Costantinopoli represse nel sangue l’insurrezione, cominciata da uno scontro tra i fautori delle due fazioni nelle gare circensi, i «verdi» favoriti dalla plebe e gli «azzurri» considerati la squadra degli aristocratici; ma in realtà pare che il tumulto fosse fomentato dall’interno della corte e da una parte dell’aristocrazia. In quel frangente Giustiniano fu sul punto di fuggire dalla capitale: secondo la tradizione, a trattenerlo e a salvargli il trono furono la presenza di spirito e il coraggio della moglie Teodora, donna dalle oscure origini. La «leggenda nera» che la circonda si deve al grande storico di Giustiniano, Procopio di Cesarea.
QUESTI AVEVA RICOPERTO diversi incarichi a corte, il che gli aveva consentito di avere una conoscenza straordinaria degli eventi. La sua opera più curiosa è la Storia segreta, nella quale Procopio rovescia le posizioni elogiative nei confronti di Giustiniano tenute in altre opere e compone un vero e proprio libello contro l’imperatore e sua moglie Teodora, descritta come una donna che dall’esercizio della prostituzione ascende al trono e, una volta arrivata, affligge le altre prostitute chiudendole in convento, ma anche le aristocratiche, spingendole a sposare uomini del popolo. Larga parte della «leggenda nera» dell’imperatrice Teodora deriva dalle pagine di Procopio. Non scherza nemmeno su Giustiniano, del quale scrive ch’era in rapporto con i demonî e che la madre l’aveva generato in seguito al suo amore con un demonio incubo. Non sorprende quindi che la Storia segreta sia rimasta tale per secoli.
Angela_of_Foligno_1
Può sembrare curioso che una grande protagonista della mistica bassomedievale, Angela da Foligno, presenti una biografia con qualche tratto simile a quello dell’imperatrice Teodora. Oscura anche la sua giovinezza, con un matrimonio e una vita familiare distrutti dal terremoto del 1279 e dalla guerra fra le parti: di lì una crisi profonda che rasenta pazzia e depressione e dalla quale la donna si risolleva grazie alla conversione. Quasi due esistenze differenti, insomma. Nella sua seconda, Angela aderisce al Terz’Ordine regolare di San Francesco, ha una crisi pubblica durante un pellegrinaggio ad Assisi e poco dopo inizia l’esperienza di mistica.
Il racconto è affidato a un Memoriale che possiamo ora leggere nella bella edizione di Francesco Santi (pubblicata in La letteratura francescana. Volume V. La mistica, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori, pp. 452, euro 35: la seconda parte del volume è dedicata invece a Raimondo Lullo), ricca di un’introduzione che aiuta la comprensione del testo e del contesto storico. Si potrebbe pensare a questo genere di esperienza come a una forma di regressione o di riduzione della vita femminile in un ambito privato e puramente spirituale. Ma la vicenda di Angela, nonché quella di altre donne e mistiche del suo tempo, va nella direzione opposta.
IN UN’EPOCA DI CRISI della teologia, la donna di Foligno ha una proposta di lettura del francescanesimo e della fede che ne fanno un’assoluta protagonista. Come scrive Santi: «In molti casi ha continuato a giocare nei lettori moderni il pregiudizio (mascherato come obiettività storica) secondo cui una laica, pressoché incapace di leggere e scrivere, non poteva essere in grado di formulare una teologia coerente, senza considerare che il punto di riferimento della teologia cristiana sono le Scritture, che Angela mostra di conoscere molto bene e, appunto, di comprendere pienamente e in maniera creativa».
Creativa, alla fine del discorso, è la storia con la sua infinità di esperienze. In modi diversi questi tre libri ci mostrano infatti che il ridurre la realtà a visioni univoche, magari modellate sulla nostra percezione del presente, è pericolosamente fuorviante.
Repubblica 9.12.16
Rasputin
Il monaco nero e l’Apocalisse della Santa Russia
Il 16 dicembre del 1916, avvelenato e trafitto dai proiettili, moriva a San Pietroburgo l’uomo che si vantava di tenere “l’Impero nelle mani” Da questo delitto, il primo atto che porterà a Lenin e alla Rivoluzione, incomincia il viaggio di Ezio Mauro che proseguirà per tutto il 1917
di Ezio Mauro
Venuto dalla Siberia convinse l’imperatrice Alix di poter guarire il piccolo erede al trono. Ben presto il suo potere si estese al governo e all’esercito
Il complotto per ucciderlo rischiò più volte di fallire
“Se muoio”, disse profetico, “morirà la famiglia imperiale”
La moglie di Nicola II lo sognerà: “Vi metteranno tutti al rogo”
Dopo la Rivoluzione il suo corpo fu bruciato e le ceneri disperse
Cronache di una rivoluzione è anche un docufilm. La prima puntata è online da oggi su Repubblica. it con Ezio Mauro nei luoghi della San Pietroburgo di Rasputin
SAN PIETROBURGO Cent’anni dopo, c’è un mazzo di garofani rossi nel punto dove tutto è incominciato. Proprio qui. Salì la scala a chiocciola rovesciandosi sulla ringhiera, con la pallottola nel costato, poi si fermò sul pianerottolo. Spalancò la porta con un urlo da animale e si lanciò fuori barcollando e premendosi il petto, correndo curvo nei due gradi e mezzo notturni del cortile deserto. Chissà cosa riuscì a vedere nel buio, nell’agonia, nel palazzo che dormiva, nello splendore morente della Russia imperiale. L’ultima forza vitale lo portò verso il cancello, giù in fondo, mentre gridava il nome del suo assassino. Due spari a vuoto, due rivoltellate, lo fecero oscillare di terrore poi un colpo preciso alla schiena sembrò paralizzarlo, immobile, e subito dopo un colpo alla testa lo gettò a terra con la braccia spalancate e le mani che afferravano la neve di Pietrogrado, quel sabato16 dicembre del 1916.
Nessuno sapeva che l’impero aveva le ore contate nella sua capitale eppure tutti gli spettri del caos si radunarono proprio qui, nel palazzo principesco, mentre cominciava lentamente a schiarire tra la nebbia che saliva dalla Mojka e sembrava come sempre fabbricata direttamente dal canale. Alla stessa ora, oggi, “Piter” è addormentata e silenziosa come allora, non c’è più il poliziotto Vlasjuk nella garitta che corre al primo sparo coi suoi stivali di feltro, dalle finestrelle del seminterrato non si allarga più nel cortile la musica americana di Yankee Doodle suonata dal grammofono dell’inganno, se n’è andato il profumo di marsala e madera della festa omicida. Soprattutto da cent’anni non c’è più Grigorij Efimovic Rasputin, il “santo diavolo”, lo “starez di Dio”, il “monaco nero” che è venuto a morire qui insieme con la dinastia imperiale, assassinato tra un sabato e una domenica nella notte sospesa sulla rivoluzione, in agguato alle porte della città magica.
Quel delitto è l’antecedente di ogni cosa perché è una vendetta e una ribellione ma anche un esercizio mistico, una specie di colpo di Stato, un sacrificio politico. È una predizione, un’evocazione, una rappresentazione. C’è una dinastia reale estenuata dall’autocrazia impotente dello Zar Nicolaj II e dalla nevrastenia religiosa della zarina, che separano la Corona dal Paese e la Corte dal suo tempo, togliendole ogni autonomia fino allo smarrimento. C’è la tempesta politica prossima ventura che si annuncia e ribolle nelle fabbriche e al fronte, pronta a ideologizzare l’anima russa appassionata, confiscandola. E c’è lui, il contadino siberiano semi-analfabeta, uomo di Dio nell’anima e peccatore nel corpo, sedicente guaritore e sicuramente incantatore, capace di coniugare fede lussuria e profezia nel fanatismo settario dei monaci “flagellanti”. Ma pronto soprattutto a raccogliere nelle sue grandi mani spalancate e negli occhi color dei fiori di lino l’angoscia da fine-di-mondo che pesava sui sovrani e sull’impero, intercettando il sentimento dell’apocalisse e trasformandolo in tecnica di regno e di governo.
Quando entrò nel palazzo degli imperatori Rasputin aveva 36 anni, la barba arruffata, i capelli lunghi, sporchi e scuri, pantaloni e stivali da contadino, giubba di tela legata con un cordone. Ma la fama del taumaturgo gli aprì le porte di una reggia abituata a trasformare la fede in superstizione devota, in un Paese in cui spesso le chiese nascono sui siti degli idoli pagani e San Basilio sorge nel luogo dove regnava Perùn terribile, dio del fulmine e del tuono. La Corte è il punto di congiunzione dei misteri e delle premonizioni che li anticipano nell’angoscia, perché è il luogo dove regna questa sospensione magica e sacra della realtà, nell’attesa di un vaticinio perenne, soprattutto da quando Alix, l’imperatrice Aleksandra Fedorovna, non riesce a dare alla Russia un pretendente maschio ma solo femmine, quattro, Olga, Tatjana, Marija e Anastasija.
Ecco allora che arrivano nell’appartamento della zarina l’idiota beato Mitja, chiaroveggente scalzo, Matrjona profetessa stracciona, Darja santa pazza e bestemmiatrice, il curatore tibetano Badmajeff, monsieur Philippe occultista cristiano che quando si mette il cappello diventa invisibile, ma produce solo una gravidanza isterica, nonostante regali alla zarina un’icona coi campanelli che suonano quando si avvicina uno spirito maligno. Solo dopo un pellegrinaggio di tutta la famiglia col treno imperiale all’eremo di Sarov per pregare davanti alle reliquie di San Serafim, lunedì 30 luglio 1904 all’1,15 del pomeriggio nasce Aleksej, lo zarevic, erede al trono dei Romanov.
Segue nelle pagine successive
Col parto atteso da tutta la Russia Alix ha salvato la dinastia ma ha condannato suo figlio, perché gli ha trasmesso l’emofilia tedesca di famiglia, allora incurabile, tanto che la malattia dello zarevic viene subito circondata da un segreto di Stato malinconico e cupo protetto dal marinaio Derevenko che lo segue ad ogni passo per prevenire cadute, urti, ematomi e lividi capaci di degenerare. Finché Rasputin nell’autunno del 1907 entra nella stanza del bambino imperiale senza luce elettrica, si inginocchia come in chiesa sotto i lumi delle icone, accarezza la mano del piccolo zarevic, lo calma raccontandogli la storia siberiana del cavallo gobbo e del cavaliere senza gambe e infine annuncia ai sovrani che crescendo Aleksej guarirà completamente, vincendo la malattia. Per la prima volta Alix, l’imperatrice, si inchina a baciare la mano del santo contadino.
«Ho fatto la conoscenza d’un Uomo di Dio, di nome Grigorij, della provincia di Tobolsk», scriverà lo Zar il giorno dopo, ed è la prima traccia di un affidamento al taumaturgo delle due anime regnanti ma smarrite, e di un impossessamento graduale ma impetuoso di una sovranità esausta da parte del monaco, che in pochi anni dalle faccende familiari passerà alle questioni religiose, agli affari di Stato, alle vicende diplomatiche, alle scelte di guerra, alle nomine dei vescovi e dei ministri. Salito al trono senza essere preparato, il sovrano regna senza passione («gli manca qualcosa nel ventre», dice l’aristocrazia pietroburghese) rifiutando i riti di Corte, cercando rifugio e sollievo solo nella famiglia che vive ormai quasi sempre nel palazzo Aleksandr a Zarskoe Selo, dove Alix e Nikolaj erano rimasti soli per la prima volta dopo le nozze, dove lei ogni sera nel budoir tra i fiori freschi avvertiva il suo arrivo nel corridoio quando il lampadario incominciava a tintinnare.
Nel castello rimbalzano le voci dei miracoli dello starez nei villaggi e nei campi, durante il pellegrinaggio che lo ha portato a Pietrogrado: ha espulso il diavolo da una monaca, ha guarito le mandrie, ha sospeso la pioggia per tre mesi. La zarina ha bisogno di sentirlo vicino, di chiamarlo quando il figlio sta male, di affidargli l’angoscia per un destino che sta declinando, di decifrare la catastrofe sconosciuta che li sta sovrastando. Quando lo Zar diventa comandante in capo dell’esercito in guerra con la Germania, lei gli affida una striscia di stoffa che l’uomo di Dio ha impregnato col suo fluido. Quando Nikolaj deve avere un colloquio delicato, gli ricorda di passarsi tra i capelli, prima, il pettine che gli ha regalato Rasputin. E attorno al castello crescono i sospetti, le invidie, le maldicenze, soprattutto adesso che lo Zar sta al quartier generale militare di Mogilev e gli affari di Stato finiscono nella stanza della zarina, con il parere, i veti e il visto di padre Grigorij.
«Tra queste dita — si vantava Rasputin — io tengo l’impero russo». E aveva ragione. Come in una corte stregata, un monaco analfabeta dall’istinto animale decideva di cambiare il capo del governo, di sostituire il ministro dell’Interno, di nominare il direttore della polizia, di selezionare i candidati alle cariche pubbliche scrutandoli negli occhi, di suggerire le scelte dello Zar: «Quest’uomo è amato da Dio, puoi procedere». «Fermati e caccialo, sento puzza di diavolo». Con il deperimento della sovranità regale, i rovesci dell’esercito in guerra, una serie di governi che procedevano come nella favola russa il cigno, il gambero e il luccio — l’uno verso l’alto, uno indietro, uno verso il fondo — la capacità di scelta e di decisione del monaco di Dio diventava l’unica certezza. Ecco perché ogni mattina, tornando da messa ad Afonskoje Podvorje il contadino trovava l’anticamera piena di soldati, ragazze, banchieri, politici, infermi venuti fin qui in via Gorochovaja 64, passati davanti al gabbiotto della portiera Gurolevna con le spie dell’Okhrana attorno al samovar di stagno nero, saliti al secondo piano per bussare alla porta dell’interno 20 (rossa oggi come allora) con una supplica, una raccomandazione, una benedizione, la speranza di un incontro mistico e sessuale, di una guarigione.
Alle 10 suonava il telefono che troneggiava nell’ingresso come nelle case dei ricchi (numero 646/46) e c’era una lunga conversazione col palazzo imperiale. Intanto il monaco distribuiva biscotti neri che le donne portavano via come reliquie sante nei fazzoletti di seta, insieme con la biancheria di padre Grigorij che volevano lavare personalmente, e lui le baciava tre volte sulla bocca. Poi si chiudeva con una di loro nello studio, sul divano di ferro con la spalliera sfondata e coperto da una pelliccia di volpe, davanti a una sola finestra, un tavolo con due sedie, le lampadki accese sotto le icone. Qui prendeva un bigliettino con la croce dal mucchio già pronto sulla scrivania («Fate quel che vi chiede, Cristo è risorto ») e lo consegnava alla supplicante come passepartout nel potere, in cambio di baci, carezze, sesso, denaro: o anche gratuitamente. Alle visitatrici dava appuntamento per domani, per il pomeriggio, per la sera, nelle salette riservate dell’hotel Astoria, di Villa Rodè, del Donon o di Jar o di Strelna dove la notte finiva all’alba con orge, bevute e le romanze cantate dagli zingari, immancabili. Ubriaco, ballava e raccontava la sua intimità con i sovrani, svelando quel potere arcano, superstizioso e materiale che lo faceva definire dal popolo “lo zar sopra lo Zar”.
Ciò che restava del potere istituzionale finì per ribellarsi. La famiglia Romanov era passata in pellegrinaggio da Nikolaj chiedendo inutilmente di liberare la Corona dall’umiliazione di Rasputin, la sorella della zarina, Ella, fu accompagnata in silenzio alla carrozza per aver osato criticare il Santo. Ma ormai lo scandalo di una reggia plagiata e sottomessa divampava ben oltre la corte. Disegni osceni della sovrana con Rasputin, chiacchiere, allusioni inquietano l’Imperatrice Madre. Fino al primo giorno di ottobre, quando alla Duma va in scena l’indicibile: «Il nome della zarina viene ripetuto sempre più spesso insieme a quello di delinquenti che la accompagnano — accusa il deputato d’opposizione Pavel Miljukov — Che cos’è, stupidità o tradimento? » Ancora più pesante l’attacco del deputato Puriskevic, monarchico, il 19 novembre: «Porto ai piedi del trono l’amarezza delle masse russe e dei soldati al fronte per i ministri diventati marionette in mano a Rasputin e all’Imperatrice, che è rimasta tedesca sul trono russo, estranea al Paese e al popolo».
Frastornato, braccato, il contadino prova a rassicurare lo Zar con un biglietto: «Dio vi darà forza, vostra è la vittoria, vostra la nave, nessuno ha il potere di salire a bordo». Ma lo Zar sente la pressione esterna, e anche quella interna alla famiglia dove il “Nostro Amico”, come lui e Alix lo chiamano, pesa sempre di più. «Tutti ti ingannano — gli dice in quel mese il Granduca Nikolaj Michailovic — anche tua moglie ti ama appassionatamente ma sbaglia per i perfidi inganni di chi la circonda, e quel che esce dalle sue labbra è frutto di un’abile mistificazione, non di verità». Il 10 novembre l’Imperatore vede il suo nuovo primo ministro, Aleksej Trepov, fischiato dalla Duma in piedi. Decide di sacrificare l’odiato ministro dell’Interno Protopopov, protetto da Rasputin. Scrive alla moglie che il cambiamento è ormai indispensabile: «Solo ti prego di non coinvolgere il Nostro Amico. La responsabilità è mia e desidero essere libero nella mia scelta». Ma Alix resiste, a difesa della santità dell’Intermediario e del suo cerchio ristretto di potere: «Ricorda ancora una volta che hai bisogno dell’acume, delle preghiere e dei consigli del Nostro Amico. Ah caro, prego con fervore Dio perché ti illumini e ti faccia capire che lui è la nostra salvezza». Il ministro resterà al suo posto, nelle mani del contadino.
Ma ormai circolano piani governativi, ecclesiastici, parlamentari con un unico obiettivo: uccidere Rasputin per salvare la Russia. Strangolarlo o avvelenarlo? Rapirlo e poi pugnalarlo in auto? Assalirlo a casa di una delle sue amanti? Narcotizzarlo, sopprimerlo e seppellirlo nella neve? Usare le rivoltelle di mariti gelosi e farli irrompere in casa, com’è già avvenuto? Intanto il colonnello Komissarov porta sul tavolo del ministro cinque diverse polveri velenose e ne sceglie una letale, dopo averla sperimentata su un gatto. La corda che lega insieme Zar, governo, Dio e il monaco è tesa fino all’inverosimile, sta per spezzarsi. «Finché vivrò io, vivrà anche la famiglia imperiale — prova a esorcizzare la catastrofe Rasputin, e non si accorge che è una profezia — Ma con la mia fine perirà anch’essa». E il nodo si scioglie a metà novembre, quando proprio dall’interno della famiglia imperiale nasce il progetto di morte che diventa realtà. È infatti un principe- conte direttamente imparentato con lo Zar la mente dell’assassinio. Feliks Jusupov aveva trent’anni, secondo la zarina assomigliava a un bellissimo paggio, discendeva da dignitari del Khan Tamerlano e dal camerlengo di Pietro il Grande, ma soprattutto aveva sposato Irina Aleksandrovna, nipote dello Zar. L’aristocrazia frustrata dal monaco-contadino, il suo successo in società, la vergogna delle sue orge sessuali, il pervertimento della fede cristiana, la sottomissione indecente degli Imperatori, tutto si congiungeva per Felix in un piano eroico di ribellione, vendetta e riscatto: bisognava eliminare Rasputin. Il principe cercò il nemico pubblico dello
starez, il deputato Periskevic, che lo odiava per non essere diventato ministro e lo aveva attaccato alla Duma. Trovarono facilmente un’intesa, e il parlamentare arruolò il medico polacco Lazovert e l’ufficiale di cavalleria Suchotin. Il principe portò nell’operazione il suo migliore amico, il Granduca Dmitrij Pavlovic, luogotenente nel terzo reggimento di cavalleria della Guardia, in modo di garantire all’intero complotto quella speciale immunità che discendeva dai membri della Casa imperiale, svincolati dalla giustizia ordinaria, soggetti solo allo Zar.
Andarono in giro per Pietroburgo di notte e di mattino, cercando un luogo per gettare poi il corpo facendolo scomparire, trasformarono lo scantinato di palazzo Jusupov — che ancora oggi ha lo stesso pavimento di pietra, il soffitto a volta, due finestrelle basse — in una sala da pranzo con lanterne dai vetri colorati, un tavolo e un armadio intarsiato (con gioco di specchi, colonne, cassetti segreti) e un salotto con tappeti persiani, ricche tende e una pelle d’orso. Coi guanti di caucciù il dottore fece in polvere il cianuro di potassio e infarcì i petit four rosa, poi versò da una fiala il veleno in due calici di vino su quattro. Feliks aveva da tempo avvicinato Rasputin, fingendo di avere dolori al petto e lasciandosi imporre le mani, e soprattutto gli disse che sua moglie Irina — probabilmente la donna più bella di tutta la capitale — voleva finalmente conoscerlo. Tutto era ormai pronto. A mezzanotte del 16 dicembre il dottor Lazovert si vestì da chaffeur e portò il principe imbacuccato in una lunga pelliccia di renna e un berretto nero a prendere il santo contadino. Salì al buio dalla scala di servizio, lo trovò vestito con una camicia di seta azzurra con disegni di fiordalisi, probabilmente regalo della zarina. Scesero nel buio e Rasputin si appoggiò al braccio del suo assassino. Alle loro spalle, nello stipite della porta del monaco divino adesso è infilato un ritratto della famiglia imperiale, incrociando quei destini lungo tutto il secolo.
Irina era rimasta in Crimea, terrorizzata dal piano che la voleva come esca. Mentre il principe Feliks e lo starez scendevano dalla scala a chiocciola nello scantinato, i quattro complici al primo piano azionarono il grammofono parlando a voce alta, fingendo la coda di una festa con gli invitati che stavano per andarsene. Aspettando Irina, Grigorij prese dal vassoio del principe i pasticcini avvelenati, bevve due coppe di madera col cianuro. Forse le dosi erano sbagliate, forse i tempi erano calcolati male. Terrorizzato, Feliks lo guardava bere e mangiare senza crollare, cominciava a credere nelle leggende stregonesche, non riusciva a reggere lo sguardo del Santo e trovò una scusa per salire al piano di sopra. Prese la rivoltella del Granduca e scese tenendola dietro la schiena. «Sto guardando questo strano armadio», stava dicendo Rasputin in piedi di spalle. «Faresti meglio a guardare il crocefisso e dire una preghiera», gli rispose il principe puntando l’arma. Il contadino si voltò, in tempo per urlare mentre Jusupov sparava e poi cadde a terra sulla pelliccia d’orso.
Scesero tutti, guardarono il vero padrone di Pietrogrado che agonizzava, spensero la luce e chiusero la porta a chiave. Ma poi il principe scese di nuovo, tastò il polso al monaco e con orrore vide aprirsi l’occhio sinistro, quindi il destro, fissi su di lui. E improvvisamente Rasputin balzò in piedi con la bava alla bocca cercando di afferrare il suo assassino per la gola, fino a quando strappò una spallina dalla giacca del principe, cadde a terra, si trascinò carponi sulla scala a chiocciola rantolando. Feliks gridò chiedendo aiuto, tutti uscirono, Puriskevic esplose i primi due colpi fallendo il bersaglio, poi due proiettili (forse del Granduca, esperto di armi) centrarono lo starec alla schiena e alla testa. Incredibilmente, Rasputin era ancora vivo e allora il principe lo colpì più volte con uno sfollagente pesante, in una furia parossistica che sembrava riunire sul cadavere tutte le maledizioni di tutti i nemici per anni impotenti del monaco santo.
Lo avvolsero in un telo, legato con la fune, lo caricarono sulla limousine Delaunay-Belleville del Granduca, a ogni curva il cadavere sembrava sobbalzare e uno di loro si sedette sopra fino al ponte Petrovskij (ancora oggi poco illuminato e deserto a quell’ora) dove lo gettarono in un buco aperto nel ghiaccio, insieme con uno stivale che si era sfilato dal corpo in macchina. Lo trovarono tre giorni dopo. Prima una sovrascarpa, che le figlie dello starec riconobbero. Poi il cadavere gonfio con la camicia ghiacciata nella Malaja Nevka, le mani gelate verso il cielo. Ci fu un funerale segreto davanti alla famiglia imperiale, con la bara di zinco sepolta nella crociera della chiesa in costruzione a Zarskoe Selo, dedicata a San Serafim che aveva previsto sangue e disgrazie per l’inizio del secolo russo. Oggi una croce di legno ricorda il posto, una piccola custodia di ferro piegato a mano ripara dalla neve i lumini che sembrano ardere da allora. «Che cosa posso fare? Solo pregare e pregare — dirà la zarina al marito — Anche il Nostro caro Amico dall’aldilà prega per te. Quindi è ancora più vicino a noi. E tuttavia che voglia ho di sentire la sua voce rasserenante e incoraggiante…». La sentirà in sogno con l’ultima terribile profezia: «Vi bruceranno sul rogo».
La storia e la leggenda si contendono il finale. Finché il capitano Klimov dopo la rivoluzione porta i suoi uomini nella cappella: scoperchiano la tomba, aprono la bara cercando preziosi, trovano un’icona con la firma della zarina e delle principesse e la mandano al Soviet della capitale. Poi il cadavere di Rasputin con le braccia in conserta viene trasportato in treno a Pietrogrado, camuffato nell’imballaggio da pianoforte. Un camion porta la bara sulla carrozzabile fuori città, nei boschi tra Lesnoe e Peskarjova lo posano su una catasta di legna, lo cospargono di benzina e lo bruciano tra le sette e le nove, disperdendo le ceneri nella neve e nel vento.
Ho cercato il posto del fuoco, dove l’onnipotenza del monaco diventa cenere della rivoluzione. Non riuscivo a trovarlo, la campagna russa incolta sembra tutta uguale, sul limitare indistinto del bosco che mi avevano indicato veniva il buio, interrotto dal bianco delle betulle. Poi è passato un contadino seduto sul bordo di un carro tirato da una coppia di buoi che tornavano a casa. Si è tolto il cappello, ha fatto tre volte il segno della croce. Lui sapeva, cent’anni dopo. Il santo diavolo era lì per sempre, come la Russia eterna.
Rasputin
Il monaco nero e l’Apocalisse della Santa Russia
Il 16 dicembre del 1916, avvelenato e trafitto dai proiettili, moriva a San Pietroburgo l’uomo che si vantava di tenere “l’Impero nelle mani” Da questo delitto, il primo atto che porterà a Lenin e alla Rivoluzione, incomincia il viaggio di Ezio Mauro che proseguirà per tutto il 1917
di Ezio Mauro
Venuto dalla Siberia convinse l’imperatrice Alix di poter guarire il piccolo erede al trono. Ben presto il suo potere si estese al governo e all’esercito
Il complotto per ucciderlo rischiò più volte di fallire
“Se muoio”, disse profetico, “morirà la famiglia imperiale”
La moglie di Nicola II lo sognerà: “Vi metteranno tutti al rogo”
Dopo la Rivoluzione il suo corpo fu bruciato e le ceneri disperse
Cronache di una rivoluzione è anche un docufilm. La prima puntata è online da oggi su Repubblica. it con Ezio Mauro nei luoghi della San Pietroburgo di Rasputin
SAN PIETROBURGO Cent’anni dopo, c’è un mazzo di garofani rossi nel punto dove tutto è incominciato. Proprio qui. Salì la scala a chiocciola rovesciandosi sulla ringhiera, con la pallottola nel costato, poi si fermò sul pianerottolo. Spalancò la porta con un urlo da animale e si lanciò fuori barcollando e premendosi il petto, correndo curvo nei due gradi e mezzo notturni del cortile deserto. Chissà cosa riuscì a vedere nel buio, nell’agonia, nel palazzo che dormiva, nello splendore morente della Russia imperiale. L’ultima forza vitale lo portò verso il cancello, giù in fondo, mentre gridava il nome del suo assassino. Due spari a vuoto, due rivoltellate, lo fecero oscillare di terrore poi un colpo preciso alla schiena sembrò paralizzarlo, immobile, e subito dopo un colpo alla testa lo gettò a terra con la braccia spalancate e le mani che afferravano la neve di Pietrogrado, quel sabato16 dicembre del 1916.
Nessuno sapeva che l’impero aveva le ore contate nella sua capitale eppure tutti gli spettri del caos si radunarono proprio qui, nel palazzo principesco, mentre cominciava lentamente a schiarire tra la nebbia che saliva dalla Mojka e sembrava come sempre fabbricata direttamente dal canale. Alla stessa ora, oggi, “Piter” è addormentata e silenziosa come allora, non c’è più il poliziotto Vlasjuk nella garitta che corre al primo sparo coi suoi stivali di feltro, dalle finestrelle del seminterrato non si allarga più nel cortile la musica americana di Yankee Doodle suonata dal grammofono dell’inganno, se n’è andato il profumo di marsala e madera della festa omicida. Soprattutto da cent’anni non c’è più Grigorij Efimovic Rasputin, il “santo diavolo”, lo “starez di Dio”, il “monaco nero” che è venuto a morire qui insieme con la dinastia imperiale, assassinato tra un sabato e una domenica nella notte sospesa sulla rivoluzione, in agguato alle porte della città magica.
Quel delitto è l’antecedente di ogni cosa perché è una vendetta e una ribellione ma anche un esercizio mistico, una specie di colpo di Stato, un sacrificio politico. È una predizione, un’evocazione, una rappresentazione. C’è una dinastia reale estenuata dall’autocrazia impotente dello Zar Nicolaj II e dalla nevrastenia religiosa della zarina, che separano la Corona dal Paese e la Corte dal suo tempo, togliendole ogni autonomia fino allo smarrimento. C’è la tempesta politica prossima ventura che si annuncia e ribolle nelle fabbriche e al fronte, pronta a ideologizzare l’anima russa appassionata, confiscandola. E c’è lui, il contadino siberiano semi-analfabeta, uomo di Dio nell’anima e peccatore nel corpo, sedicente guaritore e sicuramente incantatore, capace di coniugare fede lussuria e profezia nel fanatismo settario dei monaci “flagellanti”. Ma pronto soprattutto a raccogliere nelle sue grandi mani spalancate e negli occhi color dei fiori di lino l’angoscia da fine-di-mondo che pesava sui sovrani e sull’impero, intercettando il sentimento dell’apocalisse e trasformandolo in tecnica di regno e di governo.
Quando entrò nel palazzo degli imperatori Rasputin aveva 36 anni, la barba arruffata, i capelli lunghi, sporchi e scuri, pantaloni e stivali da contadino, giubba di tela legata con un cordone. Ma la fama del taumaturgo gli aprì le porte di una reggia abituata a trasformare la fede in superstizione devota, in un Paese in cui spesso le chiese nascono sui siti degli idoli pagani e San Basilio sorge nel luogo dove regnava Perùn terribile, dio del fulmine e del tuono. La Corte è il punto di congiunzione dei misteri e delle premonizioni che li anticipano nell’angoscia, perché è il luogo dove regna questa sospensione magica e sacra della realtà, nell’attesa di un vaticinio perenne, soprattutto da quando Alix, l’imperatrice Aleksandra Fedorovna, non riesce a dare alla Russia un pretendente maschio ma solo femmine, quattro, Olga, Tatjana, Marija e Anastasija.
Ecco allora che arrivano nell’appartamento della zarina l’idiota beato Mitja, chiaroveggente scalzo, Matrjona profetessa stracciona, Darja santa pazza e bestemmiatrice, il curatore tibetano Badmajeff, monsieur Philippe occultista cristiano che quando si mette il cappello diventa invisibile, ma produce solo una gravidanza isterica, nonostante regali alla zarina un’icona coi campanelli che suonano quando si avvicina uno spirito maligno. Solo dopo un pellegrinaggio di tutta la famiglia col treno imperiale all’eremo di Sarov per pregare davanti alle reliquie di San Serafim, lunedì 30 luglio 1904 all’1,15 del pomeriggio nasce Aleksej, lo zarevic, erede al trono dei Romanov.
Segue nelle pagine successive
Col parto atteso da tutta la Russia Alix ha salvato la dinastia ma ha condannato suo figlio, perché gli ha trasmesso l’emofilia tedesca di famiglia, allora incurabile, tanto che la malattia dello zarevic viene subito circondata da un segreto di Stato malinconico e cupo protetto dal marinaio Derevenko che lo segue ad ogni passo per prevenire cadute, urti, ematomi e lividi capaci di degenerare. Finché Rasputin nell’autunno del 1907 entra nella stanza del bambino imperiale senza luce elettrica, si inginocchia come in chiesa sotto i lumi delle icone, accarezza la mano del piccolo zarevic, lo calma raccontandogli la storia siberiana del cavallo gobbo e del cavaliere senza gambe e infine annuncia ai sovrani che crescendo Aleksej guarirà completamente, vincendo la malattia. Per la prima volta Alix, l’imperatrice, si inchina a baciare la mano del santo contadino.
«Ho fatto la conoscenza d’un Uomo di Dio, di nome Grigorij, della provincia di Tobolsk», scriverà lo Zar il giorno dopo, ed è la prima traccia di un affidamento al taumaturgo delle due anime regnanti ma smarrite, e di un impossessamento graduale ma impetuoso di una sovranità esausta da parte del monaco, che in pochi anni dalle faccende familiari passerà alle questioni religiose, agli affari di Stato, alle vicende diplomatiche, alle scelte di guerra, alle nomine dei vescovi e dei ministri. Salito al trono senza essere preparato, il sovrano regna senza passione («gli manca qualcosa nel ventre», dice l’aristocrazia pietroburghese) rifiutando i riti di Corte, cercando rifugio e sollievo solo nella famiglia che vive ormai quasi sempre nel palazzo Aleksandr a Zarskoe Selo, dove Alix e Nikolaj erano rimasti soli per la prima volta dopo le nozze, dove lei ogni sera nel budoir tra i fiori freschi avvertiva il suo arrivo nel corridoio quando il lampadario incominciava a tintinnare.
Nel castello rimbalzano le voci dei miracoli dello starez nei villaggi e nei campi, durante il pellegrinaggio che lo ha portato a Pietrogrado: ha espulso il diavolo da una monaca, ha guarito le mandrie, ha sospeso la pioggia per tre mesi. La zarina ha bisogno di sentirlo vicino, di chiamarlo quando il figlio sta male, di affidargli l’angoscia per un destino che sta declinando, di decifrare la catastrofe sconosciuta che li sta sovrastando. Quando lo Zar diventa comandante in capo dell’esercito in guerra con la Germania, lei gli affida una striscia di stoffa che l’uomo di Dio ha impregnato col suo fluido. Quando Nikolaj deve avere un colloquio delicato, gli ricorda di passarsi tra i capelli, prima, il pettine che gli ha regalato Rasputin. E attorno al castello crescono i sospetti, le invidie, le maldicenze, soprattutto adesso che lo Zar sta al quartier generale militare di Mogilev e gli affari di Stato finiscono nella stanza della zarina, con il parere, i veti e il visto di padre Grigorij.
«Tra queste dita — si vantava Rasputin — io tengo l’impero russo». E aveva ragione. Come in una corte stregata, un monaco analfabeta dall’istinto animale decideva di cambiare il capo del governo, di sostituire il ministro dell’Interno, di nominare il direttore della polizia, di selezionare i candidati alle cariche pubbliche scrutandoli negli occhi, di suggerire le scelte dello Zar: «Quest’uomo è amato da Dio, puoi procedere». «Fermati e caccialo, sento puzza di diavolo». Con il deperimento della sovranità regale, i rovesci dell’esercito in guerra, una serie di governi che procedevano come nella favola russa il cigno, il gambero e il luccio — l’uno verso l’alto, uno indietro, uno verso il fondo — la capacità di scelta e di decisione del monaco di Dio diventava l’unica certezza. Ecco perché ogni mattina, tornando da messa ad Afonskoje Podvorje il contadino trovava l’anticamera piena di soldati, ragazze, banchieri, politici, infermi venuti fin qui in via Gorochovaja 64, passati davanti al gabbiotto della portiera Gurolevna con le spie dell’Okhrana attorno al samovar di stagno nero, saliti al secondo piano per bussare alla porta dell’interno 20 (rossa oggi come allora) con una supplica, una raccomandazione, una benedizione, la speranza di un incontro mistico e sessuale, di una guarigione.
Alle 10 suonava il telefono che troneggiava nell’ingresso come nelle case dei ricchi (numero 646/46) e c’era una lunga conversazione col palazzo imperiale. Intanto il monaco distribuiva biscotti neri che le donne portavano via come reliquie sante nei fazzoletti di seta, insieme con la biancheria di padre Grigorij che volevano lavare personalmente, e lui le baciava tre volte sulla bocca. Poi si chiudeva con una di loro nello studio, sul divano di ferro con la spalliera sfondata e coperto da una pelliccia di volpe, davanti a una sola finestra, un tavolo con due sedie, le lampadki accese sotto le icone. Qui prendeva un bigliettino con la croce dal mucchio già pronto sulla scrivania («Fate quel che vi chiede, Cristo è risorto ») e lo consegnava alla supplicante come passepartout nel potere, in cambio di baci, carezze, sesso, denaro: o anche gratuitamente. Alle visitatrici dava appuntamento per domani, per il pomeriggio, per la sera, nelle salette riservate dell’hotel Astoria, di Villa Rodè, del Donon o di Jar o di Strelna dove la notte finiva all’alba con orge, bevute e le romanze cantate dagli zingari, immancabili. Ubriaco, ballava e raccontava la sua intimità con i sovrani, svelando quel potere arcano, superstizioso e materiale che lo faceva definire dal popolo “lo zar sopra lo Zar”.
Ciò che restava del potere istituzionale finì per ribellarsi. La famiglia Romanov era passata in pellegrinaggio da Nikolaj chiedendo inutilmente di liberare la Corona dall’umiliazione di Rasputin, la sorella della zarina, Ella, fu accompagnata in silenzio alla carrozza per aver osato criticare il Santo. Ma ormai lo scandalo di una reggia plagiata e sottomessa divampava ben oltre la corte. Disegni osceni della sovrana con Rasputin, chiacchiere, allusioni inquietano l’Imperatrice Madre. Fino al primo giorno di ottobre, quando alla Duma va in scena l’indicibile: «Il nome della zarina viene ripetuto sempre più spesso insieme a quello di delinquenti che la accompagnano — accusa il deputato d’opposizione Pavel Miljukov — Che cos’è, stupidità o tradimento? » Ancora più pesante l’attacco del deputato Puriskevic, monarchico, il 19 novembre: «Porto ai piedi del trono l’amarezza delle masse russe e dei soldati al fronte per i ministri diventati marionette in mano a Rasputin e all’Imperatrice, che è rimasta tedesca sul trono russo, estranea al Paese e al popolo».
Frastornato, braccato, il contadino prova a rassicurare lo Zar con un biglietto: «Dio vi darà forza, vostra è la vittoria, vostra la nave, nessuno ha il potere di salire a bordo». Ma lo Zar sente la pressione esterna, e anche quella interna alla famiglia dove il “Nostro Amico”, come lui e Alix lo chiamano, pesa sempre di più. «Tutti ti ingannano — gli dice in quel mese il Granduca Nikolaj Michailovic — anche tua moglie ti ama appassionatamente ma sbaglia per i perfidi inganni di chi la circonda, e quel che esce dalle sue labbra è frutto di un’abile mistificazione, non di verità». Il 10 novembre l’Imperatore vede il suo nuovo primo ministro, Aleksej Trepov, fischiato dalla Duma in piedi. Decide di sacrificare l’odiato ministro dell’Interno Protopopov, protetto da Rasputin. Scrive alla moglie che il cambiamento è ormai indispensabile: «Solo ti prego di non coinvolgere il Nostro Amico. La responsabilità è mia e desidero essere libero nella mia scelta». Ma Alix resiste, a difesa della santità dell’Intermediario e del suo cerchio ristretto di potere: «Ricorda ancora una volta che hai bisogno dell’acume, delle preghiere e dei consigli del Nostro Amico. Ah caro, prego con fervore Dio perché ti illumini e ti faccia capire che lui è la nostra salvezza». Il ministro resterà al suo posto, nelle mani del contadino.
Ma ormai circolano piani governativi, ecclesiastici, parlamentari con un unico obiettivo: uccidere Rasputin per salvare la Russia. Strangolarlo o avvelenarlo? Rapirlo e poi pugnalarlo in auto? Assalirlo a casa di una delle sue amanti? Narcotizzarlo, sopprimerlo e seppellirlo nella neve? Usare le rivoltelle di mariti gelosi e farli irrompere in casa, com’è già avvenuto? Intanto il colonnello Komissarov porta sul tavolo del ministro cinque diverse polveri velenose e ne sceglie una letale, dopo averla sperimentata su un gatto. La corda che lega insieme Zar, governo, Dio e il monaco è tesa fino all’inverosimile, sta per spezzarsi. «Finché vivrò io, vivrà anche la famiglia imperiale — prova a esorcizzare la catastrofe Rasputin, e non si accorge che è una profezia — Ma con la mia fine perirà anch’essa». E il nodo si scioglie a metà novembre, quando proprio dall’interno della famiglia imperiale nasce il progetto di morte che diventa realtà. È infatti un principe- conte direttamente imparentato con lo Zar la mente dell’assassinio. Feliks Jusupov aveva trent’anni, secondo la zarina assomigliava a un bellissimo paggio, discendeva da dignitari del Khan Tamerlano e dal camerlengo di Pietro il Grande, ma soprattutto aveva sposato Irina Aleksandrovna, nipote dello Zar. L’aristocrazia frustrata dal monaco-contadino, il suo successo in società, la vergogna delle sue orge sessuali, il pervertimento della fede cristiana, la sottomissione indecente degli Imperatori, tutto si congiungeva per Felix in un piano eroico di ribellione, vendetta e riscatto: bisognava eliminare Rasputin. Il principe cercò il nemico pubblico dello
starez, il deputato Periskevic, che lo odiava per non essere diventato ministro e lo aveva attaccato alla Duma. Trovarono facilmente un’intesa, e il parlamentare arruolò il medico polacco Lazovert e l’ufficiale di cavalleria Suchotin. Il principe portò nell’operazione il suo migliore amico, il Granduca Dmitrij Pavlovic, luogotenente nel terzo reggimento di cavalleria della Guardia, in modo di garantire all’intero complotto quella speciale immunità che discendeva dai membri della Casa imperiale, svincolati dalla giustizia ordinaria, soggetti solo allo Zar.
Andarono in giro per Pietroburgo di notte e di mattino, cercando un luogo per gettare poi il corpo facendolo scomparire, trasformarono lo scantinato di palazzo Jusupov — che ancora oggi ha lo stesso pavimento di pietra, il soffitto a volta, due finestrelle basse — in una sala da pranzo con lanterne dai vetri colorati, un tavolo e un armadio intarsiato (con gioco di specchi, colonne, cassetti segreti) e un salotto con tappeti persiani, ricche tende e una pelle d’orso. Coi guanti di caucciù il dottore fece in polvere il cianuro di potassio e infarcì i petit four rosa, poi versò da una fiala il veleno in due calici di vino su quattro. Feliks aveva da tempo avvicinato Rasputin, fingendo di avere dolori al petto e lasciandosi imporre le mani, e soprattutto gli disse che sua moglie Irina — probabilmente la donna più bella di tutta la capitale — voleva finalmente conoscerlo. Tutto era ormai pronto. A mezzanotte del 16 dicembre il dottor Lazovert si vestì da chaffeur e portò il principe imbacuccato in una lunga pelliccia di renna e un berretto nero a prendere il santo contadino. Salì al buio dalla scala di servizio, lo trovò vestito con una camicia di seta azzurra con disegni di fiordalisi, probabilmente regalo della zarina. Scesero nel buio e Rasputin si appoggiò al braccio del suo assassino. Alle loro spalle, nello stipite della porta del monaco divino adesso è infilato un ritratto della famiglia imperiale, incrociando quei destini lungo tutto il secolo.
Irina era rimasta in Crimea, terrorizzata dal piano che la voleva come esca. Mentre il principe Feliks e lo starez scendevano dalla scala a chiocciola nello scantinato, i quattro complici al primo piano azionarono il grammofono parlando a voce alta, fingendo la coda di una festa con gli invitati che stavano per andarsene. Aspettando Irina, Grigorij prese dal vassoio del principe i pasticcini avvelenati, bevve due coppe di madera col cianuro. Forse le dosi erano sbagliate, forse i tempi erano calcolati male. Terrorizzato, Feliks lo guardava bere e mangiare senza crollare, cominciava a credere nelle leggende stregonesche, non riusciva a reggere lo sguardo del Santo e trovò una scusa per salire al piano di sopra. Prese la rivoltella del Granduca e scese tenendola dietro la schiena. «Sto guardando questo strano armadio», stava dicendo Rasputin in piedi di spalle. «Faresti meglio a guardare il crocefisso e dire una preghiera», gli rispose il principe puntando l’arma. Il contadino si voltò, in tempo per urlare mentre Jusupov sparava e poi cadde a terra sulla pelliccia d’orso.
Scesero tutti, guardarono il vero padrone di Pietrogrado che agonizzava, spensero la luce e chiusero la porta a chiave. Ma poi il principe scese di nuovo, tastò il polso al monaco e con orrore vide aprirsi l’occhio sinistro, quindi il destro, fissi su di lui. E improvvisamente Rasputin balzò in piedi con la bava alla bocca cercando di afferrare il suo assassino per la gola, fino a quando strappò una spallina dalla giacca del principe, cadde a terra, si trascinò carponi sulla scala a chiocciola rantolando. Feliks gridò chiedendo aiuto, tutti uscirono, Puriskevic esplose i primi due colpi fallendo il bersaglio, poi due proiettili (forse del Granduca, esperto di armi) centrarono lo starec alla schiena e alla testa. Incredibilmente, Rasputin era ancora vivo e allora il principe lo colpì più volte con uno sfollagente pesante, in una furia parossistica che sembrava riunire sul cadavere tutte le maledizioni di tutti i nemici per anni impotenti del monaco santo.
Lo avvolsero in un telo, legato con la fune, lo caricarono sulla limousine Delaunay-Belleville del Granduca, a ogni curva il cadavere sembrava sobbalzare e uno di loro si sedette sopra fino al ponte Petrovskij (ancora oggi poco illuminato e deserto a quell’ora) dove lo gettarono in un buco aperto nel ghiaccio, insieme con uno stivale che si era sfilato dal corpo in macchina. Lo trovarono tre giorni dopo. Prima una sovrascarpa, che le figlie dello starec riconobbero. Poi il cadavere gonfio con la camicia ghiacciata nella Malaja Nevka, le mani gelate verso il cielo. Ci fu un funerale segreto davanti alla famiglia imperiale, con la bara di zinco sepolta nella crociera della chiesa in costruzione a Zarskoe Selo, dedicata a San Serafim che aveva previsto sangue e disgrazie per l’inizio del secolo russo. Oggi una croce di legno ricorda il posto, una piccola custodia di ferro piegato a mano ripara dalla neve i lumini che sembrano ardere da allora. «Che cosa posso fare? Solo pregare e pregare — dirà la zarina al marito — Anche il Nostro caro Amico dall’aldilà prega per te. Quindi è ancora più vicino a noi. E tuttavia che voglia ho di sentire la sua voce rasserenante e incoraggiante…». La sentirà in sogno con l’ultima terribile profezia: «Vi bruceranno sul rogo».
La storia e la leggenda si contendono il finale. Finché il capitano Klimov dopo la rivoluzione porta i suoi uomini nella cappella: scoperchiano la tomba, aprono la bara cercando preziosi, trovano un’icona con la firma della zarina e delle principesse e la mandano al Soviet della capitale. Poi il cadavere di Rasputin con le braccia in conserta viene trasportato in treno a Pietrogrado, camuffato nell’imballaggio da pianoforte. Un camion porta la bara sulla carrozzabile fuori città, nei boschi tra Lesnoe e Peskarjova lo posano su una catasta di legna, lo cospargono di benzina e lo bruciano tra le sette e le nove, disperdendo le ceneri nella neve e nel vento.
Ho cercato il posto del fuoco, dove l’onnipotenza del monaco diventa cenere della rivoluzione. Non riuscivo a trovarlo, la campagna russa incolta sembra tutta uguale, sul limitare indistinto del bosco che mi avevano indicato veniva il buio, interrotto dal bianco delle betulle. Poi è passato un contadino seduto sul bordo di un carro tirato da una coppia di buoi che tornavano a casa. Si è tolto il cappello, ha fatto tre volte il segno della croce. Lui sapeva, cent’anni dopo. Il santo diavolo era lì per sempre, come la Russia eterna.
La Stampa 9.12.16
La Commedia e le bugie di Montale
di Mario Baudino
Chi era costui?
Tre lettere inedite al grecista Manara Valgimigli, ovvero Eugenio Montale al suo meglio: cordiale, deferente, ironico, persino beffardo. Sono la trama sottile di un libro che segna la nascita della «De Piante», casa editrice fondata da Cristina Toffolo De Piante, Luigi Mascheroni e Angelo Crespi con scopi marcatamente inattuali: piccoli volumi, deliziosi, stampati benissimo in tiratura limitata su carta di pregio, sovracoperta d’artista. Questo Montale è una meraviglia. Il titolo, Non possiedo nemmeno una Divina Commedia, proviene da una delle lettere, dove il poeta più «dantesco» del nostro Novecento si smarca da un invito per una conferenza su Dante - siamo nel 1946 - adducendo la precarietà abitativa, la mancanza di libri, il troppo lavoro, il poco denaro. Chissà, forse Valgimigli si arrabbiò un poco.
Il poeta ritrovato
Nove anni dopo, aprile 1965, Montale lesse a Firenze un intervento fondamentale - e presente in tutte le biografie, montaliane e dantesche. Può essere riassunto in una frase: «Che la vera poesia abbia sempre il carattere di un dono e che pertanto essa presupponga la dignità di chi lo riceve, questo è forse il maggior insegnamento che Dante ci abbia lasciato». Ma il grecista, scomparso di lì a poco, in agosto, ormai aveva altri problemi.
La Commedia e le bugie di Montale
di Mario Baudino
Chi era costui?
Tre lettere inedite al grecista Manara Valgimigli, ovvero Eugenio Montale al suo meglio: cordiale, deferente, ironico, persino beffardo. Sono la trama sottile di un libro che segna la nascita della «De Piante», casa editrice fondata da Cristina Toffolo De Piante, Luigi Mascheroni e Angelo Crespi con scopi marcatamente inattuali: piccoli volumi, deliziosi, stampati benissimo in tiratura limitata su carta di pregio, sovracoperta d’artista. Questo Montale è una meraviglia. Il titolo, Non possiedo nemmeno una Divina Commedia, proviene da una delle lettere, dove il poeta più «dantesco» del nostro Novecento si smarca da un invito per una conferenza su Dante - siamo nel 1946 - adducendo la precarietà abitativa, la mancanza di libri, il troppo lavoro, il poco denaro. Chissà, forse Valgimigli si arrabbiò un poco.
Il poeta ritrovato
Nove anni dopo, aprile 1965, Montale lesse a Firenze un intervento fondamentale - e presente in tutte le biografie, montaliane e dantesche. Può essere riassunto in una frase: «Che la vera poesia abbia sempre il carattere di un dono e che pertanto essa presupponga la dignità di chi lo riceve, questo è forse il maggior insegnamento che Dante ci abbia lasciato». Ma il grecista, scomparso di lì a poco, in agosto, ormai aveva altri problemi.
La Stampa 9.12.16
Il paradosso della Costituzione
Difesa oggi dagli antipartito, 70 anni fa nel mirino degli “apolitici” dell’Uomo Qualunque. Bobbio li definiva il “pantano in cui finirà per impaludarsi il rinnovamento democratico”
di Giovanni De Luna
Il paradosso del referendum del 4 dicembre è questo: la Costituzione del 1948 è stata vittoriosamente difesa dalle forze politiche che ne hanno sempre criticato il carattere «comunista» (Berlusconi e la Lega) o denunciato la fissità «talmudica» (così Grillo, nel 2011 sul suo blog). Il paradosso è anche più evidente se lo si confronta con le polemiche che - tra il 1945 e il 1947 - accompagnarono il varo della Carta Costituzionale.
Allora, il passaggio dalla dittatura alla democrazia fu accolto con sospetto e diffidenza da una larga fetta dell’opinione pubblica, abituata da venti anni di fascismo a considerare la politica una pratica «inconcludente» e incline a guardare agli uomini dei partiti con la diJffidenza dovuta a chi svolgeva «non un’attività disinteressata al servizio della collettività e della nazione, cercando invece di procurare potere, ricchezza, privilegi a sé stesso, alla propria famiglia, fazione, clientela elettorale». Queste frasi - tratte da uno dei tanti rapporti dei carabinieri che allora funzionavano come oggi i sondaggi di opinione - fotografavano un diffuso sentimento «antipartito» che si tradusse negli impetuosi successi elettorali dell’Uomo Qualunque.
La nuova Repubblica
Anche tra le file del Partito d’Azione - al quale oggi viene attribuita la paternità della Costituzione - all’inizio la forma partito era vista con sospetto. La nuova Repubblica che nasceva dalla Resistenza avrebbe dovuto puntare direttamente sugli uomini (con un rinnovamento della classe dirigente) e sulle istituzioni (con un allargamento della partecipazione politica fondata sulle autonomie e sull’autogoverno). Lo scriveva un giovane Norberto Bobbio (non aveva ancora 40 anni): «Una responsabilità pubblica ciascuno può assumerla dentro o fuori dei partiti, secondo le sue capacità e le sue tendenze, e magari meglio fuori che dentro».
Ma proprio i suoi articoli di allora sul quotidiano Giustizia e Libertà ci consentono oggi di capire che intorno alla Costituzione la partita si giocò essenzialmente tra la politica e l’antipolitica, meglio - come si diceva a quel tempo - tra gli «apolitici» e gli uomini dei partiti. Il qualunquismo nascondeva dietro la maschera della «apoliticità» e dell’«indipendenza» una lotta senza quartiere ai partiti del Cln, giudicati come il lascito più significativo e più pericoloso della Resistenza. BJobbio lo diceva esplicitamente: «gli indipendenti […] non sono né indipendenti, né apolitici. Sono politici, ecco tutto, di una politica che non è quella dei comitati di liberazione o del fronte della Resistenza».
«Vizi tradizionali» italiani
L’«apoliticismo» (per Bobbio «l’indifferenza o addirittura l’irrisione per ogni pubblica attività in nome dell’imperioso dovere di lavorare senza ambizioni né distrazioni per la famiglia, per i figli e soprattutto per sé») si traduceva in una critica alla «politica di partito» che, scriveva, «lusinga e quindi rafforza inveterate abitudini, vizi tradizionali del popolo italiano, incoraggia gli ignavi, fa insuperbire gli ottusi e gli inerti [...], offre infine a tutti gli apolitici un motivo per allearsi, facendo di una folla di isolati una massa organica, se non organizzata, di persone che la pensano allo stesso modo e hanno di fronte lo stesso nemico [...] generando di nuovo quel pantano in cui finirà per impaludarsi lo sforzo di rinnovamento democratico dello Stato italiano».
Per gli uomini della Resistenza il nemico era quindi diventato quella «sorta di alleanza dei senza partito», «scettica di quello scetticismo che è proprio delle classi medie italiane», alimentata «da un dissenso di gusti, un disaccordo di stati d’animo, uno scontro di umori, una gara di orgogli, dai quali null’altro può derivare che invelenimento di passioni, impacci all’azione ricostruttrice».
La Carta strumentalizzata
Sembra che Bobbio parli proprio di quell’estremismo di centro che caratterizza oggi una parte della società italiana e un movimento come quello di Grillo. Allora fu un passaggio decisivo per l’approdo a una sua convinta adesione alla «democrazia dei partiti», frutto di una riflessione approfondita su un «modello», quello inglese, che, partendo dai capisaldi fondamentali delle origini (la divisione dei tre poteri, la monarchia costituzionale e il governo parlamentare), era stato in grado di rinnovarsi, spostando progressivamente verso il basso, verso il corpo elettorale, rappresentato e diretto dai partiti, il baricentro del sistema politico.
Le cifre del referendum del 4 dicembre ci dicono come l’elettorato dei movimenti più tipicamente antipartito (Cinque Stelle e Lega) abbia votato massicciamente per il No (l’80%), affiancato da una ristretta fascia di elettori appartenenti al Pd (23%) o alle varie sigle accampate alla sua sinistra. Essere salvata da quelli che volevano affossarla, adesso come nel 1948: da questo duplice paradosso cronologico la Costituzione esce come schiantata, degradata a puro pretesto, con una torsione innaturale che la espone, in futuro, a ogni tipo di uso strumentale.
Il paradosso della Costituzione
Difesa oggi dagli antipartito, 70 anni fa nel mirino degli “apolitici” dell’Uomo Qualunque. Bobbio li definiva il “pantano in cui finirà per impaludarsi il rinnovamento democratico”
di Giovanni De Luna
Il paradosso del referendum del 4 dicembre è questo: la Costituzione del 1948 è stata vittoriosamente difesa dalle forze politiche che ne hanno sempre criticato il carattere «comunista» (Berlusconi e la Lega) o denunciato la fissità «talmudica» (così Grillo, nel 2011 sul suo blog). Il paradosso è anche più evidente se lo si confronta con le polemiche che - tra il 1945 e il 1947 - accompagnarono il varo della Carta Costituzionale.
Allora, il passaggio dalla dittatura alla democrazia fu accolto con sospetto e diffidenza da una larga fetta dell’opinione pubblica, abituata da venti anni di fascismo a considerare la politica una pratica «inconcludente» e incline a guardare agli uomini dei partiti con la diJffidenza dovuta a chi svolgeva «non un’attività disinteressata al servizio della collettività e della nazione, cercando invece di procurare potere, ricchezza, privilegi a sé stesso, alla propria famiglia, fazione, clientela elettorale». Queste frasi - tratte da uno dei tanti rapporti dei carabinieri che allora funzionavano come oggi i sondaggi di opinione - fotografavano un diffuso sentimento «antipartito» che si tradusse negli impetuosi successi elettorali dell’Uomo Qualunque.
La nuova Repubblica
Anche tra le file del Partito d’Azione - al quale oggi viene attribuita la paternità della Costituzione - all’inizio la forma partito era vista con sospetto. La nuova Repubblica che nasceva dalla Resistenza avrebbe dovuto puntare direttamente sugli uomini (con un rinnovamento della classe dirigente) e sulle istituzioni (con un allargamento della partecipazione politica fondata sulle autonomie e sull’autogoverno). Lo scriveva un giovane Norberto Bobbio (non aveva ancora 40 anni): «Una responsabilità pubblica ciascuno può assumerla dentro o fuori dei partiti, secondo le sue capacità e le sue tendenze, e magari meglio fuori che dentro».
Ma proprio i suoi articoli di allora sul quotidiano Giustizia e Libertà ci consentono oggi di capire che intorno alla Costituzione la partita si giocò essenzialmente tra la politica e l’antipolitica, meglio - come si diceva a quel tempo - tra gli «apolitici» e gli uomini dei partiti. Il qualunquismo nascondeva dietro la maschera della «apoliticità» e dell’«indipendenza» una lotta senza quartiere ai partiti del Cln, giudicati come il lascito più significativo e più pericoloso della Resistenza. BJobbio lo diceva esplicitamente: «gli indipendenti […] non sono né indipendenti, né apolitici. Sono politici, ecco tutto, di una politica che non è quella dei comitati di liberazione o del fronte della Resistenza».
«Vizi tradizionali» italiani
L’«apoliticismo» (per Bobbio «l’indifferenza o addirittura l’irrisione per ogni pubblica attività in nome dell’imperioso dovere di lavorare senza ambizioni né distrazioni per la famiglia, per i figli e soprattutto per sé») si traduceva in una critica alla «politica di partito» che, scriveva, «lusinga e quindi rafforza inveterate abitudini, vizi tradizionali del popolo italiano, incoraggia gli ignavi, fa insuperbire gli ottusi e gli inerti [...], offre infine a tutti gli apolitici un motivo per allearsi, facendo di una folla di isolati una massa organica, se non organizzata, di persone che la pensano allo stesso modo e hanno di fronte lo stesso nemico [...] generando di nuovo quel pantano in cui finirà per impaludarsi lo sforzo di rinnovamento democratico dello Stato italiano».
Per gli uomini della Resistenza il nemico era quindi diventato quella «sorta di alleanza dei senza partito», «scettica di quello scetticismo che è proprio delle classi medie italiane», alimentata «da un dissenso di gusti, un disaccordo di stati d’animo, uno scontro di umori, una gara di orgogli, dai quali null’altro può derivare che invelenimento di passioni, impacci all’azione ricostruttrice».
La Carta strumentalizzata
Sembra che Bobbio parli proprio di quell’estremismo di centro che caratterizza oggi una parte della società italiana e un movimento come quello di Grillo. Allora fu un passaggio decisivo per l’approdo a una sua convinta adesione alla «democrazia dei partiti», frutto di una riflessione approfondita su un «modello», quello inglese, che, partendo dai capisaldi fondamentali delle origini (la divisione dei tre poteri, la monarchia costituzionale e il governo parlamentare), era stato in grado di rinnovarsi, spostando progressivamente verso il basso, verso il corpo elettorale, rappresentato e diretto dai partiti, il baricentro del sistema politico.
Le cifre del referendum del 4 dicembre ci dicono come l’elettorato dei movimenti più tipicamente antipartito (Cinque Stelle e Lega) abbia votato massicciamente per il No (l’80%), affiancato da una ristretta fascia di elettori appartenenti al Pd (23%) o alle varie sigle accampate alla sua sinistra. Essere salvata da quelli che volevano affossarla, adesso come nel 1948: da questo duplice paradosso cronologico la Costituzione esce come schiantata, degradata a puro pretesto, con una torsione innaturale che la espone, in futuro, a ogni tipo di uso strumentale.
La Stampa 9.12.16
Nel Medio Oriente in guerra la grande sconfitta è Riad
La monarchia saudita non riesce a riformarsi, il sunnismo rischia di frantumarsi. E in Francia cresce l’islamo-gauchismo
di Francesca Paci
C’erano una volta le piazze arabe, croce e delizia dei satrapi locali. Polverizzata dal disfacimento del mondo sunnita quell’icona non funziona più, ci dice Gilles Kepel: né come spettro d’unità trans-nazionale agitato contro l’Occidente né come il suo opposto rivoluzionario manifestatosi nel 2011. Il celebre islamista ha appena pubblicato in Francia il suo nuovo saggio La fracture (Gallimard) e ragiona dei cambiamenti in corso nella sponda Sud del Mediterraneo, un terremoto dai cui effetti non è e non resterà immune l’Europa.
Divamperà infine l’evocatissima guerra tra sunniti e sciiti?
«Quanto accaduto negli ultimi anni in Medio Oriente ha portato alla ribalta il confronto tra sunniti e sciiti a un livello tale da superare quello tradizionale tra Israele e mondo arabo musulmano. Nel mio recente viaggio in Israele sono stato al confine con la Siria, 40 km rimasti finora stabili. Oggi lì esistono tre frontiere: a Nord ci sono l’esercito di Damasco e Hezbollah, al centro c’è Al Nusra, ossia Al Qaeda, al Sud c’è Daesh. Sono tutti in guerra tra loro e nessuno attacca Israele, che di tanto in tanto apre le porte ai feriti anche per avere informazioni».
Il vero perdente di questa partita è il mondo arabo sunnita?
«Finora la geopolitica sciita nella regione si era mossa sull’asse Teheran, Baghdad, il Barhein e poi Damasco, con un po’ di appoggio dei russi che non avevano altra scelta. Dall’altra parte c’era il blocco sunnita, ossia gli arabi più la Turchia dei Fratelli Musulmani. Dopo le distruzioni arabe, come chiamo io le rivolte del 2011, questo secondo blocco si è andato sfaldando sotto la spinta dei Fratelli Musulmani, allora vincenti in Turchia, in Qatar, nell’Egitto di Morsi, in Tunisia e in parte nella Libia di Belhaj. Quando i Fratelli sono crollati in Egitto e sono retrocessi in Tunisia, dove, come nel Marocco di Benkirane, hanno capito di non poter fare a meno della borghesia laica e francesizzata, il Nord Africa ha preso una strada diversa da quella mediorientale: da una parte marocchini e i tunisini e dall’altra turchi, qatarini e gli esuli egiziani che in Europa, soprattutto in Francia, stanno portando avanti una forte offensiva culturale sui giovani. In mezzo c’è il riposizionamento dell’Egitto, il più grande paese sunnita che, sia pur per l’odio del presidente al Sisi contro Daesh e la Fratellanza, sta virando verso l’Iran: la conferma si è avuta recentemente a Baku, dove a un grande convegno dell’islam post sovietico e sciita ha partecipato l’università cairota di al Ahzar».
L’Iran cavalca gli eventi o ha un suo piano espansionista?
«I neo-con americani, ossessionati dalla responsabilità saudita nell’11 settembre, hanno sostenuto gli sciiti in Iraq spostando l’equilibrio nel campo sciita. È stato il primo colpo alla potenza sunnita e il dono involontario dei neo-con alla loro nemesi iraniana. Di fatto la sconfitta della rivolta sunnita in Iraq non è dipesa tanto dall’intervento militare della coalizione quanto dalla pressione delle masse sciite appoggiate da Hezbollah che ora, dopo aver lasciato ai sunniti le zone senza petrolio, controllano, insieme ai curdi, l’Iraq utile. È lì che inizia l’espansione iraniana. In Bahrein la popolazione sciita si è «iranizzata» dopo le rivolte del 2011 represse con l’aiuto dell’esercito di Riad (che attraversò il ponte tra i due Stati il lunedì per evitare l’imbottigliamento dei tank nel traffico dei sauditi diretti ai bordelli di Manama). La pressione dell’Iran sulla penisola araba è reale, ma si manifesta in un contesto preciso».
Che posto ha la guerra in Yemen in questo contesto?
«Un tempo in Yemen c’erano i sunniti al Sud e al Nord, sulle montagne, c’era lo zaydismo, una setta di tipo sciita ma vicina ai sunniti al punto da pregare negli stessi luoghi. Gradualmente la pressione del wahabismo sul Nord ha spinto gli zaydi tra le braccia dell’Iran dando avvio alla sciitizzazione della setta che poi ha preso il nome della sua famiglia più importante, gli Houti. Oggi gli Houti sono una sorta di Hezbollah yemenita che si serve delle stesse tattiche mordi e fuggi per sfidare non Israele ma Riad. Il principe saudita Bin Salman ha tentato di costruire la sua legittimità con un’azione contro gli Houti e ora lì c’è una guerra ignorata dai media ma tremenda. Quando poi al Sisi è andato al potere Riad ha sperato che emulasse Nasser e mandasse l’esercito in Yemen, ma il presidente egiziano ha rifiutato».
La crisi del mondo sunnita corrisponde con la crisi del Golfo?
«Con il crollo del prezzo del petrolio la situazione interna in Arabia Saudita si è aggravata, l’ultima crisi nel settore costruzioni ha visto licenziare stranieri ma anche sauditi. Il “sistema Golfo”, che dal 1973 ha fatto perno su Riad fungendo da motore economico del mondo sunnita, ha ora un problema di distribuzione della rendita a cui è legata anche la retromarcia egiziana. Credo che il greggio non tornerà mai a quota 100 dollari, l’unica con cui i sauditi potevano far girare il meccanismo. Oggi Riad vede allontanarsi da un lato il Nord Africa e dall’altro la Fratellanza, centrata su Ankara e Doha. L’icona della perdita di potere dei sunniti è Aleppo, la caduta di Aleppo sarà la consacrazione della sconfitta saudita. Sullo sfondo c’è l’altra grande sfida: la “visione 2030” di Bin Salman che ambisce a modernizzare il Paese creando una borghesia lavoratrice ha un grosso limite, la sue riforme sono di sostanza ed è difficile farle coincidere con la permanenza del wahabismo. Il grande dramma del Medio Oriente è insomma la frammentazione del sunnismo attraverso l’agenda dei Fratelli Musulmani, il crollo del petrolio, il nazionalismo curdo, la nuova alterigia americana verso i sauditi dovuta allo shale oil. La situazione è grave ma attenzione, sebbene i sunniti stiano perdendo la massa demografica a lungo termine è sunnita».
Che partita gioca la Turchia?
«Per ragioni non chiare anche Ankara sta virando sulla Russia. Il sunnismo turco si è sempre mosso su due assi, quello di Erbakan, che non prendeva la borghesia, e quel mix di Fratellanza e non Fratellanza rappresentato da Erdogan e Gülen che invece ha portato al potere l’Akp. Ora però Erdogan vuole eliminare Gülen e per farlo ha rispolverato l’alleanza tra Fratellanza e nazionalismo turco. Come? Con la questione curda, perché da un lato molti gulenisti come Said Nursi sono curdi e dall’altro il tema cementa il nazionalismo. Per questo per Erdogan i curdi sono oggi la priorità assoluta, assai più della caduta di Assad. Si dice che la svolta sia avvenuta a marzo, quando i servizi turchi hanno scoperto che delle armi date dall’America ai curdi siriani erano passate ai curdi del Pkk e hanno deciso di orientarsi verso i russi».
L’asse tra Riad e Russia è solo tattico o può essere strategico?
«Nulla è detto, perché c’è una convergenza tra russi e sauditi sul prezzo del petrolio, i due Paesi sono alleati contro gli americani. Quanto al suo fronte interno, Mosca ha usufruito delle debolezze dell’Occidente, l’Europa divisa, la Francia senza Presidente, l’Italia confusa, la Brexit, l’opinione pubblica occidentale sedotta dal “putinismo”, ma sotto sotto il Pil russo è pari a quello spagnolo, meno di quelli francese e italiano. Putin è un giocatore ma sul lungo termine i fondamentali economici e politici non ci sono. Gli resta l’alleanza con l’Iran che comunque ha una sua base, perché il nemico islamico di Putin è la Cecenia sunnita, lo spettro russo».
L’Europa che fa, sta a guardare?
«La maggiore sfida dei prossimi anni è la ricostruzione dell’Europa. L’Europa ha sempre funzionato con il motore franco-tedesco, l’arrivo della Gran Bretagna in qualche modo è stato disfunzionale. Chissà che la Brexit non possa servire a rimettere in moto l’ingranaggio. Poi c’è il Medio Oriente, dove bisognerà capire se la debolezza dell’Arabia Saudita si tradurrà in un ridimensionamento del pensiero salafita. Quest’ultima è una questione che riguarda il Medio Oriente ma anche noi, perché quel modo di pensare l’islam che rifiuta la mescolanza con la società europea è terribile, soprattutto in Francia, dove si fonde con la frustrazione sociale delle periferie generando quella forma di nuova rivendicazione che io chiamo “islamo-gauchismo”».
Nel Medio Oriente in guerra la grande sconfitta è Riad
La monarchia saudita non riesce a riformarsi, il sunnismo rischia di frantumarsi. E in Francia cresce l’islamo-gauchismo
di Francesca Paci
C’erano una volta le piazze arabe, croce e delizia dei satrapi locali. Polverizzata dal disfacimento del mondo sunnita quell’icona non funziona più, ci dice Gilles Kepel: né come spettro d’unità trans-nazionale agitato contro l’Occidente né come il suo opposto rivoluzionario manifestatosi nel 2011. Il celebre islamista ha appena pubblicato in Francia il suo nuovo saggio La fracture (Gallimard) e ragiona dei cambiamenti in corso nella sponda Sud del Mediterraneo, un terremoto dai cui effetti non è e non resterà immune l’Europa.
Divamperà infine l’evocatissima guerra tra sunniti e sciiti?
«Quanto accaduto negli ultimi anni in Medio Oriente ha portato alla ribalta il confronto tra sunniti e sciiti a un livello tale da superare quello tradizionale tra Israele e mondo arabo musulmano. Nel mio recente viaggio in Israele sono stato al confine con la Siria, 40 km rimasti finora stabili. Oggi lì esistono tre frontiere: a Nord ci sono l’esercito di Damasco e Hezbollah, al centro c’è Al Nusra, ossia Al Qaeda, al Sud c’è Daesh. Sono tutti in guerra tra loro e nessuno attacca Israele, che di tanto in tanto apre le porte ai feriti anche per avere informazioni».
Il vero perdente di questa partita è il mondo arabo sunnita?
«Finora la geopolitica sciita nella regione si era mossa sull’asse Teheran, Baghdad, il Barhein e poi Damasco, con un po’ di appoggio dei russi che non avevano altra scelta. Dall’altra parte c’era il blocco sunnita, ossia gli arabi più la Turchia dei Fratelli Musulmani. Dopo le distruzioni arabe, come chiamo io le rivolte del 2011, questo secondo blocco si è andato sfaldando sotto la spinta dei Fratelli Musulmani, allora vincenti in Turchia, in Qatar, nell’Egitto di Morsi, in Tunisia e in parte nella Libia di Belhaj. Quando i Fratelli sono crollati in Egitto e sono retrocessi in Tunisia, dove, come nel Marocco di Benkirane, hanno capito di non poter fare a meno della borghesia laica e francesizzata, il Nord Africa ha preso una strada diversa da quella mediorientale: da una parte marocchini e i tunisini e dall’altra turchi, qatarini e gli esuli egiziani che in Europa, soprattutto in Francia, stanno portando avanti una forte offensiva culturale sui giovani. In mezzo c’è il riposizionamento dell’Egitto, il più grande paese sunnita che, sia pur per l’odio del presidente al Sisi contro Daesh e la Fratellanza, sta virando verso l’Iran: la conferma si è avuta recentemente a Baku, dove a un grande convegno dell’islam post sovietico e sciita ha partecipato l’università cairota di al Ahzar».
L’Iran cavalca gli eventi o ha un suo piano espansionista?
«I neo-con americani, ossessionati dalla responsabilità saudita nell’11 settembre, hanno sostenuto gli sciiti in Iraq spostando l’equilibrio nel campo sciita. È stato il primo colpo alla potenza sunnita e il dono involontario dei neo-con alla loro nemesi iraniana. Di fatto la sconfitta della rivolta sunnita in Iraq non è dipesa tanto dall’intervento militare della coalizione quanto dalla pressione delle masse sciite appoggiate da Hezbollah che ora, dopo aver lasciato ai sunniti le zone senza petrolio, controllano, insieme ai curdi, l’Iraq utile. È lì che inizia l’espansione iraniana. In Bahrein la popolazione sciita si è «iranizzata» dopo le rivolte del 2011 represse con l’aiuto dell’esercito di Riad (che attraversò il ponte tra i due Stati il lunedì per evitare l’imbottigliamento dei tank nel traffico dei sauditi diretti ai bordelli di Manama). La pressione dell’Iran sulla penisola araba è reale, ma si manifesta in un contesto preciso».
Che posto ha la guerra in Yemen in questo contesto?
«Un tempo in Yemen c’erano i sunniti al Sud e al Nord, sulle montagne, c’era lo zaydismo, una setta di tipo sciita ma vicina ai sunniti al punto da pregare negli stessi luoghi. Gradualmente la pressione del wahabismo sul Nord ha spinto gli zaydi tra le braccia dell’Iran dando avvio alla sciitizzazione della setta che poi ha preso il nome della sua famiglia più importante, gli Houti. Oggi gli Houti sono una sorta di Hezbollah yemenita che si serve delle stesse tattiche mordi e fuggi per sfidare non Israele ma Riad. Il principe saudita Bin Salman ha tentato di costruire la sua legittimità con un’azione contro gli Houti e ora lì c’è una guerra ignorata dai media ma tremenda. Quando poi al Sisi è andato al potere Riad ha sperato che emulasse Nasser e mandasse l’esercito in Yemen, ma il presidente egiziano ha rifiutato».
La crisi del mondo sunnita corrisponde con la crisi del Golfo?
«Con il crollo del prezzo del petrolio la situazione interna in Arabia Saudita si è aggravata, l’ultima crisi nel settore costruzioni ha visto licenziare stranieri ma anche sauditi. Il “sistema Golfo”, che dal 1973 ha fatto perno su Riad fungendo da motore economico del mondo sunnita, ha ora un problema di distribuzione della rendita a cui è legata anche la retromarcia egiziana. Credo che il greggio non tornerà mai a quota 100 dollari, l’unica con cui i sauditi potevano far girare il meccanismo. Oggi Riad vede allontanarsi da un lato il Nord Africa e dall’altro la Fratellanza, centrata su Ankara e Doha. L’icona della perdita di potere dei sunniti è Aleppo, la caduta di Aleppo sarà la consacrazione della sconfitta saudita. Sullo sfondo c’è l’altra grande sfida: la “visione 2030” di Bin Salman che ambisce a modernizzare il Paese creando una borghesia lavoratrice ha un grosso limite, la sue riforme sono di sostanza ed è difficile farle coincidere con la permanenza del wahabismo. Il grande dramma del Medio Oriente è insomma la frammentazione del sunnismo attraverso l’agenda dei Fratelli Musulmani, il crollo del petrolio, il nazionalismo curdo, la nuova alterigia americana verso i sauditi dovuta allo shale oil. La situazione è grave ma attenzione, sebbene i sunniti stiano perdendo la massa demografica a lungo termine è sunnita».
Che partita gioca la Turchia?
«Per ragioni non chiare anche Ankara sta virando sulla Russia. Il sunnismo turco si è sempre mosso su due assi, quello di Erbakan, che non prendeva la borghesia, e quel mix di Fratellanza e non Fratellanza rappresentato da Erdogan e Gülen che invece ha portato al potere l’Akp. Ora però Erdogan vuole eliminare Gülen e per farlo ha rispolverato l’alleanza tra Fratellanza e nazionalismo turco. Come? Con la questione curda, perché da un lato molti gulenisti come Said Nursi sono curdi e dall’altro il tema cementa il nazionalismo. Per questo per Erdogan i curdi sono oggi la priorità assoluta, assai più della caduta di Assad. Si dice che la svolta sia avvenuta a marzo, quando i servizi turchi hanno scoperto che delle armi date dall’America ai curdi siriani erano passate ai curdi del Pkk e hanno deciso di orientarsi verso i russi».
L’asse tra Riad e Russia è solo tattico o può essere strategico?
«Nulla è detto, perché c’è una convergenza tra russi e sauditi sul prezzo del petrolio, i due Paesi sono alleati contro gli americani. Quanto al suo fronte interno, Mosca ha usufruito delle debolezze dell’Occidente, l’Europa divisa, la Francia senza Presidente, l’Italia confusa, la Brexit, l’opinione pubblica occidentale sedotta dal “putinismo”, ma sotto sotto il Pil russo è pari a quello spagnolo, meno di quelli francese e italiano. Putin è un giocatore ma sul lungo termine i fondamentali economici e politici non ci sono. Gli resta l’alleanza con l’Iran che comunque ha una sua base, perché il nemico islamico di Putin è la Cecenia sunnita, lo spettro russo».
L’Europa che fa, sta a guardare?
«La maggiore sfida dei prossimi anni è la ricostruzione dell’Europa. L’Europa ha sempre funzionato con il motore franco-tedesco, l’arrivo della Gran Bretagna in qualche modo è stato disfunzionale. Chissà che la Brexit non possa servire a rimettere in moto l’ingranaggio. Poi c’è il Medio Oriente, dove bisognerà capire se la debolezza dell’Arabia Saudita si tradurrà in un ridimensionamento del pensiero salafita. Quest’ultima è una questione che riguarda il Medio Oriente ma anche noi, perché quel modo di pensare l’islam che rifiuta la mescolanza con la società europea è terribile, soprattutto in Francia, dove si fonde con la frustrazione sociale delle periferie generando quella forma di nuova rivendicazione che io chiamo “islamo-gauchismo”».
La Stampa 9.12.16
Così il Marocco usa l’Islam per combattere la jihad
Quaderni religiosi e riforma dei testi scolastici contro l’estremismo
di Rolla Scolari
Contrastare l’ideologia dello Stato islamico, indebolirla con la diffusione dell’Islam tradizionale, quello di casa, moderato e istituzionalizzato. Questo in Marocco è l’obiettivo degli ulema - esperti di scienze religiose - vicini al re Mohammed VI.
Questi teologi costruiscono ed esportano, verso l’Africa e verso l’Europa, un tipo particolare di soft power: quello religioso.
L’ultima di una serie di iniziative è stata presentata a novembre dalla Rabita Mohammadia, importante organizzazione di ulema in Marocco, sostenuta dal sovrano: una collana di «quaderni scientifici», pubblicata sul sito della Rabita. Guerra santa, dal Califfato allo Stato, la tassa imposta in passato nelle terre d’Islam ai non musulmani sono alcuni temi trattati, che mirano a decostruire l’uso strumentale che gli estremisti islamici fanno di questi concetti per giustificare violenze. In ritardo sull’inizio delle lezioni sono inoltre arrivati tra i banchi i manuali revisionati di educazione religiosa per le scuole pubbliche. Per lungo tempo nel Paese si è dibattuto su una riforma di questi testi, ora corretti con l’eliminazione dei passi considerati più «radicali» (anche se per molti laici si tratta di emendamenti «cosmetici»).
Il re Mohammed VI, che rivendica un legame diretto con il Profeta Maometto ed è definito Amir al-Mu’minin, guida dei fedeli, ha investito in una strategia che integri sicurezza ed educazione, con il tentativo di rafforzare un Islam tradizionale e moderato dopo gli attentati che a Casablanca causarono nel 2003 la morte di 45 persone.
Il 21 agosto, il re ha tenuto un discorso stranamente poco valorizzato da quelle autorità europee alla costante ricerca di un «interlocutore musulmano moderato». Si è rivolto ai 5 milioni di marocchini della diaspora, chiedendo loro «davanti alla proliferazione dell’oscurantismo diffuso in nome della religione» di restare attaccati alle «proprie tradizioni secolari e ai valori della loro religione», nella forma dell’Islam di casa propria.
La stesura dei «quaderni scientifici» e la riforma dei manuali scolastici sono state supervisionate da Ahmad Abbadi, segretario generale della Rabita Mohammadia, che ha parlato di un «approccio integrato» tra sicurezza ed educazione. In Marocco, lo chiamano «Signor Interreligione», perché faccia del soft power religioso in patria e all’estero. E non è un caso che sia stata proprio la rivista francofona «Jeune Afrique» a dedicargli un ritratto, presentandolo come «il predicatore di Mohammed VI». È infatti anche grazie all’opera di Abbadi che il re ha fatto della religione uno degli elementi fondativi della diplomazia del Marocco nel mondo, soprattutto in Africa, ma anche in Europa. Rabat punta al ritorno nell’Unione africana, abbandonata nel 1984 dopo la proclamazione da parte del Fronte Polisario dell’indipendenza della Repubblica Sahrawi. L’Islam moderato è diventato un brand da esportare per il regno, dove si parla sui media di «Islam del giusto mezzo». Il re, dopo aver inaugurato nel 2015 l’Istituto Mohammed VI per la formazione degli imam - vi studiano anche imam europei - ha creato nel 2016 la Fondazione degli ulema africani. Sono già un centinaio per esempio gli studenti arrivati in Marocco dal Mali, Stato dell’Africa occidentale con un radicato problema di fondamentalismo, e in cui la presenza di estremisti islamici non è stata debellata neppure attraverso la presenza militare francese. Negli ultimi mesi, Mohammed VI ha viaggiato in Rwanda, Tanzania, Senegal, Etiopia, Nigeria. In zone musulmane come Zanzibar non è arrivato accompagnato solo da uomini d’affari e investitori marocchini, ma anche con 10 mila copie del Corano come dono per le autorità locali (è accaduto anche in Nigeria). A Dar es-Salaam, in Tanzania, ha posto la prima pietra di una moschea che prenderà il suo nome.
Così il Marocco usa l’Islam per combattere la jihad
Quaderni religiosi e riforma dei testi scolastici contro l’estremismo
di Rolla Scolari
Contrastare l’ideologia dello Stato islamico, indebolirla con la diffusione dell’Islam tradizionale, quello di casa, moderato e istituzionalizzato. Questo in Marocco è l’obiettivo degli ulema - esperti di scienze religiose - vicini al re Mohammed VI.
Questi teologi costruiscono ed esportano, verso l’Africa e verso l’Europa, un tipo particolare di soft power: quello religioso.
L’ultima di una serie di iniziative è stata presentata a novembre dalla Rabita Mohammadia, importante organizzazione di ulema in Marocco, sostenuta dal sovrano: una collana di «quaderni scientifici», pubblicata sul sito della Rabita. Guerra santa, dal Califfato allo Stato, la tassa imposta in passato nelle terre d’Islam ai non musulmani sono alcuni temi trattati, che mirano a decostruire l’uso strumentale che gli estremisti islamici fanno di questi concetti per giustificare violenze. In ritardo sull’inizio delle lezioni sono inoltre arrivati tra i banchi i manuali revisionati di educazione religiosa per le scuole pubbliche. Per lungo tempo nel Paese si è dibattuto su una riforma di questi testi, ora corretti con l’eliminazione dei passi considerati più «radicali» (anche se per molti laici si tratta di emendamenti «cosmetici»).
Il re Mohammed VI, che rivendica un legame diretto con il Profeta Maometto ed è definito Amir al-Mu’minin, guida dei fedeli, ha investito in una strategia che integri sicurezza ed educazione, con il tentativo di rafforzare un Islam tradizionale e moderato dopo gli attentati che a Casablanca causarono nel 2003 la morte di 45 persone.
Il 21 agosto, il re ha tenuto un discorso stranamente poco valorizzato da quelle autorità europee alla costante ricerca di un «interlocutore musulmano moderato». Si è rivolto ai 5 milioni di marocchini della diaspora, chiedendo loro «davanti alla proliferazione dell’oscurantismo diffuso in nome della religione» di restare attaccati alle «proprie tradizioni secolari e ai valori della loro religione», nella forma dell’Islam di casa propria.
La stesura dei «quaderni scientifici» e la riforma dei manuali scolastici sono state supervisionate da Ahmad Abbadi, segretario generale della Rabita Mohammadia, che ha parlato di un «approccio integrato» tra sicurezza ed educazione. In Marocco, lo chiamano «Signor Interreligione», perché faccia del soft power religioso in patria e all’estero. E non è un caso che sia stata proprio la rivista francofona «Jeune Afrique» a dedicargli un ritratto, presentandolo come «il predicatore di Mohammed VI». È infatti anche grazie all’opera di Abbadi che il re ha fatto della religione uno degli elementi fondativi della diplomazia del Marocco nel mondo, soprattutto in Africa, ma anche in Europa. Rabat punta al ritorno nell’Unione africana, abbandonata nel 1984 dopo la proclamazione da parte del Fronte Polisario dell’indipendenza della Repubblica Sahrawi. L’Islam moderato è diventato un brand da esportare per il regno, dove si parla sui media di «Islam del giusto mezzo». Il re, dopo aver inaugurato nel 2015 l’Istituto Mohammed VI per la formazione degli imam - vi studiano anche imam europei - ha creato nel 2016 la Fondazione degli ulema africani. Sono già un centinaio per esempio gli studenti arrivati in Marocco dal Mali, Stato dell’Africa occidentale con un radicato problema di fondamentalismo, e in cui la presenza di estremisti islamici non è stata debellata neppure attraverso la presenza militare francese. Negli ultimi mesi, Mohammed VI ha viaggiato in Rwanda, Tanzania, Senegal, Etiopia, Nigeria. In zone musulmane come Zanzibar non è arrivato accompagnato solo da uomini d’affari e investitori marocchini, ma anche con 10 mila copie del Corano come dono per le autorità locali (è accaduto anche in Nigeria). A Dar es-Salaam, in Tanzania, ha posto la prima pietra di una moschea che prenderà il suo nome.
Il Sole 9.12.16
Siria, l’ipotesi di una spartizione
Il Paese, al pari di Iraq e Libia, non tornerà unito
Continuerà la presenza di truppe straniere
La conquista di Aleppo non determinerà la fine della guerra civile
di Alberto Negri
Gli assedi di Aleppo e della Sirte sono una svolta in due guerre geograficamente lontane ma accomunate da errori di calcolo simili che hanno portato alla disgregazione di interi stati. Quando in un’intervista a Al Watan Bashar Assad dice che la vittoria ad Aleppo - dove controlla l’80% della città - è vicina ma non lo è la fine della guerra sa perfettamente che con lui o senza di lui ci sarà comunque una ex Siria come del resto c’è già anche un’ex Libia. Ed è probabile che dopo un’eventuale vittoria sull’Isis, nello stesso Iraq verrà il momento di decidere una sorta di spartizione che qui significa, come in Libia, anche quella di ingenti risorse petrolifere. Nessuno di questi Paesi probabilmente risorgerà come uno Stato unitario se non in una sorta di fiction sulla carta geografica ma continuerà la presenza, oltre che delle milizie locali, di truppe e basi straniere.
Se anche Trump e Putin si mettessero d’accordo, è un’illusione che potranno chiudere la partita mediorientale con un ritiro in buon ordine: russi e americani resteranno in Siria e in Iraq, in un modo o nell’altro. Si possono fidare gli Stati Uniti delle forze armate irachene che due anni fa si sono liquefatte davanti all’avanzata del Califfato? E i russi non potranno certo abbandonare le basi siriane, il bottino strategico del loro impegno militare.
In cinque anni il mondo è cambiato ma non come si pensava. Quando è cominciata una legittima rivolta popolare nei confronti del regime di Assad era il 15 marzo del 2011: Ben Alì era fuggito in gennaio dalla Tunisia e Mubarak si era già dimesso. Il 16 febbraio divampava la protesta di Bengasi e il 19 marzo sarebbero cominciati i bombardamenti francesi, inglesi e americani contro il Colonnello libico. In quel momento sembrava che il vento delle rivolte avrebbe travolto il vecchio mondo dei raìs. Bastava una spinta, si pensava, e l’era dei dinosauri arabi sarebbe finita per aprire una nuova epoca: lo stesso errore che avevano già fatto gli Usa attaccando l’Iraq di Saddam Hussein nel 2003.
Si guardava molto alle piazze arabe e assai meno alla geopolitica. Dai cambiamenti di quella primavera sono sopravvissute come realtà statuali soltanto Tunisia ed Egitto ma al Cairo nel 2013 c’è stato un sanguinoso golpe del generale Al Sisi i cui effetti stanno ancora influendo sulla collocazione del Paese sulla scena internazionale. Al Sisi sta svoltando le spalle ai sauditi che lo hanno appoggiato per far fuori i Fratelli Musulmani, si è schierato con Assad, avversato da Riad, e stringe accordi con i russi sulla Libia.
Gli effetti a catena di quel 2011 non solo non si sono esauriti ma dureranno anni. L’errore di calcolo più clamoroso e con effetti strategici di lungo termine è stata la Siria. Il 6 luglio l’ambasciatore Usa a Damasco Ford andava a passeggiare tra i ribelli di Hama, un gesto inimmaginabile con le procedure di sicurezza adottate per i diplomatici americani dopo l’11 settembre: era il via libera di Washington alla guerra condotta dalla Turchia e dalle monarchie del Golfo a un alleato storico dell’Iran. Era evidente che si trattava da subito di una guerra per procura che avrebbe coinvolto tutta la regione in un Paese dove la Russia teneva la sua ultima base nel Mediterraneo.
Gli Usa volevano “guidare da dietro” un processo di rivolgimenti politici ma quando nel settembre 2013 hanno rinunciato a bombardare Assad per le armi chimiche, dopo la mediazione della Russia e del Papa, le potenze sunnite hanno capito che avrebbero dovuto fare da sole. In quel momento gli Usa hanno intaccato la loro credibilità nei confronti della Turchia e delle monarchie del Golfo, irritate anche dalla firma il 14 luglio 2015 dall’accordo sul nucleare con l’Iran. E con l’ingresso in campo della Russia il 30 settembre Assad è rimasto in sella.
È interessante osservare che i peggiori nemici dell’Iran sono a volte i suoi maggiori alleati. Nel 2001, dopo l’11 settembre, gli Usa fecero fuori l’Emirato dei Talebani, un regime sunnita ultra-radicale, affiancato da al-Qaida, ostile a Teheran. Nel 2003 sempre gli Stati Uniti, abbattendo Saddam Hussein, consegnarono il Paese a un governo sciita fortemente influenzato da Teheran. E ora nella lotta al Califfato gli iraniani si trovano al fianco, sia pure temporaneamente, degli Usa e della Turchia.
Ma l’errore forse più irrimediabile è stata la manipolazione in questi conflitti dell’identità religiosa, settaria e tribale, interi popoli hanno così perso quella nazionale e questa non ricostruisce con la caduta di Aleppo o della Sirte.
Siria, l’ipotesi di una spartizione
Il Paese, al pari di Iraq e Libia, non tornerà unito
Continuerà la presenza di truppe straniere
La conquista di Aleppo non determinerà la fine della guerra civile
di Alberto Negri
Gli assedi di Aleppo e della Sirte sono una svolta in due guerre geograficamente lontane ma accomunate da errori di calcolo simili che hanno portato alla disgregazione di interi stati. Quando in un’intervista a Al Watan Bashar Assad dice che la vittoria ad Aleppo - dove controlla l’80% della città - è vicina ma non lo è la fine della guerra sa perfettamente che con lui o senza di lui ci sarà comunque una ex Siria come del resto c’è già anche un’ex Libia. Ed è probabile che dopo un’eventuale vittoria sull’Isis, nello stesso Iraq verrà il momento di decidere una sorta di spartizione che qui significa, come in Libia, anche quella di ingenti risorse petrolifere. Nessuno di questi Paesi probabilmente risorgerà come uno Stato unitario se non in una sorta di fiction sulla carta geografica ma continuerà la presenza, oltre che delle milizie locali, di truppe e basi straniere.
Se anche Trump e Putin si mettessero d’accordo, è un’illusione che potranno chiudere la partita mediorientale con un ritiro in buon ordine: russi e americani resteranno in Siria e in Iraq, in un modo o nell’altro. Si possono fidare gli Stati Uniti delle forze armate irachene che due anni fa si sono liquefatte davanti all’avanzata del Califfato? E i russi non potranno certo abbandonare le basi siriane, il bottino strategico del loro impegno militare.
In cinque anni il mondo è cambiato ma non come si pensava. Quando è cominciata una legittima rivolta popolare nei confronti del regime di Assad era il 15 marzo del 2011: Ben Alì era fuggito in gennaio dalla Tunisia e Mubarak si era già dimesso. Il 16 febbraio divampava la protesta di Bengasi e il 19 marzo sarebbero cominciati i bombardamenti francesi, inglesi e americani contro il Colonnello libico. In quel momento sembrava che il vento delle rivolte avrebbe travolto il vecchio mondo dei raìs. Bastava una spinta, si pensava, e l’era dei dinosauri arabi sarebbe finita per aprire una nuova epoca: lo stesso errore che avevano già fatto gli Usa attaccando l’Iraq di Saddam Hussein nel 2003.
Si guardava molto alle piazze arabe e assai meno alla geopolitica. Dai cambiamenti di quella primavera sono sopravvissute come realtà statuali soltanto Tunisia ed Egitto ma al Cairo nel 2013 c’è stato un sanguinoso golpe del generale Al Sisi i cui effetti stanno ancora influendo sulla collocazione del Paese sulla scena internazionale. Al Sisi sta svoltando le spalle ai sauditi che lo hanno appoggiato per far fuori i Fratelli Musulmani, si è schierato con Assad, avversato da Riad, e stringe accordi con i russi sulla Libia.
Gli effetti a catena di quel 2011 non solo non si sono esauriti ma dureranno anni. L’errore di calcolo più clamoroso e con effetti strategici di lungo termine è stata la Siria. Il 6 luglio l’ambasciatore Usa a Damasco Ford andava a passeggiare tra i ribelli di Hama, un gesto inimmaginabile con le procedure di sicurezza adottate per i diplomatici americani dopo l’11 settembre: era il via libera di Washington alla guerra condotta dalla Turchia e dalle monarchie del Golfo a un alleato storico dell’Iran. Era evidente che si trattava da subito di una guerra per procura che avrebbe coinvolto tutta la regione in un Paese dove la Russia teneva la sua ultima base nel Mediterraneo.
Gli Usa volevano “guidare da dietro” un processo di rivolgimenti politici ma quando nel settembre 2013 hanno rinunciato a bombardare Assad per le armi chimiche, dopo la mediazione della Russia e del Papa, le potenze sunnite hanno capito che avrebbero dovuto fare da sole. In quel momento gli Usa hanno intaccato la loro credibilità nei confronti della Turchia e delle monarchie del Golfo, irritate anche dalla firma il 14 luglio 2015 dall’accordo sul nucleare con l’Iran. E con l’ingresso in campo della Russia il 30 settembre Assad è rimasto in sella.
È interessante osservare che i peggiori nemici dell’Iran sono a volte i suoi maggiori alleati. Nel 2001, dopo l’11 settembre, gli Usa fecero fuori l’Emirato dei Talebani, un regime sunnita ultra-radicale, affiancato da al-Qaida, ostile a Teheran. Nel 2003 sempre gli Stati Uniti, abbattendo Saddam Hussein, consegnarono il Paese a un governo sciita fortemente influenzato da Teheran. E ora nella lotta al Califfato gli iraniani si trovano al fianco, sia pure temporaneamente, degli Usa e della Turchia.
Ma l’errore forse più irrimediabile è stata la manipolazione in questi conflitti dell’identità religiosa, settaria e tribale, interi popoli hanno così perso quella nazionale e questa non ricostruisce con la caduta di Aleppo o della Sirte.
Il Sole 9.12.16
GB, i negoziati con la Ue
Brexit, Londra corregge il tiro ma resta in stato confusionale
Il premier concede al Parlamento di «vedere» la strategia
di Leonardo Maisano
Dopo quattro giorni di dotto discettare sulla difficile declinazione della “prerogativa reale” governativa con il ruolo del Parlamento nella vita democratica del Regno Unito, la Corte Suprema ha terminato la fase dibattimentale. I giudici si riuniscono e la sentenza che sarà emessa in un giorno da definirsi del mese di gennaio metterà fine al contrasto fra Downing street e Westminster sul destino della Brexit. Non sulla Brexit in sé che nessuno, con l’eccezione di Tony Blair e pochi irriducibili, immagina revocabile, ma sulle modalità, la tempistica, le condizioni della sua realizzazione pratica.
I supremi giudici dovranno confermare o rigettare il verdetto dell’Alta Corte che ha assegnato al parlamento un ruolo chiave nell’iter che procede e accompagna l’avvio del procedimento di recesso dall’Ue. Il governo di Theresa May lo contesta nel principio, avocando a sé stesso – in nome della prerogativa reale – il diritto e il dovere di gestire la Brexit nella sua trasformazione da volontà popolare a realtà storica.
In attesa che la Suprema Corte chiarisca il conflitto istituzionale, si chiude una settimana importante nei rapporti anglo-europei e soprattutto interni alla vita del Regno. Il governo di Theresa May sta dando inattese indicazioni di disponibilità al compromesso con i remainers, allontanandosi dagli slogan più severi della hard Brexit, ripiegando su più moderate opzioni negoziali. Gli sviluppi più significativi in questo senso sono tre, al netto del pronunciamento dell’Alta Corte che resta, in assoluto, l’evento più importante dal 23 giugno ad oggi. In primo luogo il governo ha accettato – due giorni fa – di illustrare in Parlamento i piani negoziali che intende adottare, prima di avviare la procedura di recesso dall’Ue. Ha accettato di farlo, si obietterà, in cambio dell’impegno dei deputati ad approvare il calendario governativo sulla pratica di separazione. È vero, ma resta significativa la decisione di Downing Street di mostrare un poco le carte come preteso dal Labour e da molti conservatori “eurofili”. Le mostrerà, beninteso, fra mille caveat, per non danneggiare la tattica negoziale, ma tanta cautela è inevitabile e non diminuisce affatto il significato della mossa che il governo May ha accettato di subire riconoscendo al parlamento un ruolo specifico. Sarà la Corte Suprema a stabilire se quel ruolo debba andare molto più in là con votazioni e misure specifiche varate da Westminster a cui il governo dovrà attenersi.
In attesa di allora Theresa May ha già rinculato dalla linea della fermezza e con lei gli hard brexiters, da David Davis a Boris Johnson, protagonisti degli altri due sviluppi del dedalo Brexit che riteniamo importanti. Entrambi, d’improvviso, vanno dando segni di relativo pentimento. È stato Davis, infatti, ad ammettere che «forme di pagamento alle istituzioni Ue potrebbero essere necessarie» per garantire a Londra i benefici del mercato interno. Un’indicazione che ha rilanciato l’idea della disponibilità di Londra a considerare, come ipotesi estrema, il modello norvegese, l’adesione cioè allo spazio economico europeo, nonostante il problema, che resterebbe irrisolto, dell’immigrazione intra Ue. Sarà un caso, ma mentre David Davis ipotizzava assegni in pound per Bruxelles il ministro degli esteri Boris Johnson si lasciava scappare di «non essere contrario alla libera circolazione dei lavoratori». Non vale la sua successiva ritrattazione, né vale la puntualizzazione di aver parlato «a titolo personale». Un vezzo, quest’ultimo, che va di moda dalle parti del Foreign Office. S’è saputo ieri che qualche giorno fa, a Roma, Boris Johnson ha sparato - «a titolo personale» - una bordata contro l’Arabia Saudita, accusata di essere impegnata in una “proxy war” in Medio oriente. Tesi magari condivisibile, ma certamente non condivisa da Theresa May che lo ha subito richiamato all’ordine. Un ministro degli esteri in carica - ex giornalista e straordinario giocoliere della comunicazione - non può parlare tanto spesso «a titolo personale», in divergenza con la linea del suo governo. Più che un incidente è un’eccentricità, volendo essere magnanimi.
A sei mesi scarsi dal referendum , Londra, aggiusta pertanto la mira sulla Brexit, ma il target resta ancora invisibile. Qual è l’obbiettivo condiviso dal governo di Londra? Le voci sono dissonanti e la strategia comune ancora latita. Theresa May ha sostituito alla retorica dello slogan “Brexit significa Brexit”, quella, appena coniata, di una «Brexit bianca rossa e blu» come l’Union Jack. Ancora parole e ancora nebbia. Tatticismi ? No, solo tanta preoccupante confusione sulla via da battere per lasciare l’Unione senza pagare un prezzo economicamente insostenibile.
GB, i negoziati con la Ue
Brexit, Londra corregge il tiro ma resta in stato confusionale
Il premier concede al Parlamento di «vedere» la strategia
di Leonardo Maisano
Dopo quattro giorni di dotto discettare sulla difficile declinazione della “prerogativa reale” governativa con il ruolo del Parlamento nella vita democratica del Regno Unito, la Corte Suprema ha terminato la fase dibattimentale. I giudici si riuniscono e la sentenza che sarà emessa in un giorno da definirsi del mese di gennaio metterà fine al contrasto fra Downing street e Westminster sul destino della Brexit. Non sulla Brexit in sé che nessuno, con l’eccezione di Tony Blair e pochi irriducibili, immagina revocabile, ma sulle modalità, la tempistica, le condizioni della sua realizzazione pratica.
I supremi giudici dovranno confermare o rigettare il verdetto dell’Alta Corte che ha assegnato al parlamento un ruolo chiave nell’iter che procede e accompagna l’avvio del procedimento di recesso dall’Ue. Il governo di Theresa May lo contesta nel principio, avocando a sé stesso – in nome della prerogativa reale – il diritto e il dovere di gestire la Brexit nella sua trasformazione da volontà popolare a realtà storica.
In attesa che la Suprema Corte chiarisca il conflitto istituzionale, si chiude una settimana importante nei rapporti anglo-europei e soprattutto interni alla vita del Regno. Il governo di Theresa May sta dando inattese indicazioni di disponibilità al compromesso con i remainers, allontanandosi dagli slogan più severi della hard Brexit, ripiegando su più moderate opzioni negoziali. Gli sviluppi più significativi in questo senso sono tre, al netto del pronunciamento dell’Alta Corte che resta, in assoluto, l’evento più importante dal 23 giugno ad oggi. In primo luogo il governo ha accettato – due giorni fa – di illustrare in Parlamento i piani negoziali che intende adottare, prima di avviare la procedura di recesso dall’Ue. Ha accettato di farlo, si obietterà, in cambio dell’impegno dei deputati ad approvare il calendario governativo sulla pratica di separazione. È vero, ma resta significativa la decisione di Downing Street di mostrare un poco le carte come preteso dal Labour e da molti conservatori “eurofili”. Le mostrerà, beninteso, fra mille caveat, per non danneggiare la tattica negoziale, ma tanta cautela è inevitabile e non diminuisce affatto il significato della mossa che il governo May ha accettato di subire riconoscendo al parlamento un ruolo specifico. Sarà la Corte Suprema a stabilire se quel ruolo debba andare molto più in là con votazioni e misure specifiche varate da Westminster a cui il governo dovrà attenersi.
In attesa di allora Theresa May ha già rinculato dalla linea della fermezza e con lei gli hard brexiters, da David Davis a Boris Johnson, protagonisti degli altri due sviluppi del dedalo Brexit che riteniamo importanti. Entrambi, d’improvviso, vanno dando segni di relativo pentimento. È stato Davis, infatti, ad ammettere che «forme di pagamento alle istituzioni Ue potrebbero essere necessarie» per garantire a Londra i benefici del mercato interno. Un’indicazione che ha rilanciato l’idea della disponibilità di Londra a considerare, come ipotesi estrema, il modello norvegese, l’adesione cioè allo spazio economico europeo, nonostante il problema, che resterebbe irrisolto, dell’immigrazione intra Ue. Sarà un caso, ma mentre David Davis ipotizzava assegni in pound per Bruxelles il ministro degli esteri Boris Johnson si lasciava scappare di «non essere contrario alla libera circolazione dei lavoratori». Non vale la sua successiva ritrattazione, né vale la puntualizzazione di aver parlato «a titolo personale». Un vezzo, quest’ultimo, che va di moda dalle parti del Foreign Office. S’è saputo ieri che qualche giorno fa, a Roma, Boris Johnson ha sparato - «a titolo personale» - una bordata contro l’Arabia Saudita, accusata di essere impegnata in una “proxy war” in Medio oriente. Tesi magari condivisibile, ma certamente non condivisa da Theresa May che lo ha subito richiamato all’ordine. Un ministro degli esteri in carica - ex giornalista e straordinario giocoliere della comunicazione - non può parlare tanto spesso «a titolo personale», in divergenza con la linea del suo governo. Più che un incidente è un’eccentricità, volendo essere magnanimi.
A sei mesi scarsi dal referendum , Londra, aggiusta pertanto la mira sulla Brexit, ma il target resta ancora invisibile. Qual è l’obbiettivo condiviso dal governo di Londra? Le voci sono dissonanti e la strategia comune ancora latita. Theresa May ha sostituito alla retorica dello slogan “Brexit significa Brexit”, quella, appena coniata, di una «Brexit bianca rossa e blu» come l’Union Jack. Ancora parole e ancora nebbia. Tatticismi ? No, solo tanta preoccupante confusione sulla via da battere per lasciare l’Unione senza pagare un prezzo economicamente insostenibile.
Il Sole 9.12.16
La crisi greca
Terzo sciopero generale contro Tsipras sempre più isolato nella Ue
di Vittorio Da Rold
Si riapre il caso Grecia che secondo il Wall Street Journal di oggi è sempre il “pericolo maggiore per l'eurozona”, con il terzo sciopero generale di 24 ore in un anno. Atene dovrà pagare crediti significativi l’anno prossimo ma senza una riduzione del debito e del surplus primario non sarà in grado di far fronte alle necessità nonostante le nuove misure di austerità che hanno scatenato la risposta sindacale.
La protesta di piazza è stata proclamata dai principali sindacati del Paese sia pubblici che privati per protestare contro le politiche di austerità e le riforme del mercato del lavoro. Aperta la maggioranza dei negozi, disagi si sono verificati per il trasporto pubblico. Gli ospedali, da dove emigrano perfino i medici verso il Nord Europa, garantiscono solo le urgenze e i servizi minimi. Da gennaio 2015, quando il premier Alexis Tsipras è andato al governo, questo è il quinto sciopero indetto contro le politiche economiche dell'esecutivo che deve approvare ancora nuove misure di austerità su pensioni e aumenti di tasse per garantire un surplus di bilancio primario che lo stesso Fmi giudica esagerato e una nuova regolamentazione del mercato del lavoro in chiave ancora più flessibile. I creditori sono arrivati a ideare una nuova misura per costringere il debitore mediterraneo, sempre sull'orlo del default, a rispettare i patti sottoscritti: “l'austerity preventiva”, clausole che dovrebbero scattare automaticamente se non venissero raggiunti gli obiettivi di surplus primario concordati (3,5% del Pil nel 2018).
Le ultime concessioni fatte dall'Eurogruppo, dilazione dei termini di pagamento del debito e riduzione degli interessi, non hanno convinto l'Fmi, che ha preferito restare fuori della partita. Tutto è bloccato in vista delle elezioni politiche tedesche. Nel frattempo la Grecia galleggia o almeno cerca di farlo perché senza una riduzione del debito che corre al 180% del Pil, la possibilità di entrare nel programma di acquisti dei titoli sovrani da parte della Bce (Qe) i controlli finanziari e bancari restano tutti in vigore.
Per di più Tsipras è sempre più isolato in Europa con l'ex premier italiano Matteo Renzi che il presidente francese François Hollande, due dei suoi sostenitori in Europa in funzione di lotta all'austerità, in grave difficoltà. Questo non fa che rendere sempre più complessa la partita in Grecia e in Europa dal cosiddetto fronte dei paesi mediterranei rispetto al fronte dei falchi del Nord guidati da Germania e Olanda (la Finlandia è in crisi economica e ha spento i suoi entusiasmi rigoristi).
Anche l'Fmi è in disaccordo con la posizione tedesca. In occasione dell'Eurogruppo del 24 maggio 2016 il Fondo monetario internazionale aveva chiesto ai governi dell'Eurozona una soluzione drastica sul debito della Grecia, un 'periodo di grazia' esteso fino al 2040 nel quale Atene non dovrebbe pagare né interessi né rimborsare le rate dei prestiti ricevuti nel salvataggio. Lo aveva scritto il Wall Street Journal, secondo cui la proposta, presentata ai governi, avrebbe mirato a tenere sotto il 15% i costi di finanziamento del debito greco: condizione imprescindibile perché questo sia sostenibile consentendo così al Fmi di continuare a far parte del salvataggio, così come chiedeva anche la stessa Germania.
Le richieste del Fmi sono andate ben al di là di ciò che i creditori della zona euro della Grecia avevano detto di essere disposti a fare per aiutare la Grecia a ritrovare la sua stabilità finanziaria. I governi dell'Eurozona, guidati dalla Germania di Wolfgang Schaeuble, sono ancora riluttanti a fare concessioni così importanti sui loro prestiti alla Grecia, prestiti che attualmente ammontano a poco più di 200 miliardi di euro con un altro piano di circa 86 miliardi di euro in aggiunta. Ma la Germania vuole che il Fmi sia della partita nel salvataggio greco. Il Fmi però non ha ancora sciolto le riserve e non ha aderito al programma greco concordato a luglio della scorsa estate.
Angela Merkel, che si ripresenterà per la quarta volta alle elezioni politiche del 2017 come candidata alla cancelleria, ha dichiarato che la presenza dell'Fmi è essenziale per la credibilità del piano di salvataggio greco. Il suo governo ha promesso al parlamento tedesco, il Bundestag, che il Fmi avrebbe aderito al nuovo programma di salvataggio prima che l'Europa conceda nuovi soldi ad Atene. La cancelliera e molti dei suoi deputati ritengono che, senza l'Fmi, la zona euro non sarebbe in grado di far rispettare le rigorose revisioni fiscali ed economiche alla Grecia di Alexis Tsipras in cambio di prestiti.
La Commissione europea, che vigila insieme al Fondo e Bce sul piano di salvataggio, è vista da Berlino come troppo morbida sul dossier greco. Il problema della Merkel è che il Fmi ha detto che non può partecipare al terzo bail-out a meno che la zona euro decida a ristrutturare il debito greco. In caso contrario, l'onere del debito della Grecia è «insostenibile» ha detto il direttore generale del Fmi, Christine Lagarde. Un importante ristrutturazione del debito greco richiederebbe un difficile dibattito e un voto nel Bundestag, con la possibilità di una ribellione tra i deputati conservatori e una spinta al sempre più forte partito di destra populista AfD.
I tedeschi vogliono ora solo limitate concessioni alla questione del debito greco e rinviare la ristrutturazione a dopo le elezioni politiche tedesche. Se il Fmi e Berlino non troveranno una intesa il Fondo non sarà della partita creando un forte imbarazzo per la Merkel.
I piani di salvataggio della troika, che ha raggiunto misure di austerità cumulativamente pari oltre il 30% del Pil, hanno contribuito a un calo del 25% della produzione economica del paese da prima della crisi del debito. Senza un accordo tra i creditori si rischia una prossima estate quando scadranno i debiti come quella del 2015 e una uscita di Atene dall’eurozona. L’Eurozona per di più sarà praticamente paralizzata da scadenze elettorali in successione: a marzo in Olanda, a maggio-giungo le presidenziali in Francia e probabilmente a settembre-ottobre le politiche in Germania.
La crisi greca
Terzo sciopero generale contro Tsipras sempre più isolato nella Ue
di Vittorio Da Rold
Si riapre il caso Grecia che secondo il Wall Street Journal di oggi è sempre il “pericolo maggiore per l'eurozona”, con il terzo sciopero generale di 24 ore in un anno. Atene dovrà pagare crediti significativi l’anno prossimo ma senza una riduzione del debito e del surplus primario non sarà in grado di far fronte alle necessità nonostante le nuove misure di austerità che hanno scatenato la risposta sindacale.
La protesta di piazza è stata proclamata dai principali sindacati del Paese sia pubblici che privati per protestare contro le politiche di austerità e le riforme del mercato del lavoro. Aperta la maggioranza dei negozi, disagi si sono verificati per il trasporto pubblico. Gli ospedali, da dove emigrano perfino i medici verso il Nord Europa, garantiscono solo le urgenze e i servizi minimi. Da gennaio 2015, quando il premier Alexis Tsipras è andato al governo, questo è il quinto sciopero indetto contro le politiche economiche dell'esecutivo che deve approvare ancora nuove misure di austerità su pensioni e aumenti di tasse per garantire un surplus di bilancio primario che lo stesso Fmi giudica esagerato e una nuova regolamentazione del mercato del lavoro in chiave ancora più flessibile. I creditori sono arrivati a ideare una nuova misura per costringere il debitore mediterraneo, sempre sull'orlo del default, a rispettare i patti sottoscritti: “l'austerity preventiva”, clausole che dovrebbero scattare automaticamente se non venissero raggiunti gli obiettivi di surplus primario concordati (3,5% del Pil nel 2018).
Le ultime concessioni fatte dall'Eurogruppo, dilazione dei termini di pagamento del debito e riduzione degli interessi, non hanno convinto l'Fmi, che ha preferito restare fuori della partita. Tutto è bloccato in vista delle elezioni politiche tedesche. Nel frattempo la Grecia galleggia o almeno cerca di farlo perché senza una riduzione del debito che corre al 180% del Pil, la possibilità di entrare nel programma di acquisti dei titoli sovrani da parte della Bce (Qe) i controlli finanziari e bancari restano tutti in vigore.
Per di più Tsipras è sempre più isolato in Europa con l'ex premier italiano Matteo Renzi che il presidente francese François Hollande, due dei suoi sostenitori in Europa in funzione di lotta all'austerità, in grave difficoltà. Questo non fa che rendere sempre più complessa la partita in Grecia e in Europa dal cosiddetto fronte dei paesi mediterranei rispetto al fronte dei falchi del Nord guidati da Germania e Olanda (la Finlandia è in crisi economica e ha spento i suoi entusiasmi rigoristi).
Anche l'Fmi è in disaccordo con la posizione tedesca. In occasione dell'Eurogruppo del 24 maggio 2016 il Fondo monetario internazionale aveva chiesto ai governi dell'Eurozona una soluzione drastica sul debito della Grecia, un 'periodo di grazia' esteso fino al 2040 nel quale Atene non dovrebbe pagare né interessi né rimborsare le rate dei prestiti ricevuti nel salvataggio. Lo aveva scritto il Wall Street Journal, secondo cui la proposta, presentata ai governi, avrebbe mirato a tenere sotto il 15% i costi di finanziamento del debito greco: condizione imprescindibile perché questo sia sostenibile consentendo così al Fmi di continuare a far parte del salvataggio, così come chiedeva anche la stessa Germania.
Le richieste del Fmi sono andate ben al di là di ciò che i creditori della zona euro della Grecia avevano detto di essere disposti a fare per aiutare la Grecia a ritrovare la sua stabilità finanziaria. I governi dell'Eurozona, guidati dalla Germania di Wolfgang Schaeuble, sono ancora riluttanti a fare concessioni così importanti sui loro prestiti alla Grecia, prestiti che attualmente ammontano a poco più di 200 miliardi di euro con un altro piano di circa 86 miliardi di euro in aggiunta. Ma la Germania vuole che il Fmi sia della partita nel salvataggio greco. Il Fmi però non ha ancora sciolto le riserve e non ha aderito al programma greco concordato a luglio della scorsa estate.
Angela Merkel, che si ripresenterà per la quarta volta alle elezioni politiche del 2017 come candidata alla cancelleria, ha dichiarato che la presenza dell'Fmi è essenziale per la credibilità del piano di salvataggio greco. Il suo governo ha promesso al parlamento tedesco, il Bundestag, che il Fmi avrebbe aderito al nuovo programma di salvataggio prima che l'Europa conceda nuovi soldi ad Atene. La cancelliera e molti dei suoi deputati ritengono che, senza l'Fmi, la zona euro non sarebbe in grado di far rispettare le rigorose revisioni fiscali ed economiche alla Grecia di Alexis Tsipras in cambio di prestiti.
La Commissione europea, che vigila insieme al Fondo e Bce sul piano di salvataggio, è vista da Berlino come troppo morbida sul dossier greco. Il problema della Merkel è che il Fmi ha detto che non può partecipare al terzo bail-out a meno che la zona euro decida a ristrutturare il debito greco. In caso contrario, l'onere del debito della Grecia è «insostenibile» ha detto il direttore generale del Fmi, Christine Lagarde. Un importante ristrutturazione del debito greco richiederebbe un difficile dibattito e un voto nel Bundestag, con la possibilità di una ribellione tra i deputati conservatori e una spinta al sempre più forte partito di destra populista AfD.
I tedeschi vogliono ora solo limitate concessioni alla questione del debito greco e rinviare la ristrutturazione a dopo le elezioni politiche tedesche. Se il Fmi e Berlino non troveranno una intesa il Fondo non sarà della partita creando un forte imbarazzo per la Merkel.
I piani di salvataggio della troika, che ha raggiunto misure di austerità cumulativamente pari oltre il 30% del Pil, hanno contribuito a un calo del 25% della produzione economica del paese da prima della crisi del debito. Senza un accordo tra i creditori si rischia una prossima estate quando scadranno i debiti come quella del 2015 e una uscita di Atene dall’eurozona. L’Eurozona per di più sarà praticamente paralizzata da scadenze elettorali in successione: a marzo in Olanda, a maggio-giungo le presidenziali in Francia e probabilmente a settembre-ottobre le politiche in Germania.
il manifesto 9.12.16
Ricorso a Strasburgo contro l’accordo Ue-Turchia
Migranti, presentato da un magistrato spagnolo. #stopthedeal: una petizione per l’abolizione dell’intesa con Ankara
di Carlo Lania
ROMA Shabbir Iqbal è un ingegnere di 40 anni. Fino a dicembre di un anno fa viveva nel suo villaggio in Pakistan dove aveva una rimessa di auto a noleggio. Un giorno un gruppo di estremisti islamici attaccò il suo vicino di casa, un cristiano. Iqbal avrebbe potuto far finta di niente, voltare la testa da un’altra parte come fanno in molti. Invece decise di intervenire difendendo quell’uomo. E compromettendo così la sua vita e quella dalla sua famiglia: di suo padre, sua moglie e dei suoi figli di 3 e 5 anni. L’unico modo per non essere ucciso era nascondere moglie e figli e fuggire con il padre verso l’Europa.
Oggi Iqbal si trova in Grecia (il padre è morto durante il viaggio) ma in base all’accordo siglato a marzo scorso dall’Unione europea con la Turchia rischia di essere rimandato in Turchia e da lì rimpatriato in Pakistan dove quasi certamente verrebbe ucciso. Per evitare questo, il 29 novembre è stato presentato da Carlos Jiménez Villarejo, ex pubblico ministero anticorruzione spagnolo, un ricorso alla Corte di Giustizia europea in cui si chiede di verificare la legalità dell’accordo siglato il 18 marzo scorso e di annullare le disposizioni che prevedono il trasferimento in Turchia di tutti quei migranti considerati irregolari e arrivati sulle isole dell’Egeo dopo il 20 marzo scorso. Un parere positivo da parte della Corte di Strasburgo non significherebbe solo la salvezza per Iqbal ma renderebbe nullo lo stesso accordo, evitando così che i quasi ventimila profughi che oggi si trovano sulle isole greche vengano rimandati in Turchia.
Per sostenere questa causa un nutrito alcuni intellettuali europei e non solo ha scritto nei giorni scorsi una lettera aperta alle principali istituzioni europee (dal presidente, ormai dimissionario, del parlamento Ue Martin Schulz a quelli del Consiglio e della Commissione Ue, Tusk e Juncker, alla rappresentante della politica estera Federica Mogherini – chiedendo di mettere subito fine alla contestata intesa con Ankara. «L’accordo – chiedono, tra gli altri, Noam Chomski, l’ex ministro greco dell’economia Yanis Varoufakis, il musicista Brian Eno, l’europarlamentare Barbara Spinelli – serve allo scopo dichiarato di ‘fermare la migrazione irregolare dalla Turchia alla Grecia’, oppure è un meccanismo surrettizio e perverso per permettere agli Stati membri dell’Ue di negare le proprie responsabilità verso i richiedenti asilo e i rifugiati che raggiungono le nostre coste?».
Nel ricorso presentato ai giudici di Strasburgo si ricorda anche come l’accordo Ue-Turchia contraddica quanto previsto dalla carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, «violando apertamente diritti fondamentali come quello alla vita, alla dignità e alla libera circolazione» delle persone.
Diem25, il movimento politico lanciato da Varoufakis, ha lanciato la petizione #stopthedeal che si propone di raccogliere 50 mila firme a sostegno della richiesta di abrogare l’accordo con la Turchia (https://diem25.org/stopthedeal-it).
Ricorso a Strasburgo contro l’accordo Ue-Turchia
Migranti, presentato da un magistrato spagnolo. #stopthedeal: una petizione per l’abolizione dell’intesa con Ankara
di Carlo Lania
ROMA Shabbir Iqbal è un ingegnere di 40 anni. Fino a dicembre di un anno fa viveva nel suo villaggio in Pakistan dove aveva una rimessa di auto a noleggio. Un giorno un gruppo di estremisti islamici attaccò il suo vicino di casa, un cristiano. Iqbal avrebbe potuto far finta di niente, voltare la testa da un’altra parte come fanno in molti. Invece decise di intervenire difendendo quell’uomo. E compromettendo così la sua vita e quella dalla sua famiglia: di suo padre, sua moglie e dei suoi figli di 3 e 5 anni. L’unico modo per non essere ucciso era nascondere moglie e figli e fuggire con il padre verso l’Europa.
Oggi Iqbal si trova in Grecia (il padre è morto durante il viaggio) ma in base all’accordo siglato a marzo scorso dall’Unione europea con la Turchia rischia di essere rimandato in Turchia e da lì rimpatriato in Pakistan dove quasi certamente verrebbe ucciso. Per evitare questo, il 29 novembre è stato presentato da Carlos Jiménez Villarejo, ex pubblico ministero anticorruzione spagnolo, un ricorso alla Corte di Giustizia europea in cui si chiede di verificare la legalità dell’accordo siglato il 18 marzo scorso e di annullare le disposizioni che prevedono il trasferimento in Turchia di tutti quei migranti considerati irregolari e arrivati sulle isole dell’Egeo dopo il 20 marzo scorso. Un parere positivo da parte della Corte di Strasburgo non significherebbe solo la salvezza per Iqbal ma renderebbe nullo lo stesso accordo, evitando così che i quasi ventimila profughi che oggi si trovano sulle isole greche vengano rimandati in Turchia.
Per sostenere questa causa un nutrito alcuni intellettuali europei e non solo ha scritto nei giorni scorsi una lettera aperta alle principali istituzioni europee (dal presidente, ormai dimissionario, del parlamento Ue Martin Schulz a quelli del Consiglio e della Commissione Ue, Tusk e Juncker, alla rappresentante della politica estera Federica Mogherini – chiedendo di mettere subito fine alla contestata intesa con Ankara. «L’accordo – chiedono, tra gli altri, Noam Chomski, l’ex ministro greco dell’economia Yanis Varoufakis, il musicista Brian Eno, l’europarlamentare Barbara Spinelli – serve allo scopo dichiarato di ‘fermare la migrazione irregolare dalla Turchia alla Grecia’, oppure è un meccanismo surrettizio e perverso per permettere agli Stati membri dell’Ue di negare le proprie responsabilità verso i richiedenti asilo e i rifugiati che raggiungono le nostre coste?».
Nel ricorso presentato ai giudici di Strasburgo si ricorda anche come l’accordo Ue-Turchia contraddica quanto previsto dalla carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, «violando apertamente diritti fondamentali come quello alla vita, alla dignità e alla libera circolazione» delle persone.
Diem25, il movimento politico lanciato da Varoufakis, ha lanciato la petizione #stopthedeal che si propone di raccogliere 50 mila firme a sostegno della richiesta di abrogare l’accordo con la Turchia (https://diem25.org/stopthedeal-it).
Corriere 9.12.16
Asli Erdogan
«Al freddo, senza cure Il regime ci odia e l’Europa non vede»
Dal carcere parla la scrittrice turca che rischia l’ergastolo: «Il presidente pretende il monopolio della verità»
Özgür Gündem è il nome di un giornale filo-curdo (in lingua turca), significa «Agenda libera»: la scrittrice da cinque anni era entrata a far parte del board dei consulenti, assieme ad altri cinque intellettuali, tutti arrestati
di Alessandra Coppola
Come in una stazione ferroviaria, «aspetto un treno di cui non conosco l’orario, tra la folla, al freddo. Mi mancano le medicine, ho paura...». È la voce della scrittrice turca Asli Erdogan, che dal carcere femminile di Bakirköy a Istanbul, attraverso la mediazione dell’avvocato Erdal Dogan , è riuscita a rispondere alle domande del Corriere. Con il presidente Recep Tayyip Erdogan ha in comune il cognome, ma anche un destino speculare: è da lui, dice, che dipende la sua condizione attuale.
Asli Erdogan, lei è in cella da agosto: con quale accusa? Qual è la sua linea difensiva?
«Sono stata arrestata il 16 agosto perché consulente editoriale del quotidiano Özgür Gündem (indicato dal governo come organo del Pkk, partito curdo illegale, ndr), nonostante la legge sulla stampa dichiari in modo netto che i consulenti non sono responsabili giuridicamente per la linea e i contenuti del giornale. In Turchia per la prima volta un quotidiano è stato dichiarato “organo di stampa di una organizzazione terroristica”. È completamente illogico, fuori dal diritto, campato in aria… Non c’è una sola prova contro di noi, per formulare l’accusa hanno usato poche frasi estrapolate da quattro miei articoli, mai contestati prima. Il procuratore per nove persone, me compresa, ha chiesto l’ergastolo: la condanna che ha sostituito la pena di morte! In breve: vengo giudicata perché sono il consulente a titolo simbolico di un giornale legale ed è stata richiesto per me l’ergastolo. Per quanto ne sappia, è la prima volta al mondo: baserò la mia difesa su questo nonsense».
Non è l’unica vittima della repressione dopo il tentato golpe di luglio: che cosa sta succedendo in Turchia?
«Negli ultimi quattro mesi sono state arrestate 40mila persone con l’accusa di appartenenza a organizzazione terroristica. Circa 150 “giornalisti” sono in carcere, tra questi scrittori, linguisti, professori di economia. Sono stati chiusi 150-200 organi di stampa e case editrici. Ci sono tra i detenuti anche decine di politici. Pochi giorni fa è stato arrestato un giudice nel corso di un’udienza (nel processo per l’omicidio del giornalista armeno Hrant Dink, ndr )».
Perché il presidente Erdogan teme i giornalisti?
«Il regime sta diventando totalitario e vuole assicurarsi di essere il solo e assoluto detentore della verità. Erdogan non riesce a digerire neanche la minima critica, e rovescia tutto il suo rancore e spirito di vendetta contro gli intellettuali. Soprattutto non ha alcun rispetto per le “donne intellettuali”. Non capisco se ci odi o ci tema molto».
Che cosa dovrebbe fare la comunità internazionale, Europa in particolare? Ritiene che gli accordi con Ankara per bloccare il flusso dei rifugiati frenino le pressioni?
«L’Europa deve smettere subito di chiudere gli occhi nei confronti della Turchia per la crisi dei migranti, ha il potere di fare pressioni, anche commerciali. La Turchia sta utilizzando persone disperate come merce di ricatto».
Quali sono le sue condizioni di salute?
«Come potrebbero essere? Una cella gelida, difficoltà di consultare un dottore, di avere medicine, la mancanza d’aria… Come può stare in questa situazione una persona che ha una protesi, che ha avuto quattro interventi, con problemi circolatori e intestinali? Cerco di RESTARE SANA (in maiuscolo nella trascrizione dell’avvocato, ndr )».
Come si svolgono le sue giornate in prigione?
«Ogni giorno è la ripetizione di un altro uguale a se stesso: la conta, l’ora del silenzio, il colloquio con l’avvocato, la conta serale… Come aspettare un treno di cui non si conosce l’orario in una stazione ferroviaria fredda, affollata, stretta».
Che pericolo corre?
«La settimana scorsa, un deputato dell’Akp (il partito del presidente, ndr ) ha avvisato: “Ci possono essere delle aggressioni alle carceri, i terroristi potrebbero essere linciati”. Dopo questa minaccia abbiamo avuto davvero paura. È aumentato il numero dei cancelli di ferro, ma più che per proteggerci, per rendere ancora più difficili le nostre uscite! Per cinque notti abbiamo fatto i turni. Domenica è scattato l’allarme, ma mi ci sono talmente abituata che ho continuato a tirarmi le sopracciglia. Per non morire tra le fiamme ho calcolato come potrei facilitare il mio soffocamento... Sono totalmente vulnerabile, come ogni oppositore in Turchia».
Intellettuali di tutto il mondo si stanno mobilitando per chiedere la sua liberazione: pensa che questi appelli possano aiutarla?
«L’arresto mio e di molti altri scrittori e giornalisti è del tutto “politico”, siamo stati messi dentro con un ordine dall’alto, con accuse vuote, senza raziocinio. L’unica modo per venirne fuori è la pressione politica dell’Europa. Naturalmente i leader politici non considerano un problema prioritario la crisi della democrazia in Turchia. L’accordo sui migranti ha messo a tacere l’Europa! Ecco, la responsabilità che ricade sugli intellettuali, gli scrittori, i giornalisti è grande: dobbiamo ricordare all’Europa i valori che fanno di essa l’Europa, e pretenderli».
Asli Erdogan
«Al freddo, senza cure Il regime ci odia e l’Europa non vede»
Dal carcere parla la scrittrice turca che rischia l’ergastolo: «Il presidente pretende il monopolio della verità»
Özgür Gündem è il nome di un giornale filo-curdo (in lingua turca), significa «Agenda libera»: la scrittrice da cinque anni era entrata a far parte del board dei consulenti, assieme ad altri cinque intellettuali, tutti arrestati
di Alessandra Coppola
Come in una stazione ferroviaria, «aspetto un treno di cui non conosco l’orario, tra la folla, al freddo. Mi mancano le medicine, ho paura...». È la voce della scrittrice turca Asli Erdogan, che dal carcere femminile di Bakirköy a Istanbul, attraverso la mediazione dell’avvocato Erdal Dogan , è riuscita a rispondere alle domande del Corriere. Con il presidente Recep Tayyip Erdogan ha in comune il cognome, ma anche un destino speculare: è da lui, dice, che dipende la sua condizione attuale.
Asli Erdogan, lei è in cella da agosto: con quale accusa? Qual è la sua linea difensiva?
«Sono stata arrestata il 16 agosto perché consulente editoriale del quotidiano Özgür Gündem (indicato dal governo come organo del Pkk, partito curdo illegale, ndr), nonostante la legge sulla stampa dichiari in modo netto che i consulenti non sono responsabili giuridicamente per la linea e i contenuti del giornale. In Turchia per la prima volta un quotidiano è stato dichiarato “organo di stampa di una organizzazione terroristica”. È completamente illogico, fuori dal diritto, campato in aria… Non c’è una sola prova contro di noi, per formulare l’accusa hanno usato poche frasi estrapolate da quattro miei articoli, mai contestati prima. Il procuratore per nove persone, me compresa, ha chiesto l’ergastolo: la condanna che ha sostituito la pena di morte! In breve: vengo giudicata perché sono il consulente a titolo simbolico di un giornale legale ed è stata richiesto per me l’ergastolo. Per quanto ne sappia, è la prima volta al mondo: baserò la mia difesa su questo nonsense».
Non è l’unica vittima della repressione dopo il tentato golpe di luglio: che cosa sta succedendo in Turchia?
«Negli ultimi quattro mesi sono state arrestate 40mila persone con l’accusa di appartenenza a organizzazione terroristica. Circa 150 “giornalisti” sono in carcere, tra questi scrittori, linguisti, professori di economia. Sono stati chiusi 150-200 organi di stampa e case editrici. Ci sono tra i detenuti anche decine di politici. Pochi giorni fa è stato arrestato un giudice nel corso di un’udienza (nel processo per l’omicidio del giornalista armeno Hrant Dink, ndr )».
Perché il presidente Erdogan teme i giornalisti?
«Il regime sta diventando totalitario e vuole assicurarsi di essere il solo e assoluto detentore della verità. Erdogan non riesce a digerire neanche la minima critica, e rovescia tutto il suo rancore e spirito di vendetta contro gli intellettuali. Soprattutto non ha alcun rispetto per le “donne intellettuali”. Non capisco se ci odi o ci tema molto».
Che cosa dovrebbe fare la comunità internazionale, Europa in particolare? Ritiene che gli accordi con Ankara per bloccare il flusso dei rifugiati frenino le pressioni?
«L’Europa deve smettere subito di chiudere gli occhi nei confronti della Turchia per la crisi dei migranti, ha il potere di fare pressioni, anche commerciali. La Turchia sta utilizzando persone disperate come merce di ricatto».
Quali sono le sue condizioni di salute?
«Come potrebbero essere? Una cella gelida, difficoltà di consultare un dottore, di avere medicine, la mancanza d’aria… Come può stare in questa situazione una persona che ha una protesi, che ha avuto quattro interventi, con problemi circolatori e intestinali? Cerco di RESTARE SANA (in maiuscolo nella trascrizione dell’avvocato, ndr )».
Come si svolgono le sue giornate in prigione?
«Ogni giorno è la ripetizione di un altro uguale a se stesso: la conta, l’ora del silenzio, il colloquio con l’avvocato, la conta serale… Come aspettare un treno di cui non si conosce l’orario in una stazione ferroviaria fredda, affollata, stretta».
Che pericolo corre?
«La settimana scorsa, un deputato dell’Akp (il partito del presidente, ndr ) ha avvisato: “Ci possono essere delle aggressioni alle carceri, i terroristi potrebbero essere linciati”. Dopo questa minaccia abbiamo avuto davvero paura. È aumentato il numero dei cancelli di ferro, ma più che per proteggerci, per rendere ancora più difficili le nostre uscite! Per cinque notti abbiamo fatto i turni. Domenica è scattato l’allarme, ma mi ci sono talmente abituata che ho continuato a tirarmi le sopracciglia. Per non morire tra le fiamme ho calcolato come potrei facilitare il mio soffocamento... Sono totalmente vulnerabile, come ogni oppositore in Turchia».
Intellettuali di tutto il mondo si stanno mobilitando per chiedere la sua liberazione: pensa che questi appelli possano aiutarla?
«L’arresto mio e di molti altri scrittori e giornalisti è del tutto “politico”, siamo stati messi dentro con un ordine dall’alto, con accuse vuote, senza raziocinio. L’unica modo per venirne fuori è la pressione politica dell’Europa. Naturalmente i leader politici non considerano un problema prioritario la crisi della democrazia in Turchia. L’accordo sui migranti ha messo a tacere l’Europa! Ecco, la responsabilità che ricade sugli intellettuali, gli scrittori, i giornalisti è grande: dobbiamo ricordare all’Europa i valori che fanno di essa l’Europa, e pretenderli».