Corriere 15.7.16
Sì al cambio di sesso a 16 anni «Per me sarà come rinascere»
di Elena Tebano
Roma
Per andare in Tribunale a Roma Irene ha scelto con cura come vestirsi.
Un abito a pois blu, le scarpe basse, i capelli lunghi sciolti sulle
spalle, un filo di eyeliner e l’orlo della gonna a coprire il grande
tatuaggio di cui di solito va molto orgogliosa, nonostante i genitori
(pacatamente) lo disapprovino: «Non voglio fare una cattiva
impressione».
Era il 25 maggio e quello che il giudice avrebbe
pensato di lei era decisivo: l’aspettava una delle prove più importanti
dei suoi giovani 16 anni. Irene (il nome è di fantasia) all’anagrafe
infatti era un maschio, anche se a vederla nessuno lo avrebbe detto. A
febbraio si è rivolta al tribunale per chiedere la modifica dei
documenti e il via libera all’operazione che permetterà al suo corpo di
corrispondere alla sua identità. Pochi giorni fa la sentenza che la
autorizza «a sottoporsi a trattamento medico-chirurgico per
l’adeguamento dei caratteri sessuali da maschili a femminili» e «ordina»
al contempo «la rettifica degli atti di stato civile in riferimento al
sesso (da maschile a femminile) e al nome». È la prima volta che succede
contestualmente per una 16enne in Italia. Prima c’era stato un solo sì
all’intervento per un under 18.
Irene aspetta l’operazione come una
nuova nascita e insieme la conclusione di un percorso iniziato quando a
13 anni in una lettera ha rivelato ai genitori Massimo e Rita (che
l’anno scorso avevano raccontato la loro storia sul Corriere ) di
sentirsi da sempre una femmina. Fa parte di una nuova generazione di
giovani transgender e transessuali che non ha avuto bisogno di aspettare
l’età adulta per capire la propria condizione e, grazie al sostegno
della famiglia, ha potuto avere una qualità di vita e un benessere
psicologico un tempo impensabili.
Da tre anni è in psicoterapia in un
centro specializzato, da due prende i bloccanti che impediscono al
testosterone di farle sviluppare tratti maschili, da uno gli estrogeni
che le hanno dato un aspetto femminile. «Ma la consapevolezza di essere
così ce l’ho avuta da sempre: almeno da quando avevo cinque anni —
racconta —. Ogni volta che qualcuno mi diceva di esprimere un desiderio,
chiedevo di essere femmina. Ma non credevo che fosse possibile». Non è
che da bambina non si riconoscesse nel suo corpo di maschietto: «Era
vedere come mi trattavano le persone — spiega —: mi davano del maschile e
io non capivo perché. All’asilo non capivo perché mi consideravano un
bambino. In prima elementare non capivo perché le compagne non mi
lasciavano andare al bagno delle femmine con loro. Ogni volta mi
sembrava un’offesa».
È una fatica immane, soprattutto a quell’età: «È
come se avessi avuto la mente continuamente assorbita da quello —
aggiunge Irene —. Dovevo sempre concentrarmi per rispondere se la gente
mi chiamava al maschile. Ogni volta che parlavo dovevo ricordarmi di
usare il pronome “giusto”, che non era mai quello che avrei voluto».
Come per molti e molte è stato Internet a permetterle di dare per la
prima volta un nome a quello che stava vivendo: transessualità. «Avevo 9
anni e non cercavo certo informazioni sull’argomento. Ma non so come,
per sbaglio — dice proprio così, “per sbaglio” —, ho letto un articolo
sul cambiamento di sesso. E ho pensato: è questo, ma io non posso farlo,
sono piccola. E ancora: devo aspettare di avere 18 anni, per allora
potrei già essere morta». Così Irene ha iniziato a leggere tutto quello
che trovava sul tema. Senza poterne o saperne parlare con nessuno, in
una solitudine infinita: «Ero convinta che la mia famiglia fosse molto
chiusa, non ne avevamo mai parlato. Pensavo non mi avrebbero accettata».
La
più grande fortuna di Irene è stata che i suoi genitori, Massimo e
Rita, l’hanno smentita: «Quando gli ho scritto la lettera erano molto
spaesati. Ora lo capisco: chi non ha mai sentito parlare di
transessualità neppure sa che esista. Per loro era sinonimo di
prostituzione. Lo era anche per me — dice con lo sguardo di un’adulta
negli occhi neri e vivissimi —. Invece dopo la paura iniziale hanno
subito cercato aiuto e informazioni in un centro per l’identità di
genere. Senza di loro, finché non ci sono stati loro ero persa».
Il
cammino di Irene per diventare se stessa è iniziato così. Non è stato
facile: «Di fatto non ho potuto vivere a pieno l’adolescenza, perché
uscivo con due amiche, non eravamo un gruppo di amiche. Eravamo un
gruppo di amici». Poi a 13 anni ha iniziato a vestirsi da ragazza:
«All’inizio avevo un atteggiamento molto marcato, esageravo coi trucchi e
i vestiti: succede a tutte le persone trans. Ora ha capito che se ti
metti i pantaloni non sei meno donna». La svolta è arrivata con la
terapia ormonale, che le ha modificato il fisico: «Nel momento in cui la
gente ha iniziato a chiamarmi al femminile è sparita anche l’ansia che
avevo sempre». Ora è più serena: «Se potessi sceglierlo non nascerei
così, perché è un impedimento mentale e psicologico. Ma so che una volta
che viene risolto sei molto felice. Forse anche più di chi non l’ha mai
vissuto, perché finalmente sei realizzata». Adesso aspetta solo
l’intervento: «Mi sono già messa in lista d’attesa ovunque. Spero di
operarmi entro un anno. Poi voglio solo pensare a fare l’università».
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
sabato 16 luglio 2016
il manifesto 16.7.16
Scuola, la disugaglianza che spacca il paese fra periferia e centro
di Andrea Ranieri
Il processo di costruzione di Sinistra italiana, che avrà un suo momento importante nell’Assemblea nazionale del 16 luglio, non può non avere al proprio al proprio interno, come uno degli assi centrali su cui costruire la propria proposta politica, il grande tema del sapere negato. Perché esso è alla base sia delle difficoltà del paese di imboccare la strada di uno sviluppo socialmente ed ambientalmente sostenibile, sia di disuguaglianze intollerabili. Il sapere e la cultura sono ancora oggi negati ai più poveri. Occorre leggere anche da questo punto di vista la questione delle periferie. I differenziali fra le speranze di vita, documentate da una bella ricerca della Università di Torino, che dividono chi vive in centro da chi vive in periferia, corrispondono pressoché esattamente ai differenziali nelle speranze di vita fra chi ha la laurea e chi si è fermato alla scuola dell’obbligo. Il basso livello di istruzione della popolazione italiana, rispetto alla popolazione europea e non solo, è il più grosso freno alla costruzione di città intelligenti, che sono quelle capaci di organizzare la mobilità, i servizi, la gestione dei rifiuti evitando sprechi di risorse, di suolo, di ambiente, e l’origine di disuguaglianza intollerabili nelle possibilità e capacità di accesso alle prestazioni dello Stato sociale, a partire dalle prestazioni sanitarie.
Contrastare la dispersione scolastica, costruendo davvero la scuola di tutti e di ciascuno, sostenere le scuole di periferia che si impegnano con passione e intelligenza nel compito di contrastare le disuguaglianze di censo, come quelle derivanti dalle diversità linguistiche e culturali dei bambini e dei ragazzi che le frequentano; costruire e sostenere le forme di accesso al sapere degli adulti , con un sistema di formazione permanente che faccia capo alle scuole, alla rete delle biblioteche comunali, che decentri nella periferie attività culturali significative, è uno degli obiettivi fondamentali che abbiamo davanti, per accompagnare il contrasto alla buona scuola di Renzi con il sostegno effettivo alla buona scuola che c’è.
Ma è negato anche il sapere di quanti con impegno e fatica si sono laureati e dottorati e non trovano un modo per mettere all’opera il proprio sapere, che sono disoccupati o che lavorano poco e male. Perché la produzione di merci e servizi di questo paese non sembra in grado di utilizzare sapere, schiacciata su un’idea di competitività di cui l’asse fondamentale sembra ancora essere quello di ridurre il costo del lavoro e dei diritti; perché lavori ne offre sempre meno anche la pubblica amministrazione, pur essendo nel nostro paese il numero di dipendenti pubblici parametrato alla popolazione fra i più bassi dell’Occidente, e anche la strada della ricerca sembra preclusa dai tagli di cui non si vede la fine al sistema Universitario e a quello della ricerca pubblica. Per non parlare dei giovani che hanno affidato il loro futuro alla loro passione per l’arte, per la musica, per la salvaguardia del nostro patrimonio culturale e ambientale, a cui l’accesso al lavoro e’ precluso dal disinteresse di chi ci governa per la manutenzione e la crescita dei più belli fra i beni comuni.
Ma forse sta per risolversi il paradosso italiano che è quello di avere il minor numero di laureati rispetto alla maggioranza degli altri Paesi e insieme la più alta percentuale di laureati disoccupati. Risolto nel modo peggiore, la diminuzione dei laureati, che è quello che schiaccerebbe l’Italia nella fascia più bassa fra i Paesi che si confrontano a livello globale. Il governo ha accompagnato, anzi ha favorito, il declino dell’Università di massa. L’assenza di una vera legge per il diritto allo studio, il rialzo costante delle tasse universitarie, la mancanza di sbocchi lavorativi dignitosi, ha provocato una diminuzione dei giovani che all’università si iscrivono, specialmente fra i figli delle famiglie povere. Credo sia un’obiettivo prioritario per una sinistra che voglia ridisegnare un’idea di sviluppo per il nostro Paese, capace di far crescere la quantita, la qualità e la dignità del lavoro, impegnarsi a tutti i livelli, da quello Parlamentare alla mobilitazione che è possibile costruire nel Paese, per sostenere la legge di iniziativa popolare per il diritto allo studio promossa dai giovani studenti e ricercatori della Rete della conoscenza, avendo come orizzonte strategico la gratutità dell’istruzione a tutti i livelli, dalla scuola dell’infanzia all’università.
E insieme occorre contrastare la logica perversa di un sistema di valutazione dell’università e della ricerca che ha avuto come esito quello di spostare risorse dalle università del Sud a quelle del Nord, dalla ricerca disinteressata a quella destinata ad attrarre finanziamenti privati. Il clima di competitività che si è creato dentro le università e fra le università per accaparrarsi i soldi necessari a sopravvivere, data la costante diminuzione delle risorse, finanziarie ed umane, che ne assicurano il funzionamento ordinario, sta distruggendo il senso fondamentale dell’istituzione, che è quello di produrre e trasmettere sapere. Con una straordinaria inversione fra i mezzi fini. Non si cercano più soldi per realizzare idee, ma hanno audience solo le idee che attirano soldi. La politica sembra aver affidato il compito di gestire la redistribuzione diseguale delle risorse all’Anvur, l’agenzia per la valutazione, che ormai ha assunto lo stesso ruolo che hanno i dettami dell’economia liberista nello scenario economico più generale, quello cioè di ammantare di ragioni oggettive la crescita delle disuguaglianze. Non stupisce che fra i più fieri sostenitori di questo sistema di valutazione ci siano quegli stessi che dalle pagine dei giornali e come consiglieri del Principe continuano a tessere le lodi del liberismo, anche dentro la sua crisi conclamata. Allora l’altro grande obiettivo di fase che potremmo darci è proprio l’abolizione dell’Anvur e di questo sistema di valutazione. La comunità scientifica, gli studenti, i cittadini, il parlamento decideranno se e cosa mettere al suo posto. Ma è preliminare liberare il campo da un’istituzione che ha un ruolo così rilevante nel negare il sapere come attività libera e disinteressata, e nel produrre intollerabili disuguaglianze.
Scuola, la disugaglianza che spacca il paese fra periferia e centro
di Andrea Ranieri
Il processo di costruzione di Sinistra italiana, che avrà un suo momento importante nell’Assemblea nazionale del 16 luglio, non può non avere al proprio al proprio interno, come uno degli assi centrali su cui costruire la propria proposta politica, il grande tema del sapere negato. Perché esso è alla base sia delle difficoltà del paese di imboccare la strada di uno sviluppo socialmente ed ambientalmente sostenibile, sia di disuguaglianze intollerabili. Il sapere e la cultura sono ancora oggi negati ai più poveri. Occorre leggere anche da questo punto di vista la questione delle periferie. I differenziali fra le speranze di vita, documentate da una bella ricerca della Università di Torino, che dividono chi vive in centro da chi vive in periferia, corrispondono pressoché esattamente ai differenziali nelle speranze di vita fra chi ha la laurea e chi si è fermato alla scuola dell’obbligo. Il basso livello di istruzione della popolazione italiana, rispetto alla popolazione europea e non solo, è il più grosso freno alla costruzione di città intelligenti, che sono quelle capaci di organizzare la mobilità, i servizi, la gestione dei rifiuti evitando sprechi di risorse, di suolo, di ambiente, e l’origine di disuguaglianza intollerabili nelle possibilità e capacità di accesso alle prestazioni dello Stato sociale, a partire dalle prestazioni sanitarie.
Contrastare la dispersione scolastica, costruendo davvero la scuola di tutti e di ciascuno, sostenere le scuole di periferia che si impegnano con passione e intelligenza nel compito di contrastare le disuguaglianze di censo, come quelle derivanti dalle diversità linguistiche e culturali dei bambini e dei ragazzi che le frequentano; costruire e sostenere le forme di accesso al sapere degli adulti , con un sistema di formazione permanente che faccia capo alle scuole, alla rete delle biblioteche comunali, che decentri nella periferie attività culturali significative, è uno degli obiettivi fondamentali che abbiamo davanti, per accompagnare il contrasto alla buona scuola di Renzi con il sostegno effettivo alla buona scuola che c’è.
Ma è negato anche il sapere di quanti con impegno e fatica si sono laureati e dottorati e non trovano un modo per mettere all’opera il proprio sapere, che sono disoccupati o che lavorano poco e male. Perché la produzione di merci e servizi di questo paese non sembra in grado di utilizzare sapere, schiacciata su un’idea di competitività di cui l’asse fondamentale sembra ancora essere quello di ridurre il costo del lavoro e dei diritti; perché lavori ne offre sempre meno anche la pubblica amministrazione, pur essendo nel nostro paese il numero di dipendenti pubblici parametrato alla popolazione fra i più bassi dell’Occidente, e anche la strada della ricerca sembra preclusa dai tagli di cui non si vede la fine al sistema Universitario e a quello della ricerca pubblica. Per non parlare dei giovani che hanno affidato il loro futuro alla loro passione per l’arte, per la musica, per la salvaguardia del nostro patrimonio culturale e ambientale, a cui l’accesso al lavoro e’ precluso dal disinteresse di chi ci governa per la manutenzione e la crescita dei più belli fra i beni comuni.
Ma forse sta per risolversi il paradosso italiano che è quello di avere il minor numero di laureati rispetto alla maggioranza degli altri Paesi e insieme la più alta percentuale di laureati disoccupati. Risolto nel modo peggiore, la diminuzione dei laureati, che è quello che schiaccerebbe l’Italia nella fascia più bassa fra i Paesi che si confrontano a livello globale. Il governo ha accompagnato, anzi ha favorito, il declino dell’Università di massa. L’assenza di una vera legge per il diritto allo studio, il rialzo costante delle tasse universitarie, la mancanza di sbocchi lavorativi dignitosi, ha provocato una diminuzione dei giovani che all’università si iscrivono, specialmente fra i figli delle famiglie povere. Credo sia un’obiettivo prioritario per una sinistra che voglia ridisegnare un’idea di sviluppo per il nostro Paese, capace di far crescere la quantita, la qualità e la dignità del lavoro, impegnarsi a tutti i livelli, da quello Parlamentare alla mobilitazione che è possibile costruire nel Paese, per sostenere la legge di iniziativa popolare per il diritto allo studio promossa dai giovani studenti e ricercatori della Rete della conoscenza, avendo come orizzonte strategico la gratutità dell’istruzione a tutti i livelli, dalla scuola dell’infanzia all’università.
E insieme occorre contrastare la logica perversa di un sistema di valutazione dell’università e della ricerca che ha avuto come esito quello di spostare risorse dalle università del Sud a quelle del Nord, dalla ricerca disinteressata a quella destinata ad attrarre finanziamenti privati. Il clima di competitività che si è creato dentro le università e fra le università per accaparrarsi i soldi necessari a sopravvivere, data la costante diminuzione delle risorse, finanziarie ed umane, che ne assicurano il funzionamento ordinario, sta distruggendo il senso fondamentale dell’istituzione, che è quello di produrre e trasmettere sapere. Con una straordinaria inversione fra i mezzi fini. Non si cercano più soldi per realizzare idee, ma hanno audience solo le idee che attirano soldi. La politica sembra aver affidato il compito di gestire la redistribuzione diseguale delle risorse all’Anvur, l’agenzia per la valutazione, che ormai ha assunto lo stesso ruolo che hanno i dettami dell’economia liberista nello scenario economico più generale, quello cioè di ammantare di ragioni oggettive la crescita delle disuguaglianze. Non stupisce che fra i più fieri sostenitori di questo sistema di valutazione ci siano quegli stessi che dalle pagine dei giornali e come consiglieri del Principe continuano a tessere le lodi del liberismo, anche dentro la sua crisi conclamata. Allora l’altro grande obiettivo di fase che potremmo darci è proprio l’abolizione dell’Anvur e di questo sistema di valutazione. La comunità scientifica, gli studenti, i cittadini, il parlamento decideranno se e cosa mettere al suo posto. Ma è preliminare liberare il campo da un’istituzione che ha un ruolo così rilevante nel negare il sapere come attività libera e disinteressata, e nel produrre intollerabili disuguaglianze.
Corriere 15.7.16
I prof bocciati al concorsone
di Valentina Santarpia
Anche se non ci sono ancora risultati ufficiali sul territorio nazionale, i primi resoconti degli uffici scolastici regionali somigliano a bollettini di guerra. In Emilia-Romagna su 37 candidati per i laboratori di Scienze e tecnologie meccaniche, ammessi agli orali in 16. In Lombardia 7 su 68 iscritti hanno superato la prima prova per il Laboratorio di scienze e tecnologie chimiche. I posti banditi sono 51. Sul sostegno è una débâcle: in Sardegna per 18 posti alle superiori ammesso un solo candidato alla prova orale, in Piemonte alla primaria ce l’hanno fatta in 130 su 333. «Le prime stime parlano del 55% degli ammessi», dice Rosa Sigillò, coordinatrice di Mida precari. Le cattedre scoperte dovranno essere assegnate a supplenti, in barba alle promesse del governo. Sui social corre la rabbia, ed è pronto un esposto per contestare malfunzionamenti e incongruenze delle prove. «Siamo tutti preparati e abilitati — spiega Valeria Bruccola, dell’associazione Adida —. Qualcosa non ha funzionato».
I prof bocciati al concorsone
di Valentina Santarpia
Anche se non ci sono ancora risultati ufficiali sul territorio nazionale, i primi resoconti degli uffici scolastici regionali somigliano a bollettini di guerra. In Emilia-Romagna su 37 candidati per i laboratori di Scienze e tecnologie meccaniche, ammessi agli orali in 16. In Lombardia 7 su 68 iscritti hanno superato la prima prova per il Laboratorio di scienze e tecnologie chimiche. I posti banditi sono 51. Sul sostegno è una débâcle: in Sardegna per 18 posti alle superiori ammesso un solo candidato alla prova orale, in Piemonte alla primaria ce l’hanno fatta in 130 su 333. «Le prime stime parlano del 55% degli ammessi», dice Rosa Sigillò, coordinatrice di Mida precari. Le cattedre scoperte dovranno essere assegnate a supplenti, in barba alle promesse del governo. Sui social corre la rabbia, ed è pronto un esposto per contestare malfunzionamenti e incongruenze delle prove. «Siamo tutti preparati e abilitati — spiega Valeria Bruccola, dell’associazione Adida —. Qualcosa non ha funzionato».
Corriere 15.7.16
La via del merito per i professori
di Dario Di Vico
I primi dati sul concorsone nato per stabilizzare i precari della scuola sono molto severi. Quei dati parlano di una selezione drastica, se non di una vera e propria decimazione dei candidati.
I primi dati che cominciano ad emergere dal concorsone, nato per stabilizzare i precari della scuola, sono molto severi. Parlano di una selezione drastica, se non di una vera e propria decimazione dei candidati. Analizzando questi risultati va ovviamente adottato un caveat che riguarda l’ampiezza del campione e la sua omogeneità territoriale ma non si può tacere la novità. In passato i concorsi sono stati concepiti e gestiti in chiave di sanatoria, una sorta di benedizione amministrativa all’ingresso massiccio di nuovo personale nei ranghi (stabili) della pubblica amministrazione. Stavolta invece i commissari sembrano avanzare molti dubbi e in base ai poteri di cui sono dotati procedono bocciando. Se questa tendenza dovesse essere confermata nei prossimi giorni e settimane costituirebbe uno smacco per il governo che invece ha immaginato e comunicato l’intera operazione sotto la chiave della sostanziale continuità tra concorsone e stabilizzazione del personale.
Chi conosce i meccanismi di valutazione degli insegnanti invita comunque a coltivare un secondo caveat . È chiaro che se dovessimo alla fine constatare che le commissioni hanno portato a termine una vera selezione non potremmo che esserne soddisfatti. Avrebbero fatto bene il loro lavoro e avrebbero aperto le porte dell’impiego stabile solo a quei docenti in grado di dimostrare la loro preparazione. Assumere insegnanti non idonei significa condizionare negativamente il rilancio della scuola non per un anno ma per cinque o sei lustri. Ma le cose stanno veramente così? Onestamente non lo sappiamo. La gestione del concorsone è stata infatti piuttosto pasticciata.
Si è giustamente cambiato il focus della selezione passato dall’accertamento della conoscenza della disciplina — metodo adottato in passato — alla valutazione della capacità didattica del docente. Purtroppo però una novità di questo peso non è stata comunicata con sufficiente tempismo e anche la designazione dei commissari è avvenuta con procedure dell’ultimo minuto. Da qui un legittimo dubbio: la scrematura, di cui abbiamo sottolineato l’intrinseca positività, sta seguendo un criterio meritocratico o è figlia di un disallineamento tra le commissioni, gli obiettivi della selezione e le aspettative degli insegnanti? Via via che le prove d’esame andranno avanti dovremmo saper rispondere a questa domanda che alla fin fine è decisiva per emettere un giudizio ponderato sull’intera operazione.
È chiaro che ragioni di equità sociale spingono per ridurre al minimo l’area del precariato ma dobbiamo stare attenti a che queste motivazioni non entrino in conflitto con l’esigenza di costruire una scuola in grado di produrre standard qualitativi di valore europeo. Centrare quest’obiettivo è tanto più necessario in una fase storica in cui «il sapere si è messo a correre» e diventa decisiva la capacità di trasmettere ai giovani sia il tradizionale patrimonio di conoscenze sia la direzione del cambiamento. Aggiungo che le trasformazioni dell’economia nel capo della produzione e dei servizi vanno tutte nel senso di valorizzare le persone, oggi considerate ancora più importanti delle organizzazioni. Queste persone però le dobbiamo formare nelle modalità e nel tempo giusto, un Paese sarà più o meno prospero in virtù del capitale umano di cui sarà stato capace di dotarsi. Per questo motivo la querelle sul concorsone, una corretta e meditata valutazione sulla bontà della selezione meritocratica, sono questioni che interessano non solo gli addetti ai lavori o i sindacati del settore ma l’intera opinione pubblica.
La via del merito per i professori
di Dario Di Vico
I primi dati sul concorsone nato per stabilizzare i precari della scuola sono molto severi. Quei dati parlano di una selezione drastica, se non di una vera e propria decimazione dei candidati.
I primi dati che cominciano ad emergere dal concorsone, nato per stabilizzare i precari della scuola, sono molto severi. Parlano di una selezione drastica, se non di una vera e propria decimazione dei candidati. Analizzando questi risultati va ovviamente adottato un caveat che riguarda l’ampiezza del campione e la sua omogeneità territoriale ma non si può tacere la novità. In passato i concorsi sono stati concepiti e gestiti in chiave di sanatoria, una sorta di benedizione amministrativa all’ingresso massiccio di nuovo personale nei ranghi (stabili) della pubblica amministrazione. Stavolta invece i commissari sembrano avanzare molti dubbi e in base ai poteri di cui sono dotati procedono bocciando. Se questa tendenza dovesse essere confermata nei prossimi giorni e settimane costituirebbe uno smacco per il governo che invece ha immaginato e comunicato l’intera operazione sotto la chiave della sostanziale continuità tra concorsone e stabilizzazione del personale.
Chi conosce i meccanismi di valutazione degli insegnanti invita comunque a coltivare un secondo caveat . È chiaro che se dovessimo alla fine constatare che le commissioni hanno portato a termine una vera selezione non potremmo che esserne soddisfatti. Avrebbero fatto bene il loro lavoro e avrebbero aperto le porte dell’impiego stabile solo a quei docenti in grado di dimostrare la loro preparazione. Assumere insegnanti non idonei significa condizionare negativamente il rilancio della scuola non per un anno ma per cinque o sei lustri. Ma le cose stanno veramente così? Onestamente non lo sappiamo. La gestione del concorsone è stata infatti piuttosto pasticciata.
Si è giustamente cambiato il focus della selezione passato dall’accertamento della conoscenza della disciplina — metodo adottato in passato — alla valutazione della capacità didattica del docente. Purtroppo però una novità di questo peso non è stata comunicata con sufficiente tempismo e anche la designazione dei commissari è avvenuta con procedure dell’ultimo minuto. Da qui un legittimo dubbio: la scrematura, di cui abbiamo sottolineato l’intrinseca positività, sta seguendo un criterio meritocratico o è figlia di un disallineamento tra le commissioni, gli obiettivi della selezione e le aspettative degli insegnanti? Via via che le prove d’esame andranno avanti dovremmo saper rispondere a questa domanda che alla fin fine è decisiva per emettere un giudizio ponderato sull’intera operazione.
È chiaro che ragioni di equità sociale spingono per ridurre al minimo l’area del precariato ma dobbiamo stare attenti a che queste motivazioni non entrino in conflitto con l’esigenza di costruire una scuola in grado di produrre standard qualitativi di valore europeo. Centrare quest’obiettivo è tanto più necessario in una fase storica in cui «il sapere si è messo a correre» e diventa decisiva la capacità di trasmettere ai giovani sia il tradizionale patrimonio di conoscenze sia la direzione del cambiamento. Aggiungo che le trasformazioni dell’economia nel capo della produzione e dei servizi vanno tutte nel senso di valorizzare le persone, oggi considerate ancora più importanti delle organizzazioni. Queste persone però le dobbiamo formare nelle modalità e nel tempo giusto, un Paese sarà più o meno prospero in virtù del capitale umano di cui sarà stato capace di dotarsi. Per questo motivo la querelle sul concorsone, una corretta e meditata valutazione sulla bontà della selezione meritocratica, sono questioni che interessano non solo gli addetti ai lavori o i sindacati del settore ma l’intera opinione pubblica.
La Stampa 16.7.16
Cairo supera Bonomi e conquista Rcs
“Sono riuscito a battere i pesi massimi”
Il neo-editore del Corriere: ha prevalso la voglia di cambiamento, ora un lavoro pazzesco
di Francesco Spini
Rivoluzione in via Rizzoli. Urbano Cairo vince la sua scommessa su Rcs e sconfigge la cordata di Andrea Bonomi e dei soci «storici» Diego Della Valle, Mediobanca, Pirelli e UnipolSai, riuniti nell’International Media Holding. Al termine dell’ultima giornata della sua offerta di acquisto e scambio (Opas), il patron de La7 si ritrova con il 48,8% del capitale della società che pubblica il Corriere della Sera. Bonomi e soci, invece, che già erano al 24,7%, con l’Opa a 1 euro si fermano al 37,7% e alzano bandiera bianca.
Cairo può esultare per la «bella differenza» che gli consegna le chiavi di via Rizzoli: «Mi aspetta un lavoro pazzesco - è il suo primo commento fuori dallo studio Bonelli Erede, suo consulente legale -. Cominciamo a entrare in Rcs in tempi velocissimi, l’importante ora è la velocità», dice. Quasi non ci crede, Cairo, di aver vinto «con dei pesi massimi del genere». La cosa positiva della vicenda, ragiona a caldo, «è che la gente, gli investitori, hanno creduto in questo progetto e hanno voglia di cambiamento». Si tratta, spiega, di «un segnale forte: la gente ha voglia di mettere persone che sanno fare un mestiere, vuole persone competenti a fare cose che sanno fare. E non una gestione fatta un po’ come si faceva una volta».
Dalla cordata sconfitta telefonano all’ormai ex avversario. «Facciamo le nostre congratulazioni a Cairo e auguriamo un prospero futuro a Rcs - dichiarano in una nota i soci di International Media Holding -. Si è trattato di un’operazione di mercato che, grazie al nostro interesse, ha consentito di far realizzare valori più adeguati a favore di tutti gli azionisti della società». Come si vede, nessuna dichiarazione di guerra. La Imh, nata per l’Opa, è destinata a sciogliersi: i suoi soci si riuniranno settimana prossima anche per decidere questioni tecniche, ad esempio come suddividersi il 2,17% comprato fuori Opa. Non potranno aderire all’offerta di Cairo con le proprie azioni, ma potranno permettere di farlo agli azionisti Rcs che avevano scelto la loro Opa fallita. Bonomi, intanto, si sfila e fuma il calumet della pace: «È tempo ora di pensare al bene dell’azienda - dice il finanziere - che, sono certo, con il supporto di tutti i suoi azionisti saprà raggiungere buoni risultati».
Cairo diventerà ad di Rcs. E il presidente? Qualcuno guarda a Giovanni Bazoli, storico nume tutelare del Corriere per conto di Intesa Sanpaolo, altri sussurrano pure il nome di Gaetano Micciché che, da Banca Imi, ha curato in prima persona la regia dell’operazione, insieme a Equita. Di «risultato straordinario» ottenuto «con il nostro sostegno decisivo» parla l’ad di Intesa, Carlo Messina, che si gode la vittoria del duello con Mediobanca. «È la dimostrazione di come progetti industriali ben concepiti, e presentati in maniera convincente, siano in grado di affermarsi», commenta. Ora si dice certo che per Rcs si aprirà «una fase nuova» in cui «sarà in grado di esprimere le grandi potenzialità di un gruppo ricco di professionalità e competenze».
Cairo supera Bonomi e conquista Rcs
“Sono riuscito a battere i pesi massimi”
Il neo-editore del Corriere: ha prevalso la voglia di cambiamento, ora un lavoro pazzesco
di Francesco Spini
Rivoluzione in via Rizzoli. Urbano Cairo vince la sua scommessa su Rcs e sconfigge la cordata di Andrea Bonomi e dei soci «storici» Diego Della Valle, Mediobanca, Pirelli e UnipolSai, riuniti nell’International Media Holding. Al termine dell’ultima giornata della sua offerta di acquisto e scambio (Opas), il patron de La7 si ritrova con il 48,8% del capitale della società che pubblica il Corriere della Sera. Bonomi e soci, invece, che già erano al 24,7%, con l’Opa a 1 euro si fermano al 37,7% e alzano bandiera bianca.
Cairo può esultare per la «bella differenza» che gli consegna le chiavi di via Rizzoli: «Mi aspetta un lavoro pazzesco - è il suo primo commento fuori dallo studio Bonelli Erede, suo consulente legale -. Cominciamo a entrare in Rcs in tempi velocissimi, l’importante ora è la velocità», dice. Quasi non ci crede, Cairo, di aver vinto «con dei pesi massimi del genere». La cosa positiva della vicenda, ragiona a caldo, «è che la gente, gli investitori, hanno creduto in questo progetto e hanno voglia di cambiamento». Si tratta, spiega, di «un segnale forte: la gente ha voglia di mettere persone che sanno fare un mestiere, vuole persone competenti a fare cose che sanno fare. E non una gestione fatta un po’ come si faceva una volta».
Dalla cordata sconfitta telefonano all’ormai ex avversario. «Facciamo le nostre congratulazioni a Cairo e auguriamo un prospero futuro a Rcs - dichiarano in una nota i soci di International Media Holding -. Si è trattato di un’operazione di mercato che, grazie al nostro interesse, ha consentito di far realizzare valori più adeguati a favore di tutti gli azionisti della società». Come si vede, nessuna dichiarazione di guerra. La Imh, nata per l’Opa, è destinata a sciogliersi: i suoi soci si riuniranno settimana prossima anche per decidere questioni tecniche, ad esempio come suddividersi il 2,17% comprato fuori Opa. Non potranno aderire all’offerta di Cairo con le proprie azioni, ma potranno permettere di farlo agli azionisti Rcs che avevano scelto la loro Opa fallita. Bonomi, intanto, si sfila e fuma il calumet della pace: «È tempo ora di pensare al bene dell’azienda - dice il finanziere - che, sono certo, con il supporto di tutti i suoi azionisti saprà raggiungere buoni risultati».
Cairo diventerà ad di Rcs. E il presidente? Qualcuno guarda a Giovanni Bazoli, storico nume tutelare del Corriere per conto di Intesa Sanpaolo, altri sussurrano pure il nome di Gaetano Micciché che, da Banca Imi, ha curato in prima persona la regia dell’operazione, insieme a Equita. Di «risultato straordinario» ottenuto «con il nostro sostegno decisivo» parla l’ad di Intesa, Carlo Messina, che si gode la vittoria del duello con Mediobanca. «È la dimostrazione di come progetti industriali ben concepiti, e presentati in maniera convincente, siano in grado di affermarsi», commenta. Ora si dice certo che per Rcs si aprirà «una fase nuova» in cui «sarà in grado di esprimere le grandi potenzialità di un gruppo ricco di professionalità e competenze».
Il manifesto 16.7.16
Il ’quesito’ della sinistra italiana
Roma. Oggi l’assemblea ai Frentani, è scontro a bassa intensità, ma pesano già gli abbandoni
di Daniela Preziosi
ROMA Il clima, l’umore, i sentimenti sono quelli del lutto e del cordoglio dopo una settimana di avvenimenti tragici che tolgono senso alle beghe e ai conflitti di piccolo cabotaggio della politica, se mai hanno senso. In condizioni ’normali’, dopo la strage del treno di Andria – erano solo tre giorni fa – e l’ecatombe di Nizza della notte fra giovedì e venerdì, l’assemblea nazionale «aperta» di Sinistra italiana (oggi a Roma dalle 10 al Centro Congressi Frentani, anche in diretta streaming) sarebbe stata rimandata a dopo le giornate del lutto.
Ma ’condizioni normali’ non sono per la sinistra italiana, minuscola e maiuscola, dopo la batosta (quasi ovunque) delle comunali, le polemiche. E gli abbandoni. Oggi a Roma infatti si conteranno le presenze, perché la partecipazione è sempre un termometro per la salute di un corpo vivo. Ma si noteranno le assenze. Alla vigilia dell’appuntamento romano si è ritirata la colonna sarda del sindaco di Cagliari Massimo Zedda e del senatore Luciano Uras, renitenti alla leva in Si. Al loro posto hanno inviato un documento che chiede le dimissioni di tutto il gruppo dirigente («hanno fallito) e il ritorno all’originaria Sel. Ipotesi impraticabile, però: è un partito mezzo vivo e mezzo morto, tecnicamente parlando, o comunque in via di decomposizione almeno a livello nazionale – il tesseramento è chiuso e dirottato verso la nuova creatura -. Non a livello locale, invece, dove gli organismi di Sel continuano a vegetare, se non a vivere.
Non ci sarà neanche l’ex segretario Cgil e padre fondatore di Si Sergio Cofferati: se n’è andato senza clamore ma in dissenso profondo con la piega che prende il gruppo dirigente, a suo parere troppo chiuso: «Non si discute su niente, le poche decisioni si prendono in pochi, senza un minimo di confronto», ha spiegato ai compagni ai quali ha comunicato la sua dolorosa decisione. Argomenti riecheggiati alla riunione dei parlamentari due giorni fa. Con toni ruvidi. E in un post al vetriolo di Massimiliano Smeriglio, vicepresidente del Lazio e capofila del ’documento dei 100’ e cioè quelli preoccupati per l’avvitamento a sinistra: «Chi ha l’ambizione di fare il leader dovrebbe avere l’autorevolezza, la forza e persino l’astuzia di includere. Se ogni volta che si critica una fase costituente che i sondaggi quotano al 2,7%, si allude all’intelligenza con il nemico siamo alla frutta», «volevamo la partecipazione, assistiamo a pratiche da buttafuori».
Le distanze sono forti, se ci si parlasse chiaro. Ma alla vigilia dell’appuntamento, e cioè ieri, la discussione è stata tutta ricalibrata alla luce dell’orrore della cronaca «per evitare un dibattito surreale», c’è chi spiega sennatamente all’uscita del comitato esecutivo.
La relazione di apertura sarà dell’ex Pd Alfredo D’Attorre, un deputato pacato che però ha firmato un appello per la ’Lexit’, l’uscita da sinistra dall’euro, insieme a Stefano Fassina. Il documento che verrà approvato a fine giornata è stato condiviso all’unanimità dall’esecutivo (dopo qualche scontro) e sfuma con prudenza la questione cruciale del dopo-referendum. «Solo con la vittoria del No si può riaprire la costruzione di una proposta progressista per il governo del Paese», dice. Ma naturalmente «non si tratta di tornare al vecchio centro-sinistra dei vincoli e delle compatibilità europee», «non si costruisce il “nuovo futuro” senza riconoscere i gravi limiti di quella stagione». Una formulazione che evita un inutile frontale sulla questione delle alleanze. Perché se vince il No Renzi andrà a casa e tutta la geografia politica sarà diversa, cosa che naturalmente non significa automaticamente il ritorno al centrosinistra o l’appoggio a un eventuale governo di scopo. Se vince il Sì il Renzi del ’partito della nazione’ ne uscirà di molto rafforzato, tanto da rendere impraticabile qualsiasi idea di alleanza a sinistra. Inutile rompersi la testa, meglio procedere a pancia a terra con i comitati per il No e puntare alla cancellazione della riforma costituzionale (e la caduta del governo).
Il ’quesito’ della sinistra italiana
Roma. Oggi l’assemblea ai Frentani, è scontro a bassa intensità, ma pesano già gli abbandoni
di Daniela Preziosi
ROMA Il clima, l’umore, i sentimenti sono quelli del lutto e del cordoglio dopo una settimana di avvenimenti tragici che tolgono senso alle beghe e ai conflitti di piccolo cabotaggio della politica, se mai hanno senso. In condizioni ’normali’, dopo la strage del treno di Andria – erano solo tre giorni fa – e l’ecatombe di Nizza della notte fra giovedì e venerdì, l’assemblea nazionale «aperta» di Sinistra italiana (oggi a Roma dalle 10 al Centro Congressi Frentani, anche in diretta streaming) sarebbe stata rimandata a dopo le giornate del lutto.
Ma ’condizioni normali’ non sono per la sinistra italiana, minuscola e maiuscola, dopo la batosta (quasi ovunque) delle comunali, le polemiche. E gli abbandoni. Oggi a Roma infatti si conteranno le presenze, perché la partecipazione è sempre un termometro per la salute di un corpo vivo. Ma si noteranno le assenze. Alla vigilia dell’appuntamento romano si è ritirata la colonna sarda del sindaco di Cagliari Massimo Zedda e del senatore Luciano Uras, renitenti alla leva in Si. Al loro posto hanno inviato un documento che chiede le dimissioni di tutto il gruppo dirigente («hanno fallito) e il ritorno all’originaria Sel. Ipotesi impraticabile, però: è un partito mezzo vivo e mezzo morto, tecnicamente parlando, o comunque in via di decomposizione almeno a livello nazionale – il tesseramento è chiuso e dirottato verso la nuova creatura -. Non a livello locale, invece, dove gli organismi di Sel continuano a vegetare, se non a vivere.
Non ci sarà neanche l’ex segretario Cgil e padre fondatore di Si Sergio Cofferati: se n’è andato senza clamore ma in dissenso profondo con la piega che prende il gruppo dirigente, a suo parere troppo chiuso: «Non si discute su niente, le poche decisioni si prendono in pochi, senza un minimo di confronto», ha spiegato ai compagni ai quali ha comunicato la sua dolorosa decisione. Argomenti riecheggiati alla riunione dei parlamentari due giorni fa. Con toni ruvidi. E in un post al vetriolo di Massimiliano Smeriglio, vicepresidente del Lazio e capofila del ’documento dei 100’ e cioè quelli preoccupati per l’avvitamento a sinistra: «Chi ha l’ambizione di fare il leader dovrebbe avere l’autorevolezza, la forza e persino l’astuzia di includere. Se ogni volta che si critica una fase costituente che i sondaggi quotano al 2,7%, si allude all’intelligenza con il nemico siamo alla frutta», «volevamo la partecipazione, assistiamo a pratiche da buttafuori».
Le distanze sono forti, se ci si parlasse chiaro. Ma alla vigilia dell’appuntamento, e cioè ieri, la discussione è stata tutta ricalibrata alla luce dell’orrore della cronaca «per evitare un dibattito surreale», c’è chi spiega sennatamente all’uscita del comitato esecutivo.
La relazione di apertura sarà dell’ex Pd Alfredo D’Attorre, un deputato pacato che però ha firmato un appello per la ’Lexit’, l’uscita da sinistra dall’euro, insieme a Stefano Fassina. Il documento che verrà approvato a fine giornata è stato condiviso all’unanimità dall’esecutivo (dopo qualche scontro) e sfuma con prudenza la questione cruciale del dopo-referendum. «Solo con la vittoria del No si può riaprire la costruzione di una proposta progressista per il governo del Paese», dice. Ma naturalmente «non si tratta di tornare al vecchio centro-sinistra dei vincoli e delle compatibilità europee», «non si costruisce il “nuovo futuro” senza riconoscere i gravi limiti di quella stagione». Una formulazione che evita un inutile frontale sulla questione delle alleanze. Perché se vince il No Renzi andrà a casa e tutta la geografia politica sarà diversa, cosa che naturalmente non significa automaticamente il ritorno al centrosinistra o l’appoggio a un eventuale governo di scopo. Se vince il Sì il Renzi del ’partito della nazione’ ne uscirà di molto rafforzato, tanto da rendere impraticabile qualsiasi idea di alleanza a sinistra. Inutile rompersi la testa, meglio procedere a pancia a terra con i comitati per il No e puntare alla cancellazione della riforma costituzionale (e la caduta del governo).
La Stampa 16.7.16
Assemblea con lo strappo dei trecento di Zedda
Si terrà oggi a Roma l’assemblea nazionale di Sinistra Italiana, «un appuntamento di approfondimento programmatico che aiuti a definire il profilo del soggetto politico che si vuole costruire nei prossimi mesi, e per definire la mobilitazione per il referendum costituzionale del prossimo autunno, perché da quel voto dipenderà la qualità della democrazia del nostro Paese», si legge in un comunicato. I lavori avranno inizio con la relazione di Alfredo D’Attorre. Non parteciperanno Massimo Zedda, sindaco di Cagliari, e Luciano Uras. E, con loro, saranno assenti, «tutti quelli che figurano tra i trecento che hanno firmato il documento» del sindaco di Cagliari. A riferirlo è lo stesso Luciano Uras, tra i primi a sottoscrivere il «documento politico» con cui si rivendica il successo di Sel in Sardegna e si chiede un ripensamento rispetto al percorso iniziato con Sinistra Italiana. Alla domanda se la questione riguardi anche il rapporto col Pd, Uras risponde: «Certamente sì, anche se manteniamo la nostra diversità di ruolo, rispetto al Pd e al governo. Vorremmo essere utili per il Paese e non soltanto orgogliosa minoranza
Assemblea con lo strappo dei trecento di Zedda
Si terrà oggi a Roma l’assemblea nazionale di Sinistra Italiana, «un appuntamento di approfondimento programmatico che aiuti a definire il profilo del soggetto politico che si vuole costruire nei prossimi mesi, e per definire la mobilitazione per il referendum costituzionale del prossimo autunno, perché da quel voto dipenderà la qualità della democrazia del nostro Paese», si legge in un comunicato. I lavori avranno inizio con la relazione di Alfredo D’Attorre. Non parteciperanno Massimo Zedda, sindaco di Cagliari, e Luciano Uras. E, con loro, saranno assenti, «tutti quelli che figurano tra i trecento che hanno firmato il documento» del sindaco di Cagliari. A riferirlo è lo stesso Luciano Uras, tra i primi a sottoscrivere il «documento politico» con cui si rivendica il successo di Sel in Sardegna e si chiede un ripensamento rispetto al percorso iniziato con Sinistra Italiana. Alla domanda se la questione riguardi anche il rapporto col Pd, Uras risponde: «Certamente sì, anche se manteniamo la nostra diversità di ruolo, rispetto al Pd e al governo. Vorremmo essere utili per il Paese e non soltanto orgogliosa minoranza
La Stampa 15.7.16
A Roma vince l’asse Grillo-Raggi
Lombardi fuori dal direttorio M5S
Dietro l’addio, gli scontri con la sindaca. Decisivo il ruolo del leader
di Jacopo Iacoboni
«Ce ne faremo una ragione». La reazione di Virginia Raggi alla notizia delle dimissioni di Roberta Lombardi dal direttorio romano del M5S, è stata sostanzialmente questa: la sindaca era sollevata. Ha reagito molto bene ed è chiaro il perché: il siluramento della Faraona le rende almeno percorribile la strada per provare a governare Roma (prima era quasi impraticabile). Lombardi ha scritto su Facebook un post in cui dice «mi spiace deludere chi sta parlando di liti e gelo o siluramenti», secondo lei la sua uscita si spiega con il lavoro intenso che avrà davanti per organizzare la manifestazione di Italia a 5 stelle a Palermo il 24 e 25 settembre, «purtroppo per questo il mio supporto nello staff romano sarà differente». Ma è una spiegazione di facciata. Ecco invece com’è andata.
La lotta continua
Tutti ora si stanno concentrando sullo scontro tra la sindaca e la Lombardi in questi mesi, ma questa è la cosa ovvia, ormai stranota; una lotta continua, un corpo a corpo che ha avuto naturalmente vari momenti e un’escalation: Raggi e Lombardi si scontrarono mesi fa perché la prima e Daniele Frongia eccepivano, con ragione, sulla possibilità che Marcello De Vito si candidasse sindaco, per via di vari problemi che lo lambiscono. Poi, dopo il voto, Lombardi ha seminato molti ostacoli contro Frongia per farlo fuori da capo di gabinetto, attaccandolo su una presunta incompatibilità tra ruolo di consigliere e capo di gabinetto (argomento non molto forte), e (argomento forte) sulle amicizie del vicecapo di gabinetto nominato, Raffaele Marra (uomo già vicino a Panzironi e Alemanno; la cui revoca da vicecapo di gabinetto ancora non ci risulta, peraltro). Raggi dovette cedere e spostare Frongia, senza deleghe alle partecipate (che andarono a Marcello Minenna, uomo stimatissimo da Di Maio), ma comunque ottenne che facesse il vicesindaco (pareggio). Lombardi ha piazzato allora molti uomini nel manuale Cencelli per le potenti commissioni capitoline. Qui Raggi ha perso, ma si è rifatta bloccando la nomina di Daniela Morgante a capo di gabinetto, una volta convintasi che fosse amica della Lombardi: ora l’interim è a Virginia Proverbio. Che agisce in stretto contatto con Frongia, vicesindaco ma molto operativo. Tuttavia il «siluramento» della Lombardi avviene non solo per la resistenza della Raggi, ma perché lei ha fatto asse con Beppe Grillo, tornato prepotentemente al centro dei giochi. Incredibile. Forse mai lo si era visto così dentro i giochi. L’uscita della Lombardi sancisce il ritorno del fondatore e un’operazione di scavalcamento, su Roma, del primo direttorio (cioè di Di Maio), che osserva questa dinamica bypassato. Non c’è bisogno di spiegare quanto questo scenario sia interessante: Raggi che lotta per l’autonomia.
Il rapporto con il leader
Qui si può aggiungere una notizia sul faccia a faccia di mercoledì tra Raggi e Grillo. Grillo era sceso a Roma convinto che, come altre volte, gli sarebbero bastate due pacche sulle spalle e qualche gag per rimettere insieme i cocci. Ma stavolta non è stato affatto così: la sindaca ha tenuto forte il punto, e il confronto non è stato affatto una passeggiata, anche sul piano personale, perché Beppe è tornato sì in pista, ma come soggetto attivo, altro che mero «padre nobile». Il che da un lato aiuta la Raggi a liberarsi di molti tutoraggi, appiccicosi e lottizzatori, ma dall’altro la mette faccia a faccia con l’interlocutore più imprevedibile da maneggiare. Tra i due, Virginia e Beppe, s’è aperto un canale diretto; Raggi deve aver toccato con lui qualche corda giusta: anziché blandirlo, l’ha fronteggiato. Lombardi ha fatto troppi errori. La descrivono adesso stanca, provata, a pezzi. Il mini-direttorio romano stesso (formalmente sono stati loro, la Taverna, a chiedere a Lombardi «fai un passo indietro, per il bene del Movimento») potrebbe scomparire, perché Taverna si sta smarcando anche lei, e l’unico a fare fronda potrebbe restare Gianluca Perilli.
A Roma vince l’asse Grillo-Raggi
Lombardi fuori dal direttorio M5S
Dietro l’addio, gli scontri con la sindaca. Decisivo il ruolo del leader
di Jacopo Iacoboni
«Ce ne faremo una ragione». La reazione di Virginia Raggi alla notizia delle dimissioni di Roberta Lombardi dal direttorio romano del M5S, è stata sostanzialmente questa: la sindaca era sollevata. Ha reagito molto bene ed è chiaro il perché: il siluramento della Faraona le rende almeno percorribile la strada per provare a governare Roma (prima era quasi impraticabile). Lombardi ha scritto su Facebook un post in cui dice «mi spiace deludere chi sta parlando di liti e gelo o siluramenti», secondo lei la sua uscita si spiega con il lavoro intenso che avrà davanti per organizzare la manifestazione di Italia a 5 stelle a Palermo il 24 e 25 settembre, «purtroppo per questo il mio supporto nello staff romano sarà differente». Ma è una spiegazione di facciata. Ecco invece com’è andata.
La lotta continua
Tutti ora si stanno concentrando sullo scontro tra la sindaca e la Lombardi in questi mesi, ma questa è la cosa ovvia, ormai stranota; una lotta continua, un corpo a corpo che ha avuto naturalmente vari momenti e un’escalation: Raggi e Lombardi si scontrarono mesi fa perché la prima e Daniele Frongia eccepivano, con ragione, sulla possibilità che Marcello De Vito si candidasse sindaco, per via di vari problemi che lo lambiscono. Poi, dopo il voto, Lombardi ha seminato molti ostacoli contro Frongia per farlo fuori da capo di gabinetto, attaccandolo su una presunta incompatibilità tra ruolo di consigliere e capo di gabinetto (argomento non molto forte), e (argomento forte) sulle amicizie del vicecapo di gabinetto nominato, Raffaele Marra (uomo già vicino a Panzironi e Alemanno; la cui revoca da vicecapo di gabinetto ancora non ci risulta, peraltro). Raggi dovette cedere e spostare Frongia, senza deleghe alle partecipate (che andarono a Marcello Minenna, uomo stimatissimo da Di Maio), ma comunque ottenne che facesse il vicesindaco (pareggio). Lombardi ha piazzato allora molti uomini nel manuale Cencelli per le potenti commissioni capitoline. Qui Raggi ha perso, ma si è rifatta bloccando la nomina di Daniela Morgante a capo di gabinetto, una volta convintasi che fosse amica della Lombardi: ora l’interim è a Virginia Proverbio. Che agisce in stretto contatto con Frongia, vicesindaco ma molto operativo. Tuttavia il «siluramento» della Lombardi avviene non solo per la resistenza della Raggi, ma perché lei ha fatto asse con Beppe Grillo, tornato prepotentemente al centro dei giochi. Incredibile. Forse mai lo si era visto così dentro i giochi. L’uscita della Lombardi sancisce il ritorno del fondatore e un’operazione di scavalcamento, su Roma, del primo direttorio (cioè di Di Maio), che osserva questa dinamica bypassato. Non c’è bisogno di spiegare quanto questo scenario sia interessante: Raggi che lotta per l’autonomia.
Il rapporto con il leader
Qui si può aggiungere una notizia sul faccia a faccia di mercoledì tra Raggi e Grillo. Grillo era sceso a Roma convinto che, come altre volte, gli sarebbero bastate due pacche sulle spalle e qualche gag per rimettere insieme i cocci. Ma stavolta non è stato affatto così: la sindaca ha tenuto forte il punto, e il confronto non è stato affatto una passeggiata, anche sul piano personale, perché Beppe è tornato sì in pista, ma come soggetto attivo, altro che mero «padre nobile». Il che da un lato aiuta la Raggi a liberarsi di molti tutoraggi, appiccicosi e lottizzatori, ma dall’altro la mette faccia a faccia con l’interlocutore più imprevedibile da maneggiare. Tra i due, Virginia e Beppe, s’è aperto un canale diretto; Raggi deve aver toccato con lui qualche corda giusta: anziché blandirlo, l’ha fronteggiato. Lombardi ha fatto troppi errori. La descrivono adesso stanca, provata, a pezzi. Il mini-direttorio romano stesso (formalmente sono stati loro, la Taverna, a chiedere a Lombardi «fai un passo indietro, per il bene del Movimento») potrebbe scomparire, perché Taverna si sta smarcando anche lei, e l’unico a fare fronda potrebbe restare Gianluca Perilli.
Repubblica 15.7.16
Ddl prescrizione Un altro rinvio
di Liana Milella
SONO tanti due anni per esaudire una promessa. Renzi e Orlando, il premier e il ministro della Giustizia, garantirono la riforma della prescrizione il 30 giugno del 2014. Sono passati 745 giorni e la notizia che arriva non è la certezza di un prossimo e definitivo passaggio parlamentare, ma quella dell’ennesimo rinvio. A settembre pare, solo per il voto del Senato, poi toccherà ancora alla Camera.
Hanno speso la loro autorevolezza due presidenti, quello della Repubblica Mattarella e quello del Senato Grasso. Hanno strappato una data nel calendario di palazzo Madama, il 26 luglio. Già troppo in là, visto che il disegno di legge sul processo penale, che contiene al suo interno la prescrizione, “pesa” oltre 40 articoli e già in commissione Giustizia ha prodotto 800 emendamenti. Tra quegli articoli c’è anche la riforma delle intercettazioni — una delega molto contestata per la sua singolare sinteticità — che certo non può essere discussa e licenziata in pochi minuti. Come racconta un’informata “radio Senato” la data del 26 sarà rispettata, il ddl “incardinato”, ma poi l’onda dei decreti legge in scadenza — Ilva, processo telematico, misure di finanza territoriale — prenderà di necessità il sopravvento, visto che il Senato chiude i battenti il 5 agosto e i decreti scadono prima che riapra.
Non c’è magistrato autorevole in Italia che non abbia chiesto decine di volte la riforma della prescrizione, ridotta da Berlusconi nel dicembre 2005 con la legge ex Cirielli a una norma “ammazza processi”, soprattutto quelli di corruzione. Ogni volta, a inizio d’anno, è il leit motiv delle cerimonie che aprono l’anno giudiziario. Il Pd ne ha fatto per anni un cavallo di battaglia. E adesso che succede? Presto detto. Il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano, che per la cronaca conta numerosi inquisiti, ne fa una questione di principio. Il ministro della Famiglia Enrico Costa è “l’avvocato difensore” della prescrizione breve di berlusconiana memoria. Il braccio di ferro va avanti da un anno. Il Guardasigilli Orlando media, ma lo subisce. La riforma, nella versione votata alla Camera tra le urla dei centristi, come ha detto e scritto l’Anm prima di Sabelli e poi di Davigo, è proprio un pannicello caldo. Prescrizione solo sospesa, e non definitivamente bloccata, dopo il primo grado. Due anni di bonus per l’appello e uno per la Cassazione in cui l’orologio resta fermo. Un ulteriore bonus per i reati di corruzione, prescrizione misurata sul massimo della pena più la metà (anziché solo un quarto). Ma Ncd fa fuoco e fiamme e blocca il provvedimento in commissione. Parte una trattativa estenuante, piena di trucchetti. Gli anni di bonus s’invertono, solo un anno in Appello (troppo poco) e due in Cassazione (inutili). Orlando spunta 18 mesi per parte. Netto stop al trattamento speciale per la corruzione, su cui Costa è durissimo («non passerà mai»). Poi l’ultima invenzione, il bonus in Appello e in Cassazione “muore” se il processo sfora i tempi.
Qui pure il dialogante Orlando s’infuria. Lo sentono dire: «Ncd sarà pure determinante al Senato, ma io non perdo la faccia. Questa norma non passerà mai». Ncd sembra quasi cedere, ma il rischio del voto segreto al Senato intimorisce il governo. La fiducia, pur vagheggiata, pare impraticabile. Un accordo al ribasso su una materia come la prescrizione mette in allarme la sinistra del Pd. Il relatore Felice Casson è già pronto a dire: «Se passa il testo di Ncd io non ci sto più... preferisco lasciare ».
Se ne parlerà a settembre. Nonostante l’impegno di Mattarella che pure aveva chiesto espressamente un voto al Senato prima dell’estate. I processi di corruzione continueranno inutilmente a morire. Sulla riformicchia continueranno a litigare Pd ed Ncd. Alfano e Costa, memori di quando stavano con Berlusconi, continueranno a chiedere il processo lungo e la prescrizione breve.
Ddl prescrizione Un altro rinvio
di Liana Milella
SONO tanti due anni per esaudire una promessa. Renzi e Orlando, il premier e il ministro della Giustizia, garantirono la riforma della prescrizione il 30 giugno del 2014. Sono passati 745 giorni e la notizia che arriva non è la certezza di un prossimo e definitivo passaggio parlamentare, ma quella dell’ennesimo rinvio. A settembre pare, solo per il voto del Senato, poi toccherà ancora alla Camera.
Hanno speso la loro autorevolezza due presidenti, quello della Repubblica Mattarella e quello del Senato Grasso. Hanno strappato una data nel calendario di palazzo Madama, il 26 luglio. Già troppo in là, visto che il disegno di legge sul processo penale, che contiene al suo interno la prescrizione, “pesa” oltre 40 articoli e già in commissione Giustizia ha prodotto 800 emendamenti. Tra quegli articoli c’è anche la riforma delle intercettazioni — una delega molto contestata per la sua singolare sinteticità — che certo non può essere discussa e licenziata in pochi minuti. Come racconta un’informata “radio Senato” la data del 26 sarà rispettata, il ddl “incardinato”, ma poi l’onda dei decreti legge in scadenza — Ilva, processo telematico, misure di finanza territoriale — prenderà di necessità il sopravvento, visto che il Senato chiude i battenti il 5 agosto e i decreti scadono prima che riapra.
Non c’è magistrato autorevole in Italia che non abbia chiesto decine di volte la riforma della prescrizione, ridotta da Berlusconi nel dicembre 2005 con la legge ex Cirielli a una norma “ammazza processi”, soprattutto quelli di corruzione. Ogni volta, a inizio d’anno, è il leit motiv delle cerimonie che aprono l’anno giudiziario. Il Pd ne ha fatto per anni un cavallo di battaglia. E adesso che succede? Presto detto. Il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano, che per la cronaca conta numerosi inquisiti, ne fa una questione di principio. Il ministro della Famiglia Enrico Costa è “l’avvocato difensore” della prescrizione breve di berlusconiana memoria. Il braccio di ferro va avanti da un anno. Il Guardasigilli Orlando media, ma lo subisce. La riforma, nella versione votata alla Camera tra le urla dei centristi, come ha detto e scritto l’Anm prima di Sabelli e poi di Davigo, è proprio un pannicello caldo. Prescrizione solo sospesa, e non definitivamente bloccata, dopo il primo grado. Due anni di bonus per l’appello e uno per la Cassazione in cui l’orologio resta fermo. Un ulteriore bonus per i reati di corruzione, prescrizione misurata sul massimo della pena più la metà (anziché solo un quarto). Ma Ncd fa fuoco e fiamme e blocca il provvedimento in commissione. Parte una trattativa estenuante, piena di trucchetti. Gli anni di bonus s’invertono, solo un anno in Appello (troppo poco) e due in Cassazione (inutili). Orlando spunta 18 mesi per parte. Netto stop al trattamento speciale per la corruzione, su cui Costa è durissimo («non passerà mai»). Poi l’ultima invenzione, il bonus in Appello e in Cassazione “muore” se il processo sfora i tempi.
Qui pure il dialogante Orlando s’infuria. Lo sentono dire: «Ncd sarà pure determinante al Senato, ma io non perdo la faccia. Questa norma non passerà mai». Ncd sembra quasi cedere, ma il rischio del voto segreto al Senato intimorisce il governo. La fiducia, pur vagheggiata, pare impraticabile. Un accordo al ribasso su una materia come la prescrizione mette in allarme la sinistra del Pd. Il relatore Felice Casson è già pronto a dire: «Se passa il testo di Ncd io non ci sto più... preferisco lasciare ».
Se ne parlerà a settembre. Nonostante l’impegno di Mattarella che pure aveva chiesto espressamente un voto al Senato prima dell’estate. I processi di corruzione continueranno inutilmente a morire. Sulla riformicchia continueranno a litigare Pd ed Ncd. Alfano e Costa, memori di quando stavano con Berlusconi, continueranno a chiedere il processo lungo e la prescrizione breve.
Repubblica 15.7.16
4.6 milioni di italiani in povertà assoluta
Perché cresce il paese dei poveri
di Chiara Saraceno
IN controtendenza con i dati positivi sull’occupazione, la povertà assoluta nel 2015 non solo non è diminuita, ma è aumentata, coinvolgendo quasi 400 mila persone in più rispetto al 2014 e raggiungendo 4 milioni e 598 mila persone, pari al 7,6 per cento della popolazione. Si tratta, secondo i dati Istat pubblicati ieri, del dato più alto dal 2005. L’incidenza della povertà continua ad essere maggiore nel Mezzogiorno. Ma l’aumento è avvenuto pressoché tutto nelle regioni del Nord, dove riguarda in prevalenza famiglie di persone straniere e regolarmente residenti nel nostro paese. Tra queste, infatti, si trova in povertà assoluta quasi un terzo, il 32,1, una percentuale di 8 punti maggiore rispetto all’anno prima e più alta di quella, pur considerevole (28,3 per cento), rilevabile per queste famiglie a livello nazionale. Se si riducono un po’ i divari Nord-Sud, ciò sembra avvenire in larga misura a causa dell’aumento del divario, soprattutto al Nord, tra famiglie di italiani e famiglie di stranieri. Se a livello nazionale le famiglie di tutti stranieri si trovano in povertà oltre sei volte di più di quelle di tutti italiani, nel Nord la differenza è di oltre tredici volte. Gli effetti lunghi della crisi sembrano aver colpito molto di più gli stranieri, che faticano a trovare o ritrovare un lavoro che sia anche decente. Potremmo pensare che questi dati non rispecchiano il miglioramento avvenuto sul piano dell’occupazione a seguito del dispiegarsi degli effetti del jobs act, stante che questo è avvenuto soprattutto nell’ultimo trimestre del 2015. Può essere, ma solo in parte. Siamo, infatti, ancora ben lontani dall’aver recuperato tutti i posti di lavoro perduti. Inoltre va considerato con grande preoccupazione che l’aumento della povertà assoluta (dal 5,2 al 6,1 per cento) ha riguardato anche famiglie con persona di riferimento occupata, soprattutto se operaio o assimilato. Tra le famiglie di questi ultimi l’incidenza della povertà assoluta è passata in un anno dal 9,7 all’11 per cento. Molti di questi lavoratori hanno avuto un reddito troppo basso per poter fruire degli 80 euro, perché incapienti, o li hanno dovuti restituire perché “indebitamente” percepiti, in base alla logica paradossale degli 80 euro che esclude i più poveri.
Il fenomeno dei lavoratori e delle famiglie di lavoratori povere ha conosciuto un fortissimo aumento negli anni della crisi, a motivo sia della riduzione del numero di occupati in famiglia, soprattutto a causa della disoccupazione giovanile, sia della crescita del part-time involontario. Quest’ultimo è sempre meno una caratteristica solo dei contratti di lavoro a tempo determinato e in generale dei contratti atipici quando non irregolari. Come documenta il Rapporto Inps presentato la scorsa settimana, quattro contratti a tutele crescenti su dieci sono a tempo parziale. Avere un lavoro non sempre è sufficiente a proteggere dalla povertà, se è a tempo ridotto, o troppo poco pagato, o se il reddito che fornisce deve bastare per diverse persone. Da questo punto di vista, un altro dato preoccupante riguarda l’aumento della povertà assoluta tra le famiglie con due figli, specie se minori. Finora era il terzo figlio a far scattare un rischio di povertà sopra la media. Ora basta il secondo. Non stupisce, allora, che i minori siano sovrarappresentati tra chi si trova in povertà assoluta, con un peggioramento sensibile nell’arco di dieci anni. Era in povertà assoluta il 3,9 per cento di tutti i minori nel 2005, il 10,9 per cento nel 2015. In termini numerici sono più del doppio degli anziani: 1 milione e 131 mila rispetto a 538 mila. Ma anche i loro fratelli più grandi non stanno meglio, con quasi il 10 per cento, pari a un milione e 13 mila individui, in povertà assoluta. A ben vedere, poco meno della metà dei poveri assoluti appartiene alle giovani e giovanissime generazioni, che non hanno ancora l’età per entrare nel mercato del lavoro o che ne vengono escluse, come mostrano i dati del citato Rapporto Inps sull’invecchiamento della forza lavoro occupata negli anni della crisi, a seguito del combinarsi di riduzione della domanda di lavoro e innalzamento dell’età alla pensione. Investire sull’aumento dell’occupazione, come ha dichiarato il ministro Padoan, è certo necessario per combattere la povertà. Ma il fenomeno dei lavoratori poveri e delle loro famiglie, della sovrarappresentazione dei minori e dei giovani tra i poveri, insieme alla drammaticità dell’incidenza della povertà tra gli immigrati, segnalano che non è sufficiente se non si tiene conto di quale lavoro si tratta e di chi può accedervi. Impongono anche di rivedere criticamente alcune scelte redistributive, dagli 80 euro al bonus bebè.
4.6 milioni di italiani in povertà assoluta
Perché cresce il paese dei poveri
di Chiara Saraceno
IN controtendenza con i dati positivi sull’occupazione, la povertà assoluta nel 2015 non solo non è diminuita, ma è aumentata, coinvolgendo quasi 400 mila persone in più rispetto al 2014 e raggiungendo 4 milioni e 598 mila persone, pari al 7,6 per cento della popolazione. Si tratta, secondo i dati Istat pubblicati ieri, del dato più alto dal 2005. L’incidenza della povertà continua ad essere maggiore nel Mezzogiorno. Ma l’aumento è avvenuto pressoché tutto nelle regioni del Nord, dove riguarda in prevalenza famiglie di persone straniere e regolarmente residenti nel nostro paese. Tra queste, infatti, si trova in povertà assoluta quasi un terzo, il 32,1, una percentuale di 8 punti maggiore rispetto all’anno prima e più alta di quella, pur considerevole (28,3 per cento), rilevabile per queste famiglie a livello nazionale. Se si riducono un po’ i divari Nord-Sud, ciò sembra avvenire in larga misura a causa dell’aumento del divario, soprattutto al Nord, tra famiglie di italiani e famiglie di stranieri. Se a livello nazionale le famiglie di tutti stranieri si trovano in povertà oltre sei volte di più di quelle di tutti italiani, nel Nord la differenza è di oltre tredici volte. Gli effetti lunghi della crisi sembrano aver colpito molto di più gli stranieri, che faticano a trovare o ritrovare un lavoro che sia anche decente. Potremmo pensare che questi dati non rispecchiano il miglioramento avvenuto sul piano dell’occupazione a seguito del dispiegarsi degli effetti del jobs act, stante che questo è avvenuto soprattutto nell’ultimo trimestre del 2015. Può essere, ma solo in parte. Siamo, infatti, ancora ben lontani dall’aver recuperato tutti i posti di lavoro perduti. Inoltre va considerato con grande preoccupazione che l’aumento della povertà assoluta (dal 5,2 al 6,1 per cento) ha riguardato anche famiglie con persona di riferimento occupata, soprattutto se operaio o assimilato. Tra le famiglie di questi ultimi l’incidenza della povertà assoluta è passata in un anno dal 9,7 all’11 per cento. Molti di questi lavoratori hanno avuto un reddito troppo basso per poter fruire degli 80 euro, perché incapienti, o li hanno dovuti restituire perché “indebitamente” percepiti, in base alla logica paradossale degli 80 euro che esclude i più poveri.
Il fenomeno dei lavoratori e delle famiglie di lavoratori povere ha conosciuto un fortissimo aumento negli anni della crisi, a motivo sia della riduzione del numero di occupati in famiglia, soprattutto a causa della disoccupazione giovanile, sia della crescita del part-time involontario. Quest’ultimo è sempre meno una caratteristica solo dei contratti di lavoro a tempo determinato e in generale dei contratti atipici quando non irregolari. Come documenta il Rapporto Inps presentato la scorsa settimana, quattro contratti a tutele crescenti su dieci sono a tempo parziale. Avere un lavoro non sempre è sufficiente a proteggere dalla povertà, se è a tempo ridotto, o troppo poco pagato, o se il reddito che fornisce deve bastare per diverse persone. Da questo punto di vista, un altro dato preoccupante riguarda l’aumento della povertà assoluta tra le famiglie con due figli, specie se minori. Finora era il terzo figlio a far scattare un rischio di povertà sopra la media. Ora basta il secondo. Non stupisce, allora, che i minori siano sovrarappresentati tra chi si trova in povertà assoluta, con un peggioramento sensibile nell’arco di dieci anni. Era in povertà assoluta il 3,9 per cento di tutti i minori nel 2005, il 10,9 per cento nel 2015. In termini numerici sono più del doppio degli anziani: 1 milione e 131 mila rispetto a 538 mila. Ma anche i loro fratelli più grandi non stanno meglio, con quasi il 10 per cento, pari a un milione e 13 mila individui, in povertà assoluta. A ben vedere, poco meno della metà dei poveri assoluti appartiene alle giovani e giovanissime generazioni, che non hanno ancora l’età per entrare nel mercato del lavoro o che ne vengono escluse, come mostrano i dati del citato Rapporto Inps sull’invecchiamento della forza lavoro occupata negli anni della crisi, a seguito del combinarsi di riduzione della domanda di lavoro e innalzamento dell’età alla pensione. Investire sull’aumento dell’occupazione, come ha dichiarato il ministro Padoan, è certo necessario per combattere la povertà. Ma il fenomeno dei lavoratori poveri e delle loro famiglie, della sovrarappresentazione dei minori e dei giovani tra i poveri, insieme alla drammaticità dell’incidenza della povertà tra gli immigrati, segnalano che non è sufficiente se non si tiene conto di quale lavoro si tratta e di chi può accedervi. Impongono anche di rivedere criticamente alcune scelte redistributive, dagli 80 euro al bonus bebè.
La Stampa 16.7.16
“Italia, Pil sotto l’1%”
Sono a rischio 5 miliardi di entrate
Bankitalia: Brexit e mercati pesano sulla crescita
di Paolo Baroni
«Nel nostro Paese la ripresa continua con gradualità, sospinta dalla spesa delle famiglie (che beneficiano dell’incremento del reddito disponibile e del miglioramento delle condizioni occupazionali) e, in misura più contenuta, dagli investimenti», certifica Bankitalia nel suo ultimo Bollettino economico. In realtà tutti gli indicatori congiunturali suggeriscono che «nei mesi primaverili il Pil avrebbe lievemente rallentato». A questa frenata ora si aggiunge l’effetto Brexit che potrebbe incidere ancor più negativamente sulla crescita creando pure qualche problema di bilancio al governo che di qui al 2018 si troverebbe con 4-5 miliardi di minori entrate.
Attenzione allo spread
Pur con molta cautela («i possibili effetti dipendono dal verificarsi di conseguenze ancora ampiamente ipotetiche»), via Nazionale sostiene che il referendum inglese potrebbe avere «un effetto non trascurabile ma limitato sul Pil». Dovuto più alle conseguenze dell’attività economica che alle ricadute dei movimenti nei mercati finanziari e valutari. Esplorando infatti «i possibili effetti di una forte caduta dell’attività nel Regno Unito, anche in ipotesi estrema - segnala il rapporto - l’impatto negativo sul Pil sarebbe di entità relativamente contenuta, nell’ordine di un quarto di punto percentuale». I guai, semmai, potrebbero arrivare in seguito all’aumento dell’incertezza circa le attività delle imprese. Nel caso le nostre merci avessero infatti seri problemi di sbocco nel Regno Unito, «il prodotto potrebbe crescere poco al di sotto dell’1% quest’anno e attorno all’1 il prossimo». Poi, se per effetto del nuovo clima dovesse pure aumentare il differenziale di rendimento fra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi, così come è avvenuto durante l’ultima crisi greca (35 punti base in più), Bankitalia prevede altri 2 decimi di punto in meno di Pil di qui al 2018.
Strada in salita per il Def
Secondo l’ultimo Def presentato dal governo il prodotto interno sarebbe dovuto invece crescere dell’1,2% quest’anno e dell’1,4% nel 2017. Se le previsioni al ribasso venissero confermate nei prossimi mesi, inevitabilmente, occorrerebbe fare i conti anche con minori entrate: due decimi di punto di Pil in meno nel 2016 si tradurrebbero infatti in circa 1,6 miliardi di minor gettito, col deficit che passerebbe dal 2,3 previsto dal governo al 2,5-2,6, mentre 0,3-0,4 punti in meno sul 2017 produrrebbero un buco che oscilla tra 2,4 e 3,2 miliardi col deficit che dall’1,8 programmato arriverebbe al 2,2%. Quanto basta per rendere più stretto il cammino delle future leggi di stabilità e più complessa la messa a punto della manovra economica del governo. Per il momento il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan conferma tutti i programmi già annunciati a partire dalla sterilizzazione degli aumenti Iva e dal taglio delle tasse. In realtà i conti veri il Mef li farà solo dopo l’estate. «Il quadro è quanto mai incerto», commenta Andrea Goldstein, managing director di Nomisma, che suggerisce «di intervenire rapidamente e decisamente per tutelare la stabilità finanziaria e rafforzare la fiducia delle imprese e delle famiglie».
Il debito continua a correre
Sempre ieri Bankitalia ha diffuso i nuovi conti delle amministrazioni pubbliche che vedono le entrate tributarie salire da 31 a 33,8 miliardi (152,2 miliardi nei primi 5 mesi, +4,2%) e soprattutto segnalano una nuova impennata del debito (+10,9 miliardi a quota 2241,8). Secondo Adusbef e Federconsumatori, che contestano la politica economica messa in campo sino ad oggi, nei 27 mesi di governo Renzi il debito è cresciuto di ben 134,7 miliardi. Al ritmo di quasi 5 miliardi al mese, circa 165 milioni al giorno, 6,7 milioni all’ora, 115 mila euro al minuto, 1840 euro ogni secondo.
“Italia, Pil sotto l’1%”
Sono a rischio 5 miliardi di entrate
Bankitalia: Brexit e mercati pesano sulla crescita
di Paolo Baroni
«Nel nostro Paese la ripresa continua con gradualità, sospinta dalla spesa delle famiglie (che beneficiano dell’incremento del reddito disponibile e del miglioramento delle condizioni occupazionali) e, in misura più contenuta, dagli investimenti», certifica Bankitalia nel suo ultimo Bollettino economico. In realtà tutti gli indicatori congiunturali suggeriscono che «nei mesi primaverili il Pil avrebbe lievemente rallentato». A questa frenata ora si aggiunge l’effetto Brexit che potrebbe incidere ancor più negativamente sulla crescita creando pure qualche problema di bilancio al governo che di qui al 2018 si troverebbe con 4-5 miliardi di minori entrate.
Attenzione allo spread
Pur con molta cautela («i possibili effetti dipendono dal verificarsi di conseguenze ancora ampiamente ipotetiche»), via Nazionale sostiene che il referendum inglese potrebbe avere «un effetto non trascurabile ma limitato sul Pil». Dovuto più alle conseguenze dell’attività economica che alle ricadute dei movimenti nei mercati finanziari e valutari. Esplorando infatti «i possibili effetti di una forte caduta dell’attività nel Regno Unito, anche in ipotesi estrema - segnala il rapporto - l’impatto negativo sul Pil sarebbe di entità relativamente contenuta, nell’ordine di un quarto di punto percentuale». I guai, semmai, potrebbero arrivare in seguito all’aumento dell’incertezza circa le attività delle imprese. Nel caso le nostre merci avessero infatti seri problemi di sbocco nel Regno Unito, «il prodotto potrebbe crescere poco al di sotto dell’1% quest’anno e attorno all’1 il prossimo». Poi, se per effetto del nuovo clima dovesse pure aumentare il differenziale di rendimento fra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi, così come è avvenuto durante l’ultima crisi greca (35 punti base in più), Bankitalia prevede altri 2 decimi di punto in meno di Pil di qui al 2018.
Strada in salita per il Def
Secondo l’ultimo Def presentato dal governo il prodotto interno sarebbe dovuto invece crescere dell’1,2% quest’anno e dell’1,4% nel 2017. Se le previsioni al ribasso venissero confermate nei prossimi mesi, inevitabilmente, occorrerebbe fare i conti anche con minori entrate: due decimi di punto di Pil in meno nel 2016 si tradurrebbero infatti in circa 1,6 miliardi di minor gettito, col deficit che passerebbe dal 2,3 previsto dal governo al 2,5-2,6, mentre 0,3-0,4 punti in meno sul 2017 produrrebbero un buco che oscilla tra 2,4 e 3,2 miliardi col deficit che dall’1,8 programmato arriverebbe al 2,2%. Quanto basta per rendere più stretto il cammino delle future leggi di stabilità e più complessa la messa a punto della manovra economica del governo. Per il momento il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan conferma tutti i programmi già annunciati a partire dalla sterilizzazione degli aumenti Iva e dal taglio delle tasse. In realtà i conti veri il Mef li farà solo dopo l’estate. «Il quadro è quanto mai incerto», commenta Andrea Goldstein, managing director di Nomisma, che suggerisce «di intervenire rapidamente e decisamente per tutelare la stabilità finanziaria e rafforzare la fiducia delle imprese e delle famiglie».
Il debito continua a correre
Sempre ieri Bankitalia ha diffuso i nuovi conti delle amministrazioni pubbliche che vedono le entrate tributarie salire da 31 a 33,8 miliardi (152,2 miliardi nei primi 5 mesi, +4,2%) e soprattutto segnalano una nuova impennata del debito (+10,9 miliardi a quota 2241,8). Secondo Adusbef e Federconsumatori, che contestano la politica economica messa in campo sino ad oggi, nei 27 mesi di governo Renzi il debito è cresciuto di ben 134,7 miliardi. Al ritmo di quasi 5 miliardi al mese, circa 165 milioni al giorno, 6,7 milioni all’ora, 115 mila euro al minuto, 1840 euro ogni secondo.
Il Fatto 16.7.16
Agnese su Vanity Fair con la nipotina affetta da sindrome di down
AGNESE RENZI tra le onde con la nipotina, una bambina di quattro an- ni affetta da sindrome di down adottata dal- la sorella del presidente del Consiglio, Ma- tilde Renzi, e dal marito Andrea Conticini, ora indagato dalla procura di Firenze per ri- ciclaggio. È una delle immagini pubblicate sull’ultimo numero di Vanity Fair con il rac- conto della “first lady” sul suo essere una
“zia speciale”. Sulla copertina del settima- nale diretto da Luca Dini compare il richia- mo al servizio nelle pagine interne: “Cosa ho imparato dalla bambina, che ha ‘5 anni meno uno’ e la sindrome di down”. Dentro un servizio fotografico scattato su una spiaggia della Toscana accompagnato da un articolo firmato proprio dalla moglie di Matteo Renzi. Nel testo Agnese Landini
racconta che la bambina “è stata un regalo del cielo” che i cognati hanno scelto “in se- guito a una richiesta speciale”. Dopo un ap- pello loro l’hanno accolta nella famiglia in- sieme alle loro due bambina. Agnese Lan- dini e la cognata Matilde Renzi sono le ma- drine dei Trisome Games, prima olimpiade per atleti affetti dalla sindrome di down co- minciata proprio ieri a Firenze.
Agnese su Vanity Fair con la nipotina affetta da sindrome di down
AGNESE RENZI tra le onde con la nipotina, una bambina di quattro an- ni affetta da sindrome di down adottata dal- la sorella del presidente del Consiglio, Ma- tilde Renzi, e dal marito Andrea Conticini, ora indagato dalla procura di Firenze per ri- ciclaggio. È una delle immagini pubblicate sull’ultimo numero di Vanity Fair con il rac- conto della “first lady” sul suo essere una
“zia speciale”. Sulla copertina del settima- nale diretto da Luca Dini compare il richia- mo al servizio nelle pagine interne: “Cosa ho imparato dalla bambina, che ha ‘5 anni meno uno’ e la sindrome di down”. Dentro un servizio fotografico scattato su una spiaggia della Toscana accompagnato da un articolo firmato proprio dalla moglie di Matteo Renzi. Nel testo Agnese Landini
racconta che la bambina “è stata un regalo del cielo” che i cognati hanno scelto “in se- guito a una richiesta speciale”. Dopo un ap- pello loro l’hanno accolta nella famiglia in- sieme alle loro due bambina. Agnese Lan- dini e la cognata Matilde Renzi sono le ma- drine dei Trisome Games, prima olimpiade per atleti affetti dalla sindrome di down co- minciata proprio ieri a Firenze.
Repubblica 16.7.16
Firenze, indagato il cognato di Renzi
L’inchiesta su Conticini, l’imprenditore che ha sposato la sorella del premier. L’accusa: “Riciclaggio”
di Massimo Mugnaini
FIRENZE. Andrea Conticini, cognato del premier Matteo Renzi (ha sposato la sorella del capo del governo, Matilde), è indagato dalla Procura di Firenze per riciclaggio. Al centro della vicenda passaggi di denaro dall’Inghilterra all’Italia che hanno destato i sospetti prima di Bankitalia e poi - dopo la segnalazione di Via Nazionale provocato l’apertura di un fascicolo penale della magistratura fiorentina. L’imprenditore, 35 anni, è stato perquisito dal nucleo di polizia tributaria di Firenze insieme ai fratelli Alessandro, 40 anni, e Luca, 35, anch’essi iscritti nel registro dai pm Luca Turco e Giuseppina Mione, che conducono le indagini, con l’accusa di appropriazione indebita. I tre fratelli, tutti difesi dall’avvocato Federico Bagattini, hanno già fatto ricorso al tribunale del Riesame per chiedere il dissequestro del materiale cartaceo ed elettronico acquisito dai finanzieri nei giorni scorsi nei loro studi a Rignano sull’Arno e Bologna. «Contestiamo le accuse della procura» spiega l’avvocato Bagattini.
L’inchiesta ha dunque preso il via da una segnalazione inviata da Bankitalia alla procura fiorentina nel 2011. Secondo gli ispettori di Via Nazionale, cifre ingenti “sospette” sarebbero infatti transitate dal conto corrente di una società – la Play Therapy Africa Ltd, con sede in Inghilterra, amministrata da Alessandro Conticini – su un conto corrente privato di quest’ultimo. Da lì, «in assenza di idonea causale » e «per nome e per conto di Alessandro e Luca Conticini» la somma di denaro - la cui entità non è stata resa nota ma consisterebbe in svariate centinaia di migliaia di euro - sarebbe stata stornata da Andrea Conticini, marito di Matilde Renzi, e utilizzata per l’acquisto di quote di altre società. Da qui l’accusa di riciclaggio avanzata dalla Procura per quest’ultimo e di appropriazione indebita per gli altri due fratelli. E sebbene l’operazione sospetta risalga al 2011, secondo gli inquirenti fiorentini l’appropriazione sarebbe proseguita fino al 2015.
La società Play Therapy Africa Ltd secondo la procura diretta da Giuseppe Creazzo - ha rapporti professionali con numerose organizzazioni umanitarie e non governative tra cui Unicef e Operation Usa (quest’ultima in passata diretta proprio da Alessandro Conticini). Secondo l’avvocato Bagattini «non vi è stata alcuna appropriazione indebita e l’ipotesi della procura non regge perché i miei assistiti si sarebbero appropriati di somme di una società di cui sono soci esclusivi». Il legale ha precisato che la contestazione della Procura non contempla alcuna ipotesi di raggiro nei confronti di organizzazioni umanitarie. «I soldi ricevuti da queste organizzazioni - afferma Bagattini - sono pagamenti regolari alla Play Therapy Africa Ltd, avvenuti dopo la verifica dell’effettiva esecuzione dei mandati ricevuti. Quello che si contesta è che poi queste somme, appartenenti alla società, sarebbero state utilizzate a fini individuali, per interessi privati e individuali e non della stessa società».
Firenze, indagato il cognato di Renzi
L’inchiesta su Conticini, l’imprenditore che ha sposato la sorella del premier. L’accusa: “Riciclaggio”
di Massimo Mugnaini
FIRENZE. Andrea Conticini, cognato del premier Matteo Renzi (ha sposato la sorella del capo del governo, Matilde), è indagato dalla Procura di Firenze per riciclaggio. Al centro della vicenda passaggi di denaro dall’Inghilterra all’Italia che hanno destato i sospetti prima di Bankitalia e poi - dopo la segnalazione di Via Nazionale provocato l’apertura di un fascicolo penale della magistratura fiorentina. L’imprenditore, 35 anni, è stato perquisito dal nucleo di polizia tributaria di Firenze insieme ai fratelli Alessandro, 40 anni, e Luca, 35, anch’essi iscritti nel registro dai pm Luca Turco e Giuseppina Mione, che conducono le indagini, con l’accusa di appropriazione indebita. I tre fratelli, tutti difesi dall’avvocato Federico Bagattini, hanno già fatto ricorso al tribunale del Riesame per chiedere il dissequestro del materiale cartaceo ed elettronico acquisito dai finanzieri nei giorni scorsi nei loro studi a Rignano sull’Arno e Bologna. «Contestiamo le accuse della procura» spiega l’avvocato Bagattini.
L’inchiesta ha dunque preso il via da una segnalazione inviata da Bankitalia alla procura fiorentina nel 2011. Secondo gli ispettori di Via Nazionale, cifre ingenti “sospette” sarebbero infatti transitate dal conto corrente di una società – la Play Therapy Africa Ltd, con sede in Inghilterra, amministrata da Alessandro Conticini – su un conto corrente privato di quest’ultimo. Da lì, «in assenza di idonea causale » e «per nome e per conto di Alessandro e Luca Conticini» la somma di denaro - la cui entità non è stata resa nota ma consisterebbe in svariate centinaia di migliaia di euro - sarebbe stata stornata da Andrea Conticini, marito di Matilde Renzi, e utilizzata per l’acquisto di quote di altre società. Da qui l’accusa di riciclaggio avanzata dalla Procura per quest’ultimo e di appropriazione indebita per gli altri due fratelli. E sebbene l’operazione sospetta risalga al 2011, secondo gli inquirenti fiorentini l’appropriazione sarebbe proseguita fino al 2015.
La società Play Therapy Africa Ltd secondo la procura diretta da Giuseppe Creazzo - ha rapporti professionali con numerose organizzazioni umanitarie e non governative tra cui Unicef e Operation Usa (quest’ultima in passata diretta proprio da Alessandro Conticini). Secondo l’avvocato Bagattini «non vi è stata alcuna appropriazione indebita e l’ipotesi della procura non regge perché i miei assistiti si sarebbero appropriati di somme di una società di cui sono soci esclusivi». Il legale ha precisato che la contestazione della Procura non contempla alcuna ipotesi di raggiro nei confronti di organizzazioni umanitarie. «I soldi ricevuti da queste organizzazioni - afferma Bagattini - sono pagamenti regolari alla Play Therapy Africa Ltd, avvenuti dopo la verifica dell’effettiva esecuzione dei mandati ricevuti. Quello che si contesta è che poi queste somme, appartenenti alla società, sarebbero state utilizzate a fini individuali, per interessi privati e individuali e non della stessa società».
Corriere 15.7.16
Il referendum spacca l’Italia I favorevoli scendono al 51%
di Nando Pagnoncelli
Il 58% pensa di andare ai seggi. Tra i democratici il 16% voterebbe contro
Concluse le elezioni amministrative, al centro dell’attenzione si pone l’appuntamento del referendum costituzionale. Il premier ha cercato negli ultimi tempi di attenuarne il significato politico di cui peraltro era sovraccarico, mettendo al centro i contenuti, mentre dall’altro lato gli oppositori tendono a farne uno strumento per «dare una spallata» a Renzi e al suo governo. Comunque sia, è evidente che i risultati del referendum che si terrà nel prossimo autunno saranno cruciali per l’assetto del Paese.
Quali le opinioni degli italiani? Partiamo intanto dalla conoscenza dei contenuti, che tende a crescere rispetto all’analogo sondaggio presentato in questa rubrica a fine gennaio, ma che rimane ancora relativamente bassa. Meno del 10% infatti dichiara di padroneggiare nel dettaglio i contenuti della riforma che d’altronde sono piuttosto complessi e ardui, mentre il 42% dichiara di essere al corrente solo dei termini generali. Siamo comunque alla maggioranza assoluta (51%) che ne sa almeno qualcosa, con una crescita di sette punti rispetto a gennaio. Con alcune interessanti differenze: molto più al corrente, sia pure in termini generali, sono gli elettori dei partiti di governo ma anche del M5S. Meno al corrente gli elettori di Lega e FI, mentre nel gruppo composto in larga misura da chi non vota o dagli incerti, prevale nettamente l’ignoranza dei contenuti.
Se si votasse oggi, più della metà degli italiani (58%) è propensa a recarsi alle urne, in questo caso in modo sostanzialmente trasversale ai diversi partiti, mentre la partecipazione crolla nell’area grigia degli astensionisti. Nei nostri dati la gara è aperta: il Sì prevale di un solo punto percentuale, sui voti validi il risultato si attesterebbe al 51% per il Sì e al 49% per i No. La differenza rispetto al sondaggio di gennaio è rilevante: allora infatti i Sì prevalevano nettamente, con il 57%. La crescita della partecipazione ha largamente favorito il No: negli elettori dei partiti di opposizione in particolare, ma anche negli elettori dei partiti di centro il fenomeno è simile.
Sembra quindi che anche tra gli alleati del Pd sia cresciuta la contrarietà, forse motivata anche da una certa insoddisfazione nei confronti del governo. Il panorama comunque non è del tutto granitico: nel Pd emerge un orientamento al No decisamente minoritario ma non del tutto secondario (16%). Orientamento che cresce tra i centristi alleati di governo (qui raggiunge un terzo dei voti validi). Al contrario negli elettori delle formazioni di opposizione l’orientamento al Sì è apprezzabile: dal 25% circa tra leghisti ed elettori del Movimento 5 Stelle sino al quasi 40% degli elettori di FI, partito in cui è presente, anche ai vertici, una posizione se non favorevole almeno non distruttiva rispetto a questa riforma. C’è quindi una trasversalità che presumibilmente il prosieguo del dibattito, soprattutto se si concentrerà sui contenuti, potrà favorire.
Cambia anche, e profondamente, il clima nel quale la consultazione si inserisce. Se infatti a gennaio era nettamente prevalente la convinzione che il risultato del referendum avrebbe premiato il Sì, oggi è invece prevalente il dubbio. Infatti solo il 31% è convinto che i sì vinceranno, tuttavia questo calo non favorisce la convinzione che vinceranno i No, che aumenta solo di quattro punti, ma fa salire appunto il dubbio.
Sono cambiate innanzitutto le opinioni degli elettori dei partiti di opposizione che sei mesi fa prevedevano la vittoria del Sì, mentre oggi ne sono molto meno sicuri. Ciò rappresenta un problema per Renzi, poiché rischia di mobilitare ulteriormente l’elettorato di opposizione che ritiene possibile vincere e mettere in crisi il governo.
E infatti si sta consolidando l’idea che le motivazioni di voto degli italiani saranno sempre più concentrate sul significato politico del referendum. La maggioranza assoluta pensa che i propri connazionali si recheranno alle urne pensando di bocciare (o approvare) il lavoro di Renzi e del suo governo, dando poco peso al merito della riforma. La percezione di crescita della politicizzazione del referendum aumenta in maniera vistosa in particolare tra gli elettori Pd che appaiono sempre più preoccupati di quanto potrebbe accadere.
La strada si fa sempre più complessa per Renzi e per il Pd. L’aver trasformato il referendum in un giudizio sul presidente del Consiglio, legandolo strettamente alla sopravvivenza del governo e al percorso delle ulteriori riforme, sta provocando importanti difficoltà. Infatti, benché i contenuti specifici della riforma proposta siano sostanzialmente condivisi dalla maggioranza dei cittadini (in particolare la trasformazione del Senato), prevale l’idea di votare in base ai propri orientamenti politici. È evidente che diventa necessario per Renzi riorientare il dibattito sui contenuti. E in particolare affrontare il tema (che non riguarda il referendum ma è connesso) della legge elettorale che per molti elettori favorisce la scelta del No, poiché la si considera portatrice di un concentramento di poteri sul leader vincente senza che ci siano adeguati contrappesi. Strada complessa appunto, ma probabilmente inevitabile se vuole arrivare alla vittoria in autunno.
Il referendum spacca l’Italia I favorevoli scendono al 51%
di Nando Pagnoncelli
Il 58% pensa di andare ai seggi. Tra i democratici il 16% voterebbe contro
Concluse le elezioni amministrative, al centro dell’attenzione si pone l’appuntamento del referendum costituzionale. Il premier ha cercato negli ultimi tempi di attenuarne il significato politico di cui peraltro era sovraccarico, mettendo al centro i contenuti, mentre dall’altro lato gli oppositori tendono a farne uno strumento per «dare una spallata» a Renzi e al suo governo. Comunque sia, è evidente che i risultati del referendum che si terrà nel prossimo autunno saranno cruciali per l’assetto del Paese.
Quali le opinioni degli italiani? Partiamo intanto dalla conoscenza dei contenuti, che tende a crescere rispetto all’analogo sondaggio presentato in questa rubrica a fine gennaio, ma che rimane ancora relativamente bassa. Meno del 10% infatti dichiara di padroneggiare nel dettaglio i contenuti della riforma che d’altronde sono piuttosto complessi e ardui, mentre il 42% dichiara di essere al corrente solo dei termini generali. Siamo comunque alla maggioranza assoluta (51%) che ne sa almeno qualcosa, con una crescita di sette punti rispetto a gennaio. Con alcune interessanti differenze: molto più al corrente, sia pure in termini generali, sono gli elettori dei partiti di governo ma anche del M5S. Meno al corrente gli elettori di Lega e FI, mentre nel gruppo composto in larga misura da chi non vota o dagli incerti, prevale nettamente l’ignoranza dei contenuti.
Se si votasse oggi, più della metà degli italiani (58%) è propensa a recarsi alle urne, in questo caso in modo sostanzialmente trasversale ai diversi partiti, mentre la partecipazione crolla nell’area grigia degli astensionisti. Nei nostri dati la gara è aperta: il Sì prevale di un solo punto percentuale, sui voti validi il risultato si attesterebbe al 51% per il Sì e al 49% per i No. La differenza rispetto al sondaggio di gennaio è rilevante: allora infatti i Sì prevalevano nettamente, con il 57%. La crescita della partecipazione ha largamente favorito il No: negli elettori dei partiti di opposizione in particolare, ma anche negli elettori dei partiti di centro il fenomeno è simile.
Sembra quindi che anche tra gli alleati del Pd sia cresciuta la contrarietà, forse motivata anche da una certa insoddisfazione nei confronti del governo. Il panorama comunque non è del tutto granitico: nel Pd emerge un orientamento al No decisamente minoritario ma non del tutto secondario (16%). Orientamento che cresce tra i centristi alleati di governo (qui raggiunge un terzo dei voti validi). Al contrario negli elettori delle formazioni di opposizione l’orientamento al Sì è apprezzabile: dal 25% circa tra leghisti ed elettori del Movimento 5 Stelle sino al quasi 40% degli elettori di FI, partito in cui è presente, anche ai vertici, una posizione se non favorevole almeno non distruttiva rispetto a questa riforma. C’è quindi una trasversalità che presumibilmente il prosieguo del dibattito, soprattutto se si concentrerà sui contenuti, potrà favorire.
Cambia anche, e profondamente, il clima nel quale la consultazione si inserisce. Se infatti a gennaio era nettamente prevalente la convinzione che il risultato del referendum avrebbe premiato il Sì, oggi è invece prevalente il dubbio. Infatti solo il 31% è convinto che i sì vinceranno, tuttavia questo calo non favorisce la convinzione che vinceranno i No, che aumenta solo di quattro punti, ma fa salire appunto il dubbio.
Sono cambiate innanzitutto le opinioni degli elettori dei partiti di opposizione che sei mesi fa prevedevano la vittoria del Sì, mentre oggi ne sono molto meno sicuri. Ciò rappresenta un problema per Renzi, poiché rischia di mobilitare ulteriormente l’elettorato di opposizione che ritiene possibile vincere e mettere in crisi il governo.
E infatti si sta consolidando l’idea che le motivazioni di voto degli italiani saranno sempre più concentrate sul significato politico del referendum. La maggioranza assoluta pensa che i propri connazionali si recheranno alle urne pensando di bocciare (o approvare) il lavoro di Renzi e del suo governo, dando poco peso al merito della riforma. La percezione di crescita della politicizzazione del referendum aumenta in maniera vistosa in particolare tra gli elettori Pd che appaiono sempre più preoccupati di quanto potrebbe accadere.
La strada si fa sempre più complessa per Renzi e per il Pd. L’aver trasformato il referendum in un giudizio sul presidente del Consiglio, legandolo strettamente alla sopravvivenza del governo e al percorso delle ulteriori riforme, sta provocando importanti difficoltà. Infatti, benché i contenuti specifici della riforma proposta siano sostanzialmente condivisi dalla maggioranza dei cittadini (in particolare la trasformazione del Senato), prevale l’idea di votare in base ai propri orientamenti politici. È evidente che diventa necessario per Renzi riorientare il dibattito sui contenuti. E in particolare affrontare il tema (che non riguarda il referendum ma è connesso) della legge elettorale che per molti elettori favorisce la scelta del No, poiché la si considera portatrice di un concentramento di poteri sul leader vincente senza che ci siano adeguati contrappesi. Strada complessa appunto, ma probabilmente inevitabile se vuole arrivare alla vittoria in autunno.
Repubblica 16.7.16
Zanetti
“Dimettermi? No, la mia è una scelta di continuità. Con Ala saremo la gamba liberaldemocratica della coalizione”
“Non cambia niente Denis sta già col governo”
I verdiniani sono una forza preziosa per Renzi, perché riducono il potere di veto della sinistra dem
intervista di Goffredo De Marchis
ROMA. Un partito nè di destra nè di sinistra perché «per una decina d’anni la competizione sarà tra il sistema e l’antisistema». Un partito che aiuti il Pd a isolare una parte di sè, che «riduca significativamente il potere di veto di singole componenti, come la minoranza dem». Un partito in cui Denis Verdini, «una presenza ingombrante suo malgrado», avrà certamente diritto di cittadinanza se risolverà i suoi problemi giudiziari. Non si può certo dire che il viceministro dell’Economia Enrico Zanetti, segretario di Scelta civica, giri intorno ai problemi. Ovviamente, non pensa affatto alle dimissioni: «La mia è una scelta di continuità».
Con lei viceministro e con il nuovo gruppo alla Camera formato assieme ad Ala, possiamo dire che Verdini entra ufficialmente al governo?
«Noi costituiamo un gruppo a Montecitorio che si chiamerà Scelta civica verso Cittadini per l’Italia. L’orizzonte è il congresso del prossimo autunno. Fino ad allora, esisterà il gruppo con deputati di varia provenienza tra cui gli 8 di Ala».
Sta facendo finta di niente?
«Assolutamente no. È un passo importante. Con Ala, nelle prossime settimane, può nascere davvero la gamba liberaldemocratica dell’esecutivo. Ma per tornare alla domanda iniziale, rispetto alla maggioranza e al governo cambia poco o nulla».
Vuole dire che Verdini è al governo da tempo?
«A livello parlamentare Ala è, non da ieri, una forza indiscutibilmente preziosa per Renzi per ridure il significativo potere di veto delle singole componenti, quali anche la minoranza del Pd. Poi, c’è un processo che è partito, l’orizzonte comune può diventare Cittadini per l’Italia, la sigla con cui ci siamo presentati alle amministrative. Se si realizzerà una convergenza politica con i verdiniani al congresso, il processo arriverà a compimento».
Voi siete di centrosinistra, dunque.
«Chi legge la politica attraverso il bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra commette un gravissimo errore. Per una decina d’anni il confronto sarà tra il fronte antieuropeista rappresentato oggi in Italia soprattutto dai 5 stelle e il fronte europeista e riformista che può sicuramente avere sfumature di destra e sinistra al suo interno ma in cui prevale il progetto condiviso».
Sistema contro antisistema.
«Esatto. Ed è molto più salubre e prudente riformare senza distruggere anziché spazzare via tutto prima di ricostruire. Manca, ora, una forma di legge elettorale che consenta il premio di maggioranza alle coalizioni con sbarramenti adeguati. Penso che ci arriveremo. Così staranno insieme un’importante gamba liberaldemocratica e un partito progressista come il Pd».
È la modifica dell’Italicum proposta da Dario Franceschini.
«Franceschini si è dimostrato sicuramente uno dei più lucidi in assoluto. Conosce con esattezza qual è la situazione e quale sarà in futuro».
Non sente di favorire il trasformismo traghettando gli ex Forza Italia verso la sinistra?
«Dal ‘94 al ‘98 ho avuto anch’io la tessera di Forza Italia.. Dopo di che, ho cominciato a lavorare e sono tornato alla politica nel 2013. Ma ripeto: tra qualche anno torneremo a giocare a destra e sinistra. Adesso no».
I guai giudiziari di Verdini la imbarazzano?
«In questo momento i deputati che aderiscono al nostro gruppo sono individualità che meritano rispetto. Chiunque, in Ala, viene definito verdiniano. Adesso diventeranno zanettiani e non ci saranno più verdiniani. È una battuta, s’intende. Il primo ad avere consapevolezza di essere ingombrante, suo malgrado, è Verdini. Per la troppa pubblicità e per i problemi giudiziari in corso che gli auguro di risolvere. Se così non fosse non potremo contare sul suo apporto. Ma non faccio conventio ad excludendum, sarebbe ridicolo».
Conosce le ironie sulla rottura dentro Scelta civica: è la scissione dell’atomo.
«Condivido. Alcuni pensano che l’atomo sia la dimensione ideale per la politica. Preferiscono autodeterminarsi in 10 in una stanza invece di andare a convincere elettori in giro per il Paese».
Zanetti
“Dimettermi? No, la mia è una scelta di continuità. Con Ala saremo la gamba liberaldemocratica della coalizione”
“Non cambia niente Denis sta già col governo”
I verdiniani sono una forza preziosa per Renzi, perché riducono il potere di veto della sinistra dem
intervista di Goffredo De Marchis
ROMA. Un partito nè di destra nè di sinistra perché «per una decina d’anni la competizione sarà tra il sistema e l’antisistema». Un partito che aiuti il Pd a isolare una parte di sè, che «riduca significativamente il potere di veto di singole componenti, come la minoranza dem». Un partito in cui Denis Verdini, «una presenza ingombrante suo malgrado», avrà certamente diritto di cittadinanza se risolverà i suoi problemi giudiziari. Non si può certo dire che il viceministro dell’Economia Enrico Zanetti, segretario di Scelta civica, giri intorno ai problemi. Ovviamente, non pensa affatto alle dimissioni: «La mia è una scelta di continuità».
Con lei viceministro e con il nuovo gruppo alla Camera formato assieme ad Ala, possiamo dire che Verdini entra ufficialmente al governo?
«Noi costituiamo un gruppo a Montecitorio che si chiamerà Scelta civica verso Cittadini per l’Italia. L’orizzonte è il congresso del prossimo autunno. Fino ad allora, esisterà il gruppo con deputati di varia provenienza tra cui gli 8 di Ala».
Sta facendo finta di niente?
«Assolutamente no. È un passo importante. Con Ala, nelle prossime settimane, può nascere davvero la gamba liberaldemocratica dell’esecutivo. Ma per tornare alla domanda iniziale, rispetto alla maggioranza e al governo cambia poco o nulla».
Vuole dire che Verdini è al governo da tempo?
«A livello parlamentare Ala è, non da ieri, una forza indiscutibilmente preziosa per Renzi per ridure il significativo potere di veto delle singole componenti, quali anche la minoranza del Pd. Poi, c’è un processo che è partito, l’orizzonte comune può diventare Cittadini per l’Italia, la sigla con cui ci siamo presentati alle amministrative. Se si realizzerà una convergenza politica con i verdiniani al congresso, il processo arriverà a compimento».
Voi siete di centrosinistra, dunque.
«Chi legge la politica attraverso il bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra commette un gravissimo errore. Per una decina d’anni il confronto sarà tra il fronte antieuropeista rappresentato oggi in Italia soprattutto dai 5 stelle e il fronte europeista e riformista che può sicuramente avere sfumature di destra e sinistra al suo interno ma in cui prevale il progetto condiviso».
Sistema contro antisistema.
«Esatto. Ed è molto più salubre e prudente riformare senza distruggere anziché spazzare via tutto prima di ricostruire. Manca, ora, una forma di legge elettorale che consenta il premio di maggioranza alle coalizioni con sbarramenti adeguati. Penso che ci arriveremo. Così staranno insieme un’importante gamba liberaldemocratica e un partito progressista come il Pd».
È la modifica dell’Italicum proposta da Dario Franceschini.
«Franceschini si è dimostrato sicuramente uno dei più lucidi in assoluto. Conosce con esattezza qual è la situazione e quale sarà in futuro».
Non sente di favorire il trasformismo traghettando gli ex Forza Italia verso la sinistra?
«Dal ‘94 al ‘98 ho avuto anch’io la tessera di Forza Italia.. Dopo di che, ho cominciato a lavorare e sono tornato alla politica nel 2013. Ma ripeto: tra qualche anno torneremo a giocare a destra e sinistra. Adesso no».
I guai giudiziari di Verdini la imbarazzano?
«In questo momento i deputati che aderiscono al nostro gruppo sono individualità che meritano rispetto. Chiunque, in Ala, viene definito verdiniano. Adesso diventeranno zanettiani e non ci saranno più verdiniani. È una battuta, s’intende. Il primo ad avere consapevolezza di essere ingombrante, suo malgrado, è Verdini. Per la troppa pubblicità e per i problemi giudiziari in corso che gli auguro di risolvere. Se così non fosse non potremo contare sul suo apporto. Ma non faccio conventio ad excludendum, sarebbe ridicolo».
Conosce le ironie sulla rottura dentro Scelta civica: è la scissione dell’atomo.
«Condivido. Alcuni pensano che l’atomo sia la dimensione ideale per la politica. Preferiscono autodeterminarsi in 10 in una stanza invece di andare a convincere elettori in giro per il Paese».
Repubblica 16.7.16
Il blitz Verdini-Zanetti fa arrabbiare il Pd
Non è solo la minoranza, anche tra i renziani c’è chi chiede le dimissioni del viceministro di Scelta Civica
di Giovanna Casadio Stefano Bartezzaghi
ROMA. «Un fulmine a ciel sereno». Al Nazareno, sede dem, il blitz del viceministro di Scelta civica Enrico Zanetti di creare un gruppo con Verdini e i suoi, è giudicato una brutta vicenda. Nel Pd c’è irritazione. E la rabbia tra i Democratici dilaga, non solo nella minoranza del partito - che di Zanetti chiede le dimissioni dal governo. Anche i renziani polemizzano: c’è chi spinge l’acceleratore e si aspetta le dimissioni e chi consegna al premier la patata bollente perché trovi una soluzione e calmi le acque. Tutti sono concordi nel ritenere che sarebbe stato meglio che la campagna acquisti di Verdini, che ha arruolato il vice ministro all’Economia, non ci fosse stata.
Lorenzo Guerini, il vice segretario, dice che nei prossimi giorni si valuterà. Per ora non ci sono conseguenze. La ricostruzione in casa Pd è questa: mercoledì sera i verdiniani a cena si sono visti per fare decollare con Zanetti e i tre che lo hanno seguito nella nuova avventura di “Scelta civica verso cittadini per l’Italia”, un comitato per il Sì al referendum costituzionale. E invece è finita con la scissione dei montiani, la lite sul simbolo e soprattutto quel gruppo a Montecitorio che mischia parlamentari montiani in maggioranza e i verdiniani finora fuori dalla porta della coalizione.
Stefano Esposito, senatore renziano, è indignato due volte: per la scelta di Zanetti e per il pressing della sinistra dem per le dimissioni: «Nel momento delle tragedie a Nizza e in Puglia, come si fa a occuparsi di cosa fanno Zanetti e Verdini. Discutere della scissione dell’atomo, è triste. Però penso che Zanetti potrebbe dimettersi per non dare adito a chissà quali ipotesi politiche, che non esistono ». Più cauti Angelo Rughetti, il presidente del partito Matteo Orfini, i capigruppo Ettore Rosato e Luigi Zanda. Anche Alfano non ha gradito.
In Senato, dove la maggioranza traballa, in realtà non ci sono novità: i 18 verdiniani continuano con il loro gruppo Ala e i montiani sono già entrati nel Pd. Però il caso nel governo non si può ignorare. In Scelta civica il conflitto finisce a carte bollate. Lite sul simbolo, il capogruppo alla Camera, Giovanni Monchiero non intende mollarlo. Zanetti è certo che la settimana prossima sarà raggiunta quota 20 deputati e sarà possibile creare un gruppo a Montecitorio. Per ora i verdiniani sono Ignazio Abrignani, Luca D’Alessandro, Massimo Parisi, Giovanni Mottola, Monica Faenzi, Giorgio Lainati, Pino Galati e Saverio Romano. Con Zanetti ci sono Mariano Rabino, Giulio Cesare Sottanelli e Angelo D’Agostino più Marco Marcolin dell’area di Tosi.
Il blitz Verdini-Zanetti fa arrabbiare il Pd
Non è solo la minoranza, anche tra i renziani c’è chi chiede le dimissioni del viceministro di Scelta Civica
di Giovanna Casadio Stefano Bartezzaghi
ROMA. «Un fulmine a ciel sereno». Al Nazareno, sede dem, il blitz del viceministro di Scelta civica Enrico Zanetti di creare un gruppo con Verdini e i suoi, è giudicato una brutta vicenda. Nel Pd c’è irritazione. E la rabbia tra i Democratici dilaga, non solo nella minoranza del partito - che di Zanetti chiede le dimissioni dal governo. Anche i renziani polemizzano: c’è chi spinge l’acceleratore e si aspetta le dimissioni e chi consegna al premier la patata bollente perché trovi una soluzione e calmi le acque. Tutti sono concordi nel ritenere che sarebbe stato meglio che la campagna acquisti di Verdini, che ha arruolato il vice ministro all’Economia, non ci fosse stata.
Lorenzo Guerini, il vice segretario, dice che nei prossimi giorni si valuterà. Per ora non ci sono conseguenze. La ricostruzione in casa Pd è questa: mercoledì sera i verdiniani a cena si sono visti per fare decollare con Zanetti e i tre che lo hanno seguito nella nuova avventura di “Scelta civica verso cittadini per l’Italia”, un comitato per il Sì al referendum costituzionale. E invece è finita con la scissione dei montiani, la lite sul simbolo e soprattutto quel gruppo a Montecitorio che mischia parlamentari montiani in maggioranza e i verdiniani finora fuori dalla porta della coalizione.
Stefano Esposito, senatore renziano, è indignato due volte: per la scelta di Zanetti e per il pressing della sinistra dem per le dimissioni: «Nel momento delle tragedie a Nizza e in Puglia, come si fa a occuparsi di cosa fanno Zanetti e Verdini. Discutere della scissione dell’atomo, è triste. Però penso che Zanetti potrebbe dimettersi per non dare adito a chissà quali ipotesi politiche, che non esistono ». Più cauti Angelo Rughetti, il presidente del partito Matteo Orfini, i capigruppo Ettore Rosato e Luigi Zanda. Anche Alfano non ha gradito.
In Senato, dove la maggioranza traballa, in realtà non ci sono novità: i 18 verdiniani continuano con il loro gruppo Ala e i montiani sono già entrati nel Pd. Però il caso nel governo non si può ignorare. In Scelta civica il conflitto finisce a carte bollate. Lite sul simbolo, il capogruppo alla Camera, Giovanni Monchiero non intende mollarlo. Zanetti è certo che la settimana prossima sarà raggiunta quota 20 deputati e sarà possibile creare un gruppo a Montecitorio. Per ora i verdiniani sono Ignazio Abrignani, Luca D’Alessandro, Massimo Parisi, Giovanni Mottola, Monica Faenzi, Giorgio Lainati, Pino Galati e Saverio Romano. Con Zanetti ci sono Mariano Rabino, Giulio Cesare Sottanelli e Angelo D’Agostino più Marco Marcolin dell’area di Tosi.
La Stampa 16.7.16
Zanetti: “Resto nel governo: Renzi non vuole dimissioni”
Il viceministro: Verdini? Sa di essere ingombrante, deciderà il suo ruolo
intervista di Carlo Bertini
Trovo ipocrita mettere in piedi tutta questa sceneggiata».
Perché ipocrita, viceministro Zanetti? Se Verdini attraverso di lei entra nel governo, normale che qualcuno del Pd le chieda di dimettersi. O no?
«Ma il supporto di Ala al Senato per l’azione di governo in Parlamento mi pare evidente da mesi! Quindi ipocrita è la giusta definizione. Smettiamola col gioco delle parti, ogni volta a dire dentro o fuori...».
In che senso scusi?
«Ala ha scelto di attuare un sostegno utile, perché ogni volta che c’è una maggioranza più ampia, diminuisce il potere di veto di ogni singola componente. Non solo della minoranza Dem, che se potesse lo userebbe eccome questo potere di veto».
Ma Renzi le ha chiesto di dimettersi?
«Figuriamoci! Ma le sembra possibile? È una questione lunare. Capirei se domani si creasse al Senato un gruppo “Cittadini per l’Italia” dove confluissero quelli di Ala collegati ai nostri. Ma siamo in una fase diversa. E comunque a Renzi non credo gli sfiori il pensiero di farmi uscire dall’esecutivo: non mi chiederà di dimettermi, anche perché sarebbe complicato a quel punto gestire al Senato il gruppo di Ala, perché questa richiesta verrebbe letta in termini ostili. Dunque non arriverà».
Ma ci ha parlato col premier?
«Gli ho mandato un sms a cose fatte e lui ha preso atto della mia decisione».
Dunque non avete parlato. Ma questa decisione a cosa porterà, di preciso?
«Ora si apre un processo politico costituente di una forza liberal-democratica, un processo che stiamo portando avanti da un anno. E che alle comunali ci ha consentito di avere 134 consiglieri eletti ed una percentuale media del 2,77%».
Un nuovo partito con Verdini?
«Verdini sicuramente è il primo ad essere consapevole di essere suo malgrado un personaggio ingombrante. E dovrà fare i suoi ragionamenti su che ruolo può avere in una futura iniziativa politica. Ma non è possibile trasferire il carattere individuale su chiunque condivida un percorso politico».
E del suo ruolo al governo cosa ne dice Verdini?
«Con lui non abbiamo parlato del mio ruolo nel governo. L’ho ringraziato per l’atto di generosità dei suoi che hanno aderito al gruppo senza chiedere niente. E ci siamo ripromessi di ragionare su un percorso politico per vedere cosa c’è di comune».
Un percorso antitetico al centrodestra? Insomma alle urne con chi vi vorreste schierare?
«Trovo ridicolo chi si ostina in questa fase a vivere il bipolarismo come un confronto tra centrodestra e centrosinistra. Piuttosto credo a un confronto tra polo europeista e polo anti europeista. E credo che il Pd possa rappresentare la gamba progressista, a cui serve una gamba liberal-democratica che oggi manca. Noi vogliamo costruire un nuovo soggetto politico di area moderata, in grado di camminare autonomamente o di partecipare in coalizione con un polo riformista».
Dunque lei anche per questo resta nel governo?
«Sì, se poi preferiscono farmi ministro sono disponibile, parliamone». Sonora risata e poi Zanetti torna serio. «Ma Padoan è in gamba e non mi sposterei perché la mia competenza la esercito in questo ministero. Ma battute a parte, non vedo perché dimettermi. Se ci sono state tensioni in Scelta Civica è anche perché alcuni dei nostri non hanno votato le riforme costituzionali. E troverei surreale che uno scenario da me determinato anche per lealtà al governo si traducesse in una richiesta di dimissioni».
Quindi del pressing della minoranza Pd si fa un baffo?
«Non mi offendo certo e non me ne preoccupo. Stavolta tocca a Speranza chiedere dimissioni che non arriveranno, altre volte è toccato a me».
Zanetti: “Resto nel governo: Renzi non vuole dimissioni”
Il viceministro: Verdini? Sa di essere ingombrante, deciderà il suo ruolo
intervista di Carlo Bertini
Trovo ipocrita mettere in piedi tutta questa sceneggiata».
Perché ipocrita, viceministro Zanetti? Se Verdini attraverso di lei entra nel governo, normale che qualcuno del Pd le chieda di dimettersi. O no?
«Ma il supporto di Ala al Senato per l’azione di governo in Parlamento mi pare evidente da mesi! Quindi ipocrita è la giusta definizione. Smettiamola col gioco delle parti, ogni volta a dire dentro o fuori...».
In che senso scusi?
«Ala ha scelto di attuare un sostegno utile, perché ogni volta che c’è una maggioranza più ampia, diminuisce il potere di veto di ogni singola componente. Non solo della minoranza Dem, che se potesse lo userebbe eccome questo potere di veto».
Ma Renzi le ha chiesto di dimettersi?
«Figuriamoci! Ma le sembra possibile? È una questione lunare. Capirei se domani si creasse al Senato un gruppo “Cittadini per l’Italia” dove confluissero quelli di Ala collegati ai nostri. Ma siamo in una fase diversa. E comunque a Renzi non credo gli sfiori il pensiero di farmi uscire dall’esecutivo: non mi chiederà di dimettermi, anche perché sarebbe complicato a quel punto gestire al Senato il gruppo di Ala, perché questa richiesta verrebbe letta in termini ostili. Dunque non arriverà».
Ma ci ha parlato col premier?
«Gli ho mandato un sms a cose fatte e lui ha preso atto della mia decisione».
Dunque non avete parlato. Ma questa decisione a cosa porterà, di preciso?
«Ora si apre un processo politico costituente di una forza liberal-democratica, un processo che stiamo portando avanti da un anno. E che alle comunali ci ha consentito di avere 134 consiglieri eletti ed una percentuale media del 2,77%».
Un nuovo partito con Verdini?
«Verdini sicuramente è il primo ad essere consapevole di essere suo malgrado un personaggio ingombrante. E dovrà fare i suoi ragionamenti su che ruolo può avere in una futura iniziativa politica. Ma non è possibile trasferire il carattere individuale su chiunque condivida un percorso politico».
E del suo ruolo al governo cosa ne dice Verdini?
«Con lui non abbiamo parlato del mio ruolo nel governo. L’ho ringraziato per l’atto di generosità dei suoi che hanno aderito al gruppo senza chiedere niente. E ci siamo ripromessi di ragionare su un percorso politico per vedere cosa c’è di comune».
Un percorso antitetico al centrodestra? Insomma alle urne con chi vi vorreste schierare?
«Trovo ridicolo chi si ostina in questa fase a vivere il bipolarismo come un confronto tra centrodestra e centrosinistra. Piuttosto credo a un confronto tra polo europeista e polo anti europeista. E credo che il Pd possa rappresentare la gamba progressista, a cui serve una gamba liberal-democratica che oggi manca. Noi vogliamo costruire un nuovo soggetto politico di area moderata, in grado di camminare autonomamente o di partecipare in coalizione con un polo riformista».
Dunque lei anche per questo resta nel governo?
«Sì, se poi preferiscono farmi ministro sono disponibile, parliamone». Sonora risata e poi Zanetti torna serio. «Ma Padoan è in gamba e non mi sposterei perché la mia competenza la esercito in questo ministero. Ma battute a parte, non vedo perché dimettermi. Se ci sono state tensioni in Scelta Civica è anche perché alcuni dei nostri non hanno votato le riforme costituzionali. E troverei surreale che uno scenario da me determinato anche per lealtà al governo si traducesse in una richiesta di dimissioni».
Quindi del pressing della minoranza Pd si fa un baffo?
«Non mi offendo certo e non me ne preoccupo. Stavolta tocca a Speranza chiedere dimissioni che non arriveranno, altre volte è toccato a me».
Corriere 15.7.16
Zanetti va con Verdini. La sinistra: così lo porta in maggioranza
Il viceministro fonda un nuovo gruppo con tre dei suoi e Ala. E vuole tenere il simbolo di Scelta civica
ROMA Nasce un nuovo gruppo politico alla Camera. E non è un gruppo qualsiasi: «Scelta civica verso Cittadini per l’Italia» fa entrare — di fatto — i verdiniani dentro la maggioranza di governo.
Lo ha voluto il viceministro dell’Economia Enrico Zanetti, segretario di Scelta civica, che ieri ha lasciato il suo gruppo e ne ha fondato uno nuovo. «Era un gruppo sfilacciato, un comodo materasso su cui stare sdraiati in attesa di capire cosa succedeva e che ha portato ad alcune incoerenze difficili da giustificare sul piano politico», ha detto Zanetti, riferendosi ai quattro voti contrari arrivati da Scelta civica alla riforma costituzionale.
Era da tempo che Zanetti voleva portare i verdiniani dentro il partito, e per questo immediata è stata la reazione critica di alcuni deputati di Scelta civica: «Apprendiamo che oggi Verdini è entrato nel governo», hanno commentato Giovanni Monchiero, Bruno Molea e Giovanni Palladino, confermando però il sostegno al governo Renzi.
Zanetti, che vorrebbe portarsi dietro anche il simbolo del partito, è uscito con altri tre deputati, ai quali si aggiungono i dieci di Ala e uno del gruppo Fare, Marco Marcolin, per un totale di quindici deputati, almeno per ora, visto che il numero potrebbe crescere.
«Il gruppo nasce nell’ottica della costruzione di una forza liberaldemocratica» ha spiegato ancora il viceministro Zanetti, trascinandosi dietro una scia di dubbi e polemiche.
Come quelli sollevati da Bruno Molea, secondo il quale se Zanetti lascia Scelta civica non può più esserne il segretario e dunque verrebbe a cadere il presupposto che aveva determinato la sua nomina al dicastero dell’Economia.
Un’altra deputata di Scelta civica, Adriana Galgano, ha polemizzato sull’intento del viceministro di portare con sé il simbolo del partito: «Noi siamo i deputati eletti in Scelta civica, altri quattro sono andati a fare altro. A chi dovrebbe andare il simbolo? A noi, ovviamente: che vogliamo restare e lavorare nell’interesse dei nostri elettori».
Ma non è solo Scelta civica che contesta la scelta fatta dal segretario di partito. Che con questa operazione i verdiniani entrino di fatto dentro la maggioranza di governo, senza altri passaggi istituzionali, lascia l’amaro in bocca soprattutto nella minoranza del Partito democratico. Roberto Speranza — che di quell’area è il leader — è netto: «Fino ad ora ci è stato detto che Verdini e Ala non fanno parte della maggioranza parlamentare che sostiene il governo. Il viceministro Zanetti, messo in minoranza dentro il suo gruppo, costituisce un nuovo gruppo con Denis Verdini. Quindi se Ala resta fuori dalla maggioranza, come ribadito dal premier Matteo Renzi, allora l’unica naturale conseguenza sono le dimissioni di Zanetti dal governo».
Zanetti va con Verdini. La sinistra: così lo porta in maggioranza
Il viceministro fonda un nuovo gruppo con tre dei suoi e Ala. E vuole tenere il simbolo di Scelta civica
ROMA Nasce un nuovo gruppo politico alla Camera. E non è un gruppo qualsiasi: «Scelta civica verso Cittadini per l’Italia» fa entrare — di fatto — i verdiniani dentro la maggioranza di governo.
Lo ha voluto il viceministro dell’Economia Enrico Zanetti, segretario di Scelta civica, che ieri ha lasciato il suo gruppo e ne ha fondato uno nuovo. «Era un gruppo sfilacciato, un comodo materasso su cui stare sdraiati in attesa di capire cosa succedeva e che ha portato ad alcune incoerenze difficili da giustificare sul piano politico», ha detto Zanetti, riferendosi ai quattro voti contrari arrivati da Scelta civica alla riforma costituzionale.
Era da tempo che Zanetti voleva portare i verdiniani dentro il partito, e per questo immediata è stata la reazione critica di alcuni deputati di Scelta civica: «Apprendiamo che oggi Verdini è entrato nel governo», hanno commentato Giovanni Monchiero, Bruno Molea e Giovanni Palladino, confermando però il sostegno al governo Renzi.
Zanetti, che vorrebbe portarsi dietro anche il simbolo del partito, è uscito con altri tre deputati, ai quali si aggiungono i dieci di Ala e uno del gruppo Fare, Marco Marcolin, per un totale di quindici deputati, almeno per ora, visto che il numero potrebbe crescere.
«Il gruppo nasce nell’ottica della costruzione di una forza liberaldemocratica» ha spiegato ancora il viceministro Zanetti, trascinandosi dietro una scia di dubbi e polemiche.
Come quelli sollevati da Bruno Molea, secondo il quale se Zanetti lascia Scelta civica non può più esserne il segretario e dunque verrebbe a cadere il presupposto che aveva determinato la sua nomina al dicastero dell’Economia.
Un’altra deputata di Scelta civica, Adriana Galgano, ha polemizzato sull’intento del viceministro di portare con sé il simbolo del partito: «Noi siamo i deputati eletti in Scelta civica, altri quattro sono andati a fare altro. A chi dovrebbe andare il simbolo? A noi, ovviamente: che vogliamo restare e lavorare nell’interesse dei nostri elettori».
Ma non è solo Scelta civica che contesta la scelta fatta dal segretario di partito. Che con questa operazione i verdiniani entrino di fatto dentro la maggioranza di governo, senza altri passaggi istituzionali, lascia l’amaro in bocca soprattutto nella minoranza del Partito democratico. Roberto Speranza — che di quell’area è il leader — è netto: «Fino ad ora ci è stato detto che Verdini e Ala non fanno parte della maggioranza parlamentare che sostiene il governo. Il viceministro Zanetti, messo in minoranza dentro il suo gruppo, costituisce un nuovo gruppo con Denis Verdini. Quindi se Ala resta fuori dalla maggioranza, come ribadito dal premier Matteo Renzi, allora l’unica naturale conseguenza sono le dimissioni di Zanetti dal governo».
La Stampa 15.7.16
Zanetti divorzia da Scelta Civica. Così Verdini entra nel governo
Il viceministro messo in minoranza dal suo partito si rifugia dentro Ala. Polemica nel Pd, Speranza gli chiede di dimettersi
di Ilario Lombardo
E, dunque, Denis Verdini sarebbe entrato in maggioranza? Almeno stando alla proprietà transitiva, dovrebbe essere così: se un viceministro, Enrico Zanetti, si mette alla testa di una componente con fuoriusciti del suo stesso partito, Scelta Civica, e la truppa verdiniana di Ala, il risultato parrebbe proprio questo. Il sogno di Verdini sembra realizzarsi: dall’appoggio esterno al governo vero e proprio. Peccato però che dal Pd stiano già cercando un buona risposta per uscire dall’evidente imbarazzo. Perché la minoranza dem non si è fatta attendere e Roberto Speranza ha fatto due più due: «Se è vero che, come più volte ribadito da Matteo Renzi, Ala resta fuori dalla maggioranza allora l’unica conseguenza sono le dimissioni di Zanetti dal governo». Dimissioni, che in realtà, vengono evocate anche da alcuni renziani più vicini ai vertici, pur se con molta prudenza. Potrebbe essere così, anche perché a sorprendere il premier e i suoi uomini è stata più che altro la tempistica. Che l’operazione politica di un nuovo polo centrista, filiale italiana dei liberali europei dell’Alde, fosse in corso, si sapeva da mesi. Il duo Zanetti-Verdini ci stava lavorando da quasi un anno con un discorso che via via si stava allargando anche all’ex leghista Flavio Tosi, con Luca Lotti e Maria Elena Boschi informati. Contatti, prospettive comuni, convergenze di interessi. Il gioco incrociato mescola al solito aritmetica e logiche di sopravvivenza, puntando sui numeri ballerini in Senato per modificare l’Italicum e assicurarsi la presenza nella prossima legislatura.
Tutto si stava muovendo in tal senso. A settembre sarebbero state svelate le carte. Questo era il timing. Questo era quello che si aspettavano nel Pd, nella speranza che tutto si potesse compiere dopo il referendum costituzionale. E invece le cose sono precipitate ben prima. Sc è implosa mercoledì sera. Il segretario Zanetti convoca la direzione e incassando un mandato pieno affronta la linea politica del partito. Quando si tocca l’argomento Verdini, i suoi partono con l’ammutinamento. Non vogliono apparentarsi con l’ex berlusconiano. Zanetti finisce in minoranza. Sc esiste come tale solo alla Camera, 19 deputati. Il capogruppo Giovanni Monchiero, Gianfranco Librandi, Andrea Mazziotti e il sottosegretario ai Beni culturali Antimo Cesaro, voltano le spalle al leader. Zanetti va via. Poche ore dopo chiama il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini per annunciargli la decisione presa: porterà via il simbolo e creerà una componente con il nome “Sc verso Cittadini per l’Italia” a cui aderiscono i verdiniani e l’ex leghista Marco Marcolin. In tutto 15 persone, compresi Zanetti e i tre deputati che lo hanno seguito, Mariano Rabino, Angelo D’Agostino, Giulio Sottanelli. Altri dal Misto potrebbero unirsi. Intanto, confermano, chiederanno la deroga per il gruppo «come Fratelli d’Italia».
Sul fronte più interno, nell’ex creatura di Mario Monti finita in briciole è già partita la battaglia per la paternità del simbolo, con Zanetti che sostiene di essere «l’unico titolare legittimo»: «Il gruppo da braccio operativo del partito - dichiara - si era trasformato in un comodo materasso su cui stare sdraiati in attesa di capire cosa succede». Ma il succo più interessante della faccenda riguarda gli equilibri di governo. Guerini, interrogato, si sfila: «Problemi interni a Sc», ma i dem renziani restano consapevoli di cosa pioverà addosso al Pd. Soprattutto dalla minoranza e dai grillini: Verdini è entrato al governo tramite Zanetti? Una domanda che potrebbe trasformarsi in una grana in vista del referendum, mentre Renzi lavora a compattare per la vittoria del sì. Nell’immediato, potrebbe non succedere nulla, ipotizzano i renziani. Dipenderà dall’effetto mediatico: se la il caso-Zanetti si farà sentire, il viceministro potrebbe essere costretto alle dimissioni. A quel punto, quel che resta di Sc avrebbe già pronto il sostituto del governo: Alberto Bombassei.
Zanetti divorzia da Scelta Civica. Così Verdini entra nel governo
Il viceministro messo in minoranza dal suo partito si rifugia dentro Ala. Polemica nel Pd, Speranza gli chiede di dimettersi
di Ilario Lombardo
E, dunque, Denis Verdini sarebbe entrato in maggioranza? Almeno stando alla proprietà transitiva, dovrebbe essere così: se un viceministro, Enrico Zanetti, si mette alla testa di una componente con fuoriusciti del suo stesso partito, Scelta Civica, e la truppa verdiniana di Ala, il risultato parrebbe proprio questo. Il sogno di Verdini sembra realizzarsi: dall’appoggio esterno al governo vero e proprio. Peccato però che dal Pd stiano già cercando un buona risposta per uscire dall’evidente imbarazzo. Perché la minoranza dem non si è fatta attendere e Roberto Speranza ha fatto due più due: «Se è vero che, come più volte ribadito da Matteo Renzi, Ala resta fuori dalla maggioranza allora l’unica conseguenza sono le dimissioni di Zanetti dal governo». Dimissioni, che in realtà, vengono evocate anche da alcuni renziani più vicini ai vertici, pur se con molta prudenza. Potrebbe essere così, anche perché a sorprendere il premier e i suoi uomini è stata più che altro la tempistica. Che l’operazione politica di un nuovo polo centrista, filiale italiana dei liberali europei dell’Alde, fosse in corso, si sapeva da mesi. Il duo Zanetti-Verdini ci stava lavorando da quasi un anno con un discorso che via via si stava allargando anche all’ex leghista Flavio Tosi, con Luca Lotti e Maria Elena Boschi informati. Contatti, prospettive comuni, convergenze di interessi. Il gioco incrociato mescola al solito aritmetica e logiche di sopravvivenza, puntando sui numeri ballerini in Senato per modificare l’Italicum e assicurarsi la presenza nella prossima legislatura.
Tutto si stava muovendo in tal senso. A settembre sarebbero state svelate le carte. Questo era il timing. Questo era quello che si aspettavano nel Pd, nella speranza che tutto si potesse compiere dopo il referendum costituzionale. E invece le cose sono precipitate ben prima. Sc è implosa mercoledì sera. Il segretario Zanetti convoca la direzione e incassando un mandato pieno affronta la linea politica del partito. Quando si tocca l’argomento Verdini, i suoi partono con l’ammutinamento. Non vogliono apparentarsi con l’ex berlusconiano. Zanetti finisce in minoranza. Sc esiste come tale solo alla Camera, 19 deputati. Il capogruppo Giovanni Monchiero, Gianfranco Librandi, Andrea Mazziotti e il sottosegretario ai Beni culturali Antimo Cesaro, voltano le spalle al leader. Zanetti va via. Poche ore dopo chiama il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini per annunciargli la decisione presa: porterà via il simbolo e creerà una componente con il nome “Sc verso Cittadini per l’Italia” a cui aderiscono i verdiniani e l’ex leghista Marco Marcolin. In tutto 15 persone, compresi Zanetti e i tre deputati che lo hanno seguito, Mariano Rabino, Angelo D’Agostino, Giulio Sottanelli. Altri dal Misto potrebbero unirsi. Intanto, confermano, chiederanno la deroga per il gruppo «come Fratelli d’Italia».
Sul fronte più interno, nell’ex creatura di Mario Monti finita in briciole è già partita la battaglia per la paternità del simbolo, con Zanetti che sostiene di essere «l’unico titolare legittimo»: «Il gruppo da braccio operativo del partito - dichiara - si era trasformato in un comodo materasso su cui stare sdraiati in attesa di capire cosa succede». Ma il succo più interessante della faccenda riguarda gli equilibri di governo. Guerini, interrogato, si sfila: «Problemi interni a Sc», ma i dem renziani restano consapevoli di cosa pioverà addosso al Pd. Soprattutto dalla minoranza e dai grillini: Verdini è entrato al governo tramite Zanetti? Una domanda che potrebbe trasformarsi in una grana in vista del referendum, mentre Renzi lavora a compattare per la vittoria del sì. Nell’immediato, potrebbe non succedere nulla, ipotizzano i renziani. Dipenderà dall’effetto mediatico: se la il caso-Zanetti si farà sentire, il viceministro potrebbe essere costretto alle dimissioni. A quel punto, quel che resta di Sc avrebbe già pronto il sostituto del governo: Alberto Bombassei.
La Stampa 16.7.16
“L’Occidente chiude gli occhi e fa affari con i fondamentalisti”
Paolo Flores d’Arcais: la chiave è il ritorno alla laicità
intervista di Mattia Feltri
Paolo Flores d’Arcais, direttore di MicroMega e autore per le edizioni Raffaello Cortina di un saggio molto interessante (La guerra del sacro) sul fondamentalismo islamico, oggi ci dice che «purtroppo gran parte della sinistra e tutta la destra si rifiutano di vedere che c’è una guerra dichiarata non ai governi occidentali bensì ai valori rivoluzionari dell’eguaglianza, della laicità e delle libertà civili. È una guerra dichiarata con la strage di Charlie Hebdo ormai un anno e mezzo fa. Ma tutti hanno fatto finta di nulla».
Per quale motivo?
«Perché l’Occidente degli establishment è complice, visto che fa affari faraonici con l’Arabia Saudita e gli Emirati: non si può combattere l’Isis, cioè il fondamentalismo islamico che vuole farsi Stato, quando si è alleati di Stati islamici già fondamentalisti, in cui vige la sharia; non si può quando il nostro spiritoso ministro degli Esteri vuol fare entrare la Turchia di Erdogan nelle istituzioni europee; non si può quando si concedono spazi enormi a istituti islamici che sono brodo della cultura fondamentalista».
È la dottrina del multiculturalismo.
«Se c’è eguaglianza delle religioni, va da sé che con il diritto di istituire scuole private cattoliche o protestanti ci sarà anche quello di istituirne di islamiche. Non bisogna più permetterlo: la scuola repubblicana, come una volta era nelle intenzioni della Francia, non deve solo tramandare il sapere ma anche gli ideali di libertà, eguaglianza e fraternità. Va fatto perché, come abbiamo testimoniato con ampie inchieste su Micromega, in Inghilterra, ma anche in Francia e in Germania, interi quartieri di grandi città sono governati dalla sharia».
È la sua teoria dello scambio?
«Sì. Si lasciano gli immigrati anche di seconda e terza generazione in condizioni socialmente emarginate, invece di integrarli come cittadini. E in cambio si concede la sharia come riconoscimento della diversità. Gran parte della sinistra acconsente stupidamente perché così si tollera l’oppressione del padre e del marito sulla donna e dell’Imam sul credente».
Dunque? Che fare?
«Primo, per integrare servono soldi, moltissimi ma ci sono, anche nell’Europa della crisi, viste evasione fiscale e corruzione, se le si volesse combattere seriamente: è la crescente povertà degli autoctoni che ostacola l’integrazione, perché porta a vedere negli immigrati il nemico. Secondo, rigorosa laicità. Terzo, nessuna concessione di diversità a chi propone diseguaglianza dei diritti».
E nel frattempo, intanto che l’estremismo uccide?
«Anche per ciò che è successo a Nizza, i nostri apparati di sicurezza sono colabrodo, legati ai tempi della Guerra fredda e dell’oppressione interna. Siamo indietro di alcune decine di anni: i terroristi si formano nella cultura scolastica legata alle moschee, nelle carceri e su Internet. È lì che serve un lavoro a tappeto di intelligence».
E forse nella vita quotidiana non c’è consapevolezza della guerra.
«Sì e sarebbe bene che ci fosse, ma anche assurdo smettere di vivere normalmente. La guerra c’è ma, come dicevo prima, i governi si rifiutano di vederla. Se la situazione politica dei Paesi europei e occidentali - perché ci sono dentro anche gli Stati Uniti - rimane questa, non c’è alcuna possibilità di vincerla».
E come deve cambiare la situazione?
«Ci vorrebbe che andasse al potere una sinistra egualitaria e illuminista che però oggi non c’è, se non in piccola parte in Podemos in Spagna, nel Movimento cinque stelle in Italia e in Bernie Sanders negli Stati Uniti».
“L’Occidente chiude gli occhi e fa affari con i fondamentalisti”
Paolo Flores d’Arcais: la chiave è il ritorno alla laicità
intervista di Mattia Feltri
Paolo Flores d’Arcais, direttore di MicroMega e autore per le edizioni Raffaello Cortina di un saggio molto interessante (La guerra del sacro) sul fondamentalismo islamico, oggi ci dice che «purtroppo gran parte della sinistra e tutta la destra si rifiutano di vedere che c’è una guerra dichiarata non ai governi occidentali bensì ai valori rivoluzionari dell’eguaglianza, della laicità e delle libertà civili. È una guerra dichiarata con la strage di Charlie Hebdo ormai un anno e mezzo fa. Ma tutti hanno fatto finta di nulla».
Per quale motivo?
«Perché l’Occidente degli establishment è complice, visto che fa affari faraonici con l’Arabia Saudita e gli Emirati: non si può combattere l’Isis, cioè il fondamentalismo islamico che vuole farsi Stato, quando si è alleati di Stati islamici già fondamentalisti, in cui vige la sharia; non si può quando il nostro spiritoso ministro degli Esteri vuol fare entrare la Turchia di Erdogan nelle istituzioni europee; non si può quando si concedono spazi enormi a istituti islamici che sono brodo della cultura fondamentalista».
È la dottrina del multiculturalismo.
«Se c’è eguaglianza delle religioni, va da sé che con il diritto di istituire scuole private cattoliche o protestanti ci sarà anche quello di istituirne di islamiche. Non bisogna più permetterlo: la scuola repubblicana, come una volta era nelle intenzioni della Francia, non deve solo tramandare il sapere ma anche gli ideali di libertà, eguaglianza e fraternità. Va fatto perché, come abbiamo testimoniato con ampie inchieste su Micromega, in Inghilterra, ma anche in Francia e in Germania, interi quartieri di grandi città sono governati dalla sharia».
È la sua teoria dello scambio?
«Sì. Si lasciano gli immigrati anche di seconda e terza generazione in condizioni socialmente emarginate, invece di integrarli come cittadini. E in cambio si concede la sharia come riconoscimento della diversità. Gran parte della sinistra acconsente stupidamente perché così si tollera l’oppressione del padre e del marito sulla donna e dell’Imam sul credente».
Dunque? Che fare?
«Primo, per integrare servono soldi, moltissimi ma ci sono, anche nell’Europa della crisi, viste evasione fiscale e corruzione, se le si volesse combattere seriamente: è la crescente povertà degli autoctoni che ostacola l’integrazione, perché porta a vedere negli immigrati il nemico. Secondo, rigorosa laicità. Terzo, nessuna concessione di diversità a chi propone diseguaglianza dei diritti».
E nel frattempo, intanto che l’estremismo uccide?
«Anche per ciò che è successo a Nizza, i nostri apparati di sicurezza sono colabrodo, legati ai tempi della Guerra fredda e dell’oppressione interna. Siamo indietro di alcune decine di anni: i terroristi si formano nella cultura scolastica legata alle moschee, nelle carceri e su Internet. È lì che serve un lavoro a tappeto di intelligence».
E forse nella vita quotidiana non c’è consapevolezza della guerra.
«Sì e sarebbe bene che ci fosse, ma anche assurdo smettere di vivere normalmente. La guerra c’è ma, come dicevo prima, i governi si rifiutano di vederla. Se la situazione politica dei Paesi europei e occidentali - perché ci sono dentro anche gli Stati Uniti - rimane questa, non c’è alcuna possibilità di vincerla».
E come deve cambiare la situazione?
«Ci vorrebbe che andasse al potere una sinistra egualitaria e illuminista che però oggi non c’è, se non in piccola parte in Podemos in Spagna, nel Movimento cinque stelle in Italia e in Bernie Sanders negli Stati Uniti».