giovedì 31 dicembre 2015

Corriere 31.12.15
Idee progressiste in cerca di gambe


Davvero nel mondo di oggi resta centrale il conflitto tra lavoro e capitale? Qualche dubbio al riguardo è lecito, ma sembrano invece esserne convinti Paolo Ercolani e Simone Oggionni, autori di un Manifesto per la Sinistra e per l’Umanesimo sociale (Mimesis, pp. 134, e 12) che si nutre di vari riferimenti culturali: da Cicerone ad Antonio Gramsci, da Walter Benjamin a papa Francesco.
Il libro non è soltanto un forte appello per la ridefinizione di uno schieramento progressista radicale e agguerrito, ma anche e soprattutto un atto di fede nel primato della politica e dello Stato, da recuperare, secondo gli autori, rispetto al predominio «anti-umano» della finanza globale.
Il guaio è che, un po’ in tutta Europa, la rivolta contro l’austerità e la tecnocrazia sta prendendo un’altra strada, quella di un populismo sbilanciato decisamente a destra (Fn francese, Ukip britannico) o indifferente alla discriminante tra conservatori e progressisti (5 Stelle). Le eccezioni sono Syriza in Grecia e Podemos in Spagna, formazioni dotate di leader carismatici cresciuti dal basso, dei quali tuttavia in Italia non si vede traccia.
Ammesso e non concesso che le idee sostenute da Ercolani e Oggionni siano un’arma efficace per lanciare una sfida alla (forse un po’ mitizzata) egemonia del neoliberismo, al momento non si vede su che gambe possano camminare in questo Paese.
Corriere 31.12.15
Un libro di Franco Cardini
L’imperatrice che attirò Gerusalemme in Italia


Nell’episodio riportato dal Vangelo di Giovanni, Gesù annuncia alla donna samaritana che i veri credenti non adoreranno più il Padre sul monte di Sichem o a Gerusalemme, bensì in spirito e verità. Alle sue origini, il cristianesimo si caratterizza per l’assenza di uno spazio cultuale definito o di specifici luoghi sacri. Eppure, come nota Franco Cardini nel libro Andare per le Gerusalemme d’Italia (Il Mulino, pp. 164, e 12), l’Italia «è investita, inondata e percorsa per intero dalle memorie di Gerusalemme e dalla sua presenza».
Autrice di questo spettacolare mutamento di prospettiva fu Elena, la madre di Costantino, archeologa ante litteram . La scoperta a opera sua del luogo della crocifissione, della sepoltura e della stessa croce di Cristo riportò Gerusalemme al centro del mondo, dopo che l’imperatore Adriano l’aveva rasa al suolo, cancellandone persino il nome, dopo la rivolta ebraica del 132-135 d.C.
Da Gerusalemme, Elena inviò i frammenti della croce e i chiodi che avevano trafitto Gesù a Costantinopoli e a Roma. Qui, la reliquia venne suddivisa tra le basiliche del Laterano, del Vaticano e, appunto, della Santa Croce in Gerusalemme, antica residenza romana dell’imperatrice. A questo movimento centrifugo ne corrispose uno centripeto: da Roma passavano le strade che da ogni parte dell’Occidente cristiano percorrevano i pellegrini per recarsi a Gerusalemme a visitare i luoghi della Passione di Cristo, su cui Elena aveva fatto edificare un imponente complesso basilicale. Non tutti, però, potevano permettersi un simile viaggio, per motivi di tempo o di costo.
Si avviò dunque la costruzione di chiese a somiglianza del Santo Sepolcro, partendo da quella fondata nel V secolo a Bologna dal vescovo Petronio (ma le prime attestazioni scritte risalgono al IX). La conquista araba e il fallimento delle crociate fecero moltiplicare il fenomeno. In questo modo, reliquie, vie di pellegrinaggio e Gerusalemme immaginarie presero a intrecciarsi sull’intera penisola italiana in un tessuto non solo materiale, bensì anche antropologico e culturale, illustrato dalle pagine di Cardini.
La Stampa 31.12.15
Addio al sociologo dell’eclissi del sacro
È morto a 88 anni Sabino Acquaviva, studiò gli anni di piombo e i media
di Maria Corbi


È morto Sabino Acquaviva, tra i maggiori esponenti del dibattito sociologico, che ha alimentato ponendo grande attenzione alla religione e alla crisi dei valori dell’età contemporanea. Aveva 88 anni, lascia la moglie Eugenia e i figli Francesco e Chiara. Nato a Padova il 29 aprile 1927, aveva insegnato dal 1967 al 1971 all’Università di Trento per poi diventare professore di sociologia all’Università di Padova, di cui fu preside dal 1977 al 1978 e direttore del dipartimento di sociologia dal 1985 al 1988. È stato anche membro del comitato scientifico della Facoltà di Legge ed Economia dell’Università di Nizza.
Il suo libro L’eclissi del sacro nella società industriale, pubblicato nel 1961, ebbe un successo internazionale, diventando un manuale studiato in tutto il mondo. Grazie alla sua diffusione, entrò in contatto con accademici internazionali che lo invitarono a insegnare nei loro atenei: a Chicago, a Bruxelles, a Oxford (dove fu Visiting Fellow, nel 1975 e nel 1976, presso l’All Souls College), ma anche a Aix-en-Provence, Dublino, Bonn, Madrid, Oslo, Berlino, Zurigo.
Alcune opere di Acquaviva sono dedicate agli anni di piombo, come Guerriglia e guerra rivoluzionaria in Italia (1979), Il seme religioso della rivolta (1979), Sinfonia in rosso (1989). Altre alla comunicazione dei mass media. Ha diretto la struttura cultura della Rai, collaborando poi con diverse trasmissioni televisive tra le quali La notte della Repubblica di Sergio Zavoli.
«Con la scomparsa di Sabino Acquaviva la città e la sua Università perdono una figura di spicco, fra i maggiori sociologi italiani», ha commentato Rosario Rizzuto, rettore dell’Università di Padova. «Con grande lucidità le sue opere hanno fotografato la società italiana e non solo, elevandosi nell’analisi dei fenomeni religiosi e della crisi di valori della società contemporanea. Le sue opere hanno affrontato diverse tematiche e rimarranno un contributo fondamentale per il dibattito sociologico».
«Scompare un uomo di straordinaria cultura, dotato di una grande capacità di analisi del nostro vivere e di una ininterrotta attenzione per i mutamenti della nostra società», ha detto il presidente del Veneto Luca Zaia. «È stato senza dubbio uno studioso che ha lasciato un forte segno in questo secolo, un’intelligenza del nostro Veneto riconosciuta e apprezzata a livello internazionale».
I funerali si svolgeranno il 2 gennaio pomeriggio nella chiesa di Santa Sofia, a Padova.
Corriere 31.12.15
L’imperatrice che attirò Gerusalemme in Italia
Franco Cardini sui luoghi nati a imitazione del santo sepolcro
di Marco Rizzi


Nell’episodio riportato dal Vangelo di Giovanni, Gesù annuncia alla donna samaritana che i veri credenti non adoreranno più il Padre sul monte di Sichem o a Gerusalemme, bensì in spirito e verità. Alle sue origini, il cristianesimo si caratterizza per l’assenza di uno spazio cultuale definito o di specifici luoghi sacri. Eppure, come nota Franco Cardini nel libro Andare per le Gerusalemme d’Italia (Il Mulino, pp. 164, e 12), l’Italia «è investita, inondata e percorsa per intero dalle memorie di Gerusalemme e dalla sua presenza».
Autrice di questo spettacolare mutamento di prospettiva fu Elena, la madre di Costantino, archeologa ante litteram . La scoperta a opera sua del luogo della crocifissione, della sepoltura e della stessa croce di Cristo riportò Gerusalemme al centro del mondo, dopo che l’imperatore Adriano l’aveva rasa al suolo, cancellandone persino il nome, dopo la rivolta ebraica del 132-135 d.C.
Da Gerusalemme, Elena inviò i frammenti della croce e i chiodi che avevano trafitto Gesù a Costantinopoli e a Roma. Qui, la reliquia venne suddivisa tra le basiliche del Laterano, del Vaticano e, appunto, della Santa Croce in Gerusalemme, antica residenza romana dell’imperatrice. A questo movimento centrifugo ne corrispose uno centripeto: da Roma passavano le strade che da ogni parte dell’Occidente cristiano percorrevano i pellegrini per recarsi a Gerusalemme a visitare i luoghi della Passione di Cristo, su cui Elena aveva fatto edificare un imponente complesso basilicale. Non tutti, però, potevano permettersi un simile viaggio, per motivi di tempo o di costo.
Si avviò dunque la costruzione di chiese a somiglianza del Santo Sepolcro, partendo da quella fondata nel V secolo a Bologna dal vescovo Petronio (ma le prime attestazioni scritte risalgono al IX). La conquista araba e il fallimento delle crociate fecero moltiplicare il fenomeno. In questo modo, reliquie, vie di pellegrinaggio e Gerusalemme immaginarie presero a intrecciarsi sull’intera penisola italiana in un tessuto non solo materiale, bensì anche antropologico e culturale, illustrato dalle pagine di Cardini.
Corriere 31.12.15
L’Europa non deve rinnegare la sua coscienza cristiana
Non si comprende perché chi professa altre fedi e fugge da Paesi dilaniati dal fondamentalismo dovrebbe sentirsi offeso da crocifissi e presepi: simboli propri di chi è disposto ad accoglierli
di Dario Antiseri


N el 112 d.C. Plinio il Giovane, a quel tempo governatore della Bitinia, invia un resoconto all’imperatore Traiano, dove gli notifica di aver condannato a morte tutti quei cristiani che si erano rifiutati di adorare Cesare come Signore (Kýrios Kaýsar) e di maledire Cristo (Anáthema Christós). «Signore, [...] ecco come mi sono comportato con coloro che mi sono stati deferiti quali cristiani. Domandai a loro stessi se fossero cristiani. A quelli che mi rispondevano affermativamente ripetei due o tre volte la domanda, minacciando il supplizio: quelli che perseveravano li ho fatti uccidere [...]. Coloro che negavano di essere cristiani o di esserlo stati, se invocavano gli dei secondo la formula che io avevo imposta, e se facevano sacrifici con incenso e vino dinnanzi alla immagine tua, che avevo fatto recare per tale intento, e inoltre maledicevano Cristo, tutte cose che, mi dicono, è impossibile ottenere da coloro che sono veramente cristiani, io ho ritenuto doveroso essere rilasciati».
È «per semplice osservanza della verità» che con il messaggio cristiano aveva fatto irruzione nella storia degli uomini l’idea che il potere politico non è il padrone della coscienza degli individui, ma che è la coscienza di ogni uomo e di ogni donna a giudicare il potere politico. Per il cristiano solo Dio è il Signore, l’Assoluto. È per decreto religioso che Káysar non è Kỳrios . Con ciò, il potere politico veniva desacralizzato, l’ordine mondano relativizzato e le richieste di Cesare sottoposte al giudizio di legittimità di coscienze inviolabili, di persone «fatte ad immagine e somiglianza di Dio».
La Grecia ha passato all’Europa l’idea di razionalità come discussione critica e, in questo senso, per dirla con P. B. Shelley, «noi tutti siamo Greci»; ma non fu la Grecia a passare all’Europa i suoi dei. Questi, come ha scritto Giovanni Reale, erano già stati resi vani dai filosofi a cominciare dai Presocratici, Senofane in testa. Il Dio delle popolazioni europee è il Dio della Bibbia e del Vangelo. Che cosa sarebbe l’Europa o, ancor più esattamente, l’Occidente senza il Cristianesimo? Wilhelm Röpke: «Soltanto il Cristianesimo ha compiuto l’atto rivoluzionario di sciogliere gli uomini, come figli di Dio, dalla costrizione dello Stato e, per parlare con Guglielmo Ferrero, di demolire l’ esprit pharaonique dello Stato antico». Ed ecco, da parte sua, cosa, «per semplice osservanza della verità», volle precisare Benedetto Croce in Perché non possiamo non dirci cristiani : «Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuto». E la ragione di ciò, precisa Croce, «è che la rivoluzione cristiana operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale e conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fin allora era mancata all’umanità». E, dopo Croce, Karl Popper: «Riconosco — egli scrive ne La società aperta e i suoi nemici — che gran parte dei nostri scopi e fini occidentali, come l’umanitarismo, la libertà, l’uguaglianza, li dobbiamo all’influenza del Cristianesimo [...]. I primi cristiani ritenevano che è la coscienza che deve giudicare il potere e non viceversa». E la coscienza, quale ultima corte di giudizio nei confronti del potere politico, in unione con l’etica dell’altruismo, «è diventata la base della nostra civiltà occidentale. È la dottrina centrale del Cristianesimo (“ama il prossimo tuo”, dice la Scrittura, e non “ama la tua tribù”) ed è il nucleo vivo di tutte le dottrine etiche che sono scaturite dalla nostra civiltà e l’hanno alimentata».
Agli inizi degli anni Cinquanta, Nikita Kruscev, nel corso di un colloquio con Harold Macmillan, all’epoca ministro degli Esteri della Gran Bretagna, chiese a costui che cosa fosse ciò in cui crede l’Occidente. E Macmillan rispose: «L’Occidente crede al Cristianesimo». Ma, ecco, che è proprio il tratto più importante dell’identità europea, cioè il messaggio cristiano, che da più parti oggi viene messo in discussione, quasi ospite indesiderato nella propria casa. È quanto accadde, in modo eclatante, allorché — soprattutto per insistenza dell’allora presidente francese J. Chirac — si decise che dal Preambolo della Costituzione europea venisse cancellato il richiamo alle radici cristiane dell’Europa. E, in altri contesti, cosa analoga è accaduta e accade di continuo, a più riprese, con la richiesta che venga tolto il crocifisso dai luoghi pubblici, come i tribunali o ancor più dalle scuole, e che venga vietato l’allestimento del presepe negli asili e in tutti gli altri ordini di scuole e in ogni altro edificio pubblico. E ciò — si dice — per la ragione che si tratterebbe di «simboli» che offenderebbero quanti credono in fedi diverse dal Cristianesimo.
Viene qui subito da chiedere: ma per quali ragioni fedeli di altro credo, fuggiti dai loro Paesi dilaniati dagli orrori del fondamentalismo, dovrebbero sentirsi offesi da «simboli» e «tradizioni» di una fede — quella cristiana — costitutiva di una civiltà disposta ad accoglierli e a strapparli dalla morte e dalla fame? Tutti costoro dovrebbero piuttosto guardare con rispetto a «simboli» e «tradizioni» di una civiltà che affonda le proprie radici nel messaggio di colui che è morto in croce. E all’attenzione di quanti, in nome di un laicismo — non di rado dai tratti fondamentalisti — immaginano una società sconsacrata, mi permetto di sottoporre un pensiero di Thomas S. Eliot: «Se il cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura; e allora si dovranno attraversare molti secoli di barbarie». E, per concludere, un ammonimento di Antonio Rosmini: «Chi non è padrone di sé, è facilmente occupabile».
La Stampa 31.12.15
Una vita extraterrestre ci aiuterebbe a capire la nostra
La caccia a ET nel nuovo numero diOrigami
Il direttore della Specola Vaticana: “Una fede che ha paura della scienza è una fede che non si fida”
di Guy Consolmagno
Padre gesuita, direttore della Specola Vaticana


Una delle più importanti scoperte dell’astronomia contemporanea è quella di nuovi pianeti, finora migliaia, che orbitano attorno ad altre stelle. Io stesso, col mio lavoro di ricerca, cerco di capire come si è formato il nostro sistema solare e l’avere a disposizione un numero cosi grande di sistemi planetari coi quali operare un confronto è davvero molto eccitante.
È possibile che vi sia vita su questi altri pianeti? Scorrendo la letteratura scientifica si trovano risposte di vario tipo ma tutte giungono alla medesima conclusione: non lo sappiamo. E non lo sapremo fino a quando non la troveremo.
Occorre precisare infatti che non c’è una definizione condivisa di vita da parte di scienziati e di filosofi. È possibile che si scoprano microbi, simili a quelli terrestri, sotto la superficie di Marte o sotto la crosta ghiacciata di Europa, una delle lune di Giove; è pure possibile che si scopra l’esistenza di processi chimici che funzionano molto più lentamente (o velocemente) di quanti noi siamo soliti immaginare quando pensiamo alla «vita» cosicché solo fra qualche centinaio d’anni ci accorgeremo che sono «vivi».
Dobbiamo essere aperti
Proprio come la scoperta di altri pianeti ci offre le idee migliori su come si è formato il nostro sistema solare, la ricerca della vita su altri pianeti è fondamentale per capire cosa sia la vita e come si sia formata. Non possiamo capire la vita sulla Terra fino a quando non riusciremo a riconoscerla altrove.
Ha una importanza religiosa trovare la vita altrove? Ce l’ha solo da questo punto di vista: se Dio ha creato l’universo, comprese le stelle e i pianeti, allora noi possiamo imparare qualcosa su Dio scoprendo come Lui ha scelto di creare le cose (San Paolo ne parla nel primo capitolo della Lettera ai Romani). Ma questo significa che dobbiamo essere aperti ad accettare il modo di funzionare dell’universo, e non presumere di sapere tutto in anticipo. Una fede che ha paura della scienza è una fede che non si fida!
Battezzeresti un alieno?
E sulla possibilità che esista vita intelligente? P. Paul Mueller e io abbiamo scritto un libro su questo e altri argomenti il cui titolo è Battezzeresti un extraterrestre? (Would You Baptize an Extraterrestrial?). Riporta principalmente simpatiche riflessioni, perché ovviamente non possiamo dire cosa faremmo fino a quando non troveremo realmente una simile forma di vita. In ogni caso, poiché queste eventuali creature seguirebbero le stesse leggi della chimica e della fisica che seguiamo noi, avrebbero gli stessi problemi di buono e cattivo, e avrebbero una loro relazione con il loro e nostro Creatore.
Mi viene in mente il fumetto «Pogo» che amavo leggere quando ero bambino in America. In un episodio due personaggi stanno discutendo circa la possibilità che ci sia una intelligenza extraterrestre; uno dei due giunge alla conclusione che «Sia che ci siano creature più intelligenti di noi, sia che siamo noi gli esseri più intelligenti dell’universo, in entrambi i casi si tratta di un pensiero preoccupante!».
La Stampa 31.12.15
Così gli Stati Uniti hanno spiato Netanyahu
Le intrusioni fatte durante il negoziato sul nucleare iraniano
Israele presenterà una protesta formale
di Francesco Semprini


Ecco giunta con puntualità la grana di fine anno per Barack Obama, costretto ora, dal suo fugace letargo hawaiiano, a dare di nuovo spiegazioni a Israele, partner europei e detrattori casalinghi. Il tema del resto è scottante, visto che si parla di intercettazioni al limite della legalità. A rovinare le feste al presidente americano è il Wall Street Journal che rivela come bersaglio privilegiato della sorveglianza segreta, negli ultimi tempi, sia stato Benjamin Netanyahu, il premier israeliano sempre più in rotta con l’inquilino della Casa Bianca per la sua contrarietà allo storico accordo sul programma nucleare dell’Iran.
La reazione
Una rivelazione che sembra spingere il governo dello Stato ebraico a presentare una protesta formale alla Casa Bianca. Mossa che complicherebbe l’opera di distensione avviata da Obama e Netanyahu dopo le frizioni degli ultimi anni. Il ministro israeliano responsabile dei servizi ha fatto sapere che si sta verificando quanto accaduto. Secondo le informative si parla di telefonate intercettate non solo tra Netanyahu e i suoi consiglieri, ma anche tra questi e alcuni membri del Congresso americano e leader delle associazioni israelitiche americane. A Capitol Hill la commissione parlamentare di intelligence ha aperto un’indagine e dovrà appurare se in qualche modo siano state violate regole, leggi e procedure.
Lo scopo delle intercettazioni era quello di impedire la campagna di Netanyahu contro l’accordo nucleare con Teheran. Proprio in quei giorni di fine primavera a Washington si giocava una delicatissima partita e il premier israeliano fu a sorpresa invitato dai repubblicani a parlare a Capitol Hill, all’insaputa della Casa Bianca, scatenando la collera del presidente Obama e provocando la più grave crisi tra Usa e Israele degli ultimi decenni. Per di più sul governo israeliano pesava l’accusa di spionaggio dei negoziati con l’Iran, avvenuti per lo più a Ginevra, al fine di sabotarli.
L’ambiguità di Obama
In realtà non ci sarebbe stato un ordine preciso della Casa Bianca di spiare Netanyahu: «Non dicemmo alla Nsa di farlo, ma non dicemmo nemmeno di non farlo», rivela al Wsj un ex funzionario dell’amministrazione Obama. E non è tutto perché secondo fonti dell’intelligence e dell’amministrazione Usa, gli 007 della Nsa avrebbero avuto carta bianca per tenere sotto controllo anche alcuni leader di Paesi Nato come il presidente turco Tayyip Erdogan. E avrebbero continuato a tenere sotto controllo persino le comunicazioni dei più stretti consiglieri e collaboratori di Angela Merkel e François Hollande.
Il punto è capire quale sia stato in questa nuova vicenda il ruolo attivo della Casa Bianca, se vi sia stata tacita complicità o se chi ha agito è stato in grado di farlo aggirando lo stesso Obama. Anche perché dopo il Datagate, lo scandalo intercettazioni illegali della Nsa, messo a nudo dalla talpa Edward Snowden, il Presidente aveva promesso che non avrebbe più spiato gli alleati. Promessa che non sembra sia stato in grado di mantenere.
La Stampa 31.12.15
Un nemico non è per sempre
Etichettare come “barbaro” e “mostro” chi oggi ci aggredisce è sbagliato: come ha insegnato Mandela è più utile cercare il barlume di umanità che è in lui
di Tzvetan Todorov


Durante la mia infanzia e adolescenza in Bulgaria, paese che apparteneva allora al «campo comunista», soggetto quindi a un regime totalitario, il concetto di «nemico» era uno dei più necessari e utilizzati. Permetteva di spiegare l’enorme divario tra la società ideale, dove dovevano regnare prosperità e felicità, e la realtà opaca in cui eravamo immersi. Se le cose non funzionavano bene come promesso, la colpa era dei nemici. Questi appartenevano a due grandi categorie. C’era intanto un nemico lontano e collettivo, quello che chiamavamo «l’imperialismo angloamericano» (una formula fissa), responsabile di tutto ciò che non andava bene nel mondo. Accanto a lui si palesava un nemico vicino, dotato di un’identità individuale, identificabile nelle istituzioni familiari: la scuola dove si studiava, la ditta in cui si lavorava, le organizzazioni a cui si apparteneva.
Manicheismo leninista
La persona designata come nemico aveva ragione di preoccuparsi: una volta che gli era stato attribuito quel marchio infamante, poteva perdere il lavoro, il posto a scuola, il diritto a vivere in una città, e ognuna di queste misure poteva essere seguita dalla reclusione o dall’internamento in un campo di rieducazione, un’istituzione di cui la Bulgaria a quei tempi era generosamente fornita.
Adottando questo atteggiamento, i rappresentanti delle autorità si comportavano in conformità ai precetti dettati dagli strateghi della rivoluzione, compreso Lenin, fondatore del regime totalitario comunista, che interpretava la vita sociale in termini militari. Una tale situazione di conflitto giustifica tutte le misure repressive. Una persona che difetta di entusiasmo per la costruzione del comunismo è vista come un avversario, ma ogni avversario diventa un nemico, e i nemici meritano un solo destino: l’eliminazione. Lenin raccomanda pertanto di «sterminare senza misericordia i nemici della libertà», di condurre «una sanguinosa guerra di sterminio». Il totalitarismo è un tipo di manicheismo che divide la popolazione della Terra in due sottospecie che si escludono a vicenda, che incarnano il bene e il male e di conseguenza anche gli amici e i nemici.
Troviamo la stessa rigida ripartizione tra i teorici del nazifascismo, e quindi la stessa importanza attribuita alla nozione di nemico. Il giurista e filosofo tedesco Carl Schmitt (1888-1985) riduce la categoria stessa della politica a «discriminazione tra amico e nemico», paragonando a sua volta la vita della città a una guerra. E si oppone a quelle che definisce le utopie pacifiste e liberali, che mantengono la speranza di una graduale estinzione delle guerre; il suo ruolo, dice, è quello di essere il nemico di coloro che non vogliono più riconoscere il nemico... La guerra non è la manifestazione più comune della politica, ma ne è la manifestazione ultima, perché è l’unica in cui l’individuo mette la sua vita interamente nelle mani dello Stato e la sola che lo porta ad accettare tanto di morire quanto di uccidere. Per questo motivo, rivela la verità. La convinzione di Schmitt non si basa su un’analisi storica o antropologica, ma sulla dottrina cristiana del peccato originale, cui aderisce con un atto di fede.
Ieri i comunisti, ora l’islam
Consustanziale alle concezioni totalitarie della storia, il concetto di nemico non svolge un ruolo di primo piano nella vita dei paesi democratici, ma viene sporadicamente utilizzato nello stesso modo. In guerra, questo termine designa, per convenzione, il paese o l’organizzazione che si combatte. Al tempo della guerra fredda, il nemico era il comunismo nella sua versione sovietica e i suoi simpatizzanti ovunque fossero. Il nemico è invocato anche nel populismo demagogico che ama additare alla vendetta popolare un personaggio colpevole di tutti i mali che ci affliggono. A volte il nemico è identificato con una popolazione specifica: gli immigrati dai paesi poveri, i musulmani. L’effetto di questa dichiarazione è di instillare la paura nella gente e quindi di invogliare un numero significativo di elettori a votare per la parte che formula quest’accusa e promette di eliminare il nemico. Questo ci porta ai margini del quadro democratico.
Si dovrà allora, rifuggendo la contiguità con i precedenti utilizzatori, tanto compromettenti, rinunciare all’uso di questo termine? Questa conclusione sembra inaccettabile, soprattutto in un contesto come quello che stiamo vivendo, dove dobbiamo identificare il nemico perché questi minaccia di ucciderci. L’osservazione spassionata del mondo che ci circonda non fa pensare che l’ostilità sia scomparsa dalla faccia della Terra, né tra i popoli né tra gli individui: le nostre società non sono abitate da tribù di angeli.
Ostilità temporanea
Per mantenere l’uso del concetto di nemico in una democrazia, tuttavia, si dovrebbe adattarne il senso. Non si può aderire ai postulati fondamentali del pensiero totalitario, che si esprimono in formule del tipo «la guerra dice la verità sulla vita», o invocare il carattere decisivo del «peccato originale». Un certo consenso è stato raggiunto oggi tra coloro che mettono in discussione la specificità della specie umana: è diventato impossibile dire che la lotta, la violenza, la guerra rappresentino la caratteristica dominante della nostra specie. Se dobbiamo riservare un tale spazio a una sola attività, questa sarebbe la cooperazione piuttosto che la lotta all’ultimo sangue. E questa caratteristica è comune a tutte le popolazioni del mondo.
Si arriva quindi a non identificare il nemico in un gruppo umano, ma a trovare le sue origini in un’ideologia o un dogma, in un’emozione o in una passione. Gli individui diventano «nemici» solo parzialmente e temporaneamente. In tutti i casi che ho citato, il nemico è stato identificato con un insieme di persone che occupano un posto fisso nel tempo e nello spazio: a un certo punto gli americani per i sovietici, e viceversa, in un altro momento gli immigrati di alcuni paesi per gli autoctoni, in un altro ancora i terroristi agli occhi del potere legale. Se si rinuncia a fare del nemico un’essenza a parte, abbiamo piuttosto un attributo, una condizione precisa e temporanea, che si ritrova in tutti. Piuttosto che eliminare i nemici, ci si darà l’obiettivo di prevenirne gli atti ostili. Questa è la lezione che ci ha insegnato la vita di quel combattente esemplare che fu Nelson Mandela. Egli riuscì ad abbattere un nemico come il sistema dell’apartheid senza versare una goccia di sangue, avendo scoperto nei suoi potenziali nemici un «barlume di umanità», avendo capito le ragioni della loro ostilità ed essendo così riuscito a trasformarli in amici.
Ma i Paesi occidentali che hanno sofferto attacchi terroristici, come gli Stati Uniti o altri, non si sono rivolti in questa direzione. I loro leader hanno preferito adottare la massima di Lenin, secondo la quale bisogna «sterminare senza misericordia i nemici della libertà». All’indomani dell’11 settembre 2001, il presidente Bush aveva promesso al suo Paese che avrebbe garantito, con tutti i mezzi possibili, il trionfo della libertà sui suoi nemici. In quell’occasione è stata creata una nuova categoria, quella dei «combattenti nemici» privi sia dello status di criminali, e quindi giudicati in base alle leggi del Paese, sia di quello di prigionieri di guerra protetti dalle Convenzioni di Ginevra: sono quelli rinchiusi a Guantanamo. Il risultato di queste misure è stato, come sappiamo, l’ampliarsi del fenomeno del terrorismo.
Etichette fuorvianti
Non si tratta di un semplice slittamento semantico nell’uso di una parola o di un dibattito puramente filosofico. Dobbiamo affrettarci ad abbandonare le etichette fuorvianti di cui continuano a servirsi i leader politici che, di fronte alle aggressioni, invocano «il nemico barbaro», «gli atti mostruosi» o «i personaggi diabolici». La comprensione del nemico permette di scoprire modi specifici per combatterlo. L’uso della forza, militare o di polizia, deve sempre restare possibile, un attacco imminente dev’essere contrastato con le armi. Ma a questo si deve aggiungere un’altra conseguenza: capire il punto di vista dell’aggressore diventa il presupposto di qualsiasi lotta contro di lui. Perché dietro alle azioni ci sono sempre pensieri ed emozioni, su cui è possibile agire.
L’ostilità può essere motivata da un senso di umiliazione, o da un’ingiustizia subita, o dalla rabbia, o da sogni di potere, o essere frutto dell’ignoranza. I nemici sono esseri umani come noi. Per neutralizzarli non servono necessariamente le bombe o i missili, ma saranno sempre necessari il coraggio e la perseveranza.
[Traduzione di Carla Reschia]
© Le Monde, 2015
La Stampa 31.12.15
Ebrei e palestinesi, rompere il silenzio per cercare la pace
di Abraham Yehoshua


Gli eventi delle ultime settimane in Israele hanno assunto il carattere di un dramma politico dagli avvincenti colpi di scena. Il dramma è sempre quello tra la sinistra e la destra, cioè tra coloro che combattono per una separazione dai palestinesi e la pace e coloro invece che hanno perso ogni speranza e desiderio di raggiungere un accordo.
E fanno il possibile per consolidare l’occupazione e stabilire nuovi insediamenti, facendo così naufragare ogni possibilità di cambiamento.
Le colpe del governo
Questo dramma si è ulteriormente inasprito sotto il governo Netanyahu raggiungendo un nuovo apice con la notizia che a un convegno organizzato dal quotidiano «HaAretz» a New York (al quale è intervenuto anche il presidente israeliano Reuven Rivlin, uomo coraggioso e vero liberale) era presente un rappresentante dell’organizzazione «Breaking the Silence», della quale ho già avuto occasione di parlare negli ultimi due anni. È questa un’organizzazione dagli alti standard morali, fondata da soldati riservisti che raccolgono testimonianze su comportamenti scorretti dei servizi di sicurezza, dell’esercito, della polizia e dei coloni verso i civili palestinesi nei territori occupati della Cisgiordania e che hanno denunciato trasgressioni all’etica militare di loro commilitoni durante l’ultima guerra nella Striscia di Gaza. L’obiettivo di tali testimonianze, notificate dapprima alle autorità militari e portate in un secondo tempo a conoscenza del pubblico in Israele e all’estero, è quello di far conoscere ai cittadini israeliani il pesante costo morale della lotta contro i palestinesi, in atto a poca distanza dalle loro case.
In ogni ente o istituzione pubblica dovrebbero esserci dipendenti coraggiosi che denunciano carenze e corruzioni che sfuggono ai meccanismi di controllo ufficiali. E questo è ancora più vero per istituzioni potenti quali l’esercito e la polizia. In Israele l’esistenza di un’organizzazione come «Breaking the Silence» assume dunque un ruolo importante in quanto il controllo dell’esercito israeliano sulla popolazione civile palestinese non è come quello, per esempio, delle truppe francesi in Algeria o britanniche in Kenya o in India. Nel caso di Israele le popolazioni ebraica e palestinese vivono mescolate e saranno costrette a rimanerlo per l’eternità. Un soldato che umilia e ferisce un giovane palestinese a Hebron o a Betlemme dovrebbe capire che nel momento in cui lo fa un suo famigliare potrebbe essere ricoverato in un ospedale israeliano e affidato alle cure di un infermiere o di un medico palestinese, zio o parente del giovane che lui ha offeso o trattato con brutalità. Pertanto il rispetto del principio definito in Israele «Purezza delle armi», ovvero l’uso delle armi secondo regole morali (uno dei valori fondamentali sui quali si è basata la forza militare israeliana fin dal principio del sionismo) è fondamentale da un punto di vista etico ed è vitale per il futuro dello Stato ebraico in Medio Oriente.
Qualcosa di importante
L’organizzazione «Breaking the Silence», composta da combattenti patrioti che vogliono mantenere un comportamento corretto nei contatti quotidiani fra l’esercito israeliano e la popolazione palestinese sotto il suo controllo, sta facendo quindi qualcosa di estremamente importante per il futuro di Israele.
Questa organizzazione, costantemente sotto attacco da parte di esponenti della destra e del centro, è stata oggetto di critiche ancora più severe dopo il convegno di New York.
I durissimi attacchi dei rappresentanti della destra e del governo israeliano includono un filmato calunnioso e contraffatto in cui soldati affiliati a «Breaking the Silence» collaborano con terroristi palestinesi. Ma proprio questi attacchi hanno creato una reazione positiva. Centinaia di docenti universitari israeliani hanno pubblicato una petizione a sostegno dell’organizzazione e a loro si sono uniti ex capi dei servizi di sicurezza, ex generali e alti ufficiali dell’esercito. Non a caso quindi i rappresentanti di «Breaking the Silence» hanno pubblicato un’ironica lettera di ringraziamento per il primo ministro Benjamin Netanyahu che, con i suoi sfrenati attacchi, ha suscitato un’ondata di sostegno senza precedenti per la loro associazione.
Ma i guai per la destra israeliana non finiscono qui. In Israele è stato pubblicato un altro video (vero, questa volta), che ha scioccato molti suoi esponenti, sempre così certi di essere dalla parte del giusto.
Traduzione di Alessandra Shomroni
Repubblica 31.12.15
I nodi che la guerra all’Is non scioglierà
di  Renzo Guolo


COME sarà l’anno che verrà sul fronte del conflitto siro-iracheno? Potrebbe essere quello decisivo per sconfiggere lo Stato Islamico, come promette il premier iracheno Abadi, ma i contraccolpi che ne deriveranno non saranno indolori per le coalizioni che lo combattono.
Il nodo è, ancora una volta, quello dell’assetto istituzionale e politico, e degli stessi confini, di Siria e Iraq. È su questo terreno, più che sulla capacità militare dell’Is di resistere all’offensiva della “doppia coalizione” a guida russa e americana, che si gioca la partita. Che fare della Siria, paese per il quale non solo Mosca e Washington, ma anche Riad, Teheran e Ankara, hanno ipotesi diverse? Il diretto ingresso in scena russo, dopo che il Cremlino aveva a lungo delegato la difesa del regime di Damasco all’Iran a al suo alleato l’Hezbollah, ha mutato il quadro. Inducendo sia la riluttante America di Obama, sia gli stati sunniti dell’area, impegnati sia nel contrastare l’ascesa iraniana nella regione, sia nella sfida interna per il ruolo di potenza confessionale egemone, a imboccare decisamente la via della soluzione militare del conflitto. Esito cui ha contribuito anche il nuovo attentato di Parigi, che ha condotto la Francia e i suoi principali alleati europei a aumentare, o avviare, l’impegno armato contro l’Is.
Ma ancora una volta è la prospettiva del dopo a dividere. Anche all’interno delle due coalizioni. La scelta di Putin di intervenire massicciamente nel conflitto ha sottratto centralità a Teheran e fatto emergere le priorità strategiche del Cremlino, non sempre, o non più, coincidenti con quelle iraniane. A partire dalla successione di Assad. A determinate condizioni, la Russia pare disposta a una transizione che lo veda passare la mano, mentre l’Iran respinge una soluzione di governo senza Bashar, garante dell’asse sciita che si tende da Teheran alla Beirut del Partito di Dio passando, appunto, per Damasco. Il dissenso investe anche altri aspetti. La Russia punta a un ruolo decisivo nella regione e per svolgerlo deve poter parlare con tutti gli attori dell’area. Anche con i sunniti e Israele. Ma le rassicurazioni di Mosca a Netanyahu sul futuro del Golan e su quello di Hezbollah, hanno fatto storcere il naso agli iraniani e ai loro fidi alleati libanesi. Così come l’apertura a gruppi dell’opposizione sunnita siriana. Incassato il dividendo sul negoziato nucleare, al quale Mosca ha decisamente contribuito, Teheran potrebbe così ridimensionare, o quantomeno minacciare di farlo, il suo impegno militare. Marcando, in tal modo, non tanto un distacco dal Cremlino quanto una minore disponibilità a condividerne lo sforzo bellico. Lo stesso vale per Hezbollah, che ha già pagato un tributo molto alto in perdite e non pare disposto, solo in nome della solidarietà confessionale, a continuare a farlo senza contropartite politiche. Per Putin il disimpegno sciita sarebbe un problema, perché, come si è visto, la guerra aerea non è sufficiente per sconfiggere l’Is: servono truppe di terra, tanto più quando il conflitto mesopotamico assume, come dimostra la battaglia per le città, sempre più caratteri convenzionali. E quelle truppe non possono essere, solo, russe. Militarmente e finanziariamente, con la crisi ucraina ancora in corso e il Caucaso che potrebbe diventare il nuovo fronte dell’Is, la Russia rischierebbe una sovraesposizione strategica. Da qui la necessità che le operazioni di terra siano condivise. Ma se, a seguito di una minore considerazione dei loro “interessi nazionali” l’impegno di Teheran e della formazione guidata da Nasrallah si contraesse, i soldati di Putin potrebbero non essere sufficienti per la campagna mesopotamica.
Analogo problema si manifesta sull’altro versante della “doppia coalizione”, quello a guida americana e araba. La nascita di uno schieramento militare, guidato dai sauditi, deciso a contrastare non solo l’Is ma anche le forze ostili al sunnismo, leggasi Iran e suoi alleati, complica la strategia Usa. Il riesplodere della guerra per procura tra sauditi e iraniani, si rifletterebbe anche sui rapporti tra Mosca e Washington, decisivi per battere l’Is e stabilizzare la regione. Insomma, i nodi politici che hanno permesso all’Is di consolidarsi restano sul tappeto anche dopo la sua probabile sconfitta.
La Stampa 31.12.15
Il M5S è ancora il “partito di Grillo”
di Massimiliano Panarari


Ma dove vai se i fondatori non ce li hai...? Da qualche tempo, il M5S, tra annunci e qualche atto (il nuovo simbolo senza il nome del fondatore), va dicendo di voler superare lo stadio «grillino». Nei movimenti allo stato nascente, che si forgiano nella lotta contro tutto e tutti (e hanno bisogno di posizionare la loro offerta sul mercato politico), sono comprensibili il radicalismo e la figura del capo carismatico, mentre quando si passa a coltivare ambizioni di governo (come sostenuto dagli stessi dirigenti più in vista, e in tv) bisogna cambiare registro e accettare le mediazioni (come avvenuto con l’elezione dei giudici costituzionali).
Stiamo allora per assistere all’istituzionalizzazione del Movimento? A ben guardare, no, per niente: il M5S si riconferma come un «partito-non partito» di tipo personale. Anzi, un partito bipersonale e bicefalo, dal momento che ha una coppia al vertice, il volto comunicativo Grillo e la testa politica Gianroberto Casaleggio (più che «lato oscuro della Forza», come si è detto di lui in questi giorni, sempre maggiormente eminenza-ideologo-spin doctor alla luce del sole). E a confermare, una volta di più, il (volutamente) mancato compimento del processo di istituzionalizzazione arriva anche la fresca espulsione – ultima di una lunga serie, non interrottasi – della senatrice Serenella Fucksia.
L’istituzionalizzazione costituisce un passaggio indispensabile (e quasi obbligato) per qualunque formazione politica che veda giungere suoi rappresentanti all’interno di assemblee elettive o di enti locali (dove le esperienze amministrative col brand pentastellato non brillano propriamente…). Nei sistemi politici occidentali questo processo comporta la riduzione della carica antisistema dell’organizzazione e la sua tendenziale conversione in un partito con un organigramma e regole interne (ambedue non metabolizzabili da parte del Movimento, che afferma di avere appunto un «non statuto» e di affidarsi al direttismo democratico online, e considera l’etichetta di partito alla stregua di un insulto). Storicamente, la resistenza all’istituzionalizzazione è stata quella dell’arroccamento all’interno del fortilizio dell’ideologia, con l’espulsione dei dissidenti. Ma il M5S è una forza postideologica (dimensione a cui deve parte dei successi), e non possiede una vera ortodossia sotto questo profilo.
E, dunque, reagisce rafforzando la propria caratteristica essenziale di partito (bi)personale-carismatico, nel quale l’eretico non è colui che si smarca da un atteggiamento ideologico troppo elastico e prêt-à-porter, fondato sulla rivendicazione di virtù prepolitiche (come l’onestà) e (deliberatamente) poco coerente per produrre dei deviazionisti, bensì chi non risulta in linea con il «Principio del capo» (dei due capi) che, nonostante le apparenze, identifica tuttora il criterio fondamentale di legittimità per avere potere e ruoli. Perché il M5S è ancora, in tutto e per tutto, il «partito di Grillo (e Casaleggio)», per conto del quale operano (talora piuttosto efficacemente) una serie di militanti e di «portavoce» in seno al Parlamento. L’istituzionalizzazione toglierebbe troppo appeal dal punto di vista dei consensi: grande è la confusione sotto il cielo della vita pubblica, ergo la situazione è (elettoralmente) eccellente per il Movimento.
Corriere 31.12.15
Italicum
Pasquino: serve soltanto a chi governa E il Parlamento sarà pieno di nominati


ROMA (m.gal.) «La prima vera corbelleria è dire che questo sistema serva a eleggere un Parlamento. Serve a scegliere un governo, il contrario di quello che avviene in tutte le democrazie parlamentari».
Gianfranco Pasquino, politologo, accademico, salva quasi nulla dell’Italicum: «È fatto apposta per scegliere un partito che darà vita al governo e questa è una grande novità, ma deteriore. In qualche modo tocca al cuore la qualità fondamentale delle democrazie parlamentari, la loro flessibilità. Stiamo andando in direzione di una totale rigidità, per avere un governo forte, con un solo partito, sostenuto dal 60 per cento di propri parlamentari nominati».
Eppure la legge voluta da Renzi risolve certamente almeno un problema storico dell’Italia quello di avere un vincitore chiaro la sera delle elezioni. Ma per Pasquino questo è vero sino a un certo punto: «Cosa succede se quel governo non funziona, cosa facciamo? Questo è il difetto più visibile e che invece sia Paolo Mieli che Angelo Panebianco, negli interventi dei giorni scorsi, considerano il pregio maggiore».
Secondo Pasquino «ci troveremo con un Parlamento in cui almeno il 65 per cento dei parlamentari sarà nominato, un fatto gravissimo; quasi tutti saranno scelti dai loro dirigenti, un Parlamento di persone che se aspirano alle rielezione devono essere assolutamente ingessati, senza libertà, sottoposti al controllo del governo».
Non le sembra di essere troppo critico? «Non credo, questa legge consente sino a dieci candidature in dieci collegi diversi, un vero scandalo, con l’aggravante di poter optare per un collegio piuttosto che in un altro, magari solo per escludere qualcuno. È una legge da buttare, una truffa. Almeno così com’è. Si consenta almeno di avere coalizioni al secondo turno, sia consentito un apparentamento che è quello che succede nell’elezione del sindaco. Del resto in tutta Europa le democrazie sono governate da coalizioni, con l’unica eccezione, sino a ieri, della Spagna. Se non si vuole la frammentazione si metta uno sbarramento più alto, al quattro come in Svezia. E la base di rappresentanza è comunque distorta, in Inghilterra e in Francia il premio è sempre di collegio non nazionale».
Repubblica 31.12.15
Il rischio del premier
di Alessandro Pace


BISOGNA dare atto della coerenza di Matteo Renzi per essersi impegnato a dimettersi dalla carica di presidente del Consiglio qualora, nel referendum confermativo della riforma costituzionale che porta il suo nome, dovessero vincere i No.
Il vero è, per quanto qui di seguito ricorderò, che la procedura applicata alla riforma Renzi-Boschi è assai più prossima a quella di una legge d’indirizzo politico che non a quella di una legge di revisione costituzionale, per cui non è privo di ragioni che, in caso di vittoria del No, Renzi ne tragga le relative conclusioni di ordine politico.
Sta di fatto che Renzi ha esercitato, insieme col ministro Boschi, l’iniziativa legislativa (il che è ammissibile per “talune” leggi costituzionali: ad esempio quelle di approvazione degli Statuti delle Regioni, ma non per quelle di revisione costituzionale).
Renzi, al tempo dei lavori in commissione, ha disposto — per interposta persona — la sostituzione di due parlamentari recalcitranti che avevano giustamente invocato il rispetto della libertà di coscienza (un senatore Pd, intervenendo, in sede di rettifica, a proposito del mio articolo “Una libertà contraddetta” pubblicato su Repubblica il 15 luglio 2014, obiettò che «tra i principi fondamentali della Costituzione non rientrano certo le modalità di elezione del Senato», evidentemente non rendendosi conto che, in gioco, c’era addirittura lo stravolgimento del ruolo e delle funzioni del Senato!).
Renzi, o chi per lui, ha irrazionalmente imposto all’assemblea tempi ristretti per l’approvazione della legge di revisione, non consoni ad una legge di revisione costituzionale (si rilegga l’intervento dell’onorevole Perassi in Assemblea costituente!).
Infine Renzi, o chi per lui, ha impedito — contro la prassi dello stesso Giorgio Napolitano, allora presidente della Camera — la presentazione, alla Camera, di emendamenti sull’articolo 2 del disegno di legge costituzionale, con la conseguenza che nel futuro articolo 57 della Costituzione, i nuovi senatori, pur non essendo eletti direttamente, saranno eletti, dai consigli regionali, “in conformità alle scelte degli elettori”. Il che non sfugge alla seguente alternativa: o l’elezione da parte del Consigli regionali sarà meramente riproduttiva della volontà degli elettori, e quindi inutile, oppure se ne distaccherà, e allora sarà illegittima.
Il che farà sorridere i costituzionalisti di tutto il mondo, perché un simile strafalcione può essere perdonato in un regolamento, assai meno in una legge, mentre non è assolutamente giustificabile in una Costituzione.
Repubblica 31.12.15
Sindaci, la mossa del Pd “Ora si può ricostruire l’alleanza con Sel”
In vista delle primarie i dem tentano la mediazione Orfini: “Decidiamo e votiamo insieme i candidati”
I voti di Sinistra italiana utili per i ballottaggi Ecco perché Renzi sta evitando toni troppo duri La frattura è ormai certa a Torino e Bologna. Ma nella Capitale e a Napoli si lavora per ricucire
di Goffredo De Marchis


ROMA. Sarà pure un problema «dei territori», come dice Matteo Renzi puntando l’intera posta sul referendum, ma il Pd sta cercando di correre ai ripari per le comunali. Il fianco a sinistra è troppo scoperto, esiste un rischio ballottaggi quasi ovunque e qualche ponte va inevitabilmente gettato con gli ex alleati. Cominciando da Roma, dove il commissario dem Orfini sta cercando di ricucire l’alleanza con Sel-Sinistra italiana. «Dovrebbero partecipare alle primarie assieme a noi — dice il presidente Pd —. Fassina si può presentare ai gazebo. Il centrosinistra ha governato bene per anni. Non vedo perché questa collaborazione si debba interrompere ».
È il segnale che qualcosa si muove, soprattutto per risolvere i casi aperti e problematici di Roma e di Napoli. La frattura a Torino e Bologna è ormai certa. Giorgio Airaudo è in concorrenza con Piero Fassino e per il momento non si vedono punti di contatto nemmeno in previsione del possibile ballottaggio. In Emilia la sinistra ha già scelto un professore universitario da contrapporre all’uscente Virginio Merola con il quale ha governato 5 anni. Dunque una rottura dolorosa e pericolosa per la tenuta della città se si considera che i grillini sono molto agguerriti nel luogo dove tutto è cominciato con il Vaffa day. Il nome dell’alternativa al Pd verrà fatto nelle prossime ore. Sono salve invece, tra le grandi città, solo Cagliari (il Pd appoggia l’uscente di Sel Zedda) e Trieste (corre l’uscente Roberto Cosolini, Pd). A Milano, la sinistra è divisa, ma il vicesegretario Lorenzo Guerini dice che «lavorando con pazienza siamo riusciti a tenere viva la coalizione di Pisapia». Alle primarie infatti Balzani e Majorino dovrebbero garantire la sopravvivenza del centrosinistra coinvolgendo una platea più vasta di elettori. Lo stesso tentativo, ora, si sta facendo a Roma. Largo del Nazareno lascia cadere lì un riferimento preciso: «Le condizioni ci sono, governiamo insieme anche alla regione con Zingaretti. Perché non dovremmo provare seriamente a fare lo stesso in Campidoglio?».
La risposta dell’ex Pd Stefano Fassina, che ha già lanciato la sua candidatura, è un secco no: «Non rifiutiamo le primarie, ma il Pd non dice la verità sul centrosinistra romano ed è inaffidabile». In realtà, spiega Fassina, con Sel il Pd ha rotto già a luglio escludendola dalla giunta. Poi c’è stato il traumatico passaggio dal notaio per cacciare Marino. «Come facciamo a stare col Pd a livello nazionale e locale? Faremo la battaglia per il no al referendum tanto caro a Renzi, a marzo in piena campagna elettorale raccogliamo le firme per i quesiti contro la scuola e il Jobs act. A Roma l’alleanza è finita», insiste Fassina.
Allora, quello che cerca Pd è dividere le anime di Sel nella Capitale. O costruire un rapporto almeno per il secondo turno. Il segretario romano Paolo Cento sostiene la campagna di Fassina, ma tutto il partito legato al centrosinistra della Regione vorrebbe un accordo. «È così, i problemi esistono — ammette l’ex viceministro —. Ma alla fine non ci saranno scissioni». Guerini e Orfini, però, non si accontentano del ballottaggio: «La sinistra farà fatica a spiegare perché non partecipa alle primarie romane».
Il Pd non ha argomenti di battaglia per convincere Sinistra italiana a piegarsi. Neanche quello di “ritorsioni” sulla giunta del Lazio. Malgrado la rottura, i voti di sinistra sono importanti per i ballottaggi. Infatti, l’altro ieri Renzi ha ironizzato sulla sinistra di Airaudo, ma non ha affondato il colpo. Perchè quei voti potrebbero tornare utili a Fassino. Così come a Napoli dove oggi Sel ha già scelto il sindaco Luigi De Magistris.
Corriere 31.12.15
Bersani
«Errore puntare sul referendum Renzi pensi al voto nei Comuni»
Bersani: su Etruria andare fino in fondo. Di Maio avanza? Non sono i barbari
Quanto ai gufi, è una volgarità Non so a quale volatile corrispondano le mie preoccupazioni
intervista di Monica Guerzoni


Roma «Il referendum non è un appuntamento dirimente per il futuro dell’Italia».
Renzi ha puntato su quel tavolo tutte le sue carte, onorevole Pier Luigi Bersani.
«Fatico a pensare che gli italiani percepiscano la riforma del Senato come l’appuntamento epocale. È un passo in avanti, per quanto contraddittorio, ma è sbagliato appendere tutto lì. Cercherei di mettermi in sintonia con quel che pensano mediamente i cittadini, che hanno altre preoccupazioni e sensibilità».
Il premier ha rivendicato il suo 2015, alla faccia dei gufi.
«Nel merito non ci sono novità. Il 2016 confermerà il concetto che la crisi è finita, ma temo confermerà anche che la ripresa rimane incerta e bloccata. Quanto ai gufi, sono un po’ stanco di rispondere a queste volgarità. Io pongo dei problemi che riguardano la democrazia nel medio periodo in Italia e in Europa e non so a quale volatile corrispondano le mie preoccupazioni».
Cosa la preoccupa?
«Sono rimasto stupito nel vedere come, nel commentare la Spagna, sia arrivato un inno all’Italicum anche da editoriali autorevoli di casa nostra. È una questione seria, che merita riflessioni di fondo».
Con l’Italicum rischiate?
«Dal Mediterraneo alla Scandinavia non c’è più un solo Paese nel quale il sistema politico cammini su due gambe. È un fenomeno strutturale, al quale non si risponde trasformando la governabilità in una camicia di forza della ra ppresentanza. Solo in Italia si allude a una soluzione del genere. Siamo gli unici ad avere nel dna il vincitore obbligatorio, che era la Dc perché avevamo il muro di Berlino in casa. Ma adesso che non c’è il muro, agli elettori non puoi dire che l’alternativa è un salto nel buio».
Al ballottaggio gli italiani sceglieranno i 5 Stelle?
«Inviterei a non confondere il ballottaggio con la proposta storica del Pd di doppio turno di collegio, che prevede uno spazio di composizione politica. Questi fenomeni nuovi ci inducono a ragionare e a modificare l’impianto. Anche Paolo Mieli sul Corriere invitava a considerare come in Francia ci sia il rischio che il partito più grande rimanga fuori da ogni responsabilità e non credo che da noi possiamo desiderare prospettive del genere. Io sono perché si cambi l’Italicum».
Il premier sulle riforme ha deciso di giocarsi il futuro.
«Qui non parliamo del futuro di Renzi, ma del futuro dell’Italia e dell’Europa».
Di Maio sorpassa Renzi ...
«Io non ho mai pensato che il M5S fosse transitorio e rido quando mi dicono che nel 2013 sbagliai un rigore a porta vuota. I sondaggi riconoscono gli sforzi del M5S di uscire da una vocazione protestataria e a loro dico: “Cari 5 stelle scegliete di essere partito, cioè una parte, una verità parziale. Nella pretesa di essere un movimento che ha tutte le verità in tasca c’è un piccolo germe autoritario da estirpare”».
Perché si preoccupa della strategia degli avversari?
«È importante per la democrazia. Non possiamo pensare che debba esserci un vincitore obbligatorio, perché fuori ci sono i barbari. Non funziona. È un riflesso mentale del tempo dei blocchi, Dc e Pci».
Nel 2018 il leader del Pd vincerà al primo turno?
«Da qui al 2018 ne possono cambiare di cose... Non si può far girare tutto attorno al vincere o perdere. C’è l’Italia che ha problemi e ci sono tre parole chiave da pronunciare: produttività, investimenti e riduzione della forbice sociale, senza cui non c’è crescita. Parlo di fisco e sanità, su cui ho preoccupazioni non piccole».
Lei come vede le Amministrative? Per Renzi si eleggono i sindaci, non il premier.
«Ridurre il significato di queste elezioni non è il modo migliore per motivare i nostri. Se non contano niente ci riposiamo tutti, io invece penso sia un appuntamento importante. Negli ultimi anni abbiamo vinto nei comuni perché il Pd si è messo con umiltà a organizzare il campo di un centrosinistra civico ampio».
Siete in tempo? A Roma e a Napoli non avete i candidati.
«Una politica così non la improvvisi all’ultimo. Chi dirige, diriga. Dica cosa pensa di fare per vincere e noi siamo tutti pronti a combattere».
Fa bene il premier a sfidare l’Europa?
«Non è sbagliato alzare la voce con la Germania, ma se vogliamo farci capire dai tedeschi dobbiamo spiegare come recuperare produttività, ridurre il debito e gestire le sofferenze e gli incagli delle nostre banche. Questo è il terreno su cui combattere e su cui chiedere con forza politiche che non ci penalizzino. Se ai tedeschi parliamo solo di Italicum e Senato avremo qualche zero virgola, ma non otterremo una sponda vera dall’Europa».
Come vede gli sviluppi dell’inchiesta su Banca Etruria?
«Si leggono cose impressionanti e tocca alla magistratura andare fino in fondo. Governo e Parlamento, invece di fare la commissione d’inchiesta, facciano l’indagine, per avere informazioni che aiutino a produrre norme urgenti. E qualche idea ce l’avrei. Se allora non avessi messo il dito nel mercato, ora non avremmo la trasferibilità dei mutui».
Non vedremo Errani o altri bersaniani al governo?
«Sono stupito di queste illazioni. Speranza e Cuperlo hanno posto temi che riguardano l’asse del Pd e si aspettano risposte politiche, non certo posti alla tavola di Natale».
Repubblica 31.12.15
Il rilancio dei laici: adozioni piene per i gay
Ma i cattodem avvertono Renzi: “Attento, così si sfilaccia la maggioranza”
Anche Forza Italia si divide
di Giovanna Casadio


ROMA. Lo schema di gioco è semplice: se i cattolici propongono di cancellare la stepchild adoption, l’adozione del figlio del partner, «noi rilanceremo con un emendamento che dichiari entrambi i partner della coppia gay, genitori a tutti gli effetti, molto di più di una adozione». Sergio Lo Giudice, senatore dem, padre di un bimbo con il suo compagno, annuncia la controffensiva. Ma dopo le parole «inequivocabili» di Renzi, per il quale non sono previsti stralci, «mi auguro che nessuno nel Pd tiri la corda, facendo fare al governo una figuraccia, l’adozione è già un punto di equilibrio», è la speranza di Lo Giudice.
Alla grande battaglia parlamentare di gennaio sulle unioni civili (il 26 il disegno di legge è in aula al Senato) si preparano le opposte trincee dei laici e dei cattolici. La maggioranza è lacerata. E i cattolici del Pd fanno asse con i centristi di Alfano che minacciano conseguenze sulla tenuta del governo. La linea del Pd, almeno per ora, è di lasciare che lo scontro avvenga in Parlamento. Anna Finocchiaro, presidente della commissione Affari costituzionali del Senato - che di leggi sulle unioni civili sepolte senza mai arrivare in porto ne ha viste tante - è sicura che questa volta «non ci saranno grandi problemi per l’approvazione, polemiche sì e ci sarà probabilmente un redde rationem perché anche dentro Forza Italia molti sono a favore». Il punto è proprio questo.
Berlusconi è pro legge sulle unioni civili e metà del suo partito (di quel che resta) è favorevole anche alla stepchild adoption. Stefania Prestigiacomo lo ha dichiarato: «Voterò sì». Questa non è una novità, perché la liberal Prestigiacomo appoggiò anche il referendum sulla fecondazione assistita. Però il 7 gennaio FI azzera tutte le cariche: nel rimescolamento di carte se ai liberal saranno affidate maggiori responsabilità, ecco che l’ala cattolica oltranzista dei Gasparri si ritroverà in minoranza. Minoranza sono anche i cattolici del Pd. Beppe Fioroni, cattolico dem, ricorda che non è questione di divisioni nel partito: «Se si sfilaccia la coalizione di maggioranza, allora diventa più difficile il percorso di governo. In discussione è il diritto naturale, il rischio dell’utero in affitto». Renzi ha chiesto di evitare la palude . Il gruppo di parlamentari del Pd, con i sottosegretari Ivan Scalfarotto e Sesa Amici, dovrebbe mettere a punto un testo che passi “blindato” dal Senato alla Camera: riunione subito dopo le feste. «Quella delle unioni civili è una riforma che la gente vuole, l’Italia è molto indietro»,è l’appello della presidente della Camera, Laura Boldrini. Parole che irritano gli alfaniani. «Le massime cariche dello Stato non incoraggino la lacerazione», polemizza Maurizio Sacconi che lancia il referendum abrogativo della legge se sarà approvata.
Corriere 31.12.15
Il premier, le unioni civili e i timori di una trappola sulle adozioni
Renzi convinto di avere i numeri, ma c’è chi potrebbe usare il voto segreto per colpirlo
di Maria Teresa Meli


ROMA Conti alla mano sono poco meno di una ventina i senatori del Pd che non vogliono la stepchild adoption , la possibilità di adottare il figlio biologico del partner, nella legge per le unioni civili. Conti sulla carta, dando per scontato il «si» di Sel, 5 Stelle, Ala e di una fetta di Forza Italia, oltre che della schiacciante maggioranza del gruppo del Pd, la stepchild adoption dovrebbe passare.
Dovrebbe, già. Perché da quando Renzi ha espresso la sua «opinione personale» a favore di questa norma si notano strani movimenti e i «nemici» del presidente del Consiglio potrebbero utilizzare una battaglia a favore dei diritti degli omosessuali per colpirlo.
Sì, perché su questo punto il voto sarà senz’altro a scrutinio segreto, il che permetterà a coloro che vogliono impedire a Renzi di intestarsi questa riforma di esprimersi contro. Magari solo con l’intento di dimostrare che il Partito democratico non è in grado di «fare cose di sinistra». Definizione che il premier respinge. Lui preferisce parlare di «diritti di libertà», forte anche del fatto che le grandi associazioni cattoliche, come le Acli, per esempio, non hanno certo alzato le barricate contro la stepchild adoption. Perciò, se questa norma non passerà non sarà certo per i travagli, che pure ci sono, dei cattolici del Pd, ma per una battaglia tutta politica, che poco c’entra con la legge che dal 26 gennaio sarà all’esame del Senato.
La situazione, sotto le luci dei riflettori e non all’ombra del voto segreto, è mutata rispetto agli inizi. Berlusconi ha confidato a più di un interlocutore che «sui diritti civili bisogna cambiare passo». E infatti sia Stefania Prestigiacomo che Michela Brambilla hanno già detto di essere favorevoli alla legge. Angelino Alfano, contrario alla stepchild adoption , ha spiegato che l’eventuale approvazione di questa norma «non sarà motivo di crisi di governo». E Laura Boldrini ha lanciato un appello ricordando che «questa è una legge voluta dagli italiani».
Ma sarà il voto del Senato che deciderà le sorti delle unioni civili e della stepchild adoption perché l’accordo, non scritto, è quello di non modificare alla Camera il testo licenziato da Palazzo Madama, cosicché diventi legge subito dopo. Quindi la legge che uscirà dal Senato, sarà, di fatto, quella definitiva. In questo modo si eviterà di correre il rischio che quella normativa non veda mai la luce, perdendosi in molteplici passaggi tra un’aula e l’altra.
Il Partito democratico darà libertà di coscienza sull’adozione del figlio del partner per non esacerbare le divisioni nel Pd. Ma questa decisione di Renzi non equivale a una sua presa di distanza. Semplicemente, il premier, nelle sue vesti di segretario, non vuole spaccare il partito.
Le incognite, comunque, sono molte. Soprattutto da quando si è innescata la polemica sulla maternità surrogata e qualcuno, anche nel Pd, ha voluto vedere l’adozione all’interno delle unioni civili come l’anticamera di quella pratica.
Ma secondo Paola Concia questo è un dibattito pretestuoso: «Dice il falso — spiega l’ex deputata del Pd — chi dichiara che la stepchild adoption apre all’utero in affitto. Se le unioni civili venissero approvate senza l’adozione, la maternità surrogata (che è vietata nel nostro Paese) continuerebbe ugualmente a essere praticata all’estero. La faranno le coppie etero e gay ricche, con la differenza che le prime, essendo sposate, potranno adottare quei figli all’interno del matrimonio...».
Corriere 31.12.15
Etruria, le relazioni e l’eredità della vecchia Dc
La «connection» aretina, dall’aereoporto di Bergamo alle speculazioni immobiliari
di Mario Gerevini


AREZZO Chiamiamola Etruria Connection. Radici nella vecchia Democrazia cristiana, poltrone nel consiglio dell’aeroporto di Bergamo, il politico lombardo finanziato per il suo impianto fotovoltaico, il finanziere amico che «inchioda» la banca, le consulenze all’ex boiardo, la fiduciaria che «copre» misteriosi speculatori immobiliari. Tre fili legano insieme questa ragnatela di potere, così come ricostruita dal Corriere. Il primo è la Banca Popolare Etruria. Il secondo è Giuseppe Fornasari, 66 anni, ingegnere aretino, ex Dc, quattro legislature in Parlamento fino al 1992 e dal 2005 nel consiglio di amministrazione di Banca Etruria, vicepresidente dal 2006 e presidente dal 2009 al 2014. Il terzo filo è il ragionier Giuseppe Virga, forse un prestanome che fa da collante.
Orio al Serio
Prima tappa, la Sacbo, la società che gestisce l’aeroporto di Bergamo-Orio al Serio. Qualcuno si ricorda ancora di quell’ingegnere toscano in consiglio di amministrazione dal 2005 al 2007. Fornasari era stato indicato dal presidente della Provincia di Bergamo, Valerio Bettoni. Ex Dc anche lui, Bettoni ha retto la Provincia dal 1999 al 2009 e il futuro presidente di Banca Etruria era uno dei suoi uomini per la gestione delle partecipate. Quando poi Bettoni chiude con la Provincia, conquistando un posto da consigliere regionale lombardo, si butta anche nelle energie rinnovabili. È il 2011. Chi gli dà i soldi per avviare l’attività? La Banca Etruria con Fornasari al vertice. Prima viene finanziato un impianto fotovoltaico in Toscana e poi un parco eolico in provincia di Catanzaro. Crediti per ora «sani» a differenza di quelli concessi a un altro uomo d’affari ben conosciuto da Fornasari: Alberto Rigotti .
Da Trento ad Arezzo
Seconda tappa. Tra le aziende partecipate dalla Provincia di Bergamo, l’ingegnere ex parlamentare ne presidiava una in Veneto, Progetto Adria, che aveva come azionista di riferimento Alberto Rigotti, 65 anni, finanziere trentino, considerato vicino all’allora presidente del Veneto Giancarlo Galan e a vecchi notabili Dc come Carlo Fracanzani. Lontano anni luce, dunque, da una piccola realtà provinciale come Banca Etruria. Eppure Rigotti entrò nel consiglio di amministrazione (2004) e vi rimase, guarda caso, fino a determinare con il suo voto (2009) il ribaltone che pensionò lo storico presidente Elio Faralli per far posto allo scalpitante Fornasari. Come ricordo, Rigotti ha lasciato ad Arezzo un «buco» di 16 milioni dopo il crac da 130 milioni del suo gruppo editoriale, Epolis, che gli è costato una richiesta di rinvio a giudizio per bancarotta. Fornasari conosceva le difficoltà del finanziere perché aveva avuto ruoli fondamentali di gestione in alcune sue società e ne firmava i bilanci, traballanti (e con molte riserve dei revisori). E questo quando già era nel cda dell’Etruria e perfino dopo la nomina a vicepresidente (2006).
Ragionier «collante»
Terza tappa. Lì dentro, nell’arcipelago delle finanziarie di Rigotti, aveva un posto fisso Alberto Mario Zamorani, ex manager pubblico di area Dc, oggi imprenditore che con le società Mosaico e Munus si occupa di gestione dei beni culturali, anche a Arezzo. Banca d’Italia ha segnalato dubbi di opportunità su una consulenza da 235 mila euro dell’Etruria (di cui è dipendente a Roma uno dei figli di Zamorani) alla Mosaico.
E qui entra in campo il ragionier Virga, che è ovunque. Era nelle società di Rigotti amministrate anche da Fornasari. È l’unico gestore della Mosaico, la holding di Zamorani. E poi ha in mano la contabilità, le carte e i segreti di una serie di società di costruzioni e immobiliari finanziate dall’Etruria «per decine di milioni di euro», secondo fonti interne alla banca. Le operazioni si sono incentrate su palazzine adiacenti alcune sedi principali della banca. Dietro le immobiliari (Etruria Real Estate, Casamari), nascosti dall’Unione Fiduciaria si sono mossi i veri soci, ma con i soldi dell’Etruria. E il ragionier Virga, uomo di Zamorani, di Rigotti e ben noto a Fornasari, ha guidato le operazioni .
Corriere 31.12.15
La svolta che ancora non c’è
di Dario Di Vico


Il 2015 una promessa non l’ha mantenuta: non è stato l’annodella svolta. Ci siamo lasciati alle spalle il tunnel della Grande Crisima il funzionamento dell’economia italiananon ha conosciuto quell’accelerazione di cui avrebbe avuto bisogno. È chiaro che stiamo misurando il tutto con uno strumento, il Pil, che ormai si presenta largamente imperfetto non solo perché non misura il reale benessere delle nostre società ma perché sottostima anche il peso che hanno le tecnologie nelle economie moderne. È una discussione — quella sul futuro dell’indicatore Pil — che riflette direttamente i mutamenti dell’economia post recessione e nella quale un buon drappello di esperti si va cimentando, però nemmeno per un nanosecondo può essere strumentalizzata in chiave politica e per di più solo italiana. Noi non siamo ancora ripartiti con la velocità dovuta, punto e accapo.
Caso mai può valere la pena ricordare il peso che la sostituzione delle vetture ha avuto nel rilancio del Pil nel 2015 a dimostrazione di quanto il settore automotive influenzi la crescita italiana, assai più dei successi delle nostre multinazionali tascabili. Fortunatamente nel 2016 Mirafiori tornerà a essere un comprensorio produttivo di 18 mila addetti tra diretti e indiretti e da Cassino usciranno i nuovi modelli della Giulia. Auto a parte, l’appuntamento con la crescita non può essere rinviato oltre l’anno che ci attende, perché perderemmo posizioni nella riorganizzazione internazionale delle economie.
E l’appuntamento con la crescita non può essere rinviato perché ne pagheremmo i riflessi in termini di disagio sociale. Purtroppo non arriviamo a questo appuntamento nelle condizioni migliori perché strada facendo la legge di Stabilità ha perso gran parte della spinta propulsiva e anche perché il dissesto delle banche locali ha generato ansia in una platea più larga dei pur numerosi risparmiatori danneggiati.
Le previsioni di fonte governativa danno come risultato per il 2016 una crescita dell’1,5%, alcune valutazioni più prudenti si fermano a 1,2%, nulla però è scontato. Anche perché il contributo allo sviluppo che viene dalle policy europee è ridotto o addirittura nullo. Nell’articolo che il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, ha pubblicato sul Sole 24 Ore di martedì 29 abbiamo apprezzato il vibrante e appassionato invito alla «perseveranza europeista» ma l’autore non ha nemmeno citato il piano che pure porta il suo nome e che nelle intenzioni avrebbe dovuto avere una doppia valenza. Concretizzare la risposta di Bruxelles all’austerità e assestare un colpo al populismo. Non avendo visto né l’una né l’altro dobbiamo far da soli nel ridare fiato agli investimenti. Finora al rendiconto del Pil italiano questa componente è mancata e per recuperare terreno la prima cosa da fare è monitorare quegli investimenti stranieri in Italia già annunciati e sciaguratamente rimasti al palo per ostacoli burocratici o per dissensi di merito. Una task force capeggiata dal vice ministro Carlo Calenda ha iniziato a lavorare a quei dossier e confidiamo in un cambio di passo. Una spinta agli investimenti verrà sicuramente dalla norma sui super ammortamenti al 140% che rende estremamente favorevole acquistare nuovi macchinari colmando così un gap di competitività tecnologica di molte nostre imprese nei confronti della concorrenza europea e asiatica. Ma più in generale sarebbe utile rendere più stringente il dialogo tra governo e imprese proprio sul tema del rilancio degli investimenti.
L’esempio numero uno riguarda la filiera del mattone. Una buona parte di quella straordinaria ricchezza delle famiglie, tante volte vantata anche nei consessi europei, è di fatto congelata perché il mercato delle compravendite è caduto rovinosamente e il +8,4% segnalato ieri dall’Istat è ancora troppo poco per poter parlare di una vera inversione di tendenza. Il presidente del Consiglio sostenendo l’idea di tagliare Imu e Tasi ha correttamente individuato la centralità del business immobiliare nel funzionamento dell’economia italiana, ha sempre però pensato alla cancellazione della tassa sulla casa come una sorta di bis degli 80 euro, una misura di sostegno ai consumi e non la prima tessera di un vero intervento per rimettere in carreggiata il mercato immobiliare. Si può dire che Matteo Renzi ha sfiorato il bersaglio ma non l’ha centrato. Eppure da lì bisogna passare per ridare fiducia al ceto medio italiano, la cui ricchezza è per larga parte investita nell’immobiliare, e subito dopo per occuparsi seriamente dell’industria del mattone, notoriamente labour intensive . Da tempo si sente la necessità di disegnare un nuovo modello di business che punti sul riuso, che faccia da sponda al riposizionamento delle aziende di costruzioni e ne faciliti la riorganizzazione dimensionale. Nell’agenda del 2016 un simile impegno merita di essere iscritto tra le priorità.
Repubblica 31.12.15
Intervista a Élisabeth Roudinesco, che ha pubblicato una biografia del padre della psicanalisi: “I suoi studi continuano a disturbare la nostra coscienza”
Perché siamo tutti freudiani (anche i nemici)
di Fabio Gambaro


PARIGI «Occorreva fare un bilancio pacato dopo le polemiche infuocate degli ultimi anni». Élisabeth Roudinesco parla di Sigmund Freud, l’inventore della psicanalisi, contro il quale nell’ultimo decennio sono state mosse critiche violente che non hanno risparmiato la sua vita privata e le sue pratiche cliniche. Per questo, la studiosa francese, psicanalista e storica della psicanalisi, ha scritto una nuova accurata biografia dell’autore dell’ “Interpretazione
dei sogni”, la cui vita viene proiettata sul contesto storico-culturale in cui è nato il movimento psicanalitico: Sigmund Freud nel suo tempo e nel nostro (Einaudi). «A oltre settantacinque anni dalla sua scomparsa, Freud continua a disturbare la coscienza occidentale », spiega la studiosa. «Oggi però è diventato un classico del pensiero occidentale che non appartiene più né agli psicanalisti né agli antifreudiani. Freud appartiene alla cultura mondiale».
Come spiega la violenza delle accuse contro di lui?
«Le polemiche fanno parte della vita delle idee. Diventando importante, un movimento alimenta un’opposizione critica. Oltretutto la psicanalisi è diventata molto dogmatica. Per molti psicanalisti Freud è un mito intoccabile intessuto di leggende. Questo atteggiamento agiografico ha favorito le critiche, le quali talvolta hanno prodotto un antifreudismo viscerale. Basti pensare al Libro nero della psicanalisi o al recente volume di Michel Onfray. A Freud è stato rimproverato di tutto. Lo si è accusato di rimettere in discussione la morale sessuale e religiosa, ma anche di essere inefficace sul piano medico- scientifico».
È stato anche accusato di essere misogino...
«Non sono d’accordo. Certo era un uomo del XIX secolo per niente femminista, ma in fondo ha contribuito all’emancipazione delle donne. Era un conservatore illuminato, favorevole all’aborto e alla contraccezione. Pensava che le donne dovessero avere il diritto di lavorare e di sposarsi liberamente. Il vero rimprovero da muovere a Freud riguarda la neutralità della psicanalisi rispetto alla società e alla politica. Considerava la psicanalisi autosufficiente e ha quindi sostenuto che gli psicanalisti dovessero essere apolitici. Questa posizione spiega il suo iniziale tentativo di collaborare con il nazismo e il Göring Institut di Berlino per salvare la psicanalisi. Fu il suo grande errore.
Per spiegare questa posizione bisogna però tenere presente il suo radicale anticomunismo e ancor di più la sua opposizione a Wilhelm Reich».
Freud è stato anche accusato di essersi arricchito tramite i suoi pazienti. Fu così?
«Non è vero. Aveva un buon tenore di vita perché era un medico stimato, ma non era certo più ricco dei suoi colleghi. Non era ossessionato dal guadagno».
Eppure il ruolo del denaro nella psicanalisi ha alimentato molte polemiche...
«Non sono mancati gli psicanalisti disonesti. E soprattutto negli Stati Uniti operavano diversi ciarlatani. Anche Lacan e Verdiglione, sebbene in modi diversi, sono stati molto disinvolti e spregiudicati con il denaro».
La psicanalisi immaginata da Freud non rischia di essere una pratica riservata esclusivamente a persone colte, danarose e consapevoli di sé?
«Questa è una delle contraddizioni maggiori della pratica freudiana. Sembrerebbe quasi che la psicanalisi sia stata inventata per i personaggi di Proust, uomini e donne della belle époque. Però all’interno del movimento si è manifestata anche una dimensione filantropica che progettava cliniche aperte a tutti, sottolineando la dimensione sociale della psicanalisi».
Leggendo la sua biografia, si ha l’impressione che Freud non fosse del tutto consapevole della portata rivoluzionaria del suo pensiero. È così?
«È così. Non si rese conto che l’invenzione dell’inconscio e l’interesse per i sogni stavano trasformando le pratiche artistiche. D’altronde l’arte moderna non gli interessava. Freud non capì i surrealisti, non lesse Proust e si avvicinò a Thomas Mann solo dopo molte esitazioni. Aveva invece una grande cultura classica, che utilizzava per arricchire le sue teorie di richiami alla letteratura e all’arte. Freud è un mitografo che guarda alla letteratura e alla biologia. È un antropologo, ma non un filosofo, anche se può essere considerato un erede di Kant e nella sua riflessione non mancano tratti di Nietzsche e Schopenhauer ».
Un erede dell’illuminismo affascinato dalle forze oscure dell’irrazionale?
«È il suo tratto di fondo. Freud s’interessa a un mondo sfuggente quasi magico, ma al contempo vuole costruire un sistema di pensiero come una scienza. Il lato affascinate è proprio questo oscillare di continuo tra poli opposti. Era affascinato dalla lotta di Giacobbe con l’angelo. Animato da questa dialettica, è sempre intento a combattere contro l’ombra di se stesso. Insomma, era un uomo dell’illuminismo che s’interessava alle forze dell’irrazionale per portarle dalla parte dei Lumi».
Nella vita di Freud hanno molto contato due donne: Lou Andreas-Salomé e Marie Bonaparte.
«Sono due donne dalla personalità opposta. Lou Salomé era una donna affascinante, la cui vita è un’opera d’arte. Che una donna simile raggiungesse il movimento della psicanalisi, per Freud fu un fatto eccezionale. Lou fu il suo alter ego nel pensiero tedesco. Marie Bonaparte invece era una stravagante principessa che si annoiava. Fu salvata dall’analisi, perché avrebbe potuto suicidarsi. La sua adesione alla psicanalisi sarà fondamentale per il movimento in Francia».
Fu lei ad aiutare Freud a lasciare Vienna dopo l’Anschluss e l’arrivo dei nazisti?
«Grazie al denaro e all’energia di Marie Bonaparte, Freud partì da Vienna insieme a diciassette persone, tra amici e familiari. Fu costretto a lasciare le quattro sorelle, sperando di farle venire a Londra più tardi. Come tutti gli ebrei dell’epoca, pensava che i nazisti non avrebbero infierito su quelle donne anziane. Purtroppo le sorelle non riuscirono più a lasciare la capitale austriaca e morirono nei campi di sterminio. Ma accusare Freud di averle abbandonate condannandole a morte è un’accusa infamante e ingiusta. All’epoca nessuno poteva ancora immaginare la soluzione finale ».
In definitiva, come le appare oggi Freud?
«Un grande intellettuale che rappresenta il meglio della cultura mitteleuropea del suo tempo. Diversamente da quello agiografico degli psicanalisti, il mio Freud è un uomo torturato e in preda al dubbio, la sua è una personalità lacerata tra luce e ombra, un po’ come lo ha dipinto Sartre nella sceneggiatura che scrisse per John Huston. Il suo sistema di pensiero ha rinnovato l’interpretazione dell’uomo contemporaneo. Inoltre, al di là delle applicazioni cliniche, l’approccio psicanalitico è una scuola di lucidità per chiunque voglia conoscersi meglio».
Da psicanalista, come spiega le azioni dei terroristi che hanno insanguinato Parigi il 13 novembre?
«È difficile interpretare quei gesti terribili senza conoscere le storie individuali di chi li ha commessi. Quei giovani erano dominati da una pulsione di morte assoluta che li ha spinti al martirio e al suicidio in una logica nichilista che implica la negazione dell’altro da sé. Anche se in loro c’era forse una parte di follia, erano coscienti di quello che stavano facendo. Il loro gesto si spiega soprattutto con la conversione fanatica all’islamismo radicale. Nella società individualista e laica dove la religione non organizza più la società, la proposta del fanatismo religioso è una tentazione per persone deboli e incolte, paranoiche e incapaci d’integrarsi».
* IL LIBRO Sigmund Freud nel suo tempo e nel nostro di Élisabeth Roudinesco ( Einaudi, pagg. 512, euro 34)