La Stampa 23.1.16
Verdini va al contrattacco:
“Tranquilli, non andrò mai con i reduci del comunismo”
di Amedeo La Mattina
Denis
Verdini è diventato il belzebù della sinistra Dem. Con quel sorriso
sarcastico di chi sembra saperla più lunga del diavolo tentatore, pare
giocare come il gatto con il topo. Così, dopo aver votato la riforma
costituzionale e portato a casa tre vicepresidenti di commissione del
Senato, va in tv (Bersaglio mobile) e spiega a Mentana che si stanno
facendo polemiche strumentali. Prima di tutto, ha spiegato l’ex
coordinatore di Forza Italia, non è vero che facciamo parte della
maggioranza. Solo chi vota la fiducia ne fa parte. Così come non è vero
che, dopo aver votato la riforma costituzionale, sia passato all’incasso
guadagnando tre vicepresidenze: gli spettavano, esattamente come a
tutti i gruppi di opposizione. Anche i 5 Stelle e la Lega hanno i loro
vicepresidenti. Forza Italia ne ha cinque, più un presidente di
commissione. «Eppure noi, che siamo la terza forza per numero di
senatori, rischiavamo di essere esclusi».
Verdini poi va
all’attacco della sinistra Dem. «Non mi vogliono? Ma chi li vuole.
Nessuno vuole andare con il Pd. Il problema della minoranza Pd non è
Verdini, ma il loro segretario che anche premier: non lo riconoscono».
Il senatore immagina quindi non un’alleanza diretta con Renzi, ma di
riunire tutte le forze di centro, con i leader che fanno un passo
indietro, per presentare alle politiche una lista capace di eleggere
30-40 deputati. Che andrebbero ad affiancare la maggioranza renziana.
Sì, perché Renzi ne avrà sempre bisogno: la sinistra Dem gli darà sempre
filo da torcere, anche nella prossima legislatura.
Il
centrodestra è discorso chiuso? «Se sarà guidato da Salvini voto Renzi»,
sostiene Verdini. Berlusconi? Ha sbagliato a rompere il Patto del
Nazareno. «Attorno a lui non c’è il cerchio magico. Berlusconi è un
cerchio, è tutto lui. Decide da solo».
Insomma, non facciano le
«verginelle» questi «reduci e gli orfani comunismo»: li ha definiti così
il senatore Vincenzo D’Anna portavoce del gruppo verdinano Ala. Non
facciano gli «ipocriti», ha aggiunto Massimo Parisi, che se la prende
con il presidente della Toscana Enrico Rossi, secondo il quale Verdini
deve rimanere fuori dal Pd e da qualunque alleanza futura. «Poi un
giorno magari - dice Parisi - Rossi ci spiegherà perché i voti di
Verdini andavano bene per riscrivere lo Statuto e la legge elettorale
toscana...». La verità, taglia corto Luca D’Alessandro, è che i nostri
voti sono necessari per tener in piedi il governo, «le anime belle se ne
facciano una ragione»
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
sabato 23 gennaio 2016
Repubblica 23.1.16
Nel nome di Spinelli ritorna il partito europeo
“Niente resa dei conti con la Commissione”
Il presidente emerito critica indirettamente il premier e Juncker: “Confronto senza escandescenze”
L’ex capo dello Stato frena Renzi: giusto negoziare ma attenti ai rischi di una Germania più debole nella Ue
di Stefano Folli
IL passaggio più chiaro nel discorso con cui Giorgio Napolitano ha accettato il premio Altiero Spinelli è il richiamo alle responsabilità dei paesi fondatori contro gli “euro-distruttori”, i nemici irriducibili dell’Unione: «Nel momento attuale, di così inquietanti spinte centrifughe, è indispensabile tener fermo innanzitutto il legame storico tra i paesi fondatori, e specialmente tra i maggiori: Italia, Germania, Francia».
Non è una sconfessione del Renzi contestatore di Bruxelles perché il premier non è certo un “euro-distruttore” e del resto «insoddisfazioni e critiche per il presente stato dell’Unione europea» sono motivate. Ma il triangolo Berlino-Parigi- Roma è alla radice del progetto europeo, se ancora si crede in esso: spezzarlo o anche solo indebolirlo apre la strada a conseguenze molto serie. Il presidente emerito non lo ha detto in modo esplicito, ma era sottinteso: indebolire Angela Merkel, approfittando del momento di difficoltà della Cancelliera, rischia di essere un atto di autolesionismo perché la Germania che verrà dopo di lei sarà più dura e meno disponibile ad ascoltare la voce dei paesi del Sud. Gli stereotipi servono a poco, se non a incoraggiare i nemici dell’Europa. E fra i cliché pericolosi c’è quello che descrive “una Germania dominante e un’Italia poco affidabile”.
S’intende che l’intervento di Napolitano non è piaciuto affatto agli scettici, a coloro che lavorano per l’uscita dell’Italia dalla moneta unica. E in realtà è stato un invito a non lasciar cadere l’ideale dell’Europa integrata, l’Europa federale di Spinelli. Si dirà che tale ideale non è mai stato così maltrattato come oggi.
Ma è qui - altro sottinteso trasparente - che l’Italia dovrebbe impegnarsi: dare un senso alla propria insofferenza verso quello che non funziona nell’Unione vuol dire cercare un livello di confronto più alto con le altre capitali. In altre parole, abbandonare la tentazione di un’improbabile “resa dei conti” e ripartire da quel triangolo, ossia dal filo comune (se esiste ancora) tessuto con tedeschi e francesi. In particolare con una Germania pienamente europea, secondo la lezione di Schmidt e Kohl.
QUALCUNO dirà che le parole di Napolitano coincidono con la discesa in campo del “partito europeo”, finora abbastanza silente. In parte è vero, ma sono soprattutto ispirate al buonsenso. Fra spinte nazionaliste (Ungheria ma non solo) e populismi vari (Lega, Cinque Stelle, Le Pen, Varoufakis, forse Podemos, eccetera), un leader - leggi Renzi - deve sapere fin dove può spingersi per non fare il gioco degli avversari. E sa anche che i buoni risultati si ottengono attraverso duri negoziati condotti in penombra, non certo attraverso proclami enunciati in favore di telecamera. Napolitano non ha difeso l’Europa tedesca contro l’Europa post-austerità immaginata dal governo di Roma. Al contrario, ha sottolineato la giustezza delle “sollecitazioni critiche” e ha indicato i rischi di ulteriori chiusure, tali da rimettere in discussione addirittura gli accordi di Schengen sulla libera circolazione. Tuttavia ha anche lasciato capire che bisogna fare attenzione a non commettere errori quando si affronta la complessità del meccanismo che chiamiamo Unione.
LA cornice europea non può essere sgretolata, pena la certezza di ritrovarsi ai margini di processi planetari. Sono preoccupazioni pienamente condivise da Mattarella, in prima fila ad applaudire. Ed è significativo che Renzi, parlando alla Direzione del Pd, abbia sentito la necessità di richiamarsi anch’egli all’ideale europeo che l’Italia vuole custodire e non disperdere.
Sotto questo aspetto, sarebbe opportuno che il premier si recasse quanto prima all’isola di Ventotene - come egli ha ventilato - per rinverdire anche sul piano simbolico l’adesione all’antico sogno di Spinelli. Sarà pur vero - parole renziane - che «i governi appiattiti sulle politiche della Ue perdono sempre le elezioni ». Ma nessuno finora ha spiegato quale Europa nascerebbe da una serie di strappi ispirati al nazionalismo.
Nel nome di Spinelli ritorna il partito europeo
“Niente resa dei conti con la Commissione”
Il presidente emerito critica indirettamente il premier e Juncker: “Confronto senza escandescenze”
L’ex capo dello Stato frena Renzi: giusto negoziare ma attenti ai rischi di una Germania più debole nella Ue
di Stefano Folli
IL passaggio più chiaro nel discorso con cui Giorgio Napolitano ha accettato il premio Altiero Spinelli è il richiamo alle responsabilità dei paesi fondatori contro gli “euro-distruttori”, i nemici irriducibili dell’Unione: «Nel momento attuale, di così inquietanti spinte centrifughe, è indispensabile tener fermo innanzitutto il legame storico tra i paesi fondatori, e specialmente tra i maggiori: Italia, Germania, Francia».
Non è una sconfessione del Renzi contestatore di Bruxelles perché il premier non è certo un “euro-distruttore” e del resto «insoddisfazioni e critiche per il presente stato dell’Unione europea» sono motivate. Ma il triangolo Berlino-Parigi- Roma è alla radice del progetto europeo, se ancora si crede in esso: spezzarlo o anche solo indebolirlo apre la strada a conseguenze molto serie. Il presidente emerito non lo ha detto in modo esplicito, ma era sottinteso: indebolire Angela Merkel, approfittando del momento di difficoltà della Cancelliera, rischia di essere un atto di autolesionismo perché la Germania che verrà dopo di lei sarà più dura e meno disponibile ad ascoltare la voce dei paesi del Sud. Gli stereotipi servono a poco, se non a incoraggiare i nemici dell’Europa. E fra i cliché pericolosi c’è quello che descrive “una Germania dominante e un’Italia poco affidabile”.
S’intende che l’intervento di Napolitano non è piaciuto affatto agli scettici, a coloro che lavorano per l’uscita dell’Italia dalla moneta unica. E in realtà è stato un invito a non lasciar cadere l’ideale dell’Europa integrata, l’Europa federale di Spinelli. Si dirà che tale ideale non è mai stato così maltrattato come oggi.
Ma è qui - altro sottinteso trasparente - che l’Italia dovrebbe impegnarsi: dare un senso alla propria insofferenza verso quello che non funziona nell’Unione vuol dire cercare un livello di confronto più alto con le altre capitali. In altre parole, abbandonare la tentazione di un’improbabile “resa dei conti” e ripartire da quel triangolo, ossia dal filo comune (se esiste ancora) tessuto con tedeschi e francesi. In particolare con una Germania pienamente europea, secondo la lezione di Schmidt e Kohl.
QUALCUNO dirà che le parole di Napolitano coincidono con la discesa in campo del “partito europeo”, finora abbastanza silente. In parte è vero, ma sono soprattutto ispirate al buonsenso. Fra spinte nazionaliste (Ungheria ma non solo) e populismi vari (Lega, Cinque Stelle, Le Pen, Varoufakis, forse Podemos, eccetera), un leader - leggi Renzi - deve sapere fin dove può spingersi per non fare il gioco degli avversari. E sa anche che i buoni risultati si ottengono attraverso duri negoziati condotti in penombra, non certo attraverso proclami enunciati in favore di telecamera. Napolitano non ha difeso l’Europa tedesca contro l’Europa post-austerità immaginata dal governo di Roma. Al contrario, ha sottolineato la giustezza delle “sollecitazioni critiche” e ha indicato i rischi di ulteriori chiusure, tali da rimettere in discussione addirittura gli accordi di Schengen sulla libera circolazione. Tuttavia ha anche lasciato capire che bisogna fare attenzione a non commettere errori quando si affronta la complessità del meccanismo che chiamiamo Unione.
LA cornice europea non può essere sgretolata, pena la certezza di ritrovarsi ai margini di processi planetari. Sono preoccupazioni pienamente condivise da Mattarella, in prima fila ad applaudire. Ed è significativo che Renzi, parlando alla Direzione del Pd, abbia sentito la necessità di richiamarsi anch’egli all’ideale europeo che l’Italia vuole custodire e non disperdere.
Sotto questo aspetto, sarebbe opportuno che il premier si recasse quanto prima all’isola di Ventotene - come egli ha ventilato - per rinverdire anche sul piano simbolico l’adesione all’antico sogno di Spinelli. Sarà pur vero - parole renziane - che «i governi appiattiti sulle politiche della Ue perdono sempre le elezioni ». Ma nessuno finora ha spiegato quale Europa nascerebbe da una serie di strappi ispirati al nazionalismo.
La Stampa 23.1.16
La replica del Pd alle critiche di Monti: “Abbiamo fatto riforme più incisive”
Taddei: “Con l’Ue è un problema di merito, non di toni”
di Alessandro Barbera
Taddei, l’ex premier Monti critica il modo in cui Renzi e il governo stanno gestendo i dossier in Europa: eccessiva leggerezza nelle dichiarazioni, toni da bar sport, un buon modo per non ottenere nulla. Lei che risponde?
«Il problema non sono i toni, ma il merito delle scelte. Le ultime parole di Mario Draghi affermano il ritorno della volatilità nell’economia mondiale. Questa tensione minaccia l’Europa e l’euro e ci chiama a decisioni veloci e coordinate tra governi».
L’obiezione di Monti è pertinente allora: proprio perché il momento è difficile occorre evitare di entrare come elefanti nella cristalleria. O no?
«Eviterei una discussione sui toni quando il problema sono il merito delle politiche. L’Italia ha deciso, in autonomia e per convinzione, di investire sulle riforme strutturali. Ha fatto, tra le altre cose, una riforma del mercato del lavoro ad una velocità sorprendente. L’abbiamo fatto perché la velocità di quella riforma era necessaria all’Italia e all’Europa. Non è forse lecito aspettarsi che anche l’Europa adotti la medesima velocità nel completare le scelte politiche a cui essa stessa si è vincolata?».
Il governo Monti ha realizzato riforme strutturali senza sentire il bisogno di sparare a zero contro Bruxelles. O no?
«Ha fatto certamente una riforma importante, quella delle pensioni, ma era costruita sul capitale politico dell’emergenza. Le riforme figlie dell’emergenza lasciano sempre il dubbio che i cittadini, passata l’emergenza, le ritirino. Le nostre riforme, partendo da quella del lavoro, sono figlie della politica, si reggono sulla convinzione. Abbiamo detto al Paese che era giusto farle, non che dovevamo farle. La loro forza è completamente diversa».
Che senso ha attaccare Juncker? Non è un ottimo modo per indebolire la Commissione e far prevalere le logiche nazionali?
«La Commissione Juncker doveva essere una innovazione rispetto a quella che l’aveva preceduta. Si era data la missione di rilanciare gli investimenti, il piano Juncker. È troppo chiedergli di realizzare i propri progetti? È compiere un’operazione di sponda al populismo anti-euro? Forse è vero il contrario. Guardiamo alle elezioni francesi: il populismo prende più voti dove più alta è la disoccupazione, non l’immigrazione. La mancanza di lavoro e investimenti sono il vero nemico dell’Europa».
Monti dice: se avete obiezioni sull’operato di Juncker, se pensate sia schiacciato sulla Germania, potete rivolgervi alla Corte di Giustizia europea.
«Non è un problema di procedura, ma di politica: non cerchiamo ritorsioni, ma collaborazione».
C’è voluto un anno e mezzo per fare la bad bank. Un po’ troppo non crede?
«Il governo ha fatto il possibile. I vertici delle istituzioni europee invece non hanno compreso l’esigenza della velocità nel superare il problema delle sofferenze bancarie per far ripartire il credito alle imprese. Si comprende l’importanza del problema, ma si sottovaluta l’importanza della velocità nella risposta».
La replica del Pd alle critiche di Monti: “Abbiamo fatto riforme più incisive”
Taddei: “Con l’Ue è un problema di merito, non di toni”
di Alessandro Barbera
Taddei, l’ex premier Monti critica il modo in cui Renzi e il governo stanno gestendo i dossier in Europa: eccessiva leggerezza nelle dichiarazioni, toni da bar sport, un buon modo per non ottenere nulla. Lei che risponde?
«Il problema non sono i toni, ma il merito delle scelte. Le ultime parole di Mario Draghi affermano il ritorno della volatilità nell’economia mondiale. Questa tensione minaccia l’Europa e l’euro e ci chiama a decisioni veloci e coordinate tra governi».
L’obiezione di Monti è pertinente allora: proprio perché il momento è difficile occorre evitare di entrare come elefanti nella cristalleria. O no?
«Eviterei una discussione sui toni quando il problema sono il merito delle politiche. L’Italia ha deciso, in autonomia e per convinzione, di investire sulle riforme strutturali. Ha fatto, tra le altre cose, una riforma del mercato del lavoro ad una velocità sorprendente. L’abbiamo fatto perché la velocità di quella riforma era necessaria all’Italia e all’Europa. Non è forse lecito aspettarsi che anche l’Europa adotti la medesima velocità nel completare le scelte politiche a cui essa stessa si è vincolata?».
Il governo Monti ha realizzato riforme strutturali senza sentire il bisogno di sparare a zero contro Bruxelles. O no?
«Ha fatto certamente una riforma importante, quella delle pensioni, ma era costruita sul capitale politico dell’emergenza. Le riforme figlie dell’emergenza lasciano sempre il dubbio che i cittadini, passata l’emergenza, le ritirino. Le nostre riforme, partendo da quella del lavoro, sono figlie della politica, si reggono sulla convinzione. Abbiamo detto al Paese che era giusto farle, non che dovevamo farle. La loro forza è completamente diversa».
Che senso ha attaccare Juncker? Non è un ottimo modo per indebolire la Commissione e far prevalere le logiche nazionali?
«La Commissione Juncker doveva essere una innovazione rispetto a quella che l’aveva preceduta. Si era data la missione di rilanciare gli investimenti, il piano Juncker. È troppo chiedergli di realizzare i propri progetti? È compiere un’operazione di sponda al populismo anti-euro? Forse è vero il contrario. Guardiamo alle elezioni francesi: il populismo prende più voti dove più alta è la disoccupazione, non l’immigrazione. La mancanza di lavoro e investimenti sono il vero nemico dell’Europa».
Monti dice: se avete obiezioni sull’operato di Juncker, se pensate sia schiacciato sulla Germania, potete rivolgervi alla Corte di Giustizia europea.
«Non è un problema di procedura, ma di politica: non cerchiamo ritorsioni, ma collaborazione».
C’è voluto un anno e mezzo per fare la bad bank. Un po’ troppo non crede?
«Il governo ha fatto il possibile. I vertici delle istituzioni europee invece non hanno compreso l’esigenza della velocità nel superare il problema delle sofferenze bancarie per far ripartire il credito alle imprese. Si comprende l’importanza del problema, ma si sottovaluta l’importanza della velocità nella risposta».
Corriere 23.1.16
«Non tagliateci il vitalizio» La ribellione degli ex eletti
di Virginia Piccolillo
ROMA «Decurtare il vitalizio? Ma ormai abbiamo tutti più di 70 anni e c’è una morìa molto alta. L’anno scorso se ne sono andati quasi in 100...». La vede così Gerardo Bianco, storico democristiano della Prima repubblica, fra i fondatori del Ppi, latinista. Audito in commissione Affari costituzionali, come presidente dell’Associazione degli ex deputati e senatori ha levato alto un monito: «Ricevo pacchi di lettere da personalità che hanno avuto incarichi di grande rilievo istituzionale: sono terrorizzati. Per alcuni è l’unico sostentamento. Già è stato decurtato per il prelievo di solidarietà. Nessuno ha obiettato nulla. Si può anche aumentare. Ma se continuiamo a tagliare ci sarà bisogno di una legge Bacchelli per i parlamentari». In commissione, l’ex ministro della Pubblica istruzione, martedì scorso, ha ribaltato tutte le accuse di privilegio che piovono sui titolari del vitalizio. Ipotizzando un attacco alle prerogative costituzionali e denunciando una «discriminazione rispetto agli altri cittadini». Addirittura? «Il vitalizio — spiega — non è una pensione. Ma una sorta di assicurazione che la Costituzione assegna ai parlamentari come garanzia di indipendenza». E poi la riforma delle pensioni, compresa la Fornero del 2011, «hanno fatto salvi i diritti dei cittadini maturati prima della loro entrata in vigore». E con il ricalcolo contributivo dei vitalizi in corso di erogazione, «ai parlamentari è negato ciò che si riconosce, invece, a tutti». Anche il presidente del Coordinamento delle Associazioni di consiglieri ed ex consiglieri regionali, Aldo Bottin, ha bocciato le proposte. Obiezioni che non hanno fatto cambiare idea al firmatario della proposta di legge costituzionale e presidente della commissione Andrea Mazziotti (Scelta civica) che ieri a i lfattoquotidiano.it ha detto: «Le argomentazioni sono comprensibili e alcune anche corrette, ma, come ha confermato il professor Beniamino Caravita di Toritto, il Parlamento ha il potere di legiferare su vitalizi e pensioni di parlamentari e consiglieri e la legge può prevedere anche interventi che tocchino i “mitici” diritti acquisiti, a condizione che gli interventi siano giustificati, proporzionali e ragionevoli. L’obiettivo è proprio questo: intervenire sulle situazioni di privilegio con disposizioni eque, ragionevoli e proporzionate».
«Non tagliateci il vitalizio» La ribellione degli ex eletti
di Virginia Piccolillo
ROMA «Decurtare il vitalizio? Ma ormai abbiamo tutti più di 70 anni e c’è una morìa molto alta. L’anno scorso se ne sono andati quasi in 100...». La vede così Gerardo Bianco, storico democristiano della Prima repubblica, fra i fondatori del Ppi, latinista. Audito in commissione Affari costituzionali, come presidente dell’Associazione degli ex deputati e senatori ha levato alto un monito: «Ricevo pacchi di lettere da personalità che hanno avuto incarichi di grande rilievo istituzionale: sono terrorizzati. Per alcuni è l’unico sostentamento. Già è stato decurtato per il prelievo di solidarietà. Nessuno ha obiettato nulla. Si può anche aumentare. Ma se continuiamo a tagliare ci sarà bisogno di una legge Bacchelli per i parlamentari». In commissione, l’ex ministro della Pubblica istruzione, martedì scorso, ha ribaltato tutte le accuse di privilegio che piovono sui titolari del vitalizio. Ipotizzando un attacco alle prerogative costituzionali e denunciando una «discriminazione rispetto agli altri cittadini». Addirittura? «Il vitalizio — spiega — non è una pensione. Ma una sorta di assicurazione che la Costituzione assegna ai parlamentari come garanzia di indipendenza». E poi la riforma delle pensioni, compresa la Fornero del 2011, «hanno fatto salvi i diritti dei cittadini maturati prima della loro entrata in vigore». E con il ricalcolo contributivo dei vitalizi in corso di erogazione, «ai parlamentari è negato ciò che si riconosce, invece, a tutti». Anche il presidente del Coordinamento delle Associazioni di consiglieri ed ex consiglieri regionali, Aldo Bottin, ha bocciato le proposte. Obiezioni che non hanno fatto cambiare idea al firmatario della proposta di legge costituzionale e presidente della commissione Andrea Mazziotti (Scelta civica) che ieri a i lfattoquotidiano.it ha detto: «Le argomentazioni sono comprensibili e alcune anche corrette, ma, come ha confermato il professor Beniamino Caravita di Toritto, il Parlamento ha il potere di legiferare su vitalizi e pensioni di parlamentari e consiglieri e la legge può prevedere anche interventi che tocchino i “mitici” diritti acquisiti, a condizione che gli interventi siano giustificati, proporzionali e ragionevoli. L’obiettivo è proprio questo: intervenire sulle situazioni di privilegio con disposizioni eque, ragionevoli e proporzionate».
Repubblica 23.1.16
Il commissario di Etruria “Va dichiarata insolvente”
Se la richiesta del liquidatore sarà accettata dal tribunale fallimentare la procura di Arezzo potrà indagare gli ex manager per bancarotta
di Fabio Tonacci
ROMA. Il salto di qualità che può fare l’inchiesta su Banca Etruria si intuisce nell’ultima riga della relazione firmata dal commissario liquidatore, Giuseppe Santoni, che per settimane ha spulciato i bilanci dell’istituto aretino. Va dichiarato «lo stato di insolvenza della Popolare, con ogni consequenziale provvedimento di legge», mette nero su bianco Santoni, a conclusione di un documento di diciotto pagine depositato al Tribunale fallimentare di Arezzo il 28 dicembre scorso. E se il collegio dei giudici il prossimo 8 febbraio deciderà in tal senso, come pare assai probabile, la procura di Arezzo avrà la carta per aprire il quinto fascicolo sull’Etruria. Il più devastante, potenzialmente. Perché indagando con una ipotesi di bancarotta fraudolenta, le spese deliberate dagli ex manager e segnalate dagli ispettori di Bankitalia rischiano di diventare altrettanti reati a carico degli stessi amministratori. Compreso Pier Luigi Boschi, che nell’ultimo cda aveva assunto il ruolo di vicepresidente.
Santoni, nel suo dossier che
Repubblica è in grado di anticipare, comincia proprio dalle ragioni che hanno portato al commissariamento voluto da Palazzo Koch nel febbraio dello scorso anno. «Era stato reso necessario a fronte dell’inerzia degli organi di governo di Banca Etruria nell’affrontare il progressivo aggravamento della situazione aziendale». Riporta diversi passaggi delle due ispezioni della Banca d’Italia fatte tra il 2013 e il 2015, condividendone gli esiti e ritenendole molto solide, tanto da assimilarle «a vere consulenze tecniche di ufficio, che non hanno bisogno di accertamenti ulteriori». Santoni individua nella gestione dei prestiti il punto cruciale per capire la parabola discendente della Popolare di Arezzo. «Le criticità affrontate con grave ritardo dagli organi aziendali erano consistite nella mancata tempestiva adozione di strategie, politiche e strutture dedicate alla gestione dei crediti deteriorati». Fuori dal gergo finanziario, si tratta di quei prestiti che l’Etruria negli anni ha concesso e che non sono mai rientrati per difficoltà economiche del beneficiario. Santoni li quantifica: «Al 31 dicembre 2014 ammontavano a circa 3 miliardi di euro». Ma è soprattutto il calcolo sulle perdite complessive a rendere quasi inevitabile la dichiarazione di insolvenza: «Al 30 settembre 2015 sono di 579,6 milioni di euro. È emerso un deficit patrimoniale di 557 milioni». Fin qui parlano i numeri. Ma in concreto, cosa significa?
Aprendo un’indagine per bancarotta fraudolenta, il procuratore capo di Arezzo Roberto Rossi avrebbe la possibilità di guardare dentro ai bilanci per vedere come, e da chi, sono stati dati i fidi bancari milionari che hanno spolpato le casse della banca. Ci sono poi da valutare le inconsistenti fidejussioni lasciate a garanzia dei crediti concessi, come segnalato da Bankitalia in moltissimi casi. Si potrebbe poi aprire un capitolo sui 15 milioni di euro di consulenze, decise dal cda. Erano necessarie? A chi sono state date? Così come potrebbe diventare un problema per gli ex manager la buonuscita da 1,1 milioni di euro al vecchio direttore generale Luca Bronchi (indagato) a maggio 2014, quando la Popolare navigava già sull’orlo del dissesto. Rossi stesso tre settimane fa, a margine dell’audizione davanti al Consiglio superiore della magistratura per il procedimento disciplinare a suo carico non ancora risolto, ha risposto così a chi gli chiedeva perché non avesse iscritto nel registro degli indagati i membri del cda dell’Etruria: «La banca può tranquillamente, finché è un ente privato in bonis (in attivo, ndr), utilizzare e sperperare il proprio denaro. Ma se la società dovesse andare in insolvenza, è chiaro che tante cose lecite potrebbero assumere un altro rilievo. Quando arriverà la relazione del commissario liquidatore, valuteremo che si può fare».
Dunque ora si guarda a una data, l’8 febbraio. Quel giorno al Tribunale fallimentare di Arezzo si confronteranno in aula lo stesso Santoni, l’ex presidente dell’Etruria Lorenzo Rosi, un delegato di Bankitalia e i due commissari che l’hanno traghettata fino al decreto salva- banche del governo il 22 novembre scorso. Se ci saranno le condizioni perché si apra una nuova inchiesta sull’Etruria e sulle persone che l’hanno guidata lo si capirà da quell’udienza.
Il commissario di Etruria “Va dichiarata insolvente”
Se la richiesta del liquidatore sarà accettata dal tribunale fallimentare la procura di Arezzo potrà indagare gli ex manager per bancarotta
di Fabio Tonacci
ROMA. Il salto di qualità che può fare l’inchiesta su Banca Etruria si intuisce nell’ultima riga della relazione firmata dal commissario liquidatore, Giuseppe Santoni, che per settimane ha spulciato i bilanci dell’istituto aretino. Va dichiarato «lo stato di insolvenza della Popolare, con ogni consequenziale provvedimento di legge», mette nero su bianco Santoni, a conclusione di un documento di diciotto pagine depositato al Tribunale fallimentare di Arezzo il 28 dicembre scorso. E se il collegio dei giudici il prossimo 8 febbraio deciderà in tal senso, come pare assai probabile, la procura di Arezzo avrà la carta per aprire il quinto fascicolo sull’Etruria. Il più devastante, potenzialmente. Perché indagando con una ipotesi di bancarotta fraudolenta, le spese deliberate dagli ex manager e segnalate dagli ispettori di Bankitalia rischiano di diventare altrettanti reati a carico degli stessi amministratori. Compreso Pier Luigi Boschi, che nell’ultimo cda aveva assunto il ruolo di vicepresidente.
Santoni, nel suo dossier che
Repubblica è in grado di anticipare, comincia proprio dalle ragioni che hanno portato al commissariamento voluto da Palazzo Koch nel febbraio dello scorso anno. «Era stato reso necessario a fronte dell’inerzia degli organi di governo di Banca Etruria nell’affrontare il progressivo aggravamento della situazione aziendale». Riporta diversi passaggi delle due ispezioni della Banca d’Italia fatte tra il 2013 e il 2015, condividendone gli esiti e ritenendole molto solide, tanto da assimilarle «a vere consulenze tecniche di ufficio, che non hanno bisogno di accertamenti ulteriori». Santoni individua nella gestione dei prestiti il punto cruciale per capire la parabola discendente della Popolare di Arezzo. «Le criticità affrontate con grave ritardo dagli organi aziendali erano consistite nella mancata tempestiva adozione di strategie, politiche e strutture dedicate alla gestione dei crediti deteriorati». Fuori dal gergo finanziario, si tratta di quei prestiti che l’Etruria negli anni ha concesso e che non sono mai rientrati per difficoltà economiche del beneficiario. Santoni li quantifica: «Al 31 dicembre 2014 ammontavano a circa 3 miliardi di euro». Ma è soprattutto il calcolo sulle perdite complessive a rendere quasi inevitabile la dichiarazione di insolvenza: «Al 30 settembre 2015 sono di 579,6 milioni di euro. È emerso un deficit patrimoniale di 557 milioni». Fin qui parlano i numeri. Ma in concreto, cosa significa?
Aprendo un’indagine per bancarotta fraudolenta, il procuratore capo di Arezzo Roberto Rossi avrebbe la possibilità di guardare dentro ai bilanci per vedere come, e da chi, sono stati dati i fidi bancari milionari che hanno spolpato le casse della banca. Ci sono poi da valutare le inconsistenti fidejussioni lasciate a garanzia dei crediti concessi, come segnalato da Bankitalia in moltissimi casi. Si potrebbe poi aprire un capitolo sui 15 milioni di euro di consulenze, decise dal cda. Erano necessarie? A chi sono state date? Così come potrebbe diventare un problema per gli ex manager la buonuscita da 1,1 milioni di euro al vecchio direttore generale Luca Bronchi (indagato) a maggio 2014, quando la Popolare navigava già sull’orlo del dissesto. Rossi stesso tre settimane fa, a margine dell’audizione davanti al Consiglio superiore della magistratura per il procedimento disciplinare a suo carico non ancora risolto, ha risposto così a chi gli chiedeva perché non avesse iscritto nel registro degli indagati i membri del cda dell’Etruria: «La banca può tranquillamente, finché è un ente privato in bonis (in attivo, ndr), utilizzare e sperperare il proprio denaro. Ma se la società dovesse andare in insolvenza, è chiaro che tante cose lecite potrebbero assumere un altro rilievo. Quando arriverà la relazione del commissario liquidatore, valuteremo che si può fare».
Dunque ora si guarda a una data, l’8 febbraio. Quel giorno al Tribunale fallimentare di Arezzo si confronteranno in aula lo stesso Santoni, l’ex presidente dell’Etruria Lorenzo Rosi, un delegato di Bankitalia e i due commissari che l’hanno traghettata fino al decreto salva- banche del governo il 22 novembre scorso. Se ci saranno le condizioni perché si apra una nuova inchiesta sull’Etruria e sulle persone che l’hanno guidata lo si capirà da quell’udienza.
Corriere 23.1.16
L’inchiesta
Obbligazioni rischiose anche ai risparmiatori «Etruria, decise il cda»
Il liquidatore: dichiarare subito lo stato di insolvenza
di Fiorenza Sarzanini
ROMA La decisione di vendere le obbligazioni subordinate di Etruria anche ai piccoli risparmiatori fu presa dai vertici della Banca. Nonostante le «raccomandazioni» degli organi di Vigilanza affinché ci si rivolgesse ai clienti istituzionali, furono date indicazioni per il rastrellamento del denaro proponendo un investimento tanto rischioso anche a chi non aveva gli strumenti di conoscenza per comprendere quanto alto fosse il pericolo di perdere i propri soldi. È questa la convinzione dei magistrati che indagano sul dissesto dell’Istituto di credito, al termine del primo esame delle denunce di chi si è ritrovato «in rosso» dopo il decreto del governo del 22 novembre scorso. I componenti degli ultimi due cda adesso rischiano grosso. Nella richiesta dello stato di insolvenza presentata dal liquidatore Giuseppe Santoni si chiede infatti di procedere «senza svolgere ulteriori approfondimenti», aprendo così la strada alla nuova inchiesta per bancarotta fraudolenta nei confronti dell’ultimo consiglio di amministrazione presieduto da Lorenzo Rosi e dai suoi vice Alfredo Berni e Pierluigi Boschi, padre della ministra per le Riforme, Maria Elena.
Le verifiche sulla gestione dell’Istituto di credito aretino si muove dunque sul doppio binario. Da una parte si verifica l’operato dei componenti del Cda e dei manager che nel 2013 gestirono una crisi patrimoniale tanto grave da arrivare al fallimento. Dall’altra, ci si concentra sui loro successori che — questo dice Santoni — continuarono a utilizzare il patrimonio della banca anche seguendo interessi personali e proseguendo in quell’opera di dissesto nonostante le indicazioni e «suggerimenti» che provenivano da Bankitalia. Il tribunale di Arezzo deciderà l’8 febbraio prossimo: la possibilità di un coinvolgimento di Rossi, Berni e Boschi appare adesso ben più concreta.
In attesa del «verdetto» il procuratore di Arezzo, Roberto Rossi, ha delegato per questo gli investigatori della Guardia di Finanza ad acquisire tutte le comunicazioni tra direzione generale e filiali per individuare i componenti della «catena di comando» che diede le indicazioni sulla politica da adottare per cercare di risanare i conti. Il reato ipotizzato per questo filone d’inchiesta è la truffa, proprio come a Civitavecchia dove è stato aperto un fascicolo dopo la morte di Luigi D’Angelo, il pensionato che si è suicidato quando ha scoperto di aver perso 11 mila euro. Sono decine gli esposti già arrivati, affidati a un pool di quattro pubblici ministeri. Saranno convocati tutti coloro che hanno presentato denuncia e poi si acquisirà il «fascicolo» bancario di ognuno proprio per le verifiche di ogni passaggio.
Il quadro appare comunque già delineato e riporta al 2013 quando i conti di Etruria erano già disastrosi. Analizzando le date delle convocazioni dei clienti effettuate dai funzionari delle varie filiali, è stato notato che sono tutte molto ravvicinate e proprio questo ha alimentato il sospetto che dal vertice sia arrivata una vera e propria direttiva. Il resto lo hanno fatto i dettagli contenuti nei vari esposti sulle modalità degli investimenti e soprattutto sulle comunicazioni inviate prima degli incontri negli uffici della banca, per informarli di aver modificato il loro «profilo». Una procedura seguita anche nel caso di Luigi D’Angelo. Sono stati gli specialisti del Nucleo Valutario — delegati all’indagine dal pm di Civitavecchia Alessandra D’Amore — a sequestrare la documentazione sul suo acquisto di obbligazioni. E hanno accertato che due mesi prima dell’acquisto delle obbligazioni l’uomo era stato giudicato cliente con un alto livello di affidabilità, requisito necessario per giustificare un investimento così rischioso. Le prime verifiche avvalorano l’ipotesi che la decisione di coinvolgere anche i piccoli risparmiatori sia stata presa agli inizi del 2013 e messa in pratica ad aprile. Ma che nei mesi successivi si sia continuato a rassicurare gli investitori nonostante Etruria fosse ormai in una situazione disastrosa.
L’inchiesta
Obbligazioni rischiose anche ai risparmiatori «Etruria, decise il cda»
Il liquidatore: dichiarare subito lo stato di insolvenza
di Fiorenza Sarzanini
ROMA La decisione di vendere le obbligazioni subordinate di Etruria anche ai piccoli risparmiatori fu presa dai vertici della Banca. Nonostante le «raccomandazioni» degli organi di Vigilanza affinché ci si rivolgesse ai clienti istituzionali, furono date indicazioni per il rastrellamento del denaro proponendo un investimento tanto rischioso anche a chi non aveva gli strumenti di conoscenza per comprendere quanto alto fosse il pericolo di perdere i propri soldi. È questa la convinzione dei magistrati che indagano sul dissesto dell’Istituto di credito, al termine del primo esame delle denunce di chi si è ritrovato «in rosso» dopo il decreto del governo del 22 novembre scorso. I componenti degli ultimi due cda adesso rischiano grosso. Nella richiesta dello stato di insolvenza presentata dal liquidatore Giuseppe Santoni si chiede infatti di procedere «senza svolgere ulteriori approfondimenti», aprendo così la strada alla nuova inchiesta per bancarotta fraudolenta nei confronti dell’ultimo consiglio di amministrazione presieduto da Lorenzo Rosi e dai suoi vice Alfredo Berni e Pierluigi Boschi, padre della ministra per le Riforme, Maria Elena.
Le verifiche sulla gestione dell’Istituto di credito aretino si muove dunque sul doppio binario. Da una parte si verifica l’operato dei componenti del Cda e dei manager che nel 2013 gestirono una crisi patrimoniale tanto grave da arrivare al fallimento. Dall’altra, ci si concentra sui loro successori che — questo dice Santoni — continuarono a utilizzare il patrimonio della banca anche seguendo interessi personali e proseguendo in quell’opera di dissesto nonostante le indicazioni e «suggerimenti» che provenivano da Bankitalia. Il tribunale di Arezzo deciderà l’8 febbraio prossimo: la possibilità di un coinvolgimento di Rossi, Berni e Boschi appare adesso ben più concreta.
In attesa del «verdetto» il procuratore di Arezzo, Roberto Rossi, ha delegato per questo gli investigatori della Guardia di Finanza ad acquisire tutte le comunicazioni tra direzione generale e filiali per individuare i componenti della «catena di comando» che diede le indicazioni sulla politica da adottare per cercare di risanare i conti. Il reato ipotizzato per questo filone d’inchiesta è la truffa, proprio come a Civitavecchia dove è stato aperto un fascicolo dopo la morte di Luigi D’Angelo, il pensionato che si è suicidato quando ha scoperto di aver perso 11 mila euro. Sono decine gli esposti già arrivati, affidati a un pool di quattro pubblici ministeri. Saranno convocati tutti coloro che hanno presentato denuncia e poi si acquisirà il «fascicolo» bancario di ognuno proprio per le verifiche di ogni passaggio.
Il quadro appare comunque già delineato e riporta al 2013 quando i conti di Etruria erano già disastrosi. Analizzando le date delle convocazioni dei clienti effettuate dai funzionari delle varie filiali, è stato notato che sono tutte molto ravvicinate e proprio questo ha alimentato il sospetto che dal vertice sia arrivata una vera e propria direttiva. Il resto lo hanno fatto i dettagli contenuti nei vari esposti sulle modalità degli investimenti e soprattutto sulle comunicazioni inviate prima degli incontri negli uffici della banca, per informarli di aver modificato il loro «profilo». Una procedura seguita anche nel caso di Luigi D’Angelo. Sono stati gli specialisti del Nucleo Valutario — delegati all’indagine dal pm di Civitavecchia Alessandra D’Amore — a sequestrare la documentazione sul suo acquisto di obbligazioni. E hanno accertato che due mesi prima dell’acquisto delle obbligazioni l’uomo era stato giudicato cliente con un alto livello di affidabilità, requisito necessario per giustificare un investimento così rischioso. Le prime verifiche avvalorano l’ipotesi che la decisione di coinvolgere anche i piccoli risparmiatori sia stata presa agli inizi del 2013 e messa in pratica ad aprile. Ma che nei mesi successivi si sia continuato a rassicurare gli investitori nonostante Etruria fosse ormai in una situazione disastrosa.
La Stampa 23.1.16
Comunali e Partito della Nazione
La minoranza Pd accusa Renzi
Il premier: “Il voto non va politicizzato”. Cuperlo: “Se sei capace, fai il segretario”
di Carlo Bertini
Che le amministrative e il referendum non saranno una passeggiata per il premier lo si è capito bene ieri, quando in direzione è venuta a galla la frattura profonda che incrina il Pd, sul nodo delle alleanze future e sul fantasma di Verdini che «squassa» il partito. Perché la minoranza che sferra un attacco al premier lo aspetterà al varco e non farà sconti se le cose non andranno bene alle urne di primavera. Visto che per loro se la sinistra va da sola quasi ovunque tranne a Milano e se le coalizioni si rompono in giro per l’Italia è anche colpa del leader-segretario. Il quale ha raccolto lodi solo per le sue parole nette sull’Europa sociale, su Schengen e i migranti, ma ha dovuto incassare una serie di colpi, che non lo impensieriscono granché, visto che neanche si è dato la pena di replicare, avendo più volte chiarito che Verdini non entra nella maggioranza.
Renzi guarda avanti, nega ripercussioni sul governo dalle urne di primavera, «a differenza di altri non vogliamo politicizzare il voto come stanno facendo amici e compagni della sinistra», dice, convinto che anche a Roma «pure se è difficile, ce la possiamo fare». Rivendica «l’operazione politica e costituzionale enorme» della riforma approvata, senza mai citare Verdini; rilancia la sfida del referendum, che «non è un plebiscito» ma il cui esito «segna fatalmente la mia credibilità»: da qui quella che il premier chiama «un’assunzione etica di responsabilità». E sfodera una battuta ad affetto, «sarà la prima volta nella storia in cui Berlusconi e Magistratura democratica staranno insieme, una cosa meravigliosa da guardare con i pop corn, insomma ci sarà una variegata alleanza del no che tenterà di lasciare le cose come sono. Il fronte della conservazione unirà molte realtà diverse».
Ed è proprio l’assonanza delle sue parole con quelle di Alfano che parla di fronte del sì come «atto di nascita di un nuovo bipolarismo di chi mira a status quo e chi al cambiamento» che insospettisce la minoranza. Quelli che gli contestano di non occuparsi del partito, invitandolo tra le righe a rinunciare al doppio ruolo, «se sei capace fai il segretario», lo strattona Gianni Cuperlo; che gli contestano di aver mollato Sel e la sinistra senza costruire alleanze. E soprattutto di non sgombrare il campo dallo spettro di Verdini. «Vedo con allarme che il perimetro di centrosinistra si restringe, nelle città più grandi non vengono rinnovate coalizioni ampie», dice Cuperlo. Che pur ammettendo che è Sel a rompere, attacca su una «diversa concezione delle alleanze», citando quanto accaduto in Senato e segnali come la battuta di Verdini sull’affiliazione al Pd alle politiche come la conferma che il Pd guarda al centro.
«Una lacerazione del centrosinistra è una scelta strategica che può squassare il Pd». Insomma, Cuperlo e compagni vorrebbero che «ci sia chiarezza su dove si vuole portare questo partito perché è su questo terreno che noi misureremo anche la possibilità di condividere le scelte fondamentali che riguardano il destino del Pd». Stessa linea di Speranza, che vuole «un segnale definitivo che Verdini non ha nulla a che fare con il pd e il centrosinistra, con lui si fa il partito della Nazione, noi vogliamo una cosa diversa». E a nulla valgono le rassicurazioni dei vertici del partito come la Serracchiani, «non c’è nulla di strano che le vicepresidenze delle commissioni vadano alle opposizioni», perché il sospetto ormai è diffuso. I bersaniani anzi sostengono che «nei comuni piccoli il partito della nazione lo stanno già facendo, l’assenza del Pd nei territori è emblematica e se Renzi non si accorge del malcontento...».
Comunali e Partito della Nazione
La minoranza Pd accusa Renzi
Il premier: “Il voto non va politicizzato”. Cuperlo: “Se sei capace, fai il segretario”
di Carlo Bertini
Che le amministrative e il referendum non saranno una passeggiata per il premier lo si è capito bene ieri, quando in direzione è venuta a galla la frattura profonda che incrina il Pd, sul nodo delle alleanze future e sul fantasma di Verdini che «squassa» il partito. Perché la minoranza che sferra un attacco al premier lo aspetterà al varco e non farà sconti se le cose non andranno bene alle urne di primavera. Visto che per loro se la sinistra va da sola quasi ovunque tranne a Milano e se le coalizioni si rompono in giro per l’Italia è anche colpa del leader-segretario. Il quale ha raccolto lodi solo per le sue parole nette sull’Europa sociale, su Schengen e i migranti, ma ha dovuto incassare una serie di colpi, che non lo impensieriscono granché, visto che neanche si è dato la pena di replicare, avendo più volte chiarito che Verdini non entra nella maggioranza.
Renzi guarda avanti, nega ripercussioni sul governo dalle urne di primavera, «a differenza di altri non vogliamo politicizzare il voto come stanno facendo amici e compagni della sinistra», dice, convinto che anche a Roma «pure se è difficile, ce la possiamo fare». Rivendica «l’operazione politica e costituzionale enorme» della riforma approvata, senza mai citare Verdini; rilancia la sfida del referendum, che «non è un plebiscito» ma il cui esito «segna fatalmente la mia credibilità»: da qui quella che il premier chiama «un’assunzione etica di responsabilità». E sfodera una battuta ad affetto, «sarà la prima volta nella storia in cui Berlusconi e Magistratura democratica staranno insieme, una cosa meravigliosa da guardare con i pop corn, insomma ci sarà una variegata alleanza del no che tenterà di lasciare le cose come sono. Il fronte della conservazione unirà molte realtà diverse».
Ed è proprio l’assonanza delle sue parole con quelle di Alfano che parla di fronte del sì come «atto di nascita di un nuovo bipolarismo di chi mira a status quo e chi al cambiamento» che insospettisce la minoranza. Quelli che gli contestano di non occuparsi del partito, invitandolo tra le righe a rinunciare al doppio ruolo, «se sei capace fai il segretario», lo strattona Gianni Cuperlo; che gli contestano di aver mollato Sel e la sinistra senza costruire alleanze. E soprattutto di non sgombrare il campo dallo spettro di Verdini. «Vedo con allarme che il perimetro di centrosinistra si restringe, nelle città più grandi non vengono rinnovate coalizioni ampie», dice Cuperlo. Che pur ammettendo che è Sel a rompere, attacca su una «diversa concezione delle alleanze», citando quanto accaduto in Senato e segnali come la battuta di Verdini sull’affiliazione al Pd alle politiche come la conferma che il Pd guarda al centro.
«Una lacerazione del centrosinistra è una scelta strategica che può squassare il Pd». Insomma, Cuperlo e compagni vorrebbero che «ci sia chiarezza su dove si vuole portare questo partito perché è su questo terreno che noi misureremo anche la possibilità di condividere le scelte fondamentali che riguardano il destino del Pd». Stessa linea di Speranza, che vuole «un segnale definitivo che Verdini non ha nulla a che fare con il pd e il centrosinistra, con lui si fa il partito della Nazione, noi vogliamo una cosa diversa». E a nulla valgono le rassicurazioni dei vertici del partito come la Serracchiani, «non c’è nulla di strano che le vicepresidenze delle commissioni vadano alle opposizioni», perché il sospetto ormai è diffuso. I bersaniani anzi sostengono che «nei comuni piccoli il partito della nazione lo stanno già facendo, l’assenza del Pd nei territori è emblematica e se Renzi non si accorge del malcontento...».
Repubblica 23.1.16
La svolta di Marino “Pronto a candidarmi” La sponda di D’Alema
di Tommaso Ciriaco
ROMA. «Sono pronto a ricandidarmi. Ma l’ultima parola la pronuncerò il sette marzo, quando finalmente si capirà che le primarie del Pd sono state senza senso». Ignazio Marino muore dalla voglia di tornare in pista. Lo confida a chiunque lo incontri. Da quando sabato scorso ha rimesso piede in Italia, ha intrapreso un vorticoso giro di colloqui privati. Al telefono o faccia a faccia, sonda riservatamente i big della galassia antirenziana. L’ultimo, tre giorni fa, è stato l’ex ministro Massimo Bray. «So che anche tu vorresti candidarti. Lavoriamo assieme alla soluzione migliore?». La voce è arrivata anche al largo del Nazareno, ed è scattato l’allarme. Perché a unire i due potenziali antagonisti di Roberto Giachetti è un link preciso: Massimo D’Alema. E un obiettivo comune: colpire la candidatura renziana nella Capitale.
Quando sul display del telefonino è comparso il numero di Bray, Marino ha colto la palla al balzo. L’ex titolare dei Beni culturali nel governo Letta (non riconfermato da Renzi) vuole davvero ostacolare la corsa di Giachetti. Ha una rete di relazioni che lo sostiene - a partire proprio da D’Alema - e un’esperienza politica maturata (proprio con Marino) nella fondazione dalemiana Italianieuropei. Con l’ex premier il sodalizio è antico. Senza contare il rapporto con Giuliano Amato, cementato dall’esperienza in Treccani. A dire il vero, neanche i bersaniani negano più la tentazione di indebolire Renzi sgambettandolo nella Capitale: «Il popolo del Pd è deluso ammette Davide Zoggia - il rischio è che un pezzo di partito si disimpegni. E Marino, si sa, ha ancora una sua forza...».
Ecco il cuore del piano, allora. Chi scommette sul fallimento delle primarie dem cerca di unire i nemici del premier. Boicottando i gazebo, poi lanciando una figura unitaria “di sinistra”. Per costringere il candidato dem al terzo posto alle Comunali, fuori dal ballottaggio. «So che Marino e Bray si sono parlati conferma il capo di Sel a Roma, Paolo Cento- ma hanno ragionato anche con Fassina. Bray è sostenuto da D’Alema, ma il nodo non sono i padrini politici: stavolta possiamo allargare il campo della sinistra con una proposta unitaria». E a Marino si torna. Con la lettera a Repubblica, il sindaco sfiduciato di fronte al notaio ha escluso di partecipare alle primarie. La strada, come ha rivelato in privato, è ormai un’altra: denunciare l’assenza di sfidanti a Giachetti, poi contrattaccare. Solo un’ombra offusca i suoi piani. «Appena tornerò a mostrarmi - confida in privato - riprenderanno gli attacchi». Si riferisce alla storiaccia degli scontrini, che l’hanno costretto nel ruolo di indagato. Per questo prende tempo. Per capire come muoversi, se muoversi.
Le incognite restano molte. C’è ad esempio un pezzo di sinistra dem che chiede a Bray di partecipare alle primarie, rendendo vano il “boicottaggio”. E c’è la variabile Stefano Fassina. Dovesse ritirarsi, favorirebbe un accordo tra antirenziani: «Si parte da Stefano, è ovvio - spiega Cento, a nome dei vendoliani - Il giorno dopo i gazebo del Pd tireremo un punto di sintesi». Proprio Fassina, intanto, continua a battere palmo a palmo le periferie dela Capitale. E non molla: «Vado avanti». Almeno fino al sette marzo, quando finalmente si potrà testare la rete antirenziana nella Capitale.
La svolta di Marino “Pronto a candidarmi” La sponda di D’Alema
di Tommaso Ciriaco
ROMA. «Sono pronto a ricandidarmi. Ma l’ultima parola la pronuncerò il sette marzo, quando finalmente si capirà che le primarie del Pd sono state senza senso». Ignazio Marino muore dalla voglia di tornare in pista. Lo confida a chiunque lo incontri. Da quando sabato scorso ha rimesso piede in Italia, ha intrapreso un vorticoso giro di colloqui privati. Al telefono o faccia a faccia, sonda riservatamente i big della galassia antirenziana. L’ultimo, tre giorni fa, è stato l’ex ministro Massimo Bray. «So che anche tu vorresti candidarti. Lavoriamo assieme alla soluzione migliore?». La voce è arrivata anche al largo del Nazareno, ed è scattato l’allarme. Perché a unire i due potenziali antagonisti di Roberto Giachetti è un link preciso: Massimo D’Alema. E un obiettivo comune: colpire la candidatura renziana nella Capitale.
Quando sul display del telefonino è comparso il numero di Bray, Marino ha colto la palla al balzo. L’ex titolare dei Beni culturali nel governo Letta (non riconfermato da Renzi) vuole davvero ostacolare la corsa di Giachetti. Ha una rete di relazioni che lo sostiene - a partire proprio da D’Alema - e un’esperienza politica maturata (proprio con Marino) nella fondazione dalemiana Italianieuropei. Con l’ex premier il sodalizio è antico. Senza contare il rapporto con Giuliano Amato, cementato dall’esperienza in Treccani. A dire il vero, neanche i bersaniani negano più la tentazione di indebolire Renzi sgambettandolo nella Capitale: «Il popolo del Pd è deluso ammette Davide Zoggia - il rischio è che un pezzo di partito si disimpegni. E Marino, si sa, ha ancora una sua forza...».
Ecco il cuore del piano, allora. Chi scommette sul fallimento delle primarie dem cerca di unire i nemici del premier. Boicottando i gazebo, poi lanciando una figura unitaria “di sinistra”. Per costringere il candidato dem al terzo posto alle Comunali, fuori dal ballottaggio. «So che Marino e Bray si sono parlati conferma il capo di Sel a Roma, Paolo Cento- ma hanno ragionato anche con Fassina. Bray è sostenuto da D’Alema, ma il nodo non sono i padrini politici: stavolta possiamo allargare il campo della sinistra con una proposta unitaria». E a Marino si torna. Con la lettera a Repubblica, il sindaco sfiduciato di fronte al notaio ha escluso di partecipare alle primarie. La strada, come ha rivelato in privato, è ormai un’altra: denunciare l’assenza di sfidanti a Giachetti, poi contrattaccare. Solo un’ombra offusca i suoi piani. «Appena tornerò a mostrarmi - confida in privato - riprenderanno gli attacchi». Si riferisce alla storiaccia degli scontrini, che l’hanno costretto nel ruolo di indagato. Per questo prende tempo. Per capire come muoversi, se muoversi.
Le incognite restano molte. C’è ad esempio un pezzo di sinistra dem che chiede a Bray di partecipare alle primarie, rendendo vano il “boicottaggio”. E c’è la variabile Stefano Fassina. Dovesse ritirarsi, favorirebbe un accordo tra antirenziani: «Si parte da Stefano, è ovvio - spiega Cento, a nome dei vendoliani - Il giorno dopo i gazebo del Pd tireremo un punto di sintesi». Proprio Fassina, intanto, continua a battere palmo a palmo le periferie dela Capitale. E non molla: «Vado avanti». Almeno fino al sette marzo, quando finalmente si potrà testare la rete antirenziana nella Capitale.
Repubblica 23.1.16
“È Sel che cerca la rottura non il Pd”
Renzi alla direzione: “Siamo la colonna della sinistra europea”. Ma Cuperlo passa all’attacco: “Se sei capace di fare il segretario, fallo. La minoranza qui non ha agibilità politica”. Verdini: “Io credo al partito della Nazione”
di Annalisa Cuzzocrea
ROMA. Non vorrebbe parlare di partito della nazione, Matteo Renzi, alla direzione pd. Ma di che fine ha fatto l’ideale europeo, di Sud che riparte, di una legge di stabilità col deficit più basso degli ultimi anni. Il segretario deve però una risposta agli interrogativi con cui Roberto Speranza, Gianni Cuperlo, Guglielmo Epifani e gli altri esponenti della minoranza del suo partito sono entrati ieri al Nazareno: cosa significano quelle vicepresidenze di commissione fatte ottenere al gruppo dei verdiniani? Qual è l’orizzonte del Pd in vista delle prossime comunali? Che senso ha lasciar dire ad Angelino Alfano che dopo il referendum si creeranno due nuovi fronti politici, uno per il cambiamento, l’altro per la conservazione?
Così, Renzi sgombra subito il campo usando più del solito la parola sinistra. Comincia unendosi al saluto di Matteo Orfini al regista Ettore Scola («grande personalità della sinistra italiana con cui sono state fatte tante battaglie importanti»). E continua: «Andiamo al referendum sulle riforme con la forza del Pd. E alla fine di questo percorso il Pd resterà il Pd. L’anima della rivoluzione italiana e contemporaneamente la colonna della sinistra europea». Quanto alla scelta di assumere su di sé l’esito della consultazione, ritirandosi di fronte a un no, chiarisce: «Una sconfitta al referendum non si può affrontare dicendo “ho non-vinto”: questo non è un tentativo di plebiscito, ma etica della responsabilità ». Poi la battuta: «Sarà la prima volta in cui Berlusconi e Magistratura democratica staranno insieme, è meraviglioso, da comprare i popocorn».
A una proposta di Gianni Cuperlo su Roma, Renzi ribatte: «Credo che l’idea di togliere il simbolo del Pd dalle elezioni sia assolutamente da respingere al mittente. Trovo strano non presentare il simbolo: l’ultima volta era il ‘94 o il ‘95, quando la Quercia non fu presentata, e non andò molto bene». Nella capitale, quindi, il Pd deve correre: «Si facciano le primarie, vinca il migliore. Si candidi chi deve e poi faremo una bella campagna elettorale». La data indicativa per le primarie nei comuni è il 6 marzo. Le regole «o si cambiano molto prima o non si cambiano, perché l’idea di farlo alla fine è insopportabile ». Ce l’ha con Sel e Si, con chi a sinistra sta «politicizzando» il voto nei comuni. Lamenta il premier che a Torino «amici e compagni della sinistra fuori da qui» hanno avviato «una campagna nazionale». E invece, a Cagliari, il Pd sostiene Massimo Zedda come negli ultimi cinque anni.
Attacca il fronte cui guarda la minoranza interna, Renzi. E Gianni Cuperlo lo guarda dritto negli occhi mentre chiede: «Sei capace di fare il segretario?». «All’ultimo congresso chiedevo di distinguere segretario e governo - ricorda il leader di Sinistradem - è andata diversamente, ma oggi chiedo a Renzi se è in grado di esercitare il ruolo del segretario: non per le capacità, ma per il limite naturale delle 24 ore». E ancora: «Se lo puoi fare, fallo. Perchè un partito va guidato, strutturato, organizzato, per evitare che si torni al potere dei notabili ». «In questo partito - dice ancora - alle minoranze non è garantita una vera agibilità politica. Avevo proposto un congresso tematico: se la strada non è quella troviamone un’altra ma lasciare le cose come stanno ora è un errore e una rimozione, soprattutto sui territori». Domande cui Matteo Renzi decide di non replicare. Come non risponde a Roberto Speranza, che entrando al Nazareno chiedeva: «C’è bisogno di dare un segnale definitivo sul fatto che Verdini non è il centrosinistra e che anche l’alleanza con Alfano è temporanea». A ribattere da Bersaglio Mobile, su La7, è invece proprio Denis Verdini: «A quelli del Pd che fanno chiasso ricordo che sono 112 al Senato. La maggioranza è 161. Punto». Pur contestando la ricostruzione sulle vicepresidenze in commissione, ammette: «Senza di noi non passavano le riforme, è incontestabile ». E infine: «Io credo al partito della nazione».
“È Sel che cerca la rottura non il Pd”
Renzi alla direzione: “Siamo la colonna della sinistra europea”. Ma Cuperlo passa all’attacco: “Se sei capace di fare il segretario, fallo. La minoranza qui non ha agibilità politica”. Verdini: “Io credo al partito della Nazione”
di Annalisa Cuzzocrea
ROMA. Non vorrebbe parlare di partito della nazione, Matteo Renzi, alla direzione pd. Ma di che fine ha fatto l’ideale europeo, di Sud che riparte, di una legge di stabilità col deficit più basso degli ultimi anni. Il segretario deve però una risposta agli interrogativi con cui Roberto Speranza, Gianni Cuperlo, Guglielmo Epifani e gli altri esponenti della minoranza del suo partito sono entrati ieri al Nazareno: cosa significano quelle vicepresidenze di commissione fatte ottenere al gruppo dei verdiniani? Qual è l’orizzonte del Pd in vista delle prossime comunali? Che senso ha lasciar dire ad Angelino Alfano che dopo il referendum si creeranno due nuovi fronti politici, uno per il cambiamento, l’altro per la conservazione?
Così, Renzi sgombra subito il campo usando più del solito la parola sinistra. Comincia unendosi al saluto di Matteo Orfini al regista Ettore Scola («grande personalità della sinistra italiana con cui sono state fatte tante battaglie importanti»). E continua: «Andiamo al referendum sulle riforme con la forza del Pd. E alla fine di questo percorso il Pd resterà il Pd. L’anima della rivoluzione italiana e contemporaneamente la colonna della sinistra europea». Quanto alla scelta di assumere su di sé l’esito della consultazione, ritirandosi di fronte a un no, chiarisce: «Una sconfitta al referendum non si può affrontare dicendo “ho non-vinto”: questo non è un tentativo di plebiscito, ma etica della responsabilità ». Poi la battuta: «Sarà la prima volta in cui Berlusconi e Magistratura democratica staranno insieme, è meraviglioso, da comprare i popocorn».
A una proposta di Gianni Cuperlo su Roma, Renzi ribatte: «Credo che l’idea di togliere il simbolo del Pd dalle elezioni sia assolutamente da respingere al mittente. Trovo strano non presentare il simbolo: l’ultima volta era il ‘94 o il ‘95, quando la Quercia non fu presentata, e non andò molto bene». Nella capitale, quindi, il Pd deve correre: «Si facciano le primarie, vinca il migliore. Si candidi chi deve e poi faremo una bella campagna elettorale». La data indicativa per le primarie nei comuni è il 6 marzo. Le regole «o si cambiano molto prima o non si cambiano, perché l’idea di farlo alla fine è insopportabile ». Ce l’ha con Sel e Si, con chi a sinistra sta «politicizzando» il voto nei comuni. Lamenta il premier che a Torino «amici e compagni della sinistra fuori da qui» hanno avviato «una campagna nazionale». E invece, a Cagliari, il Pd sostiene Massimo Zedda come negli ultimi cinque anni.
Attacca il fronte cui guarda la minoranza interna, Renzi. E Gianni Cuperlo lo guarda dritto negli occhi mentre chiede: «Sei capace di fare il segretario?». «All’ultimo congresso chiedevo di distinguere segretario e governo - ricorda il leader di Sinistradem - è andata diversamente, ma oggi chiedo a Renzi se è in grado di esercitare il ruolo del segretario: non per le capacità, ma per il limite naturale delle 24 ore». E ancora: «Se lo puoi fare, fallo. Perchè un partito va guidato, strutturato, organizzato, per evitare che si torni al potere dei notabili ». «In questo partito - dice ancora - alle minoranze non è garantita una vera agibilità politica. Avevo proposto un congresso tematico: se la strada non è quella troviamone un’altra ma lasciare le cose come stanno ora è un errore e una rimozione, soprattutto sui territori». Domande cui Matteo Renzi decide di non replicare. Come non risponde a Roberto Speranza, che entrando al Nazareno chiedeva: «C’è bisogno di dare un segnale definitivo sul fatto che Verdini non è il centrosinistra e che anche l’alleanza con Alfano è temporanea». A ribattere da Bersaglio Mobile, su La7, è invece proprio Denis Verdini: «A quelli del Pd che fanno chiasso ricordo che sono 112 al Senato. La maggioranza è 161. Punto». Pur contestando la ricostruzione sulle vicepresidenze in commissione, ammette: «Senza di noi non passavano le riforme, è incontestabile ». E infine: «Io credo al partito della nazione».
Repubblica 23.1.16
La paura del fronte laico “Ora rischia di saltare tutto”
I cattodem: allora ascoltino
di Goffredo De Marchis
ROMA. Il fronte cattolico del Pd ricomincia a credere in una mediazione che cambi la legge sulle coppie gay. «Dopo le parole del Papa — sentenzia la renziana Rosa Maria Di Giorgi — a essere preoccupati saranno i laici ». Quindi, la strada secondo i cattodem è segnata: si parte dalla modifica ai richiami al codice civile che fanno assomigliare le unioni al matrimonio e si arriva alla stepchild adoption, che secondo i cattolici deve ancora trovare una giusta formulazione: con l’affido, con due anni di transizione prima dell’adozione completa, con un compromesso insomma che salvi tutta la legge.
In effetti il fronte favorevole al disegno di legge di Monica Cirinnà manda segnali di fibrillazione. Qualche parlamentare ha sentito ieri mattina il ministro Maria Elena Boschi, cattolica sì ma sostenitrice di una legge che garantisca diritti pieni alle coppie gay, adozione compresa. «Sono agitata per i numeri in Senato», spiegava la Boschi. Allora cambiamo il testo, cerchiamo una via d’uscita dentro al Pd che tenga unito il partito, è stata la replica degli interlocutori. La risposta del ministro è stato un no. Motivato così: se correggiamo la stepchil perdo voti da una parte e non sono sicura di recuperarli dall’altra ». Come dire che una parte dei dem continuano a fare affidamento sui sì dei 5stelle mentre non sanno come si comporterà il gruppo del Nuovo centrodestra.
Comunque l’uscita di Francesco ha rimesso in moto una trattativa interna frenetica, alla quale Matteo Renzi guarda con attenzione. La linea in fondo resta sempre uguale: scommettere sul voto segreto lasciando libertà di coscienza totale. L’importante è salvare l’architrave della legge, ovvero i diritti delle coppie gay ed avere finalmente una norma sulle unioni civili. E se le adozioni dovessero finire in minoranza, rinviare il tema a un prossimo provvedimento. Il massimo impegno da parte di Renzi è che non salti tutto, che la legge non si impantani e che l’opinione pubblica non sia disorientata dalla scelta finale.
Per questo Cirinnà e Boschi discutono anche di un piano B: no allo stralcio, no a modifiche dell’adozione del figlio del partner. Se la maggioranza va sotto sulla stepchild, meglio il vuoto legislativo. «Tanto ormai i giudici concedono sempre l’adozione piena», sottolinea un senatore laico del Pd. Ogni altra mediazione sarebbe al ribasso rispetto alla rotta seguita dalla magistratura in questi casi.
È la posizione che ha confermato anche il capogruppo alla Camera Ettore Rosato in una lunga riunione notturna l’altro ieri. Ma non è la posizione dei cattolici e nemmeno di alcuni laici dem. Walter Verini per esempio si sta spendendo per un accordo preventivo, che tenga insieme il Pd al momento del voto in aula (l’esame comincia giovedì). Alfredo Bazoli, dell’ala cattolica, spiega che «ci sono tanti modi per trovare un compromesso. I 2 anni di affido è un modo, ma con uno sforzo di fantasia si elaborano anche altre proposte».
Renzi sembra consapevole, in vista del traguardo, che un’intesa nel Pd renderebbe tutto più facile, che il cammino della legge dipende anche dalla compattezza del gruppo. «Il discorso è molto semplice - spiega Ernesto Preziosi, uno dei capofila della battaglia cattolica -. Il Pd deve ascoltarci se vuole davvero diventare un partito plurale, se tutte le posizioni hanno diritto di cittadinanza in questo partito». Anche perchè, aggiunge Preziosi, «quando il 30 si svolgerà il Family day ci accorgeremo che in quella piazza non ci sono solo elettori di centrodestra ». Nessuno, nel fronte dei cattodem, mette in discussione le unioni civili «e voglio proprio vedere come farà Alfano a negare dei diritti alle persone», dice Di Giorgi. Ma alcune correzioni, insistono, sono necessarie e, lasciano capire, garantirebbero la tranquilla navigazione del provvedimento, malgrado i voti segreti e gli scontri ideologici.
È un fatto che lo scambio quotidiano di idee e proposte sia ripreso a Largo del Nazareno. Anche se ormai c’è pochissimo tempo per un accordo.
La paura del fronte laico “Ora rischia di saltare tutto”
I cattodem: allora ascoltino
di Goffredo De Marchis
ROMA. Il fronte cattolico del Pd ricomincia a credere in una mediazione che cambi la legge sulle coppie gay. «Dopo le parole del Papa — sentenzia la renziana Rosa Maria Di Giorgi — a essere preoccupati saranno i laici ». Quindi, la strada secondo i cattodem è segnata: si parte dalla modifica ai richiami al codice civile che fanno assomigliare le unioni al matrimonio e si arriva alla stepchild adoption, che secondo i cattolici deve ancora trovare una giusta formulazione: con l’affido, con due anni di transizione prima dell’adozione completa, con un compromesso insomma che salvi tutta la legge.
In effetti il fronte favorevole al disegno di legge di Monica Cirinnà manda segnali di fibrillazione. Qualche parlamentare ha sentito ieri mattina il ministro Maria Elena Boschi, cattolica sì ma sostenitrice di una legge che garantisca diritti pieni alle coppie gay, adozione compresa. «Sono agitata per i numeri in Senato», spiegava la Boschi. Allora cambiamo il testo, cerchiamo una via d’uscita dentro al Pd che tenga unito il partito, è stata la replica degli interlocutori. La risposta del ministro è stato un no. Motivato così: se correggiamo la stepchil perdo voti da una parte e non sono sicura di recuperarli dall’altra ». Come dire che una parte dei dem continuano a fare affidamento sui sì dei 5stelle mentre non sanno come si comporterà il gruppo del Nuovo centrodestra.
Comunque l’uscita di Francesco ha rimesso in moto una trattativa interna frenetica, alla quale Matteo Renzi guarda con attenzione. La linea in fondo resta sempre uguale: scommettere sul voto segreto lasciando libertà di coscienza totale. L’importante è salvare l’architrave della legge, ovvero i diritti delle coppie gay ed avere finalmente una norma sulle unioni civili. E se le adozioni dovessero finire in minoranza, rinviare il tema a un prossimo provvedimento. Il massimo impegno da parte di Renzi è che non salti tutto, che la legge non si impantani e che l’opinione pubblica non sia disorientata dalla scelta finale.
Per questo Cirinnà e Boschi discutono anche di un piano B: no allo stralcio, no a modifiche dell’adozione del figlio del partner. Se la maggioranza va sotto sulla stepchild, meglio il vuoto legislativo. «Tanto ormai i giudici concedono sempre l’adozione piena», sottolinea un senatore laico del Pd. Ogni altra mediazione sarebbe al ribasso rispetto alla rotta seguita dalla magistratura in questi casi.
È la posizione che ha confermato anche il capogruppo alla Camera Ettore Rosato in una lunga riunione notturna l’altro ieri. Ma non è la posizione dei cattolici e nemmeno di alcuni laici dem. Walter Verini per esempio si sta spendendo per un accordo preventivo, che tenga insieme il Pd al momento del voto in aula (l’esame comincia giovedì). Alfredo Bazoli, dell’ala cattolica, spiega che «ci sono tanti modi per trovare un compromesso. I 2 anni di affido è un modo, ma con uno sforzo di fantasia si elaborano anche altre proposte».
Renzi sembra consapevole, in vista del traguardo, che un’intesa nel Pd renderebbe tutto più facile, che il cammino della legge dipende anche dalla compattezza del gruppo. «Il discorso è molto semplice - spiega Ernesto Preziosi, uno dei capofila della battaglia cattolica -. Il Pd deve ascoltarci se vuole davvero diventare un partito plurale, se tutte le posizioni hanno diritto di cittadinanza in questo partito». Anche perchè, aggiunge Preziosi, «quando il 30 si svolgerà il Family day ci accorgeremo che in quella piazza non ci sono solo elettori di centrodestra ». Nessuno, nel fronte dei cattodem, mette in discussione le unioni civili «e voglio proprio vedere come farà Alfano a negare dei diritti alle persone», dice Di Giorgi. Ma alcune correzioni, insistono, sono necessarie e, lasciano capire, garantirebbero la tranquilla navigazione del provvedimento, malgrado i voti segreti e gli scontri ideologici.
È un fatto che lo scambio quotidiano di idee e proposte sia ripreso a Largo del Nazareno. Anche se ormai c’è pochissimo tempo per un accordo.
La Stampa 23.1.16
Presentati 6mila emendamenti
Circa seimila gli emendamenti depositati al ddl Cirinnà. La maggior parte della Lega (5 mila), 300 quelli di Forza Italia e 85 da Ap. Gli emendamenti presentati dal Pd al ddl Cirinna’ sono 60. Di questi nove sono degli esponenti cattolici dem. «I 6000 emendamenti che sono stati presentati al ddl Cirinna dicono quanto sia profondo il disagio che c’è attualmente tra i colleghi del Senato. Io mi auguro davvero che non si voglia tagliare questi emendamenti considerandoli inammissibili, riducendo quindi lo spazio di dibattito di cui c’è assoluto bisogno anche perché è mancato in commissione». A dirlo è Paola Binetti, deputato del Gruppo Area Popolare (Ncd-Udc).
Presentati 6mila emendamenti
Circa seimila gli emendamenti depositati al ddl Cirinnà. La maggior parte della Lega (5 mila), 300 quelli di Forza Italia e 85 da Ap. Gli emendamenti presentati dal Pd al ddl Cirinna’ sono 60. Di questi nove sono degli esponenti cattolici dem. «I 6000 emendamenti che sono stati presentati al ddl Cirinna dicono quanto sia profondo il disagio che c’è attualmente tra i colleghi del Senato. Io mi auguro davvero che non si voglia tagliare questi emendamenti considerandoli inammissibili, riducendo quindi lo spazio di dibattito di cui c’è assoluto bisogno anche perché è mancato in commissione». A dirlo è Paola Binetti, deputato del Gruppo Area Popolare (Ncd-Udc).
La Stampa 23.1.16
Cirinnà: “Il Pontefice fa il suo mestiere. Ma anche il Parlamento farà il suo”
La relatrice: “Miglioreremo il testo senza stravolgerlo”
di Giacomo Galeazzi
Il Papa fa il suo mestiere, il Parlamento anche». A una settimana dal Family Day, il monito di Francesco suona come un endorsement alla crociata anti-unioni civili, ma la senatrice del Pd Monica Cirinnà non arretra. «Non è tempo di guerre tra cattolici e laici, c’è la maggioranza per approvare la legge», spiega.
Quanto incide l’intervento del Papa sul ddl Cirinnà?
«È un pronunciamento che qualifica il dibattito. Il Papa va ascoltato e non commentato. Per anni le unioni civili sono rimaste ai margini della discussione pubblica. Ora è il Paese intero che ne parla e questo è un bene. Siamo nel momento decisivo, siamo pronti per l’aula, abbiamo gli emendamenti e sono tutti degni di rispetto. È in corso un tentativo di dialogo, abbiamo una settimana di tempo per valutare i miglioramenti al testo, ma non per stravolgerlo. Le unioni civili sono una realtà nella società, devono anche diventarlo all’interno del nostro ordinamento. Ci siamo ormai».
Ci saranno i numeri in aula?
«Sì. Il Pd e la maggioranza che sostiene il ddl accoglieranno emendamenti utili. È cresciuta la sensibilità sul tema, al pari della convinzione che la legge si deve fare. Il Parlamento ha i numeri per colmare il ritardo imperdonabile per il quale l’Italia è stata condannata dalla Corte europea e invitato a porre al più presto rimedio. Risolveremo la questione della genitorialità. La “stepchild adoption” non è uno scoglio insormontabile. Tutti i contributi vanno valutati senza pregiudizi. Così anche le nostre proposte. In un clima sereno».
Quale soluzione vede? Insomma non è più un testo blindato?
«La priorità è la tutela più ampia possibile dei minori presenti nelle famiglie omogenitoriali. Va garantita la continuità affettiva. Ci sono proposte di modifica del testo che possono aiutarci a trovare una sintesi, come l’emendamento firmato da Lumia e Fedeli all’articolo 5 del ddl: il giudice può disporre verifiche e indagini dopo la richiesta inoltrata al Tribunale dei minori da parte dell’unione civile di persone dello stesso sesso. Ciò che più conta è il preminente interesse del minore.I tempi sono maturi, siamo riusciti a tenere alto il confronto. E la nostra proposta di legge rispetta la Costituzione».
Il 30 gennaio i cattolici manifesteranno a San Giovanni in Laterano contro le unioni civili. Non teme gli effetti politici?
«Ognuno fa la sua parte. Il Family Day e la manifestazione arcobaleno hanno pari dignità. Tutta la gente che scende in piazza merita rispetto. Sfileranno famiglie in entrambi gli appuntamenti. Finalmente in Italia c’è dibattito culturale e il Paese intero discute di un argomento che finora è stato tabù».
Però la linea di Palazzo Chigi è che il testo deve andare in aula cercando di trovare una mediazione nei passaggi più controversi, per poi lasciare libertà di coscienza ai parlamentari...
«Il premier Matteo Renzi ha ribadito la priorità dell’assoluta tutela dei bambini nelle famiglie omogenitoriali. Ho apprezzato molto il lavoro parlamentare di questi giorni per presentare degli emendamenti che potessero migliorare il testo. C’è atmosfera costruttiva e non scontro da opposte barricate».
Cirinnà: “Il Pontefice fa il suo mestiere. Ma anche il Parlamento farà il suo”
La relatrice: “Miglioreremo il testo senza stravolgerlo”
di Giacomo Galeazzi
Il Papa fa il suo mestiere, il Parlamento anche». A una settimana dal Family Day, il monito di Francesco suona come un endorsement alla crociata anti-unioni civili, ma la senatrice del Pd Monica Cirinnà non arretra. «Non è tempo di guerre tra cattolici e laici, c’è la maggioranza per approvare la legge», spiega.
Quanto incide l’intervento del Papa sul ddl Cirinnà?
«È un pronunciamento che qualifica il dibattito. Il Papa va ascoltato e non commentato. Per anni le unioni civili sono rimaste ai margini della discussione pubblica. Ora è il Paese intero che ne parla e questo è un bene. Siamo nel momento decisivo, siamo pronti per l’aula, abbiamo gli emendamenti e sono tutti degni di rispetto. È in corso un tentativo di dialogo, abbiamo una settimana di tempo per valutare i miglioramenti al testo, ma non per stravolgerlo. Le unioni civili sono una realtà nella società, devono anche diventarlo all’interno del nostro ordinamento. Ci siamo ormai».
Ci saranno i numeri in aula?
«Sì. Il Pd e la maggioranza che sostiene il ddl accoglieranno emendamenti utili. È cresciuta la sensibilità sul tema, al pari della convinzione che la legge si deve fare. Il Parlamento ha i numeri per colmare il ritardo imperdonabile per il quale l’Italia è stata condannata dalla Corte europea e invitato a porre al più presto rimedio. Risolveremo la questione della genitorialità. La “stepchild adoption” non è uno scoglio insormontabile. Tutti i contributi vanno valutati senza pregiudizi. Così anche le nostre proposte. In un clima sereno».
Quale soluzione vede? Insomma non è più un testo blindato?
«La priorità è la tutela più ampia possibile dei minori presenti nelle famiglie omogenitoriali. Va garantita la continuità affettiva. Ci sono proposte di modifica del testo che possono aiutarci a trovare una sintesi, come l’emendamento firmato da Lumia e Fedeli all’articolo 5 del ddl: il giudice può disporre verifiche e indagini dopo la richiesta inoltrata al Tribunale dei minori da parte dell’unione civile di persone dello stesso sesso. Ciò che più conta è il preminente interesse del minore.I tempi sono maturi, siamo riusciti a tenere alto il confronto. E la nostra proposta di legge rispetta la Costituzione».
Il 30 gennaio i cattolici manifesteranno a San Giovanni in Laterano contro le unioni civili. Non teme gli effetti politici?
«Ognuno fa la sua parte. Il Family Day e la manifestazione arcobaleno hanno pari dignità. Tutta la gente che scende in piazza merita rispetto. Sfileranno famiglie in entrambi gli appuntamenti. Finalmente in Italia c’è dibattito culturale e il Paese intero discute di un argomento che finora è stato tabù».
Però la linea di Palazzo Chigi è che il testo deve andare in aula cercando di trovare una mediazione nei passaggi più controversi, per poi lasciare libertà di coscienza ai parlamentari...
«Il premier Matteo Renzi ha ribadito la priorità dell’assoluta tutela dei bambini nelle famiglie omogenitoriali. Ho apprezzato molto il lavoro parlamentare di questi giorni per presentare degli emendamenti che potessero migliorare il testo. C’è atmosfera costruttiva e non scontro da opposte barricate».
La Stampa 23.1.16
Il Renzi scout “sfila” il governo“
Adozioni? Per il Pd libertà di voto”
Il premier sceglie la via dell’equidistanza: “Legge non rinviabile”
di Fabio Martini
Da ex scout che conosce il gergo e gli umori del mondo cattolico, Matteo Renzi già da diversi giorni aveva intuito che nel corpo della Chiesa italiana si stava smuovendo qualcosa di profondo.
E così, esattamente due ore prima dell’esternazione del Papa, il presidente del Consiglio ha “sfilato” il governo dalla questione che più sta a cuore al Vaticano, quella delle adozioni per le coppie gay: «La legge va fatta - ha detto Renzi all’emittente Rtl 102,5 - ma ci sono dei nodi su cui, invece, ancora non è chiarissimo se ci sarà un punto di equilibrio e se non troveremo i punti di equilibrio bisognerà votare in Parlamento, scrutinio libero, voto di coscienza, e a quel punto vedremo il Parlamento cosa ne penserà».
Qualche ora più tardi, dopo l’intervento del Papa, Renzi è tornato a parlare davanti alla direzione del Pd e ha tenuto il punto: «Siamo rimasti l’unico Paese dei 28 senza una disciplina sulle unioni civili, è fondamentale che si chiuda. Cercando il più possibile di ascoltarsi: sui temi etici ci sarà libertà di coscienza come doveroso che sia, ma si sappia che per il Pd la riforma è “irrinviabile”».
E così nel giorno dell’importante pronunciamento papale, Matteo Renzi, da una parte mantiene la rotta sul dovere di fare una legge e dall’altra ha disimpegnato il governo dalla questione più spinosa. Un Renzi “laico” e al tempo stesso attento alla “sirena cattolica”, un Renzi che si prepara al complicato passaggio parlamentare con un atteggiamento che gli consenta di dire: se la legge passa, l’ho fatta io; se la legge non passa o viene compromessa, la colpa è del Parlamento. E infatti Renzi non dice quali e quanti siano i punti «eticamente sensibili» sui quali il Pd si tiene le mani libere, anche se si può immaginare che si riferisca anzitutto alle adozioni.
E da palazzo Chigi parte anche un altro messaggio di equidistanza. Nell’imminenza di due manifestazioni di piazza contrapposte, quella di sostegno al ddl Cirinnà (dal nome della senatrice Pd, prima firmataria) e quella del Family Day, esplicitamente contro la legge voluta dal capo del governo, Renzi annuncia un atteggiamento di diffusa simpatia: «Credo che dove c’è un popolo ci sia sempre da avere grandissimo rispetto: verso il Family Day, che si terrà nei prossimi giorni, e verso le comunità Lgbt che organizzeranno delle iniziative».
E i ministri che hanno annunciato di partecipare al Family Day indetto contro la legge voluta dal Pd? «Sono liberi di andare a tutte le manifestazioni che vogliono, non vedo perché dovremmo essere arrabbiati se uno o più ministri parteciperanno al Family Day, così come altri ministri hanno partecipato ad altre iniziative, non c’è nessun problema».
Caldeggiando una legge sulle unioni civili in linea con la legislazione vigente nel resto dell’Europa, a prescindere dagli orientamenti della Chiesa, finora Matteo Renzi ha tenuto un atteggiamento da “cattolico adulto”, lo stesso atteggiamento che lui stesso, partecipando nel 2007 al primo Family Day, aveva invece rimproverato al governo Prodi. Sin dai primi giorni del suo governo, quasi due anni fa, Renzi aveva promesso una legge sulle unioni civili, da lui considerata matura, e nelle settimane scorse, una volta completata la ricognizione delle forze in campo, aveva deciso la rotta: approvare la legge facendo maggioranza con i Cinque Stelle e lasciando all’Ncd la bandiera del “fondamentalismo” cattolico.
Ma negli ultimi giorni il quadro è cambiato e Renzi ne ha tenuto conto: nel Pd è cresciuta una corposa fronda cattolica (che attraversa il fronte renziano), l’adesione al Family Day si preannuncia larga, il Papa ha detto la sua, nelle votazioni segrete al Senato, in programma dai primi di febbraio, ogni sorpresa è possibile. E così che è maturato il “lodo Renzi”: sì alle unioni civili non osteggiate dalla Chiesa («Giusto dare risposte» ha detto il segretario della Cei, monsignor Galantino), ma libero voto sulle adozioni, quello che lo stesso Galantino ha invece chiesto di «tenere fuori».
Il Renzi scout “sfila” il governo“
Adozioni? Per il Pd libertà di voto”
Il premier sceglie la via dell’equidistanza: “Legge non rinviabile”
di Fabio Martini
Da ex scout che conosce il gergo e gli umori del mondo cattolico, Matteo Renzi già da diversi giorni aveva intuito che nel corpo della Chiesa italiana si stava smuovendo qualcosa di profondo.
E così, esattamente due ore prima dell’esternazione del Papa, il presidente del Consiglio ha “sfilato” il governo dalla questione che più sta a cuore al Vaticano, quella delle adozioni per le coppie gay: «La legge va fatta - ha detto Renzi all’emittente Rtl 102,5 - ma ci sono dei nodi su cui, invece, ancora non è chiarissimo se ci sarà un punto di equilibrio e se non troveremo i punti di equilibrio bisognerà votare in Parlamento, scrutinio libero, voto di coscienza, e a quel punto vedremo il Parlamento cosa ne penserà».
Qualche ora più tardi, dopo l’intervento del Papa, Renzi è tornato a parlare davanti alla direzione del Pd e ha tenuto il punto: «Siamo rimasti l’unico Paese dei 28 senza una disciplina sulle unioni civili, è fondamentale che si chiuda. Cercando il più possibile di ascoltarsi: sui temi etici ci sarà libertà di coscienza come doveroso che sia, ma si sappia che per il Pd la riforma è “irrinviabile”».
E così nel giorno dell’importante pronunciamento papale, Matteo Renzi, da una parte mantiene la rotta sul dovere di fare una legge e dall’altra ha disimpegnato il governo dalla questione più spinosa. Un Renzi “laico” e al tempo stesso attento alla “sirena cattolica”, un Renzi che si prepara al complicato passaggio parlamentare con un atteggiamento che gli consenta di dire: se la legge passa, l’ho fatta io; se la legge non passa o viene compromessa, la colpa è del Parlamento. E infatti Renzi non dice quali e quanti siano i punti «eticamente sensibili» sui quali il Pd si tiene le mani libere, anche se si può immaginare che si riferisca anzitutto alle adozioni.
E da palazzo Chigi parte anche un altro messaggio di equidistanza. Nell’imminenza di due manifestazioni di piazza contrapposte, quella di sostegno al ddl Cirinnà (dal nome della senatrice Pd, prima firmataria) e quella del Family Day, esplicitamente contro la legge voluta dal capo del governo, Renzi annuncia un atteggiamento di diffusa simpatia: «Credo che dove c’è un popolo ci sia sempre da avere grandissimo rispetto: verso il Family Day, che si terrà nei prossimi giorni, e verso le comunità Lgbt che organizzeranno delle iniziative».
E i ministri che hanno annunciato di partecipare al Family Day indetto contro la legge voluta dal Pd? «Sono liberi di andare a tutte le manifestazioni che vogliono, non vedo perché dovremmo essere arrabbiati se uno o più ministri parteciperanno al Family Day, così come altri ministri hanno partecipato ad altre iniziative, non c’è nessun problema».
Caldeggiando una legge sulle unioni civili in linea con la legislazione vigente nel resto dell’Europa, a prescindere dagli orientamenti della Chiesa, finora Matteo Renzi ha tenuto un atteggiamento da “cattolico adulto”, lo stesso atteggiamento che lui stesso, partecipando nel 2007 al primo Family Day, aveva invece rimproverato al governo Prodi. Sin dai primi giorni del suo governo, quasi due anni fa, Renzi aveva promesso una legge sulle unioni civili, da lui considerata matura, e nelle settimane scorse, una volta completata la ricognizione delle forze in campo, aveva deciso la rotta: approvare la legge facendo maggioranza con i Cinque Stelle e lasciando all’Ncd la bandiera del “fondamentalismo” cattolico.
Ma negli ultimi giorni il quadro è cambiato e Renzi ne ha tenuto conto: nel Pd è cresciuta una corposa fronda cattolica (che attraversa il fronte renziano), l’adesione al Family Day si preannuncia larga, il Papa ha detto la sua, nelle votazioni segrete al Senato, in programma dai primi di febbraio, ogni sorpresa è possibile. E così che è maturato il “lodo Renzi”: sì alle unioni civili non osteggiate dalla Chiesa («Giusto dare risposte» ha detto il segretario della Cei, monsignor Galantino), ma libero voto sulle adozioni, quello che lo stesso Galantino ha invece chiesto di «tenere fuori».
Repubblica 23.1.16
I confini della misericordia
Ma davvero la famiglia della dottrina ecclesiastica corrisponde al disegno di Dio?
di Vito Mancuso
CONTRARIAMENTE a molte altre volte, il Papa non ha sorpreso nessuno con il discorso di ieri al Tribunale della Rota Romana, un testo del tutto secondo copione, il medesimo che non solo Benedetto XVI e Giovanni Paolo II ma anche tutti gli altri 263 Papi avrebbero potuto tenere.
FRANCESCO ha detto che «non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione », perché la famiglia tradizionale (cioè quella «fondata sul matrimonio indissolubile, unitivo e procreativo ») appartiene «al sogno di Dio e della sua Chiesa per la salvezza dell’umanità». Vi è quindi un modello canonico di famiglia, rispetto al quale tutte le altre forme di unione affettiva e permanente sono livelli più o meno intensi di quanto il Papa ha definito «uno stato oggettivo di errore». È per questo che solo la famiglia della dottrina ecclesiastica merita il nome di famiglia, mentre a tutte le altre spetta il termine meno intenso di «unione».
Ma è proprio vero che la famiglia della dottrina ecclesiastica corrisponde al disegno di Dio? Oppure è anch’essa una determinata espressione sociale, nata in un certo momento della storia e quindi in un altro momento destinata a tramontare, come sta avvenendo proprio ai nostri giorni all’interno delle società occidentali? Penso che il referendum della cattolicissima Irlanda con cui è stata mutata la costituzione per permettere a persone dello stesso sesso di contrarre matrimonio sia una lezione imprescindibile per il cattolicesimo, della quale però a Roma ancora si fatica a prendere atto.
In realtà che la famiglia evolva e cambi lo mostra già il linguaggio. Il termine “famiglia” deriva dal latino familia e sembra quindi dotato di una stabilità più che millenaria, ma se si consulta il dizionario si vede che il termine latino, ben lungi dall’essere ristretto al modello di famiglia della dottrina cattolica, esprime una gamma di significati ben più ampia: «Complesso degli schiavi, servitù; truppa, masnada; compagnia di comici; l’intera casa che comprende membri liberi e schiavi; stirpe, schiatta, gente». Lo stesso vale per il greco del Nuovo Testamento, la lingua della rivelazione divina per il cristianesimo, che conosce un significato del tutto simile al latino in quanto usa al riguardo il termine oikia, che significa in primo luogo “casa” (da qui deriva anche il termine “parrocchia”, formato da oikia + la preposizione parà che significa “presso”). Anche nell’ebraico biblico casa e famiglia sono sinonimi, dire “casa di Davide” è lo stesso di “famiglia di Davide”: si rimanda cioè al casato, comprendendo mogli, figli, schiavi, concubine, beni mobili e immobili.
Quindi le lingue della rivelazione di Dio non conoscono il termine famiglia nel senso usato dalla dottrina cattolica tradizionale e ribadito ieri dal Papa. Non è un po’ strano? La stranezza aumenta se si apre la Bibbia. È vero che in essa si legge che «l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno un’unica carne» (Genesi 2,24), ma se si analizzano le esistenze concrete degli uomini scelti da Dio quali veicoli della sua rivelazione si vede uno scenario molto diverso con altre forme di famiglia: Abramo ebbe 3 mogli (Sara, Agar e Keturà), Giacobbe 2, Esaù 3, Davide 8, Salomone 700. A parte Salomone, che in effetti eccedette, non c’è una sola parola di biasimo della Bibbia a loro riguardo. Che dire? La parola di Dio è contro il disegno di Dio? Oppure si tratta di testi che vanno interpretati storicamente? Ma se vanno interpretati storicamente i testi biblici, come non affermare che va interpretato storicamente anche il modello di famiglia della dottrina ecclesiastica?
Ciò dovrebbe indurre, a mio avviso, a evitare affermazioni quali «stato oggettivo di errore». La vita quotidiana nella sua concretezza insegna che vi sono unioni ben poco tradizionali di esseri umani nelle quali l’armonia, il rispetto, l’amore sono visibili da tutti, e viceversa unioni con tanto di sacramento cattolico nelle quali la vita è un inferno. Siamo quindi davvero sicuri che la dottrina cattolica tradizionale sulla famiglia sia coerente con l’affermazione tanto cara a papa Francesco secondo cui «il nome di Dio è misericordia»?
Io ovviamente mi posso sbagliare, ma mi sento di poter affermare che Dio non pensa la famiglia, meno che mai quella del Codice di diritto canonico. Pensa piuttosto la relazione armoniosa alla quale chiama tutti gli esseri umani, perché il senso dello stare al mondo è esattamente la relazione armoniosa, che si esplicita in diversi modi e che trova il suo compimento nell’amore. Ogni singolo è chiamato all’amore: questo è il senso della vita umana secondo il nucleo della rivelazione cristiana. Sicché nessuno deve poter essere escluso dalla possibilità di un amore pieno, totale, anche pubblicamente riconosciuto. Ed è precisamente per questo che ci si sposa: perché il proprio amore, da fatto semplicemente privato, acquisti una dimensione pubblica, politica, in quanto riconosciuto dalla polis. Questo amore è definibile come integrale, in quanto integra la dimensione soggettiva con la dimensione pubblica e oggettiva dell’esistenza umana.
La nascita di alcuni esseri umani con un’inestirpabile inclinazione sessuale verso persone del proprio sesso è un fatto, non piccolo peraltro: essi devono strutturalmente rimanere esclusi dalla possibilità dell’amore integrale? In realtà l’aspirazione all’amore integrale deve essere riconosciuto come diritto inalienabile di ogni essere umano acquisito alla nascita. L’amore integrale è un diritto nativo, primigenio, radicale, riguarda cioè la radice stessa dell’essere umano, e nessuno ne può essere privato. Spesso nel passato non pochi lo sono stati, e ancora oggi in molte parti del mondo non di rado continuano a esserlo. Oggi però il tempo è compiuto per sostenere nel modo più esplicito che tutti hanno il diritto di realizzarsi nell’amore integrale, eteroaffettivi e omoaffettivi senza distinzione. La maturità di una società si misura sulla possibilità data a ciascun cittadino di realizzare il diritto nativo all’amore integrale, ma io credo che anche la maturità della comunità cristiana si misuri sulla capacità di accoglienza di tutti i figli di Dio così come sono venuti al mondo, nessuno escluso.
Che cosa vuol dire che «il nome di Dio è misericordia» per chi nasce omosessuale? È abbastanza facile dire che Dio è misericordia quando ci si trova al cospetto di casi elaborati da secoli di esperienza. Più difficile quando ci si trova al cospetto della richiesta di riconoscimento della piena dignità da parte di chi per secoli ha dovuto reprimere la propria identità. Qui la misericordia la si può esercitare solo modificando la propria visione del mondo, ovvero infrangendo il tabù della dottrina. Ma è qui che si misura la verità evangelica, qui si vede se vale di più il sabato o l’uomo. Qui papa Francesco si gioca buona parte del valore profetico del suo pontificato.
I confini della misericordia
Ma davvero la famiglia della dottrina ecclesiastica corrisponde al disegno di Dio?
di Vito Mancuso
CONTRARIAMENTE a molte altre volte, il Papa non ha sorpreso nessuno con il discorso di ieri al Tribunale della Rota Romana, un testo del tutto secondo copione, il medesimo che non solo Benedetto XVI e Giovanni Paolo II ma anche tutti gli altri 263 Papi avrebbero potuto tenere.
FRANCESCO ha detto che «non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione », perché la famiglia tradizionale (cioè quella «fondata sul matrimonio indissolubile, unitivo e procreativo ») appartiene «al sogno di Dio e della sua Chiesa per la salvezza dell’umanità». Vi è quindi un modello canonico di famiglia, rispetto al quale tutte le altre forme di unione affettiva e permanente sono livelli più o meno intensi di quanto il Papa ha definito «uno stato oggettivo di errore». È per questo che solo la famiglia della dottrina ecclesiastica merita il nome di famiglia, mentre a tutte le altre spetta il termine meno intenso di «unione».
Ma è proprio vero che la famiglia della dottrina ecclesiastica corrisponde al disegno di Dio? Oppure è anch’essa una determinata espressione sociale, nata in un certo momento della storia e quindi in un altro momento destinata a tramontare, come sta avvenendo proprio ai nostri giorni all’interno delle società occidentali? Penso che il referendum della cattolicissima Irlanda con cui è stata mutata la costituzione per permettere a persone dello stesso sesso di contrarre matrimonio sia una lezione imprescindibile per il cattolicesimo, della quale però a Roma ancora si fatica a prendere atto.
In realtà che la famiglia evolva e cambi lo mostra già il linguaggio. Il termine “famiglia” deriva dal latino familia e sembra quindi dotato di una stabilità più che millenaria, ma se si consulta il dizionario si vede che il termine latino, ben lungi dall’essere ristretto al modello di famiglia della dottrina cattolica, esprime una gamma di significati ben più ampia: «Complesso degli schiavi, servitù; truppa, masnada; compagnia di comici; l’intera casa che comprende membri liberi e schiavi; stirpe, schiatta, gente». Lo stesso vale per il greco del Nuovo Testamento, la lingua della rivelazione divina per il cristianesimo, che conosce un significato del tutto simile al latino in quanto usa al riguardo il termine oikia, che significa in primo luogo “casa” (da qui deriva anche il termine “parrocchia”, formato da oikia + la preposizione parà che significa “presso”). Anche nell’ebraico biblico casa e famiglia sono sinonimi, dire “casa di Davide” è lo stesso di “famiglia di Davide”: si rimanda cioè al casato, comprendendo mogli, figli, schiavi, concubine, beni mobili e immobili.
Quindi le lingue della rivelazione di Dio non conoscono il termine famiglia nel senso usato dalla dottrina cattolica tradizionale e ribadito ieri dal Papa. Non è un po’ strano? La stranezza aumenta se si apre la Bibbia. È vero che in essa si legge che «l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno un’unica carne» (Genesi 2,24), ma se si analizzano le esistenze concrete degli uomini scelti da Dio quali veicoli della sua rivelazione si vede uno scenario molto diverso con altre forme di famiglia: Abramo ebbe 3 mogli (Sara, Agar e Keturà), Giacobbe 2, Esaù 3, Davide 8, Salomone 700. A parte Salomone, che in effetti eccedette, non c’è una sola parola di biasimo della Bibbia a loro riguardo. Che dire? La parola di Dio è contro il disegno di Dio? Oppure si tratta di testi che vanno interpretati storicamente? Ma se vanno interpretati storicamente i testi biblici, come non affermare che va interpretato storicamente anche il modello di famiglia della dottrina ecclesiastica?
Ciò dovrebbe indurre, a mio avviso, a evitare affermazioni quali «stato oggettivo di errore». La vita quotidiana nella sua concretezza insegna che vi sono unioni ben poco tradizionali di esseri umani nelle quali l’armonia, il rispetto, l’amore sono visibili da tutti, e viceversa unioni con tanto di sacramento cattolico nelle quali la vita è un inferno. Siamo quindi davvero sicuri che la dottrina cattolica tradizionale sulla famiglia sia coerente con l’affermazione tanto cara a papa Francesco secondo cui «il nome di Dio è misericordia»?
Io ovviamente mi posso sbagliare, ma mi sento di poter affermare che Dio non pensa la famiglia, meno che mai quella del Codice di diritto canonico. Pensa piuttosto la relazione armoniosa alla quale chiama tutti gli esseri umani, perché il senso dello stare al mondo è esattamente la relazione armoniosa, che si esplicita in diversi modi e che trova il suo compimento nell’amore. Ogni singolo è chiamato all’amore: questo è il senso della vita umana secondo il nucleo della rivelazione cristiana. Sicché nessuno deve poter essere escluso dalla possibilità di un amore pieno, totale, anche pubblicamente riconosciuto. Ed è precisamente per questo che ci si sposa: perché il proprio amore, da fatto semplicemente privato, acquisti una dimensione pubblica, politica, in quanto riconosciuto dalla polis. Questo amore è definibile come integrale, in quanto integra la dimensione soggettiva con la dimensione pubblica e oggettiva dell’esistenza umana.
La nascita di alcuni esseri umani con un’inestirpabile inclinazione sessuale verso persone del proprio sesso è un fatto, non piccolo peraltro: essi devono strutturalmente rimanere esclusi dalla possibilità dell’amore integrale? In realtà l’aspirazione all’amore integrale deve essere riconosciuto come diritto inalienabile di ogni essere umano acquisito alla nascita. L’amore integrale è un diritto nativo, primigenio, radicale, riguarda cioè la radice stessa dell’essere umano, e nessuno ne può essere privato. Spesso nel passato non pochi lo sono stati, e ancora oggi in molte parti del mondo non di rado continuano a esserlo. Oggi però il tempo è compiuto per sostenere nel modo più esplicito che tutti hanno il diritto di realizzarsi nell’amore integrale, eteroaffettivi e omoaffettivi senza distinzione. La maturità di una società si misura sulla possibilità data a ciascun cittadino di realizzare il diritto nativo all’amore integrale, ma io credo che anche la maturità della comunità cristiana si misuri sulla capacità di accoglienza di tutti i figli di Dio così come sono venuti al mondo, nessuno escluso.
Che cosa vuol dire che «il nome di Dio è misericordia» per chi nasce omosessuale? È abbastanza facile dire che Dio è misericordia quando ci si trova al cospetto di casi elaborati da secoli di esperienza. Più difficile quando ci si trova al cospetto della richiesta di riconoscimento della piena dignità da parte di chi per secoli ha dovuto reprimere la propria identità. Qui la misericordia la si può esercitare solo modificando la propria visione del mondo, ovvero infrangendo il tabù della dottrina. Ma è qui che si misura la verità evangelica, qui si vede se vale di più il sabato o l’uomo. Qui papa Francesco si gioca buona parte del valore profetico del suo pontificato.
La Stampa 23.1.16
La dottrina di Francesco a tempo dello scontro
Il Papa: “Nessuna confusione tra famiglia e altre unioni”
Le parole di Francesco accendono gli animi alla vigilia del voto al Senato
L’invito al mondo cattolico: “Evitiamo la presunzione, non creiamo divisioni”
di Andrea Tornielli
Al recente Sinodo la Chiesa «ha indicato che non può esserci confusione tra la famiglia e ogni altro tipo di unione». Per la seconda volta dall’inizio dell’anno Francesco ribadisce ciò che la Chiesa crede sul matrimonio e la famiglia.
Lo aveva già fatto lunedì 11 gennaio, nel discorso al Corpo diplomatico accreditato in Vaticano.
Le parole del Papa sono state pronunciate ieri mattina nell’ambito di un discorso piuttosto «tecnico» rivolto ai giudici e agli avvocati del tribunale della Rota Romana. Un testo preparato da tempo, assicurano fonti d’Oltretevere, ben prima dei dibattiti degli ultimi giorni sul Family Day. Francesco ai giudici rotali ha innanzitutto ricordato che la Chiesa può mostrare «l’amore misericordioso di Dio verso le famiglie, in particolare quelle ferite dal peccato e dalle prove della vita», e allo stesso tempo «proclamare l’irrinunciabile verità del matrimonio secondo il disegno di Dio». Un servizio, questo, affidato in modo particolare al Papa e ai vescovi, ha sottolineato Bergoglio, che ha continuato: «Nel percorso sinodale sul tema della famiglia, che il Signore ci ha concesso di realizzare nei due anni scorsi, abbiamo potuto compiere, in spirito e stile di effettiva collegialità, un approfondito discernimento sapienziale, grazie al quale la Chiesa ha – tra l’altro – indicato al mondo che non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione».
La grande attenzione che in Italia ha suscitato fin dal primo pomeriggio di ieri la frase del Pontefice, che pure si è limitato a ripetere ciò che aveva già più volte detto e che appartiene all’insegnamento della Chiesa, è stata ovviamente dovuta alla coincidenza temporale: la discussione del ddl Cirinnà sulle unioni civili e il Family Day in programma per il 30 gennaio al Circo Massimo. Nell’ultima settimana il cardinale Angelo Bagnasco, con il suo appoggio alla manifestazione di piazza, aveva impresso un’accelerazione, e la cancellazione della sua udienza con il Papa ormai alla vigilia del Consiglio permanente di lunedì prossimo ha rappresentato un segnale del fatto che Francesco non intende essere coinvolto in queste iniziative: non perché non siano più che legittime, ma perché devono rimanere espressione di laici cattolici che intervengono nel dibattito politico su un disegno di legge.
Francesco ha deciso fin dall’inizio del suo pontificato di affidare alla conferenza episcopale i rapporti con la politica italiana. E ha auspicato un rinnovato impegno e un’assunzione di responsabilità da parte dei laici cattolici in quanto cittadini nella scelta e nei modi con cui intervenire e far sentire la propria voce, senza il bisogno di «vescovi-pilota» che li dirigano da dietro le quinte, benedicendo ogni loro passo.
Ecco il perché del mancato «copyright» alle manifestazioni di piazza da parte vaticana.
Dicendo che non può esserci «confusione» tra il matrimonio di un uomo e una donna e «ogni altro tipo di unione» il Papa non nega che uno Stato possa regolare altri tipi di unioni tendendo conto di altre specifiche esigenze.
E proprio ieri, Francesco ha reso noto un messaggio per la giornata delle comunicazioni sociali, nel quale chiede che ad ogni livello la comunicazione costruisca ponti di pace e non fomenti l’odio e la divisione. Invitando il mondo cattolico sulla piazza comunicativa e digitale a evitare la presunzione, la polarizzazione, la divisione, il linciaggio morale. Uno sguardo a certi blog o siti «cattolici» e al loro linguaggio che trasuda sarcasmo, scherno e non di rado persino odio fa comprendere l’urgenza di questo richiamo.
La dottrina di Francesco a tempo dello scontro
Il Papa: “Nessuna confusione tra famiglia e altre unioni”
Le parole di Francesco accendono gli animi alla vigilia del voto al Senato
L’invito al mondo cattolico: “Evitiamo la presunzione, non creiamo divisioni”
di Andrea Tornielli
Al recente Sinodo la Chiesa «ha indicato che non può esserci confusione tra la famiglia e ogni altro tipo di unione». Per la seconda volta dall’inizio dell’anno Francesco ribadisce ciò che la Chiesa crede sul matrimonio e la famiglia.
Lo aveva già fatto lunedì 11 gennaio, nel discorso al Corpo diplomatico accreditato in Vaticano.
Le parole del Papa sono state pronunciate ieri mattina nell’ambito di un discorso piuttosto «tecnico» rivolto ai giudici e agli avvocati del tribunale della Rota Romana. Un testo preparato da tempo, assicurano fonti d’Oltretevere, ben prima dei dibattiti degli ultimi giorni sul Family Day. Francesco ai giudici rotali ha innanzitutto ricordato che la Chiesa può mostrare «l’amore misericordioso di Dio verso le famiglie, in particolare quelle ferite dal peccato e dalle prove della vita», e allo stesso tempo «proclamare l’irrinunciabile verità del matrimonio secondo il disegno di Dio». Un servizio, questo, affidato in modo particolare al Papa e ai vescovi, ha sottolineato Bergoglio, che ha continuato: «Nel percorso sinodale sul tema della famiglia, che il Signore ci ha concesso di realizzare nei due anni scorsi, abbiamo potuto compiere, in spirito e stile di effettiva collegialità, un approfondito discernimento sapienziale, grazie al quale la Chiesa ha – tra l’altro – indicato al mondo che non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione».
La grande attenzione che in Italia ha suscitato fin dal primo pomeriggio di ieri la frase del Pontefice, che pure si è limitato a ripetere ciò che aveva già più volte detto e che appartiene all’insegnamento della Chiesa, è stata ovviamente dovuta alla coincidenza temporale: la discussione del ddl Cirinnà sulle unioni civili e il Family Day in programma per il 30 gennaio al Circo Massimo. Nell’ultima settimana il cardinale Angelo Bagnasco, con il suo appoggio alla manifestazione di piazza, aveva impresso un’accelerazione, e la cancellazione della sua udienza con il Papa ormai alla vigilia del Consiglio permanente di lunedì prossimo ha rappresentato un segnale del fatto che Francesco non intende essere coinvolto in queste iniziative: non perché non siano più che legittime, ma perché devono rimanere espressione di laici cattolici che intervengono nel dibattito politico su un disegno di legge.
Francesco ha deciso fin dall’inizio del suo pontificato di affidare alla conferenza episcopale i rapporti con la politica italiana. E ha auspicato un rinnovato impegno e un’assunzione di responsabilità da parte dei laici cattolici in quanto cittadini nella scelta e nei modi con cui intervenire e far sentire la propria voce, senza il bisogno di «vescovi-pilota» che li dirigano da dietro le quinte, benedicendo ogni loro passo.
Ecco il perché del mancato «copyright» alle manifestazioni di piazza da parte vaticana.
Dicendo che non può esserci «confusione» tra il matrimonio di un uomo e una donna e «ogni altro tipo di unione» il Papa non nega che uno Stato possa regolare altri tipi di unioni tendendo conto di altre specifiche esigenze.
E proprio ieri, Francesco ha reso noto un messaggio per la giornata delle comunicazioni sociali, nel quale chiede che ad ogni livello la comunicazione costruisca ponti di pace e non fomenti l’odio e la divisione. Invitando il mondo cattolico sulla piazza comunicativa e digitale a evitare la presunzione, la polarizzazione, la divisione, il linciaggio morale. Uno sguardo a certi blog o siti «cattolici» e al loro linguaggio che trasuda sarcasmo, scherno e non di rado persino odio fa comprendere l’urgenza di questo richiamo.
La Stampa 23.1.16
Le parole sono pietre
di Marcello Sorgi
Alla vigilia del Family-day e delle manifestazioni a favore del riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali, l’entrata in scena di Papa Francesco, sul controverso terreno delle unioni civili in discussione al Senato, è destinata a pesare moltissimo sulla complicata gestazione della legge. Fino a questo momento infatti - e con la sola eccezione del richiamo rivolto all’allora sindaco di Roma Marino per il suo frettoloso riconoscimento delle coppie gay - il Papa si era astenuto dall’influenzare o dal prendere parte alle vicende politiche italiane, anche quelle che, toccando problemi di fede e di coscienza, in passato avevano motivato l’intervento delle Gerarchie. Fino a qualche giorno fa, inoltre, un’intervista del segretario della Conferenza dei vescovi italiani, monsignor Galantino, aveva delineato un approccio laico alla questione: la Chiesa, in sostanza, riconosceva il diritto del Parlamento italiano a legiferare anche su una materia così delicata, limitandosi a raccomandare di non confondere il riconoscimento di alcuni diritti - ad esempio, era facile immaginare, l’assistenza sanitaria, o la reversibilità delle pensioni tra i componenti della coppia di fatto - con altri, tipo le adozioni, che si sarebbero ricollegati a delicati problemi di bioetica.
Trasparente era, poi, l’invito alle forze politiche, a trovare una mediazione, un punto di incontro tra le diverse sensibilità.
Ma invece di favorire un chiarimento - difficile, se non impossibile, vista la radicalità delle posizioni in campo al Senato -, l’intervista del segretario della Cei aveva sollevato reazioni Oltretevere. Nel giro di pochi giorni, il presidente della stessa assemblea dei vescovi, cardinale Bagnasco, e l’ex-presidente, nonché teorico della più rigorosa difesa dei «valori irrinunciabili» del cattolicesimo, monsignor Ruini, avevano replicato duramente a Galantino, invocando una più energica iniziativa della Chiesa sui cattolici italiani, dentro e fuori il Parlamento. Era sembrato tuttavia che il Papa non avesse accolto bene queste manifestazioni di dissenso. Poi, ieri, forse proprio per evitare di affidare il suo pensiero a voci o interpretazioni informali, Francesco ha deciso di far sentire forte e chiara la sua voce.
Va detto subito che un intervento come quello pronunciato davanti al Tribunale della Sacra Rota, anche se non conteneva un esplicito riferimento alla legge in discussione, potrebbe essere considerato un’ingerenza nella vita politica italiana. Il Papa, va da sé, ha pieno diritto di rivolgersi ai fedeli - e lo fa continuamente in piena libertà -, ma allo stesso tempo non può ignorare, né il momento scelto per pronunciare il suo severo richiamo a distinguere la famiglia da unioni di altro tipo, né il suo ruolo istituzionale di Capo di uno Stato straniero. Per ritrovare un analogo intervento, accolto freddamente dall’allora presidente del Consiglio Romano Prodi, che in polemica si definì «cattolico adulto», occorre tornare al 2007, a un’analoga contingenza politica (allora le unioni civili si chiamavano Dico), a Papa Benedetto e appunto al cardinale Ruini, allora alla guida di una Cei battagliera.
Ma se Francesco, che aveva esordito con propositi opposti («Chi sono io per giudicare un gay?», aveva detto nel corso di uno dei suoi primi viaggi), e fino adesso aveva mantenuto un inappuntabile distacco dalle questioni italiane, ha deciso di tornare sui suoi passi, bisogna pur chiedersi perché lo ha fatto. E la risposta non può essere rintracciata solo nelle divisioni che sono affiorate tra le Gerarchie e nella richiesta della parte più conservatrice della Chiesa di far sentire una e una sola voce, che non poteva non essere quella del Papa.
La verità è che tra i tanti - laici e non - che in questi giorni stanno seguendo l’evoluzione del dibattito in Senato e lo scontro aperto nella società civile, forse anche il Papa s’è reso conto che una legge che nasca in queste condizioni, difficilmente sarà adatta a risolvere le questioni che è chiamata ad affrontare, e finirà col creare più problemi, invece di indicare soluzioni.
Basta solo riflettere sul percorso fatto fin qui dal disegno di legge Cirinnà. A inizio d’anno, non più tardi di due settimane fa, Renzi si era impegnato a sostenerlo, quasi come se si trattasse di un punto di programma del suo governo. Successivamente la ministra dei rapporti con il Parlamento Boschi si era dichiarata a favore anche della «stepchild adoption», l’adozione del figlio del partner, che rappresenta il punto più controverso del testo. Subito dopo il governo ha preferito farsi da parte, lasciando al Parlamento l’onere delle decisioni. E dopo un inconcludente confronto in commissione a Palazzo Madama, in cui, per inciso, ognuno è rimasto sulle sue posizioni, il testo è stato mandato in aula senza relatore: un vascello alla deriva, senza nessuno che si assuma il compito di spiegarlo ai senatori, discutere eventuali emendamenti, difenderlo o correggerlo, cercando il compromesso che fin qui non è stato individuato.
Resta a battersi per le unioni civili comprensive di adozioni la senatrice Cirinnà, che ha materialmente scritto la proposta di legge ed è sicura che a voto segreto il Senato la approverà. Ma i due maggiori partiti di governo e di opposizione, Pd e Forza Italia, sono divisi e hanno scelto di lasciare libertà di voto ai propri parlamentari, mentre tra gli altri ci sono quelli apertamente contrari (Ncd, centristi, Lega e Fratelli d’Italia) e quelli radicalmente favorevoli (la sinistra radicale). Nessuno è in grado di prevedere cosa verrà fuori dalle centinaia di votazioni che dalla prossima settimana saranno effettuate, per arrivare all’approvazione di un testo, quale che sia, dal momento che la legge alla fine sarà la risultante di alleanze estemporanee e fronti contrapposti. Ma al contempo, ormai, nella confusione del momento, nessuno è più in grado di impedirlo.
Così si spiega anche la seconda parte dell’intervento del Papa, quella dedicata alle parole e alla necessità di farne sempre un uso accorto e appropriato. È come se Francesco avesse voluto ricordarci che a volte, sempre più spesso ormai, le parole sono pietre. Mai come questa volta infatti la posta in palio non sono solo i diritti delle coppie omosessuali: sacrosanti, verrebbe da dire, se il termine in questo contesto non fosse improprio. Ciò di cui si discute è il modo di farli entrare nel nostro ordinamento, valutandone, oltre alla necessità, anche l’aspetto potenzialmente dirompente, e forse l’opportunità di un inserimento graduale e ben motivato. Né più né meno come avvenne con il divorzio e con l’aborto, senza riuscire a evitare che all’inizio si aprisse una guerra di religione, ma anche facendo sì che potessero essere metabolizzati, come in seguito avvenne, da gran parte dei cattolici inizialmente contrari.
Le parole sono pietre
di Marcello Sorgi
Alla vigilia del Family-day e delle manifestazioni a favore del riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali, l’entrata in scena di Papa Francesco, sul controverso terreno delle unioni civili in discussione al Senato, è destinata a pesare moltissimo sulla complicata gestazione della legge. Fino a questo momento infatti - e con la sola eccezione del richiamo rivolto all’allora sindaco di Roma Marino per il suo frettoloso riconoscimento delle coppie gay - il Papa si era astenuto dall’influenzare o dal prendere parte alle vicende politiche italiane, anche quelle che, toccando problemi di fede e di coscienza, in passato avevano motivato l’intervento delle Gerarchie. Fino a qualche giorno fa, inoltre, un’intervista del segretario della Conferenza dei vescovi italiani, monsignor Galantino, aveva delineato un approccio laico alla questione: la Chiesa, in sostanza, riconosceva il diritto del Parlamento italiano a legiferare anche su una materia così delicata, limitandosi a raccomandare di non confondere il riconoscimento di alcuni diritti - ad esempio, era facile immaginare, l’assistenza sanitaria, o la reversibilità delle pensioni tra i componenti della coppia di fatto - con altri, tipo le adozioni, che si sarebbero ricollegati a delicati problemi di bioetica.
Trasparente era, poi, l’invito alle forze politiche, a trovare una mediazione, un punto di incontro tra le diverse sensibilità.
Ma invece di favorire un chiarimento - difficile, se non impossibile, vista la radicalità delle posizioni in campo al Senato -, l’intervista del segretario della Cei aveva sollevato reazioni Oltretevere. Nel giro di pochi giorni, il presidente della stessa assemblea dei vescovi, cardinale Bagnasco, e l’ex-presidente, nonché teorico della più rigorosa difesa dei «valori irrinunciabili» del cattolicesimo, monsignor Ruini, avevano replicato duramente a Galantino, invocando una più energica iniziativa della Chiesa sui cattolici italiani, dentro e fuori il Parlamento. Era sembrato tuttavia che il Papa non avesse accolto bene queste manifestazioni di dissenso. Poi, ieri, forse proprio per evitare di affidare il suo pensiero a voci o interpretazioni informali, Francesco ha deciso di far sentire forte e chiara la sua voce.
Va detto subito che un intervento come quello pronunciato davanti al Tribunale della Sacra Rota, anche se non conteneva un esplicito riferimento alla legge in discussione, potrebbe essere considerato un’ingerenza nella vita politica italiana. Il Papa, va da sé, ha pieno diritto di rivolgersi ai fedeli - e lo fa continuamente in piena libertà -, ma allo stesso tempo non può ignorare, né il momento scelto per pronunciare il suo severo richiamo a distinguere la famiglia da unioni di altro tipo, né il suo ruolo istituzionale di Capo di uno Stato straniero. Per ritrovare un analogo intervento, accolto freddamente dall’allora presidente del Consiglio Romano Prodi, che in polemica si definì «cattolico adulto», occorre tornare al 2007, a un’analoga contingenza politica (allora le unioni civili si chiamavano Dico), a Papa Benedetto e appunto al cardinale Ruini, allora alla guida di una Cei battagliera.
Ma se Francesco, che aveva esordito con propositi opposti («Chi sono io per giudicare un gay?», aveva detto nel corso di uno dei suoi primi viaggi), e fino adesso aveva mantenuto un inappuntabile distacco dalle questioni italiane, ha deciso di tornare sui suoi passi, bisogna pur chiedersi perché lo ha fatto. E la risposta non può essere rintracciata solo nelle divisioni che sono affiorate tra le Gerarchie e nella richiesta della parte più conservatrice della Chiesa di far sentire una e una sola voce, che non poteva non essere quella del Papa.
La verità è che tra i tanti - laici e non - che in questi giorni stanno seguendo l’evoluzione del dibattito in Senato e lo scontro aperto nella società civile, forse anche il Papa s’è reso conto che una legge che nasca in queste condizioni, difficilmente sarà adatta a risolvere le questioni che è chiamata ad affrontare, e finirà col creare più problemi, invece di indicare soluzioni.
Basta solo riflettere sul percorso fatto fin qui dal disegno di legge Cirinnà. A inizio d’anno, non più tardi di due settimane fa, Renzi si era impegnato a sostenerlo, quasi come se si trattasse di un punto di programma del suo governo. Successivamente la ministra dei rapporti con il Parlamento Boschi si era dichiarata a favore anche della «stepchild adoption», l’adozione del figlio del partner, che rappresenta il punto più controverso del testo. Subito dopo il governo ha preferito farsi da parte, lasciando al Parlamento l’onere delle decisioni. E dopo un inconcludente confronto in commissione a Palazzo Madama, in cui, per inciso, ognuno è rimasto sulle sue posizioni, il testo è stato mandato in aula senza relatore: un vascello alla deriva, senza nessuno che si assuma il compito di spiegarlo ai senatori, discutere eventuali emendamenti, difenderlo o correggerlo, cercando il compromesso che fin qui non è stato individuato.
Resta a battersi per le unioni civili comprensive di adozioni la senatrice Cirinnà, che ha materialmente scritto la proposta di legge ed è sicura che a voto segreto il Senato la approverà. Ma i due maggiori partiti di governo e di opposizione, Pd e Forza Italia, sono divisi e hanno scelto di lasciare libertà di voto ai propri parlamentari, mentre tra gli altri ci sono quelli apertamente contrari (Ncd, centristi, Lega e Fratelli d’Italia) e quelli radicalmente favorevoli (la sinistra radicale). Nessuno è in grado di prevedere cosa verrà fuori dalle centinaia di votazioni che dalla prossima settimana saranno effettuate, per arrivare all’approvazione di un testo, quale che sia, dal momento che la legge alla fine sarà la risultante di alleanze estemporanee e fronti contrapposti. Ma al contempo, ormai, nella confusione del momento, nessuno è più in grado di impedirlo.
Così si spiega anche la seconda parte dell’intervento del Papa, quella dedicata alle parole e alla necessità di farne sempre un uso accorto e appropriato. È come se Francesco avesse voluto ricordarci che a volte, sempre più spesso ormai, le parole sono pietre. Mai come questa volta infatti la posta in palio non sono solo i diritti delle coppie omosessuali: sacrosanti, verrebbe da dire, se il termine in questo contesto non fosse improprio. Ciò di cui si discute è il modo di farli entrare nel nostro ordinamento, valutandone, oltre alla necessità, anche l’aspetto potenzialmente dirompente, e forse l’opportunità di un inserimento graduale e ben motivato. Né più né meno come avvenne con il divorzio e con l’aborto, senza riuscire a evitare che all’inizio si aprisse una guerra di religione, ma anche facendo sì che potessero essere metabolizzati, come in seguito avvenne, da gran parte dei cattolici inizialmente contrari.
Corriere 23.1.16
Una legge che riconosca i diritti della persona
di Luigi Manconi
Caro direttore, nel suo editoriale del 15 gennaio lei scriveva che, nell’ordinamento italiano, la possibilità di adottare il figlio biologico del partner esiste già per le coppie eterosessuali: dunque «sarebbe molto complicato negarlo alle altre coppie». Tanto più «se al centro si mettono i bambini, i loro legami, i loro affetti e il loro benessere». Mi sembra, questo, un buon punto di partenza per arrivare all’approvazione di una legge che sia ispirata, allo stesso tempo, da criteri di razionalità e di sensibilità. Emerge da subito, così, che quando si parla di unioni civili, ci si deve riferire al riconoscimento di un essenziale diritto della persona. Ovvero, in primo luogo, all’imperativo costituzionale di rimuovere gli ostacoli che compromettono la pienezza della parità di condizione tra i cittadini a prescindere dai loro orientamenti sessuali. Lo ha ben chiarito la Corte europea dei diritti dell’uomo che, nel luglio scorso, ha condannato l’Italia per la mancata garanzia del diritto alla vita familiare delle unioni non matrimoniali, alle quali va riconosciuto uno statuto giuridico non discriminatorio rispetto a quello delle coppie coniugate. In altre parole, la legge deve assicurare il superamento della condizione di disparità a svantaggio dei minori che crescono nell’ambito di famiglie fondate sulla convivenza di persone dello stesso sesso. Ovviamente nessun automatismo nell’adozione: vale la disciplina generale. Sarà sempre un giudice, cioè, a decidere caso per caso della idoneità del richiedente a diventare genitore adottivo, e sempre e comunque nella prospettiva del superiore interesse del minore su cui si basa l’intera normativa sulle adozioni. In proposito, oggi possiamo disporre di una sentenza illuminante, che dà risposte quanto mai persuasive a dubbi e a perplessità. La Corte di appello di Roma ha confermato recentemente la sentenza emessa dal Tribunale per i minorenni che aveva disposto l’adozione, da parte di una donna, della figlia naturale della sua convivente. La sentenza ha inteso, con ciò, valorizzare, ai fini della continuità affettiva, il rapporto instaurato tra la minore e la partner della madre, senza alcuna intenzione di «rispondere, in forza del legame di coppia sussistente, all’esigenza di riconoscimento di una bigenitorialità non ancora consentita dalla legge». Competenza, quest’ultima, che, correttamente viene rimandata al legislatore. Infine, la Corte ha ribadito che «rivestire di contenuto giuridico il rapporto di fatto esistente tra la bambina e l’adottante realizza il preminente interesse della minore». Le motivazioni addotte dal Tribunale e dalla Corte d’appello appaiono davvero esemplari di una elaborazione giuridica che tiene ben fermi alcuni punti cruciali. In primo luogo, la tutela del soggetto più vulnerabile (il minore, appunto) e, poi, l’indicazione degli strumenti necessari a superare uno stato di sperequazione. Questo restituisce all’intera materia la sua sostanza più autentica. Come detto, stiamo parlando di diritti civili e di diritti sociali, della parità tra i cittadini e delle condizioni di legge che rendono effettiva quella parità. Classificare ciò come «questione eticamente sensibile» finisce col produrre confusione di parole e di idee. È ovvio che una simile materia chiami in causa visioni del mondo, morali private ed etiche pubbliche. E, dunque, interpelli la coscienza di ognuno. Resta il fatto che le politiche in questo campo, qualunque sia l’ispirazione che le nutra, devono tener conto del fatto che sono in gioco la vita concreta delle persone: là dove sentimenti e diritti devono incontrarsi e integrarsi.
Una legge che riconosca i diritti della persona
di Luigi Manconi
Caro direttore, nel suo editoriale del 15 gennaio lei scriveva che, nell’ordinamento italiano, la possibilità di adottare il figlio biologico del partner esiste già per le coppie eterosessuali: dunque «sarebbe molto complicato negarlo alle altre coppie». Tanto più «se al centro si mettono i bambini, i loro legami, i loro affetti e il loro benessere». Mi sembra, questo, un buon punto di partenza per arrivare all’approvazione di una legge che sia ispirata, allo stesso tempo, da criteri di razionalità e di sensibilità. Emerge da subito, così, che quando si parla di unioni civili, ci si deve riferire al riconoscimento di un essenziale diritto della persona. Ovvero, in primo luogo, all’imperativo costituzionale di rimuovere gli ostacoli che compromettono la pienezza della parità di condizione tra i cittadini a prescindere dai loro orientamenti sessuali. Lo ha ben chiarito la Corte europea dei diritti dell’uomo che, nel luglio scorso, ha condannato l’Italia per la mancata garanzia del diritto alla vita familiare delle unioni non matrimoniali, alle quali va riconosciuto uno statuto giuridico non discriminatorio rispetto a quello delle coppie coniugate. In altre parole, la legge deve assicurare il superamento della condizione di disparità a svantaggio dei minori che crescono nell’ambito di famiglie fondate sulla convivenza di persone dello stesso sesso. Ovviamente nessun automatismo nell’adozione: vale la disciplina generale. Sarà sempre un giudice, cioè, a decidere caso per caso della idoneità del richiedente a diventare genitore adottivo, e sempre e comunque nella prospettiva del superiore interesse del minore su cui si basa l’intera normativa sulle adozioni. In proposito, oggi possiamo disporre di una sentenza illuminante, che dà risposte quanto mai persuasive a dubbi e a perplessità. La Corte di appello di Roma ha confermato recentemente la sentenza emessa dal Tribunale per i minorenni che aveva disposto l’adozione, da parte di una donna, della figlia naturale della sua convivente. La sentenza ha inteso, con ciò, valorizzare, ai fini della continuità affettiva, il rapporto instaurato tra la minore e la partner della madre, senza alcuna intenzione di «rispondere, in forza del legame di coppia sussistente, all’esigenza di riconoscimento di una bigenitorialità non ancora consentita dalla legge». Competenza, quest’ultima, che, correttamente viene rimandata al legislatore. Infine, la Corte ha ribadito che «rivestire di contenuto giuridico il rapporto di fatto esistente tra la bambina e l’adottante realizza il preminente interesse della minore». Le motivazioni addotte dal Tribunale e dalla Corte d’appello appaiono davvero esemplari di una elaborazione giuridica che tiene ben fermi alcuni punti cruciali. In primo luogo, la tutela del soggetto più vulnerabile (il minore, appunto) e, poi, l’indicazione degli strumenti necessari a superare uno stato di sperequazione. Questo restituisce all’intera materia la sua sostanza più autentica. Come detto, stiamo parlando di diritti civili e di diritti sociali, della parità tra i cittadini e delle condizioni di legge che rendono effettiva quella parità. Classificare ciò come «questione eticamente sensibile» finisce col produrre confusione di parole e di idee. È ovvio che una simile materia chiami in causa visioni del mondo, morali private ed etiche pubbliche. E, dunque, interpelli la coscienza di ognuno. Resta il fatto che le politiche in questo campo, qualunque sia l’ispirazione che le nutra, devono tener conto del fatto che sono in gioco la vita concreta delle persone: là dove sentimenti e diritti devono incontrarsi e integrarsi.
Repubblica 23.1.16
Discorso sulla laicità ai tempi della collera
Il nuovo libro di Paolo Flores d’Arcais: il ruolo del pensiero democratico radicale come unico strumento di integrazione di fronte al fanatismo
di Gustavo Zagrebelsky
Molte cose è il libro di Paolo Flores d’Arcais “La guerra del Sacro. Terrorismo, laicità e democrazia radicale” (Raffaello Cortina Editore): un allarme per il pericolo che l’Islam fondamentalista rappresenta per gli ideali politici dell’Occidente, una denuncia delle debolezze e delle ipocrisie dei nostri governi, una teoria delle condizioni irrinunciabili della democrazia. Il “precipitato” di tutti i discorsi anzidetti è nella parola laicità, intesa nel senso più rigoroso, senza gli aggettivi oggi di moda (sana, positiva, vera: aggettivi che non l’arricchiscono, ma l’avvelenano). Le considerazioni che seguono non sono, propriamente, una recensione. Sono piuttosto un tentativo d’inquadrare i problemi e di sollecitare riflessioni su questioni cruciali per il nostro avvenire.
La laicità è il presupposto della democrazia, in quanto s’intenda la religione come eteronomia, cioè soggezione alla trascendenza. La democrazia, al contrario, è autonomia, cioè libertà nell’immanenza. Si potrebbe dire così: chi si appella alla religione ritiene che le cose terrene siano subordinate a un ordine sacro oggettivo necessario che a noi spetta rispettare e, eventualmente, restaurare se è stato violato; chi si appella alla democrazia ritiene, invece, che la casa terrena non abbia un ordine, ma siamo noi a doverglielo dare, attraverso discussioni, controversie, voti ed elezioni. Chi vuole risolvere i problemi della convivenza in base a premesse sacrali apre le porte a quella maledizione dell’umanità che sono le guerre di religione. Ora, se guardiamo alla storia, dobbiamo riconoscere che è nello Stato nazionale che la democrazia ha trovato l’humus necessario. Questo è un punto importante per comprendere le difficoltà odierne della democrazia. Lo Stato nazionale ha generato mostri totalitari, quando è degenerato in nazionalismo. Ma la nazione ha realizzato la “sfera pubblica” comune, nella quale i cittadini possano confrontarsi dialogicamente, e “discorsivamente” partecipare alla creazione d’una volontà comune su temi di rilevanza generale. La democrazia non è incompatibile con il pluralismo delle opinioni, ma il “multiculturalismo” è altra cosa, è rottura dell’unità del quadro entro il quale si deve svolgere la vita comune.
Il libro di Flores è una scossa necessaria e salubre contro la cecità, la viltà e l’inanità di fronte ai pericoli del fanatismo religioso usato come sostanza incendiaria, versata sulle controversie economiche e politiche che dividono il mondo e le società e le trasformano in crociate. Un breve excursus storico. La Francia del Cinque-Seicento fu il terreno d’una orribile guerra civile in cui ragioni politiche si mescolavano col fanatismo religioso: l’obbedienza cattolica contro la riforma protestante. La “notte di San Bartolomeo” (23-24 agosto 1572) in cui migliaia di Ugonotti furono trucidati dal partito cattolico sotto l’egida di Caterina de’ Medici è un esempio di come si possono regolare i conti tra fedeli di religione diversa e azzerare le diversità imponendo una sola legittimità. Contro tanta barbarie, si fece strada un diverso modo di pensare che potrebbe essere sintetizzato in un detto del Cancelliere di Francia Michel de L’Hospital: «Non importa quale sia la vera religione, ma come si possa vivere insieme », ciascuno con la sua fede. Quella massima trovò attuazione con l’editto di Nantes di Enrico IV (1598) che, sia pure provvisoriamente e con molte limitazioni, riconobbe la libertà di coscienza e di culto: tolleranza a condizione che cattolici e protestanti stessero ciascuno al proprio posto e il potere assoluto del Re non fosse messo in discussione.
Questa forma di coesistenza per parti separate poteva valere in quel tempo, quando di democrazia non si parlava. In democrazia, deve esistere un unico foro politico generale dove tutti sono chiamati a partecipare. Non basta che ci sia un potere che garantisca la non aggressione. Occorre che i “fedeli” delle diverse chiese si rispettino e si riconoscano reciprocamente come portatori di buone ragioni valide in generale. La legittimità democratica nasce da lì, dal riconoscimento d’essere parti d’un foro comune. Il foro comune si chiama “nazione”.
La nazione è stata celebrata come la casa accogliente, protettiva, il luogo del cuore, la Heimat del romanticismo tedesco. La storia delle Nazioni e della “nazionalizzazione delle masse” (titolo d’un celebre libro di George Mosse del 1974) è stata però lunga e tortuosa e, soprattutto, fatta di cose molto diverse: movimenti di emancipazione da servaggi e discriminazioni e conquista di diritti (per esempio, il voto e la protezione sociale per la classe lavoratrice, in origine esclusa dalla nazione, secondo la concezione borghese) o, al contrario, di discriminazione e persecuzione. L’unità è una bella cosa se è il prodotto dell’azione che mira a distruggere barriere e a creare fratellanza. Ma può essere — ed è stata — cosa violenta, se è imposta con obblighi e divieti (come l’uniformità di lingua, di religione e di insegnamento). Può essere terribile, se viene brandita come arma contro coloro che i governi dichiarano “non integrabili”, i diversi per natura: gli stranieri, i senza cittadinanza, i nemici della Patria, i potenziali traditori (gli ebrei, i rom e sinti, gli omosessuali, gli slavi, i latini, secondo il concetto nazionale razzista del nazismo).
Raccogliamo questi spunti di riflessione e facciamoli reagire con i problemi del multiculturalismo. Il “modello San Bartolomeo”, cioè la violenza e i pogrom usati per sbarazzarsi dei migranti è proponibile solo per gli xenofobi razzisti di casa nostra. Tuttavia, neppure la separazione “modello Nantes” è accettabile: i muri, le enclave e i quartieri monoetnici, le classi scolastiche separate o le scuole coraniche sostitutive di quelle pubbliche. Sono cose che hanno il nome apartheid e sono inconcepibili in democrazia.
La parola-chiave dei nostri giorni è integrazione e, nel libro di Flores, l’integrazione implica la laicità nella sua accezione più rigorosa. Si prenda la questione dei simboli: come dovrebbe essere vietata l’esibizione di quelli islamici (il velo delle donne), così dovrebbe essere per quelli cristiani (il crocifisso nei luoghi pubblici). Ma, qui c’è il rischio d’una aporia, un’aperta contraddizione. La laicità è funzionale all’autonomia, ma la si può imporre in regime di eteronomia. Si può essere laici perché qualcuno ce lo comanda? La contraddizione non è da poco. La laicità imposta significa soffocare i propri tratti identitari e, da questo soffocamento, si possono sprigionare reazioni di rigetto. L’esperienza insegna: invece di promuovere convivenza, si rischia di alimentare i conflitti.
L’integrazione è l’obbiettivo, ma l’obbiettivo si può perseguire in autonomia solo con l’interazione. Prima o poi, non saremo più gli stessi. Di questo possiamo essere certi. Si tratta di sapere se ci si arriveremo in mezzo a conflitti o, invece, con la disponibilità delle culture a entrare in rapporto. Ferma restando l’intransigenza verso ogni forma di violenza tra e nei gruppi sociali, e fermo l’aiuto che deve essere dato a coloro che liberamente desiderano sottrarsi alle imposizioni delle loro comunità, si tratta di promuovere l’interazione, nella convinzione ch’essa aiuti la conoscenza reciproca e la convivenza pacifica. Convinzione o illusione? Non lo sappiamo, ma sappiamo che questa è l’unica via conforme alle nostre convinzioni democratiche.
IL SAGGIO La guerra del Sacro di Paolo Flores d’Arcais ( Raffaello Cortina pagg. 246 euro 15)
Discorso sulla laicità ai tempi della collera
Il nuovo libro di Paolo Flores d’Arcais: il ruolo del pensiero democratico radicale come unico strumento di integrazione di fronte al fanatismo
di Gustavo Zagrebelsky
Molte cose è il libro di Paolo Flores d’Arcais “La guerra del Sacro. Terrorismo, laicità e democrazia radicale” (Raffaello Cortina Editore): un allarme per il pericolo che l’Islam fondamentalista rappresenta per gli ideali politici dell’Occidente, una denuncia delle debolezze e delle ipocrisie dei nostri governi, una teoria delle condizioni irrinunciabili della democrazia. Il “precipitato” di tutti i discorsi anzidetti è nella parola laicità, intesa nel senso più rigoroso, senza gli aggettivi oggi di moda (sana, positiva, vera: aggettivi che non l’arricchiscono, ma l’avvelenano). Le considerazioni che seguono non sono, propriamente, una recensione. Sono piuttosto un tentativo d’inquadrare i problemi e di sollecitare riflessioni su questioni cruciali per il nostro avvenire.
La laicità è il presupposto della democrazia, in quanto s’intenda la religione come eteronomia, cioè soggezione alla trascendenza. La democrazia, al contrario, è autonomia, cioè libertà nell’immanenza. Si potrebbe dire così: chi si appella alla religione ritiene che le cose terrene siano subordinate a un ordine sacro oggettivo necessario che a noi spetta rispettare e, eventualmente, restaurare se è stato violato; chi si appella alla democrazia ritiene, invece, che la casa terrena non abbia un ordine, ma siamo noi a doverglielo dare, attraverso discussioni, controversie, voti ed elezioni. Chi vuole risolvere i problemi della convivenza in base a premesse sacrali apre le porte a quella maledizione dell’umanità che sono le guerre di religione. Ora, se guardiamo alla storia, dobbiamo riconoscere che è nello Stato nazionale che la democrazia ha trovato l’humus necessario. Questo è un punto importante per comprendere le difficoltà odierne della democrazia. Lo Stato nazionale ha generato mostri totalitari, quando è degenerato in nazionalismo. Ma la nazione ha realizzato la “sfera pubblica” comune, nella quale i cittadini possano confrontarsi dialogicamente, e “discorsivamente” partecipare alla creazione d’una volontà comune su temi di rilevanza generale. La democrazia non è incompatibile con il pluralismo delle opinioni, ma il “multiculturalismo” è altra cosa, è rottura dell’unità del quadro entro il quale si deve svolgere la vita comune.
Il libro di Flores è una scossa necessaria e salubre contro la cecità, la viltà e l’inanità di fronte ai pericoli del fanatismo religioso usato come sostanza incendiaria, versata sulle controversie economiche e politiche che dividono il mondo e le società e le trasformano in crociate. Un breve excursus storico. La Francia del Cinque-Seicento fu il terreno d’una orribile guerra civile in cui ragioni politiche si mescolavano col fanatismo religioso: l’obbedienza cattolica contro la riforma protestante. La “notte di San Bartolomeo” (23-24 agosto 1572) in cui migliaia di Ugonotti furono trucidati dal partito cattolico sotto l’egida di Caterina de’ Medici è un esempio di come si possono regolare i conti tra fedeli di religione diversa e azzerare le diversità imponendo una sola legittimità. Contro tanta barbarie, si fece strada un diverso modo di pensare che potrebbe essere sintetizzato in un detto del Cancelliere di Francia Michel de L’Hospital: «Non importa quale sia la vera religione, ma come si possa vivere insieme », ciascuno con la sua fede. Quella massima trovò attuazione con l’editto di Nantes di Enrico IV (1598) che, sia pure provvisoriamente e con molte limitazioni, riconobbe la libertà di coscienza e di culto: tolleranza a condizione che cattolici e protestanti stessero ciascuno al proprio posto e il potere assoluto del Re non fosse messo in discussione.
Questa forma di coesistenza per parti separate poteva valere in quel tempo, quando di democrazia non si parlava. In democrazia, deve esistere un unico foro politico generale dove tutti sono chiamati a partecipare. Non basta che ci sia un potere che garantisca la non aggressione. Occorre che i “fedeli” delle diverse chiese si rispettino e si riconoscano reciprocamente come portatori di buone ragioni valide in generale. La legittimità democratica nasce da lì, dal riconoscimento d’essere parti d’un foro comune. Il foro comune si chiama “nazione”.
La nazione è stata celebrata come la casa accogliente, protettiva, il luogo del cuore, la Heimat del romanticismo tedesco. La storia delle Nazioni e della “nazionalizzazione delle masse” (titolo d’un celebre libro di George Mosse del 1974) è stata però lunga e tortuosa e, soprattutto, fatta di cose molto diverse: movimenti di emancipazione da servaggi e discriminazioni e conquista di diritti (per esempio, il voto e la protezione sociale per la classe lavoratrice, in origine esclusa dalla nazione, secondo la concezione borghese) o, al contrario, di discriminazione e persecuzione. L’unità è una bella cosa se è il prodotto dell’azione che mira a distruggere barriere e a creare fratellanza. Ma può essere — ed è stata — cosa violenta, se è imposta con obblighi e divieti (come l’uniformità di lingua, di religione e di insegnamento). Può essere terribile, se viene brandita come arma contro coloro che i governi dichiarano “non integrabili”, i diversi per natura: gli stranieri, i senza cittadinanza, i nemici della Patria, i potenziali traditori (gli ebrei, i rom e sinti, gli omosessuali, gli slavi, i latini, secondo il concetto nazionale razzista del nazismo).
Raccogliamo questi spunti di riflessione e facciamoli reagire con i problemi del multiculturalismo. Il “modello San Bartolomeo”, cioè la violenza e i pogrom usati per sbarazzarsi dei migranti è proponibile solo per gli xenofobi razzisti di casa nostra. Tuttavia, neppure la separazione “modello Nantes” è accettabile: i muri, le enclave e i quartieri monoetnici, le classi scolastiche separate o le scuole coraniche sostitutive di quelle pubbliche. Sono cose che hanno il nome apartheid e sono inconcepibili in democrazia.
La parola-chiave dei nostri giorni è integrazione e, nel libro di Flores, l’integrazione implica la laicità nella sua accezione più rigorosa. Si prenda la questione dei simboli: come dovrebbe essere vietata l’esibizione di quelli islamici (il velo delle donne), così dovrebbe essere per quelli cristiani (il crocifisso nei luoghi pubblici). Ma, qui c’è il rischio d’una aporia, un’aperta contraddizione. La laicità è funzionale all’autonomia, ma la si può imporre in regime di eteronomia. Si può essere laici perché qualcuno ce lo comanda? La contraddizione non è da poco. La laicità imposta significa soffocare i propri tratti identitari e, da questo soffocamento, si possono sprigionare reazioni di rigetto. L’esperienza insegna: invece di promuovere convivenza, si rischia di alimentare i conflitti.
L’integrazione è l’obbiettivo, ma l’obbiettivo si può perseguire in autonomia solo con l’interazione. Prima o poi, non saremo più gli stessi. Di questo possiamo essere certi. Si tratta di sapere se ci si arriveremo in mezzo a conflitti o, invece, con la disponibilità delle culture a entrare in rapporto. Ferma restando l’intransigenza verso ogni forma di violenza tra e nei gruppi sociali, e fermo l’aiuto che deve essere dato a coloro che liberamente desiderano sottrarsi alle imposizioni delle loro comunità, si tratta di promuovere l’interazione, nella convinzione ch’essa aiuti la conoscenza reciproca e la convivenza pacifica. Convinzione o illusione? Non lo sappiamo, ma sappiamo che questa è l’unica via conforme alle nostre convinzioni democratiche.
IL SAGGIO La guerra del Sacro di Paolo Flores d’Arcais ( Raffaello Cortina pagg. 246 euro 15)
Corriere 23.1.16
«Era musulmana». E il prete non benedice la salma
Il prete anti immigrati a Savona: «Lo impone il diritto canonico». Vano l’intervento del vescovo
intervista di Riccardo Bruno
Don Angelo Chizzolini, è pentito?
«Assolutamente no».
Durante i funerali di una coppia vittima dello scoppio di una palazzina, non ha benedetto la salma della moglie, Aida Bellamoudden?
«Era impossibile farlo».
Perché era islamica?
«Lo impone il codice di diritto canonico».
Anche se la donna aveva iniziato un percorso di conversione...
«Non ho niente da aggiungere. Chiedete al vescovo Borghetti. Buona serata».
Don Angelo, parroco ad Arnasco, 600 abitanti nell’entroterra di Savona, non si scompone anche dopo la bufera che lo ha investito ieri pomeriggio. In quattro mesi è la seconda volta, tanto che per i media è ormai, con sintesi impietosa, il «sacerdote anti immigrati». A settembre, quando Papa Francesco invitò ad aprire le chiese ai disperati in fuga, alcuni fedeli riportarono un suo giudizio non proprio misericordioso: «Non voglio averli, piuttosto brucio la canonica». Anche se il giovane sacerdote poi smentì di aver mai detto quelle parole. Precisando: «Evangelicamente bisognerebbe accogliere, è vero, ma nei paesi ci sono problemi concreti, non abbiamo spazio». In quel caso il vescovo di Albenga e Imperia, Guglielmo Borghetti, lo difese: «È stato soltanto un equivoco».
Ieri pomeriggio don Angelo era chiamato a officiare il funerale di due delle cinque vittime dell’esplosione avvenuta per una fuga di gas la settimana scorsa: di Dino Andrei, 76 anni, e della moglie marocchina Aicha, 56 anni. La donna aveva intrapreso un percorso di conversione, anche se non era ancora battezzata. Per questo il vescovo aveva permesso che il funerale della donna fosse celebrato in chiesa insieme a quello del marito. «Me lo aveva chiesto anche la famiglia della vittima — spiega al Corriere monsignor Borghetti — Anche se a rigore non sarebbe stato possibile, ho autorizzato lo stesso il funerale come atto di distensione, di accoglienza. E avevo suggerito a don Angelo un po’ di buonsenso». Evidentemente non ha seguito il consiglio. «Devo ancora approfondire cosa è successo. È un prete giovane, probabilmente ha applicato le regole in modo ferreo. Mi dispiace, perché così è stato offuscato lo spirito iniziale». È il secondo incidente in pochi mesi, e il vescovo promette di intervenire. «Sicuramente faremo una bella chiacchierata», dice monsignor Borghetti, anche se invita a non creare un «caso sproporzionato, rispetto a quanto è accaduto».
Il sindaco del paese, Alfredino Gallizia, era in chiesa come gran parte dei suoi concittadini: «Ho provato sconcerto, come tanti altri. Sapevo che don Angelo non voleva celebrare il funerale, ma poi il vescovo gliel’ha imposto. A quel punto tutti si aspettavano un epilogo diverso. E invece, non solo non ha benedetto la salma, ma non l’hai mai neppure nominata. Sapendo che finiva così, era meglio non farlo il funerale».
«Era musulmana». E il prete non benedice la salma
Il prete anti immigrati a Savona: «Lo impone il diritto canonico». Vano l’intervento del vescovo
intervista di Riccardo Bruno
Don Angelo Chizzolini, è pentito?
«Assolutamente no».
Durante i funerali di una coppia vittima dello scoppio di una palazzina, non ha benedetto la salma della moglie, Aida Bellamoudden?
«Era impossibile farlo».
Perché era islamica?
«Lo impone il codice di diritto canonico».
Anche se la donna aveva iniziato un percorso di conversione...
«Non ho niente da aggiungere. Chiedete al vescovo Borghetti. Buona serata».
Don Angelo, parroco ad Arnasco, 600 abitanti nell’entroterra di Savona, non si scompone anche dopo la bufera che lo ha investito ieri pomeriggio. In quattro mesi è la seconda volta, tanto che per i media è ormai, con sintesi impietosa, il «sacerdote anti immigrati». A settembre, quando Papa Francesco invitò ad aprire le chiese ai disperati in fuga, alcuni fedeli riportarono un suo giudizio non proprio misericordioso: «Non voglio averli, piuttosto brucio la canonica». Anche se il giovane sacerdote poi smentì di aver mai detto quelle parole. Precisando: «Evangelicamente bisognerebbe accogliere, è vero, ma nei paesi ci sono problemi concreti, non abbiamo spazio». In quel caso il vescovo di Albenga e Imperia, Guglielmo Borghetti, lo difese: «È stato soltanto un equivoco».
Ieri pomeriggio don Angelo era chiamato a officiare il funerale di due delle cinque vittime dell’esplosione avvenuta per una fuga di gas la settimana scorsa: di Dino Andrei, 76 anni, e della moglie marocchina Aicha, 56 anni. La donna aveva intrapreso un percorso di conversione, anche se non era ancora battezzata. Per questo il vescovo aveva permesso che il funerale della donna fosse celebrato in chiesa insieme a quello del marito. «Me lo aveva chiesto anche la famiglia della vittima — spiega al Corriere monsignor Borghetti — Anche se a rigore non sarebbe stato possibile, ho autorizzato lo stesso il funerale come atto di distensione, di accoglienza. E avevo suggerito a don Angelo un po’ di buonsenso». Evidentemente non ha seguito il consiglio. «Devo ancora approfondire cosa è successo. È un prete giovane, probabilmente ha applicato le regole in modo ferreo. Mi dispiace, perché così è stato offuscato lo spirito iniziale». È il secondo incidente in pochi mesi, e il vescovo promette di intervenire. «Sicuramente faremo una bella chiacchierata», dice monsignor Borghetti, anche se invita a non creare un «caso sproporzionato, rispetto a quanto è accaduto».
Il sindaco del paese, Alfredino Gallizia, era in chiesa come gran parte dei suoi concittadini: «Ho provato sconcerto, come tanti altri. Sapevo che don Angelo non voleva celebrare il funerale, ma poi il vescovo gliel’ha imposto. A quel punto tutti si aspettavano un epilogo diverso. E invece, non solo non ha benedetto la salma, ma non l’hai mai neppure nominata. Sapendo che finiva così, era meglio non farlo il funerale».
La Stampa TuttoLibri 23.1.16
Maria, la “donna” più potente del mondo fece paura a Stalin
La “svoilta religiosa” del dittatore nel ’41
di Andrea Tornielli
Il «National Geographic» lo scorso dicembre le ha dedicato la copertina con un titolo significativo: «La donna più potente del mondo». E non stava parlando della presidente di un grande Paese, o di un’importante manager. Si riferiva infatti alla Madonna. L’autrice del reportage, Maureen Orth, dopo un lungo viaggio nei luoghi simbolo della venerazione mariana, spiegava che quell’aggettivo, «potente», non era legato soltanto ai miracoli attribuiti alla Vergine, ma anche al fatto che l’immagine e la storia di Maria «possono definire l’identità di un Paese», come nel caso delle apparizioni di Guadalupe in Messico: anche quei messicani che non si dicono cattolici, si dichiarano comunque «guadalupani».
Non è facile parlare della figura di Maria e della sua devozione uscendo dal devozionalismo. Ci è riuscito Vittorio Messori, giornalista e scrittore di razza, formatosi alla solida scuola torinese e autore di best seller mondiali dedicati alla storicità dei Vangeli. Nel 2008, trent’anni dopo il suo primo libro che lo rese famoso, Ipotesi su Gesù, Messori pubblicava Ipotesi su Maria, un volume che ha esaurito molte ristampe e che esce ora in edizione aggiornata con l’aggiunta ben tredici nuovi capitoli, come sempre solidi dal punto di vista delle fonti e della documentazione. Quasi un’enciclopedia che scandaglia storia, teologia, apparizioni e aneddoti.
Uno dei nuovi capitoli è dedicato a una vicenda che coinvolge Stalin e che l’autore ha ricavato da una corposa biografia del dittatore georgiano pubblicata nel 1997 in lingua russa e curata da Edvard Radzinskij, uno studioso appartenente alla nomenklatura culturale sovietica. Era noto che Stalin, trovandosi a dover fronteggiare l’invasione tedesca aveva allentato un po’ la stretta sulla Chiesa ortodossa perseguitata affinché, in un momento di estrema difficoltà, collaborasse alla «grande guerra patriottica» che sarebbe stata poi vinta anche grazie al «generale inverno». Ma non si conosceva il retroscena di questa decisione, che sarebbe stata frutto non di una strategia, bensì di una paura. A provocarla, una lettera proveniente da Libano, recapitata personalmente a Stalin dal generale Boris Shaposhnikov, capo di stato maggiore dell’Armata Rossa dopo essere stato un valoroso colonnello nell’esercito dello zar, stimato per le sue doti militari e in cuor suo ancora credente.
La missiva era stata scritta dal un metropolita ortodosso russo in Libano, Elias, il quale riferiva di aver visto la Madonna dopo tre giorni di digiuno totale da cibo e acqua, trascorsi in ginocchio a pregare. La visione avrebbe detto al mistico monaco che Leningrado di sarebbe salvata se fossero stati riaperti monasteri e chiese della Russia, se i pope nelle carceri sovietiche fossero stati liberati e se l’antica icona della Vergine di Kazan fosse stata portata in processione a Mosca, Stalingrado e nella Leningrado sotto assedio. L’icona era molto venerata dal popolo russo, a motivo della sua rocambolesca storia: scomparsa da Costantinopoli durante l’invasione dei Tartari, venne ritrovata nella città tatara di Kazan nel 1579, sotto le macerie di un’abitazione distrutta dall’incendio che aveva devastato la città.
Ebbene, Messori afferma che dietro la svolta «religiosa» di Stalin, tra il 1941 e il 1942, non c’era «soltanto il calcolo politico, la finzione pseudo devota per coinvolgere il popolo nella difesa del regime». Quella svolta, osserva ancora l’autore, «in effetti non fu del tutto rinnegata dal regime a vittoria ottenuta. Continuò la repressione, ma la persecuzione fu alleviata e del «piano quinquennale» per l’estirpazione della fede non si parlò più». Una conferma indiretta di quanto avvenuto, ricorda Messori, fu l’assegnazione nel 1947 al metropolita libanese il premio Stalin, il «Nobel sovietico», concesso ad artisti, scienziati ma anche a chi avesse compiuto «importanti servizi all’Unione Sovietica e alla causa del socialismo». Elias, che non aveva simpatie comuniste, non volle ritirare il premio, chiedendo che il denaro fosse usato per gli orfani russi della guerra.
Maria, la “donna” più potente del mondo fece paura a Stalin
La “svoilta religiosa” del dittatore nel ’41
di Andrea Tornielli
Il «National Geographic» lo scorso dicembre le ha dedicato la copertina con un titolo significativo: «La donna più potente del mondo». E non stava parlando della presidente di un grande Paese, o di un’importante manager. Si riferiva infatti alla Madonna. L’autrice del reportage, Maureen Orth, dopo un lungo viaggio nei luoghi simbolo della venerazione mariana, spiegava che quell’aggettivo, «potente», non era legato soltanto ai miracoli attribuiti alla Vergine, ma anche al fatto che l’immagine e la storia di Maria «possono definire l’identità di un Paese», come nel caso delle apparizioni di Guadalupe in Messico: anche quei messicani che non si dicono cattolici, si dichiarano comunque «guadalupani».
Non è facile parlare della figura di Maria e della sua devozione uscendo dal devozionalismo. Ci è riuscito Vittorio Messori, giornalista e scrittore di razza, formatosi alla solida scuola torinese e autore di best seller mondiali dedicati alla storicità dei Vangeli. Nel 2008, trent’anni dopo il suo primo libro che lo rese famoso, Ipotesi su Gesù, Messori pubblicava Ipotesi su Maria, un volume che ha esaurito molte ristampe e che esce ora in edizione aggiornata con l’aggiunta ben tredici nuovi capitoli, come sempre solidi dal punto di vista delle fonti e della documentazione. Quasi un’enciclopedia che scandaglia storia, teologia, apparizioni e aneddoti.
Uno dei nuovi capitoli è dedicato a una vicenda che coinvolge Stalin e che l’autore ha ricavato da una corposa biografia del dittatore georgiano pubblicata nel 1997 in lingua russa e curata da Edvard Radzinskij, uno studioso appartenente alla nomenklatura culturale sovietica. Era noto che Stalin, trovandosi a dover fronteggiare l’invasione tedesca aveva allentato un po’ la stretta sulla Chiesa ortodossa perseguitata affinché, in un momento di estrema difficoltà, collaborasse alla «grande guerra patriottica» che sarebbe stata poi vinta anche grazie al «generale inverno». Ma non si conosceva il retroscena di questa decisione, che sarebbe stata frutto non di una strategia, bensì di una paura. A provocarla, una lettera proveniente da Libano, recapitata personalmente a Stalin dal generale Boris Shaposhnikov, capo di stato maggiore dell’Armata Rossa dopo essere stato un valoroso colonnello nell’esercito dello zar, stimato per le sue doti militari e in cuor suo ancora credente.
La missiva era stata scritta dal un metropolita ortodosso russo in Libano, Elias, il quale riferiva di aver visto la Madonna dopo tre giorni di digiuno totale da cibo e acqua, trascorsi in ginocchio a pregare. La visione avrebbe detto al mistico monaco che Leningrado di sarebbe salvata se fossero stati riaperti monasteri e chiese della Russia, se i pope nelle carceri sovietiche fossero stati liberati e se l’antica icona della Vergine di Kazan fosse stata portata in processione a Mosca, Stalingrado e nella Leningrado sotto assedio. L’icona era molto venerata dal popolo russo, a motivo della sua rocambolesca storia: scomparsa da Costantinopoli durante l’invasione dei Tartari, venne ritrovata nella città tatara di Kazan nel 1579, sotto le macerie di un’abitazione distrutta dall’incendio che aveva devastato la città.
Ebbene, Messori afferma che dietro la svolta «religiosa» di Stalin, tra il 1941 e il 1942, non c’era «soltanto il calcolo politico, la finzione pseudo devota per coinvolgere il popolo nella difesa del regime». Quella svolta, osserva ancora l’autore, «in effetti non fu del tutto rinnegata dal regime a vittoria ottenuta. Continuò la repressione, ma la persecuzione fu alleviata e del «piano quinquennale» per l’estirpazione della fede non si parlò più». Una conferma indiretta di quanto avvenuto, ricorda Messori, fu l’assegnazione nel 1947 al metropolita libanese il premio Stalin, il «Nobel sovietico», concesso ad artisti, scienziati ma anche a chi avesse compiuto «importanti servizi all’Unione Sovietica e alla causa del socialismo». Elias, che non aveva simpatie comuniste, non volle ritirare il premio, chiedendo che il denaro fosse usato per gli orfani russi della guerra.