il manifesto 4.12.15
«Mass shooting», il 31% avviene negli Stati Uniti
La strage infinita. Negli Usa 353 casi di mass shooting, più di uno al giorno
Un americano su 3 conosce qualcuno che è stato colpito da una pallottola, la media nazionale è 10,6 morti per arma da fuoco per 100mila residenti
di Marina Catucci
In America, dall’inizio del 2015, sono avvenuti 353 casi di mass shooting, più di uno al giorno. Questo il dato fornito dal sito ShootingTraker.com e rimbalzato in tutte le analisi del caso di San Bernardino. Ma analizzando non solo i casi di omicidio di massa, ma tutti i dati riguardanti i morti da arma da fuoco, i numeri aumentano.
Secondo la Violence Archive (Gva), società no profit che si occupa di tenere questo macabro conto, solo in quest’anno gli episodi di violenza per arma da fuoco sono stati 48.297 (pari a circa un terzo dei soldati americani morti durante l’intero conflitto in Vietnam), e hanno causato 12.219 morti e 24.716 feriti; 1.125 volte un’arma è stata usata per legittima difesa, 1.748 volte per errore. Sono stati coinvolti 640 bambini tra gli 0 e gli 11 anni e 2.422 adolescenti tra i 12 e i 17 anni.
Un americano su 3 conosce qualcuno che è stato colpito da una pallottola, la media nazionale è 10,6 morti per arma da fuoco per 100.000 residenti.
Questi dati comprendono anche i mass shooting, gli omicidi di massa, ma non solo. Per mass shooting si intendono episodi di violenza in cui uno o più uomini armati sparano ad altre persone e in cui i morti e i feriti (compresi quelli che hanno sparato) sono almeno quattro.
E’ difficile avere dati chiari che permettano di capire se negli Stati Uniti le stragi siano aumentate negli ultimi anni perché fino ad alcuni anni fa si utilizzava uno standard di valutazione diverso e si consideravano mass shooting solamente sparatorie in cui morivano almeno quattro persone, non contando i feriti, nemmeno se gravi.
Guardando agli ultimi due anni e con fonti non ufficiali, derivate da notizie di giornali e tv, si può però osservare un aumento di sparatorie in cui la somma di morti e feriti è uguale o superiore a quattro: nel 2014 i mass shooting sono stati 336, nel 2013 363, ed è quindi molto probabile che il 2015 diventerà a breve il peggiore di quest’ultimo triennio. Tenendo conto che la popolazione americana è il 5% di quella mondiale vediamo che rappresenta quasi la metà dei possessori di armi da fuoco del pianeta. E negli Usa avvengono il 31% dei mass shooting globali.
In linea generale si può dire anche che gli stati più densamente popolati tendono ad avere meno morti per arma da fuoco ma non ci si può spingere fino a dire che il fenomeno sia geograficamente circoscrivibile ad un’area americana.
La Kaiser Family Foundation ha messo insieme i dati relativi alle diverse cause legate alle morti per armi da fuoco (aggressione, sparatorie della polizia, suicidio, morti accidentali) e emerso che i due stati con il più alto tasso di questo tipo di morti sono l’Alaska (19,8) e la Louisiana (19,3), seguono l’Alabama (16,2) e il Mississipi (16,1) mentre gli stati con il tasso più basso sono risultati il Massachusetts (3,1) e le Hawaii (2,6). Entrambi gli stati hanno alcune delle leggi più severe sul controllo delle armi nel paese.
Secondo i dati dell’Fbi in questo ultimo fine settimana, durante il Black Friday, giorno di grandi sconti successivo al giorno del ringraziamento, si è registrato un picco nell’acquisto di armi, come non se ne vedeva da anni: si sono registrate 185.345 richieste di acquisto contro le 175.754 del 2014, un incremento del 5%.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
venerdì 4 dicembre 2015
Corriere 4.12.15
In un documentario i tormenti della Cia
di Massimo Gaggi
U n uomo anziano dai tratti latini entra in una chiesa deserta. Si inginocchia con un rosario tra le mani. Ha l’aria sofferta. Sta prendendo decisioni difficili, avverte una voce fuori campo. Sembra una scena del «Padrino» ma non lo è. L’uomo inquadrato dalla telecamera è Leon Panetta, l’italoamericano che è stato capo di gabinetto di Bill Clinton alla Casa Bianca, capo del Pentagono con Obama e anche capo della Cia. Ed è per quest’ultimo ruolo che gli autori di «The Spymaster», un eccezionale documentario sulle decisioni di vita e di morte e i dubbi morali dei capi dell’ intelligence appena trasmesso negli Usa dalla rete Showtime, hanno scelto lui per le scene iniziali: Panetta confessa i suoi tormenti, soprattutto quelli del 2009 quando venne individuata la mente di un attacco di terroristi suicidi in una base dell’Afghanistan che costò la vita a sette agenti della Cia, l’episodio narrato nel film di Kathryn Bigelow «Zero Dark Thirty». Il terrorista è in un compound in Pakistan, ma con lui ci sono anche moglie e figlio. Il politico democratico riflette, temporeggia, ma alla fine autorizza la distruzione del compound coi missili lanciati da un drone: «Questa è una guerra, eliminarlo era un’assoluta priorità: ho deciso secondo coscienza».
Dubbi che hanno scosso anche altri capi dell’ intelligence chiamati a decidere uccisioni o l’uso di metodi violenti, ai limiti della tortura, negli interrogatori di terroristi catturati. Un affresco drammatico, agghiacciante e umano al tempo stesso, quello che viene fuori dal lungometraggio nel quale Gideon e Jules Naudet sono riusciti a intervistare tutti i 12 capi della Central Intelligence Agency ancora in vita, compresi l’ex presidente George Bush (padre) e George Tennet, al vertice dal 1997 al 2004, che non aveva mai parlato. Tennet ammette gli errori di analisi sulle armi proibite di Saddam Hussein (informazioni errate alla base dell’invasione dell’ Iraq) mentre per gli attacchi dell’11 settembre 2001 se la prende con le distrazioni della Casa Bianca. Uomini tormentati, ma anche divisi tra loro. Nel documentario sono divisi in due fazioni: quelli che come il direttore attuale, John Brennan, considerano la tortura una pagina nera e preferiscono colpire coi droni. Mentre altri come Michael Hayden e lo stesso Tennet negano il ricorso a vere torture, sostengono che le confessioni così ottenute hanno evitato molte stragi, mentre i terroristi uccisi coi droni non possono più parlare e fornire informazioni utili all’ intelligence .
In un documentario i tormenti della Cia
di Massimo Gaggi
U n uomo anziano dai tratti latini entra in una chiesa deserta. Si inginocchia con un rosario tra le mani. Ha l’aria sofferta. Sta prendendo decisioni difficili, avverte una voce fuori campo. Sembra una scena del «Padrino» ma non lo è. L’uomo inquadrato dalla telecamera è Leon Panetta, l’italoamericano che è stato capo di gabinetto di Bill Clinton alla Casa Bianca, capo del Pentagono con Obama e anche capo della Cia. Ed è per quest’ultimo ruolo che gli autori di «The Spymaster», un eccezionale documentario sulle decisioni di vita e di morte e i dubbi morali dei capi dell’ intelligence appena trasmesso negli Usa dalla rete Showtime, hanno scelto lui per le scene iniziali: Panetta confessa i suoi tormenti, soprattutto quelli del 2009 quando venne individuata la mente di un attacco di terroristi suicidi in una base dell’Afghanistan che costò la vita a sette agenti della Cia, l’episodio narrato nel film di Kathryn Bigelow «Zero Dark Thirty». Il terrorista è in un compound in Pakistan, ma con lui ci sono anche moglie e figlio. Il politico democratico riflette, temporeggia, ma alla fine autorizza la distruzione del compound coi missili lanciati da un drone: «Questa è una guerra, eliminarlo era un’assoluta priorità: ho deciso secondo coscienza».
Dubbi che hanno scosso anche altri capi dell’ intelligence chiamati a decidere uccisioni o l’uso di metodi violenti, ai limiti della tortura, negli interrogatori di terroristi catturati. Un affresco drammatico, agghiacciante e umano al tempo stesso, quello che viene fuori dal lungometraggio nel quale Gideon e Jules Naudet sono riusciti a intervistare tutti i 12 capi della Central Intelligence Agency ancora in vita, compresi l’ex presidente George Bush (padre) e George Tennet, al vertice dal 1997 al 2004, che non aveva mai parlato. Tennet ammette gli errori di analisi sulle armi proibite di Saddam Hussein (informazioni errate alla base dell’invasione dell’ Iraq) mentre per gli attacchi dell’11 settembre 2001 se la prende con le distrazioni della Casa Bianca. Uomini tormentati, ma anche divisi tra loro. Nel documentario sono divisi in due fazioni: quelli che come il direttore attuale, John Brennan, considerano la tortura una pagina nera e preferiscono colpire coi droni. Mentre altri come Michael Hayden e lo stesso Tennet negano il ricorso a vere torture, sostengono che le confessioni così ottenute hanno evitato molte stragi, mentre i terroristi uccisi coi droni non possono più parlare e fornire informazioni utili all’ intelligence .
Corriere 4.12.15
In un documentario i tormenti della Cia
di Massimo Gaggi
U n uomo anziano dai tratti latini entra in una chiesa deserta. Si inginocchia con un rosario tra le mani. Ha l’aria sofferta. Sta prendendo decisioni difficili, avverte una voce fuori campo. Sembra una scena del «Padrino» ma non lo è. L’uomo inquadrato dalla telecamera è Leon Panetta, l’italoamericano che è stato capo di gabinetto di Bill Clinton alla Casa Bianca, capo del Pentagono con Obama e anche capo della Cia. Ed è per quest’ultimo ruolo che gli autori di «The Spymaster», un eccezionale documentario sulle decisioni di vita e di morte e i dubbi morali dei capi dell’ intelligence appena trasmesso negli Usa dalla rete Showtime, hanno scelto lui per le scene iniziali: Panetta confessa i suoi tormenti, soprattutto quelli del 2009 quando venne individuata la mente di un attacco di terroristi suicidi in una base dell’Afghanistan che costò la vita a sette agenti della Cia, l’episodio narrato nel film di Kathryn Bigelow «Zero Dark Thirty». Il terrorista è in un compound in Pakistan, ma con lui ci sono anche moglie e figlio. Il politico democratico riflette, temporeggia, ma alla fine autorizza la distruzione del compound coi missili lanciati da un drone: «Questa è una guerra, eliminarlo era un’assoluta priorità: ho deciso secondo coscienza».
Dubbi che hanno scosso anche altri capi dell’ intelligence chiamati a decidere uccisioni o l’uso di metodi violenti, ai limiti della tortura, negli interrogatori di terroristi catturati. Un affresco drammatico, agghiacciante e umano al tempo stesso, quello che viene fuori dal lungometraggio nel quale Gideon e Jules Naudet sono riusciti a intervistare tutti i 12 capi della Central Intelligence Agency ancora in vita, compresi l’ex presidente George Bush (padre) e George Tennet, al vertice dal 1997 al 2004, che non aveva mai parlato. Tennet ammette gli errori di analisi sulle armi proibite di Saddam Hussein (informazioni errate alla base dell’invasione dell’ Iraq) mentre per gli attacchi dell’11 settembre 2001 se la prende con le distrazioni della Casa Bianca. Uomini tormentati, ma anche divisi tra loro. Nel documentario sono divisi in due fazioni: quelli che come il direttore attuale, John Brennan, considerano la tortura una pagina nera e preferiscono colpire coi droni. Mentre altri come Michael Hayden e lo stesso Tennet negano il ricorso a vere torture, sostengono che le confessioni così ottenute hanno evitato molte stragi, mentre i terroristi uccisi coi droni non possono più parlare e fornire informazioni utili all’ intelligence .
In un documentario i tormenti della Cia
di Massimo Gaggi
U n uomo anziano dai tratti latini entra in una chiesa deserta. Si inginocchia con un rosario tra le mani. Ha l’aria sofferta. Sta prendendo decisioni difficili, avverte una voce fuori campo. Sembra una scena del «Padrino» ma non lo è. L’uomo inquadrato dalla telecamera è Leon Panetta, l’italoamericano che è stato capo di gabinetto di Bill Clinton alla Casa Bianca, capo del Pentagono con Obama e anche capo della Cia. Ed è per quest’ultimo ruolo che gli autori di «The Spymaster», un eccezionale documentario sulle decisioni di vita e di morte e i dubbi morali dei capi dell’ intelligence appena trasmesso negli Usa dalla rete Showtime, hanno scelto lui per le scene iniziali: Panetta confessa i suoi tormenti, soprattutto quelli del 2009 quando venne individuata la mente di un attacco di terroristi suicidi in una base dell’Afghanistan che costò la vita a sette agenti della Cia, l’episodio narrato nel film di Kathryn Bigelow «Zero Dark Thirty». Il terrorista è in un compound in Pakistan, ma con lui ci sono anche moglie e figlio. Il politico democratico riflette, temporeggia, ma alla fine autorizza la distruzione del compound coi missili lanciati da un drone: «Questa è una guerra, eliminarlo era un’assoluta priorità: ho deciso secondo coscienza».
Dubbi che hanno scosso anche altri capi dell’ intelligence chiamati a decidere uccisioni o l’uso di metodi violenti, ai limiti della tortura, negli interrogatori di terroristi catturati. Un affresco drammatico, agghiacciante e umano al tempo stesso, quello che viene fuori dal lungometraggio nel quale Gideon e Jules Naudet sono riusciti a intervistare tutti i 12 capi della Central Intelligence Agency ancora in vita, compresi l’ex presidente George Bush (padre) e George Tennet, al vertice dal 1997 al 2004, che non aveva mai parlato. Tennet ammette gli errori di analisi sulle armi proibite di Saddam Hussein (informazioni errate alla base dell’invasione dell’ Iraq) mentre per gli attacchi dell’11 settembre 2001 se la prende con le distrazioni della Casa Bianca. Uomini tormentati, ma anche divisi tra loro. Nel documentario sono divisi in due fazioni: quelli che come il direttore attuale, John Brennan, considerano la tortura una pagina nera e preferiscono colpire coi droni. Mentre altri come Michael Hayden e lo stesso Tennet negano il ricorso a vere torture, sostengono che le confessioni così ottenute hanno evitato molte stragi, mentre i terroristi uccisi coi droni non possono più parlare e fornire informazioni utili all’ intelligence .
La Stampa 4.12.15
Come intervenire a Tripoli
di Stefano Stefanini
Sul Golfo della Sirte è tornato il tempo delle colonie.
Come una vecchia potenza europea, lo Stato Islamico colonizza la costa libica con soldati, amministratori, giudici e poliziotti. In aggiunta instaura terrore. È dunque la Libia la «prossima emergenza»?
L’ha detto il presidente del Consiglio - a ragione. Ha anche ragione nel temere che la pressione militare in Siria e in Iraq porti Isis a rilocarsi sulla sponda Sud del Mediterraneo. È il principio del limone descrittomi dai nostri militari in Afghanistan: stretta al centro la guerriglia si disperde in periferia, come il succo di un limone schiacciato. Al Qaeda e Isis ne hanno fatto una strategia geopolitica. Negli ultimi quindici anni l’internazionale jihadista è si spostata dall’Afghanistan all’Africa, è tornata verso la Siria; se necessario, è pronta a ripiegare sulla Libia. Messa sotto pressione va dove trova meno resistenza.
Infine, Matteo Renzi ha ragione a vedervi un pericolo diretto al quale l’Italia non vuole farsi trovare impreparata. I dispositivi sul piano dell’intelligence e delle capacità operative in teatro sono stati messi a punto. Il canale di Sicilia è stretto, dall’altra parte ci sono i rubinetti energetici e migratori. C’è capacità, anzi volontà, di colpire. Ancora il 13 novembre pomeriggio avevo sentito sostenere, in buona fede, che «Isis non ha interesse a colpire in Europa». Nessuno lo dice più.
Dall’analisi - impeccabile - alla strategia mancano ancora tre passaggi. Primo, l’urgenza. Senza ozi di Capua all’orizzonte Isis non infiacchisce. Nel temporeggiamento si è rafforzata. L’Italia ha tenuto eroicamente aperta l’ambasciata a Tripoli fino allo scorso febbraio. L’ha lasciata a malincuore solo quando la sicurezza è precipitata, rassicurandosi al pensiero che jihadisti si sparavano fra loro.
Nella galassia libica di milizie a fazioni, Isis è diventata è il terzo incomodo fra i due contendenti principali, il governo Islamico di Tripoli e quello internazionalmente riconosciuto di Tobruk. Questa minaccia sembra finalmente spingerli a più miti consigli negoziali. È una finestra d’opportunità che il nuovo mediatore dell’Onu, Martin Kobler, intende sfruttare per rilanciare la prospettiva di riconciliazione nazionale che l’Italia attendeva. Occorre che abbia dietro le spalle più coinvolgimento internazionale, come avvenuto per la Siria dove l’iniziativa diplomatica è decollata solo quando dietro Staffan de Mistura hanno gettato il loro peso Stati Uniti e Russia, trascinandovi i più o meno riluttanti Arabia Saudita, Iran e Turchia.
Secondo, costruire una solida alleanza internazionale. La solidarietà di cui l’Italia avrà bisogno per la Libia non s’improvvisa. Che sia internazionale, europea, atlantica richiede do ut des. Da sempre: l’unità d’Italia non nasce forse sui campi insanguinati della Crimea (nel 1855, a scanso equivoci)?
Terzo, contrastare il modus operandi dello Stato Islamico. Isis trova vuoti di potere e d’istituzioni. Riempie i primi e sostituisce le seconde. Gestisce il territorio. Si autofinanzia. Riapre scuole; mette polizia per le strade; amministra giustizia; preleva dazi; apre agenzie delle entrate. Tra Siria e Iraq circa otto milioni di persone vivono sotto la legge del califfato.
Inafferrabilità e radicamento sono i due punti di forza. Isis trova terreno ideale negli spazi africani, fra Stati deboli e confini porosi. I tentacoli jihadisti si estendono al Mali e alla Nigeria, e di lì a Paesi confinanti come il Camerun, colpito da Boko Haram otto giorni dopo Parigi («solo» una decina di vittime perchè tre dei quattro suicidi hanno avuto fretta di farsi esplodere).
Per stabilizzare l’Africa jihadista non basta riportare ordine a Misurata e Tripoli. La pressione in Siria spinge Isis verso la Libia. Dalla Libia, avrebbe l’imbarazzo della scelta fra Sud, Est e Ovest. Manterrebbe capacità di colpire, di far del male e di ritornare sul terreno perso. Isis è un animale territoriale. Va scacciato ed escluso da nuove conquiste. Dobbiamo essere grati alla Francia, e adesso anche alla Germania, per tener duro in Mali; a Egitto, Tunisia e Algeria, pur colpiti da pesanti attentati, per mantenere alto il livello di guardia.
Pur continuando ad avvitarsi nel confronto con la Turchia, nel discorso di ieri sullo Stato dell’Unione, Vladimir Putin ha fatto appello ad una «coalizione Onu»; ne aveva parlato da noi Silvio Berlusconi. È la direzione in cui muoversi nel labirinto d’interessi nazionali del Palazzo di Vetro. È pure vero che lo Stato Islamico pone una sfida culturale; e che bisogna sgretolare la presa del «brand» Isis su molte comunità musulmane e attraverso i social media. Ma intanto Isis va contrastato, ha preso il potere. A tal fine, le armi sono indispensabili. L’entrata in scena dei Tornado e Typhoon della Raf britannica contro obiettivi in Siria rafforza il dispositivo militare.
Quali sono i capisaldi della strategia di Isis, oltre il proselitismo in Europa e l’ispirazione a terroristi «free lance» fino in California? Le basi territoriali; gli anelli statali deboli. Questo significa: uno, sradicare lo Stato Islamico dalla Siria e (non «o») dal Golfo della Sirte; due, prosciugare il succo di limone, sostenendo gli Stati a rischio (anche regimi che non ci piacciono sono meglio dell’anarchia) e aiutando quelli falliti a rimettersi in piedi. Altrimenti il tempo lavora per Isis, non per noi.
Come intervenire a Tripoli
di Stefano Stefanini
Sul Golfo della Sirte è tornato il tempo delle colonie.
Come una vecchia potenza europea, lo Stato Islamico colonizza la costa libica con soldati, amministratori, giudici e poliziotti. In aggiunta instaura terrore. È dunque la Libia la «prossima emergenza»?
L’ha detto il presidente del Consiglio - a ragione. Ha anche ragione nel temere che la pressione militare in Siria e in Iraq porti Isis a rilocarsi sulla sponda Sud del Mediterraneo. È il principio del limone descrittomi dai nostri militari in Afghanistan: stretta al centro la guerriglia si disperde in periferia, come il succo di un limone schiacciato. Al Qaeda e Isis ne hanno fatto una strategia geopolitica. Negli ultimi quindici anni l’internazionale jihadista è si spostata dall’Afghanistan all’Africa, è tornata verso la Siria; se necessario, è pronta a ripiegare sulla Libia. Messa sotto pressione va dove trova meno resistenza.
Infine, Matteo Renzi ha ragione a vedervi un pericolo diretto al quale l’Italia non vuole farsi trovare impreparata. I dispositivi sul piano dell’intelligence e delle capacità operative in teatro sono stati messi a punto. Il canale di Sicilia è stretto, dall’altra parte ci sono i rubinetti energetici e migratori. C’è capacità, anzi volontà, di colpire. Ancora il 13 novembre pomeriggio avevo sentito sostenere, in buona fede, che «Isis non ha interesse a colpire in Europa». Nessuno lo dice più.
Dall’analisi - impeccabile - alla strategia mancano ancora tre passaggi. Primo, l’urgenza. Senza ozi di Capua all’orizzonte Isis non infiacchisce. Nel temporeggiamento si è rafforzata. L’Italia ha tenuto eroicamente aperta l’ambasciata a Tripoli fino allo scorso febbraio. L’ha lasciata a malincuore solo quando la sicurezza è precipitata, rassicurandosi al pensiero che jihadisti si sparavano fra loro.
Nella galassia libica di milizie a fazioni, Isis è diventata è il terzo incomodo fra i due contendenti principali, il governo Islamico di Tripoli e quello internazionalmente riconosciuto di Tobruk. Questa minaccia sembra finalmente spingerli a più miti consigli negoziali. È una finestra d’opportunità che il nuovo mediatore dell’Onu, Martin Kobler, intende sfruttare per rilanciare la prospettiva di riconciliazione nazionale che l’Italia attendeva. Occorre che abbia dietro le spalle più coinvolgimento internazionale, come avvenuto per la Siria dove l’iniziativa diplomatica è decollata solo quando dietro Staffan de Mistura hanno gettato il loro peso Stati Uniti e Russia, trascinandovi i più o meno riluttanti Arabia Saudita, Iran e Turchia.
Secondo, costruire una solida alleanza internazionale. La solidarietà di cui l’Italia avrà bisogno per la Libia non s’improvvisa. Che sia internazionale, europea, atlantica richiede do ut des. Da sempre: l’unità d’Italia non nasce forse sui campi insanguinati della Crimea (nel 1855, a scanso equivoci)?
Terzo, contrastare il modus operandi dello Stato Islamico. Isis trova vuoti di potere e d’istituzioni. Riempie i primi e sostituisce le seconde. Gestisce il territorio. Si autofinanzia. Riapre scuole; mette polizia per le strade; amministra giustizia; preleva dazi; apre agenzie delle entrate. Tra Siria e Iraq circa otto milioni di persone vivono sotto la legge del califfato.
Inafferrabilità e radicamento sono i due punti di forza. Isis trova terreno ideale negli spazi africani, fra Stati deboli e confini porosi. I tentacoli jihadisti si estendono al Mali e alla Nigeria, e di lì a Paesi confinanti come il Camerun, colpito da Boko Haram otto giorni dopo Parigi («solo» una decina di vittime perchè tre dei quattro suicidi hanno avuto fretta di farsi esplodere).
Per stabilizzare l’Africa jihadista non basta riportare ordine a Misurata e Tripoli. La pressione in Siria spinge Isis verso la Libia. Dalla Libia, avrebbe l’imbarazzo della scelta fra Sud, Est e Ovest. Manterrebbe capacità di colpire, di far del male e di ritornare sul terreno perso. Isis è un animale territoriale. Va scacciato ed escluso da nuove conquiste. Dobbiamo essere grati alla Francia, e adesso anche alla Germania, per tener duro in Mali; a Egitto, Tunisia e Algeria, pur colpiti da pesanti attentati, per mantenere alto il livello di guardia.
Pur continuando ad avvitarsi nel confronto con la Turchia, nel discorso di ieri sullo Stato dell’Unione, Vladimir Putin ha fatto appello ad una «coalizione Onu»; ne aveva parlato da noi Silvio Berlusconi. È la direzione in cui muoversi nel labirinto d’interessi nazionali del Palazzo di Vetro. È pure vero che lo Stato Islamico pone una sfida culturale; e che bisogna sgretolare la presa del «brand» Isis su molte comunità musulmane e attraverso i social media. Ma intanto Isis va contrastato, ha preso il potere. A tal fine, le armi sono indispensabili. L’entrata in scena dei Tornado e Typhoon della Raf britannica contro obiettivi in Siria rafforza il dispositivo militare.
Quali sono i capisaldi della strategia di Isis, oltre il proselitismo in Europa e l’ispirazione a terroristi «free lance» fino in California? Le basi territoriali; gli anelli statali deboli. Questo significa: uno, sradicare lo Stato Islamico dalla Siria e (non «o») dal Golfo della Sirte; due, prosciugare il succo di limone, sostenendo gli Stati a rischio (anche regimi che non ci piacciono sono meglio dell’anarchia) e aiutando quelli falliti a rimettersi in piedi. Altrimenti il tempo lavora per Isis, non per noi.
il manifesto 4.12.15
Migranti, Copenhagen verso il «no» alle direttive Ue
Referendum. Ieri 4 milioni di danesi al voto su sicurezza e giustizia. Il "no" leggermente avanti nei sondaggi
di Guido Caldiron
Previsto inizialmente per l’anno prossimo, ma anticipato per non correre il rischio di incrociare quello sulla Ue che si svolgerà in Gran Bretagna, il referendum con il quale oltre quattro milioni di danesi sono stati chiamati a pronunciarsi ieri su alcune norme in materia di sicurezza e giustizia, può essere considerato per certi versi come il primo test elettorale europeo dopo le stragi di Parigi del 13 novembre. Questo, in ogni caso, il clima che ha accompagnato l’evento nel paese scandinavo.
A contrapporsi, da un lato gran parte del mondo politico locale, compreso il premier liberale Lars Lokken Rasmussen, che da giugno guida un esecutivo di minoranza di centro destra grazie all’appoggio esterno del Dansk Folkeparti, su posizioni euroscettiche e anti-immigrati, e i socialdemocratici, che siedono invece all’opposizione, dall’altro principalmente proprio il Partito del popolo danese, seconda forza del paese in costante crescita nei consensi ormai da diversi anni.
Se in passato questo sarebbe stato considerato alla stregua di un voto di routine — dopo che nel 1992 i danesi respinsero in prima battuta, con un’altra consultazione popolare, il trattato di Maastricht, la successiva adesione allo spazio Ue fu vincolato a ulteriori verifiche interne delle norme varate man mano a Bruxelles -, grazie all’allarme internazionale per il terrorismo di matrice islamica e soprattutto al precedente allarme sull’arrivo di profughi e migranti che la destra populista non ha smesso di enfatizzare, l’appuntamento ha finito per assumere un carattere politico di primo piano.
Così, malgrado i quesiti sottoposti a referendum riguardino soltanto la possibilità o meno che Copenhagen recepisca alcune norme europee in materia di ordine pubblico, sicurezza e lotta alla criminalità, in totale 22 direttive della Ue, tra cui spicca la possibile appartenenza alla struttura dell’Europol che a partire dal gennaio del 2016 opererà su base sovranazionale, centralizzando i propri uffici, mentre su immigrazione e diritto d’asilo il paese continuerebbe a decidere per conto proprio, la campagna in vista del voto si è polarizzata tra il sì e il no all’Europa.
Per il Dansk Folkeparti, la cui posizione è racchiusa nello slogan che ha accompagnato meeting e comizi da un angolo all’altro del paese, «Più Ue? No grazie», se passasse il sì, i danesi rischierebbero di perdere il controllo dei propri confini e dovrebbero accettare la politica comunitaria di ripartizione dei richiedenti asilo, fortemente osteggiata da una parte della popolazione malgrado quest’anno il paese non abbia accolto che un decimo dei profughi arrivati nella vicina Svezia. «Una volta concesso il potere di decisione a Bruxelles, non potremo più tornare indietro e recuperarlo», spiega il deputato europeo del partito xenofobo Morten Messerschmidt. Mentre per il ministro della giustizia, Saren Pind, che sostiene una maggiore integrazione del paese nell’Europa politica, «dopo gli attacchi di Parigi e la crisi alle nostre frontiere, le persone hanno paura e sono facilmente vittima di demagoghi».
In base agli ultimi sondaggi, realizzati prima dell’apertura dei seggi, le due posizioni sarebbero testa a testa, anche se il no supererebbe il sì di un soffio, 42% contro 39%.
Migranti, Copenhagen verso il «no» alle direttive Ue
Referendum. Ieri 4 milioni di danesi al voto su sicurezza e giustizia. Il "no" leggermente avanti nei sondaggi
di Guido Caldiron
Previsto inizialmente per l’anno prossimo, ma anticipato per non correre il rischio di incrociare quello sulla Ue che si svolgerà in Gran Bretagna, il referendum con il quale oltre quattro milioni di danesi sono stati chiamati a pronunciarsi ieri su alcune norme in materia di sicurezza e giustizia, può essere considerato per certi versi come il primo test elettorale europeo dopo le stragi di Parigi del 13 novembre. Questo, in ogni caso, il clima che ha accompagnato l’evento nel paese scandinavo.
A contrapporsi, da un lato gran parte del mondo politico locale, compreso il premier liberale Lars Lokken Rasmussen, che da giugno guida un esecutivo di minoranza di centro destra grazie all’appoggio esterno del Dansk Folkeparti, su posizioni euroscettiche e anti-immigrati, e i socialdemocratici, che siedono invece all’opposizione, dall’altro principalmente proprio il Partito del popolo danese, seconda forza del paese in costante crescita nei consensi ormai da diversi anni.
Se in passato questo sarebbe stato considerato alla stregua di un voto di routine — dopo che nel 1992 i danesi respinsero in prima battuta, con un’altra consultazione popolare, il trattato di Maastricht, la successiva adesione allo spazio Ue fu vincolato a ulteriori verifiche interne delle norme varate man mano a Bruxelles -, grazie all’allarme internazionale per il terrorismo di matrice islamica e soprattutto al precedente allarme sull’arrivo di profughi e migranti che la destra populista non ha smesso di enfatizzare, l’appuntamento ha finito per assumere un carattere politico di primo piano.
Così, malgrado i quesiti sottoposti a referendum riguardino soltanto la possibilità o meno che Copenhagen recepisca alcune norme europee in materia di ordine pubblico, sicurezza e lotta alla criminalità, in totale 22 direttive della Ue, tra cui spicca la possibile appartenenza alla struttura dell’Europol che a partire dal gennaio del 2016 opererà su base sovranazionale, centralizzando i propri uffici, mentre su immigrazione e diritto d’asilo il paese continuerebbe a decidere per conto proprio, la campagna in vista del voto si è polarizzata tra il sì e il no all’Europa.
Per il Dansk Folkeparti, la cui posizione è racchiusa nello slogan che ha accompagnato meeting e comizi da un angolo all’altro del paese, «Più Ue? No grazie», se passasse il sì, i danesi rischierebbero di perdere il controllo dei propri confini e dovrebbero accettare la politica comunitaria di ripartizione dei richiedenti asilo, fortemente osteggiata da una parte della popolazione malgrado quest’anno il paese non abbia accolto che un decimo dei profughi arrivati nella vicina Svezia. «Una volta concesso il potere di decisione a Bruxelles, non potremo più tornare indietro e recuperarlo», spiega il deputato europeo del partito xenofobo Morten Messerschmidt. Mentre per il ministro della giustizia, Saren Pind, che sostiene una maggiore integrazione del paese nell’Europa politica, «dopo gli attacchi di Parigi e la crisi alle nostre frontiere, le persone hanno paura e sono facilmente vittima di demagoghi».
In base agli ultimi sondaggi, realizzati prima dell’apertura dei seggi, le due posizioni sarebbero testa a testa, anche se il no supererebbe il sì di un soffio, 42% contro 39%.
il manifesto 4.12.15
Il greco Pappas e il Pd che tifa Tsipras (e centrosinistra)
Oggi a Roma. Il ministro ospite di Gozi e Bettini. Ma c'è anche il vendoliano Smeriglio, di Sel. A Renzi un messaggio in bottiglia: non rottamiamo l'alleanza
C’è un Pd che vuole riallacciare il filo con il governo Tsipras per archiviare la stagione delle gaffe e degli attacchi dei socialisti europei contro il leader greco. È, in controluce, la delicata trama dell’iniziativa che si svolge oggi a Roma (alle 16 e 30 al Tempio di Adriano, Piazza di Pietra) organizzata da Campo democratico, l’area dell’europarlamentare Goffredo Bettini e del sottosegretario Sandro Gozi.
I due discuteranno con il ministro Nikos Pappas, vicino a Tsipras, con Massimiliano Smeriglio, vicepresidente del Lazio (Sel) e con il dem Antonio Rosati.
«Atene, Bruxelles, Roma. Un’altra Europa per esempio» è il titolo dell’iniziativa. «Stiamo lavorando insieme per costruire un’Europa più democratica e solidale. Ecco perché dobbiamo rafforzare la cooperazione con Tsipras», spiega Gozi. Ma l’iniziativa ha anche un fronte interno: quello a favore dell’alleanza di centrosinistra in via di rottamazione da parte di Renzi. Campo democratico, area pure vicina al segretario, prova a segnare una controtendenza e a mantenere il dialogo con le forze a sinistra del Pd.
Il greco Pappas e il Pd che tifa Tsipras (e centrosinistra)
Oggi a Roma. Il ministro ospite di Gozi e Bettini. Ma c'è anche il vendoliano Smeriglio, di Sel. A Renzi un messaggio in bottiglia: non rottamiamo l'alleanza
C’è un Pd che vuole riallacciare il filo con il governo Tsipras per archiviare la stagione delle gaffe e degli attacchi dei socialisti europei contro il leader greco. È, in controluce, la delicata trama dell’iniziativa che si svolge oggi a Roma (alle 16 e 30 al Tempio di Adriano, Piazza di Pietra) organizzata da Campo democratico, l’area dell’europarlamentare Goffredo Bettini e del sottosegretario Sandro Gozi.
I due discuteranno con il ministro Nikos Pappas, vicino a Tsipras, con Massimiliano Smeriglio, vicepresidente del Lazio (Sel) e con il dem Antonio Rosati.
«Atene, Bruxelles, Roma. Un’altra Europa per esempio» è il titolo dell’iniziativa. «Stiamo lavorando insieme per costruire un’Europa più democratica e solidale. Ecco perché dobbiamo rafforzare la cooperazione con Tsipras», spiega Gozi. Ma l’iniziativa ha anche un fronte interno: quello a favore dell’alleanza di centrosinistra in via di rottamazione da parte di Renzi. Campo democratico, area pure vicina al segretario, prova a segnare una controtendenza e a mantenere il dialogo con le forze a sinistra del Pd.
Il Sole 4.12.15
Migranti. Atene attiva gli aiuti che le permetteranno di dispiegare le guardie europee di frontiera
La Grecia accetta l’aiuto di Frontex
In caso contrario i partner minacciavano di espellerla da Schengen
di Beda Romano
Bruxelles La Grecia è tornata improvvisamente d’attualità, non per lo stato della sua economia, ma per come sta (mal) controllando le frontiere esterne dell’Unione. Da giorni, i partner Ue rumoreggiano, minacciando nei fatti il ritorno dei controlli di identità ai confini nello spazio Schengen. Ieri, nel tentativo di allentare la pressione, il governo greco ha chiesto ufficialmente l’assistenza comunitaria, come suggerito da più parti negli ultimi tempi.
«Speriamo che i nostri partner faranno offerte generose, anche alla luce del malcontento attuale», ha spiegato in una conferenza stampa ad Atene il ministro dell’immigrazione Ioannis Mouzalas, annunciando la richiesta di attivazione del meccanismo europeo di protezione civile così come del programma Rabit per il dispiegamento di guardie-frontiera di altri paesi membri. La Grecia è accusata di non controllare a sufficienza i propri confini, permettendo a migliaia di profughi di entrare nell’Unione.
Mouzalas ha chiesto l’invio di «ambulanze, camion, carburante, containers, tende e coperte», e «soprattutto personale per inquadrare (…) gli hotspot». La scelta è giunta dopo che un documento in vista della riunione di oggi dei ministri degli Interni è stato oggetto di fughe di notizie. Nel rapporto, si cita la possibilità di reintrodurre i controlli alle frontiere nello Spazio Schengen per un periodo più lungo di quanto sia possibile attualmente (oggi i controlli sono in vigore in Germania, Francia, Malta, Svezia, Austria).
Nella relazione, la presidenza lussemburghese dell’Unione prende atto del fatto che la reintroduzione dei controlli è possibile solo in via temporanea, e per un massimo di sei mesi. «Nei fatti, dal marzo dell’anno prossimo, non sarà possibile rinnovare le scelte prese in queste ultime settimane da alcuni governi», spiega un funzionario europeo. In questo contesto, il Lussemburgo ha proposto in questo documento l’attivazione dell’articolo 26 del Codice Schengen.
Questa norma prevede che controlli possano essere reintrodotti per due anni in uno o più paesi, su proposta della Commissione. La fuga di notizie, sul Financial Times, è stata un modo per fare pressione sulla Grecia, lasciando aleggiare la possibilità di escludere nei fatti il paese dallo Spazio Schengen: «Molti paesi sono frustrati per come Atene ha gestito finora la situazione: senza fare abbastanza e senza chiedere aiuto», spiegava mercoledì un diplomatico, ricordando l’idea olandese di mini-Schengen.
Controllare le frontiere greche è difficile, per via delle molte isole. Al tempo stesso, molti rimproverano ad Atene numerose inefficienze e la ritrosia (nazionalista?) dimostrata finora nel chiedere sostegno europeo. «Progressi tangibili sono necessari nelle prossime due settimane», avvertiva ieri il portavoce della Commissione Margaritis Schinas, prima che Atene richiedesse l’aiuto europeo, riferendosi al consiglio europeo a metà mese, un momento di verifica cruciale sullo stato di salute dello Spazio Schengen.
Oggi i Ventotto potrebbero chiedere a Bruxelles di fare una proposta ai sensi dell’articolo 26 del Codice Schengen. Spiegava, tuttavia, già mercoledì, un diplomatico: «Il picco della crisi mi sembra superato tenuto conto delle misure adottate da Atene». Sempre ieri, Atene ha raggiunto anche un accordo di cooperazione con Frontex. Reintrodurre i controlli ai confini Schengen permetterebbe di meglio controllare l’arrivo di profughi, ma sarebbe anche un segnale pessimo per il principio della libera circolazione.
Allo studio dei ministri degli Interni sarà oggi anche il meccanismo permanente di ridistribuzione dei migranti arrivati nell’Unione. Non è previsto alcun accordo, tenuto conto di come sia controverso il progetto della Commissione. Proprio ieri, l’Ungheria ha annunciato un ricorso alla Corte europea di Giustizia contro il sistema provvisorio di ricollocamento dei richiedenti l’asilo approvato in estate dall’Ue. Il ricorso ungherese segue quello slovacco.
Migranti. Atene attiva gli aiuti che le permetteranno di dispiegare le guardie europee di frontiera
La Grecia accetta l’aiuto di Frontex
In caso contrario i partner minacciavano di espellerla da Schengen
di Beda Romano
Bruxelles La Grecia è tornata improvvisamente d’attualità, non per lo stato della sua economia, ma per come sta (mal) controllando le frontiere esterne dell’Unione. Da giorni, i partner Ue rumoreggiano, minacciando nei fatti il ritorno dei controlli di identità ai confini nello spazio Schengen. Ieri, nel tentativo di allentare la pressione, il governo greco ha chiesto ufficialmente l’assistenza comunitaria, come suggerito da più parti negli ultimi tempi.
«Speriamo che i nostri partner faranno offerte generose, anche alla luce del malcontento attuale», ha spiegato in una conferenza stampa ad Atene il ministro dell’immigrazione Ioannis Mouzalas, annunciando la richiesta di attivazione del meccanismo europeo di protezione civile così come del programma Rabit per il dispiegamento di guardie-frontiera di altri paesi membri. La Grecia è accusata di non controllare a sufficienza i propri confini, permettendo a migliaia di profughi di entrare nell’Unione.
Mouzalas ha chiesto l’invio di «ambulanze, camion, carburante, containers, tende e coperte», e «soprattutto personale per inquadrare (…) gli hotspot». La scelta è giunta dopo che un documento in vista della riunione di oggi dei ministri degli Interni è stato oggetto di fughe di notizie. Nel rapporto, si cita la possibilità di reintrodurre i controlli alle frontiere nello Spazio Schengen per un periodo più lungo di quanto sia possibile attualmente (oggi i controlli sono in vigore in Germania, Francia, Malta, Svezia, Austria).
Nella relazione, la presidenza lussemburghese dell’Unione prende atto del fatto che la reintroduzione dei controlli è possibile solo in via temporanea, e per un massimo di sei mesi. «Nei fatti, dal marzo dell’anno prossimo, non sarà possibile rinnovare le scelte prese in queste ultime settimane da alcuni governi», spiega un funzionario europeo. In questo contesto, il Lussemburgo ha proposto in questo documento l’attivazione dell’articolo 26 del Codice Schengen.
Questa norma prevede che controlli possano essere reintrodotti per due anni in uno o più paesi, su proposta della Commissione. La fuga di notizie, sul Financial Times, è stata un modo per fare pressione sulla Grecia, lasciando aleggiare la possibilità di escludere nei fatti il paese dallo Spazio Schengen: «Molti paesi sono frustrati per come Atene ha gestito finora la situazione: senza fare abbastanza e senza chiedere aiuto», spiegava mercoledì un diplomatico, ricordando l’idea olandese di mini-Schengen.
Controllare le frontiere greche è difficile, per via delle molte isole. Al tempo stesso, molti rimproverano ad Atene numerose inefficienze e la ritrosia (nazionalista?) dimostrata finora nel chiedere sostegno europeo. «Progressi tangibili sono necessari nelle prossime due settimane», avvertiva ieri il portavoce della Commissione Margaritis Schinas, prima che Atene richiedesse l’aiuto europeo, riferendosi al consiglio europeo a metà mese, un momento di verifica cruciale sullo stato di salute dello Spazio Schengen.
Oggi i Ventotto potrebbero chiedere a Bruxelles di fare una proposta ai sensi dell’articolo 26 del Codice Schengen. Spiegava, tuttavia, già mercoledì, un diplomatico: «Il picco della crisi mi sembra superato tenuto conto delle misure adottate da Atene». Sempre ieri, Atene ha raggiunto anche un accordo di cooperazione con Frontex. Reintrodurre i controlli ai confini Schengen permetterebbe di meglio controllare l’arrivo di profughi, ma sarebbe anche un segnale pessimo per il principio della libera circolazione.
Allo studio dei ministri degli Interni sarà oggi anche il meccanismo permanente di ridistribuzione dei migranti arrivati nell’Unione. Non è previsto alcun accordo, tenuto conto di come sia controverso il progetto della Commissione. Proprio ieri, l’Ungheria ha annunciato un ricorso alla Corte europea di Giustizia contro il sistema provvisorio di ricollocamento dei richiedenti l’asilo approvato in estate dall’Ue. Il ricorso ungherese segue quello slovacco.
Corriere 4.12.15
Il rapporto Ismu
In aumento i migranti che vivono in Italia Sono il 10% dei lavoratori
I migranti arrivano dal mare. Era evidente dalla contabilità degli sbarchi (213 mila nel biennio 2013-2014; 143 mila nel 2015 fino al 20 novembre), lo certifica il nuovo rapporto della Fondazione Ismu. Se si registra un aumento della presenza straniera in Italia, allora — fino a 5,8 milioni, il 9,5 per cento della popolazione totale — è per gli approdi attraverso il Mediterraneo. Che, però, già quest’anno sono calati e con l’«apertura» della rotta balcanica sono destinati a diminuire. Delle donne, uomini e bambini arrivati in barca, soltanto una minoranza ha presentato richiesta di protezione internazionale in Italia, la maggioranza ha continuato il viaggio oltre le Alpi. Anche questo dato viene confermato dal dossier: 65 mila domande d’asilo nel 2014; 61.545 tra il 1° gennaio e il 10 ottobre 2015. Di tutti i moduli inoltrati, si stima che il 50 per cento sarà accolto. Significa, comunque, che in Italia la presenza di titolari dello status di rifugiato è destinata a crescere. A fronte di un sistema finora abituato a cifre più piccole, dunque bisognoso di urgente revisione. La crescita complessiva degli stranieri in Italia resta contenuta (più 2,7 per cento rispetto all’anno precedente) a causa della crisi: continuano a diminuire gli ingressi per motivi di lavoro, meno 84 per cento dal 2010. Cresce, però, la cifra degli occupati stranieri, che arrivano al 10 per cento di tutti i lavoratori italiani. Fenomeno che coincide con il calo nella qualità degli impieghi offerti: soltanto gli immigrati li accettano. E quattro su dieci guadagnano meno di 800 euro al mese.
Il rapporto Ismu
In aumento i migranti che vivono in Italia Sono il 10% dei lavoratori
I migranti arrivano dal mare. Era evidente dalla contabilità degli sbarchi (213 mila nel biennio 2013-2014; 143 mila nel 2015 fino al 20 novembre), lo certifica il nuovo rapporto della Fondazione Ismu. Se si registra un aumento della presenza straniera in Italia, allora — fino a 5,8 milioni, il 9,5 per cento della popolazione totale — è per gli approdi attraverso il Mediterraneo. Che, però, già quest’anno sono calati e con l’«apertura» della rotta balcanica sono destinati a diminuire. Delle donne, uomini e bambini arrivati in barca, soltanto una minoranza ha presentato richiesta di protezione internazionale in Italia, la maggioranza ha continuato il viaggio oltre le Alpi. Anche questo dato viene confermato dal dossier: 65 mila domande d’asilo nel 2014; 61.545 tra il 1° gennaio e il 10 ottobre 2015. Di tutti i moduli inoltrati, si stima che il 50 per cento sarà accolto. Significa, comunque, che in Italia la presenza di titolari dello status di rifugiato è destinata a crescere. A fronte di un sistema finora abituato a cifre più piccole, dunque bisognoso di urgente revisione. La crescita complessiva degli stranieri in Italia resta contenuta (più 2,7 per cento rispetto all’anno precedente) a causa della crisi: continuano a diminuire gli ingressi per motivi di lavoro, meno 84 per cento dal 2010. Cresce, però, la cifra degli occupati stranieri, che arrivano al 10 per cento di tutti i lavoratori italiani. Fenomeno che coincide con il calo nella qualità degli impieghi offerti: soltanto gli immigrati li accettano. E quattro su dieci guadagnano meno di 800 euro al mese.
Repubblica 4.12.15
La posta del cuore
di Alessandra Longo
Non è da «Chi», contenitore di gossip berlusconiano, affrontare temi complessi come il terrorismo e la difficile guerra contro l’Isis. Però anche i lettori del settimanale hanno bisogno di formarsi un’opinione. Nell’ultimo numero, Carlo Rossella, titolare di una «Posta del cuore» brillante e piccante, fa un’eccezione rispetto ai soliti temi della rubrica e risponde ad una signora. Marisa di Stresa chiede «al grande inviato» come si può vincere contro l’Isis. La risposta è tutt’altro che lieve come usualmente lo sono quelle di Rossella. Eccola: «Marisa mia, l’Isis si vince solo ammazzandoli uno per uno, senza pietà. Intanto si cominci a radere al suolo Raqqa, in Siria, la loro capitale. Più ne muoiono meglio è. Ha ragione il presidente francese Hollande. Un uomo con le palle, il cui esempio andrebbe seguito da tutti i Paesi amici della Francia». Capito ministro Gentiloni?
La posta del cuore
di Alessandra Longo
Non è da «Chi», contenitore di gossip berlusconiano, affrontare temi complessi come il terrorismo e la difficile guerra contro l’Isis. Però anche i lettori del settimanale hanno bisogno di formarsi un’opinione. Nell’ultimo numero, Carlo Rossella, titolare di una «Posta del cuore» brillante e piccante, fa un’eccezione rispetto ai soliti temi della rubrica e risponde ad una signora. Marisa di Stresa chiede «al grande inviato» come si può vincere contro l’Isis. La risposta è tutt’altro che lieve come usualmente lo sono quelle di Rossella. Eccola: «Marisa mia, l’Isis si vince solo ammazzandoli uno per uno, senza pietà. Intanto si cominci a radere al suolo Raqqa, in Siria, la loro capitale. Più ne muoiono meglio è. Ha ragione il presidente francese Hollande. Un uomo con le palle, il cui esempio andrebbe seguito da tutti i Paesi amici della Francia». Capito ministro Gentiloni?
Corriere 4.12.15
Diffidare della politica quando parla di religione
risponde Sergio Romano
Lei sostiene da sempre che lo Stato laico garantisce la libertà di tutte le religioni, ma non consente intromissioni e prevaricazioni di quella dominante sulle minoranze. Perché ora tace sulla questione del presepe, dei canti natalizi e delle messe nelle scuole italiane (e nelle università e nelle forze armate, rimaste fuori dalla polemica)? Gli italiani versano in stato confusionale e non percepiscono che i luoghi pubblici debbano essere riservati ai valori condivisi. La religione potrà essere un valore o un disvalore: però è una realtà, ma che divide i membri di una stessa società e unisce solo i suoi credenti. In democrazia si difendono i diritti delle minoranze, perché le maggioranze non ne hanno bisogno, e la libertà religiosa si garantisce nei luoghi di culto suoi propri: presepi e messe si fanno in chiesa. O, come scrive un lettore , si aprano i luoghi dello Stato alle celebrazioni di tutte le religioni. Gli abusi in favore del cattolicesimo, che ora urtano gli islamici, da sempre offendono protestanti, ebrei, laici e chiunque abbia il senso dello Stato, minoranze politicamente insignificanti in Italia. Non pensa che dovremmo evitare di dare qualche ragione a chi sta dalla parte del torto?
Felice Costabile
Caro Costabile,
Quando le minoranze religiose in Italia erano minuscole, ai genitori non sarebbe mai passato per la testa di chiedere al preside di una scuola l’allestimento di un presepe o uno spazio per l’insegnamento di canti religiosi. Oggi, mentre il Paese sta diventando multietnico e multi-religioso, qualche genitore scopre che la scuola deve difendere le nostre tradizioni e soprattutto le radici cristiane della nostra storia. Se fossi un sacerdote avrei l’impressione che la fede, in questo caso, venga usata per separare e dividere, per esaltare ciò che ci rende diversi da chi ha altre credenze; e non mi piacerebbe diventare complice di un atteggiamento fondamentalmente razzista. Se fossi preside di una scuola, obietterei che l’approvazione di qualsiasi iniziativa estranea alle finalità del programma scolastico mi trasformerebbe in impresario di avvenimenti extra-curricolari e mi costringerebbe a prendere in considerazione le richieste analoghe di altri gruppi religiosi. Se fossi (come sono) elettore, avrei l’impressione di essere usato da movimenti politici a cui la religione interessa soltanto quando serve a prendere qualche voto in più.
Colgo l’occasione, caro Costabile, per rispondere a lettori che ci hanno scritto a proposito delle manifestazioni organizzate da musulmani per deplorare gli attentati del 13 novembre a Parigi. Credo che i leader di una comunità religiosa, quando qualcuno uccide in nome della loro fede, abbiano il dovere morale di esprimersi. Ma dietro il pressante invito a manifestare, rivolto all’intera comunità arabo-musulmana, ho visto il concetto di responsabilità collettiva e quindi, in ultima analisi, un pregiudizio razziale.
Diffidare della politica quando parla di religione
risponde Sergio Romano
Lei sostiene da sempre che lo Stato laico garantisce la libertà di tutte le religioni, ma non consente intromissioni e prevaricazioni di quella dominante sulle minoranze. Perché ora tace sulla questione del presepe, dei canti natalizi e delle messe nelle scuole italiane (e nelle università e nelle forze armate, rimaste fuori dalla polemica)? Gli italiani versano in stato confusionale e non percepiscono che i luoghi pubblici debbano essere riservati ai valori condivisi. La religione potrà essere un valore o un disvalore: però è una realtà, ma che divide i membri di una stessa società e unisce solo i suoi credenti. In democrazia si difendono i diritti delle minoranze, perché le maggioranze non ne hanno bisogno, e la libertà religiosa si garantisce nei luoghi di culto suoi propri: presepi e messe si fanno in chiesa. O, come scrive un lettore , si aprano i luoghi dello Stato alle celebrazioni di tutte le religioni. Gli abusi in favore del cattolicesimo, che ora urtano gli islamici, da sempre offendono protestanti, ebrei, laici e chiunque abbia il senso dello Stato, minoranze politicamente insignificanti in Italia. Non pensa che dovremmo evitare di dare qualche ragione a chi sta dalla parte del torto?
Felice Costabile
Caro Costabile,
Quando le minoranze religiose in Italia erano minuscole, ai genitori non sarebbe mai passato per la testa di chiedere al preside di una scuola l’allestimento di un presepe o uno spazio per l’insegnamento di canti religiosi. Oggi, mentre il Paese sta diventando multietnico e multi-religioso, qualche genitore scopre che la scuola deve difendere le nostre tradizioni e soprattutto le radici cristiane della nostra storia. Se fossi un sacerdote avrei l’impressione che la fede, in questo caso, venga usata per separare e dividere, per esaltare ciò che ci rende diversi da chi ha altre credenze; e non mi piacerebbe diventare complice di un atteggiamento fondamentalmente razzista. Se fossi preside di una scuola, obietterei che l’approvazione di qualsiasi iniziativa estranea alle finalità del programma scolastico mi trasformerebbe in impresario di avvenimenti extra-curricolari e mi costringerebbe a prendere in considerazione le richieste analoghe di altri gruppi religiosi. Se fossi (come sono) elettore, avrei l’impressione di essere usato da movimenti politici a cui la religione interessa soltanto quando serve a prendere qualche voto in più.
Colgo l’occasione, caro Costabile, per rispondere a lettori che ci hanno scritto a proposito delle manifestazioni organizzate da musulmani per deplorare gli attentati del 13 novembre a Parigi. Credo che i leader di una comunità religiosa, quando qualcuno uccide in nome della loro fede, abbiano il dovere morale di esprimersi. Ma dietro il pressante invito a manifestare, rivolto all’intera comunità arabo-musulmana, ho visto il concetto di responsabilità collettiva e quindi, in ultima analisi, un pregiudizio razziale.
Repubblica 4.12.15
Progetto Genoma
In campo i medici “Finanziamo noi l’archivio del dna”
Pronti a rispondere alla proposta della Cattaneo, è una sfida per le generazioni che verranno
di Michele Bocci
L’ENTE di previdenza dei medici finanzierà l’archivio del Dna in Italia. Il presidente di Enpam, Alberto Oliveti, si dice disposto a partecipare al progetto lanciato dalla senatrice Elena Cattaneo e inserito grazie all’impegno del ministro alla Sanità Beatrice Lorenzin nella legge di Stabilità 2016. L’idea è quella di creare un centro in grado di sequenziare i genomi di migliaia di cittadini italiani, per avere un patrimonio di dati utili per la ricerca e l’assistenza. «Finalmente l’Italia si va a prendere il posto che secondo noi le spetta all’interno della comunità scientifica mondiale», commenta Oliveti. Nella legge è previsto che il fondo goda di uno stanziamento pubblico di 5 milioni di euro all’anno per i prossimi tre anni.
I privati, ha spiegato Cattaneo su Repubblica, potranno contribuire in misura almeno pari per alimentare il progetto. Quindi Enpam, anche se il suo presidente ancora non si sbilancia, darà come minimo 15 milioni di euro. «Siamo pronti a rispondere alla chiamata della senatrice — prosegue Oliveti — Si tratta di una sfida per le generazioni che verranno, per i nostri figli, ma anche per i colleghi che contribuiscono alla nostra cassa. Del resto saremo noi medici a decrittare il genoma per i pazienti. Siamo pronti, aspettiamo il via libera del ministero».
Enpam è il più grande ente previdenziale privato italiano, con un portafoglio da 19,2 miliardi e 450mila iscritti. Di recente ha stanziato un investimento in ricerca da 150 milioni di euro. Forte di questi numeri contribuirà al “Progetto Genomi Italia”, che punta a far tenere all’Italia il passo della rivoluzione scientifica portata dagli studi sul Dna. Le prospettive sono tante, ad esempio quella di intercettare o prevenire le malattie ma anche di avere trattamenti farmacologici personalizzati. In 5 anni, con le indagini che costeranno sempre meno, si arriverà ad avere la sequenza genoma nella cartella clinica di ciascuno, prevede Cattaneo, e il sistema pubblico deve essere preparato. La legge prevede la nascita di una commissione che stabilirà gli obiettivi e con bandi pubblici selezionerà i progetti da finanziare.
Progetto Genoma
In campo i medici “Finanziamo noi l’archivio del dna”
Pronti a rispondere alla proposta della Cattaneo, è una sfida per le generazioni che verranno
di Michele Bocci
L’ENTE di previdenza dei medici finanzierà l’archivio del Dna in Italia. Il presidente di Enpam, Alberto Oliveti, si dice disposto a partecipare al progetto lanciato dalla senatrice Elena Cattaneo e inserito grazie all’impegno del ministro alla Sanità Beatrice Lorenzin nella legge di Stabilità 2016. L’idea è quella di creare un centro in grado di sequenziare i genomi di migliaia di cittadini italiani, per avere un patrimonio di dati utili per la ricerca e l’assistenza. «Finalmente l’Italia si va a prendere il posto che secondo noi le spetta all’interno della comunità scientifica mondiale», commenta Oliveti. Nella legge è previsto che il fondo goda di uno stanziamento pubblico di 5 milioni di euro all’anno per i prossimi tre anni.
I privati, ha spiegato Cattaneo su Repubblica, potranno contribuire in misura almeno pari per alimentare il progetto. Quindi Enpam, anche se il suo presidente ancora non si sbilancia, darà come minimo 15 milioni di euro. «Siamo pronti a rispondere alla chiamata della senatrice — prosegue Oliveti — Si tratta di una sfida per le generazioni che verranno, per i nostri figli, ma anche per i colleghi che contribuiscono alla nostra cassa. Del resto saremo noi medici a decrittare il genoma per i pazienti. Siamo pronti, aspettiamo il via libera del ministero».
Enpam è il più grande ente previdenziale privato italiano, con un portafoglio da 19,2 miliardi e 450mila iscritti. Di recente ha stanziato un investimento in ricerca da 150 milioni di euro. Forte di questi numeri contribuirà al “Progetto Genomi Italia”, che punta a far tenere all’Italia il passo della rivoluzione scientifica portata dagli studi sul Dna. Le prospettive sono tante, ad esempio quella di intercettare o prevenire le malattie ma anche di avere trattamenti farmacologici personalizzati. In 5 anni, con le indagini che costeranno sempre meno, si arriverà ad avere la sequenza genoma nella cartella clinica di ciascuno, prevede Cattaneo, e il sistema pubblico deve essere preparato. La legge prevede la nascita di una commissione che stabilirà gli obiettivi e con bandi pubblici selezionerà i progetti da finanziare.
Il Fatto 4.12.15
Verso il voto
L’ex sindaco Marino, prima uscita con Sel e il candidato Fassina
UN INTERVENTO che è parso quello di un candidato sindaco. L’ha pronun- ciato ieri Ignazio Marino intervenendo all’as- semblea pubblica di Sel “28 mesi per Roma”, che voleva essere proprio un bilancio dell’e- sperienza della giunta Marino. Poco prima di arrivare, l’ex sindaco della Capitale ha scritto su Facebook: “Dobbiamo far prevalere il par- tito dei cittadini a quello della nazione. Dob-
biamo contrapporre il partito delle idee e del- le persone a quello dei prefetti e dei commis- sari”. E sono già parole da politico pronto a tornare in campo. In assemblea, Marino ha accusato: “Quello che più mi addolora è che sono stato eletto da una coalizione di centro- sinistra. Poi è stato deciso che quest’espe- rienza finisse da una coalizione tra Pd ed eredi di Alleanza nazionale. Io non voglio un partito della nazione ma un partito di cittadini e di
sinistra. E questo partito è più forte di uno che agisce in stanze chiuse”. Il candidato di Sel al Comune di Roma però è il deputato di Sinistra Italiana Stefano Fassina, presente all’assem- blea. E il coordinatore romano di Sel, Paolo Cento, lo ha messo in chiaro: “Piuttosto che parlare di primarie, il Pd ci dica cosa ne pensa della candidatura di Fassina”.
Verso il voto
L’ex sindaco Marino, prima uscita con Sel e il candidato Fassina
UN INTERVENTO che è parso quello di un candidato sindaco. L’ha pronun- ciato ieri Ignazio Marino intervenendo all’as- semblea pubblica di Sel “28 mesi per Roma”, che voleva essere proprio un bilancio dell’e- sperienza della giunta Marino. Poco prima di arrivare, l’ex sindaco della Capitale ha scritto su Facebook: “Dobbiamo far prevalere il par- tito dei cittadini a quello della nazione. Dob-
biamo contrapporre il partito delle idee e del- le persone a quello dei prefetti e dei commis- sari”. E sono già parole da politico pronto a tornare in campo. In assemblea, Marino ha accusato: “Quello che più mi addolora è che sono stato eletto da una coalizione di centro- sinistra. Poi è stato deciso che quest’espe- rienza finisse da una coalizione tra Pd ed eredi di Alleanza nazionale. Io non voglio un partito della nazione ma un partito di cittadini e di
sinistra. E questo partito è più forte di uno che agisce in stanze chiuse”. Il candidato di Sel al Comune di Roma però è il deputato di Sinistra Italiana Stefano Fassina, presente all’assem- blea. E il coordinatore romano di Sel, Paolo Cento, lo ha messo in chiaro: “Piuttosto che parlare di primarie, il Pd ci dica cosa ne pensa della candidatura di Fassina”.
il manifesto 4.12.15
Marino riapre la partita
L’ex sindaco cacciato lascia intendere la sua ricandidatura alle amministrative di giugno
Confronto con Sel e Fassina in una borgata: «Voglio un partito di cittadini e di sinistra»
di Eleonora Martini
ROMA Prove tecniche di ricostruzione di un campo largo di sinistra a Roma. Stavolta però Ignazio Marino — che gioca in questa partita un ruolo di punta ma prepara pazientemente la strada alla propria candidatura, tenendola in serbo come l’asso nella manica da calare al momento giusto — spiazza perfino il gruppo capitolino di Sel che lo aveva invitato a un’assemblea pubblica organizzata all’Alessandrino, borgata periferica tra le più popolari della Capitale, per parlare del lavoro svolto in Campidoglio prima del «golpe» renziano.
Dopo un’ora di resoconti degli obiettivi raggiunti e dei tanti rimasti sulla carta o portati a compimento in questi giorni dal commissario Tronca, degli errori e delle trappole tese soprattutto «dal partito del sindaco e dal governo», il pubblico diventa irrequieto. «Vogliamo parlare del futuro, non del passato», grida qualcuno nella sala stracolma del Fusolab, bellissimo spazio multimediale messo su dai giovani del quartiere che testimonia la capacità della sinistra autorganizzata di contribuire a cambiare il volto delle periferie. «Se non capiamo il passato come possiamo pensare di costruire un futuro?», ribatte a metà del suo discorso l’ex consigliera Annamaria Cesaretti intervenuta dopo il capogruppo Gianluca Peciola, la sua collega Imma Battaglia, il vicepresidente del municipio ospitante (V) Stefano Veglianti e il coordinatore romano del partito Paolo Cento. E la parola passa subito — forza maggiore — alla star della serata. «Abbiamo un candidato, solo un candidato», urlano i fan più fedeli del «sindaco».
«Io voglio non un partito della nazione ma un partito di cittadini. E di sinistra. Non so immaginare una guida della città di centrosinistra che non abbia la parola sinistra scritto in grassetto. E questo partito è più forte di uno che si chiude in stanze chiuse a scegliere un candidato o a defenestrarne un altro», mette subito in chiaro Marino. Ad ascoltarlo, attento, in prima fila, c’è l’ex dem Stefano Fassina, al momento unico candidato della sinistra romana, appoggiato esplicitamente da Sel-Sinistra italiana (che ha avuto molti mal di pancia proprio per questa iniziativa con Marino, giudicata da alcuni fuoriluogo). Assente invece Luigi Nieri, l’ex vicesindaco di Sel dimessosi a luglio poco prima del «commissariamento» di Renzi. Il chirurgo attacca più forte: «Quello che più mi addolora — prosegue tra gli applausi — è che sono stato eletto da una coalizione di centrosinistra ma poi che quest’esperienza finisse è stato deciso da una coalizione che non so definire, così spuria che non è potuta andare in Aula ma dal notaio. Come si chiama la coalizione tra Pd ed eredi di Alleanza nazionale, tra centro e centrodestra?».
«Dobbiamo contrapporre il partito delle idee e delle persone a quello dei prefetti e dei commissari, tornare alla partecipazione democratica», aveva scritto l’ex sindaco su Facebook pubblicizzando l’assemblea «con gli amici e le amiche» del gruppo di Sel. Li ha ringraziati tutti, davanti alla platea del Fusolab: «Grazie a loro, nei 28 mesi di governo abbiamo messo in campo azioni importanti e di discontinuità, qualunque cosa dicano i media, ed è grazie al loro voto che oggi Tronca può usare i 47 milioni stanziati per rendere Roma più illuminata e sicura». Il riconoscimento è reciproco: per Imma Battaglia, leader della comunità lgbt, Marino è «un esempio nel mondo» per la sua battaglia sui diritti civili. Le critiche non mancano: Gianluca Peciola rimprovera a Marino di «non aver rifiutato i commissari di Renzi nel golpe di luglio e aver lasciato che il Pd sabotasse l’anomalia romana del centrosinistra. Cercano di farci abituare a una prassi di smantellamento della democrazia: non ci dobbiamo abituare».
«Perché ti sei consegnato mani e piedi al monocolore Pd uccidendo il centrosinistra — rincara la dose Cento — non tiriamo la giacchetta a nessuno, tu hai la tessera del Pd, ma serve un campo largo di sinistra per Roma». «Continuerò a dare il mio contributo insieme a una squadra per me straordinaria», risponde Marino.
«Ma che fa allora, si candida o no?», gli chiedono tutti. Domanda da girare a Stefano Fassina che prima di formalizzare la propria discesa nel campo elettorale romano ha incontrato Marino. «Non mi è parsa una candidatura, ma il bilancio di chi vuole proiettarsi avanti nelle forme che sono tutte da costruire. Bisogna rispettare il travaglio di un uomo che ha vissuto momenti difficilissimi». Fassina lo ha già detto: per lui la stagione di Marino «è chiusa». Per questo si è fatto avanti, con l’«entusiasmo» di Sinistra italiana. Ma l’ipotesi del ritorno del “marziano” è tutt’altro che remota. «Noi andiamo avanti nel nostro percorso — spiega ancora Fassina — con l’attenzione massima possibile a coinvolgere quelle energie che Marino convoglia attorno a sé, poi lui sceglierà come stare dentro questo percorso».
Marino riapre la partita
L’ex sindaco cacciato lascia intendere la sua ricandidatura alle amministrative di giugno
Confronto con Sel e Fassina in una borgata: «Voglio un partito di cittadini e di sinistra»
di Eleonora Martini
ROMA Prove tecniche di ricostruzione di un campo largo di sinistra a Roma. Stavolta però Ignazio Marino — che gioca in questa partita un ruolo di punta ma prepara pazientemente la strada alla propria candidatura, tenendola in serbo come l’asso nella manica da calare al momento giusto — spiazza perfino il gruppo capitolino di Sel che lo aveva invitato a un’assemblea pubblica organizzata all’Alessandrino, borgata periferica tra le più popolari della Capitale, per parlare del lavoro svolto in Campidoglio prima del «golpe» renziano.
Dopo un’ora di resoconti degli obiettivi raggiunti e dei tanti rimasti sulla carta o portati a compimento in questi giorni dal commissario Tronca, degli errori e delle trappole tese soprattutto «dal partito del sindaco e dal governo», il pubblico diventa irrequieto. «Vogliamo parlare del futuro, non del passato», grida qualcuno nella sala stracolma del Fusolab, bellissimo spazio multimediale messo su dai giovani del quartiere che testimonia la capacità della sinistra autorganizzata di contribuire a cambiare il volto delle periferie. «Se non capiamo il passato come possiamo pensare di costruire un futuro?», ribatte a metà del suo discorso l’ex consigliera Annamaria Cesaretti intervenuta dopo il capogruppo Gianluca Peciola, la sua collega Imma Battaglia, il vicepresidente del municipio ospitante (V) Stefano Veglianti e il coordinatore romano del partito Paolo Cento. E la parola passa subito — forza maggiore — alla star della serata. «Abbiamo un candidato, solo un candidato», urlano i fan più fedeli del «sindaco».
«Io voglio non un partito della nazione ma un partito di cittadini. E di sinistra. Non so immaginare una guida della città di centrosinistra che non abbia la parola sinistra scritto in grassetto. E questo partito è più forte di uno che si chiude in stanze chiuse a scegliere un candidato o a defenestrarne un altro», mette subito in chiaro Marino. Ad ascoltarlo, attento, in prima fila, c’è l’ex dem Stefano Fassina, al momento unico candidato della sinistra romana, appoggiato esplicitamente da Sel-Sinistra italiana (che ha avuto molti mal di pancia proprio per questa iniziativa con Marino, giudicata da alcuni fuoriluogo). Assente invece Luigi Nieri, l’ex vicesindaco di Sel dimessosi a luglio poco prima del «commissariamento» di Renzi. Il chirurgo attacca più forte: «Quello che più mi addolora — prosegue tra gli applausi — è che sono stato eletto da una coalizione di centrosinistra ma poi che quest’esperienza finisse è stato deciso da una coalizione che non so definire, così spuria che non è potuta andare in Aula ma dal notaio. Come si chiama la coalizione tra Pd ed eredi di Alleanza nazionale, tra centro e centrodestra?».
«Dobbiamo contrapporre il partito delle idee e delle persone a quello dei prefetti e dei commissari, tornare alla partecipazione democratica», aveva scritto l’ex sindaco su Facebook pubblicizzando l’assemblea «con gli amici e le amiche» del gruppo di Sel. Li ha ringraziati tutti, davanti alla platea del Fusolab: «Grazie a loro, nei 28 mesi di governo abbiamo messo in campo azioni importanti e di discontinuità, qualunque cosa dicano i media, ed è grazie al loro voto che oggi Tronca può usare i 47 milioni stanziati per rendere Roma più illuminata e sicura». Il riconoscimento è reciproco: per Imma Battaglia, leader della comunità lgbt, Marino è «un esempio nel mondo» per la sua battaglia sui diritti civili. Le critiche non mancano: Gianluca Peciola rimprovera a Marino di «non aver rifiutato i commissari di Renzi nel golpe di luglio e aver lasciato che il Pd sabotasse l’anomalia romana del centrosinistra. Cercano di farci abituare a una prassi di smantellamento della democrazia: non ci dobbiamo abituare».
«Perché ti sei consegnato mani e piedi al monocolore Pd uccidendo il centrosinistra — rincara la dose Cento — non tiriamo la giacchetta a nessuno, tu hai la tessera del Pd, ma serve un campo largo di sinistra per Roma». «Continuerò a dare il mio contributo insieme a una squadra per me straordinaria», risponde Marino.
«Ma che fa allora, si candida o no?», gli chiedono tutti. Domanda da girare a Stefano Fassina che prima di formalizzare la propria discesa nel campo elettorale romano ha incontrato Marino. «Non mi è parsa una candidatura, ma il bilancio di chi vuole proiettarsi avanti nelle forme che sono tutte da costruire. Bisogna rispettare il travaglio di un uomo che ha vissuto momenti difficilissimi». Fassina lo ha già detto: per lui la stagione di Marino «è chiusa». Per questo si è fatto avanti, con l’«entusiasmo» di Sinistra italiana. Ma l’ipotesi del ritorno del “marziano” è tutt’altro che remota. «Noi andiamo avanti nel nostro percorso — spiega ancora Fassina — con l’attenzione massima possibile a coinvolgere quelle energie che Marino convoglia attorno a sé, poi lui sceglierà come stare dentro questo percorso».
il manifesto 4.12.15
Panarari: «Sala, prototipo perfetto del partito della nazione»
Il politologo. Il bocconiano Massimiliano Panarari sul laboratorio-Milano delle amministrative
di Daniela Preziosi
Giuseppe Sala ha il profilo perfetto per l’idea di partito della nazione che ha Renzi, un partito di centro-centrosinistra, per usare un’espressione cara ai teorici della Terza via, post-ideologico, con venature tecnocratiche ma non tecnico e assimilabile alla politica, con un’esperienza di successo alla spalle che ha riattirato l’attenzione dei media internazionali su Milano».
Massimiliano Panarari, massmediologo, politologo e docente alla Bocconi (suo il saggio L’egemonia sottoculturale) non ha dubbi. Sala è indispensabile a Renzi a Milano, «l’unica global city italiana, che sta allo snodo dei flussi comunicativi, finanziari, culturali, simbolici e d’immagine che sono il cuore della globalizzazione».
Dal suo punto di vista perché Renzi non può rinunciare all’ex amministratore di Expo?
Sulla scena internazionale Milano è il biglietto da visita per la forza che la governa, una forza che vuol essere post-ideologica e pienamente inserita nella globalizzazione neoliberale con il paradigma di ’partito pigliatutto’. Per Renzi Milano è un cantiere interessante. La sua forza oggi è essere una città-vetrina. Chi la governa può contare su una serie di asset: la forza economico-finanziaria, l’immagine di successo collegata all’Expo, una società civile e una borghesia che hanno ritrovato una self confidence. Questa è l’ottima dote per chi vincerà.
Ma è una dote accumulata da Pisapia, che ha un profilo diverso da quello di Sala. Il passaggio sarebbe indolore?
Il modello Milano incarnato da Pisapia è una tipica coalizione arcobaleno: tiene insieme parti di città molto differenti che all’interno di un menu à la carte trovavano elementi simbolici o materiali in cui riconoscersi. Sala rappresenterà un blocco sociale più omogeneo, con caratteristiche neocentriste e modernizzatrici, con un’immagine fondata sull’efficienza, sull’amministrazione come valore in sé, rispetto alla quale la città più periferica, fatta di emarginazione e disagio sociale, sarà esclusa. È un tipico modello blairiano, che riguarda solo gli inclusi nei processi di globalizzazione.
Ma il modello blairiano è vecchio, e ormai non proprio di successo.
Il modello blairiano ha subìto forti critiche anche in Gran Bretagna ma a oggi rappresenta il capolinea della sinistra riformista che non ha saputo o voluto darsi un’altra attrezzatura. È un modello degli anni 90, secondo cui la new economy e avrebbe magicamente portato naturaliter all’inclusione di ampie fasce di cittadini. Oggi la prolungata recessione porta all’indebolimento e allo spappolamento dei ceti medi. Il modello blairista, che vinceva nella società fluente, continua a esercitare fascino ma per sottrazione. E cioè perché la sinistra italiana non riesce a creare un altro modello attrattivo con un leader aggregante.
È il leader che fa il modello?
Dentro la postmodernizzazione e mediatizzazione della politica non si prescinde da un leader che faccia da pivot alla coalizione. Lo stesso Pisapia ne è stato la conferma a sinistra. Infatti nel Pd continua la tendenza alla personalizzazione ampiamente egemonica anche a sinistra. Intendiamoci: il Pd non è un partito personale secondo la definizione di Mauro Calise, cioè anche sotto il profilo del controllo delle risorse, ma ha forti tratti di personalizzazione. Accentua sempre più la sua marca ’pigliatutto’ e postideologica, nella quale gli elementi consensus oriented, e cioè della centralità della conquista e del consenso e del comitato elettorale, sono i più diffusi. Gli effetti sono la fine della militanza e il fastidio verso i dirigenti locali. Renzi sta trasformando il Pd in un partito post-burocratico, dismettendo la burocrazia interna tipica dei partiti novecenteschi e indebolendo i gruppi dirigenti locali, le cui faide interne sono ormai uno dei maggiori problemi del leader.
Anche Roma sarà un prototipo del partito della nazione?
Difficile. La specificità milanese non è trasponibile alle altre città, e certo non a Roma. I tratti di Sala sono tipicamente meneghini, appetibili per un elettorato che crede nella buona amministrazione slegata dal colore di chi la esercita, che ha un modello efficientista liberale e neoliberale. Roma è una zeppa nella cavalcata: l’esempio di come, con il doppio ruolo di segretario e premier, Renzi non riesca a amalgamare il partito a sé. Per questo si costruisce un partito post-burocratico a cui non abbia bisogno di dedicarsi, riconducibile ad alcune figure di leader e a un apparato snello che si attivi alle elezioni. Che però Roma non ha.
Panarari: «Sala, prototipo perfetto del partito della nazione»
Il politologo. Il bocconiano Massimiliano Panarari sul laboratorio-Milano delle amministrative
di Daniela Preziosi
Giuseppe Sala ha il profilo perfetto per l’idea di partito della nazione che ha Renzi, un partito di centro-centrosinistra, per usare un’espressione cara ai teorici della Terza via, post-ideologico, con venature tecnocratiche ma non tecnico e assimilabile alla politica, con un’esperienza di successo alla spalle che ha riattirato l’attenzione dei media internazionali su Milano».
Massimiliano Panarari, massmediologo, politologo e docente alla Bocconi (suo il saggio L’egemonia sottoculturale) non ha dubbi. Sala è indispensabile a Renzi a Milano, «l’unica global city italiana, che sta allo snodo dei flussi comunicativi, finanziari, culturali, simbolici e d’immagine che sono il cuore della globalizzazione».
Dal suo punto di vista perché Renzi non può rinunciare all’ex amministratore di Expo?
Sulla scena internazionale Milano è il biglietto da visita per la forza che la governa, una forza che vuol essere post-ideologica e pienamente inserita nella globalizzazione neoliberale con il paradigma di ’partito pigliatutto’. Per Renzi Milano è un cantiere interessante. La sua forza oggi è essere una città-vetrina. Chi la governa può contare su una serie di asset: la forza economico-finanziaria, l’immagine di successo collegata all’Expo, una società civile e una borghesia che hanno ritrovato una self confidence. Questa è l’ottima dote per chi vincerà.
Ma è una dote accumulata da Pisapia, che ha un profilo diverso da quello di Sala. Il passaggio sarebbe indolore?
Il modello Milano incarnato da Pisapia è una tipica coalizione arcobaleno: tiene insieme parti di città molto differenti che all’interno di un menu à la carte trovavano elementi simbolici o materiali in cui riconoscersi. Sala rappresenterà un blocco sociale più omogeneo, con caratteristiche neocentriste e modernizzatrici, con un’immagine fondata sull’efficienza, sull’amministrazione come valore in sé, rispetto alla quale la città più periferica, fatta di emarginazione e disagio sociale, sarà esclusa. È un tipico modello blairiano, che riguarda solo gli inclusi nei processi di globalizzazione.
Ma il modello blairiano è vecchio, e ormai non proprio di successo.
Il modello blairiano ha subìto forti critiche anche in Gran Bretagna ma a oggi rappresenta il capolinea della sinistra riformista che non ha saputo o voluto darsi un’altra attrezzatura. È un modello degli anni 90, secondo cui la new economy e avrebbe magicamente portato naturaliter all’inclusione di ampie fasce di cittadini. Oggi la prolungata recessione porta all’indebolimento e allo spappolamento dei ceti medi. Il modello blairista, che vinceva nella società fluente, continua a esercitare fascino ma per sottrazione. E cioè perché la sinistra italiana non riesce a creare un altro modello attrattivo con un leader aggregante.
È il leader che fa il modello?
Dentro la postmodernizzazione e mediatizzazione della politica non si prescinde da un leader che faccia da pivot alla coalizione. Lo stesso Pisapia ne è stato la conferma a sinistra. Infatti nel Pd continua la tendenza alla personalizzazione ampiamente egemonica anche a sinistra. Intendiamoci: il Pd non è un partito personale secondo la definizione di Mauro Calise, cioè anche sotto il profilo del controllo delle risorse, ma ha forti tratti di personalizzazione. Accentua sempre più la sua marca ’pigliatutto’ e postideologica, nella quale gli elementi consensus oriented, e cioè della centralità della conquista e del consenso e del comitato elettorale, sono i più diffusi. Gli effetti sono la fine della militanza e il fastidio verso i dirigenti locali. Renzi sta trasformando il Pd in un partito post-burocratico, dismettendo la burocrazia interna tipica dei partiti novecenteschi e indebolendo i gruppi dirigenti locali, le cui faide interne sono ormai uno dei maggiori problemi del leader.
Anche Roma sarà un prototipo del partito della nazione?
Difficile. La specificità milanese non è trasponibile alle altre città, e certo non a Roma. I tratti di Sala sono tipicamente meneghini, appetibili per un elettorato che crede nella buona amministrazione slegata dal colore di chi la esercita, che ha un modello efficientista liberale e neoliberale. Roma è una zeppa nella cavalcata: l’esempio di come, con il doppio ruolo di segretario e premier, Renzi non riesca a amalgamare il partito a sé. Per questo si costruisce un partito post-burocratico a cui non abbia bisogno di dedicarsi, riconducibile ad alcune figure di leader e a un apparato snello che si attivi alle elezioni. Che però Roma non ha.
Repubblica 4.12.15
“Se vince Mr Expo lo sosterremo”
Fassina: chi corre ai gazebo deve rispettarne l’esito, a Roma e Torino non staremo col Pd
Se i programmi saranno compatibili faremo la coalizione, ma non siamo la low cost del Pd
intervista di Tommaso Ciriaco
ROMA Una cosa è certa, assicura Stefano Fassina: «Dove parteciperemo alle primarie del centrosinistra, rispetteremo l’esito della consultazione». Anche a Milano, se dovesse vincere Giuseppe Sala? «Anche a Milano».
Lei si candida a sindaco di Roma per Sinistra italiana, Fassina. Senza primarie. Il primo punto sembra essere: “Siamo alternativi al Pd”, giusto?
«Al Pd del Nazareno».
Un pessimo viatico per un’intesa nazionale tra Pd e Sel?
«Siamo una forza politica autonoma. E a Roma è complicato proporre una colizione con il Pd, che ha chiuso dal notaio l’esperienza Marino. Sono inadeguati e inaffidabili. Per questo c’è la mia candidatura, che naturalmente andrà verificata nelle prossime settimane con un percorso in tutte le periferie romane».
Su Milano invece sosterrete l’ipotesi Balzani?
«Ciascun territorio decide. Ciò detto, l’ipotesi Balzani è positiva. Ci sono anche altri candidati di qualità, come Majorino. Bisogna prima capire il panorama complessivo, perché troverei preoccupante un quadro di primarie in cui ci sono sia Majorino che Balzani, oltre a Sala».
Ipotizziamo il vostro sostegno a Balzani. Dovesse perdere le primarie, sosterreste Sala?
«Si faccia una valutazione. Ma nel momento in cui si partecipa alle primarie, valgono i principi che le reggono e si rispetta l’esito delle consultazioni».
Quindi lo sosterreste. Ma cos’ha Sala che non va?
«Non è una figura che può rappresentare la pluralità di interessi e culture politiche che Pisapia teneva assieme. Non è in grado per profilo, biografia, progetto. Però una cosa è certa: una volta che si gioca, si rispettano le regole del gioco».
Renzi potrebbe dire: perché accettare il vendoliano Zedda a Cagliari, se Fassina rischia di farmi perdere a Roma, o Airaudo a Torino?
«Non c’è uno schema nazionale da costruire. Mancano le condizioni politiche perché Renzi, dal lavoro alla scuola alle riforme istituzionali, ha rotto il centrosinistra con le sue scelte. Fratture profondissime. Il premier ha questa responsabilità, è lui che ha guardato alla costruzione del partito della Nazione. Quindi se ci sono città con compatibilità programmatica - come Cagliari e forse Milano – costruiremo la coalizione. Di certo non ci sono queste condizioni a Torino e Roma. Non siamo la low cost del Pd, né siamo contro di loro a prescindere».
Giocate di sponda con la minoranza dem per indebolire Renzi?
«Non c’è un disegno politico, ma in alcuni casi una sintonia di posizioni con la minoranza del Pd».
Davvero al ballottaggio potreste votare M5S, contro il Pd?
«Si farà una valuzione. Ma nessuno si aspetti da noi l’essere automaticamente la stampella del Pd».
“Se vince Mr Expo lo sosterremo”
Fassina: chi corre ai gazebo deve rispettarne l’esito, a Roma e Torino non staremo col Pd
Se i programmi saranno compatibili faremo la coalizione, ma non siamo la low cost del Pd
intervista di Tommaso Ciriaco
ROMA Una cosa è certa, assicura Stefano Fassina: «Dove parteciperemo alle primarie del centrosinistra, rispetteremo l’esito della consultazione». Anche a Milano, se dovesse vincere Giuseppe Sala? «Anche a Milano».
Lei si candida a sindaco di Roma per Sinistra italiana, Fassina. Senza primarie. Il primo punto sembra essere: “Siamo alternativi al Pd”, giusto?
«Al Pd del Nazareno».
Un pessimo viatico per un’intesa nazionale tra Pd e Sel?
«Siamo una forza politica autonoma. E a Roma è complicato proporre una colizione con il Pd, che ha chiuso dal notaio l’esperienza Marino. Sono inadeguati e inaffidabili. Per questo c’è la mia candidatura, che naturalmente andrà verificata nelle prossime settimane con un percorso in tutte le periferie romane».
Su Milano invece sosterrete l’ipotesi Balzani?
«Ciascun territorio decide. Ciò detto, l’ipotesi Balzani è positiva. Ci sono anche altri candidati di qualità, come Majorino. Bisogna prima capire il panorama complessivo, perché troverei preoccupante un quadro di primarie in cui ci sono sia Majorino che Balzani, oltre a Sala».
Ipotizziamo il vostro sostegno a Balzani. Dovesse perdere le primarie, sosterreste Sala?
«Si faccia una valutazione. Ma nel momento in cui si partecipa alle primarie, valgono i principi che le reggono e si rispetta l’esito delle consultazioni».
Quindi lo sosterreste. Ma cos’ha Sala che non va?
«Non è una figura che può rappresentare la pluralità di interessi e culture politiche che Pisapia teneva assieme. Non è in grado per profilo, biografia, progetto. Però una cosa è certa: una volta che si gioca, si rispettano le regole del gioco».
Renzi potrebbe dire: perché accettare il vendoliano Zedda a Cagliari, se Fassina rischia di farmi perdere a Roma, o Airaudo a Torino?
«Non c’è uno schema nazionale da costruire. Mancano le condizioni politiche perché Renzi, dal lavoro alla scuola alle riforme istituzionali, ha rotto il centrosinistra con le sue scelte. Fratture profondissime. Il premier ha questa responsabilità, è lui che ha guardato alla costruzione del partito della Nazione. Quindi se ci sono città con compatibilità programmatica - come Cagliari e forse Milano – costruiremo la coalizione. Di certo non ci sono queste condizioni a Torino e Roma. Non siamo la low cost del Pd, né siamo contro di loro a prescindere».
Giocate di sponda con la minoranza dem per indebolire Renzi?
«Non c’è un disegno politico, ma in alcuni casi una sintonia di posizioni con la minoranza del Pd».
Davvero al ballottaggio potreste votare M5S, contro il Pd?
«Si farà una valuzione. Ma nessuno si aspetti da noi l’essere automaticamente la stampella del Pd».
Repubblica 4.12.15
Gelo di Renzi su Pisapia “Non influenzi le primarie” E Balzani attacca Sala
Già vacilla il patto siglato al Nazareno due giorni fa sul rispetto reciproco Il premier non si fida del sindaco: c’è lui dietro gli affondi della sua vice
di Goffredo De Marchis
ROMA «Le primarie di Milano cominciano male, molto male ». A Palazzo Chigi e al Pd sono furibondi per la prima uscita di Francesca Balzani, la candidata di Giuliano Pisapia. «La campagna per i gazebo si fa con le idee, non con la logica della delegittimazione o peggio della demonizzazione dell’avversario», ha spiegato Matteo Renzi a chi lo ha sentito ieri. «Anche perché così si rischia di sfasciare tutto dopo il voto». Il pericolo è violare l’unica regola su cui il sindaco di Milano e il segretario dem hanno concordato nel vertice di mercoledì: chi perde riconosce il vincente e lo sostiene alle elezioni. Adesso Renzi si fida meno di Pisapia, anzi lo ha messo nel mirino e lo scontro può raggiungere livelli molto alti nei prossimi giorni. «Giuliano si deve fare da parte. Ha scelto lui di tirarsi indietro, ora non influenzi la partita». La sortita di Balzani non è stata accolta bene neanche dallo sfidante Beppe Sala che nei suoi colloqui si è lasciato scappare la prima battuta velenosa del confronto: «Lei dice che io sono vintage? Lo è molto di più chi ha sostenuto Cofferati in Liguria».
Cosa ha detto la vicesindaco milanese? Ha attaccato il “candidato” Sala frontalmente: «Vedo che la sfida attira molti manager, compreso Passera. Non è però una partita per un consiglio di amministrazione, ma per governare e amministrare una città e quindi per avere a che fare con le persone ». Poi ha preso spunto da una battuta di Sala sulla «Milano da bere per pochi» che andrebbe superata. «Mi fa un po’ di malinconia. Uno slogan di quando ero ragazzina. Un salto nel passato, una cosa un po’ vintage», ha detto la Balzani. «Milano è una città piena di vita, piena di allegria. Di brio. Speriamo più in uomini della provvidenza che in uomini della penitenza».
Sala continua a non muoversi ufficialmente fino a che non sarà scaduto il suo incarico all’Expo. Ma i manifesti in suo favore, uno di (quasi) tutto il Pd milanese, l’altro della società civile (tra i nomi Piero Bassetti, Salvatore Veca e don Gino Rigoldi), verranno presentati con centinaia di firme a cavallo del 7 dicembre quando comincia la raccolta di adesioni in vista delle primarie. Nel frattempo si aspetta che le candidatura di sinistra, Balzani e Pierfrancesco Majorino consumino il loro scontro interno. Due concorrenti della stessa area possono danneggiarsi a vicenda e Majorino, per il momento, non ha alcuna intenzione di ritirarsi. E Sala, per non scoprirsi a sinistra, ha già deciso di rifiutare qualsiasi alleanza con Ncd, sia al primo sia al secondo turno. L’area di centro la coprirà con una sua lista civica.
Alla vigilia dei banchetti dell’orgoglio e della mobilitazione Pd allestiti in questo week end, dunque, le amministrative sono un problema da affrontare. Le postazioni per incontrare i cittadini saranno oltre 2000. L’hashtag ufficiale, per seguire l’evento su Twitter, è piuttosto berlusconiano: “Italia coraggio!”. Il coordinamento comunicativo è affidato a Simona Ercolani che curerà poi la regia della Leopolda. Si punta a verificare l’effetto soprattutto nelle città dove si voterà a giugno. A Napoli per esempio dove Antonio Bassolino è in piena campagna per le primarie. E che ha accolto così le notizie sui gazebo aperti a Milano: «Bene, facciamo lo stesso a Napoli». Ormai anche a Largo del Nazareno si giudica «impossibile» stoppare la candidatura dell’ex sindaco. Meglio concentrarsi sulla scelta dell’avversario. A Roma i banchetti saranno presidiati dal presidente del Pd Matteo Orfini. Ma anche nella Capitale rimane la questione degli ex. Ignazio Marino sembra sempre più vicino alla ricandidatura. All’assemblea di Sel ha in pratica presentato un suo programma alternativo al Pd. «Costruiamo il partito dei cittadini — è lo slogan del chirurgo — . È ora di dire basta al partito di prefetti e commissari per far vincere la democrazia».
Gelo di Renzi su Pisapia “Non influenzi le primarie” E Balzani attacca Sala
Già vacilla il patto siglato al Nazareno due giorni fa sul rispetto reciproco Il premier non si fida del sindaco: c’è lui dietro gli affondi della sua vice
di Goffredo De Marchis
ROMA «Le primarie di Milano cominciano male, molto male ». A Palazzo Chigi e al Pd sono furibondi per la prima uscita di Francesca Balzani, la candidata di Giuliano Pisapia. «La campagna per i gazebo si fa con le idee, non con la logica della delegittimazione o peggio della demonizzazione dell’avversario», ha spiegato Matteo Renzi a chi lo ha sentito ieri. «Anche perché così si rischia di sfasciare tutto dopo il voto». Il pericolo è violare l’unica regola su cui il sindaco di Milano e il segretario dem hanno concordato nel vertice di mercoledì: chi perde riconosce il vincente e lo sostiene alle elezioni. Adesso Renzi si fida meno di Pisapia, anzi lo ha messo nel mirino e lo scontro può raggiungere livelli molto alti nei prossimi giorni. «Giuliano si deve fare da parte. Ha scelto lui di tirarsi indietro, ora non influenzi la partita». La sortita di Balzani non è stata accolta bene neanche dallo sfidante Beppe Sala che nei suoi colloqui si è lasciato scappare la prima battuta velenosa del confronto: «Lei dice che io sono vintage? Lo è molto di più chi ha sostenuto Cofferati in Liguria».
Cosa ha detto la vicesindaco milanese? Ha attaccato il “candidato” Sala frontalmente: «Vedo che la sfida attira molti manager, compreso Passera. Non è però una partita per un consiglio di amministrazione, ma per governare e amministrare una città e quindi per avere a che fare con le persone ». Poi ha preso spunto da una battuta di Sala sulla «Milano da bere per pochi» che andrebbe superata. «Mi fa un po’ di malinconia. Uno slogan di quando ero ragazzina. Un salto nel passato, una cosa un po’ vintage», ha detto la Balzani. «Milano è una città piena di vita, piena di allegria. Di brio. Speriamo più in uomini della provvidenza che in uomini della penitenza».
Sala continua a non muoversi ufficialmente fino a che non sarà scaduto il suo incarico all’Expo. Ma i manifesti in suo favore, uno di (quasi) tutto il Pd milanese, l’altro della società civile (tra i nomi Piero Bassetti, Salvatore Veca e don Gino Rigoldi), verranno presentati con centinaia di firme a cavallo del 7 dicembre quando comincia la raccolta di adesioni in vista delle primarie. Nel frattempo si aspetta che le candidatura di sinistra, Balzani e Pierfrancesco Majorino consumino il loro scontro interno. Due concorrenti della stessa area possono danneggiarsi a vicenda e Majorino, per il momento, non ha alcuna intenzione di ritirarsi. E Sala, per non scoprirsi a sinistra, ha già deciso di rifiutare qualsiasi alleanza con Ncd, sia al primo sia al secondo turno. L’area di centro la coprirà con una sua lista civica.
Alla vigilia dei banchetti dell’orgoglio e della mobilitazione Pd allestiti in questo week end, dunque, le amministrative sono un problema da affrontare. Le postazioni per incontrare i cittadini saranno oltre 2000. L’hashtag ufficiale, per seguire l’evento su Twitter, è piuttosto berlusconiano: “Italia coraggio!”. Il coordinamento comunicativo è affidato a Simona Ercolani che curerà poi la regia della Leopolda. Si punta a verificare l’effetto soprattutto nelle città dove si voterà a giugno. A Napoli per esempio dove Antonio Bassolino è in piena campagna per le primarie. E che ha accolto così le notizie sui gazebo aperti a Milano: «Bene, facciamo lo stesso a Napoli». Ormai anche a Largo del Nazareno si giudica «impossibile» stoppare la candidatura dell’ex sindaco. Meglio concentrarsi sulla scelta dell’avversario. A Roma i banchetti saranno presidiati dal presidente del Pd Matteo Orfini. Ma anche nella Capitale rimane la questione degli ex. Ignazio Marino sembra sempre più vicino alla ricandidatura. All’assemblea di Sel ha in pratica presentato un suo programma alternativo al Pd. «Costruiamo il partito dei cittadini — è lo slogan del chirurgo — . È ora di dire basta al partito di prefetti e commissari per far vincere la democrazia».
Il Sole 4.12.15
Nella Capitale i candidati non saranno noti prima del nuovo anno
Marino tentato dal bis
Primarie Pd: Milano al via, caos a Roma e Napoli
di Andrea Marini e Sara Monaci
Tra le tre grandi città che andranno al voto in primavera, a Roma e Napoli lo scenario delle candidature è ancora magmantico. Solo a Milano, ma nel centrosinistra, la situazione sta prendendo corpo: la campagna per le primarie è già partita. A Roma, invece, i candidati del centrosinistra e del centrodestra è probabile che vengano definiti a inizio 2016. A Napoli, per ora, solo l’ex sindaco Antonio Bassolino ha annunciato di voler correre per le primarie del centrosinistra.
Per il capoluogo lombardo, ieri intanto è arrivato da parte del ministro dell’Interno, Angelino Alfano, il via libera alla nomina dell’attuale vice capo della polizia Alessandro Marangoni a prefetto di Milano. La nomina dovrà essere approvata dl consiglio dei ministri. Maragoni subentrerà al prefetto Tronca, diventato Commissario straordinario del comune di Roma.
Sul fronte politico, la vicesindaca di Milano Francesca Balzani, che ha dichiarato di volerci ancora pensare qualche giorno prima di scendere ufficialmente in campo nelle primarie del centrosinistra, ieri ha rilasciato dichiarazioni in cui si mostra già pronta alla sfida con il commissario Expo Giuseppe Sala. «Lo slogan sulla Milano non da bere ma per tutti, lanciato da Sala, mi è sembrato un po’ triste». A lanciare la sfida al commissario è stato anche l’assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino, candidato ufficialmente: «Caro Giuseppe, ti sfido ad un confronto aperto su Milano». Ieri Sala si è astenuto dal rilasciare dichiarazioni, ma per lui si è fatto sentire il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina, vero “spin doctor” della sua candidatura: «Penso sia la persona giusta, di poche parole ma tanto lavoro». Rispetto al vertice che si è tenuto al Nazareno due giorni fa, in cui si è deciso di dare vita a primarie aperte e leali, manca solo da incassare l’ok di Sel e dei movimenti civici di sinistra di Milano. Ancora in alto mare invece il centrodestra: a circolare sono sempre i nomi dei giornalisti Del Debbio e Sallusti, e l’avvocato Annamaria Bernardini De Pace.
A Roma è il Pd a essere in alto mare, dopo il trauma della caduta della Giunta Marino. Probabile che il nome del candidato sindaco venga fuori solo a inizio 2016 (tra i nomi circola quello di Roberto Giachetti, vicepresidente della Camera). Nel mentre si sta organizzando Sel, che ha presentato il suo candidato: l’ex deputato Pd Stefano Fassina. Per il momento le strade di Pd e Sel sembrano dividersi (nonostante governino ancora insieme in Regione), ma è probabile un tentativo per ricucire, magari attraverso primarie di coalizione. Altrimenti per il Pd diventerebbe problematico anche arrivare al ballottaggio. Se non si riuscisse a ricucire con Sel, potrebbe essere tentata un’alleanza con Alfio Marchini, l’imprenditore che nel 2013 si presentò con una sua lista civica. Anche se Renzi per ora sembra aver chiuso all’ipotesi. C’è poi l’incognita dell’ex sindaco Ignazio Marino, che potrebbe sparigliare, candidandosi alle primarie Pd o correre con una propria lista (da solo o alleato con Sel). Anche nel centrodestra c’è una parte di Fi che guarda a Marchini, ma al momento nei corridoi è data al 60-70% la candidatura di Giorgia Meloni, leader di FdI. L’ufficialità potrebbe arrivare a inizio 2016.
A Napoli, di definito c’è solo l’annuncio dell’ex sindaco Antonio Bassolino di voler correre nelle primarie del Pd. Una decisione per cui la segreteria non ha nascosto i propri malumori. Va verso la ricandidatura invece il sindaco uscente Luigi de Magistris, che potrebbe coagulare attorno a sé la sinistra e i movimenti. Nel centrodestra, c’è chi in Forza Italia guarda a Gianni Lettieri, già sconfitto quattro anni fa al ballottaggio.
Nella Capitale i candidati non saranno noti prima del nuovo anno
Marino tentato dal bis
Primarie Pd: Milano al via, caos a Roma e Napoli
di Andrea Marini e Sara Monaci
Tra le tre grandi città che andranno al voto in primavera, a Roma e Napoli lo scenario delle candidature è ancora magmantico. Solo a Milano, ma nel centrosinistra, la situazione sta prendendo corpo: la campagna per le primarie è già partita. A Roma, invece, i candidati del centrosinistra e del centrodestra è probabile che vengano definiti a inizio 2016. A Napoli, per ora, solo l’ex sindaco Antonio Bassolino ha annunciato di voler correre per le primarie del centrosinistra.
Per il capoluogo lombardo, ieri intanto è arrivato da parte del ministro dell’Interno, Angelino Alfano, il via libera alla nomina dell’attuale vice capo della polizia Alessandro Marangoni a prefetto di Milano. La nomina dovrà essere approvata dl consiglio dei ministri. Maragoni subentrerà al prefetto Tronca, diventato Commissario straordinario del comune di Roma.
Sul fronte politico, la vicesindaca di Milano Francesca Balzani, che ha dichiarato di volerci ancora pensare qualche giorno prima di scendere ufficialmente in campo nelle primarie del centrosinistra, ieri ha rilasciato dichiarazioni in cui si mostra già pronta alla sfida con il commissario Expo Giuseppe Sala. «Lo slogan sulla Milano non da bere ma per tutti, lanciato da Sala, mi è sembrato un po’ triste». A lanciare la sfida al commissario è stato anche l’assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino, candidato ufficialmente: «Caro Giuseppe, ti sfido ad un confronto aperto su Milano». Ieri Sala si è astenuto dal rilasciare dichiarazioni, ma per lui si è fatto sentire il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina, vero “spin doctor” della sua candidatura: «Penso sia la persona giusta, di poche parole ma tanto lavoro». Rispetto al vertice che si è tenuto al Nazareno due giorni fa, in cui si è deciso di dare vita a primarie aperte e leali, manca solo da incassare l’ok di Sel e dei movimenti civici di sinistra di Milano. Ancora in alto mare invece il centrodestra: a circolare sono sempre i nomi dei giornalisti Del Debbio e Sallusti, e l’avvocato Annamaria Bernardini De Pace.
A Roma è il Pd a essere in alto mare, dopo il trauma della caduta della Giunta Marino. Probabile che il nome del candidato sindaco venga fuori solo a inizio 2016 (tra i nomi circola quello di Roberto Giachetti, vicepresidente della Camera). Nel mentre si sta organizzando Sel, che ha presentato il suo candidato: l’ex deputato Pd Stefano Fassina. Per il momento le strade di Pd e Sel sembrano dividersi (nonostante governino ancora insieme in Regione), ma è probabile un tentativo per ricucire, magari attraverso primarie di coalizione. Altrimenti per il Pd diventerebbe problematico anche arrivare al ballottaggio. Se non si riuscisse a ricucire con Sel, potrebbe essere tentata un’alleanza con Alfio Marchini, l’imprenditore che nel 2013 si presentò con una sua lista civica. Anche se Renzi per ora sembra aver chiuso all’ipotesi. C’è poi l’incognita dell’ex sindaco Ignazio Marino, che potrebbe sparigliare, candidandosi alle primarie Pd o correre con una propria lista (da solo o alleato con Sel). Anche nel centrodestra c’è una parte di Fi che guarda a Marchini, ma al momento nei corridoi è data al 60-70% la candidatura di Giorgia Meloni, leader di FdI. L’ufficialità potrebbe arrivare a inizio 2016.
A Napoli, di definito c’è solo l’annuncio dell’ex sindaco Antonio Bassolino di voler correre nelle primarie del Pd. Una decisione per cui la segreteria non ha nascosto i propri malumori. Va verso la ricandidatura invece il sindaco uscente Luigi de Magistris, che potrebbe coagulare attorno a sé la sinistra e i movimenti. Nel centrodestra, c’è chi in Forza Italia guarda a Gianni Lettieri, già sconfitto quattro anni fa al ballottaggio.
La Stampa 4.12.15
M5S, nelle città la corsa per il potere
A Roma è forte, ma teme la vittoria. A Torino può far male al Pd, seguendo lo spirito originario
Un Movimento in ascesa ma con forti contraddizioni:la mutazione lo ha già reso un partito?
di Jacopo Iacoboni
Per il Movimento cinque stelle il voto nelle grandi città sarà cruciale. In una stagione che lo vede in forte crescita, ma anche subire una mutazione genetica che li allontana sempre più dalle promesse originarie. Sulla restituzione dei soldi, per esempio; o sul metodo di selezione dei candidati: dal principio del voto online sempre e comunque si è passati a un iper-pragmatismo elastico che cambia da città a città (proprio come il detestato Pd). Molto più un partito, molto meno un movimento partecipato dal basso. E sullo sfondo, la scalata dei giovani rottamatori a Casaleggio, ultimo argine rimasto a difesa di alcune delle vecchie regole.
M5S, nelle città la corsa per il potere
A Roma è forte, ma teme la vittoria. A Torino può far male al Pd, seguendo lo spirito originario
Un Movimento in ascesa ma con forti contraddizioni:la mutazione lo ha già reso un partito?
di Jacopo Iacoboni
Per il Movimento cinque stelle il voto nelle grandi città sarà cruciale. In una stagione che lo vede in forte crescita, ma anche subire una mutazione genetica che li allontana sempre più dalle promesse originarie. Sulla restituzione dei soldi, per esempio; o sul metodo di selezione dei candidati: dal principio del voto online sempre e comunque si è passati a un iper-pragmatismo elastico che cambia da città a città (proprio come il detestato Pd). Molto più un partito, molto meno un movimento partecipato dal basso. E sullo sfondo, la scalata dei giovani rottamatori a Casaleggio, ultimo argine rimasto a difesa di alcune delle vecchie regole.
La Stampa 4.12.15
Caos Consulta, adesso il Pd dovrà cercare il voto grillino
Dieci giorni per risolvere l’impasse. Rosato: pronti a dialogare con tutti
di Fabio Martini
Sembra soltanto una battuta spiritosa da Transatlantico ma potrebbe diventare profetica: «Con l’aria che tira, la prossima volta prepariamoci a votare presidente della Repubblica Carla Ruocco dei Cinque Stelle!». Andrea Mazziotti, presidente della commissione Affari costituzionali, di Scelta civica, spiega così il suo paradosso: «Le votazioni in corso sui giudici della Corte Costituzionale e il quorum dei tre quinti che sarà necessario per la elezione dei Capi dello Stato convergono nella stessa direzione: oramai è quasi impossibile fare a meno delle forti minoranze parlamentari, in questa legislatura il Movimento Cinque Stelle». E d’altra parte l’interminabile sequenza di votazioni a vuoto per eleggere i tre giudici mancanti della Corte Costituzionale sembra portare nella direzione che finora il Pd ha cercato a tutti i costi di evitare: un accordo con i Cinque Stelle. Ieri sera il presidente dei deputati Pd Ettore Rosato, che ha sempre attuato la linea - perseguita dal ministro Maria Elena Boschi - dell’accordo esclusivo con Forza Italia, ha cominciato ad aprire uno spiraglio: «Noi siamo pronti a dialogare con tutti...».
Preso atto dell’impotenza di deputati e senatori ad eleggere i giudici, i presidenti dei due rami parlamentari, Pietro Grasso e Laura Boldrini, hanno convocato le Camere in seduta comune per il 14 dicembre e da quel giorno, ad ogni eventuale fumata nera, seguirà l’indomani una nuova seduta alle 19, con la sequenza definita in gergo «ad oltranza». Dunque, le forze politiche si sono date dieci giorni per sbloccare l’impasse. L’ultima fumata nera, due sere fa, ha confermato che l’accordo a tre Pd-Ncd-Forza Italia, sulla carta in grado di superare abbondantemente il quorum di 575 voti, non regge l’urto del voto segreto. Troppo divisi al proprio interno i tre partiti: il professor Augusto Barbera, tra i decani del costituzionalismo italiano, è sceso dai 545 voti del giorno prima a 504, il parlamentare di Forza Italia Francesco Sisto è sceso da 527 a 493, mentre una accademica siciliana, suggerita da Angelino Alfano, Ida Nicotra, si è attestata a 427 voti. Tre candidati sostenuti dagli stessi partiti (Pd, Ncd, Forza Italia) che, non solo, sono restati al di sotto del plafond potenziale, ma ognuno di loro continua ad ottenere performances molto diverse dagli altri: la prova definitiva che le tre forze politiche sono attraversate da fazioni interne così incisive da impedire una fumata bianca. Due giorni fa Danilo Toninelli, plenipotenziario M5S per le questioni istituzionali, aveva annunciato una svolta, facendo capire che se il Pd avesse rinunciato ad appoggiare il candidato di FI Sisto, a loro volta i grillini avrebbero fatto cadere il loro veto sul professor Barbera. Un abile escamotage per far convergere il Pd sul candidato caro al M5S, il professor Franco Modugno e consentendo al partito democratico di far eleggere il proprio. Dalla cabina di regia del governo, Maria Elena Boschi ha chiesto a Rosato di tenere sulla linea del patto con Forza Italia e con Gianni Letta, che tratta la questione. Ma poi l’ennesima fumata nera ha consigliato al governo di prendersi dieci giorni. Per cambiare partner e anche candidati? Sembra essere questo il consiglio del presidente del Senato Pietro Grasso: «Einstein diceva che “fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi è follia”».
Caos Consulta, adesso il Pd dovrà cercare il voto grillino
Dieci giorni per risolvere l’impasse. Rosato: pronti a dialogare con tutti
di Fabio Martini
Sembra soltanto una battuta spiritosa da Transatlantico ma potrebbe diventare profetica: «Con l’aria che tira, la prossima volta prepariamoci a votare presidente della Repubblica Carla Ruocco dei Cinque Stelle!». Andrea Mazziotti, presidente della commissione Affari costituzionali, di Scelta civica, spiega così il suo paradosso: «Le votazioni in corso sui giudici della Corte Costituzionale e il quorum dei tre quinti che sarà necessario per la elezione dei Capi dello Stato convergono nella stessa direzione: oramai è quasi impossibile fare a meno delle forti minoranze parlamentari, in questa legislatura il Movimento Cinque Stelle». E d’altra parte l’interminabile sequenza di votazioni a vuoto per eleggere i tre giudici mancanti della Corte Costituzionale sembra portare nella direzione che finora il Pd ha cercato a tutti i costi di evitare: un accordo con i Cinque Stelle. Ieri sera il presidente dei deputati Pd Ettore Rosato, che ha sempre attuato la linea - perseguita dal ministro Maria Elena Boschi - dell’accordo esclusivo con Forza Italia, ha cominciato ad aprire uno spiraglio: «Noi siamo pronti a dialogare con tutti...».
Preso atto dell’impotenza di deputati e senatori ad eleggere i giudici, i presidenti dei due rami parlamentari, Pietro Grasso e Laura Boldrini, hanno convocato le Camere in seduta comune per il 14 dicembre e da quel giorno, ad ogni eventuale fumata nera, seguirà l’indomani una nuova seduta alle 19, con la sequenza definita in gergo «ad oltranza». Dunque, le forze politiche si sono date dieci giorni per sbloccare l’impasse. L’ultima fumata nera, due sere fa, ha confermato che l’accordo a tre Pd-Ncd-Forza Italia, sulla carta in grado di superare abbondantemente il quorum di 575 voti, non regge l’urto del voto segreto. Troppo divisi al proprio interno i tre partiti: il professor Augusto Barbera, tra i decani del costituzionalismo italiano, è sceso dai 545 voti del giorno prima a 504, il parlamentare di Forza Italia Francesco Sisto è sceso da 527 a 493, mentre una accademica siciliana, suggerita da Angelino Alfano, Ida Nicotra, si è attestata a 427 voti. Tre candidati sostenuti dagli stessi partiti (Pd, Ncd, Forza Italia) che, non solo, sono restati al di sotto del plafond potenziale, ma ognuno di loro continua ad ottenere performances molto diverse dagli altri: la prova definitiva che le tre forze politiche sono attraversate da fazioni interne così incisive da impedire una fumata bianca. Due giorni fa Danilo Toninelli, plenipotenziario M5S per le questioni istituzionali, aveva annunciato una svolta, facendo capire che se il Pd avesse rinunciato ad appoggiare il candidato di FI Sisto, a loro volta i grillini avrebbero fatto cadere il loro veto sul professor Barbera. Un abile escamotage per far convergere il Pd sul candidato caro al M5S, il professor Franco Modugno e consentendo al partito democratico di far eleggere il proprio. Dalla cabina di regia del governo, Maria Elena Boschi ha chiesto a Rosato di tenere sulla linea del patto con Forza Italia e con Gianni Letta, che tratta la questione. Ma poi l’ennesima fumata nera ha consigliato al governo di prendersi dieci giorni. Per cambiare partner e anche candidati? Sembra essere questo il consiglio del presidente del Senato Pietro Grasso: «Einstein diceva che “fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi è follia”».
Repubblica 4.12.15
Sulla Consulta ultima chiamata per l’accordo tra il Pd e M5S
La vicenda dei tre giudici mostra al paese uno spettacolo di velleitarismo che favorisce solo i grillini anti-sistema
di Stefano Folli
COME è stato notato in modo autorevole, un Parlamento che si dimostra incapace di eleggere i giudici della Consulta dichiara il proprio fallimento ed è passibile di scioglimento, essendo venuto meno a una fondamentale funzione istituzionale. Questo almeno sulla carta: poi intervengono altre considerazioni di opportunità che sono ben presenti al presidente della Repubblica. Ma non c’è dubbio che oggi la situazione sia vicina al punto di non ritorno.
La vicenda dei tre giudici è stata fin qui condotta con molta approssimazione dalle forze di maggioranza, supportate da Forza Italia. Un misto di baldanzosa sicurezza e di sottovalutazione dei dati politici reali. Con il risultato che si è offerto al paese uno spettacolo di debolezza e di velleitarismo i cui unici beneficiari, in ultima analisi, sono i Cinque Stelle. Ossia quell’ambigua opposizione anti-sistema che si voleva tener fuori dalle intese parlamentari, ma che ha tutto da guadagnare se i partiti del “sistema” si rivelano incapaci di tener fede ai loro stessi patti.
Ora, dopo il ritiro di Pitruzzella e il rinvio al 14 dicembre della trentesima votazione, un dato è chiaro. Man mano che passa il tempo e il rebus non si risolve, diventa sempre più costoso coinvolgere il movimento “grillino” in un accordo generale. Era meglio invitarli al tavolo fin dall’inizio, come rappresentanti della terza componente del Parlamento, insieme al centrosinistra e al centrodestra. Del resto, esiste il precedente del novembre 2014, quando il Pd e il M5S elessero un giudice della Corte Costituzionale (Silvana Sciarra, Pd) e un membro del Consiglio Superiore della Magistratura (Alessio Zaccaria, Cinque Stelle).
IN quell’occasione Grillo elogiò l’operazione. Non parlò di “inciucio” bensì di accordo importante, grazie al quale il movimento passava “dalla rete alle istituzioni”. Adesso invece siamo fermi in una zona grigia in cui il M5S sembra regredire dalle istituzioni alla rete, facendo leva sul veto pretestuoso contro Augusto Barbera, un galantuomo e un eccellente costituzionalista. Ma questo accade perché a loro volta i “grillini” sono stati esclusi fin dall’inizio dalla logica dell’accordo, costruito, come si sa, sull’ipotesi di una vaga restaurazione del Nazareno. Calcolo sbagliato, perché a quanto pare non è più tempo di intese bilaterali Renzi-Berlusconi, con i centristi come terza gamba. O almeno questo schema non serve quando si devono affrontare delicati passaggi istituzionali, perfino più complessi di quel che fu in gennaio il percorso per eleggere Mattarella al Quirinale. E c’è da dubitare che l’ostinazione di andare avanti a oltranza conduca a un buon risultato.
È vero che i due presidenti delle Camere non hanno alternative se non insistere con le votazioni. Ma è la politica che dovrà sfruttare i dieci giorni di pausa per un bagno di realismo. Il punto è che coinvolgere oggi i Cinque Stelle è più difficile di ieri: si rischia di dover ballare al ritmo della loro musica. In fondo siamo già dentro la lunga campagna elettorale destinata a sfociare in primavera nel voto delle città. E l’immagine di un Parlamento aggrovigliato su se stesso, obbligato a rivolgersi al M5S per uscire dalla paralisi, è dannosa per le forze di governo quanto efficace per la propaganda “grillina”.
DI sicuro non si può pensare di riprendere il 14 dicembre con il rosario delle votazioni nulle. Vale l’osservazione di chi vede in una simile impotenza una ragione per sciogliere le Camere. Quindi non c’è che la via della trattativa con le forze reali rappresentate in Parlamento. Obiettivo del Pd sarà non subire un veto su Barbera nel momento in cui dovrà accettare il candidato dei Cinque Stelle. Altrettanto tenterà Forza Italia, che finora ha presentato Sisto. Ma è evidente che la partita politica è soprattutto fra Pd e M5S. Quasi a prefigurare lo scontro elettorale prossimo venturo.
Sulla Consulta ultima chiamata per l’accordo tra il Pd e M5S
La vicenda dei tre giudici mostra al paese uno spettacolo di velleitarismo che favorisce solo i grillini anti-sistema
di Stefano Folli
COME è stato notato in modo autorevole, un Parlamento che si dimostra incapace di eleggere i giudici della Consulta dichiara il proprio fallimento ed è passibile di scioglimento, essendo venuto meno a una fondamentale funzione istituzionale. Questo almeno sulla carta: poi intervengono altre considerazioni di opportunità che sono ben presenti al presidente della Repubblica. Ma non c’è dubbio che oggi la situazione sia vicina al punto di non ritorno.
La vicenda dei tre giudici è stata fin qui condotta con molta approssimazione dalle forze di maggioranza, supportate da Forza Italia. Un misto di baldanzosa sicurezza e di sottovalutazione dei dati politici reali. Con il risultato che si è offerto al paese uno spettacolo di debolezza e di velleitarismo i cui unici beneficiari, in ultima analisi, sono i Cinque Stelle. Ossia quell’ambigua opposizione anti-sistema che si voleva tener fuori dalle intese parlamentari, ma che ha tutto da guadagnare se i partiti del “sistema” si rivelano incapaci di tener fede ai loro stessi patti.
Ora, dopo il ritiro di Pitruzzella e il rinvio al 14 dicembre della trentesima votazione, un dato è chiaro. Man mano che passa il tempo e il rebus non si risolve, diventa sempre più costoso coinvolgere il movimento “grillino” in un accordo generale. Era meglio invitarli al tavolo fin dall’inizio, come rappresentanti della terza componente del Parlamento, insieme al centrosinistra e al centrodestra. Del resto, esiste il precedente del novembre 2014, quando il Pd e il M5S elessero un giudice della Corte Costituzionale (Silvana Sciarra, Pd) e un membro del Consiglio Superiore della Magistratura (Alessio Zaccaria, Cinque Stelle).
IN quell’occasione Grillo elogiò l’operazione. Non parlò di “inciucio” bensì di accordo importante, grazie al quale il movimento passava “dalla rete alle istituzioni”. Adesso invece siamo fermi in una zona grigia in cui il M5S sembra regredire dalle istituzioni alla rete, facendo leva sul veto pretestuoso contro Augusto Barbera, un galantuomo e un eccellente costituzionalista. Ma questo accade perché a loro volta i “grillini” sono stati esclusi fin dall’inizio dalla logica dell’accordo, costruito, come si sa, sull’ipotesi di una vaga restaurazione del Nazareno. Calcolo sbagliato, perché a quanto pare non è più tempo di intese bilaterali Renzi-Berlusconi, con i centristi come terza gamba. O almeno questo schema non serve quando si devono affrontare delicati passaggi istituzionali, perfino più complessi di quel che fu in gennaio il percorso per eleggere Mattarella al Quirinale. E c’è da dubitare che l’ostinazione di andare avanti a oltranza conduca a un buon risultato.
È vero che i due presidenti delle Camere non hanno alternative se non insistere con le votazioni. Ma è la politica che dovrà sfruttare i dieci giorni di pausa per un bagno di realismo. Il punto è che coinvolgere oggi i Cinque Stelle è più difficile di ieri: si rischia di dover ballare al ritmo della loro musica. In fondo siamo già dentro la lunga campagna elettorale destinata a sfociare in primavera nel voto delle città. E l’immagine di un Parlamento aggrovigliato su se stesso, obbligato a rivolgersi al M5S per uscire dalla paralisi, è dannosa per le forze di governo quanto efficace per la propaganda “grillina”.
DI sicuro non si può pensare di riprendere il 14 dicembre con il rosario delle votazioni nulle. Vale l’osservazione di chi vede in una simile impotenza una ragione per sciogliere le Camere. Quindi non c’è che la via della trattativa con le forze reali rappresentate in Parlamento. Obiettivo del Pd sarà non subire un veto su Barbera nel momento in cui dovrà accettare il candidato dei Cinque Stelle. Altrettanto tenterà Forza Italia, che finora ha presentato Sisto. Ma è evidente che la partita politica è soprattutto fra Pd e M5S. Quasi a prefigurare lo scontro elettorale prossimo venturo.