il Fatto 29.8.14
Economist, in copertina Renzi, Merkel e Hollande sulla barca Eurozona che affonda
qui
il Fatto 29.8.14
Riforma scuola, questa volta Renzi ci ha stupito davvero
di Marina Boscaino
qui
La Stampa 29.8.14
Matteo Renzi
Tante idee ma confuse
di Stefano Lepri
Di nuovo importanti scelte annunciate sembravano decadere a «linee guida» per poi scomparire del tutto nel Consiglio dei ministri di oggi. E allora è bene cercare un significato di insieme di ciò che ribolle dentro il governo di Matteo Renzi, tra promesse e retromarce, azzardi e smentite. Dei contrasti non c’è da stupirsi, dato che per fare riforme vere occorre scontentare molti interessi; ma la confusione di idee è grande.
La salutare intenzione di rompere tabù annosi si intreccia con ipotesi di stravecchie misure conformi a vecchi modelli politici. Nessun «cambio di verso» ci sarebbe ad esempio nell’assumere senza concorso decine di migliaia di precari della scuola.
Nelle bozze del provvedimento «Sblocca Italia» oggi all’esame compaiono insieme interessanti novità ed erogazioni di tipo clientelare.
Un modo diverso di governare non può certo emergere già bell’e formato. Il guaio è che il fronte tra vecchio e nuovo molto spesso non si capisce dove passi, e nemmeno tra chi. In parte si tratta ancora di inesperienza, da parte dei giovani oggi arrivati al potere con Renzi. Ma più passa il tempo, più si parlerà di carente abilità nel progettare.
Ad esempio l’importantissima questione delle partecipate degli enti locali è arrivata alla ribalta solo grazie all’impegno del commissario alla revisione della spesa Carlo Cottarelli. Si trova lì un nodo cruciale dei veri «costi della politica». Ma occorre saper distinguere. Un gran numero di società in annosa perdita, o con scopi poco attinenti al settore pubblico, può essere chiusa senza complimenti.
Invece i trasporti locali, da dove viene gran parte delle perdite, devono essere riformati costringendo gli amministratori a tagliare gli sprechi. C’è una Autorità per i trasporti che ha cominciato a funzionare, esistono esempi in altri Paesi; una razionalizzazione su base regionale sarebbe utile seppur non sufficiente. Occorre però che i ministri si facciano carico di elaborare proposte.
Un altro esempio sono le privatizzazioni. È salutare che si sia rivelata un bluff la privatizzazione delle Poste, azienda dove il confine tra le aree di servizio pubblico e quelle di mercato rimane alquanto oscuro. È interessante che si discuta di ridurre la quota dello Stato in Eni ed Enel oltre limiti che finora venivano considerati invalicabili: ma si chiarisca anche a quale scopo.
L’Eni, di gran lunga la componente più valida dell’industria di Stato, negli anni ha funzionato come importante strumento per approvvigionarci di petrolio. Oggi la sensazione – diffusa tra i Paesi amici ed alleati – che condizioni un po’ troppo la politica estera italiana è solo il riflesso politico della crescente difficoltà economica di fare scelte energetiche indipendenti su scala solo nazionale.
Prima di decidere che fare dell’Eni, occorre avere un’idea di quali scelte in materia di energia farà l’Europa nel suo insieme; Vladimir Putin ce ne impone l’urgenza. Una ipotesi possibile è che invece di muoversi in ordine sparso le imprese di Stato esistenti in vari Paesi dell’Unione possano trovare strategie comuni, forse persino unirsi.
Perché i progetti ancora latitano? Il rischio sta nella via breve di un ritorno al primato della politica: ovvero che i nuovi arrivati al potere con Renzi si limitino a proporre la novità di se stessi, magari inventando nemici di comodo per sfruttare a proprio vantaggio l’insofferenza contro tutte le élites. Non può funzionare. Trovare consenso al dettaglio, con favori all’una o all’altra categoria (pensionandi o supplenti o altri ancora), è oggi disastrosamente dispendioso. Solo mostrando una visione di insieme si può consolidare il consenso dei cittadini in quanto cittadini.
Corriere 29.8.14
Scelte concrete e articolate non solo copertine attraenti
di Dario Di Vico
C’è grande attesa per il Consiglio dei ministri di oggi. Di carne al fuoco ce n’era tantissima, saremmo tentati di dire troppa, visto che in extremis l’esame della riforma della scuola è slittato.
Si faticava a ricordare un governo, forse non solo italiano, che nella stessa sessione di consiglio avesse programmato di riformare l’istruzione, la giustizia e di varare nello stesso giro di tavolo un complesso provvedimento di rilancio degli investimenti infrastrutturali (al secolo sblocca Italia). Il premier Matteo Renzi dopo le lunghe e fastidiose polemiche estive sulla reale capacità operativa del suo governo vuole comunque un rientro alla grande e per questo motivo ha raggruppato in un’unica seduta il pacchetto-monstre di cui sopra. Non vogliamo apparire dei posapiano e meritarci magari un apposito hashtag , quindi giudicheremo con favore la scelta di mandare agli italiani un messaggio di antropologia positiva e di velocizzazione del cambiamento. Anche a tappe forzate. L’unica preoccupazione che ci sentiamo di esternare riguarda l’eventualità che anche domani si finisca per seguire il metodo già intravisto in altre occasioni analoghe. Ovvero che invece di approvare e poi presentare dei veri e propri testi legislativi ci si limiti a vidimare linee guida, intenzioni, preamboli o relazioni orali. Non abbiamo bisogno di provvedimenti da sbattere in copertina e ci piace pensare che non servano nemmeno al premier. Ha già fatto il pieno di comunicazione persino in agosto e quindi per segnare la discontinuità domani avrebbe bisogno di dimostrare all’opinione pubblica interna e internazionale che sa produrre in tempi ristretti un buon testo di riforma. Scritto, se possibile. Per la scuola evidentemente non era così.
Qualche preoccupazione ci viene anche dalle modalità con le quali si racconta che si sia formato lo sblocca Italia. Governi e parlamenti di ogni colore hanno sempre abusato dei provvedimenti omnibus — quelli che non piacciono al Quirinale perché difettano di coerenza — e non pensavamo che anche la compagine guidata da Renzi finisse per seguire lo stesso andazzo. Invece ciascun ministero è stato invitato ad aggiungere al testo-base sulle infrastrutture altri provvedimenti da disincagliare. È partito così un copia-e-incolla seriale che fa correre al governo il rischio di varare un testo Arlecchino. Sia chiaro, c’è grande urgenza di semplificazione e il Paese reale la chiede, vanno però seguite le procedure giuste altrimenti ci si incarta. Un omnibus anche se costruito al contrario — per sbloccare e non per produrre nuove norme — andrebbe evitato o guidato da una sapiente regia. Altrimenti, con una singolare eterogenesi dei fini, i passaggi burocratici aumentano invece di diminuire.
Repubblica 29.8.14
Troppi annunci
di Federico Fubini
VIVIAMO in tempi di deflazione del denaro e inflazione di parole. Impossibile tenere il conto di quante volte al giorno ormai la classe politica parli di “riforme” o di “fiducia”.
L’UNICA certezza è che l’inflazione è quel fenomeno per il quale l’abbondanza crescente di una certa materia prima ne deprime il valore. L’impero spagnolo distrusse il prezzo dell’argento nel sedicesimo secolo per gli eccessi con cui lo importava dal Perù. Il governo di Matteo Renzi rischia di trovare la sua sindrome dell’argento peruviano nella serie di annunci ai quali non sempre, non in modo univoco, seguono poi i fatti. Il bilancio di questo mese d’agosto permette di far sorgere qualche sospetto che il pericolo esista realmente.
Proviamo a riassumere. Al Consiglio dei ministri dei primi del mese sarebbe dovuta passare la riforma dei Beni culturali di Franceschini. Poi è slittata. Ora tutto sarebbe pronto, ma a quanto pare non sarà varata neppure dal vertice di domani a causa dell’ ingorgo di altri procedimenti. Eppure neanche misure più in alto nell’agenda del Consiglio dei ministri odierno stanno avendo vita facile. Per dirne una, solo sei giorni fa il premier aveva annunciato che oggi sarebbe toccato alla scuola: «Il 29 agosto presenteremo una riforma complessiva», scadenza poi confermata in un tweet di giovedì. Del resto il governo non smentiva, anzi avvalorava, il progetto di stabilizzare circa 100 mila precari dell’istruzione con le misure in arrivo.
Poi però anche qui contrordine: slitta tutto, sempre per colpa dell’ ingorgo . A crearlo sono altri due provvedimenti. C’è il decreto Sblocca-Italia, del quale ancora ieri sera a nessuno era chiaro il profilo date le vaste divergenze fra Padoan (Economia) e Lupi (Trasporti) sui fondi da spendere. E c’è la riforma della giustizia, dove però molto verrà affidato a una delega al governo, cioè anche qui a scelte da compiere poi più in là nel tempo.
La lista di questo agosto di inflazione verbale potrebbe continuare. Alternativamente gli italiani hanno scoperto che sarebbero state tagliate le pensioni più alte, poi che non sarebbero state toccate. Che sarebbero stati congelati gli stipendi del pubblico impiego, poi che ciò era fuori questione. Che andava abolito l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (quello offre le tutele maggiori d’Europa contro il licenziamento di chi ha un contratto permanente), poi che l’articolo 18 non andava toccato, infine che non serve parlarne, perché presto cambieranno tutte le norme sul lavoro.
Questo resta un governo di coalizione, espresso da uno dei parlamenti più frammentati della storia repubblicana. Nemmeno per un leader determinato come Matteo Renzi è facile controllare le spinte centrifughe dei suoi ministri e dei partiti di maggioranza. Ancora meno lo è adesso, con l’economia mai davvero uscita da un’unica grande depressione iniziata alla fine del 2008. Più è impellente l’urgenza di fare qualcosa di risolutivo, più diventa chiaro che non esistono né scorciatoie né bacchette magiche. Si può solo lavorare in Italia e con il resto d’Europa per individuare le priorità e affrontarle passo dopo passo.
Anche per questo però la corsa all’argento peruviano che si è scatenata — la ridda di annunci, le continue invocazioni della “fiducia” — non fanno che produrre conseguenze opposte. Nessuno assume, investe nella propria azienda o compra un elettrodomestico a rate se non sa cosa lo aspetta e se i messaggi che riceve sono caotici e contraddittori. Non può essere solo sfortuna se in agosto la fiducia delle imprese in Italia è scesa più che in qualunque altro Paese dell’area euro.
Forse è il caso di ispirarsi alla Spagna di oggi, quella che ha affrontato molte riforme senza parole a vuoto e ora cresce al ritmo del 2% annuo. Non a quella di cinque secoli fa.
La Stampa 29.8.14
La rabbia dei docenti. Poca fiducia nel rinvio
“Ci sentiamo presi in giro dal governo”
“Ma adesso le assunzioni le vogliamo lo stesso”
“Inaccettabili i metodi del governo”
di Lorenzo Vendemiale
Intasamento La riforma della scuola slitta ad un prossimo Consiglio dei Ministri Fonti di Palazzo Chigi assicurano: «È solo un rinvio per evitare di mettere troppa carne al fuoco, la riforma non salta». Ma i professori che attendevano le nuove misure sono molto scontenti
La comunicazione ufficiale arriva intorno alle 20.30. «La riforma della scuola non andrà nel Consiglio dei Ministri di domani». E nel giro di pochi minuti il malumore si diffonde su forum specializzati e social network. Per i precari che aspettavano con ansia il piano di assunzioni annunciato dal governo è una vera e propria «doccia gelata»: «Le dichiarazioni e le indiscrezioni degli ultimi giorni avevano creato grande aspettativa fra i docenti», spiega Angela Veltri, del movimento insegnanti precari abilitati e abilitanti (Mida). «Oggi sarebbe dovuta essere una giornata importante. E invece nulla».
Sul web la reazione del mondo della scuola è immediata. C’è chi sfoga la sua rabbia su Facebook, come Luca Cangemi, insegnante siciliano: «Il metodo del governo è inaccettabile». «Non siamo stupiti, siamo semplicemente indignati. L’istruzione dovrebbe essere al primo posto», gli fa eco Stefania. Altri preferiscono buttarla sul sarcasmo: «Sulla scuola vi stupirò, diceva Renzi. Sì, con il nulla», scrive Alessandro Roncaglia. «La riforma? Rimandata a settembre, non era sufficientemente preparata», è la battuta che circola di più. E poi c’è chi invece semplicemente si domanda le ragioni dello slittamento. Come Rosaria, che su Twitter si rivolge direttamente a Matteo Renzi: «Perché rinviate?».
Ufficialmente la discussione delle linee-guida «non salta, slitta», tiene a precisare la nota di Palazzo Chigi. Secondo quanto filtra da fonti ufficiali, l’appuntamento dovrebbe essere rimandato al prossimo consiglio dei ministri, già a settembre. Questione di opportunità: la riforma della scuola meritava uno spazio adeguato, e la riunione di domani è già ingolfata da giustizia e «Sblocca Italia». Ma il timore, abbastanza diffuso, è che dietro al rinvio ci siano altre ragioni. «Secondo me la verità è che mancano i soldi», ipotizza Antonio, docente umbro.
Il rinvio dell’ultimo minuto genera sfiducia. «Questo governo non è serio», è il commento lapidario di Maria. «La riforma slitta e non ci dicono neppure a quando. Evidentemente non siamo una priorità per Renzi», ribadisce Stella. Ma, insieme alla delusione, si acuisce ulteriormente l’aspettativa dei docenti. «Eravamo in trepidazione perché nelle graduatorie sono iscritti oltre 500mila insegnanti, tutta gente che aspetta una cattedra da anni», spiega Veltri, coordinatrice del movimento precari. «Noi comunque a questo punto quelle 100mila assunzioni le pretendiamo: non si può annunciare la stabilizzazione e poi tirarsi indietro. Significherebbe davvero giocare con la vita delle persone».
Repubblica 29.8.14
Quei punti critici della riforma costituzionale
In una democrazia la legislazione rinviene la sua legittimità nel “mandato” diretto o indiretto che gli enti abilitati hanno ricevuto dal popolo
di Alessandro Pace
NELL’IMMEDIATEZZA dell’approvazione del ddl Renzi-Boschi, il ministro delle Riforme ha ammesso la possibilità che la Camera ne migliori il testo. Dal canto suo il senatore Calderoli, relatore di minoranza, si è detto certo che molte cose dovranno cambiare perché, così com’è, «la riforma non gira». Date queste premesse, sembra opportuno segnalare taluni punti critici. Tuttavia non tratterò specificamente il punto più dolente, vale a dire la sproporzione del numero dei deputati rispetto a quello dei senatori e la conseguente concentrazione di poteri in favore della Camera dei deputati, in quanto la conseguenza di tale sproporzione — l’inesistenza di adeguati contropoteri — costituisce un vero e proprio “strappo” del costituzionalismo, che è stata unanimemente e ripetutamente criticata anche su questo giornale.
Inizio da un profilo generalmente sottovalutato (non però da Lorenza Carlassare), e cioè che in una democrazia liberale la legislazione in senso lato (leggi, decreti-legge, regolamenti ecc.) rinviene la sua legittimità nel “mandato”, diretto o indiretto, che gli organi e gli enti a ciò abilitati hanno ricevuto dal popolo sovrano (articolo 1 della Costituzione). E quindi, se la “riforma” attribuisce al Senato la funzione legislativa ordinaria — ancorché con limiti e condizioni — e la stessa funzione di revisione costituzionale, è inconcepibile che il Senato non venga eletto a suffragio universale. Anzi, a stretto rigore, è «persino fuori di luogo che possa essere definita “ele- zione“ una designazione dei senatori che sarà compiuta, in ogni regione, da poche decine di consiglieri e che sarà limitata agli stessi membri dei consigli regionali» (così Stefano Merlini).
Secondo. Grazie anche all’Italicum il potere finirà per essere conferito, senza contrappesi, alla coalizione che conseguirà il premio di maggioranza alla Camera dei deputati, e quindi al suo leader. La Camera eserciterà infatti, in esclusiva, il rapporto fiduciario col governo; eserciterà quasi esclusivamente la funzione legislativa ordinaria; inoltre, grazie alla sproporzione del numero dei deputati, sarà la Camera, praticamente da sola, a eleggere il presidente della Repubblica nel Parlamento in seduta comune. La soluzione “prudenziale” approvata dal Senato, secondo la quale, a partire dall’ottava votazione, poco più di 320 voti sarebbero sufficienti per eleggere il presidente della Repubblica, non risolve il problema, potendo una maggioranza coesa facilmente oltrepassare quella soglia. Due sembrerebbero le soluzioni accettabili: o eliminare drasticamente la possibilità dell’elezione a maggioranza dei componenti oppure aumentare il numero dei senatori a 200, abbassando il nume- ro dei deputati a 400. Non convince invece la proposta di integrare gli elettori con “non” parlamentari. In primo luogo perché gli elettori “aggiunti” dovrebbero essere almeno 215 per mantenere l’attuale giusta proporzione tra Camera e Senato; in secondo luogo, perché notevoli sono le difficoltà pratiche che presenta la scelta delle categorie di soggetti da coinvolgere. Ad esempio, se la scelta degli elettori “aggiunti” cadesse su componenti dei consigli regionali e/o comunali — come da taluni suggerito — vi sarebbe il rischio di discriminare irrazionalmente i consigli esclusi, il che potrebbe essere evitato solo con un complicato megasorteggio che coinvolgesse tutti i componenti della categoria prescelta.
Terzo. L’articolo concernente l’elezione dei giudici costituzionali è mal formulato non prevedendo esplicitamente, come quello in vigore, che l’elezione dei giudici costituzionali debba essere effettuata dal Parlamento in seduta comune. Pertanto poiché l’articolo 55 della Costituzione sancisce che “il Parlamento si riunisce in seduta comune dei membri delle due Camere nei soli casi stabiliti dalla Costituzione”, ne segue che, se la norma non venisse corretta, Camera e Senato eleggerebbero da soli, a maggioranza dei loro componenti, tre e due giudici.
Quarto. Ammesso pure il superamento del bicameralismo perfetto, deve però essere sottolineato che ci sono “tipi” di legge che non possono essere riservati alla sola Camera. È il caso delle leggi di amnistia e di indulto; delle deliberazioni (abbiano o meno la forma della legge) concernenti il conferimento al governo dei poteri necessari nelle situazioni assimilabili allo stato di guerra (vedi Iraq e Siria); delle leggi di conversione dei decreti legge (ciò che, anzi, sarebbe nella logica del ddl Renzi-Boschi che si preoccupa degli abusi della decretazione d’urgenza!). Altrettanto dovrebbe dirsi per alcune “materie” che “toccano” la vita quotidiana di tutti i cittadini — penso alla disciplina della cittadinanza e all’istruzione scolastica e universitaria — per le quali sembrerebbe doveroso il procedimento bicamerale.
Sottolineo infine la contraddizione tra il conferimento al Senato del potere legislativo in materie di interesse generale — quali ad esempio la disciplina del referendum popolare, delle minoranze linguistiche, della famiglia — e la limitazione del potere d’inchiesta del Senato alle sole “materie di pubblico interesse concernenti le autonomie territoriali”. Poiché il potere d’inchiesta è sempre essenzialmente strumentale all’esercizio di competenze materiali, ne segue che se sussiste, come in effetti sussiste, un’attribuzione di competenza legislativa al Senato su date materie, è irrazionale che il relativo potere d’inchiesta venga limitato alle sole materie d’interesse locale.
Corriere 29.8.14
Landini: nessun veto, Matteo interlocutore attento
«Ho sempre cercato il dialogo con tutti gli esecutivi se lo trovo solo ora non sono io che ho cambiato strategia»
intervista di Antonella Baccaro
ROMA — Maurizio Landini, segretario della Fiom, sindacato dei metalmeccanici, «non ci trova niente di strano» nella particolare interlocuzione, si direbbe quasi un feeling , che si è creata tra lui e il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, con cui ha avuto un colloquio riservato mercoledì scorso.
«Tolga i nomi Renzi e Landini e tenga i nostri ruoli: non ci troverà niente di insolito in un premier e nel segretario di uno dei più grandi sindacati della categoria che segue l’80% dei tavoli di crisi aperti a Palazzo Chigi, s’incontrino. Con chi dovrei parlare se non con Renzi?».
Lei ha ragione, ma Renzi, ad esempio, potrebbe intanto parlare con il segretario del suo sindacato, la Cgil, Susanna Camusso...
«Io sono una categoria della Cgil e un dirigente nazionale. Non sono andato lì al posto di un altro. Chiunque governi questo Paese deve cominciare dal rilancio del settore metalmeccanico se vuole far ripartire lo sviluppo. Renzi può farlo da solo, oppure...».
Oppure?
«Senta, io non mi nascondo che c’è una crisi che interessa tutti gli organismi di rappresentanza, delle imprese come del sindacato o della politica. Per questo c’è necessità di un cambiamento del loro modo di agire e di muoversi».
Che cambiamento?
«Bisogna avere in mente che si difende il lavoro se si difende il Paese. Bisogna proporre soluzioni. Non è il momento delle chiacchiere, altrimenti corriamo il rischio di essere il sindacato che accompagna il Paese alla deindustrializzazione. Noi non vogliamo essere né un sindacato di governo né di opposizione ma un soggetto indipendente e democratico che ha un’idea della politica industriale che serve a rilanciare il Paese».
E cosa le fa pensare che Renzi, che teorizza il superamento dei corpi intermedi, voglia andare oltre la semplice interlocuzione con lei?
«Un corpo di rappresentanza è debole se non rappresenta nessuno ma se ha proposte e si dimostra in grado di mobilitare i lavoratori, chiunque deve ascoltarlo. Noi dialoghiamo ma siamo sempre pronti alla mobilitazione».
Essere ascoltato le basta?
«No. Prenda il caso Electrolux: si è dimostrato che il governo può avere un ruolo nelle grandi vertenze se mette a disposizione delle risorse per trattenere chi investe in Italia. Poi i lavoratori hanno fatto la propria parte, accettando un accordo che, ricordo, ha trovato nel referendum l’80% dei consensi. Sfido qualsiasi forza politica a ottenere altrettanto. Ecco un caso in cui si è trovato un compromesso».
È finita dunque la stagione dell’opposizione ideologica: muro contro muro?
«Io l’interlocuzione veramente l’ho cercata con tutti i governi, se la trovo adesso con questo non sono io che ho cambiato strategia. Poi è chiaro che ci sono punti di vista ancora molto diversi. Io voglio poter dire la mia. Ma senza porre veti, perché un governo ha poi il diritto di decidere».
Il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, dice che "lei è molto utile al premier per l’unità della sinistra". Insomma le dà un po’ della «stampella».
«Sorrido. Se c’è qualcuno che ha fatto stampella a tutti i governi è lui».
Definirebbe la politica di Renzi «di sinistra»?
«La forza di Renzi sta nel consenso che ha saputo cogliere perché, dopo 20 anni di governi che non hanno affrontato i veri problemi, lui ha incarnato per la gente il cambiamento. Ho apprezzato la scelta degli 80 euro, che va confermata, e la tassazione delle rendite finanziarie. Non mi è piaciuta l’estensione dei contratti a termine e non mi convince molto la riforma istituzionale e elettorale».
Quindi?
«Quindi il vero banco di prova sarà nei prossimi mesi: dal lavoro alla lotta all’evasione. Staremo a vedere».
Repubblica 29.8.14
La Festa dell’Unità cambia menu tra tortellini, mojito e coltellate
di Concita De Gregorio
Nella kermesse d’esordio dell’era Renzi sullo sfondo c’è la corsa alla presidenza della Regione Emilia Romagna: Bonaccini contro Richetti Il primo era bersaniano convertito al renzismo, il secondo fedelissimo del premier ma da tempo nel cono d’ombra di Palazzo Chigi
BOLOGNA ORA che tutti sono renziani, in Emilia Romagna, si fa un po’ fatica a spiegare a Maria, studentessa tedesca qui per un master in politiche comunitarie, che quella che si gioca in queste ore non è affatto una partita fra “amici di Matteo”.
MA CHE , anzi, l’unico che davvero poteva dirsi amico di Matteo è sulla carta il più debole, gli altri sono tutti politici che vengono dalla nidiata di Errani e Bersani ma ora sono renziani, certo. Un po’ perché qualcuno opportunamente ha cambiato idea, più in generale perché i nomi delle cose non sempre corrispondono alle cose. Qui per esempio Maria sta bevendo un mojito servito in un verde baretto ambulante a forma di lime davanti al ristorante «Macondo» ma non siamo in Colombia, difatti ai tavoli servono tortellini e lambrusco, e del resto anche la Festa porta il nome di un giornale che non esce più in edicola ma l’importante è il brand. “In che senso?”. Nel senso che l’importante è non disfarsi di un marchio che funziona e tenere l’orecchio teso a quel che vuole la gente: è il mercato, è così. Festa dell’Unità, candidato renziano. Suona meglio, funziona. E la rottamazione, il rinnovamento?, domanda Maria in apprensione, a settembre deve scrivere una tesina.
Ecco appunto. La prima Festa dell’Unità di Renzi presidente, qui al Parco Nord di Bologna, segna il minuto esatto in cui alla prova del governo nelle regioni rosse, Toscana ed Emilia, gli uomini forti del partito-di-prima sono invitati a restare pure al loro posto nel partito-di-dopo. Rossi in Toscana, Bonaccini in Emilia. Un «rinnovamento nella continuità», dice sorridendo Sergio Cofferati che di questa città è stato pregato di fare il sindaco. «Evidentemente adesso al premier conviene così: tenere buone le alleanze di governo nazionale in cambio di una certa tolleranza nelle roccaforti ex Ds. Non è che Renzi non sappia di chi può fidarsi e di chi no, che non veda la data della carta d’imbarco sul suo volo. Anche quelli arrivati l’altro ieri se servono sono i benvenuti. Poi certo, ogni tanto qualcuno si fa male e in Emilia in particolare bisogna stare attenti ai sorrisi. Spesso a tavola il menù è tortellini, cotechino e una pugnalata per dessert».
Fuori di metafora i volontari allo stand del gioco del tappo, alla Festa, dicono che Stefano Bonaccini il segretario regionale come candidato è meglio di Manca sindaco di Imola perché «tiene insieme il vecchio e il nuovo, con Manca hanno provato a far saltare le primarie ma non poteva funzionare. Manca renziano proprio non è». Infatti no. Daniele Manca era stato indicato da Bersani ed Errani, Renzi aveva detto ok ma poi Debora Serracchiani ha fatto un giro tra i circoli, ha dato uno sguardo ai sondaggi, ha letto le mail e ha valutato che non fosse una buona idea. Ci sarebbero stati comunque altri candidati. Matteo Richetti, per esempio: «Che già a luglio diceva a Montecitorio: “Se non mi candido adesso quando lo faccio?” Aveva già deciso. D’altra parte Renzi lo teneva in un cono d’ombra inspiegabile con ragioni solo politiche», dice Sandra Zampa, prodiana, seduta in prima fila al dibattito della Festa.
Matteo Richetti si è candidato con un post su Facebook l’altro ieri. Erano venti giorni che taceva. Alla Leopolda degli inizi, in tempi di renzismo aurorale e a Palazzo irriso, il premier lo esibiva come la sua quinta colonna in Emilia: «Abbiamo con noi un pezzo di Modena». Poi, nel tempo, il freddo. Nessun incarico di partito, nessun incarico di governo. Sui motivi personali del distacco, apparenti dissapori su comuni amicizie, tutti si attardano e insieme sorvolano nelle notti bolognesi. «Certo motivi di natura politica non ce ne sono stati a meno che non si voglia attribuire tutto al voto contrario di Richetti all’ingresso nel Pse», dice Elly Schlein, classe 1985, la civatiana di Occupy Pd che con 53700 preferenze ha strappato il seggio all’europarlamento al veterano Caronna. «A me piacerebbe che si parlasse dei temi: i rifiuti, gli inceneritori, l’immigrazione, i diritti. Che non si giocasse una partita già scritta, con Bonaccini segretario e gli altri che fanno da comparse, ma non so se siamo ancora in tempo». Le primarie sono fra meno di un mese, il 28 settembre. Palma Costi, già lettiana sostenuta nelle zone colpite da terremoto, potrebbe ritirarsi già oggi. Resterebbero in quattro. Il romagnolo Roberto Balzani, radici repubblicane, laico, ambientalista. Patrizio Bianchi, ex rettore di Ferrara, presidente di Nomisma quando Prodi si candidò con l’Ulivo, profilo altissimo di intellettuale cattolico. Oltre ai prodiani potrebbero convergere su di lui i voti della sinistra Pd, cattolici di base passati per Sel come l’assessore bolognese Amelia Frascaroli, i civatiani. Pippo Civati: «In Emilia si è rimandato il congresso regionale di febbraio, poi mai fatto. Siamo di fronte alle consuete trattative interne tra aree. Sono sempre i soliti che decidono».
Civati potrebbe avere peso come coalizzatore di dissenso, il rafforzamento di Bianchi rendere meno scontata la corsa tra Bonaccini e Richetti. D’altra parte, dice Amelia Frascaroli con occhi limpidi come la sua storia, «le primarie non è serio farle sempre finte». Lei, con Flavia Prodi e quella che ai tempi di don Nicolini era la sinistra bolognese della Curia, lavora da quarant’anni dalla parte degli ultimi. Si candidò alle primarie a sindaco contro Merola, che allora era bersaniano oggi renziano. «Sono nonna di quattro nipoti, cerco di lavorare a progetti di economia sociale, provo a pensare che lavorando si riescano a cambiare le cose ma quelli che prima fanno e poi dicono sono mal sopportati dal sistema. Ci sopportano. La balcanizzazione della politica della sinistra è il risultato di infiniti giochi di palazzo, sempre gli stessi anche se cambiano i nomi. Sono tutti dentro al gioco, quello che conta è il gioco».
Un gioco grande, perché non si tratta mica solo della mappa del potere renziano. Alle feste dell’Unità emiliane Renzi aveva già vinto tre anni fa, quando le volontarie in cucina dicevano: darà lavoro ai nostri figli, ha la loro età. La partita è sul governo di una regione ancora fra le più ricche e produttive d’Italia, sul suo modello di sviluppo.
Nel 2015 in Emilia si fa il presidente della regione, a Bologna cambiano il rettore e il vescovo. Tre stanze del potere decisive. La partita del rettorato seguirà fatalmente quella politica, Ivano Dionigi non può ricandidarsi e il Pd vincente deciderà su chi puntare: se sul rinnovamento davvero o sulla continuità, i nomi sono già sul tavolo. Il vescovo Cafarra, destra della Curia vaticana, lascerà il passo — qui tutti sperano — ad un uomo di Bergoglio. «Delle tre partite la più interessante, direi l’unica, mi pare quella del vescovo», dice Franco Bifo Berardi, scrittore filosofo protagonista dagli anni Sessanta della vita politico- culturale bolognese. «Il mondo va da un’altra parte, la politica non crea più nulla non ha oggetto né visione, replica se stessa all’infinito in uno scacchiere di potere. Le cose cambiano sul terreno della società, e in Italia l’unico vero rinnovatore oggi è il Papa».
Alla Festa inizia il dibattito tra Fassino, Zingaretti, Bonaccini. Richetti, unico renziano doc e solo oustider nella corsa, non è stato invitato alla discussione sul buongoverno. «La burocrazia di partito non fermerà quel che fa crescere il paese», dice. Diventa difficile spiegare a Maria che la burocrazia di partito, in questo caso, porta le insegne di Renzi. Ma è anche vero il contrario, perché ora che non c’è chi non possa dirsi renziano il vero “uomo di Matteo” si conoscerà alla fine. Sarà quello che vince.
Corriere 29.8.14
Pattugliare le coste con Frontex Plus non risolverà il problema dei migranti
Se il catalogo è questo, qualche pessimismo è lecito
di Goffredo Buccini
«Distruggeremo le navi dei mercanti di morte», ha detto con enfasi Angelino Alfano dopo l’incontro con la sua omologa europea Cecilia Malmström, al battesimo — per ora solo nominale e figurato — dell’operazione Frontex Plus, che dovrebbe sostituire (versione italiana) o assi stere (versione europea) Mare Nostrum. La distruzione delle carrette degli scafisti è purtroppo l’unico annuncio concreto che il nostro ministro dell’Interno ha potuto dare: le ironie sono fuori luogo in questo contesto, tuttavia è un po’ come dichiarare che si distruggeranno i sismografi per scongiurare un terremoto. A parte che le barche degli scafisti per lo più colano a picco da sole (e spesso, purtroppo, coi passeggeri a bordo) non è certo affondando le superstiti che si fronteggerà l’ondata epocale delle migrazioni: ne affondassimo mille al mese, non mancherebbero certo navigli ai trafficanti né disperazione ai migranti. Più che i mezzi sarebbero da affondare — nelle nostre carceri — coloro che li conducono: sicché Alfano farebbe meglio a spiegare come mai noi, e solo noi, riusciamo nel record di arrestare sette volte uno scafista, ogni volta rimandandolo indietro, libero di ricominciare, come racconta dalla Sicilia il nostro Andrea Galli.
Sgomberato il campo dagli slogan, proviamo allora a guardare la realtà. La visione non è incoraggiante. A cominciare da quella distanza terminologica (sostituire o assistere?) dentro la quale si misura il divario tra i nostri bisogni e ciò che l’Europa è disposta a concederci. Tanta ambiguità serve naturalmente a giustificare un quadro che potrà diventare operativo soltanto sulla base del volontario apporto degli altri partner europei. Data per scontata una «certa ostilità» dei Paesi del Nord (l’eufemismo viene da Bruxelles), vogliamo immaginare davvero una gara di solidarietà in cui Valls e Rajoy, i premier di Francia e Spagna, fanno a spintoni per chi mette più navi e chi più marinai per portarci sollievo? O si può invece temere che ad Alfano, giunto in missione con il (gratuito) viatico dell’Onu («non si può lasciar sola l’Italia»), sia stato dato un contentino buono soltanto a spostare un po’ più in là una grana che nessuno riesce a disinnescare?
Può darsi che un eccesso di diffidenza ci inganni. Dunque rovesciamo il ragionamento: fidiamoci, e immaginiamo Frontex Plus operativa, per il poco che se ne sa. La differenza con Mare Nostrum appare sostanziale. Qui si parla di pattugliamento della frontiera meridionale europea (in sostanza le nostre acque territoriali nel Mediterraneo) e non più di intervento a ridosso delle coste libiche, come è stato per la missione umanitaria che in dieci mesi ha salvato 113 mila donne, uomini e bambini da morte certa. La cifra è stata data l’altro giorno a Rimini da Giuseppe De Giorgi, Capo di Stato Maggiore della Marina, con giustificato orgoglio: perché Mare Nostrum ha riscattato l’onore dell’Italia dopo gli anni in cui la gestione dei migranti veniva in sostanza affidata ai lager di Gheddafi in cambio dei nostri finanziamenti al regime. Mare Nostrum sta però svenando la nostra Marina al ritmo di nove milioni di euro al mese, dunque è sacrosanto auspicare una missione multinazionale simile a quella antipirateria in atto nel Corno d’Africa, a guida italiana o europea poco cambia.
Frontex Plus sarà qualcosa di simile? È ragionevole temere di no. Mossa puramente difensiva, e forse puramente cosmetica (magari pochi aiuti europei, fardello quasi tutto nostro ma col sollievo di poter condividere eventuali figuracce con i partner) sposterà di molte miglia indietro il nostro intervento in mare. Ed è bene dirsi subito con chiarezza che ogni miglio marittimo in meno significa centinaia di morti in più. Un’opinione pubblica isterica e mutevole, disposta a stracciarsi le vesti a ottobre 2013 di fronte al doppio naufragio di Lampedusa, pare ora orientata a considerare migliaia di profughi terrorizzati come una mera copertura all’infiltrazione jihadista. Cosa farà di fronte ai prossimi cinquecento o mille morti in un sol colpo? Sta alle forze politiche responsabili spiegare agli italiani che si possono coniugare umanità e sicurezza e che qualcosa di diverso si può fare, se solo l’Europa sarà degna di un’oncia degli ideali per i quali è nata. Ancora una volta ci supporta chi lavora sul campo. De Giorgi spiega che gli sbarchi sono aumentati ben prima di Mare Nostrum (con buona pace dei cinici e dei razzisti nostrani), quando gli Stati d’origine dei migranti sono crollati. Si tratta allora non di fare un passo indietro, ma tre in avanti. Di aprire in Libia corridoi umanitari protetti e forse, con una vera missione europea benedetta dall’Onu, di mettere su quelle spiagge un avamposto di civiltà in grado di respingere e di accogliere, filtrare e soccorrere e infine trasportare in sicurezza nel nostro continente. Ci vorranno tempo e soldi? Certo, e anche coraggio e visione. Ma non può essere una bega del volenteroso Alfano, non si giocherà su distinguo e astuzie lessicali: siamo di fronte a una grande e sostanziale questione politica mondiale. Lasciar gestire i nostri flussi migratori al califfato di Bengasi sarebbe un errore micidiale.
Repubblica 29.8.14
Giusy Nicolini
La paura del sindaco di Lampedusa
“Un errore abolire i soccorsi in mare si rischia un ritorno al passato”
di Alessandra Ziniti
«NON ci accontentiamo dei soldi dell’Europa, è quello che è sempre successo dopo ogni grande tragedia del mare. Con Frontex plus l’Italia porta a casa un risultato politico, ma solo se cambierà nome e soprattutto obiettivi». A Lampedusa, il sindaco Giusy Nicolini è al lavoro con il Comitato 3 ottobre per preparare la kermesse che, in occasione dell’anniversario del naufragio che diede l’avvio all’operazione Mare nostrum, farà il bilancio su un anno di soccorsi alle 115 mila persone che hanno attraversato il Canale di Sicilia.
Sindaco, cos’è che non va in Frontex plus?
«Frontex plus non potrà mai prendere il posto di Mare nostrum visto che hanno obiettivi del tutto diversi. La prima è un’operazione di controllo delle frontiere, la seconda è di soccorso in mare. E visto che non ci troviamo di fronte ad un’invasione (perché chi arriva non è armato, sono donne, bambini), ma di fronte ad una grande emergenza umanitaria, è chiaro che Frontex plus dovrà cambiare il suo obiettivo».
I mezzi di soccorso non andranno più a prendere i profughi in acque internazionali.
«È una follia. Con Mare Nostrum ci sono stati 2000 morti nel Mediterraneo, non si è riusciti a fermare i naufragi ma sono state salvate più di 100.000 vite e quasi tutte in acque internazionali. Si rischia un ritorno al passato. E bisogna anche dire che non è possibile che l’adesione a Frontex sia su base volontaria. Il mare è di tutti e non solo quando c’è da tirarne fuori petrolio o pescato. Non si può scegliere se aderire o no. E dico di più: se una nave spagnola soccorre un barcone è giusto che si porti i profughi in Spagna, non è che ce li deve lasciare per forza in Italia».
Ma come fare se l’Europa pone dei paletti così stretti?
«Non bisogna far salire questa gente sui barconi. Offriamo asilo con le nostre ambasciate sull’altra sponda del Canale di Sicilia e se in Libia non è possibile perché c’è la guerra facciamolo in Sudan. Tutti passano da lì. Facciamo campi profughi gestiti dall’Onu e decidiamo noi come e quando farli venire».
Repubblica 29.8.14
Se l’Italia e la Ue per i migranti chiudono la Fortezza Europa
di Gad Lerner
ANNUNCIANDO con enfasi trionfalistica «il superamento di Mare Nostrum», Alfano ha ripetuto davanti alle telecamere per ben otto volte in tre minuti la parola frontiera. Altre parole- chiave: pattugliamento, presidio, sorveglianza, monitoraggio.
NEANCHE una volta ha parlato di soccorso, salvataggio. Di fronte a un’opinione pubblica impaurita dalle guerre che insanguinano l’intera sponda meridionale del nostro mare, e quindi poco interessata a distinguere fra profughi e invasori, torna in auge la chimera di una Fortezza Europa. Il vecchio continente asserragliato sulla frontiera comune per respingere la minaccia esterna.
Così Alfano ci ha presentato la nuova operazione Frontex Plus, varata a Bruxelles, come riposizionamento strategico dentro i confini di Schengen, cioè dentro le nostre acque territoriali. Queste, almeno, sono le sue orgogliose affermazioni: «L’Europa arretra la sua linea d’intervento. Si rimpossessa del controllo della sua frontiera ponendo le basi per il ritiro di Mare Nostrum». Ritiro da dove? Forse dalle acque internazionali da cui Mare Nostrum ha tratto in salvo decine di migliaia di persone? Peccato che la maggior parte dei naufragi — già costati duemila morti nel 2014 nonostante l’impegno generoso della nostra Marina militare — avvengano proprio in acque internazionali o a ridosso della costa libica. In futuro non saranno più affar nostro le tragedie che si consumano a sud delle acque territoriali italiane?
Anche se non ufficialmente, i portavoce comunitari sposano la tesi denigratoria secondo cui Mare Nostrum avrebbe fornito un incentivo alle partenze. Gli scafisti impiegherebbero barche malridotte e con poco combustibile perché confidano nella premura degli italiani. L’emergenza provocata dall’inasprimento delle guerre mediorientali e africane viene derubricata a fattore secondario della crescita esponenziale del flusso migratorio. Come già negli anni bui dei respingimenti, ci illudiamo di scoraggiare criminali e fuggiaschi tramite l’attenuazione (se non addirittura l’omissione) del soccorso. Davvero pensiamo che un nostro eventuale disimpegno umanitario faccia breccia nella crudeltà degli uni e nella disperazione degli altri?
Incorniciata nella retorica della frontiera, Alfano si è molto compiaciuto della ritrovata armonia con la commissaria europea agli Affari interni, Cecilia Malmström. Da novembre in poi l’Italia non sarà più sola; ci saranno navi, elicotteri e finanziamenti degli altri partner europei. Staremo a vedere, sarebbe un’ottima notizia. Ma intanto la Malmström ha tenuto a precisare che l’Ue fornirà all’Italia una ”assistenza complementare”, non di più. Richiesta di spiegare meglio cosa significhi “assistenza complementare”, la commissaria di Bruxelles ha ribadito che Frontex Plus eserciterà opera di sorveglianza e monitoraggio solo entro e non oltre i limiti dell’area di Schengen. Dipenderà dal governo italiano stabilire se proseguire, e in che forma, l’operazione Mare Nostrum fuori dalle nostre acque territoriali. Magari le navi militari francesi, spagnole o di altri paesi, segnaleranno alla nostra Marina le emergenze, ma non parteciperanno comunque alle azioni di salvataggio extraterritoriali previste dal diritto internazionale.
Il dilemma morale e la scelta politica che si pongono di fronte all’ecatombe in corso nel Canale di Sicilia vengono dunque interamente riconsegnati al nostro governo, in condizioni geopolitiche peggiorate rispetto al 2013. La fretta con cui Alfano proclama il superamento di Mare Nostrum si rivela una trovata demagogica, così come l’annunciata distruzione delle barche degli scafisti: forse che in passato qualcuno gliele riconsegnava?
La retorica della frontiera meridionale blindata dall’Ue funge da esile copertura alle divisioni in cui si dibatte l’Europa di fronte alla vastità del dramma dei profughi e delle guerre in corso alle nostre porte. Nei colloqui di Bruxelles neanche si è affrontato il tema della revisione del trattato di Dublino che attualmente limita la validità dell’asilo politico al singolo paese in cui viene richiesto. Il guaio è che a tutt’oggi 25 paesi dell’Ue su 28 rifiutano di stipulare il “mutuo riconoscimento”, cioè l’asilo politico europeo, che garantirebbe una più equa distribuzione dei richiedenti, senza gravare solo sulle nazioni di primo approdo. Tanto meno si parla di instaurare dei corridoi umanitari, passaggi indispensabili per sottrarre i fuggiaschi al monopolio delle mafie che li gestiscono. L’Ue resta sorda anche di fronte all’esigenza di costituire presidi nei paesi di transito per facilitare l’identificazione dei richiedenti asilo e vagliare in anticipo le loro domande.
Attendiamo di conoscere nei prossimi giorni maggiori dettagli operativi su Frontex Plus. Ma se venisse confermato l’arretramento del raggio d’azione — e di conseguenza il rischio di un aumento del numero dei morti — di nuovo si riproporrebbe lo scaricabarile europeo sull’Italia: l’Ue al massimo ci aiuta a sorvegliare una frontiera marittima che resterà per sua natura comunque attraversabile; se poi l’Italia vorrà continuare l’opera di salvataggio intrapresa l’anno scorso dopo la strage di Lampedusa, ci diranno «bravi», ma resta una scelta nostra che non li riguarda. L’encomio di Bruxelles e la promessa di condividere gli oneri finora sopportati dall’Italia, rischiano di tradursi in una beffa se davvero il sistema Frontex Plus non ammetterà pattugliamenti a sud dell’area Schengen.
Ci sarebbe poco di cui essere orgogliosi, caro ministro Alfano, a ritrovarsi sentinella di una frontiera solo apparente. Fare la voce grossa non consolerà le ansie degli italiani che dopo anni di allarmismo sparso a piene mani da una classe politica irresponsabile, oggi fanno i conti con una vera emergenza, provocata da guerre nel frattempo ignorate. Né ci esimerà dal fornire un’accoglienza comunitaria al flusso migratorio di chi avrà sempre e comunque più paura di restare in Africa che di attraversare il mare.
Distruggere i barconi confiscati agli scafisti può fare un bell’effetto in televisione. Ai nostri governanti chiediamo di smantellare le organizzazioni criminali che li armano.
Repubblica 29.8.14
L’irresistibile ascesa di Luigi Frati, figlio di un minatore diventato il più potente (e discusso) rettore d’Italia
Fino alla denuncia della questura di Roma
Dagli affari di famiglia alla lite con la polizia l’ultima stagione del ras della Sapienza
di Sebastiano Messina
NON sappiamo ancora se sarà ricordato come il difensore della libertà di volantinaggio — per aver tentato di sottrarre ai poliziotti quel rumeno che per dieci euro distribuiva volantini anonimi contro un professore che ha osato candidarsi a prendere il suo posto — o come il primo rettore che ha gridato «polizia di merda!» in un commissariato. Quel che è certo è che Luigi Frati, «fino al 31 ottobre rettore della Sapienza», come lui si è firmato scrivendo al questore per sottolineare chi stavano denunciando, dovrà difendersi dalle accuse di abuso d’ufficio, resistenza a pubblico ufficiale e calunnia.
Non se l’era immaginata così la sua ultima stagione, il figlio di un minatore che è diventato il più potente cattedratico d’Italia, per vent’anni preside e dominus assoluto della facoltà di Medicina e per altri dieci — prima come pro-rettore vicario e poi come rettore — al comando della Sapienza, restando inchiodato alla sua poltrona persino dopo il pensionamento. Finora aveva sempre pensato a salire sempre più in alto, dal giorno in cui suo padre lo portò con sé in miniera, come apprendista: «Avevo 14 anni e mi occupavo di dare l’acqua ai minatori» raccontò una volta al Messaggero . «Un paio di mesi mi sono bastati. Ho scoperto l’esistenza dell’ascensore sociale: o vai giù o vai su».
E lui l’ascensore l’ha preso al piano giusto, quello della politica. A 36 anni, grazie al sindacato cislino Federscuola, si fa nominare — lui che è solo un docente incaricato — nel Consiglio universitario nazionale. Ci rimarrà per 21 anni («Ho messo in cattedra più di 200 professori», ama vantarsi) mentre il suo ascensore comincia a salire. Primo piano, la cattedra di Patologia generale alla Sapienza. Secondo piano, la vicepresidenza della Commissione unica del farmaco. Terzo piano, la presidenza del Consiglio superiore di Sanità. Quarto piano, il posto di primario di Oncologia.
Arrivato al quinto piano — preside della facoltà di Medicina — Frati mette radici e ci rimane per vent’anni esatti. Risulta abilissimo nella moltiplicazione delle cattedre: con lui il Policlinico arriva ad avere un primario ogni sei pazienti e un consiglio di facoltà più affollato della Camera dei deputati: 700 membri.
Già che c’è, Frati fa prendere l’ascensore anche alla moglie, Luciana Rita Angeletti, insegnante di lettere in un liceo: per lei c’è una cattedra di Storia della Medicina. Poi fa salire anche la figlia maggiore, Paola. Lei, discoletta, aveva voluto laurearsi in Giurisprudenza, ma il comprensivo papà non si è arreso: oggi è ordinaria di Medicina legale. Restava Giacomo, il secondogenito. Poteva il padre la- sciarlo fuori dall’ascensore? Certo che no. Anzi, proprio per lui Frati — che intanto nel 2008 è salito di un altro piano, il sesto, quello di rettore dell’Università — realizza il suo capolavoro: accompagnarlo fino alla poltrona di primario prima che compia 37 anni.
L’impresa merita di essere raccontata. Il giovane Giacomo vuol fare il cardiochirurgo. E naturalmente ci riesce. Ricercatore a 28 anni, diventa professore associato a 31. Vince il concorso con una prova (orale) sui trapianti cardiaci, davanti a una commissione composta da due igienisti e da tre odontoiatri. A quel punto il premuroso padre riesca a ottenere l’apertura di un centro di cardiochirurgia a Latina (costo: 32 milioni) dove il giovanotto diventa aiuto primario. L’esperimento non riesce e il centro verrà chiuso, dopo la scoperta che la mortalità era pari a due volte e mezza la media nazionale.
Ma intanto Giacomo ha vinto anche il concorso a ordinario, e il padre lo chiama nella sua facoltà. Con un tempismo straordinario: solo quattro giorni prima che scattino le norme antinepotismo, con il divieto tassativo di assegnare cattedre ai parenti fino al quarto grado. Ora si tratta di trovargli il posto di primario. Antonio Capparelli, nominato un mese prima da Frati direttore generale del Policlinico, crea dal nulla un reparto ad personam: «Unità Programmatica Tecnologie cellulari-molecolari applicare alle malattie cardio-vascolari». E chi nomina come primario? Giacomo Frati. L’operazione è così clamorosa che la procura apre un’inchiesta, su quel reparto «di fatto voluto dal rettore Luigi Frati per favorire il figlio Giacomo», scrivono i pm Pioletti e Caporale.
Quella però era solo la penultima tappa, perché il rettore vuole per il suo erede il primariato di Cardiochirurgia. Ce ne sarebbero due, ma sono occupati. Come si fa a liberare quei posti? Ci pensa ancora una volta papà. Prima sospende il primario del Policlinico, Michele Toscano, trascinandolo per quindici volte davanti al Tar, poi denuncia — facendolo persino arrestare — quello del Sant’Andrea, Riccardo Sinatra, accusandolo nientemeno che di aver fatto fare turni di 24 ore agli specializzandi. Il Tar gli dà torto, e i due primari sono ancora al loro posto. Ma Frati non si arrende: l’ascensore del figlio deve fare un altro piano. E lui, come ha scritto al questore, è «fino al 31 ottobre rettore della Sapienza».
Repubblica 29.8.14
“Attacchi strumentali io ho soltanto difeso il diritto d’espressione”
intervista di Corrado Zunino
ROMA Al secondo giorno (tre telefonate, due messaggi, quattro tra telefonate e messaggi al suo largo ufficio stampa-comunicazione- immagine) il Magnifico rettore dell’Università La Sapienza in Roma sfiora il tasto verde del suo smartphone: «Sono il rettore Frati, e non ho alcuna intenzione di rilasciare interviste a Repubblica».
Buongiorno rettore, perché?
«Perché avete un solo obiettivo: attaccarmi, e io non intendo farmi attaccare».
Rettore Frati, volevamo chiederle spiegazioni sul suo blitz al commissariato della Sapienza, l’8 luglio. Lo scontro con gli agenti, la denuncia, la sua lettera al questore: “Siete deboli con i forti e forti con un poveraccio che distribuisce volantini”.
«La vicenda è talmente ridicola che non merita commenti. Posso solo dire che mi sono limitato a tutelare la libertà di espressione all’interno della Sapienza. Come ho fatto e faccio sempre. È la mia cultura. Tanto più se questo accade in un’università, il luogo della parola e della libertà. Fino al 31 ottobre 2014, fino a prova contraria, sono il rettore di questo antico ateneo».
È il rettore dell’università, non il padrone delle ferriere: non può andare a prendere il testimone di un’indagine, in quel momento interrogato, e portarselo via.
«So quello che ho fatto, se qualcuno dice cose diverse ne risponderà».
È stato denunciato da un commissariato di polizia su indicazioni del questore di Roma.
«Non voglio parlare...».
Parliamo, allora, del fatto che tra due mesi si chiude un ciclo per l’università più importante d’Italia: l’addio del rettore Luigi Frati.
«Perché non scrivete che nel 2008 ho preso un ateneo con cinquanta milioni di debiti e lo lascerà con diciotto di attivo?».
Un ateneo che, però, ha perso prestigio e riconoscimento internazionale.
«Siamo la prima università d’Italia i tutti i ranking che contano».
Questo non è vero, nel Thomson Reuters prima è Trento e in tutti gli altri arretrate.
«Tutti gli atenei italiani arretrano, come si fa a crescere quando lo Stato dà alla ricerca lo 0,6 per cento del suo Pil? Mi spieghi».
È vero che sta intervenendo in queste elezioni alla sua successione: candidati appoggiati, candidati osteggiati.
«Vede, avete obiettivi precisi... La saluto».
il Fatto 29.8.14
Popoli in guerra
Io, ebreo e i diritti dei palestinesi
di Moni Ovadia
Il conflitto israelo-palestinese è uno dei problemi centrali del nostro tempo sul piano reale ma ancor di più sul piano della percezione simbolica, anche se tutto sommato riguarda un numero limitato di persone rispetto alle moltitudini dei grandi scacchieri incandescenti. Perché è tanto importante? A mio parere perché, oltre alle ragioni fattuali che lo definiscono, evoca ripetutamente nella dimensione fantasmatica, lo spettro dell’antisemitismo, quello del suo esito catastrofico, la Shoah, ma anche quello del suo doppio negativo, la vittima che diventa carnefice. La Shoah non solo ha espresso in sé il male assoluto, ma ha cambiato definitivamente la nostra visione antropologica del mondo e ha sconvolto le categorie del pensiero e del linguaggio. Oggi, la memoria della Shoah entra nel conflitto sul piano dell’immaginario producendo rebound psicopatologici che mettono in scacco non solo il dialogo fra posizioni diverse, ma la possibilità stessa di elaborare un approccio critico senza provocare reazioni isteriche o furiose.
MOLTI EBREI in Israele e nella diaspora, reagiscono psicologicamente a ogni riflessione severa come se, invece di vivere a Tel Aviv o a Parigi nel 2014, vivessero a Berlino nel 1935. Ora, essendo ebreo anch’io, per dovere di onestà intellettuale è giusto che dichiari la mia posizione perché essa è tutt’altro che neutrale. Sostengo con piena adesione i diritti del popolo Palestinese, non contro Israele, ma perché il loro riconoscimento è, a mio parere, precondizione per ogni trattativa che porti alla pace. Ritengo che la responsabilità principale (non unica) dell’attuale disastro, abbia origine nella cinquantennale occupazione da parte dell’esercito e dell’Autorità israeliana e la relativa illegittima colonizzazione delle terre che appartengono ai palestinesi secondo i decreti della legalità internazionale. Su Gaza, l’“occupazione” è esercitata sempre da parte dell’autorità civile e militare di Israele con un ininterrotto assedio e comporta il totale controllo dell’entrata e uscita delle merci e delle persone, dello spazio aereo, marittimo, delle risorse idriche, energetiche e persino dell'anagrafe. I tunnel, in qualche misura, sono una risposta a questo stato di cose. I missili lanciati contro la popolazione civile di Israele sono atto di guerra illegale secondo le convenzioni internazionali, ma non si può far finta di dimenticare che un assedio è esso stesso atto di guerra.
È stata pratica sistematica degli ultimi governi israeliani il mantenimento dello status quo attraverso la politica dei fatti compiuti e il mantenimento dello status quo impedisce, de facto, ogni altro sbocco come quello della trattativa. Lo dimostra il reiterato nulla di fatto con Abu Mazen che, in cambio della sua superdisponibilità a trattare, ha ricevuto solo umiliazioni anche dal finto mediatore statunitense. Ora, la politica dello status quo significa contestualmente il suo peggioramento e l’ineludibile scoppio dei ciclici conflitti con Hamas che terminano con la devastazione di Gaza, una micidiale conta di vittime civili palestinesi e, fortunatamente sul piano umanitario, un esiguo numero di vittime israeliane, soprattutto militari. Ciò non significa che non siano vittime e che la loro morte non sia un lutto.
GLI ZELOTI pro israeliani quando ascoltano o leggono queste mie opinioni critiche, reagiscono immancabilmente con insulti, maledizioni e invettive. Il genere è: “Sei un rinnegato, nemico del popolo ebraico, ebreo antisemita o ebreo che odia se stesso”. La critica da parte di un ebreo della diaspora alla politica di governi israeliani può essere considerata tradimento, antisemitismo od odio verso se stessi solo se collocata nel quadro di un’identificazione nazionalista di ebreo, israeliano, popolo ebraico, popolo d’Israele, Stato d'Israele, suo governo e “terra promessa”. Ma se qualcuno osa fare notare, da posizioni critiche, tale pericolosa identificazione, ecco arrivare addosso all’incauto le accuse infamanti di antisemita o antisionista, che, per molti “amici di Israele” – anche persone di indiscutibile livello culturale –, sono la stessa cosa. Il carattere fantasmatico della percezione della critica come minaccia innesca irrazionali reazioni furiose che producono alluvioni di tweet, di email rivolte agli organi di stampa e di esternazioni su Facebook dove il diritto all’incontinenza mentale è garantita dell’indipendenza della Rete.
L’OSSESSIONE della nuova Shoah dietro la porta scatena processi di permanente vittimizzazione che si sinergizzano con i complessi di colpa occidentali, legittimando un’“industria dell’Olocausto” che fa un uso strumentale e ricattatorio della memoria dell’immane catastrofe per fini di propaganda, come bene spiega un saggio fondamentale di Norman Finkielstein, uno scrittore ebreo statunitense. Questa, a mio parere, è una delle derive più allarmanti e ciniche della memoria stessa a cui si prestano non pochi politici europei reazionari o ex-post fascisti, magari facendosi intervistare all’uscita da una visita al memoriale di un lager nazista per dichiarare: “Mi sento israeliano! ”. Questo è un modo per trarre “profitto” dall’orrore a vantaggio degli eredi delle classi politiche europee che non si opposero allora al nazismo e all’antisemitismo e oggi lasciano sguazzare indisturbati, nell’Europa comunitaria, neonazisti di ogni risma. L’infame Europa del mainstream delle sue classi dirigenti conservatrici allora stette a guardare lo sporco lavoro dei nazisti collaborando o, nel migliore dei casi, rimanendo indifferenti. Dopo la guerra questi signori hanno progressivamente trattato “il problema ebraico” “esportandolo” con piglio colonialista in medioriente. Oggi cercano credibilità e verginità israelianizzando tout court l’ebreo con una mortificante omologazione.
A questa operazione si prestano purtroppo le dirigenze della gran parte delle istituzioni ebraiche, come ha dimostrato il caso della cantante Noa. L’artista israeliana doveva tenere un concerto a Milano organizzato dall’Adei Wizo, un’organizzazione femminile ebraica. Ma Noa, per il solo fatto di avere espresso l’opinione che la colpa dell’ultimo conflitto di Gaza era degli estremisti delle due parti, si è vista cancellare il concerto. Questo episodio dimostra che neppure una dichiarazione equilibrata, neanche se fatta da una cittadina israeliana, sia accettabile per chi vuole omologare l’ebreo all’israeliano, salvo poi infuriarsi indignato con chi smaschera l’intento. Dall’altra parte, ultras “filopalestinesi” si esercitano nella gratificante impresa di fare di Auschwitz, del nazismo e della svastica, oggetti contundenti da scagliare contro l’ebreo in Israele e spesso contro l’ebreo tout court, ma soprattutto contro il vagheggiato ebreo onnipotente della mitica lobby ebraica. L’intento è quello di dimostrare che Israele è come la Germania di Hitler e che ebrei si comportano come SS. Sotto sotto c’è la vocazione impossibile e sconcia di pareggiare i conti per neutralizzare il deterrente della Memoria. Ma questa sottocultura pseudopolitica, prima di scandalizzare, colpisce per la sua deprimente rozzezza. Sarebbe facile dimostrare l’assurdità di simili farneticazioni, inoltre finisce sempre per rivelarsi una sorta di boomerang che danneggia la causa palestinese. Tutto ciò poco interessa a chi deve placare il proprio narcisismo militante, inoltre, questo tipo di militanza che si esprime con slogan di “estrema sinistra” e di roghi di bandiere ha inquietanti punti di contatto con quella dei neonazisti che, pur di soddisfare la loro inestinguibile sete di antisemitismo, si iscrivono fra gli ultras filopalestinesi. Per denunciare l’oppressione del popolo palestinese ci sono un linguaggio puntuale e concetti giuridici elaborati dal diritto internazionale. È dissennato proiettare l’immaginario della memoria della Shoah in paragoni inaccettabili. Anche i proclami di antisionismo sono poco sensati, poco centrati e non tengono conto delle articolazioni del fenomeno.
A MIO PARERE, il sionismo in quanto tale si è estinto da un pezzo. Anche di esso sono rimaste proiezioni fantasmatiche mentre nella realtà l’ideologia della destra reazionaria dominante in Israele è un ultranazionalismo del “grande Israele” compromesso con il fanatismo religioso. Del sionismo è rimasto lo spirito dell’equivoco slogan delle origini: “Un popolo senza terra per una terra senza popolo”. Ancora oggi, a distanza di più di un secolo, la destra reazionaria di Netanyahu ha re-imbracciato quella miopia militante che vorrebbe cancellare nei palestinesi lo status di nazione e di popolo. Ma in questi ultimi giorni perfino il falco Bibi, mettendo la mordacchia ai più falchi di lui nel suo governo, ha intuito che nella sanguinosa polveriera mediorientale una tregua “duratura e permanente” con Hamas è più auspicabile che far scempio di civili innocenti. Secondo me, ciò di cui c’è vitale bisogno in Israele è che la sua classe dirigente si armi di coscienza critica e di lungimirante pragmatismo per dismettere vittimizzazione e propaganda e ascoltare anche le critiche più dure come un contributo e non come un pericolo. Certo, una tregua non fa primavera né la fa una manifestazione della fragile opposizione che in giorni recenti è coraggiosamente tornata a mostrarsi in piazza Rabin per fare ascoltare una lingua diversa da quella dello sciovinismo militare. Ma sono barlumi di una possibile alternativa all’asfissia della guerra.
Repubblica 29.8.14
Malala: “I libri che mi aiutano a combattere”
“Amo gli scrittori che fanno conoscere mondi e storie di cui non so nulla” La ragazza pachistana, vittima della violenza dei taliban, racconta cosa legge
di Jodi Kantor
“Preferisco i romanzi che parlano di ingiustizie e che invitano a risolverle” “Mio padre ha voluto che andassi a scuola in un paese dove molti bambini non studiano”
Malala Yousafzai ha ora 17 anni Quando ne aveva 13, denunciò in un blog per la Bbc il regime di terrore contro le donne instaurato nella regione pachistana del Swat dai taliban Nel 2012 fu ferita gravemente da un commando di terroristi. È stata candidata al Nobel per la pace
MALALA , quale libro stai leggendo in questo periodo?
«Sto leggendo Uomini e topi di John Steinbeck, che è nell’elenco dei libri previsti dal programma scolastico. È un libro corto, ma pieno di molte cose. Rispecchia la situazione degli anni Trenta in America. Sono rimasta affascinata leggendo come erano trattate le donne a quei tempi e che vita facessero i poveri lavoratori itineranti. I libri riescono a cogliere e riflettere le ingiustizie in un modo che ti colpisce e ti resta impresso, ti fa venir voglia di fare qualcosa per risolverle. È per questo motivo che sono così importanti» .
Qual è l’ultimo libro che hai letto?
« L’alchimista di Paulo Coelho. Mi piace perché è pieno di speranza e ispirazione».
Quali sono i tuoi scrittori contemporanei preferiti?
«Deborah Ellis (autrice di Il viaggio di Parvana ) e Khaled Hosseini ( Il cacciatore di aquiloni ). Entrambi raccontano storie di giovani che vivono in circostanze difficili, devono fare scelte complesse e trovare la forza di andare avanti. Dipingono in maniera molto accurata le regioni lacerate dai conflitti. Mi piacciono gli scrittori che possono farmi conoscere mondi di cui non so nulla, ma i miei autori preferiti sono quelli capaci di creare personaggi o realtà che sento realistici e familiari, o che riescono a ispirarmi. Ho scoperto i libri di Deborah Ellis nella biblioteca della mia scuola. È accaduto dopo non molto che ero arrivata in Gran Bretagna, e i miei amici mi mancavano moltissimo. Leggere dell’Afghanistan mi ha fatto quasi sentire di nuovo a casa mia. Questo è il potere dei libri: riescono a portarti anche in posti irraggiungibili».
Qual è lo scrittore che preferisci in assoluto?
«Paulo Coelho».
Quali libri raccomanderesti ai giovani di leggere per comprendere la terribile situazione della vita delle ragazze e delle donne pachistane oggi?
« La città di fango, parte della trilogia Il viaggio di Parvana.
Questa serie mi ha letteralmente catturato… non sono riuscita a staccarmene più. Ellis racconta magnificamente l’infanzia in paesi lacerati dalla guerra come l’Afghanistan e il Pakistan».
C’è un libro che vorresti che tutte le bambine del mondo leggessero? Uno che secondo te tutti gli studenti dovrebbero leggere?
« Sotto il burqa, sempre di Deborah Ellis. Il libro narra la storia di una bambina che raccoglie la sfida di salvare la sua intera famiglia. Io penso che tutte le bambine del mondo debbano imparare come sono trattate le donne in alcune società. Ma anche se Parvana è trattata come una inferiore ai maschi e agli uomini, non si sente mai tale. Crede in sé stessa ed è più forte nella sua lotta contro la fame, la paura e la guerra».
Ci sono stati alcuni libri in particolare che ti hanno aiutato a superare il processo di guarigione dopo l’attentato che hai subito per mano dei taliban?
« Il meraviglioso mago di Ozè stato il primo libro che ho letto in ospedale. Per un po’ ho sofferto di forti mal di testa e non potevo concentrarmi su niente. È un libro adorabile, uno dei 25 che mi ha spedito in regalo l’allora premier inglese Gordon Brown, ed è stato il mio preferito».
Quali libri potremmo stupirci di trovare nella tua libreria?
«Breve storia del tempo di Stephen Hawking. L’ho letto in un periodo in cui la vita nel distretto pachistano di Swat era molto difficile. Mi serviva per distrarmi, per evadere dalla paura e dal terrorismo e farmi pensare ad altro cose, per esempio come ebbe inizio l’universo e se è possibile viaggiare nel tempo».
Qual è stato l’ultimo libro che ti ha fatto ridere?
«Il piccolo principe».
E l’ultimo libro che ti ha fatto piangere?
«Non ho mai pianto leggendo un libro».
L’ultimo libro che ti ha fatto infuriare, allora… «Il mio! È stato molto difficile scriverlo, soprattutto perché volevamo che fosse tutto giusto e che uscisse in un breve arco di tempo. Le giornate di lavoro erano lunghissime, ma ne è valsa davvero la pena».
Che cosa ricordi dei tuoi libri e delle tue letture da bambina?
«Uno dei primi libri che ho letto si intitolava Mai tornerò indietro : era la storia di una bambina che si batteva per i diritti delle donne e l’istruzione in Afghanistan. Ho letto anche una biografia di Martin Luther King, adattata per giovani lettori. In realtà, però, non ho letto tanto da piccola. Nel mio paese molti bambini non frequentano la scuola e non imparano a leggere. In molti non possono permettersi l’acquisto dei libri, e la maggior parte di questi ultimi è di seconda mano. Io sono stata molto fortunata ad avere avuto un padre che considerava importante l’istruzione e che io fossi in grado di leggere. Uno dei momenti più indimenticabili della mia vita è quando mi è stato chiesto di inaugurare la Biblioteca di Birmingham, la più grande e nuova d’Europa. Non avevo mai visto così tanti libri, tutti accessibili ai membri della comunità. Se solo i bambini pachistani avessero accesso ai libri!».
Se tu potessi obbligare il presidente americano a leggere un unico libro, quale sarebbe?
«Mi piacerebbe suggerirgli di leggerne molti, e tra i tanti anche Il cacciatore di aquiloni, Il piccolo principe, o forse L’alchimista se volesse estraniarsi dal mondo reale e tuffarsi in un mondo immaginario».
E se potessi obbligare il Primo ministro pachistano a leggere un unico libro, quale sarebbe?
«Vorrei suggerirgli Mai tornerò indietro , la storia di Meena, eroina dell’Afghanistan e fondatrice del Rawa, l’Associazione rivoluzionaria delle donne afgane. E anche Mille splendidi soli».
Qual è il libro più bello che tu abbia mai letto?
« L’alchimista».
E il peggiore?
«Penso che sarebbe irrispettoso dirlo, ma in effetti di recente ne ho letto uno che ho trovato terribile».
Traduzione di Anna Bissanti © 2-014 The New York Times
Repubblica 29.8.14
Perché le persone sono diventate solo cose e le cose solo merce
Nel nuovo saggio di Roberto Esposito l’origine della separazione tra corpo, individuo e politica
di Massimo Recalcati
CON questo suo ultimo libro titolato Le persone e le cose , Roberto Esposito aggiunge un altro capitolo importante alla sua ricerca filosofica intorno alle origini della nostra civiltà e alle ragioni che rendono possibile (o impossibile) il dono-dovere della comunità, il nostro vivere insieme. La sua chirurgica e meticolosa genealogia si configura come uno dei cammini filosofici più originali e innovativi degli ultimi vent’anni. In queste due parole, “persone” e “cose”, si manifesta secondo Esposito una divisione ontologica che è stata la matrice di processi ben più ampi che hanno pesantemente coinvolto le fondamenta stesse della nostra vita collettiva. Questo binomio è infatti un “binomio escludente”. È una prima tesi del libro: l’operazione che fonda la persona come soggetto autorale, integralmente “decorporeizzato”, reso titolare di diritti e di patrimoni, è tutt’uno con quello che lo elegge a padrone delle cose. In questa doppia fondazione si produce un’esclusione di tutto ciò che contrasta con questa biforcazione metafisica. In primis l’esclusione del corpo: «Non rientrando compiutamente né nella categoria di persona né in quella di cosa, il corpo è stato cancellato come oggetto di diritto». Esposito mostra bene come la genealogia del concetto di “persona” sia il risultato di un’astrazione progressiva che finisce per disgiungerla nettamente dal corpo. Già nel diritto romano la persona giuridica appare autonoma dal corpo e come padrona delle cose. Quello che definisce le cose secondo l’ordinamento di quel diritto «è la loro appartenenza a uno o a più proprietari». Allo stesso modo anche le cose sono state private del loro corpo. Accade originariamente con la metafisica greca, ma ancora più chiaramente con l’affermazione della tecnica che da quella tradizione scaturisce già secondo l’insegnamento di Marx, prima ancora di quello di Heidegger: le cose non sono lasciate essere per quello che sono, ma sono ridotte a “risorsa” (Bestand) e sottoposte a uno sfruttamento illimitato. La spinta all’appropriazione appare così come una sorta di nucleo pulsionale originario che regola in Occidente il rapporto tra l’uomo e le cose. Questo comporta lo schiacciamento di altri esseri umani allo statuto inerte degli oggetti inanimati, delle cose anziché delle persone. Il corpo stesso viene colonizzato: il soggetto si divide in una parte animale e sensibile e in un’altra razionale e spirituale che deve esercitare il suo dominio su di essa.
Questo esito nichilistico troverebbe un suo antagonista irriducibile, anche se minoritario, in una tradizione di pensiero che Esposito fa risalire a Spinoza e che, passando da Vico, giunge sino a Nietzsche e alla fenomenologia francese (Sartre, Meleau-Ponty). Questa tradizione contesta radicalmente il taglio che disgiunge irreversibilmente l’anima dal corpo e la persona dalle cose e che ha fondato, a partire dal gesto inaugurale di Cartesio che distingue la res cogitans dalla res extensa, l’attuale primato narcisistico dell’Io come governatore del proprio corpo e del mondo delle cose. Siamo alla pars costruens del libro: il corpo può essere la pietra di scarto destinata a divenire la pietra angolare di un altro modo di pensare la vita. Una constatazione preliminare si impone: sebbene escluso, o proprio perché escluso, il corpo vivente torna incessantemente al centro della scena della politica e dei suoi conflitti. «La vita umana — scrive Esposito — da cornice dell’agire politico, ne diviene il centro — si fa affare di governo, così come la politica diventa governo della vita». Questo significa che l’esclusione del corpo dal regime della persona genera uno spazio vuoto dove domande sempre più pressanti restano senza risposta: «Da quando e sino a quando il corpo può essere considerato persona anziché cosa? Il trafugamento di un cadavere, oppure di embrioni, va considerato alla stregua di un rapimento o di un furto?».
Ecco apparire la dimensione più chiaramente politica della riflessione di Esposito: come individuare i modi del ritorno di ciò che è stato rimosso, bandito, esiliato? Non si deve dimenticare che questa parte esclusa non s’incarna solo nelle istanze del corpo individuale vivente, ma anche in quelle collettive di un popolo — di una moltitudine — che è stata tenuta fuori dalla rappresentanza e che oggi spinge per denunciare il limite costitutivo di quella stessa idea di rappresentanza (fondata arbitrariamente su di una esclusione). È l’aut-aut etico che il libro ci consegna: prevarrà la passione immunitaria che esalta il proprio sul comune, l’interesse individuale su quello collettivo, l’Io sull’Altro o la passione per la comunità e l’economia del dono insieme al rischio di smarrimento e di perdita di identità che l’esposizione all’Altro sempre comporta?
IL SAGGIO Le persone e le cose di Roberto Esposito (Einaudi pagg. 136 euro 10)
La Stampa 29.8.14
Le italiane e la contraccezione
di Nicola Blasi
qui
La Stampa 29.8.14
Così il neutrino accende il Sole
la prova nata da una collaborazione mondiale di fisici e astrofisici a guida italiana
di Giovanni Bignami
qui
Corriere 29.8.14
Quei massacri in Indonesia evocati con forza straordinaria
«The Look of Silence» tra passato e presente
di Paolo Mereghetti
Si esce ammutoliti dal film The Look of Silence di Joshua Oppenheimer, così come resta a lungo in silenzio il protagonista, l’indonesiano Adi Rukun, di fronte alla protervia e all’ignavia delle persone cui ha rivolto la medesima domanda: perché? Perché nel 1965, alla presa del potere di Suharto, parteciparono quasi con gioia, certamente senza farsi alcun problema, al massacro di un milione di oppositori? E perché da allora nessuno ha mai pensato non si dice di pentirsi ma almeno di riflettere su quello che era avvenuto? Di chiedere scusa?
Sul massacro e su alcuni dei suoi autori, Oppenheimer aveva già girato un film, The Act of Killing , che l’anno scorso era stato anche nominato agli Oscar: un documento agghiacciante dove gli assassini non esitavano a ricostruire di fronte alla macchina da presa le tecniche con cui uccidevano e torturavano le persone. Proprio durante quelle riprese, intorno al 2005, il regista incontra Adi, il fratello di una delle persone uccise e fatte sparire nello Snake River, Ramli Rukun. Adi era nato nel 1968, due anni dopo i massacri, e per vivere vendeva occhiali: non aveva mai saputo molto sulla sua fine, anche perché nessuno voleva parlarne, nemmeno la madre. Le interviste di Oppenheimer riaprirono quelle ferite, visto che alcuni dei massacratori facevano anche il nome di Ramli, e così Adi convinse il regista a scavare ancora di più intorno a quella morte, filmandolo mentre chiedeva ai vecchi della comunità cosa ricordavano di quegli anni.
«Volevo che chi aveva ucciso ammettesse di averlo fatto, ammettesse di aver sbagliato», dice oggi Adi, venuto a Venezia con il regista a presentare il film. «Per essere davvero una comunità non basta vivere fianco a fianco, bisogna anche farsi carico delle responsabilità delle proprie azioni passate. Altrimenti avrebbero continuato a vincere la paura e il risentimento». Paura e risentimento che ognuno cerca di nascondere dentro di sé e che invece le semplici e dirette domande di Adi costringono a venire allo scoperto.
La forza straordinaria del film è tutta qui, nei primi piani che Oppenheimer riprende e che sono più eloquenti di mille discorsi. Perché nel film non ci sono colpi di scena o rivelazioni sconvolgenti. Se qualcuno non conoscesse la storia di quegli anni, un servizio coevo della tv americana spiega quello che non era un segreto: l’appoggio americano per difendere gli insediamenti industriali Usa (a cominciare dalle piantagioni di caucciù della GoodYear), l’eliminazione o la detenzione degli oppositori, etichettati tutti come «comunisti». Adi cerca invece qualcos’altro: l’ammissione di responsabilità, la presa di coscienza. Chiede alle persone di comportarsi da esseri umani.
Per questo i silenzi sono più lancinanti di un grido, perché straziano dieci volte di più delle «ammissioni» o delle «confessioni» che non arrivano mai. Mentre restituiscono al cinema la forza dirompente del suo linguaggio: quei primi piani silenziosi parlano più di mille battute; i mezzi sorrisi, gli occhi sfuggenti, le mani che si tengono e si nascondono, ridanno alle immagini la coscienza e la certezza della propria forza. È cinema allo stato puro, deflagrante e sconvolgente.
Nel primo film, The Act of Killing , restava il dubbio che qualche volta la macchina da presa avesse come «eccitato» i massacratori, innescando in loro la voglia di «recitare» di «mettersi in scena» in maniere ancor più spettacolari e crudeli. In questo The Look of Silence quel dubbio si dissolve e sparisce: proprio l’essenzialità dei dialoghi cancella ogni dubbio sulla messa in scena e restituisce al cinema il suo ruolo di testimone. È così quando Adi cerca di scavare nella memoria delle persone reticenti o bugiarde, ma è così anche quando registra con tenerezza l’operazione di lavaggio che la vecchia madre fa al marito ancora più vecchio, che sembra portare nella carne le prove del dolore che non ha più la forza di dire.
Alla fine Adi resta con molte domande inevase, mentre il lungo elenco di «anonymous» che nei titoli di coda coprono le persone indonesiane che hanno collaborato al film riporta lo spettatore alla concreta drammaticità di un Paese che non vuole fare i conti col proprio passato e preferisce ancora una volta chiudersi nel silenzio e nascondere la testa sotto la sabbia .
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
giovedì 28 agosto 2014
il Fatto 28.8.14
L’Unità torna online dal 29 agosto. I giornalisti: “Pd, siamo problema o risorsa?”
I lavoratori de L’Unità, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, che dal 1° agosto non è più in edicola, ripartono dalla Festa nazionale del Pd in corso a Bologna. “Dal 29 agosto saremo sul web per raccontare questa festa, la cronaca e la politica italiana”, spiega Bianca Di Giovanni, giornalista e membro del comitato di redazione. “Lavoreremo gratis in attesa di avere novità sul nostro futuro”. E mentre il segretario del Pd e premier Matteo Renzi promette che presto il giornale riaprirà e tornerà in edicola, Umberto De Giovannangeli, storica firma del foglio di sinistra, chiede chiarezza: “L’Unità è un problema o è una risorsa? In questi mesi abbiamo parlato con molti dirigenti del Pd, ma nessuno ha saputo dirci che tipo di giornale vuole. Non vogliamo riportar in edicola un giornale qualunque” di David Marceddu
un video qui
http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/08/27/lunita-torna-online-dal-29-agosto-giornalisti-pd-siamo-problema-o-risorsa/293947/
il Fatto 28.8.14
Il Cdr de L’Unità al partito: “Basta con le illusioni”
LA FESTA dell’Unità di Bologna si inaugura senza L’Unità nelle edicole. Il comitato di redazione della testata, in una conferenza stampa prima dell’inaugurazione dell’evento a Bologna, ha lanciato un messaggio chiaro al Pd: “Aspettiamo i fatti e vogliamo trasparenza assoluta sulle offerte che il Pd sta organizzando e sostenendo per il futuro dell’Unità”. I cronisti, intanto, si danno da fare per rilanciare il sito d’informazione in maniera del tutto volontaria, da domani online in forma ridotta, proprio per seguire la festa. Simone Collini, uno dei tre membri della redazione presenti all’evento allestito al Parco Nord ricorda, però, che il 31 luglio è già stato impedito ai giornalisti di lavorare gratuitamente. Il collega Umberto De Giovannangeli, lancia l’ennesimo ultimatum agli esponenti democratici: “Mi chiedo se la nostra storia è anche la vostra storia. Se lo è, noi qui non siamo ospiti, ma protagonisti, altrimenti basta dirlo e smettere di abusare della nostra pazienza”. Il vicesegretario di partito, Debora Serracchiani, risponde ai giornalisti e rassicura “che il Pd farà tutto quanto possibile perché l’Unità riapra e torni a pubblicare come ha fatto per 90 anni”.
il manifesto 28.8.14
Al via la festa del Pd, senza il quotidiano
I giornalisti al partito: «Ma quella dell’Unità è anche la vostra storia?»
di Giusi Marcante
segnalazione di Nuccio Russo
Si riparte dal web aspettando Matteo Renzi. I giornalisti dell’Unità da domani torneranno a rianimare il sito del quotidiano che il 31 luglio ha sospeso le pubblicazioni. Lo faranno gratuitamente rimuovendo il “bavaglio” che era stato loro imposto quando avevano subito proposto di tenere aperta l’edizione on line per mantenere vivo il dialogo con i lettori; la risposta era stata negativa ma in queste settimane si è trattato per arrivare a questo risultato.
Le parole più importanti i giornalisti le aspettano però dal segretario del Pd che il 7settembre dal palco della festa dell’Unità di Bologna potrebbe annunciare un ritorno in edicola del quotidiano fondato da Antonio Gramsci. «Vogliamo mandare un messaggio al Pd — ha detto ieri Bianca Di Giovanni del Comitato di redazione del giornale in una conferenza stampa convocata proprio all’interno della festa di Bologna — vogliamo trasparenza assoluta e i giornalisti devono essere informati su quello che accade». Il premier ha detto che il giornale dovrà avere una formula più «moderna». I giornalisti hanno ribadito che quella della chiusura dell’Unità è stata una vicenda politica e non una questione di mercato perché c’erano offerte per rilevare la testata. «Si è trattato di una vicenda oscura che ha visto mancare l’accordo politico per salvare il giornale» ha proseguito Di Giovanni. Il verbo renziano è stato riproposto da Deborah Serracchiani che, inaugurando ufficialmente la festa, l’ha ribadito dal palco. Con una frase abbastanza generica: «Il Pd farà di tutto per riportare in edicola l’Unità», accolta da un tiepido applauso.
Che la festa dell’Unità senza l’Unità sia effettivamente un paradosso l’ha dimostrato plasticamente Claudio Gandolfi, militante bolognese che ha deciso di scioperare dal suo ruolo di volontario: «Ho fatto questa scelta e fino al 7settembre non sarò come sempre allo stand del tappo», la mitica pesca nella quale si vincono piante e fiori. «Poi quando la festa sarà solo provinciale — prosegue — tornerò a fare il volontario. Non mi riconosco nella gestione di Renzi e come me altri hanno preso la stessa decisione». Nelle mani del “volontario scioperato” i giornalisti hanno consegnato l’appello «L’Unità è viva» perché anche altri volontari lo firmino. E tra le persone sedute in attesa dell’inizio della festa si sente effettivamente la mancanza del giornale. Quello che si raduna qui è uno piccolo zoccolo duro e di età anagraficamente alta che vorrebbe il ritorno del giornale in edicola e non si accontenta del web, «una scelta di serie B», dice una signora. C’è chi propone che deputati e senatori devolvano mille euro al mese del loro stipendio, chi riconosce che lo acquistava ma più per appartenenza ideologica che per interesse, chi è arrabbiata perché la cronaca di Bologna era stata chiusa. E poi c’è chi, senza girarci troppo intorno, dice con spiccato accento bolognese: «Io vorrei sapere qual è il vero motivo che ha portato a chiudere il giornale perché non ce l’hanno spiegato e io questa chiusura ce l’ho proprio qui». Un altro tema sollevato dai giornalisti è stato quello del dibattito che avrebbero voluto organizzare, proprio alla festa bolognese, sul quotidiano. Una proposta avanzata il 12 agosto «ma nessuno ci ha ancora risposto», spiega Bianca Di Giovanni. Le parole più arrabbiate, tra i componenti del Cdr, le ha usate Umberto De Giovannangeli. «Ai dirigenti del Pd incontrati in questi mesi abbiamo chiesto che giornale avrebbero voluto: nessuno ci ha risposto in modo serio». Tanto che, ha continuato De Giovannangeli, ci siamo chiesti: «Ma questa storia, quella di questo giornale, è la vostra storia? ». «E’ un problema di questo partito con la sua memoria» ha detto il giornalista, veterano del quotidiano.
I giornalisti, che l’ultimo stipendio l’hanno visto ad aprile, stanno aspettando anche la firma del decreto che faccia partire la cassa integrazione, dovrebbe essere questione di giorni. Il quotidiano in questo momento è nelle mani dei liquidatori che hanno fissato il 5 settembre come step per la presentazione di eventuali offerte da parte di cordate pronte a rilevare il giornale. Poi dovrebbe essere nominato il giudice fallimentare che seguirà la procedura.
il Fatto 28.8.14
I ministri o la tragedia dell’inutilità
di Ma. Pa.
È evidente che una certa forma di egoismo, o meglio egotismo, è normale in un politico di mestiere, ma qui si esagera e il Matteo Renzi di Palazzo Chigi ha ormai i contorni della “follia narcissica” gaddiana: il capo tutto esamina, tutto decide, tutto nasconde ai sottoposti. Silvio Berlusconi, altro discreto egotista, aveva almeno, diciamo, altri interessi oltre alla politica e un supremo sprezzo per l’amministrazione giorno per giorno. L’attuale premier, invece, tutto il contrario. Il livello di accentramento è tale che i ministri vivono ormai senza filtri la tragedia della propria irrilevanza: più che governare, gli tocca fare i giornalisti. Cercano fonti a Palazzo Chigi, meglio se dentro il cosiddetto “giglio magico” (Luca Lotti e Maria Elena Boschi i più gettonati), per sapere cos’ha in mente il premier riguardo ai provvedimenti che loro stessi dovranno poi firmare. Alcuni brevi avanzi di cronaca.
ANDREA ORLANDO. Il Guardasigilli, in questi ultimi giorni, è diventato un vero cronista politico: compulsa le fonti alla Presidenza del Consiglio, chiama i sottosegretari, interroga i colleghi in Parlamento. Vuole sapere cosa ci sarà alla fine nel disegno di legge che verrà licenziato dal governo domani: sui giornali si continua a scrivere che in Consiglio dei ministri alla fine si parlerà solo di giustizia civile e però sono settimane che lui, tapino, prepara anche riforme sul penale. “Ma la tua è una fonte buona? ”, chiede a un interlocutore. “Ma a te che t’ha detto? ”, butta lì con un altro che ha avuto il privilegio di vedere il premier. Ieri, poi, incalzato dai gruppi parlamentari, l’ha dovuto dire: “Decideremo col premier quali punti portare in Cdm”. Tradotto: quando me lo dice ve lo farò sapere.
STEFANIA GIANNINI. È il caso dell’estate: domani a Palazzo Chigi si presenta infatti non la riforma della scuola, non sia mai, ma le relative slide. Lei, però, è fuori dai giochi. Quella s’era azzardata a buttare là “basta con le supplenze” e quell’altro - il premier s’intende - s’è subito fatto la sua riunione sul tema senza nemmeno convocarla e poi ha passato la velina ai giornaloni: “Assumeremo 100 mila precari”. Con quali soldi, come, quando? Non si sa. Si chiedono al ministero: ancora non si sa che fine faranno i quattromila “forzati” di quota 96 che non si riesce a mandare in pensione e questo assume? Se va bene, lo scopriranno domani, altrimenti se ne parla tra un mese.
GIULIANO POLETTI. All’ex presidente di Legacoop fischiano le orecchie da settimane. Non c’è intervento di autorità internazionale (Draghi) e paese creditore (Germania) in cui non si chieda all’Italia di fare le riforme, che poi sono due: tagliare la spesa pubblica purchessia e precarizzare il lavoro. Questa seconda parte dovrebbe spettare proprio al titolare del Lavoro attraverso il famigerato Jobs act: la relativa legge delega giace in Senato dal lontano 3 aprile e fissa la cornice degli interventi e prevede “ulteriori tipologie contrattuali espressamente volte a favorire l’inserimento nel mondo del lavoro, con tutele crescenti per i lavoratori coinvolti”. Ma i particolari? Sarà il progetto Ichino o quello Boeri-Garibaldi? Via l’articolo 18 oppure resta e si applica col tempo? I parlamentari del Pd dell’area sinistra, che poi sarebbe la sua, gli chiedono in continuazione chiarimenti: “Non lo so ancora”, risponde lui, tanto onesto quanto rassegnato.
FEDERICA GUIDI. Pare che domani approvino un decreto che riguarda assai anche lo Sviluppo economico: si chiama Sblocca Italia, ma la ex presidente dei giovani di Confindustria ne conosce solo i titoli: se lo sono palleggiato Maurizio Lupi, fino a un certo punto, e poi è passato alle cure di Renzi (e di Padoan) che ieri sera ha organizzato la solita riunione senza estranei con Lotti e Delrio per decidere i dettagli. Guidi è scomparsa dai radar: ieri per parlare di crisi industriali il segretario della Fiom, Maurizio Landini, s’è presentato a palazzo Chigi (ma la cosa dovrebbe interessare anche Giuliano Jobs Act Poletti).
BEATRICE LORENZIN. Gli ha portato la legge sulla fecondazione eterologa e Renzi l’ha cestinata in malo modo e facendolo pure sapere a tutti. Lei ha generosamente annunciato il suo Patto per la salute con novità su ticket, posti letto, i nuovi Livelli elementari di assistenza (Lea) e altre cosette, compreso l’allentamento dei vincoli alle nuove assunzioni, ma le è stato chiarito che la politica sanitaria la scrivono Carlo Cottarelli e il ministro Padoan, che ieri ha detto al Corriere della Sera che ci saranno nuovi tagli (il Parlamento, per dire, dice invece che la spesa è già al minimo).
VARIE ED EVENTUALI. Sono tutti gli altri. Una menzione d’onore va però a Carmela Lanzetta, titolare degli Affari regionali. Semplicemente non pervenuta, come pure i decreti attuativi per abolire le Province: sostanzialmente il suo unico compito di peso. Non è sicuro che Renzi sappia chi è, ieri - per dire - per sapere cosa pensano Regioni e Comuni ha convocato direttamente i “renziani” Piero Fassino (Anci) e Sergio Chiamparino (Regioni).
il Fatto 28.8.14
Renzi. I soldi sono già finiti
L’Istat certifica il pessimismo sui consumi mentre Padoan ribadisce; Le casse sono vuote
di Stefano Feltri
In attesa dei provvedimenti economici d’autunno, la politica economica è fatta di sfumature, di clima, di indicatori che definiscono il quadro in cui bisognerà prendere decisioni. E perfino l’ottimismo di Matteo Renzi inizia a vacillare di fronte a notizie cupe come quelle che si sono accumulate nella giornata di ieri.
PRIMA BOTTA: i consumatori italiani sono sempre più pessimisti, dice l’Istat. L’indice di fiducia passa da 104,4 di luglio a 101,9 ad agosto. Ormai è parecchio sotto i 105,3 punti di aprile, cioè prima della “operazione 80 euro”. È chiaro il senso politico del dato: il bonus Irpef voluto da Renzi alla vigilia delle Europee doveva servire, oltreché a raccogliere voti, a cambiare le aspettative. Cioè a dare agli italiani la sensazione che la crisi stava finendo e che era il momento di investire e consumare. L’effetto, stando ai numeri dell’Istat, è durato un mese. A leggere i giornali d’estate le famiglie italiane si sono fatte l’idea che le cose stanno andando male: il giudizio sulla situazione economica crolla da -79 a -91. Traduzione: gli 80 euro non hanno funzionato sullo spirito degli italiani, vedremo presto dai dati sui consumi se almeno hanno agito sul portafoglio. “Nell’Eurozona il rischio della deflazione è ancora presente e in alcuni Paesi dell’area euro è già realtà”, scrive il capo economista del Fondo monetario internazionale, Olivier Blanchard, giusto a certificare che la percezione pessimistica degli italiani è fondata.
Secondo colpo per Renzi: il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, al quotidiano Passauer Neuee Presse, dichiara: “Conosco Mario Draghi molto bene. Penso che il significato delle sue parole sia stato esageratamente interpretato”. Da tre giorni i mercati corrono felici perché hanno intravisto nel discorso che il banchiere centrale ha fatto venerdì a Jackson Hole, negli Stati Uniti, un cambio di clima, premessa per una politica ancora più espansiva da parte della Bce. In realtà Draghi si è limitato ad auspicare un migliore uso della “flessibilità” prevista dai Trattati europei in modo da aiutare i Paesi membri a sopportare il costo delle riforme strutturali necessarie per essere competitivi. E ha condiviso l’auspicio di un aumento degli investimenti in Europa, che è al centro del programma della nuova Commissione europea di Jean Claude Juncker. Ma niente di più. Con la sua dichiarazione – i cui effetti sui mercati si misureranno già oggi – Schäuble chiarisce un punto politico rilevante: la Germania non si muove di un millimetro dalla sua posizione. Che finora è sempre stata chiara: le misure straordinarie si prendono solo in contesti di vera emergenza e ogni aiuto deve essere legato a forti condizionalità e non a fondo perduto.
Terzo elemento della giornata di Renzi: l’intervista del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan al Corriere della Sera. Titolo: “Risparmieremo su tutto”. Svolgimento: non c’è un euro, il famoso decreto Sblocca Italia previsto per domani sarà quasi a costo zero, tutto il resto viene rimandato alla legge di Stabilità, comunque lo “strumento guida” sarà “la spending review”, cioè i tagli. E con l’Europa il governo italiano si sta togliendo i guanti per dialogare meglio a cazzotti: “Vedremo poi come i tempi di raggiungimento del pareggio strutturale di bilancio saranno modulati”. L’Italia non chiederà ulteriori rinvii dell’aggiustamento sul debito, dopo aver deciso in modo unilaterale di rimandare il deficit strutturale zero dal 2015 al 2016, si prenderà altro tempo. Senza discutere, poi se Bruxelles vuole protestare, è libero di farlo. Si immagina l’accoglienza un po’ glaciale che Renzi riceverà sabato, nella capitale europea, al vertice dei capi di governo che deve varare le nomine della Commissione, a cominciare da quella di Federica Mogherini come nuovo Alto rappresentante per la politica estera.
DULCIS IN FUNDO, a certificare che “la luna di miele è finita” (lo ha scritto il Financial Times), arriva il Sole 24 Ore. Renzi da tempo ha smesso di considerare rilevante la Confindustria di Giorgio Squinzi, ma il suo giornale è ancora giudice ascoltato delle sorti del governo in campo economico. Titolo: “Opere, per ora solo 1,2 miliardi”. E nell’editoriale abbinato il giornalista Giorgio Santilli parla di “Numeri, numerini e numeri spaziali”. Più che numeri, balle spaziali: i 43 miliardi che Renzi ha promesso di “sbloccare” domani con il decreto “Sblocca Italia” non esistono e non sono mai esistiti. Anche facendo una generosa somma che include risorse già stanziate per opere che richiederanno dieci anni di lavori per produrre il loro impatto sul Pil, non si arriva a più di 12-15 miliardi.
Soldi che già esistono, è bene ricordarlo, non che vengono trovati dall’attuale governo. Ma Renzi ha spesso l’ansia di esagerare, oggi con i 43 miliardi, in campagna elettorale con i 183 miliardi di Fondi europei a disposizione dell’Italia (sono meno di 40). In questa fine estate di promesse e dichiarazioni è ancora tutto lecito, poi a settembre e ottobre bisognerà scrivere i documenti e i numeri dovranno essere quelli giusti.
il Fatto 28.8.14
Crisi industriali
Landini sale a Palazzo Chigi
Ieri pomeriggio è durato oltre un’ora, a Palazzo Chigi, l’incontro tra il premier Matteo Renzi e il leader Fiom Maurizio Landini. “Abbiamo parlato soprattutto di crisi industriali perché da settembre è difficile...”, ha spiegato il sindacalista senza entrare nelle ricette del go-La Cgil commenta: “C'è da augurarsi che siano state trovate delle soluzioni alle molte vertenze aperte, da Alcoa a Piombino, dall’indotto di Melfi alla Sevel. La situazione del settore metalmeccanico è molto grave, il numero delle aziende in crisi si allunga di ogni giorno, ed è bene che il governo si assuma degli impegni”. verno. “Abbiamo parlato di crisi, il settore metalmeccanico attraversa una dura crisi. Sapete cosa ci aspetta da settembre? Un periodo difficile”, ha spiegato Landini lasciando Palazzo Chigi. Ai cronisti che lo incalzavano sui contenuti dell’incontro, se si fosse parlato anche di legge di Stabilità e riforma del lavoro, Landini ha replicato secco: “Non dico nulla”.
La Stampa 28.8.14
San Matteo non ha fatto il miracolo
di Mario Deaglio
Il coraggio – sospira Don Abbondio nel XXV capitolo dei «Promessi Sposi» – uno non se lo può dare. E nemmeno la fiducia, siamo tentati di aggiungere, guardando ai dati, appena resi pubblici dall’Istat, sul clima di fiducia degli italiani che segnalano una netta caduta per il terzo mese consecutivo.
Il giudizio degli intervistati è peggiorato su quasi tutto: molto sulla situazione economica dell’Italia, poco o nulla situazione economica attuale della loro famiglia, per la quale, però, è aumentato il numero di quanti si aspettano un peggioramento imminente. Rispondendo alle varie domande del questionario, gli intervistati, quando non vedono nero, vedono tutto con lenti con varie gradazioni di grigio.
Questo clima nazionale di sconforto è tanto più deludente in quanto la caduta dell’indice di fiducia segue una sua impennata decisa di inizio anno (spesso attribuita a un «effetto Renzi») che l’aveva quasi riportato ai valori del 2008, ossia all’inizio della crisi. Per fortuna il clima di fiducia non si traduce necessariamente in comportamenti.
E, così come la salita primaverile non ha portato a una corsa agli acquisti, c’è da sperare – mentre invece le associazioni dei consumatori ne traggono previsioni infauste – che non andiamo incontro a uno «sciopero dei consumatori», peraltro già molto «svogliati» negli ultimi mesi. Dopo l’aggiornamento di questo indice è però più difficile pensare a un aumento, anche piccolo, dei consumi privati.
Il «bonus» mensile di ottanta euro che dieci milioni di lavoratori stanno incassando non solo non ha inciso, come già si sapeva, sulle abitudini di spesa, ma non ha neppure aumentato il «buon umore economico» degli italiani. I motivi per i quali il «bonus» - una misura generica di rilancio, meno efficace di misure «mirate» a determinati settori economici o segmenti sociali - non si sta traducendo in un aumento di consumi, ma, al massimo, in una loro stabilizzazione sono nascosti nelle pieghe dei bilanci famigliari. E’ verosimile che, per non ridurre troppo il loro tenore di vita, negli ultimi 2-3 anni, molte famiglie abbiano contratto dei debiti e che usino quest’entrata mensile addizionale per ripagarli; è altrettanto verosimile che, prima dei normali beni di consumo, si pensi a spese sanitarie rinviate scarsamente coperte dal servizio sanitario nazionale (per esempio le cure dentarie).
Invece di attingere ai loro risparmi e convertirli in acquisti necessari, gli italiani continuano a investirli in titoli del debito pubblico che rendono pochissimo: ai tassi dell’asta dei Bot semestrali di ieri (nella quale la domanda si è rivelata molto abbondante, superando di oltre una volta e mezza la quantità offerta) il rendimento di 1000 euro basta appena a prendere un caffè ed è quasi dimezzato rispetto all’asta precedente. Certo, i titoli sono stati quasi tutti acquistati da operatori finanziari, in parte esteri, ma una quota rilevante finirà, prima poi, grazie alla loro intermediazione, nei portafogli delle famiglie italiane che, per paura della crisi, esitano a utilizzare quelle risorse per spese necessarie.
Insomma, San Matteo Renzi ha dato una notevole scossa a molti aspetti della vita economica italiana e altre promette di darne con il prossimo Consiglio dei Ministri. Non è riuscito, però (ancora?) a compiere il miracolo di far sorridere gli italiani. D’altra parte, le notizie che giungono dal resto d’Europa mostrano che questo «male italiano» si sta lentamente diffondendo e che praticamente tutte le economie dell’Unione Europea sono in frenata. Per la prima volta ieri su organi di stampa tedeschi si è evocato lo spettro di una recessione, attribuendone indirettamente la causa al conflitto ucraino che ha seriamente danneggiato le esportazioni della Germania (e dell’Italia) verso la Russia.
Gli occhi degli europei, e non solo degli italiani, sono tutti puntati su San Mario Draghi, il quale, dall’alto dei 148 metri dell’Eurotower di Francoforte, dove ha sede la Banca Centrale Europea, sta preparando le sospirate misure «non convenzionali» che dovrebbero immettere denaro nell’economia, raggiungendo direttamente (ossia usando le banche principalmente come tramite) imprese desiderose di investire e famiglie desiderose di sottoscrivere prestiti per acquistare un’abitazione. E’ ragionevole attendersi un miglioramento che permetta all’economia europea di non scivolare in deflazione, ma non aspettiamoci che le economie ripartano a razzo: in economia è difficile trovare dei grandi santi che risolvano i problemi.
Milioni di italiani e di altri europei sembrano invece continuare a credere che la ripresa deve scendere dall’alto, derivare da fatti esterni senza accorgersi che in buona parte la si crea giorno dopo giorno, avendo il coraggio di compiere piccole scelte, comprese quelle di acquistare i beni che servono con spese che rientrino nelle normali disponibilità delle famiglie e di varare piani di crescita che restino nell’ambito della normale attività delle imprese. Decine di milioni di famiglie europee, con la somma delle loro decisioni, determinano in buona parte il «clima economico». Questi milioni di piccoli miracoli individuali sono la condizione necessaria, anche se non sufficiente, perché ci scuotiamo di dosso quest’infernale recessione.
Corriere 28.8.14
Forza e debolezza di un premier
Le battute non bastano
di Ernesto Galli della Loggia
I gufi e i rosiconi fatidici sono stati per il momento smentiti. La campanella dell’ultimo giro che solo poche settimane fa sembrava sul punto di suonare per Matteo Renzi è viceversa rimasta muta. In questo agosto, infatti, il premier ha mostrato capacità di ripresa e d’iniziativa politica che insieme alla sua ben nota energia lo hanno fatto uscire dalla situazione di stallo in cui sembrava essersi ridotto. Anche se lo stesso Renzi ha dovuto prendere atto che, a differenza degli Stati Uniti, l’Italia non è Paese da «Cento Giorni»: per combinare qualcosa d’incisivo, da noi di giorni è meglio metterne in conto almeno mille, e infatti le molte e importanti decisioni che si annunciano nel Consiglio dei ministri di domani sembrano per l’appunto distendersi nei loro effetti su un simile arco temporale.
Sempre dando per scontato, naturalmente, quanto in Italia invece non può mai esserlo, e che infatti da decenni è il vero punto critico dell’azione di qualunque governo: cioè che alle decisioni dall’alto si sia capaci di far seguire i fatti in basso, che alle riforme a parole seguano le riforme delle cose. Dunque da questi sei primi mesi di governo Renzi esce con non molti traguardi raggiunti ma con la sua forza sostanzialmente intatta.
A mio giudizio, però, anche con due punti deboli se cancellasse i quali il nostro presidente del Consiglio ne avrebbe tutto da guadagnare.
Il primo riguarda lo stile che egli ha adottato per comunicare con l’opinione pubblica. A cominciare dal tono di ottimismo e di fiducia che caratterizza regolarmente i suoi interventi, punteggiati spesso di battute, di esortazioni ironiche, di parentesi salaci su questo e quello. Non vorrei sembrare un piagnone triste e tanto meno un nostalgico dell’algida cupezza montiana, ma sono convinto che per dare la scossa a un Paese che è precipitato in una situazione difficile, molto difficile, come l’Italia, converrebbe maggiormente un discorso dal tono serio, incline alla gravità più che alla leggerezza e all’ottimismo programmatico, come invece fa Renzi. Dopo un po’ l’ottimismo, infatti, rischia sempre di apparire di maniera; e spesso finisce per costeggiare pericolosamente la fatuità, facendo sembrare fatuo anche chi lo pratica. Un pericolo certo aggravato nel caso del presidente del Consiglio dalla giovane età, che pure per altri versi gioca giustamente a suo favore.
Personalmente poi non mi sembra alla lunga efficace neppure la comunicazione spezzettata e tendenzialmente alluvionale tipica del tweet , carissima a Renzi e consistente in una serie di brevi frasi apodittiche. Forse è l’ideale per le agenzie di stampa e per la pratica della digitazione isterico-maniacale sugli smartphone in cui è impegnato 24 ore su 24 il politico professionista italiota, ma ho il sospetto che alla gente, invece, faccia l’effetto di una forma di «battutismo» che, ripetuta tre o quattro volte al giorno per 365 giorni all’anno, non depone certo a favore della serietà e dell’impegno di chi vi si dedica. Senza contare che un eccesso di comunicazione rischia sempre, alla fine, di vanificare il messaggio insieme al suo autore.
Il secondo palese punto debole di Renzi sta nella mancanza intorno a lui di una vera squadra di governo: ciò che probabilmente testimonia di un suo rapporto difficile e al limite inesistente con le élite del Paese. Giunto a Roma con un piccolo gruppo di fedelissimi alla sua persona in forza di un vincolo più o meno antico d’amicizia, di essi soli egli sembra fidarsi veramente e con essi soli sembra collaborare davvero. Saranno di certo tutti abili e di provato valore, non discuto, ma una squadra di governo è un’altra cosa. Significa competenze molteplici, accesso a conoscenze specifiche, possibilità di mobilitazione di energie esterne, reti di relazioni e dunque contatti con persone e ambienti a vario titolo importanti. Significa cioè un governo che in qualche modo rappresenti, e si consideri esso stesso, il vertice della classe dirigente del Paese.
So bene che nel caso di Renzi proprio una parte almeno della classe dirigente italiana non lo vede troppo di buon occhio, ma la migliore risposta non è rinunciare ad avere un rapporto con essa, bensì semmai — per un uomo politico che voglia lasciare un segno — quella di cercare di costruirne in embrione dei nuclei alternativi. E qui il discorso inevitabilmente si allarga. A mio parere la polemica renziana contro i «salotti buoni» è sostanzialmente giusta perché si appunta contro un aspetto importante della grande ingessatura oligarchico-corporativa che immobilizza l’Italia. Ma risulta una polemica sterile, gravata per di più da uno sgradevole sospetto di risentimento personale, se essa non si traduce immediatamente nella capacità di fare appello a energie diverse, di costruire luoghi e sedi — come potrebbe essere per l’appunto una squadra di governo — dove riunire forze realmente nuove per compiti nuovi. Energie, forze, che per fortuna nella società italiana non mancano.
Per come è messo il Paese, insomma, il governo attuale rappresenta un’occasione troppo importante per vederlo perdersi tra un tweet e l’altro o avvitarsi nell’isolamento in cui finora si è mosso. Il tempo per rimediare non è molto, ma ancora c’è.
il Fatto 28.8.14
Senza l’appoggio di B. la giustizia si impantana
Ncd si mette di traverso
di Marco Palombi
Ora la palla passa a Matteo Renzi: è lui che deve decidere se vuole riformare la giustizia o tener fede allo spirito, se non alla lettera, del Patto del Nazareno che lo tiene a palazzo Chigi. I provvedimenti che applicano (quasi) tutti i 12 punti illustrati a fine giugno sono pronti: il Guardasigilli Andrea Orlando - che ieri ha avuto l’ennesima giornataccia - li porterà domani in Consiglio dei ministri e sarà il premier a decidere cosa prendere e cosa no, cosa è digeribile dalla maggioranza di governo (Nuovo Centrodestra) e cosa da quella grigia con cui sta riformando la Costituzione (Silvio Berlusconi).
IN SOSTANZA, è la previsione di plurime fonti governative, in Consiglio dei ministri verrà approvato solo il decreto sulla giustizia civile su cui Renzi s’è esercitato ieri su Twitter (qualche contenuto lo trovate qui sopra): l’obiettivo è “garantire il processo in primo grado in un anno anziché tre come oggi”. Tutto il resto del lavoro di Andrea Orlando e dei suoi uffici, quello sul processo penale, dovrebbe essere rinviato a data da destinarsi: magari in autunno, magari dopo. D’altronde si lavora a “mille giorni”, non c’è fretta. Il fatto è che su questo tema torna in gioco la natura del centrodestra italiano - compreso quello soi disant Nuovo - e il ruolo di Silvio Berlusconi, contraente unico del Patto segreto con Renzi.
Prima di entrare nel merito, partiamo dalla politica e, segnatamente, dalla maggioranza parlamentare. Ieri il ministro della Giustizia l’ha incontrata e non è andata bene: “Sono emerse differenze di approccio anche sulle priorità”, ha sintetizzato Orlando. Finita? Macché: dopo gli è toccata pure Forza Italia, cioè Giacomo Caliendo. Scontenti pure loro: “Un riforma totalmente inadeguata”. Perfetta la sintesi - che facciamo senz’altro nostra - del deputato leghista Nicola Molteni: “È in atto un braccio di ferro tra Pd e Ncd: le soluzioni non verranno dal Cdm, ma da un incontro che, non Orlando, ma Renzi avrà in un Nazareno 2”. Nell’attesa, forse qualche maggiore dettaglio potrebbe venir fuori già oggi dall’incontro tra il premier e il suo Guardasigilli (sempre che lo riceva). Gli interventi sul processo penale, in ogni caso, non saranno in nessun decreto: finiranno in una serie di disegni di legge, alcuni di delega al governo. I contenuti sono vari, ma spiccano due assenze.
La prima. Domani non si parlerà di intercettazioni: ufficialmente è tutto fermo fino agli incontri tra governo e giornalisti in autunno, ma in realtà il Guardasigilli è convinto che non si possa intervenire a fondo sulla materia senza intaccare la libertà di stampa. Questo è uno dei punti dello scontro con Ncd, che ha fatto delle intercettazioni una delle sue bandierine politiche (l’altra è l’articolo 18): in sostanza, concedendo questo ad Alfano il resto andrebbe in carrozza, ma Orlando finora s’è rifiutato. Nel cassetto è finita pure la riforma del Csm secondo il principio “chi giudica non nomina e viceversa”: il nuovo Consiglio superiore della magistratura, hanno fatto notare all’esecutivo dal Colle, non si è ancora insediato (mancano i membri eletti dal Parlamento) e non è bello riformarlo in contumacia. Comunque - è il seguito delle raccomandazioni - anche se serviranno più membri per gestire la separazione delle funzioni, la Costituzione non va cambiata: il senso è che il Quirinale non vuole che sia toccata la proporzione tra i membri eletti dalla magistratura (i due terzi) e quelli di nomina parlamentare, tema caro al solito Berlusconi.
Arriveranno in Consiglio dei ministri, ma destinati al binario morto, pure altri due provvedimenti attesi: la reintroduzione del falso in bilancio e la creazione del reato di auto-riciclaggio. Per Forza Italia e Nuovo Centrodestra sono come una bestemmia in chiesa e - soprattutto i berluscones - sono pronti alle barricate. Curiosamente, però, non nominano nessuno dei due progetti nei loro lunghi cahiers de doléances anti-Orlando: sanno che non serve.
Una cosa, invece, li terrorizza davvero, forse perché è la prima richiesta degli stessi magistrati: la riforma della prescrizione. Nel ddl scritto al ministero della Giustizia si prevede di congelarla al momento della sentenza di primo grado, a meno che le Corti d’Appello non vadano avanti col processo per due anni (Ncd pretende almeno che a quel punto scatti il bonus e il reato venga dichiarato estinto comunque).
ALTRO CAPITOLO della guerra sotterranea è quello sulla responsabilità civile dei magistrati: il progetto Orlando - l’ennesimo ddl delega che finirà sul tavolo del Cdm - ne prevede una indiretta (il cittadino denuncia lo stato che, volendo, si rifa sul giudice), forzisti e alfaniani la vogliono “diretta” per minacciare più direttamente le toghe. Destino incerto, infine, anche per quel pulviscolo di norme per accorciare i tempi del processo penale: dall’estinzione dei piccolireati in presenza di condotta risarcitoria (cioè al pagamento dei danni) al Super-patteggiamento in caso di confessione (ma per reati puniti addirittura fino a un massimo di 8 anni di carcere, tipo l’usura per capirci) ; dall’impossibilità per i Gip di riaprire indagini che non hanno prodotto prove vere al divieto di ricorrere in Cassazione contro sentenze passate senza modifiche per i primi due gradi di giudizio. Tutto lavoro estivo del legislativo di via Arenula che però, ad oggi, non passerebbe in Parlamento: “È per questo che spacchettiamo tutto: come fa il M5S a non votare il falso in bilancio o l’auto-riciclaggio? ”, si chiede una fonte del ministero. Ammesso che i grillini lo facciano, questo cambierebbe la natura politica del governo. Un altro film: il Nazareno 3.
Repubblica 28.8.14
“Niente Nazareno 2 ma con Fi si tratterà”
di Goffredo De Marchis
ANCORA il Senato sulla strada delle riforme. È a Palazzo Madama che si gioca la partita decisiva sulla giustizia. È lì che la maggioranza potrebbe aver bisogno del “soccorso azzurro”, ovvero del sostegno di Berlusconi. Per questo oggi Matteo Renzi e il Guardasigilli Andrea Orlando s’incontreranno per valutare i passaggi della riforma da approvare nel consiglio dei ministri di domani. Il ministro della Giustizia dirà al premier che non è il caso di farsi spaventare dalle divisioni della maggioranza.
ECHE anche la dura reazione di Forza Italia va “pesata”, valutata a fondo. Dunque, occorre andare avanti presentando tutti i provvedimenti previsti dalle linee guida.
Il comunicato di fuoco di Fi è firmato da Renato Brunetta, l’arcinemico di Renzi. Come dire: non è rappresentativo dei sentimenti profondi dell’uomo di Arcore. Il senatore forzista Giacomo Caliendo appare invece più dialogante. E la posizione dei senatori di Forza Italia è quella che conta davvero. «Comunque la stragrande maggioranza del Parlamento, dopo 17 anni, condivide l’urgenza di modificare le regole della giustizia. È un’altra tappa epocale del cambiamento, non lo fermeranno i soliti giochi dei frenatori », dice Renzi ai suoi collaboratori.
Il governo vuole stare lontano dall’accusa, già rilanciata in queste ore dalla Lega, di aver messo in cantiere un Nazareno 2 sulla giustizia. «Non ci sarà niente del genere», dicono a Palazzo Chigi. Ci sarà invece il dialogo con tutti, anche con chi ha rifiutato i ripetuti inviti di Orlando. Sarebbe davvero un azzardo siglare un accordo formale e vincolante con chi «ha portato la giustizia a questi livelli», come spiega il ministro ai suoi collaboratori alla fine di una giornata di trattative. Però i numeri sono chiari. Al Senato il governo può contare su 169 voti, appena 9 più della maggioranza assoluta. Diventa indispensabile trovare dei punti condivisi con l’opposizione. Per mettere in sicurezza la riforma. Per condurla in porto. Un problema che alla Camera non si pone: lì la maggioranza è blindata e Berlusconi non ha alcuno strumento per condizionarla.
Il terreno di scontro naturalmente è il pacchetto del penale e su questo tema si concentrerà il vertice di oggi tra Renzi e Orlando. Il punto è l’asimmetria tra il disegno di legge sulla prescrizione e il rinvio sulle intercettazioni, il pallino del centrodestra. E sulla tempistica c’è stata la saldatura tra le critiche di Forza Italia e quelle dell’Ncd. I veti di Alfano non hanno mai spaventato Renzi. Li ha sempre considerati delle bolle di sapone. Ma una saldatura della vecchia alleanza a destra rischia di diventare più pericolosa. Lo sarebbe allo stesso modo una competizione “garantista”, sempre nello stesso campo, su una delle materie costitutive di quello schieramento: la giustizia. «Purtroppo, la scuola è quella», è stato il commento più pronunciato nei corridoi di Via Arenula dopo le proteste del Nuovo centrodestra.
Orlando ha deciso di spiazzare i ribelli della maggioranza annunciando lui stesso le divisioni interne. Renzi è stato lestissimo, attraverso Twitter, a concentrare l’attenzione sui punti della riforma che non incontrano ostacoli e sono più sensibili per l’opinione pubblica. Lo smaltimento dell’arretrato della giustizia civile, ovvero il grande freno agli investimenti italiani e stranieri. Il dimezzamento delle ferie dei tribunali, perché il premier sa che i magistrati fanno parte, agli occhi della gente, della Casta.
Il vertice di oggi servirà a sgombrare le nubi. Per far emergere quello che le divisioni non devono nascondere. Una riforma della giustizia completa e organica che per 20 anni non è mai stata così vicina la traguardo, sempre bloccata dallo scontro muscolare ingaggiato da Berlusconi contro la magistratura. «Siamo davvero a un passo. Le differenze sui contenuti sono minimi, restano solo sui tempi di alcuni provvedimenti», ripete il Guardasigilli ai suoi collaboratori. È il momento di rottamare un altro tabù.
il Fatto 28.8.14
Ed ecco a voi la riforma della scuola
risponde Furio Colombo
CARO FURIO COLOMBO, stiamo attraversando una crisi di zero virgola qualcosa. Non sarebbe il momento di pensare all’essenziale (come uscire da questo disastro, che non è naturale) invece che lanciare – una dopo l’altra – riforme che, data la mancanza di fondi, sono impossibili?
Dino
C’È UNO STRANO LEGAME fra crisi e riforme. Da un lato si dice che senza riforme non si esce dalla crisi. Dall'altro i cittadini sanno che tutto ciò che accade, appena si presenta una “riforma” è una detrazione di qualcosa. Per esempio si discute in tanti modi possibili e con elaborate formule sulla riforma del lavoro, connessa con la ripresa e l'inclinazione sia a produrre che a comprare, e si finisce con la proposta identica da vent'anni: abolire subito l'articolo 18, in modo che sia più facile licenziare (senza badare al fatto che l'Italia è un Paese di licenziati dove vige l'art. 18). Per esempio, si discute sulla riforma della Giustizia e si arriva al prepensionamento e a come punire magistrati. Per esempio, si discute di previdenza e piovono proposte sul quanto e sul come tagliare le pensioni ormai quasi tutte definite “d'oro”. Purtroppo il doppio movimento (ogni riforma porta un taglio) non incoraggia i cittadini, anzi li spaventa. Che vuol dire che i limitati gruppi che ancora potrebbero spendere non spendono, e che a pessimismo si aggiunge pessimismo. La riforma della scuola a prima vista appare più grande e complessa di altre (per esempio più grande di quella detta “della Pubblica amministrazione” che prevede soprattutto l'allontanamento arbitrario dell’impiegato fino a 50 chilometri dal luogo in cui lavora), per alcuni accorgimenti ornamentali, come la “valutazione secondo il merito” degli insegnanti (non ci dicono a cura di chi) e la soppressione della piaga delle supplenze (che, ovviamente, significa “stabilizzarne” un numero limitato, per lasciare fuori per sempre tutti gli altri). Interessante lo spostamento di fondi a favore delle scuole non statali (dunque le scuole statali, ne avranno meno, possiamo desumere, anche senza l'aiuto di Cottarelli) e “l'ingresso dei privati nella scuola” stravagante idea che ricorre dai tempi della Moratti (gran privata lei stessa) e poi consolidata dalla Gelmini, sempre senza specificare dove e come li recluti, questi privati, dov'è il loro interesse, e il nostro. Al di là delle misure ornamentali, il meglio (esistono ancora buoni licei e seri istituti tecnici) e il peggio della scuola (un edificio su due potrebbe crollare o avere seri problemi di agibilità) restano intatti. Ma in questa fase del tempo politico che viviamo, basta la parola. Abbiamo appena chiuso il Senato (da sostituire, appena possibile con un afflusso di corruzione regionale), abbiamo fatto la riforma dei 50 chilometri, adesso possiamo dire che è stata fatta una riforma epocale della scuola. Segue, a momenti, la Giustizia. E chi lo ferma un governo così?
La Stampa 28.8.14
L’esercito di supplenti che fa funzionare la scuola ogni anno
Ore cruciali per la riforma della scuola. Il mistero resta quelle delle coperture
Specie se dovesse essere confermato il progetto di 100 mila assunzioni per colmare i posti vacanti
di Lorenzo Vendemiale
qui
Il Sole 28.8.14
Nuova governance
Reclutamento con un corso-concorso gestito dalla Scuola nazionale dell'Amministrazione Da settembre in ruolo 620 dirigenti
Arriva la figura del preside «manager»
di Claudio Tucci
ROMA Una nuova governance degli istituti scolastici. Con una valorizzazione della figura del preside per metterlo in condizione (davvero) di determinare la missione educativa e, più in generale, di guidare il piano di miglioramento della scuola.
Si parla anche di «autonomia» nelle linee guida sull'istruzione che domani saranno illustrate dal Governo a palazzo Chigi. L'idea è dare più «strumenti e forza» al dirigente visto che ormai le sue competenze - e le conseguenti responsabilità - sono divenute essenzialmente gestionali e non più meramente didattiche. «I presidi oggi gestiscono risorse finanziarie, si occupano di organizzazione, di direzione del personale», ha spiegato Giorgio Rembado, numero uno dell'Anp, l'Associazione nazionale presidi, che apprezza l'intenzione dell'Esecutivo di aprire ai "dirigenti manager": «Sono totalmente favorevole».
Tra le intenzioni del Miur c'è anche quella di dare attuazione al nuovo sistema di selezione dei presidi disciplinato dal decreto Carrozza. In pratica, il reclutamento dei nuovi dirigenti dovrà avvenire attraverso un corso-concorso gestito dalla Scuola nazionale dell'Amministrazione. Le selezioni dovrebbero svolgersi annualmente, e si punta a evitare gli intoppi e i ritardi dell'ultimo concorso bandito nel 2011 da Francesco Profumo che ha avuto un forte strascico giudiziario. Intanto, una buona notizia per i dirigenti (e per studenti e famiglie) è arrivata ieri: il ministero dell'Economia ha dato l'autorizzazione a immettere in ruolo il 1° settembre 620 presidi. «Ma da subito però prenderanno servizio meno di 500 unità - ha detto Giorgio Rembado - visto che per Campania e Toscana il numero di posti indicati, rispettivamente 101 e 23, diventerà utile per le nomine solo con il completamento delle procedure concorsuali tuttora pendenti». In ogni caso, tra cessazioni dal servizio (oltre 750 unità solo quest'anno), posti vacanti e turn-over coperto, ha aggiunto il numero uno dell'Anp, «nelle scuole dimensionate ci saranno circa 800 reggenze a cui si aggiungono le 450 per gli istituti sottodimensionati. E quindi da settembre ci saranno più di 1.200 reggenze, pari al 15% delle 8.094 scuole autonome complessive. Non sono poi così poche». Per i presidi "supplenti" si tratta di "doppio lavoro" (quest'anno è ancora in corso il braccio di ferro con il Mef per vedersi pagare le reggenze svolte - di solito i soldi arrivano a luglio).
Tornando al "pacchetto scuola" il Miur punta anche a ridisegnare gli organi collegiali «per migliorare i processi decisionali». Attualmente, gli organi collegiali nelle scuole sono essenzialmente tre: il consiglio di classe che si interessa dell'andamento didattico e disciplinare della classe, appunto. Il collegio docenti che è sostanzialmente un organo di consulenza e rappresentanza, ma per la didattica è deliberante (per esempio nell'adozione dei libri di testo). Poi c'è il consiglio di istituto, una sorta di organo tecnico, che detta le linee di indirizzo. L'idea del ministero dell'Istruzione è di distinguere potere di indirizzo e potere di gestione. Quest'ultimo dovrà essere di esclusiva competenza del dirigente.
Si apre poi alla valutazione per il miglioramento dell'istituto. Ogni scuola disporrà di un "cruscotto" comune di riferimento per identificare i propri punti di forza e debolezza e sviluppare quindi un piano triennale di miglioramento. La valutazione servirà per definire un sistema di incentivi economici e di progressione di carriera (oggi nella scuola totalmente assente).
La Stampa 28.8.14
Cosa si chiede a una scuola moderna
di Marco Rossi Doria
qui
Repubblica 28.8.14
Perché nella scuola il privato non è pubblico
Il ministro dell’Istruzione Giannini ha detto che bisogna superare i pregiudizi sulle paritarie (e sui relativi fondi) per badare solo alla qualità
di Chiara Saraceno
SEMBRA che Renzi abbia frenato lo slancio con cui la ministra Giannini, sbilanciandosi molto nel parlare alla non disinteressata platea di Cl, aveva promesso più soldi alle scuole paritarie come parte importante della riforma della scuola in cantiere (ormai non c’è governo che non ne faccia una, con risultati non sempre apprezzabili). Ma la Giannini ha fatto di più che promettere maggiori fondi. Ha infatti affermato che occorre superare «le posizioni ideologiche» per quanto riguarda la distinzione scuola pubblica/scuola paritaria, e di conseguenza i relativi finanziamenti, per «guardare solo alla qualità». Le ha dato successivamente manforte il sottosegretario Toccafondi, che ha spiegato: «Per troppo tempo in questo Paese si è detto che la scuola era pubblica o privata. La scuola è tutta pubblica e si divide in statale e non statale». Non ci si può neppure stupire. È un processo iniziato con il maquillage linguistico, operato dal governo Prodi e dal ministro Berlinguer, che ha trasformato le scuole private, appunto, in pubbliche, per aggirare il dettato costituzionale, che ammette, e ci mancherebbe, la piena libertà di istituire scuole a organismi diversi, ma “senza oneri per lo stato”. Definita la scuola paritaria parte del sistema pubblico, il gioco sembra fatto. La scuola paritaria non solo è legittimata ad accedere ai fondi pubblici, ma a competere per essi con quella pubblica/statale. Finora ciò era avvenuto con fondi “a parte” – ancorché sempre sottratti al sistema autenticamente pubblico, anche in questi ultimi anni di tagli dolorosi. Sembra di capire che Giannini auspichi un finanziamento sistematico, regolare che non distingua più tra i due sistemi, salvo che sulla base della “qualità”. Sembra così ignorare che il dettato costituzionale non è solo una norma di tipo finanziario, ma una precisa regola di attribuzione di responsabilità. Lo Stato ha la responsabilità prioritaria di garantire un’istruzione di qualità a tutti, senza privilegiare né il ceto sociale, né particolari opzioni di valore o visioni del mondo (salvo quelle della libertà, della democrazia, della uguale dignità di ciascuno), ma se mai metterle in comunicazione tra loro. Tutte le risorse disponibili vanno investite in questa direzione. Dio sa quanto ce ne sia bisogno in Italia, dove le disuguaglianze nello sviluppo delle competenze cognitive tra classi sociali e ambiti territoriali costituiscono una denuncia drammatica del fallimento dello Stato nel far fronte a quella responsabilità proprio nei confronti dei suoi cittadini più svantaggiati. Si può, si deve, anche ampliare la sfera del “pubblico”, non già, tuttavia, a scuole private con le loro legittime visioni del mondo (e regole di reclutamento degli insegnanti), ma alle comunità locali, agli individui e associazioni che possono integrare e arricchire le offerte educative della e nella scuola pubblica, alla costruzione di spazi, metodi e competenze perché la pluralità delle visioni del mondo possano confrontarsi criticamente e dove i bambini e i ragazzi non siano costretti a muoversi in una sola, per quanto ricca, pregevole, carica di storia. Non è detto che tutti gli insegnanti della scuola pubblica siano attrezzati per farlo. Ma ciò vuol dire che nel formarli e aggiornarli occorrerà tener presente anche questa dimensione, non che se ne può fare a meno.
Il riconoscimento di statuto pubblico alle scuole paritarie ha già fatto danni nelle scuole dell’infanzia, nella misura in cui un comune non si sente più in obbligo di fornire il servizio se in un determinato quartiere c’è già una scuola paritaria; anche se questa, come capita per lo più, è di tipo confessionale e non risponde agli orientamenti culturali dei genitori. Era questo il motivo del referendum bolognese, fallito per scarsa affluenza e per il timore, alimentato dall’amministrazione, che senza le scuole paritarie molti bambini non avrebbero avuto posto – appunto perché i finanziamenti erano stati dirottati lì. Ancora più grave è quanto è successo in Piemonte con l’amministrazione di centrodestra. Una legge regionale ha stabilito non solo l’equiparazione tra scuole per l’infanzia pubbliche e paritarie, ma ha dato alle seconde diritto di veto all’istituzione di una scuola pubblica sul “proprio” territorio, nel caso questa rischi di ridurne il bacino di utenza. Il modello Giannini realizzato? Ora la nuova amministrazione regionale ci metterà una pezza, se non altro eliminando il diritto di veto. Ma rimane il fatto che, una volta riconosciuto il diritto al finanziamento pubblico delle scuole paritarie la competizione sulle risorse continuerà. Con il modello Giannini, rischia di estendersi dalla scuola per l’infanzia a quella dell’obbligo e oltre, con buona pace del diritto di scelta delle famiglie e soprattutto delle opportunità dei bambini e ragazzi di essere educati in un contesto culturalmente pluralistico. Su questi punti, e non solo sull’entità dei finanziamenti, è opportuno che Renzi e il governo facciano chiarezza, approfittando della pausa di riflessioni che si sono presi sull’argomento.
il Fatto 28.8.14
Qualcuno era pacifista, ora l’arcobaleno è svanito
Prima i cortei affollavano le piazze e i leader politici facevano a gara per mostrarsi in prima fila contro le guerre
Oggi, invece, silenzio assoluto
di Gianluca Roselli
AAA cercansi disperatamente pacifisti. Che in Italia sembrano non esistere più. Da quando è scoppiata l’ultima offensiva israeliana a Gaza, infatti, nessuno è sceso in piazza a protestare. Men che meno per le stragi dell’Isis contro i cristiani in Iraq. Anzi, per la verità, una manifestazione ci sarà, il 21 settembre a Firenze, per la pace in Medio Oriente e in Palestina in particolare. Ma, se la tregua tra Hamas e Israele reggerà, sembra un’iniziativa fuori tempo massimo. Finora, infatti, non si è mosso nulla. Non era mai accaduto. Durante l’operazione Piombo fuso – dicembre 2008/gennaio 2009 –, per esempio, numerose furono le iniziative per protestare contro le incursioni israeliane a Gaza. Ora, invece, tutto tace. Dopo aver vissuto il suo momento di gloria, infatti, il mondo pacifista sembra finito da un pezzo. La pietra tombale è stata posta dalle elezioni del 2008, quando la Lista Arcobaleno è rimasta fuori dal Parlamento.
FINO A QUEL MOMENTO era stata un’escalation. Specialmente sotto il governo di Silvio Berlusconi dal 2001 al 2006. Quando, causa 11 settembre e guerre in Afghanistan e Iraq, i pacifisti hanno riconquistato la scena. Complice anche la valenza antiberlusconiana di molte manifestazioni, le piazze venivano riempite con grande facilità. Zeppe, soprattutto, di leader della sinistra nostrana. Piero Fassino, Massimo D’Alema, Fausto Bertinotti, Francesco Rutelli, Alfonso Pecoraro Scanio, Paolo Cento, Oliviero Diliberto, Franco Giordano, Paolo Ferrero. Ma anche, alla marcia Perugia-Assisi, esponenti ex Dc come Franco Marini e Rosy Bindi. E poi ancora Fabio Mussi, Livia Turco, Gennaro Migliore. Tutti con il loro fazzolettino arcobaleno al collo. Arcobaleni che, in forma di bandiere, hanno ornato i balconi delle nostre città per anni. Alcuni stendardi sbiadivano sotto i colpi dello smog, ma resistevano. Oggi anche loro sono spariti. Non se ne vede più nemmeno uno.
POI C’ERANO I LEADER. Il napoletano Francesco Caruso. Il quale, dopo due anni da deputato, è finito a lavorare al Parco nazionale del Gran Sasso. Luca Casarini, oggi consulente di marketing a Palermo, alle ultime Europee si è candidato, senza successo, con la lista Tsipras. Vittorio Agnoletto, il leader del Genoa Social Forum, protagonista delle tremende e tragiche giornate di Genova, dopo un passaggio da parlamentare europeo, è tornato a fare il medico. Il culmine il movimento pacifista lo raggiunse con la manifestazione del 15 febbraio 2003 a Roma. Tre milioni di persone in piazza per dire “no alla guerra in Iraq senza se e senza ma”. Ventisette treni speciali e migliaia di pullman da tutta Italia. Con approdo a piazza San Giovanni. La Rai non mandò la diretta tv e D’Alema si infuriò. “La vergogna di questa giornata per la Rai è indimenticabile” tuonò l’ex premier. Che anni dopo, da ministro degli Esteri del Prodi II, si fece immortalare a braccetto con un rappresentante di Hezbollah dopo un bombardamento su Beirut. Manifestazioni, però, si erano viste anche precedentemente per protestare contro l’intervento in Afghanistan, deciso dopo l’11 settembre.
Il numero dei cortei è iniziato a scemare dopo la vittoria dell’Ulivo nel 2006. Anche perché il governo del Professore, pur tra qualche critica, non ha mai fatto mancare i voti al rifinanziamento delle missioni militari, a partire dall’Afghanistan. In quel periodo a ogni corteo scoppiava la polemica per la contraddizione di un governo italiano a sostegno della politica Usa e, al contempo, esponenti di quella maggioranza - Rifondazione e Pdci - che scendevano in piazza contro la guerra. Un corto circuito politico istituzionale che è andato avanti per tutta la durata dell’esecutivo Prodi. Poi è arrivata la stangata del 2008. Da allora le manifestazioni pacifiste sono andate via via diradandosi. L’unica rimasta impressa nella memoria collettiva la si ricorda per la deriva violenta, con i black bloc che nell’ottobre 2011 misero a ferro e fuoco il centro di Roma.
il Fatto 28.8.14
A sinistra della sinistra
“Abbiamo fallito Colpa del Pd e dei nostri limiti”
intervista a Paolo Cento
di Gi. Ros.
Il pacifismo italiano non esiste più e la colpa è della politica ambigua del Pd”. Paolo Cento, ex esponente di primo piano dei Verdi (oggi in Sel), da sempre un protagonista delle manifestazioni arcobaleno in Italia, esamina i motivi della latitanza dei pacifisti nostrani, che, a fronte della crisi in Medio Oriente, in queste settimane sono rimasti latitanti.
Paolo Cento, un tempo di fronte all’offensiva a Gaza sareste scesi in piazza in migliaia. Oggi zero. Che fine avete fatto?
Non esistiamo più. E i motivi sono diversi. Innanzitutto paghiamo il fatto di avere la sinistra al governo. L’ambiguità della politica estera dei Ds prima e del Pd ora ci ha fatto perdere credibilità.
Non può essere solo questo.
Poi abbiamo subito un attacco senza precedenti dagli organi di stampa e dai principali commentatori, che ci hanno messo all’indice secondo la logica di non disturbare il manovratore. Poi abbiamo commessi grossi errori.
Finalmente un’ammissione di colpa. Quali?
Il più grave è stato sganciare i temi del pacifismo internazionale da quelli dell’emergenza sociale ed economica dei singoli Stati, a partire dalla Grecia. Invece tutto si tiene. Si parte dai conflitti politici per arrivare a quelli sociali. È stato un nostro limite.
Poi c’è stato il 2008.
Quello è stato il giro di boa. La sconfitta della Lista Arcobaleno ci ha lasciato senza rappresentanza politica. Una sorta di cesura. Ora qualcosa si sta muovendo di nuovo. Con Sel, con la lista Tsipras. E anche con il Movimento Cinque Stelle.
C’è spazio per ripartire?
Sì, tracciando una linea rossa che connetta le battaglie ambientaliste a quelle economiche e sociali. Di fronte alla crisi globale deve ripartire una mobilitazione globale. Anche andando a recuperare la parte migliore del movimento no global. Il vero nemico è l’emergenzialità.
Ovvero?
Tutte le politiche messe in campo in questi anni che, in nome delle emergenze più svariate, hanno calpestato i diritti delle persone.
Intanto il Medio Oriente sta espldendo.
Quello che sta accadendo purtroppo è il risultato di dieci anni di interventismo occidentale in quella parte del mondo. Le incursioni americane non hanno prodotto alcuna democrazia credibile e hanno fatto esplodere l’integralismo islamico.
Cosa ne pensa della decisione italiana di inviare armi ai curdi?
Errore gravissimo. Innanzitutto perché non si sa a chi vanno. Poi era necessario almeno un voto del Parlamento. Infine si mandano armi senza alcun disegno politico. C’è da rimpiangere la politica estera della vecchia Dc.
il Fatto 28.8.14
Lo psichiatra Giuseppe Dell’Acqua
L’omicidio dell’Eur
“Chi prescrisse al killer la droga di The Wolf?”
intervista di Chiara Daina
La follia è dentro ognuno di noi. Ma un delitto non nasce mai per caso”. Inizia con queste parole il commento di Giuseppe Dell’Acqua, per 17 anni direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste, allievo e poi collaboratore di Franco Basaglia, sull’omicidio avvenuto domenica nella villetta in via Birmania, nel quartiere Eur di Roma. Federico Leonelli, 35 anni, che ha decapitato a colpi di mannaia la colf ucraina di 38 anni, era sotto l’effetto di dosi massicce di metaqualone, noto come “droga di Wall Street”. Un farmaco nato contro l’insonnia, usato come stupefacente negli anni 70 per lo stato euforico che provoca.
Ma è la stessa droga usata da Jordan Belfort in “The Wolf of Wall Street”. Si può prescrivere?
La polizia dovrebbe indagare su come facesse a procurarsi le dosi. Non si prescrive mai, che io sappia. È stato sperimentato come ipnotico e quasi sempre usato come droga. I poveri dell’Africa lo prendono per sopportare la miseria.
La famiglia aveva richiesto l’intervento dei servizi sociali per un tso ma è stato respinto. Leonelli ometteva o abusava delle dosi del farmaco. Come è possibile che non fosse sotto stretto controllo sanitario?
Non c’è nulla da eccepire. Visto che lui si rifiutava di farsi curare, può darsi che stessero ancora studiando il modo giusto per intervenire. Comunque la psichiatria è una presunta scienza, in quanto falsamente deduttiva: le inferenze le facciamo dopo l’accaduto. Noi psichiatri non possiamo mai essere sicuri prima che una persona stia meditando un gesto estremo.
Si è trattato di un raptus?
Il raptus non esiste. Neanche la banalità del male. Piuttosto, ci sono persone che arrivano a un punto di rottura con la vita, non riescono più a sopportare la fatica delle relazioni e della quotidianità. Finchè, giorno dopo giorno, si trovano in una squallida normalità in cui tutto è lecito, perfino ammazzare qualcuno.
Alla base c’è uno stato depressivo trascurato?
La depressione è una parola contenitore, abusata. Ogni storia è un caso a sè stante. L’uomo aveva la passione delle armi, voleva arruolarsi nell’esercito di Israele ed era pieno di tatuaggi. Sintomi di un pensiero esasperato. Stava elaborando una sua visione del mondo frutto di un malessere. Se però lo fa un jihadista, lo definiamo terrorista. Se lo fa il novergese che stermina una scuola, è uno schizofrenico. Bisogna stare attenti alle etichette facili. Dietro a gesti del genere, c’è la sofferenza, che si alimenta giorno per giorno finché diventa normale fare del male a sè o agli altri.
Lei quindi sostiene che la malattia mentale non esiste, ma esistono i problemi che causano disagi, che a volte rimangono senza una soluzione.
È così. Non dobbiamo difenderci dietro lo schermo del disturbo mentale. Siamo sempre in presenza di un’incredibile malessere, di una persona che non si sente parte di questo mondo, che è in cerca di un posto, non si è sentito importante per qualcuno che stimava, con tanti fallimenti e delusioni alle spalle e per cui nessuno ha davvero fatto il tifo.
Quando è giusto intervenire con lo psicofarmaco?
Lo psicofarmaco è solo uno strumento. La sua prescrizione deve sempre rientrare in un progetto di recupero più ampio, che prevede un percorso di psicoterapia, di aiuto nella vita quotidiano e sul lavoro. Puntare tutto sulle medicine produce disastri. I medici di base sono addestrati dalle ditte farmaceutiche a prescrivere antidepressivi per i disagi più lievi. Ma è un errore. Prima bisogna provare con il dialogo. Una volta è bastato che io parlassi a un paziente per qualche ora, farlo riflettere, perché stesse meglio.
Corriere 28.8.14
Allo psichiatra che la segue ha raccontato l’aggressione nei minimi dettagli
Marika, accoltellata nel sonno dal padre: «Non voglio più dormire»
Lei ha 14 anni, la più piccola ne aveva 12
Nella stanza d’ospedale dove si è risvegliata da tre giorni ascolta musica
Non le hanno detto che la sorellina è morta
di Andrea Galli
qui
Corriere 28.8.14
Addio brutti ricordi, , la scienza li trasforma in belli
Fotografato il circuito cerebrale che controlla come i ricordi si legano a emozioni positive o negative
Lo studio pubblicato su Nature
qui
Repubblica 28.8.14
Italia paese senza più memoria
Archivio di Stato verso la chiusura
130 km di scaffali, ma i fondi non ci sono
Milioni di carte, da Crispi ad Aldo Moro
Con il taglio dei finanziamenti entro l'anno potrebbe chiudere l'Archivio Centrale dello Stato, la struttura che conserva la storia del Paese attraverso milioni di documenti. "Con 650mila euro non riusciamo neanche a svolgere il lavoro ordinario", denuncia il sovrintendente Agostino Attanasio. E in autunno è atteso l'arrivo di altre centinaia di faldoni legati alle stragi desecretate dal governo Renzi. La sede potrebbe essere trasferita a Pomezia, 30 chilometri da Roma, ma a quel punto consultare le carte diventerebbe un'impresa
di Carmen Galzerano e Andrea Fama
qui
Repubblica 28.8.14
La polizia blocca un romeno che distribuiva volantini contro un candidato alla successione di Frati
Che si scontra con gli agenti e poi accusa: “Siete forti coi deboli”
Roma, urla e spintoni in commissariato la questura denuncia il rettore della Sapienza
di Corrado Zunino
ROMA. Le bollenti elezioni per il nuovo rettore dell’Università La Sapienza in Roma, la terza più grande in Europa, hanno già prodotto un atto inedito: la questura di Roma ha denunciato il rettore in carica e uscente, il professor Luigi Frati, da dieci anni alla guida dell’ateneo (quattro da vice e sei da rettore). I fatti si sono svolti l’8 luglio scorso, ma emergono soltanto adesso e sono stati confermati dal questore di Roma, Massimo Maria Mazza. È successo che il rettore ha cercato di portare via dagli uffici del commissariato di polizia interno alla Sapienza, in viale dell’Università, un romeno fermato dagli agenti e in quei minuti sotto interrogatorio: serviva, l’interrogatorio, per ricostruire una vicenda di volantinaggio elettorale all’interno dell’ateneo contro uno dei candidati, il professor Giancarlo Ruocco.
Il rettore in carica — come si può leggere nei verbali di polizia, confermati da una lettera inviata al questore dallo stesso Frati — la mattina dell’8 luglio è entrato nel “commissariato universitario”, ha fatto qualche domanda al piantone e, avvistato un giovane straniero seduto di fronte al commissario Mario Spaziani, ha chiesto che gli fosse consegnato: «Questa è La Sapienza, fino a prova contraria, e di questa università sono il responsabile fino alla fine di ottobre... Lasciate stare gli innocenti, quest’uomo non ha fatto niente di male... Piuttosto andate a sgombrare gli studenti che occupano abusivamente il Lucernaio ».
Gli ufficiali di polizia giudiziaria, colpiti dalla richiesta e dall’aggressività dei toni, hanno fatto notare a Frati che non poteva restare lì, che in corso c’era la testimonianza di una persona, ma il rettore ha insistito: «Questa è la mia università», e ha preso per un braccio il romeno. C’è stata una reazione dei poliziotti e un accenno di spinte e resistenze fino a quando Frati non ha mollato la presa ed è uscito dagli uffici commentando ad alta voce: «Polizia di m...». Il commissario Spaziani ha contattato rapidamente il questore, che ha chiesto prima un rapporto preciso e quindi ha invitato il commissario a firmare una denuncia penale nei confronti del professor Frati: abuso d’ufficio, resistenza e calunnia (riferito, appunto, al «Polizia di m...») sono i reati contestati.
Nella stessa mattina, rientrato in rettorato, il professor Frati ha scritto una lettera di protesta al questore di Roma in cui dichiara incomprensibile il motivo per cui in un ateneo «dove non vi è mai stata censura», non appena «viene criticato un candidato a rettore, colui che mette i volantini sotto il parabrezza, un innocuo personaggio, viene fermato». Si chiede nella lettera, Frati: «Perché questo brillante attivismo nei confronti di un poveraccio e una tolleranza con gli altri?». E chiude con un attacco, messo nero su bianco, alla polizia: «Ci sono intoccabili e poveracci, tal che si è deboli con i forti che compiono illegalità e forti con un poveraccio che per pochi euro distribuisce volantini ». Il prologo della vicenda è nel lascito cattivo di una campagna elettorale avvelenata per sei mesi: sei candidati (due sostenuti da Frati, tre apertamente contrari, uno agnostico) si stanno infatti contendendo la prossima reggenza della Sapienza: s’inizia a votare il 23 settembre prossimo. Quella mattina, l’8 luglio, appunto, il giovane rumeno era stato avvistato di fronte all’ingresso dell’ateneo con un pacco di volantini in mano. I fogli stampati portavano questo titolo: “Da Amaldi a Ruocco: la triste parabola del dipartimento di Fisica della Sapienza”.
Giancarlo Ruocco, 55 anni, è il prorettore per la ricerca e il candidato più temuto da Frati. Nel corso delle presentazioni al corpo elettorale, non si è tenuto le critiche: «Il rettore uscente ha i suoi candidati», aveva detto, «campagna elettorale e finanziamenti si stanno confondendo, La Sapienza è una montagna velata dalla nebbia dove s’allarga la palude degli interessi personali». Il volantino distribuito in università altro non era che una mail inviata all’interno della Sapienza dal professor Luciano Pietronero, un altro fisico, storico avversario di Ruocco. La mail diventata volantino accusava il candidato Ruocco, «in passato rigoroso studioso vicino all’ala dura di Rifondazione comunista», di essersi trasformato in un arbitrario uomo di potere con la promozione a capo del dipartimento di Fisica e dell’Italian institute of technology. Il professor Ruocco, oggi, definisce tutto questo «spazzatura».
Segnalato dai vigilantes della Sapienza e fermato dalla polizia, il giovane romeno che volantinava ha subito confessato: «Un mio connazionale mi ha dato dieci euro e un pacco di carta alto così chiedendomi di venire all’università a distribuirla». Il connazionale è stato rintracciato dalla polizia in poche ore e ha confessato di aver ricevuto, a sua volta, 30 euro e una risma degli stessi volantini da un signore in giacca e cravatta. Per ora sconosciuto. Due giorni dopo l’ingresso del rettore Frati in commissariato. Il 10 luglio, un funzionario della Digos ha consegnato al rettore, nei suoi uffici, la denuncia presentata dalla polizia di Roma. Il rettore Frati, interpellato direttamente e attraverso il suo staff, non ha voluto commentare.
Repubblica 28.8.14
Regge la tregua, i falchi contro Netanyahu
Il premier accusato di aver “ceduto ai terroristi”
Ma sul Golan rischia di aprirsi un fronte contro Al Qaeda
di Alberto Flores d’Arcais
GERUSALEMME. Un generale israeliano, il premier palestinese della Cisgiordania e un olandese per le Nazioni Unite. Saranno tre uomini a vigilare sulla tregua «permanente e duratura» che ha posto fine a cinquanta giorni di guerra tra Israele e Gaza, saranno loro a controllare che gli aiuti umanitari e i materiali per la ricostruzione in arrivo sulla Striscia (via terra e via mare) non vengano usati da Hamas per riarmarsi o per costruire nuovi tunnel. Non hanno un compito facile Yoav Mordechai, Ramy Hamdallah e Robert Serry, perché la “guerra d’estate” ha lasciato un scia di odio, vendette, regolamenti di conti (politici e militari) un po’ su tutti i fronti. Una polveriera, pronta ad esplodere di nuovo.
Il giorno dopo Hamas insiste nel cantare vittoria e fa uscire dalla tenebre del bunker segreto (dove ha vissuto nascosto dall’8 luglio) Ismail Haniyeh, il “premier” di Gaza: «Abbiamo vinto, è pronta la strada per conquistare Gerusalemme». La realtà è diversa, i gruppi combattenti (Hamas e Jihad Islamica) a Gaza hanno subito grosse perdite, due terzi dell’arsenale bellico, i tunnel distrutti, diversi comandanti e circa novecento «terroristi» uccisi. Proveranno — come hanno fatto in passato — a riarmarsi, ma con il rischio di far saltare il cessate-il-fuoco. Tra i dettagli della tregua siglata al Cairo ci sono i compiti affidati al “comitato dei tre”, con il monitoraggio di ogni materiale che entra a Gaza e un avvertimento: se il cemento non venisse usato per la ricostruzione di case, uffici, ospedali ma per nuovi tunnel l’accordo salta automaticamente e i camion di aiuti verranno bloccati. Israele ha accettato di mettere fine alla sua politica di “omicidi mirati” contro i leader di Hamas e gli stipendi di 40mila “funzionari” verranno adesso pagati, ma sotto il controllo dei palestinesi di Cisgiordania.
Non può cantare vittoria neanche Israele e non sono poche le voci critiche che si sono levate contro Netanyahu, accusato di aver “ceduto ai terroristi”. La popolarità del premier è in caduta libera, metà del “gabinetto di sicurezza” era contro la tregua e i falchi — guidati dal ministro degli Esteri Lieberman — glielo hanno pubblicamente rinfacciato. Si sentono sconfitti gli abitanti del Sud, quelli che hanno vissuto cinquanta giorni in prima linea sotto i razzi di Hamas, che hanno dovuto abbandonare le case e i kibbutz di confine. Il sindaco di Ashkelon, la grande città a pochi chilometri da Gaza, ha riassunto con scetticismo la situazione: «La prossima guerra è solo questione di tempo».
Gli occhi dei militari e dell’intelligence israeliani sono ora puntati sul Nord del paese e su quanto accade al di là dei confini con la Siria sulle alture del Golan, dove i qaedisti di Al Nusra hanno conquistato dopo una dura battaglia contro le forze di Assad il valico di Quneira. Due israeliani (un militare e un civile) sono stati feriti da colpi di mortaio, Israele ha risposto al fuoco più che altro a scopo intimidatorio. Nessuno ha voglia, dopo una guerra di cinquanta giorni al Sud, di iniziarne una al Nord.
il Fatto 28.8.14
Dai beduini al jihad. Cent’anni di Stati fantasma
di Giampiero Gramaglia
NEL 1915, SYKES E PICOT DISEGNARONO LE AREE DI INFLUENZA DELLE POTENZE BRITANNICA E FRANCESE IN MEDIO ORIENTE. INVENZIONI GEOGRAFICHE CHE IN UN SECOLO HANNO PORTATO A UNA SERIE DI CONFLITTI NEL GRANDE GIOCO DELL’ASIA MINORE, TRA ETNIE, FEDI E LA SCOPERTA DELL’”ORO NERO“
Mi piacerebbe tracciare una linea dalla e di Akre (località dell’odierna Giordania, ndr) all'ultima k di Kirkuk”, la storica capitale dei curdi, in Iraq, di cui i peshmerga hanno ora ripreso il controllo: così, Mark Sykes, diplomatico britannico, diceva, il 16 dicembre 1915, a Downing Street, parlando con il collega francese François Georges Picot. In quella battuta, c’è la filosofia della sistemazione dei resti dell’Impero Ottomano, dopo la fine della Prima guerra mondiale: frontiere più rispettose di meridiani e paralleli che di etnie e religioni; scatolini di sabbia che si rivelano barili di petrolio; e nessuna attenzione al rispetto della parola data e, tanto meno, alle aspirazioni d’indipendenza dei popoli arabi. Nonostante il contributo – spesso decisivo – da essi fornito durante il conflitto.
Stanno lì molte radici delle tensioni e delle violenze dei giorni nostri nella Regione. L’Occidente, del resto, non riservò al Mondo arabo la sua miopia colonialista: pure i confini africani erano stati tracciati, nell’Ottocento, con criteri analoghi, separando popoli fratelli e mettendo insieme atavici nemici. Gli spaventosi eccidi di hutu e tutsi tra Rwanda e Burundi ne sono una conseguenza.
Con la paradossale conseguenza che turbolenze e barbarie – riconducibili alla lontana a quegli errori – contribuiscono, oggi, ad alzare una barriera di diffidenza e d’incomprensione, se un giornalista come Domenico Quirico, espertissimo d’Oriente, ma che ha sperimentato in prima persona l’asprezza del conflitto, scrive: “L’Occidente non vuole vedere che ci hanno dichiarato guerra... L’Islam moderato non esiste”.
LE LINEE IMMAGINARIE DELL’ACCORDO SYKES-PICOT E LE SFERE DI INFLUENZA
Tutto comincia da lì, da quella frase a Downing Street. Sykes e Picot negoziarono dal novembre 1915 al marzo 1916: il 16 maggio, venne firmato l’accordo che porta il loro nome, Sykes-Picot, l’Asia Minor Agreement, è un accordo segreto tra i governi del Regno Unito e della Francia, in assenza della Russia, che definiva le rispettive sfere di influenza nel Medio Oriente una volta sconfitto l'Impero Ottomano al termine della Prima guerra mondiale.
Al Regno Unito fu riservato il controllo dell’attuale Giordania, dell'Iraq e una piccola area intorno ad Haifa. Alla Francia fu destinato il controllo del Sud-Est della Turchia, della parte settentrionale dell'Iraq, della Siria e del Libano. La zona successivamente individuata come Palestina doveva passare sotto un'amministrazione internazionale, coinvolgente l'Impero russo e altre potenze.
L’accordo venne tenuto ben segreto ai capi arabi che si battevano contro l’Impero Ottomano, sperando nell’indipendenza, e anche agli ufficiali alleati che ne coordinavano le operazioni. Non ne sapevano nulla, naturalmente, Thomas Edward Lawrence, cioè Lawrence d’Arabia, e il suo amico Faysal, figlio dello sceriffo della Mecca. E, se lo avessero saputo, magari il cinema non avrebbe mai avuto modo di raccontare pagine tra epica e storia come la presa di Aqaba nel 1916.
Paladino per studi e cultura del nazionalismo arabo, Lawrence, uno 007, ufficiale dei servizi segreti di Sua Maestà, doveva porre al servizio della causa degli alleati l’insurrezione araba contro l’Impero Ottomano in atto tra l’Higiaz, la regione della Mecca e di Medina, e la Transgiordania.
Al padre di Faysal, al-Husain ibn Ali, venne prospettata l’indipendenza della nazione araba, senza tuttavia mai precisarne le dimensioni geografiche. Ma Londra e Parigi avevano già concordato d’attuare la cosiddetta politica del ‘doppio binario’: fare promesse agli arabi, ma intanto spartirsi sulla carta i domini ottomani.
IL PRIMO DOPOGUERRA E LE FAIDE TERRITORIALI DELL’EX IMPERO OTTOMANO
Lawrence e Faysal se ne resero conto a vittoria acquisita e guerra ultimata. Alla Conferenza di Pace di Parigi nel 1919, Faysal guidò la delegazione araba che cercò di fare valere le promesse ricevute e riuscì almeno a ottenere che alcuni Paesi arabi fossero guidati dalla dinastia hascemita, la sua.
A margine della conferenza, si ponevano le basi per altri conflitti che sono scoppiati un secolo dopo. Il 3 gennaio1919, Faysal e il presidente dell'Organizzazione sionista mondiale Chaim Weizmann firmarono un accordo – andato poi disatteso – secondo cui la Dichiarazione Balfour doveva costituire una base di discussione per il futuro dell'area alla fine del dominio britannico.
Negli anni successivi, le tappe furono serrate. Nel marzo1920, Faysal è proclamato re del Regno arabo di Siria, la Grande Siria, dal Congresso nazionale siriano. In aprile, la Conferenza di Sanremo dà alla Francia il mandato sulla Siria e scoppia la guerra franco-siriana. Un anno dopo, marzo 1921, alla Conferenza del Cairo, i britannici individuarono in Faysal il re dell’Iraq, sotto il loro protettorato.
L’assetto dell’area fra le due guerre era, alfine, definito. A turbarlo, senza però modificarlo, vennero sommosse religiose e anti-coloniali, fra cui, nella prima metà degli Anni Venti, la cosiddetta Grande rivoluzione siriana. Nel 1932, l’Iraq acquisì la piena indipendenza, prodromo al Massacro di Cibele, una strage di cristiani.
IL SECONDO DOPOGUERRA TRA GUERRE DI INDIPENDENZA, GOLPE E STRAGI
Nel secondo dopoguerra, le aspirazioni d’indipendenza sono pienamente realizzate. Ma la nascita d’Israele crea in tutta l’area nuove tensioni. Indipendente dal ’46, la Siria conobbe un periodo d’instabilità con colpi di Stato a raffica 13 – e l’effimera esperienza della Repubblica araba unita, con l’Egitto.
Dal 1963 il Paese è governato dal partito Bath, d’ispirazione socialista e panaraba; e, dal 1970, ha un presidente della famiglia al-Assad. Dalla Guerra dei Sei Giorni del ‘67, Israele occupa le Alture del Golan. La sommossa scoppiata nel 2011 ha fatto quasi 200 mila vittime, ridotto in macerie città, consegnato una parte della Siria all’estremismo integralista, ma non ha rovesciato il regime.
Più tormentate le vicende dell’Iraq, dove la monarchia venne rovesciata una prima volta nel 1941, su istigazione della Germania, ripristinata dagli alleati e poi di nuovo, definitivamente, esautorata nel 1958 con il colpo di Stato cruento degli Ufficiali Liberi. Per un decennio, i golpe si succedono fin quando, nel ’68, un quinto putsch insedia per 25 anni al potere il Bath e Saddam Hussein, sancendo la ‘dittatura’ della minoranza sunnita sulla maggioranza sciita.
IL DITTATORE DI BAGHDAD SALVATO NEL ‘91, VIENE FATTO FUORI COME DI AL QAEDA
Il laico Saddam spaventa l’Occidente quando nazionalizza il petrolio – l’Iraq ne è il 3° produttore mondiale –, ma fa il gioco dell’America nel 1980, quando dichiara guerra all’Iran integralista: quasi nove anni di conflitto, forse un milione e mezzo di caduti, ma né vincitori né vinti.
Nel 1991, l’occupazione e l’annessione del Kuwait innesca la Guerra del Golfo: l’Iraq è sconfitto, ma Saddam – divenuto un nemico – resta al potere. Nel 2003, l’invasione americana, giustificata con falsi pretesti, rovescia il regime e abbatte le statue del dittatore, trasforma il paese in una Repubblica parlamentare, ma non sana le tensioni tra sciiti, sunniti e curdi. Che, oggi, riesplodono, sotto la spinta jihadista.
LA I GUERRA MONDIALE
Dopo più di 600 anni, l'impero ottomano che andava dalla Turchia alle porte di Vienna si dissolve in piena Prima guerra mondiale, durante la quale era alleato con le potenze centrali (Impero di Germania, Austria-Ungheria e Regno di Bulgaria). Gli anni fatali per la sua scomparsa: dal 1912 al 1922.
EBREI E PALESTINA
La Palestina diventa un protettorato britannico nel 1917. Dalla fine della Prima guerra mondiale comincia l'esodo del popolo ebraico, intensificato dall'aumento dell'antisemitismo in Europa centrale dall'inizio del 1920, e che raggiunge il suo zenit sotto i regimi fascisti negli Anni 30.
DOPOGUERRA E ISRAELE
Il 14 maggio 1948 David Ben Gurion proclama la nascita dello Stato di Israele. Le truppe britanniche si ritirano: la guerra inizia lo stesso giorno. Segue la risoluzione 181 dell’Onu che prevedeva la costituzione di due Stati indipendenti, uno ebraico e l'altro arabo. S’intensifica l'esodo degli ebrei verso Israele.
IL FRONTE ARABO: ‘67-‘73
La guerra d’attrito comincia nel 1967, fra Egitto e Israele. La guerra del Kippur, o guerra arabo-israeliana, inizia nell'ottobre 1973 e finisce lo stesso mese. Iniziò dopo l'attacco a sorpresa dell'Egitto e della Siria, nel Sinai e nel Golan, luoghi conquistati 6 anni prima da Israele durante la guerra dei 6 giorni.
LA II GUERRA DEL GOLFO
Inizia nel marzo 2003, con l'invasione dell'Iraq da parte di una coalizione guidate dagli Stati Uniti. L'obiettivo principale era la deposizione del dittatore Saddam Hussein, obiettivo raggiunto il 15 aprile 2003, anche se la guerra è proseguita sino al 2011 con le principali città conquistate dalla coalizione.
LE PRIMAVERE ARABE
La primavera araba descrive l'insieme di proteste nel mondo arabo, iniziate nel dicembre 2010 in Tunisia, dopo il sacrificio di Mohamed Bouazizi che si diede fuoco, per protestare contro le condizioni economiche del suo paese; sono seguite le rivoluzioni in Egitto, Libia, Siria e tumulti in gran parte del mondo arabo.
il Fatto 28.8.14
L’accorso sull’Asia minore
Il righello della storia e i confini tra le sabbie del deserto
di Laetitia Méchaly
IL 16 MAGGIO 1916, in piena Prima guerra mondiale, viene firmato a Londra l'accordo segreto Sykes-Picot (o Asia Minor Agreement) tra i governi della Francia e del Regno Unito. Durante la caduta dell'Impero Ottomano le due potenze hanno deciso di spartirsi i territori medio-orientali in cinque zone, senza consultare le popolazioni locali. L'accordo, poi modificato nel 1918, prevedeva in particolare che il Libano, il sud-est della Turchia, una parte della Siria e dell'Iraq finissero sotto l'influenza francese, mentre il Kuwait, il sud della Siria, la Giordania e la Palestina sotto quella inglese. A complicare la questione, secondo tale accordo, nella attuale Palestina si sarebbe dovuta formare una amministrazione di tipo internazionale in collaborazione con la Russia. Sono queste frontiere che l'Isis afferma di non riconoscere, così come l’accordo Sykes-Picot, cercando di superare quella fase storica con la creazione del Califfato. L’accordo è sempre stato percepito da parte del mondo arabo - che non ne venne a conoscenza fino al 1917 - come lo specchio dell’imperialismo occidentale. L’accordo fu confermato durante la conferenza di Sanremo dell’aprile 1920.
il Fatto 28.8.14
Glossario della crisi
Isis, Califfato, Yazidi: il Medio Oriente fra mitra e preghiere
di G. G.
Mesopotamia – La ‘scena del crimine’: è la terra tra i fiumi (Tigri ed Eufrate) dei nostri studi classici, parte della Mezzaluna Fertile del Mondo Antico. Per millenni, la sua storia quasi coincide con la storia della civiltà: sumeri, assiri, babilonesi, persiani; ed i suoi popoli si ritrovano nella Bibbia. Oggi, il termine viene comunemente riferito a una zona più ampia di quella originaria.
Isis, o Isil, o Is – È, negli acronimi inglesi, lo Stato islamico (Is), che inizialmente veniva chiamato Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil) o Stato islamico dell’Iraq e della Siria (Isis): una nuova entità creata dall’avanzata delle milizie integraliste d’osservanza sunnita, che profittano della rovina della Siria e della debolezza dell’Iraq, dove il potere centrale alimenta la contrapposizione fra sciiti e sunniti. Califfato – Geograficamente, per ora coincide con lo Stato islamico. Ma il progetto è di ripristinare l’autorità su tutto l’Islam di una figura che concentra potere religioso, in quando vicario del Profeta, e potere temporale. Esauritosi nel 1923, dopo quasi 13 secoli di vita, non sempre facile, il califfato è un polo d’attrazione dell’integralismo islamico. Jihad– La parola è araba ed esprime il concetto di “fare il massimo sforzo”. Oggi il termine è utilizzato quasi esclusivamente come sinonimo di “guerra santa”, ma ha pure risvolti individuali, nel senso dell’impegno interiore per attingere la fede perfetta.
Bin Laden (e al-Zawahiri) – Osama bin Laden, il ricco saudita, ideatore e capo di al Qaeda, mente dell’attacco all’America dell’11 settembre 2001, e Ayman al Zawahiri, il medico egiziano, capo della rete dopo l’uccisione di Bin Laden il 1° maggio 2010, oggi fuori dai giochi. Al Qaeda è ormai un punto di riferimento per l’integralismo più storico che attuale.
al-Zarqawi – Abu Mus’ab al-Zarqawi, ucciso in Iraq da un raid americano il 7 giugno 2006, quando su di lui c’era una taglia da 25 milioni di dollari, era un giordano di origine palestinese: veniva da Zarqa, città di un campo profughi creato nel 1948. Comandante di al Qaeda in Iraq, come lo designò Bin Laden, è il terrorista che pratica la decapitazione degli ostaggi, protagonista d’azioni violente e crudeli. A lui, paiono ispirarsi gli uomini del Califfato.
al-Baghdadi – Abu-Bakr al-Baghdadi, che porta il nome del primo califfo, è il nuovo califfo, capo delle milizie jihadiste che hanno creato l’Is. Su di lui, le notizie sono poche e contraddittorie: imam in Iraq all’epoca dell’invasione americana, poi detenuto a Camp Bucca dal 2004 al 2009, esponente e dal 2010 leader di al Qaeda in Iraq, su di lui pende una taglia da 10 milioni di dollari.
Sunniti – Sono nettamente maggioritari nell’Islam (circa il 90%, quasi 1,4 miliardi di persone, più dei cattolici), ma sono minoritari in Mesopotamia. Il nome viene da sunna (in arabo, consuetudine, quella che c’era tra il profeta Maometto e i suoi compagni. Il califfato è storicamente l’espressione della loro visione del rapporto integralista tra Stato e fede.
Sciiti – Sono la maggiore minoranza islamica –ma sono maggioritari in Iran e nella Mesopotamia- e sono, originariamente, il ‘partito di Ali’, cugino e genero del profeta Maometto, ai cui successori considerano riservata la guida dell’Islam. Lo scisma risale al 680 e attraversa, quindi, tutta la storia musulmana.
Alauiti – Sono una frazione sciita (il nome rivela la deferenza ad Alì), presente soprattutto in Siria - circa 6 milioni, un quinto della popolazione -, ma pure in Libano. Alauita è la famiglia del presidente siriano Bassar al-Assad.
Salafiti – Il salafismo è una scuola di pensiero sunnita ispirata a modelli esemplari di virtù religiosa della tradizione islamica, che può offrire all’integralismo giustificazioni teologiche. Il movimento è anti-occidentale, ma porta in sé germi di rinnovamento dell’Islam.
Curdi– Sono un gruppo etnico indoeuropeo di religione islamica e con una propria lingua e abitano il Kurdistan, territorio della Mesopotamia compreso tra Iran, Iraq, Turchia, Siria, Armenia. I curdi, discendenti dagli antichi medi, con apporti guerrieri di sciti e galati di stirpe celtica, sono oggi quasi 40 milioni: forse il più grande gruppo etnico a questo mondo senza unità nazionale.
Caldei – Il termine si presta a confusione: i caldei, infatti, erano semiti della Mesopotamia, che finirono con il mescolarsi con le etnie della Regione. Oggi, i caldei sono i seguaci della Chiesa cattolica locale, circa un milione di fedeli, un quarto dei quali vive, o viveva, in Iraq. Il loro primate è il patriarca di Babilonia, con sede a Baghdad: Louis Raphael I Sarko.
Yazidi – Pochi ne conoscevano l’esistenza. Sono un gruppo curdo, poche centinaia di migliaia di persone, metà delle quali in Iraq, altre in Turchia, Siria, Iran, Armenia contraddistinto dalla fede religiosa: la loro fede, che ricorda i culti pre-islamici curdi, è una combinazione di zoroastrismo, mitraismo, manicheismo, ebraismo, cristianesimo, islam; praticano il battesimo, la circoncisione, il digiuno e il pellegrinaggio.
il Fatto 28.8.14
Tra mito e realtà
Nella capitale del califfato le donne soldato fanno le ronde
di Valerio Cattano
RAQQA È LA CITTÀ SIMBOLO PER I JIHADISTI CHE AMMINISTRANO LA LORO GIUSTIZIA. QUI È STATA FILMATA (E FORSE COMPIUTA) LA DECAPITAZIONE DI FOLEY
Raqqa – un milione di abitanti – per i miliziani dell'Isis è più che un simbolo. Non è un caso che gli esperti, analizzando il filmato della decapitazione del giornalista Foley, ritengono di aver individuato il luogo nelle colline attorno alla città siriana. Ci sono voluti
sei giorni di combattimenti intensi e centinaia di caduti – almeno 500 fra soldati di Assad e jihadisti – prima che Raqqa tornasse nel pieno controllo del Califfo. Il suo valore non è solo militare: è vero, il controllo del vicino aeroporto di Taqba è importante, ma i miliziani a Raqqa hanno messo in atto le loro leggi, il loro modo di vivere. È qui che è stata formata l’unica brigata femminile - chiamata al-Khansaa - con il compito di individuare le donne che non vivevano secondo la sharia: fra le regole da rispettare, restare integralmente coperte in pubblico ed essere accompagnate da un uomo.
UN UFFICIALE dell'Isis ha spiegato al magazine on line Syria Deeply che la brigata intende “aumentare la consapevolezza della nostra religione tra le donne, e punire quelle che non rispettano la legge. Jihad non è un dovere soltanto per l'uomo, pure le donne devono fare la loro parte”. Syria Deeply ha raccolto una testimonianza sull’irruzione alla Hamida Taher Girls School: “Sono state arrestate dieci studentesse e due insegnanti perché alcune di loro indossavano veli troppo sottili; altre sono state accusate di avere fermagli per capelli e di mostrare troppo il viso”. Raqqa è il luogo dove l'Isis fa le prove generali e dice non solo al resto del Medio Oriente: il nostro Califfato sarà così. I miliziani nelle scorse settimane si sono confrontati con aspetti pratici della gestione del territorio. Gestione che per certi versi è stata accettata da una popolazione che aspira alla possibilità di tornare a una vita normale. Per questo i miliziani si sono battuti con il coltello fra i denti
per riavere le strade di Raqqa:
perché è lì che il sogno del Califfato diventa realtà nella vita quotidiana. Si ripristina il traffico con agenti di polizia agli incroci, si riattiva una raccolta delle tasse: nei negozi di alimentari torna il pane, riaprono le stazioni di servizio con il carburante. Se qualcuno ruba, gli tagliano le mani in piazza. Il New York Times ha rilevato che lo stesso califfo al Baghdadi, consapevole che i suoi soldati sono più portati a violenze che
non ad amministrare una città, ha invitato medici e ingegneri a trasferirsi. In nome di tutto questo, di una vita non scandita dalle esplosioni ma dal ritmo segnato dagli impegni di tutti i giorni – scuola, lavoro, rapporti sociali – gli abitanti di Raqqa devono accettare le statue dei leoni del parco Al Rasheed distrutte perché considerate blasfeme; oppure rinunciare al punto d'incontro, spesso meta di innamorati, come Al Amasy Square, circondata da recinzioni metalliche sulle quali sventolano le bandiere nere dell'Isis; ritenere inevitabili le amputazioni, in luoghi pubblici, di persone accusate di furto. Eccola allora, la “normalità”: al reporter del New York Times un orafo ha dichiarato: “Faccio affari con esponenti di uno stato rispettabile, non con teppisti”, mentre una donna mandata dal marito comprava pezzi d'oro in contanti.
Corriere 28.8.14
Le esecuzioni pubbliche del venerdì
E l’Isis arruola i bambini di 10 anni
I giudici internazionali: «Il terrore è lo strumento per gestire il potere»
di Lorenzo Cremonesi
ERBIL — Domenica scorsa verso mezzogiorno i guerriglieri dello Stato Islamico hanno conquistato la base militare di Tabqa nella Siria nordorientale, dove si trova l’aeroporto della città di Raqqa. Appena due ore dopo le foto delle teste mozzate di decine di soldati e ufficiali dell’esercito di Bashar Assad circolavano già sulla rete. Si calcola che circa 350 lealisti siano stati presi, tra loro 250 sarebbero già morti, e di questi almeno una trentina appaiono nelle immagini dell’orrore. Le avevano postate su Twitter e Facebook gli stessi carnefici. Poveri monconi di corpi branditi come trofei dai vincitori sghignazzanti, mostrati ai bambini per la strada, appesi alle cancellate lungo i giardini pubblici di Raqqa, che da circa due anni è assurta al ruolo di capitale del nuovo radicalismo sunnita a cavallo tra Siria e Iraq.
Proprio queste immagini sono ora parte dei capi di accusa contenuti nel rapporto diffuso ieri dalla Commissione Onu incaricata di investigare i crimini contro l’umanità commessi in Siria e nelle province irachene occupate al momento dalle brigate sunnite dell’autoproclamato «Califfato». La Commissione punta il dito contro lo Stato Islamico, ma non risparmia critiche al regime di Bashar Assad. Per la prima volta il documento Onu accusa infatti la dittatura di Damasco tra l’altro di avere utilizzato armi chimiche, specie le bombe al cloro, contro le popolazioni dei villaggi siriani settentrionali, per ben otto volte nel solo mese di aprile. E fornisce dettagli specifici: le bombe sono state lanciate dagli elicotteri lealisti sulla città di Idlib e la provincia di Hama tra l’11 e il 29 aprile. I militari di Assad continuerebbero inoltre ad applicare sistematicamente la tortura e l’abuso sessuale nelle carceri. Gli assassini mirati e i desaparecidos tra gli oppositori del regime restano all’ordine del giorno.
Le pagine del documento dedicate ai crimini commessi dallo Stato Islamico sono ancora più fitte di dettagli e circostanze. I suoi autori si sono basati su 480 interviste e hanno fatto ricorso a vaste ricerche di archivio che testimoniano i quasi 200.000 morti in Siria denunciati dall’Onu negli ultimi tre anni, compresa la documentazione inquietante sul crescere delle esecuzioni pubbliche ad Aleppo e nella stessa Raqqa. I quattro autori del rapporto, presieduti dal diplomatico brasiliano Paulo Sérgio Pinheiro, affermano a chiare lettere che lo Stato Islamico si è inequivocabilmente macchiato di crimini contro l’umanità sia in Siria che in Iraq. «Questa è la continuazione, e sistematica espansione, degli attacchi su larga scala contro le popolazioni civili», scrive tra l’altro Pinheiro con ovvio riferimento alla recente tragedia delle popolazioni cristiane, yazide, sciite e turcomanne nell’Iraq settentrionale. Tra i capitoli più inquietanti c’è quello relativo ai bambini. Non solo i minorenni (maschi e femmine) rapiti in massa in Iraq, le bambine yazide sparite, ma anche i ragazzini di dieci anni inquadrati nei campi di addestramento assieme ai volontari islamici per formare i futuri battaglioni della «guerra santa». E, ancora, i bambini spinti a guardare e applaudire alle esecuzioni pubbliche, ai prigionieri colpiti da distanza ravvicinata, alle decapitazioni, alla violenza eletta a sistema e addirittura assurta a forma di spettacolo popolare. A detta dei giudici internazionali, le motivazioni per tanta brutalità sono evidenti: «Si vuole instillare terrore tra la popolazione per assicurare cieca obbedienza alla propria autorità». «In Siria trionfa l’impunità totale», dichiara Carla del Ponte, il giudice svizzero della Commissione che già in passato si è occupata di crimini di guerra. «Crimini sono perpetrati quotidianamente, da ogni parte, e nessuno si sta occupando delle responsabilità di questi delitti», aggiunge. Non c’è fine alla brutalità. Violenza chiama violenza. E l’impunità vige sovrana.
Il Sole 28.8.14
L'economia sommersa di ISIS: da estorsioni al commercio di petrolio affari per milioni di dollari al mese
di Marco Valsania
qui
La Stampa 28.8.14
Quasi quasi ti faccio una guerra
Dal primo al secondo conflitto mondiale, a quello delle Falkland
I documenti declassificati consentono di capire come sono scoppiati. E saperlo può essere scioccante
di Alessandro Barbero
Secondo il rapporto di un centro studi americano, in questo momento solo undici paesi al mondo sono completamente estranei a qualunque coinvolgimento bellico. La frequenza delle insurrezioni e delle operazioni di peace-keeping spiega l’allarme di papa Francesco, secondo cui la terza guerra mondiale è già cominciata. In questo mondo che ogni giorno guarda alle ultime notizie dall’Ucraina o dall’Iraq chiedendosi quali saranno le conseguenze, è interessante osservare il comportamento dei politici nelle grandi crisi del passato; in particolare di quei politici che nell’ultimo secolo hanno davvero portato i loro paesi in guerra.
Studiare i giorni convulsi che precedettero lo scoppio delle due guerre mondiali, nel 1914 e nel 1939, e anche dell’unica guerra combattuta dopo di allora fra due paesi occidentali, la guerra delle Falkland del 1982, è un’esperienza molto istruttiva. Perché col passare degli anni i documenti riservati, e anche molti che all’epoca erano considerati segretissimi, sono stati messi a disposizione degli storici. Noi oggi possiamo leggere i commenti personali scarabocchiati dal kaiser Guglielmo II sui telegrammi da Londra («Gli inglesi sono dei farabutti!»), la reazione del ministro degli esteri Galeazzo Ciano alla scoperta che i tedeschi avevano già deciso di fare la guerra senza dirlo a Mussolini («Ci hanno ingannato e mentito»), il diario del principale consigliere di Ronald Reagan durante la crisi delle Falkland («Le isole Falkland! Mai sentite, vero? Neanch’io, fino a ieri sera»).
Quando dico che i documenti sono a disposizione degli storici, intendo dire che sono a disposizione di tutti. Si trovano su Internet, a patto di cavarsela coll’inglese, già ordinati in ricchissimi dossier; anche quelli della guerra delle Falkland, che sembra ieri, e invece sono passati più di trent’anni e il governo britannico ha declassificato, come si dice, i documenti segreti. E così oggi sullo straordinario sito della Fondazione Margaret Thatcher si trova tutto, dalle trascrizioni delle telefonate con Reagan fino ai verbali scarabocchiati a matita delle riunioni dei deputati conservatori (Lord Onslow: «Affondiamogli tutta la flotta!»). In altre parole, noi sappiamo del kaiser e dello zar, di Hitler e di Mussolini, di Reagan e della Thatcher quello che non sappiamo, per ora, di Obama e di Putin: come parlavano davvero, cosa si dicevano in privato, cosa annotavano nei loro diari. L’esperienza, a seconda del punto di vista, può essere rassicurante o scioccante: i padroni del mondo sono persone qualunque, perdono la testa e si arrabbiano, decidono sull’impulso del momento, poi ci ripensano, si preoccupano di cosa penserà la gente, hanno paura di perdere la faccia, sperano che gli altri siano ragionevoli, sperano che succeda qualcosa a tirarli fuori dai guai, e quando tutto va a finire male dichiarano che loro non c’entrano, è colpa della fatalità (il cancelliere tedesco, Bethmann-Hollweg, il giorno prima di dichiarare guerra alla Russia nel 1914: «Tutti i governi, compreso quello russo, e la grande maggioranza dei popoli erano per sé stessi pacifici; ma il sasso ha cominciato a rotolare...»).
Ma una cosa li accomuna tutti: non vorrebbero la guerra, però sono disposti a correre il rischio. Bisogna punire uno Stato canaglia che fomenta il terrorismo: è l’opinione diffusa in Austria dopo l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo per mano di terroristi serbi, e qui sarà il caso di ricordare che se a noi l’assassinio di un arciduca può sembrare meno grave che non l’abbattimento di due grattacieli e la morte di tremila persone, per i politici del 1914 era enormemente più grave. Bisogna punire lo Stato canaglia per difendere la civiltà e perché l’opinione pubblica lo pretende (Sigmund Freud, a Vienna, alla notizia della dichiarazione di guerra alla Serbia: «Tutta la mia libido è rivolta all’Austria-Ungheria»), e si è disposti a correre il rischio che la guerra si allarghi e diventi mortale, anche perché sotto sotto non ci si crede. Oppure: bisogna mostrare che la Germania è forte e risolvere con la forza il litigio con la Polonia, e si è disposti (almeno Hitler lo era, nel 1939) a correre il rischio che la guerra si allarghi e diventi mondiale, anche perché sotto sotto si è convinti di farla franca un’altra volta: dopo tutto, le potenze democratiche hanno permesso alla Germania nazista di mangiarsi l’Austria e la Cecoslovacchia, perché dovrebbe essere diverso stavolta?
E infine: bisogna salvare il regime e compattare un popolo scontento, schiantato da un’inflazione al 600%, invadendo le Falkland, anzi le Malvinas, come le chiamano in Argentina, quelle Malvinas che da centocinquant’anni tutti gli scolaretti argentini imparano a desiderare come gli italiani desideravano Trento e Trieste. In quel caso non si può neppure parlare di un rischio calcolato: i generali argentini erano sicuri che la Gran Bretagna non avrebbe reagito, e che il loro buon amico Ronald Reagan li avrebbe protetti. Dopo tutto, solo pochi mesi prima il presidente americano aveva accolto alla Casa Bianca il dittatore argentino Galtieri, e lo aveva chiamato «un magnifico generale» per il suo zelo anticomunista. Non sapevano, come sappiamo noi, che «Ron» aveva già scritto alla «dear Margaret» garantendole che se le cose si mettevano male gli Stati Uniti l’avrebbero sostenuta. Non lo sapevano, però avrebbero potuto immaginarlo: come scrisse poi impietosamente l’Economist nel necrologio del generale Galtieri, «forse qualcuno dei suoi compatrioti poteva perdonarlo per la sua spietatezza, ma non per la sua stupidità». E dunque è così che scoppiano le guerre: quando qualcuno decide di correre un rischio. Finché la terza guerra mondiale non è ancora scoppiata, è sui rischi impliciti in ogni mossa dei leader che l’opinione pubblica dovrebbe meditare, se vuole provare a capire qualcosa.
Repubblica 28.8.14
Quei calcoli sbagliati alle origini dei conflitti
di Paul Krugman
È PASSATO un secolo dall’inizio della prima guerra mondiale, quelli che molti all’epoca definivano «la guerra che avrebbe messo fine a tutte le guerre». Sfortunatamente, le guerre hanno continuato a scoppiare. E con le notizie dall’Ucraina che diventano più preoccupanti ogni giorno che passa, sembra il momento giusto per chiedersi perché.
Un tempo le guerre venivano combattute per divertimento e per profitto: quando Roma invase l’Asia Minore, o quando la Spagna conquistò il Perù, l’obiettivo era solo mettere le mani su oro e argento. E succede ancora adesso. In una famosa ricerca finanziata dalla Banca mondiale, l’economista di Oxford Paul Collier ha dimostrato che il miglior indicatore di rischio di una guerra civile, evento fin troppo comune nei Paesi poveri, è la presenza di risorse saccheggiabili come i diamanti. Tutte le altre ragioni che i ribelli adducono per le loro azioni sembrano essere più che altro razionalizzazioni a posteriori. Nel mondo preindustriale la guerra era, ed è ancora, una contesa tra famiglie criminali per il controllo del racket più che una battaglia per i principi.
Se invece siete una nazione ricca e moderna, la guerra — anche quando è facile e vittoriosa – non paga. E questo ormai da parecchio tempo. Nel suo famoso libro del 1910, La grande illusione , il giornalista inglese Norman Angell sosteneva che «la potenza militare è irrilevante sul piano sociale e sul piano economico». Come faceva notare, in un mondo interdipendente (che già esisteva all’epoca delle navi a vapore, delle ferrovie e del telegrafo), la guerra infligge inevitabilmente pesanti danni economici anche al vincitore. Senza contare che è molto difficile estrarre uova d’oro da economie avanzate senza finire per ammazzare la gallina.
Potremmo aggiungere che la guerra moderna è costosa, costosissima. Per esempio, secondo le stime, i costi finali (includendo cose come l’assistenza ai veterani) della guerra in Iraq finiranno per superare largamente i mille miliardi di dollari, molte volte di più dell’intero Pil iracheno.
Insomma, la tesi della Grande illusione era vera: le nazioni moderne non possono arricchirsi con la guerra. Eppure le guerre continuano a scoppiare. Perché?
Una risposta è che i leader forse non sanno far di conto. Angell, tra l’altro, spesso è stigmatizzato (ingiustamente) da gente convinta che con il suo libro avesse previsto la fine della guerra. In realtà lo scopo del giornalista inglese era, al contrario, quello di sfatare i concetti atavici, ancora molto diffusi ai suoi tempi, sulla ricchezza apportata dalle conquiste militari. E le illusioni di vittorie facili sono un fenomeno che vediamo all’opera ancora oggi. È solo una supposizione, ma mi sembra verosimile che Vladimir Putin avesse pensato di poter rovesciare facilmente il governo ucraino, o almeno impadronirsi di una grossa fetta del suo territorio, con poca spesa: un po’ di aiuti sottobanco ai ribelli e il bottino gli sarebbe caduto in grembo. E già che ci siamo, vi ricordate quando l’amministrazione Bush prevedeva che rovesciare Saddam Hussein e installare un nuovo governo sarebbe costato solo 50-60 miliardi di dollari?
Il problema maggiore, tuttavia, è che i governi spesso e volentieri ricavano un guadagno politico da una guerra, anche quando la guerra in questione non ha alcuna logica dal punto di vista degli interessi nazionali.
Recentemente Justin Fox, della Harvard Business Review, ha detto che la crisi ucraina forse affonda le sue radici nelle difficoltà dell’economia russa. Come sottolinea Fox, la prolungata fase di crescita economica è stata uno dei fattori che hanno consentito a Putin di rimanere saldamente al potere in Russia. Ma ora il motore della crescita ha cominciato a perdere colpi ed è verosimile che il regime putiniano avesse bisogno di sviare l’attenzione.
Tesi simili sono state avanzate per altri conflitti apparentemente insensati, come l’invasione delle Falkland da parte dell’Argentina nel 1982, da molti attribuita al desiderio della giunta militare al potere all’epoca a Buenos Aires di distrarre l’opinione pubblica dalla disastrosa situazione economica. (Per essere onesti, alcuni studiosi contestano con vigore questa tesi.) Ed è un fatto che quasi sempre una nazione si stringe intorno ai suoi leader in tempo di guerra, indipendentemente dall’assurdità della medesima o dall’impresentabilità dei leader. La giunta militare argentina godette per breve tempo di una forte popolarità durante la guerra delle Falkland. Per un certo periodo, la “guerra al terrore” portò l’indice di approvazione del presidente George W. Bush a livelli stratosferici, e la guerra in Iraq probabilmente gli fece vincere le elezioni del 2004. Conformemente alla tradizione, l’indice di gradimento di Putin è schizzato alle stelle da quando è scoppiata la crisi ucraina.
Senza dubbio è una semplificazione eccessiva dire che lo scontro in atto in Ucraina nasca unicamente dalla necessità di puntellare un regime autoritario in seria difficoltà su altri fronti. Ma una parte di verità in questa storia c’è di sicuro, e solleva prospettive inquietanti per il futuro.
Più nell’immediato, dobbiamo preoccuparci dell’ escalation in corso nel Paese dell’Europa orientale. Una guerra a tutto campo sarebbe un disastro per gli interessi della Russia, ma Putin potrebbe valutare che una disfatta degli insorti gli farebbe perdere la faccia in modo irrimediabile.
E se regimi autoritari senza una solida legittimazione possono lasciarsi tentare dal tintinnio di sciabole quando non riescono più a garantire prosperità, pensate agli incentivi che avranno i governanti cinesi se e quando il miracolo economico di quella nazione dovesse finire (cosa che secondo molti economisti avverrà presto).
Cominciare una guerra è una pessima idea. Ma le guerre continuano a scoppiare.
© 2-014 New York Times News Service
Corriere 28.8.14
Carrère racconta l’alba del cristianesimo
«In passato ho vissuto una fede intensa: ora sono ateo, ma interessato alla religione» dal nostro corrispondente Stefano Montefiori
PARIGI — «Quella primavera, ho partecipato alla sceneggiatura di una serie televisiva. Questo l’argomento: una notte, in una piccola città di montagna, dei morti ritornano». Comincia così, in prima persona com’è costume dell’autore, e prendendola molto alla lontana, il nuovo libro di Emmanuel Carrère sugli albori del cristianesimo.
Le Royaume («Il Regno») esce oggi in Francia per P.O.L. (l’edizione Adelphi sarà nelle librerie italiane all’inizio del 2015), ed è un ponderoso volume di 640 pagine sui primi cinquant’anni della Chiesa, la vita di San Luca e su come, con l’aiuto di San Paolo, il più misterioso degli evangelisti sia riuscito a trasformare una piccola setta ebraica nella religione capace di conquistare il mondo allora conosciuto.
Si può immaginare l’interesse di molti lettori appassionati di temi religiosi, e anche l’espressione perplessa di alcuni fan di Carrère, che potrebbero accogliere con una punta di delusione un romanzo storico su una vicenda autorevolmente raccontata migliaia di volte. Ma dalla prima pagina del prologo ci si ricorda perché chi ama Carrère lo ama così tanto: parla sempre di sé e di ognuno di noi. Che lo sfondo della storia sia la Russia contemporanea, la provincia francese o il Mediterraneo di duemila anni fa.
Lo scrittore francese ha indagato sul male del singolo e di tutti in L’avversario (2000), storia di Jean-Claude Romand che il 9 gennaio 1993 uccise moglie, i due figli e gli anziani genitori dopo essersi finto medico per 18 anni. Nel 2002 Carrère ha scritto la più intima e allo stesso tempo spudorata delle lettere erotiche (Facciamo un gioco , Einaudi), pubblicandola su «Le Monde» affinché la compagna la leggesse assieme ad altre migliaia di persone durante un viaggio in treno. Nel 2007 La vita come un romanzo russo , terapia personale sotto forma di ricerca nell’ex Urss sulle tracce del nonno georgiano che aveva collaborato con i nazisti. Due anni dopo Vite che non sono la mia : le due Juliette (una mamma morta di cancro e una bambina uccisa dallo tsunami) e due giudici impegnati a favore delle famiglie afflitte dai debiti, fino all’enorme successo anche italiano di Limonov , biografia di un uomo che è stato «teppista in Ucraina, idolo della controcultura sotto Brežnev, valletto di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, volontario nelle guerre dei Balcani», infine capo carismatico di un gruppo di disperati, il partito nazional-bolscevico russo. Perché, adesso, un argomento meno originale come la vicenda dei primi cristiani? «Avevo voglia di tornare a un periodo della mia vita, che risale a circa 25 anni fa, durante il quale ero immerso nella fede».
Lo scrittore andava a messa ogni giorno, si confessava, faceva la comunione, e dedicava almeno un’ora di ogni sera a scrivere commenti di un passo del Vangelo. Fu una conversione travolgente, durata tre o quattro anni. Carrère si definisce ora agnostico «o ateo, per fare prima», ma otto anni fa, mentre lavorava a Vite che non sono la mia e Limonov , è andato a ripescare quelle note. «Sapevo che un giorno sarebbe stato interessante ripercorrere la mia crisi religiosa — ha detto Carrère a “Télérama ” —. C’è come un alieno in me, e allo stesso tempo sono proprio io. Vale per tutti: ci sono parti di sé che non si conoscono bene. Scrivere sui rapporti che si intrattengono con gli altri è interessante. Ma parlare dei rapporti tra sé e sé in momenti diversi della stessa vita non è da meno».
Il miracolo di Carrère sta, ancora una volta, nel guardarsi l’ombelico e allo stesso tempo prendere per mano il lettore, come se la sua introspezione riguardasse tutti, e da vicino. Nel caso di Royaume , prima di arrivare a San Luca e a Corinto nell’anno 50 dopo Cristo, Carrère ci parla di quella volta in cui, nel 2011, cominciò a lavorare alla sceneggiatura della serie tv francese Les Revenants , abbandonata perché non sopportava di «essere messo continuamente sotto esame da ragazzini con la barba di tre giorni che facevano facce di sufficienza davanti a quello che io e Fabrice (l’altro sceneggiatore, ndr ) scrivevamo. Grande era la tentazione di dire “se sapete già quel che c’è da fare fatevelo da soli”, e ho ceduto».
Les Revenants è stata poi un grande successo mondiale e Carrère si è sentito «come Pete Best che lascia i Beatles un istante prima del contratto discografico». Invita a cena gli amici Fabrice e Patrick. Per consolarsi, parla loro del vecchio progetto di libro sui primi cristiani, raccontandolo «come si racconta una serie tv». «Messa così, sembra roba da Philip K. Dick!», reagisce Fabrice. Carrère supera i dubbi, l’idea può prendere finalmente forma.
Le Royaume è tanti libri insieme: autobiografia (come sempre), biografia molto documentata di San Luca, romanzo storico e making of di tutti questi. L’unità è data dalla domanda centrale, formulata nelle prime pagine. Forse banale, riconosce l’autore stesso, però appassionante. Com’è possibile che così tante persone credano realmente che un ebreo di duemila anni fa, nato da una vergine e resuscitato tre giorni dopo essere stato crocifisso, tornerà per giudicare i vivi e i morti?
«Se qualcuno oggi credesse a divinità che si trasformano in cigni per sedurre dei mortali, o a principesse che baciano dei ranocchi trasformandoli in principi, tutti direbbero: è matto — scrive Carrère —. Ora, una quantità di persone credono a una storia altrettanto delirante e non passano per pazze. Hanno un ruolo sociale, forse meno importante che in passato, ma rispettato e nel complesso piuttosto positivo. Le loro stranezze convivono con attività del tutto sensate. I presidenti della Repubblica fanno visita al loro capo con deferenza. Bizzarro, no?». Carrère, pur non credendo più, non riesce a liquidare la questione con il disprezzo degli atei militanti. Quella domanda diventa il pretesto per un nuovo capitolo di indagine sull’uomo, e grande letteratura.
Corriere 28.8.14
È il clima che decide la storia
Favorì l’ascesa di Roma, preparò la Rivoluzione francese
di Giovanni Caprara
L’espansione dell’Impero romano fu accompagnata da una favorevole condizione climatica, che ne facilitò lo sviluppo. I valichi alpini erano liberi dalle nevi e consentivano alle legioni di attraversarli con i loro carriaggi. Gli scienziati hanno battezzato quel periodo Roman Climate Optimum : l’atmosfera, benigna pure altrove, consentiva l’ampliamento di nuovi grandi domini sia in Europa che in Asia. Si viveva, allora, una fase di riscaldamento ambientale che si protrasse dal I sino al IV secolo d.C.. Ma quando la temperatura cominciò a scendere di un grado e mezzo, portando inverni più freddi e umidi, si entrò nel «Pessimum alto medievale». L’Italia fu vittima di inondazioni, l’Impero romano, privato del suo granaio verde africano ormai inaridito, crollò e il continente fu percorso da forti migrazioni. Non sono questi, comunque, gli unici casi. La storia è stata spesso segnata da profondi mutamenti di questo genere in varie epoche, come accadde in Egitto quando, in seguito a una pesante variazione climatica intorno all’Ottocento avanti Cristo, si disfece l’impero del faraone Takeloth II. Stessa sorte venne riservata, poco dopo, ai Maya dall’altra parte del pianeta.
Le civiltà della Terra da sempre hanno dovuto fare i conti con l’ambiente e le manifestazioni atmosferiche e quindi il racconto della loro evoluzione deve tenerne conto. Lo dimostra con ricchezza di dettagli il volume di Wolfgang Behringer, Storia culturale del clima (Bollati Boringhieri). Behringer è uno storico dell’Università del Saarland, a Saarbrucken (Germania), dove dirige il centro per gli studi storici europei, ed è noto internazionalmente per le sue indagini. In quest’ultima si pone tre obiettivi brillantemente raggiunti: mostrare quanto siano state forti le oscillazioni climatiche nella storia del nostro pianeta, chiarendone la causa; mettere in evidenza come la società umana abbia immediatamente reagito a variazioni anche minime della temperatura e delle precipitazioni e, infine, evidenziare quanto il tipo di reazione prodotta sia dipeso più dalla cultura umana e dai suoi modelli interpretativi piuttosto che dai soli dati scientifici misurati.
L’intreccio è una sfida complessa, che ha visto altri illustri storici affrontarla, compreso il francese Emmanuel Le Roy Ladurie. Behringer ha il merito di tracciare un disegno più completo, oltre che più analitico sotto i vari fronti, ripercorrendo la storia della Terra sin dalle origini e offrendo un quadro approfondito dei significati e delle relazioni fra gli eventi.
È consueto che nell’analisi storica i fatti più tradizionali prevalgano a scapito di altri giudicati erroneamente secondari, come quelli naturali. E soprattutto oggi, che viviamo un indiscutibile cambiamento di clima. Anche perché le stagioni appaiono modificate nei loro tempi e talvolta «rubate», come l’attuale estate quasi senza sole in molte regioni: un problema a cui si aggiungono talvolta eventi meteorologici quotidiani con picchi spesso dannosi per la loro violenza. Tutto ciò può portarci a guardare l’evoluzione umana come composta da capitoli separati negli aspetti che la influenzano, alterando le interpretazioni e le necessarie risposte. È significativo come ora si attribuisca nelle discussioni un maggior rilievo agli aspetti economici nel trattare la questione, trascurando le osservazioni della scienza, ripetendo gli errori del passato. Basti pensare alle spiegazioni dedicate allo scoppio della Rivoluzione francese, per la quale, invece, il dato ambientale è stato oltremodo significativo. Il 1789 seguiva, infatti, un periodo alterno scandito prima dalla siccità, poi da rovinose precipitazioni distruttrici dei raccolti e quindi dal freddo pungente che paralizzò l’economia. Il conseguente disgelo portò inondazioni, con lo scoppio di malattie, fino a che la fame spinse la gente a ribellarsi. «Intere famiglie — scrive Behringer — davano l’assalto ai carri che trasportavano cereali, impadronendosi del carico». Già con Luigi XIV, il Re Sole, si verificarono le annate più fredde del millennio. Ovviamente, la dimensione naturalistica era da tempo accompagnata da un’incapacità politica dei regnanti ad amministrare il Paese, mentre la popolazione aumentava, accrescendo le necessità.
Anche in precedenza, nell’arco della piccola era glaciale estesa dal 1300 al 1900, le profonde alterazioni climatiche e la riduzione delle risorse esasperarono i conflitti religiosi, sociali e politici. Emergevano persino malattie psichiche o false credenze: si affermava, addirittura, che fossero i suicidi a causare il maltempo. La stregoneria, con le streghe capri espiatori sia della grandine che delle gelate, era considerata un crimine tipico della piccola era glaciale e altrettanto l’antisemitismo che l’aveva preceduta.
Il raffreddamento condizionava, inoltre, numerosi altri aspetti. In architettura le case gotiche lasciavano il passo a quelle barocche e intorno al 1600 gli edifici in legno erano sostituiti da quelli in pietra, più efficaci nel ripararsi. Cambiava il modo di vestire, con tessuti pesanti più protettivi, e la pittura, come dimostrano la nuvole nei quadri di El Greco e i paesaggi invernali di Pieter Brueghel, rispecchiava i mutamenti ambientali.
All’epoca dell’Illuminismo il clima moderatamente buono (ma faceva più freddo di oggi) alimentava l’illusione di un miglioramento delle condizioni di vita. Durò poco, però, dato che fu rapidamente spazzata via da inclementi ondate di freddo.
Conclusa la piccola era glaciale alla fine dell’Ottocento, negli anni Cinquanta del secolo scorso si vedevano i primi segni di un nuovo cambio di clima, con la temperatura in ascesa fino al 1940; un indice sempre legato allo sviluppo della rivoluzione industriale. Ma poi s’invertiva l’andamento e gli scienziati prospettavano una nuova improvvisa glaciazione, ufficializzata nella prima conferenza mondiale dell’ambiente a Stoccolma nel 1972, dove si presentava il global cooling , il raffreddamento globale. Per difendersi si suggerivano interventi estremi: dalla costruzione di una imponente diga nello stretto di Bering alla copertura delle calotte polari con una pellicola nera assorbente la radiazione solare. Presto il termometro tornava ancora ad invertire la tendenza proiettando le nazioni nel global warming , il riscaldamento globale. E il Nobel Paul J. Crutzen sosteneva che l’uomo aveva messo fuori gioco i ritmi naturali, coniando per la nostra epoca il termine Antropocene.
Ma prevedere che cosa accadrà domani con le limitate possibilità della scienza è arduo. Gli strumenti, soprattutto teorici, sono ancora inadeguati all’analisi e alla soluzione del problema. Abbiamo grandi quantità di informazioni, ma sia la loro valutazione sia la capacità di fondere insieme svariate discipline appaiono ancora insufficienti. Sui cambiamenti climatici abbiamo molti indizi, ma le risposte spesso sono più emotive che razionali. «Gli scienziati seri dovrebbero guardarsi dal voler interpretare il ruolo di Nostradamus», nota Behringer, aggiungendo che «le simulazioni al computer non funzionano meglio delle premesse in base a cui i dati vengono forniti; descrivono delle attese, non il futuro. Il clima cambia — conclude lo storico tedesco — ed è sempre cambiato. Come vi reagiamo è una questione di cultura». Certamente una tesi non da tutti accettata, che farà discutere.
Repubblica 28.8.14
Quanti errori e pregiudizi in quel viaggio di Tocqueville
Il saggio di Massimo Salvadori svela le inasattezze alla base del classico “La democrazia in America”. Senza offuscarne le geniali intuizioni
di Nadia Urbinati
LA DEMOCRAZIA in America, uscito in due volumi nel 1835 e 1840, fu uno dei primi bestseller: il primo volume ebbe varie ristampe in pochissimi mesi. È ancora oggi uno dei libri più venduti, letti e citati. La sua audience è trasversale. Albert Hirschman incluse Tocqueville tra i retori della reazione per la sua teoria della futilità della Rivoluzione francese, dannosa perché scoppiò quando l’ancien régime era già moribondo. Autore molto amato dai liberali della Guerra fredda, a Tocqueville Hannah Arendt si ispirò nel delineare i due modelli di rivoluzione, quello francese e quello americano, che hanno segnato nel male e nel bene la storia contemporanea fino al totalitarismo. La democrazia in America fa parte del bagaglio culturale di conservatori (è stato pochi anni fa ristampato in inglese con una nuovissima edizione a firma di Harvey Mansfield) e progressisti (la sua testi sul ruolo delle associazioni civili ha guidato Robert Putnam nella ricerca sul civismo in Italia, debole o assente in quelle aree che non ebbero una storia repubblicana).
Tanto successo e tanta ammirazione corrispondono a quanto Tocqueville si era proposto di fare? Quanto corretta è la rappresentazione che ci ha lasciato della società americana del 1831, quando intraprese il suo viaggio con l’amico Gustave de Beaumont? A queste domande si ispira Massimo L. Salvadori nel suo Le stelle, le strisce, la democrazia uscito da Donzelli. E la risposta è tranchant (e molto ben documentata): la ricostruzione è pochissimo corretta. Tocqueville non vide o non capì o fraintese molte cose importanti. La sua immagine della democrazia fu certo il frutto di quel che vide, ma il suo sguardo era guidato da una «sorta di pregiudizio » che divenne il suo punto di partenza ancora prima dei fatti osservati. Questi i limiti che Salvadori documenta: la sua concezione dell’eguaglianza delle condizioni sociali era immaginifica e ignorava l’esistenza di un’oligarchia potente, mentre vedeva una larga classe media che non c’era; la struttura e l’importanza della “macchina” dei partiti politici gli sfuggì completamente; la sua diagnosi della centralità degli stati dell’Unione sulla presidenza federale era sbagliata; l’analisi, toccante, dei rapporti tra neri e bianchi nel Sud produsse in lui la diagnosi, errata, di una rivolta spartachista degli schiavi; infine, la sua idea che le masse di poveri dominassero la politica e i rappresentanti eletti era a dir poco fantasiosa.
Il messaggio di Tocqueville sui rischi dispotici della democrazia, sui pericoli dell’apatia, sull’egemonia dei molti contro i pochi, sull’ugualianza come passione che livella, è stato dunque più il frutto delle sue letture classiche (Platone, Aristotele, Pascal, e poi naturalmente Rousseau) e dei traumi subiti dalla sua famiglia e dalla società francese con il Terrore che delle osservazioni raccolte durante il viaggio in America. Tocqueville non fu uno scienziato politico. Ma il raffinato esame che ci propone delle emozioni collettive, della funzione razionale delle passioni, delle conseguenze inattese che le scelte individuali hanno sulla società resta fondamentale per chi voglia capire i comportamenti sociali moderni. E la sua analisi innovativa sulla natura dell’individualismo, la formazione di una religiosità panteistica mossa dalla fede della scienza e nella tecnologia, la natura contraddittoria di molti beni sociali moderni come la stampa, l’informazione, l’associazione degli interessi resta un punto fondamentale di ispirazione. Tocqueville vide una democrazia nelle relazioni sociali: per esempio, il fatto che la cultura dei diritti induca a volere eguaglianza di considerazione e riconoscimento o che i rapporti di eguaglianza erodano l’autorià dei padri e dei mariti, cambiando la struttura della famiglia. Con Salvadori si può allora dire che non é l’America del suo tempo che dobbiamo cercare nel libro di Tocqueville. Ma forse è proprio questo anacronismo che ha reso La democrazia in America capace di resistere al tempo.
Repubblica 28.8.14
Le donne e la paura di non essere all’altezza
di Brunella Gasperini
qui
Repubblica 28.8.14
Eterologa Io, paziente numero 5
“Il mio turno potrebbe arrivare a metà settembre. Allora mi sottoporrò all’impianto dell’ovocita fecondato Il sogno di una nuova gravidanza, le paure e le incognite tra diritti e vuoto legislativo”. Ecco il diario di una (possibile) madre
di Vera Schiavazzi
BOLOGNA SE SEI la paziente numero 5 in lista d’attesa per la fecondazione eterologa, il tuo turno potrebbe arrivare prestissimo, già a metà settembre. Se sei quella paziente, una delle prime ad aver bussato alla porta di Tecnobios (il centro per la fertilità fondato da Carlo Flamigni) all’indomani della sentenza del 10 aprile che ha “liberato” le donazioni, ti senti già piuttosto fortunata, stai prendendo gli estrogeni per prepararti a ricevere l’ovocita fecondato che un’altra donna accetta di regalarti. Una donna che non conosci, ma che speri sia anche lei fortunata: fino all’ultimo nessuno saprà se davvero ha ovociti in eccesso da donare a un’estranea. Peccato, perché tu hai fretta: quando sei una cinquantenne non ti resta molto tempo: c’è spazio per uno, due tentativi.
Ma prima, prima di questa vigilia ansiosa e felice, c’è stato tempo per le domande e per le paure, per i conti e i fantasmi (che faccia avrà la donatrice? Che studi avrà fatto? Sarebbe una buona madre?). Per sapere che cosa succede davvero quando si decide di far nascere un bambino che avrà il Dna di un’altra.
Ecco il racconto di questo viaggio avventuroso, un viaggio sul quale in molti parlano, straparlano e litigano, ma che solo i pazienti e i loro medici conoscono davvero.
10 aprile . La Corte Costituzionale dice che non è più vietato ricevere gli spermatozoi o gli ovociti di una terza persona. Possono farlo tutte le coppie eterosessuali. Dopo il primo tg, telefonata al ginecologo: “È vero? Possiamo?”. La risposta è una doccia fredda: “Calma, signora. Non sappiamo ancora nulla, bisogna aspettare”.
10 giugno . Arrivano le motivazioni della sentenza, anche il ginecologo è più ottimista: “Non c’è vuoto legislativo, in teoria si può fare. Si metta in lista a Bologna, e magari anche a Catania e a Milano. Non abbiamo molto tempo…”. Telefonata a Tecnobios, la persona dall’altra parte è gentile e discreta, ma è la paziente a voler chiarire di che cosa si tratta: “Ho due figli grandi, un nuovo compagno, vorrei tentare con l’eterologa”. L’appuntamento viene fissato in fretta.
25 giugno . Si parte in treno, due ore da Torino a Bologna cercando di non farsi troppe fantasie. Alle 15 c’è la visita, il momento della verità. Il dottor Luca Borini fa un’anamnesi accurata, vuole essere sicuro che non ci siano problemi di salute, cardiopatie, ipertensione, diabete. Poi arrivano gli avvisi: “Parlo a tutti e due perché se la signora dovesse stare male o se l’eventuale bambino nascesse prematuro le conseguenze ricadrebbero su entrambi. Voglio essere chiaro: con l’eterologa, ricevendo l’ovocita di una donna giovane e fecondandolo con i suoi spermatozoi, le vostre possibilità crescono molto, possono arrivare al 40 per cento. Ma non è sicuro che la gravidanza ci sarà. E se anche ci fosse, non sarà una passeggiata: all’età della signora le possibilità di una gestosi e di un parto prematuro sono quasi una su due, e comunque tutto l’organismo fatica ad adattarsi. Il fatto che abbia già figli è una buona premessa, ma non basta”.
Un parto prematuro, d’accordo, ma quanto? “Non lo sappiamo. Nessuno lo può dire”. Possiamo sapere qualcosa sulla donatrice? “No. Saremo noi a scegliere tra le pazienti che nello stesso momento si faranno prelevare gli ovociti per tentare un altro tipo di fecondazione. Possiamo solo garantirvi che sarà una donna giovane, non oltre i 35 anni, e che la sceglieremo tra quelle con il gruppo sanguigno compatibile e un aspetto fisico non troppo lontano dal vostro”.
L’ecografia è già fatta, restano una mammografia, un pap test, l’elettrocardiogramma sotto sforzo e gli esami del sangue. “Pensateci, e se decidete per il sì spediteci gli esiti”.
9 luglio . Gli esami sono buoni, la decisione è presa: sì. Ma restano molte domande, e si decide un secondo colloquio: se nascerà un bambino, siamo obbligati a dirgli che da qualche parte esiste una mamma biologica diversa? E se sì, lui o lei potranno conoscerla? “No. Non serve a nulla, in nessun caso. Noi conserveremo sempre l’anonimato dei donatori. E vi consigliamo di dire la verità al bambino, ma è una decisione che spetta solo a voi”. Gli estrogeni potrebbero essere dannosi? “No, sono solo una piccola parte degli ormoni che la gravidanza porterebbe comunque con sé”.
Quando sapremo se ci sono gli ovociti “giusti” per noi? “Vi preavviseremo qualche giorno prima, visto che abitate in un’altra città. Ma la certezza l’avrete solo all’ultimo, quando la donatrice avrà fatto il pick up e noi potremmo vedere quante uova ci sono e se sono mature. A quel punto restano quattro ore per fecondarle. Se andrà bene, ne avremo a disposizione circa tre, e dopo cinque giorni potremmo ritrovarci con un embrione o due e scegliere il migliore da trasferire alla signora. Di lì in poi, non possiamo fare previsioni, vi seguirà il vostro ginecologo di fiducia”. Il transfer sarà doloroso? “No, niente anestesia, solo un piccolissimo catetere per piazzare le uova fecondate nell’utero”.
Poi, la domanda che quasi dispiace ma non si può non fare: quanto costa? “Per adesso, meno di una fecondazione omologa: circa 2.500 euro per un ciclo, perché i trattamenti sono di meno. Presto speriamo di poter rimborsare le donatrici, potrebbe trattarsi di circa 900 euro per coprire una parte delle spese e le assenze dal lavoro. Ma, credetemi, nessuna donna si metterebbe a farlo per guadagnare”. E se la gravidanza non arriva? “Ci potete riprovare, ma senza andare troppo oltre le soglie di età indicate in quasi tutta Europa come limite ultimo. Se avremo due embrioni, ne conserveremo uno e si potrà tentare quasi subito. Altrimenti, tornerete al fondo della lista. Per questo vi consiglio di iscrivervi in più centri, e magari anche all’estero”. Dove? “Non vogliamo dare questo genere di consigli, ma ci sono Paesi come l’Ucraina e alcuni Stati americani dove l’età non viene considerata un vincolo assoluto, anche se i costi salgono”.
Nel viaggio di ritorno, si scherza: “Vorrei avere davanti quella signora che al telegiornale ha detto che non c’è fretta, che è meglio che i centri stiano fermi in attesa della legge…”. E si mettono le mani avanti anche sul matrimonio che non c’è: “Guarda che se poi ti stufi non puoi dire che il figlio non è tuo, la legge lo vieta”.
27 agosto . Il centro Tecnobios è ancora chiuso per le vacanze, riaprirà il 1° settembre. Ma il dottor Borini risponde lo stesso al telefono: “Signora, stia tranquilla. È tra le prime, penso che la chiameremo già tra dieci giorni perché possa organizzarsi col suo compagno. Ha cominciato con gli estrogeni? Bene. A presto”. Adesso sembra vero, quasi dietro l’angolo. E nessuno ha giudicato nessun altro, nessuno ha indagato sul perché una donna cinquantenne vuole diventare madre per la terza volta, su quanto buoni saranno questi possibili candidati-genitori, su che cosa accadrà quando qualcuno potrebbe scambiare il papà con il nonno. “Lo potete sapere solo voi”, ha ripetuto tante volte, con pazienza, Borini. Per poi finire con una battuta che ha fatto ridere tutti: “Sapere chi è la donatrice è inutile. Vi avviso però: nessuna sarà mai bella come la signora, e dite ai nonni di non cercare somiglianze…”.
Repubblica 28.8.14
Toscana, già mille in lista d’attesa ma chi viene da fuori dovrà pagare
di Michele Bocci
FIRENZE MILLE pazienti in lista d’attesa, la volontà di far pagare per intero il trattamento a chi arriva da fuori, i problemi con i donatori. La Toscana è l’unica Regione ad avere approvato una delibera che autorizza i suoi centri, pubblici e convenzionati, alla fecondazione eterologa e ora si trova ad affrontare un boom di richieste ma anche problemi pratici. Circa il 60% delle coppie che hanno chiesto un appuntamento arrivano dal resto d’Italia e ci sono strutture, come Careggi, che fissano le visite già per dicembre. Tra l’altro il policlinico fiorentino è un centro dove tradizionalmente non si fa molta procreazione medicalmente assistita (pma). La pressione è dunque ancora maggiore sui convenzionati: alcuni hanno già 150 persone in agenda.
Dopo la sentenza della Consulta che ha cancellato il divieto di eterologa dalla legge 40, la Toscana con una delibera ha dato ai centri le indicazioni necessarie a partire. Visto che il decreto dello stesso tenore del ministro Lorenzin è stato bloccato da Renzi, che ha preferito rinviare tutto al Parlamento, il sistema sanitario toscano è oggi il solo a garantire il trattamento. Gli altri governatori aspettano il 3 settembre, quando si riunirà lo Stato-Regioni. Vogliono decisioni rapide, magari l’emanazione di linee guida ministeriali, altrimenti minacciano di partire comunque. Vista la situazione nazionale, le domande ai centri toscani sono tantissime. «Abbiamo fatto bene ad andare avanti», commentava ieri su Facebook il governatore Rossi. Presto arriverà un nuovo atto affinché il trattamento sia assicurato ai residenti della regione al costo del ticket dell’ omologa, circa 500 euro. Chi viene da fuori dovrà invece versare l’intero prezzo della prestazione, tra i 3.000 e i 3.500 euro, perché alcune Regioni hanno già detto di non volersi fare carico della spesa dei loro cittadini, visto che le loro strutture non offrono quel tipo di prestazione.
Avviare l’eterologa però comporta problemi pratici, e nella regione guidata da Rossi se ne stanno rendendo conto. Prima di tutto c’è il tema della donazione. Deve essere gratuita ma è difficile non prevedere un rimborso sostanzioso per “compensare” la donna che fa un trattamento ormonale importante, necessario a produrre gli ovociti. Mettere in piedi velocemente una banca regionale, inoltre, è molto difficile, così alcuni centri hanno deciso di usare i gameti già presenti nei loro congelatori e appartenenti alle coppie che hanno fatto i trattamenti di pma. Quasi tutti coloro a cui è stato chiesto hanno acconsentito a donarli. In altri casi si ragiona anche sulla possibilità di acquistare ovociti e liquido seminale all’estero, presso aziende certificate. Ma c’è appunto il problema del pagamento.
Per risolvere altre questioni ci si rifà alle norme già esistenti. Non solo in Toscana ma anche nei centri privati di altre Regioni che partono con l’eterologa. Il trattamento, dice la legge 40, può essere fatto da persone “coniugate o conviventi”. Nel secondo caso non è chiaro da quanto tempo la coppia debba esistere ma teoricamente bastano pochi giorni. Riguardo al tema della selezione del donatore, stando al parere dell’avvocato Gianni Baldini, consulente della Toscana, vanno seguite le linee guida delle società scientifiche. «Tra la coppia e il nascituro deve esserci compatibilità genetica, cioè comunanza di razza e di caratteri fenotipici fondamentali, come il colore della carnagione o dei capelli — spiega il legale — Però i futuri genitori non dovranno fare richieste, sarà il ginecologo a valutare la compatibilità genetica e scegliere il donatore giusto per loro».
Repubblica 28.8.14
Nuovi desideri /1
Noi e il senso di vuoto secondo lo psichiatra Eugenio Borgna
Il sogno degli italiani? Essere ascoltati
intervista di Simonetta Fiori
NON dimenticare mai di formulare un desiderio. Mai rinunciare ai desideri, dice la madre di Malte Laurids Brigge in una celebre opera di Rilke. Ma siamo ancora capaci di avvistare le stelle filanti, alla ricerca di qualcosa che ancora non c’è? Gli italiani sanno ancora desiderare, che poi significa riconoscere il futuro dentro il proprio corpo sociale? E come sono orientati i nostri desideri? Cominciamo il nostro viaggio da un esploratore di anime quale Eugenio Borgna, protagonista della psichiatria italiana e autore di libri bellissimi sulla condizione umana.
Può darmi una definizione del desiderio?
«È necessaria una premessa. Allo stesso modo della speranza, anche il desiderio è condizionato dalla storia personale di ciascuno di noi. Se il mio vissuto è stato ricco, anche la sfera dei desideri resta estesa e polimorfa».
Il desiderio è desiderio di desiderare, come diceva Lacan?
«Sì, in qualche modo sì. Un’esperienza condizionata dal passato, ma soprattutto aperta al futuro. Desiderare significa riconoscere dentro di sé questa dimensione del tempo che è il futuro. Se in me muore il futuro, muoiono anche i desideri. Se io vivo prigioniero del mio passato gli spazi aperti del desiderio si comprimono. A volte si annullano».
Questo vale per la vita personale.
Ma posso estendere questa nozione alla vita di una collettività? Si possono storicizzare i desideri?
«Certo. Non esiste desiderio che non sia intrecciato al tempo, alla circolarità senza fine tra passato presente e futuro. Noi storicizziamo i contenuti delle speranze e dei desideri perché essi non sono liberi ma condizionati dalla storia personale di ciascuno di noi».
Si può psicoanalizzare il nostro passaggio storico? Siamo una società ancora desiderante? E in che termini?
«Siamo tutti magnetizzati da desideri immediati che ci impediscono di guardare ai desideri più grandi. È anche questo un effetto della crisi economica: ha spostato il nostro orizzonte dai desideri più alti a quelli legati alla quotidianità: il benessere o la pura sopravvivenza. Tutte pulsioni legittime, ma non sono quelle a cui si riferisce Rilke nei Quaderni di Malte Laurids Brigge : non lasciare morire mai un desiderio perché altrimenti la tua vita perde di senso. Questa immagine custodisce il segreto più profondo del desiderio inteso come qualcosa che oltrepassi la condizione individuale per metterla in relazione con un altro orizzonte di senso. Non c’è desiderio senza trascendenza. Non ci sono speranze se non c’è l’ansia di uscire dai confini limitati del mio io. Più entro in relazione con gli altri, più mi trasformo».
Il desiderio è dunque relazione.
«Sì, è la ricerca infinita di qualcosa che possa portare scintille di luce anche quando le disfatte esistenziali mi spingono verso il buio. È anche favorire una maturazione che mi impedisca di restare mummificato dentro di me — io sono quello che divengo, diceva Nietzsche. Sono questi i desideri grandi che mi permettono di andare avanti, mentre oggi vedo proliferare solo desideri finiti. Ma un conto è vivere, un altro è sopravvivere. E secondo Rilke, io vivo solo se ho desiderio di infinito, lo stesso di cui parla Leopardi, anche Pascal o il Musil di I turbamenti del giovane Törless . È quel sentimento che ci fa cogliere la seconda vita che è dentro di noi».
La malattia psichica del nostro tempo è una sorta di depressione?
«Mi sembra una definizione fin troppo generosa: la depressione nasce dalla perdita di qualcosa che può essere riconquistata. Temo si tratti di un tumore psichico molto più doloroso che si chiama indifferenza. La condizione spirituale più diffusa è oggi l’apatia la perdita di ogni sentimento di solidarietà. Perfino i migliori tra noi sono indotti a perdere di vista “i desideri di infinito” per inseguire quelli microscopici del proprio orticello. Ma anche l’indifferenza è una forma di disturbo psichico. La crisi economica ha l’effetto di far risalire dentro di noi i demoni».
Lei sostiene che ci siamo scoperti più fragili. Ma questo non è in contraddizione con la diagnosi di apatia morale?
«No. Cresce la fragilità ma contemporaneamente cresce una condizione psichicamente diversa che è l’apatia. Chi è fragile non diventerà mai apatico. Proprio perché associata a una straordinaria introspezione e a capacità di ascolto, la fragilità ci rende immuni dall’insorgenza di disturbi psichici come l’indifferenza. È uno scudo insostituibile. Se io so quanto le parole, i silenzi, le distrazioni possano far male, non cadrò mai in quell’errore. Ma la maggior parte delle persone rifugge dalla fragilità perché socialmente sconveniente, faticosa da sopportare».
Perché nel suo ultimo saggio sulla fragilità include in questa definizione anche i desideri?
«Una pietra non è fragile perché sopravvive a tutti gli urti. Invece desideri, speranze e anche tristezza sono fragili perché non sanno resistere alle aggressioni dell’indifferenza. Vanno in pezzi. E qui sta il loro valore enorme. Sono infinitamente più preziose le emozioni e le parole che si rompono di quelle inconsistenti che non si rompono mai».
Le donne reggono meglio alla crisi?
«Sì. Il tessuto interiore delle donne è più ricco e più capace di introspezione. Sono le donne quelle che sanno leggere e rivivere la vita degli altri come uno specchio nel quale il divenire degli accadimenti si riflette senza perdere il suo significato più profondo».
Alla fine della sua esperienza, da psichiatra e da psicoterapeuta, cosa ha capito degli essere umani?
Qual è la cosa di cui hanno più bisogno?
«Il desiderio sconfinato di essere ascoltati. E di vivere il tempo di ogni incontro senza i condizionamenti dell’orologio ma nella sincronia tra il tempo interiore di chi ascolta e il tempo interiore di chi è ascoltato. Si possono incontrare persone anziane che si sono amate tutta la vita senza mai conoscersi. È l’enorme e imperscrutabile fenomeno della solitudine».
Lei è stato ascoltato?
«Credo che il mio destino non potesse essere che questo».
Ma io non mi riferisco all’esercizio della professione.
«Attenzione, il termine professione in psichiatria è quanto mai pericoloso. Se il contatto tra paziente e medico viene legato a un concetto tecnico non so quanto la cosa sia utile per chi sta male e per chi cura. Uno dei più grandi psichiatri del Novecento, Viktor Emil von Gebsattel, racconta che Lou Andreas Salomé avrebbe voluto che lui diventasse lo psicoterapeuta di Rilke. Lo scrittore in un primo tempo aveva accettato, poi si rifiutò temendo che l’analisi di Gebsattel gli avrebbe ucciso gli angeli: gli angeli delle elegie, gli angeli dell’annunciazione. Questo episodio restituisce la ricchezza emotiva dell’incontro tra medico e paziente».
Ritiro il termine di “professione”, ma ripeto la domanda: lei nella sua vita è stato soddisfatto in quello che ha indicato come il bisogno primario degli esseri umani?
«Qualche volta sì. È difficile essere ascoltati fino in fondo».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
“La crisi economica riduce gli orizzonti e si rischia di inseguire solo il proprio orticello” “Una relazione con gli altri è la ricerca continua di luce quando le disfatte ci spingono verso il buio
Vivere non è sopravvivere E come diceva Leopardi, si vive solo per l’infinito
Con lo psichiatra Eugenio Borgna iniziamo una serie di interviste per raccontare l’Italia attraverso i desideri. Cosa vorremmo davvero oggi, quando stiamo vivendo la crisi economica più grave del dopoguerra?
Corriere 28.8.14
The President
Parabola di un dittatore in fuga con il nipotino
Nel Paese senza nome la vita procede a ritmo di valzer, le strade sono illuminate da lampadari di cristallo e una voce dall’alto informa che Dio è in cielo ma in terra è il Presidente a vegliare su tutti. Un suo cenno, e sette terroristi vengono giustiziati all’istante. Un colpo di telefono, e le mille luci del regno brillano o si oscurano all’istante. Ma una sera, mentre ripete con il nipotino il gioco dell’accendi-spegni, l’interruttore s’inceppa. Il Paese da operetta piomba nel buio, i soli fuochi che divampano sono quelli della rivoluzione, ai valzerini subentra il sinistro ritmo dei mitra… Non resta che battersela di corsa. Sua Maestà e Sua Altezza Reale, ormai solo un nonno e un nipotino in fuga.
The President di Mohsen Makhmalbaf inizia con i toni grotteschi del Dittatore di Baron Cohen e si chiude con quelli tragici, da cronaca recente. Quel vecchio tiranno dagli abiti laceri tirato fuori da un buco dal popolo smanioso di mettergli la corda al collo non può non ricordare l’epilogo di Saddam Hussein. «Cadono i regimi ma quel che viene dopo spesso è segnato da una violenza pari o maggiore del passato — commenta il regista iraniano —. È successo in Iran, in Iraq, in Siria». Uccidere no, ma perdonare è difficile. «La terza via, indicata dal film, è rendere ridicolo chi si credeva un dio onnipotente. I dittatori fanno paura da lontano, ma da vicino spesso fanno ridere». Esule dal 2005 dall’Iran, Makhmalbaf ha girato The President in Georgia. «L’Iran mi manca ma non posso tornare. Neanche mia moglie può andare a trovare i suoi genitori che stanno morendo. Le dittature non uccidono solo le persone, dividono le famiglie. (G. Ma.)
Repubblica 28.8.14
Makhmalbaf: “Il mio bambino simbolo della Primavera araba”
di Maria Pia Fusco
VENEZIA . La favola di un uomo che credeva di essere dio, e che dopo un viaggio nell’inferno della violenza ritrova la sua umanità. Così Mohsen Makhmalbaf definisce il suo The President, che comincia proprio come una favola, con un nonno che per dimostrare al nipotino il suo immenso potere solo con una telefonata riesce a far spegnere tutte le luci della città e poi a farle risplendere a piacer suo. Un bel gioco al quale il bambino partecipa felice, finché la luce non ritorna e nel buio cominciano sentirsi grida, rumori minacciosi, forse spari.
The President, un tiranno che si fa chiamare Sua Maestà e governa con spietata ferocia, si allarma, manda in salvo la famiglia all’estero, promette di partire anche lui dopo aver riportato l’ordine nel paese. E il nipotino resta con lui, vuole continuare a giocare con il nonno.
Ma l’ordine non tornerà, la rivolta contro il tiranno è esplosa. Abbandonato da tutti, senza più mezzi né amici, il tiranno cerca di confondersi in mezzo al popolo, trova una chitarra e si improvvisa musicante di strade con il nipote che in vesti da bambina balla con grazia, mentre attraversano il paesaggio della violenza, le ruberie, le esecuzioni per le strade, gli stupri. In ogni modo il nonno cerca di proteggere il bambino, dalla paura, dalle immagini della brutalità umana, dalla morte, mentre si rende conto di essere il responsabile di tanta ferocia. «Durante la primavera araba sono cadute alcune tirannie, ma nel mondo ci sono ancora almeno quaranta dittatori al potere. E nei paesi che hanno fatto la rivoluzione per la libertà e la democrazia spesso la violenza è entrata in un circolo senza fine, ha generato altra violenza», dice il regista iraniano che da dieci anni vive fuori dal suo paese e da Venezia invia un pensiero ai suoi colleghi rimasti in Iran, spesso nell’impossibilità di lavorare. In The President ha voluto «il bambino, simbolo dell’innocenza: la sua e quella che il nonno ha perduto e che lui, con la semplicità ingenua dei suoi perché riesce a far riaffiorare. Il peggio delle dittature è la distruzione delle famiglie, oltre alle migliaia di morti ci sono milioni di senza famiglia, solo quest’anno le NU ne hanno denunciato 50 milioni. Vorrei che i dittatori rispondessero alle domande dei bambini innocenti, vorrei che questo film fosse un piccolo contributo alla cultura della non violenza, dobbiamo farla crescere, altrimenti a una dittatura che cade un’altra si sostituirà».
L’Unità torna online dal 29 agosto. I giornalisti: “Pd, siamo problema o risorsa?”
I lavoratori de L’Unità, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, che dal 1° agosto non è più in edicola, ripartono dalla Festa nazionale del Pd in corso a Bologna. “Dal 29 agosto saremo sul web per raccontare questa festa, la cronaca e la politica italiana”, spiega Bianca Di Giovanni, giornalista e membro del comitato di redazione. “Lavoreremo gratis in attesa di avere novità sul nostro futuro”. E mentre il segretario del Pd e premier Matteo Renzi promette che presto il giornale riaprirà e tornerà in edicola, Umberto De Giovannangeli, storica firma del foglio di sinistra, chiede chiarezza: “L’Unità è un problema o è una risorsa? In questi mesi abbiamo parlato con molti dirigenti del Pd, ma nessuno ha saputo dirci che tipo di giornale vuole. Non vogliamo riportar in edicola un giornale qualunque” di David Marceddu
un video qui
http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/08/27/lunita-torna-online-dal-29-agosto-giornalisti-pd-siamo-problema-o-risorsa/293947/
il Fatto 28.8.14
Il Cdr de L’Unità al partito: “Basta con le illusioni”
LA FESTA dell’Unità di Bologna si inaugura senza L’Unità nelle edicole. Il comitato di redazione della testata, in una conferenza stampa prima dell’inaugurazione dell’evento a Bologna, ha lanciato un messaggio chiaro al Pd: “Aspettiamo i fatti e vogliamo trasparenza assoluta sulle offerte che il Pd sta organizzando e sostenendo per il futuro dell’Unità”. I cronisti, intanto, si danno da fare per rilanciare il sito d’informazione in maniera del tutto volontaria, da domani online in forma ridotta, proprio per seguire la festa. Simone Collini, uno dei tre membri della redazione presenti all’evento allestito al Parco Nord ricorda, però, che il 31 luglio è già stato impedito ai giornalisti di lavorare gratuitamente. Il collega Umberto De Giovannangeli, lancia l’ennesimo ultimatum agli esponenti democratici: “Mi chiedo se la nostra storia è anche la vostra storia. Se lo è, noi qui non siamo ospiti, ma protagonisti, altrimenti basta dirlo e smettere di abusare della nostra pazienza”. Il vicesegretario di partito, Debora Serracchiani, risponde ai giornalisti e rassicura “che il Pd farà tutto quanto possibile perché l’Unità riapra e torni a pubblicare come ha fatto per 90 anni”.
il manifesto 28.8.14
Al via la festa del Pd, senza il quotidiano
I giornalisti al partito: «Ma quella dell’Unità è anche la vostra storia?»
di Giusi Marcante
segnalazione di Nuccio Russo
Si riparte dal web aspettando Matteo Renzi. I giornalisti dell’Unità da domani torneranno a rianimare il sito del quotidiano che il 31 luglio ha sospeso le pubblicazioni. Lo faranno gratuitamente rimuovendo il “bavaglio” che era stato loro imposto quando avevano subito proposto di tenere aperta l’edizione on line per mantenere vivo il dialogo con i lettori; la risposta era stata negativa ma in queste settimane si è trattato per arrivare a questo risultato.
Le parole più importanti i giornalisti le aspettano però dal segretario del Pd che il 7settembre dal palco della festa dell’Unità di Bologna potrebbe annunciare un ritorno in edicola del quotidiano fondato da Antonio Gramsci. «Vogliamo mandare un messaggio al Pd — ha detto ieri Bianca Di Giovanni del Comitato di redazione del giornale in una conferenza stampa convocata proprio all’interno della festa di Bologna — vogliamo trasparenza assoluta e i giornalisti devono essere informati su quello che accade». Il premier ha detto che il giornale dovrà avere una formula più «moderna». I giornalisti hanno ribadito che quella della chiusura dell’Unità è stata una vicenda politica e non una questione di mercato perché c’erano offerte per rilevare la testata. «Si è trattato di una vicenda oscura che ha visto mancare l’accordo politico per salvare il giornale» ha proseguito Di Giovanni. Il verbo renziano è stato riproposto da Deborah Serracchiani che, inaugurando ufficialmente la festa, l’ha ribadito dal palco. Con una frase abbastanza generica: «Il Pd farà di tutto per riportare in edicola l’Unità», accolta da un tiepido applauso.
Che la festa dell’Unità senza l’Unità sia effettivamente un paradosso l’ha dimostrato plasticamente Claudio Gandolfi, militante bolognese che ha deciso di scioperare dal suo ruolo di volontario: «Ho fatto questa scelta e fino al 7settembre non sarò come sempre allo stand del tappo», la mitica pesca nella quale si vincono piante e fiori. «Poi quando la festa sarà solo provinciale — prosegue — tornerò a fare il volontario. Non mi riconosco nella gestione di Renzi e come me altri hanno preso la stessa decisione». Nelle mani del “volontario scioperato” i giornalisti hanno consegnato l’appello «L’Unità è viva» perché anche altri volontari lo firmino. E tra le persone sedute in attesa dell’inizio della festa si sente effettivamente la mancanza del giornale. Quello che si raduna qui è uno piccolo zoccolo duro e di età anagraficamente alta che vorrebbe il ritorno del giornale in edicola e non si accontenta del web, «una scelta di serie B», dice una signora. C’è chi propone che deputati e senatori devolvano mille euro al mese del loro stipendio, chi riconosce che lo acquistava ma più per appartenenza ideologica che per interesse, chi è arrabbiata perché la cronaca di Bologna era stata chiusa. E poi c’è chi, senza girarci troppo intorno, dice con spiccato accento bolognese: «Io vorrei sapere qual è il vero motivo che ha portato a chiudere il giornale perché non ce l’hanno spiegato e io questa chiusura ce l’ho proprio qui». Un altro tema sollevato dai giornalisti è stato quello del dibattito che avrebbero voluto organizzare, proprio alla festa bolognese, sul quotidiano. Una proposta avanzata il 12 agosto «ma nessuno ci ha ancora risposto», spiega Bianca Di Giovanni. Le parole più arrabbiate, tra i componenti del Cdr, le ha usate Umberto De Giovannangeli. «Ai dirigenti del Pd incontrati in questi mesi abbiamo chiesto che giornale avrebbero voluto: nessuno ci ha risposto in modo serio». Tanto che, ha continuato De Giovannangeli, ci siamo chiesti: «Ma questa storia, quella di questo giornale, è la vostra storia? ». «E’ un problema di questo partito con la sua memoria» ha detto il giornalista, veterano del quotidiano.
I giornalisti, che l’ultimo stipendio l’hanno visto ad aprile, stanno aspettando anche la firma del decreto che faccia partire la cassa integrazione, dovrebbe essere questione di giorni. Il quotidiano in questo momento è nelle mani dei liquidatori che hanno fissato il 5 settembre come step per la presentazione di eventuali offerte da parte di cordate pronte a rilevare il giornale. Poi dovrebbe essere nominato il giudice fallimentare che seguirà la procedura.
il Fatto 28.8.14
I ministri o la tragedia dell’inutilità
di Ma. Pa.
È evidente che una certa forma di egoismo, o meglio egotismo, è normale in un politico di mestiere, ma qui si esagera e il Matteo Renzi di Palazzo Chigi ha ormai i contorni della “follia narcissica” gaddiana: il capo tutto esamina, tutto decide, tutto nasconde ai sottoposti. Silvio Berlusconi, altro discreto egotista, aveva almeno, diciamo, altri interessi oltre alla politica e un supremo sprezzo per l’amministrazione giorno per giorno. L’attuale premier, invece, tutto il contrario. Il livello di accentramento è tale che i ministri vivono ormai senza filtri la tragedia della propria irrilevanza: più che governare, gli tocca fare i giornalisti. Cercano fonti a Palazzo Chigi, meglio se dentro il cosiddetto “giglio magico” (Luca Lotti e Maria Elena Boschi i più gettonati), per sapere cos’ha in mente il premier riguardo ai provvedimenti che loro stessi dovranno poi firmare. Alcuni brevi avanzi di cronaca.
ANDREA ORLANDO. Il Guardasigilli, in questi ultimi giorni, è diventato un vero cronista politico: compulsa le fonti alla Presidenza del Consiglio, chiama i sottosegretari, interroga i colleghi in Parlamento. Vuole sapere cosa ci sarà alla fine nel disegno di legge che verrà licenziato dal governo domani: sui giornali si continua a scrivere che in Consiglio dei ministri alla fine si parlerà solo di giustizia civile e però sono settimane che lui, tapino, prepara anche riforme sul penale. “Ma la tua è una fonte buona? ”, chiede a un interlocutore. “Ma a te che t’ha detto? ”, butta lì con un altro che ha avuto il privilegio di vedere il premier. Ieri, poi, incalzato dai gruppi parlamentari, l’ha dovuto dire: “Decideremo col premier quali punti portare in Cdm”. Tradotto: quando me lo dice ve lo farò sapere.
STEFANIA GIANNINI. È il caso dell’estate: domani a Palazzo Chigi si presenta infatti non la riforma della scuola, non sia mai, ma le relative slide. Lei, però, è fuori dai giochi. Quella s’era azzardata a buttare là “basta con le supplenze” e quell’altro - il premier s’intende - s’è subito fatto la sua riunione sul tema senza nemmeno convocarla e poi ha passato la velina ai giornaloni: “Assumeremo 100 mila precari”. Con quali soldi, come, quando? Non si sa. Si chiedono al ministero: ancora non si sa che fine faranno i quattromila “forzati” di quota 96 che non si riesce a mandare in pensione e questo assume? Se va bene, lo scopriranno domani, altrimenti se ne parla tra un mese.
GIULIANO POLETTI. All’ex presidente di Legacoop fischiano le orecchie da settimane. Non c’è intervento di autorità internazionale (Draghi) e paese creditore (Germania) in cui non si chieda all’Italia di fare le riforme, che poi sono due: tagliare la spesa pubblica purchessia e precarizzare il lavoro. Questa seconda parte dovrebbe spettare proprio al titolare del Lavoro attraverso il famigerato Jobs act: la relativa legge delega giace in Senato dal lontano 3 aprile e fissa la cornice degli interventi e prevede “ulteriori tipologie contrattuali espressamente volte a favorire l’inserimento nel mondo del lavoro, con tutele crescenti per i lavoratori coinvolti”. Ma i particolari? Sarà il progetto Ichino o quello Boeri-Garibaldi? Via l’articolo 18 oppure resta e si applica col tempo? I parlamentari del Pd dell’area sinistra, che poi sarebbe la sua, gli chiedono in continuazione chiarimenti: “Non lo so ancora”, risponde lui, tanto onesto quanto rassegnato.
FEDERICA GUIDI. Pare che domani approvino un decreto che riguarda assai anche lo Sviluppo economico: si chiama Sblocca Italia, ma la ex presidente dei giovani di Confindustria ne conosce solo i titoli: se lo sono palleggiato Maurizio Lupi, fino a un certo punto, e poi è passato alle cure di Renzi (e di Padoan) che ieri sera ha organizzato la solita riunione senza estranei con Lotti e Delrio per decidere i dettagli. Guidi è scomparsa dai radar: ieri per parlare di crisi industriali il segretario della Fiom, Maurizio Landini, s’è presentato a palazzo Chigi (ma la cosa dovrebbe interessare anche Giuliano Jobs Act Poletti).
BEATRICE LORENZIN. Gli ha portato la legge sulla fecondazione eterologa e Renzi l’ha cestinata in malo modo e facendolo pure sapere a tutti. Lei ha generosamente annunciato il suo Patto per la salute con novità su ticket, posti letto, i nuovi Livelli elementari di assistenza (Lea) e altre cosette, compreso l’allentamento dei vincoli alle nuove assunzioni, ma le è stato chiarito che la politica sanitaria la scrivono Carlo Cottarelli e il ministro Padoan, che ieri ha detto al Corriere della Sera che ci saranno nuovi tagli (il Parlamento, per dire, dice invece che la spesa è già al minimo).
VARIE ED EVENTUALI. Sono tutti gli altri. Una menzione d’onore va però a Carmela Lanzetta, titolare degli Affari regionali. Semplicemente non pervenuta, come pure i decreti attuativi per abolire le Province: sostanzialmente il suo unico compito di peso. Non è sicuro che Renzi sappia chi è, ieri - per dire - per sapere cosa pensano Regioni e Comuni ha convocato direttamente i “renziani” Piero Fassino (Anci) e Sergio Chiamparino (Regioni).
il Fatto 28.8.14
Renzi. I soldi sono già finiti
L’Istat certifica il pessimismo sui consumi mentre Padoan ribadisce; Le casse sono vuote
di Stefano Feltri
In attesa dei provvedimenti economici d’autunno, la politica economica è fatta di sfumature, di clima, di indicatori che definiscono il quadro in cui bisognerà prendere decisioni. E perfino l’ottimismo di Matteo Renzi inizia a vacillare di fronte a notizie cupe come quelle che si sono accumulate nella giornata di ieri.
PRIMA BOTTA: i consumatori italiani sono sempre più pessimisti, dice l’Istat. L’indice di fiducia passa da 104,4 di luglio a 101,9 ad agosto. Ormai è parecchio sotto i 105,3 punti di aprile, cioè prima della “operazione 80 euro”. È chiaro il senso politico del dato: il bonus Irpef voluto da Renzi alla vigilia delle Europee doveva servire, oltreché a raccogliere voti, a cambiare le aspettative. Cioè a dare agli italiani la sensazione che la crisi stava finendo e che era il momento di investire e consumare. L’effetto, stando ai numeri dell’Istat, è durato un mese. A leggere i giornali d’estate le famiglie italiane si sono fatte l’idea che le cose stanno andando male: il giudizio sulla situazione economica crolla da -79 a -91. Traduzione: gli 80 euro non hanno funzionato sullo spirito degli italiani, vedremo presto dai dati sui consumi se almeno hanno agito sul portafoglio. “Nell’Eurozona il rischio della deflazione è ancora presente e in alcuni Paesi dell’area euro è già realtà”, scrive il capo economista del Fondo monetario internazionale, Olivier Blanchard, giusto a certificare che la percezione pessimistica degli italiani è fondata.
Secondo colpo per Renzi: il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, al quotidiano Passauer Neuee Presse, dichiara: “Conosco Mario Draghi molto bene. Penso che il significato delle sue parole sia stato esageratamente interpretato”. Da tre giorni i mercati corrono felici perché hanno intravisto nel discorso che il banchiere centrale ha fatto venerdì a Jackson Hole, negli Stati Uniti, un cambio di clima, premessa per una politica ancora più espansiva da parte della Bce. In realtà Draghi si è limitato ad auspicare un migliore uso della “flessibilità” prevista dai Trattati europei in modo da aiutare i Paesi membri a sopportare il costo delle riforme strutturali necessarie per essere competitivi. E ha condiviso l’auspicio di un aumento degli investimenti in Europa, che è al centro del programma della nuova Commissione europea di Jean Claude Juncker. Ma niente di più. Con la sua dichiarazione – i cui effetti sui mercati si misureranno già oggi – Schäuble chiarisce un punto politico rilevante: la Germania non si muove di un millimetro dalla sua posizione. Che finora è sempre stata chiara: le misure straordinarie si prendono solo in contesti di vera emergenza e ogni aiuto deve essere legato a forti condizionalità e non a fondo perduto.
Terzo elemento della giornata di Renzi: l’intervista del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan al Corriere della Sera. Titolo: “Risparmieremo su tutto”. Svolgimento: non c’è un euro, il famoso decreto Sblocca Italia previsto per domani sarà quasi a costo zero, tutto il resto viene rimandato alla legge di Stabilità, comunque lo “strumento guida” sarà “la spending review”, cioè i tagli. E con l’Europa il governo italiano si sta togliendo i guanti per dialogare meglio a cazzotti: “Vedremo poi come i tempi di raggiungimento del pareggio strutturale di bilancio saranno modulati”. L’Italia non chiederà ulteriori rinvii dell’aggiustamento sul debito, dopo aver deciso in modo unilaterale di rimandare il deficit strutturale zero dal 2015 al 2016, si prenderà altro tempo. Senza discutere, poi se Bruxelles vuole protestare, è libero di farlo. Si immagina l’accoglienza un po’ glaciale che Renzi riceverà sabato, nella capitale europea, al vertice dei capi di governo che deve varare le nomine della Commissione, a cominciare da quella di Federica Mogherini come nuovo Alto rappresentante per la politica estera.
DULCIS IN FUNDO, a certificare che “la luna di miele è finita” (lo ha scritto il Financial Times), arriva il Sole 24 Ore. Renzi da tempo ha smesso di considerare rilevante la Confindustria di Giorgio Squinzi, ma il suo giornale è ancora giudice ascoltato delle sorti del governo in campo economico. Titolo: “Opere, per ora solo 1,2 miliardi”. E nell’editoriale abbinato il giornalista Giorgio Santilli parla di “Numeri, numerini e numeri spaziali”. Più che numeri, balle spaziali: i 43 miliardi che Renzi ha promesso di “sbloccare” domani con il decreto “Sblocca Italia” non esistono e non sono mai esistiti. Anche facendo una generosa somma che include risorse già stanziate per opere che richiederanno dieci anni di lavori per produrre il loro impatto sul Pil, non si arriva a più di 12-15 miliardi.
Soldi che già esistono, è bene ricordarlo, non che vengono trovati dall’attuale governo. Ma Renzi ha spesso l’ansia di esagerare, oggi con i 43 miliardi, in campagna elettorale con i 183 miliardi di Fondi europei a disposizione dell’Italia (sono meno di 40). In questa fine estate di promesse e dichiarazioni è ancora tutto lecito, poi a settembre e ottobre bisognerà scrivere i documenti e i numeri dovranno essere quelli giusti.
il Fatto 28.8.14
Crisi industriali
Landini sale a Palazzo Chigi
Ieri pomeriggio è durato oltre un’ora, a Palazzo Chigi, l’incontro tra il premier Matteo Renzi e il leader Fiom Maurizio Landini. “Abbiamo parlato soprattutto di crisi industriali perché da settembre è difficile...”, ha spiegato il sindacalista senza entrare nelle ricette del go-La Cgil commenta: “C'è da augurarsi che siano state trovate delle soluzioni alle molte vertenze aperte, da Alcoa a Piombino, dall’indotto di Melfi alla Sevel. La situazione del settore metalmeccanico è molto grave, il numero delle aziende in crisi si allunga di ogni giorno, ed è bene che il governo si assuma degli impegni”. verno. “Abbiamo parlato di crisi, il settore metalmeccanico attraversa una dura crisi. Sapete cosa ci aspetta da settembre? Un periodo difficile”, ha spiegato Landini lasciando Palazzo Chigi. Ai cronisti che lo incalzavano sui contenuti dell’incontro, se si fosse parlato anche di legge di Stabilità e riforma del lavoro, Landini ha replicato secco: “Non dico nulla”.
La Stampa 28.8.14
San Matteo non ha fatto il miracolo
di Mario Deaglio
Il coraggio – sospira Don Abbondio nel XXV capitolo dei «Promessi Sposi» – uno non se lo può dare. E nemmeno la fiducia, siamo tentati di aggiungere, guardando ai dati, appena resi pubblici dall’Istat, sul clima di fiducia degli italiani che segnalano una netta caduta per il terzo mese consecutivo.
Il giudizio degli intervistati è peggiorato su quasi tutto: molto sulla situazione economica dell’Italia, poco o nulla situazione economica attuale della loro famiglia, per la quale, però, è aumentato il numero di quanti si aspettano un peggioramento imminente. Rispondendo alle varie domande del questionario, gli intervistati, quando non vedono nero, vedono tutto con lenti con varie gradazioni di grigio.
Questo clima nazionale di sconforto è tanto più deludente in quanto la caduta dell’indice di fiducia segue una sua impennata decisa di inizio anno (spesso attribuita a un «effetto Renzi») che l’aveva quasi riportato ai valori del 2008, ossia all’inizio della crisi. Per fortuna il clima di fiducia non si traduce necessariamente in comportamenti.
E, così come la salita primaverile non ha portato a una corsa agli acquisti, c’è da sperare – mentre invece le associazioni dei consumatori ne traggono previsioni infauste – che non andiamo incontro a uno «sciopero dei consumatori», peraltro già molto «svogliati» negli ultimi mesi. Dopo l’aggiornamento di questo indice è però più difficile pensare a un aumento, anche piccolo, dei consumi privati.
Il «bonus» mensile di ottanta euro che dieci milioni di lavoratori stanno incassando non solo non ha inciso, come già si sapeva, sulle abitudini di spesa, ma non ha neppure aumentato il «buon umore economico» degli italiani. I motivi per i quali il «bonus» - una misura generica di rilancio, meno efficace di misure «mirate» a determinati settori economici o segmenti sociali - non si sta traducendo in un aumento di consumi, ma, al massimo, in una loro stabilizzazione sono nascosti nelle pieghe dei bilanci famigliari. E’ verosimile che, per non ridurre troppo il loro tenore di vita, negli ultimi 2-3 anni, molte famiglie abbiano contratto dei debiti e che usino quest’entrata mensile addizionale per ripagarli; è altrettanto verosimile che, prima dei normali beni di consumo, si pensi a spese sanitarie rinviate scarsamente coperte dal servizio sanitario nazionale (per esempio le cure dentarie).
Invece di attingere ai loro risparmi e convertirli in acquisti necessari, gli italiani continuano a investirli in titoli del debito pubblico che rendono pochissimo: ai tassi dell’asta dei Bot semestrali di ieri (nella quale la domanda si è rivelata molto abbondante, superando di oltre una volta e mezza la quantità offerta) il rendimento di 1000 euro basta appena a prendere un caffè ed è quasi dimezzato rispetto all’asta precedente. Certo, i titoli sono stati quasi tutti acquistati da operatori finanziari, in parte esteri, ma una quota rilevante finirà, prima poi, grazie alla loro intermediazione, nei portafogli delle famiglie italiane che, per paura della crisi, esitano a utilizzare quelle risorse per spese necessarie.
Insomma, San Matteo Renzi ha dato una notevole scossa a molti aspetti della vita economica italiana e altre promette di darne con il prossimo Consiglio dei Ministri. Non è riuscito, però (ancora?) a compiere il miracolo di far sorridere gli italiani. D’altra parte, le notizie che giungono dal resto d’Europa mostrano che questo «male italiano» si sta lentamente diffondendo e che praticamente tutte le economie dell’Unione Europea sono in frenata. Per la prima volta ieri su organi di stampa tedeschi si è evocato lo spettro di una recessione, attribuendone indirettamente la causa al conflitto ucraino che ha seriamente danneggiato le esportazioni della Germania (e dell’Italia) verso la Russia.
Gli occhi degli europei, e non solo degli italiani, sono tutti puntati su San Mario Draghi, il quale, dall’alto dei 148 metri dell’Eurotower di Francoforte, dove ha sede la Banca Centrale Europea, sta preparando le sospirate misure «non convenzionali» che dovrebbero immettere denaro nell’economia, raggiungendo direttamente (ossia usando le banche principalmente come tramite) imprese desiderose di investire e famiglie desiderose di sottoscrivere prestiti per acquistare un’abitazione. E’ ragionevole attendersi un miglioramento che permetta all’economia europea di non scivolare in deflazione, ma non aspettiamoci che le economie ripartano a razzo: in economia è difficile trovare dei grandi santi che risolvano i problemi.
Milioni di italiani e di altri europei sembrano invece continuare a credere che la ripresa deve scendere dall’alto, derivare da fatti esterni senza accorgersi che in buona parte la si crea giorno dopo giorno, avendo il coraggio di compiere piccole scelte, comprese quelle di acquistare i beni che servono con spese che rientrino nelle normali disponibilità delle famiglie e di varare piani di crescita che restino nell’ambito della normale attività delle imprese. Decine di milioni di famiglie europee, con la somma delle loro decisioni, determinano in buona parte il «clima economico». Questi milioni di piccoli miracoli individuali sono la condizione necessaria, anche se non sufficiente, perché ci scuotiamo di dosso quest’infernale recessione.
Corriere 28.8.14
Forza e debolezza di un premier
Le battute non bastano
di Ernesto Galli della Loggia
I gufi e i rosiconi fatidici sono stati per il momento smentiti. La campanella dell’ultimo giro che solo poche settimane fa sembrava sul punto di suonare per Matteo Renzi è viceversa rimasta muta. In questo agosto, infatti, il premier ha mostrato capacità di ripresa e d’iniziativa politica che insieme alla sua ben nota energia lo hanno fatto uscire dalla situazione di stallo in cui sembrava essersi ridotto. Anche se lo stesso Renzi ha dovuto prendere atto che, a differenza degli Stati Uniti, l’Italia non è Paese da «Cento Giorni»: per combinare qualcosa d’incisivo, da noi di giorni è meglio metterne in conto almeno mille, e infatti le molte e importanti decisioni che si annunciano nel Consiglio dei ministri di domani sembrano per l’appunto distendersi nei loro effetti su un simile arco temporale.
Sempre dando per scontato, naturalmente, quanto in Italia invece non può mai esserlo, e che infatti da decenni è il vero punto critico dell’azione di qualunque governo: cioè che alle decisioni dall’alto si sia capaci di far seguire i fatti in basso, che alle riforme a parole seguano le riforme delle cose. Dunque da questi sei primi mesi di governo Renzi esce con non molti traguardi raggiunti ma con la sua forza sostanzialmente intatta.
A mio giudizio, però, anche con due punti deboli se cancellasse i quali il nostro presidente del Consiglio ne avrebbe tutto da guadagnare.
Il primo riguarda lo stile che egli ha adottato per comunicare con l’opinione pubblica. A cominciare dal tono di ottimismo e di fiducia che caratterizza regolarmente i suoi interventi, punteggiati spesso di battute, di esortazioni ironiche, di parentesi salaci su questo e quello. Non vorrei sembrare un piagnone triste e tanto meno un nostalgico dell’algida cupezza montiana, ma sono convinto che per dare la scossa a un Paese che è precipitato in una situazione difficile, molto difficile, come l’Italia, converrebbe maggiormente un discorso dal tono serio, incline alla gravità più che alla leggerezza e all’ottimismo programmatico, come invece fa Renzi. Dopo un po’ l’ottimismo, infatti, rischia sempre di apparire di maniera; e spesso finisce per costeggiare pericolosamente la fatuità, facendo sembrare fatuo anche chi lo pratica. Un pericolo certo aggravato nel caso del presidente del Consiglio dalla giovane età, che pure per altri versi gioca giustamente a suo favore.
Personalmente poi non mi sembra alla lunga efficace neppure la comunicazione spezzettata e tendenzialmente alluvionale tipica del tweet , carissima a Renzi e consistente in una serie di brevi frasi apodittiche. Forse è l’ideale per le agenzie di stampa e per la pratica della digitazione isterico-maniacale sugli smartphone in cui è impegnato 24 ore su 24 il politico professionista italiota, ma ho il sospetto che alla gente, invece, faccia l’effetto di una forma di «battutismo» che, ripetuta tre o quattro volte al giorno per 365 giorni all’anno, non depone certo a favore della serietà e dell’impegno di chi vi si dedica. Senza contare che un eccesso di comunicazione rischia sempre, alla fine, di vanificare il messaggio insieme al suo autore.
Il secondo palese punto debole di Renzi sta nella mancanza intorno a lui di una vera squadra di governo: ciò che probabilmente testimonia di un suo rapporto difficile e al limite inesistente con le élite del Paese. Giunto a Roma con un piccolo gruppo di fedelissimi alla sua persona in forza di un vincolo più o meno antico d’amicizia, di essi soli egli sembra fidarsi veramente e con essi soli sembra collaborare davvero. Saranno di certo tutti abili e di provato valore, non discuto, ma una squadra di governo è un’altra cosa. Significa competenze molteplici, accesso a conoscenze specifiche, possibilità di mobilitazione di energie esterne, reti di relazioni e dunque contatti con persone e ambienti a vario titolo importanti. Significa cioè un governo che in qualche modo rappresenti, e si consideri esso stesso, il vertice della classe dirigente del Paese.
So bene che nel caso di Renzi proprio una parte almeno della classe dirigente italiana non lo vede troppo di buon occhio, ma la migliore risposta non è rinunciare ad avere un rapporto con essa, bensì semmai — per un uomo politico che voglia lasciare un segno — quella di cercare di costruirne in embrione dei nuclei alternativi. E qui il discorso inevitabilmente si allarga. A mio parere la polemica renziana contro i «salotti buoni» è sostanzialmente giusta perché si appunta contro un aspetto importante della grande ingessatura oligarchico-corporativa che immobilizza l’Italia. Ma risulta una polemica sterile, gravata per di più da uno sgradevole sospetto di risentimento personale, se essa non si traduce immediatamente nella capacità di fare appello a energie diverse, di costruire luoghi e sedi — come potrebbe essere per l’appunto una squadra di governo — dove riunire forze realmente nuove per compiti nuovi. Energie, forze, che per fortuna nella società italiana non mancano.
Per come è messo il Paese, insomma, il governo attuale rappresenta un’occasione troppo importante per vederlo perdersi tra un tweet e l’altro o avvitarsi nell’isolamento in cui finora si è mosso. Il tempo per rimediare non è molto, ma ancora c’è.
il Fatto 28.8.14
Senza l’appoggio di B. la giustizia si impantana
Ncd si mette di traverso
di Marco Palombi
Ora la palla passa a Matteo Renzi: è lui che deve decidere se vuole riformare la giustizia o tener fede allo spirito, se non alla lettera, del Patto del Nazareno che lo tiene a palazzo Chigi. I provvedimenti che applicano (quasi) tutti i 12 punti illustrati a fine giugno sono pronti: il Guardasigilli Andrea Orlando - che ieri ha avuto l’ennesima giornataccia - li porterà domani in Consiglio dei ministri e sarà il premier a decidere cosa prendere e cosa no, cosa è digeribile dalla maggioranza di governo (Nuovo Centrodestra) e cosa da quella grigia con cui sta riformando la Costituzione (Silvio Berlusconi).
IN SOSTANZA, è la previsione di plurime fonti governative, in Consiglio dei ministri verrà approvato solo il decreto sulla giustizia civile su cui Renzi s’è esercitato ieri su Twitter (qualche contenuto lo trovate qui sopra): l’obiettivo è “garantire il processo in primo grado in un anno anziché tre come oggi”. Tutto il resto del lavoro di Andrea Orlando e dei suoi uffici, quello sul processo penale, dovrebbe essere rinviato a data da destinarsi: magari in autunno, magari dopo. D’altronde si lavora a “mille giorni”, non c’è fretta. Il fatto è che su questo tema torna in gioco la natura del centrodestra italiano - compreso quello soi disant Nuovo - e il ruolo di Silvio Berlusconi, contraente unico del Patto segreto con Renzi.
Prima di entrare nel merito, partiamo dalla politica e, segnatamente, dalla maggioranza parlamentare. Ieri il ministro della Giustizia l’ha incontrata e non è andata bene: “Sono emerse differenze di approccio anche sulle priorità”, ha sintetizzato Orlando. Finita? Macché: dopo gli è toccata pure Forza Italia, cioè Giacomo Caliendo. Scontenti pure loro: “Un riforma totalmente inadeguata”. Perfetta la sintesi - che facciamo senz’altro nostra - del deputato leghista Nicola Molteni: “È in atto un braccio di ferro tra Pd e Ncd: le soluzioni non verranno dal Cdm, ma da un incontro che, non Orlando, ma Renzi avrà in un Nazareno 2”. Nell’attesa, forse qualche maggiore dettaglio potrebbe venir fuori già oggi dall’incontro tra il premier e il suo Guardasigilli (sempre che lo riceva). Gli interventi sul processo penale, in ogni caso, non saranno in nessun decreto: finiranno in una serie di disegni di legge, alcuni di delega al governo. I contenuti sono vari, ma spiccano due assenze.
La prima. Domani non si parlerà di intercettazioni: ufficialmente è tutto fermo fino agli incontri tra governo e giornalisti in autunno, ma in realtà il Guardasigilli è convinto che non si possa intervenire a fondo sulla materia senza intaccare la libertà di stampa. Questo è uno dei punti dello scontro con Ncd, che ha fatto delle intercettazioni una delle sue bandierine politiche (l’altra è l’articolo 18): in sostanza, concedendo questo ad Alfano il resto andrebbe in carrozza, ma Orlando finora s’è rifiutato. Nel cassetto è finita pure la riforma del Csm secondo il principio “chi giudica non nomina e viceversa”: il nuovo Consiglio superiore della magistratura, hanno fatto notare all’esecutivo dal Colle, non si è ancora insediato (mancano i membri eletti dal Parlamento) e non è bello riformarlo in contumacia. Comunque - è il seguito delle raccomandazioni - anche se serviranno più membri per gestire la separazione delle funzioni, la Costituzione non va cambiata: il senso è che il Quirinale non vuole che sia toccata la proporzione tra i membri eletti dalla magistratura (i due terzi) e quelli di nomina parlamentare, tema caro al solito Berlusconi.
Arriveranno in Consiglio dei ministri, ma destinati al binario morto, pure altri due provvedimenti attesi: la reintroduzione del falso in bilancio e la creazione del reato di auto-riciclaggio. Per Forza Italia e Nuovo Centrodestra sono come una bestemmia in chiesa e - soprattutto i berluscones - sono pronti alle barricate. Curiosamente, però, non nominano nessuno dei due progetti nei loro lunghi cahiers de doléances anti-Orlando: sanno che non serve.
Una cosa, invece, li terrorizza davvero, forse perché è la prima richiesta degli stessi magistrati: la riforma della prescrizione. Nel ddl scritto al ministero della Giustizia si prevede di congelarla al momento della sentenza di primo grado, a meno che le Corti d’Appello non vadano avanti col processo per due anni (Ncd pretende almeno che a quel punto scatti il bonus e il reato venga dichiarato estinto comunque).
ALTRO CAPITOLO della guerra sotterranea è quello sulla responsabilità civile dei magistrati: il progetto Orlando - l’ennesimo ddl delega che finirà sul tavolo del Cdm - ne prevede una indiretta (il cittadino denuncia lo stato che, volendo, si rifa sul giudice), forzisti e alfaniani la vogliono “diretta” per minacciare più direttamente le toghe. Destino incerto, infine, anche per quel pulviscolo di norme per accorciare i tempi del processo penale: dall’estinzione dei piccolireati in presenza di condotta risarcitoria (cioè al pagamento dei danni) al Super-patteggiamento in caso di confessione (ma per reati puniti addirittura fino a un massimo di 8 anni di carcere, tipo l’usura per capirci) ; dall’impossibilità per i Gip di riaprire indagini che non hanno prodotto prove vere al divieto di ricorrere in Cassazione contro sentenze passate senza modifiche per i primi due gradi di giudizio. Tutto lavoro estivo del legislativo di via Arenula che però, ad oggi, non passerebbe in Parlamento: “È per questo che spacchettiamo tutto: come fa il M5S a non votare il falso in bilancio o l’auto-riciclaggio? ”, si chiede una fonte del ministero. Ammesso che i grillini lo facciano, questo cambierebbe la natura politica del governo. Un altro film: il Nazareno 3.
Repubblica 28.8.14
“Niente Nazareno 2 ma con Fi si tratterà”
di Goffredo De Marchis
ANCORA il Senato sulla strada delle riforme. È a Palazzo Madama che si gioca la partita decisiva sulla giustizia. È lì che la maggioranza potrebbe aver bisogno del “soccorso azzurro”, ovvero del sostegno di Berlusconi. Per questo oggi Matteo Renzi e il Guardasigilli Andrea Orlando s’incontreranno per valutare i passaggi della riforma da approvare nel consiglio dei ministri di domani. Il ministro della Giustizia dirà al premier che non è il caso di farsi spaventare dalle divisioni della maggioranza.
ECHE anche la dura reazione di Forza Italia va “pesata”, valutata a fondo. Dunque, occorre andare avanti presentando tutti i provvedimenti previsti dalle linee guida.
Il comunicato di fuoco di Fi è firmato da Renato Brunetta, l’arcinemico di Renzi. Come dire: non è rappresentativo dei sentimenti profondi dell’uomo di Arcore. Il senatore forzista Giacomo Caliendo appare invece più dialogante. E la posizione dei senatori di Forza Italia è quella che conta davvero. «Comunque la stragrande maggioranza del Parlamento, dopo 17 anni, condivide l’urgenza di modificare le regole della giustizia. È un’altra tappa epocale del cambiamento, non lo fermeranno i soliti giochi dei frenatori », dice Renzi ai suoi collaboratori.
Il governo vuole stare lontano dall’accusa, già rilanciata in queste ore dalla Lega, di aver messo in cantiere un Nazareno 2 sulla giustizia. «Non ci sarà niente del genere», dicono a Palazzo Chigi. Ci sarà invece il dialogo con tutti, anche con chi ha rifiutato i ripetuti inviti di Orlando. Sarebbe davvero un azzardo siglare un accordo formale e vincolante con chi «ha portato la giustizia a questi livelli», come spiega il ministro ai suoi collaboratori alla fine di una giornata di trattative. Però i numeri sono chiari. Al Senato il governo può contare su 169 voti, appena 9 più della maggioranza assoluta. Diventa indispensabile trovare dei punti condivisi con l’opposizione. Per mettere in sicurezza la riforma. Per condurla in porto. Un problema che alla Camera non si pone: lì la maggioranza è blindata e Berlusconi non ha alcuno strumento per condizionarla.
Il terreno di scontro naturalmente è il pacchetto del penale e su questo tema si concentrerà il vertice di oggi tra Renzi e Orlando. Il punto è l’asimmetria tra il disegno di legge sulla prescrizione e il rinvio sulle intercettazioni, il pallino del centrodestra. E sulla tempistica c’è stata la saldatura tra le critiche di Forza Italia e quelle dell’Ncd. I veti di Alfano non hanno mai spaventato Renzi. Li ha sempre considerati delle bolle di sapone. Ma una saldatura della vecchia alleanza a destra rischia di diventare più pericolosa. Lo sarebbe allo stesso modo una competizione “garantista”, sempre nello stesso campo, su una delle materie costitutive di quello schieramento: la giustizia. «Purtroppo, la scuola è quella», è stato il commento più pronunciato nei corridoi di Via Arenula dopo le proteste del Nuovo centrodestra.
Orlando ha deciso di spiazzare i ribelli della maggioranza annunciando lui stesso le divisioni interne. Renzi è stato lestissimo, attraverso Twitter, a concentrare l’attenzione sui punti della riforma che non incontrano ostacoli e sono più sensibili per l’opinione pubblica. Lo smaltimento dell’arretrato della giustizia civile, ovvero il grande freno agli investimenti italiani e stranieri. Il dimezzamento delle ferie dei tribunali, perché il premier sa che i magistrati fanno parte, agli occhi della gente, della Casta.
Il vertice di oggi servirà a sgombrare le nubi. Per far emergere quello che le divisioni non devono nascondere. Una riforma della giustizia completa e organica che per 20 anni non è mai stata così vicina la traguardo, sempre bloccata dallo scontro muscolare ingaggiato da Berlusconi contro la magistratura. «Siamo davvero a un passo. Le differenze sui contenuti sono minimi, restano solo sui tempi di alcuni provvedimenti», ripete il Guardasigilli ai suoi collaboratori. È il momento di rottamare un altro tabù.
il Fatto 28.8.14
Ed ecco a voi la riforma della scuola
risponde Furio Colombo
CARO FURIO COLOMBO, stiamo attraversando una crisi di zero virgola qualcosa. Non sarebbe il momento di pensare all’essenziale (come uscire da questo disastro, che non è naturale) invece che lanciare – una dopo l’altra – riforme che, data la mancanza di fondi, sono impossibili?
Dino
C’È UNO STRANO LEGAME fra crisi e riforme. Da un lato si dice che senza riforme non si esce dalla crisi. Dall'altro i cittadini sanno che tutto ciò che accade, appena si presenta una “riforma” è una detrazione di qualcosa. Per esempio si discute in tanti modi possibili e con elaborate formule sulla riforma del lavoro, connessa con la ripresa e l'inclinazione sia a produrre che a comprare, e si finisce con la proposta identica da vent'anni: abolire subito l'articolo 18, in modo che sia più facile licenziare (senza badare al fatto che l'Italia è un Paese di licenziati dove vige l'art. 18). Per esempio, si discute sulla riforma della Giustizia e si arriva al prepensionamento e a come punire magistrati. Per esempio, si discute di previdenza e piovono proposte sul quanto e sul come tagliare le pensioni ormai quasi tutte definite “d'oro”. Purtroppo il doppio movimento (ogni riforma porta un taglio) non incoraggia i cittadini, anzi li spaventa. Che vuol dire che i limitati gruppi che ancora potrebbero spendere non spendono, e che a pessimismo si aggiunge pessimismo. La riforma della scuola a prima vista appare più grande e complessa di altre (per esempio più grande di quella detta “della Pubblica amministrazione” che prevede soprattutto l'allontanamento arbitrario dell’impiegato fino a 50 chilometri dal luogo in cui lavora), per alcuni accorgimenti ornamentali, come la “valutazione secondo il merito” degli insegnanti (non ci dicono a cura di chi) e la soppressione della piaga delle supplenze (che, ovviamente, significa “stabilizzarne” un numero limitato, per lasciare fuori per sempre tutti gli altri). Interessante lo spostamento di fondi a favore delle scuole non statali (dunque le scuole statali, ne avranno meno, possiamo desumere, anche senza l'aiuto di Cottarelli) e “l'ingresso dei privati nella scuola” stravagante idea che ricorre dai tempi della Moratti (gran privata lei stessa) e poi consolidata dalla Gelmini, sempre senza specificare dove e come li recluti, questi privati, dov'è il loro interesse, e il nostro. Al di là delle misure ornamentali, il meglio (esistono ancora buoni licei e seri istituti tecnici) e il peggio della scuola (un edificio su due potrebbe crollare o avere seri problemi di agibilità) restano intatti. Ma in questa fase del tempo politico che viviamo, basta la parola. Abbiamo appena chiuso il Senato (da sostituire, appena possibile con un afflusso di corruzione regionale), abbiamo fatto la riforma dei 50 chilometri, adesso possiamo dire che è stata fatta una riforma epocale della scuola. Segue, a momenti, la Giustizia. E chi lo ferma un governo così?
La Stampa 28.8.14
L’esercito di supplenti che fa funzionare la scuola ogni anno
Ore cruciali per la riforma della scuola. Il mistero resta quelle delle coperture
Specie se dovesse essere confermato il progetto di 100 mila assunzioni per colmare i posti vacanti
di Lorenzo Vendemiale
qui
Il Sole 28.8.14
Nuova governance
Reclutamento con un corso-concorso gestito dalla Scuola nazionale dell'Amministrazione Da settembre in ruolo 620 dirigenti
Arriva la figura del preside «manager»
di Claudio Tucci
ROMA Una nuova governance degli istituti scolastici. Con una valorizzazione della figura del preside per metterlo in condizione (davvero) di determinare la missione educativa e, più in generale, di guidare il piano di miglioramento della scuola.
Si parla anche di «autonomia» nelle linee guida sull'istruzione che domani saranno illustrate dal Governo a palazzo Chigi. L'idea è dare più «strumenti e forza» al dirigente visto che ormai le sue competenze - e le conseguenti responsabilità - sono divenute essenzialmente gestionali e non più meramente didattiche. «I presidi oggi gestiscono risorse finanziarie, si occupano di organizzazione, di direzione del personale», ha spiegato Giorgio Rembado, numero uno dell'Anp, l'Associazione nazionale presidi, che apprezza l'intenzione dell'Esecutivo di aprire ai "dirigenti manager": «Sono totalmente favorevole».
Tra le intenzioni del Miur c'è anche quella di dare attuazione al nuovo sistema di selezione dei presidi disciplinato dal decreto Carrozza. In pratica, il reclutamento dei nuovi dirigenti dovrà avvenire attraverso un corso-concorso gestito dalla Scuola nazionale dell'Amministrazione. Le selezioni dovrebbero svolgersi annualmente, e si punta a evitare gli intoppi e i ritardi dell'ultimo concorso bandito nel 2011 da Francesco Profumo che ha avuto un forte strascico giudiziario. Intanto, una buona notizia per i dirigenti (e per studenti e famiglie) è arrivata ieri: il ministero dell'Economia ha dato l'autorizzazione a immettere in ruolo il 1° settembre 620 presidi. «Ma da subito però prenderanno servizio meno di 500 unità - ha detto Giorgio Rembado - visto che per Campania e Toscana il numero di posti indicati, rispettivamente 101 e 23, diventerà utile per le nomine solo con il completamento delle procedure concorsuali tuttora pendenti». In ogni caso, tra cessazioni dal servizio (oltre 750 unità solo quest'anno), posti vacanti e turn-over coperto, ha aggiunto il numero uno dell'Anp, «nelle scuole dimensionate ci saranno circa 800 reggenze a cui si aggiungono le 450 per gli istituti sottodimensionati. E quindi da settembre ci saranno più di 1.200 reggenze, pari al 15% delle 8.094 scuole autonome complessive. Non sono poi così poche». Per i presidi "supplenti" si tratta di "doppio lavoro" (quest'anno è ancora in corso il braccio di ferro con il Mef per vedersi pagare le reggenze svolte - di solito i soldi arrivano a luglio).
Tornando al "pacchetto scuola" il Miur punta anche a ridisegnare gli organi collegiali «per migliorare i processi decisionali». Attualmente, gli organi collegiali nelle scuole sono essenzialmente tre: il consiglio di classe che si interessa dell'andamento didattico e disciplinare della classe, appunto. Il collegio docenti che è sostanzialmente un organo di consulenza e rappresentanza, ma per la didattica è deliberante (per esempio nell'adozione dei libri di testo). Poi c'è il consiglio di istituto, una sorta di organo tecnico, che detta le linee di indirizzo. L'idea del ministero dell'Istruzione è di distinguere potere di indirizzo e potere di gestione. Quest'ultimo dovrà essere di esclusiva competenza del dirigente.
Si apre poi alla valutazione per il miglioramento dell'istituto. Ogni scuola disporrà di un "cruscotto" comune di riferimento per identificare i propri punti di forza e debolezza e sviluppare quindi un piano triennale di miglioramento. La valutazione servirà per definire un sistema di incentivi economici e di progressione di carriera (oggi nella scuola totalmente assente).
La Stampa 28.8.14
Cosa si chiede a una scuola moderna
di Marco Rossi Doria
qui
Repubblica 28.8.14
Perché nella scuola il privato non è pubblico
Il ministro dell’Istruzione Giannini ha detto che bisogna superare i pregiudizi sulle paritarie (e sui relativi fondi) per badare solo alla qualità
di Chiara Saraceno
SEMBRA che Renzi abbia frenato lo slancio con cui la ministra Giannini, sbilanciandosi molto nel parlare alla non disinteressata platea di Cl, aveva promesso più soldi alle scuole paritarie come parte importante della riforma della scuola in cantiere (ormai non c’è governo che non ne faccia una, con risultati non sempre apprezzabili). Ma la Giannini ha fatto di più che promettere maggiori fondi. Ha infatti affermato che occorre superare «le posizioni ideologiche» per quanto riguarda la distinzione scuola pubblica/scuola paritaria, e di conseguenza i relativi finanziamenti, per «guardare solo alla qualità». Le ha dato successivamente manforte il sottosegretario Toccafondi, che ha spiegato: «Per troppo tempo in questo Paese si è detto che la scuola era pubblica o privata. La scuola è tutta pubblica e si divide in statale e non statale». Non ci si può neppure stupire. È un processo iniziato con il maquillage linguistico, operato dal governo Prodi e dal ministro Berlinguer, che ha trasformato le scuole private, appunto, in pubbliche, per aggirare il dettato costituzionale, che ammette, e ci mancherebbe, la piena libertà di istituire scuole a organismi diversi, ma “senza oneri per lo stato”. Definita la scuola paritaria parte del sistema pubblico, il gioco sembra fatto. La scuola paritaria non solo è legittimata ad accedere ai fondi pubblici, ma a competere per essi con quella pubblica/statale. Finora ciò era avvenuto con fondi “a parte” – ancorché sempre sottratti al sistema autenticamente pubblico, anche in questi ultimi anni di tagli dolorosi. Sembra di capire che Giannini auspichi un finanziamento sistematico, regolare che non distingua più tra i due sistemi, salvo che sulla base della “qualità”. Sembra così ignorare che il dettato costituzionale non è solo una norma di tipo finanziario, ma una precisa regola di attribuzione di responsabilità. Lo Stato ha la responsabilità prioritaria di garantire un’istruzione di qualità a tutti, senza privilegiare né il ceto sociale, né particolari opzioni di valore o visioni del mondo (salvo quelle della libertà, della democrazia, della uguale dignità di ciascuno), ma se mai metterle in comunicazione tra loro. Tutte le risorse disponibili vanno investite in questa direzione. Dio sa quanto ce ne sia bisogno in Italia, dove le disuguaglianze nello sviluppo delle competenze cognitive tra classi sociali e ambiti territoriali costituiscono una denuncia drammatica del fallimento dello Stato nel far fronte a quella responsabilità proprio nei confronti dei suoi cittadini più svantaggiati. Si può, si deve, anche ampliare la sfera del “pubblico”, non già, tuttavia, a scuole private con le loro legittime visioni del mondo (e regole di reclutamento degli insegnanti), ma alle comunità locali, agli individui e associazioni che possono integrare e arricchire le offerte educative della e nella scuola pubblica, alla costruzione di spazi, metodi e competenze perché la pluralità delle visioni del mondo possano confrontarsi criticamente e dove i bambini e i ragazzi non siano costretti a muoversi in una sola, per quanto ricca, pregevole, carica di storia. Non è detto che tutti gli insegnanti della scuola pubblica siano attrezzati per farlo. Ma ciò vuol dire che nel formarli e aggiornarli occorrerà tener presente anche questa dimensione, non che se ne può fare a meno.
Il riconoscimento di statuto pubblico alle scuole paritarie ha già fatto danni nelle scuole dell’infanzia, nella misura in cui un comune non si sente più in obbligo di fornire il servizio se in un determinato quartiere c’è già una scuola paritaria; anche se questa, come capita per lo più, è di tipo confessionale e non risponde agli orientamenti culturali dei genitori. Era questo il motivo del referendum bolognese, fallito per scarsa affluenza e per il timore, alimentato dall’amministrazione, che senza le scuole paritarie molti bambini non avrebbero avuto posto – appunto perché i finanziamenti erano stati dirottati lì. Ancora più grave è quanto è successo in Piemonte con l’amministrazione di centrodestra. Una legge regionale ha stabilito non solo l’equiparazione tra scuole per l’infanzia pubbliche e paritarie, ma ha dato alle seconde diritto di veto all’istituzione di una scuola pubblica sul “proprio” territorio, nel caso questa rischi di ridurne il bacino di utenza. Il modello Giannini realizzato? Ora la nuova amministrazione regionale ci metterà una pezza, se non altro eliminando il diritto di veto. Ma rimane il fatto che, una volta riconosciuto il diritto al finanziamento pubblico delle scuole paritarie la competizione sulle risorse continuerà. Con il modello Giannini, rischia di estendersi dalla scuola per l’infanzia a quella dell’obbligo e oltre, con buona pace del diritto di scelta delle famiglie e soprattutto delle opportunità dei bambini e ragazzi di essere educati in un contesto culturalmente pluralistico. Su questi punti, e non solo sull’entità dei finanziamenti, è opportuno che Renzi e il governo facciano chiarezza, approfittando della pausa di riflessioni che si sono presi sull’argomento.
il Fatto 28.8.14
Qualcuno era pacifista, ora l’arcobaleno è svanito
Prima i cortei affollavano le piazze e i leader politici facevano a gara per mostrarsi in prima fila contro le guerre
Oggi, invece, silenzio assoluto
di Gianluca Roselli
AAA cercansi disperatamente pacifisti. Che in Italia sembrano non esistere più. Da quando è scoppiata l’ultima offensiva israeliana a Gaza, infatti, nessuno è sceso in piazza a protestare. Men che meno per le stragi dell’Isis contro i cristiani in Iraq. Anzi, per la verità, una manifestazione ci sarà, il 21 settembre a Firenze, per la pace in Medio Oriente e in Palestina in particolare. Ma, se la tregua tra Hamas e Israele reggerà, sembra un’iniziativa fuori tempo massimo. Finora, infatti, non si è mosso nulla. Non era mai accaduto. Durante l’operazione Piombo fuso – dicembre 2008/gennaio 2009 –, per esempio, numerose furono le iniziative per protestare contro le incursioni israeliane a Gaza. Ora, invece, tutto tace. Dopo aver vissuto il suo momento di gloria, infatti, il mondo pacifista sembra finito da un pezzo. La pietra tombale è stata posta dalle elezioni del 2008, quando la Lista Arcobaleno è rimasta fuori dal Parlamento.
FINO A QUEL MOMENTO era stata un’escalation. Specialmente sotto il governo di Silvio Berlusconi dal 2001 al 2006. Quando, causa 11 settembre e guerre in Afghanistan e Iraq, i pacifisti hanno riconquistato la scena. Complice anche la valenza antiberlusconiana di molte manifestazioni, le piazze venivano riempite con grande facilità. Zeppe, soprattutto, di leader della sinistra nostrana. Piero Fassino, Massimo D’Alema, Fausto Bertinotti, Francesco Rutelli, Alfonso Pecoraro Scanio, Paolo Cento, Oliviero Diliberto, Franco Giordano, Paolo Ferrero. Ma anche, alla marcia Perugia-Assisi, esponenti ex Dc come Franco Marini e Rosy Bindi. E poi ancora Fabio Mussi, Livia Turco, Gennaro Migliore. Tutti con il loro fazzolettino arcobaleno al collo. Arcobaleni che, in forma di bandiere, hanno ornato i balconi delle nostre città per anni. Alcuni stendardi sbiadivano sotto i colpi dello smog, ma resistevano. Oggi anche loro sono spariti. Non se ne vede più nemmeno uno.
POI C’ERANO I LEADER. Il napoletano Francesco Caruso. Il quale, dopo due anni da deputato, è finito a lavorare al Parco nazionale del Gran Sasso. Luca Casarini, oggi consulente di marketing a Palermo, alle ultime Europee si è candidato, senza successo, con la lista Tsipras. Vittorio Agnoletto, il leader del Genoa Social Forum, protagonista delle tremende e tragiche giornate di Genova, dopo un passaggio da parlamentare europeo, è tornato a fare il medico. Il culmine il movimento pacifista lo raggiunse con la manifestazione del 15 febbraio 2003 a Roma. Tre milioni di persone in piazza per dire “no alla guerra in Iraq senza se e senza ma”. Ventisette treni speciali e migliaia di pullman da tutta Italia. Con approdo a piazza San Giovanni. La Rai non mandò la diretta tv e D’Alema si infuriò. “La vergogna di questa giornata per la Rai è indimenticabile” tuonò l’ex premier. Che anni dopo, da ministro degli Esteri del Prodi II, si fece immortalare a braccetto con un rappresentante di Hezbollah dopo un bombardamento su Beirut. Manifestazioni, però, si erano viste anche precedentemente per protestare contro l’intervento in Afghanistan, deciso dopo l’11 settembre.
Il numero dei cortei è iniziato a scemare dopo la vittoria dell’Ulivo nel 2006. Anche perché il governo del Professore, pur tra qualche critica, non ha mai fatto mancare i voti al rifinanziamento delle missioni militari, a partire dall’Afghanistan. In quel periodo a ogni corteo scoppiava la polemica per la contraddizione di un governo italiano a sostegno della politica Usa e, al contempo, esponenti di quella maggioranza - Rifondazione e Pdci - che scendevano in piazza contro la guerra. Un corto circuito politico istituzionale che è andato avanti per tutta la durata dell’esecutivo Prodi. Poi è arrivata la stangata del 2008. Da allora le manifestazioni pacifiste sono andate via via diradandosi. L’unica rimasta impressa nella memoria collettiva la si ricorda per la deriva violenta, con i black bloc che nell’ottobre 2011 misero a ferro e fuoco il centro di Roma.
il Fatto 28.8.14
A sinistra della sinistra
“Abbiamo fallito Colpa del Pd e dei nostri limiti”
intervista a Paolo Cento
di Gi. Ros.
Il pacifismo italiano non esiste più e la colpa è della politica ambigua del Pd”. Paolo Cento, ex esponente di primo piano dei Verdi (oggi in Sel), da sempre un protagonista delle manifestazioni arcobaleno in Italia, esamina i motivi della latitanza dei pacifisti nostrani, che, a fronte della crisi in Medio Oriente, in queste settimane sono rimasti latitanti.
Paolo Cento, un tempo di fronte all’offensiva a Gaza sareste scesi in piazza in migliaia. Oggi zero. Che fine avete fatto?
Non esistiamo più. E i motivi sono diversi. Innanzitutto paghiamo il fatto di avere la sinistra al governo. L’ambiguità della politica estera dei Ds prima e del Pd ora ci ha fatto perdere credibilità.
Non può essere solo questo.
Poi abbiamo subito un attacco senza precedenti dagli organi di stampa e dai principali commentatori, che ci hanno messo all’indice secondo la logica di non disturbare il manovratore. Poi abbiamo commessi grossi errori.
Finalmente un’ammissione di colpa. Quali?
Il più grave è stato sganciare i temi del pacifismo internazionale da quelli dell’emergenza sociale ed economica dei singoli Stati, a partire dalla Grecia. Invece tutto si tiene. Si parte dai conflitti politici per arrivare a quelli sociali. È stato un nostro limite.
Poi c’è stato il 2008.
Quello è stato il giro di boa. La sconfitta della Lista Arcobaleno ci ha lasciato senza rappresentanza politica. Una sorta di cesura. Ora qualcosa si sta muovendo di nuovo. Con Sel, con la lista Tsipras. E anche con il Movimento Cinque Stelle.
C’è spazio per ripartire?
Sì, tracciando una linea rossa che connetta le battaglie ambientaliste a quelle economiche e sociali. Di fronte alla crisi globale deve ripartire una mobilitazione globale. Anche andando a recuperare la parte migliore del movimento no global. Il vero nemico è l’emergenzialità.
Ovvero?
Tutte le politiche messe in campo in questi anni che, in nome delle emergenze più svariate, hanno calpestato i diritti delle persone.
Intanto il Medio Oriente sta espldendo.
Quello che sta accadendo purtroppo è il risultato di dieci anni di interventismo occidentale in quella parte del mondo. Le incursioni americane non hanno prodotto alcuna democrazia credibile e hanno fatto esplodere l’integralismo islamico.
Cosa ne pensa della decisione italiana di inviare armi ai curdi?
Errore gravissimo. Innanzitutto perché non si sa a chi vanno. Poi era necessario almeno un voto del Parlamento. Infine si mandano armi senza alcun disegno politico. C’è da rimpiangere la politica estera della vecchia Dc.
il Fatto 28.8.14
Lo psichiatra Giuseppe Dell’Acqua
L’omicidio dell’Eur
“Chi prescrisse al killer la droga di The Wolf?”
intervista di Chiara Daina
La follia è dentro ognuno di noi. Ma un delitto non nasce mai per caso”. Inizia con queste parole il commento di Giuseppe Dell’Acqua, per 17 anni direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste, allievo e poi collaboratore di Franco Basaglia, sull’omicidio avvenuto domenica nella villetta in via Birmania, nel quartiere Eur di Roma. Federico Leonelli, 35 anni, che ha decapitato a colpi di mannaia la colf ucraina di 38 anni, era sotto l’effetto di dosi massicce di metaqualone, noto come “droga di Wall Street”. Un farmaco nato contro l’insonnia, usato come stupefacente negli anni 70 per lo stato euforico che provoca.
Ma è la stessa droga usata da Jordan Belfort in “The Wolf of Wall Street”. Si può prescrivere?
La polizia dovrebbe indagare su come facesse a procurarsi le dosi. Non si prescrive mai, che io sappia. È stato sperimentato come ipnotico e quasi sempre usato come droga. I poveri dell’Africa lo prendono per sopportare la miseria.
La famiglia aveva richiesto l’intervento dei servizi sociali per un tso ma è stato respinto. Leonelli ometteva o abusava delle dosi del farmaco. Come è possibile che non fosse sotto stretto controllo sanitario?
Non c’è nulla da eccepire. Visto che lui si rifiutava di farsi curare, può darsi che stessero ancora studiando il modo giusto per intervenire. Comunque la psichiatria è una presunta scienza, in quanto falsamente deduttiva: le inferenze le facciamo dopo l’accaduto. Noi psichiatri non possiamo mai essere sicuri prima che una persona stia meditando un gesto estremo.
Si è trattato di un raptus?
Il raptus non esiste. Neanche la banalità del male. Piuttosto, ci sono persone che arrivano a un punto di rottura con la vita, non riescono più a sopportare la fatica delle relazioni e della quotidianità. Finchè, giorno dopo giorno, si trovano in una squallida normalità in cui tutto è lecito, perfino ammazzare qualcuno.
Alla base c’è uno stato depressivo trascurato?
La depressione è una parola contenitore, abusata. Ogni storia è un caso a sè stante. L’uomo aveva la passione delle armi, voleva arruolarsi nell’esercito di Israele ed era pieno di tatuaggi. Sintomi di un pensiero esasperato. Stava elaborando una sua visione del mondo frutto di un malessere. Se però lo fa un jihadista, lo definiamo terrorista. Se lo fa il novergese che stermina una scuola, è uno schizofrenico. Bisogna stare attenti alle etichette facili. Dietro a gesti del genere, c’è la sofferenza, che si alimenta giorno per giorno finché diventa normale fare del male a sè o agli altri.
Lei quindi sostiene che la malattia mentale non esiste, ma esistono i problemi che causano disagi, che a volte rimangono senza una soluzione.
È così. Non dobbiamo difenderci dietro lo schermo del disturbo mentale. Siamo sempre in presenza di un’incredibile malessere, di una persona che non si sente parte di questo mondo, che è in cerca di un posto, non si è sentito importante per qualcuno che stimava, con tanti fallimenti e delusioni alle spalle e per cui nessuno ha davvero fatto il tifo.
Quando è giusto intervenire con lo psicofarmaco?
Lo psicofarmaco è solo uno strumento. La sua prescrizione deve sempre rientrare in un progetto di recupero più ampio, che prevede un percorso di psicoterapia, di aiuto nella vita quotidiano e sul lavoro. Puntare tutto sulle medicine produce disastri. I medici di base sono addestrati dalle ditte farmaceutiche a prescrivere antidepressivi per i disagi più lievi. Ma è un errore. Prima bisogna provare con il dialogo. Una volta è bastato che io parlassi a un paziente per qualche ora, farlo riflettere, perché stesse meglio.
Corriere 28.8.14
Allo psichiatra che la segue ha raccontato l’aggressione nei minimi dettagli
Marika, accoltellata nel sonno dal padre: «Non voglio più dormire»
Lei ha 14 anni, la più piccola ne aveva 12
Nella stanza d’ospedale dove si è risvegliata da tre giorni ascolta musica
Non le hanno detto che la sorellina è morta
di Andrea Galli
qui
Corriere 28.8.14
Addio brutti ricordi, , la scienza li trasforma in belli
Fotografato il circuito cerebrale che controlla come i ricordi si legano a emozioni positive o negative
Lo studio pubblicato su Nature
qui
Repubblica 28.8.14
Italia paese senza più memoria
Archivio di Stato verso la chiusura
130 km di scaffali, ma i fondi non ci sono
Milioni di carte, da Crispi ad Aldo Moro
Con il taglio dei finanziamenti entro l'anno potrebbe chiudere l'Archivio Centrale dello Stato, la struttura che conserva la storia del Paese attraverso milioni di documenti. "Con 650mila euro non riusciamo neanche a svolgere il lavoro ordinario", denuncia il sovrintendente Agostino Attanasio. E in autunno è atteso l'arrivo di altre centinaia di faldoni legati alle stragi desecretate dal governo Renzi. La sede potrebbe essere trasferita a Pomezia, 30 chilometri da Roma, ma a quel punto consultare le carte diventerebbe un'impresa
di Carmen Galzerano e Andrea Fama
qui
Repubblica 28.8.14
La polizia blocca un romeno che distribuiva volantini contro un candidato alla successione di Frati
Che si scontra con gli agenti e poi accusa: “Siete forti coi deboli”
Roma, urla e spintoni in commissariato la questura denuncia il rettore della Sapienza
di Corrado Zunino
ROMA. Le bollenti elezioni per il nuovo rettore dell’Università La Sapienza in Roma, la terza più grande in Europa, hanno già prodotto un atto inedito: la questura di Roma ha denunciato il rettore in carica e uscente, il professor Luigi Frati, da dieci anni alla guida dell’ateneo (quattro da vice e sei da rettore). I fatti si sono svolti l’8 luglio scorso, ma emergono soltanto adesso e sono stati confermati dal questore di Roma, Massimo Maria Mazza. È successo che il rettore ha cercato di portare via dagli uffici del commissariato di polizia interno alla Sapienza, in viale dell’Università, un romeno fermato dagli agenti e in quei minuti sotto interrogatorio: serviva, l’interrogatorio, per ricostruire una vicenda di volantinaggio elettorale all’interno dell’ateneo contro uno dei candidati, il professor Giancarlo Ruocco.
Il rettore in carica — come si può leggere nei verbali di polizia, confermati da una lettera inviata al questore dallo stesso Frati — la mattina dell’8 luglio è entrato nel “commissariato universitario”, ha fatto qualche domanda al piantone e, avvistato un giovane straniero seduto di fronte al commissario Mario Spaziani, ha chiesto che gli fosse consegnato: «Questa è La Sapienza, fino a prova contraria, e di questa università sono il responsabile fino alla fine di ottobre... Lasciate stare gli innocenti, quest’uomo non ha fatto niente di male... Piuttosto andate a sgombrare gli studenti che occupano abusivamente il Lucernaio ».
Gli ufficiali di polizia giudiziaria, colpiti dalla richiesta e dall’aggressività dei toni, hanno fatto notare a Frati che non poteva restare lì, che in corso c’era la testimonianza di una persona, ma il rettore ha insistito: «Questa è la mia università», e ha preso per un braccio il romeno. C’è stata una reazione dei poliziotti e un accenno di spinte e resistenze fino a quando Frati non ha mollato la presa ed è uscito dagli uffici commentando ad alta voce: «Polizia di m...». Il commissario Spaziani ha contattato rapidamente il questore, che ha chiesto prima un rapporto preciso e quindi ha invitato il commissario a firmare una denuncia penale nei confronti del professor Frati: abuso d’ufficio, resistenza e calunnia (riferito, appunto, al «Polizia di m...») sono i reati contestati.
Nella stessa mattina, rientrato in rettorato, il professor Frati ha scritto una lettera di protesta al questore di Roma in cui dichiara incomprensibile il motivo per cui in un ateneo «dove non vi è mai stata censura», non appena «viene criticato un candidato a rettore, colui che mette i volantini sotto il parabrezza, un innocuo personaggio, viene fermato». Si chiede nella lettera, Frati: «Perché questo brillante attivismo nei confronti di un poveraccio e una tolleranza con gli altri?». E chiude con un attacco, messo nero su bianco, alla polizia: «Ci sono intoccabili e poveracci, tal che si è deboli con i forti che compiono illegalità e forti con un poveraccio che per pochi euro distribuisce volantini ». Il prologo della vicenda è nel lascito cattivo di una campagna elettorale avvelenata per sei mesi: sei candidati (due sostenuti da Frati, tre apertamente contrari, uno agnostico) si stanno infatti contendendo la prossima reggenza della Sapienza: s’inizia a votare il 23 settembre prossimo. Quella mattina, l’8 luglio, appunto, il giovane rumeno era stato avvistato di fronte all’ingresso dell’ateneo con un pacco di volantini in mano. I fogli stampati portavano questo titolo: “Da Amaldi a Ruocco: la triste parabola del dipartimento di Fisica della Sapienza”.
Giancarlo Ruocco, 55 anni, è il prorettore per la ricerca e il candidato più temuto da Frati. Nel corso delle presentazioni al corpo elettorale, non si è tenuto le critiche: «Il rettore uscente ha i suoi candidati», aveva detto, «campagna elettorale e finanziamenti si stanno confondendo, La Sapienza è una montagna velata dalla nebbia dove s’allarga la palude degli interessi personali». Il volantino distribuito in università altro non era che una mail inviata all’interno della Sapienza dal professor Luciano Pietronero, un altro fisico, storico avversario di Ruocco. La mail diventata volantino accusava il candidato Ruocco, «in passato rigoroso studioso vicino all’ala dura di Rifondazione comunista», di essersi trasformato in un arbitrario uomo di potere con la promozione a capo del dipartimento di Fisica e dell’Italian institute of technology. Il professor Ruocco, oggi, definisce tutto questo «spazzatura».
Segnalato dai vigilantes della Sapienza e fermato dalla polizia, il giovane romeno che volantinava ha subito confessato: «Un mio connazionale mi ha dato dieci euro e un pacco di carta alto così chiedendomi di venire all’università a distribuirla». Il connazionale è stato rintracciato dalla polizia in poche ore e ha confessato di aver ricevuto, a sua volta, 30 euro e una risma degli stessi volantini da un signore in giacca e cravatta. Per ora sconosciuto. Due giorni dopo l’ingresso del rettore Frati in commissariato. Il 10 luglio, un funzionario della Digos ha consegnato al rettore, nei suoi uffici, la denuncia presentata dalla polizia di Roma. Il rettore Frati, interpellato direttamente e attraverso il suo staff, non ha voluto commentare.
Repubblica 28.8.14
Regge la tregua, i falchi contro Netanyahu
Il premier accusato di aver “ceduto ai terroristi”
Ma sul Golan rischia di aprirsi un fronte contro Al Qaeda
di Alberto Flores d’Arcais
GERUSALEMME. Un generale israeliano, il premier palestinese della Cisgiordania e un olandese per le Nazioni Unite. Saranno tre uomini a vigilare sulla tregua «permanente e duratura» che ha posto fine a cinquanta giorni di guerra tra Israele e Gaza, saranno loro a controllare che gli aiuti umanitari e i materiali per la ricostruzione in arrivo sulla Striscia (via terra e via mare) non vengano usati da Hamas per riarmarsi o per costruire nuovi tunnel. Non hanno un compito facile Yoav Mordechai, Ramy Hamdallah e Robert Serry, perché la “guerra d’estate” ha lasciato un scia di odio, vendette, regolamenti di conti (politici e militari) un po’ su tutti i fronti. Una polveriera, pronta ad esplodere di nuovo.
Il giorno dopo Hamas insiste nel cantare vittoria e fa uscire dalla tenebre del bunker segreto (dove ha vissuto nascosto dall’8 luglio) Ismail Haniyeh, il “premier” di Gaza: «Abbiamo vinto, è pronta la strada per conquistare Gerusalemme». La realtà è diversa, i gruppi combattenti (Hamas e Jihad Islamica) a Gaza hanno subito grosse perdite, due terzi dell’arsenale bellico, i tunnel distrutti, diversi comandanti e circa novecento «terroristi» uccisi. Proveranno — come hanno fatto in passato — a riarmarsi, ma con il rischio di far saltare il cessate-il-fuoco. Tra i dettagli della tregua siglata al Cairo ci sono i compiti affidati al “comitato dei tre”, con il monitoraggio di ogni materiale che entra a Gaza e un avvertimento: se il cemento non venisse usato per la ricostruzione di case, uffici, ospedali ma per nuovi tunnel l’accordo salta automaticamente e i camion di aiuti verranno bloccati. Israele ha accettato di mettere fine alla sua politica di “omicidi mirati” contro i leader di Hamas e gli stipendi di 40mila “funzionari” verranno adesso pagati, ma sotto il controllo dei palestinesi di Cisgiordania.
Non può cantare vittoria neanche Israele e non sono poche le voci critiche che si sono levate contro Netanyahu, accusato di aver “ceduto ai terroristi”. La popolarità del premier è in caduta libera, metà del “gabinetto di sicurezza” era contro la tregua e i falchi — guidati dal ministro degli Esteri Lieberman — glielo hanno pubblicamente rinfacciato. Si sentono sconfitti gli abitanti del Sud, quelli che hanno vissuto cinquanta giorni in prima linea sotto i razzi di Hamas, che hanno dovuto abbandonare le case e i kibbutz di confine. Il sindaco di Ashkelon, la grande città a pochi chilometri da Gaza, ha riassunto con scetticismo la situazione: «La prossima guerra è solo questione di tempo».
Gli occhi dei militari e dell’intelligence israeliani sono ora puntati sul Nord del paese e su quanto accade al di là dei confini con la Siria sulle alture del Golan, dove i qaedisti di Al Nusra hanno conquistato dopo una dura battaglia contro le forze di Assad il valico di Quneira. Due israeliani (un militare e un civile) sono stati feriti da colpi di mortaio, Israele ha risposto al fuoco più che altro a scopo intimidatorio. Nessuno ha voglia, dopo una guerra di cinquanta giorni al Sud, di iniziarne una al Nord.
il Fatto 28.8.14
Dai beduini al jihad. Cent’anni di Stati fantasma
di Giampiero Gramaglia
NEL 1915, SYKES E PICOT DISEGNARONO LE AREE DI INFLUENZA DELLE POTENZE BRITANNICA E FRANCESE IN MEDIO ORIENTE. INVENZIONI GEOGRAFICHE CHE IN UN SECOLO HANNO PORTATO A UNA SERIE DI CONFLITTI NEL GRANDE GIOCO DELL’ASIA MINORE, TRA ETNIE, FEDI E LA SCOPERTA DELL’”ORO NERO“
Mi piacerebbe tracciare una linea dalla e di Akre (località dell’odierna Giordania, ndr) all'ultima k di Kirkuk”, la storica capitale dei curdi, in Iraq, di cui i peshmerga hanno ora ripreso il controllo: così, Mark Sykes, diplomatico britannico, diceva, il 16 dicembre 1915, a Downing Street, parlando con il collega francese François Georges Picot. In quella battuta, c’è la filosofia della sistemazione dei resti dell’Impero Ottomano, dopo la fine della Prima guerra mondiale: frontiere più rispettose di meridiani e paralleli che di etnie e religioni; scatolini di sabbia che si rivelano barili di petrolio; e nessuna attenzione al rispetto della parola data e, tanto meno, alle aspirazioni d’indipendenza dei popoli arabi. Nonostante il contributo – spesso decisivo – da essi fornito durante il conflitto.
Stanno lì molte radici delle tensioni e delle violenze dei giorni nostri nella Regione. L’Occidente, del resto, non riservò al Mondo arabo la sua miopia colonialista: pure i confini africani erano stati tracciati, nell’Ottocento, con criteri analoghi, separando popoli fratelli e mettendo insieme atavici nemici. Gli spaventosi eccidi di hutu e tutsi tra Rwanda e Burundi ne sono una conseguenza.
Con la paradossale conseguenza che turbolenze e barbarie – riconducibili alla lontana a quegli errori – contribuiscono, oggi, ad alzare una barriera di diffidenza e d’incomprensione, se un giornalista come Domenico Quirico, espertissimo d’Oriente, ma che ha sperimentato in prima persona l’asprezza del conflitto, scrive: “L’Occidente non vuole vedere che ci hanno dichiarato guerra... L’Islam moderato non esiste”.
LE LINEE IMMAGINARIE DELL’ACCORDO SYKES-PICOT E LE SFERE DI INFLUENZA
Tutto comincia da lì, da quella frase a Downing Street. Sykes e Picot negoziarono dal novembre 1915 al marzo 1916: il 16 maggio, venne firmato l’accordo che porta il loro nome, Sykes-Picot, l’Asia Minor Agreement, è un accordo segreto tra i governi del Regno Unito e della Francia, in assenza della Russia, che definiva le rispettive sfere di influenza nel Medio Oriente una volta sconfitto l'Impero Ottomano al termine della Prima guerra mondiale.
Al Regno Unito fu riservato il controllo dell’attuale Giordania, dell'Iraq e una piccola area intorno ad Haifa. Alla Francia fu destinato il controllo del Sud-Est della Turchia, della parte settentrionale dell'Iraq, della Siria e del Libano. La zona successivamente individuata come Palestina doveva passare sotto un'amministrazione internazionale, coinvolgente l'Impero russo e altre potenze.
L’accordo venne tenuto ben segreto ai capi arabi che si battevano contro l’Impero Ottomano, sperando nell’indipendenza, e anche agli ufficiali alleati che ne coordinavano le operazioni. Non ne sapevano nulla, naturalmente, Thomas Edward Lawrence, cioè Lawrence d’Arabia, e il suo amico Faysal, figlio dello sceriffo della Mecca. E, se lo avessero saputo, magari il cinema non avrebbe mai avuto modo di raccontare pagine tra epica e storia come la presa di Aqaba nel 1916.
Paladino per studi e cultura del nazionalismo arabo, Lawrence, uno 007, ufficiale dei servizi segreti di Sua Maestà, doveva porre al servizio della causa degli alleati l’insurrezione araba contro l’Impero Ottomano in atto tra l’Higiaz, la regione della Mecca e di Medina, e la Transgiordania.
Al padre di Faysal, al-Husain ibn Ali, venne prospettata l’indipendenza della nazione araba, senza tuttavia mai precisarne le dimensioni geografiche. Ma Londra e Parigi avevano già concordato d’attuare la cosiddetta politica del ‘doppio binario’: fare promesse agli arabi, ma intanto spartirsi sulla carta i domini ottomani.
IL PRIMO DOPOGUERRA E LE FAIDE TERRITORIALI DELL’EX IMPERO OTTOMANO
Lawrence e Faysal se ne resero conto a vittoria acquisita e guerra ultimata. Alla Conferenza di Pace di Parigi nel 1919, Faysal guidò la delegazione araba che cercò di fare valere le promesse ricevute e riuscì almeno a ottenere che alcuni Paesi arabi fossero guidati dalla dinastia hascemita, la sua.
A margine della conferenza, si ponevano le basi per altri conflitti che sono scoppiati un secolo dopo. Il 3 gennaio1919, Faysal e il presidente dell'Organizzazione sionista mondiale Chaim Weizmann firmarono un accordo – andato poi disatteso – secondo cui la Dichiarazione Balfour doveva costituire una base di discussione per il futuro dell'area alla fine del dominio britannico.
Negli anni successivi, le tappe furono serrate. Nel marzo1920, Faysal è proclamato re del Regno arabo di Siria, la Grande Siria, dal Congresso nazionale siriano. In aprile, la Conferenza di Sanremo dà alla Francia il mandato sulla Siria e scoppia la guerra franco-siriana. Un anno dopo, marzo 1921, alla Conferenza del Cairo, i britannici individuarono in Faysal il re dell’Iraq, sotto il loro protettorato.
L’assetto dell’area fra le due guerre era, alfine, definito. A turbarlo, senza però modificarlo, vennero sommosse religiose e anti-coloniali, fra cui, nella prima metà degli Anni Venti, la cosiddetta Grande rivoluzione siriana. Nel 1932, l’Iraq acquisì la piena indipendenza, prodromo al Massacro di Cibele, una strage di cristiani.
IL SECONDO DOPOGUERRA TRA GUERRE DI INDIPENDENZA, GOLPE E STRAGI
Nel secondo dopoguerra, le aspirazioni d’indipendenza sono pienamente realizzate. Ma la nascita d’Israele crea in tutta l’area nuove tensioni. Indipendente dal ’46, la Siria conobbe un periodo d’instabilità con colpi di Stato a raffica 13 – e l’effimera esperienza della Repubblica araba unita, con l’Egitto.
Dal 1963 il Paese è governato dal partito Bath, d’ispirazione socialista e panaraba; e, dal 1970, ha un presidente della famiglia al-Assad. Dalla Guerra dei Sei Giorni del ‘67, Israele occupa le Alture del Golan. La sommossa scoppiata nel 2011 ha fatto quasi 200 mila vittime, ridotto in macerie città, consegnato una parte della Siria all’estremismo integralista, ma non ha rovesciato il regime.
Più tormentate le vicende dell’Iraq, dove la monarchia venne rovesciata una prima volta nel 1941, su istigazione della Germania, ripristinata dagli alleati e poi di nuovo, definitivamente, esautorata nel 1958 con il colpo di Stato cruento degli Ufficiali Liberi. Per un decennio, i golpe si succedono fin quando, nel ’68, un quinto putsch insedia per 25 anni al potere il Bath e Saddam Hussein, sancendo la ‘dittatura’ della minoranza sunnita sulla maggioranza sciita.
IL DITTATORE DI BAGHDAD SALVATO NEL ‘91, VIENE FATTO FUORI COME DI AL QAEDA
Il laico Saddam spaventa l’Occidente quando nazionalizza il petrolio – l’Iraq ne è il 3° produttore mondiale –, ma fa il gioco dell’America nel 1980, quando dichiara guerra all’Iran integralista: quasi nove anni di conflitto, forse un milione e mezzo di caduti, ma né vincitori né vinti.
Nel 1991, l’occupazione e l’annessione del Kuwait innesca la Guerra del Golfo: l’Iraq è sconfitto, ma Saddam – divenuto un nemico – resta al potere. Nel 2003, l’invasione americana, giustificata con falsi pretesti, rovescia il regime e abbatte le statue del dittatore, trasforma il paese in una Repubblica parlamentare, ma non sana le tensioni tra sciiti, sunniti e curdi. Che, oggi, riesplodono, sotto la spinta jihadista.
LA I GUERRA MONDIALE
Dopo più di 600 anni, l'impero ottomano che andava dalla Turchia alle porte di Vienna si dissolve in piena Prima guerra mondiale, durante la quale era alleato con le potenze centrali (Impero di Germania, Austria-Ungheria e Regno di Bulgaria). Gli anni fatali per la sua scomparsa: dal 1912 al 1922.
EBREI E PALESTINA
La Palestina diventa un protettorato britannico nel 1917. Dalla fine della Prima guerra mondiale comincia l'esodo del popolo ebraico, intensificato dall'aumento dell'antisemitismo in Europa centrale dall'inizio del 1920, e che raggiunge il suo zenit sotto i regimi fascisti negli Anni 30.
DOPOGUERRA E ISRAELE
Il 14 maggio 1948 David Ben Gurion proclama la nascita dello Stato di Israele. Le truppe britanniche si ritirano: la guerra inizia lo stesso giorno. Segue la risoluzione 181 dell’Onu che prevedeva la costituzione di due Stati indipendenti, uno ebraico e l'altro arabo. S’intensifica l'esodo degli ebrei verso Israele.
IL FRONTE ARABO: ‘67-‘73
La guerra d’attrito comincia nel 1967, fra Egitto e Israele. La guerra del Kippur, o guerra arabo-israeliana, inizia nell'ottobre 1973 e finisce lo stesso mese. Iniziò dopo l'attacco a sorpresa dell'Egitto e della Siria, nel Sinai e nel Golan, luoghi conquistati 6 anni prima da Israele durante la guerra dei 6 giorni.
LA II GUERRA DEL GOLFO
Inizia nel marzo 2003, con l'invasione dell'Iraq da parte di una coalizione guidate dagli Stati Uniti. L'obiettivo principale era la deposizione del dittatore Saddam Hussein, obiettivo raggiunto il 15 aprile 2003, anche se la guerra è proseguita sino al 2011 con le principali città conquistate dalla coalizione.
LE PRIMAVERE ARABE
La primavera araba descrive l'insieme di proteste nel mondo arabo, iniziate nel dicembre 2010 in Tunisia, dopo il sacrificio di Mohamed Bouazizi che si diede fuoco, per protestare contro le condizioni economiche del suo paese; sono seguite le rivoluzioni in Egitto, Libia, Siria e tumulti in gran parte del mondo arabo.
il Fatto 28.8.14
L’accorso sull’Asia minore
Il righello della storia e i confini tra le sabbie del deserto
di Laetitia Méchaly
IL 16 MAGGIO 1916, in piena Prima guerra mondiale, viene firmato a Londra l'accordo segreto Sykes-Picot (o Asia Minor Agreement) tra i governi della Francia e del Regno Unito. Durante la caduta dell'Impero Ottomano le due potenze hanno deciso di spartirsi i territori medio-orientali in cinque zone, senza consultare le popolazioni locali. L'accordo, poi modificato nel 1918, prevedeva in particolare che il Libano, il sud-est della Turchia, una parte della Siria e dell'Iraq finissero sotto l'influenza francese, mentre il Kuwait, il sud della Siria, la Giordania e la Palestina sotto quella inglese. A complicare la questione, secondo tale accordo, nella attuale Palestina si sarebbe dovuta formare una amministrazione di tipo internazionale in collaborazione con la Russia. Sono queste frontiere che l'Isis afferma di non riconoscere, così come l’accordo Sykes-Picot, cercando di superare quella fase storica con la creazione del Califfato. L’accordo è sempre stato percepito da parte del mondo arabo - che non ne venne a conoscenza fino al 1917 - come lo specchio dell’imperialismo occidentale. L’accordo fu confermato durante la conferenza di Sanremo dell’aprile 1920.
il Fatto 28.8.14
Glossario della crisi
Isis, Califfato, Yazidi: il Medio Oriente fra mitra e preghiere
di G. G.
Mesopotamia – La ‘scena del crimine’: è la terra tra i fiumi (Tigri ed Eufrate) dei nostri studi classici, parte della Mezzaluna Fertile del Mondo Antico. Per millenni, la sua storia quasi coincide con la storia della civiltà: sumeri, assiri, babilonesi, persiani; ed i suoi popoli si ritrovano nella Bibbia. Oggi, il termine viene comunemente riferito a una zona più ampia di quella originaria.
Isis, o Isil, o Is – È, negli acronimi inglesi, lo Stato islamico (Is), che inizialmente veniva chiamato Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil) o Stato islamico dell’Iraq e della Siria (Isis): una nuova entità creata dall’avanzata delle milizie integraliste d’osservanza sunnita, che profittano della rovina della Siria e della debolezza dell’Iraq, dove il potere centrale alimenta la contrapposizione fra sciiti e sunniti. Califfato – Geograficamente, per ora coincide con lo Stato islamico. Ma il progetto è di ripristinare l’autorità su tutto l’Islam di una figura che concentra potere religioso, in quando vicario del Profeta, e potere temporale. Esauritosi nel 1923, dopo quasi 13 secoli di vita, non sempre facile, il califfato è un polo d’attrazione dell’integralismo islamico. Jihad– La parola è araba ed esprime il concetto di “fare il massimo sforzo”. Oggi il termine è utilizzato quasi esclusivamente come sinonimo di “guerra santa”, ma ha pure risvolti individuali, nel senso dell’impegno interiore per attingere la fede perfetta.
Bin Laden (e al-Zawahiri) – Osama bin Laden, il ricco saudita, ideatore e capo di al Qaeda, mente dell’attacco all’America dell’11 settembre 2001, e Ayman al Zawahiri, il medico egiziano, capo della rete dopo l’uccisione di Bin Laden il 1° maggio 2010, oggi fuori dai giochi. Al Qaeda è ormai un punto di riferimento per l’integralismo più storico che attuale.
al-Zarqawi – Abu Mus’ab al-Zarqawi, ucciso in Iraq da un raid americano il 7 giugno 2006, quando su di lui c’era una taglia da 25 milioni di dollari, era un giordano di origine palestinese: veniva da Zarqa, città di un campo profughi creato nel 1948. Comandante di al Qaeda in Iraq, come lo designò Bin Laden, è il terrorista che pratica la decapitazione degli ostaggi, protagonista d’azioni violente e crudeli. A lui, paiono ispirarsi gli uomini del Califfato.
al-Baghdadi – Abu-Bakr al-Baghdadi, che porta il nome del primo califfo, è il nuovo califfo, capo delle milizie jihadiste che hanno creato l’Is. Su di lui, le notizie sono poche e contraddittorie: imam in Iraq all’epoca dell’invasione americana, poi detenuto a Camp Bucca dal 2004 al 2009, esponente e dal 2010 leader di al Qaeda in Iraq, su di lui pende una taglia da 10 milioni di dollari.
Sunniti – Sono nettamente maggioritari nell’Islam (circa il 90%, quasi 1,4 miliardi di persone, più dei cattolici), ma sono minoritari in Mesopotamia. Il nome viene da sunna (in arabo, consuetudine, quella che c’era tra il profeta Maometto e i suoi compagni. Il califfato è storicamente l’espressione della loro visione del rapporto integralista tra Stato e fede.
Sciiti – Sono la maggiore minoranza islamica –ma sono maggioritari in Iran e nella Mesopotamia- e sono, originariamente, il ‘partito di Ali’, cugino e genero del profeta Maometto, ai cui successori considerano riservata la guida dell’Islam. Lo scisma risale al 680 e attraversa, quindi, tutta la storia musulmana.
Alauiti – Sono una frazione sciita (il nome rivela la deferenza ad Alì), presente soprattutto in Siria - circa 6 milioni, un quinto della popolazione -, ma pure in Libano. Alauita è la famiglia del presidente siriano Bassar al-Assad.
Salafiti – Il salafismo è una scuola di pensiero sunnita ispirata a modelli esemplari di virtù religiosa della tradizione islamica, che può offrire all’integralismo giustificazioni teologiche. Il movimento è anti-occidentale, ma porta in sé germi di rinnovamento dell’Islam.
Curdi– Sono un gruppo etnico indoeuropeo di religione islamica e con una propria lingua e abitano il Kurdistan, territorio della Mesopotamia compreso tra Iran, Iraq, Turchia, Siria, Armenia. I curdi, discendenti dagli antichi medi, con apporti guerrieri di sciti e galati di stirpe celtica, sono oggi quasi 40 milioni: forse il più grande gruppo etnico a questo mondo senza unità nazionale.
Caldei – Il termine si presta a confusione: i caldei, infatti, erano semiti della Mesopotamia, che finirono con il mescolarsi con le etnie della Regione. Oggi, i caldei sono i seguaci della Chiesa cattolica locale, circa un milione di fedeli, un quarto dei quali vive, o viveva, in Iraq. Il loro primate è il patriarca di Babilonia, con sede a Baghdad: Louis Raphael I Sarko.
Yazidi – Pochi ne conoscevano l’esistenza. Sono un gruppo curdo, poche centinaia di migliaia di persone, metà delle quali in Iraq, altre in Turchia, Siria, Iran, Armenia contraddistinto dalla fede religiosa: la loro fede, che ricorda i culti pre-islamici curdi, è una combinazione di zoroastrismo, mitraismo, manicheismo, ebraismo, cristianesimo, islam; praticano il battesimo, la circoncisione, il digiuno e il pellegrinaggio.
il Fatto 28.8.14
Tra mito e realtà
Nella capitale del califfato le donne soldato fanno le ronde
di Valerio Cattano
RAQQA È LA CITTÀ SIMBOLO PER I JIHADISTI CHE AMMINISTRANO LA LORO GIUSTIZIA. QUI È STATA FILMATA (E FORSE COMPIUTA) LA DECAPITAZIONE DI FOLEY
Raqqa – un milione di abitanti – per i miliziani dell'Isis è più che un simbolo. Non è un caso che gli esperti, analizzando il filmato della decapitazione del giornalista Foley, ritengono di aver individuato il luogo nelle colline attorno alla città siriana. Ci sono voluti
sei giorni di combattimenti intensi e centinaia di caduti – almeno 500 fra soldati di Assad e jihadisti – prima che Raqqa tornasse nel pieno controllo del Califfo. Il suo valore non è solo militare: è vero, il controllo del vicino aeroporto di Taqba è importante, ma i miliziani a Raqqa hanno messo in atto le loro leggi, il loro modo di vivere. È qui che è stata formata l’unica brigata femminile - chiamata al-Khansaa - con il compito di individuare le donne che non vivevano secondo la sharia: fra le regole da rispettare, restare integralmente coperte in pubblico ed essere accompagnate da un uomo.
UN UFFICIALE dell'Isis ha spiegato al magazine on line Syria Deeply che la brigata intende “aumentare la consapevolezza della nostra religione tra le donne, e punire quelle che non rispettano la legge. Jihad non è un dovere soltanto per l'uomo, pure le donne devono fare la loro parte”. Syria Deeply ha raccolto una testimonianza sull’irruzione alla Hamida Taher Girls School: “Sono state arrestate dieci studentesse e due insegnanti perché alcune di loro indossavano veli troppo sottili; altre sono state accusate di avere fermagli per capelli e di mostrare troppo il viso”. Raqqa è il luogo dove l'Isis fa le prove generali e dice non solo al resto del Medio Oriente: il nostro Califfato sarà così. I miliziani nelle scorse settimane si sono confrontati con aspetti pratici della gestione del territorio. Gestione che per certi versi è stata accettata da una popolazione che aspira alla possibilità di tornare a una vita normale. Per questo i miliziani si sono battuti con il coltello fra i denti
per riavere le strade di Raqqa:
perché è lì che il sogno del Califfato diventa realtà nella vita quotidiana. Si ripristina il traffico con agenti di polizia agli incroci, si riattiva una raccolta delle tasse: nei negozi di alimentari torna il pane, riaprono le stazioni di servizio con il carburante. Se qualcuno ruba, gli tagliano le mani in piazza. Il New York Times ha rilevato che lo stesso califfo al Baghdadi, consapevole che i suoi soldati sono più portati a violenze che
non ad amministrare una città, ha invitato medici e ingegneri a trasferirsi. In nome di tutto questo, di una vita non scandita dalle esplosioni ma dal ritmo segnato dagli impegni di tutti i giorni – scuola, lavoro, rapporti sociali – gli abitanti di Raqqa devono accettare le statue dei leoni del parco Al Rasheed distrutte perché considerate blasfeme; oppure rinunciare al punto d'incontro, spesso meta di innamorati, come Al Amasy Square, circondata da recinzioni metalliche sulle quali sventolano le bandiere nere dell'Isis; ritenere inevitabili le amputazioni, in luoghi pubblici, di persone accusate di furto. Eccola allora, la “normalità”: al reporter del New York Times un orafo ha dichiarato: “Faccio affari con esponenti di uno stato rispettabile, non con teppisti”, mentre una donna mandata dal marito comprava pezzi d'oro in contanti.
Corriere 28.8.14
Le esecuzioni pubbliche del venerdì
E l’Isis arruola i bambini di 10 anni
I giudici internazionali: «Il terrore è lo strumento per gestire il potere»
di Lorenzo Cremonesi
ERBIL — Domenica scorsa verso mezzogiorno i guerriglieri dello Stato Islamico hanno conquistato la base militare di Tabqa nella Siria nordorientale, dove si trova l’aeroporto della città di Raqqa. Appena due ore dopo le foto delle teste mozzate di decine di soldati e ufficiali dell’esercito di Bashar Assad circolavano già sulla rete. Si calcola che circa 350 lealisti siano stati presi, tra loro 250 sarebbero già morti, e di questi almeno una trentina appaiono nelle immagini dell’orrore. Le avevano postate su Twitter e Facebook gli stessi carnefici. Poveri monconi di corpi branditi come trofei dai vincitori sghignazzanti, mostrati ai bambini per la strada, appesi alle cancellate lungo i giardini pubblici di Raqqa, che da circa due anni è assurta al ruolo di capitale del nuovo radicalismo sunnita a cavallo tra Siria e Iraq.
Proprio queste immagini sono ora parte dei capi di accusa contenuti nel rapporto diffuso ieri dalla Commissione Onu incaricata di investigare i crimini contro l’umanità commessi in Siria e nelle province irachene occupate al momento dalle brigate sunnite dell’autoproclamato «Califfato». La Commissione punta il dito contro lo Stato Islamico, ma non risparmia critiche al regime di Bashar Assad. Per la prima volta il documento Onu accusa infatti la dittatura di Damasco tra l’altro di avere utilizzato armi chimiche, specie le bombe al cloro, contro le popolazioni dei villaggi siriani settentrionali, per ben otto volte nel solo mese di aprile. E fornisce dettagli specifici: le bombe sono state lanciate dagli elicotteri lealisti sulla città di Idlib e la provincia di Hama tra l’11 e il 29 aprile. I militari di Assad continuerebbero inoltre ad applicare sistematicamente la tortura e l’abuso sessuale nelle carceri. Gli assassini mirati e i desaparecidos tra gli oppositori del regime restano all’ordine del giorno.
Le pagine del documento dedicate ai crimini commessi dallo Stato Islamico sono ancora più fitte di dettagli e circostanze. I suoi autori si sono basati su 480 interviste e hanno fatto ricorso a vaste ricerche di archivio che testimoniano i quasi 200.000 morti in Siria denunciati dall’Onu negli ultimi tre anni, compresa la documentazione inquietante sul crescere delle esecuzioni pubbliche ad Aleppo e nella stessa Raqqa. I quattro autori del rapporto, presieduti dal diplomatico brasiliano Paulo Sérgio Pinheiro, affermano a chiare lettere che lo Stato Islamico si è inequivocabilmente macchiato di crimini contro l’umanità sia in Siria che in Iraq. «Questa è la continuazione, e sistematica espansione, degli attacchi su larga scala contro le popolazioni civili», scrive tra l’altro Pinheiro con ovvio riferimento alla recente tragedia delle popolazioni cristiane, yazide, sciite e turcomanne nell’Iraq settentrionale. Tra i capitoli più inquietanti c’è quello relativo ai bambini. Non solo i minorenni (maschi e femmine) rapiti in massa in Iraq, le bambine yazide sparite, ma anche i ragazzini di dieci anni inquadrati nei campi di addestramento assieme ai volontari islamici per formare i futuri battaglioni della «guerra santa». E, ancora, i bambini spinti a guardare e applaudire alle esecuzioni pubbliche, ai prigionieri colpiti da distanza ravvicinata, alle decapitazioni, alla violenza eletta a sistema e addirittura assurta a forma di spettacolo popolare. A detta dei giudici internazionali, le motivazioni per tanta brutalità sono evidenti: «Si vuole instillare terrore tra la popolazione per assicurare cieca obbedienza alla propria autorità». «In Siria trionfa l’impunità totale», dichiara Carla del Ponte, il giudice svizzero della Commissione che già in passato si è occupata di crimini di guerra. «Crimini sono perpetrati quotidianamente, da ogni parte, e nessuno si sta occupando delle responsabilità di questi delitti», aggiunge. Non c’è fine alla brutalità. Violenza chiama violenza. E l’impunità vige sovrana.
Il Sole 28.8.14
L'economia sommersa di ISIS: da estorsioni al commercio di petrolio affari per milioni di dollari al mese
di Marco Valsania
qui
La Stampa 28.8.14
Quasi quasi ti faccio una guerra
Dal primo al secondo conflitto mondiale, a quello delle Falkland
I documenti declassificati consentono di capire come sono scoppiati. E saperlo può essere scioccante
di Alessandro Barbero
Secondo il rapporto di un centro studi americano, in questo momento solo undici paesi al mondo sono completamente estranei a qualunque coinvolgimento bellico. La frequenza delle insurrezioni e delle operazioni di peace-keeping spiega l’allarme di papa Francesco, secondo cui la terza guerra mondiale è già cominciata. In questo mondo che ogni giorno guarda alle ultime notizie dall’Ucraina o dall’Iraq chiedendosi quali saranno le conseguenze, è interessante osservare il comportamento dei politici nelle grandi crisi del passato; in particolare di quei politici che nell’ultimo secolo hanno davvero portato i loro paesi in guerra.
Studiare i giorni convulsi che precedettero lo scoppio delle due guerre mondiali, nel 1914 e nel 1939, e anche dell’unica guerra combattuta dopo di allora fra due paesi occidentali, la guerra delle Falkland del 1982, è un’esperienza molto istruttiva. Perché col passare degli anni i documenti riservati, e anche molti che all’epoca erano considerati segretissimi, sono stati messi a disposizione degli storici. Noi oggi possiamo leggere i commenti personali scarabocchiati dal kaiser Guglielmo II sui telegrammi da Londra («Gli inglesi sono dei farabutti!»), la reazione del ministro degli esteri Galeazzo Ciano alla scoperta che i tedeschi avevano già deciso di fare la guerra senza dirlo a Mussolini («Ci hanno ingannato e mentito»), il diario del principale consigliere di Ronald Reagan durante la crisi delle Falkland («Le isole Falkland! Mai sentite, vero? Neanch’io, fino a ieri sera»).
Quando dico che i documenti sono a disposizione degli storici, intendo dire che sono a disposizione di tutti. Si trovano su Internet, a patto di cavarsela coll’inglese, già ordinati in ricchissimi dossier; anche quelli della guerra delle Falkland, che sembra ieri, e invece sono passati più di trent’anni e il governo britannico ha declassificato, come si dice, i documenti segreti. E così oggi sullo straordinario sito della Fondazione Margaret Thatcher si trova tutto, dalle trascrizioni delle telefonate con Reagan fino ai verbali scarabocchiati a matita delle riunioni dei deputati conservatori (Lord Onslow: «Affondiamogli tutta la flotta!»). In altre parole, noi sappiamo del kaiser e dello zar, di Hitler e di Mussolini, di Reagan e della Thatcher quello che non sappiamo, per ora, di Obama e di Putin: come parlavano davvero, cosa si dicevano in privato, cosa annotavano nei loro diari. L’esperienza, a seconda del punto di vista, può essere rassicurante o scioccante: i padroni del mondo sono persone qualunque, perdono la testa e si arrabbiano, decidono sull’impulso del momento, poi ci ripensano, si preoccupano di cosa penserà la gente, hanno paura di perdere la faccia, sperano che gli altri siano ragionevoli, sperano che succeda qualcosa a tirarli fuori dai guai, e quando tutto va a finire male dichiarano che loro non c’entrano, è colpa della fatalità (il cancelliere tedesco, Bethmann-Hollweg, il giorno prima di dichiarare guerra alla Russia nel 1914: «Tutti i governi, compreso quello russo, e la grande maggioranza dei popoli erano per sé stessi pacifici; ma il sasso ha cominciato a rotolare...»).
Ma una cosa li accomuna tutti: non vorrebbero la guerra, però sono disposti a correre il rischio. Bisogna punire uno Stato canaglia che fomenta il terrorismo: è l’opinione diffusa in Austria dopo l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo per mano di terroristi serbi, e qui sarà il caso di ricordare che se a noi l’assassinio di un arciduca può sembrare meno grave che non l’abbattimento di due grattacieli e la morte di tremila persone, per i politici del 1914 era enormemente più grave. Bisogna punire lo Stato canaglia per difendere la civiltà e perché l’opinione pubblica lo pretende (Sigmund Freud, a Vienna, alla notizia della dichiarazione di guerra alla Serbia: «Tutta la mia libido è rivolta all’Austria-Ungheria»), e si è disposti a correre il rischio che la guerra si allarghi e diventi mortale, anche perché sotto sotto non ci si crede. Oppure: bisogna mostrare che la Germania è forte e risolvere con la forza il litigio con la Polonia, e si è disposti (almeno Hitler lo era, nel 1939) a correre il rischio che la guerra si allarghi e diventi mondiale, anche perché sotto sotto si è convinti di farla franca un’altra volta: dopo tutto, le potenze democratiche hanno permesso alla Germania nazista di mangiarsi l’Austria e la Cecoslovacchia, perché dovrebbe essere diverso stavolta?
E infine: bisogna salvare il regime e compattare un popolo scontento, schiantato da un’inflazione al 600%, invadendo le Falkland, anzi le Malvinas, come le chiamano in Argentina, quelle Malvinas che da centocinquant’anni tutti gli scolaretti argentini imparano a desiderare come gli italiani desideravano Trento e Trieste. In quel caso non si può neppure parlare di un rischio calcolato: i generali argentini erano sicuri che la Gran Bretagna non avrebbe reagito, e che il loro buon amico Ronald Reagan li avrebbe protetti. Dopo tutto, solo pochi mesi prima il presidente americano aveva accolto alla Casa Bianca il dittatore argentino Galtieri, e lo aveva chiamato «un magnifico generale» per il suo zelo anticomunista. Non sapevano, come sappiamo noi, che «Ron» aveva già scritto alla «dear Margaret» garantendole che se le cose si mettevano male gli Stati Uniti l’avrebbero sostenuta. Non lo sapevano, però avrebbero potuto immaginarlo: come scrisse poi impietosamente l’Economist nel necrologio del generale Galtieri, «forse qualcuno dei suoi compatrioti poteva perdonarlo per la sua spietatezza, ma non per la sua stupidità». E dunque è così che scoppiano le guerre: quando qualcuno decide di correre un rischio. Finché la terza guerra mondiale non è ancora scoppiata, è sui rischi impliciti in ogni mossa dei leader che l’opinione pubblica dovrebbe meditare, se vuole provare a capire qualcosa.
Repubblica 28.8.14
Quei calcoli sbagliati alle origini dei conflitti
di Paul Krugman
È PASSATO un secolo dall’inizio della prima guerra mondiale, quelli che molti all’epoca definivano «la guerra che avrebbe messo fine a tutte le guerre». Sfortunatamente, le guerre hanno continuato a scoppiare. E con le notizie dall’Ucraina che diventano più preoccupanti ogni giorno che passa, sembra il momento giusto per chiedersi perché.
Un tempo le guerre venivano combattute per divertimento e per profitto: quando Roma invase l’Asia Minore, o quando la Spagna conquistò il Perù, l’obiettivo era solo mettere le mani su oro e argento. E succede ancora adesso. In una famosa ricerca finanziata dalla Banca mondiale, l’economista di Oxford Paul Collier ha dimostrato che il miglior indicatore di rischio di una guerra civile, evento fin troppo comune nei Paesi poveri, è la presenza di risorse saccheggiabili come i diamanti. Tutte le altre ragioni che i ribelli adducono per le loro azioni sembrano essere più che altro razionalizzazioni a posteriori. Nel mondo preindustriale la guerra era, ed è ancora, una contesa tra famiglie criminali per il controllo del racket più che una battaglia per i principi.
Se invece siete una nazione ricca e moderna, la guerra — anche quando è facile e vittoriosa – non paga. E questo ormai da parecchio tempo. Nel suo famoso libro del 1910, La grande illusione , il giornalista inglese Norman Angell sosteneva che «la potenza militare è irrilevante sul piano sociale e sul piano economico». Come faceva notare, in un mondo interdipendente (che già esisteva all’epoca delle navi a vapore, delle ferrovie e del telegrafo), la guerra infligge inevitabilmente pesanti danni economici anche al vincitore. Senza contare che è molto difficile estrarre uova d’oro da economie avanzate senza finire per ammazzare la gallina.
Potremmo aggiungere che la guerra moderna è costosa, costosissima. Per esempio, secondo le stime, i costi finali (includendo cose come l’assistenza ai veterani) della guerra in Iraq finiranno per superare largamente i mille miliardi di dollari, molte volte di più dell’intero Pil iracheno.
Insomma, la tesi della Grande illusione era vera: le nazioni moderne non possono arricchirsi con la guerra. Eppure le guerre continuano a scoppiare. Perché?
Una risposta è che i leader forse non sanno far di conto. Angell, tra l’altro, spesso è stigmatizzato (ingiustamente) da gente convinta che con il suo libro avesse previsto la fine della guerra. In realtà lo scopo del giornalista inglese era, al contrario, quello di sfatare i concetti atavici, ancora molto diffusi ai suoi tempi, sulla ricchezza apportata dalle conquiste militari. E le illusioni di vittorie facili sono un fenomeno che vediamo all’opera ancora oggi. È solo una supposizione, ma mi sembra verosimile che Vladimir Putin avesse pensato di poter rovesciare facilmente il governo ucraino, o almeno impadronirsi di una grossa fetta del suo territorio, con poca spesa: un po’ di aiuti sottobanco ai ribelli e il bottino gli sarebbe caduto in grembo. E già che ci siamo, vi ricordate quando l’amministrazione Bush prevedeva che rovesciare Saddam Hussein e installare un nuovo governo sarebbe costato solo 50-60 miliardi di dollari?
Il problema maggiore, tuttavia, è che i governi spesso e volentieri ricavano un guadagno politico da una guerra, anche quando la guerra in questione non ha alcuna logica dal punto di vista degli interessi nazionali.
Recentemente Justin Fox, della Harvard Business Review, ha detto che la crisi ucraina forse affonda le sue radici nelle difficoltà dell’economia russa. Come sottolinea Fox, la prolungata fase di crescita economica è stata uno dei fattori che hanno consentito a Putin di rimanere saldamente al potere in Russia. Ma ora il motore della crescita ha cominciato a perdere colpi ed è verosimile che il regime putiniano avesse bisogno di sviare l’attenzione.
Tesi simili sono state avanzate per altri conflitti apparentemente insensati, come l’invasione delle Falkland da parte dell’Argentina nel 1982, da molti attribuita al desiderio della giunta militare al potere all’epoca a Buenos Aires di distrarre l’opinione pubblica dalla disastrosa situazione economica. (Per essere onesti, alcuni studiosi contestano con vigore questa tesi.) Ed è un fatto che quasi sempre una nazione si stringe intorno ai suoi leader in tempo di guerra, indipendentemente dall’assurdità della medesima o dall’impresentabilità dei leader. La giunta militare argentina godette per breve tempo di una forte popolarità durante la guerra delle Falkland. Per un certo periodo, la “guerra al terrore” portò l’indice di approvazione del presidente George W. Bush a livelli stratosferici, e la guerra in Iraq probabilmente gli fece vincere le elezioni del 2004. Conformemente alla tradizione, l’indice di gradimento di Putin è schizzato alle stelle da quando è scoppiata la crisi ucraina.
Senza dubbio è una semplificazione eccessiva dire che lo scontro in atto in Ucraina nasca unicamente dalla necessità di puntellare un regime autoritario in seria difficoltà su altri fronti. Ma una parte di verità in questa storia c’è di sicuro, e solleva prospettive inquietanti per il futuro.
Più nell’immediato, dobbiamo preoccuparci dell’ escalation in corso nel Paese dell’Europa orientale. Una guerra a tutto campo sarebbe un disastro per gli interessi della Russia, ma Putin potrebbe valutare che una disfatta degli insorti gli farebbe perdere la faccia in modo irrimediabile.
E se regimi autoritari senza una solida legittimazione possono lasciarsi tentare dal tintinnio di sciabole quando non riescono più a garantire prosperità, pensate agli incentivi che avranno i governanti cinesi se e quando il miracolo economico di quella nazione dovesse finire (cosa che secondo molti economisti avverrà presto).
Cominciare una guerra è una pessima idea. Ma le guerre continuano a scoppiare.
© 2-014 New York Times News Service
Corriere 28.8.14
Carrère racconta l’alba del cristianesimo
«In passato ho vissuto una fede intensa: ora sono ateo, ma interessato alla religione» dal nostro corrispondente Stefano Montefiori
PARIGI — «Quella primavera, ho partecipato alla sceneggiatura di una serie televisiva. Questo l’argomento: una notte, in una piccola città di montagna, dei morti ritornano». Comincia così, in prima persona com’è costume dell’autore, e prendendola molto alla lontana, il nuovo libro di Emmanuel Carrère sugli albori del cristianesimo.
Le Royaume («Il Regno») esce oggi in Francia per P.O.L. (l’edizione Adelphi sarà nelle librerie italiane all’inizio del 2015), ed è un ponderoso volume di 640 pagine sui primi cinquant’anni della Chiesa, la vita di San Luca e su come, con l’aiuto di San Paolo, il più misterioso degli evangelisti sia riuscito a trasformare una piccola setta ebraica nella religione capace di conquistare il mondo allora conosciuto.
Si può immaginare l’interesse di molti lettori appassionati di temi religiosi, e anche l’espressione perplessa di alcuni fan di Carrère, che potrebbero accogliere con una punta di delusione un romanzo storico su una vicenda autorevolmente raccontata migliaia di volte. Ma dalla prima pagina del prologo ci si ricorda perché chi ama Carrère lo ama così tanto: parla sempre di sé e di ognuno di noi. Che lo sfondo della storia sia la Russia contemporanea, la provincia francese o il Mediterraneo di duemila anni fa.
Lo scrittore francese ha indagato sul male del singolo e di tutti in L’avversario (2000), storia di Jean-Claude Romand che il 9 gennaio 1993 uccise moglie, i due figli e gli anziani genitori dopo essersi finto medico per 18 anni. Nel 2002 Carrère ha scritto la più intima e allo stesso tempo spudorata delle lettere erotiche (Facciamo un gioco , Einaudi), pubblicandola su «Le Monde» affinché la compagna la leggesse assieme ad altre migliaia di persone durante un viaggio in treno. Nel 2007 La vita come un romanzo russo , terapia personale sotto forma di ricerca nell’ex Urss sulle tracce del nonno georgiano che aveva collaborato con i nazisti. Due anni dopo Vite che non sono la mia : le due Juliette (una mamma morta di cancro e una bambina uccisa dallo tsunami) e due giudici impegnati a favore delle famiglie afflitte dai debiti, fino all’enorme successo anche italiano di Limonov , biografia di un uomo che è stato «teppista in Ucraina, idolo della controcultura sotto Brežnev, valletto di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, volontario nelle guerre dei Balcani», infine capo carismatico di un gruppo di disperati, il partito nazional-bolscevico russo. Perché, adesso, un argomento meno originale come la vicenda dei primi cristiani? «Avevo voglia di tornare a un periodo della mia vita, che risale a circa 25 anni fa, durante il quale ero immerso nella fede».
Lo scrittore andava a messa ogni giorno, si confessava, faceva la comunione, e dedicava almeno un’ora di ogni sera a scrivere commenti di un passo del Vangelo. Fu una conversione travolgente, durata tre o quattro anni. Carrère si definisce ora agnostico «o ateo, per fare prima», ma otto anni fa, mentre lavorava a Vite che non sono la mia e Limonov , è andato a ripescare quelle note. «Sapevo che un giorno sarebbe stato interessante ripercorrere la mia crisi religiosa — ha detto Carrère a “Télérama ” —. C’è come un alieno in me, e allo stesso tempo sono proprio io. Vale per tutti: ci sono parti di sé che non si conoscono bene. Scrivere sui rapporti che si intrattengono con gli altri è interessante. Ma parlare dei rapporti tra sé e sé in momenti diversi della stessa vita non è da meno».
Il miracolo di Carrère sta, ancora una volta, nel guardarsi l’ombelico e allo stesso tempo prendere per mano il lettore, come se la sua introspezione riguardasse tutti, e da vicino. Nel caso di Royaume , prima di arrivare a San Luca e a Corinto nell’anno 50 dopo Cristo, Carrère ci parla di quella volta in cui, nel 2011, cominciò a lavorare alla sceneggiatura della serie tv francese Les Revenants , abbandonata perché non sopportava di «essere messo continuamente sotto esame da ragazzini con la barba di tre giorni che facevano facce di sufficienza davanti a quello che io e Fabrice (l’altro sceneggiatore, ndr ) scrivevamo. Grande era la tentazione di dire “se sapete già quel che c’è da fare fatevelo da soli”, e ho ceduto».
Les Revenants è stata poi un grande successo mondiale e Carrère si è sentito «come Pete Best che lascia i Beatles un istante prima del contratto discografico». Invita a cena gli amici Fabrice e Patrick. Per consolarsi, parla loro del vecchio progetto di libro sui primi cristiani, raccontandolo «come si racconta una serie tv». «Messa così, sembra roba da Philip K. Dick!», reagisce Fabrice. Carrère supera i dubbi, l’idea può prendere finalmente forma.
Le Royaume è tanti libri insieme: autobiografia (come sempre), biografia molto documentata di San Luca, romanzo storico e making of di tutti questi. L’unità è data dalla domanda centrale, formulata nelle prime pagine. Forse banale, riconosce l’autore stesso, però appassionante. Com’è possibile che così tante persone credano realmente che un ebreo di duemila anni fa, nato da una vergine e resuscitato tre giorni dopo essere stato crocifisso, tornerà per giudicare i vivi e i morti?
«Se qualcuno oggi credesse a divinità che si trasformano in cigni per sedurre dei mortali, o a principesse che baciano dei ranocchi trasformandoli in principi, tutti direbbero: è matto — scrive Carrère —. Ora, una quantità di persone credono a una storia altrettanto delirante e non passano per pazze. Hanno un ruolo sociale, forse meno importante che in passato, ma rispettato e nel complesso piuttosto positivo. Le loro stranezze convivono con attività del tutto sensate. I presidenti della Repubblica fanno visita al loro capo con deferenza. Bizzarro, no?». Carrère, pur non credendo più, non riesce a liquidare la questione con il disprezzo degli atei militanti. Quella domanda diventa il pretesto per un nuovo capitolo di indagine sull’uomo, e grande letteratura.
Corriere 28.8.14
È il clima che decide la storia
Favorì l’ascesa di Roma, preparò la Rivoluzione francese
di Giovanni Caprara
L’espansione dell’Impero romano fu accompagnata da una favorevole condizione climatica, che ne facilitò lo sviluppo. I valichi alpini erano liberi dalle nevi e consentivano alle legioni di attraversarli con i loro carriaggi. Gli scienziati hanno battezzato quel periodo Roman Climate Optimum : l’atmosfera, benigna pure altrove, consentiva l’ampliamento di nuovi grandi domini sia in Europa che in Asia. Si viveva, allora, una fase di riscaldamento ambientale che si protrasse dal I sino al IV secolo d.C.. Ma quando la temperatura cominciò a scendere di un grado e mezzo, portando inverni più freddi e umidi, si entrò nel «Pessimum alto medievale». L’Italia fu vittima di inondazioni, l’Impero romano, privato del suo granaio verde africano ormai inaridito, crollò e il continente fu percorso da forti migrazioni. Non sono questi, comunque, gli unici casi. La storia è stata spesso segnata da profondi mutamenti di questo genere in varie epoche, come accadde in Egitto quando, in seguito a una pesante variazione climatica intorno all’Ottocento avanti Cristo, si disfece l’impero del faraone Takeloth II. Stessa sorte venne riservata, poco dopo, ai Maya dall’altra parte del pianeta.
Le civiltà della Terra da sempre hanno dovuto fare i conti con l’ambiente e le manifestazioni atmosferiche e quindi il racconto della loro evoluzione deve tenerne conto. Lo dimostra con ricchezza di dettagli il volume di Wolfgang Behringer, Storia culturale del clima (Bollati Boringhieri). Behringer è uno storico dell’Università del Saarland, a Saarbrucken (Germania), dove dirige il centro per gli studi storici europei, ed è noto internazionalmente per le sue indagini. In quest’ultima si pone tre obiettivi brillantemente raggiunti: mostrare quanto siano state forti le oscillazioni climatiche nella storia del nostro pianeta, chiarendone la causa; mettere in evidenza come la società umana abbia immediatamente reagito a variazioni anche minime della temperatura e delle precipitazioni e, infine, evidenziare quanto il tipo di reazione prodotta sia dipeso più dalla cultura umana e dai suoi modelli interpretativi piuttosto che dai soli dati scientifici misurati.
L’intreccio è una sfida complessa, che ha visto altri illustri storici affrontarla, compreso il francese Emmanuel Le Roy Ladurie. Behringer ha il merito di tracciare un disegno più completo, oltre che più analitico sotto i vari fronti, ripercorrendo la storia della Terra sin dalle origini e offrendo un quadro approfondito dei significati e delle relazioni fra gli eventi.
È consueto che nell’analisi storica i fatti più tradizionali prevalgano a scapito di altri giudicati erroneamente secondari, come quelli naturali. E soprattutto oggi, che viviamo un indiscutibile cambiamento di clima. Anche perché le stagioni appaiono modificate nei loro tempi e talvolta «rubate», come l’attuale estate quasi senza sole in molte regioni: un problema a cui si aggiungono talvolta eventi meteorologici quotidiani con picchi spesso dannosi per la loro violenza. Tutto ciò può portarci a guardare l’evoluzione umana come composta da capitoli separati negli aspetti che la influenzano, alterando le interpretazioni e le necessarie risposte. È significativo come ora si attribuisca nelle discussioni un maggior rilievo agli aspetti economici nel trattare la questione, trascurando le osservazioni della scienza, ripetendo gli errori del passato. Basti pensare alle spiegazioni dedicate allo scoppio della Rivoluzione francese, per la quale, invece, il dato ambientale è stato oltremodo significativo. Il 1789 seguiva, infatti, un periodo alterno scandito prima dalla siccità, poi da rovinose precipitazioni distruttrici dei raccolti e quindi dal freddo pungente che paralizzò l’economia. Il conseguente disgelo portò inondazioni, con lo scoppio di malattie, fino a che la fame spinse la gente a ribellarsi. «Intere famiglie — scrive Behringer — davano l’assalto ai carri che trasportavano cereali, impadronendosi del carico». Già con Luigi XIV, il Re Sole, si verificarono le annate più fredde del millennio. Ovviamente, la dimensione naturalistica era da tempo accompagnata da un’incapacità politica dei regnanti ad amministrare il Paese, mentre la popolazione aumentava, accrescendo le necessità.
Anche in precedenza, nell’arco della piccola era glaciale estesa dal 1300 al 1900, le profonde alterazioni climatiche e la riduzione delle risorse esasperarono i conflitti religiosi, sociali e politici. Emergevano persino malattie psichiche o false credenze: si affermava, addirittura, che fossero i suicidi a causare il maltempo. La stregoneria, con le streghe capri espiatori sia della grandine che delle gelate, era considerata un crimine tipico della piccola era glaciale e altrettanto l’antisemitismo che l’aveva preceduta.
Il raffreddamento condizionava, inoltre, numerosi altri aspetti. In architettura le case gotiche lasciavano il passo a quelle barocche e intorno al 1600 gli edifici in legno erano sostituiti da quelli in pietra, più efficaci nel ripararsi. Cambiava il modo di vestire, con tessuti pesanti più protettivi, e la pittura, come dimostrano la nuvole nei quadri di El Greco e i paesaggi invernali di Pieter Brueghel, rispecchiava i mutamenti ambientali.
All’epoca dell’Illuminismo il clima moderatamente buono (ma faceva più freddo di oggi) alimentava l’illusione di un miglioramento delle condizioni di vita. Durò poco, però, dato che fu rapidamente spazzata via da inclementi ondate di freddo.
Conclusa la piccola era glaciale alla fine dell’Ottocento, negli anni Cinquanta del secolo scorso si vedevano i primi segni di un nuovo cambio di clima, con la temperatura in ascesa fino al 1940; un indice sempre legato allo sviluppo della rivoluzione industriale. Ma poi s’invertiva l’andamento e gli scienziati prospettavano una nuova improvvisa glaciazione, ufficializzata nella prima conferenza mondiale dell’ambiente a Stoccolma nel 1972, dove si presentava il global cooling , il raffreddamento globale. Per difendersi si suggerivano interventi estremi: dalla costruzione di una imponente diga nello stretto di Bering alla copertura delle calotte polari con una pellicola nera assorbente la radiazione solare. Presto il termometro tornava ancora ad invertire la tendenza proiettando le nazioni nel global warming , il riscaldamento globale. E il Nobel Paul J. Crutzen sosteneva che l’uomo aveva messo fuori gioco i ritmi naturali, coniando per la nostra epoca il termine Antropocene.
Ma prevedere che cosa accadrà domani con le limitate possibilità della scienza è arduo. Gli strumenti, soprattutto teorici, sono ancora inadeguati all’analisi e alla soluzione del problema. Abbiamo grandi quantità di informazioni, ma sia la loro valutazione sia la capacità di fondere insieme svariate discipline appaiono ancora insufficienti. Sui cambiamenti climatici abbiamo molti indizi, ma le risposte spesso sono più emotive che razionali. «Gli scienziati seri dovrebbero guardarsi dal voler interpretare il ruolo di Nostradamus», nota Behringer, aggiungendo che «le simulazioni al computer non funzionano meglio delle premesse in base a cui i dati vengono forniti; descrivono delle attese, non il futuro. Il clima cambia — conclude lo storico tedesco — ed è sempre cambiato. Come vi reagiamo è una questione di cultura». Certamente una tesi non da tutti accettata, che farà discutere.
Repubblica 28.8.14
Quanti errori e pregiudizi in quel viaggio di Tocqueville
Il saggio di Massimo Salvadori svela le inasattezze alla base del classico “La democrazia in America”. Senza offuscarne le geniali intuizioni
di Nadia Urbinati
LA DEMOCRAZIA in America, uscito in due volumi nel 1835 e 1840, fu uno dei primi bestseller: il primo volume ebbe varie ristampe in pochissimi mesi. È ancora oggi uno dei libri più venduti, letti e citati. La sua audience è trasversale. Albert Hirschman incluse Tocqueville tra i retori della reazione per la sua teoria della futilità della Rivoluzione francese, dannosa perché scoppiò quando l’ancien régime era già moribondo. Autore molto amato dai liberali della Guerra fredda, a Tocqueville Hannah Arendt si ispirò nel delineare i due modelli di rivoluzione, quello francese e quello americano, che hanno segnato nel male e nel bene la storia contemporanea fino al totalitarismo. La democrazia in America fa parte del bagaglio culturale di conservatori (è stato pochi anni fa ristampato in inglese con una nuovissima edizione a firma di Harvey Mansfield) e progressisti (la sua testi sul ruolo delle associazioni civili ha guidato Robert Putnam nella ricerca sul civismo in Italia, debole o assente in quelle aree che non ebbero una storia repubblicana).
Tanto successo e tanta ammirazione corrispondono a quanto Tocqueville si era proposto di fare? Quanto corretta è la rappresentazione che ci ha lasciato della società americana del 1831, quando intraprese il suo viaggio con l’amico Gustave de Beaumont? A queste domande si ispira Massimo L. Salvadori nel suo Le stelle, le strisce, la democrazia uscito da Donzelli. E la risposta è tranchant (e molto ben documentata): la ricostruzione è pochissimo corretta. Tocqueville non vide o non capì o fraintese molte cose importanti. La sua immagine della democrazia fu certo il frutto di quel che vide, ma il suo sguardo era guidato da una «sorta di pregiudizio » che divenne il suo punto di partenza ancora prima dei fatti osservati. Questi i limiti che Salvadori documenta: la sua concezione dell’eguaglianza delle condizioni sociali era immaginifica e ignorava l’esistenza di un’oligarchia potente, mentre vedeva una larga classe media che non c’era; la struttura e l’importanza della “macchina” dei partiti politici gli sfuggì completamente; la sua diagnosi della centralità degli stati dell’Unione sulla presidenza federale era sbagliata; l’analisi, toccante, dei rapporti tra neri e bianchi nel Sud produsse in lui la diagnosi, errata, di una rivolta spartachista degli schiavi; infine, la sua idea che le masse di poveri dominassero la politica e i rappresentanti eletti era a dir poco fantasiosa.
Il messaggio di Tocqueville sui rischi dispotici della democrazia, sui pericoli dell’apatia, sull’egemonia dei molti contro i pochi, sull’ugualianza come passione che livella, è stato dunque più il frutto delle sue letture classiche (Platone, Aristotele, Pascal, e poi naturalmente Rousseau) e dei traumi subiti dalla sua famiglia e dalla società francese con il Terrore che delle osservazioni raccolte durante il viaggio in America. Tocqueville non fu uno scienziato politico. Ma il raffinato esame che ci propone delle emozioni collettive, della funzione razionale delle passioni, delle conseguenze inattese che le scelte individuali hanno sulla società resta fondamentale per chi voglia capire i comportamenti sociali moderni. E la sua analisi innovativa sulla natura dell’individualismo, la formazione di una religiosità panteistica mossa dalla fede della scienza e nella tecnologia, la natura contraddittoria di molti beni sociali moderni come la stampa, l’informazione, l’associazione degli interessi resta un punto fondamentale di ispirazione. Tocqueville vide una democrazia nelle relazioni sociali: per esempio, il fatto che la cultura dei diritti induca a volere eguaglianza di considerazione e riconoscimento o che i rapporti di eguaglianza erodano l’autorià dei padri e dei mariti, cambiando la struttura della famiglia. Con Salvadori si può allora dire che non é l’America del suo tempo che dobbiamo cercare nel libro di Tocqueville. Ma forse è proprio questo anacronismo che ha reso La democrazia in America capace di resistere al tempo.
Repubblica 28.8.14
Le donne e la paura di non essere all’altezza
di Brunella Gasperini
qui
Repubblica 28.8.14
Eterologa Io, paziente numero 5
“Il mio turno potrebbe arrivare a metà settembre. Allora mi sottoporrò all’impianto dell’ovocita fecondato Il sogno di una nuova gravidanza, le paure e le incognite tra diritti e vuoto legislativo”. Ecco il diario di una (possibile) madre
di Vera Schiavazzi
BOLOGNA SE SEI la paziente numero 5 in lista d’attesa per la fecondazione eterologa, il tuo turno potrebbe arrivare prestissimo, già a metà settembre. Se sei quella paziente, una delle prime ad aver bussato alla porta di Tecnobios (il centro per la fertilità fondato da Carlo Flamigni) all’indomani della sentenza del 10 aprile che ha “liberato” le donazioni, ti senti già piuttosto fortunata, stai prendendo gli estrogeni per prepararti a ricevere l’ovocita fecondato che un’altra donna accetta di regalarti. Una donna che non conosci, ma che speri sia anche lei fortunata: fino all’ultimo nessuno saprà se davvero ha ovociti in eccesso da donare a un’estranea. Peccato, perché tu hai fretta: quando sei una cinquantenne non ti resta molto tempo: c’è spazio per uno, due tentativi.
Ma prima, prima di questa vigilia ansiosa e felice, c’è stato tempo per le domande e per le paure, per i conti e i fantasmi (che faccia avrà la donatrice? Che studi avrà fatto? Sarebbe una buona madre?). Per sapere che cosa succede davvero quando si decide di far nascere un bambino che avrà il Dna di un’altra.
Ecco il racconto di questo viaggio avventuroso, un viaggio sul quale in molti parlano, straparlano e litigano, ma che solo i pazienti e i loro medici conoscono davvero.
10 aprile . La Corte Costituzionale dice che non è più vietato ricevere gli spermatozoi o gli ovociti di una terza persona. Possono farlo tutte le coppie eterosessuali. Dopo il primo tg, telefonata al ginecologo: “È vero? Possiamo?”. La risposta è una doccia fredda: “Calma, signora. Non sappiamo ancora nulla, bisogna aspettare”.
10 giugno . Arrivano le motivazioni della sentenza, anche il ginecologo è più ottimista: “Non c’è vuoto legislativo, in teoria si può fare. Si metta in lista a Bologna, e magari anche a Catania e a Milano. Non abbiamo molto tempo…”. Telefonata a Tecnobios, la persona dall’altra parte è gentile e discreta, ma è la paziente a voler chiarire di che cosa si tratta: “Ho due figli grandi, un nuovo compagno, vorrei tentare con l’eterologa”. L’appuntamento viene fissato in fretta.
25 giugno . Si parte in treno, due ore da Torino a Bologna cercando di non farsi troppe fantasie. Alle 15 c’è la visita, il momento della verità. Il dottor Luca Borini fa un’anamnesi accurata, vuole essere sicuro che non ci siano problemi di salute, cardiopatie, ipertensione, diabete. Poi arrivano gli avvisi: “Parlo a tutti e due perché se la signora dovesse stare male o se l’eventuale bambino nascesse prematuro le conseguenze ricadrebbero su entrambi. Voglio essere chiaro: con l’eterologa, ricevendo l’ovocita di una donna giovane e fecondandolo con i suoi spermatozoi, le vostre possibilità crescono molto, possono arrivare al 40 per cento. Ma non è sicuro che la gravidanza ci sarà. E se anche ci fosse, non sarà una passeggiata: all’età della signora le possibilità di una gestosi e di un parto prematuro sono quasi una su due, e comunque tutto l’organismo fatica ad adattarsi. Il fatto che abbia già figli è una buona premessa, ma non basta”.
Un parto prematuro, d’accordo, ma quanto? “Non lo sappiamo. Nessuno lo può dire”. Possiamo sapere qualcosa sulla donatrice? “No. Saremo noi a scegliere tra le pazienti che nello stesso momento si faranno prelevare gli ovociti per tentare un altro tipo di fecondazione. Possiamo solo garantirvi che sarà una donna giovane, non oltre i 35 anni, e che la sceglieremo tra quelle con il gruppo sanguigno compatibile e un aspetto fisico non troppo lontano dal vostro”.
L’ecografia è già fatta, restano una mammografia, un pap test, l’elettrocardiogramma sotto sforzo e gli esami del sangue. “Pensateci, e se decidete per il sì spediteci gli esiti”.
9 luglio . Gli esami sono buoni, la decisione è presa: sì. Ma restano molte domande, e si decide un secondo colloquio: se nascerà un bambino, siamo obbligati a dirgli che da qualche parte esiste una mamma biologica diversa? E se sì, lui o lei potranno conoscerla? “No. Non serve a nulla, in nessun caso. Noi conserveremo sempre l’anonimato dei donatori. E vi consigliamo di dire la verità al bambino, ma è una decisione che spetta solo a voi”. Gli estrogeni potrebbero essere dannosi? “No, sono solo una piccola parte degli ormoni che la gravidanza porterebbe comunque con sé”.
Quando sapremo se ci sono gli ovociti “giusti” per noi? “Vi preavviseremo qualche giorno prima, visto che abitate in un’altra città. Ma la certezza l’avrete solo all’ultimo, quando la donatrice avrà fatto il pick up e noi potremmo vedere quante uova ci sono e se sono mature. A quel punto restano quattro ore per fecondarle. Se andrà bene, ne avremo a disposizione circa tre, e dopo cinque giorni potremmo ritrovarci con un embrione o due e scegliere il migliore da trasferire alla signora. Di lì in poi, non possiamo fare previsioni, vi seguirà il vostro ginecologo di fiducia”. Il transfer sarà doloroso? “No, niente anestesia, solo un piccolissimo catetere per piazzare le uova fecondate nell’utero”.
Poi, la domanda che quasi dispiace ma non si può non fare: quanto costa? “Per adesso, meno di una fecondazione omologa: circa 2.500 euro per un ciclo, perché i trattamenti sono di meno. Presto speriamo di poter rimborsare le donatrici, potrebbe trattarsi di circa 900 euro per coprire una parte delle spese e le assenze dal lavoro. Ma, credetemi, nessuna donna si metterebbe a farlo per guadagnare”. E se la gravidanza non arriva? “Ci potete riprovare, ma senza andare troppo oltre le soglie di età indicate in quasi tutta Europa come limite ultimo. Se avremo due embrioni, ne conserveremo uno e si potrà tentare quasi subito. Altrimenti, tornerete al fondo della lista. Per questo vi consiglio di iscrivervi in più centri, e magari anche all’estero”. Dove? “Non vogliamo dare questo genere di consigli, ma ci sono Paesi come l’Ucraina e alcuni Stati americani dove l’età non viene considerata un vincolo assoluto, anche se i costi salgono”.
Nel viaggio di ritorno, si scherza: “Vorrei avere davanti quella signora che al telegiornale ha detto che non c’è fretta, che è meglio che i centri stiano fermi in attesa della legge…”. E si mettono le mani avanti anche sul matrimonio che non c’è: “Guarda che se poi ti stufi non puoi dire che il figlio non è tuo, la legge lo vieta”.
27 agosto . Il centro Tecnobios è ancora chiuso per le vacanze, riaprirà il 1° settembre. Ma il dottor Borini risponde lo stesso al telefono: “Signora, stia tranquilla. È tra le prime, penso che la chiameremo già tra dieci giorni perché possa organizzarsi col suo compagno. Ha cominciato con gli estrogeni? Bene. A presto”. Adesso sembra vero, quasi dietro l’angolo. E nessuno ha giudicato nessun altro, nessuno ha indagato sul perché una donna cinquantenne vuole diventare madre per la terza volta, su quanto buoni saranno questi possibili candidati-genitori, su che cosa accadrà quando qualcuno potrebbe scambiare il papà con il nonno. “Lo potete sapere solo voi”, ha ripetuto tante volte, con pazienza, Borini. Per poi finire con una battuta che ha fatto ridere tutti: “Sapere chi è la donatrice è inutile. Vi avviso però: nessuna sarà mai bella come la signora, e dite ai nonni di non cercare somiglianze…”.
Repubblica 28.8.14
Toscana, già mille in lista d’attesa ma chi viene da fuori dovrà pagare
di Michele Bocci
FIRENZE MILLE pazienti in lista d’attesa, la volontà di far pagare per intero il trattamento a chi arriva da fuori, i problemi con i donatori. La Toscana è l’unica Regione ad avere approvato una delibera che autorizza i suoi centri, pubblici e convenzionati, alla fecondazione eterologa e ora si trova ad affrontare un boom di richieste ma anche problemi pratici. Circa il 60% delle coppie che hanno chiesto un appuntamento arrivano dal resto d’Italia e ci sono strutture, come Careggi, che fissano le visite già per dicembre. Tra l’altro il policlinico fiorentino è un centro dove tradizionalmente non si fa molta procreazione medicalmente assistita (pma). La pressione è dunque ancora maggiore sui convenzionati: alcuni hanno già 150 persone in agenda.
Dopo la sentenza della Consulta che ha cancellato il divieto di eterologa dalla legge 40, la Toscana con una delibera ha dato ai centri le indicazioni necessarie a partire. Visto che il decreto dello stesso tenore del ministro Lorenzin è stato bloccato da Renzi, che ha preferito rinviare tutto al Parlamento, il sistema sanitario toscano è oggi il solo a garantire il trattamento. Gli altri governatori aspettano il 3 settembre, quando si riunirà lo Stato-Regioni. Vogliono decisioni rapide, magari l’emanazione di linee guida ministeriali, altrimenti minacciano di partire comunque. Vista la situazione nazionale, le domande ai centri toscani sono tantissime. «Abbiamo fatto bene ad andare avanti», commentava ieri su Facebook il governatore Rossi. Presto arriverà un nuovo atto affinché il trattamento sia assicurato ai residenti della regione al costo del ticket dell’ omologa, circa 500 euro. Chi viene da fuori dovrà invece versare l’intero prezzo della prestazione, tra i 3.000 e i 3.500 euro, perché alcune Regioni hanno già detto di non volersi fare carico della spesa dei loro cittadini, visto che le loro strutture non offrono quel tipo di prestazione.
Avviare l’eterologa però comporta problemi pratici, e nella regione guidata da Rossi se ne stanno rendendo conto. Prima di tutto c’è il tema della donazione. Deve essere gratuita ma è difficile non prevedere un rimborso sostanzioso per “compensare” la donna che fa un trattamento ormonale importante, necessario a produrre gli ovociti. Mettere in piedi velocemente una banca regionale, inoltre, è molto difficile, così alcuni centri hanno deciso di usare i gameti già presenti nei loro congelatori e appartenenti alle coppie che hanno fatto i trattamenti di pma. Quasi tutti coloro a cui è stato chiesto hanno acconsentito a donarli. In altri casi si ragiona anche sulla possibilità di acquistare ovociti e liquido seminale all’estero, presso aziende certificate. Ma c’è appunto il problema del pagamento.
Per risolvere altre questioni ci si rifà alle norme già esistenti. Non solo in Toscana ma anche nei centri privati di altre Regioni che partono con l’eterologa. Il trattamento, dice la legge 40, può essere fatto da persone “coniugate o conviventi”. Nel secondo caso non è chiaro da quanto tempo la coppia debba esistere ma teoricamente bastano pochi giorni. Riguardo al tema della selezione del donatore, stando al parere dell’avvocato Gianni Baldini, consulente della Toscana, vanno seguite le linee guida delle società scientifiche. «Tra la coppia e il nascituro deve esserci compatibilità genetica, cioè comunanza di razza e di caratteri fenotipici fondamentali, come il colore della carnagione o dei capelli — spiega il legale — Però i futuri genitori non dovranno fare richieste, sarà il ginecologo a valutare la compatibilità genetica e scegliere il donatore giusto per loro».
Repubblica 28.8.14
Nuovi desideri /1
Noi e il senso di vuoto secondo lo psichiatra Eugenio Borgna
Il sogno degli italiani? Essere ascoltati
intervista di Simonetta Fiori
NON dimenticare mai di formulare un desiderio. Mai rinunciare ai desideri, dice la madre di Malte Laurids Brigge in una celebre opera di Rilke. Ma siamo ancora capaci di avvistare le stelle filanti, alla ricerca di qualcosa che ancora non c’è? Gli italiani sanno ancora desiderare, che poi significa riconoscere il futuro dentro il proprio corpo sociale? E come sono orientati i nostri desideri? Cominciamo il nostro viaggio da un esploratore di anime quale Eugenio Borgna, protagonista della psichiatria italiana e autore di libri bellissimi sulla condizione umana.
Può darmi una definizione del desiderio?
«È necessaria una premessa. Allo stesso modo della speranza, anche il desiderio è condizionato dalla storia personale di ciascuno di noi. Se il mio vissuto è stato ricco, anche la sfera dei desideri resta estesa e polimorfa».
Il desiderio è desiderio di desiderare, come diceva Lacan?
«Sì, in qualche modo sì. Un’esperienza condizionata dal passato, ma soprattutto aperta al futuro. Desiderare significa riconoscere dentro di sé questa dimensione del tempo che è il futuro. Se in me muore il futuro, muoiono anche i desideri. Se io vivo prigioniero del mio passato gli spazi aperti del desiderio si comprimono. A volte si annullano».
Questo vale per la vita personale.
Ma posso estendere questa nozione alla vita di una collettività? Si possono storicizzare i desideri?
«Certo. Non esiste desiderio che non sia intrecciato al tempo, alla circolarità senza fine tra passato presente e futuro. Noi storicizziamo i contenuti delle speranze e dei desideri perché essi non sono liberi ma condizionati dalla storia personale di ciascuno di noi».
Si può psicoanalizzare il nostro passaggio storico? Siamo una società ancora desiderante? E in che termini?
«Siamo tutti magnetizzati da desideri immediati che ci impediscono di guardare ai desideri più grandi. È anche questo un effetto della crisi economica: ha spostato il nostro orizzonte dai desideri più alti a quelli legati alla quotidianità: il benessere o la pura sopravvivenza. Tutte pulsioni legittime, ma non sono quelle a cui si riferisce Rilke nei Quaderni di Malte Laurids Brigge : non lasciare morire mai un desiderio perché altrimenti la tua vita perde di senso. Questa immagine custodisce il segreto più profondo del desiderio inteso come qualcosa che oltrepassi la condizione individuale per metterla in relazione con un altro orizzonte di senso. Non c’è desiderio senza trascendenza. Non ci sono speranze se non c’è l’ansia di uscire dai confini limitati del mio io. Più entro in relazione con gli altri, più mi trasformo».
Il desiderio è dunque relazione.
«Sì, è la ricerca infinita di qualcosa che possa portare scintille di luce anche quando le disfatte esistenziali mi spingono verso il buio. È anche favorire una maturazione che mi impedisca di restare mummificato dentro di me — io sono quello che divengo, diceva Nietzsche. Sono questi i desideri grandi che mi permettono di andare avanti, mentre oggi vedo proliferare solo desideri finiti. Ma un conto è vivere, un altro è sopravvivere. E secondo Rilke, io vivo solo se ho desiderio di infinito, lo stesso di cui parla Leopardi, anche Pascal o il Musil di I turbamenti del giovane Törless . È quel sentimento che ci fa cogliere la seconda vita che è dentro di noi».
La malattia psichica del nostro tempo è una sorta di depressione?
«Mi sembra una definizione fin troppo generosa: la depressione nasce dalla perdita di qualcosa che può essere riconquistata. Temo si tratti di un tumore psichico molto più doloroso che si chiama indifferenza. La condizione spirituale più diffusa è oggi l’apatia la perdita di ogni sentimento di solidarietà. Perfino i migliori tra noi sono indotti a perdere di vista “i desideri di infinito” per inseguire quelli microscopici del proprio orticello. Ma anche l’indifferenza è una forma di disturbo psichico. La crisi economica ha l’effetto di far risalire dentro di noi i demoni».
Lei sostiene che ci siamo scoperti più fragili. Ma questo non è in contraddizione con la diagnosi di apatia morale?
«No. Cresce la fragilità ma contemporaneamente cresce una condizione psichicamente diversa che è l’apatia. Chi è fragile non diventerà mai apatico. Proprio perché associata a una straordinaria introspezione e a capacità di ascolto, la fragilità ci rende immuni dall’insorgenza di disturbi psichici come l’indifferenza. È uno scudo insostituibile. Se io so quanto le parole, i silenzi, le distrazioni possano far male, non cadrò mai in quell’errore. Ma la maggior parte delle persone rifugge dalla fragilità perché socialmente sconveniente, faticosa da sopportare».
Perché nel suo ultimo saggio sulla fragilità include in questa definizione anche i desideri?
«Una pietra non è fragile perché sopravvive a tutti gli urti. Invece desideri, speranze e anche tristezza sono fragili perché non sanno resistere alle aggressioni dell’indifferenza. Vanno in pezzi. E qui sta il loro valore enorme. Sono infinitamente più preziose le emozioni e le parole che si rompono di quelle inconsistenti che non si rompono mai».
Le donne reggono meglio alla crisi?
«Sì. Il tessuto interiore delle donne è più ricco e più capace di introspezione. Sono le donne quelle che sanno leggere e rivivere la vita degli altri come uno specchio nel quale il divenire degli accadimenti si riflette senza perdere il suo significato più profondo».
Alla fine della sua esperienza, da psichiatra e da psicoterapeuta, cosa ha capito degli essere umani?
Qual è la cosa di cui hanno più bisogno?
«Il desiderio sconfinato di essere ascoltati. E di vivere il tempo di ogni incontro senza i condizionamenti dell’orologio ma nella sincronia tra il tempo interiore di chi ascolta e il tempo interiore di chi è ascoltato. Si possono incontrare persone anziane che si sono amate tutta la vita senza mai conoscersi. È l’enorme e imperscrutabile fenomeno della solitudine».
Lei è stato ascoltato?
«Credo che il mio destino non potesse essere che questo».
Ma io non mi riferisco all’esercizio della professione.
«Attenzione, il termine professione in psichiatria è quanto mai pericoloso. Se il contatto tra paziente e medico viene legato a un concetto tecnico non so quanto la cosa sia utile per chi sta male e per chi cura. Uno dei più grandi psichiatri del Novecento, Viktor Emil von Gebsattel, racconta che Lou Andreas Salomé avrebbe voluto che lui diventasse lo psicoterapeuta di Rilke. Lo scrittore in un primo tempo aveva accettato, poi si rifiutò temendo che l’analisi di Gebsattel gli avrebbe ucciso gli angeli: gli angeli delle elegie, gli angeli dell’annunciazione. Questo episodio restituisce la ricchezza emotiva dell’incontro tra medico e paziente».
Ritiro il termine di “professione”, ma ripeto la domanda: lei nella sua vita è stato soddisfatto in quello che ha indicato come il bisogno primario degli esseri umani?
«Qualche volta sì. È difficile essere ascoltati fino in fondo».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
“La crisi economica riduce gli orizzonti e si rischia di inseguire solo il proprio orticello” “Una relazione con gli altri è la ricerca continua di luce quando le disfatte ci spingono verso il buio
Vivere non è sopravvivere E come diceva Leopardi, si vive solo per l’infinito
Con lo psichiatra Eugenio Borgna iniziamo una serie di interviste per raccontare l’Italia attraverso i desideri. Cosa vorremmo davvero oggi, quando stiamo vivendo la crisi economica più grave del dopoguerra?
Corriere 28.8.14
The President
Parabola di un dittatore in fuga con il nipotino
Nel Paese senza nome la vita procede a ritmo di valzer, le strade sono illuminate da lampadari di cristallo e una voce dall’alto informa che Dio è in cielo ma in terra è il Presidente a vegliare su tutti. Un suo cenno, e sette terroristi vengono giustiziati all’istante. Un colpo di telefono, e le mille luci del regno brillano o si oscurano all’istante. Ma una sera, mentre ripete con il nipotino il gioco dell’accendi-spegni, l’interruttore s’inceppa. Il Paese da operetta piomba nel buio, i soli fuochi che divampano sono quelli della rivoluzione, ai valzerini subentra il sinistro ritmo dei mitra… Non resta che battersela di corsa. Sua Maestà e Sua Altezza Reale, ormai solo un nonno e un nipotino in fuga.
The President di Mohsen Makhmalbaf inizia con i toni grotteschi del Dittatore di Baron Cohen e si chiude con quelli tragici, da cronaca recente. Quel vecchio tiranno dagli abiti laceri tirato fuori da un buco dal popolo smanioso di mettergli la corda al collo non può non ricordare l’epilogo di Saddam Hussein. «Cadono i regimi ma quel che viene dopo spesso è segnato da una violenza pari o maggiore del passato — commenta il regista iraniano —. È successo in Iran, in Iraq, in Siria». Uccidere no, ma perdonare è difficile. «La terza via, indicata dal film, è rendere ridicolo chi si credeva un dio onnipotente. I dittatori fanno paura da lontano, ma da vicino spesso fanno ridere». Esule dal 2005 dall’Iran, Makhmalbaf ha girato The President in Georgia. «L’Iran mi manca ma non posso tornare. Neanche mia moglie può andare a trovare i suoi genitori che stanno morendo. Le dittature non uccidono solo le persone, dividono le famiglie. (G. Ma.)
Repubblica 28.8.14
Makhmalbaf: “Il mio bambino simbolo della Primavera araba”
di Maria Pia Fusco
VENEZIA . La favola di un uomo che credeva di essere dio, e che dopo un viaggio nell’inferno della violenza ritrova la sua umanità. Così Mohsen Makhmalbaf definisce il suo The President, che comincia proprio come una favola, con un nonno che per dimostrare al nipotino il suo immenso potere solo con una telefonata riesce a far spegnere tutte le luci della città e poi a farle risplendere a piacer suo. Un bel gioco al quale il bambino partecipa felice, finché la luce non ritorna e nel buio cominciano sentirsi grida, rumori minacciosi, forse spari.
The President, un tiranno che si fa chiamare Sua Maestà e governa con spietata ferocia, si allarma, manda in salvo la famiglia all’estero, promette di partire anche lui dopo aver riportato l’ordine nel paese. E il nipotino resta con lui, vuole continuare a giocare con il nonno.
Ma l’ordine non tornerà, la rivolta contro il tiranno è esplosa. Abbandonato da tutti, senza più mezzi né amici, il tiranno cerca di confondersi in mezzo al popolo, trova una chitarra e si improvvisa musicante di strade con il nipote che in vesti da bambina balla con grazia, mentre attraversano il paesaggio della violenza, le ruberie, le esecuzioni per le strade, gli stupri. In ogni modo il nonno cerca di proteggere il bambino, dalla paura, dalle immagini della brutalità umana, dalla morte, mentre si rende conto di essere il responsabile di tanta ferocia. «Durante la primavera araba sono cadute alcune tirannie, ma nel mondo ci sono ancora almeno quaranta dittatori al potere. E nei paesi che hanno fatto la rivoluzione per la libertà e la democrazia spesso la violenza è entrata in un circolo senza fine, ha generato altra violenza», dice il regista iraniano che da dieci anni vive fuori dal suo paese e da Venezia invia un pensiero ai suoi colleghi rimasti in Iran, spesso nell’impossibilità di lavorare. In The President ha voluto «il bambino, simbolo dell’innocenza: la sua e quella che il nonno ha perduto e che lui, con la semplicità ingenua dei suoi perché riesce a far riaffiorare. Il peggio delle dittature è la distruzione delle famiglie, oltre alle migliaia di morti ci sono milioni di senza famiglia, solo quest’anno le NU ne hanno denunciato 50 milioni. Vorrei che i dittatori rispondessero alle domande dei bambini innocenti, vorrei che questo film fosse un piccolo contributo alla cultura della non violenza, dobbiamo farla crescere, altrimenti a una dittatura che cade un’altra si sostituirà».