sabato 5 settembre 2015

Corriere 5.9.15
La forza della lentezza di quei passi nel cuore dell’Europa
di Pierluigi Battista


La marcia ha un impatto simbolico fortissimo, più di un banale corteo, o del solito comizio. I reietti, i dannati della terra, i profughi in fuga da fanatici e tiranni e che non vogliono rinunciare a percorrere quei 250 km che li separano dalla libertà, scendono dai treni e si mettono in marcia da Budapest. Usano la forza lenta e inesorabile delle loro gambe per trasmettere un messaggio travolgente.
La marcia resta sempre qualcosa di memorabile. Questa che si snoda con le lacrime agli occhi di chi non si piega all’ultimo diktat, ancora di più. Le bandiera dell’Europa sventolata con un pathos che nessun europeo ha mai provato ci commuove e ci emoziona. Un popolo in marcia. Sembra il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. Impossibile girarsi dall’altra parte e far finta di niente.
Una marcia può servire una buona causa o può servire finalità abiette. Può dare forza a un sogno, come quella che invase Washington sotto la guida di Martin Luther King contro lo scandalo della segregazione razziale («I have a dream»). O può essere uno stru-mento formidabile di ricatto e di pressione, come quella dell’ottobre del ’22 condotta dalle camicie nere e che terrorizzò il Re e il fragile palazzo romano.
Questa marcia dà invece una forza irresistibile a chi usa l’unica risorsa di cui dispone, la disperata energia delle proprie gambe, per raggiungere una meta, per lasciarsi definitivamente alle spalle l’incubo atroce della guerra e della persecuzione, vittime incolpevoli di uno scontro immane tra chi non tiene in nessun conto il valore della vita, e figurarsi della libertà. Una determinazione possente di chi si mette in marcia e non vuole accettare l’ultima sconfitta dopo aver lasciato per terra e per mare i bambini che non ce l’hanno fatta, le persone tradite e maltrattate da mercanti d’umanità senza scrupoli. Sono lì, a un po’ di decine di chilometri da un traguardo sognato, e qualcuno può pensare che si vogliano fermare proprio adesso, che non sono capaci di portare a compimento la loro anabasi, di non saper replicare l’epopea dei contadini di Faulkner e di Steinbeck, la marcia verso l’Ovest di chi sui miseri carri non aveva nient’altro che la propria miseria da trascinare per ricominciare daccapo, per raggiungere una meta?
La forza di una marcia come questa è più poderosa di un treno che non vuole partire dalla stazione di Budapest, dove hanno soppresso i convogli «destinazione Ovest». La marcia è faticosa, massacrante, selettiva. Ma è una lezione che si imprime nella memoria. Che mette a tacere gli indifferenti e i paurosi. Che ci interroga sulla nostra passività, sulla nostra acquiescenza di fronte alle atrocità compiute non lontano da qui e il cui peso, anche militare ed economico, siamo incapaci di sostenere. Senza capire da cosa scappano questi nostri fratelli in marcia, cosa chiedono, cosa non possono più sopportare mentre in Europa, la cui bandiera viene sventolata dai profughi, domina l’immobilismo e l’ipocrisia. Ecco il messaggio di chi marcia, la forza dei loro passi. E la vergogna di chi è costretto, finalmente, a guardare in faccia la realtà.
La Stampa 5.9.15
A piedi da Budapest sognand o la Germania
Scena antica che annulla il presente
di Elena Loewenthal


È una scena che scuote perché sembra contraddire il presente, anzi spazzarlo via con quel suo ritmo atavico fatto di passi tutti diversi l’uno dall’altro anche se la meta è la stessa per tutti, unico è il cammino. Pensare che oggi quanto ci si può mettere, per andare da un capo all’altro del mondo? Qualche ora, un giro d’orologio, due scali in uno di quei «non luoghi» che sono gli aeroporti, dove tutto è sempre uguale e a suo modo rassicurante.
Noto fino allo spasimo.
E invece i profughi siriani camminano. Hanno deciso di varcare a piedi quella insormontabile distanza che li separa da un lembo all’altro dell’Europa. No, non l’hanno deciso. Non avevano altro modo per arrivarci, se non le loro gambe. E così hanno invaso un altro «non luogo» emblematico del nostro presente: l’autostrada. Chissà che effetto fa, percorrerla a piedi. Chissà che effetto farebbe a noi europei, guardare il mondo da un’autostrada per cercare di arrivare a una specie di salvezza. O quanto meno, per uscire dalla guerra e dalla paura. Per noi europei le autostrade sono tutte uguali: cerniere d’asfalto che non hanno senso se non perché connettono un luogo di partenza a uno di arrivo. Chissà che effetto deve fare sentirla sotto i piedi, un’autostrada.
Ma forse non è questo che conta, per la massa di profughi in lento cammino sull’autostrada, un chilometro dopo l’altro. E sono tanti. Conta solo la meta, e conta arrivarci tutti insieme. Come tante altre volte è capitato, sulle strade della storia. Strade di terra e deserto, di disperazione e sogno. Strade che erano un mare apertosi sotto il bastone di Mosè per far passare i figli d’Israele all’asciutto e condurli verso una libertà fatta di fatica e privazioni, prima di toccare con mano il latte e miele della Terra Promessa. Strade che, in tempi più recenti, erano la breccia di un muro, a Berlino, divenuta fiumana di vite che andavano incontro ad altre vite.
È vero che la scena di masse umane in cammino è una costante della storia. Proprio per questo continua a commuovere: perché conosciamo la storia che c’è dietro, che in fondo è sempre quella, anche se diversa ogni volta. La meta è un desiderio di destino. «Vai nel luogo che ti dirò», dice il Signore ad Abramo quando gli ingiunge di abbandonare la casa dove è nato per andare incontro a un futuro che né lui né Dio ancora conoscono. Abramo, che vuol dire «Padre Grande», è uno solo ma è come se fossero tanti. Sono lui le moltitudini di uomini, donne, bambini, giovani e anziani, sani e infermi, che nella storia si sono messe in cammino per raggiungere qualcosa di ancora sconosciuto ma carico di quella luce incerta che è la speranza. E il cammino a piedi è fatto di una lentezza il cui sapore noi che viaggiamo dentro la cabina di un aereo o sopra morbide ruote di gomma non conosciamo più.
Per questo ci scuote, il lento flusso di quei migranti dentro i nostri confini. Zaini in spalla, mani nelle mani, passeggini e fazzoletti in testa. Bandiere. Voci che s’incontrano. Colori che cangiano sotto la luce e l’ombra. È una scena antica eppure a ben guardare sempre presente, in un angolo o nell’altro della nostra storia. Loro sono stranieri, vengono da luoghi lontani che non conosciamo e di cui sappiamo o facciamo finta di sapere molto poco. Eppure in questo loro lento cammino sull’impeccabile asfalto di un’autostrada, verso una specie di salvezza che è forse soltanto promessa di sopravvivenza – ma tanto è bastato loro per mettersi in marcia – non resta difficile immedesimarsi. Basta un tuffo nella nostra memoria.
Corriere 5.9.15
Le previsioni del Pentagono
Una crisi che durerà 20 anni
di Massimo Gaggi


«Sessanta milioni di rifugiati in giro per il mondo, 42 mila famiglie in fuga ogni giorno, secondo i dati dell’Onu: è un’emergenza planetaria impossibile da risolvere in breve tempo. Sono problemi generazionali che ci trascineremo per vent’anni: dobbiamo organizzarci creando un sistema sostenibile di destinazione di risorse a favore di questi profughi». Non sono le parole di un leader politico o religioso né quelle di uno studioso. L’analisi è di un capo militare: il più potente della Terra, il generale Martin Dempsey, capo degli Stati maggiori riuniti del Pentagono. Si può fare della facile ironia sulle forze armate Usa che analizzano problemi che vedono solo da lontano, anziché combattere con efficacia i terroristi dell’Isis la cui avanzata è una delle cause principali dell’esodo biblico dalla Siria. Ma i massacri che hanno fatto fuggire milioni di siriani sono iniziati ben prima che si manifestasse la minaccia dello Stato Islamico. Oggi in Europa c’è chi se la prende con Obama per la sua rinuncia a intervenire in Siria, dimenticando che, quando la Casa Bianca ipotizzò un attacco contro il regime di Assad, l’Europa si tirò indietro. Dempsey non è certo un pacifista: sa che coi soli droni sarà difficile sconfiggere l’Isis, ma sa anche che nessuno in America, nemmeno i repubblicani che accusano Obama di aver fatto una politica rinunciataria, voleva riportare in guerra un Paese che non si è ancora ripreso da quelle in Iraq e Afghanistan. Dempsey, invece, merita di essere ascoltato con attenzione quando parla delle conseguenze di lungo periodo dei flussi migratori e anche dell’impatto psicologico che l’immagine del bimbo annegato sulle spiagge turche potrebbe avere sulle coscienze: un effetto simile a quello delle foto del bombardamento sul mercato di Sarajevo nel 1995, durante la guerra in Bosnia. Allora scattò l’intervento Nato. Oggi non c’è una soluzione militare praticabile, ma l’analisi del Pentagono merita attenzione perché gli strateghi Usa sono abituati a guardare lontano: dall’evoluzione tecnologica pilotata cavalcando Internet alle previsioni sull’impatto economico dell’«effetto serra» nel mondo. Che il problema sia planetario lo sa bene anche Ban Ki-moon che sta cercando di organizzare all’Onu un vertice sui rifugiati, che si dovrebbe tenere già nelle prossime settimane.
Repubblica 5.9.15
La coppia diabolica.
Il destino incerto del piccolo Achille condannato a sopravvivere alla follia dell’acido
Il neonato concepito da Martina Levato e Alex Boettcher nel periodo delle aggressioni è ora al centro di una contesa giudiziaria
Ma l’esito più probabile resta l’adozione


Gli obiettivi degli agguati erano anche altri Tutti coloro che avevano avuto una relazione sia pure fugace con la ragazza L’elenco viene fornito all’amante da un’amica di lei. Lui, da padrone, sta con entrambe Il piano era concepito in un percorso di purificazione della ragazza. Doveva essere cancellato il volto di chi l’aveva guardata o baciata Le due vittime, Barbini e Savi, non hanno mai ricevuto una parola di scuse dagli aggressori
di Carlo Verdelli

Achille è un neonato sano, bellissimo come tanti, sfortunato come pochi. I genitori, quelli dell’acido, stanno in cella, con accuse tremende e una condanna di 14 anni a testa, per adesso. Ma l’ombra che si allunga su questo minuscolo Achille viene anche dalla gestazione che ha subìto, i rischi di salute che ha corso mentre stava nel grembo che doveva proteggerlo, la cascata di dolore che gli ha fatto da liquido amniotico durante l’approdo in questa scheggia di Milano bene e di giovani vite strapazzate. Non basteranno a compensare le babbucce bianche che il magistrato Marcello Musso, lo stesso che ha incastrato chi l’ha concepito, gli ha portato di persona alla clinica Mangiagalli, insieme a un cartoncino scritto a mano: “Con infinita tenerezza, per un lungo cammino”.
Achille Levato, in un futuro prossimo Levato-Boettcher o solo Boettcher, in un futuro appena più remoto chissà, dipende se verrà dato in affido o in adozione, ha un ciuffetto di capelli neri, come la madre Martina (il padre, Alexander, è biondo). Vive in una casa famiglia fuori città e almeno fino a tutto settembre si sobbarcherà una quarantina di minuti di macchina una volta la settimana per raggiungere i genitori nel carcere di San Vittore di Milano e rimanere con loro, separatamente, un’ora a testa o poco più. La prima volta è successo venerdì scorso, il 28 agosto, ed era anche la prima volta che Achille rivedeva sua mamma: il giorno di Ferragosto, con una decisione del Tribunale dei minori molto drastica e altrettanto dibattuta, era stato separato da lei subito dopo il parto, senza neanche il conforto di un minimo contatto. Un’apparente crudeltà, motivata dai giudici con l’esigenza di evitare al piccolo l’illusione biologica di un legame, e il primo attaccamento al seno pare fondamentale, che ancora non si sapeva, e non si sa, che esito avrà. L’incontro, comunque, pur presidiato da guardie, psicologi, educatori e assistenti sociali, è andato bene. Martina gli ha dato un biberon, con dentro un po’ del latte che le “tirano” ogni giorno e poi congelano per passarlo, mischiato con altre sostanze, al figlio; l’ha carezzato, lui s’è addormentato e poi lei ha pianto, cosa che non le succede spesso almeno da quando è stata arrestata, la notte del 28 dicembre, dopo la devastazione di Pietro Barbini.
Tra le infinite scempiaggini scritte e ascoltate sul tema, che in tv è ormai un appuntamento fisso del pomeriggio, ce ne sarebbe una che le batte tutte. La Levato che dice: “Se qualcuno buttasse dell’acido su mio figlio, lo ammazzerei”. Non esattamente la frase migliore per convincere dei giudici, già piuttosto dubbiosi, a lasciarle il bambino. I plotoni di avvocati che si stanno schierando per difendere lei (plotoni anche per Alexander; più misurata, in tutti i sensi, la tutela giuridica del terzo uomo, Andrea Magnani) si sono affrettati a smontare la bestialità ma senza una vera smentita ufficiale. Il che è molto coerente con l’andamento incoerente di questa tragedia criminale, che non ha precedenti per qualità (premeditazione, pedinamenti, esecuzione) e serialità dei delitti, dove non c’è un movente umanamente comprensibile per nessuno dei quattro casi a giudizio, dove i carnefici, fino all’altro ieri, erano bravi o bravissimi ragazzi, ancora oggi difesi dai loro genitori come se la colpa fosse tutta di quell’altro o di quell’altra, e dove le vittime, quattro, avrebbero potuto essere cinque o forse più. La lista degli obiettivi da punire non era ancora stata spuntata per intero. Per esempio, l’ha scampata un ragazzo inglese, Amir, che vive a Londra, reo di un flirt con la Levato a Ibiza. La notte che la polizia preleva Martina dalla casa dei suoi a Bollate, lei ha appena finito di chattare proprio con Amir, per perfezionare la trappola in cui attirarlo. Il che è doppiamente angosciante se si considera che solo qualche ora prima la stessa Martina aveva gettato due secchiate di acido muriatico in faccia a Pietro, l’ex compagno del liceo Parini, stessa colpa di Amir. Con lei, durante la mattanza, l’idolatrato fidanzato Alexander Boettcher, che insegue la vittima già ustionata con un martello, e il complice Andrea Magnani, impegnato nelle retrovie a curare la logistica.
“L’acido lo usano in India i mariti per impedire che la moglie vada con altri, un po’ quello che è successo all’avvocato Lucia Annibali, con il suo compagno che si è preso 20 anni come mandante dell’aggressione. L’acido lo usa la mafia, come con il bambino Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito, per cancellare corpi e tracce. Ma il perché della scelta dell’acido da parte di Levato e Boettcher, lo confesso, non l’abbiamo capito”. Anna Introini è il giudice che ha celebrato il primo processo per direttissima ai due amanti (Magnani finisce in carcere solo a febbraio): 21 anni a ciascuno, ridotti di un terzo per via del rito abbreviato. “Lei ha continuato a ripetere di aver fatto tutto da sola, che Alex non c’entra niente e che l’idea di usare lo sfregio liquido gliel’aveva data Magnani. Mah, quello che risulta è che Martina e Alex, l’estate prima, vanno in vacanza in Grecia insieme a un’amica, Elena. Lui sta con tutte e due, è il padrone. Alla fine chiede a questa Elena nomi e indirizzi di tutte le relazioni precedenti della Levato. E nell’elenco c’è Barbini”.
Sotto gli occhi azzurri e svelti del giudice Introini, capaci di commuoversi alle lacrime davanti alle prime foto di Pietro Barbini dopo l’agguato, passa solo l’ultima stazione di questa surreale via Crucis, e su quella sentenzia. Ce ne sono altre tre, tutte riguardanti ragazzi che hanno o avrebbero fatto sesso con Martina, riunite in un solo processo diviso in due (abbreviato per Levato e Magnani, ordinario per Boettcher), inizio a metà settembre, quando Achille compirà il suo primo mese di vita.
La prima stazione risale al 19 maggio, tentata evirazione di Antonio Margarito con un coltello: la Levato dirà di aver subito violenza, lui la denuncerà per calunnia e tentata evirazione. Si ricomincia, stavolta con l’acido, il 2 novembre: ne fa le spese uno studente della Bocconi, Stefano Savi, che nemmeno sa chi sia Martina ma ha il torto di somigliare proprio tanto a Giuliano Carparelli, che invece con lei c’è stato sì, an- che se non la ricorda bene, in una notte alcolica, sul divano di un priveé. Savi viene sfigurato per uno scambio di persona, ma la sentenza per Giuliano è solo rimandata. Il 15 novembre, infatti, tocca a lui, solo che piove, Carparelli ha un ombrello, si ripara, si salva. Poi Barbini, 28 dicembre.
Martina Levato, 23 anni, fuoriclasse del liceo Parini, master in Bocconi, partorisce con taglio cesareo il 15 agosto. Se si tolgono i 280 giorni della gravidanza, il concepimento di Achille dovrebbe risalire ai primi di novembre. Il che significa che almeno in due assalti con l’acido, se non in tre, Martina è incinta, sa di esserlo, probabilmente lo sa anche il signor Boettcher, gestore di un discreto patrimonio immobiliare di famiglia (lei dice che è un “amministratore delegato”), scadente negli studi ma abilissimo nei rapporti, il superuomo di 30 anni che ha conquistato corpo, cuore e testa di Martina, senza però prendersene cura. Posto che lui non abbia nessun ruolo nei delitti (lo ripete, inascoltato e inascoltabile, dal giorno dell’arresto in flagrante davanti al corpo martoriato di Barbini), niente fa per impedire che la madre del suo primo e unico figlio metta a rischio se stessa e il feto. Tutta la saga del coltello e dell’acido nascerebbe da qui, dai veleni di un amore tossico e sbilanciato, con Alex che può permettersi ogni licenza (è anche sposato e continua a vivere, non separato, con una meravigliosa ragazza croata, Gorana) e con Martina che invece si convince di dover espiare ogni peccato per essere finalmente pura al cospetto del suo immenso amato. Ma invece di chiudersi un convento, si emenda cancellando letteralmente il volto, e quindi l’identità, di chi l’ha toccata, baciata, carezzata. Nessuno è ancora riuscito a stabilire chi sia il dominus tra i due, neanche la perizia psichiatrica che li ha comunque giudicati capaci di intendere e volere al momento dei crimini, e anche dopo. Difficile non solidarizzare con la signora Gorana che, scoppiato lo scandalo, si è presentata in Questura con una delicata piantina grassa in mano: “Grazie per avermi liberato di lui”. Anche l’altra moglie coinvolta, la bielorussa Yuliya, da due anni signora Magnani, sembra aver preso atto che qualcosa si è rotto e non si aggiusterà. Da quando il suo Andrea è stato rinchiuso a febbraio a Opera, sarà andata a trovarlo un paio di volte; adesso che è stato trasferito a Monza, nemmeno quelle. L’allievo di ginnastica estrema del maestro Boettcher, impiegato modello con la fissa di essere troppo grasso, travolto dal fascino del leader, pur di compiacergli si è infilato in una vicenda molto più pesante di lui, ha acquistato dell’acido con una carta prepagata su Internet, è stato il telefonista con la parrucca che ha contattato Barbini, ha prestato la macchina e forse anche qualcosa di più nei momenti dell’azione. Ha anche confessato molto, il che ha trasformato la “coppia dell’acido” in un terzetto, sul quale l’infaticabile dottor Musso, 63 anni e due lauree (una in filosofia), ha caricato pure l’imputazione di associazione a delinquere, il 416, possibile solo in presenza di 3 persone o più. Proprio l’ex bancario Magnani, ormai licenziato e con la casa ancora sotto mutuo pignorata, l’ha fatto scattare. “La pena che si delinea nel secondo processo, se nel primo è stata di 14 anni per un episodio solo, non dovrebbe discostarsi tanto da altri 20 o 25 anni ”, ipotizza Musso, sommerso da torrette di carte nella sua stanza al Tribunale di Milano, dove passa più tempo che a casa. E quelle babbucce per Achille? “Per dare un segnale che la giustizia è fatta di uomini, che pur nel rispetto assoluto della legge, hanno dei sentimenti. La Levato viene dalla periferia, è una vittima sociale di se stessa, divorata dal bisogno di autoaffermazione, nello studio come nel privato”.
Quanto alle altre vittime, e non di se stessi, Pietro Barbini è al quindicesimo intervento chirurgico, lo aspettano altri 15 nei prossimi due anni per recuperare una fisionomia che adesso non ha, ha sospeso gli studi di finanza a Boston e con loro il sogno di un lavoro di immagine a contatto con la gente. Gli piace la musica, “magari cercherò un posto dove si mixa, nell’angolo buio di una discoteca”. Stefano Savi, altrettanti interventi subiti e da subire, le palpebre bruciate, la perdita dell’80% di funzionalità dell’occhio sinistro, cerca di uscire qualche sera, con un capellino e degli occhiali appena comprati; anche lui ha smesso di studiare, non riesce a leggere né a capacitarsi di quel che gli è accaduto. Lo specchio dove ogni mattina Pietro si guarda e rivive il suo incubo, Stefano ce l’ha accanto, vivente: un gemello monozigote, che l’aiuta a combattere il terrore di rimanere uno che fa ribrezzo agli altri. Nessuno dei due, né Pietro né Stefano, ha ricevuto ancora una riga di scuse o una richiesta di perdono.
Ormai da otto mesi Levato e Boettcher stanno a San Vittore, lei al femminile, lui al quinto raggio. Nessun eccesso, nessun problema con gli altri detenuti. Dispongono di sei ore di colloquio al mese: lei ne riserva 4 a lui e 2 ai genitori. Per il resto, freddezza e distacco assoluti verso il resto del mondo, qualche “mi dispiace” di circostanza in prossimità dei processi. Quanto al figlio, all’inizio Alex scriveva: “Vedremo se tenerlo, magari se è maschio”. Poi, dopo la nascita, è come se improvvisamente la scena fosse cambiata per entrambi. Dicono di volere a tutti i costi quel bambino, protestano perché le visite concesse sono troppo poche e troppo brevi. Indicano nei loro genitori, due insegnanti per Martina oppure la signora Patrizia, lasciata dal marito tedesco, che ha cresciuto Alex da sola, le persone a cui affidare Achille in attesa di potersene fare carico loro (altri parenti, entro il quarto grado, non ce ne sarebbero). Il Tribunale dei minori non sembra, per ora, dello stesso avviso: con un decreto provvisorio di 4 pagine, di cui tre dedicate a demolire la supposta capacità genitoriale di Martina e Alex, ha stabilito di nominare il Comune di Milano tutore provvisorio di Achille e di affidare un’indagine ai servizi sociali per valutare se i nonni siano adatti a occuparsi del neonato. Scadenza del mandato: 30 settembre. Dopo, due strade. O si proroga l’incarico al Comune almeno fino a fine anno o si decide subito. E in questo caso, viste le premesse, le condanne, i processi, l’ago sembra pendere verso l’ipotesi di dichiarare Achille adottabile, il che significherebbe un colpo di spugna sul suo breve passato, nome e cognome compresi. Significherebbe un colpo anche per Martina, soprattutto, che proprio attraverso la consapevolezza di Achille sembrerebbe nell’ultimissimo periodo avere scheggiato il tabernacolo dove ha collocato Alex. “Adesso ho un bambino, e viene prima di tutto”. Achille, forse, aiuterebbe la mamma a rinascere. Ma la mamma aiuterebbe Achille a crescere in armonia?
Il neonato col ciuffetto nero doveva chiamarsi Edoardo, come il nonno materno di Alexander, per altro da lui mai conosciuto, un’altra figura maschile mancante dopo quella del padre. Ma Edoardo Boettcher non suonava. Si è pensato a Cesare. Poi ha vinto Achille, nessun parente nei rispettivi alberi genealogici di famiglia. L’ira di Achille, che infiniti lutti addusse agli Achei. Achille il vendicatore (di Patroclo). Achille come il Brad Pitt di Troy, bello e imbattibile, salvo il dettaglio del tallone. Il piccolino trasportato in auto a San Vittore per incontrare un’ora a settimana i suoi genitori, e mai insieme, si merita già adesso un destino meno eroico. Due babbucce bianche e la banalità di un po’ di bene.
Repubblica 5.9.15
Chiatti esce di cella tra le polemiche
Il serial killer di Foligno uccise due bimbi, dopo 21 anni è ricoverato in una residenza sanitaria vicino a Cagliari
Per i periti è ancora “altamente pericoloso e non si è mai pentito”. I giudici: “Ma non c’erano alternative”
di Giuseppe Caporale


Niente più carcere, né polizia penitenziaria. Da oggi, quello che separa il mostro di Foligno dal resto del mondo è soltanto un muro. Il muro della struttura sanitaria di Capoterra, vicino a Cagliari. È qui che Luigi Chiatti, 46 anni, dopo aver scontato appena 21 anni di carcere per l’omicidio di due bambini (Simone Allegretti, 5 anni e Lorenzo Paolucci, 12) trascorrerà altri tre anni, sotto le cure di un’équipe di medici e infermieri.
È stato un pasticcio all’italiana a spalancargli ieri mattina le porte del carcere di Prato: ergastolo in primo grado, condanna a 30 anni in appello e a seguire una serie di sconti di pena (indulto e legge Gozzini). E sebbene Chiatti sia «un soggetto ad altissima pericolosità sociale» ed abbia «minacciato» gli operatori del carcere e un giudice - come si legge nel provvedimento del tribunale di Sorveglianza di Firenze notificato poco più di un mese fa - l’unica soluzione possibile è una struttura sanitaria, in quanto gli ospedali psichiatrici giudiziari dal mese di marzo, in base alla riforma della sanità penitenziaria, sono stati aboliti.
«Chiudere gli Opg è stato di certo un gesto di civiltà» commenta uno dei magistrati che ha seguito la vicenda Chiatti «ma è indubbio che ora la sfida in casi come questi si trasferisce dal piano detentivo a quello sanitario. Si tratta di una scommessa... Del resto non abbiamo avuto scelta. Non ci sono altre vie praticabili in base alla nuova norma, seppure nel caso del mostro di Foligno siamo davanti a una vicenda di eccezionale gravità ».
E a descrivere l’attuale «altissima pericolosità sociale di Chiatti» sono stati i periti incaricati dalla corte d’Appello di Firenze.
«Nonostante il trascorrere del tempo si rileva ancora un forte rischio di recidiva» scrivono i medici. «In Chiatti di recente è emerso uno stato di frustrazione e di solitudine che potrebbe gestire in modo imprevedibile. Nei vari incontri che si sono succeduti non è stato riscontrato in lui mai nessun cenno di rimorso o un minimo dolore per i fatti commessi». «Si tratta» sostengono nella loro relazione inviata al tribunale di Sorveglianza di Firenze «di un disturbo delirante» con «una quota di aggressività repressa e la totale mancanza di un contatto con il proprio mondo interiore ». «La vicenda Chiatti è il risultato di un pasticcio dietro l’altro del nostro sistema giudiziario» commenta amaro l’avvocato Giovanni Picuti, legale dei genitori delle vittime, «nessuno oggi può dirci cosa succederà. Eppure », ricorda il legale, «contestammo tutto da subito. Prima lo sconto a 30 anni per la seminfermità: per noi era evidente che Chiatti era lucido, consapevole delle sue azioni, altro che matto. Per capirlo è sufficiente leggere i file del suo computer dove annotava i pedinamenti dei bambini di Foligno. Poi provammo ad opporci anche al beneficio dell’indulto. Ma è stato sempre tutto inutile. E ora, c’è anche la beffa dell’assenza di strutture idonee...».
Preoccupato anche il commento di Alberto Speroni, poliziotto ora in pensione che nel 1993 arrestò il mostro di Foligno. «Chiatti mi disse che aveva fatto l’omicidio perfetto. Ancora provo rabbia per la freddezza messa in mostra da quello che all’epoca era un ragazzo di appena 20 anni. Sono convinto che non debba mai più tornare libero perché non può guarire, ma sarà la legge a decidere».
Corriere 5.9.15
Pena estinta, Chiatti lascia il carcere
Polemiche sulla residenza sanitaria
Il killer dei bimbi di Foligno trasferito a Cagliari
Un padre: se torna libero non perdono
di Marco Gasperetti


PRATO Non si è mai pentito, non ha mai mostrato rimorso per le terribili sofferenze inflitte alle sue vittime, due bambini, e mai la sua pericolosità sociale è stata messa in discussione. Ma la pena è finita e Luigi Chiatti, 47 anni — per la cronaca nera il «mostro di Foligno» — in carcere per gli assassini di Simone Allegretti e Lorenzo Paolucci di 4 e 13 anni, è stato scarcerato. Era stato condannato a due ergastoli, poi ridotti a 30 anni di carcere in appello perché venne riconosciuta la seminfermità di mente: ne ha scontati 22 dopo aver, nel 2006, usufruito dell’indulto, che portò uno sconto sul fine pena.
Ieri Chiatti ha lasciato il carcere Dogaia di Prato, dove ha vissuto nel braccio per i condannati per reati di pedofilia, ma non è tornato libero. L’appello aveva stabilito che, espiata la pena, avrebbe dovuto trascorrere almeno tre anni in una casa di «cura e custodia». Così ora sarà affidato alla Rems (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza) di Capoterra, località a una trentina di chilometri da Cagliari. «Lui l’ho perdonato, ma non perdonerei chi dovesse farlo tornare libero» ha commentato ieri Luciano Paolucci, il padre di Lorenzo. Lo stesso Chiatti, un diploma di geometra, aveva confessato di temere, una volta libero, di poter tornare a «fare del male a qualche bambino», ma ha sempre rifiutato le cure farmacologiche prescritte dai medici perché affetto da un gravissimo «disturbo delirante».
Alle famiglie delle vittime il trasferimento in Sardegna sembra un ripiego. Lo dice il legale Giovanni Picuti: «Il fatto che si sia scelta un’isola dimostra i timori di una concreta possibilità di recidiva».
In Sardegna Chiatti arriverà stamani, forse con un traghetto con scorta partito da Livorno. Vivrà in una struttura che non è un carcere, ma neppure «manicomio criminale» come l’Opg di Montelupo Fiorentino, una delle strutture che avrebbero dovuto ospitarlo ma che poi, giovedì, è stata scartata anche perché prossima alla chiusura. La Rems sarda, appena costruita, ha sedici posti letto e la filosofia di conduzione è quella di una comunità terapeutica con quattro psichiatri, uno psicologo, cinque operatori sociosanitari, un assistente sociale e dieci infermieri. Non è una prigione, ma fuggire è quasi impossibile: recinzione, vetri blindati antisfondamento e antiproiettile, videocamere di sicurezza, guardie giurate e sensori. Mancano però le guardie carcerarie.
La follia criminale di Chiatti, allora 24enne, si era consumata tra l’ottobre del 1992 e lo stesso mese del 1993. La prima vittima del giovane era stata Simone, 4 anni. Lo trovarono morto in una fossa grazie a un biglietto scritto dallo stesso Chiatti: «Sono il mostro. Attenzione. Il corpo privo di vita di Simone, nudo e senza orologino lo troverete tra Scopoli e Casale». Poi un macabro avvertimento: «Colpirò ancora». Che diventò realtà il 7 ottobre del 1993 con la scoperta del cadavere di Lorenzo Paolucci, 13 anni, vicino alla casa dei genitori adottivi di Chiatti .
La Stampa 5.9.15
L’azienda della Curia licenzia e va in Bulgaria
La bolognese Faac chiude la sede di Bergamo: 50 dipendenti a casa Salvini attacca la diocesi. Il vescovo: decisione che non dipende da noi
di Franco Giubilei


Uno stabilimento chiuso, l’attività delocalizzata in Bulgaria, cinquanta persone senza lavoro: un dramma dell’occupazione come tanti, non fosse che l’azienda smantellata, che aveva sede a Grassobbio nel Bergamasco, appartiene alla Faac, multinazionale dei cancelli elettrici la cui proprietà è interamente nelle mani della curia di Bologna. Un assetto che farebbe presumere un atteggiamento di maggiore comprensione per i lavoratori, anche perché l’arcivescovo Caffarra, nella lettera di intenti spedita al management della società, aveva chiesto che la direzione si ispirasse ai principi dell’impresa sociale contenuti nell’enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI.
Logica del profitto
Invece le cose sembrano essere andate come a un’azienda qualsiasi che scelga di spostarsi dove il costo del lavoro è molto minore: «Noi, a differenza della Fim Cisl, non avevamo firmato l’accordo che prevedeva sì una buonuscita per il personale in mobilità, ma non un impegno preciso a trovarne una ricollocazione – spiega Eugenio Borella, segretario provinciale Fiom di Bergamo -. Il risultato è che a tutt’oggi i 50 dipendenti non sono ancora ricollocati, la Faac sembra essersi defilata e non c’è nessuna proposta concreta. Lo stabilimento di Grassobbio non era in perdita, ma è stato spostato all’estero per guadagnare di più, il che può essere legittimo, ma per noi non è condivisibile perché ha comportato chiusura e licenziamenti». La stessa Fim Cisl, pur siglando l’accordo, la scorsa primavera aveva definito la decisione della Faac «una scelta incomprensibile» alla luce di «dati finanziari e produttivi buoni». Ora che i capannoni sono vuoti e i macchinari hanno preso la via dell’Est Europa, la sorte dei lavoratori resta appesa all’esile filo del presunto interessamento di un imprenditore.
Lega contro diocesi
Intanto il segretario della Lega Matteo Salvini è intervenuto sulla vicenda al Bèrghem Fest di Alzano, invitando il vescovo di Bergamo a telefonare a quello di Bologna per evitare che tanta gente resti sul lastrico, e ha anche annunciato che chiederà un incontro col cardinal Caffarra, calcando la mano sulla differenza di trattamento riservato dalla chiesa agli immigrati e ai lavoratori italiani. La curia di Bologna da parte sua si è limitata a precisare di non aver niente a che fare con la gestione della Faac né per i finanziamenti, né per il personale, né per l’apertura o la chiusura delle filiali, in Italia e nel mondo.
Scelte dei manager
Tutte scelte che competono al management e da cui l’arcivescovo si è tirato fuori, perché non rientrano nelle sue competenze professionali e tanto meno pastorali, con la creazione del trust cui è affidata la direzione concreta della multinazionale. Azienda di dimensioni mondiali, la Faac ha visto subentrare la chiesa nella proprietà dopo che l’ex titolare Michelangelo Manini le lasciò in eredità la sua quota di maggioranza alla sua morte, tre anni fa. Ne seguirono schermaglie coi parenti dell’ex patron, chiuse con una robusta liquidazione, seguite dall’acquisizione da parte dell’arcidiocesi del pacchetto di minoranza della società. Oggi la Faac è l’unico esempio al mondo di multinazionale detenuta al 100% dalla chiesa. Secondo i principi dell’impresa sociale di cui ci parlò a suo tempo il presidente Moschetti, i dipendenti dovrebbero beneficiare pro quota dei profitti, i capitali andrebbero reinvestiti di preferenza nei luoghi di produzione e anche la delocalizzazione è contemplata, a patto che si traduca in vantaggi per le zone dove è effettuata. Il che non sembra essere il caso di Grassobbio.
Corriere 5.9.15
Ezio Gallori
«Per fortuna Di Vittorio non li vede»
«Il sindacato è diventato una professione e ha raccolto le briciole dal tavolo della politica»
intervista di L. Sal.


ROMA «Io fo parte del mondo del lavoro, con la politica non mi sono mai intruppato. Ho 77 anni, ho fatto in tempo a conoscere Giuseppe Di Vittorio: poverello, mi sa che si rigira nella tomba a vedere quelli che ci sono oggi». Ezio Gallori — toscano di Terranuova Bracciolini — ha fatto sindacato per una vita. Iscritto alla Cgil che era ancora un ragazzino, nel 1990 fu espulso per aver fondato il Comu, il Coordinamento dei macchinisti uniti. Nel suo ultimo viaggio prima della pensione, alla stazione di Santa Maria Novella fu accolto da un mazzo di garofani rossi, dalle lacrime dei colleghi e dalla banda che suonava l’Internazionale. Praticamente un film di Ken Loach.
Gallori, anche lei ha potuto aumentare la sua pensione come hanno fatto tanti suoi colleghi?
«Per carità, non ho preso nemmeno un centesimo in più. Dopo 40 anni a fare su e giù sulle locomotive prendo 1.756 euro al mese. Ma va bene così».
Perché ci sono questi meccanismi che vi consentono di prendere un assegno più alto?
«Perché negli anni il sindacato è diventato non dico una casta ma una professione. Stipendi da paperoni e pensioni parecchio ingrassate. I sindacati si sono dimenticati di difendere i lavoratori e pensano solo a loro stessi».
Parla come il suo conterraneo, Matteo Renzi.
«Purtroppo queste cose fanno il suo gioco. Lui getta fango su tutto il sindacato: lo considera solo un intralcio, gli vanno bene solo quelli che dicono sempre sì. Ha torto, certo. Ma qualche colpa ce l’abbiamo pure noi. Anche se bisogna intendersi: all’inizio alcuni vantaggi un senso ce l’avevano».
Quindi è giusto per i sindacalisti avere una pensione più alta?
«No, ma le faccio un esempio. Negli anni 70 c’era la legge Mosca: consentiva di avere una pensione a quei sindacalisti che non avevano contributi. Si veniva da anni difficili, dove li andavi a trovare i contributi? Poi è diventata un trucco per tenere buono chi protestava troppo. La verità è che il sindacato è sempre stato troppo vicino alla politica, e ha raccolto le briciole dal suo tavolo».
Lei non ha mai avuto la tentazione di prenderne qualcuna?
«No, ma bisognava avere la schiena dritta. Ai tempi di Necci le Ferrovie fecero un accordo per mandare via 30 mila persone. Nello stesso tempo tutti i sindacalisti dell’azienda vennero promossi. Uno solo rifiutò, il Fasoli, un tipo di Verona».
Che fine ha fatto il Fasoli di Verona?
«Non lo so. Non credo che abbia fatto carriera. Ma adesso ne farebbe ancora meno».
La Stampa 5.9.15
l nido comunale è una lotteria
Riesce a entrare solo un bimbo su 8
Dossier di CittadinanzAttiva: in tre regioni la retta supera i 400 euro
Un bambino su cinque resta in attesa di entrare in un nido pubblico, gli altri devono per forza andare in un asilo privato
di Gia Gal.


In Italia meno del 12% dei bambini riescono ad ottenere un posto all’asilo nido comunale. Un dato-choc che aiuta a capire perché da anni gli italiani siano in fondo alle classifiche mondiali per nascite. Difficile fare figli quando non si sa poi dove lasciarli.
Costi alti per pochi posti
Un posto all’asilo nido comunale costa in media 311 euro al mese e le rette incidono per il 12% sulla spesa mensile di una famiglia. I conti più salati toccano ai genitori della Valle d’Aosta (440 euro al mese), la retta più economica invece la si paga in Calabria (164 euro), regione che però, rispetto nell’ultimo anno, ha registrato l’incremento più consistente (+18%) rispetto al livello nazionale. Fra i capoluoghi di provincia, 14 hanno aumentato le rette: la crescita record si è registrata a Cosenza (+117,3%), quella minima a Trieste (+0,5%). Lecco è la città capoluogo più cara (515 euro), Catanzaro quella più economica (100 ). Una mappa.
A rendere noti i dati su costi, disponibilità di posti e lista di attesa negli asili nido comunali è l’Osservatorio nazionale prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva, che ogni anno fornisce un quadro nazionale delle spese sostenute dalle famiglie per servizi pubblici locali (asili nido, acqua, rifiuti, trasporti pubblici). Gli asili nido pubblici sono 3978, quelli privati 5372. La disponibilità dei posti è di 162.913 nelle strutture pubbliche e di 110.666 in quelle private. Complessivamente, su 273.579 posti disponibili, il 59% è offerto da strutture pubbliche. Il più elevato numero di nidi pubblici si trova in Emilia Romagna (619 strutture e 28.388 posti disponibili), segue la Lombardia (597 nidi e 25.145 posti) che conta anche il maggior numero di asili e posti privati (rispettivamente 1540 e 35.825). Nella top ten delle città più care, tra quelle che offrono il servizio a tempo pieno (9 ore al giorno), si confermano, rispetto al 2013/14, Lecco, Sondrio, Belluno, Cuneo, Alessandria, Imperia, Cremona, Trento e Aosta mentre Mantova subentra a Bolzano. Il dossier chiede «l’adeguamento alle esigenze, anche economiche, delle famiglie italiane del servizio educativo per la prima infanzia».
Serve «una maggiore flessibilità per i servizi, una revisione degli orari, un’offerta integrata con le molteplici ma disomogenee esperienze di welfare aziendale e di soluzioni alternative». Va ripensato «il modello di servizio per permettere di frequentare l’asilo a più bambini e a costi sostenibili». Un sogno.
Orario e organico ridotti
Usufruisce del servizio di asilo nido comunale meno del 12% dei bimbi fra 0 e 2 anni, il dato varia però dal 24,8% dell’Emilia Romagna al 2% della Campania. Inoltre, uno su cinque resta in attesa di un posto nel nido comunale, con punte del 67% in Basilicata e del 51% in Valle D’Aosta. Livelli molto diversi.
Disparità notevoli anche sulle ore di frequenza: l’87% dei capoluoghi garantisce il servizio a tempo pieno, mentre città come Potenza, Matera, Bari, Brindisi, Lecce, Cagliari, Agrigento, Caltanissetta, Enna, Ragusa, Siracusa, Crotone garantiscono solo l’orario ridotto di sei ore.
Le città meno costose sono Catanzaro, Vibo Valentia, Roma, Trapani, Chieti, Campobasso, Venezia, Napoli, Salerno, Macerata, che subentra a Foggia. Complessivamente in Italia il 42% dei nidi sono pubblici e il 58% privati. Le percentuali per aree geografiche sono: Sud (46% pubblici e 54% privati), Centro (45% pubblici e 55% privati), Nord (40% pubblici e 60% privati). Ritardo storico rispetto a quanto richiesto dall’Ue col documento «Investire nell’infanzia per spezzare il circolo vizioso dello svantaggio sociale». Urge l’accesso a servizi di qualità a costo sostenibile.
La Stampa 5.9.15
Lo schiaffo dell’Inps ai sindacalisti
“Hanno pensioni più vantaggiose”
I dati dell’istituto: privilegiati rispetto al resto dei lavoratori
La difesa: per i sindacati i contributi in più servono a compensare i mancati progressi degli stipendi durante la carriera
di Paolo Baroni


Per i sindacati, che da settimane sono sotto schiaffo, basti pensare alle polemiche sui super-stipendi della Cisl o alla frana di iscritti della Cgil, si tratta di una «polpetta avvelenata». Uno «schiaffo» che il presidente dell’Inps ha voluto assestare a Cgil, Cisl e Uil. Magari solo per il fatto che le confederazioni hanno alzato un vero e proprio muro di fronte all’ipotesi di flessibilità in uscita (con relative penalizzazioni altissime, sostengono loro) ipotizzata per primo proprio da Tito Boeri ed ora entrata nell’agenda del governo.
Le «porte aperte» di Boeri
In realtà l’operazione «Inps a porte aperte» è cominciata da settimane ormai ed ha portato a galla tante altre piccole e grandi anomalie del nostro sistema previdenziale, sacche di privilegi al limite dello scandalo, da quello del fondo piloti Alitalia ai telefonici.
Questa volta, dunque, tocca ai sindacati. Che, spiega l’Inps nella sua nota, godono di«regole contributive e previdenziali diverse dagli altri lavoratori perché possono vedersi ugualmente versati i contributi (o addirittura lo stipendio) da enti terzi rispetto al sindacato presso cui prestano effettivamente il proprio lavoro e perché possono, prima di andare in pensione, farsi pagare dalle organizzazioni sindacali incrementi delle proprie pensioni a condizioni molto vantaggiose». Il risultato è che, a parità di regole per il calcolo gli assegni, le pensioni dei sindacalisti in questo modo sono più vantaggiose di quelle dei lavoratori dipendenti per effetto del cumulo della contribuzione figurativa con quella dell’impegno nei sindacati. I sindacalisti in aspettativa non retribuita o in distacco sindacale (aspettativa retribuita utilizzata nel settore pubblico) hanno infatti diritto nel periodo di assenza dal lavoro all’accreditamento dei contributi figurativi ma spesso hanno per lo stesso periodo versati anche contributi dal sindacato che, per i dipendenti del settore pubblico, vengono ancora valorizzati applicando le regole precedenti al 1993 che prevedono il calcolo della pensione sull’ultima retribuzione percepita. In pratica se anche a questa categoria venissero applicate le norme che valgono per tutti gli latri lavoratori gli assegni si ridurrebbero in maniera considerevole: in media del 27% con punte che possono arrivare anche al 66% nel caso di un pensionato che arriva a percepire 110 mila euro anzichè 40mila.
Paga la collettività
Non solo. L’Inps ci tiene a precisare che «per compensi non superiori alla retribuzione figurativa del lavoratore l’organizzazione sindacale non paga mai alcun contributo»: è tutto «a carico della gestione previdenziale di appartenenza», quindi della collettività dei lavoratori. E quindi fornisce la fotografia aggiornata al 2013 contando 2.773 lavoratori in aspettativa non retribuita nel settore privato e 748 nel pubblico oltre a 1.045 dipendenti in distacco.
Per la Cgil non c’è «nessun privilegio, applichiamo rigorosamente le leggi in vigore». Stizzita la reazione della Uil. Domenico Proietti parla di «valutazioni generiche e sommarie da far sospettare che l’intento sia quello di ingenerare discredito e non di fare chiarezza: grave che un Istituto come l’Inps diffonda notizie imprecise».
Repubblica 5.9.15
Maurizio Martina
“La soluzione è vicina i nostri non capirebbero lo strappo sulle riforme”
Il ministro dell’Agricoltura “pontiere” con la minoranza: “Ma è importante mantenere il nuovo assetto del Senato”
intervista di Giuseppe Alberto Falci


ROMA «Gli spazi per fare un lavoro unitario ci sono tutti». Se i 29 dissidenti del Pd continuano ad agitare la bandiera del Senato elettivo e non intendono cedere sul punto; Maurizio Martina, ministro delle Politiche Agricole, cresciuto nel vivaio di Pier Luigi Bersani, lavora da “tessitore” perché «il Pd viene prima di tutto». D’altro canto, continua dal backstage della festa dell’Unità di Reggio Emilia, «siamo a un passo da una svolta storica».
Ministro Martina, è iniziato il conto alla rovescia. martedì si tornerà a battagliare sul ddl Boschi. Una priorità per l’esecutivo di Matteo Renzi. È possibile, dunque, trovare un compromesso?
«Non ci deve essere nessuna “battaglia”. Il confronto interno al Pd deve servire per fare un passo avanti insieme. Sono convinto che stando al merito della questione si può trovare una buona soluzione e si può votare il superamento del bicameralismo perfetto atteso da anni».
Questo significa che ci sono pontieri al lavoro per una soluzione condivisa?
«Pontieri nel Pd ce ne sono e tutti con un unico obiettivo: guai a dividersi ora».
Il nodo da sciogliere resta l’articolo 2, quello sulla composizione del Senato. È necessario riaprire l’intero articolo o soltanto il comma 9 modificato nel passaggio del testo dal Senato alla Camera?
«Personalmente sono convinto che si possa lavorare oltre l’articolo 2, agendo su altri articoli. In ogni caso credo che dobbiamo rispettare i tempi di approvazione che ci siamo dati ed essere consapevoli che siamo a un passo da una svolta storica per il rinnovamento del sistema istituzionale ».
Quale potrebbe essere la soluzione di compromesso per tenere dentro l’intero Pd?
«Ce ne può essere sicuramente più di una. Abbiamo avanzato qualche settimana fa una proposta. Sono convinto sia importante, per superare davvero il bicameralismo paritario, mantenere l’impianto che si è dato al nuovo Senato: l’aula di rappresentanza delle istituzioni territoriali. Natura, composizione e funzioni devono essere coerenti con questa scelta che trovo decisiva anche per aprire la strada a una nuova stagione del regionalismo italiano ».
Al Senato i dissidenti firmatari sul Senato elettivo sono 29.
Lei, da ex bersaniano, ha cercato una mediazione, un listino da legare all’elezione dei consigli regionali. Pensa che i ribelli perderanno pezzi?
«L’importante è fare tutti uno passo in avanti perché il tema non è lavorare sulle defezioni interne ma unire tutto il PD».
L’ex segretario Pier Luigi Bersani invoca il metodo Mattarella: prima l’unità del Pd. Ritiene sia un appello per far rientrare le divisioni?
«Come ho detto penso che ci siano tutte le condizioni per un lavoro positivo. Io so che i nostri elettori non capirebbero una divisione di questo fronte. E so che tutti dobbiamo sentirci impegnati a evitare toni sbagliati dimostrando, ancora una volta, che nei momenti cruciali l’unità del Pd fa la differenza e cambia davvero lo stato delle cose».
Se invece i dissidenti votassero contro la riforma del Senato sarebbe la fine della legislatura?
«Non contemplo l’ipotesi di uno strappo. E quindi non penso affatto alla fine della legislatura. Abbiamo ancora un sacco di cose da fare. Sopratutto ora che emergono segnali positivi sul fronte dell’economia e del lavoro. Guai a noi se mancassimo questo appuntamento ».
Repubblica 5.9.15
Da un summit con Boschi, Finocchiaro e Zanda la proposta ai dissidenti del Pd
“Matteo, fai un’offerta o davvero salta tutto”
La svolta di Renzi sul Senato “Ok al listino, l’art. 2 resti così” Bersani apre: punti all’unità
di Francesco Bei


ROMA L’intesa sulla riforma costituzionale è a un passo. Il momento della svolta è arrivato mercoledì sera, quando nell’ufficio di Renzi a palazzo Chigi sono saliti in gran segreto il ministro Boschi, il capogruppo Pd al Senato Luigi Zanda e la presidente della commissione affari costituzionali, Anna Finocchiaro. Portavano un messaggio di allarme e una richiesta precisa. Seduti davanti alla sua scrivania, Zanda e Finocchiaro hanno descritto la situazione al premier senza edulcorare la realtà: «Matteo, devi fare un’offerta alla minoranza del partito. Altrimenti stavolta rischiamo davvero che salti tutto». In piedi dietro di loro, Maria Elena Boschi annuiva: «Ascoltali, purtroppo è così ».
Renzi, che alle strette ragiona come un politico e sa distinguere una sfida da una roulette russa, li ha guardati negli occhi e ha capito: «Va bene. Ditemi cosa posso fare ». È a questo punto che Anna Finocchiaro - da relatrice del testo ne conosce ogni piega più nascosta - ha abbassato la voce, si è avvicinata ancora di più al tavolo e ha spiegato quanto aveva concordato prima della riunione con Boschi e Zanda: «Devi accettare l’idea del listino. Ci abbiamo riflettuto e pensiamo che il problema dell’articolo 2 possa essere aggirato. Senza toccare quell’articolo, possiamo inserire la norma sul listino in altri due articoli che la Camera ha modificato». Si tratta dell’articolo 10 della riforma, quello sul procedimento legislativo, oppure dell’articolo 35, che disciplina i limiti agli emolumenti dei consiglieri regionali. Entrambi ritoccati da Montecitorio e non suscettibili della blindatura data dalla “doppia lettura conforme” delle due Camere (come invece l’articolo 2, anche se la minoranza dem contesta questa interpretazione). L’idea insomma è quella di introdurre una forma “light” di elettività, facendo scegliere i consiglieri regionali che diventeranno senatori direttamente dai cittadini. Ma sempre tenendoli a carico delle Regioni.
Accettato il principio, che finora gli aveva sempre fatto storcere la bocca, Renzi ha chiesto tuttavia la garanzia che «l’articolo due non venga toccato», una condizione che potrebbe realizzarsi solo se la minoranza Pd ritirasse i suoi emendamenti. Inoltre per il premier è fondamentale la questione dei tempi e pretende che la riforma venga approvata in aula «entro la prima settimana d’ottobre ». Lo “scambio” con l’opposizione interna tocca anche le unioni civili: «Se riusciamo a chiudere questo benedetto accordo - ha aggiunto il segretario Pd - subito dopo l’approvazione della riforma costituzionale portiamo a casa le unioni civili. E poi apriamo la sessione di bilancio». Un calendario fitto, ma è questo che Renzi illustrerà martedì alla riunione del gruppo a palazzo Madama.
Su questa piattaforma sono iniziati in queste ore i primi contatti informali con i bersaniani. Colloqui che tuttavia non impegnano il capo del governo in prima persona. «Fino a martedì parlateci voi», è stata la consegna del premier a Boschi, Zanda e Finocchiaro. «Poi se serve interverrò io». Durante la discussione che si è aperta quella sera a palazzo Chigi è stata anche passata al vaglio la truppa dei 28 dissidenti dem. E la convinzione comune è stata che una proposta del genere- quella del listino - avrà un impatto tale da spaccare la minoranza in due. Da una parte i bersaniani più dialoganti, dall’altra gli irriducibili. La cui consistenza Renzi ha valutato ieri a pranzo durante il vertice con Alfano, Lupi e Schifani: «Alla fi- ne saranno al massimo una quindicina». Con questi numeri il premier è sicuro di poter vincere la mano. Anche perché lo stesso Schifani, che dentro Ncd è considerato sempre a un passo dal ritornare da Berlusconi, ha garantito che «i nostri li terremo tutti, a parte due o tre. Che comunque non voteranno contro ma usciranno dall’aula».
Informato in queste ore sulla proposta che sta per essere messa sul tavolo dal premier, Pier Luigi Bersani non ha detto di no. «Un accordo si può trovare». Agli ambasciatori di palazzo Chigi ha però a sua volta posto una condizione. «Renzi deve accompagnarla con un impegno che riguarda il partito. Trovi lui la formula più adatta. Ma deve dire chiaramente che considera fondamentale, anche in questo passaggio, l’unità del Pd. Poi chi si vuole aggiungere si aggiunga ». Insomma è il «metodo Mattarella » quello che invoca Bersani. E Renzi già domani, alla chiusura della festa de l’Unità, inizierà a lisciare il lupo per il verso giusto. Esaltando «il ruolo del Pd e della sinistra nel cambiare il corso dell’Europa». «Sinistra », una parola finora mancante nel vocabolario del premier.
Corriere 5.9.15
Senato, il premier e l’ipotesi di accordo che può convincere Bersani e la Lega
L’idea di scorporare l’elettività e mediare sui listini regionali con una norma ordinaria
di Maria Teresa Meli


ROMA «Sulle riforme avanti tutta»: Matteo Renzi non ha nessuna remora ed è convinto che, alla fine della festa, i numeri per far passare il ddl Boschi ci saranno. Di più: «I numeri ci sono già adesso, ma non voglio creare incidenti parlamentari, per cui non forzo e resto fedele all’idea di un’ampia condivisione di questa legge».
Già, il premier, nonostante la sua determinazione ad andare avanti non vuole fare annunci di guerra. Non ne ha bisogno, perché in realtà, al di là delle dichiarazioni ufficiali degli esponenti della minoranza del Pd e di quelle altrettanto dure dei renziani, le trattative sono già partite, benché l’accordo non ci sia ancora.
Il presidente del Consiglio è fermo su una linea di principio: «L’Italia riparte grazie alle riforme, quindi nessuno può bloccarle». Questa affermazione tradotta in modifiche alla legge, significa che il premier è disposto a cambiare l’articolo uno del ddl, quello che riguarda le competenze del Senato. E sul resto offre solo pochi margini: «La mediazione che io propongo — spiega Renzi ai suoi — riguarda i listini, non altro».
Tradotto dal politichese all’italiano, significa che l’elezione diretta dei senatori non è prevista in nessun modo: l’articolo due del ddl non si cambia, se non nella parte in cui è stato già modificato alla Camera, ossia il comma quattro, quello sulla composizione di Palazzo Madama. Quel famoso paragrafo in cui un «nei» è stato sostituito da un «dai» e il resto del significato si è perso per strada.
Insomma, per farla breve, la mediazione è questa: niente elezione diretta dei senatori, piuttosto, un listino a parte, nelle regionali, grazie al quale l’elettore darà un voto a chi vuole diventi senatore. Morale della favola: verrà partorita una legge quadro, alla quale le regioni che devono esprimere i senatori, adegueranno, ciascuna come ritiene, le loro normative elettorali. Perciò: nessuna elezione diretta, e, quindi, nessuna modifica costituzionale, bensì una legge ordinaria che verrà redatta all’uopo.
Questo consentirà a Renzi di chiudere la partita. E infatti Pier Luigi Bersani, che sta seguendo questa trattativa, non ha ancora tratto il dado e da qualche giorno in qua sembra più propenso all’accordo. «Diciamoci la verità — ha confidato a qualche fidatissimo amico — questo tema non ci mette in sintonia con il nostro popolo, anzi, alle feste dell’Unità c’è chi ci contesta perché remiamo contro la riforma, quindi non ci conviene spingere troppo, piuttosto lavoriamo sul fisco e sulle cose di sostanza del ddl Boschi».
La minoranza, però, è spaccata anche in questo passaggio: senatori come Gotor o Fornaro si adegueranno alla nuova linea bersaniana, Chiti, Mineo e Muchetti no. Ma poco male per il premier, perché anche nella Lega si stanno aprendo dei varchi. Ragion per cui il premier è sicuro di farcela.
Anche con il presidente del Senato, in realtà, sono state aperte delle trattative. E a Grasso è stato fatto sapere che se lui mettesse in votazione solo gli emendamenti al comma 4 dell’articolo due salverebbe la situazione. In questo modo non apparirebbe come colui che vuole sopprimere il dibattito parlamentare, ma, nello stesso tempo, consentirebbe al governo (e alla legislatura) di andare avanti.
Sì, perché su un punto, nonostante le trattative aperte, Renzi è determinato: «L’articolo due non è in trattativa». Il che significa che il premier vuole farsi carico delle mediazioni e della sintesi finale, ma non accetta di certo di fare marcia indietro: «Non voglio incidenti parlamentari, ma non voglio neanche che si ricominci da zero».
Insomma, il presidente del Consiglio è disponibile alla trattativa, ma fino a un certo punto: «Tutti i segnali vanno nella direzione che abbiamo indicato da mesi, quella di un’Italia tutt’altro che rassegnata, ma che anzi sta ripartendo. E questi risultati vanno insieme alle riforme, perché quello che dobbiamo fare è creare un clima positivo nel Paese».
Dunque, ancora una volta «avanti tutta», in attesa di quel referendum confermativo nel 2016 che è l’obiettivo finale del presidente del Consiglio. Se quell’appuntamento con le urne coinciderà con le elezioni non è dato sapere. Ma intanto Renzi si attrezza, portando a casa la riforma costituzionale. Il premier non vuole le elezioni anticipate e non ci punta, ma da animale politico quale è non le può nemmeno escludere: «Io sono pronto», continua a ripetere. E nel frattempo attende le mosse degli oppositori esterni e interni.
La Stampa 5.9.15
Spunta l’idea di un listino “anti-Casta” per unire il Pd
di Carlo Bertini


Anche se gli uomini del premier sostengono che sulla riforma costituzionale la mediazione nel Pd è difficile perché «la sinistra interna deve accettare una sorta di resa incondizionata, visto che non gli offriremo niente di più di quanto si era detto», in realtà qualcosa si muove dietro le quinte. Martedì sera si terrà un confronto tra Renzi e la ventina di senatori bersaniani al gruppo Pd del Senato. Il premier è convinto che i numeri ci siano ma farà di tutto «per provare a spaccare il gruppo di dissidenti che non è compatto», spiega un ministro solitamente ben informato. «Magari concedendo che i senatori vengano eletti insieme ai consigli regionali, riducendo il numero di consiglieri. Se in Emilia devi eleggere 40 consiglieri, 8 potrebbero essere eletti come senatori, quindi non si aggiungerebbero poltrone, anzi». Con la formula del «listino» dal sapore anti-casta, Renzi potrebbe dunque decidere di riaprire i giochi sull’articolo 2 in cambio di tempi certi per il varo entro il 15 ottobre quando dovrà presentare in Senato e a Bruxelles la legge di stabilità col taglio delle tasse. Eviterebbe così la spada di Damocle di migliaia di votazioni sugli emendamenti all’articolo 2 che finirebbero per produrre «qualche pasticcio», dice il renziano Giorgio Tonini, evocando di fatto la minaccia del presidente Grasso di riaprire i giochi sul nodo cruciale. La minoranza garantisce tempi blindati in cambio di un accordo, conferma il bersaniano Miguel Gotor. Dunque si prova a trovare una soluzione, «sono in corso contatti», ammette Tonini. «Ma bisogna valutare bene ogni aspetto: chi rappresenterebbero questi senatori così eletti, le regioni o cittadini? Il rischio è che non siano nè carne nè pesce».
Anche se gli uomini del premier sostengono che sulla riforma costituzionale la mediazione nel Pd è difficile perché «la sinistra interna deve accettare una sorta di resa incondizionata, visto che non gli offriremo niente di più di quanto si era detto», in realtà qualcosa si muove dietro le quinte. Martedì sera si terrà un confronto tra Renzi e la ventina di senatori bersaniani al gruppo Pd del Senato. Il premier è convinto che i numeri ci siano ma farà di tutto «per provare a spaccare il gruppo di dissidenti che non è compatto», spiega un ministro solitamente ben informato. «Magari concedendo che i senatori vengano eletti insieme ai consigli regionali, riducendo il numero di consiglieri. Se in Emilia devi eleggere 40 consiglieri, 8 potrebbero essere eletti come senatori, quindi non si aggiungerebbero poltrone, anzi». Con la formula del «listino» dal sapore anti-casta, Renzi potrebbe dunque decidere di riaprire i giochi sull’articolo 2 in cambio di tempi certi per il varo entro il 15 ottobre quando dovrà presentare in Senato e a Bruxelles la legge di stabilità col taglio delle tasse. Eviterebbe così la spada di Damocle di migliaia di votazioni sugli emendamenti all’articolo 2 che finirebbero per produrre «qualche pasticcio», dice il renziano Giorgio Tonini, evocando di fatto la minaccia del presidente Grasso di riaprire i giochi sul nodo cruciale. La minoranza garantisce tempi blindati in cambio di un accordo, conferma il bersaniano Miguel Gotor. Dunque si prova a trovare una soluzione, «sono in corso contatti», ammette Tonini. «Ma bisogna valutare bene ogni aspetto: chi rappresenterebbero questi senatori così eletti, le regioni o cittadini? Il rischio è che non siano nè carne nè pesce».
Repubblica 5.9.15
Guglielmo Loy, Uil
“La totale libertà di licenziamento via italiana alla crescita”
intervista di Valentina Conte


«Perché cambiare un sistema che sin qui non ha mai creato traumi? Per dare un segnale politico». Il segretario confederale della Uil, Guglielmo Loy, ragiona a caldo sui controlli a distanza, una delle novità del Jobs Act.
Un segnale di che tipo?
«La via italiana alla crescita: le imprese hanno piena libertà di licenziare, demansionare, controllare. Mentre il governo si limita a trovare risorse per ridurre in modo indiscriminato il costo del lavoro. Questo è il Jobs Act di Renzi».
Non c’era, secondo lei, il bisogno di adeguare la normativa sui controlli, anche in ragione delle nuove tecnologie?
«Non mi sembra che nel Paese si fosse aperto un dibattito sull’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori. Quando arrivava una nuova tecnologia, ci si metteva attorno a un tavolo e si discuteva. Ora questo passaggio salta: né sindacati né autorizzazioni del ministero. E il lavoratore sa che il dato sensibile può essere usato anche a fini disciplinari. Il punto è sempre lì: le imprese devono essere libere di assumere e licenziare».
Non c’è altro nel Jobs Act?
«Il resto è fuffa o rimescolamento. Le politiche attive sembrano la riverniciatura di un palazzo decadente: il nulla. La riforma degli ammortizzatori ha pure aspetti positivi, ma il prezzo dello spostamento di risorse è alto. Nel 2016 sparisce la mobilità che ha aiutato 3-4 milioni di lavoratori. L’indennità di disoccupazione si allunga a 24 mesi, ma solo per chi ha una contribuzione piena. I lavoratori discontinui, come gli stagionali, sono penalizzati. Il decreto ne salva una parte, turismo e terme. E solo per il 2015. Ma dimentica tutti gli altri, come gli agroalimentari. E poi anche l’estensione degli ammortizzatori è pagato per due terzi dalle imprese e un terzo dai lavoratori. Il governo non ci mette un euro ».
Il criterio del bonus-malus serve però a impedire abusi.
«Finalità nobile, ma il meccanismo può rivelarsi molto costoso. E questo può indurre le aziende a non combattere per superare la crisi, anzi a ridurre personale. Un rischio alto».
E invece aspetti positivi?
«La norma per contrastare le dimissioni in bianco, speriamo sia la volta buona. L’Asdi e il congedo parentale resi strutturali, se non si usa il fondo per l’occupazione come copertura del congedo. La giusta correzione dell’articolo sui disabili, ma il rischio è sempre che molti non trovino uno sbocco».
il Fatto 5.9.15
Il Jobs Act, ovvero che ci fai col Parlamento se hai Squinzi?
di Marco Palombi


Il JobsAct è completo, ora anche gli ultimi decreti attuativi sono stati approvati. Una sua breve storia aiuterà a dimostrare che, se il ddl Boschi abolisce (quasi) il Senato, il governo s’è portato avanti abolendo già l’intero Parlamento,sostituitodalCentrostudi di Confindustria.
A gennaio 2014 Renzi è segretario del Pd e annuncia il Jobs Act per uccidere il precariato. Ad aprile è già a Palazzo Chigi e presenta una legge delega sul tema in cui non c’è scritto niente. A maggio 2014 Confindustria pubblica il documento Proposte
per il mercato del lavoro. Come si legge a pagina 7, le richieste sui contratti a tempo indeterminato sono tre: via il reintegro in ogni caso di licenziamento ingiusto tranne quelli discriminatori (abolire la Costituzione è difficile); permettere di demansionare i dipendenti; permettere i controlli a distanza sui lavoratori tramite pc, telefoni e altri dispositivi (non le telecamere). Tra settembre e ottobre 2014 gli emendamenti governativi realizzano queste e altre richieste degli industriali. La delega passa in Senato con la fiducia.
Poi arrivano i decreti attuativi: per due volte (licenziamenti collettivi e controlli a distanza) il Parlamento chiede modifiche, per due volte il governo – l’ultima ieri – se ne frega e adotta il testo di Confindustria. Traduzione politica: la prossima modifica della Costituzione, come l’intendenza, seguirà. I rapporti di forza tra partiti e impresa (e finanza) ad oggi sono questi. Tutto bene, se solo Arlecchino non si credesse il padrone.

venerdì 4 settembre 2015

Corriere 4.9.15
Festival di Venezia 2015
L’intervista «Quell’ultimo giorno di Rabin Il mio film è un atto d’accusa»
Amos Gitai: documento i legami dei servizi con l’estrema destra
di Valerio Cappelli


DAL NOSTRO INVIATO VENEZIA T re colpi che uccisero la pace. «Ho fatto questo film per aiutare a correggere un’ingiustizia della commissione Shamgar, che fu incaricata dalla Suprema Corte di investigare sull’assassinio di Yitzhak Rabin», anticipa Amos Gitai, il celebre regista noto per il suo impegno civile e pacifista. Rabin, the Last Day , uno dei film più attesi in gara, un atto d’accusa forte, ricostruisce l’ultimo giorno di vita del leader israeliano. Fu colpito a morte da un estremista ebreo il 4 novembre di vent’anni fa, mentre stava lanciando un appello al dialogo davanti a migliaia di sostenitori a un raduno pacifista.
Gitai, nell’inchiesta sull’assassinio, gli apparati di sicurezza del suo Paese si divisero .
«La commissione, che prese il nome da Meir Shamgar, presidente della Corte Suprema, interrogò i bodyguard di Rabin, il suo autista, più gli ufficiali di polizia e i medici dell’ospedale. Settantadue testimoni. L’indagine, dei cui atti ho avuto trascrizione, riconobbe la divisione dei corpi di sicurezza in vari gruppi e la connessione con elementi di estrema destra».
Quali furono le lacune della commissione?
«Le rispondo con una domanda: com’è possibile che un primo ministro venga nel cuore di Tel Aviv in una piazza gremita di gente? La commissione aveva mandato solo sul collasso operativo nella scena del delitto, non sull’incitamento che armò la mano del killer. In un certo senso, questo film è la commissione d’inchiesta che non c’è mai stata. Non riguarda solo un evento brutale, ma un’ombra che si riflette sull’Israele dei nostri giorni».
Come si vive la situazione nella pancia del Paese?
«C’è una crescente impunità sui delitti di odio. La prospettiva di pace si è vanificata dopo novanta tentativi. Gli uomini che hanno reso possibile quell’omicidio sono ancora nei paraggi, alcuni di loro stanno flirtando col potere. Sono preoccupato dalla spinta religiosa clandestina nel cuore di una società secolare. È una malattia che può distruggere l’idea democratica su cui Israele è stata fondata: nella mia mente è nata da uno sforzo politico, non religioso».
Perché ha voluto che nessun attore interpretasse Rabin?
«Lo scopo non era quello di crearne il culto della personalità, e nemmeno di sostituirlo con un attore. Rabin aveva già un’aura attorno a sé, ho costruito il film attorno alla sua assenza, come un grande buco nero. Ma ritroviamo la sua integrità e semplicità, i suoi modi schietti. D’altro canto, non mi sono concentrato sul killer. In Israele siamo abituati a confrontarci con la violenza quotidiana. Non volevo mitizzare la Storia, ho preferito comprendere piuttosto che promuovere la speranza di un futuro migliore. La fine di Rabin rivelò un mondo fosco e minaccioso che rese possibile la sua tragica morte. La sottocultura di odio riempita da una retorica isterica, la paranoia e gli intrighi politici, i coloni per cui la parola pace significa tradimento, i rabbini estremisti che condannarono Rabin invocando un oscuro ruolo del Talmud, il testo sacro dell’ebraismo».
Come ha lavorato con gli attori?
«Li ho coinvolti fin dalla fase della scrittura. Ho studiato filmati d’epoca e contemplato come trasporli in una forma narrativa cinematografica. La sfida del film era come trovare il giusto mix tra messinscena (in cui abbiamo usato le esatte parole pronunciate nell’inchiesta) e materiale d’archivio, che è talmente potente da non desiderare di ricrearlo. Ho anche utilizzato interviste a Shimon Peres, che era ministro degli Esteri di Rabin, e alla vedova Leah. Ho fatto questo thriller politico come cittadino israeliano, prima che come regista. Uscirà il 4 novembre, nel ventennale dell’omicidio, nell’Auditorium della Israel Philharmonic Orchestra, a 200 metri dal luogo della morte».
L’anno prima di essere ucciso, Yitzhak Rabin fu insignito (insieme con Yasser Arafat e Shimon Peres) del premio Nobel per la Pace .
il manifesto 4.9.15
Festival di Venezia 2015
È la stampa, reverendo
Fuori Concorso. Giornalismo d’inchiesta a Boston, travolgente film di genere: «Spotlight» di Tom McCarthy presentato fuori concorso, con Mark Ruffalo e Michael Keaton. Come si indagò e si lanciò la campagna contro i preti pedofili
Silvana Silvestri


VENEZIA Ha scosso il mondo cattolico l’inchiesta sui preti pedofili iniziata negli Usa alcuni anni fa ed ora alla Mostra arriva l’atteso Spotlight di Tom McCarthy, un altro film in programma (fuori concorso) che affronta un tema ispirato alla realtà. Perfetto film di genere, è una macchina senza sbavature ambientato nel mondo del giornalismo americano, uno di quei film che periodicamente arrivano a fare sensazione come gli eventi che li hanno ispirati (il Watergate ad esempio), con figure emblematiche a sostenere il racconto. Si muove alla perfezione il regista Tom McCarthy, nato nel New Jersey con studi a Boston, che ha firmato tra gli altri i film Station Agent (2003), L’ospite inatteso (2007), anche attore (Good Night and Good Look) e sceneggiatore.
Siamo al Boston Globe, deve arrivare un nuovo direttore e già dalle prime battute entriamo nel linguaggio scabro fatto di partite di poker, risposte fulminanti e poche chiacchiere. I capi redattori coordinano (Michael Keaton), i cronisti scalpitano, poi c’è anche una donna (Rachel McAdams) per par condicio e l’outsider (Mark Ruffalo), di origine portoghese che non molla la presa finché non arriva in fondo. Ora ha per le mani il caso di un prete che ha molestato bambini, ma può un giornale i cui lettori sono più della metà cattolici fare causa alla chiesa? La Chiesa ragiona in termini di secoli, potrà il Globe avere tutto questo tempo?
Anche il nuovo direttore è un personaggio che fa scalpore, dritto allo scopo nel rendere indispensabile il quotidiano, in un’epoca (siamo nel 2001) in cui internet azzera le vendite. Di poche parole, ebreo e non gioca neanche a golf, ma ha una strategia in mente e indirizza le ricerche verso una strada di non ritorno, come succederà, facendo infine scoppiare un caso di cui ancora si parla.
È molto interessante seguire i meccanismo del giornalismo investigativo raccontato nel minimi dettagli: non uscire allo scoperto se prima l’indagine non sia stata completata nei dettagli, nelle prove e nelle testimonianze. L’indagine durerà infatti parecchi mesi a partire dai tredici casi di preti conosciuti ai novanta che emergono via via, alle interviste senza mezzi termini a base di: «la gente vuole sapere i particolari», dove è successo? quando è successo?
Il gruppo dei cronisti è lanciato sulle piste dell’avvocato (Stanley Tucci) che difende le vittime di violenze, dell’avvocato che patteggia direttamente con la chiesa ottenendo altissimi risarcimenti (è stato recentemente calcolato in quasi un miliardo di dollari negli Usa, 21 milioni solo a S. Francisco). E per convincere i pezzi grossi più reticenti basterà chiedere: «Ma tu non vuoi stare dalla parte giusta?». Fino ad arrivare al cardinale Law dell’Arcidiocesi (Giovanni Paolo lo trasferì a Roma, a Santa Maria Maggiore) che «sa qualcosa» e che regala al direttore del Globe un voluminoso catechismo dicendogli: «la prenda come una guida di Boston». La Chiesa infatti, viene sottolineato, è la grande benefattrice di Boston, intorno a lei girano gli affari.
Non si dimentica neanche l’importanza che ha l’archivio in un giornale: lì infatti come punto di partenza si ritrovano i ritagli degli articoli su diversi casi che presi separatamente non significavano molto, ma che quando la rete inizia a comporsi saranno la base su cui costruire. Qualcuno in passato aveva già inviato nomi e dati, ma non si era dato troppo credito a quelle denunce.
Il grosso ostacolo contro cui combatte il team di cronisti, il gruppo Spotlight da cui prende il titolo il film, è appunto il silenzio, l’autoassoluzione dei preti, l’omertà della società, il senso di vergogna delle vittime che costituisce la leva dei preti pedofili per ottenere il silenzio. Sono vittime scelte non a caso tra bambini poveri, quasi sempre senza padre che vedono nella benevolenza del loro prete quasi un incontro con Dio, ma che spesso poi ricorrevano al suicidio o alla droga. Quelli ancora vivi cominciano a raccontare. La quantità di casi che emerge sgomenta: si deve trattare di un grande numero di preti, altrimenti non avrebbero potuto farla franca così a lungo.
Finiscono con lo scoprire che si tratta di una percentuale vicina al 6% del clero e l’elenco dei nomi completerà la ricerca, messi in riposo o in case di cura per malattie mentali una volte scoperti, ma senza per questo abbandonare il sacerdozio. Una cultura della clandestinità che confligge pesantemente in ogni caso con l’etica protestante dominante nel paese. Portare alla luce, far parlare, fuori i nomi e le cifre. Nel frattempo ricordiamo che il cardinal Ratzinger dall’Italia interveniva contro i media americani che gettavano discredito e si dovrà aspettare papa Francesco per la condanna definitiva portando in giudizio per abuso di ufficio i vescovi che non abbiano dato seguito alle denunce degli abusi sui minori.
Nel film l’attenzione maggiore è data dalla ricerca della verità, dal meccanismo e dalla strategia giornalistica più che dalle ripercussioni sul mondo cattolico. Il caso in tutta la sua analisi particolareggiata (si parla di 7000 preti coinvolti negli Usa) viene pubblicato nel 2002 e diventa materia esplosiva prima nel paese e poi nel mondo intero. Nel 2003 l’inchiesta valse il Pulitzer come miglior servizio pubblico. «È per questo genere di cose che facciamo questo lavoro» sarà il commento conclusivo, che non deve essere sfuggito ai veri cronisti del Globe se a tratti hanno trovato il film un po’ surreale, non potevano lasciarsi sfuggire la battuta finale.
Il regista ha dichiarato di non aver voluto essere distruttivo, ma mostrare la verità e che Mark Ruffalo, un attore assai impegnato nel sociale, aderisce perfettamente al personaggio di Mike, il cronista d’assalto. Allevato nella religione cattolica, dagli insegnamenti di Gesù ha tratto i suoi valori come attivista della giustizia sociale, insegnamenti che il regista condivide.
Aggiunge anche tutti collegano la pedofilia con il celibato dei preti: «Questa non è l’unica ragione, dice, ma qualcosa si è infranto nell’istituzione. La gente cerca un collegamento umano e c’è qualcosa di bello in quello che annuncia Francesco, qualcosa di semplice. La Chiesa cattolica ha molta strada da fare, se fosse più aperta molte ferite si guarirebbero».
La Stampa 4.9.15
Festival di Venezia 2015
Spotlight, coltello nella piaga della pedofilia nella Chiesa
“Spero che il Papa lo veda”
L’attore Ruffalo: opportunità per risarcire le vittime
di Fulvia Caprara


Il coltello nella piaga dei preti pedofili va giù, fino in fondo, nei drammi esistenziali delle vittime che, ormai adulte, scoppiano a piangere ricordando, nelle immense responsabilità di chi sapeva e ha taciuto, nelle denunce insabbiate che avrebbero potuto fare luce e invece sono finite nascoste, tra cumuli di carte, su scaffali dimenticati.
Di scena ieri (fuori concorso) alla Mostra, Spotlight, regia di Tom McCarthy, è un classico film americano di denuncia, emozionante come Tutti gli uomini del presidente, ben girato e benissimo interpretato, con un ritmo incalzante e un messaggio forte e chiaro: «Non mi aspetto particolari reazioni dai vertici della Chiesa - dichiara il regista -, e devo ammettere di essere pessimista sull’ipotesi di cambiamenti. Mi piacerebbe però che Spotlight fosse visto dal Papa, dai cardinali, e dall’intera comunità ecclesiastica. Tutto ciò che mostriamo è documentato, il film non è un attacco alla Chiesa, che tra l’altro penso abbia ancora la possibilità di guarire».
Non stupisce, dunque, che l’inviato di Radio Vaticana sia il primo a riconoscere «l’onestà» del film: «Il regista - ha sottolineato Luca Pellegrini - non cade nella trappola dello scandalo, mentre gli straordinari interpreti si limitano a fare e dire solo ciò che i personaggi reali fecero e dissero».
La storia vera della squadra di giornalisti del Boston Globe, (dal loro nome viene il titolo del film) inizia nel 2001, quando il nuovo direttore del giornale, Marty Baron (Liev Schreiber) arriva a Boston da Miami e dà il via libera a un’inchiesta che si allarga a macchia d’olio svelando gli abusi sessuali e psicologici praticati da circa ottanta sacerdoti su oltre mille bambini.
Un fiume di testimonianze e ricostruzioni che, attraverso seicento articoli, ha portato all’attenzione del mondo la spina nel fianco della Chiesa cattolica, una malattia contagiosa che ha allontanato dalla fede numerosi credenti, sconvolti, come racconta il film, dalla violenza subita, ma anche dal fatto che a compierla fossero persone a cui pensavano di potersi affidare: «Molti di loro - racconta McCarthy - parlavano di doppio tradimento, di abuso fisico e insieme spirituale. Per tante delle vittime la religione contava moltissimo e l’essere costretti a vivere in silenzio quel tormento, spesso senza nemmeno il sostegno dei familiari, è stato terribile. Un crimine perpetrato contro innocenti indifesi».
Cronisti appassionati
Del team di Spotlight facevano parte cronisti appassionati come Walter «Robby» Robinson (Michael Keaton), Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams) e Michael Rezendes, personaggio affidato al carisma di Mark Ruffalo, divo con l’anima, di dichiarata fede cattolica, che ha lanciato un appello accorato: «Spero che il Papa veda questo film, che il Vaticano lo usi come un’opportunità straordinaria per risarcire le vittime dei torti subiti, per curare le loro sofferenze». La vicenda, ha aggiunto Ruffalo, «ricostruisce semplicemente i fatti. È scioccante che a Boston in quel periodo fossero in tanti a far finta di non vedere. Non solo gli uomini di Chiesa, ma anche i media, i presidi di scuole prestigiose, i rappresentanti delle più alte cariche amministrative».
Insieme con il pathos dell’indagine, tra colpi di scena e battute d’arresto, scoperte drammatiche e verità lancinanti (fondamentale, nella vicenda, la figura del difensore dei molestati, l’avvocato armeno Mitchell Garabedian, interpretato da Stanley Tucci) si respira nostalgia per quel giornalismo d’inchiesta che è sempre stato tra i fiori all’occhiello della cultura democratica americana: «Spotlight esiste ancora - fa notare McCarthy - ma, nel nostro Paese come altrove, quel modo di lavorare è stato colpito dai tagli. Il film sottolinea l’importanza di quel modo di fare informazione. Oggi si punta sui titoloni di richiamo e mai sull’approfondimento, i giornalisti subiscono pressioni mentre la gente chiede serietà e credibilità. Per la sopravvivenza della democrazia è necessario che una stampa libera continui a esistere».
Repubblica 4.9.15
Il Memoriale italiano di Auschwitz sarà smontato e portato a Firenze

Leggiamo l’intervento di ieri su Repubblica di Cesare de Seta sul Memoriale italiano ad Auschwitz, di proprietà dell’ANED (Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti), realizzato da Lodovico Belgiojoso, Primo Levi e altri. Il Memoriale è chiuso da 4 anni. Di più: il Museo ha apertamente minacciato di smantellarlo. Di fronte a questa minaccia; di fronte al fatto che dal 2008 nessun governo e nessun partito hanno difeso il diritto del Memoriale di rimanere lì dove si trova, l’ANED si è piegata a cercare una sede alternativa in Italia. Dal novembre 2014 è stata scelta Firenze. Comune di Firenze, Regione Toscana, Ministero dei Beni culturali e ANED hanno sottoscritto un protocollo d’intesa in tal senso. Nelle prossime settimane il Memoriale sarà restaurato, smontato, imballato e trasportato a Firenze, dove finalmente sarà riaperto al pubblico. Pensiamo che questo sfratto sia una sconfitta per la cultura italiana e per il Paese. Ma speriamo che il prof. de Seta e quanti come noi vi si sono opposti ora vogliano impegnarsi per diffondere il valore di quest’opera, per trasformare l’abominio della sua rimozione in una nuova occasione di visita, di studio, di valorizzazione, nel ricordo dei suoi autori.
Dario Venegoni, vicepresidente ANED