Repubblica 14.11.15
Il rituale del razzismo
di Adriano Prosperi
NATHAN Graff, accoltellato a Milano in una via abitata per lo più da membri della comunità ebraica, non corre pericolo di vita: e questa è l’unica buona notizia. Chi l’ha aggredito voleva ucciderlo, su questo non ci sono dubbi. Varie coltellate e la presenza di un complice in macchina depongono sul carattere proditorio e premeditato dell’aggressione. E il ricorso al coltello come arma ci mette davanti a una scelta dall’evidente ascendenza culturale e rituale. Pochi dubbi restano sul movente razzistico. Ozioso chiederci se si è trattato di un razzismo antico, europeo e nazifascista, o se è un razzismo nuovo, di derivazione pseudoislamica. Ma niente vieta che le due strade si intreccino. La modalità dell’aggressione fa pensare che siamo davanti a un’eco europea della “Intifada dei coltelli”. O altro ancora. Ma intanto una cosa è certa: la paura strisciante di un ritorno in forme nuove dello spettro antico dell’odio per l’ebreo ha da oggi un motivo di più. E c’è da meditare sulle contraddizioni della vita e della storia quando si vede che quella paura è un fiume fatto di tanti rivoli, una corrente sotterranea che si affaccia allo scoperto. Ha trovato alimento perfino in Israele, nella propaganda del premier Benjamin Netanyahu e nel suo progetto di superfortezza israeliana: suo è stato l’invito agli ebrei d’Europa a lasciarsi alle spalle il continente della Shoah e a ritirarsi in Israele. E intanto la sua politica alimenta l’odio dell’Intifada, con un corto circuito infernale.
Ma parliamo d’Europa visto che il caso nasce a Milano, la nostra città più europea. Devono andarse gli ebrei dall’Europa? Josef Schuster, presidente della comunità ebraica tedesca (una delle più numerose al mondo, circa 200.000 sopravvissuti e rimpatriati), ha ribattuto a Netanyahu garantendo sulla sicurezza di cui godono i suoi rappresentati. Ma gli è scappata una frase che ha meravigliato lui stesso: «Meglio portare un altro copricapo, non la kippah». «Non l’avrei immaginato cinque anni fa — ha detto poi — ed è già un poco spaventoso». Di fatto c’è, preesiste un’inquietudine, che di tanti episodi diversi finisce col formare un’unica nuvola nera, di paura e di insicurezza. Sfuma nel passato lontano la memoria della Shoah. Si scopre adesso con stupore e delusione che la storia della liberazione di Auschwitz fu tutt’altro che quell’avvio liberatorio di un mondo diverso che abbiamo spesso immaginato. Se c’era qualche illusione in proposito, è stata dispersa dall’inchiesta del giornalista americano Eric Lichtblau ( I nazisti della porta accanto, Bollati Boringhieri). Quella che avrebbe dovuto essere una svolta netta e definitiva fu in realtà tutt’altro: fu un paesaggio di nazisti riciclati e ricercati dall’apparato militar-scientifico americano della guerra fredda e di ebrei spregiati e trascurati, lasciati a lungo a marcire negli stessi lager. E intanto rimaneva vivo un pregiudizio antisemita anche tra i vincitori, come un virus non debellato, pronto a riprendere forza. Oggi si combatte la paura con rimedi solo apparenti, come le leggi contro il reato di negazionismo fatte per rassicurare le comunità ebraiche. È accaduto anche in Italia con un’operazione della cui sensatezza ed efficacia si è molto dubitato. Un placebo contro la paura, appunto.
Alla paura si risponde solo con la buona politica della ragione. Ci si vuole spaventare ma, come ha detto Renzo Gattegna presidente dell’unione delle comnità ebraiche italiane, si deve andare avanti: si rafforzino le misure di sicurezza ma senza cedere alla volontà di seminare il terrore che ha partorito questa aggressione, forse connessa alla prossima visita in Italia del presidente iraniano Hassan Rohani. E intanto ci si aspetta chiarezza sugli autori: che sembrano davvero corpi estranei in una città come Milano, ombre materializzatesi in un contesto di serena vita civile.
Naturalmente il desiderio di allontanare da noi il male non deve farci ombra. Il mare dell’ingiustizia e della violenza del mondo cresce di continuo. Davanti alle porte di ferro dell’Europa si schiacciano moltitudini di migranti, uomini donne e bambini: quanti anni ci vorranno per lasciarli entrare? La non-politica degli Stati nazionali nei loro confronti ha fatto sbottare perfino il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. In queste condizioni si può riaffacciare lo spettro del solito capro espiatorio, l’ebreo. Bisogna dunque che all’aggressione che isola e colpisce un uomo solo per terrorizzarne mille si risponda con una di quelle reazioni collettive che dissipano le ombre e spazzano il cielo dalle nuvole nere vecchie e nuove. L’Europa ne ha trovato la strada quando ha riscoperto nella sua eredità storica i valori di libertà e di solidarietà che le appartengono, veri fondamenti di una costruzione unitaria continuamente a rischio di crollo per il nazionalismo dei governi e per la cieca violenza sociale dei poteri finanziari. È accaduto davanti all’attentato a Charlie Ebdo, quando l’aggressione del terrorismo islamico ha ricevuto la risposta di una Parigi risorta a vera capitale d’Europa, e ora messa di nuovo davanti a una prova durissima. Ed è accaduto quando la cancelliera Merkel ha dato un grande e imprevedibile colpo di timone alla società tedesca stimolandone la virtù dell’accoglienza. Queste sono le risposte giuste ai mostri della paura, sempre in agguato nella società impoverita e frammentata, carica di rancore e di violenza, che il neoliberismo ci ha cucito addosso in questi nostri anni.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
venerdì 13 novembre 2015
Il Sole 13.11.15
L’Ue rischia il caos istituzionale
di Attilio Geroni
L’Europa resta divisa sull’emergenza migranti. Trova un accordo con i Paesi africani per aumentare, quantitativamente e qualitativamente, gli aiuti ai Paesi di provenienza. Ma al suo interno è più lacerata che mai.
Nascono nuove barriere e chi si era distinto per una politica di grande apertura è costretto a fare marcia indietro reintroducendo controlli alle frontiere, come Germania e Svezia. Perfino l'intesa sui 160mila ricollocamenti diventa surreale di fronte all'imponenza dei flussi e alla disarmonia del consesso europeo, evidente anche al vertice di Malta. E fa dire al presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, che di questo passo la redistribuzione dei rifugiati dall'Italia e dalla Grecia si concluderà nel 2101. La portata dirompente di questo flusso migratorio non ha ancora trovato una risposta all'altezza dei tempi. Non bastano le consapevolezze dei leader più lungimiranti che pensano ai benefici di lungo termine di un’integrazione ordinata, profonda. La realtà quotidiana dei numeri sta sovrastando Paesi organizzatissimi e tradizionalmente aperti all’accoglienza dei rifugiati; le opinioni pubbliche mostrano sempre più insofferenza e, nei casi peggiori, forme di intolleranza anche estrema. Il caos europeo è ormai istituzionalizzato: a Berlino è saltato il coordinamento tra ministero degli Interni e Cancelleria e perfino il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble ha criticato Angela Merkel parlando, a proposito dei profughi, di un «rischio valanga» che può essere causato «da uno sciatore imprudente».
Il Sole 13.6.15
Ue, accordi di Schengen in pericolo
Juncker: ridistribuzione dei rifugiati troppo lenta, così finiremo nel 2101
L’impegno dei leader in difesa della libera circolazione messo alla prova dall’emergenza profughi
di Beda Romano
LA VALLETTA L’emergenza rifugiati sta mettendo a rischio il mercato unico, mentre aumentano i Paesi che reintroducono i controlli alle frontiere pur di arginare l’arrivo di profughi. I Ventotto hanno assicurato ieri di voler difendere Schengen e quindi i confini esterni dell’Unione. In questa ottica, si terrà a breve un nuovo vertice, alla presenza di Ankara con la quale stanno negoziando un piano d’azione e mentre Bruxelles denuncia senza mezze parole la lentezza dei Ventotto nell’accogliere i rifugiati da ricollocare.
«Alcuni Stati membri stanno subendo una pressione migratoria colossale – ha detto in una conferenza stampa qui a La Valletta il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk –. Stiamo affrontando una corsa contro il tempo per salvare le regole di Schengen. Siamo consapevoli che questo obiettivo richiede un miglior controllo delle frontiere esterne». L’ex premier polacco si è così riferito all’accordo che permette la libera circolazione delle persone senza controllo d’identità in 26 Paesi d’Europa.
Il trattato è vistosamente a rischio. La Svezia, Paese Schengen, ha reintrodotto ieri il controllo alle frontiere, pur di arginare l’arrivo di migliaia di rifugiati dal Sud Europa. Altri Paesi Schengen – come la Germania, l’Olanda o l’Austria - hanno fatto altrettanto nelle scorse settimane, in via temporanea. Nei Balcani, l’Ungheria ha costruito una barriera al confine con la Croazia. Lo stesso ha annunciato la Slovenia, che negli ultimi tempi è diventata la meta di moltissimi profughi.
Notava qualche giorno fa un diplomatico europeo: «I rischi economici di queste scelte politiche si toccano con mano. Il traffico commerciale è già inevitabilmente rallentato». In un articolo pubblicato da Project Syndicate a metà ottobre, il professore americano Barry Eichengreen avvertiva: «In un momento in cui l’Europa sta con difficoltà sostenendo una ripresa della produttività e della competitività, la reintroduzione dei controlli alle frontiere sarebbe un colpo serio».
I Ventotto sono stretti tra il nervosismo delle loro pubbliche opinioni per via dell’arrivo di migliaia di immigrati e la paura che la chiusura delle frontiere possa scalfire il mercato unico. Quest’ultimo rischio convincerà forse i Paesi ad accordarsi su una nuova strategia migratoria? Non è ancora chiaro. Ieri, intanto, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker ha ammesso polemicamente che di questo passo la prevista redistribuzione di 160mila rifugiati dall’Italia e la Grecia si concluderà nel 2101.
A complicare la situazione è l’incerto clima a Berlino dove la scelta della cancelliera Angela Merkel di accogliere fino a 800mila profughi ha provocato tensioni nel governo e dichiarazioni contraddittorie. A rischio è la tenuta del mercato unico. Si capisce a questo punto perché i Ventotto siano pronti a organizzare un incontro con la Turchia, possibilmente il 29 novembre, pur di approvare un piano d’azione con Ankara per meglio controllare le frontiere esterne dell’Unione.
Il pacchetto è in discussione da tempo, ma i nodi politici e finanziari sono molti (si veda Il Sole/24 Ore del 16 ottobre). La Commissione europea propone ad Ankara aiuti nel 2016-2017 per 3,0 miliardi di euro, suddivisi tra il bilancio comunitario (500 milioni) e i Paesi membri (2,5 miliardi, di cui 281 milioni italiani). Il tentativo è sostenere gli sforzi turchi nel gestire l’arrivo di immigrati sul suo territorio, contribuendo economicamente ai rimpatri di coloro senza diritto d’asilo.
Proprio di rimpatri, i Ventotto hanno discusso sempre qui a La Valletta tra mercoledì e giovedì con una trentina di leader africani. Le parti hanno approvato un piano d’azione e una dichiarazione politica in cui si impegnano «a gestire insieme i flussi migratori sotto tutti gli aspetti». Un fondo fiduciario da 3,6 miliardi di euro ha visto la luce. Il bilancio comunitario vi verserà 1,8 miliardi; lo stesso ammontare giungerà da parte dei Paesi membri, che per ora vi hanno versato meno di 100 milioni.
Il piano d’azione con i dirigenti africani è stato approvato all’unanimità, ma è stato oggetto di difficili trattative. Ha commentato per esempio il presidente senegalese Macky Sall: «Non si può insistere sui rimpatri degli africani, quando invece si accolgono i siriani. È discriminatorio». Dinanzi alle forti pressioni africane di stabilire precise filiere dell’immigrazione legale, i Ventotto hanno accettato tra le altre cose di raddoppiare le borse di studio.
L’Ue rischia il caos istituzionale
di Attilio Geroni
L’Europa resta divisa sull’emergenza migranti. Trova un accordo con i Paesi africani per aumentare, quantitativamente e qualitativamente, gli aiuti ai Paesi di provenienza. Ma al suo interno è più lacerata che mai.
Nascono nuove barriere e chi si era distinto per una politica di grande apertura è costretto a fare marcia indietro reintroducendo controlli alle frontiere, come Germania e Svezia. Perfino l'intesa sui 160mila ricollocamenti diventa surreale di fronte all'imponenza dei flussi e alla disarmonia del consesso europeo, evidente anche al vertice di Malta. E fa dire al presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, che di questo passo la redistribuzione dei rifugiati dall'Italia e dalla Grecia si concluderà nel 2101. La portata dirompente di questo flusso migratorio non ha ancora trovato una risposta all'altezza dei tempi. Non bastano le consapevolezze dei leader più lungimiranti che pensano ai benefici di lungo termine di un’integrazione ordinata, profonda. La realtà quotidiana dei numeri sta sovrastando Paesi organizzatissimi e tradizionalmente aperti all’accoglienza dei rifugiati; le opinioni pubbliche mostrano sempre più insofferenza e, nei casi peggiori, forme di intolleranza anche estrema. Il caos europeo è ormai istituzionalizzato: a Berlino è saltato il coordinamento tra ministero degli Interni e Cancelleria e perfino il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble ha criticato Angela Merkel parlando, a proposito dei profughi, di un «rischio valanga» che può essere causato «da uno sciatore imprudente».
Il Sole 13.6.15
Ue, accordi di Schengen in pericolo
Juncker: ridistribuzione dei rifugiati troppo lenta, così finiremo nel 2101
L’impegno dei leader in difesa della libera circolazione messo alla prova dall’emergenza profughi
di Beda Romano
LA VALLETTA L’emergenza rifugiati sta mettendo a rischio il mercato unico, mentre aumentano i Paesi che reintroducono i controlli alle frontiere pur di arginare l’arrivo di profughi. I Ventotto hanno assicurato ieri di voler difendere Schengen e quindi i confini esterni dell’Unione. In questa ottica, si terrà a breve un nuovo vertice, alla presenza di Ankara con la quale stanno negoziando un piano d’azione e mentre Bruxelles denuncia senza mezze parole la lentezza dei Ventotto nell’accogliere i rifugiati da ricollocare.
«Alcuni Stati membri stanno subendo una pressione migratoria colossale – ha detto in una conferenza stampa qui a La Valletta il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk –. Stiamo affrontando una corsa contro il tempo per salvare le regole di Schengen. Siamo consapevoli che questo obiettivo richiede un miglior controllo delle frontiere esterne». L’ex premier polacco si è così riferito all’accordo che permette la libera circolazione delle persone senza controllo d’identità in 26 Paesi d’Europa.
Il trattato è vistosamente a rischio. La Svezia, Paese Schengen, ha reintrodotto ieri il controllo alle frontiere, pur di arginare l’arrivo di migliaia di rifugiati dal Sud Europa. Altri Paesi Schengen – come la Germania, l’Olanda o l’Austria - hanno fatto altrettanto nelle scorse settimane, in via temporanea. Nei Balcani, l’Ungheria ha costruito una barriera al confine con la Croazia. Lo stesso ha annunciato la Slovenia, che negli ultimi tempi è diventata la meta di moltissimi profughi.
Notava qualche giorno fa un diplomatico europeo: «I rischi economici di queste scelte politiche si toccano con mano. Il traffico commerciale è già inevitabilmente rallentato». In un articolo pubblicato da Project Syndicate a metà ottobre, il professore americano Barry Eichengreen avvertiva: «In un momento in cui l’Europa sta con difficoltà sostenendo una ripresa della produttività e della competitività, la reintroduzione dei controlli alle frontiere sarebbe un colpo serio».
I Ventotto sono stretti tra il nervosismo delle loro pubbliche opinioni per via dell’arrivo di migliaia di immigrati e la paura che la chiusura delle frontiere possa scalfire il mercato unico. Quest’ultimo rischio convincerà forse i Paesi ad accordarsi su una nuova strategia migratoria? Non è ancora chiaro. Ieri, intanto, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker ha ammesso polemicamente che di questo passo la prevista redistribuzione di 160mila rifugiati dall’Italia e la Grecia si concluderà nel 2101.
A complicare la situazione è l’incerto clima a Berlino dove la scelta della cancelliera Angela Merkel di accogliere fino a 800mila profughi ha provocato tensioni nel governo e dichiarazioni contraddittorie. A rischio è la tenuta del mercato unico. Si capisce a questo punto perché i Ventotto siano pronti a organizzare un incontro con la Turchia, possibilmente il 29 novembre, pur di approvare un piano d’azione con Ankara per meglio controllare le frontiere esterne dell’Unione.
Il pacchetto è in discussione da tempo, ma i nodi politici e finanziari sono molti (si veda Il Sole/24 Ore del 16 ottobre). La Commissione europea propone ad Ankara aiuti nel 2016-2017 per 3,0 miliardi di euro, suddivisi tra il bilancio comunitario (500 milioni) e i Paesi membri (2,5 miliardi, di cui 281 milioni italiani). Il tentativo è sostenere gli sforzi turchi nel gestire l’arrivo di immigrati sul suo territorio, contribuendo economicamente ai rimpatri di coloro senza diritto d’asilo.
Proprio di rimpatri, i Ventotto hanno discusso sempre qui a La Valletta tra mercoledì e giovedì con una trentina di leader africani. Le parti hanno approvato un piano d’azione e una dichiarazione politica in cui si impegnano «a gestire insieme i flussi migratori sotto tutti gli aspetti». Un fondo fiduciario da 3,6 miliardi di euro ha visto la luce. Il bilancio comunitario vi verserà 1,8 miliardi; lo stesso ammontare giungerà da parte dei Paesi membri, che per ora vi hanno versato meno di 100 milioni.
Il piano d’azione con i dirigenti africani è stato approvato all’unanimità, ma è stato oggetto di difficili trattative. Ha commentato per esempio il presidente senegalese Macky Sall: «Non si può insistere sui rimpatri degli africani, quando invece si accolgono i siriani. È discriminatorio». Dinanzi alle forti pressioni africane di stabilire precise filiere dell’immigrazione legale, i Ventotto hanno accettato tra le altre cose di raddoppiare le borse di studio.
il manifesto 13.11.15
L’atlante di «Più libri più liberi»
Dal 4 all'8 dicembre torna la Fiera della piccola e media editoria a Roma, giunta alla sua quattordicesima edizione
di Arianna Di Genova
I numeri della piccola e media editoria in Italia invitano a una lettura ambivalente: se è vero che le case editrici che presentano all’anno pochissimi titoli — da uno a nove — possono registrare un 2% di incremento, è anche vero che il 2014 segna un inquietante –5,2%, una contrazione consistente per chi pubblica un numero elevato di libri (fino a cento titoli). Non è una novità. Le vendite, però, pur restando attestate su un segno negativo (meno 2,8%) indicano una risalita rispetto le perdite più cospicue degli anni scorsi. E una crescita costante delle produzioni digitali (gli ebook).
È in questa cornice dalle prospettive aperte che si aprirà il 4 dicembre prossimo, a Roma, la Fiera Più Libri più Liberi, giunta alla sua 14/ma apparizione e diventata ormai un appuntamento consueto per i lettori ad alto tasso di consapevolezza: tra gli stand della piccola e media editoria si può sempre trovare qualcosa che scarta dal solito best-seller o dall’autore classico (riconosciuto dal mercato e dalla critica), per avventurarsi in luoghi meno battuti, del mondo e della letteratura stessa. Quest’anno, la kermesse s’ispira infatti al concetto di atlante e va a ridisegnare una mappa geografica e narrativa con la collaborazione di alcuni autori stranieri, chiamati a un incontro con il pubblico romano. Ci sarà — per l’Orma editrice — la francese Annie Ernaux: con il romanzo Gli anni (Il posto era il suo precedente) fa scorrere la storia di un’epoca, dalla Liberazione dell’Algeria all’undici settembre, tanto che la definizione dell’autrice per il suo libro è «autobiografia impersonale», una polifonia esistenziale che tocca più generazioni.
Ma è l’America Latina il vero cuore della Fiera quest’anno, grazie all’apporto di alcuni scrittori e scrittrici di sicuro interesse. C’è Marcelo Figueras, argentino, con il suo Aquarium (L’Asino d’Oro), storia nata dalla sua esperienza di inviato di guerra durante la seconda Intifada, in Palestina e Israele. Dal Cile arriva Alejandro Zambra, con la sua antologia di undici racconti I miei documenti (Sellerio): in una scrittura che procede per via di sottrazione si accumulano memorie, vicende collettive e personali, crudeltà famigliari e orrori della dittatura, il tutto non senza punte di ironia. Per il Messico troviamo Valeria Luiselli (Volti nella folla, La Nuova Frontiera). Nel suo ultimo romanzo, racconta la ricerca ossessiva delle tracce lasciate da un poeta del passato, vissuto vicino alla sua casa. Per l’evento speciale organizzato dall’Istituto Latino Americano, il 6 e 7 si potranno incontrare il cubano Abel Prieto e il messicano di Acapulco Julián Herbert: poeta, saggista e romanziere, con Ballata per mia madre, uscito per Gran Vía, ha seguito i passi di una outsider, dedita alla prostituzione, che ha viaggiato per il suo paese con i figli.
A comporre un ulteriore tassello di quell’atlante della letteratura mondiale, ci sarà poi Alain Mabanckou, scrittore congolese di noir originali, qui alle prese con African Psycho (per 66thand2nd). Mentre per gli italiani, sbarcheranno Giorgio Agamben (Pulcinella pe li ragazzi, edizioni Nottetempo), Marco Balzano (L’ultimo arrivato, Sellerio), Erica Babiani (Salone per signora, Elliot), Massimo Carlotto che celebra il ventennale dell’Alligatore e presenta la nuova collana per e/o «Sabot/Age».
L’atlante di «Più libri più liberi»
Dal 4 all'8 dicembre torna la Fiera della piccola e media editoria a Roma, giunta alla sua quattordicesima edizione
di Arianna Di Genova
I numeri della piccola e media editoria in Italia invitano a una lettura ambivalente: se è vero che le case editrici che presentano all’anno pochissimi titoli — da uno a nove — possono registrare un 2% di incremento, è anche vero che il 2014 segna un inquietante –5,2%, una contrazione consistente per chi pubblica un numero elevato di libri (fino a cento titoli). Non è una novità. Le vendite, però, pur restando attestate su un segno negativo (meno 2,8%) indicano una risalita rispetto le perdite più cospicue degli anni scorsi. E una crescita costante delle produzioni digitali (gli ebook).
È in questa cornice dalle prospettive aperte che si aprirà il 4 dicembre prossimo, a Roma, la Fiera Più Libri più Liberi, giunta alla sua 14/ma apparizione e diventata ormai un appuntamento consueto per i lettori ad alto tasso di consapevolezza: tra gli stand della piccola e media editoria si può sempre trovare qualcosa che scarta dal solito best-seller o dall’autore classico (riconosciuto dal mercato e dalla critica), per avventurarsi in luoghi meno battuti, del mondo e della letteratura stessa. Quest’anno, la kermesse s’ispira infatti al concetto di atlante e va a ridisegnare una mappa geografica e narrativa con la collaborazione di alcuni autori stranieri, chiamati a un incontro con il pubblico romano. Ci sarà — per l’Orma editrice — la francese Annie Ernaux: con il romanzo Gli anni (Il posto era il suo precedente) fa scorrere la storia di un’epoca, dalla Liberazione dell’Algeria all’undici settembre, tanto che la definizione dell’autrice per il suo libro è «autobiografia impersonale», una polifonia esistenziale che tocca più generazioni.
Ma è l’America Latina il vero cuore della Fiera quest’anno, grazie all’apporto di alcuni scrittori e scrittrici di sicuro interesse. C’è Marcelo Figueras, argentino, con il suo Aquarium (L’Asino d’Oro), storia nata dalla sua esperienza di inviato di guerra durante la seconda Intifada, in Palestina e Israele. Dal Cile arriva Alejandro Zambra, con la sua antologia di undici racconti I miei documenti (Sellerio): in una scrittura che procede per via di sottrazione si accumulano memorie, vicende collettive e personali, crudeltà famigliari e orrori della dittatura, il tutto non senza punte di ironia. Per il Messico troviamo Valeria Luiselli (Volti nella folla, La Nuova Frontiera). Nel suo ultimo romanzo, racconta la ricerca ossessiva delle tracce lasciate da un poeta del passato, vissuto vicino alla sua casa. Per l’evento speciale organizzato dall’Istituto Latino Americano, il 6 e 7 si potranno incontrare il cubano Abel Prieto e il messicano di Acapulco Julián Herbert: poeta, saggista e romanziere, con Ballata per mia madre, uscito per Gran Vía, ha seguito i passi di una outsider, dedita alla prostituzione, che ha viaggiato per il suo paese con i figli.
A comporre un ulteriore tassello di quell’atlante della letteratura mondiale, ci sarà poi Alain Mabanckou, scrittore congolese di noir originali, qui alle prese con African Psycho (per 66thand2nd). Mentre per gli italiani, sbarcheranno Giorgio Agamben (Pulcinella pe li ragazzi, edizioni Nottetempo), Marco Balzano (L’ultimo arrivato, Sellerio), Erica Babiani (Salone per signora, Elliot), Massimo Carlotto che celebra il ventennale dell’Alligatore e presenta la nuova collana per e/o «Sabot/Age».
il manifesto 13.11.15
Hebron, esecuzione in ospedale
Cisgiordania occupata. Soldati israeliani sotto copertura entrano nell'al Ahli Hospital sparano e uccidono il cugino di un ricercato
Sdegno tra i palestinesi, proteste anche di Medici per i Diritti Umani - Israele
di Michele Giorgio
GERUSALEMME Quando è uscito dal bagno Abdullah Shalaldah, 28 anni, non ha avuto neppure il tempo di rendersi conto di avere davanti dei militari israeliani. I cinque colpi esplosi da uno dei mistaaravim (in ebraico “mascherati da arabi”) lo hanno ucciso subito. Shalaldah ha pagato con la vita il fatto di essersi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Non aveva fatto nulla, si era semplicemente recato all’ospedale Al Ahli di Hebron a far visita al cugino Azam Shalaldah, 20 anni, accusato dagli israeliani di aver ferito lo scorso 25 ottobre una guardia di sicurezza. Il Times of Israel, un quotidiano online, facendo la cronaca della giornata ha definito il blitz nell’ospedale al Ahli «una audace operazione». No, è stato un crimine condannato anche da Medici per i Diritti Umani-Israele e per il quale non pagherà il soldato che ha aperto il fuoco e ucciso un innocente. Un crimine che non interessa a una “comunità internazionale” indifferente, che considera la vita dei palestinesi senza alcun valore.
È avvenuto tutto prima dell’alba. I mistaaravim, una ventina, come mostra un filmato girato prima dell’alba, sono entrati nell’ospedale fingendo di essere una famiglia palestinese che accompagnava una congiunta incinta seduta su una sedia a rotelle. Hanno raggiunto la camera dove era ricoverato Azzam Shaldallah e hanno intimato armi in pugno a tutti i presenti di rimanere fermi. A questo punto, ha raccontato Jihad Shawar, direttore dell’ospedale al Ahli, Abdullah Shalaldah uscendo dal bagno è entrato all’improvviso nella stanza e si è trovato davanti i militari. Per reazione ha fatto un passo forse due passi in avanti ed è stato raggiunto da cinque colpi che lo hanno ucciso. I mistaaravim, come se non fosse accaduto nulla, sono andati via portandosi dietro il “ricercato”. «Questo è un crimine, è contro la legge internazionale, nessuno dovrebbe violare gli ospedali, ma Israele, lo fa», ha protestato il direttore Shawar. Secondo un portavoce militare il soldato ha sparato perchè l’ucciso (che era disarmato) intendeva aggredirlo. Versione smentita dai parenti della vittima presenti in quel momento nella stanza.
I mistaaravim sono saliti il mese scorso agli onori della cronaca per le loro attività di infiltrazione nelle manifestazioni dei palestinesi. In un filmato girato al transito di Bet El (Ramallah) si vedono gli agenti camuffati da manifestanti, che parlano in arabo ed esortano i giovani palestinesi ad intensificare lo scontro con i soldati. Poi all’improvviso scattano,arrestano alcuni dimostranti e sparano ad altri da distanza ravvicinata.
Hebron, esecuzione in ospedale
Cisgiordania occupata. Soldati israeliani sotto copertura entrano nell'al Ahli Hospital sparano e uccidono il cugino di un ricercato
Sdegno tra i palestinesi, proteste anche di Medici per i Diritti Umani - Israele
di Michele Giorgio
GERUSALEMME Quando è uscito dal bagno Abdullah Shalaldah, 28 anni, non ha avuto neppure il tempo di rendersi conto di avere davanti dei militari israeliani. I cinque colpi esplosi da uno dei mistaaravim (in ebraico “mascherati da arabi”) lo hanno ucciso subito. Shalaldah ha pagato con la vita il fatto di essersi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Non aveva fatto nulla, si era semplicemente recato all’ospedale Al Ahli di Hebron a far visita al cugino Azam Shalaldah, 20 anni, accusato dagli israeliani di aver ferito lo scorso 25 ottobre una guardia di sicurezza. Il Times of Israel, un quotidiano online, facendo la cronaca della giornata ha definito il blitz nell’ospedale al Ahli «una audace operazione». No, è stato un crimine condannato anche da Medici per i Diritti Umani-Israele e per il quale non pagherà il soldato che ha aperto il fuoco e ucciso un innocente. Un crimine che non interessa a una “comunità internazionale” indifferente, che considera la vita dei palestinesi senza alcun valore.
È avvenuto tutto prima dell’alba. I mistaaravim, una ventina, come mostra un filmato girato prima dell’alba, sono entrati nell’ospedale fingendo di essere una famiglia palestinese che accompagnava una congiunta incinta seduta su una sedia a rotelle. Hanno raggiunto la camera dove era ricoverato Azzam Shaldallah e hanno intimato armi in pugno a tutti i presenti di rimanere fermi. A questo punto, ha raccontato Jihad Shawar, direttore dell’ospedale al Ahli, Abdullah Shalaldah uscendo dal bagno è entrato all’improvviso nella stanza e si è trovato davanti i militari. Per reazione ha fatto un passo forse due passi in avanti ed è stato raggiunto da cinque colpi che lo hanno ucciso. I mistaaravim, come se non fosse accaduto nulla, sono andati via portandosi dietro il “ricercato”. «Questo è un crimine, è contro la legge internazionale, nessuno dovrebbe violare gli ospedali, ma Israele, lo fa», ha protestato il direttore Shawar. Secondo un portavoce militare il soldato ha sparato perchè l’ucciso (che era disarmato) intendeva aggredirlo. Versione smentita dai parenti della vittima presenti in quel momento nella stanza.
I mistaaravim sono saliti il mese scorso agli onori della cronaca per le loro attività di infiltrazione nelle manifestazioni dei palestinesi. In un filmato girato al transito di Bet El (Ramallah) si vedono gli agenti camuffati da manifestanti, che parlano in arabo ed esortano i giovani palestinesi ad intensificare lo scontro con i soldati. Poi all’improvviso scattano,arrestano alcuni dimostranti e sparano ad altri da distanza ravvicinata.
il manifesto 13.11.15
Landini a Renzi: “Manovra sbagliata, la devi cambiare”
Fiom. Il leader delle tute blu lancia la manifestazione del 21 a Roma
Contro la legge di Stabilità e per il contratto. Pensioni, fisco, salario minimo e un «reddito di dignità»
In piazza con la Coalizione sociale: studenti, freelance e partite Iva, associazioni
E per il futuro si prepara un referendum abrogativo del Jobs Act. Insieme alla Cgil
di Antonio Sciotto
«Bisogna cambiare radicalmente la legge di Stabilità, perché è sbagliata. È una balla che sia espansiva: non crea più posti di lavoro e non riduce le diseguaglianze. È tutta sbilanciata verso le imprese e non mette in discussione l’austerity europea, ma anzi la applica pienamente». Maurizio Landini non salva nulla o quasi della manovra del governo Renzi, e il 21 novembre — sabato della prossima settimana — chiama a raccolta il popolo della Fiom e della sinistra per una manifestazione a Roma.
«Unions! Per giuste cause» il nome della manifestazione, che non è affatto e soltanto una protesta sindacale: o meglio, lo è nel senso che Landini vuole dare alla sua Coalizione sociale. Si scende in piazza per il contratto dei metalmeccanici, infatti — e la piazza è stata decisa dall’Assemblea dei delegati Fiom — ma poi ci sono tante rivendicazioni politiche che vanno oltre il recinto del contratto delle tute blu, o che se vogliamo lo allargano.
Infatti si parla di pensioni, fisco, lotta all’evasione, diritto al reddito e alla scuola pubblica, difesa della Costituzione. E tutta la Coalizione sarà in piazza: quindi studenti, partite Iva, freelance e autonomi, immigrati, associazioni che si battono per i diritti e contro le povertà. «Perché Unions è prima di tutto antifascista e antirazzista», sottolinea il segretario della Fiom.
Ci sarà anche la Cgil, che con il direttivo di qualche giorno fa ha inserito questa manifestazione nel percorso di contrasto al Jobs Act e alla legge di Stabilità, insieme a quella che il 28 porterà in piazza il pubblico impiego. «Si è stabilito che entro dicembre la Cgil presenterà il suo progetto di un nuovo Statuto dei lavori — spiega Landini — E poi tra gennaio e febbraio si terrà la consultazione dei lavoratori: chiederemo nello stesso tempo se siano d’accordo nel lanciare un referendum abrogativo delle parti negative del Jobs Act».
Quanto al contratto, Landini ha spiegato che per la prima volta dopo anni di divisioni c’è un tavolo unico, e che Fim, Fiom e Uilm, pur avendo due piattaforme separate, stanno in qualche modo lavorando insieme: «La nostra piattaforma propone una innovazione assoluta: rinnovare il contratto ogni anno, come si fa in Germania, non tenendo conto solo dell’inflazione, ma aumentando, quando è possibile, il potere reale delle buste paga». Tra i criteri di cui si dovrà tenere conto c’è non solo la crescita del Pil, ma anche quella di settore, il che mette il sindacato in una situazione nuova: perché lega più strettamente il destino di lavoratori e imprese, qualora queste ultime accettino di farli partecipare realmente.
Al governo, la Fiom chiede di defiscalizzare gli aumenti di primo livello, mentre — se legge dovrà esserci — «non si decidano i minimi salariali da parte della politica, ma si rendano minimi sotto cui non si può scendere quelli stabiliti dai contratti». E sulla rappresentanza: «Noi siamo per tradurre, per legge, o in assenza, nel contratto, l’accordo con Confindustria del 10 gennaio, dove si parla di certificazione e di voto dei lavoratori su tutti gli accordi».
Il contratto dovrà poi contenere «rimandi alla contrattazione integrativa», dovrà «assicurare il diritto soggettivo alla formazione dei lavoratori», e «ridiscutere gli orari: dove si produce di più, ridurli e far lavorare più persone». Garantire i diritti nei passaggi di appalto, e assicurare a tutte le figure — qualsiasi rapporto di lavoro abbiano — un corredo di tutele base: minimi salariali, ferie, malattia, infortuni, tfr. Infine, si chiede alle imprese un impegno comune: indirizzare gli investimenti del fondo pensione dei metalmeccanici — «450 mila iscritti, il più grande d’Europa» — verso aziende presenti in Italia.
Temi che parlano a tutti i lavoratori, non solo alle tute blu, sottolinea Landini. Accanto a lui, un lavoratore autonomo di «Officine zero», e una studentessa di Rete della Conoscenza, che ha ricordato una manifestazione del 17 novembre, prima della piazza del 21.
Sulla legge di Stabilità, «serve una lotta vera all’evasione fiscale: l’innalzamento della soglia dei contanti non va bene». Poi il capitolo pensioni: «Ridurre l’età pensionabile, modifica del contributivo puro, anche con solidarietà». Ok all’istituzione di un «reddito di dignità». Gli ultimi due punti sembrerebbero un ok alla proposta Boeri (tagliare le pensioni d’oro per assicurare 500 euro mensili agli over 55 senza lavoro).
Infine: fermare i tagli alla sanità, e quelli a Caf e patronati. Ricostruire gli ammortizzatori sociali, decurtati dal Jobs Act. Allargare la no tax area e rivalutare le pensioni. Un piano di investimenti pubblici per creare lavoro, sostenuto da una patrimoniale sui ricchi.
Landini a Renzi: “Manovra sbagliata, la devi cambiare”
Fiom. Il leader delle tute blu lancia la manifestazione del 21 a Roma
Contro la legge di Stabilità e per il contratto. Pensioni, fisco, salario minimo e un «reddito di dignità»
In piazza con la Coalizione sociale: studenti, freelance e partite Iva, associazioni
E per il futuro si prepara un referendum abrogativo del Jobs Act. Insieme alla Cgil
di Antonio Sciotto
«Bisogna cambiare radicalmente la legge di Stabilità, perché è sbagliata. È una balla che sia espansiva: non crea più posti di lavoro e non riduce le diseguaglianze. È tutta sbilanciata verso le imprese e non mette in discussione l’austerity europea, ma anzi la applica pienamente». Maurizio Landini non salva nulla o quasi della manovra del governo Renzi, e il 21 novembre — sabato della prossima settimana — chiama a raccolta il popolo della Fiom e della sinistra per una manifestazione a Roma.
«Unions! Per giuste cause» il nome della manifestazione, che non è affatto e soltanto una protesta sindacale: o meglio, lo è nel senso che Landini vuole dare alla sua Coalizione sociale. Si scende in piazza per il contratto dei metalmeccanici, infatti — e la piazza è stata decisa dall’Assemblea dei delegati Fiom — ma poi ci sono tante rivendicazioni politiche che vanno oltre il recinto del contratto delle tute blu, o che se vogliamo lo allargano.
Infatti si parla di pensioni, fisco, lotta all’evasione, diritto al reddito e alla scuola pubblica, difesa della Costituzione. E tutta la Coalizione sarà in piazza: quindi studenti, partite Iva, freelance e autonomi, immigrati, associazioni che si battono per i diritti e contro le povertà. «Perché Unions è prima di tutto antifascista e antirazzista», sottolinea il segretario della Fiom.
Ci sarà anche la Cgil, che con il direttivo di qualche giorno fa ha inserito questa manifestazione nel percorso di contrasto al Jobs Act e alla legge di Stabilità, insieme a quella che il 28 porterà in piazza il pubblico impiego. «Si è stabilito che entro dicembre la Cgil presenterà il suo progetto di un nuovo Statuto dei lavori — spiega Landini — E poi tra gennaio e febbraio si terrà la consultazione dei lavoratori: chiederemo nello stesso tempo se siano d’accordo nel lanciare un referendum abrogativo delle parti negative del Jobs Act».
Quanto al contratto, Landini ha spiegato che per la prima volta dopo anni di divisioni c’è un tavolo unico, e che Fim, Fiom e Uilm, pur avendo due piattaforme separate, stanno in qualche modo lavorando insieme: «La nostra piattaforma propone una innovazione assoluta: rinnovare il contratto ogni anno, come si fa in Germania, non tenendo conto solo dell’inflazione, ma aumentando, quando è possibile, il potere reale delle buste paga». Tra i criteri di cui si dovrà tenere conto c’è non solo la crescita del Pil, ma anche quella di settore, il che mette il sindacato in una situazione nuova: perché lega più strettamente il destino di lavoratori e imprese, qualora queste ultime accettino di farli partecipare realmente.
Al governo, la Fiom chiede di defiscalizzare gli aumenti di primo livello, mentre — se legge dovrà esserci — «non si decidano i minimi salariali da parte della politica, ma si rendano minimi sotto cui non si può scendere quelli stabiliti dai contratti». E sulla rappresentanza: «Noi siamo per tradurre, per legge, o in assenza, nel contratto, l’accordo con Confindustria del 10 gennaio, dove si parla di certificazione e di voto dei lavoratori su tutti gli accordi».
Il contratto dovrà poi contenere «rimandi alla contrattazione integrativa», dovrà «assicurare il diritto soggettivo alla formazione dei lavoratori», e «ridiscutere gli orari: dove si produce di più, ridurli e far lavorare più persone». Garantire i diritti nei passaggi di appalto, e assicurare a tutte le figure — qualsiasi rapporto di lavoro abbiano — un corredo di tutele base: minimi salariali, ferie, malattia, infortuni, tfr. Infine, si chiede alle imprese un impegno comune: indirizzare gli investimenti del fondo pensione dei metalmeccanici — «450 mila iscritti, il più grande d’Europa» — verso aziende presenti in Italia.
Temi che parlano a tutti i lavoratori, non solo alle tute blu, sottolinea Landini. Accanto a lui, un lavoratore autonomo di «Officine zero», e una studentessa di Rete della Conoscenza, che ha ricordato una manifestazione del 17 novembre, prima della piazza del 21.
Sulla legge di Stabilità, «serve una lotta vera all’evasione fiscale: l’innalzamento della soglia dei contanti non va bene». Poi il capitolo pensioni: «Ridurre l’età pensionabile, modifica del contributivo puro, anche con solidarietà». Ok all’istituzione di un «reddito di dignità». Gli ultimi due punti sembrerebbero un ok alla proposta Boeri (tagliare le pensioni d’oro per assicurare 500 euro mensili agli over 55 senza lavoro).
Infine: fermare i tagli alla sanità, e quelli a Caf e patronati. Ricostruire gli ammortizzatori sociali, decurtati dal Jobs Act. Allargare la no tax area e rivalutare le pensioni. Un piano di investimenti pubblici per creare lavoro, sostenuto da una patrimoniale sui ricchi.
il manifesto 13.11.15
Il complesso del “rosso”
Il documento Noi ci siamo…, ad esempio, risulta essere piuttosto generico e assai debolmente analitico
Carlo Galli non intende partecipare alla costruzione di una «cosa rossa»
di Paolo Favilli
In questi ultimi giorni la nostra parte (sinistra? «cosa rossa?») ha registrato due positivi segnali: la firma dei rappresentanti di tutta l’area impegnata nella costruzione del nuovo soggetto politico «di sinistra» sotto un documento comune intitolato Noi ci siamo, lanciamo la sfida e la nascita del gruppo parlamentare di Sinistra italiana. Certamente ambedue questi avvenimenti possono essere soggetti a critica per il ritardo — colpevole e dai rischi esiziali — con cui siamo arrivati a questo primo passo.
E per il fatto che nella loro manifestazione appaiono evidenti «eredità di sconfitte, arretramenti, traversie e divisioni che hanno creato sfiducia e lacerato relazioni» (Carra, il manifesto, 7 novembre).
Il documento Noi ci siamo…, ad esempio, risulta essere piuttosto generico e assai debolmente analitico; nello stesso tempo, però, contiene anche impegnative discriminanti che, se prese sul serio dai contraenti — e devono essere prese sul serio — saranno certamente portatrici di una stagione politica veramente nuova per la nostra parte. Sarebbero gravissime le responsabilità di chi facesse fallire il processo per il prevalere delle logiche che hanno portato a «sconfitte, arretramenti, traversie, divisioni».
Anche nei modi della formazione del gruppo parlamentare di «Sinistra italiana», del resto, sono presenti tracce di quelle antiche (e recenti) vicissitudini. In particolare la scarsa propensione ad andare alla radice dell’attuale fase politica di cui gli assestamenti in corso restano fenomeni di superficie. Da ciò la ripetizione di logore litanie sulla necessità di tenersi a distanza da tutte le sfumature del «rosso» in quanto inesorabilmente «vecchie» ed affette da congenito «settarismo minoraritario». Coerentemente il colore del simbolo scelto per il nuovo gruppo parlamentare è l’arancione.
Comprendo assai bene le ragioni di tale atteggiamento in coloro che solo di recente hanno abbandonato il Pd ed in coloro che a suo tempo avevano scommesso sul centrosinistra «buono» di Bersani. Ma il compito assai difficile che tali componenti del processo in corso si sono date necessita di un salto di qualità analitico, ed insieme di un senso forte delle responsabilità assunte, in grado di relegare nella sfera del contingente, e di un contingente ormai alle spalle, tutti i tatticismi. Quelli sì davvero vecchi, oltre che deleteri.
Condivido il fastidio per l’espressione «cosa rossa». Il termine «cosa» ci tormenta dai tempi delle continue metamorfosi del Pds, ma l’ idiosincrasia del «rosso» che colpisce anche rispettabilissime persone con storie tutte di «sinistra» è la dimostrazione di quanto bene abbia scavato la «vecchia talpa». Quella dei padroni però, non la nostra.
Mi succede assai spesso di utilizzare questa citazione da Mario Tronti: «Una sinistra che non ha il coraggio di dichiararsi erede della storia del movimento operaio non merita di esistere». Sia che le origini della bandiera rossa risalgano al 10 agosto 1789, quando i sanculotti la innalzarono contro le classi dominanti cambiandone segno e dunque simbologia, sia che risalga agli scontri di Merthyr Tydfil nel 1831, quando i minatori gallesi sventolarono le camice insanguinate dei loro compagni uccisi dalle guardie pagate dai padroni delle miniere, il «rosso» e le sue bandiere sono i simboli di cui questa storia è inestricabilmente tessuta. Sono i simboli di quella irriducibilità espressa con mirabile chiarezza allorché gli operai metallurgici inglesi, agli inizi degli anni quaranta dell’Ottocento, dichiarano la necessità di uno sciopero che appariva impossibile con queste parole: «Come uomini non possiamo adattarci alla situazione, è la situazione che deve adattarsi agli uomini». Storie lontane? Come — si dirà — già il Novecento è storia prima di Cristo, lo ha affermato Marchionne e Renzi ha convenuto, ed ora si vogliono addirittura riproporre lezioni ottocentesche? Cosa c’entra l’archeologia con la politica?
Il fatto è, però, che i due secoli e mezzo della nostra contemporaneità, cioè della storia del capitalismo moderno, sono caratterizzati da meccanismi di mutamento secondo ritmi esponenziali e insieme da una straordinaria compattezza. La stessa storia insomma, si è svolta, e si sta svolgendo secondo temporalità diverse. Velocissimi mutamenti alla superficie e compattezza negli strati profondi. È indispensabile, dunque, comprendere sia le ragioni sia le logiche dei meccanismi di mutamento.
Le «forme» assunte dalla necessità assoluta della continua accumulazione, sebbene non appartengano agli strati profondi, hanno caratteri di «novità» veri, per cui altrettanto nuove devono essere le «forme» oppositive. Chi, dalla nostra parte, oggi vuole costruire un soggetto politico non «novello», ma davvero nuovo, deve, però, muoversi all’interno di quel complesso di relazioni che continua a legare gli strati profondi a quelli di superficie. E gli strumenti necessari, anche se non sufficienti, sia teorici che politici, sono stati forgiati nell’ambito della lunga storia dei «rossi».
Il perdurante esorcismo nei confronti dei «rossi» produce curiosi paradossi. Se noi leggiamo in parallelo il documento costitutivo del percorso di quella che la pubblicistica chiama comunemente «cosa rossa» ed una serie di argomentazioni (Tesi) che Carlo Galli, uscendo dal Pd, pone a base della costruzione di una sinistra democratica sociale repubblicana («idee controluce», 26 ottobre), è del tutto evidente come sia questo secondo testo ad avere una più «rossa» caratterizzazione. Nel breve articolo il termine «capitalismo» è usato per ben sei volte. Nessuna nel primo documento, dove il riferimento principale della contraddizione strategica riguarda un generico «neoliberismo». Galli invece delinea un’analisi strutturale degli elementi contraddittori dell’attuale «forma capitalismo» ed usa esattamente questa espressione. Contemporaneamente Carlo Galli non intende partecipare alla costruzione di una «cosa rossa». Carlo Galli insomma è analiticamente «rosso» e politicamente «arancione». Vorremmo ci aiutasse a capire.
Il complesso del “rosso”
Il documento Noi ci siamo…, ad esempio, risulta essere piuttosto generico e assai debolmente analitico
Carlo Galli non intende partecipare alla costruzione di una «cosa rossa»
di Paolo Favilli
In questi ultimi giorni la nostra parte (sinistra? «cosa rossa?») ha registrato due positivi segnali: la firma dei rappresentanti di tutta l’area impegnata nella costruzione del nuovo soggetto politico «di sinistra» sotto un documento comune intitolato Noi ci siamo, lanciamo la sfida e la nascita del gruppo parlamentare di Sinistra italiana. Certamente ambedue questi avvenimenti possono essere soggetti a critica per il ritardo — colpevole e dai rischi esiziali — con cui siamo arrivati a questo primo passo.
E per il fatto che nella loro manifestazione appaiono evidenti «eredità di sconfitte, arretramenti, traversie e divisioni che hanno creato sfiducia e lacerato relazioni» (Carra, il manifesto, 7 novembre).
Il documento Noi ci siamo…, ad esempio, risulta essere piuttosto generico e assai debolmente analitico; nello stesso tempo, però, contiene anche impegnative discriminanti che, se prese sul serio dai contraenti — e devono essere prese sul serio — saranno certamente portatrici di una stagione politica veramente nuova per la nostra parte. Sarebbero gravissime le responsabilità di chi facesse fallire il processo per il prevalere delle logiche che hanno portato a «sconfitte, arretramenti, traversie, divisioni».
Anche nei modi della formazione del gruppo parlamentare di «Sinistra italiana», del resto, sono presenti tracce di quelle antiche (e recenti) vicissitudini. In particolare la scarsa propensione ad andare alla radice dell’attuale fase politica di cui gli assestamenti in corso restano fenomeni di superficie. Da ciò la ripetizione di logore litanie sulla necessità di tenersi a distanza da tutte le sfumature del «rosso» in quanto inesorabilmente «vecchie» ed affette da congenito «settarismo minoraritario». Coerentemente il colore del simbolo scelto per il nuovo gruppo parlamentare è l’arancione.
Comprendo assai bene le ragioni di tale atteggiamento in coloro che solo di recente hanno abbandonato il Pd ed in coloro che a suo tempo avevano scommesso sul centrosinistra «buono» di Bersani. Ma il compito assai difficile che tali componenti del processo in corso si sono date necessita di un salto di qualità analitico, ed insieme di un senso forte delle responsabilità assunte, in grado di relegare nella sfera del contingente, e di un contingente ormai alle spalle, tutti i tatticismi. Quelli sì davvero vecchi, oltre che deleteri.
Condivido il fastidio per l’espressione «cosa rossa». Il termine «cosa» ci tormenta dai tempi delle continue metamorfosi del Pds, ma l’ idiosincrasia del «rosso» che colpisce anche rispettabilissime persone con storie tutte di «sinistra» è la dimostrazione di quanto bene abbia scavato la «vecchia talpa». Quella dei padroni però, non la nostra.
Mi succede assai spesso di utilizzare questa citazione da Mario Tronti: «Una sinistra che non ha il coraggio di dichiararsi erede della storia del movimento operaio non merita di esistere». Sia che le origini della bandiera rossa risalgano al 10 agosto 1789, quando i sanculotti la innalzarono contro le classi dominanti cambiandone segno e dunque simbologia, sia che risalga agli scontri di Merthyr Tydfil nel 1831, quando i minatori gallesi sventolarono le camice insanguinate dei loro compagni uccisi dalle guardie pagate dai padroni delle miniere, il «rosso» e le sue bandiere sono i simboli di cui questa storia è inestricabilmente tessuta. Sono i simboli di quella irriducibilità espressa con mirabile chiarezza allorché gli operai metallurgici inglesi, agli inizi degli anni quaranta dell’Ottocento, dichiarano la necessità di uno sciopero che appariva impossibile con queste parole: «Come uomini non possiamo adattarci alla situazione, è la situazione che deve adattarsi agli uomini». Storie lontane? Come — si dirà — già il Novecento è storia prima di Cristo, lo ha affermato Marchionne e Renzi ha convenuto, ed ora si vogliono addirittura riproporre lezioni ottocentesche? Cosa c’entra l’archeologia con la politica?
Il fatto è, però, che i due secoli e mezzo della nostra contemporaneità, cioè della storia del capitalismo moderno, sono caratterizzati da meccanismi di mutamento secondo ritmi esponenziali e insieme da una straordinaria compattezza. La stessa storia insomma, si è svolta, e si sta svolgendo secondo temporalità diverse. Velocissimi mutamenti alla superficie e compattezza negli strati profondi. È indispensabile, dunque, comprendere sia le ragioni sia le logiche dei meccanismi di mutamento.
Le «forme» assunte dalla necessità assoluta della continua accumulazione, sebbene non appartengano agli strati profondi, hanno caratteri di «novità» veri, per cui altrettanto nuove devono essere le «forme» oppositive. Chi, dalla nostra parte, oggi vuole costruire un soggetto politico non «novello», ma davvero nuovo, deve, però, muoversi all’interno di quel complesso di relazioni che continua a legare gli strati profondi a quelli di superficie. E gli strumenti necessari, anche se non sufficienti, sia teorici che politici, sono stati forgiati nell’ambito della lunga storia dei «rossi».
Il perdurante esorcismo nei confronti dei «rossi» produce curiosi paradossi. Se noi leggiamo in parallelo il documento costitutivo del percorso di quella che la pubblicistica chiama comunemente «cosa rossa» ed una serie di argomentazioni (Tesi) che Carlo Galli, uscendo dal Pd, pone a base della costruzione di una sinistra democratica sociale repubblicana («idee controluce», 26 ottobre), è del tutto evidente come sia questo secondo testo ad avere una più «rossa» caratterizzazione. Nel breve articolo il termine «capitalismo» è usato per ben sei volte. Nessuna nel primo documento, dove il riferimento principale della contraddizione strategica riguarda un generico «neoliberismo». Galli invece delinea un’analisi strutturale degli elementi contraddittori dell’attuale «forma capitalismo» ed usa esattamente questa espressione. Contemporaneamente Carlo Galli non intende partecipare alla costruzione di una «cosa rossa». Carlo Galli insomma è analiticamente «rosso» e politicamente «arancione». Vorremmo ci aiutasse a capire.
il manifesto 13.11.15
L’Europa getta la maschera
di Alessandro Dal Lago
Al vertice di La Valletta tra i leader europei e africani ha vinto il cinismo globale. Noi vi diamo un miliardo e ottocento milioni di euro e voi ci tenete i migranti lontani dalle coste e dai confini della Ue. Non bastano, hanno rilanciato subito i leader africani, i quali si divideranno però la mancia, anche se nessuno sa di preciso come e quando. Qualche tempo fa, Angela Merkel, che pure aveva suscitato grande scalpore e simpatia dichiarando di aprire le porte della Germania ai profughi siriani, aveva fatto una proposta simile al governo turco, il quale ha risposto più o meno picche. Qual è il senso di questo mercanteggiamento sulla pelle di centinaia di migliaia di esseri umani?
Facciamo un passo indietro. Offrire un po’ di quattrini in cambio delle repressione dei migranti da parte dei paesi «di fuori» è prassi ventennale in Europa. L’allora ministro Dini propose nel 1995 di aprire campi di detenzione per «clandestini albanesi» in Albania. Un’idea così insensata che Tirana la lasciò subito cadere. I governi italiani hanno sempre stipulato trattati di riammissione con Tunisia, Libia ecc., per lo stesso «nobile» motivo e infischiandosene se, con Gheddafi e Ben Alì, i migranti venivano vessati, spogliati di tutto e fatti morire nel deserto. Dal 2000 in poi, la prassi è divenuta normale per l’Unione europea. Diciamo che da ieri la politica della Ue verso l’Africa ha gettato trionfalmente la maschera.
Salvini, Le Pen, Grillo, Pegida ecc. diranno che è troppo poco, ma in fondo ammetteranno che questa è la strada giusta. «Aiutiamoli a casa loro!» non era forse uno slogan di Bossi?
Ora, la realtà, secondo stime della World Bank, è che solo una quota minima di migranti sub-sahariani (il 30% del totale) sceglie di spostarsi verso l’Europa, mentre più della metà migrano verso altri paesi africani e una piccola quota in Asia In altre parole, anche l’Africa è soprattutto terra di immigrazione. Analogamente, gran parte dei rifugiati e profughi di guerra è ospitata non in Europa, ma in Turchia, Giordania, Libia o e così via. Come spiegare allora il vertice di La Valletta?
Si tratta di una sorta di esternalizzazione preventiva, il cui scopo è scaricare sui paesi africani il controllo sia dei loro migranti e profughi, sia di quelli, provenienti dall’Asia, che scegliessero le rotte africane dopo la chiusura delle frontiere mediterranee e balcaniche. E come? In sostanza, incarcerando migranti e profughi, in lager vecchi o nuovi, grazie alla carità pelosa della Ue, in attesa che la situazione in Tunisia, Libia (e Siria) si chiarisca, magari con qualche bombardamento o intervento limitato. D’altronde, niente di nuovo sotto il sole: è da una quindicina d’anni che paesi come il Marocco o la Tunisia allestiscono Cpt a vantaggio dell’Europa.
E così lo scenario che si disegna è quella di un continente di 480 milioni di abitanti che dice di andare in crisi per l’arrivo di alcune centinaia di migliaia di persone, che sigilla le frontiere nei già turbolenti Balcani provocando una crisi dopo l’altra tra Austria, Ungheria, Slovenia, Croazia ecc., che si fa condizionare da nazisti o da gente alleata di Casa Pound, che dice di combattere i trafficanti per tener fuori migranti e profughi – e che soprattutto sta militarizzando il Mediterraneo, intasandolo di fregate e cannoniere, manco fossimo nel caos che ha preceduto la prima guerra mondiale.
Queste centinaia di migliaia di esseri umani in fuga dalla guerra o della fame sono divenuti merce di scambio e ricatto politico tra maggioranze e opposizioni, tra governi europei e potenze emergenti, tra Ue e stati africani o asiatici. Un bambino morto su una spiaggia turca emoziona il mondo, ma l’emozione sfuma in pochi giorni e lascia lo spazio a queste tremende burocrazie europee e statali con le loro organizzazioni e nuove missioni dai nomi dementi, Frontex, Triton, Eunavfor Med e altre che inevitabilmente impareremo a conoscere. Tutte prive di senso rispetto al loro obiettivo sbandierato di salvare vite umane, ma tutte coerenti nel controllare, registrare e internare.
In questo panorama di sigle, dichiarazioni, accordi, leggi prive di senso, facce feroci di ministri e migliaia di poveri annegati, spicca il sorriso vacuo di Renzi. Certo l’Italia non è più sola. È davvero in buona compagnia.
L’Europa getta la maschera
di Alessandro Dal Lago
Al vertice di La Valletta tra i leader europei e africani ha vinto il cinismo globale. Noi vi diamo un miliardo e ottocento milioni di euro e voi ci tenete i migranti lontani dalle coste e dai confini della Ue. Non bastano, hanno rilanciato subito i leader africani, i quali si divideranno però la mancia, anche se nessuno sa di preciso come e quando. Qualche tempo fa, Angela Merkel, che pure aveva suscitato grande scalpore e simpatia dichiarando di aprire le porte della Germania ai profughi siriani, aveva fatto una proposta simile al governo turco, il quale ha risposto più o meno picche. Qual è il senso di questo mercanteggiamento sulla pelle di centinaia di migliaia di esseri umani?
Facciamo un passo indietro. Offrire un po’ di quattrini in cambio delle repressione dei migranti da parte dei paesi «di fuori» è prassi ventennale in Europa. L’allora ministro Dini propose nel 1995 di aprire campi di detenzione per «clandestini albanesi» in Albania. Un’idea così insensata che Tirana la lasciò subito cadere. I governi italiani hanno sempre stipulato trattati di riammissione con Tunisia, Libia ecc., per lo stesso «nobile» motivo e infischiandosene se, con Gheddafi e Ben Alì, i migranti venivano vessati, spogliati di tutto e fatti morire nel deserto. Dal 2000 in poi, la prassi è divenuta normale per l’Unione europea. Diciamo che da ieri la politica della Ue verso l’Africa ha gettato trionfalmente la maschera.
Salvini, Le Pen, Grillo, Pegida ecc. diranno che è troppo poco, ma in fondo ammetteranno che questa è la strada giusta. «Aiutiamoli a casa loro!» non era forse uno slogan di Bossi?
Ora, la realtà, secondo stime della World Bank, è che solo una quota minima di migranti sub-sahariani (il 30% del totale) sceglie di spostarsi verso l’Europa, mentre più della metà migrano verso altri paesi africani e una piccola quota in Asia In altre parole, anche l’Africa è soprattutto terra di immigrazione. Analogamente, gran parte dei rifugiati e profughi di guerra è ospitata non in Europa, ma in Turchia, Giordania, Libia o e così via. Come spiegare allora il vertice di La Valletta?
Si tratta di una sorta di esternalizzazione preventiva, il cui scopo è scaricare sui paesi africani il controllo sia dei loro migranti e profughi, sia di quelli, provenienti dall’Asia, che scegliessero le rotte africane dopo la chiusura delle frontiere mediterranee e balcaniche. E come? In sostanza, incarcerando migranti e profughi, in lager vecchi o nuovi, grazie alla carità pelosa della Ue, in attesa che la situazione in Tunisia, Libia (e Siria) si chiarisca, magari con qualche bombardamento o intervento limitato. D’altronde, niente di nuovo sotto il sole: è da una quindicina d’anni che paesi come il Marocco o la Tunisia allestiscono Cpt a vantaggio dell’Europa.
E così lo scenario che si disegna è quella di un continente di 480 milioni di abitanti che dice di andare in crisi per l’arrivo di alcune centinaia di migliaia di persone, che sigilla le frontiere nei già turbolenti Balcani provocando una crisi dopo l’altra tra Austria, Ungheria, Slovenia, Croazia ecc., che si fa condizionare da nazisti o da gente alleata di Casa Pound, che dice di combattere i trafficanti per tener fuori migranti e profughi – e che soprattutto sta militarizzando il Mediterraneo, intasandolo di fregate e cannoniere, manco fossimo nel caos che ha preceduto la prima guerra mondiale.
Queste centinaia di migliaia di esseri umani in fuga dalla guerra o della fame sono divenuti merce di scambio e ricatto politico tra maggioranze e opposizioni, tra governi europei e potenze emergenti, tra Ue e stati africani o asiatici. Un bambino morto su una spiaggia turca emoziona il mondo, ma l’emozione sfuma in pochi giorni e lascia lo spazio a queste tremende burocrazie europee e statali con le loro organizzazioni e nuove missioni dai nomi dementi, Frontex, Triton, Eunavfor Med e altre che inevitabilmente impareremo a conoscere. Tutte prive di senso rispetto al loro obiettivo sbandierato di salvare vite umane, ma tutte coerenti nel controllare, registrare e internare.
In questo panorama di sigle, dichiarazioni, accordi, leggi prive di senso, facce feroci di ministri e migliaia di poveri annegati, spicca il sorriso vacuo di Renzi. Certo l’Italia non è più sola. È davvero in buona compagnia.
il manifesto 13.11.15
La Campania bollente
L'inchiesta. Il governatore accusa il suo ex braccio destro Mastursi, «ha sbagliato». Mentre escono nuove intercettazioni. La giudice Scognamiglio trasferita
Cresce la tensione nel Pd, Renzi preoccupato
di Adriana Pollice
«Io sono stato un signore, e voi niente. Se non devo avere niente mi sgancio». E ancora: «Io non faccio il direttore generale e va bene, però tu non farai il presidente della giunta regionale. Io perdo 5 tu perdi 100»: Guglielmo Manna, marito della giudice Anna Scognamiglio, viene intercettato il 20 agosto in auto con l’avvocato Gianfranco Brancaccio, tra i legali di Vincenzo De Luca. E’ una delle conversazioni che tiene il governatore sulla graticola.
«Ai magistrati dirò che non so niente di niente»: De Luca ha riproposto ieri la sua arringa difensiva alla web tv del Mattino. «Trasparenza», ripete, anche se sulle dimissioni del suo capo segreteria, Nello Mastursi, l’imperativo è stato messo da parte, tacendo sull’inchiesta che coinvolge anche lui, la giudice Scognamiglio e Manna accusati, con altri tre, di corruzione per induzione. Manna avrebbe chiesto tramite Mastursi un posto di rilievo nella sanità, minacciando altrimenti un giudizio sfavorevole della moglie, giudice del Tribunale civile, chiamata in due occasioni a esprimersi sulla sospensione degli effetti della legge Severino. De Luca avrebbe taciuto, non denunciando il ricatto.
Mastursi, suo fedelissimo dai tempi di Salerno, viene scaricato senza appello: «Le dimissioni sono state una sua scelta e un atto di sensibilità. Il suo comportamento però è stato sbagliato e infatti non c’è più. Non è Winston Churchill né Cavour. È una persona che fa il suo lavoro». Ma Mastursi è quello che ha curato la campagna elettorale per De Luca, il responsabile delle liste d’appoggio costate la polemica sugli impresentabili. La versione ufficiale è che Mastursi non ha raccontato a nessuno, neppure al capo, cosa stesse accadendo minimizzando la perquisizione subita il 19 ottobre a casa e in ufficio in regione: «Quando mi informò del sequestro del cellulare, mi rispose che si trattava di una cosa insignificante». E in merito ai pronunciamenti sulla Severino: «Mastursi sapeva prima della sentenza? Credo che stiamo arrivando all’assurdo. Al massimo avrà saputo dagli avvocati. Nessuno mi ha mai parlato del signor Manna». Ma non è una difesa la sua, precisa De Luca: «Siamo in una posizione di sfida e non sotto attacco, come Regione Campania. Chi pensa di fare un assedio riceverà secchiate di olio bollente». E nemmeno il silenzio imbarazzato di Matteo Renzi (che sarebbe furioso per la vicenda ma, in attesa di chiarimenti diretti da parte del governatore, si limita a non difenderlo pubblicamente) lo preoccupa: «Il premier era all’estero, non l’ho sentito. Sostegno dal Pd? sono autonomo», chiarisce De Luca. Lunedì in consiglio regionale dovrà riferire sulle dimissioni di Mastursi.
Le intercettazioni raccolte dalla procura di Napoli, passate per competenza a Roma, seminano dubbi. «Abbiamo finito, è fatta» il 17 luglio Scognamiglio avvisa il marito dopo aver scritto la sentenza che consente al governatore di rimanere in carica. Manna invia un sms a un componente dello staff del governatore: «E’ andata come previsto». Ancora a telefono annuncia alla moglie di essere stato convocato e lei: «Domani?», Manna: «Sì in Regione. Ora vedi sto partendo». Scognamiglio riprende: «Se dovesse essere quello, te ne vai in ferie e parti. Speriamo bene». Manna è esplicito: «Dovrebbe essere Napoli 1, gira voce. Non ho chiesto Napoli, ma Avellino, Caserta e Benevento». Il giorno dopo Manna riferisce: «Sono stato segnato su una specie di bloc notes». L’inchiesta dovrebbe chiudersi in tempi brevi, probabilmente senza ascoltare gli indagati, anche se il sito Italia Ora ipotizza che una delle persone coinvolte stia collaborando con gli inquirenti.
La giudice Scognamiglio è stata trasferita d’ufficio ad altra sezione per incompatibilità mentre il Procuratore generale della Cassazione, Pasquale Ciccolo, ha avviato accertamenti preliminari. In corso un procedimento presso il Csm e anche l’Anm ha chiesto gli atti. Per il marito, consulente legale dell’ospedale Santobono, la struttura sta valutando provvedimenti disciplinari.
Nel Pd fortissimo nervosismo per essere stati tenuti all’oscuro. Renzi, a margine del summit a La Valletta, glissa: «Me lo chiedete qui a Malta?». Lunedì si riunirà la segreteria campana dem con parlamentari e consiglieri regionali ma già ieri pomeriggio ci sarebbe stato un primo incontro tra i parlamentari e il vicesegretario Guerini. Sul tavolo potrebbe esserci un congresso straordinario o il commissariamento del partito locale, forzare un ricambio anche a costo dei voti alle comunali. Matteo Orfini è cauto: «Aspettiamo di capire quello che uscirà dalle carte». Il ministro della giustizia Orlando sottolinea: «In Campania avrei sostenuto un altro candidato». Se l’inchiesta si mettesse male il Pd gli volterebbe rapidamente le spalle. Chiedono le dimissioni Si, i 5Stelle e la destra.
La Campania bollente
L'inchiesta. Il governatore accusa il suo ex braccio destro Mastursi, «ha sbagliato». Mentre escono nuove intercettazioni. La giudice Scognamiglio trasferita
Cresce la tensione nel Pd, Renzi preoccupato
di Adriana Pollice
«Io sono stato un signore, e voi niente. Se non devo avere niente mi sgancio». E ancora: «Io non faccio il direttore generale e va bene, però tu non farai il presidente della giunta regionale. Io perdo 5 tu perdi 100»: Guglielmo Manna, marito della giudice Anna Scognamiglio, viene intercettato il 20 agosto in auto con l’avvocato Gianfranco Brancaccio, tra i legali di Vincenzo De Luca. E’ una delle conversazioni che tiene il governatore sulla graticola.
«Ai magistrati dirò che non so niente di niente»: De Luca ha riproposto ieri la sua arringa difensiva alla web tv del Mattino. «Trasparenza», ripete, anche se sulle dimissioni del suo capo segreteria, Nello Mastursi, l’imperativo è stato messo da parte, tacendo sull’inchiesta che coinvolge anche lui, la giudice Scognamiglio e Manna accusati, con altri tre, di corruzione per induzione. Manna avrebbe chiesto tramite Mastursi un posto di rilievo nella sanità, minacciando altrimenti un giudizio sfavorevole della moglie, giudice del Tribunale civile, chiamata in due occasioni a esprimersi sulla sospensione degli effetti della legge Severino. De Luca avrebbe taciuto, non denunciando il ricatto.
Mastursi, suo fedelissimo dai tempi di Salerno, viene scaricato senza appello: «Le dimissioni sono state una sua scelta e un atto di sensibilità. Il suo comportamento però è stato sbagliato e infatti non c’è più. Non è Winston Churchill né Cavour. È una persona che fa il suo lavoro». Ma Mastursi è quello che ha curato la campagna elettorale per De Luca, il responsabile delle liste d’appoggio costate la polemica sugli impresentabili. La versione ufficiale è che Mastursi non ha raccontato a nessuno, neppure al capo, cosa stesse accadendo minimizzando la perquisizione subita il 19 ottobre a casa e in ufficio in regione: «Quando mi informò del sequestro del cellulare, mi rispose che si trattava di una cosa insignificante». E in merito ai pronunciamenti sulla Severino: «Mastursi sapeva prima della sentenza? Credo che stiamo arrivando all’assurdo. Al massimo avrà saputo dagli avvocati. Nessuno mi ha mai parlato del signor Manna». Ma non è una difesa la sua, precisa De Luca: «Siamo in una posizione di sfida e non sotto attacco, come Regione Campania. Chi pensa di fare un assedio riceverà secchiate di olio bollente». E nemmeno il silenzio imbarazzato di Matteo Renzi (che sarebbe furioso per la vicenda ma, in attesa di chiarimenti diretti da parte del governatore, si limita a non difenderlo pubblicamente) lo preoccupa: «Il premier era all’estero, non l’ho sentito. Sostegno dal Pd? sono autonomo», chiarisce De Luca. Lunedì in consiglio regionale dovrà riferire sulle dimissioni di Mastursi.
Le intercettazioni raccolte dalla procura di Napoli, passate per competenza a Roma, seminano dubbi. «Abbiamo finito, è fatta» il 17 luglio Scognamiglio avvisa il marito dopo aver scritto la sentenza che consente al governatore di rimanere in carica. Manna invia un sms a un componente dello staff del governatore: «E’ andata come previsto». Ancora a telefono annuncia alla moglie di essere stato convocato e lei: «Domani?», Manna: «Sì in Regione. Ora vedi sto partendo». Scognamiglio riprende: «Se dovesse essere quello, te ne vai in ferie e parti. Speriamo bene». Manna è esplicito: «Dovrebbe essere Napoli 1, gira voce. Non ho chiesto Napoli, ma Avellino, Caserta e Benevento». Il giorno dopo Manna riferisce: «Sono stato segnato su una specie di bloc notes». L’inchiesta dovrebbe chiudersi in tempi brevi, probabilmente senza ascoltare gli indagati, anche se il sito Italia Ora ipotizza che una delle persone coinvolte stia collaborando con gli inquirenti.
La giudice Scognamiglio è stata trasferita d’ufficio ad altra sezione per incompatibilità mentre il Procuratore generale della Cassazione, Pasquale Ciccolo, ha avviato accertamenti preliminari. In corso un procedimento presso il Csm e anche l’Anm ha chiesto gli atti. Per il marito, consulente legale dell’ospedale Santobono, la struttura sta valutando provvedimenti disciplinari.
Nel Pd fortissimo nervosismo per essere stati tenuti all’oscuro. Renzi, a margine del summit a La Valletta, glissa: «Me lo chiedete qui a Malta?». Lunedì si riunirà la segreteria campana dem con parlamentari e consiglieri regionali ma già ieri pomeriggio ci sarebbe stato un primo incontro tra i parlamentari e il vicesegretario Guerini. Sul tavolo potrebbe esserci un congresso straordinario o il commissariamento del partito locale, forzare un ricambio anche a costo dei voti alle comunali. Matteo Orfini è cauto: «Aspettiamo di capire quello che uscirà dalle carte». Il ministro della giustizia Orlando sottolinea: «In Campania avrei sostenuto un altro candidato». Se l’inchiesta si mettesse male il Pd gli volterebbe rapidamente le spalle. Chiedono le dimissioni Si, i 5Stelle e la destra.
il manifesto 13.11.15
Coppie di fatto e non di patto
Report Istat 2014. Le coppie italiane scelgono sempre più la convivenza (oltre un milione, il doppio del 2008) e sempre meno il matrimonio
Un bimbo su quattro nasce da non coniugati
Il ministro Orlando: «Unioni civili, esigenza politica entro l’anno»
Da Radio Vaticana l’attacco del Forum delle famiglie: «Le nozze totalmente delegittimate»
di Gilda Maussier
Di fatto e non di patto. Malgrado l’assenza di diritti acquisiti, le coppie italiane scelgono sempre più la convivenza (oltre un milione di unioni more uxorio nel 2014: il doppio del 2008 e quasi 10 volte in più che nel 1994 per i celibi e le nubili) e sempre meno il matrimonio. Che solo al Sud si celebra ancora in maggioranza con rito religioso. I giovani, in particolare, sono i più scettici rispetto alle nozze e nel 2014 più di un bambino su quattro è nato da genitori non coniugati. E a calare sono soprattutto le prime nozze. In sostanza, è più facile che ci riprovi chi ha fallito precedenti matrimoni, che ormai durano non più di 16 anni in media, e quelli più recenti sempre meno.
L’Istat lo chiama «processo di secolarizzazione dei comportamenti familiari» degli italiani. E in effetti, oltre alla crisi, alla precarizzazione delle vite, al calo delle nascite e dunque alla conseguente diminuzione della popolazione giovanile, sembrerebbe proprio che il trend descritto nel report «Matrimoni separazioni e divorzi 2014» segua anche il passo della modernizzazione, dell’emancipazione culturale e della liberazione dai retaggi religiosi. E non appaia come una contraddizione — anzi, è una conferma — il fatto che i matrimoni celebrati con riti religiosi siano più stabili di quelli civili.
Il trend si conferma in discesa: nel 2014 sono stati celebrati quasi 190 mila matrimoni, circa 4.300 in meno rispetto all’anno precedente, anche se il calo è più contenuto rispetto alle 10 mila nozze in meno l’anno del quinquennio 2009–2013. La “crisi” riguarda soprattutto le prime nozze tra cittadini italiani (oltre il 76% in meno negli ultimi 5 anni, in calo del 25% dal 2008 per gli under 35). I matrimoni civili superano quelli religiosi al Nord (55%) e al Centro (51%). «Se nel 1995 una sola regione (il Trentino) aveva una quota di matrimoni civili di italiani superiore al 20%, venti anni dopo solo 4 regioni si trovano al di sotto di tale soglia: Puglia (17,9%), Molise (17,3%), Basilicata (12,3%) e Calabria (10,9%)», si legge nel Report Istat. Le unioni in cui almeno uno dei due sposi è straniero (prevalentemente la donna, una su due cittadina dell’Est Europa) sono circa 24 mila, in calo di 1.850 unità sul 2013. Ma la «flessione più marcata», tra i matrimoni misti, è quella con spose italiane.
«Meno matrimoni, meno divorzi», riferisce l’Istat. Nel 2014 le separazioni sono state 89.303 e i divorzi 52.355. «Se da un lato i matrimoni risultano in diminuzione negli ultimi 20 anni, dall’altro le separazioni sono aumentate del 70,7% e i divorzi sono quasi raddoppiati. Questo trend registra nel periodo più recente un rallentamento: le separazioni nel 2014 sono a livelli pressoché analoghi a quelli medi degli ultimi 4 anni, mentre i divorzi del 2014 sono circa 2 mila in meno rispetto al 2008» Ma se le separazioni sono più frequenti al Nord, l’incremento è maggiore al Sud. E avvengono per l’uomo in media a 47 anni e per le donne a 44, ma sono in aumento quelle tra coniugi ultrasessantenni. Il 76,2% delle separazioni e il 65,4% dei divorzi hanno riguardato coppie con figli, ma l’affido è condiviso per scelta nell’89,4% dei casi.
L’Associazione matrimonialisti italiani spiega che a cambiare sono anche i motivi di divorzio: «Ben il 30% ha come causa problemi sessuali». Ma per il Forum delle Associazioni Familiari «il matrimonio è stato totalmente delegittimato — è il commento rilasciato ai microfoni di Radio Vaticana — È come se non ci fosse più la consapevolezza che fare famiglia ha un livello di cittadinanza pubblica. Quel pezzo di carta purtroppo non serve a niente». Il problema per gli ultrà cattolici ovviamente sta nel riconoscimento delle unioni civili.
«Un vuoto» legislativo, come lo ha chiamato ieri il Guardasigilli Andrea Orlando ricordando che così «dice la Corte di Strasburgo»: «Ma al di là di questo — aggiunge — credo sia un’esigenza politica. Credo che questi riconoscimenti possano avere un’approvazione trasversale, come successo per divorzio e aborto. E spero che questo tema sia affrontato subito dopo la legge di Stabilità, entro l’anno».
Coppie di fatto e non di patto
Report Istat 2014. Le coppie italiane scelgono sempre più la convivenza (oltre un milione, il doppio del 2008) e sempre meno il matrimonio
Un bimbo su quattro nasce da non coniugati
Il ministro Orlando: «Unioni civili, esigenza politica entro l’anno»
Da Radio Vaticana l’attacco del Forum delle famiglie: «Le nozze totalmente delegittimate»
di Gilda Maussier
Di fatto e non di patto. Malgrado l’assenza di diritti acquisiti, le coppie italiane scelgono sempre più la convivenza (oltre un milione di unioni more uxorio nel 2014: il doppio del 2008 e quasi 10 volte in più che nel 1994 per i celibi e le nubili) e sempre meno il matrimonio. Che solo al Sud si celebra ancora in maggioranza con rito religioso. I giovani, in particolare, sono i più scettici rispetto alle nozze e nel 2014 più di un bambino su quattro è nato da genitori non coniugati. E a calare sono soprattutto le prime nozze. In sostanza, è più facile che ci riprovi chi ha fallito precedenti matrimoni, che ormai durano non più di 16 anni in media, e quelli più recenti sempre meno.
L’Istat lo chiama «processo di secolarizzazione dei comportamenti familiari» degli italiani. E in effetti, oltre alla crisi, alla precarizzazione delle vite, al calo delle nascite e dunque alla conseguente diminuzione della popolazione giovanile, sembrerebbe proprio che il trend descritto nel report «Matrimoni separazioni e divorzi 2014» segua anche il passo della modernizzazione, dell’emancipazione culturale e della liberazione dai retaggi religiosi. E non appaia come una contraddizione — anzi, è una conferma — il fatto che i matrimoni celebrati con riti religiosi siano più stabili di quelli civili.
Il trend si conferma in discesa: nel 2014 sono stati celebrati quasi 190 mila matrimoni, circa 4.300 in meno rispetto all’anno precedente, anche se il calo è più contenuto rispetto alle 10 mila nozze in meno l’anno del quinquennio 2009–2013. La “crisi” riguarda soprattutto le prime nozze tra cittadini italiani (oltre il 76% in meno negli ultimi 5 anni, in calo del 25% dal 2008 per gli under 35). I matrimoni civili superano quelli religiosi al Nord (55%) e al Centro (51%). «Se nel 1995 una sola regione (il Trentino) aveva una quota di matrimoni civili di italiani superiore al 20%, venti anni dopo solo 4 regioni si trovano al di sotto di tale soglia: Puglia (17,9%), Molise (17,3%), Basilicata (12,3%) e Calabria (10,9%)», si legge nel Report Istat. Le unioni in cui almeno uno dei due sposi è straniero (prevalentemente la donna, una su due cittadina dell’Est Europa) sono circa 24 mila, in calo di 1.850 unità sul 2013. Ma la «flessione più marcata», tra i matrimoni misti, è quella con spose italiane.
«Meno matrimoni, meno divorzi», riferisce l’Istat. Nel 2014 le separazioni sono state 89.303 e i divorzi 52.355. «Se da un lato i matrimoni risultano in diminuzione negli ultimi 20 anni, dall’altro le separazioni sono aumentate del 70,7% e i divorzi sono quasi raddoppiati. Questo trend registra nel periodo più recente un rallentamento: le separazioni nel 2014 sono a livelli pressoché analoghi a quelli medi degli ultimi 4 anni, mentre i divorzi del 2014 sono circa 2 mila in meno rispetto al 2008» Ma se le separazioni sono più frequenti al Nord, l’incremento è maggiore al Sud. E avvengono per l’uomo in media a 47 anni e per le donne a 44, ma sono in aumento quelle tra coniugi ultrasessantenni. Il 76,2% delle separazioni e il 65,4% dei divorzi hanno riguardato coppie con figli, ma l’affido è condiviso per scelta nell’89,4% dei casi.
L’Associazione matrimonialisti italiani spiega che a cambiare sono anche i motivi di divorzio: «Ben il 30% ha come causa problemi sessuali». Ma per il Forum delle Associazioni Familiari «il matrimonio è stato totalmente delegittimato — è il commento rilasciato ai microfoni di Radio Vaticana — È come se non ci fosse più la consapevolezza che fare famiglia ha un livello di cittadinanza pubblica. Quel pezzo di carta purtroppo non serve a niente». Il problema per gli ultrà cattolici ovviamente sta nel riconoscimento delle unioni civili.
«Un vuoto» legislativo, come lo ha chiamato ieri il Guardasigilli Andrea Orlando ricordando che così «dice la Corte di Strasburgo»: «Ma al di là di questo — aggiunge — credo sia un’esigenza politica. Credo che questi riconoscimenti possano avere un’approvazione trasversale, come successo per divorzio e aborto. E spero che questo tema sia affrontato subito dopo la legge di Stabilità, entro l’anno».
il manifesto 13.11.15
Giannini contro i sindacati della scuola in sciopero: «studino di più»
Movimenti. Oggi sciopero generale dei sindacati di base contro la "Cattiva scuola".
Bernocchi (Cobas): "Dal punto di vista dello studio la ministra è vicina allo zero perché questa riforma non l'ha fatta lei. I docenti l'hanno già bocciata. E così faranno alle prossime amministrative"
di Roberto Ciccarelli
ROMA La ministra dell’istruzione Stefania Giannini dà, a suo modo, il «benvenuto» ai sindacati di base e alle associazioni dei docenti che oggi manifesteranno a Roma contro la riforma della «Buona scuola», ribattezzata «cattiva scuola». In un’intervista a L’Unità Tv ieri ha detto che «ai sindacati non diamo un voto sufficiente, devono studiare di più». «Il sindacato – ha aggiunto — ha perso un’occasione, cioè la possibilità di stare per una volta dalla parte del cambiamento».
Un assist polemico offerto su un piatto d’argento a Piero Bernocchi, portavoce dei Cobas, che oggi saranno in corteo a Roma dal Ministero dell’Istruzione in viale Trastevere fino al parlamento (ore 10): «Quando Giannini parla della sua riforma esagera, dal punto di vista dello studio è vicina allo zero perché questa riforma non l’ha fatta lei – sostiene Bernocchi — Noi che l’abbiamo studiata bene oggi daremo un segnale. Cercheremo di rendere inapplicabile una riforma che conferisce ai presidi il potere supremo di licenziare, dare premi o punizioni». Nella lettera ai neo-assunti Renzi sostiene che tutti i precari meritano di essere assunti. «Sì ma la metà di loro sono rimasti fuori dalle assunzioni – risponde Bernocchi – Il governo non ripristina nemmeno le risorse tagliate, ma ha avanzato solo la vergognosa proposta di otto euro mensili di aumento».
Alla vostra opposizione, il governo ha affibbiato un’insufficienza. «Dato che i sindacati sono composti da docenti non si può che bocciare questo governo che, ricordo, ha già punito elettoralmente una volta Renzi e il Pd. E lo punirano ancora nei prossimi passaggi elettorali» risponde Bernocchi. L’offensiva anti-sindacale del governo ieri è proseguita a tutto campo, com’è costume dello stile renziano. Il sottosegretario all’Istruzione Toccafondi ha allargato la schiera dei nemici agli studenti: «Le occupazioni arrivano puntuali da 25 anni. Ormai è diventato uno stanco rituale. In Italia sembra quasi che su questo tema della scuola ci siano gli indignati di mestiere, tra i sindacati e anche tra gli studenti». Lo storytelling «governo Renzi-innovatore versus gufi stanchi e passatisti» è stato ripreso letteralmente. Oggi, in piazza, ci saranno anche gli studenti. A Roma sono previsti due cortei: da Porta San Paolo al mattino, il secondo a piazza Sant’Apostoli il pomeriggio. La stessa composizione si sarà a Milano (dalle 9,30 a largo Cairoli).
Il conflitto è tra questa narrazione e le rivendicazioni materiali dei docenti sullo stipendio, sui nuovi poteri nella scuola, le assunzioni. Il governo cerca di delegittimare questi aspetti, opponendo il formalismo dell’efficienza. Un formalismo che non risponde a realtà, secondo i sindacati. Insieme a Unicobas, Cub, Usi, Surf, docenti abilitati Tfa, dirigenti, educatori, personale Ata ci sarà anche l’Anief: «Il governo non può sedersi al tavolo del rinnovo contrattuale senza proporre almeno 110 euro di aumenti e 5mila euro di arretrati per l’illegittimo stop all’indennità di vacanza contrattuale» sostiene Marcello Pacifico che mette in dubbio il premio di merito previsto dalla riforma: «Riguarderà pochissimi lavoratori, sarà gestito dal nuovo comitato di valutazione sul quale il dirigente scolastico avrà comunque l’ultima parola decidendo anche l’entità dei compensi da assegnare».
Giannini contro i sindacati della scuola in sciopero: «studino di più»
Movimenti. Oggi sciopero generale dei sindacati di base contro la "Cattiva scuola".
Bernocchi (Cobas): "Dal punto di vista dello studio la ministra è vicina allo zero perché questa riforma non l'ha fatta lei. I docenti l'hanno già bocciata. E così faranno alle prossime amministrative"
di Roberto Ciccarelli
ROMA La ministra dell’istruzione Stefania Giannini dà, a suo modo, il «benvenuto» ai sindacati di base e alle associazioni dei docenti che oggi manifesteranno a Roma contro la riforma della «Buona scuola», ribattezzata «cattiva scuola». In un’intervista a L’Unità Tv ieri ha detto che «ai sindacati non diamo un voto sufficiente, devono studiare di più». «Il sindacato – ha aggiunto — ha perso un’occasione, cioè la possibilità di stare per una volta dalla parte del cambiamento».
Un assist polemico offerto su un piatto d’argento a Piero Bernocchi, portavoce dei Cobas, che oggi saranno in corteo a Roma dal Ministero dell’Istruzione in viale Trastevere fino al parlamento (ore 10): «Quando Giannini parla della sua riforma esagera, dal punto di vista dello studio è vicina allo zero perché questa riforma non l’ha fatta lei – sostiene Bernocchi — Noi che l’abbiamo studiata bene oggi daremo un segnale. Cercheremo di rendere inapplicabile una riforma che conferisce ai presidi il potere supremo di licenziare, dare premi o punizioni». Nella lettera ai neo-assunti Renzi sostiene che tutti i precari meritano di essere assunti. «Sì ma la metà di loro sono rimasti fuori dalle assunzioni – risponde Bernocchi – Il governo non ripristina nemmeno le risorse tagliate, ma ha avanzato solo la vergognosa proposta di otto euro mensili di aumento».
Alla vostra opposizione, il governo ha affibbiato un’insufficienza. «Dato che i sindacati sono composti da docenti non si può che bocciare questo governo che, ricordo, ha già punito elettoralmente una volta Renzi e il Pd. E lo punirano ancora nei prossimi passaggi elettorali» risponde Bernocchi. L’offensiva anti-sindacale del governo ieri è proseguita a tutto campo, com’è costume dello stile renziano. Il sottosegretario all’Istruzione Toccafondi ha allargato la schiera dei nemici agli studenti: «Le occupazioni arrivano puntuali da 25 anni. Ormai è diventato uno stanco rituale. In Italia sembra quasi che su questo tema della scuola ci siano gli indignati di mestiere, tra i sindacati e anche tra gli studenti». Lo storytelling «governo Renzi-innovatore versus gufi stanchi e passatisti» è stato ripreso letteralmente. Oggi, in piazza, ci saranno anche gli studenti. A Roma sono previsti due cortei: da Porta San Paolo al mattino, il secondo a piazza Sant’Apostoli il pomeriggio. La stessa composizione si sarà a Milano (dalle 9,30 a largo Cairoli).
Il conflitto è tra questa narrazione e le rivendicazioni materiali dei docenti sullo stipendio, sui nuovi poteri nella scuola, le assunzioni. Il governo cerca di delegittimare questi aspetti, opponendo il formalismo dell’efficienza. Un formalismo che non risponde a realtà, secondo i sindacati. Insieme a Unicobas, Cub, Usi, Surf, docenti abilitati Tfa, dirigenti, educatori, personale Ata ci sarà anche l’Anief: «Il governo non può sedersi al tavolo del rinnovo contrattuale senza proporre almeno 110 euro di aumenti e 5mila euro di arretrati per l’illegittimo stop all’indennità di vacanza contrattuale» sostiene Marcello Pacifico che mette in dubbio il premio di merito previsto dalla riforma: «Riguarderà pochissimi lavoratori, sarà gestito dal nuovo comitato di valutazione sul quale il dirigente scolastico avrà comunque l’ultima parola decidendo anche l’entità dei compensi da assegnare».
Corriere 13.11.15
Piccoli e medi editori: in fiera 380 agguerriti «per amore dei libri»
di Edoardo Sassi
Si definiscono «agguerriti, competenti e dinamici». Ma soprattutto «pronti ad affrontare i nuovi scenari». Ovvero non tanto o non solo la grave crisi del settore — oltre il venti per cento di perdite negli ultimi cinque anni per il mercato del libro — quanto la recente acquisizione di Rizzoli libri da parte del colosso Mondadori.
E proprio lo scenario «Mondazzoli» — termine più volte ricorrente ieri nei discorsi dei relatori — ha fatto da convitato di pietra durante la conferenza di presentazione della quattordicesima edizione di «Più libri più liberi», fiera della piccola e media editoria che si svolgerà come sempre a Roma nel Palazzo dei Congressi dell’Eur, dal 4 all’8 dicembre. Cinque giorni di programmazione con un fitto calendario di eventi e incontri (330), ma soprattutto le proposte editoriali sugli stand dei 337 espositori (146 dei quali provenienti da Roma e Lazio) che, è stato detto, avrebbero potuto essere tanti di più. Almeno una quarantina di marchi sono infatti rimasti fuori per mancanza di spazi. E anche per questo in futuro, forse già dal 2017, si sta pensando a un trasferimento della kermesse nella nuova «Nuvola» (soprannome con cui è noto l’erigendo Palacongressi, progetto dell’architetto Massimiliano Fuksas avviato nell’anno 2000), se e quando mai l’opera pubblica sarà completata e funzionante.
Forte di circa cinquantamila visitatori annui, la fiera della piccola e media editoria vanta comunque, come è stato sottolineato ieri, alcuni «suoi» numeri in crescita: un più 1,7 per cento di occupazione nel 2014 e un identico incremento percentuale dei titoli pubblicati, con un totale che oggi rappresenta la metà circa della produzione nazionale (un libro su due di quelli che escono in Italia).
E da questi numeri — sempre ponendo l’accento sulla «diversità culturale» e sulla «non omologazione» — la fiera, promossa e organizzata dall’Associazione italiana editori (Aie) e dunque anche dai grandi editori, riparte. Riparte nonostante una netta contrazione dei fondi pubblici (sia Comune di Roma sia Regione Lazio hanno ridotto il contributo) affiancando all’offerta di vendita delle 380 case editrici presenti (numero superiore a quello degli stand dovuto al fatto che più marchi si suddividono lo spazio) la presenza di nomi di rilievo dello scenario culturale, a partire da colui che è un po’ l’autore-simbolo della piccola e media editoria, Andrea Camilleri, che anche quest’anno tornerà in fiera (6 dicembre) per un incontro con il suo pubblico.
Tanti e diversi i protagonisti annunciati all’Eur, italiani o stranieri, autori o semplici ospiti di una rassegna che per questa edizione ha scelto come slogan «Per amore dei libri»: da Dacia Maraini a Raffaele La Capria, da Niccolò Ammaniti a Erri De Luca, da Nicola Lagioia a Goffredo Fofi, da Giorgo Agamben a Marcello Fois, da Massimo Carlotto a Giancarlo De Cataldo, dal sociologo Marc Lazar — protagonista dell’incontro Italia e Francia due democrazie in crisi. Quali rimedi ? — alla sua connazionale Annie Ernaux, dallo sloveno Boris Pahor al camerunese Yvan Sagnet, classe 1985, leader del primo sciopero di braccianti immigrati in Italia, da lui raccontato in Ama il tuo sogno .
Emergenza Siria, Isis (un incontro in memoria di Khaled al-Asaad, archeologo assassinato perché difendeva i tesori di Palmira), migranti, mafie, passando per il quarantennale della morte di Pasolini, Vatileaks 2 o i giovanissimi youtubers : non c’è praticamente tema della contemporaneità che «Più libri» (www.plpl.it) non sfiori almeno, senza tralasciare grandi protagonisti dello spettacolo tipo Paolo Poli — una sua lettura dei Promessi Sposi l’8 dicembre — o Ornella Vanoni, che presenterà in fiera Piccole storie di Ornella V .
Piccoli e medi editori: in fiera 380 agguerriti «per amore dei libri»
di Edoardo Sassi
Si definiscono «agguerriti, competenti e dinamici». Ma soprattutto «pronti ad affrontare i nuovi scenari». Ovvero non tanto o non solo la grave crisi del settore — oltre il venti per cento di perdite negli ultimi cinque anni per il mercato del libro — quanto la recente acquisizione di Rizzoli libri da parte del colosso Mondadori.
E proprio lo scenario «Mondazzoli» — termine più volte ricorrente ieri nei discorsi dei relatori — ha fatto da convitato di pietra durante la conferenza di presentazione della quattordicesima edizione di «Più libri più liberi», fiera della piccola e media editoria che si svolgerà come sempre a Roma nel Palazzo dei Congressi dell’Eur, dal 4 all’8 dicembre. Cinque giorni di programmazione con un fitto calendario di eventi e incontri (330), ma soprattutto le proposte editoriali sugli stand dei 337 espositori (146 dei quali provenienti da Roma e Lazio) che, è stato detto, avrebbero potuto essere tanti di più. Almeno una quarantina di marchi sono infatti rimasti fuori per mancanza di spazi. E anche per questo in futuro, forse già dal 2017, si sta pensando a un trasferimento della kermesse nella nuova «Nuvola» (soprannome con cui è noto l’erigendo Palacongressi, progetto dell’architetto Massimiliano Fuksas avviato nell’anno 2000), se e quando mai l’opera pubblica sarà completata e funzionante.
Forte di circa cinquantamila visitatori annui, la fiera della piccola e media editoria vanta comunque, come è stato sottolineato ieri, alcuni «suoi» numeri in crescita: un più 1,7 per cento di occupazione nel 2014 e un identico incremento percentuale dei titoli pubblicati, con un totale che oggi rappresenta la metà circa della produzione nazionale (un libro su due di quelli che escono in Italia).
E da questi numeri — sempre ponendo l’accento sulla «diversità culturale» e sulla «non omologazione» — la fiera, promossa e organizzata dall’Associazione italiana editori (Aie) e dunque anche dai grandi editori, riparte. Riparte nonostante una netta contrazione dei fondi pubblici (sia Comune di Roma sia Regione Lazio hanno ridotto il contributo) affiancando all’offerta di vendita delle 380 case editrici presenti (numero superiore a quello degli stand dovuto al fatto che più marchi si suddividono lo spazio) la presenza di nomi di rilievo dello scenario culturale, a partire da colui che è un po’ l’autore-simbolo della piccola e media editoria, Andrea Camilleri, che anche quest’anno tornerà in fiera (6 dicembre) per un incontro con il suo pubblico.
Tanti e diversi i protagonisti annunciati all’Eur, italiani o stranieri, autori o semplici ospiti di una rassegna che per questa edizione ha scelto come slogan «Per amore dei libri»: da Dacia Maraini a Raffaele La Capria, da Niccolò Ammaniti a Erri De Luca, da Nicola Lagioia a Goffredo Fofi, da Giorgo Agamben a Marcello Fois, da Massimo Carlotto a Giancarlo De Cataldo, dal sociologo Marc Lazar — protagonista dell’incontro Italia e Francia due democrazie in crisi. Quali rimedi ? — alla sua connazionale Annie Ernaux, dallo sloveno Boris Pahor al camerunese Yvan Sagnet, classe 1985, leader del primo sciopero di braccianti immigrati in Italia, da lui raccontato in Ama il tuo sogno .
Emergenza Siria, Isis (un incontro in memoria di Khaled al-Asaad, archeologo assassinato perché difendeva i tesori di Palmira), migranti, mafie, passando per il quarantennale della morte di Pasolini, Vatileaks 2 o i giovanissimi youtubers : non c’è praticamente tema della contemporaneità che «Più libri» (www.plpl.it) non sfiori almeno, senza tralasciare grandi protagonisti dello spettacolo tipo Paolo Poli — una sua lettura dei Promessi Sposi l’8 dicembre — o Ornella Vanoni, che presenterà in fiera Piccole storie di Ornella V .
Repubblica 13.11.15
“Bioteologia” la scommessa che riavvicina Dio e Natura
La forza divina dell’evoluzione nel saggio di Vito Mancuso
di Maurizio Ferraris
Hegel ha scritto che il sentimento fondamentale dei tempi moderni è la morte di Dio. A questa diagnosi, ripetuta qualche decennio dopo da Nietzsche, filosofi e teologi hanno dato tre risposte principali. La prima è quella che chiamerei “ermeneutica”: Dio non è morto, ma semplicemente non è stato ancora interpretato per quello che è. La rivelazione è un processo che ha luogo nella storia e che chiede l’intervento attivo dell’uomo, in un processo
di miglioramento storico. La seconda è quella eroica: Dio è morto, dobbiamo attendere un oltreuomo che possa essere un nuovo dio. Purtroppo, se sul conto del vecchio Dio si possono mettere azioni discutibili, il nuovo Dio, come insegna la storia degli ultimi due secoli, non è piazzato meglio. La terza, meno sbandierata ma ben più praticata, è quella che direi “secolaristica”, e che è stata enunciata da Joseph de Maistre: la morte di Dio, quando pure avesse avuto luogo non comporterebbe nessuna conseguenza sul piano della fede e della religione, dal momento che Dio ha lasciato in eredità il proprio potere al Papa, che a questo punto è autorizzato a governare la chiesa in piena autonomia.
Resta una quarta risposta, minoritaria ma a mio avviso più promettente, seguita nella modernità da Schelling e in genere a tutti i filosofi che si sono accostati alla teologia con un atteggiamento naturalistico (ad esempio, Emerson) a cui si ricollega in maniera seria, profonda e autonoma Vito Mancuso in
Dio e il suo destino, appena uscito da Garzanti (pagg. 464, euro 20). L’idea di fondo è che la rivelazione non ha avuto luogo un giorno, nella storia, ma è un processo continuo e non concluso. L’evoluzione ha dato vita a un mondo materiale che è insieme un mondo spirituale in cui ha luogo la manifestazione è l’azione di Dio, sicché tra evoluzione e rivelazione non c’è contrasto ma complementarità.
Il vecchio Dio (che Mancuso chiama “Deus”), il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, ma in buona parte anche di Cristo, non ha mantenuto le sue promesse, e si è presentato anzitutto come un Dio geloso, autoritario e vendicativo. Ha incarnato anzitutto il potere, e non ne sentiremo la nostalgia. E Dio, l’alternativa e il successore di Deus, com’è? Uno degli autori più presenti in Mancuso è Spinoza, e in effetti si sarebbe portati a pensare a una prospettiva panteistica, non troppo diversa, d’altra parte, da quella che Mancuso aveva proposto nel suo fortunatissimo L’anima e il suo destino (Raffaello Cortina 2007). Tuttavia, Mancuso caratterizza la propria posizione come “panenteismo”, che non è un refuso per “panteismo” ma piuttosto il modo in cui molti filosofi hanno evitato l’accusa di spinozismo, che ancora due secoli fa poteva procurare seri guai. Mentre il panteista identifica Dio e il mondo, il panenteista ritiene che il mondo sia incluso in Dio, che ne sia la forza animatrice.
Se il panteismo ha un modello meccanicistico, il panenteismo ha un modello biologistico, è, per così dire, una bioteologia, per la quale Dio è lo slancio vitale che pervade la natura. Il panenteismo di Mancuso deve molto all’evoluzionismo di Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955), il gesuita, filosofo e scienziato francese già molto presente nella sua riflessione sul destino post mortem dell’anima. L’evoluzione non vale solo per la vita, vale per il cosmo intero considerato come un grande animale vivente (secondo l’intuizione di Platone), che si sviluppa a partire da un ricettacolo, la chora, lo spazio neutro da cui hanno origine tutte le cose, e che si presta facilmente a venire riletto in termini biologistici, giacché lo stesso Platone la definisce come “matrice”.
Il discorso fila. Richiamarsi a Dio, anzi, a Deus, non è far ricorso a un vecchio nome di cui si può fare a meno senza per questo escludere il divino? Persone che credevano che il mondo fosse non più vecchio di 6000 anni (era l’idea dominante ancora nell’Ottocento) e che non potessero nascere nuove specie (in gioco era la perfezione del piano divino), non potevano piegare l’esistenza di strutture complesse — fossero il mondo, la mente o il linguaggio — se non ricorrendo all’ipotesi di una creazione divina o di una costruzione concettuale, ossia, per parlare come de Maistre, di una “azione temporale della provvidenza”. È da questa penuria di tempo che deriva la concezione del sommo artigiano, del disegno intelligente. Ma se contiamo su un tempo infinitamente più lungo, sprofondato in quelle che Vico definiva “sterminate antichità”, tutto cambia. Perciò 13,7 miliardi di anni, il tempo che ci separa dalla nascita del tempo, sono più che sufficienti per rendere conto di tutto quello che è accaduto senza l’aiuto di Dio, né come inizio né come termine del processo evolutivo.
Se le cose stanno così, però, sorge un interrogativo molto semplice. C’è ancora bisogno di postulare l’intervento di un logos (o più modestamente di un senso qualsiasi) per rendere conto di un mondo che deve la sua emergenza — tra errori, incoerenze e mostruosità di ogni sorta — solo a una immane disponibilità di tempo, materia ed energia? È, ad esempio, l’idea del filosofo australiano Samuel Alexander (1859-1938) in un libro ai suoi tempi abbastanza famoso: Spazio, tempo e deità (1920). Alexander è considerato il padre dell’emergentismo, cioè di una concezione che Mancuso (a pag. 389) considera coerente con il suo panenteismo, e propone una potente visione cosmogonica, descrivendo uno sviluppo ascendente di livelli dell’essere che prende l’avvio dallo spaziotempo e ascende alla materia, all’organismo, all’uomo e a Dio, concepito come la totalità emergente del mondo.
La differenza tra una prospettiva emergentista radicale e il panenteismo di Mancuso è tutta qui. Per Mancuso tutto è in Dio, compresa l’emergenza del mondo (e, nel mondo, delle svariate idee che sono state formulate su Deus), ma allora abbiamo a che fare o con una riproposizione del Dio creatore, o con un Dio fannullone alla Wittgenstein, con un senso del mondo che è fuori del mondo e che dunque, propriamente, non esiste. Per l’emergentismo radicale, invece, Dio non è ancora, ma non è escluso che, come sono sorte le amebe, il calcolo differenziale e i quartetti di Beethoven venga un giorno in cui, magari tra milioni di anni, a esseri presumibilmente diversissimi da noi si presenti un Dio, «come se un Tu (scriveva Vittorio Sereni) dovesse veramente / ritornare / a liberare i vivi e i morti./ E quante lagrime e seme vanamente sparso».
IL LIBRO Dio e il suo destino di Vito Mancuso (Garzanti)
Cranach Il giardino dell’Eden
“Bioteologia” la scommessa che riavvicina Dio e Natura
La forza divina dell’evoluzione nel saggio di Vito Mancuso
di Maurizio Ferraris
Hegel ha scritto che il sentimento fondamentale dei tempi moderni è la morte di Dio. A questa diagnosi, ripetuta qualche decennio dopo da Nietzsche, filosofi e teologi hanno dato tre risposte principali. La prima è quella che chiamerei “ermeneutica”: Dio non è morto, ma semplicemente non è stato ancora interpretato per quello che è. La rivelazione è un processo che ha luogo nella storia e che chiede l’intervento attivo dell’uomo, in un processo
di miglioramento storico. La seconda è quella eroica: Dio è morto, dobbiamo attendere un oltreuomo che possa essere un nuovo dio. Purtroppo, se sul conto del vecchio Dio si possono mettere azioni discutibili, il nuovo Dio, come insegna la storia degli ultimi due secoli, non è piazzato meglio. La terza, meno sbandierata ma ben più praticata, è quella che direi “secolaristica”, e che è stata enunciata da Joseph de Maistre: la morte di Dio, quando pure avesse avuto luogo non comporterebbe nessuna conseguenza sul piano della fede e della religione, dal momento che Dio ha lasciato in eredità il proprio potere al Papa, che a questo punto è autorizzato a governare la chiesa in piena autonomia.
Resta una quarta risposta, minoritaria ma a mio avviso più promettente, seguita nella modernità da Schelling e in genere a tutti i filosofi che si sono accostati alla teologia con un atteggiamento naturalistico (ad esempio, Emerson) a cui si ricollega in maniera seria, profonda e autonoma Vito Mancuso in
Dio e il suo destino, appena uscito da Garzanti (pagg. 464, euro 20). L’idea di fondo è che la rivelazione non ha avuto luogo un giorno, nella storia, ma è un processo continuo e non concluso. L’evoluzione ha dato vita a un mondo materiale che è insieme un mondo spirituale in cui ha luogo la manifestazione è l’azione di Dio, sicché tra evoluzione e rivelazione non c’è contrasto ma complementarità.
Il vecchio Dio (che Mancuso chiama “Deus”), il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, ma in buona parte anche di Cristo, non ha mantenuto le sue promesse, e si è presentato anzitutto come un Dio geloso, autoritario e vendicativo. Ha incarnato anzitutto il potere, e non ne sentiremo la nostalgia. E Dio, l’alternativa e il successore di Deus, com’è? Uno degli autori più presenti in Mancuso è Spinoza, e in effetti si sarebbe portati a pensare a una prospettiva panteistica, non troppo diversa, d’altra parte, da quella che Mancuso aveva proposto nel suo fortunatissimo L’anima e il suo destino (Raffaello Cortina 2007). Tuttavia, Mancuso caratterizza la propria posizione come “panenteismo”, che non è un refuso per “panteismo” ma piuttosto il modo in cui molti filosofi hanno evitato l’accusa di spinozismo, che ancora due secoli fa poteva procurare seri guai. Mentre il panteista identifica Dio e il mondo, il panenteista ritiene che il mondo sia incluso in Dio, che ne sia la forza animatrice.
Se il panteismo ha un modello meccanicistico, il panenteismo ha un modello biologistico, è, per così dire, una bioteologia, per la quale Dio è lo slancio vitale che pervade la natura. Il panenteismo di Mancuso deve molto all’evoluzionismo di Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955), il gesuita, filosofo e scienziato francese già molto presente nella sua riflessione sul destino post mortem dell’anima. L’evoluzione non vale solo per la vita, vale per il cosmo intero considerato come un grande animale vivente (secondo l’intuizione di Platone), che si sviluppa a partire da un ricettacolo, la chora, lo spazio neutro da cui hanno origine tutte le cose, e che si presta facilmente a venire riletto in termini biologistici, giacché lo stesso Platone la definisce come “matrice”.
Il discorso fila. Richiamarsi a Dio, anzi, a Deus, non è far ricorso a un vecchio nome di cui si può fare a meno senza per questo escludere il divino? Persone che credevano che il mondo fosse non più vecchio di 6000 anni (era l’idea dominante ancora nell’Ottocento) e che non potessero nascere nuove specie (in gioco era la perfezione del piano divino), non potevano piegare l’esistenza di strutture complesse — fossero il mondo, la mente o il linguaggio — se non ricorrendo all’ipotesi di una creazione divina o di una costruzione concettuale, ossia, per parlare come de Maistre, di una “azione temporale della provvidenza”. È da questa penuria di tempo che deriva la concezione del sommo artigiano, del disegno intelligente. Ma se contiamo su un tempo infinitamente più lungo, sprofondato in quelle che Vico definiva “sterminate antichità”, tutto cambia. Perciò 13,7 miliardi di anni, il tempo che ci separa dalla nascita del tempo, sono più che sufficienti per rendere conto di tutto quello che è accaduto senza l’aiuto di Dio, né come inizio né come termine del processo evolutivo.
Se le cose stanno così, però, sorge un interrogativo molto semplice. C’è ancora bisogno di postulare l’intervento di un logos (o più modestamente di un senso qualsiasi) per rendere conto di un mondo che deve la sua emergenza — tra errori, incoerenze e mostruosità di ogni sorta — solo a una immane disponibilità di tempo, materia ed energia? È, ad esempio, l’idea del filosofo australiano Samuel Alexander (1859-1938) in un libro ai suoi tempi abbastanza famoso: Spazio, tempo e deità (1920). Alexander è considerato il padre dell’emergentismo, cioè di una concezione che Mancuso (a pag. 389) considera coerente con il suo panenteismo, e propone una potente visione cosmogonica, descrivendo uno sviluppo ascendente di livelli dell’essere che prende l’avvio dallo spaziotempo e ascende alla materia, all’organismo, all’uomo e a Dio, concepito come la totalità emergente del mondo.
La differenza tra una prospettiva emergentista radicale e il panenteismo di Mancuso è tutta qui. Per Mancuso tutto è in Dio, compresa l’emergenza del mondo (e, nel mondo, delle svariate idee che sono state formulate su Deus), ma allora abbiamo a che fare o con una riproposizione del Dio creatore, o con un Dio fannullone alla Wittgenstein, con un senso del mondo che è fuori del mondo e che dunque, propriamente, non esiste. Per l’emergentismo radicale, invece, Dio non è ancora, ma non è escluso che, come sono sorte le amebe, il calcolo differenziale e i quartetti di Beethoven venga un giorno in cui, magari tra milioni di anni, a esseri presumibilmente diversissimi da noi si presenti un Dio, «come se un Tu (scriveva Vittorio Sereni) dovesse veramente / ritornare / a liberare i vivi e i morti./ E quante lagrime e seme vanamente sparso».
IL LIBRO Dio e il suo destino di Vito Mancuso (Garzanti)
Cranach Il giardino dell’Eden
La Stampa 13.11.15
Saskia Sassen: l’istruzione è il futuro delle megalopoli
La sociologa newyorkese : “Solo con il capitale umano si potrà ridurre l’attuale polarizzazione tra ricchi e poveri”
intervista di Paolo Mastrolilli
Investire nel capitale umano, e quindi nell’istruzione, ma a tutti i livelli: dalle università, alle scuole artigianali. È la strada obbligata per costruire il futuro delle grandi città, secondo la sociologa della Columbia University Saskia Sassen, che ha appena pubblicato il saggio Espulsioni con Il Mulino, e domani interverrà al festival dell’Educazione di Torino con un discorso intitolato La città come ecosistema formativo.
Le grandi città attirano lavoratori a specializzazione alta e bassa. Quale ruolo ha il capitale umano nel loro sviluppo?
«Attirano questi due estremi, ma dobbiamo aggiungere che le città globali, circa un centinaio, stanno anche espellendo i settori modesti di mezzo. Queste città diventano poli di attrazione per i talenti in tutto, dai matrimoni, ai musei e i ristoranti. Ti danno l’impressione di vibrare di energia e idee, ma stanno anche rendendo più difficile la sopravvivenza per le occupazioni di livello medio più standardizzate. Sono diventate spazi strategici per attori potenti, dal settore finanziario a quello culturale e imprenditoriale. Un effetto di ciò è lo straordinario aumento dei prezzi degli edifici residenziali e commerciali. Quando trovai per prima le prove di questa emergente biforcazione, nessuno ci credeva. Devo dire che non mi sarei mai aspettata che le cose diventassero così estreme. Se ci aggiungi il rapido aumento delle acquisizioni di grandi prorietà da parte delle corporation (prezzo minimo 5 milioni), cominci a vedere che la classe media è fuori. Nel mio nuovo progetto Who Owns the City sviluppo questo aspetto a lungo. Nel periodo fra la metà del 2013 e del 2014, 600 miliardi di dollari sono andati per acquistare grandi proprietà di valore nelle 100 città al top. Fra il 2014 e 2015 la cifra è raddoppiata a 1,3 migliaia di miliardi. Perciò sì, talenti, lavoratori con paghe basse, ma forse un eccesso di spazi di lusso. Se potessimo espandere lo spazio della conoscenza a tutti, mi sentirei un po’ meglio».
C’è un esempio di città che si è sviluppata grazie all’investimento nel capitale umano?
«Generalmente è sempre una buona idea. E lo dico in maniera molto ampia: investire nell’istruzione alta è solo una parte. Mettere un idraulico o un carpentiere in condizione di diventare più bravi è un input altrettanto positivo. Bisogna fare qualunque cosa serva a migliorare ogni settore di un ordine economico e sociale. La tradizione tedesca dell’artigianato è un esempio molto buono. È un binario separato dell’istruzione, e significa che hai lavoratori di alta qualità in tutte le sfere. Chiaramente una cosa non preclude l’altra: anche le città che non hanno investito nel capitale umano si sono potute sviluppare intorno a temi molto specialistici. La Silicon Valley è nata dagli individui, non dai governi locali. Ma, ovviamente, c’erano intorno le grandi università. Berlino e l’innovazione culturale è un altro esempio: è venuta dal basso. Ciò che contava era lo spazio dove potevano sperimentare, fare mostre. In breve, quello che accade in una città è legato a spazi di conoscenza molto diversi, favoriti dall’istruzione, ma anche da caratteristiche stesse della città».
Se le grandi città interagiscono fra di loro, l’eccellenza nell’istruzione ha poi una ricaduta sul territorio circostante?
«Interagiscono sempre più fra di loro, la deregolamentazione e la privatizzazione lo hanno favorito. Per ora i maggiori beneficiari, quelli che sapevano come estrarre il massimo da questi nuovi spazi orizzontali che collegano le città, sono le grandi aziende, le compagnie finanziarie, i musei che si scambiano le collezioni. Bisogna allargare il fenomeno a molti più attori nelle città».
Nell’era dei Massive Open Online Course (Corsi aperti online su larga scala), ha senso per una città investire nell’istruzione?
«Certo! I Moocs arrivano fino ad un certo punto, l’istruzione è molto più complessa. Mi ricorda una domanda che mi viene fatta spesso: le città intelligenti sono la morte della democrazia? Non proprio. La democrazia è molto più complessa ed elusiva dei sistemi tecnici per le smart cities. La mia preoccupazione semmai è che le città intelligenti non sono abbastanza intelligenti. Se la smart city non mobilita le diverse intelligenze dei suoi residenti, perde una componente chiave del suo funzionamento democratico. Da qui viene la mia enfasi sull’outsourcing verso il quartiere, come una chiave di questo “spazio di conoscenza” più ampio, che una città intelligente dovrebbe costituire e gestire».
Investire nell’istruzione fa aumentare la diseguaglianza?
«Non dovrebbe, ma i fatti oggi suggeriscono che lo fa, specialmente nelle grandi città. E questo è un peccato. I migliori maestri dovrebbero essere pagati di più per insegnare ai bambini poveri. Ora invece accade il contrario. Più si allarga l’area della buona istruzione, migliore diventa la società».
L’istruzione può favorire la crescita dell’innovazione?
«Certo. Ma gran parte dell’innovazione funziona nel piccolo spazio delle classi privilegiate. La chiave è che anche l’artigiano o lo spazzino possono puntare a migliorare il loro lavoro, ad esempio diventando più attenti all’ambiente. Questa maniera di pensare l’istruzione e l’innovazione apre spazi molto più ampi».
Saskia Sassen: l’istruzione è il futuro delle megalopoli
La sociologa newyorkese : “Solo con il capitale umano si potrà ridurre l’attuale polarizzazione tra ricchi e poveri”
intervista di Paolo Mastrolilli
Investire nel capitale umano, e quindi nell’istruzione, ma a tutti i livelli: dalle università, alle scuole artigianali. È la strada obbligata per costruire il futuro delle grandi città, secondo la sociologa della Columbia University Saskia Sassen, che ha appena pubblicato il saggio Espulsioni con Il Mulino, e domani interverrà al festival dell’Educazione di Torino con un discorso intitolato La città come ecosistema formativo.
Le grandi città attirano lavoratori a specializzazione alta e bassa. Quale ruolo ha il capitale umano nel loro sviluppo?
«Attirano questi due estremi, ma dobbiamo aggiungere che le città globali, circa un centinaio, stanno anche espellendo i settori modesti di mezzo. Queste città diventano poli di attrazione per i talenti in tutto, dai matrimoni, ai musei e i ristoranti. Ti danno l’impressione di vibrare di energia e idee, ma stanno anche rendendo più difficile la sopravvivenza per le occupazioni di livello medio più standardizzate. Sono diventate spazi strategici per attori potenti, dal settore finanziario a quello culturale e imprenditoriale. Un effetto di ciò è lo straordinario aumento dei prezzi degli edifici residenziali e commerciali. Quando trovai per prima le prove di questa emergente biforcazione, nessuno ci credeva. Devo dire che non mi sarei mai aspettata che le cose diventassero così estreme. Se ci aggiungi il rapido aumento delle acquisizioni di grandi prorietà da parte delle corporation (prezzo minimo 5 milioni), cominci a vedere che la classe media è fuori. Nel mio nuovo progetto Who Owns the City sviluppo questo aspetto a lungo. Nel periodo fra la metà del 2013 e del 2014, 600 miliardi di dollari sono andati per acquistare grandi proprietà di valore nelle 100 città al top. Fra il 2014 e 2015 la cifra è raddoppiata a 1,3 migliaia di miliardi. Perciò sì, talenti, lavoratori con paghe basse, ma forse un eccesso di spazi di lusso. Se potessimo espandere lo spazio della conoscenza a tutti, mi sentirei un po’ meglio».
C’è un esempio di città che si è sviluppata grazie all’investimento nel capitale umano?
«Generalmente è sempre una buona idea. E lo dico in maniera molto ampia: investire nell’istruzione alta è solo una parte. Mettere un idraulico o un carpentiere in condizione di diventare più bravi è un input altrettanto positivo. Bisogna fare qualunque cosa serva a migliorare ogni settore di un ordine economico e sociale. La tradizione tedesca dell’artigianato è un esempio molto buono. È un binario separato dell’istruzione, e significa che hai lavoratori di alta qualità in tutte le sfere. Chiaramente una cosa non preclude l’altra: anche le città che non hanno investito nel capitale umano si sono potute sviluppare intorno a temi molto specialistici. La Silicon Valley è nata dagli individui, non dai governi locali. Ma, ovviamente, c’erano intorno le grandi università. Berlino e l’innovazione culturale è un altro esempio: è venuta dal basso. Ciò che contava era lo spazio dove potevano sperimentare, fare mostre. In breve, quello che accade in una città è legato a spazi di conoscenza molto diversi, favoriti dall’istruzione, ma anche da caratteristiche stesse della città».
Se le grandi città interagiscono fra di loro, l’eccellenza nell’istruzione ha poi una ricaduta sul territorio circostante?
«Interagiscono sempre più fra di loro, la deregolamentazione e la privatizzazione lo hanno favorito. Per ora i maggiori beneficiari, quelli che sapevano come estrarre il massimo da questi nuovi spazi orizzontali che collegano le città, sono le grandi aziende, le compagnie finanziarie, i musei che si scambiano le collezioni. Bisogna allargare il fenomeno a molti più attori nelle città».
Nell’era dei Massive Open Online Course (Corsi aperti online su larga scala), ha senso per una città investire nell’istruzione?
«Certo! I Moocs arrivano fino ad un certo punto, l’istruzione è molto più complessa. Mi ricorda una domanda che mi viene fatta spesso: le città intelligenti sono la morte della democrazia? Non proprio. La democrazia è molto più complessa ed elusiva dei sistemi tecnici per le smart cities. La mia preoccupazione semmai è che le città intelligenti non sono abbastanza intelligenti. Se la smart city non mobilita le diverse intelligenze dei suoi residenti, perde una componente chiave del suo funzionamento democratico. Da qui viene la mia enfasi sull’outsourcing verso il quartiere, come una chiave di questo “spazio di conoscenza” più ampio, che una città intelligente dovrebbe costituire e gestire».
Investire nell’istruzione fa aumentare la diseguaglianza?
«Non dovrebbe, ma i fatti oggi suggeriscono che lo fa, specialmente nelle grandi città. E questo è un peccato. I migliori maestri dovrebbero essere pagati di più per insegnare ai bambini poveri. Ora invece accade il contrario. Più si allarga l’area della buona istruzione, migliore diventa la società».
L’istruzione può favorire la crescita dell’innovazione?
«Certo. Ma gran parte dell’innovazione funziona nel piccolo spazio delle classi privilegiate. La chiave è che anche l’artigiano o lo spazzino possono puntare a migliorare il loro lavoro, ad esempio diventando più attenti all’ambiente. Questa maniera di pensare l’istruzione e l’innovazione apre spazi molto più ampi».
Repubblica 13.11.15
Perché il Corano è un grande racconto dei racconti
di Renzo Guolo
Nel nuovo libro Tahar Ben Jelloun rilegge alcune storie del testo sacro all’Islam per diffondere i valori oscurati dal radicalismo
Il Corano è ritenuto nell’Islam diretta parola di Dio. I suoi versetti e sure sono ritenuti inerranti e astorici: il contenuto del Libro sacro non può essere interpretato liberamente, pena lo stravolgimento della Verità che vi è contenuta. Così come non è possibile collocare il messaggio religioso in prospettiva storica, adattandolo al mutamento dei tempi. Insomma, secondo la credenza religiosa, l’uomo non può alterare. Allo stesso tempo il Corano contiene, oltre che precetti e prescrizioni, ammonimenti e inni alla gloria e alla potenza divina, anche storie e leggende. Molte delle quali fanno riferimento a personaggi comuni alle fedi abramitiche.
E proprio ad alcune di queste storie e figure fa riferimento Tahar Ben Jelloun in Racconti coranici( Bompiani), nell’intento di far conoscere i valori dell’Islam in un’epoca in cui un’ideologia politica che si nutre di simbologie religiose, quella del radicalismo islamista, rischia di sfigurare, come ricorda lo stesso scrittore franco-marocchino, la fede e «la memoria di più di un miliardo di credenti sinceri e tolleranti».
L’autore di Notte fatale e Creature di sabbia lo fa con la consueta capacità narrativa e il suo inconfondibile stile letterario. Romanzando, in una sorta di fiction mitologica, la vita di Salih, uno dei quattro profeti arabi che precedettero la venuta del Profeta Muhammad; o quella degli “Uomini della caverna”, che nel Vangelo sono rappresentati come “I sette dormienti”. Oppure quella del biblico, e assai più conosciuto, Salomone. Nel Corano il figlio di Davide, compare in sette sure. In una di esse viene narrato il suo incontro con Bilqis, la regina di Saba. Ma nel testo sacro dell’Islam il finale di quella sfida simbolica, che si chiude con l’adesione della mitica regina al monoteismo, lascia aperti alcuni problemi d’interpretazione: oltre che alcuni interrogativi sulla sorte comune dei due personaggi. Tanto che quell’epilogo, religiosamente felice per i musulmani, ha solleticato per secoli la fantasia dei commentatori, come ha messo in evidenza nel suo classico, Le origini delle leggende musulmane nel Corano e nelle vite dei profeti, David Sidersky. Simili attenzioni agli spazi bianchi dei testi sacri sono presenti, del resto, anche in altre tradizioni religiose: basti pensare alla mole di materiale raccolta nello straordinario Le leggende degli ebrei di Louis Ginzberg.
Nel racconto che vede protagonisti Salomone e Bilqis, Ben Jelloun esplora tra fabula e intreccio, con la creatività linguistica che lo contraddistingue, la complessa relazione tra i due sovrani, insieme storia di una conversione ma anche di un innamoramento. Oltre che il possibile seguito in comune della loro vita, sfociato nel matrimonio. Non si tratta, ovviamente, di un mero esercizio di stile o di gossip post- mitologico. La funzione narrativa del racconto, così come quella degli altri contenuti nel volume, punta a sottolineare i valori etici che emergono da simili parabole: in questo caso quello che il potere non ha legittimazione se è espressione solo di ricchezza materiale e di brama di dominio.
IL LIBRO Racconti coranici di Tahar Ben Jelloun ( Bompiani pagg. 154 euro 13)
Perché il Corano è un grande racconto dei racconti
di Renzo Guolo
Nel nuovo libro Tahar Ben Jelloun rilegge alcune storie del testo sacro all’Islam per diffondere i valori oscurati dal radicalismo
Il Corano è ritenuto nell’Islam diretta parola di Dio. I suoi versetti e sure sono ritenuti inerranti e astorici: il contenuto del Libro sacro non può essere interpretato liberamente, pena lo stravolgimento della Verità che vi è contenuta. Così come non è possibile collocare il messaggio religioso in prospettiva storica, adattandolo al mutamento dei tempi. Insomma, secondo la credenza religiosa, l’uomo non può alterare. Allo stesso tempo il Corano contiene, oltre che precetti e prescrizioni, ammonimenti e inni alla gloria e alla potenza divina, anche storie e leggende. Molte delle quali fanno riferimento a personaggi comuni alle fedi abramitiche.
E proprio ad alcune di queste storie e figure fa riferimento Tahar Ben Jelloun in Racconti coranici( Bompiani), nell’intento di far conoscere i valori dell’Islam in un’epoca in cui un’ideologia politica che si nutre di simbologie religiose, quella del radicalismo islamista, rischia di sfigurare, come ricorda lo stesso scrittore franco-marocchino, la fede e «la memoria di più di un miliardo di credenti sinceri e tolleranti».
L’autore di Notte fatale e Creature di sabbia lo fa con la consueta capacità narrativa e il suo inconfondibile stile letterario. Romanzando, in una sorta di fiction mitologica, la vita di Salih, uno dei quattro profeti arabi che precedettero la venuta del Profeta Muhammad; o quella degli “Uomini della caverna”, che nel Vangelo sono rappresentati come “I sette dormienti”. Oppure quella del biblico, e assai più conosciuto, Salomone. Nel Corano il figlio di Davide, compare in sette sure. In una di esse viene narrato il suo incontro con Bilqis, la regina di Saba. Ma nel testo sacro dell’Islam il finale di quella sfida simbolica, che si chiude con l’adesione della mitica regina al monoteismo, lascia aperti alcuni problemi d’interpretazione: oltre che alcuni interrogativi sulla sorte comune dei due personaggi. Tanto che quell’epilogo, religiosamente felice per i musulmani, ha solleticato per secoli la fantasia dei commentatori, come ha messo in evidenza nel suo classico, Le origini delle leggende musulmane nel Corano e nelle vite dei profeti, David Sidersky. Simili attenzioni agli spazi bianchi dei testi sacri sono presenti, del resto, anche in altre tradizioni religiose: basti pensare alla mole di materiale raccolta nello straordinario Le leggende degli ebrei di Louis Ginzberg.
Nel racconto che vede protagonisti Salomone e Bilqis, Ben Jelloun esplora tra fabula e intreccio, con la creatività linguistica che lo contraddistingue, la complessa relazione tra i due sovrani, insieme storia di una conversione ma anche di un innamoramento. Oltre che il possibile seguito in comune della loro vita, sfociato nel matrimonio. Non si tratta, ovviamente, di un mero esercizio di stile o di gossip post- mitologico. La funzione narrativa del racconto, così come quella degli altri contenuti nel volume, punta a sottolineare i valori etici che emergono da simili parabole: in questo caso quello che il potere non ha legittimazione se è espressione solo di ricchezza materiale e di brama di dominio.
IL LIBRO Racconti coranici di Tahar Ben Jelloun ( Bompiani pagg. 154 euro 13)
Corriere 13.11.15
La Chiesa e lo Stato Dopo i Patti del Laterano
risponde Sergio Romano
Gli incredibili scandali e la corruzione dei cardinali «faraoni» entro e fuori le mura leonine - efficacemente definita «sporcizia» da papa Ratzinger alimentata altresì dai notevolissimi contributi finanziari italiani, ripropongono un drammatico interrogativo: non è giunto il momento di abrogare i Patti Lateranensi? Che senso ha nel 2015 — quasi un secolo dopo — un’intesa politica tra il Vaticano ed il capo del fascismo Mussolini che aveva bisogno dell’appoggio ecclesiastico? Non è giunto il momento di annullare quei patti che hanno significato la «riconquista» dell’ Italia da parte della Santa Sede? L’aspirazione degli italiani è quella di diventare uno Stato laico e non — come lei ha scritto in un recente articolo sul Corriere — uno Stato concordatario dove «la Chiesa di Roma è in molte circostanze una sorta di condomino».
Salvatore Surace
Caro Surace,
L’ espressione Patti Lateranensi si riferisce a due documenti di valore e importanza storica alquanto diversi. Il primo crea uno Stato nuovo, lontano erede del Potere temporale della Chiesa romana. I negoziatori del Vaticano avrebbero voluto estenderne i confini sino al mare, ma dovettero accontentarsi, con qualche correzione, della Città leonina, vale a dire del quartiere circondato dalle mura che erano state costruite nel nono secolo dopo Cristo per proteggere la città dalle razzie saracene. Con quel Trattato la Chiesa rinunciava a qualsiasi pretesa sulla città di Roma e la riconosceva capitale dello Stato italiano.
Sotto un profilo strettamente religioso è lecito chiedersi se una grande fede abbia bisogno, per svolgere la sua missione, di una organizzazione statale e di istituzioni secolari come un grande corpo diplomatico. Ma in un trattato ciò che conta è il rapporto fra le reciproche concessioni. Quello del Laterano non piacque, in ultima analisi, soltanto a chi avrebbe preferito protrarre indefinitamente la guerra fredda fra la Chiesa romana e lo Stato italiano. Ma per la grande maggioranza degli italiani fu la «Conciliazione», l’obiettivo che altri uomini politici (fra cui, in particolare, Francesco Crispi) avevano inutilmente perseguito nei decenni precedenti.
L’altro patto firmato l’11 febbraio 1929 fu il Concordato, un accordo che avrebbe avuto effetti alquanto diversi. Mentre il primo trattato creava un nuovo Stato e per certi aspetti confermava l’esistenza di due entità separate e indipendenti, il secondo conferiva alla Chiesa italiana uno statuto particolare con prerogative e diritti che le avrebbero assicurato una posizione privilegiata. Il crollo del regime fascista, la caduta della monarchia e i governi democristiani hanno creato condizioni in cui la Chiesa ha potuto estendere progressivamente l’area delle sue prerogative. La crisi della Prima Repubblica, nonostante l’aggiornamento del Concordato nel 1984, ha rafforzato, a scapito dello Stato, la posizione della Chiesa. La questione dell’8 per mille, in questo quadro, è la più evidente delle dimostrazioni. Una misura concepita per consentire ai cattolici italiani di dare alla loro Chiesa un aiuto volontario e spontaneo è diventata una tassa ecclesiastica ed è applicata nel modo più favorevole alle casse della Santa Sede.
La Chiesa e lo Stato Dopo i Patti del Laterano
risponde Sergio Romano
Gli incredibili scandali e la corruzione dei cardinali «faraoni» entro e fuori le mura leonine - efficacemente definita «sporcizia» da papa Ratzinger alimentata altresì dai notevolissimi contributi finanziari italiani, ripropongono un drammatico interrogativo: non è giunto il momento di abrogare i Patti Lateranensi? Che senso ha nel 2015 — quasi un secolo dopo — un’intesa politica tra il Vaticano ed il capo del fascismo Mussolini che aveva bisogno dell’appoggio ecclesiastico? Non è giunto il momento di annullare quei patti che hanno significato la «riconquista» dell’ Italia da parte della Santa Sede? L’aspirazione degli italiani è quella di diventare uno Stato laico e non — come lei ha scritto in un recente articolo sul Corriere — uno Stato concordatario dove «la Chiesa di Roma è in molte circostanze una sorta di condomino».
Salvatore Surace
Caro Surace,
L’ espressione Patti Lateranensi si riferisce a due documenti di valore e importanza storica alquanto diversi. Il primo crea uno Stato nuovo, lontano erede del Potere temporale della Chiesa romana. I negoziatori del Vaticano avrebbero voluto estenderne i confini sino al mare, ma dovettero accontentarsi, con qualche correzione, della Città leonina, vale a dire del quartiere circondato dalle mura che erano state costruite nel nono secolo dopo Cristo per proteggere la città dalle razzie saracene. Con quel Trattato la Chiesa rinunciava a qualsiasi pretesa sulla città di Roma e la riconosceva capitale dello Stato italiano.
Sotto un profilo strettamente religioso è lecito chiedersi se una grande fede abbia bisogno, per svolgere la sua missione, di una organizzazione statale e di istituzioni secolari come un grande corpo diplomatico. Ma in un trattato ciò che conta è il rapporto fra le reciproche concessioni. Quello del Laterano non piacque, in ultima analisi, soltanto a chi avrebbe preferito protrarre indefinitamente la guerra fredda fra la Chiesa romana e lo Stato italiano. Ma per la grande maggioranza degli italiani fu la «Conciliazione», l’obiettivo che altri uomini politici (fra cui, in particolare, Francesco Crispi) avevano inutilmente perseguito nei decenni precedenti.
L’altro patto firmato l’11 febbraio 1929 fu il Concordato, un accordo che avrebbe avuto effetti alquanto diversi. Mentre il primo trattato creava un nuovo Stato e per certi aspetti confermava l’esistenza di due entità separate e indipendenti, il secondo conferiva alla Chiesa italiana uno statuto particolare con prerogative e diritti che le avrebbero assicurato una posizione privilegiata. Il crollo del regime fascista, la caduta della monarchia e i governi democristiani hanno creato condizioni in cui la Chiesa ha potuto estendere progressivamente l’area delle sue prerogative. La crisi della Prima Repubblica, nonostante l’aggiornamento del Concordato nel 1984, ha rafforzato, a scapito dello Stato, la posizione della Chiesa. La questione dell’8 per mille, in questo quadro, è la più evidente delle dimostrazioni. Una misura concepita per consentire ai cattolici italiani di dare alla loro Chiesa un aiuto volontario e spontaneo è diventata una tassa ecclesiastica ed è applicata nel modo più favorevole alle casse della Santa Sede.
La Stampa 13.11.15
Torture sistematiche sui detenuti
Amnesty condanna la Cina
Il rapporto arriva a pochi giorni dalla riunione del Comitato Onu A Hong Kong è un mistero la scomparsa di quattro editori “scomodi”
di Ilaria Maria Sala
«Non si vede la fine». Il nuovo rapporto di Amnesty International sulla tortura in Cina non lascia spazio all’ottimismo per i progressi in materia di diritti dei detenuti. La giustizia è stata riformata e dal 2010 è proibito ottenere confessioni con la tortura. Ma Amnesty International fotografa un sistema che prevede interrogatori violenti, brutali, dove la tortura viene applicata indiscriminatamente, «che si tratti di credenti religiosi, o di funzionari corrotti», dice Patrick Poon, ricercatore del gruppo per i diritti umani.
Gli avvocati nel mirino
Amnesty documenta che oggi le persone a maggior rischio di subire tortura sono gli avvocati che accettano di occuparsi di casi considerati «delicati» o «sensibili», parole usate in Cina per i casi politici. Il rapporto illustra la terribile vicenda di Yu Wensheng, un avvocato di Pechino sottoposto a 200 «interrogatori,» durante i 99 giorni della sua detenzione. Yu, che aveva già difeso alcuni attivisti, era stato poi arrestato per aver espresso online il suo sostegno al Movimento degli Ombrelli durante le manifestazioni di Hong Kong. Amnesty ha intervistato 37 avvocati e studiato 590 sentenze, per arrivare alla conclusione che, malgrado i progressi legislativi, le confessioni sono «ancora considerate il modo più semplice per ottenere una condanna».
Il rapporto è stato preparato alla vigilia della riunione a Ginevra del Comitato Onu contro la tortura, nel corso del quale anche la Cina sarà sottoposta ad un esame di routine. Il Comitato si espresso sulla Cina nel 2008, non risparmiando le critiche. Quest’anno si recheranno a Ginevra anche alcuni attivisti di Hong Kong, che vogliono denunciare il trattamento subito dalla polizia locale durante gli scontri dell’anno scorso.
Guerra agli intellettuali
Ma fonte d’inquietudine è anche la sorte di quattro editori e librai di Hong Kong, scomparsi da quasi un mese. I quattro pubblicano volumi critici verso Pechino che si concentrano in particolare sugli scandali, veri o presunti, dell’«aristocrazia rossa» cinese. «Per questo si sono attirati l’odio dei “principi comunisti”, la seconda generazione di leader figli di importanti rivoluzionari. La scomparsa dei quattro editori sta causando sgomento a Hong Kong. Non sono chiare le dinamiche della loro sparizione: di tre si sono perse le tracce in Cina, mentre Gui Haiming, direttore della libreria Tonglowan e della casa editrice Corrente Poderosa, sembra essere stato rapito in Thailandia», dice un editore di Hong Kong che preferisce restare anonimo. La casa editrice si è specializzata negli anni nella pubblicazione di libri scritti dalle amanti dei potenti cinesi. La scomparsa di tutti e quattro arriva proprio due giorni dopo una email di Gui dove si avverte che «il nuovo libro è pronto per la stampa». La stampa di Hong Kong si è mobilitata per fare luce sull’accaduto, ma per il momento la sorte dei quattro resta un mistero.
Torture sistematiche sui detenuti
Amnesty condanna la Cina
Il rapporto arriva a pochi giorni dalla riunione del Comitato Onu A Hong Kong è un mistero la scomparsa di quattro editori “scomodi”
di Ilaria Maria Sala
«Non si vede la fine». Il nuovo rapporto di Amnesty International sulla tortura in Cina non lascia spazio all’ottimismo per i progressi in materia di diritti dei detenuti. La giustizia è stata riformata e dal 2010 è proibito ottenere confessioni con la tortura. Ma Amnesty International fotografa un sistema che prevede interrogatori violenti, brutali, dove la tortura viene applicata indiscriminatamente, «che si tratti di credenti religiosi, o di funzionari corrotti», dice Patrick Poon, ricercatore del gruppo per i diritti umani.
Gli avvocati nel mirino
Amnesty documenta che oggi le persone a maggior rischio di subire tortura sono gli avvocati che accettano di occuparsi di casi considerati «delicati» o «sensibili», parole usate in Cina per i casi politici. Il rapporto illustra la terribile vicenda di Yu Wensheng, un avvocato di Pechino sottoposto a 200 «interrogatori,» durante i 99 giorni della sua detenzione. Yu, che aveva già difeso alcuni attivisti, era stato poi arrestato per aver espresso online il suo sostegno al Movimento degli Ombrelli durante le manifestazioni di Hong Kong. Amnesty ha intervistato 37 avvocati e studiato 590 sentenze, per arrivare alla conclusione che, malgrado i progressi legislativi, le confessioni sono «ancora considerate il modo più semplice per ottenere una condanna».
Il rapporto è stato preparato alla vigilia della riunione a Ginevra del Comitato Onu contro la tortura, nel corso del quale anche la Cina sarà sottoposta ad un esame di routine. Il Comitato si espresso sulla Cina nel 2008, non risparmiando le critiche. Quest’anno si recheranno a Ginevra anche alcuni attivisti di Hong Kong, che vogliono denunciare il trattamento subito dalla polizia locale durante gli scontri dell’anno scorso.
Guerra agli intellettuali
Ma fonte d’inquietudine è anche la sorte di quattro editori e librai di Hong Kong, scomparsi da quasi un mese. I quattro pubblicano volumi critici verso Pechino che si concentrano in particolare sugli scandali, veri o presunti, dell’«aristocrazia rossa» cinese. «Per questo si sono attirati l’odio dei “principi comunisti”, la seconda generazione di leader figli di importanti rivoluzionari. La scomparsa dei quattro editori sta causando sgomento a Hong Kong. Non sono chiare le dinamiche della loro sparizione: di tre si sono perse le tracce in Cina, mentre Gui Haiming, direttore della libreria Tonglowan e della casa editrice Corrente Poderosa, sembra essere stato rapito in Thailandia», dice un editore di Hong Kong che preferisce restare anonimo. La casa editrice si è specializzata negli anni nella pubblicazione di libri scritti dalle amanti dei potenti cinesi. La scomparsa di tutti e quattro arriva proprio due giorni dopo una email di Gui dove si avverte che «il nuovo libro è pronto per la stampa». La stampa di Hong Kong si è mobilitata per fare luce sull’accaduto, ma per il momento la sorte dei quattro resta un mistero.
Corriere 13.11.15
Visto dagli Usa
Roger Cohen, editorialista del New York Times
«Tanti errori reciproci Ma Iran e Usa si parlano Ora tutto è possibile»
intervista di Viviana Mazza
In base all’intesa nucleare, «Implementation day» è il giorno in cui l’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) certificherà che l’Iran abbia applicato le restrizioni al suo programma nucleare, e allora le sanzioni verranno rimosse.
«Se due anni e mezzo fa, prima dei contatti diplomatici segreti tra Usa e Iran, qualcuno avesse detto che il segretario di Stato americano e il ministro degli Esteri di Teheran si sarebbero sentiti su base settimanale e su una varietà di questioni che vanno dalla Siria all’intesa nucleare, gli avrebbero dato del matto. Negli ultimi due anni e mezzo sono stati fatti dei passi avanti giganteschi. Quindi nei prossimi tre anni qualunque cosa è possibile». Qualsiasi cosa, forse persino la riapertura dell’ambasciata americana a Teheran e di quella iraniana a Washington.
Così Roger Cohen, l’editorialista del New York Times , forte sostenitore dell’accordo nucleare raggiunto lo scorso luglio, commenta l’intervista del presidente Hassan Rouhani al Corriere della Sera , in cui il leader iraniano ha ventilato la possibilità dell’aprirsi di «una nuova era», se l’accordo nucleare verrà applicato fino in fondo. E comunque, aggiunge Cohen, «l’America ha tante ambasciate in Paesi con cui ha rapporti difficili».
Rouhani dice che l’accordo nucleare non basta a ripristinare la fiducia degli iraniani negli Stati Uniti.E che è compito degli Usa correggere gli errori commessi dalla Rivoluzione Islamica ad oggi. È d’accordo?
«Sono stati commessi tanti errori da entrambi i lati. La presa degli ostaggi Usa da una parte, la partecipazione al colpo di stato contro il premier Mossadegh e l’abbattimento dell’aereo di linea iraniano dall’altra, solo per citarne alcuni. E continuano ad esserci molte questioni. Ovviamente l’Iran è il principale sponsor di Hezbollah. Oggi Rouhani parlando di odio per Israele alla vigilia di un viaggio in Europa dice una cosa poco utile e offensiva. Ma non dimentichiamo che raggiungere l’accordo nucleare è stato un grosso passo, e Rouhani ha ragione nel dire che è importante vederne l’applicazione perché potrà aiutare ad affrontare le altre problematiche e le percezioni sui reciproci atti di aggressione. Può essere davvero la strada per andare avanti». In diversi discorsi, la Guida Suprema Khamenei ha escluso la cooperazione con gli Stati Uniti al di là dell’intesa nucleare, anche mentre il ministro degli Esteri Zarif partecipava al summit sulla Siria. E intanto a Teheran è stata vietata l’importazione di alcuni beni e marchi Usa. Pensa che ciò possa influire negativamente sulle aperture del governo di Rouhani?
«La Guida Suprema ha detto molte cose, a un certo punto anche che l’accordo nucleare era impossibile. Queste affermazioni vanno lette nell’ambito dello scontro di potere in atto tra conservatori con i Guardiani della Rivoluzione da una parte e i riformisti capeggiati da Rouhani e Zarif dall’altra. Se davvero la Guida Suprema avesse appoggiato i conservatori, l’accordo nucleare non sarebbe mai avvenuto. Invece Khamenei aveva la priorità di far uscire il Paese dall’isolamento e farlo entrare nell’economia globale, e la forza politica che lo sta rendendo possibile non sono certo i conservatori. Quello che conta di più sono i fatti. Anziché preoccuparci tanto per le parole di Khamenei, guardiamo all’enorme conquista fatta: stiamo parlando con l’Iran, e questo è immensamente significativo».
Lei ha definito l’intesa nucleare l’«Obamacare della politica estera», citando l’ex sottosegretario di Stato Nicholas Burns, per dire che è qualcosa che i repubblicani non accetteranno mai. C’è il rischio che il Congresso Usa imponga nuove sanzioni che facciano saltare l’accordo?
«Tutto è possibile. Ma il presidente Obama crede in questo accordo e ha ancora oltre un anno al governo. Non sappiamo cosa succederà dopo, ma al momento Hillary è la favorita».
Visto dagli Usa
Roger Cohen, editorialista del New York Times
«Tanti errori reciproci Ma Iran e Usa si parlano Ora tutto è possibile»
intervista di Viviana Mazza
In base all’intesa nucleare, «Implementation day» è il giorno in cui l’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) certificherà che l’Iran abbia applicato le restrizioni al suo programma nucleare, e allora le sanzioni verranno rimosse.
«Se due anni e mezzo fa, prima dei contatti diplomatici segreti tra Usa e Iran, qualcuno avesse detto che il segretario di Stato americano e il ministro degli Esteri di Teheran si sarebbero sentiti su base settimanale e su una varietà di questioni che vanno dalla Siria all’intesa nucleare, gli avrebbero dato del matto. Negli ultimi due anni e mezzo sono stati fatti dei passi avanti giganteschi. Quindi nei prossimi tre anni qualunque cosa è possibile». Qualsiasi cosa, forse persino la riapertura dell’ambasciata americana a Teheran e di quella iraniana a Washington.
Così Roger Cohen, l’editorialista del New York Times , forte sostenitore dell’accordo nucleare raggiunto lo scorso luglio, commenta l’intervista del presidente Hassan Rouhani al Corriere della Sera , in cui il leader iraniano ha ventilato la possibilità dell’aprirsi di «una nuova era», se l’accordo nucleare verrà applicato fino in fondo. E comunque, aggiunge Cohen, «l’America ha tante ambasciate in Paesi con cui ha rapporti difficili».
Rouhani dice che l’accordo nucleare non basta a ripristinare la fiducia degli iraniani negli Stati Uniti.E che è compito degli Usa correggere gli errori commessi dalla Rivoluzione Islamica ad oggi. È d’accordo?
«Sono stati commessi tanti errori da entrambi i lati. La presa degli ostaggi Usa da una parte, la partecipazione al colpo di stato contro il premier Mossadegh e l’abbattimento dell’aereo di linea iraniano dall’altra, solo per citarne alcuni. E continuano ad esserci molte questioni. Ovviamente l’Iran è il principale sponsor di Hezbollah. Oggi Rouhani parlando di odio per Israele alla vigilia di un viaggio in Europa dice una cosa poco utile e offensiva. Ma non dimentichiamo che raggiungere l’accordo nucleare è stato un grosso passo, e Rouhani ha ragione nel dire che è importante vederne l’applicazione perché potrà aiutare ad affrontare le altre problematiche e le percezioni sui reciproci atti di aggressione. Può essere davvero la strada per andare avanti». In diversi discorsi, la Guida Suprema Khamenei ha escluso la cooperazione con gli Stati Uniti al di là dell’intesa nucleare, anche mentre il ministro degli Esteri Zarif partecipava al summit sulla Siria. E intanto a Teheran è stata vietata l’importazione di alcuni beni e marchi Usa. Pensa che ciò possa influire negativamente sulle aperture del governo di Rouhani?
«La Guida Suprema ha detto molte cose, a un certo punto anche che l’accordo nucleare era impossibile. Queste affermazioni vanno lette nell’ambito dello scontro di potere in atto tra conservatori con i Guardiani della Rivoluzione da una parte e i riformisti capeggiati da Rouhani e Zarif dall’altra. Se davvero la Guida Suprema avesse appoggiato i conservatori, l’accordo nucleare non sarebbe mai avvenuto. Invece Khamenei aveva la priorità di far uscire il Paese dall’isolamento e farlo entrare nell’economia globale, e la forza politica che lo sta rendendo possibile non sono certo i conservatori. Quello che conta di più sono i fatti. Anziché preoccuparci tanto per le parole di Khamenei, guardiamo all’enorme conquista fatta: stiamo parlando con l’Iran, e questo è immensamente significativo».
Lei ha definito l’intesa nucleare l’«Obamacare della politica estera», citando l’ex sottosegretario di Stato Nicholas Burns, per dire che è qualcosa che i repubblicani non accetteranno mai. C’è il rischio che il Congresso Usa imponga nuove sanzioni che facciano saltare l’accordo?
«Tutto è possibile. Ma il presidente Obama crede in questo accordo e ha ancora oltre un anno al governo. Non sappiamo cosa succederà dopo, ma al momento Hillary è la favorita».
La Stampa 13.11.15
Lo sciopero contro l’austerità di Tsipras blocca la Grecia
È stato segnato da una pioggia di sassi e molotov lanciati contro la polizia, negozi danneggiati, cassonetti e auto in fiamme nel centro di Atene, il primo sciopero generale contro le misure di austerità convocato dai sindacati in Grecia da quando, nel gennaio scorso, è andato al potere il governo di sinistra di Alexis Tsipras. Voluto dalla principale organizzazione dei lavoratori del settore pubblico Adedy e da quella del settore privato Gsee, lo sciopero di 24 ore, che ha praticamente paralizzato uffici e trasporti pubblici e anche gli ospedali, aperti per le sole urgenze, ha avuto come obiettivo le previste riforme sulla previdenza e sulle regole della contrattazione. Anche la parte «sindacale» di Syriza, il partito del premier, aveva invitato i lavoratori alla mobilitazione contro il suo stesso governo.
Lo sciopero contro l’austerità di Tsipras blocca la Grecia
È stato segnato da una pioggia di sassi e molotov lanciati contro la polizia, negozi danneggiati, cassonetti e auto in fiamme nel centro di Atene, il primo sciopero generale contro le misure di austerità convocato dai sindacati in Grecia da quando, nel gennaio scorso, è andato al potere il governo di sinistra di Alexis Tsipras. Voluto dalla principale organizzazione dei lavoratori del settore pubblico Adedy e da quella del settore privato Gsee, lo sciopero di 24 ore, che ha praticamente paralizzato uffici e trasporti pubblici e anche gli ospedali, aperti per le sole urgenze, ha avuto come obiettivo le previste riforme sulla previdenza e sulle regole della contrattazione. Anche la parte «sindacale» di Syriza, il partito del premier, aveva invitato i lavoratori alla mobilitazione contro il suo stesso governo.
Repubblica 13.11.15
David Grossman.
L’umanità nascosta negli occhi dei siriani così Israele scopre il volto del nemico
“Per anni parlando di Damasco abbiamo avuto in testa solo immagini di guerra: manovre, parate e clima di odio. Ma quelle che vediamo sono persone, visi addolorati, disperati o pieni di speranza”
In quei profughi balena qualcosa di familiare, forse il nostro ricordo di esuli. E ci chiediamo: che altro non vediamo con le nostre menti chiuse?
di David Grossman
Un popolo che vive in stato di guerra sceglie come leader un combattente. Ma forse sono proprio loro a condannare il popolo alla guerra perpetua
David Grossmann è uno dei principali scrittori israeliani conteporanei: è autore di oltre trenta libri tradotti in tutto il mondo. In Italia i suoi libri sono pubblicati da Mondadori
Questa settimana, in un caffè di Gerusalemme, con l’audio del televisore appeso al muro silenziato, ho sentito una donna alle mie spalle dire a un’amica: «Questa ondata di profughi siriani, non so...».
«Che cosa non sai? Ha chiesto l’amica ». «Da quando li fanno vedere in televisione con le mogli, i figli... non so, non sembrano nemmeno siriani». «E cosa sembrano?». «Non so... sembrano… le loro facce, il loro modo di parlare… Lo vedi che hanno paura, e si portano in spalla i bambini…» L’amica ha replicato: «Quelli, anche nella situazione in cui si trovano, ci scannerebbero tutti subito. Guarda cosa fanno tra di loro in Siria, tra fratelli, pensa cosa farebbero a noi se potessero».
«Hai ragione», ha commentato sconsolata la prima, «comunque mi dispiace per i bambini». E l’amica ha ribattuto: «Certo, avrebbero dovuto pensarci prima di iniziare con tutto questo casino».
Io le ascoltavo entrambe e ho pensato che i siriani, per decenni, sono stati per noi, in Israele, l’incarnazione di Satana: donne dei corpi speciali che addentava- no serpenti vivi, l’impiccagione di Eli Cohen, i prigionieri israeliani torturati in Siria, i bombardamenti dei centri abitati della Galilea, e, naturalmente, la brutale guerra civile.
E ho pensato che ora, dopo la distruzione della Siria e le ondate di emigrazione, improvvisamente possiamo vederli in un altro contesto: uomini, donne, ragazzi e bambini che un destino crudele ha strappato da tutto ciò che conoscevano e al quale erano abituati. Il nostro sguardo li vede in una prospettiva diversa, scorgiamo in loro tratti nuovi, espressioni del viso e movimenti del corpo che non avevamo registrato nella “banca immagini” della nostra mente quando parlavamo della Siria. Una banca che includeva raffigurazioni quasi esclusivamente di guerra: manovre, parate, saluti militari e grida di odio per Israele.
Improvvisamente li vediamo muoversi come persone: genitori e figli, ragazze in jeans, ragazzi con lettori di musica e auricolari. Occhi addolorati, disperati, pieni di speranza. Gesti intimi di una coppia.
E forse anche a loro, ai profughi siriani, il dramma che stanno vivendo permetterà di guardare diversamente la vita. Ci sarà qualcuno felice di sfuggire alla morsa della gogna in cui era intrappolato quando pensava a Israele? La gogna della demonizzazione e dell’odio?
Una gogna in cui sono nati, per così dire, e che probabilmente consideravano una buona scelta di vita. L’unica possibile per loro. Una gogna in cui erano imprigionati dalle circostanze, ovvero dalla politica e dalla retorica dei loro governanti dispotici, dal prolungato stato di guerra tra Israele e la Siria, dal lavaggio del cervello subito, fin da piccolissimi, per forgiare il loro atteggiamento nei confronti di Israele.
E c’era, naturalmente, anche la gogna in cui li aveva imprigionati Israele: la minaccia che lo Stato ebraico rappresentava per loro con la sua potenza militare e le ripetute sconfitte inflitte al loro Paese. Forse per questo il popolo siriano ha assunto quel piglio bellicoso nei nostri confronti al quale ci ha abituato. Sempre e solo un piglio bellicoso che noi abbiamo assunto di riflesso, come in uno specchio.
Oppure eravamo noi ad assumere quel piglio e loro a rifletterlo?
Tutti noi siamo i prodotti di un contesto, e talvolta siamo prigionieri di un contesto. Metteteci in uno stato di guerra e combatteremo, odieremo, diventeremo nazionalisti e fanatici. Persone ermetiche.
Ma dateci condizioni di vita favorevoli, sicure, rispettabili, oppure limitatevi a osservarci, a guardarci, ostinandovi a estrapolare il nostro volto umano dal livellamento che tocca chiunque venga trascinato, involontariamente, in un grande movimento che lo sradica dal proprio luogo. Allora avrete la possibilità di trovare in noi un partner.
E ancora una volta affiorano i pensieri sulla distorsione che la profonda ostilità nella quale viviamo - non solo nei confronti della Siria – provoca in noi da varie generazioni. E sul prezzo che paghiamo per questa distorsione: quello di rimpicciolire e di appiattire chi ci sta davanti e che viene etichettato come nemico anche interno, di destra o di sinistra - e una volta definito tale perde la sua complessità, la pienezza della sua esistenza.
E affiora la sensazione che i ferrei meccanismi della gogna – la gogna della guerra, dell’odio - ci siano penetrati nella carne al punto da credere che siano ossa e muscoli del nostro corpo. Che siano la nostra natura e quella del mondo intero, sempre, per l’eternità.
E affiora ciò che ci rode dentro, al di sotto della realtà visibile: l’offesa di esistere in uno stato di guerra costante alla quale nessuno più cerca di porre fine. L’offesa di esserci abituati, in maniera obbediente, ai movimenti coreografici della guerra. L’offesa di essere diventati marionette nelle mani di coloro per i quali la guerra è una seconda natura, o forse, di fatto, una prima. E così eccelliamo nell’inventare nuove ideologie mirate a razionalizzare e a giustificare la situazione di evidente distorsione in cui viviamo.
Un popolo che vive in uno stato di guerra sceglie come leader dei combattenti. In questa scelta c’è una logica che dovrebbe aiutarci a sopravvivere. Ma forse è vero il contrario. Forse sono i leader combattenti, militanti, con la coscienza intrisa di sospetti e di timori, a condannare il loro popolo a una guerra perpetua.
Faremmo bene a guardare i volti degli uomini e delle donne siriani in fuga dall’inferno del loro Paese. Senza dimenticare gli anni di guerra e di odio fra noi dovremmo guardarli bene perché a un tratto, come ha notato la donna nel caffè, in quei volti balena qualcosa di familiare. Magari è il nostro ricordo di profughi, insito in noi, o di una vulnerabilità umana che conosciamo bene, legata alla consapevolezza della fragilità dell’esistenza e all’orrore di chi si sente mancare la terra sotto i piedi. Per un istante rimaniamo stupiti di aver combattuto per decenni contro queste persone.
E poi arriva la domanda più importante: cos’altro stiamo perdendo e cos’altro non vediamo con la testa bloccata in profondità nella gogna?
(Traduzione di Alessandra Shomroni)
David Grossman.
L’umanità nascosta negli occhi dei siriani così Israele scopre il volto del nemico
“Per anni parlando di Damasco abbiamo avuto in testa solo immagini di guerra: manovre, parate e clima di odio. Ma quelle che vediamo sono persone, visi addolorati, disperati o pieni di speranza”
In quei profughi balena qualcosa di familiare, forse il nostro ricordo di esuli. E ci chiediamo: che altro non vediamo con le nostre menti chiuse?
di David Grossman
Un popolo che vive in stato di guerra sceglie come leader un combattente. Ma forse sono proprio loro a condannare il popolo alla guerra perpetua
David Grossmann è uno dei principali scrittori israeliani conteporanei: è autore di oltre trenta libri tradotti in tutto il mondo. In Italia i suoi libri sono pubblicati da Mondadori
Questa settimana, in un caffè di Gerusalemme, con l’audio del televisore appeso al muro silenziato, ho sentito una donna alle mie spalle dire a un’amica: «Questa ondata di profughi siriani, non so...».
«Che cosa non sai? Ha chiesto l’amica ». «Da quando li fanno vedere in televisione con le mogli, i figli... non so, non sembrano nemmeno siriani». «E cosa sembrano?». «Non so... sembrano… le loro facce, il loro modo di parlare… Lo vedi che hanno paura, e si portano in spalla i bambini…» L’amica ha replicato: «Quelli, anche nella situazione in cui si trovano, ci scannerebbero tutti subito. Guarda cosa fanno tra di loro in Siria, tra fratelli, pensa cosa farebbero a noi se potessero».
«Hai ragione», ha commentato sconsolata la prima, «comunque mi dispiace per i bambini». E l’amica ha ribattuto: «Certo, avrebbero dovuto pensarci prima di iniziare con tutto questo casino».
Io le ascoltavo entrambe e ho pensato che i siriani, per decenni, sono stati per noi, in Israele, l’incarnazione di Satana: donne dei corpi speciali che addentava- no serpenti vivi, l’impiccagione di Eli Cohen, i prigionieri israeliani torturati in Siria, i bombardamenti dei centri abitati della Galilea, e, naturalmente, la brutale guerra civile.
E ho pensato che ora, dopo la distruzione della Siria e le ondate di emigrazione, improvvisamente possiamo vederli in un altro contesto: uomini, donne, ragazzi e bambini che un destino crudele ha strappato da tutto ciò che conoscevano e al quale erano abituati. Il nostro sguardo li vede in una prospettiva diversa, scorgiamo in loro tratti nuovi, espressioni del viso e movimenti del corpo che non avevamo registrato nella “banca immagini” della nostra mente quando parlavamo della Siria. Una banca che includeva raffigurazioni quasi esclusivamente di guerra: manovre, parate, saluti militari e grida di odio per Israele.
Improvvisamente li vediamo muoversi come persone: genitori e figli, ragazze in jeans, ragazzi con lettori di musica e auricolari. Occhi addolorati, disperati, pieni di speranza. Gesti intimi di una coppia.
E forse anche a loro, ai profughi siriani, il dramma che stanno vivendo permetterà di guardare diversamente la vita. Ci sarà qualcuno felice di sfuggire alla morsa della gogna in cui era intrappolato quando pensava a Israele? La gogna della demonizzazione e dell’odio?
Una gogna in cui sono nati, per così dire, e che probabilmente consideravano una buona scelta di vita. L’unica possibile per loro. Una gogna in cui erano imprigionati dalle circostanze, ovvero dalla politica e dalla retorica dei loro governanti dispotici, dal prolungato stato di guerra tra Israele e la Siria, dal lavaggio del cervello subito, fin da piccolissimi, per forgiare il loro atteggiamento nei confronti di Israele.
E c’era, naturalmente, anche la gogna in cui li aveva imprigionati Israele: la minaccia che lo Stato ebraico rappresentava per loro con la sua potenza militare e le ripetute sconfitte inflitte al loro Paese. Forse per questo il popolo siriano ha assunto quel piglio bellicoso nei nostri confronti al quale ci ha abituato. Sempre e solo un piglio bellicoso che noi abbiamo assunto di riflesso, come in uno specchio.
Oppure eravamo noi ad assumere quel piglio e loro a rifletterlo?
Tutti noi siamo i prodotti di un contesto, e talvolta siamo prigionieri di un contesto. Metteteci in uno stato di guerra e combatteremo, odieremo, diventeremo nazionalisti e fanatici. Persone ermetiche.
Ma dateci condizioni di vita favorevoli, sicure, rispettabili, oppure limitatevi a osservarci, a guardarci, ostinandovi a estrapolare il nostro volto umano dal livellamento che tocca chiunque venga trascinato, involontariamente, in un grande movimento che lo sradica dal proprio luogo. Allora avrete la possibilità di trovare in noi un partner.
E ancora una volta affiorano i pensieri sulla distorsione che la profonda ostilità nella quale viviamo - non solo nei confronti della Siria – provoca in noi da varie generazioni. E sul prezzo che paghiamo per questa distorsione: quello di rimpicciolire e di appiattire chi ci sta davanti e che viene etichettato come nemico anche interno, di destra o di sinistra - e una volta definito tale perde la sua complessità, la pienezza della sua esistenza.
E affiora la sensazione che i ferrei meccanismi della gogna – la gogna della guerra, dell’odio - ci siano penetrati nella carne al punto da credere che siano ossa e muscoli del nostro corpo. Che siano la nostra natura e quella del mondo intero, sempre, per l’eternità.
E affiora ciò che ci rode dentro, al di sotto della realtà visibile: l’offesa di esistere in uno stato di guerra costante alla quale nessuno più cerca di porre fine. L’offesa di esserci abituati, in maniera obbediente, ai movimenti coreografici della guerra. L’offesa di essere diventati marionette nelle mani di coloro per i quali la guerra è una seconda natura, o forse, di fatto, una prima. E così eccelliamo nell’inventare nuove ideologie mirate a razionalizzare e a giustificare la situazione di evidente distorsione in cui viviamo.
Un popolo che vive in uno stato di guerra sceglie come leader dei combattenti. In questa scelta c’è una logica che dovrebbe aiutarci a sopravvivere. Ma forse è vero il contrario. Forse sono i leader combattenti, militanti, con la coscienza intrisa di sospetti e di timori, a condannare il loro popolo a una guerra perpetua.
Faremmo bene a guardare i volti degli uomini e delle donne siriani in fuga dall’inferno del loro Paese. Senza dimenticare gli anni di guerra e di odio fra noi dovremmo guardarli bene perché a un tratto, come ha notato la donna nel caffè, in quei volti balena qualcosa di familiare. Magari è il nostro ricordo di profughi, insito in noi, o di una vulnerabilità umana che conosciamo bene, legata alla consapevolezza della fragilità dell’esistenza e all’orrore di chi si sente mancare la terra sotto i piedi. Per un istante rimaniamo stupiti di aver combattuto per decenni contro queste persone.
E poi arriva la domanda più importante: cos’altro stiamo perdendo e cos’altro non vediamo con la testa bloccata in profondità nella gogna?
(Traduzione di Alessandra Shomroni)
Corriere 13.11.15
Gender, non parlarne è una scelta sbagliata
di Donatella Di Cesare
Sarà perché è in inglese, ma la parola gender sembra ormai diventata nel nostro Paese una minaccia tale da dover essere interdetta e vietata nello spazio pubblico. Così il sindaco di Padova è arrivato a negare la sala del Comune dove avrebbe dovuto essere presentato il nuovo libro della filosofa Michela Marzano, Papà, mamma e gender , uscito solo qualche giorno fa per la Utet.
L’inquietante gesto di Massimo Bitonci è paradossalmente la conferma di quel che Marzano denuncia sin dall’inizio nel suo libro: «L’ostilità crescente nei confronti di ogni iniziativa finalizzata a decostruire gli stereotipi sessisti e omofobi». Che senso ha impedire il dibattito, fare in modo che non ci possa essere né riflessione né, addirittura, informazione? Tanto più che si pretende di sapere che cosa sia la «teoria del gender », mentre spesso domina l’ignoranza. E così si immagina che il gender sia quasi un demone maligno che viene a squassare la famiglia. Meglio sarebbe allora tacere — e far tacere — sull’argomento.
Che il divieto abbia colpito il libro di Marzano è triste, perché si tratta del tentativo di far luce sulla questione con toni dialoganti. Fino a che punto il genere sessuale è determinato biologicamente e fino a che punto è una costruzione culturale? Parliamone. Ma con la delicatezza e la profondità che un tale argomento richiede. Anche perché, proprio in Italia, un certo modo di considerare il genere — maschile e femminile — ha portato a modelli normativi, spesso accettati acriticamente anche dai più giovani, i cui effetti devastanti sono sotto gli occhi di tutti. E dovrebbe ormai essere chiaro che dove si discrimina chi è diverso si finisce per avallare la violenza. Speriamo, dunque, che a Michela Marzano si aprano molti spazi pubblici in cui possa esserci un confronto sui temi del suo libro .
Gender, non parlarne è una scelta sbagliata
di Donatella Di Cesare
Sarà perché è in inglese, ma la parola gender sembra ormai diventata nel nostro Paese una minaccia tale da dover essere interdetta e vietata nello spazio pubblico. Così il sindaco di Padova è arrivato a negare la sala del Comune dove avrebbe dovuto essere presentato il nuovo libro della filosofa Michela Marzano, Papà, mamma e gender , uscito solo qualche giorno fa per la Utet.
L’inquietante gesto di Massimo Bitonci è paradossalmente la conferma di quel che Marzano denuncia sin dall’inizio nel suo libro: «L’ostilità crescente nei confronti di ogni iniziativa finalizzata a decostruire gli stereotipi sessisti e omofobi». Che senso ha impedire il dibattito, fare in modo che non ci possa essere né riflessione né, addirittura, informazione? Tanto più che si pretende di sapere che cosa sia la «teoria del gender », mentre spesso domina l’ignoranza. E così si immagina che il gender sia quasi un demone maligno che viene a squassare la famiglia. Meglio sarebbe allora tacere — e far tacere — sull’argomento.
Che il divieto abbia colpito il libro di Marzano è triste, perché si tratta del tentativo di far luce sulla questione con toni dialoganti. Fino a che punto il genere sessuale è determinato biologicamente e fino a che punto è una costruzione culturale? Parliamone. Ma con la delicatezza e la profondità che un tale argomento richiede. Anche perché, proprio in Italia, un certo modo di considerare il genere — maschile e femminile — ha portato a modelli normativi, spesso accettati acriticamente anche dai più giovani, i cui effetti devastanti sono sotto gli occhi di tutti. E dovrebbe ormai essere chiaro che dove si discrimina chi è diverso si finisce per avallare la violenza. Speriamo, dunque, che a Michela Marzano si aprano molti spazi pubblici in cui possa esserci un confronto sui temi del suo libro .