continua l’attacco agli operai
La Stampa 23.5.15
Draghi promuove i contratti aziendali
Il presidente della Bce: tagliati meno posti di lavoro rispetto agli accordi nazionali
di Marco Zatterin
Elogio delle riforme e della flessibilità, servito insieme con un’abbondante dose di ottimismo per l’economia, «visto che l’outlook dell’Eurozona è il migliore da sette lunghi anni». Mario Draghi prende la parola nel Forum portoghese organizzato dalla Bce a Sintra - la versione europea del summit agostano che la Fed ospita a Jackson Hole nel Wyoming -, e invita a guardare avanti, ad agire sulla competitività e sul mercato del lavoro. Attira l’attenzione quando dice che la contrattazione aziendale delle retribuzioni è da preferire a quella nazionale, fatto che argomenta con alcuni della sua banca. I quali dimostrano, afferma, che chi aveva intese a livello locale ha meglio sfruttato la flessibilità nei tempi difficili, «e ha tagliato i posti meno di chi era vincolate da patti salariali centralizzati».
Il nodo del lavoro
Si cerca una ricetta per correggere il dramma dell’occupazione a due cifre e favorire l’aumento dei giri del motore della ripresa. E’ un tempo in cui il peggio sembra essere alle spalle, eppure gli indicatori più rosei si scontrano con un malessere diffuso fra le famiglie che faticano ad arrivare a fine del mese. Draghi, coerente col passato, batte sul tasto degli interventi strutturali, a tutto campo. E davanti a un pubblico da grande occasione, ricorda che un ritorno durevole alla crescita e alla stabilità richiede che non si interrompa il ciclo degli interventi strutturali. Proseguire lo sforzo gli pare necessario per scatenare il potenziale che non trova uno sbocco. «Prima riformiamo - è il messaggio -, meglio è». Ecco il punto. «Mettiamo l’accento qui non perché gli impegni necessari siano stati ignorati in questi anni - ha spiegato il presidente Bce -, ma perché sappiamo che la capacità di riportare stabilità e benessere non dipende solo dalle politiche cicliche, compresa la monetaria, ma anche da quelle strutturali». Le due azioni «sono dipendenti». Pertanto, l’ex governatore di Bankitalia sottolinea che «ci troviamo in una prima fase della ripresa ciclica: non è un motivo per ritardare le riforme strutturali, ma piuttosto è un’opportunità per accelerarle».
Incognite sulle ripresa
Bisogna insomma evitare l’errore dell’Eurozona, che più volte è stato denunciato allo scoppio della crisi nel 2008, che è quello di non avere capitalizzato abbastanza i tempi buoni vissuti sino ad allora. La politica monetaria «si sta facendo sentire sull’economia e la crescita si riprende», nota il presidente Bce, e «le attese di inflazione si sono riprese». Tuttavia, puntualizza, «non significa affatto che non ci siano sfide da affrontare: la ripresa ciclica non risolve da sola tutti i problemi dell’Europa». Un adeguato livello di flessibilità delle economie nazionali nell’Eurozona «dovrebbe far parte del nostro Dna comune». Al contempo, «molte cose parlano a favore d’una governance sulle riforme esercitata congiuntamente a livello dell’Eurozona». E’ un appello alla collegialità delle riforme, «a livello nazionale ed europeo». Importante essere credibili: «Se c’è incertezza sui tempi dell’attuazione, o sull’impegno dei successivi governi nel mantenerle, ci vorrà di più perché imprese e famiglie adeguino le aspettative e i vantaggi delle riforme slitteranno nel tempo». Il litigioso universo della politica è avvisato.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
sabato 23 maggio 2015
Repubblica 23.5.15
Voto di scambio, inchiesta a Bari. L’ira di Emiliano
di Lello Parise
BARI . «Chiedo a tutti i candidati del centrosinistra di evitare reclutamenti di massa, devono astenersi dal remunerare sia pure con un semplice rimborso spese, quelli che fanno parte dei loro staff». Parola di Michele Emiliano. L’aspirante alla successione di Nichi Vendola ed ex pm antimafia, non vuole finire nel tritacarne perché competitori schierati nelle file dei progressisti mettono in scena la pratica del voto di scambio. La magistratura apre un’inchiesta dopo un articolo di Repubblica, martedì, a proposito di presunti intrallazzi all’ombra delle urne, e un video, mandato in onda il giorno dopo da Telenorba dove il collaboratore di una candidata del Pd spiegava che un rappresentante di lista avrebbe potuto intascare «trenta, quaranta, cinquanta euro...». La Digos acquisisce pezzo e filmato e i requirenti aprono la caccia ai sultani delle preferenze, acquistate sotto banco. Il sospetto è che ci sia gente pagata sulla base del numero di consensi che riesce a procurare nel seggio dove lavora come sentinella – il rappresentante di lista, appunto – dell’intraprendente concorrente.
Sul banco degli indiziati finisce, prima degli altri, Anita Maurodinoia, in corsa con i riformisti. Un’assistente del consigliere regionale in pectore usa parole per metà prudenti e per metà suadenti pur di riuscire ad allettare ragazze e ragazzi attratti dall’idea di fare soldi: «Per telefono non posso darti informazioni sul compenso, ma la cifra gira in città…». Un altro candidato, in una delle due civiche di Emiliano, ricorre a Facebook per reclutare chi vuole «sostenere Gianni Filomeno». Una donna raccomanda: «Portati la tessera elettorale, abbiamo bisogno del riscontro del tuo voto». A registrare la conversazione questa volta sono quelli del M5S.
Emiliano ascolta e legge tutto, poi taglia corto: «Io non voglio giustiziare sommariamente qualcuno, ma non farò sconti a nessuno nel caso in cui i requirenti dovessero accertare che queste accuse non sono campate in aria. Fanno bene. Purché ci facciano sapere come va a finire questa storia prima dell’apertura dei seggi». Un parlamentare che preferisce restare anonimo «perché non posso mettere a rischio la mia vita », racconta: «Questa è solo la punta dell’iceberg. Domandatevi perché i comitati elettorali sono pochissimi. In alcuni quartieri, a Japigia, Carbonara, Bari Vecchia, è impossibile aprirli. Sono i malavitosi, con la complicità di quelli che organizzano il voto di scambio, a stabilire chi tra gli antagonisti per un seggio nell’assemblea pugliese può darsi da fare. Se ho un comizio in una zona calda, avere la scorta è inevitabile. È come se ci fosse un controllo militare del territorio. Non accadeva da mai. E chi sgarra, finisce male».
Voto di scambio, inchiesta a Bari. L’ira di Emiliano
di Lello Parise
BARI . «Chiedo a tutti i candidati del centrosinistra di evitare reclutamenti di massa, devono astenersi dal remunerare sia pure con un semplice rimborso spese, quelli che fanno parte dei loro staff». Parola di Michele Emiliano. L’aspirante alla successione di Nichi Vendola ed ex pm antimafia, non vuole finire nel tritacarne perché competitori schierati nelle file dei progressisti mettono in scena la pratica del voto di scambio. La magistratura apre un’inchiesta dopo un articolo di Repubblica, martedì, a proposito di presunti intrallazzi all’ombra delle urne, e un video, mandato in onda il giorno dopo da Telenorba dove il collaboratore di una candidata del Pd spiegava che un rappresentante di lista avrebbe potuto intascare «trenta, quaranta, cinquanta euro...». La Digos acquisisce pezzo e filmato e i requirenti aprono la caccia ai sultani delle preferenze, acquistate sotto banco. Il sospetto è che ci sia gente pagata sulla base del numero di consensi che riesce a procurare nel seggio dove lavora come sentinella – il rappresentante di lista, appunto – dell’intraprendente concorrente.
Sul banco degli indiziati finisce, prima degli altri, Anita Maurodinoia, in corsa con i riformisti. Un’assistente del consigliere regionale in pectore usa parole per metà prudenti e per metà suadenti pur di riuscire ad allettare ragazze e ragazzi attratti dall’idea di fare soldi: «Per telefono non posso darti informazioni sul compenso, ma la cifra gira in città…». Un altro candidato, in una delle due civiche di Emiliano, ricorre a Facebook per reclutare chi vuole «sostenere Gianni Filomeno». Una donna raccomanda: «Portati la tessera elettorale, abbiamo bisogno del riscontro del tuo voto». A registrare la conversazione questa volta sono quelli del M5S.
Emiliano ascolta e legge tutto, poi taglia corto: «Io non voglio giustiziare sommariamente qualcuno, ma non farò sconti a nessuno nel caso in cui i requirenti dovessero accertare che queste accuse non sono campate in aria. Fanno bene. Purché ci facciano sapere come va a finire questa storia prima dell’apertura dei seggi». Un parlamentare che preferisce restare anonimo «perché non posso mettere a rischio la mia vita », racconta: «Questa è solo la punta dell’iceberg. Domandatevi perché i comitati elettorali sono pochissimi. In alcuni quartieri, a Japigia, Carbonara, Bari Vecchia, è impossibile aprirli. Sono i malavitosi, con la complicità di quelli che organizzano il voto di scambio, a stabilire chi tra gli antagonisti per un seggio nell’assemblea pugliese può darsi da fare. Se ho un comizio in una zona calda, avere la scorta è inevitabile. È come se ci fosse un controllo militare del territorio. Non accadeva da mai. E chi sgarra, finisce male».
Repubblica 23.5.15
La questione morale e la trincea della Campania
Nessuno, neppure Renzi, può permettersi di trascurare una terra spinosa ma cruciale per il voto
di Stefano Folli
FORSE non è la Campania la regionechiave del 2015, quella che deciderà chi ha vinto e chi ha perso le elezioni del 31 maggio. Questo profilo sembra adattarsi meglio alla Liguria, regione «rossa» in bilico come ancora un paio di mesi fa era impensabile. Eppure la Campania all’improvviso è diventata centrale negli intrecci preelettorali. Segno che nessuno è davvero sicuro di se stesso e dei propri voti; e quindi nessuno può permettersi di trascurare una terra spinosa, contraddittoria, ma destinata a contare molto nel bilancio finale del voto.
All’inizio Renzi aveva pensato di tenersi un po’ distante da De Luca, candidato anomalo e controverso, tanto popolare quanto a rischio di immediata decadenza in base alla legge Severino. Ma le circostanze lo hanno indotto a cambiare idea. Non è tempo di regali al centrodestra e peraltro sarebbe paradossale la vittoria di uomo del Pd contro il presidente-segretario, una vittoria ottenuta senza che il leader del partito e del governo abbia messo piede a Napoli. Renzi ha compiuto l’unica scelta possibile in base a un calcolo di «realpolitik». Lo ha fatto quindi senza riserve verso il personaggio e certi nomi che affollano le liste del centrosinistra, mettendo nel conto qualche attacco sulla «questione morale» da parte dei settori di opinione pubblica comunque diffidenti nei suoi confronti.
L’unica misura di prudenza adottata dal premier è stata di presentarsi in Campania il giorno dopo l’approvazione della legge sulla corruzione e non il giorno prima. Qualche giorno dopo il «sì» del Parlamento alle misure contro i reati ambientali e non qualche giorno prima. Per il resto, la battaglia a favore di De Luca è combattuta senza esclusione di colpi. E «nessuno venga a darmi lezioni di legalità», sottolinea Renzi, consapevole che è da quel fronte che possono nascere le polemiche. Ma in campagna elettorale non si può andare troppo per il sottile. Perché alla fine il voto avrà un peso nazionale, come è sempre accaduto in occasioni analoghe. D’Alema nel 2000 arrivò a dimettersi da presidente del Consiglio. In quell’occasione la regione che fece la differenza, provocando la frana, fu il Lazio dove vinse a sorpresa Storace di Alleanza Nazionale. Adesso non c’è alcuna possibilità che ai primi di giugno si apra una crisi di governo, ma il premier si ritroverà senz’altro più debole se i conti non tornano.
Ecco perché la contabilità avverrà in base al numero di regioni vinte, non solo sulla base delle percentuali raccolte da ogni singolo partito. Si può capire: il voto è frastagliato e poco omogeneo sul territorio. Sette regioni non sono poche, ma rappresentano solo una porzione del totale. E poi si voterà anche in numerosi comuni piccoli e grandi. Ricavare dai risultati una lezione inequivocabile sul piano nazionale non sarà semplice. Quindi il criterio più logico rimanda al numero di regioni vinte. Renzi non può permettersi di lasciare indietro quelle in bilico (appunto Campania e Liguria), ma nemmeno il Veneto dove i sondaggi sono sfavorevoli alla Moretti. Con il paradosso che proprio la Moretti, la più debole, è invece la candidata più in sintonia con Renzi, al di là delle scelte del passato.
Gli altri due, De Luca a Napoli e Raffaella Paita a Genova, sono esponenti di un partito che non è quello che il presidente del Consiglio vuole costruire intorno a sé. Sono candidati subiti, come nel caso dell’ex sindaco di Salerno; ovvero figli di un errore di calcolo, come nel caso della Paita. Entrambi devono convivere con una forte ripresa dei Cinque Stelle, un dato che deve preoccupare Renzi. In fondo la stagione del premier era cominciata con la promessa di ridimensionare l’anti-politica, lasciata lievitare in precedenza da Bersani. Se invece la tendenza si inverte, molti problemi si complicheranno. Quanto a Berlusconi, è evidente che non riesce più a tenere insieme i tasselli del mosaico. Può tentare di limitare i danni, come sta facendo senza nemmeno troppa determinazione. Dopo il 31 maggio si volterà pagina nel centrodestra, anche se nessuno sa con certezza cosa potrà accadere.
La questione morale e la trincea della Campania
Nessuno, neppure Renzi, può permettersi di trascurare una terra spinosa ma cruciale per il voto
di Stefano Folli
FORSE non è la Campania la regionechiave del 2015, quella che deciderà chi ha vinto e chi ha perso le elezioni del 31 maggio. Questo profilo sembra adattarsi meglio alla Liguria, regione «rossa» in bilico come ancora un paio di mesi fa era impensabile. Eppure la Campania all’improvviso è diventata centrale negli intrecci preelettorali. Segno che nessuno è davvero sicuro di se stesso e dei propri voti; e quindi nessuno può permettersi di trascurare una terra spinosa, contraddittoria, ma destinata a contare molto nel bilancio finale del voto.
All’inizio Renzi aveva pensato di tenersi un po’ distante da De Luca, candidato anomalo e controverso, tanto popolare quanto a rischio di immediata decadenza in base alla legge Severino. Ma le circostanze lo hanno indotto a cambiare idea. Non è tempo di regali al centrodestra e peraltro sarebbe paradossale la vittoria di uomo del Pd contro il presidente-segretario, una vittoria ottenuta senza che il leader del partito e del governo abbia messo piede a Napoli. Renzi ha compiuto l’unica scelta possibile in base a un calcolo di «realpolitik». Lo ha fatto quindi senza riserve verso il personaggio e certi nomi che affollano le liste del centrosinistra, mettendo nel conto qualche attacco sulla «questione morale» da parte dei settori di opinione pubblica comunque diffidenti nei suoi confronti.
L’unica misura di prudenza adottata dal premier è stata di presentarsi in Campania il giorno dopo l’approvazione della legge sulla corruzione e non il giorno prima. Qualche giorno dopo il «sì» del Parlamento alle misure contro i reati ambientali e non qualche giorno prima. Per il resto, la battaglia a favore di De Luca è combattuta senza esclusione di colpi. E «nessuno venga a darmi lezioni di legalità», sottolinea Renzi, consapevole che è da quel fronte che possono nascere le polemiche. Ma in campagna elettorale non si può andare troppo per il sottile. Perché alla fine il voto avrà un peso nazionale, come è sempre accaduto in occasioni analoghe. D’Alema nel 2000 arrivò a dimettersi da presidente del Consiglio. In quell’occasione la regione che fece la differenza, provocando la frana, fu il Lazio dove vinse a sorpresa Storace di Alleanza Nazionale. Adesso non c’è alcuna possibilità che ai primi di giugno si apra una crisi di governo, ma il premier si ritroverà senz’altro più debole se i conti non tornano.
Ecco perché la contabilità avverrà in base al numero di regioni vinte, non solo sulla base delle percentuali raccolte da ogni singolo partito. Si può capire: il voto è frastagliato e poco omogeneo sul territorio. Sette regioni non sono poche, ma rappresentano solo una porzione del totale. E poi si voterà anche in numerosi comuni piccoli e grandi. Ricavare dai risultati una lezione inequivocabile sul piano nazionale non sarà semplice. Quindi il criterio più logico rimanda al numero di regioni vinte. Renzi non può permettersi di lasciare indietro quelle in bilico (appunto Campania e Liguria), ma nemmeno il Veneto dove i sondaggi sono sfavorevoli alla Moretti. Con il paradosso che proprio la Moretti, la più debole, è invece la candidata più in sintonia con Renzi, al di là delle scelte del passato.
Gli altri due, De Luca a Napoli e Raffaella Paita a Genova, sono esponenti di un partito che non è quello che il presidente del Consiglio vuole costruire intorno a sé. Sono candidati subiti, come nel caso dell’ex sindaco di Salerno; ovvero figli di un errore di calcolo, come nel caso della Paita. Entrambi devono convivere con una forte ripresa dei Cinque Stelle, un dato che deve preoccupare Renzi. In fondo la stagione del premier era cominciata con la promessa di ridimensionare l’anti-politica, lasciata lievitare in precedenza da Bersani. Se invece la tendenza si inverte, molti problemi si complicheranno. Quanto a Berlusconi, è evidente che non riesce più a tenere insieme i tasselli del mosaico. Può tentare di limitare i danni, come sta facendo senza nemmeno troppa determinazione. Dopo il 31 maggio si volterà pagina nel centrodestra, anche se nessuno sa con certezza cosa potrà accadere.
Corriere 23.5.15
Prete e scrittore porno: «Ci dava anche 50 euro a volta»
«Si prostituivano anche nella Basilica»
Tra gli arrestati c’è anche un sacerdote. Il parroco delle chiese viterbesi di Vallebona e Montecalvello, P.G. In casa, oltre a 1700 foto hard di minori, gli agenti hanno trovato libri erotici scritti sotto lo pseudonimo di Gabriele Doni. Una delle vittime ha raccontato: «In stazione gira sulla scala mobile, sul binario per Fiumicino, è venuto davanti al Mc Donald’s con la macchina, siamo andati a mangiare e dopo sono andato a casa con lui». Sempre secondo la stessa testimonianza, il parroco pagava «quaranta o cinquanta euro» ogni volta.
Ma non è l’unico, secondo una delle testimonianze agli atti delle indagini, quella di una donna che si prostituiva in zona: «È un prete che due o tre anni fa lavorava presso la chiesa Santa Maria degli Angeli in Piazza della Repubblica - a riguardo sono certa delle mie affermazioni in quanto all’epoca lavoravo ancora come meretrice proprio zona della citata Piazza della Repubblica - e, in alcune occasioni, la sera, ho notato lo stesso che faceva entrare dei ragazzini romeni da un’entrata secondaria della struttura. Poi, scambiando qualche parola con uno di quei ragazzini, ho appreso che quell’uomo lì pagava 20 euro per consumare rapporti sessuali» ha raccontato. In un caso è emerso che uno dei testimoni, un nomade dei campi fuori città, aveva mentito. E qui, secondo l’ordinanza «in base anche a quanto si è potuto accertare dalle obiezioni del minore la sua cultura non accetta l’omosessualità, per cui i minori temono di dimostrare veri e propri rapporti consolidati di tale tipologia per non essere additati come le gay nel gruppo di appartenenza».
Prete e scrittore porno: «Ci dava anche 50 euro a volta»
«Si prostituivano anche nella Basilica»
Tra gli arrestati c’è anche un sacerdote. Il parroco delle chiese viterbesi di Vallebona e Montecalvello, P.G. In casa, oltre a 1700 foto hard di minori, gli agenti hanno trovato libri erotici scritti sotto lo pseudonimo di Gabriele Doni. Una delle vittime ha raccontato: «In stazione gira sulla scala mobile, sul binario per Fiumicino, è venuto davanti al Mc Donald’s con la macchina, siamo andati a mangiare e dopo sono andato a casa con lui». Sempre secondo la stessa testimonianza, il parroco pagava «quaranta o cinquanta euro» ogni volta.
Ma non è l’unico, secondo una delle testimonianze agli atti delle indagini, quella di una donna che si prostituiva in zona: «È un prete che due o tre anni fa lavorava presso la chiesa Santa Maria degli Angeli in Piazza della Repubblica - a riguardo sono certa delle mie affermazioni in quanto all’epoca lavoravo ancora come meretrice proprio zona della citata Piazza della Repubblica - e, in alcune occasioni, la sera, ho notato lo stesso che faceva entrare dei ragazzini romeni da un’entrata secondaria della struttura. Poi, scambiando qualche parola con uno di quei ragazzini, ho appreso che quell’uomo lì pagava 20 euro per consumare rapporti sessuali» ha raccontato. In un caso è emerso che uno dei testimoni, un nomade dei campi fuori città, aveva mentito. E qui, secondo l’ordinanza «in base anche a quanto si è potuto accertare dalle obiezioni del minore la sua cultura non accetta l’omosessualità, per cui i minori temono di dimostrare veri e propri rapporti consolidati di tale tipologia per non essere additati come le gay nel gruppo di appartenenza».
venerdì 22 maggio 2015
Repubblica 22.5.15
Da Augé a Scianna a Pistoia riprendono i Dialoghi sull’uomo
PISTOIA Dedicato a “Le case dell’uomo. Abitare il mondo” comincia oggi il festival di antropologia “Pistoia-Dialoghi sull’uomo”. In programma, fino a domenica, 23 appuntamenti. Tra gli ospiti anche l’astrofisico Giovanni Bignami, il fotografo Ferdinando Scianna, gli antropologi Marco Aime, Marc Augé e Francesco Remotti e poi Peppe Servillo e Vinicio Capossela.
Repubblica 22.5.15
Il cardinale Cottier
“Nel cuore di tutti c’è un anelito verso il Creatore”
«C’È nel cuore di tutti, di ogni uomo, un anelito verso l’assoluto e Dio che forse non è sempre cosciente ma che resta iscritto nella natura dello spirito. Questo anelito porta verso Dio seppure Dio lo si rifiuti o ci si dichiari a lui indifferenti». Pro teologo emerito della Casa pontificia, il cardinale domenicano francese Georges Cottier, per anni ha visionato i testi papali valutandone la conformità dottrinale. Fresco autore con Monica Mondo di Selfie (Cantagalli), Cottier ritiene la Chiesa debba guardare positivamente a qualsiasi religiosità, senza chiusure o paure, «e soprattutto senza giudicare nessuno».
Padre, perché riunirsi per un qualcosa che ricorda lontanamente una Messa o una celebrazione religiosa seppure ci si dichiari indifferenti a Dio?
«È la domanda che vorrei porre io a queste persone. Forse c’è in loro il bisogno recondito di trovare un senso alla propria esistenza. E il trovarsi è un modo per provare a trovare questo senso, questo significato. Certo, occorrerebbe capire bene chi sono queste persone. E cioè da dove vengono. Quali esperienze hanno fatto. E, se si dichiarano atei, se sono contro il religioso oppure no».
Dicono di essere indifferenti e non contrari a nessun credo, seppure non ne professino alcuno.
«Allora la domanda che occorre fare loro è perché sentono il bisogno di riunirsi. Ritengo comunque che dietro ogni persona vi sia una storia da scoprire. L’itinerario spirituale, infatti, perché anche in questo caso nonostante tutto mi sembra si possa parlare di itinerario spirituale, tocca i singoli ed è diverso in ognuno. Chissà, probabilmente ogni persona che partecipa a questi raduni lo fa per motivi diversi e con ognuno sarebbe bello parlare, capire, conoscere ». ( p. r.)
Il cardinale Cottier
“Nel cuore di tutti c’è un anelito verso il Creatore”
«C’È nel cuore di tutti, di ogni uomo, un anelito verso l’assoluto e Dio che forse non è sempre cosciente ma che resta iscritto nella natura dello spirito. Questo anelito porta verso Dio seppure Dio lo si rifiuti o ci si dichiari a lui indifferenti». Pro teologo emerito della Casa pontificia, il cardinale domenicano francese Georges Cottier, per anni ha visionato i testi papali valutandone la conformità dottrinale. Fresco autore con Monica Mondo di Selfie (Cantagalli), Cottier ritiene la Chiesa debba guardare positivamente a qualsiasi religiosità, senza chiusure o paure, «e soprattutto senza giudicare nessuno».
Padre, perché riunirsi per un qualcosa che ricorda lontanamente una Messa o una celebrazione religiosa seppure ci si dichiari indifferenti a Dio?
«È la domanda che vorrei porre io a queste persone. Forse c’è in loro il bisogno recondito di trovare un senso alla propria esistenza. E il trovarsi è un modo per provare a trovare questo senso, questo significato. Certo, occorrerebbe capire bene chi sono queste persone. E cioè da dove vengono. Quali esperienze hanno fatto. E, se si dichiarano atei, se sono contro il religioso oppure no».
Dicono di essere indifferenti e non contrari a nessun credo, seppure non ne professino alcuno.
«Allora la domanda che occorre fare loro è perché sentono il bisogno di riunirsi. Ritengo comunque che dietro ogni persona vi sia una storia da scoprire. L’itinerario spirituale, infatti, perché anche in questo caso nonostante tutto mi sembra si possa parlare di itinerario spirituale, tocca i singoli ed è diverso in ognuno. Chissà, probabilmente ogni persona che partecipa a questi raduni lo fa per motivi diversi e con ognuno sarebbe bello parlare, capire, conoscere ». ( p. r.)
Repubblica 22.5.15
“Noi, che preghiamo senza credere in Dio” quelle messe in chiesa delle comunità laiche
Si chiamano “Nones” e i loro gruppi si moltiplicano dagli Usa al Regno Unito
Non si riconoscono nella religione ma avvertono un forte bisogno di spiritualità
E anche il mondo cattolico comincia a guardarli con interesse
di Paolo Rodari
LE comunità già attive sono ventotto. Ma le adesioni sono così massicce che in pochi mesi si prevede arrivino a cento. Sono presenti nel Regno Unito, in Irlanda, negli Stati Uniti e in Australia. Gli aderenti vengono per la maggior parte da comunità cristiane, gente che nel credo di Gesù di Nazaret non riesce più a trovare motivi adeguati di sequela. Persone che, incapaci di elidere del tutto una sorta di sfera sacrale dall’interno delle proprie esistenze, sceglie una sua evoluzione para religiosa: le congregazioni laiche dei Nones , da «none of the above», ovvero «nessuno dei sopracitati», dove i sopracitati sono i classici gruppi religiosi, qualsiasi essi siano e qualsiasi credo perseguano.
I Nones, insomma, non hanno Dio, né credo di riferimento, sono semplicemente congreghe dedite a offrire ai propri aderenti un servizio religioso depurato di qualsiasi aspetto soprannaturale. «In una domenica mattina londinese insolitamente calda — scrisse tempo fa sul New Scientist Graham Lawton — , faccio una cosa che non facevo da trent’anni: mi alzo e vado in chiesa. Per un’ora e mezza canto, ascolto letture, mi godo momenti di tranquilla contemplazione e getto qualche moneta nel cestino delle offerte. Alla fine c’è il tè con i biscotti, e una sensazione di calore in quella che immagino sia la mia anima. In centinaia di luoghi in tutta la città, nello stesso momento, sta succedendo la stessa cosa. Con una sola differenza: qui non c’è nessun dio. Benvenuti all’assemblea domenicale della “congregazione laica”, che si svolge ogni due settimane alla Conway hall”».
In sostanza, lo scopo dei Nones è uno: limitarsi a celebrare la vita vivendola il più pienamente possibile. Il tutto riunendosi in assemblee capaci di offrire la consolazione di un servizio religioso privo di aspetti soprannaturali. Dove Dio, morto e sepolto, rivive e risorge in un bisogno indistinto e indecifrabile di soprannaturalità.
Una forma di religiosità sempre più in espansione nelle nostre società postmoderne, tanto che di essa, recentemente, si è occupata anche la Civiltà Cattolica, la storica rivista dei gesuiti che con padre Giandomenico Mucci ha scritto: «In definitiva, dai Nones, arriva di nuovo il messaggio laicista che una società senza Dio può essere una società sana, non ostile alla religione, ma ad essa indifferente, senza la fredda razionalità della società teorizzata da Weber e Durkheim e, più recentemente, da Dawkins. Una società semplicemente soddisfatta di essere diventata indifferente al problema di Dio».
Uomini e donne senza Dio, insomma. Ma non per questo feroci nei suoi confronti e verso i credo istituzionali. Semplicemente indifferenti. O quantomeno apatici. Tanto che il loro, più che essere un ateismo tout court, è un apateismo: indifferenza (apatia) verso Dio (theòs).
Certo, non tutti aderiscono ai Nones . Molti, infatti, vivono l’indifferenza in modo intimo, privato. Un numero di persone cresciuto velocemente negli ultimi due decenni come dimostra uno studio recentemente pubblicato dal Pew Research Center negli Stati Uniti. Il rapporto rivela che il 19,6% degli intervistati si dice «agnostico», «ateo» o «non interessato ad una fede particolare», mentre nel 1990 la quota si fermava all’otto per cento.
A chi sostiene che una società “senza Dio” degeneri e che la fede sia necessaria per non cadere nel caos, Philip Zuckerman, sociologo del Pitzer College di Claremont noto per gli studi sui non credenti ed esperto dei Nones , risponde che un’analisi globale del 2009 ha messo a confronto religiosità e parametri del benessere sociale (come ricchezza, uguaglianza, diritti delle donne, istruzione, aspettativa di vita, mortalità infantile, gravidanze precoci, diffusione di malattie veneree, tasso di criminalità, suicidi e omicidi) e ha rilevato che «più un Paese è laico e meglio se la cava». Per Zuckerman «certi aspetti della visione laica della realtà contribuiscano a creare società più sane», a beneficio di tutti: ritenere che «questo sia l’unico mondo che abbiamo» e non ci sia un aldilà spinge a «renderlo migliore che puoi»; l’importanza data alla scienza, all’istruzione e alla razionalità spinge a cercare soluzioni concrete: «Per mettere fine alla criminalità — si chiede — dobbiamo pregare o combatterne le cause?».
In fondo è questa la sfida che anche la Chiesa cattolica, col Papa callejero regnante, può fare propria: guardare alla positività che la secolarizzazione comporta e non anteporsi ad essa additandola come la causa di ogni male. È un po’ la proposta avanzata anni fa da Dietrich Bonhoeffer, teologo evangelico “della secolarizzazione”, martire ai tempi del nazismo: i tempi sono maturi per un cristianesimo non religioso, diceva, un cristianesimo che ripensa la concezione di Dio, di Cristo, della Chiesa e dell’essere cristiani elaborando una nuova ermeneutica per far nascere un rapporto positivo e costruttivo con il mondo, la storia e la modernità.
“Noi, che preghiamo senza credere in Dio” quelle messe in chiesa delle comunità laiche
Si chiamano “Nones” e i loro gruppi si moltiplicano dagli Usa al Regno Unito
Non si riconoscono nella religione ma avvertono un forte bisogno di spiritualità
E anche il mondo cattolico comincia a guardarli con interesse
di Paolo Rodari
LE comunità già attive sono ventotto. Ma le adesioni sono così massicce che in pochi mesi si prevede arrivino a cento. Sono presenti nel Regno Unito, in Irlanda, negli Stati Uniti e in Australia. Gli aderenti vengono per la maggior parte da comunità cristiane, gente che nel credo di Gesù di Nazaret non riesce più a trovare motivi adeguati di sequela. Persone che, incapaci di elidere del tutto una sorta di sfera sacrale dall’interno delle proprie esistenze, sceglie una sua evoluzione para religiosa: le congregazioni laiche dei Nones , da «none of the above», ovvero «nessuno dei sopracitati», dove i sopracitati sono i classici gruppi religiosi, qualsiasi essi siano e qualsiasi credo perseguano.
I Nones, insomma, non hanno Dio, né credo di riferimento, sono semplicemente congreghe dedite a offrire ai propri aderenti un servizio religioso depurato di qualsiasi aspetto soprannaturale. «In una domenica mattina londinese insolitamente calda — scrisse tempo fa sul New Scientist Graham Lawton — , faccio una cosa che non facevo da trent’anni: mi alzo e vado in chiesa. Per un’ora e mezza canto, ascolto letture, mi godo momenti di tranquilla contemplazione e getto qualche moneta nel cestino delle offerte. Alla fine c’è il tè con i biscotti, e una sensazione di calore in quella che immagino sia la mia anima. In centinaia di luoghi in tutta la città, nello stesso momento, sta succedendo la stessa cosa. Con una sola differenza: qui non c’è nessun dio. Benvenuti all’assemblea domenicale della “congregazione laica”, che si svolge ogni due settimane alla Conway hall”».
In sostanza, lo scopo dei Nones è uno: limitarsi a celebrare la vita vivendola il più pienamente possibile. Il tutto riunendosi in assemblee capaci di offrire la consolazione di un servizio religioso privo di aspetti soprannaturali. Dove Dio, morto e sepolto, rivive e risorge in un bisogno indistinto e indecifrabile di soprannaturalità.
Una forma di religiosità sempre più in espansione nelle nostre società postmoderne, tanto che di essa, recentemente, si è occupata anche la Civiltà Cattolica, la storica rivista dei gesuiti che con padre Giandomenico Mucci ha scritto: «In definitiva, dai Nones, arriva di nuovo il messaggio laicista che una società senza Dio può essere una società sana, non ostile alla religione, ma ad essa indifferente, senza la fredda razionalità della società teorizzata da Weber e Durkheim e, più recentemente, da Dawkins. Una società semplicemente soddisfatta di essere diventata indifferente al problema di Dio».
Uomini e donne senza Dio, insomma. Ma non per questo feroci nei suoi confronti e verso i credo istituzionali. Semplicemente indifferenti. O quantomeno apatici. Tanto che il loro, più che essere un ateismo tout court, è un apateismo: indifferenza (apatia) verso Dio (theòs).
Certo, non tutti aderiscono ai Nones . Molti, infatti, vivono l’indifferenza in modo intimo, privato. Un numero di persone cresciuto velocemente negli ultimi due decenni come dimostra uno studio recentemente pubblicato dal Pew Research Center negli Stati Uniti. Il rapporto rivela che il 19,6% degli intervistati si dice «agnostico», «ateo» o «non interessato ad una fede particolare», mentre nel 1990 la quota si fermava all’otto per cento.
A chi sostiene che una società “senza Dio” degeneri e che la fede sia necessaria per non cadere nel caos, Philip Zuckerman, sociologo del Pitzer College di Claremont noto per gli studi sui non credenti ed esperto dei Nones , risponde che un’analisi globale del 2009 ha messo a confronto religiosità e parametri del benessere sociale (come ricchezza, uguaglianza, diritti delle donne, istruzione, aspettativa di vita, mortalità infantile, gravidanze precoci, diffusione di malattie veneree, tasso di criminalità, suicidi e omicidi) e ha rilevato che «più un Paese è laico e meglio se la cava». Per Zuckerman «certi aspetti della visione laica della realtà contribuiscano a creare società più sane», a beneficio di tutti: ritenere che «questo sia l’unico mondo che abbiamo» e non ci sia un aldilà spinge a «renderlo migliore che puoi»; l’importanza data alla scienza, all’istruzione e alla razionalità spinge a cercare soluzioni concrete: «Per mettere fine alla criminalità — si chiede — dobbiamo pregare o combatterne le cause?».
In fondo è questa la sfida che anche la Chiesa cattolica, col Papa callejero regnante, può fare propria: guardare alla positività che la secolarizzazione comporta e non anteporsi ad essa additandola come la causa di ogni male. È un po’ la proposta avanzata anni fa da Dietrich Bonhoeffer, teologo evangelico “della secolarizzazione”, martire ai tempi del nazismo: i tempi sono maturi per un cristianesimo non religioso, diceva, un cristianesimo che ripensa la concezione di Dio, di Cristo, della Chiesa e dell’essere cristiani elaborando una nuova ermeneutica per far nascere un rapporto positivo e costruttivo con il mondo, la storia e la modernità.
Repubblica 22.5.15
“I destini generali” di Guido Mazzoni: un’indagine sulla condizione dell’Occidente fra la fine delle ideologie e il dominio consumista
La sazia mediocrità all’epoca del disagio
di Michele Serra
DOVE ci ha condotti — almeno noi occidentali — la tragedia della Storia? A uno sbocco antitragico: una mediocrità sazia, un decente livello di libertà, niente che trascenda la mera soddisfazione dei bisogni individuali, una patina di tolleranza che intorpidisce i conflitti interni e esorcizza (almeno per adesso) quelli esterni, efficacemente consorziati nell’integralismo islamico. Che del tragico e del trascendente è, invece, la quintessenza.
Questa sensazione statica, di fine del futuro e di archiviazione del passato, in qualcuno suscita una ostilità sprezzante, una nostalgia violenta degli ideali che trascinano, delle visioni che illuminano. Sono le minoranze antagoniste, che tentano, molto faticosamente, di riorganizzare quel conflitto politico radicale che la sconfitta del comunismo ha sospeso, non si sa per quanto. Nei più prevale invece la constatazione che l’esito mediocre ha in sé la qualità, non così spregevole, di garantire la soddisfazione di bisogni (materiali e “politici”) per secoli solamente sognati, come la libertà dalla fame e la libertà di esprimersi. Ma pur sempre di esito mediocre si tratta.
Lo dicono benissimo le ultime righe del breve, folgorante saggio di Guido Mazzoni I destini generali ( Laterza Solaris): «Alla fine del secolo più tragico della storia umana, alla fine di un conflitto ciclopico fra idee di società e di persona, il modo di vita che esce vincitore è il meno eroico, il meno grandioso, ma anche il meno elitario, il più immanente, il più autenticamente popolare. Non ho nulla di politico o di reale da opporre a tutto questo. Ho solo una forma di disagio».
Disagio è l’ultima parola del saggio, a suggello di un centinaio di pagine che hanno il merito (poco “saggistico”, se così si può dire) di far sempre percepire, più o meno svelato ma sempre presente, quello che definirei lo stato d’animo dell’autore. Specialmente nelle pagine dedicate alla Berlino post-nazista, post-comunista, post-Muro e post-tutto, con le icone pubblicitarie largamente egemoni rispetto ai simboli della memoria e della Storia, lo stato d’animo di chi sta scrivendo (e, per contagio, di chi legge) è una componente fondamentale del discorso attorno al “come stiamo”.
Stiamo così: coscienti del fatto che la società dei consumi — definizione “vecchia”, ormai almeno sessantennale, ma per ora non rimpiazzabile con altrettanta efficacia — ha vinto anche per meriti tutt’altro che disprezzabili, specie se la si guarda “dal basso”, partendo da antiche privazioni e millenarie soggezioni di classe; ma non è in grado di indicare altro obiettivo al di fuori del suo eterno ripetersi fino a diventare — se non lo è già — la parodia di se stessa. L’enorme wurstel di plastica che campeggia trionfante, a Berlino, nei pressi del sinistro luogo chiamato “Topografia dei terrori”, accanto alla ex sede della Gestapo e a un lungo trat- residuo di Muro, è parodistico in sé. Né serve, per sorriderne, essere un fine intellettuale.
Individuare nel “disagio” (parola anch’essa antitragica) il sentimento dominante richiede un esercizio di lucidità/onestà intellettuale non frequentissimo nelle élites. A partire dall’ammissione della natura “au- tenticamente popolare” e antielitaria (democratica?) del consumismo, del suo trionfante processo di liberazione dai vincoli sociali e dalle remore etiche, dal troppo complesso e dal troppo impegnativo, Mazzoni si tiene ben discosto dal giudizio sprezzante, dall’insofferenza acrimoniosa che contraddistinguono buona parte del discorso critico sul consumismo e sulla società di massa.
Si capisce che tra i molto citati Deleuze e Guattari, per i quali il crollo degli antichi legami è comunque emancipazione, e il “moralista” Lacan, che parlava di “obbligo del desiderio” e di “imperativo del godimento”, l’autore ha il dubbio — fondato — che abbia avuto ragione Lacan: il consumismo “obbligatorio” separa e sconnette, cancelto la i vincoli, e fa sembrare “nevrotico”, se non autoritario, qualunque tentativo di riconnettere, ricollegare, subordinare il piacere individuale a qualunque altra priorità o gerarchia. Ma se l’analisi del libro è questa, dal libro non è certo la chiusura elitaria che scaturisce, né l’arroganza/disperazione nihilista. È, diciamo così, una forma di demoralizzazione perplessa, di amarezza gentile comune a molti se non moltissimi contemporanei più o meno pensanti.
Filologo e critico letterario, Mazzoni (che è del 1967, dunque con il vantaggio non piccolo di sentirsi meno condizionato dalle esperienze politiche e dalle strutture ideologiche delle precedenti leve intellettuali) utilizza per la sua ricognizione a tutto campo psicanalisi (molta), letteratura, storia, filosofia e fatti di cronaca distillati con sapienza (acutissimo il riferimento a Fabrizio Corona). Manca, o quasi, l’economia, la cui recente invadenza a scapito delle scienze umane ne fa sentire assai poco la mancanza.
Molto letterario è il titolo del libro; fa pensare all’“azione parallela” di Musil. Ovvero alla forma di un vuoto, alla definizione puramente accademica di un’impresa nevrotica per eccellenza, quella di riconnettere a un futuro comune destini individuali “liberati” e deresponsabilizzati dal consumismo. I destini generali significa che non esistono, allo stato attuale delle cose, destini generali. Il dubbio, appena chiuso il libro, è che potrebbe essere il tremendo cozzo con la trascendenza (il fanatismo religioso) a ridare un significato meno mediocre, e più condiviso, alle nostre pigre libertà.
LA COLLANA I destini generali di Guido Mazzoni (pagg. 106, euro 14) fa parte della nuova collana “Solaris” di Laterza, pensata per fornire nuove letture del mondo contemporaneo. Tra gli altri autori, Giorgio Falco, Daniele Giglioli e Vanni Santoni
“I destini generali” di Guido Mazzoni: un’indagine sulla condizione dell’Occidente fra la fine delle ideologie e il dominio consumista
La sazia mediocrità all’epoca del disagio
di Michele Serra
DOVE ci ha condotti — almeno noi occidentali — la tragedia della Storia? A uno sbocco antitragico: una mediocrità sazia, un decente livello di libertà, niente che trascenda la mera soddisfazione dei bisogni individuali, una patina di tolleranza che intorpidisce i conflitti interni e esorcizza (almeno per adesso) quelli esterni, efficacemente consorziati nell’integralismo islamico. Che del tragico e del trascendente è, invece, la quintessenza.
Questa sensazione statica, di fine del futuro e di archiviazione del passato, in qualcuno suscita una ostilità sprezzante, una nostalgia violenta degli ideali che trascinano, delle visioni che illuminano. Sono le minoranze antagoniste, che tentano, molto faticosamente, di riorganizzare quel conflitto politico radicale che la sconfitta del comunismo ha sospeso, non si sa per quanto. Nei più prevale invece la constatazione che l’esito mediocre ha in sé la qualità, non così spregevole, di garantire la soddisfazione di bisogni (materiali e “politici”) per secoli solamente sognati, come la libertà dalla fame e la libertà di esprimersi. Ma pur sempre di esito mediocre si tratta.
Lo dicono benissimo le ultime righe del breve, folgorante saggio di Guido Mazzoni I destini generali ( Laterza Solaris): «Alla fine del secolo più tragico della storia umana, alla fine di un conflitto ciclopico fra idee di società e di persona, il modo di vita che esce vincitore è il meno eroico, il meno grandioso, ma anche il meno elitario, il più immanente, il più autenticamente popolare. Non ho nulla di politico o di reale da opporre a tutto questo. Ho solo una forma di disagio».
Disagio è l’ultima parola del saggio, a suggello di un centinaio di pagine che hanno il merito (poco “saggistico”, se così si può dire) di far sempre percepire, più o meno svelato ma sempre presente, quello che definirei lo stato d’animo dell’autore. Specialmente nelle pagine dedicate alla Berlino post-nazista, post-comunista, post-Muro e post-tutto, con le icone pubblicitarie largamente egemoni rispetto ai simboli della memoria e della Storia, lo stato d’animo di chi sta scrivendo (e, per contagio, di chi legge) è una componente fondamentale del discorso attorno al “come stiamo”.
Stiamo così: coscienti del fatto che la società dei consumi — definizione “vecchia”, ormai almeno sessantennale, ma per ora non rimpiazzabile con altrettanta efficacia — ha vinto anche per meriti tutt’altro che disprezzabili, specie se la si guarda “dal basso”, partendo da antiche privazioni e millenarie soggezioni di classe; ma non è in grado di indicare altro obiettivo al di fuori del suo eterno ripetersi fino a diventare — se non lo è già — la parodia di se stessa. L’enorme wurstel di plastica che campeggia trionfante, a Berlino, nei pressi del sinistro luogo chiamato “Topografia dei terrori”, accanto alla ex sede della Gestapo e a un lungo trat- residuo di Muro, è parodistico in sé. Né serve, per sorriderne, essere un fine intellettuale.
Individuare nel “disagio” (parola anch’essa antitragica) il sentimento dominante richiede un esercizio di lucidità/onestà intellettuale non frequentissimo nelle élites. A partire dall’ammissione della natura “au- tenticamente popolare” e antielitaria (democratica?) del consumismo, del suo trionfante processo di liberazione dai vincoli sociali e dalle remore etiche, dal troppo complesso e dal troppo impegnativo, Mazzoni si tiene ben discosto dal giudizio sprezzante, dall’insofferenza acrimoniosa che contraddistinguono buona parte del discorso critico sul consumismo e sulla società di massa.
Si capisce che tra i molto citati Deleuze e Guattari, per i quali il crollo degli antichi legami è comunque emancipazione, e il “moralista” Lacan, che parlava di “obbligo del desiderio” e di “imperativo del godimento”, l’autore ha il dubbio — fondato — che abbia avuto ragione Lacan: il consumismo “obbligatorio” separa e sconnette, cancelto la i vincoli, e fa sembrare “nevrotico”, se non autoritario, qualunque tentativo di riconnettere, ricollegare, subordinare il piacere individuale a qualunque altra priorità o gerarchia. Ma se l’analisi del libro è questa, dal libro non è certo la chiusura elitaria che scaturisce, né l’arroganza/disperazione nihilista. È, diciamo così, una forma di demoralizzazione perplessa, di amarezza gentile comune a molti se non moltissimi contemporanei più o meno pensanti.
Filologo e critico letterario, Mazzoni (che è del 1967, dunque con il vantaggio non piccolo di sentirsi meno condizionato dalle esperienze politiche e dalle strutture ideologiche delle precedenti leve intellettuali) utilizza per la sua ricognizione a tutto campo psicanalisi (molta), letteratura, storia, filosofia e fatti di cronaca distillati con sapienza (acutissimo il riferimento a Fabrizio Corona). Manca, o quasi, l’economia, la cui recente invadenza a scapito delle scienze umane ne fa sentire assai poco la mancanza.
Molto letterario è il titolo del libro; fa pensare all’“azione parallela” di Musil. Ovvero alla forma di un vuoto, alla definizione puramente accademica di un’impresa nevrotica per eccellenza, quella di riconnettere a un futuro comune destini individuali “liberati” e deresponsabilizzati dal consumismo. I destini generali significa che non esistono, allo stato attuale delle cose, destini generali. Il dubbio, appena chiuso il libro, è che potrebbe essere il tremendo cozzo con la trascendenza (il fanatismo religioso) a ridare un significato meno mediocre, e più condiviso, alle nostre pigre libertà.
LA COLLANA I destini generali di Guido Mazzoni (pagg. 106, euro 14) fa parte della nuova collana “Solaris” di Laterza, pensata per fornire nuove letture del mondo contemporaneo. Tra gli altri autori, Giorgio Falco, Daniele Giglioli e Vanni Santoni
Corriere 22.5.15
Culto dei dittatori e crisi delle democrazie
risponde Sergio Romano
Vorrei avere il suo pensiero sui motivi che hanno spinto masse enormi di persone a seguire ciecamente i dittatori, accettando supinamente i loro ordini, i loro assassinii, la distruzione della libertà (bene supremo dell’uomo), l’indottrinamento (Hitler, Mussolini e Mao), senza avere capacità di giudizio proprio e di libertà di pensiero. Vedi soprattutto Stalin, Kim Jong-un, Pol Pot eccetera, che si sono macchiati di delitti specialmente sul proprio popolo (anche Cile, Argentina, Grecia e dittatori africani). Inoltre non vedo da parte dei nostri intellettuali e politici di sinistra una chiara condanna dei regimi comunisti dove è successo di tutto. Non ho quasi mai sentito una dichiarazione sul fallimento di quella ideologia imposta con la forza e basata su uno Stato di polizia peggiore del fascismo, nei Paesi dell’Est e in Cina dove ora, alla faccia di Marx e di Lenin, ambiscono al capitalismo più sfrenato.
Marco Dossena
Caro Dossena,
L’ era delle dittature fu preceduta da un lungo periodo, tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e la Grande guerra, in cui le democrazie parlamentari erano al centro di accese discussioni e polemiche. I loro critici, sempre più numerosi, puntavano il dito sugli scandali, sulle elezioni comprate dal grande capitale e pilotate dai governi, sull’esistenza di clientele e notabili che manovravano come burattinai i membri del Parlamento. Nel dibattito provocato dalla crisi del sistema rappresentativo, l’antidoto invocato contro queste democrazie corrotte e chiacchierone era soprattutto il socialismo, ma anche l’anarchia e in qualche caso (come nella Francia dell’Action française) persino il ritorno alla monarchia dell’Ancien Régime. Fra le cause della Prima guerra mondiale vi fu anche la speranza che l’appello all’unità contro il nemico sarebbe servito a meglio controllare le società nazionali.
Ma la guerra, anche nei Paesi vincitori, produsse effetti alquanto diversi da quelli che la classe dirigente aveva atteso e sperato. In primo luogo dette le armi al popolo e gli insegnò a usarle. In secondo luogo aumentò enormemente il numero di coloro che chiedevano una sorta d’indennizzo politico per gli immensi sacrifici materiali e umani sofferti durante il conflitto. Nei Paesi sconfitti le reazioni furono ancora più violente e rabbiose. La rivoluzione bolscevica contagiò, dopo la fine della guerra, la Germania, l’Austria, l’Ungheria e persino l’Italia del «biennio rosso». Dopo la marcia su Roma, il fascismo (una combinazione di socialismo e nazionalismo radicale) divenne un modello per altri Paesi. Comunismo e fascismo si contesero il dominio delle masse, ma avevano tratti comuni. Erano entrambi risolutamente ostili alla democrazia parlamentare e altrettanto convinti che il «mondo nuovo», auspicato dai loro teorici, richiedesse una guida forte, capace di parlare al popolo senza il fastidioso diaframma dei Parlamenti.
Da Mosca a Roma e a Berlino, dall’Asia all’America Latina, i regimi autoritari e totalitari furono diversi perché costruiti con i diversi materiali delle tradizioni e degli interessi nazionali. Ma tutti avevano una guida amata e venerata a cui era assegnato il compito di traghettare i suoi connazionali verso il futuro. Perché le masse cominciassero a cambiare parere, caro Dossena, occorreva che toccassero con mano, dopo un nuova guerra, gli effetti della cieca fiducia che avevano riposto nel loro leader.
Culto dei dittatori e crisi delle democrazie
risponde Sergio Romano
Vorrei avere il suo pensiero sui motivi che hanno spinto masse enormi di persone a seguire ciecamente i dittatori, accettando supinamente i loro ordini, i loro assassinii, la distruzione della libertà (bene supremo dell’uomo), l’indottrinamento (Hitler, Mussolini e Mao), senza avere capacità di giudizio proprio e di libertà di pensiero. Vedi soprattutto Stalin, Kim Jong-un, Pol Pot eccetera, che si sono macchiati di delitti specialmente sul proprio popolo (anche Cile, Argentina, Grecia e dittatori africani). Inoltre non vedo da parte dei nostri intellettuali e politici di sinistra una chiara condanna dei regimi comunisti dove è successo di tutto. Non ho quasi mai sentito una dichiarazione sul fallimento di quella ideologia imposta con la forza e basata su uno Stato di polizia peggiore del fascismo, nei Paesi dell’Est e in Cina dove ora, alla faccia di Marx e di Lenin, ambiscono al capitalismo più sfrenato.
Marco Dossena
Caro Dossena,
L’ era delle dittature fu preceduta da un lungo periodo, tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e la Grande guerra, in cui le democrazie parlamentari erano al centro di accese discussioni e polemiche. I loro critici, sempre più numerosi, puntavano il dito sugli scandali, sulle elezioni comprate dal grande capitale e pilotate dai governi, sull’esistenza di clientele e notabili che manovravano come burattinai i membri del Parlamento. Nel dibattito provocato dalla crisi del sistema rappresentativo, l’antidoto invocato contro queste democrazie corrotte e chiacchierone era soprattutto il socialismo, ma anche l’anarchia e in qualche caso (come nella Francia dell’Action française) persino il ritorno alla monarchia dell’Ancien Régime. Fra le cause della Prima guerra mondiale vi fu anche la speranza che l’appello all’unità contro il nemico sarebbe servito a meglio controllare le società nazionali.
Ma la guerra, anche nei Paesi vincitori, produsse effetti alquanto diversi da quelli che la classe dirigente aveva atteso e sperato. In primo luogo dette le armi al popolo e gli insegnò a usarle. In secondo luogo aumentò enormemente il numero di coloro che chiedevano una sorta d’indennizzo politico per gli immensi sacrifici materiali e umani sofferti durante il conflitto. Nei Paesi sconfitti le reazioni furono ancora più violente e rabbiose. La rivoluzione bolscevica contagiò, dopo la fine della guerra, la Germania, l’Austria, l’Ungheria e persino l’Italia del «biennio rosso». Dopo la marcia su Roma, il fascismo (una combinazione di socialismo e nazionalismo radicale) divenne un modello per altri Paesi. Comunismo e fascismo si contesero il dominio delle masse, ma avevano tratti comuni. Erano entrambi risolutamente ostili alla democrazia parlamentare e altrettanto convinti che il «mondo nuovo», auspicato dai loro teorici, richiedesse una guida forte, capace di parlare al popolo senza il fastidioso diaframma dei Parlamenti.
Da Mosca a Roma e a Berlino, dall’Asia all’America Latina, i regimi autoritari e totalitari furono diversi perché costruiti con i diversi materiali delle tradizioni e degli interessi nazionali. Ma tutti avevano una guida amata e venerata a cui era assegnato il compito di traghettare i suoi connazionali verso il futuro. Perché le masse cominciassero a cambiare parere, caro Dossena, occorreva che toccassero con mano, dopo un nuova guerra, gli effetti della cieca fiducia che avevano riposto nel loro leader.
Corriere 22.5.15
L’uomo a zero dimensioni
Senza politica resta la biologia
di Carlo Bordoni
Topi in gabbia. Cavie per testare la resistenza alla frustrazione, provocata da una scossa elettrica che paralizza, blocca il movimento, inaridisce il pensiero in un fermo immagine che sopisce la coscienza. È il quadro deprimente di una società disagiata, più disposta a elaborare il lutto che a cercare vie d’uscita. Da quando l’individuo ha perduto la capacità dell’agire politico e si è ripiegato in una soggettività autoreferenziale rivolta a far mostra di sé.
Un’inibizione ad agire su cui indaga Daniele Giglioli ( Stato di minorità , Laterza), tornando alla politica come azione nella polis , il cui protagonista è lo zoon politikon , l’animale politico che opera per il benessere comune.
Giglioli parte da lontano, da Aristotele e Kant, da tre topi in gabbia, ma anche dal Saggio sulla lucidità di José Saramago, vero leitmotiv del suo discorso, assieme ad altri romanzi, in un continuo scambio tra realtà e immaginario che richiama una metodologia sociologica della letteratura.
Perché il saggio di Giglioli è intriso di spirito illuminista. A cominciare dal titolo, quello Stato di minorità da cui Immanuel Kant, in un breve testo del 1784, esorta a uscire per «valersi del proprio intelletto». Sapere aude! Così che il tempo nuovo del secolo dei Lumi rappresenti il passaggio all’età adulta dell’uomo. Eppure, solo due anni dopo la Prussia di Federico Guglielmo aveva un rigurgito di fanatismo religioso e di restrizione della libertà di pensiero, tanto da imporre a Kant il silenzio.
La storia della modernità è segnata da continue fasi di emancipazione e repressione, rivoluzione e controrivoluzione; l’eterna lotta, a detta di Theodor Adorno, tra capitalismo e democrazia.
Ma la condizione attuale si differenzia dal passato per quella che Giglioli definisce l’assenza di agency , d’iniziativa e possibilità di scelta. Una visione pessimista, forse proprio perché generata dall’Illuminismo: lo «stato di minorità» da cui la ragione sembrava averci liberato, incombe nuovamente. Questa volta senza troppe speranze di evolversi verso la maggiore età, per una serie di dispositivi esposti con acutezza, che fanno di questo breve saggio una cassetta degli attrezzi per comprendere il presente.
L’uomo d’oggi ha scarse opportunità di agire politicamente. E senza agency — anche se volta allo sforzo di un esercizio senza potere, dato che politica e potere hanno divorziato da tempo — non ha alcuna possibilità di incidere sulla realtà, né di modificarla. Una condizione paralizzante ben più grave della liquidità indicata da Zygmunt Bauman, poiché non impedisce a chi ha il potere di usarlo contro gli altri.
All’assenza di valori e di punti di riferimento, Giglioli affianca il concetto di «anomia», non tanto assenza del nomos , della legge, quanto minaccioso avvento (attribuito a San Paolo) dell’Anticristo, « o anthropos tès anomìa », l’uomo privo di misura e di senso, la cui esistenza è vana per gli altri. Le conseguenze di questa impasse politica, dove il ruolo dell’umano è ridotto alle pure funzioni metaboliche (secondo una felice definizione di Hannah Arendt), dove è indubbia la responsabilità della spinta al consumismo e alla continua crescita, hanno il sapore di un ritorno all’ordine. Non è un fatto casuale, come siamo portati a ritenere, affranti dalla crisi della modernità e delle sue certezze, convinti di vivere in un «interregnum» di durata temporanea.
Sopportiamo con condiscendenza la servitù volontaria del Tina ( There Is No Alternative ), che nega ogni altra possibilità. Nelle cui finalità si nasconde l’esigenza diffusa — avvertibile negli strati più alti dell’atmosfera di questo pianeta, dove si muovono i flussi finanziari liberati dalle catene della politica — di infliggere un giro di vite alla democrazia. A quell’eccesso di democrazia che il Novecento ha accumulato e che non è più sopportabile alla luce delle nuove esigenze della globalizzazione, perché «troppa democrazia non è compatibile con la governabilità».
All’individuo non è dato di agire, ma di adattarsi a un mondo avvertito come distante, alieno, meno umano. Dove la sovranità, opportunamente spersonalizzata, è stata assunta dai mercati. Da un’economia che si è impadronita del potere, lasciando la politica al suo destino.
L’uomo a zero dimensioni
Senza politica resta la biologia
di Carlo Bordoni
Topi in gabbia. Cavie per testare la resistenza alla frustrazione, provocata da una scossa elettrica che paralizza, blocca il movimento, inaridisce il pensiero in un fermo immagine che sopisce la coscienza. È il quadro deprimente di una società disagiata, più disposta a elaborare il lutto che a cercare vie d’uscita. Da quando l’individuo ha perduto la capacità dell’agire politico e si è ripiegato in una soggettività autoreferenziale rivolta a far mostra di sé.
Un’inibizione ad agire su cui indaga Daniele Giglioli ( Stato di minorità , Laterza), tornando alla politica come azione nella polis , il cui protagonista è lo zoon politikon , l’animale politico che opera per il benessere comune.
Giglioli parte da lontano, da Aristotele e Kant, da tre topi in gabbia, ma anche dal Saggio sulla lucidità di José Saramago, vero leitmotiv del suo discorso, assieme ad altri romanzi, in un continuo scambio tra realtà e immaginario che richiama una metodologia sociologica della letteratura.
Perché il saggio di Giglioli è intriso di spirito illuminista. A cominciare dal titolo, quello Stato di minorità da cui Immanuel Kant, in un breve testo del 1784, esorta a uscire per «valersi del proprio intelletto». Sapere aude! Così che il tempo nuovo del secolo dei Lumi rappresenti il passaggio all’età adulta dell’uomo. Eppure, solo due anni dopo la Prussia di Federico Guglielmo aveva un rigurgito di fanatismo religioso e di restrizione della libertà di pensiero, tanto da imporre a Kant il silenzio.
La storia della modernità è segnata da continue fasi di emancipazione e repressione, rivoluzione e controrivoluzione; l’eterna lotta, a detta di Theodor Adorno, tra capitalismo e democrazia.
Ma la condizione attuale si differenzia dal passato per quella che Giglioli definisce l’assenza di agency , d’iniziativa e possibilità di scelta. Una visione pessimista, forse proprio perché generata dall’Illuminismo: lo «stato di minorità» da cui la ragione sembrava averci liberato, incombe nuovamente. Questa volta senza troppe speranze di evolversi verso la maggiore età, per una serie di dispositivi esposti con acutezza, che fanno di questo breve saggio una cassetta degli attrezzi per comprendere il presente.
L’uomo d’oggi ha scarse opportunità di agire politicamente. E senza agency — anche se volta allo sforzo di un esercizio senza potere, dato che politica e potere hanno divorziato da tempo — non ha alcuna possibilità di incidere sulla realtà, né di modificarla. Una condizione paralizzante ben più grave della liquidità indicata da Zygmunt Bauman, poiché non impedisce a chi ha il potere di usarlo contro gli altri.
All’assenza di valori e di punti di riferimento, Giglioli affianca il concetto di «anomia», non tanto assenza del nomos , della legge, quanto minaccioso avvento (attribuito a San Paolo) dell’Anticristo, « o anthropos tès anomìa », l’uomo privo di misura e di senso, la cui esistenza è vana per gli altri. Le conseguenze di questa impasse politica, dove il ruolo dell’umano è ridotto alle pure funzioni metaboliche (secondo una felice definizione di Hannah Arendt), dove è indubbia la responsabilità della spinta al consumismo e alla continua crescita, hanno il sapore di un ritorno all’ordine. Non è un fatto casuale, come siamo portati a ritenere, affranti dalla crisi della modernità e delle sue certezze, convinti di vivere in un «interregnum» di durata temporanea.
Sopportiamo con condiscendenza la servitù volontaria del Tina ( There Is No Alternative ), che nega ogni altra possibilità. Nelle cui finalità si nasconde l’esigenza diffusa — avvertibile negli strati più alti dell’atmosfera di questo pianeta, dove si muovono i flussi finanziari liberati dalle catene della politica — di infliggere un giro di vite alla democrazia. A quell’eccesso di democrazia che il Novecento ha accumulato e che non è più sopportabile alla luce delle nuove esigenze della globalizzazione, perché «troppa democrazia non è compatibile con la governabilità».
All’individuo non è dato di agire, ma di adattarsi a un mondo avvertito come distante, alieno, meno umano. Dove la sovranità, opportunamente spersonalizzata, è stata assunta dai mercati. Da un’economia che si è impadronita del potere, lasciando la politica al suo destino.
Corriere 22.5.15
Più che Lutero ci è mancato l’Assolutismo
di Giovanni Belardelli
Riletto oggi, La monarchia socialista , il libro più noto di Mario Missiroli che ora torna in libreria a cura di Francesco Perfetti (Le Lettere, pp. 138, € 15), può apparire come un testo abbastanza irritante. I giudizi schematici e paradossali di cui è infarcito (Cavour «clericale», il socialismo «eminentemente reazionario», Pio X «maestro infallibile») sembrano rivolti più a épater le bourgeois , a colpire il lettore di un secolo fa (la prima edizione è del 1914), che ad approfondire davvero i problemi di un’Italia che aveva da poco celebrato il mezzo secolo di vita unitaria. Ma è un’impressione che bisogna superare, perché questo volume ha comunque avuto un rilievo nell’accreditare una certa, ormai diffusissima, spiegazione dei problemi e delle insufficienze di fondo del nostro Paese.
Problemi e insufficienze che Missiroli riconduceva in primo luogo all’impossibilità, per il Risorgimento, di operare quella trasformazione profonda delle coscienze che altrove era avvenuta grazie alla Riforma protestante. Per questo, secondo lui, lo Stato sorto nel 1861 non era mai riuscito a imporsi come un’entità pienamente autonoma e s’era mostrato da subito incapace di affermare il proprio valore etico di fronte alla Chiesa.
Lo strano titolo — La monarchia socialista — stava a significare che uno Stato intimamente debole, perché non aveva alcuna rivoluzione religiosa alle spalle, era stato salvato dal presidente del Consiglio Giolitti, che aveva saputo depotenziare la minaccia socialista grazie a una politica di apertura al riformismo turatiano.
Il libro non passò certo inosservato, anche se la tesi principale non era nuova. Missiroli la riprendeva soprattutto da Alfredo Oriani; ma in realtà l’idea che lì, nell’assenza di una Riforma protestante, stesse l’origine dei principali mali d’Italia — in primo luogo dello scarso senso civico e della debole etica pubblica che caratterizzavano i suoi abitanti — lo avevano pensato e scritto molti esponenti dell’élite risorgimentale e della classe politica che si era trovata a governare il nuovo Stato nei primi anni dopo l’unità.
Missiroli diede però alla tesi della mancata Riforma una veste nuova e, per così dire, novecentesca; negli anni seguenti, attraverso Piero Gobetti, che della Monarchia socialista fu grande estimatore, il nucleo centrale di quella tesi passò al filone politico-culturale che si richiamava al Partito d’Azione, fino a diventare un luogo comune dell’autocoscienza nazionale, una specie di spiegazione-passepartout per tutti i mali d’Italia.
Si tratta però di una spiegazione tanto apparentemente suggestiva quanto sostanzialmente indimostrabile (per farlo, bisognerebbe poter sostenere che gli stessi limiti che caratterizzano la cultura e i comportamenti degli italiani si riscontrano in tutti i Paesi di tradizione cattolica). Una simile spiegazione, oltretutto, scoraggia dal cercare in altre direzioni le possibili ragioni di certi tratti profondi della nostra cultura: anzitutto del debole senso civico di un Paese in cui i comportamenti illegali — dalla micro corruzione all’evasione fiscale — godono di una legittimazione diffusa. Ad esempio, riflettiamo raramente su quanto possa aver pesato invece, nella storia della penisola, più che l’assenza della Riforma protestante, la limitata presenza dell’assolutismo.
Cioè, di un forte potere statale capace di affermare la propria supremazia e di disciplinare la società, introducendovi determinati comportamenti, obblighi e regole di vita: tutte cose di cui anche una società democratica ha bisogno, pur non essendo spesso in grado, se non le ha ereditate dal proprio passato, di produrle direttamente. Magari sembrerà poco progressista imputare a una mancanza del genere certi mali dell’Italia di oggi. Ma potrebbe essere, almeno in parte, vero.
Più che Lutero ci è mancato l’Assolutismo
di Giovanni Belardelli
Riletto oggi, La monarchia socialista , il libro più noto di Mario Missiroli che ora torna in libreria a cura di Francesco Perfetti (Le Lettere, pp. 138, € 15), può apparire come un testo abbastanza irritante. I giudizi schematici e paradossali di cui è infarcito (Cavour «clericale», il socialismo «eminentemente reazionario», Pio X «maestro infallibile») sembrano rivolti più a épater le bourgeois , a colpire il lettore di un secolo fa (la prima edizione è del 1914), che ad approfondire davvero i problemi di un’Italia che aveva da poco celebrato il mezzo secolo di vita unitaria. Ma è un’impressione che bisogna superare, perché questo volume ha comunque avuto un rilievo nell’accreditare una certa, ormai diffusissima, spiegazione dei problemi e delle insufficienze di fondo del nostro Paese.
Problemi e insufficienze che Missiroli riconduceva in primo luogo all’impossibilità, per il Risorgimento, di operare quella trasformazione profonda delle coscienze che altrove era avvenuta grazie alla Riforma protestante. Per questo, secondo lui, lo Stato sorto nel 1861 non era mai riuscito a imporsi come un’entità pienamente autonoma e s’era mostrato da subito incapace di affermare il proprio valore etico di fronte alla Chiesa.
Lo strano titolo — La monarchia socialista — stava a significare che uno Stato intimamente debole, perché non aveva alcuna rivoluzione religiosa alle spalle, era stato salvato dal presidente del Consiglio Giolitti, che aveva saputo depotenziare la minaccia socialista grazie a una politica di apertura al riformismo turatiano.
Il libro non passò certo inosservato, anche se la tesi principale non era nuova. Missiroli la riprendeva soprattutto da Alfredo Oriani; ma in realtà l’idea che lì, nell’assenza di una Riforma protestante, stesse l’origine dei principali mali d’Italia — in primo luogo dello scarso senso civico e della debole etica pubblica che caratterizzavano i suoi abitanti — lo avevano pensato e scritto molti esponenti dell’élite risorgimentale e della classe politica che si era trovata a governare il nuovo Stato nei primi anni dopo l’unità.
Missiroli diede però alla tesi della mancata Riforma una veste nuova e, per così dire, novecentesca; negli anni seguenti, attraverso Piero Gobetti, che della Monarchia socialista fu grande estimatore, il nucleo centrale di quella tesi passò al filone politico-culturale che si richiamava al Partito d’Azione, fino a diventare un luogo comune dell’autocoscienza nazionale, una specie di spiegazione-passepartout per tutti i mali d’Italia.
Si tratta però di una spiegazione tanto apparentemente suggestiva quanto sostanzialmente indimostrabile (per farlo, bisognerebbe poter sostenere che gli stessi limiti che caratterizzano la cultura e i comportamenti degli italiani si riscontrano in tutti i Paesi di tradizione cattolica). Una simile spiegazione, oltretutto, scoraggia dal cercare in altre direzioni le possibili ragioni di certi tratti profondi della nostra cultura: anzitutto del debole senso civico di un Paese in cui i comportamenti illegali — dalla micro corruzione all’evasione fiscale — godono di una legittimazione diffusa. Ad esempio, riflettiamo raramente su quanto possa aver pesato invece, nella storia della penisola, più che l’assenza della Riforma protestante, la limitata presenza dell’assolutismo.
Cioè, di un forte potere statale capace di affermare la propria supremazia e di disciplinare la società, introducendovi determinati comportamenti, obblighi e regole di vita: tutte cose di cui anche una società democratica ha bisogno, pur non essendo spesso in grado, se non le ha ereditate dal proprio passato, di produrle direttamente. Magari sembrerà poco progressista imputare a una mancanza del genere certi mali dell’Italia di oggi. Ma potrebbe essere, almeno in parte, vero.
Corriere 22.5.15
Zaha Hadid
«Mi piace fare shopping e mangiare cinese. Sono solo una signora con tanta gavetta»
intervista di Fabio Cavalera
E pensare che, quando era agli inizi, disegnava sul tavolo della cucina. «L’appartamento era piccolo. Lavoravo dove potevo, in cucina, in camera da letto, nel salottino, persino in bagno». Prima che diventasse famosa.
Oggi Zaha Hadid ha comperato un’austera ex scuola vittoriana di mattoncini rossi, in Bowling Green Lane nel cuore di Clerkenwell, che è stata nell’Ottocento e nel primo Novecento l’approdo della immigrazione povera italiana e di cui porta ancora traccia, visibile e nobile: c’è la parrocchia di San Pietro dove per 43 anni don Carmelo ha tenuto in piedi l’associazione di accoglienza agli italiani in difficoltà, sorretto anche dai contributi versati dal finanziere Davide Serra e dal suo hedge fund. (chi l’avrebbe mai detto?)
E qui, a Clerkenwell nella vecchia Italia londinese, la «Little Italy» trasformata in un nuovo centro della moda e delle professioni, Zaha Hadid, da molti enfaticamente etichettata come la «regina dell’architettura», cosa che forse la infastidisce perché è una signora essenziale e per niente abituata alla retorica delle facili definizioni, ha stabilito il suo quartiere generale con 400 giovani collaboratori e dipendenti da dirigere (una trentina sono italiani) e ha pure inaugurato, vicino alla ex scuola vittoriana, una galleria aperta al pubblico con i modelli delle opere che ha realizzato o che sono in fase di progetto in ogni parte del mondo, grattacieli e stadi di calcio, aeroporti, abitazioni e uffici, dalla Cina al Qatar, dall’Europa all’America e al Giappone. In Italia: il Museo delle Arti del XXI secolo a Roma, City Life a Milano (e a Milano è spesso ospite della settimana del design e del mobile, quest’anno ha reinterpretato ed esposto l’icona del serpente di Bulgari nei giardini dell’omonimo hotel, opera di venti metri per tre già portata ad Abu Dhabi), il Museo della Montagna al Plan de Corones. il sesto di Reinhold Messner (apertura in estate), il Museo del Mediterraneo sul lungomare di Reggio Calabria che si ispira alla stella marina
Niente ovvietà
Zaha Hadid non è di natura loquace. Va dritta alla sostanza e la annoiano quelle domande vacue e scontate che si sente spesso rivolgere sulle donne, sul ruolo delle donne, sulle donne e il successo. Meglio evitare. «È evidente che i maschi vivano da millenni in una condizione che è stata di dominio ed è di privilegio professionale e sociale. Servo io a ripeterlo?». È gentile con la sua voce profonda. Le piace parlare della famiglia e dei «genitori fantastici che adoravano la cultura, la storia, l’arte», dell’Iraq dove è nata nel 1950 e «dove ho scoperto il mio amore per l’architettura e il design quando avevo 10 anni, grazie al papà e alla mamma che mi portarono a una mostra. Lì pensai che avrei voluto disegnare e costruire case». Si diverte a parlare della Cina «che conobbi quando ancora era poverissima ma romantica, un paese meraviglioso dal progresso stupefacente, non me la sento di sottoscrivere tutti quei bla-bla sulla globalizzazione, ciò che hanno fatto i cinesi ci lascia a bocca aperta». Ed è incantata dall’Italia «visitata la prima volta che ero bambina, Roma, Napoli, Capri, Pompei, avete il bello, il più bello, a portata di mano». La infastidiscono le lentezze della nostra burocrazia e i tempi della nostra politica, comunque «sono paziente e determinata, alla fine mi diverto e sono felice».
Può essere scambiata per un donna snob e scontrosa, magari sbrigativa nelle sue relazioni con i giornalisti, ma Zaha Hadid non lo è per niente. Occorre prenderla per il verso giusto. «Sono una signora normalissima, con parecchia gavetta alla spalle e alla quale, ora che ne ha la possibilità, piace fare lo shopping, piace stare con gli amici, piace mangiare bene, specie cinese». E piace vestire con sobria e comoda eleganza. È affascinata dagli stilisti giapponesi e «da Romeo Gigli, grande fashion designer che ho conosciuto negli anni Ottanta».
Tanto lavoro
È «ammalata» di lavoro che, sopra ogni cosa, le affolla la mente e i sentimenti. «È la mia passione, una volta resistevo in studio addirittura fino alle 4 o alle 5 del mattino». Adesso la serata è diventata più banale e tranquilla. «Cerco di rilassarmi. Come? Col teatro e la danza, con la musica, con i film italiani e francesi, Visconti, Bertolucci, Godard». Ha scoperto le serie televisive e non si vergogna a confessarlo: «Quelle scandinave sono straordinarie. Seguo House of Cards e The Killing. Non sono così snob come sostiene chi non mi conosce». Non lo è, anche perché è nata e cresciuta nel mondo, l’hanno abituata a confrontarsi con culture, popoli, tradizioni diverse. «Mia mamma era elegante e protettiva, governava la famiglia. Mio papà era straordinario, mite, laico. Si era laureato negli anni Venti alla London School of Economics, si trasferì a Beirut, ritornò in Iraq, contribuì a fondare il partito democratico e vi rimase fino che la guerra lo costrinse a fuggire. Un industriale e un intellettuale importante, una persona generosa che ha appoggiato tantissime persone, pagando i loro studi. È morto a Londra, l’avevo convinto io a venire, lui non voleva abbandonare il suo paese». Zaha Hadid ha trascorso infanzia e adolescenza fra Libano e Iraq. «Una vita stimolante e splendida». Si è laureata in matematica a Beirut ed è volata nel Regno Unito per frequentare la Architectural Association, la scuola di architettura, diventando ciò che è diventata, conquistando il premio Pritzker, il Nobel degli architetti. «L’Iraq è sempre nel mio cuore». Non si oscurano le origin i.
L’angolo speciale
Londra l’ha adottata e Londra è la città che più di ogni altra sente sua. «Istanbul è magica, New York è frenetica e straordinaria, Roma magnifica. Londra è Londra, è impareggiabile». Viaggia in continuazione. «Inevitabile in una professione tanto competitiva». Però il suo universo preferito è nella «Little Italy» a Clerkenwell. «Cercavo un angolo gradevole, simpatico e allegro, L’ho scoperto e trovato qui», nell’Italia semplice di Londra. Dove si sgobbava e si sognava.
Zaha Hadid
«Mi piace fare shopping e mangiare cinese. Sono solo una signora con tanta gavetta»
intervista di Fabio Cavalera
E pensare che, quando era agli inizi, disegnava sul tavolo della cucina. «L’appartamento era piccolo. Lavoravo dove potevo, in cucina, in camera da letto, nel salottino, persino in bagno». Prima che diventasse famosa.
Oggi Zaha Hadid ha comperato un’austera ex scuola vittoriana di mattoncini rossi, in Bowling Green Lane nel cuore di Clerkenwell, che è stata nell’Ottocento e nel primo Novecento l’approdo della immigrazione povera italiana e di cui porta ancora traccia, visibile e nobile: c’è la parrocchia di San Pietro dove per 43 anni don Carmelo ha tenuto in piedi l’associazione di accoglienza agli italiani in difficoltà, sorretto anche dai contributi versati dal finanziere Davide Serra e dal suo hedge fund. (chi l’avrebbe mai detto?)
E qui, a Clerkenwell nella vecchia Italia londinese, la «Little Italy» trasformata in un nuovo centro della moda e delle professioni, Zaha Hadid, da molti enfaticamente etichettata come la «regina dell’architettura», cosa che forse la infastidisce perché è una signora essenziale e per niente abituata alla retorica delle facili definizioni, ha stabilito il suo quartiere generale con 400 giovani collaboratori e dipendenti da dirigere (una trentina sono italiani) e ha pure inaugurato, vicino alla ex scuola vittoriana, una galleria aperta al pubblico con i modelli delle opere che ha realizzato o che sono in fase di progetto in ogni parte del mondo, grattacieli e stadi di calcio, aeroporti, abitazioni e uffici, dalla Cina al Qatar, dall’Europa all’America e al Giappone. In Italia: il Museo delle Arti del XXI secolo a Roma, City Life a Milano (e a Milano è spesso ospite della settimana del design e del mobile, quest’anno ha reinterpretato ed esposto l’icona del serpente di Bulgari nei giardini dell’omonimo hotel, opera di venti metri per tre già portata ad Abu Dhabi), il Museo della Montagna al Plan de Corones. il sesto di Reinhold Messner (apertura in estate), il Museo del Mediterraneo sul lungomare di Reggio Calabria che si ispira alla stella marina
Niente ovvietà
Zaha Hadid non è di natura loquace. Va dritta alla sostanza e la annoiano quelle domande vacue e scontate che si sente spesso rivolgere sulle donne, sul ruolo delle donne, sulle donne e il successo. Meglio evitare. «È evidente che i maschi vivano da millenni in una condizione che è stata di dominio ed è di privilegio professionale e sociale. Servo io a ripeterlo?». È gentile con la sua voce profonda. Le piace parlare della famiglia e dei «genitori fantastici che adoravano la cultura, la storia, l’arte», dell’Iraq dove è nata nel 1950 e «dove ho scoperto il mio amore per l’architettura e il design quando avevo 10 anni, grazie al papà e alla mamma che mi portarono a una mostra. Lì pensai che avrei voluto disegnare e costruire case». Si diverte a parlare della Cina «che conobbi quando ancora era poverissima ma romantica, un paese meraviglioso dal progresso stupefacente, non me la sento di sottoscrivere tutti quei bla-bla sulla globalizzazione, ciò che hanno fatto i cinesi ci lascia a bocca aperta». Ed è incantata dall’Italia «visitata la prima volta che ero bambina, Roma, Napoli, Capri, Pompei, avete il bello, il più bello, a portata di mano». La infastidiscono le lentezze della nostra burocrazia e i tempi della nostra politica, comunque «sono paziente e determinata, alla fine mi diverto e sono felice».
Può essere scambiata per un donna snob e scontrosa, magari sbrigativa nelle sue relazioni con i giornalisti, ma Zaha Hadid non lo è per niente. Occorre prenderla per il verso giusto. «Sono una signora normalissima, con parecchia gavetta alla spalle e alla quale, ora che ne ha la possibilità, piace fare lo shopping, piace stare con gli amici, piace mangiare bene, specie cinese». E piace vestire con sobria e comoda eleganza. È affascinata dagli stilisti giapponesi e «da Romeo Gigli, grande fashion designer che ho conosciuto negli anni Ottanta».
Tanto lavoro
È «ammalata» di lavoro che, sopra ogni cosa, le affolla la mente e i sentimenti. «È la mia passione, una volta resistevo in studio addirittura fino alle 4 o alle 5 del mattino». Adesso la serata è diventata più banale e tranquilla. «Cerco di rilassarmi. Come? Col teatro e la danza, con la musica, con i film italiani e francesi, Visconti, Bertolucci, Godard». Ha scoperto le serie televisive e non si vergogna a confessarlo: «Quelle scandinave sono straordinarie. Seguo House of Cards e The Killing. Non sono così snob come sostiene chi non mi conosce». Non lo è, anche perché è nata e cresciuta nel mondo, l’hanno abituata a confrontarsi con culture, popoli, tradizioni diverse. «Mia mamma era elegante e protettiva, governava la famiglia. Mio papà era straordinario, mite, laico. Si era laureato negli anni Venti alla London School of Economics, si trasferì a Beirut, ritornò in Iraq, contribuì a fondare il partito democratico e vi rimase fino che la guerra lo costrinse a fuggire. Un industriale e un intellettuale importante, una persona generosa che ha appoggiato tantissime persone, pagando i loro studi. È morto a Londra, l’avevo convinto io a venire, lui non voleva abbandonare il suo paese». Zaha Hadid ha trascorso infanzia e adolescenza fra Libano e Iraq. «Una vita stimolante e splendida». Si è laureata in matematica a Beirut ed è volata nel Regno Unito per frequentare la Architectural Association, la scuola di architettura, diventando ciò che è diventata, conquistando il premio Pritzker, il Nobel degli architetti. «L’Iraq è sempre nel mio cuore». Non si oscurano le origin i.
L’angolo speciale
Londra l’ha adottata e Londra è la città che più di ogni altra sente sua. «Istanbul è magica, New York è frenetica e straordinaria, Roma magnifica. Londra è Londra, è impareggiabile». Viaggia in continuazione. «Inevitabile in una professione tanto competitiva». Però il suo universo preferito è nella «Little Italy» a Clerkenwell. «Cercavo un angolo gradevole, simpatico e allegro, L’ho scoperto e trovato qui», nell’Italia semplice di Londra. Dove si sgobbava e si sognava.
Il Sole 22.5.15
Dati Global Blue: tax free shopping
Cinesi primi in tutta Europa, confermato il crollo dei russi
di G.Cr.
Dopo un breve periodo di arresto, il mercato europeo del tax free shopping torna a crescere e, nonostante il calo di acquisti da parte dei russi, in aprile fa registrare un aumento delle vendite del 7%. Positivo il trend in tutti i Paesi, ad eccezione della Gran Bretagna, come spiegato dai dati che Global Blue, società specializzata nel fornire servizi connessi allo shopping dei turisti stranieri, ha presentato ieri a Milano in occasione dell’Osservatorio Altagamma (si veda l’articolo qui sopra).
In Europa il tax free è concentrato in quattro Paesi: Francia, Germania Gran Bretagna e Italia. Negli ultimi dodici mesi, la Francia ha fatto registrare la crescita più consistente di acquisti tax free (+15%), seguita dalla Germania (+9%) e dall’Italia (+1%). «L’unico calo, del 2%, è quello della Gran Bretagna ed è legato – ha spiegato Antonella Bertossi, Marketing sales manager di Global Blue – alla sterlina forte e alla diminuzione degli acquisti da parte dei globe shopper del Medio Oriente».
Protagonisti del tax free shopping negli ultimi dodici mesi sono stati i turisti cinesi, che rappresentano ormai il 32% degli acquisti a livello mondiale e il 31% a livello europeo (in crescita del 24% rispetto allo stesso periodo del 2014 in entrambi i mercati). I russi fanno registrare un calo degli acquisti per effetto del rublo debole (-28% sia a livello mondiale sia in Europa), ma conservano la seconda posizione tra i top spender, con l’11% e il 13% della spesa nei due rispettivi mercati.
«Un altro trend interessante – ha spiegato Antonella Bertossi – è che sono tornati a crescere gli acquisti degli americani, che da maggio 2014 ad aprile 2015 sono aumentati del 6%, arrivando a raggiungere una quota del 4% del mercato sia a livello mondo sia in Europa». Tra le nazionalità che presentano le dinamiche più interessanti, in base ai dati diffusi da Global Blue, si ritrovano i taiwanesi (+32%), che valgono oggi il 2% del totale mondiale ed europeo. Gli acquisti tax free dei giapponesi (anch’essi 2% del mercato mondiale) soffrono invece a causa della debolezza dello yen e fanno registrare un calo del 12% negli ultimi dodici mesi. I cittadini di Hong Kong effettuano più acquisti tax free in Europa (+29% tra maggio 2014 e aprile 2015, con una quota di mercato del 3%) che nel resto del mondo (dove sono comunque cresciuti del 27%).
«La buona performance del tax free shopping è sicuramente frutto della capacità degli operatori dell’accoglienza – ha voluto sottolineare Bertossi di Global Blue –. La maggior parte di loro ha saputo proporre itinerari turistici ricchi e coinvolgenti, facendo leva su un mix di servizi, tra cui lo shopping, dedicati proprio a intercettare i turisti internazionali, cinesi in testa. Sarà importante continuare a seguire questa strada anche durante i mesi di Expo, che rappresenta un’occasione importante non soltanto per l’Italia, ma per tutti i Paesi dell’area euro». Le previsioni per il 2015, sulla base dei risultati dei primi quattro mesi dell’anno e dello scenario economico globale, sono positive: «Quando, nell’ottobre scorso, avevamo parlato di crescita piatta, eravamo stati forse un po’ troppo cauti – ha concluso Antonella Bertossi –. Riteniamo che nel 2015 il tax free shopping, in Europa, crescerà del 5-10% e che l’Italia sarà in linea con queste percentuali».
Dati Global Blue: tax free shopping
Cinesi primi in tutta Europa, confermato il crollo dei russi
di G.Cr.
Dopo un breve periodo di arresto, il mercato europeo del tax free shopping torna a crescere e, nonostante il calo di acquisti da parte dei russi, in aprile fa registrare un aumento delle vendite del 7%. Positivo il trend in tutti i Paesi, ad eccezione della Gran Bretagna, come spiegato dai dati che Global Blue, società specializzata nel fornire servizi connessi allo shopping dei turisti stranieri, ha presentato ieri a Milano in occasione dell’Osservatorio Altagamma (si veda l’articolo qui sopra).
In Europa il tax free è concentrato in quattro Paesi: Francia, Germania Gran Bretagna e Italia. Negli ultimi dodici mesi, la Francia ha fatto registrare la crescita più consistente di acquisti tax free (+15%), seguita dalla Germania (+9%) e dall’Italia (+1%). «L’unico calo, del 2%, è quello della Gran Bretagna ed è legato – ha spiegato Antonella Bertossi, Marketing sales manager di Global Blue – alla sterlina forte e alla diminuzione degli acquisti da parte dei globe shopper del Medio Oriente».
Protagonisti del tax free shopping negli ultimi dodici mesi sono stati i turisti cinesi, che rappresentano ormai il 32% degli acquisti a livello mondiale e il 31% a livello europeo (in crescita del 24% rispetto allo stesso periodo del 2014 in entrambi i mercati). I russi fanno registrare un calo degli acquisti per effetto del rublo debole (-28% sia a livello mondiale sia in Europa), ma conservano la seconda posizione tra i top spender, con l’11% e il 13% della spesa nei due rispettivi mercati.
«Un altro trend interessante – ha spiegato Antonella Bertossi – è che sono tornati a crescere gli acquisti degli americani, che da maggio 2014 ad aprile 2015 sono aumentati del 6%, arrivando a raggiungere una quota del 4% del mercato sia a livello mondo sia in Europa». Tra le nazionalità che presentano le dinamiche più interessanti, in base ai dati diffusi da Global Blue, si ritrovano i taiwanesi (+32%), che valgono oggi il 2% del totale mondiale ed europeo. Gli acquisti tax free dei giapponesi (anch’essi 2% del mercato mondiale) soffrono invece a causa della debolezza dello yen e fanno registrare un calo del 12% negli ultimi dodici mesi. I cittadini di Hong Kong effettuano più acquisti tax free in Europa (+29% tra maggio 2014 e aprile 2015, con una quota di mercato del 3%) che nel resto del mondo (dove sono comunque cresciuti del 27%).
«La buona performance del tax free shopping è sicuramente frutto della capacità degli operatori dell’accoglienza – ha voluto sottolineare Bertossi di Global Blue –. La maggior parte di loro ha saputo proporre itinerari turistici ricchi e coinvolgenti, facendo leva su un mix di servizi, tra cui lo shopping, dedicati proprio a intercettare i turisti internazionali, cinesi in testa. Sarà importante continuare a seguire questa strada anche durante i mesi di Expo, che rappresenta un’occasione importante non soltanto per l’Italia, ma per tutti i Paesi dell’area euro». Le previsioni per il 2015, sulla base dei risultati dei primi quattro mesi dell’anno e dello scenario economico globale, sono positive: «Quando, nell’ottobre scorso, avevamo parlato di crescita piatta, eravamo stati forse un po’ troppo cauti – ha concluso Antonella Bertossi –. Riteniamo che nel 2015 il tax free shopping, in Europa, crescerà del 5-10% e che l’Italia sarà in linea con queste percentuali».
Repubblica 22.5.15
La Francia sfida il sessismo “Diritti umani non dell’uomo”
La campagna di un gruppo femminista per cambiare nome alla Dichiarazione del 1789
di Anais Ginori
PARIGI DOVREBBE essere un testo universale e invece esclude metà dell’umanità. Nella famosa Dichiarazione dei Diritti d’Uomo e del Cittadino scritta del 1789 le donne non compaiono. E’ lo specchio fedele di una società che, nonostante la rivoluzione in corso, non accordava ancora i diritti civili al genere femminile. All’epoca la scrittrice Olympe de Gouges aveva anche pubblicato, in polemica, una Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina: il testo è finito nel cestino e lei sulla ghigliottina.
Nel frattempo sono passati più di due secoli e la Dichiarazione che ha ispirato numerose carte costituzionali ed è considerato un fondamento delle democrazie moderne viene ancora citata in Francia con la formula originale, come se i diritti fossero solo riservati agli uomini. Un dettaglio simbolico che ora gruppi della società civile chiedono di correggere in nome della parità. Un nuovo appello lanciato a François Hollande propone di eliminare l’espressione “ droits de l’homme” considerata sessista e discriminatoria, a vantaggio di un più politicamente corretto “ droits humains ”, diritti umani, la stessa usata in italiano e in tante altre lingue. Per l’occasione, i firmatari della proposta hanno anche lanciato una petizione on-line destinata al governo.
Tra le richieste, quella di abbandonare «immediatamente» la terminologia ufficiale non solo nei manuali scolastici, ma anche in tutti i testi delle istituzioni repubblicane che includono il termine “ droits de l’homme”. Secondo Noé le Blanc, del collettivo “ Droits humains” che promuove la petizione, la Francia è sempre più isolata in questa visione discriminante. Nei paesi anglosassoni la Dichiarazione del 1789 è già stata tradotta come “ human rights” anziché “ rights of man”, ma anche altri paesi hanno adottato “diritti umani” (Italia), “ derechos umanos” (Spagna) “ menschenrechte ” (Germania).
Nella patria dei “Diritti dell’Uomo”, pardon dei “diritti umani”, si fa invece fatica a cambiare. «E’ una definizione che rende invisibili le donne, i loro interessi e le loro lotte» spiega le Blanc. Secondo i promotori dell’appello a Hollande bisogna al più presto mettere quel testo fondativo della democrazia al passo con i tempi. La Francia ha ostinatamente mantenuto la dicitura iniziale per rispetto alla Storia. Alcuni storici sostengono che cambiare sarebbe un anacronismo e che i diritti sono “dell’Uomo”, con la maiuscola, con un riferimento dunque universale. Ma è anche vero che si tratta di una sfumatura invisibile nei discorsi pubblici e che stenta a essere colta dalle nuove generazioni. L’aggiornamento è sempre stato rimandato. Anche nel 1948, quando bisognava tradurre la dichiarazione dell’Onu sugli “ human rights ”, si è scelto comunque di usare “ droits de l’homme”. Ancora oggi esiste una commissione parlamentare che si occupa dei “diritti dell’uomo”. La deputata Catherine Coutelle ha proposto il 30 marzo un emendamento per sostituire finalmente il termine, proposta respinta dall’Assemblée Nationale, anche in nome di una presunta “incostituzionalità” della modifica.
La battaglia si collega al movimento che chiede di usare il genere femminile per le alte cariche dello Stato, un’altra trasformazione linguistica che si fa fatica ad accettare. «Abbandonare l’espressione ‘diritti dell’uomo’ permetterebbe di cancellare una logica discriminatoria nella lingua francese» spiega Coutelle. Ora la parola passa al Presidente che la settimana prossima farà entrare nel Panthéon due donne e due uomini: Germaine Tillion, Geneviève De Gaulle-Anthonioz, Pierre Brossolette et Jean Zay. Sono simboli della Resistenza durante l’Occupazione, ma sono stati scelti in nome della parità. Finora nel mausoleo repubblicano c’erano soltanto due donne, Marie Curie e Sophie Berthelot. Sulla facciata del Panthéon è scritto a lettere cubitali “ Aux grands hommes la patrie reconnaissante ”. Ristabilire una parità a posteriori su una Storia fatta essenzialmente di “grandi uomini” sembra davvero un’impresa difficile.
La Francia sfida il sessismo “Diritti umani non dell’uomo”
La campagna di un gruppo femminista per cambiare nome alla Dichiarazione del 1789
di Anais Ginori
PARIGI DOVREBBE essere un testo universale e invece esclude metà dell’umanità. Nella famosa Dichiarazione dei Diritti d’Uomo e del Cittadino scritta del 1789 le donne non compaiono. E’ lo specchio fedele di una società che, nonostante la rivoluzione in corso, non accordava ancora i diritti civili al genere femminile. All’epoca la scrittrice Olympe de Gouges aveva anche pubblicato, in polemica, una Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina: il testo è finito nel cestino e lei sulla ghigliottina.
Nel frattempo sono passati più di due secoli e la Dichiarazione che ha ispirato numerose carte costituzionali ed è considerato un fondamento delle democrazie moderne viene ancora citata in Francia con la formula originale, come se i diritti fossero solo riservati agli uomini. Un dettaglio simbolico che ora gruppi della società civile chiedono di correggere in nome della parità. Un nuovo appello lanciato a François Hollande propone di eliminare l’espressione “ droits de l’homme” considerata sessista e discriminatoria, a vantaggio di un più politicamente corretto “ droits humains ”, diritti umani, la stessa usata in italiano e in tante altre lingue. Per l’occasione, i firmatari della proposta hanno anche lanciato una petizione on-line destinata al governo.
Tra le richieste, quella di abbandonare «immediatamente» la terminologia ufficiale non solo nei manuali scolastici, ma anche in tutti i testi delle istituzioni repubblicane che includono il termine “ droits de l’homme”. Secondo Noé le Blanc, del collettivo “ Droits humains” che promuove la petizione, la Francia è sempre più isolata in questa visione discriminante. Nei paesi anglosassoni la Dichiarazione del 1789 è già stata tradotta come “ human rights” anziché “ rights of man”, ma anche altri paesi hanno adottato “diritti umani” (Italia), “ derechos umanos” (Spagna) “ menschenrechte ” (Germania).
Nella patria dei “Diritti dell’Uomo”, pardon dei “diritti umani”, si fa invece fatica a cambiare. «E’ una definizione che rende invisibili le donne, i loro interessi e le loro lotte» spiega le Blanc. Secondo i promotori dell’appello a Hollande bisogna al più presto mettere quel testo fondativo della democrazia al passo con i tempi. La Francia ha ostinatamente mantenuto la dicitura iniziale per rispetto alla Storia. Alcuni storici sostengono che cambiare sarebbe un anacronismo e che i diritti sono “dell’Uomo”, con la maiuscola, con un riferimento dunque universale. Ma è anche vero che si tratta di una sfumatura invisibile nei discorsi pubblici e che stenta a essere colta dalle nuove generazioni. L’aggiornamento è sempre stato rimandato. Anche nel 1948, quando bisognava tradurre la dichiarazione dell’Onu sugli “ human rights ”, si è scelto comunque di usare “ droits de l’homme”. Ancora oggi esiste una commissione parlamentare che si occupa dei “diritti dell’uomo”. La deputata Catherine Coutelle ha proposto il 30 marzo un emendamento per sostituire finalmente il termine, proposta respinta dall’Assemblée Nationale, anche in nome di una presunta “incostituzionalità” della modifica.
La battaglia si collega al movimento che chiede di usare il genere femminile per le alte cariche dello Stato, un’altra trasformazione linguistica che si fa fatica ad accettare. «Abbandonare l’espressione ‘diritti dell’uomo’ permetterebbe di cancellare una logica discriminatoria nella lingua francese» spiega Coutelle. Ora la parola passa al Presidente che la settimana prossima farà entrare nel Panthéon due donne e due uomini: Germaine Tillion, Geneviève De Gaulle-Anthonioz, Pierre Brossolette et Jean Zay. Sono simboli della Resistenza durante l’Occupazione, ma sono stati scelti in nome della parità. Finora nel mausoleo repubblicano c’erano soltanto due donne, Marie Curie e Sophie Berthelot. Sulla facciata del Panthéon è scritto a lettere cubitali “ Aux grands hommes la patrie reconnaissante ”. Ristabilire una parità a posteriori su una Storia fatta essenzialmente di “grandi uomini” sembra davvero un’impresa difficile.
Repubblica 22.5.15
Il “soft power” di Putin l’attrazione fatale per la Russia che contagia i paesi dell’Est
Mosca sta vincendo la sua battaglia ideologica con l’Occidente grazie al potere di persuasione e di pressione psicologica nel quale era maestra l’America
Il trionfo viene sancito a Riga, dove si conferma il fallimento del Partenariato orientale con l’Ue
di Paolo Garimberti
È QUASI un paradosso che Vladimir Putin, dopo aver fatto due guerre armate (una dichiarata alla Georgia, e una mascherata per interposti mercenari all’Ucraina) ed essersi annesso porzioni di territori altrui, finisca per vincere la sua ostinata battaglia ideologica all’Occidente con il “soft power”: quel potere morbido di attrazione e di convincimento, ma anche di pressione psicologica, nel quale l’America era un tempo maestra.
Il vertice in corso da ieri a Riga, capitale di un’ex repubblica sovietica oggi indomita campione del fronte europeo anti-Putin, tra l’Unione europea e i sei Paesi dell’abortito “Partenariato orientale” (Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Georgia, Moldavia e Ucraina) sancirà la vittoria, almeno ai punti se non per ko tecnico, del presidente russo. Silenzio totale sulla Crimea, argomento ormai tabù per non urtare la sua suscettibilità, e un pallido, impalpabile documento sul «diritto sovrano di ogni partner di scegliere liberamente il livello di ambizione (!) e gli obiettivi ai quali esso aspira nei rapporti con l’Unione europea». Un bruscolino negli occhi di ghiaccio dell’ex colonnello del Kgb.
Ma la capitolazione era stata annunciata dalla visita, il 12 maggio scorso e dopo ben due anni di assenza, del segretario di Stato americano John Kerry a Sochi, località molto amata da tutti gli uomini forti della storia russo-sovietica (e quindi sommamente simbolica per Putin). È stato il segnale che Obama aveva gettato la spugna: le sanzioni decretate per l’aggressione all’Ucraina non hanno funzionato, non hanno indebolito il leader russo, semmai lo hanno rafforzato in termini di consenso popolare solleticando l’orgoglio e la capacità di soffrire dei russi. E così il presidente americano, prima di vedersi rinnegato dagli alleati (sempre più riluttanti) europei, pronti a ridare a Putin la verginità economico-commerciale, ha giocato d’anticipo. Kerry a Sochi? Un segnale «molto positivo» hanno detto i portavoce gongolanti del Cremlino.
In realtà questo “Partenariato orientale”, di cui in queste ore si decide l’eutanasia, aveva avuto un parto molto travagliato ed era nato già monco a Vilnius nel 2013. Viktor Janukovich, l’allora presidente ucraino, di provato ossequio e «servile encomio » a Putin, aveva tradito sfilandosi. Senza il piatto forte dell’Ucraina erano rimasti i due Stati post-sovietici non a caso amputati di pezzi di territorio annessi dalla Russia: rispettivamente l’Abkhazia e l’Ossezia, e la Transnistria. Nel 2014, dopo Majdan, l’Ucraina è tornata a bussare alle porte dell’Europa e, guarda caso, Putin ha nuovamente usato l’affettatrice, tagliando via la Crimea e le province russofone. L’America ha tuonato, l’Europa ha mormorato, ma la montagna delle sanzioni ha partorito un topolino.
Ci sono almeno quattro ragioni per spiegare il fallimento del braccio di ferro che l’Occidente, con differenti gradi di muscolarità (e anche questa disunione ha favorito il disegno del Cremlino), ha ingaggiato con la Russia. Il primo è che Putin usa il “soft power” in maniera piuttosto hard. Ha strangolato le economia dei filo-europei fino ad asfissiarle. La Georgia, per fare un esempio, si è vista bloccare le esportazioni verso la Russia di tre delle maggiori risorse produttive: i vini (tra i pochi decenti in tutta l’ex Urss), le acque minerali, la frutta e la verdura, che da sempre sono le uniche di qualità reperibili sui mercati di Mosca (sui ricchi e invadenti mercanti dei kolkhoz georgiani a Mosca si possono scrivere pagine e pagine di storie). Perfino l’eccellente cognac armeno è finito vittima delle rappresaglie putiniane. Di fronte alla lentezze e all’eccesso di burocratismo della Ue l’attrazione dell’Unione euroasiatica offerta da Putin è apparsa ad alcuni di questi ex sudditi una via d’uscita dalla recessione.
Il secondo fattore è stata l’incompetenza e la superficialità dell’Occidente a partire dagli Stati Uniti. Con la caduta dell’Urss negli Stati Uniti e in Europa si è diffusa la convinzione che la Russia fosse finita in basso nel ranking delle potenze mon- diali. Il focus delle ricerche e delle previsioni strategiche si è orientato altrove. Molti leader occidentali hanno pensato con arrogante condiscendenza di conoscere e interpretare il personaggio Putin, di «sapergli leggere l’anima»: da Bush figlio fino a Obama, ci sono caduti tutti. Altri, come Berlusconi, ne hanno cercato il consenso e l’amicizia, invidiandone forse l’arroganza del potere (la sua “democrazia controllata”) e lo schiacciamento delle opposizioni.
La terza causa è certamente la nefasta influenza di una Chiesa ortodossa che ovunque si è sentita minacciata nel suo utilitaristico conservatorismo dai “valori occidentali” che le adesioni all’Unione europea avrebbero potuto comportare. Non solo in Russia. Dove Putin l’ha blandita e servita, con un opportunismo che gli ha fatto riscoprire valori religiosi che certo non facevano parte del catechismo delle scuole del Kgb. Ma anche nelle altre ex repubbliche sovietiche: la Chiesa georgiana sostiene senza pudore che un avvicinamento alla Ue significherebbe soprattutto la promozione dei diritti dei gay.
Ultimo, ma non meno importante, fattore di disincanto verso l’Europa è la corruzione e il malgoverno dilaganti nell’ex Urss, l’incapacità dei governi post-sovietici in repubbliche diventate Stati autonomi di avviare riforme politiche ed economiche, che le popolazioni si attendevano. A cominciare dall’Ucraina di Poroshenko. Ma non solo. Se il 31 percento dei georgiani, a 12 anni dalla dolce rivoluzione che ha portato al potere i tecnocrati filo-americani, dice di preferire l’Unione eurosiatica all’Unione europea qualche serio problema ci sarà. All’inverso di quello che disse Enrico Berlinguer ormai tanti anni fa, la gente preferisce «stare di là che di qua» (dell’ex cortina di ferro). Anche se di là comanda Putin.
Il “soft power” di Putin l’attrazione fatale per la Russia che contagia i paesi dell’Est
Mosca sta vincendo la sua battaglia ideologica con l’Occidente grazie al potere di persuasione e di pressione psicologica nel quale era maestra l’America
Il trionfo viene sancito a Riga, dove si conferma il fallimento del Partenariato orientale con l’Ue
di Paolo Garimberti
È QUASI un paradosso che Vladimir Putin, dopo aver fatto due guerre armate (una dichiarata alla Georgia, e una mascherata per interposti mercenari all’Ucraina) ed essersi annesso porzioni di territori altrui, finisca per vincere la sua ostinata battaglia ideologica all’Occidente con il “soft power”: quel potere morbido di attrazione e di convincimento, ma anche di pressione psicologica, nel quale l’America era un tempo maestra.
Il vertice in corso da ieri a Riga, capitale di un’ex repubblica sovietica oggi indomita campione del fronte europeo anti-Putin, tra l’Unione europea e i sei Paesi dell’abortito “Partenariato orientale” (Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Georgia, Moldavia e Ucraina) sancirà la vittoria, almeno ai punti se non per ko tecnico, del presidente russo. Silenzio totale sulla Crimea, argomento ormai tabù per non urtare la sua suscettibilità, e un pallido, impalpabile documento sul «diritto sovrano di ogni partner di scegliere liberamente il livello di ambizione (!) e gli obiettivi ai quali esso aspira nei rapporti con l’Unione europea». Un bruscolino negli occhi di ghiaccio dell’ex colonnello del Kgb.
Ma la capitolazione era stata annunciata dalla visita, il 12 maggio scorso e dopo ben due anni di assenza, del segretario di Stato americano John Kerry a Sochi, località molto amata da tutti gli uomini forti della storia russo-sovietica (e quindi sommamente simbolica per Putin). È stato il segnale che Obama aveva gettato la spugna: le sanzioni decretate per l’aggressione all’Ucraina non hanno funzionato, non hanno indebolito il leader russo, semmai lo hanno rafforzato in termini di consenso popolare solleticando l’orgoglio e la capacità di soffrire dei russi. E così il presidente americano, prima di vedersi rinnegato dagli alleati (sempre più riluttanti) europei, pronti a ridare a Putin la verginità economico-commerciale, ha giocato d’anticipo. Kerry a Sochi? Un segnale «molto positivo» hanno detto i portavoce gongolanti del Cremlino.
In realtà questo “Partenariato orientale”, di cui in queste ore si decide l’eutanasia, aveva avuto un parto molto travagliato ed era nato già monco a Vilnius nel 2013. Viktor Janukovich, l’allora presidente ucraino, di provato ossequio e «servile encomio » a Putin, aveva tradito sfilandosi. Senza il piatto forte dell’Ucraina erano rimasti i due Stati post-sovietici non a caso amputati di pezzi di territorio annessi dalla Russia: rispettivamente l’Abkhazia e l’Ossezia, e la Transnistria. Nel 2014, dopo Majdan, l’Ucraina è tornata a bussare alle porte dell’Europa e, guarda caso, Putin ha nuovamente usato l’affettatrice, tagliando via la Crimea e le province russofone. L’America ha tuonato, l’Europa ha mormorato, ma la montagna delle sanzioni ha partorito un topolino.
Ci sono almeno quattro ragioni per spiegare il fallimento del braccio di ferro che l’Occidente, con differenti gradi di muscolarità (e anche questa disunione ha favorito il disegno del Cremlino), ha ingaggiato con la Russia. Il primo è che Putin usa il “soft power” in maniera piuttosto hard. Ha strangolato le economia dei filo-europei fino ad asfissiarle. La Georgia, per fare un esempio, si è vista bloccare le esportazioni verso la Russia di tre delle maggiori risorse produttive: i vini (tra i pochi decenti in tutta l’ex Urss), le acque minerali, la frutta e la verdura, che da sempre sono le uniche di qualità reperibili sui mercati di Mosca (sui ricchi e invadenti mercanti dei kolkhoz georgiani a Mosca si possono scrivere pagine e pagine di storie). Perfino l’eccellente cognac armeno è finito vittima delle rappresaglie putiniane. Di fronte alla lentezze e all’eccesso di burocratismo della Ue l’attrazione dell’Unione euroasiatica offerta da Putin è apparsa ad alcuni di questi ex sudditi una via d’uscita dalla recessione.
Il secondo fattore è stata l’incompetenza e la superficialità dell’Occidente a partire dagli Stati Uniti. Con la caduta dell’Urss negli Stati Uniti e in Europa si è diffusa la convinzione che la Russia fosse finita in basso nel ranking delle potenze mon- diali. Il focus delle ricerche e delle previsioni strategiche si è orientato altrove. Molti leader occidentali hanno pensato con arrogante condiscendenza di conoscere e interpretare il personaggio Putin, di «sapergli leggere l’anima»: da Bush figlio fino a Obama, ci sono caduti tutti. Altri, come Berlusconi, ne hanno cercato il consenso e l’amicizia, invidiandone forse l’arroganza del potere (la sua “democrazia controllata”) e lo schiacciamento delle opposizioni.
La terza causa è certamente la nefasta influenza di una Chiesa ortodossa che ovunque si è sentita minacciata nel suo utilitaristico conservatorismo dai “valori occidentali” che le adesioni all’Unione europea avrebbero potuto comportare. Non solo in Russia. Dove Putin l’ha blandita e servita, con un opportunismo che gli ha fatto riscoprire valori religiosi che certo non facevano parte del catechismo delle scuole del Kgb. Ma anche nelle altre ex repubbliche sovietiche: la Chiesa georgiana sostiene senza pudore che un avvicinamento alla Ue significherebbe soprattutto la promozione dei diritti dei gay.
Ultimo, ma non meno importante, fattore di disincanto verso l’Europa è la corruzione e il malgoverno dilaganti nell’ex Urss, l’incapacità dei governi post-sovietici in repubbliche diventate Stati autonomi di avviare riforme politiche ed economiche, che le popolazioni si attendevano. A cominciare dall’Ucraina di Poroshenko. Ma non solo. Se il 31 percento dei georgiani, a 12 anni dalla dolce rivoluzione che ha portato al potere i tecnocrati filo-americani, dice di preferire l’Unione eurosiatica all’Unione europea qualche serio problema ci sarà. All’inverso di quello che disse Enrico Berlinguer ormai tanti anni fa, la gente preferisce «stare di là che di qua» (dell’ex cortina di ferro). Anche se di là comanda Putin.
La Stampa 22.5.15
Podemos e Ciudadanos, i volti nuovi che vogliono cambiare la Spagna
Il 24 le regionali: gli emergenti mettono in crisi l’alternanza socialisti-popolari
di Francesco Olivo
Il destino della Spagna domenica sera potrebbe essere nelle mani di due ragazzi. Nonostante la sangria di voti (niente vino, qui è il sangue a scorrere) prevista alle amministrative, popolari e socialisti, i due grandi partiti della Spagna post franchista, non scompariranno, ma per continuare a contare dovranno scendere a patti. Dall’altra parte del tavolo troveranno Albert Rivera e Pablo Iglesias, leader di Ciudadanos e Podemos, due cespugli diventati, in pochi mesi, alberi rigogliosi, capaci di fare ombra al sistema e di dare uno sbocco elettorale alla richiesta di cambiamento. Il primo compie l’opera nel campo moderato, togliendo voti principalmente a conservatori delusi, i secondi agiscono sull’onda dei movimenti degli indignados, unendo la sinistra radicale e le pulsioni antipolitiche figlie della crisi.
Niente maggioranza
I numeri sembrano, almeno quelli, essere chiari: il Partito Popolare, anche dovesse confermarsi prima forza del Paese, non avrà la maggioranza assoluta praticamente in nessuna regione, anche i Comuni principali potrebbero svanire (persino la roccaforte Valencia è in pericolo). Le larghe intese sono escluse, il Psoe ha messo la pregiudiziale su popolari e sinistra basca filo Eta, (Rajoy non ha preso bene il paragone). Così, la condizione per poter governare è scendere a patti con Ciudadanos, formazione catalana, che si è espansa molto repentinamente nel resto di Spagna, arrivando alle elezioni di domenica con l’ambizione di essere il terzo partito, in un derby con Podemos.
A poche ore dalla chiusura della campagna elettorale, oggi ultimi colpi, domani giornata di riflessione, nessuno vuole ammettere che lunedì la Spagna sarà un Paese alla ricerca di patti. Per mesi si è detto: «Ciudadanos sarà decisivo per il Pp», «saremo condannati a capirci», ha ammesso Esperanza Aguirre, contessa (in tutti i sensi) dei popolari. Poi, però, il vice di Rivera, Matias Alonso, ha spiazzato tutti dichiarando a «El País»: «Siamo più affini al Psoe», aprendo le porte a una grande coalizione contro la destra. Rivera ha corretto il tiro: «Non siamo più vicini a nessuno», ma il Pp si è spaventato e ai banchetti in giro per il Paese sono comparsi i titoli de «El País» con lo scenario di sinistra: «Ecco per chi votate se scegliete Ciudadanos».
Future alleanze
Podemos non si sbilancia sulle alleanze e spera di fare qualche colpaccio, ai Comuni di Madrid e Barcellona le due candidate d’area (il partito si presenta con nome e simbolo solo alle regionali) hanno ambizioni di vincere. Ma ai comizi la parola d’ordine è sempre «hechar a la derecha», cacciare la destra, sottinteso: con chi ci sta. Le future alleanze a destra hanno davanti più ostacoli che discese. Ciudadanos si troverà davanti a un dilemma: scendere a patti con il Pp, pregiudicando le elezioni generali di novembre o bloccare il Paese per non perdere la purezza. Un esempio della seconda ipotesi, anche se a parti invertite si sta già verificando in Andalusia, dove la socialista Susana Diaz, a due mesi dalla vittoria elettorale, senza maggioranza assoluta, non riesce a formare una giunta perché le opposizioni, Pp, Podemos, Ciudadanos e Izquierda Unida, le negano il via libera.
«Se si mettono d’accordo con il Pp sarà la prima e l’ultima volta che voterò Ciudadanos - ci dice Andoni, tassista di Valencia venuto a seguire una manifestazione arancione - che cambio sarebbe?». I toni della campagna lasciano intravedere pochi margini di vicinanza tra Rajoy e Rivera, Ciudadanos, infatti, incentra il discorso sulla lotta alla corruzione, argomento tirato fuori per creare imbarazzo nei popolari al potere, per i tanti scandali recenti e non.
Altri bastoni tra le ruote del dialogo a destra sono alcune uscite di Rivera. L’ultima è generazionale: «La politica la devono fare quelli nati in democrazia», ovvero dopo il 1978, l’anno della costituzione, una posizione criticata da tutti, Podemos incluso: «Albert non hai capito il problema», dice Pablo Iglesias, nato proprio nel 1978. Domenica, c’è da scommettere, i due giovanotti faranno pesare tutto, pure l’età.
Podemos e Ciudadanos, i volti nuovi che vogliono cambiare la Spagna
Il 24 le regionali: gli emergenti mettono in crisi l’alternanza socialisti-popolari
di Francesco Olivo
Il destino della Spagna domenica sera potrebbe essere nelle mani di due ragazzi. Nonostante la sangria di voti (niente vino, qui è il sangue a scorrere) prevista alle amministrative, popolari e socialisti, i due grandi partiti della Spagna post franchista, non scompariranno, ma per continuare a contare dovranno scendere a patti. Dall’altra parte del tavolo troveranno Albert Rivera e Pablo Iglesias, leader di Ciudadanos e Podemos, due cespugli diventati, in pochi mesi, alberi rigogliosi, capaci di fare ombra al sistema e di dare uno sbocco elettorale alla richiesta di cambiamento. Il primo compie l’opera nel campo moderato, togliendo voti principalmente a conservatori delusi, i secondi agiscono sull’onda dei movimenti degli indignados, unendo la sinistra radicale e le pulsioni antipolitiche figlie della crisi.
Niente maggioranza
I numeri sembrano, almeno quelli, essere chiari: il Partito Popolare, anche dovesse confermarsi prima forza del Paese, non avrà la maggioranza assoluta praticamente in nessuna regione, anche i Comuni principali potrebbero svanire (persino la roccaforte Valencia è in pericolo). Le larghe intese sono escluse, il Psoe ha messo la pregiudiziale su popolari e sinistra basca filo Eta, (Rajoy non ha preso bene il paragone). Così, la condizione per poter governare è scendere a patti con Ciudadanos, formazione catalana, che si è espansa molto repentinamente nel resto di Spagna, arrivando alle elezioni di domenica con l’ambizione di essere il terzo partito, in un derby con Podemos.
A poche ore dalla chiusura della campagna elettorale, oggi ultimi colpi, domani giornata di riflessione, nessuno vuole ammettere che lunedì la Spagna sarà un Paese alla ricerca di patti. Per mesi si è detto: «Ciudadanos sarà decisivo per il Pp», «saremo condannati a capirci», ha ammesso Esperanza Aguirre, contessa (in tutti i sensi) dei popolari. Poi, però, il vice di Rivera, Matias Alonso, ha spiazzato tutti dichiarando a «El País»: «Siamo più affini al Psoe», aprendo le porte a una grande coalizione contro la destra. Rivera ha corretto il tiro: «Non siamo più vicini a nessuno», ma il Pp si è spaventato e ai banchetti in giro per il Paese sono comparsi i titoli de «El País» con lo scenario di sinistra: «Ecco per chi votate se scegliete Ciudadanos».
Future alleanze
Podemos non si sbilancia sulle alleanze e spera di fare qualche colpaccio, ai Comuni di Madrid e Barcellona le due candidate d’area (il partito si presenta con nome e simbolo solo alle regionali) hanno ambizioni di vincere. Ma ai comizi la parola d’ordine è sempre «hechar a la derecha», cacciare la destra, sottinteso: con chi ci sta. Le future alleanze a destra hanno davanti più ostacoli che discese. Ciudadanos si troverà davanti a un dilemma: scendere a patti con il Pp, pregiudicando le elezioni generali di novembre o bloccare il Paese per non perdere la purezza. Un esempio della seconda ipotesi, anche se a parti invertite si sta già verificando in Andalusia, dove la socialista Susana Diaz, a due mesi dalla vittoria elettorale, senza maggioranza assoluta, non riesce a formare una giunta perché le opposizioni, Pp, Podemos, Ciudadanos e Izquierda Unida, le negano il via libera.
«Se si mettono d’accordo con il Pp sarà la prima e l’ultima volta che voterò Ciudadanos - ci dice Andoni, tassista di Valencia venuto a seguire una manifestazione arancione - che cambio sarebbe?». I toni della campagna lasciano intravedere pochi margini di vicinanza tra Rajoy e Rivera, Ciudadanos, infatti, incentra il discorso sulla lotta alla corruzione, argomento tirato fuori per creare imbarazzo nei popolari al potere, per i tanti scandali recenti e non.
Altri bastoni tra le ruote del dialogo a destra sono alcune uscite di Rivera. L’ultima è generazionale: «La politica la devono fare quelli nati in democrazia», ovvero dopo il 1978, l’anno della costituzione, una posizione criticata da tutti, Podemos incluso: «Albert non hai capito il problema», dice Pablo Iglesias, nato proprio nel 1978. Domenica, c’è da scommettere, i due giovanotti faranno pesare tutto, pure l’età.
Repubblica 22.5.15
La scrittrice Catherine Dunne
“Il nostro paese è cambiato prossima battaglia l’aborto”
intervista di E. F:
DUBLINO «SE noi riusciremo a dire di sì al matrimonio gay è il segno che in Europa possono farlo tutti». Catherine Dunne spera che succederà: lei è certamente favorevole. «L’Irlanda è cambiata, non è più succube del cattolicesimo », dice la grande scrittrice di Dublino, di cui è appena uscito in Italia l’ultimo romanzo, Un terribile amore ( pubblicato come tutti i suoi libri nel nostro paese da Guanda), pur conservando qualche timore che il referendum possa riservare sorprese.
Cosa pensa del referendum, signora Dunne?
«Sono naturalmente a favore e spero che sarà un’occasione di dimostrare che l’Irlanda è cambiata rispetto al passato, è più moderna e più inclusiva. Mi auguro che venga approvato, anche se, a dispetto dei sondaggi, non ne sono ancora certa, a dispetto del fatto che, perlomeno sulla carta, i sì alla nuova legge abbiano il sostegno di tutti i nostri partiti politici. Nel nostro Paese è già successo che i referendum abbiano riservato delle sorprese».
La percezione dall’esterno è tuttavia di un grande cambiamento: questo era il paese più cattolico e tradizionalista d’Europa, non lo è più?
«È vero non siamo più l’Irlanda di un tempo, per fortuna. Ci sono stati grandi cambiamenti sociali, sospinti in particolare dalle nuove generazioni, ma anche dal progresso economico, da un maggiore benessere, dalla globalizzazione. Per certi versi è un paese irriconoscibile rispetto a quello in cui io sono nata».
Non si sente più l’influenza della chiesa cattolica?
«Si sente ancora, ma molto meno di un tempo. Gli scandali sugli abusi sessuali all’interno di monasteri, conventi e istituti ecclesiastici hanno contribuito a distaccare il nostro paese dalla chiesa. Come ho già detto, il boom economico degli Anni ‘90 è un altro fattore che ha contribuito a mutare la nostra società, a renderla più laica, meno conservatrice e tradizionalista e questo si riflette anche nel rapporto con la fede, rispettabilissimo da parte di chi è religioso, ma senza che la religione imponga a tutti il suo codice morale».
Adesso avete il divorzio, infatti, ma non ancora una legge sull’aborto.
«Quella rimane una questione molto delicata, che divide ancora profondamente la nostra società. Tranne in casi eccezionali, l’aborto non è consentito e le donne che vogliono praticarlo devono andare all’estero, in Gran Bretagna. Ma spero che col tempo anche questo diritto delle donne verrà attuato».
Il referendum è il riflesso della fine delle discriminazioni contro i gay in Irlanda?
«Le discriminazioni ci sono ancora e la campagna del referendum lo ha dimostrato, non sono mancati episodi di questo tipo. Omosessuali e lesbiche possono ancora essere oggetto di commenti negativi o addirittura di episodi di bullismo, se vengono identificati per strada, in particolare in provincia o in campagna ma pure nella capitale Dublino. Tuttavia è innegabile che è stata fatta molta strada rispetto alla situazione che esisteva una volta. E questa legge sul matrimonio gay, se come spero passerà, potrà ulteriormente contribuire al progresso e alla lotta contro la discriminazione sessuale nel nostro paese. Dando un segnale, magari, anche ad altre nazioni. Se l’Irlanda saprà dire di sì alle nozze gay è il segno che in Europa potranno farlo tutti». ( e. f.)
La scrittrice Catherine Dunne
“Il nostro paese è cambiato prossima battaglia l’aborto”
intervista di E. F:
DUBLINO «SE noi riusciremo a dire di sì al matrimonio gay è il segno che in Europa possono farlo tutti». Catherine Dunne spera che succederà: lei è certamente favorevole. «L’Irlanda è cambiata, non è più succube del cattolicesimo », dice la grande scrittrice di Dublino, di cui è appena uscito in Italia l’ultimo romanzo, Un terribile amore ( pubblicato come tutti i suoi libri nel nostro paese da Guanda), pur conservando qualche timore che il referendum possa riservare sorprese.
Cosa pensa del referendum, signora Dunne?
«Sono naturalmente a favore e spero che sarà un’occasione di dimostrare che l’Irlanda è cambiata rispetto al passato, è più moderna e più inclusiva. Mi auguro che venga approvato, anche se, a dispetto dei sondaggi, non ne sono ancora certa, a dispetto del fatto che, perlomeno sulla carta, i sì alla nuova legge abbiano il sostegno di tutti i nostri partiti politici. Nel nostro Paese è già successo che i referendum abbiano riservato delle sorprese».
La percezione dall’esterno è tuttavia di un grande cambiamento: questo era il paese più cattolico e tradizionalista d’Europa, non lo è più?
«È vero non siamo più l’Irlanda di un tempo, per fortuna. Ci sono stati grandi cambiamenti sociali, sospinti in particolare dalle nuove generazioni, ma anche dal progresso economico, da un maggiore benessere, dalla globalizzazione. Per certi versi è un paese irriconoscibile rispetto a quello in cui io sono nata».
Non si sente più l’influenza della chiesa cattolica?
«Si sente ancora, ma molto meno di un tempo. Gli scandali sugli abusi sessuali all’interno di monasteri, conventi e istituti ecclesiastici hanno contribuito a distaccare il nostro paese dalla chiesa. Come ho già detto, il boom economico degli Anni ‘90 è un altro fattore che ha contribuito a mutare la nostra società, a renderla più laica, meno conservatrice e tradizionalista e questo si riflette anche nel rapporto con la fede, rispettabilissimo da parte di chi è religioso, ma senza che la religione imponga a tutti il suo codice morale».
Adesso avete il divorzio, infatti, ma non ancora una legge sull’aborto.
«Quella rimane una questione molto delicata, che divide ancora profondamente la nostra società. Tranne in casi eccezionali, l’aborto non è consentito e le donne che vogliono praticarlo devono andare all’estero, in Gran Bretagna. Ma spero che col tempo anche questo diritto delle donne verrà attuato».
Il referendum è il riflesso della fine delle discriminazioni contro i gay in Irlanda?
«Le discriminazioni ci sono ancora e la campagna del referendum lo ha dimostrato, non sono mancati episodi di questo tipo. Omosessuali e lesbiche possono ancora essere oggetto di commenti negativi o addirittura di episodi di bullismo, se vengono identificati per strada, in particolare in provincia o in campagna ma pure nella capitale Dublino. Tuttavia è innegabile che è stata fatta molta strada rispetto alla situazione che esisteva una volta. E questa legge sul matrimonio gay, se come spero passerà, potrà ulteriormente contribuire al progresso e alla lotta contro la discriminazione sessuale nel nostro paese. Dando un segnale, magari, anche ad altre nazioni. Se l’Irlanda saprà dire di sì alle nozze gay è il segno che in Europa potranno farlo tutti». ( e. f.)
Repubblica 22.5.15
Matrimonio all’irlandese
L’Isola di smeraldo era la nazione più conservatrice d’Europa oggi decide con una consultazione popolare se introdurre le nozze tra omosessuali
Tutti i partiti invitano a votare “sì”. E perfino parte della Chiesa è a favore
di Enrico Franceschini
DUBLINO TOC , toc. Una simpatica vecchietta apre la porta in una viuzza dietro il porto di Dublino. «Buongiorno signora, sono qui per chiederle il permesso di sposarmi», le dice con prontezza Rebecca Murphy, 34 anni, volontaria della campagna per il “sì” al matrimonio gay nel referendum che si tiene oggi in Irlanda. «Dio ti benedica, figliola, non capisco perché hai bisogno della mia autorizzazione ma sono ben lieta di dartela, il matrimonio è una cosa meravigliosa », risponde sorpresa la nonnina. Quindi domanda chi è lo sposo. «Eccola», replica Rebecca, indicando Mary Burgen, la ragazza che fa campagna porta a porta insieme a lei, «è la mia girlfriend e vorrei che diventasse mia moglie, ma ho bisogno del suo voto per poterlo fare. Me lo darà?». L’elettrice dai capelli bianchi tace, deglutisce, scuote la testa e poi chiude la porta in faccia alle due lesbiche che sognano di sposarsi. «Le reazioni negative o imbarazzate non mancano», commenta Mary. «L’altro giorno un tizio ci ha rincorse con un crocefisso gridandoci “sodomiti”, già questo un segno di confusione in materia di sessualità. Ma la maggior parte della gente è genuinamente interessata alla questione. E chi ha dei dubbi sembra felice di poterseli chiarire: capita che ci facciano entrare, ci invitino a prendere un tè e poi non la smettano più di interrogarci ».
Dubbi e interrogativi non devono meravigliare. L’Isola di Smeraldo, come è soprannominata per il colore dei suoi prati, era il Paese più cattolico, tradizionalista e moralmente conservatore d’Europa. Qui l’omosessualità ha smesso di essere un reato soltanto nel 1993. Il divorzio è stato approvato due anni dopo, con un referendum, per appena 9mila voti di differenza. L’aborto rimane illegale. Niente di strano, dunque, nella reazione della vecchietta alle due militanti del Lbgt, il movimento Lesbian Bisexual Gay Transgender, che ora ha una sua sezione anche in Irlanda. La meraviglia, casomai, è che in una nazione del genere si faccia una consultazione popolare per introdurre le nozze tra i gay, e che tutti i partiti politici irlandesi, di centrosinistra, di centro e di centro-destra, invitino apertamente a votare “sì” alla nuova legge: compreso il primo ministro Enda Kenny, un tempo fiero oppositore dei diritti dei gay, quindi convertito sulla via di Damasco, anche in virtù dell’annuncio del suo ministro della Salute Leo Varadkar di essere omosessuale, primo segretario irlandese della storia apertamente omosessuale. «Votate “sì” al matrimonio fra gay e cambiate la storia », afferma ora il premier. Da mesi i sondaggi predicono una netta maggioranza a favore dell’approvazione della legge. La percentuale è diminuita man mano che si avvicinava il giorno del voto, passando dal quasi 70 al 65 al 58 per cento nell’ultimo rilevamento, pubblicato dai giornali alla vigilia del referendum. Ma l’opinione dominante è che, seppure di misura, oggi prevarranno i “sì”.
Manifesti e cartelli elettorali, lungo le strade della capitale, riflettono questa apparente tendenza: sono più numerosi quelli per la riforma costituzionale necessaria a introdurre il matrimonio fra persone dello stesso sesso (“vota sì per un’Irlanda più equa”) di quelli contrari (“vota no perché l’amore di una madre è insostituibile” — altro segno di confusione riguardo all’universo gay, ironizzano le militanti lesbiche, considerato che di madri, un loro figlio, ne avrebbe addirittura due). Si sono espressi per il “sì” alcuni degli irlandesi più famosi, come l’ex-calciatore e ora co-allenatore della locale nazionale di calcio Roy Keane, l’attore emigrato a Hollywood Colin Farrell, lo scrittore Colm Toibin, lui stesso omosessuale (ne ha approfittato per ricordare le discriminazioni sofferte dal più famoso romanziere omosessuale irlandese di tutti i tempi, Oscar Wilde). Sono per il sì i giornali di Dublino, come l’ Irish Examiner, che motiva così in un editoriale la sua posizione: «Le società si evolvono lasciandosi alle spalle credenze e abitudini un tempo ritenute eterne e abbracciando alternative più adatte al mondo com’è oggi». E sono per il sì i leader delle aziende della rivoluzione digitale, Apple, Facebook, Google, che hanno portato a Dublino (per ragioni fiscali) il loro quartier generale europeo.
Perfino la chiesa cattolica non ha reagito con un “no” uniforme e compatto. «Voterò sì in nome dell’eguaglianza, per riconoscere che l’amore può esistere anche fra due persone dello stesso sesso», afferma padre Peter McVerry, giovane prete. Gli fa eco suora Stanislaus Kennedy, 75enne fondatrice di un’associazione di carità: «Sposarsi è un diritto umano, dunque deve essere un diritto di tutti ». Il vescovo di Dublino, monsignor Diarmuid Martin, dichiara che lui voterà “no” ma non si sente di dire alla gente come deve votare. Soltanto l’arcivescovo Eamon Martin, primate della chiesa cattolica d’Irlanda, tuona contro le unioni dello stesso sesso, «nemmeno lontanamente previste dai piani di Dio per il matrimonio e la famiglia». La diocesi irlandese ha inviato alle parrocchie direttive sul referendum, invitando a votare “no”. Ma le parrocchie non sono più le stesse. Hanno perso fedeli. Trent’anni fa il 90 per cento degli irlandesi andava a messa tutte le domeniche, oggi ci va solo il 30 per cento. Gli scandali su pedofilia e abusi sessuali che hanno coinvolto sacerdoti e monache sono una causa dell’allontanamento di molti irlandesi dalla fede. Un’altra è il boom economico degli ultimi due decenni, che ha trasformato un paese di contadini ed emigranti nella “Tigre Celtica” e laicizzato fortemente la società. «Quando ero bambino, mio padre ci faceva leggere il rosario tutte le sere», ricorda Emon, l’autista insieme al quale seguo il porta a porta della campagna. «Io stesso quando avevo vent’anni andavo a messa tutti i giorni, alzandomi presto, prima del lavoro. Adesso però sono incerto su come votare, perché da un lato aderisco ai precetti della chiesa, dall’altro non voglio discriminare nessuno. E i miei figli, pur sentendosi cattolici, voteranno “sì” alla riforma». Taglia corto Brian Sheehan, fondatore di Yes Quality, la campagna per il “sì” al referendum: «La maggioranza della popolazione irlandese è favorevole alla nuova legge e la maggioranza della popolazione irlandese è cattolica. Significa che la chiesa non è più al passo con i propri fedeli».
Permane, ciononostante, un alone di incertezza. Nei villaggi, il cattolicesimo è più forte e restio alle innovazioni. Nelle città, la campagna Fathers and Mothers Matter (I padri e le madri contano) ottiene consensi sostenendo che la sua non è un’opposizione omofobica: «I gay hanno già il patto di unione civile, che bisogno c’è di dargli anche il matrimonio?». E per due volte, nel 2001 e nel 2008, l’Irlanda votò “no” in referendum sull’Unione Europea in cui tutti prevedevano la vittoria dei “sì”. Si tratta insomma di convincere la parte più anziana e conservatrice della popolazione, come Rebecca e Mary provano a fare, bussando di porta in porta. «Buongiorno, signora, mi dà il permesso di sposare la mia girlfriend? ».
Matrimonio all’irlandese
L’Isola di smeraldo era la nazione più conservatrice d’Europa oggi decide con una consultazione popolare se introdurre le nozze tra omosessuali
Tutti i partiti invitano a votare “sì”. E perfino parte della Chiesa è a favore
di Enrico Franceschini
DUBLINO TOC , toc. Una simpatica vecchietta apre la porta in una viuzza dietro il porto di Dublino. «Buongiorno signora, sono qui per chiederle il permesso di sposarmi», le dice con prontezza Rebecca Murphy, 34 anni, volontaria della campagna per il “sì” al matrimonio gay nel referendum che si tiene oggi in Irlanda. «Dio ti benedica, figliola, non capisco perché hai bisogno della mia autorizzazione ma sono ben lieta di dartela, il matrimonio è una cosa meravigliosa », risponde sorpresa la nonnina. Quindi domanda chi è lo sposo. «Eccola», replica Rebecca, indicando Mary Burgen, la ragazza che fa campagna porta a porta insieme a lei, «è la mia girlfriend e vorrei che diventasse mia moglie, ma ho bisogno del suo voto per poterlo fare. Me lo darà?». L’elettrice dai capelli bianchi tace, deglutisce, scuote la testa e poi chiude la porta in faccia alle due lesbiche che sognano di sposarsi. «Le reazioni negative o imbarazzate non mancano», commenta Mary. «L’altro giorno un tizio ci ha rincorse con un crocefisso gridandoci “sodomiti”, già questo un segno di confusione in materia di sessualità. Ma la maggior parte della gente è genuinamente interessata alla questione. E chi ha dei dubbi sembra felice di poterseli chiarire: capita che ci facciano entrare, ci invitino a prendere un tè e poi non la smettano più di interrogarci ».
Dubbi e interrogativi non devono meravigliare. L’Isola di Smeraldo, come è soprannominata per il colore dei suoi prati, era il Paese più cattolico, tradizionalista e moralmente conservatore d’Europa. Qui l’omosessualità ha smesso di essere un reato soltanto nel 1993. Il divorzio è stato approvato due anni dopo, con un referendum, per appena 9mila voti di differenza. L’aborto rimane illegale. Niente di strano, dunque, nella reazione della vecchietta alle due militanti del Lbgt, il movimento Lesbian Bisexual Gay Transgender, che ora ha una sua sezione anche in Irlanda. La meraviglia, casomai, è che in una nazione del genere si faccia una consultazione popolare per introdurre le nozze tra i gay, e che tutti i partiti politici irlandesi, di centrosinistra, di centro e di centro-destra, invitino apertamente a votare “sì” alla nuova legge: compreso il primo ministro Enda Kenny, un tempo fiero oppositore dei diritti dei gay, quindi convertito sulla via di Damasco, anche in virtù dell’annuncio del suo ministro della Salute Leo Varadkar di essere omosessuale, primo segretario irlandese della storia apertamente omosessuale. «Votate “sì” al matrimonio fra gay e cambiate la storia », afferma ora il premier. Da mesi i sondaggi predicono una netta maggioranza a favore dell’approvazione della legge. La percentuale è diminuita man mano che si avvicinava il giorno del voto, passando dal quasi 70 al 65 al 58 per cento nell’ultimo rilevamento, pubblicato dai giornali alla vigilia del referendum. Ma l’opinione dominante è che, seppure di misura, oggi prevarranno i “sì”.
Manifesti e cartelli elettorali, lungo le strade della capitale, riflettono questa apparente tendenza: sono più numerosi quelli per la riforma costituzionale necessaria a introdurre il matrimonio fra persone dello stesso sesso (“vota sì per un’Irlanda più equa”) di quelli contrari (“vota no perché l’amore di una madre è insostituibile” — altro segno di confusione riguardo all’universo gay, ironizzano le militanti lesbiche, considerato che di madri, un loro figlio, ne avrebbe addirittura due). Si sono espressi per il “sì” alcuni degli irlandesi più famosi, come l’ex-calciatore e ora co-allenatore della locale nazionale di calcio Roy Keane, l’attore emigrato a Hollywood Colin Farrell, lo scrittore Colm Toibin, lui stesso omosessuale (ne ha approfittato per ricordare le discriminazioni sofferte dal più famoso romanziere omosessuale irlandese di tutti i tempi, Oscar Wilde). Sono per il sì i giornali di Dublino, come l’ Irish Examiner, che motiva così in un editoriale la sua posizione: «Le società si evolvono lasciandosi alle spalle credenze e abitudini un tempo ritenute eterne e abbracciando alternative più adatte al mondo com’è oggi». E sono per il sì i leader delle aziende della rivoluzione digitale, Apple, Facebook, Google, che hanno portato a Dublino (per ragioni fiscali) il loro quartier generale europeo.
Perfino la chiesa cattolica non ha reagito con un “no” uniforme e compatto. «Voterò sì in nome dell’eguaglianza, per riconoscere che l’amore può esistere anche fra due persone dello stesso sesso», afferma padre Peter McVerry, giovane prete. Gli fa eco suora Stanislaus Kennedy, 75enne fondatrice di un’associazione di carità: «Sposarsi è un diritto umano, dunque deve essere un diritto di tutti ». Il vescovo di Dublino, monsignor Diarmuid Martin, dichiara che lui voterà “no” ma non si sente di dire alla gente come deve votare. Soltanto l’arcivescovo Eamon Martin, primate della chiesa cattolica d’Irlanda, tuona contro le unioni dello stesso sesso, «nemmeno lontanamente previste dai piani di Dio per il matrimonio e la famiglia». La diocesi irlandese ha inviato alle parrocchie direttive sul referendum, invitando a votare “no”. Ma le parrocchie non sono più le stesse. Hanno perso fedeli. Trent’anni fa il 90 per cento degli irlandesi andava a messa tutte le domeniche, oggi ci va solo il 30 per cento. Gli scandali su pedofilia e abusi sessuali che hanno coinvolto sacerdoti e monache sono una causa dell’allontanamento di molti irlandesi dalla fede. Un’altra è il boom economico degli ultimi due decenni, che ha trasformato un paese di contadini ed emigranti nella “Tigre Celtica” e laicizzato fortemente la società. «Quando ero bambino, mio padre ci faceva leggere il rosario tutte le sere», ricorda Emon, l’autista insieme al quale seguo il porta a porta della campagna. «Io stesso quando avevo vent’anni andavo a messa tutti i giorni, alzandomi presto, prima del lavoro. Adesso però sono incerto su come votare, perché da un lato aderisco ai precetti della chiesa, dall’altro non voglio discriminare nessuno. E i miei figli, pur sentendosi cattolici, voteranno “sì” alla riforma». Taglia corto Brian Sheehan, fondatore di Yes Quality, la campagna per il “sì” al referendum: «La maggioranza della popolazione irlandese è favorevole alla nuova legge e la maggioranza della popolazione irlandese è cattolica. Significa che la chiesa non è più al passo con i propri fedeli».
Permane, ciononostante, un alone di incertezza. Nei villaggi, il cattolicesimo è più forte e restio alle innovazioni. Nelle città, la campagna Fathers and Mothers Matter (I padri e le madri contano) ottiene consensi sostenendo che la sua non è un’opposizione omofobica: «I gay hanno già il patto di unione civile, che bisogno c’è di dargli anche il matrimonio?». E per due volte, nel 2001 e nel 2008, l’Irlanda votò “no” in referendum sull’Unione Europea in cui tutti prevedevano la vittoria dei “sì”. Si tratta insomma di convincere la parte più anziana e conservatrice della popolazione, come Rebecca e Mary provano a fare, bussando di porta in porta. «Buongiorno, signora, mi dà il permesso di sposare la mia girlfriend? ».
Il Sole 22.5.15
Il genocidio culturale
di Alberto Negri
Come è stato possibile abbattere in poche settimane Saddam Hussein e in qualche mese Gheddafi mentre la macchina totalizzante del Califfato subisce sconfitte episodiche ma mette a segno anche nuove conquiste?
In meno di una settimana sono cadute prima Ramadi in Iraq, adesso Palmira in Siria. Unire i due campi di battaglia è stata la mossa vincente del Califfo al Baghdadi: nel 2013 sembrava una virata insostenibile ma finora si è rivelata assai indovinata. I jihadisti hanno impegnato al massimo le loro forze ma hanno anche disperso quelle degli avversari: gli iraniani, che sostengono sia Damasco che Baghdad, sono sotto stress, economico e militare, così come le milizie sciite e gli Hezbollah, al punto che il premier iracheno Al Abadi si è spinto a chiedere armi a Putin.In quasi un anno di raid della coalizione a guida americana, l’Isis si è impadronita della metà del territorio siriano, oltre 90mila chilometri quadrati. Gli Stati Uniti, dopo l’invasione del 2003, non hanno mai controllato realmente l’Iraq. Lo hanno tenuto a bada ma nessun americano ha mai azzardato una libera uscita fuori dalle caserme o dalla Green Zone.
Gli occidentali, fisicamente, in un decennio sono scomparsi dal panorama della Mesopotamia e da un vasto pezzo di mondo arabo. I jihadisti non soltanto terrorizzano la popolazione ma amministrano intere città come Raqqa, estraggono e vendono petrolio, mentre in Iraq hanno in mano Mosul, due milioni di abitanti, e ora Ramadi, 500mila, e nella provincia di Al Anbar hanno tenuto Falluja per un anno. L’Isis avrà pure consistenti finanziamenti ma le sue risorse sono spiccioli a confronto dei 1.700 miliardi di dollari e quasi 5mila morti investiti dagli americani per la guerra irachena (dati Brown University).
Se esiste davvero uno scontro di civiltà tra Occidente e Islam, gli americani e gli europei hanno contribuito alla trappola tesa dal Califfato e dai suoi amici sunniti tra cui si annoverano la Turchia e le monarchie del Golfo che non hanno contrastato lo Stato Islamico ma favorito gruppi simili, e ora persino alleati, come i qaedisti di Jabat al Nusra. Ma a Washington i politici continuano a diffidare dell’Iran e a confidare nei sauditi, boicottando anche Obama. Tra le colonne di Palmira, che in tremila anni mai conobbe distruzioni traumatiche, si consuma ora la tragedia vera dell’Occidente, una sorta di genocidio culturale, storico e umano della Siria di cui siamo più complici che vittime.
Il genocidio culturale
di Alberto Negri
Come è stato possibile abbattere in poche settimane Saddam Hussein e in qualche mese Gheddafi mentre la macchina totalizzante del Califfato subisce sconfitte episodiche ma mette a segno anche nuove conquiste?
In meno di una settimana sono cadute prima Ramadi in Iraq, adesso Palmira in Siria. Unire i due campi di battaglia è stata la mossa vincente del Califfo al Baghdadi: nel 2013 sembrava una virata insostenibile ma finora si è rivelata assai indovinata. I jihadisti hanno impegnato al massimo le loro forze ma hanno anche disperso quelle degli avversari: gli iraniani, che sostengono sia Damasco che Baghdad, sono sotto stress, economico e militare, così come le milizie sciite e gli Hezbollah, al punto che il premier iracheno Al Abadi si è spinto a chiedere armi a Putin.In quasi un anno di raid della coalizione a guida americana, l’Isis si è impadronita della metà del territorio siriano, oltre 90mila chilometri quadrati. Gli Stati Uniti, dopo l’invasione del 2003, non hanno mai controllato realmente l’Iraq. Lo hanno tenuto a bada ma nessun americano ha mai azzardato una libera uscita fuori dalle caserme o dalla Green Zone.
Gli occidentali, fisicamente, in un decennio sono scomparsi dal panorama della Mesopotamia e da un vasto pezzo di mondo arabo. I jihadisti non soltanto terrorizzano la popolazione ma amministrano intere città come Raqqa, estraggono e vendono petrolio, mentre in Iraq hanno in mano Mosul, due milioni di abitanti, e ora Ramadi, 500mila, e nella provincia di Al Anbar hanno tenuto Falluja per un anno. L’Isis avrà pure consistenti finanziamenti ma le sue risorse sono spiccioli a confronto dei 1.700 miliardi di dollari e quasi 5mila morti investiti dagli americani per la guerra irachena (dati Brown University).
Se esiste davvero uno scontro di civiltà tra Occidente e Islam, gli americani e gli europei hanno contribuito alla trappola tesa dal Califfato e dai suoi amici sunniti tra cui si annoverano la Turchia e le monarchie del Golfo che non hanno contrastato lo Stato Islamico ma favorito gruppi simili, e ora persino alleati, come i qaedisti di Jabat al Nusra. Ma a Washington i politici continuano a diffidare dell’Iran e a confidare nei sauditi, boicottando anche Obama. Tra le colonne di Palmira, che in tremila anni mai conobbe distruzioni traumatiche, si consuma ora la tragedia vera dell’Occidente, una sorta di genocidio culturale, storico e umano della Siria di cui siamo più complici che vittime.
La Stampa 22.5.15
L’Isis marcia su Damasco e Baghdad
L’ultima difesa sono le milizie dell’Iran
Gli eserciti iracheno e siriano in ritirata dopo gli attacchi subiti a Palmira e Ramadi Ora contro gli jihadisti rimangono i gruppi che rispondono al capo dei Pasdaran
di Maurizio Molinari
L’imam iracheno ribelle, il generale siriano a corto di truppe ed il regista iraniano dell’«Asse di resistenza» delle milizie sciite: sono i capi militari che difendono Baghdad e Damasco dall’avanzata delle truppe del Califfo dello Stato Islamico (Isis).
L’imam ribelle è Moqtada al Sadr, già leader della rivolta sciita anti-Usa, guida l’«Esercito del Mahdi» ovvero almeno 20 mila armati con la roccaforte a Sadr City, cuore di Baghdad. Appena Ramadi è caduta, con Isis a soli 112 km e il Califfo intento a preannunciare la «liberazione di Baghdad e Kerbala», è stato l’imam ribelle a rispondere: «Venite avanti, riempiremo la terra con i vostri cadaveri».
Se il Califfo Abu Bakr al-Baghdadi teorizza il genocidio degli sciiti - che sono maggioranza a Baghdad e Kerbala - Al Sadr è il leader più carismatico e violento dell’Hashd al-Shaabi, la Forza di mobilitazione popolare che riunisce 90 mila miliziani sciiti addestrati dall’Iran, agli ordini del generale Falih al Fayyadh e di Hadi Al Amiri. Ciò significa che a difendere la capitale, e a guidare i tentativi di allontanare Isis, non sono i soldati dell’esercito del premier Al Abadi ma i miliziani che, dall’inizio della guerriglia anti-Usa nel 2003, combattono con metodi simili a Isis. I Kataeb Hezbollah, per esempio, dopo la presa di Tikrit hanno fatto scempio dei sunniti al punto da dover essere ritirati in fretta.
Un mini-Stato di Hezbollah
La difesa di Damasco è in condizioni più critiche perché dopo quattro anni di guerra civile l’esercito di Bashar Assad è allo stremo: dei 250 mila soldati che aveva ne sono rimasti la metà, a cui si aggiungono 125 mila miliziani sciiti - libanesi, iracheni, pakistani ed afghani - dell’«Asse della resistenza». È un esercito senza gli armamenti Usa lasciati all’Iraq, ridotto a difendere sacche isolate ed alle prese non solo con l’avanzata di Isis - giunto a Palmira, 210 km della capitale - ma anche con quella dell’Esercito della Conquista, la coalizione di ribelli sostenuti da Turchia, Qatar e sauditi, che in aprile ha catturato la provincia di Iblib.
Questi motivi hanno spinto il ministro della Difesa siriano, Fahd Jassem al-Freij, a recarsi a Teheran per chiedere l’invio di reparti di terra. «L’Iran sta costruendo uno Stato dentro lo Stato in Siria come polizza di assicurazione sul dopo-Assad» spiega Charles Lister, analista del Brookings Doha Center in Qatar, secondo cui il crollo del regime portebbe ad un mini-Stato Hezbollah, la milizia libanese che ha 5000 combattenti in Siria e non ha mai perso una battaglia con Isis.
Che si tratti di dover coordinare le milizie sciite irachene o di sostenere il traballante esercito siriano, a decidere con quali risorse e metodi farlo è Qassem Soleimani, il leader della forza Al Quds dei guardiani della rivoluzione che dal 1998 è dietro ogni fazione alleata di Teheran in Medio Oriente. È lui ad aver creato l’«Asse della resistenza» sciita e non lo cela. Quando nel 2007 il comandante americano David Petraeus gli rendeva la vita difficile in Iraq, reagì inviandogli un sms sul cellulare: «Dovrebbe sapere che sono io a guidare la politica iraniana in Iraq, Libano, Gaza e Afghanistan, l’ambasciatore a Baghdad è un mio uomo e anche il prossimo lo sarà». Come dire, qui comando io.
Il generale Suleimani
Se allora Suleimani si muoveva di nascosto, oggi le sue foto a fianco dei miliziani, dentro e fuori Baghdad, dilagano sul web perché vuole far sapere al Califfo che, in ultima istanza, il duello è con lui. A intuire quanto matura è la Casa Bianca che con il portavoce Josh Earnest dice: «Siamo molto preoccupati per la cattura di Palmira da parte di Isis, vi saranno sfide difficili».
L’Isis marcia su Damasco e Baghdad
L’ultima difesa sono le milizie dell’Iran
Gli eserciti iracheno e siriano in ritirata dopo gli attacchi subiti a Palmira e Ramadi Ora contro gli jihadisti rimangono i gruppi che rispondono al capo dei Pasdaran
di Maurizio Molinari
L’imam iracheno ribelle, il generale siriano a corto di truppe ed il regista iraniano dell’«Asse di resistenza» delle milizie sciite: sono i capi militari che difendono Baghdad e Damasco dall’avanzata delle truppe del Califfo dello Stato Islamico (Isis).
L’imam ribelle è Moqtada al Sadr, già leader della rivolta sciita anti-Usa, guida l’«Esercito del Mahdi» ovvero almeno 20 mila armati con la roccaforte a Sadr City, cuore di Baghdad. Appena Ramadi è caduta, con Isis a soli 112 km e il Califfo intento a preannunciare la «liberazione di Baghdad e Kerbala», è stato l’imam ribelle a rispondere: «Venite avanti, riempiremo la terra con i vostri cadaveri».
Se il Califfo Abu Bakr al-Baghdadi teorizza il genocidio degli sciiti - che sono maggioranza a Baghdad e Kerbala - Al Sadr è il leader più carismatico e violento dell’Hashd al-Shaabi, la Forza di mobilitazione popolare che riunisce 90 mila miliziani sciiti addestrati dall’Iran, agli ordini del generale Falih al Fayyadh e di Hadi Al Amiri. Ciò significa che a difendere la capitale, e a guidare i tentativi di allontanare Isis, non sono i soldati dell’esercito del premier Al Abadi ma i miliziani che, dall’inizio della guerriglia anti-Usa nel 2003, combattono con metodi simili a Isis. I Kataeb Hezbollah, per esempio, dopo la presa di Tikrit hanno fatto scempio dei sunniti al punto da dover essere ritirati in fretta.
Un mini-Stato di Hezbollah
La difesa di Damasco è in condizioni più critiche perché dopo quattro anni di guerra civile l’esercito di Bashar Assad è allo stremo: dei 250 mila soldati che aveva ne sono rimasti la metà, a cui si aggiungono 125 mila miliziani sciiti - libanesi, iracheni, pakistani ed afghani - dell’«Asse della resistenza». È un esercito senza gli armamenti Usa lasciati all’Iraq, ridotto a difendere sacche isolate ed alle prese non solo con l’avanzata di Isis - giunto a Palmira, 210 km della capitale - ma anche con quella dell’Esercito della Conquista, la coalizione di ribelli sostenuti da Turchia, Qatar e sauditi, che in aprile ha catturato la provincia di Iblib.
Questi motivi hanno spinto il ministro della Difesa siriano, Fahd Jassem al-Freij, a recarsi a Teheran per chiedere l’invio di reparti di terra. «L’Iran sta costruendo uno Stato dentro lo Stato in Siria come polizza di assicurazione sul dopo-Assad» spiega Charles Lister, analista del Brookings Doha Center in Qatar, secondo cui il crollo del regime portebbe ad un mini-Stato Hezbollah, la milizia libanese che ha 5000 combattenti in Siria e non ha mai perso una battaglia con Isis.
Che si tratti di dover coordinare le milizie sciite irachene o di sostenere il traballante esercito siriano, a decidere con quali risorse e metodi farlo è Qassem Soleimani, il leader della forza Al Quds dei guardiani della rivoluzione che dal 1998 è dietro ogni fazione alleata di Teheran in Medio Oriente. È lui ad aver creato l’«Asse della resistenza» sciita e non lo cela. Quando nel 2007 il comandante americano David Petraeus gli rendeva la vita difficile in Iraq, reagì inviandogli un sms sul cellulare: «Dovrebbe sapere che sono io a guidare la politica iraniana in Iraq, Libano, Gaza e Afghanistan, l’ambasciatore a Baghdad è un mio uomo e anche il prossimo lo sarà». Come dire, qui comando io.
Il generale Suleimani
Se allora Suleimani si muoveva di nascosto, oggi le sue foto a fianco dei miliziani, dentro e fuori Baghdad, dilagano sul web perché vuole far sapere al Califfo che, in ultima istanza, il duello è con lui. A intuire quanto matura è la Casa Bianca che con il portavoce Josh Earnest dice: «Siamo molto preoccupati per la cattura di Palmira da parte di Isis, vi saranno sfide difficili».