La Stampa 24.6.16
Dove nasce il risentimento verso i politici
di Stefano Lepri
Immiserimento
dei ceti medi, disagio delle periferie, nuove povertà sono parole
disparate con cui cerchiamo di afferrare ciò che il terremoto elettorale
nei Comuni rivela. Ma bisogna guardarsi da schemi frettolosi, buoni in
altri Paesi.
In Italia la crisi ha caratteristiche proprie; e il
Movimento 5 stelle non somiglia a nessuna delle forze che raccolgono la
protesta altrove.
Altrove esistono «perdenti della
globalizzazione» più facili da identificare come categoria sociale. Nel
voto britannico di ieri, il Nord deindustrializzato a fronte della
Londra ricca. Negli Stati Uniti in campagna elettorale, la classe
operaia bianca i cui redditi sono fermi da forse trent’anni, se non in
regresso.
Nell’insieme dei Paesi avanzati, le disuguaglianze
sociali si sono accresciute, anche gravemente. Che l’1% soltanto della
gente si sia arricchito, e il 99% no, è una forzatura ideologica, però
negli Usa se si corregge in 10% e 90% non si è lontani dal vero, e non
va bene. In più, l’uscita troppo lenta dalla grande crisi toglie
speranza di un futuro migliore.
L’Italia risulta, al contrario,
perdente nel suo insieme; per motivi complessi, probabilmente di origine
soprattutto interna. Il reddito pro capite, già stagnante prima della
crisi, è oggi del 7% inferiore a quello del 2000. Tuttavia, dai dati
Istat e Banca d’Italia non risulta un aumento della diseguaglianza
media.
Bisogna osservare più in dettaglio. Significativo è il
primo dei grafici che compaiono nell’indagine Nomisma sulle famiglie
pubblicata ieri. La «debole ripresa» che risulta dagli indicatori
ufficiali dell’economia i giovani sotto i 35 anni non l’hanno mai vista.
Solo nelle fasce di età superiori si comincia a tornare sopra i livelli
di reddito del 2010.
Tra i giovani, anche chi trova un posto
fisso (ora magari con un contratto a tutele crescenti) guadagna assai
meno, a parità di qualifica, rispetto ai suoi simili di 10 o 20 anni fa.
Sono poi esili le speranze di carriera. Secondo uno studio
dell’economista Michele Raitano ripreso da Nomisma, l’Italia è uno dei
Paesi dove più i figli dei ricchi restano ricchi e i figli dei poveri
restano poveri.
La disuguaglianza dunque non è cresciuta in sé ma
sempre più si eredita; e per chi ha trent’anni il nostro è già un Paese
in rapido declino. Quasi metà dei ragazzi di liceo sognano di
trasferirsi all’estero. D’altronde in Italia sono rari i casi di
arricchimento fulmineo nella finanza o negli affari (pur se destano
scandalo gli stipendi dei capi di certe banche in difficoltà).
Calo
dei redditi e perdita di speranze per i figli, sentiti come fenomeno
collettivo, inducono a confessare ciò che forse prima si celava. Una
risposta come quella sulle accresciute difficoltà a pagare i mutui casa –
in un periodo di tassi di interesse al minimo! - annuncia forse un
atteggiamento più aggressivo nei confronti delle banche. Però il
bersaglio vero è un altro.
In una economia che stenta tutta, come
la nostra, si è diffusa l’impressione che l’unica via per fare denaro in
fretta fosse sfruttare il denaro pubblico, entrando in politica o
facendo affari con i politici. Non avendo nababbi di Wall Street o della
City a fronte delle difficoltà delle piccole imprese e degli stipendi
fermi, il risentimento si è concentrato contro la «casta» dei politici.
In
tutti gli altri Paesi quello che si usa chiamare «populismo» assume
alla fine caratteri riconoscibili o di destra o di sinistra, benché
diversi rispetto al passato. Da noi no: un meccanismo della politica
bloccato, percepito come benefico solo a se stesso, genera una forza di
opposizione dal programma vago il cui unico punto irrinunciabile è fare
piazza pulita dei politici precedenti.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
sabato 25 giugno 2016
La Stampa 25.6.16
Ora la sinistra Pd minaccia lo sciopero delle fiducie
E scoppia il caso delle dimissioni di Orfini a Roma
di Carlo Bertini
La vera novità politica è una minaccia, stavolta più rumorosa e potenzialmente foriera di timori per il premier, rispetto alle altre già tentate senza successo in passato: è una sorta di sciopero delle fiducie al governo Renzi quello che la minoranza Pd prefigura nella sua contro-direzione riunita al Nazareno. Uno sciopero che bisognerà vedere quale seguito avrà di fronte alla prospettiva di far cadere l’esecutivo sotto il fuoco amico, tanto che Gianni Cuperlo subito frena e prende le distanze dai seguaci di Bersani. Ma il dado è tratto per loro: se il premier non ascolterà la sequela di richieste che mirano a commissariarlo, condizionando le politiche del governo, i dissidenti della sinistra di Camera e Senato non voteranno più «tutte quelle fiducie in bianco sui provvedimenti una dietro l’altra», assicurano i compagni in Transatlantico prima di andare a conclave.
Del resto, lo dice chiaro e tondo Roberto Speranza, che della minoranza Pd è uno dei due leader, nella sua prolusione all’affollato summit al riparo dal caldo torrido sotto i soffitti a cassettoni della sede del Pd. «Chiediamo un cambio profondo, da oggi diciamo basta. Sulle questioni sociali bisogna invertire la rotta e non c’è più voto di fiducia che tenga. Non siamo più disponibili a sostenere provvedimenti che aggravano le fratture sociali». E allora ecco il lungo cahiers de doléances della sinistra, che per carità premette di «non voler fare il processo a nessuno», ma che «c’è stata una sconfitta molto dura» e occorre cambiare le politiche di governo. «In questi mesi abbiamo spesso votato cose che non ci convincevano. Ad esempio per togliere la tassa sulla casa in maniera indistinta, anche ai miliardari». E si spertica il giovane Speranza, mentre in sala ascoltano Errani, Bersani e compagni, a dire che questa «non è la solita polemica interna, che il Pd deve ripartire dalla vita reale delle persone mostrando di aver capito la lezione». La liturgia da ex Pci viene rievocata da Vasco Errani, che era dato in predicato per entrare in segreteria, e che nega ogni gioco di poltrone, «sono tutte sciocchezze, non si gioca con le figurine Panini. Se il Pd non apre una fase nuova, andiamo a sbattere e subisce un colpo pesante tutto il paese». L’ex braccio destro di Bersani chiede un’azione di igiene «reciproca, basta vecchio-nuovo», rifiuta il bollino di «sabotatori» che qualcuno vuole appiccicare. Esordisce come si faceva una volta con un «concordo in pieno con la relazione di Speranza». Che aveva parlato di misure di contrasto alla povertà, degli errori sulla scuola, dei timori su sanità e pensioni. Invitando Renzi a mettere da parte «l’arroganza del ciaone» ad essere più «umile sul referendum» e a celebrare «il funerale del partito della nazione».
E se Cuperlo evoca non solo l’analisi sul mancato voto delle periferie, ma chiede di aprire anche la discussione sull’Italicum, i renziani prevedono una qualche apertura del premier oggi in Direzione. «Noi abbiamo pensato l’Italicum in un momento diverso - ammette Emanuele Fiano - e credo che Renzi farà una riflessione seria e aperta su tutto questo».
Anche se oggi la carne al fuoco sarà tanta, sulla batosta romana sono esplose le tensioni tra correnti sul presidente e commissario del Pd romano, Matteo Orfini. Invitato a dimettersi da commissario da Marianna Madia, con un’intemerata che ha dato la stura a richieste analoghe dei bersaniani e di alcuni ex presidenti di municipi. E che ha prodotto una reprimenda del vicesegretario Guerini, fatto inedito nell’era renziana: «Io tengo sempre scolpita a mente una frase di Alda Merini che dice: “Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire”. Consiglierei a tutti più sobrietà nelle dichiarazioni». Oggi Orfini non si presenterà dimissionario: il suo mandato scade a ottobre e sarà il congresso a decidere.
Ora la sinistra Pd minaccia lo sciopero delle fiducie
E scoppia il caso delle dimissioni di Orfini a Roma
di Carlo Bertini
La vera novità politica è una minaccia, stavolta più rumorosa e potenzialmente foriera di timori per il premier, rispetto alle altre già tentate senza successo in passato: è una sorta di sciopero delle fiducie al governo Renzi quello che la minoranza Pd prefigura nella sua contro-direzione riunita al Nazareno. Uno sciopero che bisognerà vedere quale seguito avrà di fronte alla prospettiva di far cadere l’esecutivo sotto il fuoco amico, tanto che Gianni Cuperlo subito frena e prende le distanze dai seguaci di Bersani. Ma il dado è tratto per loro: se il premier non ascolterà la sequela di richieste che mirano a commissariarlo, condizionando le politiche del governo, i dissidenti della sinistra di Camera e Senato non voteranno più «tutte quelle fiducie in bianco sui provvedimenti una dietro l’altra», assicurano i compagni in Transatlantico prima di andare a conclave.
Del resto, lo dice chiaro e tondo Roberto Speranza, che della minoranza Pd è uno dei due leader, nella sua prolusione all’affollato summit al riparo dal caldo torrido sotto i soffitti a cassettoni della sede del Pd. «Chiediamo un cambio profondo, da oggi diciamo basta. Sulle questioni sociali bisogna invertire la rotta e non c’è più voto di fiducia che tenga. Non siamo più disponibili a sostenere provvedimenti che aggravano le fratture sociali». E allora ecco il lungo cahiers de doléances della sinistra, che per carità premette di «non voler fare il processo a nessuno», ma che «c’è stata una sconfitta molto dura» e occorre cambiare le politiche di governo. «In questi mesi abbiamo spesso votato cose che non ci convincevano. Ad esempio per togliere la tassa sulla casa in maniera indistinta, anche ai miliardari». E si spertica il giovane Speranza, mentre in sala ascoltano Errani, Bersani e compagni, a dire che questa «non è la solita polemica interna, che il Pd deve ripartire dalla vita reale delle persone mostrando di aver capito la lezione». La liturgia da ex Pci viene rievocata da Vasco Errani, che era dato in predicato per entrare in segreteria, e che nega ogni gioco di poltrone, «sono tutte sciocchezze, non si gioca con le figurine Panini. Se il Pd non apre una fase nuova, andiamo a sbattere e subisce un colpo pesante tutto il paese». L’ex braccio destro di Bersani chiede un’azione di igiene «reciproca, basta vecchio-nuovo», rifiuta il bollino di «sabotatori» che qualcuno vuole appiccicare. Esordisce come si faceva una volta con un «concordo in pieno con la relazione di Speranza». Che aveva parlato di misure di contrasto alla povertà, degli errori sulla scuola, dei timori su sanità e pensioni. Invitando Renzi a mettere da parte «l’arroganza del ciaone» ad essere più «umile sul referendum» e a celebrare «il funerale del partito della nazione».
E se Cuperlo evoca non solo l’analisi sul mancato voto delle periferie, ma chiede di aprire anche la discussione sull’Italicum, i renziani prevedono una qualche apertura del premier oggi in Direzione. «Noi abbiamo pensato l’Italicum in un momento diverso - ammette Emanuele Fiano - e credo che Renzi farà una riflessione seria e aperta su tutto questo».
Anche se oggi la carne al fuoco sarà tanta, sulla batosta romana sono esplose le tensioni tra correnti sul presidente e commissario del Pd romano, Matteo Orfini. Invitato a dimettersi da commissario da Marianna Madia, con un’intemerata che ha dato la stura a richieste analoghe dei bersaniani e di alcuni ex presidenti di municipi. E che ha prodotto una reprimenda del vicesegretario Guerini, fatto inedito nell’era renziana: «Io tengo sempre scolpita a mente una frase di Alda Merini che dice: “Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire”. Consiglierei a tutti più sobrietà nelle dichiarazioni». Oggi Orfini non si presenterà dimissionario: il suo mandato scade a ottobre e sarà il congresso a decidere.
Corriere 24.6.16
«Pronti a non votare più le fiducie» L’avvertimento della sinistra dem
E Orfini replica all’attacco di Madia: la sua riforma ci ha fatto perdere tanti voti
di Monica Guerzoni
ROMA L’immagine di Lorenzo Guerini che lascia il suo posto in prima fila — proprio quando dalla platea della minoranza scatta l’ultimo applauso per Roberto Speranza — fotografa la spaccatura tra la sinistra e l’universo renziano. Un solco che la batosta alle Comunali ha reso più profondo, a dispetto degli appelli a ritrovare il senso di comunità. L’ultimo lo ha lanciato Vasco Errani, acclamato come un leader dopo l’assoluzione: «Riconosco che il segretario è Renzi e non ho rancori o vendette da prendermi. Se salta il Pd, salta un processo storico e salta il Paese».
La resa dei conti ha accenti soft e contenuti forti. Nel giorno in cui Marianna Madia chiede le dimissioni di Matteo Orfini da commissario romano, scatenando la prima rissa interna tra i renziani di governo e quelli di partito, Speranza riunisce i suoi per preparare la direzione. Il discorso con cui lo sfidante invoca una «svolta laburista» per continuare a sostenere l’esecutivo, ribalta il tavolo delle riforme e disegna una nuova agenda di governo.
Una «svolta sociale», che metta al centro povertà, equità e ridistribuzione. L’applauso più forte, tra i 200 stipati all’ultimo piano del Nazareno, scatta quando l’ex capogruppo annuncia uno strappo senza precedenti. «Su temi come lavoro, scuola, welfare, sanità e tassa sulla casa non si può più sbagliare — ammonisce il deputato che Bersani vorrebbe segretario —. Non siamo più disponibili, non c’è più voto di fiducia che tenga». La scuola? «Riscopriamo l’umiltà dell’ascolto». Le tasse? «Torniamo alla progressività della Costituzione, anche se è parola poco smart in tv».
E via così, in un crescendo che fa a pezzi le politiche di Renzi, dalle pensioni ai voucher, dalla sanità al lavoro: «Basta dare calci ai sindacati», basta «Pd megafono di Palazzo Chigi», basta «alleanze improprie» con Verdini e basta con il doppio incarico di Renzi. E le trivelle? «Dovevamo metterci in sintonia con i 16 milioni che sono andati a votare, invece di fare a cazzotti con l’arroganza del “ciaone” », attacca rivolto a Ernesto Carbone. E se i renziani sospettano che la sinistra sia a caccia di posti, lui giura che l’unico obiettivo è correggere la rotta: «Abbiamo lasciato poltrone importanti e non ci interessano i posti».
Arriva Bersani da Bruxelles, dove ha rilanciato «i fondamentali della sinistra». L’abbraccio con Errani, poi l’ex presidente dell’Emilia-Romagna prende la parola dopo tanto tempo. Dice che il voto «non può non aprire una pagina nuova nel Pd», derubrica le voci sulla nuova segreteria a un «gioco con le figurine Panini» e implora tutti di togliersi di dosso le «magliette delle componenti». Nessuno chiede le dimissioni di nessuno, va avanti Errani, che sta bene in minoranza purché non si provi a cacciarlo «nell’angolo dei sabotatori». Il resto degli applausi li incassa il consigliere regionale Riccardo Agostini, quando soffia sul fuoco del no al referendum che monta negli animi della minoranza: «Vedo complicato dire di sì a quella roba là». E giù ovazioni.
Sui cieli del Nazareno picchia un sole torrido, che rende l’aria irrespirabile. Guerini risponde duro a Madia: «Sbagliato chiedere le dimissioni di Orfini. Consiglierei a tutti più sobrietà». E cita Alda Merini: «Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire...». Orfini sceglierà con cura quelle da dire oggi in direzione e intanto confida: «Madia non è la persona più titolata a parlare, viste le migliaia di voti che ci ha fatto perdere a Roma tra i dipendenti pubblici».
La sconfitta ha squarciato il velo dell’unanimismo che teneva uniti i renziani. E se Richetti avverte che «i cerchi magici hanno già rovinato Bossi e Berlusconi», Giachetti smentisce di aver mai chiesto la testa di Orfini. Sulla terrazza del Nazareno il bersaniano Nico Stumpo soppesa gli «appetiti» che hanno scatenato le tensioni tra i renziani, ed Enzo Lattuca, il più giovane deputato pd, incassa lodi per la mail al «caro segretario» sul Pd: «Mai così tante correnti e una così spietata spartizione di potere e poltrone, che tu hai alimentato».
«Pronti a non votare più le fiducie» L’avvertimento della sinistra dem
E Orfini replica all’attacco di Madia: la sua riforma ci ha fatto perdere tanti voti
di Monica Guerzoni
ROMA L’immagine di Lorenzo Guerini che lascia il suo posto in prima fila — proprio quando dalla platea della minoranza scatta l’ultimo applauso per Roberto Speranza — fotografa la spaccatura tra la sinistra e l’universo renziano. Un solco che la batosta alle Comunali ha reso più profondo, a dispetto degli appelli a ritrovare il senso di comunità. L’ultimo lo ha lanciato Vasco Errani, acclamato come un leader dopo l’assoluzione: «Riconosco che il segretario è Renzi e non ho rancori o vendette da prendermi. Se salta il Pd, salta un processo storico e salta il Paese».
La resa dei conti ha accenti soft e contenuti forti. Nel giorno in cui Marianna Madia chiede le dimissioni di Matteo Orfini da commissario romano, scatenando la prima rissa interna tra i renziani di governo e quelli di partito, Speranza riunisce i suoi per preparare la direzione. Il discorso con cui lo sfidante invoca una «svolta laburista» per continuare a sostenere l’esecutivo, ribalta il tavolo delle riforme e disegna una nuova agenda di governo.
Una «svolta sociale», che metta al centro povertà, equità e ridistribuzione. L’applauso più forte, tra i 200 stipati all’ultimo piano del Nazareno, scatta quando l’ex capogruppo annuncia uno strappo senza precedenti. «Su temi come lavoro, scuola, welfare, sanità e tassa sulla casa non si può più sbagliare — ammonisce il deputato che Bersani vorrebbe segretario —. Non siamo più disponibili, non c’è più voto di fiducia che tenga». La scuola? «Riscopriamo l’umiltà dell’ascolto». Le tasse? «Torniamo alla progressività della Costituzione, anche se è parola poco smart in tv».
E via così, in un crescendo che fa a pezzi le politiche di Renzi, dalle pensioni ai voucher, dalla sanità al lavoro: «Basta dare calci ai sindacati», basta «Pd megafono di Palazzo Chigi», basta «alleanze improprie» con Verdini e basta con il doppio incarico di Renzi. E le trivelle? «Dovevamo metterci in sintonia con i 16 milioni che sono andati a votare, invece di fare a cazzotti con l’arroganza del “ciaone” », attacca rivolto a Ernesto Carbone. E se i renziani sospettano che la sinistra sia a caccia di posti, lui giura che l’unico obiettivo è correggere la rotta: «Abbiamo lasciato poltrone importanti e non ci interessano i posti».
Arriva Bersani da Bruxelles, dove ha rilanciato «i fondamentali della sinistra». L’abbraccio con Errani, poi l’ex presidente dell’Emilia-Romagna prende la parola dopo tanto tempo. Dice che il voto «non può non aprire una pagina nuova nel Pd», derubrica le voci sulla nuova segreteria a un «gioco con le figurine Panini» e implora tutti di togliersi di dosso le «magliette delle componenti». Nessuno chiede le dimissioni di nessuno, va avanti Errani, che sta bene in minoranza purché non si provi a cacciarlo «nell’angolo dei sabotatori». Il resto degli applausi li incassa il consigliere regionale Riccardo Agostini, quando soffia sul fuoco del no al referendum che monta negli animi della minoranza: «Vedo complicato dire di sì a quella roba là». E giù ovazioni.
Sui cieli del Nazareno picchia un sole torrido, che rende l’aria irrespirabile. Guerini risponde duro a Madia: «Sbagliato chiedere le dimissioni di Orfini. Consiglierei a tutti più sobrietà». E cita Alda Merini: «Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire...». Orfini sceglierà con cura quelle da dire oggi in direzione e intanto confida: «Madia non è la persona più titolata a parlare, viste le migliaia di voti che ci ha fatto perdere a Roma tra i dipendenti pubblici».
La sconfitta ha squarciato il velo dell’unanimismo che teneva uniti i renziani. E se Richetti avverte che «i cerchi magici hanno già rovinato Bossi e Berlusconi», Giachetti smentisce di aver mai chiesto la testa di Orfini. Sulla terrazza del Nazareno il bersaniano Nico Stumpo soppesa gli «appetiti» che hanno scatenato le tensioni tra i renziani, ed Enzo Lattuca, il più giovane deputato pd, incassa lodi per la mail al «caro segretario» sul Pd: «Mai così tante correnti e una così spietata spartizione di potere e poltrone, che tu hai alimentato».
Repubblica 25.6.16
Da Franceschini a FI contro l’Italicum ora c’è un esercito
Renzi resiste, ma è sempre più isolato. Dopo la minoranza anche i cattolici Pd vogliono cambiare
di Goffredo De Marchis
ROMA. Matteo Renzi non vuole cambiare nulla dell’Italicum, ma tutti gli altri (quasi tutti) sì. Ai soliti noti — Angelino Alfano, Denis Verdini, Silvio Berlusconi che sogna di ricostruire il centrodestra sotto la sua ala — si affianca, fin dall’inizio, la sinistra interna del Partito democratico (Bersani). Adesso si aggiunge anche l’intera area cattolica del Pd. La riunione della riattivata corrente di Dario Franceschini (alla quale ha partecipato pure Piero Fassino) si può sintetizzare così: «Bisogna convincere Matteo a ragionare sul referendum costituzionale e sulla legge elettorale». Tesi poi esposta in televisione, ad Agorà, dal capogrupo dem in commissione Affari costituzionali Emanuele Fiano: «Va fatta una riflessione su quella norma. Può esserci un’apertura a dei cambiamenti». Ma quali?
Il sogno del Pd è, da sempre, il doppio turno di collegio sul modello francese che garantisce una maggiore rappresentatività. Renzi, anche in queste ore, dopo il brutto risultato delle comunali, risponde: «Chi lo vota in Parlamento?». In più, rispetto all’Italicum, sarebbe un totale ribaltamento di filosofia. Il premier può permettersi non semplicemente di cambiare rotta, ma di rottamare la sua idea originaria? I fedelissimi rispondono di no, anche quelli che sono favorevoli ad ascoltare le sirene esterne. Come il vicesegretario Lorenzo Guerini, aperturista, e come, si dice, il braccio destro dell’ex sindaco di Firenze, Luca Lotti. La soluzione intermedia sarebbe assegnare il premio di maggioranza alla coalizione anziché alla lista, correggendo questa parte della legge. Strada più percorribile, ma la replica di Renzi tiene conto del centrosinistra visto in passato: «Io appartengo alla nuova generazione che ha creduto nell’Ulivo e poi ha visto, con sconcerto, le coalizioni distruggere Prodi e il suo progetto». È un altro no, quindi: «Abbiamo fatto l’Italicum per garantire la stabilità. Se vincono altri, governeranno altri», argomenta il premier.
Ma alla realtà non si sfugge. In questo momento, Palazzo Chigi appare piuttosto isolato nella difesa dell’Italicum. Con il premier ci sono i renziani doc, i Giovani Turchi di Matteo Orfini e, sotto traccia, i 5 stelle, ovvero il partito che non si coalizza mai con nessuno. Stop. Cresce invece una maggioranza parlamentare che punta a far rivivere le coalizioni. Servono ad Alfano, che oggi è alleato del Pd ma non vuole e non può entrare nel Pd. Si è fatto finta che l’incidente dell’altro giorno al Senato (Ncd e Ala hanno votato due volte contro il governo) fosse un problema tecnico. Non è così. Servono al centrodestra, che punta a mettere sotto lo stesso tetto tutte le sue forze sul modello, competitivo, di Stefano Parisi a Milano. Le vuole anche la minoranza del Pd, alla quale però interessa soprattutto il collegamento tra cittadini ed eletti. Miguel Gotor infatti supera anche il doppio turno di collegio: «Temo non sia il sistema adatto in un sistema tripolare. Meglio un turno unico con i collegi e il premio di maggioranza ». Per tagliare fuori Grillo. Il ragionamento dei franceschiniani non è diverso: «Dobbiamo dare ai poli tradizionali la chance di fare alleanze per non scivolare nel populismo». Pesa il recentissimo esito del referendum Brexit.
Fare una capriola del genere ha bisogno di tempo. Qualcuno spera che il 4 ottobre la Corte costituzionale, bocciando in parte l’Italicum, offra il pretesto per le correzioni, senza che Renzi perda la faccia. Ancora meglio sarebbe allungare i tempi del referendum. Non più ottobre ma uno slittamento di qualche mese perché il clima non è dei più favorevoli alla vittoria del Sì. Se n’è parlato anche nel vertice organizzato da Franceschini mercoledì sera. Del resto, fanno notare, c’è una falla nella macchina da guerra renziana per la “madre di tutte le battaglie”. Una falla tale da consigliare un rinvio. Il premier puntava alla raccolta di 500 mila firme di sostegno al referendum entro luglio. Darebbero una forza popolare al quesito, aggiunte a quelle dei parlamentari necessarie per richiedere la consultazione. Con l’attenuante della campagna elettorale delle comunali, al Pd raccontano che i banchetti si sono fermati a meno della metà.
Da Franceschini a FI contro l’Italicum ora c’è un esercito
Renzi resiste, ma è sempre più isolato. Dopo la minoranza anche i cattolici Pd vogliono cambiare
di Goffredo De Marchis
ROMA. Matteo Renzi non vuole cambiare nulla dell’Italicum, ma tutti gli altri (quasi tutti) sì. Ai soliti noti — Angelino Alfano, Denis Verdini, Silvio Berlusconi che sogna di ricostruire il centrodestra sotto la sua ala — si affianca, fin dall’inizio, la sinistra interna del Partito democratico (Bersani). Adesso si aggiunge anche l’intera area cattolica del Pd. La riunione della riattivata corrente di Dario Franceschini (alla quale ha partecipato pure Piero Fassino) si può sintetizzare così: «Bisogna convincere Matteo a ragionare sul referendum costituzionale e sulla legge elettorale». Tesi poi esposta in televisione, ad Agorà, dal capogrupo dem in commissione Affari costituzionali Emanuele Fiano: «Va fatta una riflessione su quella norma. Può esserci un’apertura a dei cambiamenti». Ma quali?
Il sogno del Pd è, da sempre, il doppio turno di collegio sul modello francese che garantisce una maggiore rappresentatività. Renzi, anche in queste ore, dopo il brutto risultato delle comunali, risponde: «Chi lo vota in Parlamento?». In più, rispetto all’Italicum, sarebbe un totale ribaltamento di filosofia. Il premier può permettersi non semplicemente di cambiare rotta, ma di rottamare la sua idea originaria? I fedelissimi rispondono di no, anche quelli che sono favorevoli ad ascoltare le sirene esterne. Come il vicesegretario Lorenzo Guerini, aperturista, e come, si dice, il braccio destro dell’ex sindaco di Firenze, Luca Lotti. La soluzione intermedia sarebbe assegnare il premio di maggioranza alla coalizione anziché alla lista, correggendo questa parte della legge. Strada più percorribile, ma la replica di Renzi tiene conto del centrosinistra visto in passato: «Io appartengo alla nuova generazione che ha creduto nell’Ulivo e poi ha visto, con sconcerto, le coalizioni distruggere Prodi e il suo progetto». È un altro no, quindi: «Abbiamo fatto l’Italicum per garantire la stabilità. Se vincono altri, governeranno altri», argomenta il premier.
Ma alla realtà non si sfugge. In questo momento, Palazzo Chigi appare piuttosto isolato nella difesa dell’Italicum. Con il premier ci sono i renziani doc, i Giovani Turchi di Matteo Orfini e, sotto traccia, i 5 stelle, ovvero il partito che non si coalizza mai con nessuno. Stop. Cresce invece una maggioranza parlamentare che punta a far rivivere le coalizioni. Servono ad Alfano, che oggi è alleato del Pd ma non vuole e non può entrare nel Pd. Si è fatto finta che l’incidente dell’altro giorno al Senato (Ncd e Ala hanno votato due volte contro il governo) fosse un problema tecnico. Non è così. Servono al centrodestra, che punta a mettere sotto lo stesso tetto tutte le sue forze sul modello, competitivo, di Stefano Parisi a Milano. Le vuole anche la minoranza del Pd, alla quale però interessa soprattutto il collegamento tra cittadini ed eletti. Miguel Gotor infatti supera anche il doppio turno di collegio: «Temo non sia il sistema adatto in un sistema tripolare. Meglio un turno unico con i collegi e il premio di maggioranza ». Per tagliare fuori Grillo. Il ragionamento dei franceschiniani non è diverso: «Dobbiamo dare ai poli tradizionali la chance di fare alleanze per non scivolare nel populismo». Pesa il recentissimo esito del referendum Brexit.
Fare una capriola del genere ha bisogno di tempo. Qualcuno spera che il 4 ottobre la Corte costituzionale, bocciando in parte l’Italicum, offra il pretesto per le correzioni, senza che Renzi perda la faccia. Ancora meglio sarebbe allungare i tempi del referendum. Non più ottobre ma uno slittamento di qualche mese perché il clima non è dei più favorevoli alla vittoria del Sì. Se n’è parlato anche nel vertice organizzato da Franceschini mercoledì sera. Del resto, fanno notare, c’è una falla nella macchina da guerra renziana per la “madre di tutte le battaglie”. Una falla tale da consigliare un rinvio. Il premier puntava alla raccolta di 500 mila firme di sostegno al referendum entro luglio. Darebbero una forza popolare al quesito, aggiunte a quelle dei parlamentari necessarie per richiedere la consultazione. Con l’attenuante della campagna elettorale delle comunali, al Pd raccontano che i banchetti si sono fermati a meno della metà.
Corriere 24.6.16
Picconate all’Italicum da un partito in pieno caos
di Massimo Franco
Seppure in modo confuso, stanno arrivando le prime picconate al totem dell’Italicum. Il primo effetto del flop del Pd alle Amministrative è la voglia inconfessabile di cambiare un sistema elettorale lodato fino a pochi giorni fa come un capolavoro intoccabile. Il fatto che di colpo si scopra quanto possa diventare il cavallo di Troia di una vittoria nazionale del Movimento 5 Stelle sta creando un diffuso ripensamento. La certezza di Matteo Renzi di avere costruito un meccanismo quasi perfetto per sbancare le urne vacilla.
Il paradosso è che sono esponenti del M5S come Alessandro Di Battista a dichiarare, con ostentata magnanimità: «Siamo pronti a cambiare l’Italicum, anche se non ci conviene». Ma lo dicono anche alcuni esponenti del Pd, sebbene non Renzi né la sua cerchia di fedelissimi. Questi ultimi sanno che rimettere in discussione il sistema elettorale significa di rimbalzo proiettare un alone di precarietà sulle riforme costituzionali sottoposte al referendum di ottobre. Il timore è un «effetto domino» che partendo dall’Italicum intaccherebbe i «punti irrinunciabili» dell’esecutivo.
Sono quelli sui quali per mesi il premier ha minacciato dimissioni ed elezioni anticipate. Le voci di un rinvio «tecnico» del referendum riflettono il contesto totalmente nuovo che il dopo 19 giugno ha creato. E la richiesta al premier da parte del renziano Matteo Richetti di «chiedere scusa e dire che ha sbagliato» annunciando il ritiro dalla politica se perde, è un altro indizio della confusione. In modo francamente esagerato, la sconfitta alle Amministrative, la trappola referendaria, la crisi economica vengono scaricate solo su Palazzo Chigi e sul suo inquilino.
È come se gli alleati e l’intero Pd non sentissero di avere responsabilità. Il protagonismo di Renzi gli si ritorce contro, a lui e la sua leadership. La «fase nuova» che esponenti della minoranza come Vasco Errani e Roberto Speranza evocano, sembra partire da questa premessa: perfino negando la fiducia al governo su alcuni temi. Recupero di un’identità «di sinistra»; attenzione a una base sociale che nelle periferie cittadine è emigrata verso il M5S o l’astensione. E «alle periferie non interessa il referendum», avverte l’ex segretario, Pierluigi Bersani. «Non sanno cosa sia».
Non bastasse, le Amministrative hanno archiviato l’asse con Denis Verdini e il «partito della Nazione» ma non in Parlamento. Lì l’asse può diventare più ingombrante di prima, facendo pesare numeri esigui ma decisivi. Ieri l’esecutivo è stato bocciato al Senato su un emendamento di FI. E hanno votato con l’opposizione i parlamentari di Verdini e alcuni senatori del Nuovo centrodestra, il partito del ministro dell’Interno Angelino Alfano: due forze riemerse inquiete dalle elezioni. Forse è solo un avvertimento a Renzi. Oppure l’inizio di uno smarcamento al rallentatore.
Picconate all’Italicum da un partito in pieno caos
di Massimo Franco
Seppure in modo confuso, stanno arrivando le prime picconate al totem dell’Italicum. Il primo effetto del flop del Pd alle Amministrative è la voglia inconfessabile di cambiare un sistema elettorale lodato fino a pochi giorni fa come un capolavoro intoccabile. Il fatto che di colpo si scopra quanto possa diventare il cavallo di Troia di una vittoria nazionale del Movimento 5 Stelle sta creando un diffuso ripensamento. La certezza di Matteo Renzi di avere costruito un meccanismo quasi perfetto per sbancare le urne vacilla.
Il paradosso è che sono esponenti del M5S come Alessandro Di Battista a dichiarare, con ostentata magnanimità: «Siamo pronti a cambiare l’Italicum, anche se non ci conviene». Ma lo dicono anche alcuni esponenti del Pd, sebbene non Renzi né la sua cerchia di fedelissimi. Questi ultimi sanno che rimettere in discussione il sistema elettorale significa di rimbalzo proiettare un alone di precarietà sulle riforme costituzionali sottoposte al referendum di ottobre. Il timore è un «effetto domino» che partendo dall’Italicum intaccherebbe i «punti irrinunciabili» dell’esecutivo.
Sono quelli sui quali per mesi il premier ha minacciato dimissioni ed elezioni anticipate. Le voci di un rinvio «tecnico» del referendum riflettono il contesto totalmente nuovo che il dopo 19 giugno ha creato. E la richiesta al premier da parte del renziano Matteo Richetti di «chiedere scusa e dire che ha sbagliato» annunciando il ritiro dalla politica se perde, è un altro indizio della confusione. In modo francamente esagerato, la sconfitta alle Amministrative, la trappola referendaria, la crisi economica vengono scaricate solo su Palazzo Chigi e sul suo inquilino.
È come se gli alleati e l’intero Pd non sentissero di avere responsabilità. Il protagonismo di Renzi gli si ritorce contro, a lui e la sua leadership. La «fase nuova» che esponenti della minoranza come Vasco Errani e Roberto Speranza evocano, sembra partire da questa premessa: perfino negando la fiducia al governo su alcuni temi. Recupero di un’identità «di sinistra»; attenzione a una base sociale che nelle periferie cittadine è emigrata verso il M5S o l’astensione. E «alle periferie non interessa il referendum», avverte l’ex segretario, Pierluigi Bersani. «Non sanno cosa sia».
Non bastasse, le Amministrative hanno archiviato l’asse con Denis Verdini e il «partito della Nazione» ma non in Parlamento. Lì l’asse può diventare più ingombrante di prima, facendo pesare numeri esigui ma decisivi. Ieri l’esecutivo è stato bocciato al Senato su un emendamento di FI. E hanno votato con l’opposizione i parlamentari di Verdini e alcuni senatori del Nuovo centrodestra, il partito del ministro dell’Interno Angelino Alfano: due forze riemerse inquiete dalle elezioni. Forse è solo un avvertimento a Renzi. Oppure l’inizio di uno smarcamento al rallentatore.
La Stampa 24.6.16
Un partito in evidente crisi di nervi
di Marcello Sorgi
Matteo Renzi non ci ha pensato neppure un momento, dopo la sconfitta elettorale, ad aprire una trattativa con gli avversari interni che subito hanno cercato di approfittarne. Ma se serviva una conferma alla scelta della linea dura, alla vigilia della direzione di oggi ne è arrivata più di una. La minoranza bersaniana ha convocato un’assemblea nella quale ha ufficializzato la richiesta, già avanzata dall’ex-segretario, di una marcata svolta a sinistra nelle politiche del governo, ha posto la questione della separazione tra la leadership del partito e il ruolo di presidente del consiglio e ha annunciato, per bocca dell’ex-capogruppo dei deputati Speranza, che sulle «questioni sociali» i parlamentari anti-renziani potrebbero non votare più la fiducia.
Un altro psicodramma si svolgeva nel frattempo tra i «giovani turchi», la corrente del presidente del partito, nonché commissario del Pd romano, Matteo Orfini, di cui la ministra della Funzione pubblica Marianna Madia ha chiesto le dimissioni, giudicando fallimentare la sua gestione della crisi Democrat post-Marino e definendolo un «tappo» alla liberazione di nuove energie interne nel partito romano. Conseguenze: reazioni indignate degli amici di Orfini e intervento pompieristico del vicesegretario Guerini, dall’effetto quasi nullo, se non quello di far capire che il pugnale di Madia non era stato armato da Renzi.
Di fronte a un partito in preda a un’evidente crisi di nervi, dopo il disastro di Roma e Torino e la perdita di metà dei novanta comuni che amministrava prima del 19 giugno, Renzi si prepara dunque a riproporre l’analisi della sconfitta già espressa a caldo dopo i risultati (non è un problema di linea politica, ma di cambiamento insufficiente rispetto alle novità proposte dai 5 stelle), e a tenersi a distanza dalle beghe precongressuali tra le correnti, che per la verità creano qualche problema anche nella maggioranza che sorregge la segreteria. Si prepara un piccolo rimpasto al vertice del Pd, ma sarà ancora Renzi a decidere chi entra e chi esce. E se la minoranza davvero vuol far cadere il governo, si accomodi: si accorgerà che non è così facile metterne su un altro.
Un partito in evidente crisi di nervi
di Marcello Sorgi
Matteo Renzi non ci ha pensato neppure un momento, dopo la sconfitta elettorale, ad aprire una trattativa con gli avversari interni che subito hanno cercato di approfittarne. Ma se serviva una conferma alla scelta della linea dura, alla vigilia della direzione di oggi ne è arrivata più di una. La minoranza bersaniana ha convocato un’assemblea nella quale ha ufficializzato la richiesta, già avanzata dall’ex-segretario, di una marcata svolta a sinistra nelle politiche del governo, ha posto la questione della separazione tra la leadership del partito e il ruolo di presidente del consiglio e ha annunciato, per bocca dell’ex-capogruppo dei deputati Speranza, che sulle «questioni sociali» i parlamentari anti-renziani potrebbero non votare più la fiducia.
Un altro psicodramma si svolgeva nel frattempo tra i «giovani turchi», la corrente del presidente del partito, nonché commissario del Pd romano, Matteo Orfini, di cui la ministra della Funzione pubblica Marianna Madia ha chiesto le dimissioni, giudicando fallimentare la sua gestione della crisi Democrat post-Marino e definendolo un «tappo» alla liberazione di nuove energie interne nel partito romano. Conseguenze: reazioni indignate degli amici di Orfini e intervento pompieristico del vicesegretario Guerini, dall’effetto quasi nullo, se non quello di far capire che il pugnale di Madia non era stato armato da Renzi.
Di fronte a un partito in preda a un’evidente crisi di nervi, dopo il disastro di Roma e Torino e la perdita di metà dei novanta comuni che amministrava prima del 19 giugno, Renzi si prepara dunque a riproporre l’analisi della sconfitta già espressa a caldo dopo i risultati (non è un problema di linea politica, ma di cambiamento insufficiente rispetto alle novità proposte dai 5 stelle), e a tenersi a distanza dalle beghe precongressuali tra le correnti, che per la verità creano qualche problema anche nella maggioranza che sorregge la segreteria. Si prepara un piccolo rimpasto al vertice del Pd, ma sarà ancora Renzi a decidere chi entra e chi esce. E se la minoranza davvero vuol far cadere il governo, si accomodi: si accorgerà che non è così facile metterne su un altro.
Corriere 24.6.16
Tensioni al Senato dopo le urne Verdiniani e centristi votano con FI
Governo sotto sul ddl terrorismo. Ap e Ala: nessun fatto politico, solo dialettica
di Tommaso Labate
ROMA « Questa legislatura è nata con 101 franchi tiratori. E ora inizia a scricchiolare grazie a 102 senatori col volto coperto». A metà mattinata, nel corridoio di Palazzo Madama che porta alle stanze in uso al gruppo del Movimento Cinquestelle, c’è chi idealmente alza i calici verso il cielo. E sono le stesse scene che, a poche decine di metri di distanza, si vivono tra gli esponenti di Forza Italia.
Il «fronte del No» al referendum esulta per il primo incidente parlamentare post Amministrative del «fronte del Sì». Che si materializza apparentemente per caso quando il gruppo di Denis Verdini, insieme a nove senatori del Nuovo centrodestra, manda giù l’esecutivo in una delle votazioni sul ddl antiterrorismo.
A scardinare la maggioranza provvede un emendamento firmato dai forzisti Giacomo Caliendo e Francesco Nitto Palma, che alza da un massimo di dodici a un «minimo di quindici anni» le pene per l’utilizzo di ordigni nucleari, e che viene approvato con 102 voti favorevoli. L’avvertimento dei verdiniani ai renziani era arrivato negli ultimi giorni, con gli uomini più vicini al senatore toscano che si presentano ai vertici del gruppo pd per segnalare che «senza di noi andate sotto».
Ma oltre l’apparenza c’è molto di più. Nonostante la tranquillità ostentata coi suoi da Angelino Alfano («Nessun fatto politico», segnala Renato Schifani), e nonostante i verdiniani si affrettino a derubricare il dossier a «normale dialettica parlamentare», dietro le quinte della maggioranza si respira un clima di inquietudine. Lo stesso che Brunetta e i Cinquestelle traducono facendo ricorso al medesimo vocabolario.
«Governo battuto in Aula al Senato su un emendamento di Forza Italia. Ala e parte di Ncd votano con opposizione? Primo pizzino di Verdini a Renzi?», scrive il capogruppo forzista in una nota. Identico canovaccio seguito dal profilo Twitter ufficiale del Movimento Cinquestelle. «Di fronte ai pizzini di Verdini, il presidente del Consiglio sta zitto».
Dentro Ala, infatti, lo scontro tra Verdini stesso e un pezzo del gruppo parlamentare (rimasto negli ultimi giorni anche orfano del tandem composto da Sandro Bondi e Manuela Repetti) sta salendo sopra il livello di guardia. I parlamentari malpancisti, tra cui molti campani, temono che l’esito delle elezioni amministrative spinga Renzi e i suoi a marcare le distanze dal senatore toscano, soprattutto nell’ottica della campagna per il referendum.
E vogliono garanzie. Diverso il discorso nella fazione del gruppo alfaniano che preme per prendere le distanze da Renzi e spera nel biglietto di ritorno verso Forza Italia.
L’«operazione figliol prodigo», per i berlusconiani, si può fare. Ma a una sola condizione, che Brunetta mette nero su bianco: «Certo che offriamo biglietti di ritorno a chi ci aveva mollati e ora spera di tornare con noi», scandisce il capogruppo di Forza Italia a Montecitorio. «Ma su quel biglietto», scandisce, «c’è scritto “No al referendum”. Altrimenti l’obliteratrice lo sputa fuori e il controllore ti fa scendere dal tram».
Un messaggio, questo, con cui una parte di senatori di Ncd comincia già a fare i conti. «Io, per esempio, mica sono sicuro che mi schiero con il Sì», commentava ieri pomeriggio con alcuni colleghi Roberto Formigoni. Per l’ex governatore lombardo, «o Renzi ci coinvolge tutti nell’azione di governo e della maggioranza e cambia l’Italicum oppure, per quanto mi riguarda, il referendum può andare a perderlo da solo». Una spia, l’ennesima, di come l’aritmeticamente pericolante Aula di Palazzo Madama sia pronta a traballare. Sempre di più .
Tensioni al Senato dopo le urne Verdiniani e centristi votano con FI
Governo sotto sul ddl terrorismo. Ap e Ala: nessun fatto politico, solo dialettica
di Tommaso Labate
ROMA « Questa legislatura è nata con 101 franchi tiratori. E ora inizia a scricchiolare grazie a 102 senatori col volto coperto». A metà mattinata, nel corridoio di Palazzo Madama che porta alle stanze in uso al gruppo del Movimento Cinquestelle, c’è chi idealmente alza i calici verso il cielo. E sono le stesse scene che, a poche decine di metri di distanza, si vivono tra gli esponenti di Forza Italia.
Il «fronte del No» al referendum esulta per il primo incidente parlamentare post Amministrative del «fronte del Sì». Che si materializza apparentemente per caso quando il gruppo di Denis Verdini, insieme a nove senatori del Nuovo centrodestra, manda giù l’esecutivo in una delle votazioni sul ddl antiterrorismo.
A scardinare la maggioranza provvede un emendamento firmato dai forzisti Giacomo Caliendo e Francesco Nitto Palma, che alza da un massimo di dodici a un «minimo di quindici anni» le pene per l’utilizzo di ordigni nucleari, e che viene approvato con 102 voti favorevoli. L’avvertimento dei verdiniani ai renziani era arrivato negli ultimi giorni, con gli uomini più vicini al senatore toscano che si presentano ai vertici del gruppo pd per segnalare che «senza di noi andate sotto».
Ma oltre l’apparenza c’è molto di più. Nonostante la tranquillità ostentata coi suoi da Angelino Alfano («Nessun fatto politico», segnala Renato Schifani), e nonostante i verdiniani si affrettino a derubricare il dossier a «normale dialettica parlamentare», dietro le quinte della maggioranza si respira un clima di inquietudine. Lo stesso che Brunetta e i Cinquestelle traducono facendo ricorso al medesimo vocabolario.
«Governo battuto in Aula al Senato su un emendamento di Forza Italia. Ala e parte di Ncd votano con opposizione? Primo pizzino di Verdini a Renzi?», scrive il capogruppo forzista in una nota. Identico canovaccio seguito dal profilo Twitter ufficiale del Movimento Cinquestelle. «Di fronte ai pizzini di Verdini, il presidente del Consiglio sta zitto».
Dentro Ala, infatti, lo scontro tra Verdini stesso e un pezzo del gruppo parlamentare (rimasto negli ultimi giorni anche orfano del tandem composto da Sandro Bondi e Manuela Repetti) sta salendo sopra il livello di guardia. I parlamentari malpancisti, tra cui molti campani, temono che l’esito delle elezioni amministrative spinga Renzi e i suoi a marcare le distanze dal senatore toscano, soprattutto nell’ottica della campagna per il referendum.
E vogliono garanzie. Diverso il discorso nella fazione del gruppo alfaniano che preme per prendere le distanze da Renzi e spera nel biglietto di ritorno verso Forza Italia.
L’«operazione figliol prodigo», per i berlusconiani, si può fare. Ma a una sola condizione, che Brunetta mette nero su bianco: «Certo che offriamo biglietti di ritorno a chi ci aveva mollati e ora spera di tornare con noi», scandisce il capogruppo di Forza Italia a Montecitorio. «Ma su quel biglietto», scandisce, «c’è scritto “No al referendum”. Altrimenti l’obliteratrice lo sputa fuori e il controllore ti fa scendere dal tram».
Un messaggio, questo, con cui una parte di senatori di Ncd comincia già a fare i conti. «Io, per esempio, mica sono sicuro che mi schiero con il Sì», commentava ieri pomeriggio con alcuni colleghi Roberto Formigoni. Per l’ex governatore lombardo, «o Renzi ci coinvolge tutti nell’azione di governo e della maggioranza e cambia l’Italicum oppure, per quanto mi riguarda, il referendum può andare a perderlo da solo». Una spia, l’ennesima, di come l’aritmeticamente pericolante Aula di Palazzo Madama sia pronta a traballare. Sempre di più .
La Stampa 24.6.16
Maggioranza battuta in Senato
Alfano non tiene i suoi senatori
Centristi divisi sul governo. E Verdini manda un “pizzino” al premier
di Amedeo La Mattina
Con il partito diviso tra chi vuole tornare con Berlusconi e chi rimanere anche in futuro con Renzi, che garanzie può dare Alfano al premier? Il presidente del Consiglio, già alle prese con una sinistra interna pronta a non votare più la fiducia, di fatto non ha più la maggioranza al Senato. Ieri un esempio concreto: governo battuto in aula su un emendamento di Fi in materia di lotta al terrorismo. Una questione non vitale per Palazzo Chigi (l’emendamento degli azzurri aumenta le pene per chi si macchia del reato di terrorismo nucleare). Ma il problema è che a votare con l’opposizione sono stati 9 senatori Ncd dei 16 presenti: 15 erano assenti. Solo 5 hanno votato l’emendamento del governo e 2 si sono astenuti. Contro pure i senatori di Ala. «Il primo pizzino di Verdini a Renzi», dice sarcastico Brunetta. Insomma Palazzo Madama torna ad essere il vulcano sul quale è seduto Renzi ma anche Alfano che non riesce a tenere unito il gruppo dei senatori guidato da Schifani pronto a passare all’appoggio esterno.
È il primo passo per il ritorno all’ovile berlusconiano. Schifani parlerà esplicitamente alla riunione del gruppo giovedì prossimo. Sarà l’appuntamento dove le divisioni del piccolo partito di Alfano verranno squadernate. Lo stesso accadrà contemporaneamente al gruppo della Camera dove ci sono coloro che mai torneranno nel centrodestra, come Cicchitto e Pizzolante. Quest’ultimo accusa il partito (in particolare Lupi, anche lui in transito verso il centrodestra) di avere sbagliato tutto, di essere rimasti nella «terra di nessuno». Pizzolante vorrebbe la nascita di una nuova forza alleata stabilmente con Renzi. «Se nelle prossime settimane non ci sarà un chiarimento, lascio il partito», annuncia il deputato di Rimini che in questa città ha dato vita a una lista civica a sostegno del candidato Pd, ottenendo il 15%. Per lui questo è l’esempio da seguire.
Al Senato, per motivi opposti, un piede fuori ce l’hanno Schifani e alcuni senatori come Azzolini ed Esposito, ma anche il sottosegretario Gentile. Esposito parla di «irrilevanza elettorale del partito». «Lupi ha annunciato che dopo il referendum Ncd uscirà dal governo. Ma non vorrei che questi annunci fossero soltanto un pretesto per guadagnare tempo. Ad ottobre - ricorda Esposito - si dovrà votare la finanziaria. Cosa farà Ncd? L’approvazione del bilancio dello Stato sarà una scusa ulteriore?».
Cosa farà Alfano? Come potrà garantire al premier la maggioranza in queste condizioni? Verdini si frega le mani: il suo valore aggiunto al Senato (e non nelle urne) diventa oro. Alfano consiglia di portare a termine la riforma costituzionale e il referendum. Ha bisogno di convincere Renzi a cambiare l’Italicum con il premio di maggioranza alla coalizione: così potrà schierare il nuovo soggetto politico centrista accanto alle bandiere del Pd. «E chi vuole tornare con Berlusconi, accanto a Salvini e Meloni, si accodi. Auguri», dice il sottosegretario Giuseppe Castiglione.
Maggioranza battuta in Senato
Alfano non tiene i suoi senatori
Centristi divisi sul governo. E Verdini manda un “pizzino” al premier
di Amedeo La Mattina
Con il partito diviso tra chi vuole tornare con Berlusconi e chi rimanere anche in futuro con Renzi, che garanzie può dare Alfano al premier? Il presidente del Consiglio, già alle prese con una sinistra interna pronta a non votare più la fiducia, di fatto non ha più la maggioranza al Senato. Ieri un esempio concreto: governo battuto in aula su un emendamento di Fi in materia di lotta al terrorismo. Una questione non vitale per Palazzo Chigi (l’emendamento degli azzurri aumenta le pene per chi si macchia del reato di terrorismo nucleare). Ma il problema è che a votare con l’opposizione sono stati 9 senatori Ncd dei 16 presenti: 15 erano assenti. Solo 5 hanno votato l’emendamento del governo e 2 si sono astenuti. Contro pure i senatori di Ala. «Il primo pizzino di Verdini a Renzi», dice sarcastico Brunetta. Insomma Palazzo Madama torna ad essere il vulcano sul quale è seduto Renzi ma anche Alfano che non riesce a tenere unito il gruppo dei senatori guidato da Schifani pronto a passare all’appoggio esterno.
È il primo passo per il ritorno all’ovile berlusconiano. Schifani parlerà esplicitamente alla riunione del gruppo giovedì prossimo. Sarà l’appuntamento dove le divisioni del piccolo partito di Alfano verranno squadernate. Lo stesso accadrà contemporaneamente al gruppo della Camera dove ci sono coloro che mai torneranno nel centrodestra, come Cicchitto e Pizzolante. Quest’ultimo accusa il partito (in particolare Lupi, anche lui in transito verso il centrodestra) di avere sbagliato tutto, di essere rimasti nella «terra di nessuno». Pizzolante vorrebbe la nascita di una nuova forza alleata stabilmente con Renzi. «Se nelle prossime settimane non ci sarà un chiarimento, lascio il partito», annuncia il deputato di Rimini che in questa città ha dato vita a una lista civica a sostegno del candidato Pd, ottenendo il 15%. Per lui questo è l’esempio da seguire.
Al Senato, per motivi opposti, un piede fuori ce l’hanno Schifani e alcuni senatori come Azzolini ed Esposito, ma anche il sottosegretario Gentile. Esposito parla di «irrilevanza elettorale del partito». «Lupi ha annunciato che dopo il referendum Ncd uscirà dal governo. Ma non vorrei che questi annunci fossero soltanto un pretesto per guadagnare tempo. Ad ottobre - ricorda Esposito - si dovrà votare la finanziaria. Cosa farà Ncd? L’approvazione del bilancio dello Stato sarà una scusa ulteriore?».
Cosa farà Alfano? Come potrà garantire al premier la maggioranza in queste condizioni? Verdini si frega le mani: il suo valore aggiunto al Senato (e non nelle urne) diventa oro. Alfano consiglia di portare a termine la riforma costituzionale e il referendum. Ha bisogno di convincere Renzi a cambiare l’Italicum con il premio di maggioranza alla coalizione: così potrà schierare il nuovo soggetto politico centrista accanto alle bandiere del Pd. «E chi vuole tornare con Berlusconi, accanto a Salvini e Meloni, si accodi. Auguri», dice il sottosegretario Giuseppe Castiglione.
Repubblica 24.6.16
Il premier blinda l’Italicum “Medio solo con i cittadini”
Il leader sfida il doppio assedio della minoranza e di Ncd
Alfano: “Dopo il referendum va chiarito il rapporto con i dem”
di Goffredo De Marchis
ROMA. Non vuole stare sulla difensiva. E non vuole cercare compromessi, tanto più dopo la “minaccia” della minoranza sui prossimi voti di fiducia. Matteo Renzi affronta oggi, nella direzione Pd, la sconfitta delle comunali con la volontà di non seguire i consigli nè degli alleati nè degli avversari interni. Quindi dirà che «la modifica dell’Italicum non è all’ordine del giorno», che non si metterà a fare adesso il «doroteo» distribuendo poltrone dentro il Pd o cercando accordi con le correnti. Se bisogna mediare, come ha affermato l’altro giorno, «bisogna farlo con il Paese e con i cittadini». E la svolta a sinistra? Renzi spiegherà che è già in corso, a partire dalle politiche sociali. «Le abbiamo fatte, con il fondo per la povertà, con la legge sul Dopo di noi, con i contratti a tempo indeterminato. Ma sociale per me non significa solo welfare, è anche la crescita», ha argomentato ieri con i suoi collaboratori.
Dal microfono dell’assemblea pd il segretario offrirà una lettura del risultato delle amministrative sottolineando il buono e il cattivo. «Vedremo come va il referendum sulla Brexit. Comunque inviterei i miei compagni di partito a valutare le condizioni della sinistra in Europa e a fare la differenza con il Pd». Insomma, se non sarà una sfida poco ci manca. Ma questo non toglie che intorno a Palazzo Chigi e a Largo del Nazareno siano cominciate manovre che partono da un dato di fatto: Renzi si è indebolito, la sua calamita ha perso potenza. Lo ha dimostrato plasticamente l’incidente in Senato ieri mattina. Il governo è andato sotto due volte, per via dei voti contrari, su emendamenti dei centristi, Ncd e Ala. «Un pizzino a Renzi», ha malignato subito Renato Brunetta. Angelino Alfano non è d’accordo, ovviamente. Eppure non nega il problema.
Subito dopo l’episodio, il ministro dell’Interno ha sentito le ragioni dei suoi senatori. «Si votava per alzare la pena davanti ad atti di terrorismo radioattivo — ha spiegato il leader Ncd ai colleghi della Camera — Era più bassa dell’omicidio stradale». C’è solo questo? «I senatori e i nostri elettori vogliono capire che senso politico possiamo dare alla collaborazione col Pd. Anche se nessuno se lo ricorda Ncd ha preso 1 milione e 200 mila voti alle Europee. Una volta fatto il referendum e terminato il cammino delle riforme, cosa gli raccontiamo? ». L’obiettivo di Alfano e dei suoi è modificare l’Italicum, fare in modo che si apra alle coalizioni per realizzare un’eventuale alleanza con Renzi e il Pd. Per questo il «tagliando » chiesto l’altro ieri non potrà essere un nuovo penultimatum: la scadenza elettorale si avvicina.
Un fronte si muove anche nel Partito democratico. Mercoledì sera si è riunita a cena, in un ristorante del centro di Roma, la corrente di Dario Franceschini. Non capitava da due anni, dal momento in cui Renzi era salito a Palazzo Chigi. «Una cena di sostegno al premier», riferiscono i presenti. C’erano il ministro della Cultura, la ministra Roberta Pinotti, il capogruppo Ettore Rosato, la vicepresidente della Camera Marina Sereni, Emanuele Fiano. Nessuna congiura, ma qualche cenno critico sì. Rispetto all’arroccamento di Renzi, alla chiusura del cerchio magico, alla mancanza di dialogo. «Matteo è troppo portato a chiudersi», ha detto qualcuno. Qualcun altro ha sottolineato, per esempio, il fallimento dell’Imu-day o criticato l’ipotesi di Maurizio Martina come vicesegretario unico: «Non sarebbe la risposta ai problemi».
Renzi però ha intenzione di mantenere il punto, almeno per ora, anche sul referendum costituzionale di ottobre. «Non è una consultazione su di me, ma sull’Italia. Questo è il messaggio che deve passare, cosa cambia davvero per il Paese», dice il premier nei suoi colloqui privati. «Non ho mai voluto personalizzare l’appuntamento. Ho solo detto che le conseguenze per il governo e per il Parlamento, in caso di vittoria del No, sarebbero abbastanza scontate». Ma il segretario non vuole che il tema del referendum diventi centrale. Perché non si è perso a Roma e Torino per colpa della sfida istituzionale. In fondo è quello che pensa anche la sinistra interna. Se sono le periferie il terreno di scontro, Renzi andrà a vedere le carte degli avversari. «Noi abbiamo fatto già molto. Non più di una settimana fa la legge sul Dopo di noi che offre una garanzia ai figli disabili quando i genitori non ci sono più. Loro che mi attaccano sempre, su questo non hanno detto niente, non ho visto nemmeno un tweet venire da quella parte », ricorda indignato Renzi parlando con i suoi fedelissimi. «Non so cosa vogliono invece sugli assetti interni. So che non farò alchimie dorotee. Quindi niente spostamenti di poltrone. Interverremo perché i problemi ci sono, lo so. Ma fuori dai giochetti delle correnti ». Dunque, il premier non si presenterà oggi con la faccia mesta dello sconfitto. Ma con quella di chi intende continuare una sfida. «Per cambiare l’Italia », ripete.
Il premier blinda l’Italicum “Medio solo con i cittadini”
Il leader sfida il doppio assedio della minoranza e di Ncd
Alfano: “Dopo il referendum va chiarito il rapporto con i dem”
di Goffredo De Marchis
ROMA. Non vuole stare sulla difensiva. E non vuole cercare compromessi, tanto più dopo la “minaccia” della minoranza sui prossimi voti di fiducia. Matteo Renzi affronta oggi, nella direzione Pd, la sconfitta delle comunali con la volontà di non seguire i consigli nè degli alleati nè degli avversari interni. Quindi dirà che «la modifica dell’Italicum non è all’ordine del giorno», che non si metterà a fare adesso il «doroteo» distribuendo poltrone dentro il Pd o cercando accordi con le correnti. Se bisogna mediare, come ha affermato l’altro giorno, «bisogna farlo con il Paese e con i cittadini». E la svolta a sinistra? Renzi spiegherà che è già in corso, a partire dalle politiche sociali. «Le abbiamo fatte, con il fondo per la povertà, con la legge sul Dopo di noi, con i contratti a tempo indeterminato. Ma sociale per me non significa solo welfare, è anche la crescita», ha argomentato ieri con i suoi collaboratori.
Dal microfono dell’assemblea pd il segretario offrirà una lettura del risultato delle amministrative sottolineando il buono e il cattivo. «Vedremo come va il referendum sulla Brexit. Comunque inviterei i miei compagni di partito a valutare le condizioni della sinistra in Europa e a fare la differenza con il Pd». Insomma, se non sarà una sfida poco ci manca. Ma questo non toglie che intorno a Palazzo Chigi e a Largo del Nazareno siano cominciate manovre che partono da un dato di fatto: Renzi si è indebolito, la sua calamita ha perso potenza. Lo ha dimostrato plasticamente l’incidente in Senato ieri mattina. Il governo è andato sotto due volte, per via dei voti contrari, su emendamenti dei centristi, Ncd e Ala. «Un pizzino a Renzi», ha malignato subito Renato Brunetta. Angelino Alfano non è d’accordo, ovviamente. Eppure non nega il problema.
Subito dopo l’episodio, il ministro dell’Interno ha sentito le ragioni dei suoi senatori. «Si votava per alzare la pena davanti ad atti di terrorismo radioattivo — ha spiegato il leader Ncd ai colleghi della Camera — Era più bassa dell’omicidio stradale». C’è solo questo? «I senatori e i nostri elettori vogliono capire che senso politico possiamo dare alla collaborazione col Pd. Anche se nessuno se lo ricorda Ncd ha preso 1 milione e 200 mila voti alle Europee. Una volta fatto il referendum e terminato il cammino delle riforme, cosa gli raccontiamo? ». L’obiettivo di Alfano e dei suoi è modificare l’Italicum, fare in modo che si apra alle coalizioni per realizzare un’eventuale alleanza con Renzi e il Pd. Per questo il «tagliando » chiesto l’altro ieri non potrà essere un nuovo penultimatum: la scadenza elettorale si avvicina.
Un fronte si muove anche nel Partito democratico. Mercoledì sera si è riunita a cena, in un ristorante del centro di Roma, la corrente di Dario Franceschini. Non capitava da due anni, dal momento in cui Renzi era salito a Palazzo Chigi. «Una cena di sostegno al premier», riferiscono i presenti. C’erano il ministro della Cultura, la ministra Roberta Pinotti, il capogruppo Ettore Rosato, la vicepresidente della Camera Marina Sereni, Emanuele Fiano. Nessuna congiura, ma qualche cenno critico sì. Rispetto all’arroccamento di Renzi, alla chiusura del cerchio magico, alla mancanza di dialogo. «Matteo è troppo portato a chiudersi», ha detto qualcuno. Qualcun altro ha sottolineato, per esempio, il fallimento dell’Imu-day o criticato l’ipotesi di Maurizio Martina come vicesegretario unico: «Non sarebbe la risposta ai problemi».
Renzi però ha intenzione di mantenere il punto, almeno per ora, anche sul referendum costituzionale di ottobre. «Non è una consultazione su di me, ma sull’Italia. Questo è il messaggio che deve passare, cosa cambia davvero per il Paese», dice il premier nei suoi colloqui privati. «Non ho mai voluto personalizzare l’appuntamento. Ho solo detto che le conseguenze per il governo e per il Parlamento, in caso di vittoria del No, sarebbero abbastanza scontate». Ma il segretario non vuole che il tema del referendum diventi centrale. Perché non si è perso a Roma e Torino per colpa della sfida istituzionale. In fondo è quello che pensa anche la sinistra interna. Se sono le periferie il terreno di scontro, Renzi andrà a vedere le carte degli avversari. «Noi abbiamo fatto già molto. Non più di una settimana fa la legge sul Dopo di noi che offre una garanzia ai figli disabili quando i genitori non ci sono più. Loro che mi attaccano sempre, su questo non hanno detto niente, non ho visto nemmeno un tweet venire da quella parte », ricorda indignato Renzi parlando con i suoi fedelissimi. «Non so cosa vogliono invece sugli assetti interni. So che non farò alchimie dorotee. Quindi niente spostamenti di poltrone. Interverremo perché i problemi ci sono, lo so. Ma fuori dai giochetti delle correnti ». Dunque, il premier non si presenterà oggi con la faccia mesta dello sconfitto. Ma con quella di chi intende continuare una sfida. «Per cambiare l’Italia », ripete.
La Stampa 24.6.16
Renzi
“Non torno al Pd delle correnti.. Se vogliono cacciarmi ci provino”
“Il sì al referendum è la scelta più anti-establishment possibile
Il Jos Act crea posti. È di sinistra.
I gufi? Ormai ho rinunciato alle battute”
intervista di Federico Geremicca
Il suo ufficio: «Eccolo, spesso mi tocca passarci le giornate». La stanza dove dorme, metà studio-salotto e metà camera da letto: «Non sbirciate, c’è disordine...». La mitica Sala Verde, quella dei mega-incontri (ormai storia passata...) con sindacati e parti sociali: «Bella, no?». E poi la stanza nella quale c’è il telefono bianco sul quale è solito chiamarlo Barack Obama.
È ora di pranzo e Matteo Renzi passeggia sotto i soffitti a volta del terzo piano di Palazzo Chigi accompagnando in una sorta di «visita guidata» Maurizio Molinari, direttore de «La Stampa». Appare in buona forma, nonostante tutto. Fa sport e nuota ogni mattina. E anche l’umore non è male, nonostante tutto.
«Mi viene da sorridere - conferma - a guardare la piccola folla che pensa di scendere dal carro del presunto sconfitto, con la stessa rapidità con la quale ci era salita», dice con la solita ironia. Ma sarebbe sbagliato immaginarlo superficialmente indifferente al voto (traumatico) dei ballottaggi di domenica scorsa. Il Pd, che riunisce oggi la Direzione, sembra una pentola in ebollizione: e attorno al segretario-premier - fuori e dentro il suo partito - sono in molti a intonare il de profundis, immaginandone l’imminente caduta. «È normale - dice -. Non mi sorprendo e non mi spavento. Ma al mio partito, domani (oggi per chi legge, ndr) farò un discorso chiaro: un discorso che somiglierà ad una sfida».
Il senso sarà: se hanno proposte le avanzino. Ma se qualcuno pensa alle sue dimissioni o ad un ritorno alla stagione dei «caminetti» tra capicorrente, resterà deluso: «Se vogliono quello - dice - hanno una via dritta: trovarsi un nuovo segretario. Il Congresso non è lontano, possono provarci». Né intende accettare la lettura del voto che va per la maggiore: e cioè che il Pd arretra e perde in ragione di una politica di governo troppo poco di sinistra. È un’idea che Matteo Renzi rifiuta. Così come non crede che siano state certe alleanze con Verdini a penalizzare il Pd oppure l’impostazione (personalistica, dicono) data al referendum costituzionale, del quale - per altro - offre una lettura nuova.
«Votare sì - spiega il premier - è la scelta più anti-establishment possibile, oggi: infatti, significa ridurre le poltrone alla politica e tagliarne notevolmente i costi. Magari i senatori Cinque Stelle voteranno no per conservare il posto: ma non vedo perché gli elettori di Grillo non dovrebbero dire sì. E in ogni caso - conclude - finita la nostra discussione interna io riprendo il giro d’Italia per far campagna sul referendum, che era e resta la madre di tutte le battaglie e di tutte le riforme».
Dunque è inutile attendersi correzioni di linea e di toni dopo la sconfitta ai ballottaggi?
«Intanto a me pare impossibile un giudizio uniforme e omogeneo sui due turni a livello nazionale. Se ci limitiamo ai ballottaggi, naturalmente, la lettura è chiara: una vittoria dei Cinque Stelle evidente, innegabile e netta. Ma il voto non è stato solo questo».
E cos’altro è stato?
«Si è votato in 1.500 comuni e in 20 hanno vinto i Cinque Stelle. In 7-800 comuni abbiamo vinto noi e negli altri, non pochi, l’ha spuntata il centrodestra, che dunque c’è. Il dato politico è che ha perso la Lega, mentre noi l’abbiamo spuntata in quella che era definita la battaglia-simbolo: Milano. Non è che solo perché lì abbiamo vinto allora quel voto diventa irrilevante... Ma capisco che la sorpresa negativa di Torino abbia cambiato il racconto possibile: che ora è totalmente impostato su un’altra linea, e cioè la crisi del Pd».
Per il quale lei invece non vede difficoltà?
«Di questo discuteremo appunto in Direzione, dove io porrò un problema che è anche di metodo. Nell’ultimo anno, infatti, il Pd è finito sui giornali soprattutto per questioni interne: ora, se qualcuno pensa che si possano conquistare voti con una costante presa di distanze dal segretario o dall’attività di governo, pensa una cosa stramba davvero».
Non può certo pretendere che tacciano e obbediscano. Per altro, dal punto di vista della minoranza interna al suo partito, il reato di cui è accusato è grave: aver spostato a destra l’asse del Pd e del governo. E questo è quel che avreste pagato nel voto di domenica.
«Il Jobs Act è la cosa più di sinistra fatta negli ultimi anni, perché permette ai giovani di avere un lavoro a tempo indeterminato, che significa un mutuo, uscire di casa, affrancarsi. Ci sono 455 mila posti di lavoro in più da quando io sono presidente del Consiglio, è troppo poco, ma il numero è enorme. Aggiungo: per me è di sinistra la politica europea che abbiamo fatto, una linea apprezzata sull’immigrazione e lo stop a chi immaginava avventure militari in Libia... Noi abbiamo fatto la legge sui diritti civili, sul terzo settore, sull’autismo, sulla corruzione... Se alla fine mi si spiega che tutto questo non è di sinistra, io non so più che cosa dire».
Però è questo quel che le contestano, no?
«Sì. Ma il punto vero è che, comprensibilmente o meno, dentro l’anima profonda del gruppo dirigente che oggi sta nella minoranza c’è sempre il sentimento di una sorta di usurpazione: come se io mi fossi autoproclamato segretario o capo del governo, ignorando che ho vinto le primarie e che è stato il mio partito a chiedermi di fare il presidente del Consiglio».
Nemmeno la criticatissima alleanza con Verdini può esser oggetto di correzioni? Non è anche questa una virata a destra?
«E secondo lei la Valente si allea a Napoli con Ala e la conseguenza è che Fassino - sindaco bravissimo - perde il ballottaggio a Torino? Sono argomentazioni che non stanno in piedi. Servono a montare polemiche non solo inutili ma perfino dannose. Se noi stessi trasmettiamo agli elettori un’idea di inaffidabilità del Pd, mi pare complesso poi riuscire a vincere delle elezioni».
Magari queste polemiche sono giustificate dall’altra accusa che le viene mossa: aver abbandonato il Partito democratico al suo destino, non curando l’organizzazione sui territori.
«È dieci anni che il Pd discute di se stesso, della forma partito, con chi lo vuole solido e chi lo vuole liquido. Io non ho toccato nulla di quel che ho trovato, ho fatto campagna elettorale ovunque, sono tutte le domeniche alla scuola di partito... Il punto è: qual è l’alternativa al modello organizzativo attuale? Io porrò il problema in Direzione in modo molto franco. Abbiamo una rete sul territorio eccezionale: ma questa rete va usata, e non sempre avviene. Non solo: questo partito, in passato, aveva smesso di funzionare ed era diventato ostaggio delle correnti nazionali, per cui il luogo della sintesi erano i “caminetti”. Dunque: finché io faccio il segretario del Pd, “caminetti” non se ne fanno. Volete il partito delle correnti? Allora cacciate me».
D’Alema, in verità, denuncia anche un altro rischio: che siano gli elettori ad andarsene. Infatti sostiene che lei stia rottamando anche loro...
«D’Alema è stato appena rieletto, anche con il nostro aiuto, presidente della Federazione che unisce tutte le fondazioni del socialismo europeo. Ecco, io spero che a Bruxelles i nostri amici socialisti europei non si siano accorti del fatto che, in piena campagna elettorale, tra il primo e il secondo turno faceva telefonate invitando intellettuali e uomini di cultura a dare una mano alla candidata che a Roma si opponeva al candidato del suo partito. Una candidata, per altro, immortalata dietro i banchetti no euro. Lasciamo stare... Ma se questo è il modello di Pd che hanno in testa, un partito che logora il suo segretario, facciano pure: io intanto parlo al Paese».
Romano Prodi le pone invece un’altra questione: quella delle crescenti disuguaglianze. È un tema che crede di aver sottovalutato come capo del governo e, più ancora, come segretario del Partito democratico? In fondo, è una delle cose che le vengono rimproverate «da sinistra», no?
«Quello della lotta alle diseguaglianze è un tema enorme, e certo non solo italiano. Pensi alla campagna elettorale americana, per esempio. Trump affronta la questione in maniera demagogica, Sanders l’ha fatto con proposte più classiche. E il Pd come intende affrontarla per provare a risolverla? Io penso con il Jobs Act e i nuovi diritti e strumenti che stiamo introducendo: non con il reddito di cittadinanza e uno stipendio assicurato a tutti. Si potrà non esser d’accordo, ma io credo alla società delle opportunità e non a quella della rendita. Ma certo se ogni volta che interveniamo e facciamo qualcosa veniamo tacciati come amici delle lobby, oggi i petrolieri e domani le banche, per dire, si torna al solito punto»
La sua sembra una linea di chiusura totale. Non cambierà nulla, dunque, nel Pd? Impossibile, per esempio, pensare a una gestione unitaria o a un vicesegretario unico?
«La gestione è giù unitaria, la segreteria è già unitaria. Vogliamo cambiare? Io non ho preclusioni. Ma è importante l’analisi di partenza: non siamo nella situazione di tracollo del Pd che viene descritta sui giornali o in Transatlantico. Certo, abbiamo perso comuni importantissimi, come Roma e Torino, abbiamo preso un colpo e brucia, fa male. Ma succede di perdere delle amministrative, non si può sempre vincere dappertutto. E dalle sconfitte si può imparare, comunque, se si vuole».
E a chi chiede un segretario che si occupi a tempo pieno del Pd cosa risponde?
«Che lo Statuto non lo prevede. Vogliono cambiare lo Statuto? Qualcuno si alzi, lo dica e spieghi qual è il modello alternativo che propone».
Insomma, lei non sembra preoccupato dall’esito del voto. Non lo considera un campanello d’allarme, anche in vista del referendum costituzionale?
«Il referendum non c’entra niente con le amministrative: ma approvare quella riforma è la condizione per la quale l’Italia può giocare la partita del futuro. Non sono in ballo io, ma davvero il domani del Paese. Anche se, naturalmente, confermo tutto quel che ho detto accadrà in caso di sconfitta».
Ma è vero che intende farlo slittare un po’ per permettere al fronte del sì di spiegare meglio le sue ragioni?
«E perché? Tempo ce ne è. Il referendum avrà la tempistica prevista dalla Cassazione. Punto e basta. Di che parliamo?».
Quindi, avanti tutta come prima? Come se niente fosse successo? Nessun aggiustamento né sul piano dell’azione di governo né sulla linea del partito? C’è perfino chi le chiede di cambiare atteggiamento, meno arroganza, battute, presunzione...
«Le ho appena detto che dalle sconfitte si può imparare molto. Io non dico facciamo finta di niente: dico discutiamo sul serio però, senza analisi strumentali e superficiali. Io accetto la sfida della riflessione, ma che sia in profondità. Non darò qualcosina a qualcuno, un dipartimento, un nuovo incarico di responsabilità, così che dicano “ha capito la lezione”. Io in Direzione dirò al Pd: discutiamo, ma poi tutti al lavoro sul territorio, nelle città, dietro ai banchetti. È una sfida».
E per quanto riguarda i suoi atteggiamenti un po’ guasconi? All’inizio forse piacevano, ora sembrano addirittura danneggiarla...
«Io una riflessione su di me e su come sono percepito la devo fare. Il fatto non mi sconvolge né mi preoccupa, perché penso sia fisiologico - dopo due anni - che uno che governa si prenda gli insulti. Una volta Obama mi ha detto una cosa divertente: fino a che sei al governo ti giudicano sulla base delle loro aspettative, ma quando ci sono le elezioni ti valutano sul piano delle alternative... Sì, vedo un rischio di personalizzazione: ma da parte delle opposizioni contro di me. In alcune persone vedo non solo personalizzazione, ma addirittura odio. Sei considerato il responsabile di ogni male, insomma. Devo cambiare qualcosa? Certamente ho qualcosa da cambiare anch’io. Magari nei toni, nello stile, vedremo...».
Magari smetterla con i gufi e i professionisti delle tartine potrebbe comunque aiutare, no?
«Ma io ho cambiato su questo. Ho smesso di insistere su questi aspetti, e non so è stato un bene o un male... Però ormai rinuncio alle battute. Detto questo, ammetto che se guardassi alcune tv e leggessi alcuni giornali, nemmeno io voterei per me, tante sono le critiche... Questo è un Paese dove, del tutto legittimamente, uno che si è messo a governare per cambiare le cose viene attaccato in continuazione. Ci sta. Certo, farei volentieri a meno di certo fuoco amico».
Torniamo alla polemica interna?
«Solo perché l’accusa di non aver fatto e di non fare politiche di sinistra non la digerisco. Ne voglio discutere, voglio sentire le loro proposte. Ma ripeto: seriamente. Il senso di quest’intervista potrebbe essere: il Pd viene sfidato in positivo dal suo segretario. E li avviso: se vogliono passare le giornate a continuare ad attaccarmi, facciano pure. Ma io, da dopo Brexit ed il Consiglio europeo, me ne andrò in giro per il Paese a fare iniziative per il referendum costituzionale. Quella riforma è la madre di tutte le battaglie. Peserà sul futuro dell’Italia. Potrà assicurare stabilità. E glielo dico oggi, proprio nel giorno in cui nell’Italia dei 63 governi dal dopoguerra ad oggi, il mio diventa il quinto per longevità. Il quinto, dopo appena 28 mesi. Ed è evidente che qualcosa non va».
Renzi
“Non torno al Pd delle correnti.. Se vogliono cacciarmi ci provino”
“Il sì al referendum è la scelta più anti-establishment possibile
Il Jos Act crea posti. È di sinistra.
I gufi? Ormai ho rinunciato alle battute”
intervista di Federico Geremicca
Il suo ufficio: «Eccolo, spesso mi tocca passarci le giornate». La stanza dove dorme, metà studio-salotto e metà camera da letto: «Non sbirciate, c’è disordine...». La mitica Sala Verde, quella dei mega-incontri (ormai storia passata...) con sindacati e parti sociali: «Bella, no?». E poi la stanza nella quale c’è il telefono bianco sul quale è solito chiamarlo Barack Obama.
È ora di pranzo e Matteo Renzi passeggia sotto i soffitti a volta del terzo piano di Palazzo Chigi accompagnando in una sorta di «visita guidata» Maurizio Molinari, direttore de «La Stampa». Appare in buona forma, nonostante tutto. Fa sport e nuota ogni mattina. E anche l’umore non è male, nonostante tutto.
«Mi viene da sorridere - conferma - a guardare la piccola folla che pensa di scendere dal carro del presunto sconfitto, con la stessa rapidità con la quale ci era salita», dice con la solita ironia. Ma sarebbe sbagliato immaginarlo superficialmente indifferente al voto (traumatico) dei ballottaggi di domenica scorsa. Il Pd, che riunisce oggi la Direzione, sembra una pentola in ebollizione: e attorno al segretario-premier - fuori e dentro il suo partito - sono in molti a intonare il de profundis, immaginandone l’imminente caduta. «È normale - dice -. Non mi sorprendo e non mi spavento. Ma al mio partito, domani (oggi per chi legge, ndr) farò un discorso chiaro: un discorso che somiglierà ad una sfida».
Il senso sarà: se hanno proposte le avanzino. Ma se qualcuno pensa alle sue dimissioni o ad un ritorno alla stagione dei «caminetti» tra capicorrente, resterà deluso: «Se vogliono quello - dice - hanno una via dritta: trovarsi un nuovo segretario. Il Congresso non è lontano, possono provarci». Né intende accettare la lettura del voto che va per la maggiore: e cioè che il Pd arretra e perde in ragione di una politica di governo troppo poco di sinistra. È un’idea che Matteo Renzi rifiuta. Così come non crede che siano state certe alleanze con Verdini a penalizzare il Pd oppure l’impostazione (personalistica, dicono) data al referendum costituzionale, del quale - per altro - offre una lettura nuova.
«Votare sì - spiega il premier - è la scelta più anti-establishment possibile, oggi: infatti, significa ridurre le poltrone alla politica e tagliarne notevolmente i costi. Magari i senatori Cinque Stelle voteranno no per conservare il posto: ma non vedo perché gli elettori di Grillo non dovrebbero dire sì. E in ogni caso - conclude - finita la nostra discussione interna io riprendo il giro d’Italia per far campagna sul referendum, che era e resta la madre di tutte le battaglie e di tutte le riforme».
Dunque è inutile attendersi correzioni di linea e di toni dopo la sconfitta ai ballottaggi?
«Intanto a me pare impossibile un giudizio uniforme e omogeneo sui due turni a livello nazionale. Se ci limitiamo ai ballottaggi, naturalmente, la lettura è chiara: una vittoria dei Cinque Stelle evidente, innegabile e netta. Ma il voto non è stato solo questo».
E cos’altro è stato?
«Si è votato in 1.500 comuni e in 20 hanno vinto i Cinque Stelle. In 7-800 comuni abbiamo vinto noi e negli altri, non pochi, l’ha spuntata il centrodestra, che dunque c’è. Il dato politico è che ha perso la Lega, mentre noi l’abbiamo spuntata in quella che era definita la battaglia-simbolo: Milano. Non è che solo perché lì abbiamo vinto allora quel voto diventa irrilevante... Ma capisco che la sorpresa negativa di Torino abbia cambiato il racconto possibile: che ora è totalmente impostato su un’altra linea, e cioè la crisi del Pd».
Per il quale lei invece non vede difficoltà?
«Di questo discuteremo appunto in Direzione, dove io porrò un problema che è anche di metodo. Nell’ultimo anno, infatti, il Pd è finito sui giornali soprattutto per questioni interne: ora, se qualcuno pensa che si possano conquistare voti con una costante presa di distanze dal segretario o dall’attività di governo, pensa una cosa stramba davvero».
Non può certo pretendere che tacciano e obbediscano. Per altro, dal punto di vista della minoranza interna al suo partito, il reato di cui è accusato è grave: aver spostato a destra l’asse del Pd e del governo. E questo è quel che avreste pagato nel voto di domenica.
«Il Jobs Act è la cosa più di sinistra fatta negli ultimi anni, perché permette ai giovani di avere un lavoro a tempo indeterminato, che significa un mutuo, uscire di casa, affrancarsi. Ci sono 455 mila posti di lavoro in più da quando io sono presidente del Consiglio, è troppo poco, ma il numero è enorme. Aggiungo: per me è di sinistra la politica europea che abbiamo fatto, una linea apprezzata sull’immigrazione e lo stop a chi immaginava avventure militari in Libia... Noi abbiamo fatto la legge sui diritti civili, sul terzo settore, sull’autismo, sulla corruzione... Se alla fine mi si spiega che tutto questo non è di sinistra, io non so più che cosa dire».
Però è questo quel che le contestano, no?
«Sì. Ma il punto vero è che, comprensibilmente o meno, dentro l’anima profonda del gruppo dirigente che oggi sta nella minoranza c’è sempre il sentimento di una sorta di usurpazione: come se io mi fossi autoproclamato segretario o capo del governo, ignorando che ho vinto le primarie e che è stato il mio partito a chiedermi di fare il presidente del Consiglio».
Nemmeno la criticatissima alleanza con Verdini può esser oggetto di correzioni? Non è anche questa una virata a destra?
«E secondo lei la Valente si allea a Napoli con Ala e la conseguenza è che Fassino - sindaco bravissimo - perde il ballottaggio a Torino? Sono argomentazioni che non stanno in piedi. Servono a montare polemiche non solo inutili ma perfino dannose. Se noi stessi trasmettiamo agli elettori un’idea di inaffidabilità del Pd, mi pare complesso poi riuscire a vincere delle elezioni».
Magari queste polemiche sono giustificate dall’altra accusa che le viene mossa: aver abbandonato il Partito democratico al suo destino, non curando l’organizzazione sui territori.
«È dieci anni che il Pd discute di se stesso, della forma partito, con chi lo vuole solido e chi lo vuole liquido. Io non ho toccato nulla di quel che ho trovato, ho fatto campagna elettorale ovunque, sono tutte le domeniche alla scuola di partito... Il punto è: qual è l’alternativa al modello organizzativo attuale? Io porrò il problema in Direzione in modo molto franco. Abbiamo una rete sul territorio eccezionale: ma questa rete va usata, e non sempre avviene. Non solo: questo partito, in passato, aveva smesso di funzionare ed era diventato ostaggio delle correnti nazionali, per cui il luogo della sintesi erano i “caminetti”. Dunque: finché io faccio il segretario del Pd, “caminetti” non se ne fanno. Volete il partito delle correnti? Allora cacciate me».
D’Alema, in verità, denuncia anche un altro rischio: che siano gli elettori ad andarsene. Infatti sostiene che lei stia rottamando anche loro...
«D’Alema è stato appena rieletto, anche con il nostro aiuto, presidente della Federazione che unisce tutte le fondazioni del socialismo europeo. Ecco, io spero che a Bruxelles i nostri amici socialisti europei non si siano accorti del fatto che, in piena campagna elettorale, tra il primo e il secondo turno faceva telefonate invitando intellettuali e uomini di cultura a dare una mano alla candidata che a Roma si opponeva al candidato del suo partito. Una candidata, per altro, immortalata dietro i banchetti no euro. Lasciamo stare... Ma se questo è il modello di Pd che hanno in testa, un partito che logora il suo segretario, facciano pure: io intanto parlo al Paese».
Romano Prodi le pone invece un’altra questione: quella delle crescenti disuguaglianze. È un tema che crede di aver sottovalutato come capo del governo e, più ancora, come segretario del Partito democratico? In fondo, è una delle cose che le vengono rimproverate «da sinistra», no?
«Quello della lotta alle diseguaglianze è un tema enorme, e certo non solo italiano. Pensi alla campagna elettorale americana, per esempio. Trump affronta la questione in maniera demagogica, Sanders l’ha fatto con proposte più classiche. E il Pd come intende affrontarla per provare a risolverla? Io penso con il Jobs Act e i nuovi diritti e strumenti che stiamo introducendo: non con il reddito di cittadinanza e uno stipendio assicurato a tutti. Si potrà non esser d’accordo, ma io credo alla società delle opportunità e non a quella della rendita. Ma certo se ogni volta che interveniamo e facciamo qualcosa veniamo tacciati come amici delle lobby, oggi i petrolieri e domani le banche, per dire, si torna al solito punto»
La sua sembra una linea di chiusura totale. Non cambierà nulla, dunque, nel Pd? Impossibile, per esempio, pensare a una gestione unitaria o a un vicesegretario unico?
«La gestione è giù unitaria, la segreteria è già unitaria. Vogliamo cambiare? Io non ho preclusioni. Ma è importante l’analisi di partenza: non siamo nella situazione di tracollo del Pd che viene descritta sui giornali o in Transatlantico. Certo, abbiamo perso comuni importantissimi, come Roma e Torino, abbiamo preso un colpo e brucia, fa male. Ma succede di perdere delle amministrative, non si può sempre vincere dappertutto. E dalle sconfitte si può imparare, comunque, se si vuole».
E a chi chiede un segretario che si occupi a tempo pieno del Pd cosa risponde?
«Che lo Statuto non lo prevede. Vogliono cambiare lo Statuto? Qualcuno si alzi, lo dica e spieghi qual è il modello alternativo che propone».
Insomma, lei non sembra preoccupato dall’esito del voto. Non lo considera un campanello d’allarme, anche in vista del referendum costituzionale?
«Il referendum non c’entra niente con le amministrative: ma approvare quella riforma è la condizione per la quale l’Italia può giocare la partita del futuro. Non sono in ballo io, ma davvero il domani del Paese. Anche se, naturalmente, confermo tutto quel che ho detto accadrà in caso di sconfitta».
Ma è vero che intende farlo slittare un po’ per permettere al fronte del sì di spiegare meglio le sue ragioni?
«E perché? Tempo ce ne è. Il referendum avrà la tempistica prevista dalla Cassazione. Punto e basta. Di che parliamo?».
Quindi, avanti tutta come prima? Come se niente fosse successo? Nessun aggiustamento né sul piano dell’azione di governo né sulla linea del partito? C’è perfino chi le chiede di cambiare atteggiamento, meno arroganza, battute, presunzione...
«Le ho appena detto che dalle sconfitte si può imparare molto. Io non dico facciamo finta di niente: dico discutiamo sul serio però, senza analisi strumentali e superficiali. Io accetto la sfida della riflessione, ma che sia in profondità. Non darò qualcosina a qualcuno, un dipartimento, un nuovo incarico di responsabilità, così che dicano “ha capito la lezione”. Io in Direzione dirò al Pd: discutiamo, ma poi tutti al lavoro sul territorio, nelle città, dietro ai banchetti. È una sfida».
E per quanto riguarda i suoi atteggiamenti un po’ guasconi? All’inizio forse piacevano, ora sembrano addirittura danneggiarla...
«Io una riflessione su di me e su come sono percepito la devo fare. Il fatto non mi sconvolge né mi preoccupa, perché penso sia fisiologico - dopo due anni - che uno che governa si prenda gli insulti. Una volta Obama mi ha detto una cosa divertente: fino a che sei al governo ti giudicano sulla base delle loro aspettative, ma quando ci sono le elezioni ti valutano sul piano delle alternative... Sì, vedo un rischio di personalizzazione: ma da parte delle opposizioni contro di me. In alcune persone vedo non solo personalizzazione, ma addirittura odio. Sei considerato il responsabile di ogni male, insomma. Devo cambiare qualcosa? Certamente ho qualcosa da cambiare anch’io. Magari nei toni, nello stile, vedremo...».
Magari smetterla con i gufi e i professionisti delle tartine potrebbe comunque aiutare, no?
«Ma io ho cambiato su questo. Ho smesso di insistere su questi aspetti, e non so è stato un bene o un male... Però ormai rinuncio alle battute. Detto questo, ammetto che se guardassi alcune tv e leggessi alcuni giornali, nemmeno io voterei per me, tante sono le critiche... Questo è un Paese dove, del tutto legittimamente, uno che si è messo a governare per cambiare le cose viene attaccato in continuazione. Ci sta. Certo, farei volentieri a meno di certo fuoco amico».
Torniamo alla polemica interna?
«Solo perché l’accusa di non aver fatto e di non fare politiche di sinistra non la digerisco. Ne voglio discutere, voglio sentire le loro proposte. Ma ripeto: seriamente. Il senso di quest’intervista potrebbe essere: il Pd viene sfidato in positivo dal suo segretario. E li avviso: se vogliono passare le giornate a continuare ad attaccarmi, facciano pure. Ma io, da dopo Brexit ed il Consiglio europeo, me ne andrò in giro per il Paese a fare iniziative per il referendum costituzionale. Quella riforma è la madre di tutte le battaglie. Peserà sul futuro dell’Italia. Potrà assicurare stabilità. E glielo dico oggi, proprio nel giorno in cui nell’Italia dei 63 governi dal dopoguerra ad oggi, il mio diventa il quinto per longevità. Il quinto, dopo appena 28 mesi. Ed è evidente che qualcosa non va».
Corriere 25.6.16
I calcoli del leader
Far slittare il voto sulle riforme per mettere prima in sicurezza la legge di Stabilità
di Francesco Verderami
Il potere non serve più. Più della lezione impartita a Cameron sull’uso delle istituzioni per tornaconto personale, il referendum britannico insegna alla politica italiana che il potere logora rapidamente chi lo detiene dopo averlo combattuto, perché rapidamente cambia la prospettiva e si viene visti come un nuovo potere da abbattere. Chissà se le forze di opposizione hanno avuto il tempo di ragionare sulla morale della storia, concentrate come sono a sfruttare la Brexit per arrivare alla Renxit. È certo che il premier — per quanto tenti di evitare il contagio politico del big bang europeo — ha contezza del rischio che corre in vista del referendum costituzionale. Sta tutto in un passaggio dell’intervista all’ Huffington di Enrico Letta, secondo cui il voto in Gran Bretagna è stato «essenzialmente politico». Un modo per far capire quale potrebbe essere in Italia la reazione degli elettori all’atto della consultazione popolare: una reazione che potrebbe travalicare il merito della riforma.
Da un referendum all’altro, da Londra a Roma, è rispetto al tema domestico che si stanno posizionando i partiti, nonostante parlino di Europa e si dividano anche al loro interno. Persino tra le forze che vorrebbero abbattere la Bastiglia di Bruxelles non c’è unità di vedute. Da un paio di giorni i Cinque Stelle surfano l’onda anti-europeista sperando di restare sulla cresta e di non venirne travolti. L’altro ieri — ipotizzando la vittoria del «Remain» — il blog di Grillo era stato sbianchettato per evitare che il Movimento si mostrasse troppo vicino alle posizioni del populista inglese Farage, pronosticato da sconfitto. Ieri, dopo il successo del «Leave», lo stesso Grillo e Di Battista hanno salutato il referendum come «la voce del popolo» per proporsi accanto al vincitore.
Popolo e populismo sono il bacino elettorale dei Renxisti, la stessa area di Salvini, che — sebbene debba sopportare il dissenso (anche sull’Europa) di Maroni — ieri si è fatto un altro selfie politico con Marine Le Pen. Se così stanno le cose, se il leader del Carroccio propone un referendum per una legge che consenta un altro referendum per strappare Roma all’«Europa ladrona», bisognerà capire quali rapporti potrà stringere Forza Italia con la Lega. Perché populismo non fa rima con popolarismo, «dobbiamo uscire dall’equivoco» dicevano ieri Tajani e Romani a Toti, alla vigilia dell’appuntamento di Parma convocato da Salvini. «Scusate, ma se l’Unione va verso l’autodistruzione, vogliamo dirlo che è colpa delle istituzioni europee e dei partiti europei?».
In fondo è questa la critica che Berlusconi solleva verso Bruxelles, ricordando — giustamente — che quando denunciò la cosa nel 2011 fu oggetto di scherno in Italia e di risatine in Europa. Ma chiedendo un «congresso straordinario del Ppe», il Cavaliere sottolinea la sua appartenenza, che non si concilia con il diktat di Salvini: «O con me o con la Merkel». La verità è che il leader azzurro non vuol stare in quel Cantiere organizzato dal segretario leghista. Non foss’altro perché, da fondatore del centrodestra, non accetta di sentirsi dire dalla Meloni che il centrodestra «è morto».
Se restano equivoci e contraddizioni, c’è un motivo: la Renxit val bene una Brexit. Ed è questo impasto di forze che dovrà fronteggiare il premier al momento del referendum costituzionale. Per riuscire a vincerle dovrà passare dall'Europa, perché è lì che capirà se il suo obiettivo avrà successo. Per far cambiare verso all’Unione si muoverà da capo del governo e da capo di un partito, è da leader del maggior partito socialista europeo che stasera si presenterà da Hollande prima di recarsi insieme a lui dalla Merkel lunedì. Solo un asse tra socialisti e popolari può tentare di fermare l’avanzata populista, secondo Renzi: se cadesse il referendum in Italia — sarà la sua tesi — anche l’Italia cadrà in mani avverse.
Per riuscire nell’impresa il premier avrà bisogno di tempo, e di tempo per spostare il referendum ce n’è. Come già anticipato dal Corriere , nell’intervista alla Stampa Renzi ieri ha spiegato che la consultazione popolare «avrà la tempistica prevista dalla Cassazione». Norme alla mano, tra il responso della Corte (previsto per la metà di agosto), il tempo per indire il referendum (sessanta giorni massimo) e la successiva data del voto (tra i cinquanta e i settanta giorni), si può arrivare persino a dicembre. Anche perché il «senso delle istituzioni» consiglierà di mettere in sicurezza la legge di Stabilità, prima del voto referendario...
I calcoli del leader
Far slittare il voto sulle riforme per mettere prima in sicurezza la legge di Stabilità
di Francesco Verderami
Il potere non serve più. Più della lezione impartita a Cameron sull’uso delle istituzioni per tornaconto personale, il referendum britannico insegna alla politica italiana che il potere logora rapidamente chi lo detiene dopo averlo combattuto, perché rapidamente cambia la prospettiva e si viene visti come un nuovo potere da abbattere. Chissà se le forze di opposizione hanno avuto il tempo di ragionare sulla morale della storia, concentrate come sono a sfruttare la Brexit per arrivare alla Renxit. È certo che il premier — per quanto tenti di evitare il contagio politico del big bang europeo — ha contezza del rischio che corre in vista del referendum costituzionale. Sta tutto in un passaggio dell’intervista all’ Huffington di Enrico Letta, secondo cui il voto in Gran Bretagna è stato «essenzialmente politico». Un modo per far capire quale potrebbe essere in Italia la reazione degli elettori all’atto della consultazione popolare: una reazione che potrebbe travalicare il merito della riforma.
Da un referendum all’altro, da Londra a Roma, è rispetto al tema domestico che si stanno posizionando i partiti, nonostante parlino di Europa e si dividano anche al loro interno. Persino tra le forze che vorrebbero abbattere la Bastiglia di Bruxelles non c’è unità di vedute. Da un paio di giorni i Cinque Stelle surfano l’onda anti-europeista sperando di restare sulla cresta e di non venirne travolti. L’altro ieri — ipotizzando la vittoria del «Remain» — il blog di Grillo era stato sbianchettato per evitare che il Movimento si mostrasse troppo vicino alle posizioni del populista inglese Farage, pronosticato da sconfitto. Ieri, dopo il successo del «Leave», lo stesso Grillo e Di Battista hanno salutato il referendum come «la voce del popolo» per proporsi accanto al vincitore.
Popolo e populismo sono il bacino elettorale dei Renxisti, la stessa area di Salvini, che — sebbene debba sopportare il dissenso (anche sull’Europa) di Maroni — ieri si è fatto un altro selfie politico con Marine Le Pen. Se così stanno le cose, se il leader del Carroccio propone un referendum per una legge che consenta un altro referendum per strappare Roma all’«Europa ladrona», bisognerà capire quali rapporti potrà stringere Forza Italia con la Lega. Perché populismo non fa rima con popolarismo, «dobbiamo uscire dall’equivoco» dicevano ieri Tajani e Romani a Toti, alla vigilia dell’appuntamento di Parma convocato da Salvini. «Scusate, ma se l’Unione va verso l’autodistruzione, vogliamo dirlo che è colpa delle istituzioni europee e dei partiti europei?».
In fondo è questa la critica che Berlusconi solleva verso Bruxelles, ricordando — giustamente — che quando denunciò la cosa nel 2011 fu oggetto di scherno in Italia e di risatine in Europa. Ma chiedendo un «congresso straordinario del Ppe», il Cavaliere sottolinea la sua appartenenza, che non si concilia con il diktat di Salvini: «O con me o con la Merkel». La verità è che il leader azzurro non vuol stare in quel Cantiere organizzato dal segretario leghista. Non foss’altro perché, da fondatore del centrodestra, non accetta di sentirsi dire dalla Meloni che il centrodestra «è morto».
Se restano equivoci e contraddizioni, c’è un motivo: la Renxit val bene una Brexit. Ed è questo impasto di forze che dovrà fronteggiare il premier al momento del referendum costituzionale. Per riuscire a vincerle dovrà passare dall'Europa, perché è lì che capirà se il suo obiettivo avrà successo. Per far cambiare verso all’Unione si muoverà da capo del governo e da capo di un partito, è da leader del maggior partito socialista europeo che stasera si presenterà da Hollande prima di recarsi insieme a lui dalla Merkel lunedì. Solo un asse tra socialisti e popolari può tentare di fermare l’avanzata populista, secondo Renzi: se cadesse il referendum in Italia — sarà la sua tesi — anche l’Italia cadrà in mani avverse.
Per riuscire nell’impresa il premier avrà bisogno di tempo, e di tempo per spostare il referendum ce n’è. Come già anticipato dal Corriere , nell’intervista alla Stampa Renzi ieri ha spiegato che la consultazione popolare «avrà la tempistica prevista dalla Cassazione». Norme alla mano, tra il responso della Corte (previsto per la metà di agosto), il tempo per indire il referendum (sessanta giorni massimo) e la successiva data del voto (tra i cinquanta e i settanta giorni), si può arrivare persino a dicembre. Anche perché il «senso delle istituzioni» consiglierà di mettere in sicurezza la legge di Stabilità, prima del voto referendario...
Repubblica 24.6.16
Quegli equivoci sulle riforme
di Stefano Rodotà
VALUTANDO i risultati dei ballottaggi, Matteo Renzi ha voluto subito sottolineare che la capacità attrattiva dell’M5S dipendeva dal fatto che era stato percepito come soggetto del “cambiamento”. Ed ha aggiunto che da questo portava con sé la conclusione che il governo doveva insistere con ancor maggiore determinazione sulla strada delle “riforme”.
MA PROPRIO le parole adoperate per una diagnosi così sbrigativa mostrano gli equivoci politici che la caratterizzano e l’intenzione di sfuggire alle domande più stringenti che le elezioni hanno proposto.
Non si può certo dimenticare il fatto che il Presidente del Consiglio ha sempre insistito in maniera martellante proprio sul cambiamento che il suo governo avrebbe già determinato in tutte le materie più significative. Perché l’opinione pubblica non ha dato rilievo a questo fatto proprio nel momento in cui il governo si presentava al giudizio dei cittadini? Non credo che ci si possa rifugiare nell’argomento del difetto di comunicazione, visto che proprio la comunicazione ha costituito l’ossessione di Renzi, sì che si potrebbe, se mai, addirittura azzardare l’ipotesi che la sua presenza in ogni luogo e in ogni tempo, il suo tono perennemente assertivo abbiano provocato una reazione di rigetto da parte degli elettori. Se, però, si ragiona seriamente sull’accoppiata “cambiamento”/” riforme”, diventa più aderente alla realtà la conclusione che vede nel voto amministrativo il rifiuto del cambiamento incarnato dalle politiche governative. Due cambiamenti a confronto, dunque, uno dei quali prospetta un cambio di passo. Non facile, perché la dimensione locale non rende agevole la messa a punto di politiche che abbiano in qualche modo un significato alternativo rispetto a quelle governative. Ma pure con gli interventi consentiti dalle specifiche competenze dei comuni è ben possibile dare concreti e visibili segnali di un diverso modo di selezionare le domande sociali, di determinare priorità corrispondenti agli interessi e ai bisogni che sono state rese visibili dal voto.
Due sono le dimensioni da prendere in considerazione. Riferimenti come quelli alla trasparenza, alla partecipazione, alla legalità dell’agire pubblico hanno trovato un denominatore comune nel rifiuto di ogni logica oligarchica, che non è solo un retaggio del passato, ma il tratto caratteristico del modo in cui si sono venuti organizzando i partiti. Qui si coglie la spinta a ripensare le forme del rapporto tra i cittadini e la politica, anzi la stessa cultura politica.
Non è una esigenza astratta. Le oligarchie producono un duplice effetto di esclusione — delle persone legittimate ad aver voce effettiva nella politica e delle domande sociali da prendere in considerazione. Le riforme del governo Renzi sono profondamente segnate da questo duplice limite, del quale le persone hanno potuto direttamente misurare il peso considerando la subordinazione dei loro diritti sociali al primato attribuito al calcolo economico. Di questo, di un nuovo protagonismo delle persone e dei loro diritti hanno cominciato a rendersi conto diversi tra i commentatori dei risultati elettorali, con riferimenti e parole che, come eguaglianza e solidarietà, rinviano a una diversa idea di società. Anzi, mostrano come la certificata morte della distinzione tra destra e sinistra abbia avuto come esito politico una ideologizzazione ben orientata, che ha attribuito alla logica di mercato le sembianze di un invincibile diritto naturale. Sottolineare questo dato di realtà non significa invocare uno sguardo rivolto al passato, il recupero di vecchie categorie. Pone la ben diversa questione di costruire il futuro secondo principi e diritti nei quali ci si possa comunemente riconoscere.
Poiché un altro dei luoghi comuni che hanno afflitto, e ancora affliggono, la discussione italiana, è rappresentato da una contrapposizione schematica tra conservatori e innovatori, bisogna pur ricordare che non basta proporre un qualsiasi cambiamento per essere automaticamente ascritti alla benemerita categoria degli innovatori. È indispensabile individuare i criteri necessari per valutare la compatibilità del cambiamento con libertà e democrazia. Non vi è dubbio che, altrimenti, dovremmo attribuire a Donald Trump la medaglia dell’innovatore.
I risultati elettorali dovrebbero spingere a una riflessione in questa direzione, non solo per ricondurre alla rilevanza dei criteri costituzionali le politiche di riforma di nuovo promesse, ma per valutarne l’effettivo carattere innovativo. Proprio considerando i valori di riferimento, ben può dirsi che in Italia (e non solo) si sia venuto costituendo un blocco sociale fondato sul primato di interessi e ceti che concretamente revocano indubbio la rilevanza primaria di eguaglianza e solidarietà. Una politica così fatta assume le sembianze della restaurazione, e non può essere definita che conservatrice. A questa conclusione, consapevoli o no, giungono molti commentatori di questi giorni che insistono sui guasti drammatici della diseguaglianza, senza dire una parola sul fatto che questa diseguaglianza non nasce da dinamiche incontrollabili, ma è l’effetto di politiche deliberate, perseguite con determinazione pari all’arroganza.
Poiché, tuttavia, il perno di una rinnovata stagione di riforme è, per quasi quotidiana insistenza del Presidente del Consiglio, quella legata alla riforma costituzionale, anche questa deve essere valutata considerando i criteri che i risultati elettorali suggeriscono. La confusione è massima, perché la debolezza culturale del ristrettissimo ceto di governo ha messo spietatamente in luce l’uso strumentale delle istituzioni. Dopo aver personalizzato al massimo la campagna referendaria, ora Matteo Renzi sembra incline a seguire altre strade, non perché si sia reso conto degli effetti distorsivi della trasformazione di un referendum in plebiscito (altro palese segnale conservatore), ma per una convenienza elettorale che non può distogliere da una valutazione nel merito della riforma e della sua innegabile connessione con la legge elettorale.
Proprio l’invocata discussione sul merito si sta rivelando impietosa. Ricordo, da ultimo, l’analisi di Ugo De Siervo, che non mostra soltanto con chiarezza come la sbandierata semplificazione del procedimento legislativo sia contraddetta dalla farraginosità delle procedure previste, ma sottolinea anche l’alterazione di delicati equilibri e prerogative costituzionali. Vengono pure rafforzati i meccanismi di esclusione, come accade con l’eccessivo accentramento delle competenze statali rispetto a quelle delle regioni, che evoca la riduzione della rappresentanza dei cittadini prevista dall’Italicum (ancora un tratto conservatore). Proprio l’analisi puntuale, di dettaglio, fa così emergere “gravi rischi di un complessivo peggioramento della nostra democrazia”.
Questo è il contesto nel quale si svolgeranno le discussioni dei prossimi mesi. I risultati elettorali lo hanno reso più chiaro, hanno individuato poteri e responsabilità delle diverse forze politiche, che devono esser ben consapevoli anche della necessità di non farsi incantare da un altro argomento che viene speso nella discussione pubblica, secondo il quale, poiché non si toccano formalmente articoli del prima parte delle Costituzione, i principi e diritti lì considerati non correrebbero rischi. Non è così. Poiché la garanzia dei diritti è affidata alle leggi, nel momento in cui in cui queste vengono variamente manipolate, la soglia di quelle garanzie si abbassa. La discussione dei dettagli della riforma si fa giustamente impietosa, non può dar spazio a convenienze di breve periodo. Se si incrina il patto fondamentale tra i cittadini, la convivenza civile, la buona politica, il reciproco riconoscimento tra i cittadini diventano sempre più difficili.
Quegli equivoci sulle riforme
di Stefano Rodotà
VALUTANDO i risultati dei ballottaggi, Matteo Renzi ha voluto subito sottolineare che la capacità attrattiva dell’M5S dipendeva dal fatto che era stato percepito come soggetto del “cambiamento”. Ed ha aggiunto che da questo portava con sé la conclusione che il governo doveva insistere con ancor maggiore determinazione sulla strada delle “riforme”.
MA PROPRIO le parole adoperate per una diagnosi così sbrigativa mostrano gli equivoci politici che la caratterizzano e l’intenzione di sfuggire alle domande più stringenti che le elezioni hanno proposto.
Non si può certo dimenticare il fatto che il Presidente del Consiglio ha sempre insistito in maniera martellante proprio sul cambiamento che il suo governo avrebbe già determinato in tutte le materie più significative. Perché l’opinione pubblica non ha dato rilievo a questo fatto proprio nel momento in cui il governo si presentava al giudizio dei cittadini? Non credo che ci si possa rifugiare nell’argomento del difetto di comunicazione, visto che proprio la comunicazione ha costituito l’ossessione di Renzi, sì che si potrebbe, se mai, addirittura azzardare l’ipotesi che la sua presenza in ogni luogo e in ogni tempo, il suo tono perennemente assertivo abbiano provocato una reazione di rigetto da parte degli elettori. Se, però, si ragiona seriamente sull’accoppiata “cambiamento”/” riforme”, diventa più aderente alla realtà la conclusione che vede nel voto amministrativo il rifiuto del cambiamento incarnato dalle politiche governative. Due cambiamenti a confronto, dunque, uno dei quali prospetta un cambio di passo. Non facile, perché la dimensione locale non rende agevole la messa a punto di politiche che abbiano in qualche modo un significato alternativo rispetto a quelle governative. Ma pure con gli interventi consentiti dalle specifiche competenze dei comuni è ben possibile dare concreti e visibili segnali di un diverso modo di selezionare le domande sociali, di determinare priorità corrispondenti agli interessi e ai bisogni che sono state rese visibili dal voto.
Due sono le dimensioni da prendere in considerazione. Riferimenti come quelli alla trasparenza, alla partecipazione, alla legalità dell’agire pubblico hanno trovato un denominatore comune nel rifiuto di ogni logica oligarchica, che non è solo un retaggio del passato, ma il tratto caratteristico del modo in cui si sono venuti organizzando i partiti. Qui si coglie la spinta a ripensare le forme del rapporto tra i cittadini e la politica, anzi la stessa cultura politica.
Non è una esigenza astratta. Le oligarchie producono un duplice effetto di esclusione — delle persone legittimate ad aver voce effettiva nella politica e delle domande sociali da prendere in considerazione. Le riforme del governo Renzi sono profondamente segnate da questo duplice limite, del quale le persone hanno potuto direttamente misurare il peso considerando la subordinazione dei loro diritti sociali al primato attribuito al calcolo economico. Di questo, di un nuovo protagonismo delle persone e dei loro diritti hanno cominciato a rendersi conto diversi tra i commentatori dei risultati elettorali, con riferimenti e parole che, come eguaglianza e solidarietà, rinviano a una diversa idea di società. Anzi, mostrano come la certificata morte della distinzione tra destra e sinistra abbia avuto come esito politico una ideologizzazione ben orientata, che ha attribuito alla logica di mercato le sembianze di un invincibile diritto naturale. Sottolineare questo dato di realtà non significa invocare uno sguardo rivolto al passato, il recupero di vecchie categorie. Pone la ben diversa questione di costruire il futuro secondo principi e diritti nei quali ci si possa comunemente riconoscere.
Poiché un altro dei luoghi comuni che hanno afflitto, e ancora affliggono, la discussione italiana, è rappresentato da una contrapposizione schematica tra conservatori e innovatori, bisogna pur ricordare che non basta proporre un qualsiasi cambiamento per essere automaticamente ascritti alla benemerita categoria degli innovatori. È indispensabile individuare i criteri necessari per valutare la compatibilità del cambiamento con libertà e democrazia. Non vi è dubbio che, altrimenti, dovremmo attribuire a Donald Trump la medaglia dell’innovatore.
I risultati elettorali dovrebbero spingere a una riflessione in questa direzione, non solo per ricondurre alla rilevanza dei criteri costituzionali le politiche di riforma di nuovo promesse, ma per valutarne l’effettivo carattere innovativo. Proprio considerando i valori di riferimento, ben può dirsi che in Italia (e non solo) si sia venuto costituendo un blocco sociale fondato sul primato di interessi e ceti che concretamente revocano indubbio la rilevanza primaria di eguaglianza e solidarietà. Una politica così fatta assume le sembianze della restaurazione, e non può essere definita che conservatrice. A questa conclusione, consapevoli o no, giungono molti commentatori di questi giorni che insistono sui guasti drammatici della diseguaglianza, senza dire una parola sul fatto che questa diseguaglianza non nasce da dinamiche incontrollabili, ma è l’effetto di politiche deliberate, perseguite con determinazione pari all’arroganza.
Poiché, tuttavia, il perno di una rinnovata stagione di riforme è, per quasi quotidiana insistenza del Presidente del Consiglio, quella legata alla riforma costituzionale, anche questa deve essere valutata considerando i criteri che i risultati elettorali suggeriscono. La confusione è massima, perché la debolezza culturale del ristrettissimo ceto di governo ha messo spietatamente in luce l’uso strumentale delle istituzioni. Dopo aver personalizzato al massimo la campagna referendaria, ora Matteo Renzi sembra incline a seguire altre strade, non perché si sia reso conto degli effetti distorsivi della trasformazione di un referendum in plebiscito (altro palese segnale conservatore), ma per una convenienza elettorale che non può distogliere da una valutazione nel merito della riforma e della sua innegabile connessione con la legge elettorale.
Proprio l’invocata discussione sul merito si sta rivelando impietosa. Ricordo, da ultimo, l’analisi di Ugo De Siervo, che non mostra soltanto con chiarezza come la sbandierata semplificazione del procedimento legislativo sia contraddetta dalla farraginosità delle procedure previste, ma sottolinea anche l’alterazione di delicati equilibri e prerogative costituzionali. Vengono pure rafforzati i meccanismi di esclusione, come accade con l’eccessivo accentramento delle competenze statali rispetto a quelle delle regioni, che evoca la riduzione della rappresentanza dei cittadini prevista dall’Italicum (ancora un tratto conservatore). Proprio l’analisi puntuale, di dettaglio, fa così emergere “gravi rischi di un complessivo peggioramento della nostra democrazia”.
Questo è il contesto nel quale si svolgeranno le discussioni dei prossimi mesi. I risultati elettorali lo hanno reso più chiaro, hanno individuato poteri e responsabilità delle diverse forze politiche, che devono esser ben consapevoli anche della necessità di non farsi incantare da un altro argomento che viene speso nella discussione pubblica, secondo il quale, poiché non si toccano formalmente articoli del prima parte delle Costituzione, i principi e diritti lì considerati non correrebbero rischi. Non è così. Poiché la garanzia dei diritti è affidata alle leggi, nel momento in cui in cui queste vengono variamente manipolate, la soglia di quelle garanzie si abbassa. La discussione dei dettagli della riforma si fa giustamente impietosa, non può dar spazio a convenienze di breve periodo. Se si incrina il patto fondamentale tra i cittadini, la convivenza civile, la buona politica, il reciproco riconoscimento tra i cittadini diventano sempre più difficili.
La Stampa 25.6.15
Cosa rischia Matteo a ottobre
di Marcello Sorgi
Il primo ministro di una grande nazione capitalista, democratica, europea, indice un referendum sulla permanenza del suo Paese nell’Unione europea. Lo fa insidiato da un partito di opposizione antieuropeo, che lo tormenta quotidianamente e cresce nei consensi, anche se non è riuscito a batterlo alle elezioni. A sorpresa, una parte del partito del primo ministro, guidata da un suo avversario interno, si schiera con gli antieuropei.
Si vota, e l’alleanza tra nemici interni e esterni del primo ministro vince, costringendolo alle dimissioni. È accaduto in Gran Bretagna nella notte tra giovedì 23 e ieri. Potrebbe accadere anche in Italia, al referendum costituzionale dei primi di ottobre?
Escluderlo è difficile, anche se Matteo Renzi sostiene che la consultazione sulla Grande Riforma sarà l’occasione della rivincita, dopo il deludente risultato del 19 giugno. In Italia come in Inghilterra, a soli quattro giorni di distanza, l’alleanza di tutti contro l’uomo da battere si è riformata con un’inquietante sequenza di dettagli che potrebbero ripetersi ancora. Come Renzi, anche Cameron aveva messo sul piatto della scommessa l’intera posta della sua vita politica, annunciando che avrebbe lasciato, come ha fatto, un minuto dopo l’eventuale sconfitta. Renzi, già ad aprile, nel referendum sulle trivelle, si era trovato a fronteggiare l’alleanza dei governatori regionali, quasi tutti del suo partito, che in barba al suo invito a disertare le urne, avevano portato a votare quindici milioni e mezzo di cittadini. E anche Cameron ha dovuto difendersi dall’inedita alleanza di Nigel Farage, il leader del «Leave», cioè dell’uscita dall’Europa, con Boris Johnson, l’ex-sindaco conservatore di Londra, entrato nella partita con il chiaro obiettivo di prendere il posto del primo ministro sconfitto, e adesso, dopo le dimissioni di Cameron, a un passo dal realizzare il suo obiettivo. Inoltre, come Renzi, Cameron ha scelto la strada della personalizzazione del voto, non calcolando che così avrebbe spostato l’oggetto della consultazione, da quello formalmente indicato sulle schede - restare nell’Unione Europea o uscirne -, al presente e al futuro suo e del governo. In altre parole, Cameron s’è impiccato da solo a una sfida che nessuno gli aveva suggerito, e in tanti al contrario gli avevano sconsigliato.
Qui finiscono le analogie tra Londra e Roma, e comincia la specificità del caso italiano. Renzi, si sa, è convinto che ci sia differenza tra le elezioni amministrative che hanno segnato la sua prima, cocente delusione elettorale, la vittoria del Movimento 5 stelle grazie anche all’appoggio della destra, e il «suo» referendum costituzionale. Un conto era il voto nelle città, a cui il Pd arrivava logorato da un’ondata di corruzione, e a parte Milano, con candidature non proprio competitive. E un altro conto sarà quando gli elettori dovranno decidere se cambiare, o lasciare intatto, un sistema politico che non funziona, tagliando i membri della casta, imponendo il doppio lavoro ai sopravvissuti e mettendo il governo, finalmente scelto per davvero dagli elettori, in condizioni di realizzare il proprio programma senza lungaggini e compromessi umilianti. Diventare l’uomo-simbolo di questa battaglia, ritiene Renzi, gli consentirebbe di rivestire i panni del rottamatore che così popolare lo avevano reso agli occhi dell’elettorato che due anni fa lo votò al 40,8 per cento, e domenica lo ha in parte tradito preferendogli i 5 stelle.
Il ragionamento sarebbe ineccepibile se a ottobre si votasse solo e soltanto sulla Grande Riforma e non sul complesso quadro politico italiano, in rapida evoluzione. Con le sue doti di comunicatore, non c’è dubbio che Renzi sarebbe capace di presentare la scelta agli elettori in termini assai convincenti. Ma cosa succederebbe se invece, contro di lui, scendesse in campo uno schieramento largo e variato, dai professori del No capaci di fare a pezzi scientificamente la riforma, alla minoranza del Pd che con D’Alema è schierata con il No, ai 5 stelle, al centrodestra in tutte le sue articolazioni, comprese, sebbene non del tutto, quelle che sostengono la sua maggioranza? È esattamente questo, infatti, che si prepara, e Renzi non può fingere di non capirlo. Né può ignorare che le contropartite che gli vengono chieste - la modifica della legge elettorale spostando il premio dalla lista alla coalizione vincente, la rinuncia al doppio incarico di segretario del Pd e presidente del Consiglio - seppure accettate (ma al momento sembra di no), non gli garantirebbero certo il risultato di urne in cui gli elettori, come a Torino, si divertono a sparare sul conducente.
I sistemi presidenziali, i governi scelti dagli elettori trasformando con meccanismi maggioritari o premi elettorali le minoranze in maggioranze, i Parlamenti riservati a due, tre, massimo quattro partiti, e insomma quel che la riforma di Renzi vorrebbe introdurre in Italia, per tanto tempo, va riconosciuto, hanno consentito di governare il disordine delle società mutanti, il tramonto del capitalismo industriale, gli esiti, assai diversi dalle previsioni, di trent’anni circa di globalizzazione. Ma adesso, tutt’insieme, stanno mostrando debolezze, dopo un decennio di crisi economica, deflazione, stagnazione, rallentamento dei consumi, e impoverimento delle classi medie. Si vede in Francia, dove due presidenze opposte, Sarkozy e Hollande, finiscono consumandosi allo stesso modo. S’è visto in Austria, per citare il precedente più recente. È successo, incredibilmente, pure nella vecchia e tradizionale Inghilterra. E a novembre, Dio non voglia, potrebbe accadere nell’America di Trump.
Quanto a noi, appena usciti da un passaggio elettorale carico di presagi e malgrado ciò interpretato come l’inizio di una rivoluzione, siamo a un bivio complicato. Per Renzi, sulla strada del cambiamento, c’è il rischio di finire battuto dalla grande alleanza antirenzi. Cementata, ironia della sorte, dal referendum che dovrebbe introdurre il nuovo ordinamento previsto dalla riforma. D’altra parte, al punto in cui è arrivato, gli è difficile far marcia indietro. E verso dove, poi?
In Italia esisteva un partito governativo per vocazione, né di destra né di sinistra, interclassista, che cercava le sue alleanze in Parlamento e gestiva i governi possibili, in nome di una stabilità spesso degenerata in immobilismo: era la Dc. Rimpiangerla è difficile, riproporla, e perfino somigliarle, impossibile. Ma la prudenza delle sindache stellate e la distanza di Grillo da Farage, in questi giorni, fanno riflettere. Tra queste, e l’impazienza di Renzi per il referendum, non c’è dubbio su chi ricordi di più l’intuito, la saggezza e la furbizia dei vecchi democristiani.
Cosa rischia Matteo a ottobre
di Marcello Sorgi
Il primo ministro di una grande nazione capitalista, democratica, europea, indice un referendum sulla permanenza del suo Paese nell’Unione europea. Lo fa insidiato da un partito di opposizione antieuropeo, che lo tormenta quotidianamente e cresce nei consensi, anche se non è riuscito a batterlo alle elezioni. A sorpresa, una parte del partito del primo ministro, guidata da un suo avversario interno, si schiera con gli antieuropei.
Si vota, e l’alleanza tra nemici interni e esterni del primo ministro vince, costringendolo alle dimissioni. È accaduto in Gran Bretagna nella notte tra giovedì 23 e ieri. Potrebbe accadere anche in Italia, al referendum costituzionale dei primi di ottobre?
Escluderlo è difficile, anche se Matteo Renzi sostiene che la consultazione sulla Grande Riforma sarà l’occasione della rivincita, dopo il deludente risultato del 19 giugno. In Italia come in Inghilterra, a soli quattro giorni di distanza, l’alleanza di tutti contro l’uomo da battere si è riformata con un’inquietante sequenza di dettagli che potrebbero ripetersi ancora. Come Renzi, anche Cameron aveva messo sul piatto della scommessa l’intera posta della sua vita politica, annunciando che avrebbe lasciato, come ha fatto, un minuto dopo l’eventuale sconfitta. Renzi, già ad aprile, nel referendum sulle trivelle, si era trovato a fronteggiare l’alleanza dei governatori regionali, quasi tutti del suo partito, che in barba al suo invito a disertare le urne, avevano portato a votare quindici milioni e mezzo di cittadini. E anche Cameron ha dovuto difendersi dall’inedita alleanza di Nigel Farage, il leader del «Leave», cioè dell’uscita dall’Europa, con Boris Johnson, l’ex-sindaco conservatore di Londra, entrato nella partita con il chiaro obiettivo di prendere il posto del primo ministro sconfitto, e adesso, dopo le dimissioni di Cameron, a un passo dal realizzare il suo obiettivo. Inoltre, come Renzi, Cameron ha scelto la strada della personalizzazione del voto, non calcolando che così avrebbe spostato l’oggetto della consultazione, da quello formalmente indicato sulle schede - restare nell’Unione Europea o uscirne -, al presente e al futuro suo e del governo. In altre parole, Cameron s’è impiccato da solo a una sfida che nessuno gli aveva suggerito, e in tanti al contrario gli avevano sconsigliato.
Qui finiscono le analogie tra Londra e Roma, e comincia la specificità del caso italiano. Renzi, si sa, è convinto che ci sia differenza tra le elezioni amministrative che hanno segnato la sua prima, cocente delusione elettorale, la vittoria del Movimento 5 stelle grazie anche all’appoggio della destra, e il «suo» referendum costituzionale. Un conto era il voto nelle città, a cui il Pd arrivava logorato da un’ondata di corruzione, e a parte Milano, con candidature non proprio competitive. E un altro conto sarà quando gli elettori dovranno decidere se cambiare, o lasciare intatto, un sistema politico che non funziona, tagliando i membri della casta, imponendo il doppio lavoro ai sopravvissuti e mettendo il governo, finalmente scelto per davvero dagli elettori, in condizioni di realizzare il proprio programma senza lungaggini e compromessi umilianti. Diventare l’uomo-simbolo di questa battaglia, ritiene Renzi, gli consentirebbe di rivestire i panni del rottamatore che così popolare lo avevano reso agli occhi dell’elettorato che due anni fa lo votò al 40,8 per cento, e domenica lo ha in parte tradito preferendogli i 5 stelle.
Il ragionamento sarebbe ineccepibile se a ottobre si votasse solo e soltanto sulla Grande Riforma e non sul complesso quadro politico italiano, in rapida evoluzione. Con le sue doti di comunicatore, non c’è dubbio che Renzi sarebbe capace di presentare la scelta agli elettori in termini assai convincenti. Ma cosa succederebbe se invece, contro di lui, scendesse in campo uno schieramento largo e variato, dai professori del No capaci di fare a pezzi scientificamente la riforma, alla minoranza del Pd che con D’Alema è schierata con il No, ai 5 stelle, al centrodestra in tutte le sue articolazioni, comprese, sebbene non del tutto, quelle che sostengono la sua maggioranza? È esattamente questo, infatti, che si prepara, e Renzi non può fingere di non capirlo. Né può ignorare che le contropartite che gli vengono chieste - la modifica della legge elettorale spostando il premio dalla lista alla coalizione vincente, la rinuncia al doppio incarico di segretario del Pd e presidente del Consiglio - seppure accettate (ma al momento sembra di no), non gli garantirebbero certo il risultato di urne in cui gli elettori, come a Torino, si divertono a sparare sul conducente.
I sistemi presidenziali, i governi scelti dagli elettori trasformando con meccanismi maggioritari o premi elettorali le minoranze in maggioranze, i Parlamenti riservati a due, tre, massimo quattro partiti, e insomma quel che la riforma di Renzi vorrebbe introdurre in Italia, per tanto tempo, va riconosciuto, hanno consentito di governare il disordine delle società mutanti, il tramonto del capitalismo industriale, gli esiti, assai diversi dalle previsioni, di trent’anni circa di globalizzazione. Ma adesso, tutt’insieme, stanno mostrando debolezze, dopo un decennio di crisi economica, deflazione, stagnazione, rallentamento dei consumi, e impoverimento delle classi medie. Si vede in Francia, dove due presidenze opposte, Sarkozy e Hollande, finiscono consumandosi allo stesso modo. S’è visto in Austria, per citare il precedente più recente. È successo, incredibilmente, pure nella vecchia e tradizionale Inghilterra. E a novembre, Dio non voglia, potrebbe accadere nell’America di Trump.
Quanto a noi, appena usciti da un passaggio elettorale carico di presagi e malgrado ciò interpretato come l’inizio di una rivoluzione, siamo a un bivio complicato. Per Renzi, sulla strada del cambiamento, c’è il rischio di finire battuto dalla grande alleanza antirenzi. Cementata, ironia della sorte, dal referendum che dovrebbe introdurre il nuovo ordinamento previsto dalla riforma. D’altra parte, al punto in cui è arrivato, gli è difficile far marcia indietro. E verso dove, poi?
In Italia esisteva un partito governativo per vocazione, né di destra né di sinistra, interclassista, che cercava le sue alleanze in Parlamento e gestiva i governi possibili, in nome di una stabilità spesso degenerata in immobilismo: era la Dc. Rimpiangerla è difficile, riproporla, e perfino somigliarle, impossibile. Ma la prudenza delle sindache stellate e la distanza di Grillo da Farage, in questi giorni, fanno riflettere. Tra queste, e l’impazienza di Renzi per il referendum, non c’è dubbio su chi ricordi di più l’intuito, la saggezza e la furbizia dei vecchi democristiani.
Corriere 24.6.16
Dobbiamo rottamare la parola antipolitica ?
I voti grillini sono un esperimento democratico
di Paolo Franchi
La cosa non ha alcun valore statistico. Ma, a chiedere ai vostri conoscenti (nel mio caso, tra gli altri, il dentista, il postino, il barista, il giardiniere, la segretaria del commercialista, il consulente bancario, tutte persone che, fin qui, votavano a sinistra, a destra, al centro, o da un pezzo non votavano affatto) perché stavolta hanno scelto i Cinque Stelle, la risposta più frequente sarà probabilmente questa: gli altri li abbiamo tutti provati, i risultati si sono visti, adesso proviamo con questi che sono comunque una novità, ci sarà tempo e modo per giudicarli da quello che faranno. Certo una simile argomentazione non spiega tutto. Ci aiuta a capire, però, che rappresentare il clamoroso successo dei Cinque Stelle come un trionfo dell’antipolitica è una sciocchezza. Se tanti suoi nuovi elettori ragionano in questi termini, così ottimisticamente democratici, vuol dire che, tra le tante parole vane di cui ci siamo nutriti per anni, «antipolitica» è forse quella da archiviare più in fretta. Nei tempi di turbolenza, la politica, a meno che non si continui, a dispetto dei santi, a immaginarla come appannaggio esclusivo dei suoi attori tradizionali, le vie per venire a galla le trova. Non è detto che sia un bene, per carità. Ma, se non le abbiamo nemmeno intraviste, peggio per noi.
Renzi di questo ha preso atto almeno sin dalle elezioni del 2013. E di qui ha preso le mosse la sua narrazione di capo di governo e di leader di partito. Anche populismo, al pari di antipolitica, è parola malata, ma, in assenza di meglio, utilizzarla serve a capirsi. Al populismo «dal basso» politicamente incarnato da Grillo e da Casaleggio, ha contrapposto un populismo «dall’alto». Fondato anch’esso sulla (non infondata) convinzione che in Italia e in Europa le vecchie forme di organizzazione della società e del potere, nonché le culture politiche (il popolarismo e la socialdemocrazia) che le ordinavano, fossero al lumicino. Ma imperniato sull’idea che, una volta conquistati prima il Pd, poi, come logica conseguenza, il governo, la grande trasformazione si potesse indirizzare di lì, in parte neutralizzando, in parte assorbendo, pure quel che restava del centrodestra, anche grazie a un rapporto diretto tra il leader e i cittadini garantito da una comunicazione politica moderna ed efficace: l’io dell’età dell’individualismo di massa, in luogo del noi del tempo che fu, praticato nei fatti in attesa che il combinato disposto tra referendum e Italicum lo istituzionalizzasse. Non era la furbata di un giovanotto di provincia assetato di potere, il quaranta per cento degli elettori gli diede fiducia, mezza Europa (di centrosinistra e non solo) vi intravide una speranza. E il suo partito, compresa, seppur malmostosamente, la minoranza, magari lo guardò un po’ storto e gli fece un po’ di resistenza passiva, ma in ultima analisi gli si affidò, nella speranza inespressa che, lui regnante, finalmente passasse la nottata. In nome di una considerazione a lungo inoppugnabile. Si può criticare quanto si vuole Renzi, ma, se cade lui, qual è l’alternativa?
Forse nemmeno il voto di Roma, di Torino e di quasi tutte le città dove il Movimento Cinque Stelle è andato al ballottaggio basta a dire che un’alternativa ci sia. Ma neanche il sostenitore più convinto di Renzi scommetterebbe più a occhi chiusi sull’accoppiata referendum- Italicum. Persino se a ottobre vincesse il Sì, chi può essere certo che alle elezioni politiche, nel ballottaggio, non sarebbero i Cinque Stelle a fare piatto? In ogni caso, per mille motivi, primi tra tutti il perdurare di una crisi restia a farsi esorcizzare dall’ottimismo della volontà, l’accentuarsi estremo delle diseguaglianze, lo stato pietoso di un partito-territorio che ha sempre considerato una palla al piede, il discorso pubblico di Renzi si è inceppato. Il voto ha sancito che il populismo dal basso ha più frecce al suo arco di quello dall’alto. Perché le sue parole, per demagogiche che possano essere, suonano più vere a elettori che considerano gente come loro, non ceto politico, le elette e gli eletti dei Cinque Stelle. E perché, quanto a trasversalità del messaggio politico, non c’è partita: il Pd, con buona pace dei fautori del «partito della nazione», non recupera tra i cosiddetti moderati quel che perde soprattutto in astensioni sull’opposto versante, e i Cinque Stelle, in particolare nei ballottaggi, mietono consensi in ogni dove.
Se le cose stanno così, si capisce bene perché Renzi ostenta la tentazione di gettare il cuore oltre l’ostacolo, lui, dal governo e nel partito, contro il resto del mondo nella sfida finale per guadagnare il titolo di campione del cambiamento: come diceva quel tale, chi si ferma è perduto. Non sarebbe davvero un’impresa facile per un leader che, d’ora in avanti, dovrà rassegnarsi a essere giudicato sempre più per quello che fa, le misure che prende, i risultati che ottiene, sempre meno per una narrazione di sé, amplificata da un coro di apologeti entusiasti, ormai incrinata, o peggio. Per altri sarebbe la normalità, per lui potrebbe essere una dannazione. E il fatto che i suoi avversari, né a destra né nel Pd e dintorni, non ne abbiano una più efficace da contrapporgli, sarebbe una ben magra consolazione.
Dobbiamo rottamare la parola antipolitica ?
I voti grillini sono un esperimento democratico
di Paolo Franchi
La cosa non ha alcun valore statistico. Ma, a chiedere ai vostri conoscenti (nel mio caso, tra gli altri, il dentista, il postino, il barista, il giardiniere, la segretaria del commercialista, il consulente bancario, tutte persone che, fin qui, votavano a sinistra, a destra, al centro, o da un pezzo non votavano affatto) perché stavolta hanno scelto i Cinque Stelle, la risposta più frequente sarà probabilmente questa: gli altri li abbiamo tutti provati, i risultati si sono visti, adesso proviamo con questi che sono comunque una novità, ci sarà tempo e modo per giudicarli da quello che faranno. Certo una simile argomentazione non spiega tutto. Ci aiuta a capire, però, che rappresentare il clamoroso successo dei Cinque Stelle come un trionfo dell’antipolitica è una sciocchezza. Se tanti suoi nuovi elettori ragionano in questi termini, così ottimisticamente democratici, vuol dire che, tra le tante parole vane di cui ci siamo nutriti per anni, «antipolitica» è forse quella da archiviare più in fretta. Nei tempi di turbolenza, la politica, a meno che non si continui, a dispetto dei santi, a immaginarla come appannaggio esclusivo dei suoi attori tradizionali, le vie per venire a galla le trova. Non è detto che sia un bene, per carità. Ma, se non le abbiamo nemmeno intraviste, peggio per noi.
Renzi di questo ha preso atto almeno sin dalle elezioni del 2013. E di qui ha preso le mosse la sua narrazione di capo di governo e di leader di partito. Anche populismo, al pari di antipolitica, è parola malata, ma, in assenza di meglio, utilizzarla serve a capirsi. Al populismo «dal basso» politicamente incarnato da Grillo e da Casaleggio, ha contrapposto un populismo «dall’alto». Fondato anch’esso sulla (non infondata) convinzione che in Italia e in Europa le vecchie forme di organizzazione della società e del potere, nonché le culture politiche (il popolarismo e la socialdemocrazia) che le ordinavano, fossero al lumicino. Ma imperniato sull’idea che, una volta conquistati prima il Pd, poi, come logica conseguenza, il governo, la grande trasformazione si potesse indirizzare di lì, in parte neutralizzando, in parte assorbendo, pure quel che restava del centrodestra, anche grazie a un rapporto diretto tra il leader e i cittadini garantito da una comunicazione politica moderna ed efficace: l’io dell’età dell’individualismo di massa, in luogo del noi del tempo che fu, praticato nei fatti in attesa che il combinato disposto tra referendum e Italicum lo istituzionalizzasse. Non era la furbata di un giovanotto di provincia assetato di potere, il quaranta per cento degli elettori gli diede fiducia, mezza Europa (di centrosinistra e non solo) vi intravide una speranza. E il suo partito, compresa, seppur malmostosamente, la minoranza, magari lo guardò un po’ storto e gli fece un po’ di resistenza passiva, ma in ultima analisi gli si affidò, nella speranza inespressa che, lui regnante, finalmente passasse la nottata. In nome di una considerazione a lungo inoppugnabile. Si può criticare quanto si vuole Renzi, ma, se cade lui, qual è l’alternativa?
Forse nemmeno il voto di Roma, di Torino e di quasi tutte le città dove il Movimento Cinque Stelle è andato al ballottaggio basta a dire che un’alternativa ci sia. Ma neanche il sostenitore più convinto di Renzi scommetterebbe più a occhi chiusi sull’accoppiata referendum- Italicum. Persino se a ottobre vincesse il Sì, chi può essere certo che alle elezioni politiche, nel ballottaggio, non sarebbero i Cinque Stelle a fare piatto? In ogni caso, per mille motivi, primi tra tutti il perdurare di una crisi restia a farsi esorcizzare dall’ottimismo della volontà, l’accentuarsi estremo delle diseguaglianze, lo stato pietoso di un partito-territorio che ha sempre considerato una palla al piede, il discorso pubblico di Renzi si è inceppato. Il voto ha sancito che il populismo dal basso ha più frecce al suo arco di quello dall’alto. Perché le sue parole, per demagogiche che possano essere, suonano più vere a elettori che considerano gente come loro, non ceto politico, le elette e gli eletti dei Cinque Stelle. E perché, quanto a trasversalità del messaggio politico, non c’è partita: il Pd, con buona pace dei fautori del «partito della nazione», non recupera tra i cosiddetti moderati quel che perde soprattutto in astensioni sull’opposto versante, e i Cinque Stelle, in particolare nei ballottaggi, mietono consensi in ogni dove.
Se le cose stanno così, si capisce bene perché Renzi ostenta la tentazione di gettare il cuore oltre l’ostacolo, lui, dal governo e nel partito, contro il resto del mondo nella sfida finale per guadagnare il titolo di campione del cambiamento: come diceva quel tale, chi si ferma è perduto. Non sarebbe davvero un’impresa facile per un leader che, d’ora in avanti, dovrà rassegnarsi a essere giudicato sempre più per quello che fa, le misure che prende, i risultati che ottiene, sempre meno per una narrazione di sé, amplificata da un coro di apologeti entusiasti, ormai incrinata, o peggio. Per altri sarebbe la normalità, per lui potrebbe essere una dannazione. E il fatto che i suoi avversari, né a destra né nel Pd e dintorni, non ne abbiano una più efficace da contrapporgli, sarebbe una ben magra consolazione.
Corriere 24.6.16
Il male e il perdono partono da Caino
di Marco Rizzi
Nel racconto della Genesi , a Dio che gli domanda notizie di Abele, Caino, il fratello assassino, dà una risposta che è a sua volta una domanda: «Sono forse io il custode di mio fratello?». Prende le mosse da qui, da questa strana risposta-domanda il percorso che in La domanda di Caino (Castelvecchi, pp. 120, e 16), Franco Riva, ordinario di Filosofia morale alla Cattolica di Milano, snoda attorno ai concetti di male, fraternità e perdono, tutti racchiusi nella figura di Caino. Sempre il racconto genesiaco, infatti, riporta come egli fosse consapevole che troppo grande era la sua colpa per essere perdonata. Eppure Dio non lo punisce, anzi minaccia di un terribile castigo chiunque alzerà la sua mano contro l’omicida. Male e bene, colpa e giustizia, torto e perdono si intrecciano inestricabilmente nell’esperienza umana. Solo la consapevole assunzione di responsabilità verso e per l’altro consentono all’uomo, gettato nel mondo, di districarsi in questo labirinto. Come è uso nella riflessione contemporanea, accompagnano Riva nel suo percorso tanto filosofi (Lévinas, Marcel, Buber tra gli altri) quanto testi letterari (la Bibbia anzitutto, ma anche Cervantes e Dostoevskij).
Il male e il perdono partono da Caino
di Marco Rizzi
Nel racconto della Genesi , a Dio che gli domanda notizie di Abele, Caino, il fratello assassino, dà una risposta che è a sua volta una domanda: «Sono forse io il custode di mio fratello?». Prende le mosse da qui, da questa strana risposta-domanda il percorso che in La domanda di Caino (Castelvecchi, pp. 120, e 16), Franco Riva, ordinario di Filosofia morale alla Cattolica di Milano, snoda attorno ai concetti di male, fraternità e perdono, tutti racchiusi nella figura di Caino. Sempre il racconto genesiaco, infatti, riporta come egli fosse consapevole che troppo grande era la sua colpa per essere perdonata. Eppure Dio non lo punisce, anzi minaccia di un terribile castigo chiunque alzerà la sua mano contro l’omicida. Male e bene, colpa e giustizia, torto e perdono si intrecciano inestricabilmente nell’esperienza umana. Solo la consapevole assunzione di responsabilità verso e per l’altro consentono all’uomo, gettato nel mondo, di districarsi in questo labirinto. Come è uso nella riflessione contemporanea, accompagnano Riva nel suo percorso tanto filosofi (Lévinas, Marcel, Buber tra gli altri) quanto testi letterari (la Bibbia anzitutto, ma anche Cervantes e Dostoevskij).
Corriere 25.6.16
L’estasi insegue Dio. E fallisce
di Pietro Citati
Angela nacque a Foligno attorno al 1248, e vi morì il 4 gennaio 1309: sposò a vent’anni un ricco signore della città; e ne ebbe alcuni figli, che come il padre morirono verso la fine del secolo. Aveva avuto, sino allora, una vita assolutamente normale, simile a quella di una qualsiasi donna borghese. All’improvviso, verso i quarant’anni, Angela si convertì: rinunciò alla sua proprietà e ai suoi poderi: aderì al terz’ordine di San Francesco: fece un pellegrinaggio ad Assisi: esaltò la morte dei suoi come un dono del cielo; e dettò quello che chiamiamo Memoriale , oggi tradotto e commentato in modo eccellente da Francesco Santi ( La letteratura francescana , volume V. La mistica , Fondazione Valla – Mondadori). Il libro fu subito ammiratissimo. Nel suo Arbor vitae crucifixae , Ubertino da Casale ricorda di aver conosciuto Angela nel 1298 e di aver venerato la sua vita spirituale.
Se rileggiamo oggi il Memoriale , queste intensissime pagine che un frate sconosciuto tradusse dall’umbro in latino, ci folgorano come allora. Il Memoriale è tra i massimi testi mistici di ogni tempo e di ogni Paese: la vocazione spirituale di Angela non è inferiore a quella di san Francesco, di santa Teresa e di san Giovanni della Croce. Come in loro, la sua mistica contiene in se stessa una profondissima ed ardita scienza teologica, che talvolta contraddice la tradizione cristiana. Angela non è colta: non ha letto libri; ma la sua scienza teologica è il fuoco interiore dell’esperienza mistica. La lucidità intellettuale del Memoriale è straordinaria: la capacità di superare i limiti della mente umana ci sconvolge.
Come tutti i grandi mistici, Angela sa che la sua esperienza non ha nulla a che fare con le leggi, i riti, le morali, le istituzioni del mondo umano: sa che i teologi — qui rappresentati dai frati francescani — non la amano e i moralisti la esecrano. Appena apre bocca, supera una frontiera, varca un limite, spezza una legge: penetra nel carcere con la stessa rapidità con cui sale nel cielo e discende nell’abisso; non potrà mai ritornare indietro, nella mediocre e consolante esistenza quotidiana.
Dio non ama tutti gli uomini allo stesso modo. Egli ne sceglie alcuni: «Sebbene offra a tutti il banchetto, tuttavia ne accoglie alcuni a una mensa speciale, vicino a Lui»; i figli prediletti da Dio, che mangiano con Lui in una stessa scodella, arrivano in alto attraverso grandi tribolazioni e dolori. Angela ha una coscienza doppia: da un lato conosce di essere una grande peccatrice; ha commesso e commette, ogni giorno, ogni secondo, terribili peccati. «Vedevo — dice — che ero degna dell’inferno»: «Vedevo che in me non c’era alcun bene»; «ero un niente, priva di qualsiasi bontà». Eppure sa di essere una prescelta da Dio: sente in se stessa il dono supremo, il Suo profumo. In lei accade una cosa paradossale: con l’aiuto di Dio, il peccato, appena compiuto, si rovescia miracolosamente in grazia. «Il Padre offre ai peccatori una grazia spirituale che non dà agli altri che rimasero innocenti e non si allontanarono». Più essi peccano, più desiderano di convertirsi pienamente.
Angela prova tutte le condizioni dell’esperienza mistica. Quando viene assalita da Dio, resta incerta: «Non sapevo se tutto ciò che facevo fosse gradito a Dio», sebbene, alla fine, fosse folgorata dall’idea di essere la sua figlia suprema. L’esperienza mistica è lenta, lentissima: lei sale verso Dio con fatica, dolore e peso. Offende la misura, non la tollera, vuole andare sempre più in là, ricevendo una gioia tanto grande da non poter sostenerla; e mentre offende la misura, la voce divina interviene a frenarla, moderarla, costringerla, perché Dio, sebbene sia perenne eccesso, non ama l’eccesso. «Se non fosse — commenta Angela — che si sa che Dio fa tutto con misura, avrei detto che quella gioia grandissima era senza misura».
Angela ha sempre davanti agli occhi l’incarnazione e la passione di Cristo. Mentre dorme e veglia, le appare il Crocifisso: egli le dice di guardare nelle sue piaghe; le mostra i peli strappati della barba, indica uno per uno i colpi della frusta sul corpo. Lei piange con lacrime tanto calde, che le bruciano la carne: e di nuovo Cristo le dice di guardare il legno, i chiodi, e di posare la bocca sulle sue piaghe; a lei sembra di bere il sangue che sgorga fresco dalla ferita. È il primo passo. Il corpo ferito di Cristo diventa, in Angela, l’origine di uno slancio spirituale che non finisce mai, sempre più in alto, sempre più lontano. Angela vuole soffrire come Cristo: vuole, per amor Suo, che tutte le proprie membra soffrano la morte; ma la sua morte deve essere più bassa e vile. Enumera, per ogni membro, una per una, le sofferenze, le fatiche e le tribolazioni, le parole dure e ingiuriose, che Gesù ha ricevuto. Poi gli guarda la gola: la claritas , lo splendore sublime della sua gola la esalta e la riempie di stupore.
Sale più in alto: in ciò che, essa dice, è sentire. Ascolta una voce: quella di Dio. Egli le dice: «Voglio giungere con questa voce, parlando con te, e non smetterò di parlare»: «Io ti ho rapita»: «io non ti lascerò mai, se tu mi amerai»; «amami, perché tu da me sei molto amata, molto più di quanto tu mi ami». E poi: «La Trinità è venuta in te, semplice come il sole e la luna».
La voce è un balsamo: ha una dolcezza sovrabbondante, fisica e spirituale, priva di ogni rapporto col corpo e piena di piacere erotico.
La voce di Dio è doppia: sia istantanea, folgorante, come è folgorante tutto ciò che viene da Dio; sia duratura, incessante, come è incessante tutto ciò che viene da Dio. Dietro la voce presente, c’è l’immensa voce nascosta: Dio ama nascondersi; e l’anima di Angela, e di ogni essere umano, non potrebbe sopportare la pienezza diretta dell’amore del Padre e del Figlio. Nel Memoriale , ci sono momenti di illuminazione totale, dove l’anima, il corpo, il mondo vengono illuminati dalla voce che si rivela. Supremi sono quei momenti in cui Dio scende nell’anima senza esser chiamato dall’anima, e mette in essa «un fuoco, un ardore, una soavità». È la superplenitudo : la comunione, l’unione perfetta; l’anima viene elevata e si fonde con Lui, come il fuoco con l’acqua e l’acqua col fuoco — due poli opposti diventano un solo polo. Angela, deificata, è immobile. La Trinità non compie più alcuna azione in lei: si riposa soavemente e totalmente, come Dio nell’ultimo giorno della creazione.
Angela non mangia: non vuol mangiare: ha un tale fuoco nel cuore da non sentire più stanchezza per le genuflessioni; sente parlare di Dio, e grida, grida. Angela, che conosce come pochi il Male Assoluto, dubita di essere posseduta da uno spirito malvagio, ingannata da un demonio. Urla: «Perché mi lasci?»; «Amore non conosciuto, perché mi lasci?». La gente dice che è indemoniata. I frati si vergognano di lei: non hanno torto, perché c’è un momento, nell’esperienza mistica, in cui l’anima è indemoniata, sebbene alla fine il demoniaco venga trascinato in cielo.
Non so se Angela leggesse i Vangeli: o se, come è più probabile, li conoscesse per trasmissione orale, in un mondo, come quello francescano, dove tutto era orale. Ha in mente una frase dei Vangeli: vuole leggerla nel messale, appunto come sta scritta; ma teme di essere posseduta dalla superbia. Sente che la sua esperienza mistica sta al di fuori e al di sopra del testo dei Vangeli; sa che essi sono una rivelazione di Dio, ma anche che ciò che lei sente nell’anima è un fuoco del Signore, più immediato e diretto di ciò che, dodici secoli prima, era stato trascritto dai quattro evangelisti. «I Vangeli possono dire appena qualcosa dell’essenza»: così Angela detta al frate sconosciuto, che non comprende.
Come Dionigi l’Aeropagita, Angela sente che ogni religione si perde e si annulla in Dio, che è l’Incomprensibile e l’Indescrivibile. La sua esperienza mistica è un fallimento: ma in questo sublime e tragico fallimento si rivela ciò che, per ogni uomo, è Dio.
Il Memoriale esprime questo fallimento. Chi lo redige è il confessore di Angela: un frate minore, che conosciamo soltanto col nome di «frate A.». Egli ripete di continuo che il suo testo è difettoso, perché esprime in modo incompleto e manchevole ciò che Angela dice. «Le parole di Angela erano molto più piene di quanto io avevo scritto»: «Io le scrivevo diminuite e svuotate»; «io capii e compresi che ero come un vaglio o setaccio, che non trattiene la farina sottile e pregiata, ma trattiene soltanto quella più grezza».
Quando il frate legge ad alta voce il proprio testo, Angela conferma: ciò che egli ha scritto è vero, ma secco, e pieno di mancanze, lacune e difetti. Le parole di Angela sono molto più piene, sebbene anch’esse siano una mancanza. Una mancanza di una mancanza: ecco quello che noi conosciamo di Dio.
L’estasi insegue Dio. E fallisce
di Pietro Citati
Angela nacque a Foligno attorno al 1248, e vi morì il 4 gennaio 1309: sposò a vent’anni un ricco signore della città; e ne ebbe alcuni figli, che come il padre morirono verso la fine del secolo. Aveva avuto, sino allora, una vita assolutamente normale, simile a quella di una qualsiasi donna borghese. All’improvviso, verso i quarant’anni, Angela si convertì: rinunciò alla sua proprietà e ai suoi poderi: aderì al terz’ordine di San Francesco: fece un pellegrinaggio ad Assisi: esaltò la morte dei suoi come un dono del cielo; e dettò quello che chiamiamo Memoriale , oggi tradotto e commentato in modo eccellente da Francesco Santi ( La letteratura francescana , volume V. La mistica , Fondazione Valla – Mondadori). Il libro fu subito ammiratissimo. Nel suo Arbor vitae crucifixae , Ubertino da Casale ricorda di aver conosciuto Angela nel 1298 e di aver venerato la sua vita spirituale.
Se rileggiamo oggi il Memoriale , queste intensissime pagine che un frate sconosciuto tradusse dall’umbro in latino, ci folgorano come allora. Il Memoriale è tra i massimi testi mistici di ogni tempo e di ogni Paese: la vocazione spirituale di Angela non è inferiore a quella di san Francesco, di santa Teresa e di san Giovanni della Croce. Come in loro, la sua mistica contiene in se stessa una profondissima ed ardita scienza teologica, che talvolta contraddice la tradizione cristiana. Angela non è colta: non ha letto libri; ma la sua scienza teologica è il fuoco interiore dell’esperienza mistica. La lucidità intellettuale del Memoriale è straordinaria: la capacità di superare i limiti della mente umana ci sconvolge.
Come tutti i grandi mistici, Angela sa che la sua esperienza non ha nulla a che fare con le leggi, i riti, le morali, le istituzioni del mondo umano: sa che i teologi — qui rappresentati dai frati francescani — non la amano e i moralisti la esecrano. Appena apre bocca, supera una frontiera, varca un limite, spezza una legge: penetra nel carcere con la stessa rapidità con cui sale nel cielo e discende nell’abisso; non potrà mai ritornare indietro, nella mediocre e consolante esistenza quotidiana.
Dio non ama tutti gli uomini allo stesso modo. Egli ne sceglie alcuni: «Sebbene offra a tutti il banchetto, tuttavia ne accoglie alcuni a una mensa speciale, vicino a Lui»; i figli prediletti da Dio, che mangiano con Lui in una stessa scodella, arrivano in alto attraverso grandi tribolazioni e dolori. Angela ha una coscienza doppia: da un lato conosce di essere una grande peccatrice; ha commesso e commette, ogni giorno, ogni secondo, terribili peccati. «Vedevo — dice — che ero degna dell’inferno»: «Vedevo che in me non c’era alcun bene»; «ero un niente, priva di qualsiasi bontà». Eppure sa di essere una prescelta da Dio: sente in se stessa il dono supremo, il Suo profumo. In lei accade una cosa paradossale: con l’aiuto di Dio, il peccato, appena compiuto, si rovescia miracolosamente in grazia. «Il Padre offre ai peccatori una grazia spirituale che non dà agli altri che rimasero innocenti e non si allontanarono». Più essi peccano, più desiderano di convertirsi pienamente.
Angela prova tutte le condizioni dell’esperienza mistica. Quando viene assalita da Dio, resta incerta: «Non sapevo se tutto ciò che facevo fosse gradito a Dio», sebbene, alla fine, fosse folgorata dall’idea di essere la sua figlia suprema. L’esperienza mistica è lenta, lentissima: lei sale verso Dio con fatica, dolore e peso. Offende la misura, non la tollera, vuole andare sempre più in là, ricevendo una gioia tanto grande da non poter sostenerla; e mentre offende la misura, la voce divina interviene a frenarla, moderarla, costringerla, perché Dio, sebbene sia perenne eccesso, non ama l’eccesso. «Se non fosse — commenta Angela — che si sa che Dio fa tutto con misura, avrei detto che quella gioia grandissima era senza misura».
Angela ha sempre davanti agli occhi l’incarnazione e la passione di Cristo. Mentre dorme e veglia, le appare il Crocifisso: egli le dice di guardare nelle sue piaghe; le mostra i peli strappati della barba, indica uno per uno i colpi della frusta sul corpo. Lei piange con lacrime tanto calde, che le bruciano la carne: e di nuovo Cristo le dice di guardare il legno, i chiodi, e di posare la bocca sulle sue piaghe; a lei sembra di bere il sangue che sgorga fresco dalla ferita. È il primo passo. Il corpo ferito di Cristo diventa, in Angela, l’origine di uno slancio spirituale che non finisce mai, sempre più in alto, sempre più lontano. Angela vuole soffrire come Cristo: vuole, per amor Suo, che tutte le proprie membra soffrano la morte; ma la sua morte deve essere più bassa e vile. Enumera, per ogni membro, una per una, le sofferenze, le fatiche e le tribolazioni, le parole dure e ingiuriose, che Gesù ha ricevuto. Poi gli guarda la gola: la claritas , lo splendore sublime della sua gola la esalta e la riempie di stupore.
Sale più in alto: in ciò che, essa dice, è sentire. Ascolta una voce: quella di Dio. Egli le dice: «Voglio giungere con questa voce, parlando con te, e non smetterò di parlare»: «Io ti ho rapita»: «io non ti lascerò mai, se tu mi amerai»; «amami, perché tu da me sei molto amata, molto più di quanto tu mi ami». E poi: «La Trinità è venuta in te, semplice come il sole e la luna».
La voce è un balsamo: ha una dolcezza sovrabbondante, fisica e spirituale, priva di ogni rapporto col corpo e piena di piacere erotico.
La voce di Dio è doppia: sia istantanea, folgorante, come è folgorante tutto ciò che viene da Dio; sia duratura, incessante, come è incessante tutto ciò che viene da Dio. Dietro la voce presente, c’è l’immensa voce nascosta: Dio ama nascondersi; e l’anima di Angela, e di ogni essere umano, non potrebbe sopportare la pienezza diretta dell’amore del Padre e del Figlio. Nel Memoriale , ci sono momenti di illuminazione totale, dove l’anima, il corpo, il mondo vengono illuminati dalla voce che si rivela. Supremi sono quei momenti in cui Dio scende nell’anima senza esser chiamato dall’anima, e mette in essa «un fuoco, un ardore, una soavità». È la superplenitudo : la comunione, l’unione perfetta; l’anima viene elevata e si fonde con Lui, come il fuoco con l’acqua e l’acqua col fuoco — due poli opposti diventano un solo polo. Angela, deificata, è immobile. La Trinità non compie più alcuna azione in lei: si riposa soavemente e totalmente, come Dio nell’ultimo giorno della creazione.
Angela non mangia: non vuol mangiare: ha un tale fuoco nel cuore da non sentire più stanchezza per le genuflessioni; sente parlare di Dio, e grida, grida. Angela, che conosce come pochi il Male Assoluto, dubita di essere posseduta da uno spirito malvagio, ingannata da un demonio. Urla: «Perché mi lasci?»; «Amore non conosciuto, perché mi lasci?». La gente dice che è indemoniata. I frati si vergognano di lei: non hanno torto, perché c’è un momento, nell’esperienza mistica, in cui l’anima è indemoniata, sebbene alla fine il demoniaco venga trascinato in cielo.
Non so se Angela leggesse i Vangeli: o se, come è più probabile, li conoscesse per trasmissione orale, in un mondo, come quello francescano, dove tutto era orale. Ha in mente una frase dei Vangeli: vuole leggerla nel messale, appunto come sta scritta; ma teme di essere posseduta dalla superbia. Sente che la sua esperienza mistica sta al di fuori e al di sopra del testo dei Vangeli; sa che essi sono una rivelazione di Dio, ma anche che ciò che lei sente nell’anima è un fuoco del Signore, più immediato e diretto di ciò che, dodici secoli prima, era stato trascritto dai quattro evangelisti. «I Vangeli possono dire appena qualcosa dell’essenza»: così Angela detta al frate sconosciuto, che non comprende.
Come Dionigi l’Aeropagita, Angela sente che ogni religione si perde e si annulla in Dio, che è l’Incomprensibile e l’Indescrivibile. La sua esperienza mistica è un fallimento: ma in questo sublime e tragico fallimento si rivela ciò che, per ogni uomo, è Dio.
Il Memoriale esprime questo fallimento. Chi lo redige è il confessore di Angela: un frate minore, che conosciamo soltanto col nome di «frate A.». Egli ripete di continuo che il suo testo è difettoso, perché esprime in modo incompleto e manchevole ciò che Angela dice. «Le parole di Angela erano molto più piene di quanto io avevo scritto»: «Io le scrivevo diminuite e svuotate»; «io capii e compresi che ero come un vaglio o setaccio, che non trattiene la farina sottile e pregiata, ma trattiene soltanto quella più grezza».
Quando il frate legge ad alta voce il proprio testo, Angela conferma: ciò che egli ha scritto è vero, ma secco, e pieno di mancanze, lacune e difetti. Le parole di Angela sono molto più piene, sebbene anch’esse siano una mancanza. Una mancanza di una mancanza: ecco quello che noi conosciamo di Dio.
Repubblica 24.6.16
Bertone e il costruttore degli yacht fantasma: s’indaga sulle donazioni da 700 mila euro
Trenta milioni al cantiere prestati da Etruria e mai rientrati. Perquisiti l’ex presidente della Banca e altri due manager
L’imprenditore faceva beneficenza su input del cardinale. Ma i soldi che usava non erano suoi
di Fabio Tonacci
ROMA. Quel che resta di uno dei più sciagurati investimenti di Banca Etruria arrugginisce in un cantiere dismesso del porto di Civitavecchia. Il guscio ferroso dello “yacht più grande del mondo” giace dentro un’impalcatura di tubi innocenti e tendoni laceri. La Privilege Yard, società che doveva costruirlo, è fallita dopo aver avuto dalle banche un finanziamento di cento milioni di euro. Finirlo ora costerebbe più che smantellarlo. I giorni in cui l’ex segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone benediva la chiglia lunga 127 metri, con grande cerimonia, sono lontani. I bonifici che l’alto prelato ha ottenuto dalla Privilege, circa 700.000 euro dal 2008 al 2012 sotto forma di donazioni a enti terzi, invece, ci sono ancora. E due procure della Repubblica, Arezzo e Civitavecchia, ci stanno lavorando su.
I magistrati vogliono ricostruire la rete di amicizie di alto livello dell’imprenditore della Privilege Mario La Via, 72enne romano, indagato per bancarotta a Civitavecchia. Tra i suoi contatti, generali dei Carabinieri e della Finanza (tra cui Michele Adinolfi), governatori, sottosegretari. E Tarcisio Bertone. Quale servigio garantì il segretario di Stato Vaticano? La benedizione della chiglia nel settembre del 2008 pare un po’ poco, a fronte delle consistenti donazioni successive. Ha avuto un qualche ruolo nel convincere le banche della bontà del progetto del mega yacht?
Questa storia si afferra partendo dalla fine, cioè dalle tre perquisizioni che il procuratore capo di Arezzo, Roberto Rossi, ha disposto ieri per l’ex presidente Etruria Giuseppe Fornasari, l’ex consigliere Giorgio Guerrini e il funzionario Paolo Fumi. Sono indagati per bancarotta fraudolenta per il dissesto della Popolare: gli investigatori non si spiegano come abbiano potuto concedere alla Privilege Yard nel 2010 un fido da 57 milioni di euro, con un’istruttoria (condotta da Fumi) aperta e chiusa in appena otto giorni. Il progetto non stava in piedi: la società era nata nel 2006 e non si era mai occupata di yacht, non si sapeva chi fosse il compratore (si favoleggiò di un interessamento di Brad Pitt e Angelina Jolie), il cantiere sorgeva su un terreno che non aveva sbocco diretto al mare ed era circondato da un binario ferroviario. Soprattutto, non c’erano garanzie. Barclays Bank era disposta sì a dare una copertura, ma soltanto dopo il varo.
Etruria si è presa il ruolo di capofila di un consorzio di banche (Unicredit, Bpm, Mps service, Intesa e Banca Marche) che ha concesso alla Privilege Yard crediti per 100 milioni. Ottanta milioni sono stati effettivamente erogati, e ottanta milioni non sono rientrati nelle casse dei sei istituti. Solo Etruria ci ha rimesso 29 milioni: l’ennesima corposa distrazione patrimoniale da attribuire agli ex manager. La Privilege è fallita il 22 giugno del 2015, e la procura di Civitavecchia ha avviato l’inchiesta per bancarotta fraudolenta. È così che quattro anni di corrispondenza tra La Via e Bertone sono finiti agli atti. Pure ad Arezzo stanno studiando quei documenti.
L’ex segretario di Stato vaticano usava La Via come un bancomat. Pretendeva donazioni per enti e diocesi sparse in tutto il pianeta, e l’imprenditore eseguiva. Nel carteggio se ne contano una trentina, per circa 700mila euro. «Egregio dottor La Via, come d’accordi telefonici le invio l’elenco delle richieste che sottopongo alla sua cortese attenzione. Il totale ammonta a 67.600 euro e 20.000 dollari. La ringrazio per la somma che crederà opportuno mettere a disposizione», si legge in una delle lettere firmata da Bertone su carta intestata, datata 16 novembre 2009.
La Via faceva beneficenza con denaro che non era suo, attingendo dai fondi della Privilege Yard. Scorrendo la lista: 35.247 euro al Movimiento de Los Focolares (da sempre vicini a Bertone), 69.738 euro al Collegio Madre del Divino Pastore, 20.000 euro alla Diocesi di Civitavecchia, 21.000 euro alla Fondazione Don Bosco in India e altri 25.000 per la associazione Don Bosco University, 50.000 euro all’arcivescvo boliviano di Cochabamba, 80.000 euro per il completamento della casa vescovile della Curia di Leopoli, 30.000 per la costruzione di una chiesetta a Sagar in India. Quando si attardava a sborsare, veniva richiamato all’ordine. «Il cardinal Bertone — scrive in una mail la segretaria dell’alto prelato, Rosi Bortolussi, il 10 febbraio 2011 — ha ricevuto una lettera da parte del vescovo di Gyor il quale comunica che a tutt’oggi non ha ricevuto il bonifico di 9.000 euro che gli era stato annunciato per una borsa di studio a un seminarista ungherese. Vorrebbe cortesemente far verificare? ».
Il quotidiano Libero a dicembre aveva svelato il contenuto della corrispondenza, dando conto di un misterioso bonifico da 46,3 milioni diretto alla società Privilege Yard Inc. con sede alle Isole Vergini. Se i soldi di Etruria e delle altre banche siano finiti ai Caraibi, è materia di indagine. Ma ai magistrati interessa anche approfondire il ruolo avuto da Bertone. Non sfugge, infatti, che almeno con Unicredit l’ex segretario di Stato avesse rapporti eccellenti. Non foss’altro perché il colosso bancario ha inglobato nel 2007 Capitalia, istituto storicamente vicino al Vaticano.
Bertone e il costruttore degli yacht fantasma: s’indaga sulle donazioni da 700 mila euro
Trenta milioni al cantiere prestati da Etruria e mai rientrati. Perquisiti l’ex presidente della Banca e altri due manager
L’imprenditore faceva beneficenza su input del cardinale. Ma i soldi che usava non erano suoi
di Fabio Tonacci
ROMA. Quel che resta di uno dei più sciagurati investimenti di Banca Etruria arrugginisce in un cantiere dismesso del porto di Civitavecchia. Il guscio ferroso dello “yacht più grande del mondo” giace dentro un’impalcatura di tubi innocenti e tendoni laceri. La Privilege Yard, società che doveva costruirlo, è fallita dopo aver avuto dalle banche un finanziamento di cento milioni di euro. Finirlo ora costerebbe più che smantellarlo. I giorni in cui l’ex segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone benediva la chiglia lunga 127 metri, con grande cerimonia, sono lontani. I bonifici che l’alto prelato ha ottenuto dalla Privilege, circa 700.000 euro dal 2008 al 2012 sotto forma di donazioni a enti terzi, invece, ci sono ancora. E due procure della Repubblica, Arezzo e Civitavecchia, ci stanno lavorando su.
I magistrati vogliono ricostruire la rete di amicizie di alto livello dell’imprenditore della Privilege Mario La Via, 72enne romano, indagato per bancarotta a Civitavecchia. Tra i suoi contatti, generali dei Carabinieri e della Finanza (tra cui Michele Adinolfi), governatori, sottosegretari. E Tarcisio Bertone. Quale servigio garantì il segretario di Stato Vaticano? La benedizione della chiglia nel settembre del 2008 pare un po’ poco, a fronte delle consistenti donazioni successive. Ha avuto un qualche ruolo nel convincere le banche della bontà del progetto del mega yacht?
Questa storia si afferra partendo dalla fine, cioè dalle tre perquisizioni che il procuratore capo di Arezzo, Roberto Rossi, ha disposto ieri per l’ex presidente Etruria Giuseppe Fornasari, l’ex consigliere Giorgio Guerrini e il funzionario Paolo Fumi. Sono indagati per bancarotta fraudolenta per il dissesto della Popolare: gli investigatori non si spiegano come abbiano potuto concedere alla Privilege Yard nel 2010 un fido da 57 milioni di euro, con un’istruttoria (condotta da Fumi) aperta e chiusa in appena otto giorni. Il progetto non stava in piedi: la società era nata nel 2006 e non si era mai occupata di yacht, non si sapeva chi fosse il compratore (si favoleggiò di un interessamento di Brad Pitt e Angelina Jolie), il cantiere sorgeva su un terreno che non aveva sbocco diretto al mare ed era circondato da un binario ferroviario. Soprattutto, non c’erano garanzie. Barclays Bank era disposta sì a dare una copertura, ma soltanto dopo il varo.
Etruria si è presa il ruolo di capofila di un consorzio di banche (Unicredit, Bpm, Mps service, Intesa e Banca Marche) che ha concesso alla Privilege Yard crediti per 100 milioni. Ottanta milioni sono stati effettivamente erogati, e ottanta milioni non sono rientrati nelle casse dei sei istituti. Solo Etruria ci ha rimesso 29 milioni: l’ennesima corposa distrazione patrimoniale da attribuire agli ex manager. La Privilege è fallita il 22 giugno del 2015, e la procura di Civitavecchia ha avviato l’inchiesta per bancarotta fraudolenta. È così che quattro anni di corrispondenza tra La Via e Bertone sono finiti agli atti. Pure ad Arezzo stanno studiando quei documenti.
L’ex segretario di Stato vaticano usava La Via come un bancomat. Pretendeva donazioni per enti e diocesi sparse in tutto il pianeta, e l’imprenditore eseguiva. Nel carteggio se ne contano una trentina, per circa 700mila euro. «Egregio dottor La Via, come d’accordi telefonici le invio l’elenco delle richieste che sottopongo alla sua cortese attenzione. Il totale ammonta a 67.600 euro e 20.000 dollari. La ringrazio per la somma che crederà opportuno mettere a disposizione», si legge in una delle lettere firmata da Bertone su carta intestata, datata 16 novembre 2009.
La Via faceva beneficenza con denaro che non era suo, attingendo dai fondi della Privilege Yard. Scorrendo la lista: 35.247 euro al Movimiento de Los Focolares (da sempre vicini a Bertone), 69.738 euro al Collegio Madre del Divino Pastore, 20.000 euro alla Diocesi di Civitavecchia, 21.000 euro alla Fondazione Don Bosco in India e altri 25.000 per la associazione Don Bosco University, 50.000 euro all’arcivescvo boliviano di Cochabamba, 80.000 euro per il completamento della casa vescovile della Curia di Leopoli, 30.000 per la costruzione di una chiesetta a Sagar in India. Quando si attardava a sborsare, veniva richiamato all’ordine. «Il cardinal Bertone — scrive in una mail la segretaria dell’alto prelato, Rosi Bortolussi, il 10 febbraio 2011 — ha ricevuto una lettera da parte del vescovo di Gyor il quale comunica che a tutt’oggi non ha ricevuto il bonifico di 9.000 euro che gli era stato annunciato per una borsa di studio a un seminarista ungherese. Vorrebbe cortesemente far verificare? ».
Il quotidiano Libero a dicembre aveva svelato il contenuto della corrispondenza, dando conto di un misterioso bonifico da 46,3 milioni diretto alla società Privilege Yard Inc. con sede alle Isole Vergini. Se i soldi di Etruria e delle altre banche siano finiti ai Caraibi, è materia di indagine. Ma ai magistrati interessa anche approfondire il ruolo avuto da Bertone. Non sfugge, infatti, che almeno con Unicredit l’ex segretario di Stato avesse rapporti eccellenti. Non foss’altro perché il colosso bancario ha inglobato nel 2007 Capitalia, istituto storicamente vicino al Vaticano.
Repubblica 25.6.16
Il patrimonio immobiliare degli istituti per il sostentamento del clero vale 5 miliardi di euro. Ma rende appena 50 milioni all’anno
Sprechi e mala gestione così il tesoro della Chiesa non basta nemmeno per lo stipendio dei preti
Tra affitti al ribasso e assunzioni clientelari alcuni enti sono addirittura in passivo
Le diocesi costrette ad attingere all’8 per mille riducendo la quota destinata ai poveri
di Andrea Gualtieri
ROMA. Vale almeno 5 miliardi il patrimonio immobiliare degli Istituti per il sostentamento del clero, le casseforti create nel 1985 per gestire tutti i beni della Chiesa italiana che non sono utilizzati per attività ecclesiali o sociali e che possono produrre profitto. Un tesoretto di fabbricati e terreni affidato alle diocesi ma eroso da errori di gestione, trascuratezze e difficoltà oggettive che lo rendono quasi improduttivo. E che costringono a bruciare ampie fette dell’otto per mille.
Cinque miliardi, in realtà, è una stima per difetto perché nessuno sa quantificare con precisione la cifra complessiva. Gli enti ecclesiastici non sono tenuti infatti a presentare un bilancio e i vertici della Cei hanno dovuto avviare un censimento aggiornato, anche perché il valore effettivo di molti beni si è ridimensionato nel tempo per la scarsa manutenzione, per la crisi che ha colpito proprietà agricole e immobiliari, ma anche per un’amministrazione locale spesso superficiale o sbagliata e in alcuni casi addirittura dolosa.
Di certo c’è solo che la cifra ricavata ogni anno come rendita non va oltre i 50 milioni di euro, un decimo del valore patrimoniale ipotizzato. E così gli istituti che sono nati per coprire le spese per l’indennità dei sacerdoti — compresa tra i 900 euro per un prete di prima nomina e i 1.400 per un vescovo a fine mandato — alla fine riescono a garantire appena il nove per cento del fabbisogno. Ed è una media trascinata da Emilia Romagna (26 per cento) e Lombardia (23), perché nel resto d’Italia la situazione è catastrofica: Sicilia, Calabria e Sardegna non arrivano nemmeno all’uno per cento della somma necessaria (che oscilla tra i 15 milioni della Sardegna e i 42 della Sicilia) mentre altre cinque Regioni, tra le quali la Liguria e soprattutto il Lazio, ricchissimo di immobili ecclesiali, coprono ciascuna una porzione inferiore al tre per cento.
E se in cassaforte non ci sono soldi, le diocesi attingono all’otto per mille, riducendo così la disponibilità per le opere di carità che da Roma si raccomanda invece di incrementare. Anche quest’anno, a salire più delle altre è stata proprio la quota usata per sostenere il clero: in totale sono stati prelevati 350 milioni di euro, oltre un terzo dell’intero fondo destinato alla Chiesa cattolica, 23 milioni in più rispetto al 2015 e 80 in più rispetto a quelli che la Cei è riuscita a riservare per gli interventi di sostegno ai bisognosi, che sono pure aumentati, ma di appena 5 milioni. E questo nonostante i sacerdoti siano sempre meno e sia cresciuta la loro età media, con la conseguente impennata di coloro che ricevono una pensione di anzianità e che quindi non hanno bisogno dell’indennità.
Ma allora dove si disperde il patrimonio affidato alle casseforti della Chiesa italiana? A maggio, nel presentare i conti approvati dall’assemblea dei vescovi, il presidente della Cei Angelo Bagnasco ha ammesso che si dovrebbe intervenire sulla rete diocesana del sostentamento clero: «Il padre di famiglia si interessa che il tetto non faccia acqua», ha detto il cardinale, precisando però che finora non sono scattati commissariamenti.
Il primo rimedio che si profila è l’accorpamento che sfoltirà i 218 istituti presenti nelle 226 diocesi. E non sarà difficile individuare quali tagliare. Ce ne sono alcuni, infatti, che non arrivano nemmeno a chiudere i conti in attivo, col risultato che organismi ideati per assicurare una rendita si riducono a pesare sui bilanci delle curie. Questo perché negli anni c’è stato chi ha ceduto alla tentazione del clientelismo. A partire dalla gestione del personale: «Quando mi sono insediato — racconta un vescovo di una piccola diocesi del Sud peninsulare — ho trovato un numero di dipendenti sproporzionato e non c’erano rendite sufficienti nemmeno a pagare i loro stipendi». Poi aggiunge: «Ho tenuto un solo impiegato e ho rinnovato tutto il consiglio d’amministrazione. Ora almeno il bilancio è tornato sano: non è con strutture inefficienti che si generano posti di lavoro».
Più difficile da curare, per molte diocesi, è la piaga degli immobili concessi in affitto a cifre improbabili. Difficile infatti pensare, ad esempio, che un magazzino sul corso principale di una cittadina turistica della Sicilia possa rendere solo trenta euro al mese. E dato che a beneficiare dei canoni al ribasso non sono solo i più bisognosi, c’è chi sta provando a rimediare, affidando ad agenzie immobiliari il compito di valutare i parametri di mercato per rinegoziare gli affitti. Ma in alcune zone va anche peggio, perché c’è da fare i conti con i morosi: in una ricca diocesi dell’Emilia, addirittura un inquilino su dieci non paga da anni.
Contenziosi di fronte ai quali i vescovi lamentano di sentirsi disarmati: le spese per una causa legale sono alte, i tempi lunghi ed elevato è il rischio del danno d’immagine per un ente ecclesiale che impone uno sfratto. In molti casi, poi, si aggiungono le complicazioni strutturali: i beni degli istituti, frutto di donazioni avvenute nei decenni passati, a volte sono stati abbandonati senza interventi né controlli. E così ci sono immobili che cadono a pezzi, terreni agricoli sui quali sono stati costruiti edifici abusivi o che sono stati suddivisi e subaffittati illecitamente.
Un campo minato nel quale la Cei teme di veder nascere scandali e tracolli economici. «Serve un rapporto più organico con l’istituto centrale perché nessuna diocesi si trovi in difficoltà all’improvviso », ha detto Bagnasco che però, secondo lo statuto della Cei, non può forzare la mano rispetto al potere delle singole curie.
Negli ultimi anni, in realtà, sono spesso proprio i vescovi a chiedere l’aiuto di Roma, specie quando si insediano in una diocesi e temono di trovare nei conti sorprese sgradite. «È stata creata una task force a loro disposizione», spiega Carlo Bini, direttore dell’Istituto centrale sostentamento del clero, la struttura che fino a poco tempo fa veniva utilizzata solo per redigere le buste paga dei preti e che ora ha pure il compito di vigilare sulle transazioni immobiliari per importi superiori ai 250mila euro. È l’operazione trasparenza che sta a cuore anche al segretario della Cei Nunzio Galantino: «Le maglie del controllo adesso sono più strette», commenta Bini. Basterà a salvare il tetto che fa acqua?
Il patrimonio immobiliare degli istituti per il sostentamento del clero vale 5 miliardi di euro. Ma rende appena 50 milioni all’anno
Sprechi e mala gestione così il tesoro della Chiesa non basta nemmeno per lo stipendio dei preti
Tra affitti al ribasso e assunzioni clientelari alcuni enti sono addirittura in passivo
Le diocesi costrette ad attingere all’8 per mille riducendo la quota destinata ai poveri
di Andrea Gualtieri
ROMA. Vale almeno 5 miliardi il patrimonio immobiliare degli Istituti per il sostentamento del clero, le casseforti create nel 1985 per gestire tutti i beni della Chiesa italiana che non sono utilizzati per attività ecclesiali o sociali e che possono produrre profitto. Un tesoretto di fabbricati e terreni affidato alle diocesi ma eroso da errori di gestione, trascuratezze e difficoltà oggettive che lo rendono quasi improduttivo. E che costringono a bruciare ampie fette dell’otto per mille.
Cinque miliardi, in realtà, è una stima per difetto perché nessuno sa quantificare con precisione la cifra complessiva. Gli enti ecclesiastici non sono tenuti infatti a presentare un bilancio e i vertici della Cei hanno dovuto avviare un censimento aggiornato, anche perché il valore effettivo di molti beni si è ridimensionato nel tempo per la scarsa manutenzione, per la crisi che ha colpito proprietà agricole e immobiliari, ma anche per un’amministrazione locale spesso superficiale o sbagliata e in alcuni casi addirittura dolosa.
Di certo c’è solo che la cifra ricavata ogni anno come rendita non va oltre i 50 milioni di euro, un decimo del valore patrimoniale ipotizzato. E così gli istituti che sono nati per coprire le spese per l’indennità dei sacerdoti — compresa tra i 900 euro per un prete di prima nomina e i 1.400 per un vescovo a fine mandato — alla fine riescono a garantire appena il nove per cento del fabbisogno. Ed è una media trascinata da Emilia Romagna (26 per cento) e Lombardia (23), perché nel resto d’Italia la situazione è catastrofica: Sicilia, Calabria e Sardegna non arrivano nemmeno all’uno per cento della somma necessaria (che oscilla tra i 15 milioni della Sardegna e i 42 della Sicilia) mentre altre cinque Regioni, tra le quali la Liguria e soprattutto il Lazio, ricchissimo di immobili ecclesiali, coprono ciascuna una porzione inferiore al tre per cento.
E se in cassaforte non ci sono soldi, le diocesi attingono all’otto per mille, riducendo così la disponibilità per le opere di carità che da Roma si raccomanda invece di incrementare. Anche quest’anno, a salire più delle altre è stata proprio la quota usata per sostenere il clero: in totale sono stati prelevati 350 milioni di euro, oltre un terzo dell’intero fondo destinato alla Chiesa cattolica, 23 milioni in più rispetto al 2015 e 80 in più rispetto a quelli che la Cei è riuscita a riservare per gli interventi di sostegno ai bisognosi, che sono pure aumentati, ma di appena 5 milioni. E questo nonostante i sacerdoti siano sempre meno e sia cresciuta la loro età media, con la conseguente impennata di coloro che ricevono una pensione di anzianità e che quindi non hanno bisogno dell’indennità.
Ma allora dove si disperde il patrimonio affidato alle casseforti della Chiesa italiana? A maggio, nel presentare i conti approvati dall’assemblea dei vescovi, il presidente della Cei Angelo Bagnasco ha ammesso che si dovrebbe intervenire sulla rete diocesana del sostentamento clero: «Il padre di famiglia si interessa che il tetto non faccia acqua», ha detto il cardinale, precisando però che finora non sono scattati commissariamenti.
Il primo rimedio che si profila è l’accorpamento che sfoltirà i 218 istituti presenti nelle 226 diocesi. E non sarà difficile individuare quali tagliare. Ce ne sono alcuni, infatti, che non arrivano nemmeno a chiudere i conti in attivo, col risultato che organismi ideati per assicurare una rendita si riducono a pesare sui bilanci delle curie. Questo perché negli anni c’è stato chi ha ceduto alla tentazione del clientelismo. A partire dalla gestione del personale: «Quando mi sono insediato — racconta un vescovo di una piccola diocesi del Sud peninsulare — ho trovato un numero di dipendenti sproporzionato e non c’erano rendite sufficienti nemmeno a pagare i loro stipendi». Poi aggiunge: «Ho tenuto un solo impiegato e ho rinnovato tutto il consiglio d’amministrazione. Ora almeno il bilancio è tornato sano: non è con strutture inefficienti che si generano posti di lavoro».
Più difficile da curare, per molte diocesi, è la piaga degli immobili concessi in affitto a cifre improbabili. Difficile infatti pensare, ad esempio, che un magazzino sul corso principale di una cittadina turistica della Sicilia possa rendere solo trenta euro al mese. E dato che a beneficiare dei canoni al ribasso non sono solo i più bisognosi, c’è chi sta provando a rimediare, affidando ad agenzie immobiliari il compito di valutare i parametri di mercato per rinegoziare gli affitti. Ma in alcune zone va anche peggio, perché c’è da fare i conti con i morosi: in una ricca diocesi dell’Emilia, addirittura un inquilino su dieci non paga da anni.
Contenziosi di fronte ai quali i vescovi lamentano di sentirsi disarmati: le spese per una causa legale sono alte, i tempi lunghi ed elevato è il rischio del danno d’immagine per un ente ecclesiale che impone uno sfratto. In molti casi, poi, si aggiungono le complicazioni strutturali: i beni degli istituti, frutto di donazioni avvenute nei decenni passati, a volte sono stati abbandonati senza interventi né controlli. E così ci sono immobili che cadono a pezzi, terreni agricoli sui quali sono stati costruiti edifici abusivi o che sono stati suddivisi e subaffittati illecitamente.
Un campo minato nel quale la Cei teme di veder nascere scandali e tracolli economici. «Serve un rapporto più organico con l’istituto centrale perché nessuna diocesi si trovi in difficoltà all’improvviso », ha detto Bagnasco che però, secondo lo statuto della Cei, non può forzare la mano rispetto al potere delle singole curie.
Negli ultimi anni, in realtà, sono spesso proprio i vescovi a chiedere l’aiuto di Roma, specie quando si insediano in una diocesi e temono di trovare nei conti sorprese sgradite. «È stata creata una task force a loro disposizione», spiega Carlo Bini, direttore dell’Istituto centrale sostentamento del clero, la struttura che fino a poco tempo fa veniva utilizzata solo per redigere le buste paga dei preti e che ora ha pure il compito di vigilare sulle transazioni immobiliari per importi superiori ai 250mila euro. È l’operazione trasparenza che sta a cuore anche al segretario della Cei Nunzio Galantino: «Le maglie del controllo adesso sono più strette», commenta Bini. Basterà a salvare il tetto che fa acqua?
La Stampa 25.6.15
Il Papa in Armenia: “Fu il primo genocidio”
Francesco parla a braccio e ricorda le “tragedie rese possibili da aberranti motivazioni razziali”
di Andrea Tornielli
«Tutti coloro che dichiarano la loro fede in Dio uniscano le loro forze per isolare chiunque si serva della religione per portare avanti progetti di guerra, di sopraffazione e di persecuzione violenta, strumentalizzando e manipolando il santo nome di Dio».
Lo ha chiesto papa Francesco prendendo la parola di fronte al presidente Serzh Sargsyan e alle autorità politiche e diplomatiche, nel palazzo presidenziale di Yerevan, in una grande sala con il tetto a botte decorato con stucchi, al termine del primo giorno della visita in Armenia.
Il Pontefice ha citato i massacri perpetrati dai turchi cento anni fa e ha voluto aggiungere a braccio la parola «genocidio», non presente nel testo. «Noi non stiamo cercando colpevoli - aveva detto il presidente riferendosi al genocidio - vogliamo solo che le cose siano chiamate con il loro nome, perché questo permetta a due popoli vicini di fare passi avanti verso una genuina riconciliazione». Francesco ha voluto ricordare il coraggio con cui l’Armenia ha testimoniato la sua fede, soffrendo molto ma tornando sempre a rinascere. Ha quindi parlato del «Metz Yeghérn, il “Grande Male”», lo sterminio di un milione e mezzo di armeni, iniziato nel 1915. Quella «tragedia, quel genocidio», ha aggiunto scandendo bene la parola dopo aver alzato lo sguardo dai fogli, «inaugurò purtroppo il triste elenco delle immani catastrofi del secolo scorso, rese possibili da aberranti motivazioni razziali, ideologiche o religiose, che ottenebrarono la mente dei carnefici fino al punto di prefiggersi l’intento di annientare interi popoli». «È tanto triste sia in questo armeno come negli altri due - ha aggiunto a braccio, riferendosi implicitamente alla Shoah e alle vittime dello stalinismo - le grandi potenze internazionali guardavano da un’altra parte». Nell’aprile dell’anno scorso, l’aver usato la parola «genocidio» da parte del Papa provocò una durissima reazione della Turchia, che richiamò l’ambasciatore accreditato in Vaticano. Strappo poi ricucito. Bisognerà attendere le prossime ore per vedere quale sarà la reazione di Ankara.
Francesco ha chiesto che la memoria dei fatti del passato eviti nuovi orrori. Quanti si dichiarano credenti devono unirsi per isolare chi strumentalizza il nome di Dio. Ha quindi osservato che oggi, «in particolare i cristiani, come e forse più che al tempo dei primi martiri» sono «in alcuni luoghi discriminati e perseguitati», mentre troppi conflitti» in varie aree del mondo causano «lutti, distruzioni e migrazioni forzate di intere popolazioni». Il Papa ha fatto un appello perché i responsabili delle nazioni «intraprendano con coraggio e senza indugi» iniziative per porre fine a queste sofferenze, avendo come obiettivi primari la pace, la difesa e l’accoglienza «di coloro che sono bersaglio di aggressioni e persecuzioni».
Appena atterrato in Armenia il Papa si è recato nella cattedrale di Etchmiadzin, il «Vaticano armeno», sede del Catholicos Karekin II, dove sarà ospitato per due notti. Un «segno di amore», lo ha definito Bergoglio, che «dice in maniera eloquente, molto più delle parole, che cosa significhino l’amicizia e la carità fraterna». Dopo l’ingresso in processione accompagnato dai canti liturgici, sfilando tra preti e vescovi apostolici vestiti di nero con il classico cappuccio a punta, il Papa e il Catholicos hanno baciato il Vangelo e una croce d’argento, e si sono abbracciati. Nel suo saluto, Francesco ha detto che l’unità e la collaborazione tra i cristiani mostra «all’intera società una concreta via percorribile per armonizzare i conflitti che lacerano la vita civile e scavano divisioni difficili da sanare». L’ecumenismo non interessa solo le varie confessioni cristiane. È anche un segno di pace per il mondo.
Il Papa in Armenia: “Fu il primo genocidio”
Francesco parla a braccio e ricorda le “tragedie rese possibili da aberranti motivazioni razziali”
di Andrea Tornielli
«Tutti coloro che dichiarano la loro fede in Dio uniscano le loro forze per isolare chiunque si serva della religione per portare avanti progetti di guerra, di sopraffazione e di persecuzione violenta, strumentalizzando e manipolando il santo nome di Dio».
Lo ha chiesto papa Francesco prendendo la parola di fronte al presidente Serzh Sargsyan e alle autorità politiche e diplomatiche, nel palazzo presidenziale di Yerevan, in una grande sala con il tetto a botte decorato con stucchi, al termine del primo giorno della visita in Armenia.
Il Pontefice ha citato i massacri perpetrati dai turchi cento anni fa e ha voluto aggiungere a braccio la parola «genocidio», non presente nel testo. «Noi non stiamo cercando colpevoli - aveva detto il presidente riferendosi al genocidio - vogliamo solo che le cose siano chiamate con il loro nome, perché questo permetta a due popoli vicini di fare passi avanti verso una genuina riconciliazione». Francesco ha voluto ricordare il coraggio con cui l’Armenia ha testimoniato la sua fede, soffrendo molto ma tornando sempre a rinascere. Ha quindi parlato del «Metz Yeghérn, il “Grande Male”», lo sterminio di un milione e mezzo di armeni, iniziato nel 1915. Quella «tragedia, quel genocidio», ha aggiunto scandendo bene la parola dopo aver alzato lo sguardo dai fogli, «inaugurò purtroppo il triste elenco delle immani catastrofi del secolo scorso, rese possibili da aberranti motivazioni razziali, ideologiche o religiose, che ottenebrarono la mente dei carnefici fino al punto di prefiggersi l’intento di annientare interi popoli». «È tanto triste sia in questo armeno come negli altri due - ha aggiunto a braccio, riferendosi implicitamente alla Shoah e alle vittime dello stalinismo - le grandi potenze internazionali guardavano da un’altra parte». Nell’aprile dell’anno scorso, l’aver usato la parola «genocidio» da parte del Papa provocò una durissima reazione della Turchia, che richiamò l’ambasciatore accreditato in Vaticano. Strappo poi ricucito. Bisognerà attendere le prossime ore per vedere quale sarà la reazione di Ankara.
Francesco ha chiesto che la memoria dei fatti del passato eviti nuovi orrori. Quanti si dichiarano credenti devono unirsi per isolare chi strumentalizza il nome di Dio. Ha quindi osservato che oggi, «in particolare i cristiani, come e forse più che al tempo dei primi martiri» sono «in alcuni luoghi discriminati e perseguitati», mentre troppi conflitti» in varie aree del mondo causano «lutti, distruzioni e migrazioni forzate di intere popolazioni». Il Papa ha fatto un appello perché i responsabili delle nazioni «intraprendano con coraggio e senza indugi» iniziative per porre fine a queste sofferenze, avendo come obiettivi primari la pace, la difesa e l’accoglienza «di coloro che sono bersaglio di aggressioni e persecuzioni».
Appena atterrato in Armenia il Papa si è recato nella cattedrale di Etchmiadzin, il «Vaticano armeno», sede del Catholicos Karekin II, dove sarà ospitato per due notti. Un «segno di amore», lo ha definito Bergoglio, che «dice in maniera eloquente, molto più delle parole, che cosa significhino l’amicizia e la carità fraterna». Dopo l’ingresso in processione accompagnato dai canti liturgici, sfilando tra preti e vescovi apostolici vestiti di nero con il classico cappuccio a punta, il Papa e il Catholicos hanno baciato il Vangelo e una croce d’argento, e si sono abbracciati. Nel suo saluto, Francesco ha detto che l’unità e la collaborazione tra i cristiani mostra «all’intera società una concreta via percorribile per armonizzare i conflitti che lacerano la vita civile e scavano divisioni difficili da sanare». L’ecumenismo non interessa solo le varie confessioni cristiane. È anche un segno di pace per il mondo.