l’Unità 27.8.09
Il nuovo discrimine
di Luigi Manconi
La morte dei 73 eritrei ha evidenziato crudelmente una questione non nuova, ma che faticava a manifestarsi. Il tema dell’immigrazione costituisce una frattura profonda per le società contemporanee. Dunque, questa vicenda sembra poter rappresentare un punto di svolta. Sia chiaro: contrariamente a quanto si sente ripetere, l’immigrazione non è questione di solidarietà- i buoni sentimenti contrapposti al truce cattivismo della Lega -, bensì di economia e demografia, diritti e doveri, politiche pubbliche e strategie di inclusione, welfare universalistico e integrazione. Insomma, non è un problema di «generosità verso gli ultimi», bensì un fattore essenziale dei moderni sistemi di cittadinanza e un test cruciale per la qualità delle democrazie contemporanee.
Certo, è buona cosa che la Chiesa cattolica si sia mossa, e con tanta forza, in questa circostanza, ma è un errore pensare che la tutela dei diritti irrinunciabili della persona debba avere, di necessità, un’ispirazione religiosa. Quella tutela è, deve essere, fondamento di ogni politica democratica degna di questo nome. Dall’intransigente difesa di quei diritti discende la natura stessa dei regimi democratici: essa non può affidarsi alle virtù individuali e collettive (pure preziose), ma all’elaborazione di un sistema di garanzie che, quei diritti, renda esigibili ed effettivi. Per questo, la questione dell’immigrazione rappresenta davvero un discrimine che attraversa la società e il sistema politico.
Con l’introduzione del reato di clandestinità, il nostro ordinamento ha subito una lesione profonda come mai in passato: viene sanzionato non un comportamento criminale, bensì una condizione esistenziale. Si viene penalizzati per ciò che si è, non per ciò che si fa. Ma battersi contro questa mostruosità non è sufficiente, se non si hanno ben chiare le conseguenze di quella norma, nella vita sociale e nei livelli di tutela giuridica dei singoli e delle minoranze: ovvero il fatto che la società si organizza, di conseguenza, per selezionare, discriminare, sperequare tra chi è parte del sistema di cittadinanza, chi ne è fuori e chi (tantissimi) vive precariamente ai suoi margini, tra inclusione ed esclusione. Dunque, è tutta l’organizzazione sociale - l’idea e la struttura di comunità - che ne viene informata, intervenendo nei rapporti tra gruppi e classi, tra privilegiati e deprivati. L’atteggiamento verso gli immigrati e i profughi, cioè, condiziona profondamente la concezione dei diritti di cittadinanza per tutti e gli stessi connotati essenziali della vita democratica.
È probabile che oggi la maggior parte della società italiana esprima diffidenza, se non ostilità, verso le politiche di accoglienza-integrazione: non è una buona ragione per arrendersi. È fondamentale, certo, saper scegliere le parole e le politiche: ben venga il discorso profetico della Chiesa, ma a noi serve un altro linguaggio. Quello, appunto, dell’economia e della demografia, dei diritti e delle garanzie. E la capacità di far intendere che chiudere le frontiere, prima ancora che una manifestazione di egoismo, è segnale indubbio di autolesionismo.
l’Unità 27.8.09
Dissidenti di destra venite allo scoperto
Testamento biologico presto in commissione
di Maria Antonietta Coscioni
È molto più di facciata che reale, la granitica sicurezza della maggioranza accreditata dal ministro Sacconi in materia di testamento biologico e fine vita; Sacconi ripete che alimentazione e idratazione per chi non è autosufficiente, anche contro la volontà del paziente sono punti irrinunciabili per governo e maggioranza. In realtà non passa giorno che all’interno del PdL non si manifestino dissensi. Il più autorevole è quello del presidente della Camera Fini, che sta seriamente meditando, durante il voto del provvedimento in Aula, di svestirsi del suo ruolo di presidente, tornare tra noi deputati «semplici», e votare contro. Sarebbe un dissenso clamoroso, ma non isolato. È un malessere diffuso; sono noti i «malumori» del ministro Brunetta, del capogruppo Cicchitto, di molti parlamentari del centro-destra: sia provenienti da Alleanza Nazionale che da Forza Italia: almeno 80.
A questi miei colleghi rivolgo un pubblico invito. A settembre la discussione del provvedimento sul testamento biologico continuerà in Commissione Affari sociali. Chiedo a quanti si oppongono al testo di legge retrogrado e punitivo, che non ha riscontro in nessun altro Paese occidentale, di intervenire in Commissione di dare corpo e sostanza al loro «no». Quello del fine vita, stabilire cioè se, come e quando accettare trattamenti sanitari invasivi è «affare» di tutti; ed è giusto che il cittadino sappia cosa si accinge a fare il parlamentare che ha contribuito ad «eleggere». Per questo è necessario assicurare il massimo di discussione, partecipazione e conoscenza tra l’opinione pubblica. C’è per esempio chi sostiene che in commissione Affari Sociali siano inutili le audizioni, perché sufficiente il lavoro effettuato dal Senato. Una fretta che ha una sola spiegazione: portare in tempi rapidi in dono alle gerarchie ecclesiastiche il testo di legge sul testamento biologico; in questo modo, offensivo per le coscienze di tantissimi cattolici, il PdL intende farsi perdonare stili di vita e personali comportamenti del premier: in pubblico difensore di quella morale, che privatamente in modo plateale contraddice. Al contrario, assicurare un nuovo ciclo di audizioni potrebbe, per esempio, consentirci di toccare con mano una drammatica realtà, vissuta quotidianamente, dai malati e dalle loro famiglie. Cosa che il Senato non ha fatto. È necessario insomma che il dibattito esca dalle aule parlamentari, e si diffonda tra i cittadini e nel Paese. La battaglia da combattere è, da una parte, per la libertà di ricerca scientifica; dall’altra per affermare i diritti umani fondamentali: alla vita, alla salute, a una vita dignitosa fino all’ultimo istante che ciascuno considera degno di essere vissuto, scegliere di vivere senza sentirsi dire da altri: questo lo puoi o non lo puoi fare. Questa è la posta in gioco, è bene che se ne sia tutti consapevoli e coscienti.
l’Unità 27.8.09
Donne e uomini insieme per un «interumanesimo»
di Flore Murard Yovanovic, Paolo Izzo
Sono giorni che seguiamo con altalenante interesse il dibattito scaturito dalla lucida analisi di Nadia Urbinati a proposito del «senso dell’inutilità dell’agire politico»: uno squarcio arioso nel nostro asfittico orizzonte. Era una nascente pianticella, una intuizione geniale testimoniata anche dall’altissimo livello di partecipazione e dalla sete diffusa e trasversale di ricostruire insieme quell’agire. Troppo presto, però, sono arrivate a soffocare il dibattito incipiente le vecchie gramigne di teorie preconfezionate: piazza e rabbia, corpi e sessi, conflitti e grida; su tutte, il vecchio femminismo, eterno ritorno dell’uguale e totem ancora oggi intoccabile!
Al di là di evidenti e fondamentali conquiste, quel pensiero non ha funzionato e non ha trasformato in modo duraturo e profondo i rapporti tra i sessi e la società in generale. Perché al millenario sopruso sulla donna ha risposto con un’altra forma, più invisibile, di annullamento: quello dell’identità maschile. Violenza contro violenza, dunque. La rivoluzione delle donne non è stata «interrotta», come dice la Ravera, ma è partita dimezzata ab origine, proprio per aver voluto fare a meno dell’imprescindibile relazione con il diverso da sé.
E ancora oggi, nel Paese delle escort e delle figurine, all’assenza di una valida «immagine femminile», si vorrebbe rispondere da una piazza vociante di sole donne che ritengono che il conflitto politico si fonda sulla autoreferenziale «differenza sessuale»? Invece di comprendere semmai che esso va reinventato e agito proprio a partire dal confronto creativo con l’identità dell’altro; dal rapporto uomo donna? Che, inoltre, è anche simbolico del rapporto tra tutti i diversi: bambini e adulti, autoctoni e immigrati, belli e brutti…
È proprio sul terreno della diversità - all’interno dei rapporti interumani - e nel confronto, non certo nell’isolamento delle identità, che va cercato il seme di quell’agire comune che è così drammaticamente assente in questo Paese autoritario e incanalato in modelli unici. Conservatore e clericale; dove vigono immobilismo e rassegnazione, carenza di vitalità e di fantasia. Dove una società sempre più virtuale e anaffettiva accetta come «normale» una forma di lenta ma crescente disumanizzazione.
Quando non si è più capaci di tracciare i limiti tra che cos’è l’umano e cosa non lo sia, è chiaro che diventa improbabile o insensato pensare e fare politica; e riuscire a dissentire. E ribellarsi per trasformare il presente.
Questa nostra rivoluzione delle donne e degli uomini la chiameremo «interumanesimo»: mai ancora sperimentato e tutto da inventare, ma da intraprendere, cela va sans dire, insieme.
l’Unità 27.8.09
Passioni nella Roma antica: vita di Sorano da Efeso,che amava e curava le donne
di Roberto Brunelli
Un viaggio fascinoso tra le pieghe dell’impero romano, alla scoperta di Sorano da Efeso, medico ellenico diviso tra la passione per una patrizia, una schiava etiope e un’ex prostituta. È il nuovo romanzo di Romano Forleo.
Nato nella colta Efeso quando i patrizi romani si facevano curare solo da medici ellenici, figlio della rispettata ostetrica Fede e del vasaio Menandro, Sorano è un uomo che amava le donne. Al punto da diventare il primo ostetrico dell’antichità, fondatore della ginecologia, autore del trattato “Gynaecea” ovvero «Le malattie delle donne». Le amava al punto da sgridare le medicae ignoranti che saltano sulla pancia delle partorienti, da sfidare l’ira dei centurioni per gli esiti infausti di tanti parti dell’epoca, da rischiare la vita curando le piaghe delle cristiane perseguitate dall’Impero negli ambulatori clandestini sugli argini del Tevere.
Romano Forleo, ginecologo di fama, docente universitario, membro del comitato nazionale di Bioetica, ne L’uomo che curava le donne (Electa Edizioni, 20 euro) ricostruisce in veste romanzata la vita di Sorano da Efeso: l’infanzia in Asia Minore, gli studi ad Alessandria d’Egitto, la fascinazione per Roma, il buen retiro agreste della maturità accompagnato dai giovani figli.
EROS E AMORE MATERNO
Un affresco singolare che coniuga il successo professionale del giovane studioso, la cui «taberna» accresce man mano il numero di locali e di «medicae» da istruire, con la sua irrequieta vita sentimentale tra l’infatuazione adolescenziale per Domizia e la passione per la schiava etiope Hagar, ma sempre all’ombra dell’amore mai consumato per Giulia, amica di famiglia e sensuale moglie di un magistrato romano. Eppure, Sorano finirà per sposare Prisca, ex prostituta conosciuta in un lupanare e ritrovata come allieva infermiera, convertita al cristianesimo, che lo ammonirà a non confondere eros e amore materno.
Sullo sfondo, la vita politica decadente dell’Urbe, la corruzione, i tumulti razziali e religiosi, le persecuzioni contro i giudei e l’austera «setta dei cristiani». Mentre si succedono gli imperatori: l’incendiario Nerone, Adriano così promettente e infine deludente, Antonino intenzionato a riportare la pace in territori lacerati.
Le pagine più fascinose del libro riguardano la medicina di allora, tra filosofia aristotelica e rimedi naturali. Fede è «sacerdotessa» eppure viene pagata solo in caso di guarigione e, se la prognosi è infausta, può rifiutare le cure e mandare il paziente al tempio di Esculapio. Sorano applica decotti di erbe e impiastri di polveri minerali, «aggiusta le ossa» con ferri e coltelli affilati, anestetizza con semi di oppio cotto nel vino, cura la pelle con impacchi di malva, somministra vino al miele contro la nausea. Nel tempo amplia la sua farmacia, studia la contraccezione, tenta di curare l’omosessualità con bacche di bella donna e radici di mandragora, scopre innovative techinche di parto.
Tuttavia, la vera protagonista è Roma, e tra le righe traspare l’amore dell’autore per la sua città: «Immensa. Palazzi imponenti, templi e teatri ovunque. Belle case dipinte di azzurro. Fiori e giardini». Il tracciato della Via Appia, le monumentali Terme di Traiano, gorgoglianti zampilli di fontane, le querce del Celio: in ogni angolo si riflettono lo stupore e la meraviglia nel cuore del giovane provinciale destinato a entrare nella storia della medicina.
Corriere della Sera 27.8.09
L’intervento del presidente della camera alla festa del Pd
Centrodestra, se Fini dà il via alla vera partita d’autunno
di Pierluigi Battista
E così, annunciando il suo impegno per modificare la legge sul fine vita, Gianfranco Fini scende dal cielo della guerra culturale e promette di ingaggiare una lotta politica durissima.
Fini dichiara a Genova che lui («non ho il dono della fede») non ce l’ha con i cattolici, ma con i «clericali». Il bersaglio è evidente: ce l’ha con buona parte del suo partito. Se vuole tratteggiare una figura di cattolico che risponde alla sua coscienza, cita provocatoriamente Leopoldo Elia e Pietro Scoppola, espressioni di un cattolicesimo democratico storicamente molto aperto alle ragioni della sinistra. Non Baget Bozzo, ma Elia e Scoppola, tanto per radicalizzare la portata del suo strappo. È solo il caso di ricordare che Scoppola fu, al tempo del referendum sul divorzio, uno degli animatori dei «cattolici del no». Dei cattolici che dissero «no» agli imperativi della Chiesa di Paolo VI, mica di un Pontefice conservatore. Tanti anni fa. Gli anni delle contrapposizioni ideologiche che pure plasmarono il giovane Fini negli abiti della destra almirantiana, ma che oggi Fini ricorda con il distacco che si riserva alla preistoria e ai dinosauri. «Destra» e «sinistra», ha detto Fini, così come sono non dicono più niente a chi oggi ha gli anni (già venti) che ci separano dalla caduta del muro di Berlino.
Il presidente della Camera risponde così a chi lo accusa di voler «tradire» la sua storia di destra: dicendo di considerarla vecchia, superata, sorpassata, incapace di comunicare alcunché a chi, per privilegio di anagrafe, non l’ha vissuta in prima persona. Fini è stato applaudito a Genova dalla platea del Pd che lo ospitava. Ma tra i ferrivecchi della politica, se la cortesia istituzionale e il garbo dell’ospite non gliel’avessero impedito, Fini avrebbe volentieri incluso la «sinistra» che si riconosce nel Partito democratico. Sa di piacere ai suoi avversari perché sulla laicità e sull’immigrazione parla con un linguaggio a loro più familiare. Ma sa che la partita vera si gioca all’interno del centrodestra di cui Fini si sente parte ma che considera prigioniero se non succube («una fotocopia») della Lega, soffocato dal «clericalismo», incapace di guardare al futuro, troppo soddisfatto di sé nel lucrare sulle proprie rendite di posizione. Finora questa estraneità sempre più accentuata Fini l’ha espressa attraverso distinguo, punzecchiature, proclami a difesa del Parlamento, soprassalti d’orgoglio durante la visita di Gheddafi accolto da tutti (ma non da lui) con esuberante ospitalità. Da oggi diventa arma politica esplicita, battaglia ingaggiata contro l’attuale assetto politico-culturale della maggioranza.
Le parole più dure Fini le ha sì riservate alla questione dell’immigrazione (ha evocato l’ombra della «xenofobia», e persino quella della tentazione «razzista») nonché all’identità culturale della Lega, ma è sul testamento biologico che partirà la sua campagna d’autunno. È vero che, in tema di immigrazione, si impegnerà nella proposta di una legge che dia la cittadinanza agli immigrati regolari dopo cinque anni, già bollata da autorevoli esponenti della maggioranza (come Maurizio Gasparri) come irricevibile. Ma intanto la legge sulla sicurezza c’è, non si può tornare indietro e inoltre Fini si attribuisce il merito di averla ripulita dalla norma sui cosiddetti «medici-spia». Il terreno ancora aperto è invece quello che ha al suo centro la legge sul «fine vita». Fini può contare su un malumore diffuso anche nel centrodestra. Può contare sulla sponda del Pdl. E anche su un clima collettivo meno arroventato di quello che infiammò l’opinione pubblica all’acme del caso Englaro. È il terreno più propizio per marcare una differenza più spiccata con l’attuale maggioranza e per strappare una vittoria che lo sottrarrebbe al ruolo scomodo del testimone di minoranza, coraggioso ma irrilevante. Per la prima volta il Pdl dovrà misurarsi con un dissenso aperto, non con una dichiarazione estemporanea destinata a lasciarsi inghiottire dall’ordinaria amministrazione. La fine di un’abitudine monarchica, appunto. Per il centrodestra, quasi una rivoluzione.
Repubblica 27.8.09
Il presidente ospite del Pd a Genova: "Sul diritto alla vita decide il Parlamento, non il Vaticano"
E il popolo del Pd applaudì l'ex missino
di Goffredo De Marchis
Dal testamento biologico ai diritti dei migranti Gianfranco scalda la Festa
"Mi ha colpito l´applauso quando ho citato la sentenza sulla morte di Giuliani"
Gli applausi, le richieste di autografo, la sala sul molo piena, gli extracomunitari che si fermano ad ascoltarlo seduti un po´ in disparte, il vero compagno Gianfranco Fini.
Storico militante comunista del quartiere Cornigliano, volontario alla friggitoria della Festa democratica, che gli mostra la sua carta d´identità: «Adesso questo nome non mi imbarazza più». Tocca al presidente della Camera frenare l´entusiasmo dicendo all´omonimo, con un sorriso, almeno due cose di destra. «Beh, prima di Fiuggi avrai avuto qualche problema». Poi, rigirando il documento tra le dita: «Hai visto il numero? Comincia con An. Abbiamo qualcos´altro in comune.». La fine della visita di Fini alla kermesse del Pd è uguale all´inizio: accoglienza caldissima, nemmeno l´ombra di una contestazione, scontro ideologico lontano, sepolto, battimani ripetuti e convinti di una platea che accoglie anche elettori del Pdl ma è a larghissima maggioranza democratica. L´attacco alla Lega sull´immigrazione, la posizione ferma contro la legge sul testamento biologico voluta dalla maggioranza, la difesa della laicità, persino l´accenno a una ferita ancora aperta a Genova gradito e applaudito. Tutto piace ai militanti della Festa del nuovo Fini, del "compagno" Fini, quello in abito blu, senza parannanza. «A proposito di G8, come italiano sono soddisfatto che la Corte europea abbia detto in maniera inequivocabile che Placanica ha agito per legittima difesa». Un secondo di silenzio, il ricordo del 2001 che scorre, Carlo Giuliani a terra, le immagini con l´assalto alla camionetta dei Carabinieri. In quei giorni Fini era qui, nella sala operativa delle forze dell´ordine.
Cambia il vento o no nella sala gremita al Porto antico? No. La gente apprezza e Fini risalendo in macchina commenterà: «Mi ha colpito molto quell´applauso». Gli altri momenti a suo favore li aveva messi in conto e non poteva essere diversamente. La sua nettezza sui temi etici i democratici vorrebbero sentirla dai loro leader. Per ora si accontentano delle parole del presidente della Camera. Accanto all´ex presidente del Senato Franco Marini, nel dibattito condotto dal direttore del Tg2 Mario Orfeo, Fini parla così della laicità: «Io non ho il dono della fede, anche se riconosco il grande ruolo della Chiesa, la sua storia, i suoi valori. Ma la contrapposizione su certi argomenti non può essere tra laici e cattolici. Lo sapevano bene due credenti come Elia e Scoppola. Lo scontro c´è solo tra laici e clericali». Lui sta con i primi, deciso a far sì che il testo della legge sul testamento biologico cambi arrivando alla Camera. «Non si tratta di favorire la morte, ma di prendete atto dell´impossibilità di impedirla». E «senza fare crociate contro i cattolici» se qualcuno pensa che «decide il Vaticano e non il Parlamento, io, Costituzione alla mano, dico no».
Fini ripete spesso di voler guardare avanti, che lui «nelle vecchie gabbie di destra e sinistra» non si riconosce più. «Le differenze esistono, ma lo scontro ideologico è finito», sentenzia raccontando le discussioni con la figlia più grande. E´ alle nuove generazioni che bisogna guardare anche quando si parla di immigrazione, di diritto alla cittadinanza. Arrivando a mettere in discussione una parola chiave della destra italiana: patria. «In tutte le lingue europee significa terra dei padri. Ma oggi cosa diciamo ai figli nati qui che hanno genitori nati altrove e vestono le maglie delle nostre nazionali, come Balotelli o i giovani campioni juniores di cricket?». Non sono italiani anche loro? E non sono esseri umani quelli che muoiono nel Mediterraneo o riescono ad arrivare stremati sulle nostre coste? Le risposte della Lega a queste domande «sono superficiali, propagandistiche e vagamente razziste». Marini naturalmente condivide e declina il problema in termini economici: «Andatelo a chiedere alle industrie se non abbiamo bisogno di loro. O alle famiglie con le badanti». Aggiunge Fini: «La Chiesa lancia un messaggio di carattere universale, non fa comizi di periferia. Ma anche i trattati ci impogono di rispettare la dignità dell´uomo». Nessun lassismo «perché la Lega comunque ha colto una questione vera», ma ricette nuove sì. Aiuti ai Paesi poveri, più cooperazione, «minore accondiscendenza con certe dittature», più impegno della parte ricca del mondo. Se poi il Pdl «sui temi dell´immigrazione si limita a produrre la fotocopia dell´originale, alla gente piacerà sempre l´originale, cioè la Lega. Sarebbe il caso di affinare l´approccio». E aggiunge: «Dicono: è colpa di Malta. Mi viene da ridere. Malta è un piccolo Paese dell´Unione europea, che può fare? A Strasburgo piuttosto destra e sinistra lavorino a una soluzione comune».
Repubblica 27.8.09
Pannella: galere peggio del Ventennio
ROMA - Le carceri italiane versano oggi in uno stato peggiore che durante il Fascismo. Marco Pannella, leader radicale, ieri a Roma per presentare il dossier dei Radicali sulle patrie galere, non ha dubbi: «Il sessantennio di partitocrazia ha ridotto la giustizia e la sua appendice carceraria ad una condizione incommensurabilmente più incivile, criminale, violenta, illegittima, socialmente disastrosa, istituzionalmente aberrante, che nel ventennio fascista». Per Pannella, nelle prigioni esiste una «straordinaria comunità penitenziaria» retta da operatori «massacrati dal regime» e da detenuti «martirizzati da una detenzione contraria a quella prevista dalla legge». «Giustizia e universo carcerario - spiega - sono lo specchio dello Stato e del regime vigenti. Oggi più che mai».
il Riformista 27.8.09
Alfano: no indulto. I Radicali e l'allarme sulle carceri
di A.C.
Sono almeno 22mila oltre la capienza i detenuti nelle carceri italiane. Di agenti penitenziari, invece, ne servirebbero almeno altri 8mila. È soprattutto in questa contraddizione l'emergenza carceri in Italia. Da questa sproporzione deriva buona parte dei problemi degli istituti di pena. A raccontarlo sono i dati raccolti nel corso delle visite che, a cavallo di Ferragosto, 176 parlamentari di ogni colore politico hanno fatto a 186 istituti e che sono stati raccolti dal Partito Radicale nel dossier presentato ieri.
E di numeri in quel dossier ce ne sono davvero tanti. Quelli, tra gli altri, sui 31.109 detenuti in attesa di giudizio che rappresentano la metà del totale dei detenuti, mentre poco più del 40% del totale risulta recluso per reati legati alla droga. E, ancora, i numeri che raccontano di ben 116 bambini rinchiusi insieme alle madri e senza strutture adeguate. O, infine, quelli che danno la misura di un altro dramma, quello dei suicidi: sono stati ben 47 i detenuti che si sono tolti la vita lo scorso anno; 5 sono stati i dipendenti dell'amministrazione carceraria. Ma i numeri, da soli, non bastano a raccontare una realtà che ha bisogno di essere vista per essere compresa. Capire e vedere per legiferare è l'idea che c'è dietro al "Ferragosto in carcere 2009" che, ha spiegato la parlamentare radicale Rita Benardini, è stata «la più massiccia azione di sindacato ispettivo mai effettuata in Italia».
Sovraffollamento, dunque. E deficit di personale. Ma ieri Angelino Alfano, dal meeting di Rimini, spiegava che «non ci saranno nuovi indulti». Poi ammetteva il sovraffollamento ma lo attribuiva alla presenza massiccia di stranieri delle carceri; «e ancora dobbiamo sperimentare gli effetti del pacchetto sicurezza», facevano però notare con amarezza in molti alla presentazione del dossier. Altro che piano carceri come vorrebbe il governo, insomma; altro che costruzione di nuove strutture - attaccano i radicali - quando, tanto per dire, in Italia ci sono almeno una cinquantina di istituti che non possono essere aperti per mancanza di personale.
Amara la considerazione finale di Marco Pannella: «Il sessantennio di regime partitocratico ha ridotto la giustizia italiana, e la sua appendice carceraria, a una condizione più incivile, criminale e criminogena, violenta, illegittima e illegale, socialmente disastrosa e istituzionalmente aberrante, di quel che aveva compiuto e prodotto il ventennio fascista».
Repubblica 27.8.09
E l'ufficio scolastico ammonisce i presidi "Non parlate male del ministro Gelmini"
di Silvia Bignami
BOLOGNA - «I presidi non devono criticare la politica del ministero. E´ una questione di lealtà nei confronti del datore di lavoro». Marcello Limina, dirigente dell´Ufficio scolastico regionale dell´Emilia Romagna, alza la scure sui presidi emiliani. E punta il dito contro una in particolare, Daniela Turci, consigliera comunale Pd e numero uno dell´istituto comprensivo 10 di Bologna, colpevole di «dichiarazioni disdicevoli» contro il ministro Maria Stella Gelmini. Un problema di onestà contrattuale, secondo Limina. O piuttosto, secondo il segretario bolognese Pd Andrea De Maria, «di intimidazioni inaccettabili».
Tutto nasce da una lettera aperta in cui il deputato del Pdl Fabio Garagnani si era lamentato delle dichiarazioni anti-Gelmini rilasciate dalla Turci, che in qualità di responsabile del settore scuola per il Pd aveva criticato a mezzo stampa i tagli all´organico disposti dal ministero. Il guaio è che la consigliera comunale è anche preside di un istituto scolastico, dunque una dipendente del ministero. Un caso di "conflitto di interessi", secondo il centrodestra. E anche secondo Limina, che prende carta e penna e risponde a Garagnani dandogli ragione punto su punto: «Sono d´accordo sul fatto che un dirigente debba mantenere un rapporto di lealtà nei confronti del datore di lavoro e che dichiarazioni contro la politica del ministero sono disdicevoli». La Turci, che nei giorni scorsi ha già avuto un colloquio a quattr´occhi con il dirigente, cade dalle nuvole: «Gli avevo chiesto se voleva rimuovermi, e mi ha risposto di no. Non mi ha fatto nessuna intimidazione. Ma se ora dice cose simili c´è bisogno di un chiarimento. Spieghi perché ha cambiato idea».
A difendere la consigliera arriva immediata la reazione del Pd bolognese, che non esita ad evocare il fascismo e parla di «pressioni inaccettabili». «E´ dal 1945 - dice il segretario Pd De Maria - che in Italia i cittadini sono liberi di svolgere attività politica e di esprimersi liberamente in un regime democratico. Non vorremmo tornare agli anni precedenti. Diffido il direttore dell´Usr ad esercitare pressioni su Daniela Turci. Se sono vere le sue parole saremmo di fronte a un atto gravissimo». «Inammissibili segnali intimidatori» anche secondo l´ex viceministro all´Istruzione Mariangela Bastico: «Le minacce sono l´ultima cosa di cui ha bisogno chi cerca di risolvere i problemi della scuola». Difende la Turci anche l´assessore comunale alla scuola Simona Lembi, Pd: «Essere leali non significa essere servili Chiedere ai dirigenti qualcosa che rasenta la censura è un oltraggio all´intelligenza dei docenti».
Liberazione 25,8.09
Ora di religione, la sentenza del Tar è una vittoria. La laicità non ha aggettivi
Laboratorio di Etica laica Firenze
E' indubbio che la sentenza del Tar del Lazio rappresenta una vittoria laica di notevole importanza.
Ma occorre anche affermare, mentre si esprime soddisfazione per questo successo, che si tratta solo di una tappa su un percorso ancora in gran parte da compiere.
La sudditanza al Vaticano della gran parte della politica, di quella politica che dovrebbe essere il primo punto di riferimento a garanzia della laicità delle istituzioni pubbliche, rimane un pericolo costante per la vita democratica del nostro Paese. Lo dimostrano il pronto ricorso al Consiglio di Stato, contro la sentenza, effettuato dalla ministra Gelmini, come suggerito dal rappresentante della Cei, le reazioni becere degli esponenti della destra, i confusi, e contrastanti, pronunciamenti del maggiore partito di opposizione in ambito parlamentare.
Risulta, di conseguenza, sempre più necessario prendere coscienza del fatto che quando viene meno la laicità è la democrazia stessa ad entrare in crisi.
Soffermiamoci allora un momento sui motivi che hanno portato alla sentenza del Tar del Lazio.
E' stata la mobilitazione di tante associazioni, laiche e religiose (a partire dalla Consulta romana per la Laicità delle Istituzioni e dalla Associazione per la Scuola della Repubblica), di gruppi, di singole cittadine e singoli cittadini, che si è tradotta in numerosi ricorsi, a suscitare dibattito, a rimettere in discussione una decisione bipartisan (condivisa, cioè, da governi di destra e di centro-sinistra), a determinare il risultato a cui siamo giunti.
Si è cominciato così a mettere una zeppa sul cammino, resistibile ma incontrastato a livello politico, che dava corpo e sostanza alla profezia di Piero Calamandrei su come si sarebbe progressivamente annullato in Italia il ruolo della scuola pubblica, lasciando spazio a quella confessionale.
La laicità, e la Costituzione, si difendono, quindi, con l'iniziativa e la lotta che partono dal basso, dalla partecipazione attiva delle cittadine e dei cittadini che possiedono ancora, o riacquistano, fiducia nella possibilità di avere, insieme, la forza per affermare le proprie ragioni.
Come, in un altro campo, hanno dimostrato proprio in questi giorni, con la loro splendida lotta vittoriosa, gli operai della Innse.
Perciò auspichiamo che crescano sul territorio Laboratori e Consulte per la Laicità in grado di presentare piattaforme agli enti locali (sugli spazi per i funerali civili, sui registri dei testamenti biologici, sui diritti di tutte le persone ad avere uguale trattamento da parte dell'anagrafe e di altri uffici pubblici - anche se ciò contrasta con le leggi razziste approvate dal Parlamento - etc.), di promuovere movimenti per il riconoscimento delle coppie di fatto, per difendere la legge 194 e rimettere in discussione quella sulla procreazione medicalmente assistita, per sostenere la piena applicazione della direttiva che permette l'uso della pillola Ru-486, per affermare la legittimità della pillola del giorno dopo, per affrontare alla radice il tema della religione nella scuola, per sviluppare, più in generale, un processo di liberazione da ogni tipo di intolleranza e di fondamentalismo.
Si potrà in tal modo da un lato risvegliare le energie laiche attualmente "in sonno", anche all'interno del mondo cattolico (come sostiene Enzo Mazzi, rivolgendosi ai vescovi: «E' il troppo potere di cui siete rivestiti che impedisce alle vostre parole di essere veicoli del Vangelo»), dall'altro intrecciare fattivamente, a partire dalle realtà di base, le iniziative per i diritti civili con quelle per i diritti sociali. Perché è su entrambi i fronti che oggi nel nostro Paese vanno difesi la Costituzione e la democrazia, mai sotto attacco come in questo momento.
Per dirla con le parole di Stefano Rodotà: «Abbiamo bisogno di chiarezza, di rifiuti di travestimenti, di chiamar le cose con il loro nome. Per questo non è tempo di laicità flebile, timida, devota. E' tempo, pieno e difficile, di laicità senza aggettivi, o, se vogliamo comunque definirla, semplicemente democratica».
Liberazione 26.8.09
Fioroni e Gelmini, fatevene una ragione
di Corrado Mauceri Per la Scuola della Repubblica
Il regolamento pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 19 agosto 2009 (Dpr n. 122/09) ed entrato in vigore il giorno successivo (era stato però adottato in data 22 giugno 2009 ed in merito al credito scolastico recepiva le ordinanze ministeriali recentemente annullate dal Tar) contrariamente a quanto afferma "Il Giornale" in modo trionfalistico, non solo non inficia le sentenze del Tar, ma non avendo valore di legge (i redattori del giornale dovrebbero prima informarsi!) è, al pari delle ordinanze ministeriali già annullate, illegittimo. Il regolamento difatti è anteriore alla sentenza del Tar del Lazio, che come noto ha dichiarato illegittima la valutazione dell'insegnamento della religione cattolica e all'art. 6 ripete le norme dichiarate illegittime dal Tar - e cioè che il consiglio di classe con la presenza degli insegnanti di religione attribuisce agli alunni il credito scolastico. In questo modo, la scelta di avvalersi dell'insegnamento della religione cattolica comporta il vantaggio di avere ai fini del credito scolastico un ulteriore elemento di valutazione che gli altri alunni non possono avere; la scelta di avvalersi è quindi in qualche modo incoraggiata e può non essere una scelta libera e disinteressata; può essere una scelta di convenienza al fine di avere un vantaggio nella valutazione del credito scolastico. Tale diverso trattamento scolastico degli alunni però è palesemente discriminatorio nei confronti degli alunni che non si avvalgono dell'insegnamento della religione cattolica, ma soprattutto è diseducativo. Lo Stato offre alla chiesa cattolica l'opportunità dell'insegnamento della religione cattolica a spese della collettività; è inaccettabile che si presti anche a favorire la scelta di tale insegnamento con la prospettiva di un vantaggio nella valutazione scolastica. La Corte costituzionale l'ha affermato chiaramente; la scelta di avvalersi deli questo insegnamento deve essere assolutamente libera e senza alcun condizionamento. Bene hanno fatto i giudici del Tar ad annullare le ordinanze del ministro Fioroni. Per queste stesse ragioni ora sarà impugnato anche il regolamento della ministra Gelmini. Fioroni e Gelmini devono farsene una ragione la Costituzione repubblicana ha affermato il principio di laicità dello Stato.
il manifesto 25.8.09
Laicità ed esigenze dello stato berlusconiano
di Filippo Gentiloni
http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/argomenti/numero/20090825/pagina/10/pezzo/258167/
Repubblica 27.8.09
L’assalto finale al fortino di RaiTre
di Curzio Maltese
Gli attuali direttori di Tg3 e RaiTre, Antonio Di Bella e Paolo Ruffini, sono ritenuti da tutti ottimi professionisti, fra i migliori della Rai.
Hanno ottenuto del resto, sia in qualità che in quantità d´ascolti, molti eccellenti risultati. Tranne l´unico che conti nell´Italia di oggi: piacere a Berlusconi. Per questo il sultano ha dato ai vertici di viale Mazzini l´ordine di farli fuori, trovando una scusa. Compito non facile, perché di ragioni davvero non ce ne sono. Ma quando non esistono spiegazioni logiche, di solito basta inventarsi un complotto e un colpevole. I vertici Rai, che invece non brillano né per doti professionali né per fantasia, hanno infine convenuto d´indicare all´opinione pubblica il colpevole più banale: la sinistra. È ormai come dire che l´assassino è il maggiordomo, ma funziona sempre. Sarebbe il Pd a volere il caos della terza rete per poter lottizzare dopo il congresso, secondo il volere del vincitore. L´ipotesi sembra troppo cretina perfino per gli elevati standard di autolesionismo del centrosinistra. Ma Antonio Di Pietro, per esempio, ci crede e dà una mano ad addossare alla sinistra la colpa dell´epurazione voluta da Berlusconi.
Naturalmente ai tre candidati alla segreteria del Pd, Pierluigi Bersani, Dario Franceschini e Ignazio Marino, basterebbero dieci minuti per smontare la vicenda. IL tempo di prendersi un caffè insieme e annunciare il via libera alle nomine di RaiTre. Ma evidentemente i tre non sono in grado di prendere insieme neppure un caffè, oppure non capiscono la portata della minaccia.
Nel mirino di Berlusconi non ci sono tanto questa o quella poltrona Rai, le ha già quasi tutte. Se così fosse, non varrebbe neppure la pena di parlarne. Ma al premier interessa piuttosto eliminare un gruppo di programmi amati e, per lui, pericolosi. Si tratta anzitutto di "Che tempo che fa" di Fabio Fazio e di "Report" di Milena Gabanelli, fiori all´occhiello della rete, quindi dei salotti di Serena Dandini e di Daria Bignardi, "Parla con me" e "L´era glaciale". Un bouquet di trasmissioni che ha molti meriti o demeriti, dipende dai punti di vista. Riescono a coniugare qualità e popolarità, danno un senso al concetto di servizio pubblico e tengono attaccato alla Rai un pezzo d´Italia moderna e intelligente, assai ambita dai pubblicitari, la quale altrimenti sarebbe già del tutto emigrata sul satellite. L´obiettivo del premier e padrone di Mediaset è di cancellarli. Stavolta con calma, senza editti, lavorando di cesello sul palinsesto e tagliando i fondi. Il direttore Ruffini, degno erede di Angelo Guglielmi, non accetterebbe mai di sottoscrivere una simile sterilizzazione della rete. Occorre dunque uno spaventapasseri di sinistra disposto alla bisogna, in cambio della poltrona. Se ne trovano a mazzi, basta fare un fischio e si forma la coda davanti a Palazzo Grazioli. I nuovi direttori di Tg3 e RaiTre faranno tanti complimenti a Fazio e Gabanelli, Littizzetto e Dandini, ma diranno che è venuto il tempo di cambiare, innovare. In peggio, aggiungiamo pure.
Può stupire che Berlusconi, con tutto il potere di cui dispone, si concentri su questa battaglia. Ma il risultato alle elezioni europee di giugno l´ha ormai convinto che anche le riserve indiane debbano essere bonificate e gli ultimi professionisti della comunicazione vadano sostituiti con burattini pubblicitari manovrati da Palazzo Chigi. Il piano d´assalto all´ultima roccaforte indipendente dall´egemonia berlusconiana è astuto e probabilmente andrà in porto. A meno che Franceschini, Bersani e Marino non trovino quei dieci minuti per disinnescarlo. Ma sono troppo impegnati a discutere sulla forma del partito e il suo radicamento nel territorio. L´ipotesi che l´attuale RaiTre sia ormai il principale radicamento nel territorio della cultura progressista in Italia sopraggiungerà soltanto fra qualche anno, come si dice in questi casi: a babbo morto.
il Riformista 27.8.09
Il maschio Veronesi e la sua liberazione. No grazie (di cuore)
di Lucetta Scaraffia
Un vero femminismo ricaccerebbe in gola a questi benefattori delle donne i suggerimenti di cui sono maestri
Solo un vero vip come Umberto Veronesi se lo poteva permettere: scrivere prima su Repubblica poi, una decina di giorni dopo, sul Corriere della Sera, un articolo quasi identico a favore dell'emancipazione delle donne, da conquistarsi con un "nuovo femminismo" di cui la tappa principale sarebbe, dice lui, la possibilità di abortire con la pillola RU486. Ne sentivamo il bisogno, soprattutto della ripetizione su altro quotidiano. Non è l'unico, certo, Veronesi, a collegare così strettamente libertà delle donne con l'aborto, ma il famoso medico dal ben noto spirito progressista e dallo schietto scientismo la collega anche alla procreazione assistita. In sostanza sostiene che, se i maschi non servono neppure più a fare un bambino, le donne hanno vinto su tutta la linea con l'aiuto della scienza - quindi con il suo aiuto, data l'enfasi con cui il celebre medico ama identificarsi con essa! - e gli uomini dovrebbero rendersene conto e abbassare la cresta. Gli uomini, non i medici, pare di capire…
Questa acuta analisi è piaciuta moltissimo ad Adriano Sofri, noto per la sua originale intelligenza: «Benché io non sia affatto ottimista come mostra di essere Veronesi, e veda la ferocia della guerra di riconquista delle donne che gli uomini hanno sferrato sulla scala del pianeta, nelle valli afghane e nelle camere da letto italiane, condivido la sua opinione. Discuterei volentieri con lui e con voi questioni particolari, e tuttavia molto importanti» - e continua sul Foglio - «Veronesi ha constatato che le donne possono già tecnicamente avere un figlio senza scegliere un padre, e potranno presumibilmente, tecnicamente, avere un figlio senza bisogno di alcun padre. Non ha augurato, non si è augurato che la scelta delle donne sia questa: ha previsto che saranno sempre di più le donne a scegliere. E che gli uomini ne saranno - ne siamo già - ridimensionati: rimpiccioliti, diciamo, millantatori di misure come siamo. (…) Di tutte le rivoluzioni immaginate per questa terra, in cui chi stava sopra finiva sotto e chi stava sotto andava sopra, quella delle donne dà più speranze di non significare un semplice cambio di mano in un potere che continui a fare le stesse cose. Non è detto, certo. Ma fuori da questa speranza il mondo delle scorse migliaia di anni virili è spacciato». E fanno già due i famosi intellettuali di perfetto accordo su ciò che deve essere e sarà la rivoluzione delle donne.
Si è aggiunto ai due, dopo il secondo articolo di Veronesi, ma rifacendosi anche al commento di Sofri - uscito invece dopo il primo articolo, quello su Repubblica - Alberto Leiss, militante di sinistra e simpatizzante femminista, come dimostra la sua frequente collaborazione al sito femminista "Donne e altro". Leiss si augura che l'articolo di Veronesi «contribuisca a rendere più sensato il dibattito che si è aperto in varie sedi sui rapporti fra i due sessi nel tempo e nel paese delle avventure di Silvio Berlusconi». Non si capisce cosa c'entri con il femminismo il comportamento di Berlusconi: le ragazze-donne che si sono infilate alla sua tavola e talvolta nel suo letto l'hanno fatto di loro iniziativa, pienamente responsabili: se mai, sarebbe giusto domandarsi cosa ha fatto il femminismo a queste escort o veline o aspiranti tali…
Ma si capisce che anche Leiss è d'accordo con Veronesi a grandi linee, solo si differenzia a proposito del nuovo femminismo da fondare: secondo Leiss questo esiste già, il problema è riconoscerlo, e gli uomini sono i più restii a farlo. Esiste quindi, nonostante le belle e coraggiose parole di Veronesi e Sofri, una "questione maschile".
Direte: e le donne? Sono molte quelle che scrivono sui giornali e che si dicono femministe. Mi risulta però che abbia risposto, molto critica nei confronti di Veronesi, solo Marina Terragni sul Foglio. Il Corriere, partito a discussione già avviata e in un certo senso già chiusa, ha intervistato sul tema femministe storiche - «L'idea del medico-senatore rilancia l'orgoglio e provoca divisioni» ha titolato - ma non si capisce bene quale domanda sia stata loro rivolta: solo la Santanché allude a Veronesi - «forse avremmo bisogno di un movimento di maschi come lui» - le altre parlano in generale della necessità di un nuovo femminismo, e Lea Melandri ricorda, un po' stancamente, che serve che gli uomini si interroghino sul modello di società che hanno prodotto (cosa che certo né Veronesi né gli altri fanno: loro sono buoni per definizione, tutti amici delle donne).
Certo, ci vorrebbe un po' di femminismo vero per ricacciare in gola a tutti questi esimi e paterni benefattori delle donne - provvidi dispensatori di dolorose pillole abortive (tanto ad abortire non sono mica loro) - gli affettuosi suggerimenti di cui sono maestri, e magari avvertirli che le donne sono perfettamente capaci di capire cosa le libera e cosa no, per cosa devono combattere e cosa devono chiedere. Peccato che di quell'antica cosa che si chiamava "orgoglio femminile" non sembra proprio che esista più traccia.
Liberazione 25.8.09
Il superuomo, che abbaglio
Anche Foucault c'è caduto
di Tonino Bucci
Tra il '68 e il '77 si fa avanti in Francia una generazione di filosofi radicali. Si costruiscono un ruolo nel movimento della contestazione. Parlano di ribellione al potere, di desiderio e affermazione delle differenze, di forze individuali in lotta con qualsiasi organizzazione "totalitaria", Stato, partito o sindacato che sia. Hanno un riferimento comune. Si chiama Nietzsche. Un filosofo che fino agli anni '60 era trattato da autore di "destra", antidemocratico e pervaso di aristocraticismo. Il clima cambia con l'uscita di due libri: Nietzsche e la filosofia di Deleuze del 1962 e Le parole e le cose di Foucault del 1966. Da questo momento Nietzsche diventa un eroe che piace alla gauche . Viene letto come un critico spietato della società borghese, un contestatore radicale del falso illuminismo delle moderne democrazie occidentali. Il "superuomo" - celeberrima formula nietzscheana - è il tipo di un'umanità futura, di un individuo finalmente libero dal senso di colpa e senza tabù sui propri istinti vitali. La filosofia nietzscheana sembra fare piazza pulita di ogni ideale repressivo, di ogni morale ascetica, di ogni teoria generale. Niente più ideali e sublimazioni, soltanto una nuda volontà di affermazione e un primordiale principio di realtà.
Tra i lettori entusiasti di Nietzsche c'è anche Foucault. A lui è dedicato in gran parte il saggio di Jan Rehmann, I nietzscheani di sinistra (Odradek edizioni, a cura di Stefano Azzarà, pp. 238, euro 20), una delle poche interpretazioni critiche (da sinistra), anzi l'unica, tra i tanti libri usciti quest'anno su Foucault - il venticinquesimo dalla sua morte. La tesi - detta in sintesi - è che il nietzscheanesimo ribelle di Foucault, come pure di Deleuze - sia nato da un grande equivoco e che entrambi avrebbero confuso la vera natura "dominatrice", per nulla liberatoria, della volontà di potenza di Nietzsche con la volontà di affermazione dell'individuo: per essere più precisi con la potentia agendi di un altro filosofo amato dalla contestazione: Spinoza. Nietzsche intende il potere come dominio, Spinoza invece distingue dall'autorità ( potestas ) dello Stato che «subordina dall'alto», la potentia delle moltitudini. La potenza spinoziana è una cooperazione, è il modo in cui gli individui agiscono ed entrano in relazione fra loro, affermando la propria esistenza come in un aggregato. La potenza di Nietzsche è invece tutt'altra cosa, è dominio immediato, violenza, guerra di sopraffazione non sublimata che nelle moltitudini vede semmai un avversario di cui sbarazzarsi.
Nell'equivoco, secondo Rehmann, cadrebbe anche Foucault che confonde la "volontà di potenza» nietzscheana con una visione pluralistica della realtà, di un campo di forze individuali in lotta per la propria affermazione e liberazione. «Il significato dell'espressione "volontà di potenza" consiste in questo: naturalizzare il dominio e la violenza identificandoli con l'essenza della vita in generale». «E' sorprendente che le teorie postmoderniste, che sono sorte per rivalutare ciò che è disperso e frammentato contro il "terrore" della verità, della ragione, dell'universale e della rappresentazione, passino sotto silenzio questa trasfigurazione filosofica del comando irrazionale e del dominio immediato della violenza da parte di Nietzsche. Egli stesso ha spiegato molto chiaramente di voler porre come fondamento della vita organica e inorganica un potere/dominio tirannico» che si scaglia contro gli "istinti democratici dell'anima moderna", contro "l'ostilità da plebei per tutto quanto è privilegiato e sovrano"».
Già in Le parole e le cose il nietzscheanesimo di Foucault si fa sentire nella tesi della «morte dell'uomo». Qui Nietzsche (assieme ad Heidegger, ma questo è un altro discorso) è preso a modello di un nuovo antiumanesimo anti-idealistico. Foucault se la prende con l'antropologia, con le scienze umane moderne che hanno inventato il concetto di "essenza umana" in generale, ma finisce con l'accomunare tutte le varianti dell'umanesimo fra loro, indipendentemente se finalizzate alla passività o alla trasformazione della realtà. Si scaglia anche contro le teorie di sinistra che «vogliono ancora parlare dell'uomo, del suo regno e della sua liberazione». All'umanesimo sostituisce il superuomo di Nietzsche che appare una rivalutazione di «questa vita», della «vita individuale» contro ogni riferimento a valori astratti che morale, religione e filosofia hanno sinora fatto.
Eppure «il flirt postmodernista con l'eterno ritorno non vuole rovesciare nella pratica la filosofia morale universalistica di Kant, fondata sulla generalizzazione, per concretizzarla come l'imperativo categorico di rovesciare tutti i rapporti sociali più inumani ed umilianti, come aveva tentato Marx. Vuole invece sostituirla mediante l'arte di vivere particolaristica di Nietzsche». Il superuomo cela una natura dominatrice, vive «come gli dèi di Epicuro», «secondo le proprie leggi e distante dalla plebe» anche se il comandare è «una necessità da seguire con riluttanza». Il superomismo può funzionare come una droga per l'individuo atomizzato, privo di «legami sociali solidali» e che dalla propria posizione subalterna aspira a un rango più elevato e immagina se stesso come superiore. Ma in questo revanchismo non c'è una protesta per la miseria reale, è piuttosto una sofferenza che si trasforma «in un odio generalizzato verso la sofferenza stessa - scrive Rehmann - un odio che si sfoga nei confronti dei deboli e trascina la nausea dell'uomo fino alle fantasie di sterminio» verso una superiore forma di aristocratismo. Quando Foucault nella sua tesi della morte dell'uomo fa proprio il riferimento a Nietzsche sottovaluta il significato sociale del superuomo, la sua vocazione antiegualitaria. Per Nietzsche l'uguaglianza è un «fantasma» artificiale creato dall'istinto di massa: «non esiste una specie ma soltanto vari esseri individuali». Il superuomo vuole l'«eliminazione dell'uguaglianza, la creazione di superpotenti». In Zarathustra , quando la plebe afferma che non ci sono uomini superiori perché «l'uomo è uomo; davanti a Dio siamo tutti eguali» la risposta nietzscheana suona così: «davanti a Dio! Ma questo Dio è morto». Non a caso del superuomo sono circolate letture di "destra".
Foucault non avverte questi timori: il suo Nietzsche è invece trasformato in un eroe che si ribella al conformismo e alle regole in nome della scelta individuale e della "differenza". Ironia della sorte sarà proprio questo Nietzsche, riletto a proprio uso e consumo, ad accompagnare Foucault nella sua svolta radicale dopo il 68. Di Nietzsche farà anzi un uso correttivo di Marx. Quel che invece il marxismo non vede, a detta di Foucault, è che il potere è qualcosa di pervasivo e mobile. Combattiamo «tutti contro tutti» - dirà Foucault in un'intervista del '77 - e «c'è sempre qualcosa in noi che combatte qualcos'altro in noi». Contrariamente a Marcuse, altra icona del 68, Foucault non pensa che il potere sia repressione e che la sua potenza consista nel "dire no", nell'interdire, nell'enunciare la legge e far funzionare il divieto. Il potere è produttivo , le sue tecniche di potere producono individui docili. Questo potere capillare è ovunque, si compie di «microperazioni» e va studiato nelle sue istituzioni locali attraverso una «microfisica».
Eppure, secondo Rehmann, qualcosa non torna. Da un lato, Foucault batte sul tasto della "molteplicità" del potere e dei suoi centri: il bidello, il direttore di carcere, il giudice, il delegato sindacale, il capo redattore. Ma dall'altro, cela un «essenzialismo», un potere onnipotente che sta sotto e dietro i rapporti sociali, un maître-pouvoir . Sarebbe questo il prezzo più alto pagato da Foucault per il suo debito col nietzscheanesimo. «La produttività del potere: proprio questo è Nietzsche, nella misura in cui concepiva la sua volontà di potenza come l'unica e onnipresente forza produttiva nella natura, nell'individuo e nella società». Tutta la realtà si riduce a una scena teatrale sulla quale, nonostante le apparenze e le dissimulazioni, recita un unico e solitario attore: la volontà di potenza. Un nudo istinto di dominio non sublimato. Tutto il resto - ogni sapere, ogni discorso, ogni regola - è finzione e invenzione di questo potere. L'umanesimo, la giustizia, l'uguaglianza sono ostacoli di cui sbarazzarsi per liberare il «desiderio del potere». E' una strada però che conduce Foucault pericolosamente vicino al disprezzo che Nietzsche nutriva per le teorie universalistiche, soprattutto per la "follia plebea" del socialismo. Certo, per Foucault la volontà di potenza ottiene «il carisma della ribellione in quanto tale». Il "basso" che Foucault contrappone alle ideologie universalistiche è una costruzione nella quale confluiscono «miti dell'immediatezza di "destra" e di "sinistra"», una combinazione di «vigore fisico, forza, energia», un «intreccio di corpi, passioni e di casi». «Foucault segue lo schema nietzscheano che smaschera nell'ideologia il cielo di valori del preteso universalismo e umanismo solo come una forma di potere occulto». Ma ignora che la violenza, la guerra, l'istinto di dominio che «fa entrare in scena come una sorta di affascinante antiideologia» sono in realtà essi stessi una potente ideologia. E sottovaluta, forse, che a quel cielo di valori delle ideologie universalistiche sono legate anche le aspirazioni delle classi subalterne che «bisognerebbe estrarre da esse e mettere in pratica». Un giudizio severo quello di Rehmann. O forse no.
Liberazione 26.8.09
Cibo e musica in "Food Sound System", il nuovo libro del gastrofilosofo-dj Daniele De Michele
Donpasta: «Il polpo? E' Coltrane. La cicoria invece è più Miles Davis»
Daniele De Michele, in arte Donpasta
di Federico Raponi
Era la musica il "soul food" (cibo dell'anima) di James Brown. Su suggestioni come quelle del cantante afoamericano, Daniele De Michele - in arte il gastrofilosofo/dj salentino Donpasta - unisce realmente cibo e vino a melodie e storie che raccoglie, mescola e racconta davanti a un pubblico. In due spettacoli al tramonto arricchiti da un aperitivo-passeggiata a tappe tra una vigna e un uliveto, qualche giorno fa a Festambiente (Rispescia, Gr) l'artista ha presentato il suo secondo libro, Wine Sound System - 30 vini accompagnati da cibo e buona musica (ed. Kowalski).
«Il gioco - ci spiega - è legato al missaggio degli ingredienti-stimoli, in cui utilizzo la mia formazione, tutta contemporanea, di disc jokey. Facevo serate in un bar a Roma il martedì, giorno di Champions League, e la gente non veniva. Peraltro non si ballava, infatti mettevo jazz. Per cercare di richiamare pubblico feci allora finta di cucinare, con degli aperitivi. La gente arrivava, si innervosiva e se ne andava. Poi però sono riuscito a convincerla, raccontando ad esempio che per me la focaccia di cicoria rappresentava Miles Davis». E' stato quello il passo iniziale che lo ha portato all'editoria con un primo testo, Food Sound System . «Era - ricorda - una raccolta di mie mail inviate ad amici, che mi dissero: "guarda che, se ci pensi, sono già un libro". Si tratta di storie, come il polpo in pignata che diventa John Coltrane. Da lì la pubblicazione, e in seguito uno spettacolo. Poi ho cominciato a collaborare con giornali, riviste, soprattutto con una rubrica su Left, Food Sound System per l'appunto. Ho mantenuto un'attenzione verso il tema del cibo, vissuto come un naturale rispetto delle stagioni, e questo mi ha obbligato a pensarlo legato ad una serie di regole ecologiche ataviche. Approfondendo tale contesto, ho scoperto che uno dei campi più affascinanti è l'enologia, perchè ha una componente artistica. Cioè il fattore della trasformazione, come per i formaggi. Nel vino, però, questa è ancora più imperscrutabile, quasi non calcolabile, e ciò mi permetteva di entrare sempre di più in una dimensione da artigiani. Così è nata l'idea di dare un seguito a Food , con Wine Sound System ».
Oltre a James Brown, c'è la posse dei Sud Sound System tra i riferimenti musicali dei suoi titoli. «Sono - ci conferma Donpasta - un omaggio a loro, che fecero qualcosa di bellissimo. Intanto perchè comunicavano ai ragazzi col loro linguaggio, il dialetto, dato che in Salento si parla così, e poi in quanto affrontavano tutti temi (politica, ecologia, depenalizzazione) in modo semplice. Soprattutto, riuscirono a creare un corto circuito tra la musica tradizionale e il moderno della contaminazione con la musica giamaicana. Un aspetto che io poi ho mutuato, tipo facendo la parmigiana di melanzane con Coltrane. Uno può trasformare la tradizione semplicemente perchè la conosce bene: lui infatti fino alla fine continuò a dire quanto fosse un musicista blues, mentre in realtà era il più grande violentatore della tradizione afroamericana. Poteva permetterselo, in quanto veniva proprio da là. Quindi la mia passione per i SSS è un rispetto verso chi parte da una conoscenza quasi ancestrale delle proprie radici e ne fa poi un percorso del tutto personale».
Nell'opera del gastrofilosofo/dj, del resto, il senso di appartenenza è ben presente. «Ora vivo in Francia, ma il mio lavoro - continua - parte dal Salento. Nel '92 arrivarono i carghi di albanesi, non c'erano ancora tutti gli a priori sulla sicurezza, le emergenze e le paranoie securitarie dei politici. La reazione della popolazione fu in linea con millenni di accoglienze, il dare senza attendersi niente. Vide gente disperata che sbarcava e non si pose il problema del dopo: intanto gli offrì da mangiare. Quel gesto mi ha fatto capire che il punto fondante della mia ricerca artistica è partire dal cibo come elemento culturale, di conoscenza e integrazione. Come la metafora del tradizionale carciofo romano alla giudìa».
Anche l'utilizzo del jazz ha, nell'artista, una ragione precisa. «Io - puntualizza - ascolto tutto, vengo dal punk. Sono appassionato di musica afroamericana in generale, e peraltro il jazz l'avevo sempre vissuto da esterno, nel senso che l'aristocrazia ha fatto in modo che fosse un genere elitista. Inoltre, spesso, anche una serie di artisti ne ha esasperato il tecnicismo, e quindi è diventato un covo di onanisti della musica. Poi ultimamente, soprattutto grazie a Paolo Fresu (che ha firmato la prefazione del libro, ndr ), ora anche a Raffaele Casarano e a molti altri, finalmente il jazz si sta liberando da quel peso. L'aspetto fondamentale che mi interessa è che paradossalmente si tratta della musica popolare per eccellenza del '900, la più rappresentativa, ormai quasi come la classica».
Questa commistione tra musica, letteratura, recitazione, cibo, vino ha, di partenza, un approccio gaudente e di ricerca. «La parmigiana o la paella erano il piatto dell'accoglienza, della domenica, in cui, per far festa, si metteva tutto quello che c'era a disposizione. In un lavoro che ho fatto - conclude Donpasta - sul concetto di tradizione, girando un po' il Sud mi domandavano: "ma come mai la gente spesso, il giorno in cui si scanna l'agnello, anziché conservarlo offre tutto?". Mi sono risposto dicendo che, quando si sta in una comunità, l'importante è costruire la comunità. Quindi la tua assicurazione sulla vita, se ti ammali e non puoi lavorare, è che c'è qualcun altro che si occupa di te. E viceversa. E' un discorso di solidarietà, uno degli elementi fondanti di una società».
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
mercoledì 26 agosto 2009
l’Unità 26.8.09
Leggi razziali. Il senno di poi e le norme di oggi
Il pacchetto sicurezza agli occhi della storia
di Ernesto M. Ruffini
Non sempre la storia concede il lusso del senno di poi . Un giudizio tardivo, a mente fredda e senza timore di conseguenze, non rende un gran merito a chi lo esprime. All’indomani della caduta del fascismo abbiamo espresso un giudizio di condanna verso la legislazione razziale promulgata durante il ventennio.Quel giudizio è arrivato certamente in ritardo per gli uomini e le donne che furono oggetto di quelle leggi ma ha avuto almeno il merito di interrompere un silenzio che era ormai diventato vergognoso.
La domanda che ha attraversato gli anni è perché? Perché quel giudizio è stato solo tardivo? Perché il silenzio durò così a lungo? Dove era finita la maggior parte degli italiani, brava gente che si limitava ad indignarsi sottovoce? Non può esserci una risposta uguale per tutti, una risposta collettiva che possa giustificare quella triste pagina della nostra storia. Ciascuno rispose allora e risponde adesso alla propria coscienza.
Oggi certamente non è possibile che gli stessi fatti si ripetano. Quando la storia si ripete lo fa con altri volti, altri nomi, altri fatti. Allora le leggi razziali prevedevano che gli ebrei non potessero contrarre matrimonio con gli italiani, che gli italiani non potessero assumere gli ebrei, che gli ebrei stranieri non potessero trasferirsi in Italia, che tutti gli ebrei fossero oggetto di specifiche annotazioni nei registri dello stato civile, che i ragazzi ebrei non si potessero iscrivere nelle scuole pubbliche.
Oggi le leggi non sono razziali, ma di sicurezza, almeno nel nome. Io però non mi sento affatto sicuro nel sapere che queste leggi prevedano che gli stranieri commettano un reato per il solo fatto di venire in Italia per migliorare la propria vita; che a volte, dopo essere sopravvissuti in mare a viaggi drammatici, vengano dapprima soccorsi, poi paradossalmente fermati perché colpevoli del reato di ingresso illegale nello Stato e infine trattenuti in disumani centri di identificazione ed espulsione; che comunque, anche se in regola con il permesso di soggiorno, debbano sottoscrivere un accordo di integrazione con il nostro Stato, qualunque cosa si intenda con una simile bestialità; che, inoltre, qualora presentino domanda di ricongiungimento familiare, gli uffici comunali debbano verificare le condizioni igienico sanitarie dell immobile in cui vivono (come se le condizioni dei centri di espulsione possano essere considerate accettabili); che a noi cittadini regolari, infine, sia data la possibilità di organizzarci in ronde per presidiare il territorio.
Oggi, non domani, ci è data la possibilità di riscattarci come popolo, come Nazione, come Storia. Oggi, non domani, ci è data la possibilità di indignarci per quello che sta accadendo e per ricordare la lezione che abbiamo imparato più di 60 anni fa.
l’Unità 26.8.09
Diritti. Per chi suona la campana
Attacco agli immigrati ma non solo
di Leoluca Orlando
Siamo ridotti- ed è gravissimo - a dover ricordare che gli immigrati sono esseri umani. La perversione etica del governo Berlusconi - accanto e a monte della sistematica mortificazione di valori e di diritti - sta modificando e violando elementari regole di convivenza civile.
Il pubblico si fa privato e il privato si confonde e sfrutta il pubblico, i mezzi e i voli di Stato vengono usati per il trasporto di escort; il diritto al lavoro è considerato favore e merce; per il riconoscimento di diritti e per la soddisfazione di bisogni i cittadini non devono più rispondere alla domanda «chi sei? che sai? che sai fare?», ma alla domanda «a chi appartieni?»; il diritto all’uguaglianza è considerato - per legge - una eventualità in danno di chi non ha casta; il diritto di informare e di essere informati è sepolto da una montagna di veline; la libertà di mercato viene sottomessa a dilaganti conflitti di interesse; la sicurezza viene affidata a ronde private, mentre le forze dell'ordine sono costrette ad operare con strutture inadeguate e con tagli di personale e risorse.
In questo panorama, gli immigrati divengono una fastidiosa presenza, indicati - tutti coloro che risiedono in Italia - come un pericolo da contrastare e - tutti coloro che cercano di immigrare - come nemici da respingere con ogni mezzo. Questo governo ha affidato in appalto alla Libia - in cambio di enormi affari- la gestione di veri lager, nei quali tradurre con la forza esseri umani non necessariamente libici e non necessariamente provenienti da porti libici.
La Ue, l’Onu, le Associazioni internazionali che si occupano di diritti, autorità morali e religiose, intellettuali e giornalisti di tutto il mondo nei confronti di Berlusconi non hanno alcun fatto personale nè sono parte di congiure come ritiene il premier. La realtà internazionale esprime ciò che è diffusa consapevolezza da parte di milioni di italiani liberi: le scelte del governo Berlusconi in tema di immigrazione sono il termometro di un sistema che si fa regime. Tutte le dittature gettano la maschera, svelano le proprie nefandezze quando si occupano degli ultimi, degli emarginati, dei diversi. È accaduto così con il nazismo, con il fascismo, con lo stalinismo, con ogni dittatura.
Ogni dittatura ha bisogno di avere una categoria, una razza,una fede, una classe di esseri umani da elevare a simbolo e a monito per la mortificazione dei diritti di tutti, anche di chi non appartiene a quella categoria, a quella razza, a quella fede, a quella classe. Nessuno si illuda. Qualcuno cerca di distrarre la attenzione ricordando che le scelte riguardano gli immigrati e che, pertanto, chi non è immigrato non ha nulla di che preoccuparsi. No. Non è così. La campana a morte non suona soltanto per i diritti umani degli immigrati, essa suona per tutti e per ciascuno, per i diritti di ogni essere umano.
l’Unità 26.8.09
«È la realpolitik: ovunque gli affari cancellano i diritti»
Intervista a Massimo Salvadori di U.D.G.
La vicenda delle relazioni Italia-Libia è un tipico esempio del fatto che quando gli interessi economici reciproci offrono soddisfazione, allora le questioni ideali, legate al rispetto dei più elementari diritti umani, vengono ignorate o non entrano in gioco. Questo è l’abc della realpolitik». A sostenerlo è uno dei più autorevoli storici e scienziati della politica italiani: Massimo Salvadori, professore emerito dell’Università di Torino.
Professor Salvadori, come leggere politicamente le polemiche legate al viaggio a Tripoli di Silvio Berlusconi?
«È l’ennesima dimostrazione del fatto che la realpolitik domina nei rapporti fra gli Stati. Purtroppo, nessuno Stato rinuncia per motivi ideali a presidiare interessi economici consistenti. I rapporti Italia-Libia sono l’esempio tipico di come gli interessi economici reciproci, finiscano per cancellare ogni riferimento a questioni ideali, di rispetto dei più elementari diritti della persona. Questa è l’abc della realpolitik».
In questa specifica vicenda cosa ci mette di suo il presidente del Consiglio?
«Quello che Berlusconi fa in questa operazione, è di “indorare” l’intera vicenda dei rapporti fra Italia e Libia, nascondendo tutti quegli aspetti che non si vuole che emergano in primo piano e che entrino nel circolo del dibattito pubblico. Abbiamo anche qui l’ennesima dimostrazione della “videopolitica”, della politica-propaganda, di cui Berlusconi è un professionista e un abilissimo cultore della materia».
Resta un problema più generale che chiama in causa i fondamenti delle relazioni tra gli Stati.
«Sappiamo benissimo che esiste un lungo elenco di Paesi nei quali i diritti umani, quelli sociali, le libertà politiche e civili, sono sistematicamente violati. Il caso più significativo riguarda la Cina. In Cina le libertà individuali e collettive, i diritti umani e sociali non hanno cittadinanza, eppure tutti gli Stati corrono in Cina per fare affari e si guardano bene di porre come questione pregiudiziale il rispetto dei diritti e delle libertà. Chiudono gli occhi, guardano da un’altra parte, perché convinti che questo è l’unico modo per fare affari convenienti ad ambedue le parti».
Come si concilia questo abc della realpolitik com l’esigenza più volte evocata di una nuova governance democratica globale?
«La governance mondiale fondata su basi democratiche, sul rispetto dei diritti umani, sociali, politici, questa governance virtuosa è un continuo auspicio che non riesce a incardinarsi in istituzioni internazionali davvero efficaci. Né a influenzare le relazioni sovranazionali. Rimane un “sopramondo” che non incontra mai il mondo reale».
C’è un frangente in cui i diritti umani rientrano in gioco nelle relazioni fra Stati?
«Le relazioni fra gli Stati entrano in crisi quando emerge una questione di sicurezza; allora si recuperano, strumentalmente, anche i problemi di libertà, cercando sempre di non pestare i piedi ai Paesi che contano, a cominciare dal Gigante cinese».
Repubblica 26.8.09
Il naufragio infinito di Titti e Hadengai
Il racconto di Titti e Hadengai, due dei cinque sopravvissuti sul gommone maledetto Un anno, 4 mesi e 21 giorni viaggio dalla morte all´Italia
di Ezio Mauro
Ventun giorni alla deriva senz´acqua vedendo i compagni morire
PALERMO. Italia? È una stanza bianca e blu, la numero 1703, pneumologia 1, primo piano dell´ospedale "Cervello". Un tavolino con quattro sedie, due donne coi capelli bianchi negli altri due letti, dalla finestra aperta le case chiare del quartiere Cruillas, le montagne di Altofonte Monreale, il caldo d´agosto a Palermo. Sui due muri, in alto, la televisione e il crocifisso, una di fronte all´altro.
I mercanti di uomini che organizzano i viaggi in Europa chiedono 900 dollari tutto compreso: dal Sudan alla Libia attraversando il Sahara, in attesa della barca illegale. Ci vuole un anno per risparmiare quei soldi
Il gommone è trasportato dalle onde, spinto dalla corrente, nessuno può fare niente. Finiscono i fiammiferi dopo le sigarette, non si vede più nulla Tutti a guardare il mare, sembra che nessuno dorma
L´acqua è un´ossessione e intanto pensi al pane, al riso, alla carne, scambi i frammenti di legno per briciole, sai che è un inganno ma te li metti in bocca. Senti le forze che vanno via e vedi buttare in mare i cadaveri
È quel che vede Titti Tazrar da ieri mattina, quando apre gli occhi. Quando li chiude tutto balla ancora, ogni cosa gira intorno, il letto è una barca che si inclina e poi si piega sulle onde. Titti cerca la corda per reggersi, d´istinto, come ha fatto per 21 giorni e 21 notti, con la mano che da nera sembra diventata bianca per la desquamazione, una mano forata dalle flebo per ridare un po´ di vita a quel corpo divorato dalla mancanza d´acqua. La gente che ha saputo apre la porta e la guarda: è l´unica donna sopravvissuta - con altri quattro giovani uomini - sul gommone nero che è partito dalla Libia con un carico di 78 disperati eritrei ed etiopi, ha vagato in mare senza benzina per 21 giorni, ha scaricato nel Mediterraneo 73 cadaveri e ha sbarcato infine a Lampedusa cinque fantasmi stremati da un mese di morte, di sete, di fame e di terrore.
Quei cinque sono anche gli ultimi, modernissimi criminali italiani, prodotto inconsapevole della crudeltà ideologica che ha travolto la civiltà dei nostri padri e delle nostre madri, e oggi ci governa e si fa legge. I magistrati li hanno dovuti iscrivere, appena salvati, al registro degli indagati per il nuovo reato d´immigrazione clandestina, i sondaggi plaudono. Anche se poi la vergogna - una vergogna della democrazia - darà un calcio alla legge, e per Titti e gli altri arriverà l´asilo politico. Scampati alla morte e alla disumanità, potranno scoprire quell´Italia che cercavano, e incominciare a vivere.
Un´Italia che non sa come cominciano questi viaggi, da quanto lontano, da quanto tempo: e come al fondo basti un richiamo composto da una fotografia e una canzone. Titti ad Asmara aveva un´amica col telefonino, e ascoltavano venti volte al giorno Eros Ramazzotti nella suoneria, con "L´Aurora". In più, a casa la madre conservava da anni una cartolina di Roma, i ponti, una cupola, il fiume e il verde degli alberi. Tutti parlavano bene dell´Italia, le mail che arrivavano in Eritrea, i biglietti con i soldi di chi aveva trovato un lavoro. Quando la bocciano a scuola, l´undicesimo anno, e scatta l´arruolamento obbligatorio nell´esercito, Titti decide che scapperà in Italia. E dove, se no?
Fa due mesi di addestramento in un forte fuori città, soldato semplice. Poi, quando torna ad Asmara, si toglie per sempre la divisa, passa da casa il tempo per cambiarsi, prendere un vestito di scorta, una bottiglia d´acqua più la metà dei soldi della madre, delle cinque sorelle e del fratello (200 nakfa, più o meno 10 euro), e segue un vecchio amico di famiglia che la porterà fuori dal Paese, in Sudan. Prima viaggiano in pullman, poi cresce la paura che la stiano cercando, e allora camminano di notte, dormendo nel deserto per sette giorni. Senza più un soldo, Titti va a servizio in una casa come donna delle pulizie, vitto e alloggio pagati, così può mettere da parte interamente i 250 pound sudanesi mensili. Quando va al mercato chiede dove sono i mercanti di uomini, che organizzano i viaggi in Europa. Li trova, e quando dice che vuole l´Italia le chiedono 900 dollari tutto compreso, dal Sudan alla Libia attraversando il Sahara, poi il ricovero in attesa della barca illegale, quindi il viaggio finale.
Ci vuole un anno per risparmiare quei soldi. E quando si parte, sul camion i mercanti caricano 250 persone, sul fondo del cassone dov´è più riparato dalla sabbia ci sono con Titti due donne incinte e una madre col bimbo di tre mesi. Lei ha due bottiglie d´acqua, le divide con le altre, ci sono i bambini di mezzo, non si può farne a meno. Prima della frontiera con la Libia li aspettano, tutti guardano giù dal camion, temono un posto di blocco, invece sono gli agenti locali dei mercanti, li guidano per una strada sicura e li portano nei rifugi, disperdendoli: parte ammassati in un capannone, parte nei casolari isolati, soprattutto le donne. Le fanno lavorare in casa e negli orti, cibo e acqua sono come in galera, il minimo indispensabile. Trattano male, fanno tutto quel che vogliono. Dicono sempre che la barca è pronta, che adesso si parte, ma non si parte mai. Intimano alle donne di non uscire di casa e Titti diventa amica di Ester e Luam, che abitano con lei per quasi quattro mesi. Chi ha parenti in Europa deve dare l´indirizzo mail, in modo che i mercanti scrivano, chiedano soldi urgenti per aiutare il viaggio, per poi intascare la somma quando arriva al money transfer, da qualche parte sicura.
Invece un pomeriggio alle cinque tutti urlano, bisogna uscire, sembra che si parta davvero. Le ragazze dicono che non hanno niente di pronto, non hanno messo da parte il pane e nemmeno l´acqua dalle porzioni razionate, non sapevano: possono avere qualcosa da portare in barca? Non c´è tempo, alle sei bisogna essere in mare, via con quello che avete addosso, e tutti lontani dalla spiaggia che possono arrivare i soldati, meglio nascondersi dietro i cespugli e le dune, forza. La barca è un gommone nero di dodici metri, che normalmente porta dieci, dodici persone. Loro sono settantotto, nessun bambino, venticinque donne. Non riescono a trovare spazio, c´è qualche tanica di benzina sotto i piedi, stanno appiccicati, incastrati, accovacciati, qualcuno in ginocchio, altri in piedi tenendosi alle spalle di chi sta sotto, nessuno può allungare le gambe. Ma ci siamo, è l´ultimo viaggio, in fondo a quel mare da qualche parte c´è l´Italia, Titti a 27 anni non ha la minima idea della distanza, pensa che arriveranno presto. Ecco perché è tranquilla quando arriva la prima notte, lei che è partita solo con dieci dinari, i suoi jeans, una maglia bianca e uno scialle nero. Nient´altro.
«Adei», madre, sto andando, pensa senza dormire. «Amlak», dio, mi hai aiutato, continua a ripetersi mentre scende il freddo. A metà del secondo giorno, quando le ragazze pensano già quasi di essere arrivate, la barca si ferma. Il pilota improvvisato dice che non c´è più benzina. Schiaccia il bottone rosso come gli ha insegnato il trafficante d´uomini, ma non c´è nessun rumore. Adesso si sente il rumore delle onde. Nessuno sa cosa fare. Gli uomini provano col bottone, danno consigli, uno scende in mare a guardare l´elica. Le donne si coprono la testa con gli scialli. Si avverte il caldo, nessuno lo dice, ma tutti pensano che l´acqua sta finendo. Chi ha pane lo divide coi vicini. Un pizzico di mollica per volta, facendo economia, allungandola nel pugno chiuso per farla bastare fino a sera, cinque, sei bocconi.
La notte fa più paura. Non c´è una bussola, e poi a cosa servirebbe, con il gommone trasportato dalle onde, spinto dalla corrente, e nessuno può fare niente. Finiscono i fiammiferi, dopo le sigarette, non si vede più niente. Tutti a guardare il mare, sembra che nessuno dorma. La quarta notte spuntano delle luci a sinistra, poi se ne vanno, o forse la barca ha girato a destra. Era una nave? Era un paese? Era Roma? Cominci a sentirti impotente, sei un naufrago.
All´inizio ci si vergogna per i bisogni, fingi di fare un bagno attaccato con una mano alla corda, chiedi per favore di rallentare, e fai quel che devi in mare. Poi man mano che cresce l´ansia e anche la disperazione, non ti vergogni più. Chi sta male, chi sviene dal caldo e dalla fame, i bisogni se li fa addosso. Quando la situazione diventa insopportabile tutti urlano in quella parte del gommone: «Giù, giù, vai in mare, vai». Ma il settimo giorno i problemi cambiano.
Muore Haddish, che ha vent´anni, ed è il prino. Continua a vomitare da ventiquattr´ore, sta male, si lamenta prima della fame poi solo della sete. «Mai», acqua. Lo ripete continuamente. Anche Titti ripete «mai» nella testa, c´è solo acqua intorno a loro, eppure stanno morendo di sete, non riescono a pensare ad altro. Due ragazzi, Biji e Ghenè, si danno il turno a sorreggere Haddish, altri fanno il turno in piedi per lasciargli lo spazio per distendersi, uno sale persino sul motore. Dopo il tramonto tutti lo sentono piangere, urlare, gemere, poi non sentono più niente e non sanno se si è addormentato o se è morto. «E´ arrivato - dice all´alba Ghenè - noi siamo in viaggio e lui è arrivato». I due giovani prendono Haddish per le spalle e per i piedi, dopo avergli tolto le scarpe, e lo gettano in mare. Le ragazze piangono, una donna canta una nenia sottovoce.
Yassief si è portato in barca una Bibbia. La apre, e legge i Salmi: «Quando ti invoco rispondimi, Dio, mia giustizia: dalle angosce mi hai liberato, pietà di me, ascolta la mia preghiera». Titti piange per il ragazzo morto, e pensa che non si poteva fare altrimenti. Adesso ha paura che il viaggio duri ancora giorni e giorni, che il mare li risospinga indietro verso la Libia, non possono viaggiare con un cadavere, e poi hanno bisogno di spazio. «Meut», la morte, comincia a dominare tutti i pensieri, riempie «semai», il cielo, verrà dal mare, «bahari». Le donne si coprono la testa, il sole stordisce più della fame, tutto gira intorno, la nausea cresce, salgono vapori ustionanti di benzina e di acqua dal fondo del gommone. A sera, ogni sera, Yassief leggerà la Bibbia, Giosuè, Tobia, i Salmi, e cercherà di confortare i compagni: noi stiamo morendo, ma qualcuno ce la farà.
Muore qualcuno ogni giorno, ormai, e il numero varia. Uno, poi tre, quindi cinque, un giorno quattordici e si va avanti così. Dicono che i primi a morire sono quelli che hanno bevuto l´acqua di mare, Titti non sapeva che era mortale, non l´ha bevuta solo per il gusto insopportabile, si bagnava le labbra continuamente. Poi Hadengai ha l´idea di prendere un bidone vuoto di benzina, tagliarlo a metà, lavare bene la base e metterla sul fondo della barca, dove i morti hanno aperto uno spazio. Spiega che dovranno raccogliere lì la loro orina, per poi berla quando la sete diventa irresistibile, pochi sorsi, ma possono permettere di sopravvivere. Lo fanno, anche le donne, però di notte. Titti beve, come gli altri. Potrebbe bere qualsiasi cosa: anzi, lo sta facendo.
Dopo quindici giorni, appare una nave in lontananza. Sembra piccolissima, ma tutti la vedono, c´è. Chi ce la fa si alza in piedi, si toglie la maglia ingessata dal sale per agitarla in alto, urla. A Titti cade lo scialle in mare, l´unica protezione dal freddo, l´unico cuscino, la coperta, l´unico bene. Yassief e un altro ragazzo sono i soli che sanno nuotare: lasciano la Bibbia a una donna che ha la borsa con sé, si tuffano, è l´ultima speranza, torneranno a salvarli con la nave e li prenderanno tutti a bordo, dove c´è acqua e cibo. Tutti si alzano a guardarli, ma il gommone va dove vuole, dopo un po´ nessuno li ha più visti, e pian piano la nave lontana è scomparsa, loro non ci sono più.
L´acqua è un´ossessione e intanto pensi al pane, al riso, alla carne, scambi i frammenti di legno per briciole, sai che è un inganno ma te li metti in bocca. Senti le forze che vanno via, vedi buttare a mare i cadaveri e non t´importa più. Ora quando arriva la morte butteranno giù anche me, pensa Titti, spero che mi chiudano gli occhi. Non sai i nomi dei tuoi compagni, conosci solo le facce. Al mattino ne cerchi una e non la vedi più, oppure ne trovi una che avevi visto calare in mare, non sai più dove finisce l´incubo e comincia la realtà. Ma adesso in barca tutti sanno che le due amiche, Ester e Luam, sono incinte, anche se non lo dicevano perché la gravidanza era cominciata in Libia, nella casa dei mercanti d´uomini, tra le minacce e la paura. Tutti lo sanno perché loro stanno male e parlano dei bambini. Gli altri ascoltano, la pietà è silenziosa, nessuno litiga, qualcuno sposta chi gli cade addosso dormendo. Anche se non è dormire, è mancare. Non sai quando svieni e quando dormi. Ora allunghi le gambe sul fondo, i morti hanno lasciato spazio ai vivi.
Titti è più forte delle amiche. Quando Ester perde il bambino, è lei che getta tutto in mare, poi lava il vestito, e pulisce il gommone mentre tiene la mano all´amica, che dice basta, tutto è inutile, vado. Muore subito dopo, Titti non piange perché non ha più le forze, quando muore anche Luam due giorni dopo lei si lascia andare. Pensa solo più a morire, scuote la testa quando la donna con la Bibbia ripete quel che ha sentito da Yassief, ed ecco, noi stiamo morendo ma qualcuno arriverà. No, lei adesso rinuncia. Non pensa più all´Italia, non sa dov´è, non la vuole. Non ha più nessuna paura. Ripete a se stessa che dev´essere così in guerra, nelle carestie. Basta, vuoi finire, vuoi solo arrivare al fondo della fame, della sete, di questo esaurimento, non hai il coraggio o l´energia o la lucidità per buttarti e lasciarti andare, affondare sott´acqua e sparire, ma vuoi che sia finita. Persa l´Italia, il gommone adesso ha di nuovo uno scopo: diventa un viaggio per la morte, e va bene così. La diciassettesima notte, forse, Titti si separa da tutto e raduna tutto, la madre e Dio, il cielo, il mare e la morte, «Adei, Amlak, semai, bahari, meut». Rivede suo padre accovacciato, che fuma contro il muro la sera. Si accorge che la sua lingua, il tigrigno, non ha la parola aiuto.
Si accorge dalle urla, all´improvviso, che c´è una barca di pescatori e li ha visti. Arriva, e nessuno ce la fa più a gridare. Accostano, ma quando vedono sette cadaveri a bordo e quegli esseri moribondi hanno paura e vanno indietro. Allora i due ragazzi si avventano, non lasciateci qui. La barca si ferma, lanciano un sacchetto di plastica, ma finisce in acqua. Si avvicinano, ne lanciano un altro. Hadangai lo afferra e mentre lo aprono i pescatori se ne vanno, indicando col braccio una direzione.
Dentro c´è il pane, con due bottiglie. Titti beve, ma afferra il pane. Appena ha bevuto ne ingoia un morso, ma urla e sputa tutto. Il pane taglia la gola, non passa, lo stomaco e il cuore lo vogliono ma il dolore è più forte, ti scortica dentro, è una lama, non puoi mangiare più niente. Ma con l´acqua l´anima comincia a risvegliarsi. Forse siamo vicini a qualche terra. Sia pure la Libia, basta che sia terra. Ed ecco un rumore grande, più forte, più vicino poi sopra, davanti al sole. E´ un elicottero, si abbassa, si rialza. Arriva una motovedetta di uomini bianchi, non vogliono prenderli a bordo, ma hanno la benzina, sanno far ripartire il motore, dicono ai ragazzi come si guida e il gommone li deve seguire.
Un giorno e una notte. Poi l´ultima barca. Questa volta li fanno salire. Sono rimasti in cinque: cinque su 78. Chi ce la fa ancora va da solo, Titti la devono portare a braccia. Non capisce più niente, tutto è offuscato, c´è soltanto il sole e lo sfinimento. La siedono. Poi le buttano acqua in faccia. Lì capisce di essere viva. Non chiede con chi è, né dov´è. Che importanza può avere, ormai? Forse non è nemmeno vero, basta chiudere gli occhi per rivedere la stessa scena fissa di un mese, gli odori, gli sbalzi, il rumore delle onde. Così anche in ospedale, dove le visioni continuano, volti, cadaveri, immagini notturne, incubi sul soffitto e sul muro bianco e blu.
Ma se allunga la mano, Titti adesso trova una bottiglietta d´acqua. Attorno non muoiono più. Ieri le hanno dato una card per telefonare a sua madre ad Asmara, le hanno detto che è in Italia. Le persone entrano e le sorridono. Due ore fa un medico le ha raccontato in inglese che hanno perso l´altro naufrago ricoverato al "Cervello", Hadengai, in camera non c´è, l´hanno chiamato per una radiografia e non si è presentato, hanno guardato sulle panchine nel giardino ma nessuno sa dove sia. Lei non vuole più pensare a niente. Tiene una mano sulle labbra gonfie, con l´altra mano, dove c´è un anello giallo alto e sottile, tira il lenzuolo per coprire la piccola scollatura a V del camice. Ha paura che sapendo della sua fuga all´Asmara facciano qualcosa di brutto a sua madre e alle sue sorelle. E però vorrebbe dire a tutti che ha fatto la cosa giusta, anche se adesso sa cosa vuol dire morire: ma oggi, in realtà, è la sua vera data di nascita. Quando non ci sperava più ce l´ha fatta, è arrivata. Non ha più niente da dire, può solo aspettare.
Poi si apre la porta, e arriva Hadengai. Ha una tuta da ginnastica nera, con la maglietta bianca, cammina lentamente incurvando tutti i suoi 24 anni, e spinge piano il vassoio col cibo che vuole mangiare qui. Ci ha messo un po´ di tempo ad arrivare, si è perso, è tornato indietro, guardava senza capire tutte quelle scritte, la sala dialisi, le proposte assicurative in bacheca, i cartelli dell´Avis, la macchinetta al pian terreno che distribuisce dolci e caramelle e funzionava da punto di riferimento. Poi ha trovato la camera di Titti. Si è seduto sul bordo del letto della paziente accanto, che sotto le coperte si è fatta un po´ più in là. I due naufraghi parlano sottovoce, lui assaggia qualcosa del pollo con patate che ha sul vassoio, non apre nemmeno il nailon del pane, lei taglia in quattro un maccherone. Ma va meglio, ormai. Non hanno un´idea di che cosa sia davvero l´Italia 2009, fuori da quella porta. Ma prima o poi capiranno che sopra l´ascensore numero 21, proprio davanti a loro, c´è scritto "la vita è un bene prezioso".
Corriere della Sera 26.8.09
Le liturgie padane e i vescovi: il rapporto complicato Chiesa-Lega
di Gian Antonio Stella
«La Chiesa fa il suo mestiere, noi il nostro», ha sbuffato un paio di giorni fa Umberto Bossi facendo spallucce davanti al coro di proteste cattoliche sul modo, i toni e le parole con cui la Lega Nord affronta il problema dell’immigrazione.
Certo è che i contrasti sul tema hanno avuto negli ultimi mesi un’impennata mai vista. E rischiano di compromettere pesantemente un rapporto che, dopo anni di scontri ustionanti, sembrava aver preso una piega meno conflittuale.
Che la Chiesa faccia il suo mestiere (anzi: timidamente, secondo certi preti più accesi) è difficile da contestare. Il versetto 25,23 del Levitico, il terzo libro della Bibbia, dice chiaramente (la traduzione è quella ufficiale del Vaticano) come la pensa quel Dio tirato sempre in ballo da chi si erge a bellicoso difensore delle tradizioni religiose occidentali: «Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini». Tutti. Compresi quanti sono insediati nello stesso territorio da tempo immemorabile.
Non bastasse, San Paolo nella lettera ai Colossesi chiarisce che nessuno ha la precedenza: «Qui non c’è più Greco e Giudeo circonciso, incirconciso, barbaro e Scita, servo e libero, ma Cristo è tutto e in tutti».
Non bastasse ancora, lo stesso Joseph Ratzinger, prima di diventare Papa e dopo una tragedia non troppo diversa da quella degli eritrei di questi giorni (l’affondamento di un barcone carico di clandestini speronato per errore da una motovedetta italiana) spiegò senza equivoci come la pensasse: «Si può difendere il patrimonio di un popolo ma non si può vivere in un’isola che si separa, oggi poi, dal resto del mondo. Un chiusura del tipo 'noi stiamo bene, non vogliamo quelli che stanno male' è, per me, una politica immorale». Una posizione netta. Sposata il giorno dopo dall’allora leader dell’opposizione Silvio Berlusconi: «Siamo stati chiusi nell’egoismo, non possiamo permettere che succeda più. Non possiamo chiudere le porte, 58 milioni di italiani che stanno bene non possono respingere povere persone che vengono qui per cercare un po’ di libertà. Domandiamoci se la tragedia non è anche dovuta, almeno in parte, a questo coro di ''gettateli a mare, sono tutti delinquenti'' » . Il nodo è: se la Lega pensa invece che il suo mestiere sia quello di respingere i barconi arrivando a rifiutare con il Senatur («Se sono in troppi anche la legge della salvezza in mare non funziona più») perfino la regola di base ricordatagli da Avvenire, che «è ben più antica di quella pure codificata dai trattati e ordina: in mare si soccorre», fino a che punto i due «mestieri» possono evitare uno scontro frontale?
Sono mesi che la temperatura sale. Mesi. Di qua la Chiesa che, sia pure con qualche distinguo per non invadere troppo le competenze dello Stato (vedi le precisazioni vaticane dopo i commenti di monsignor Marchetto sul «pacchetto sicurezza»), non perde occasione per sottolineare la necessità di rispettare i diritti degli immigrati, clandestini compresi, a partire dal diritto alla vita (sono 14.600 i morti in questi anni nel Mediterraneo, ha detto monsignor Vegliò) e all’eventuale asilo politico. Di là gli esponenti del Carroccio che ribattono colpo su colpo.
Il cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, usa parole che al Carroccio sembrano troppo ecumeniche? Roberto Calderoli, indifferente alla contraddizione di essersi sposato con matrimonio celtico, lo liquida dicendo che «il comunismo sconfitto dalla storia ritrova bandiere ideologiche proprio tra uomini di Chiesa» e che «anche Tettamanzi fa parte dell’opposizione ». I leghisti di Varese stendono uno striscione con scritto «Tettamanzi vescovo di Kabul ». E la Padania titola a tutta pagina: «Tettamanzi 'regala' moschee » . Famiglia cristiana critica certi eccessi della politica di contrasto all’immigrazione mettendo in guardia dal rischio del razzismo? Il deputato e capogruppo della Lega Nord a Milano, Matteo Salvini, attacca il direttore del settimanale, don Antonio Sciortino, dicendo che «se fosse per lui nel giro di tre anni Famiglia Cristiana si chiamerebbe Famiglia musulmana ». Monsignor Agostino Marchetto dice che il reato di immigrazione clandestina «porterà dolore »? Roberto Maroni ribatte: «È la solita liturgia...». Il quotidiano dei vescovi Avvenire paragona la «rassegnata indifferenza se non anche una infastidita avversione» degli italiani per le tragedie dei barconi alla cecità di chi non volle vedere i vagoni piombati che portavano gli ebrei ad Auschwitz? Umberto Bossi sbotta che «sono parole troppo forti con poco senso ». E via così. Giorno dopo giorno. Fino alle fratture di ieri e alla decisione di monsignor Vegliò di ribattere bruscamente a Calderoli, che aveva messo in dubbio la sua autorevolezza, spiegando che, piaccia o non piaccia ai leghisti, se lui parla lo fa come Capo Dicastero e dunque quello che dice è «a nome della Santa Sede».
Quale possa essere la reazione a questi conflitti dei cattolici che votano Lega è una cosa tutta da vedere. «L’elettorato cattolico la pensa come noi», giurò pochi mesi fa, dopo l’ennesimo scontro, il capogruppo alla Camera Roberto Cota. Si vedrà. Tutto si può dire, però, tranne che il Carroccio insegua come tanti altri partiti, anche a sinistra, la benedizione della Chiesa. Prima del recente crescendo polemico, gli attacchi erano già stati violentissimi. «Noi siamo la Chiesa cattolica padana, Roma non ci piace, Roma è la prigione del cristianesimo, vi sono accumulate tutte le putrescenze della storia», scriveva sul giornale di partito il «ministro della cultura padano» Gilberto Oneto. Per non dire di Umberto Bossi, che chiamava il polacco Giovanni Paolo II «papa extra-comunitario», ringhiava che il cattolicesimo era una «setta bassa del cristianesimo » e prima di riscoprire che «Dio è federalista, perché c’è il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo» («Non sapevo che avessimo un teologo », rise il cardinale Biffi), si avventurò sul baratro della volgarità spaziale: «Il Vaticano è il vero nemico che le camicie verdi affogheranno nel water della storia». Posizioni non semplici, diciamo, per dialogare coi cattolici...
l’Unità Firenze 26.8.09
Rivolta nelle carceri: in 3 in una cella singola
di Francesco Sangermano
Nuove rivolte nelle carceri sovraffollate della Toscana
A Firenze un marocchino s’è cucito la bocca con ago e filo per ottenere il rimpatrio
A Pisa i detenuti hanno appiccato il fuoco per denunciare la mancanza di acqua
Il garante fiorentino per i detenuti Franco Corleone evidenzia i paradossi di quella che definisce una politica «demenziale: in molte strutture della Regione ci sarebbero posti liberi da poter utilizzare».
Una settimana dopo, la protesta continua. Dal 18 agosto niente o quasi è cambiato. E i detenuti delle carceri toscane continuano a cercare di far sentire la loro voce. Il garante dei detenuti del Comune di Firenze, Franco Corleone, si è recato nuovamente a Sollicciano per fare il punto della situazione con il direttore Oreste Cacurri. E il risultato è stato, nuovamente, drammatico. «Ci sono 955 detenuti e 7 bambini a fronte di una capienza massima indicata in 500 persone» denuncia Corleone.
Che aggiunge dettagli ai freddi numeri: «I detenuti sono reclusi in tre nelle celle da un posto e in sei nelle celle da tre. Oltre il 65% è composto da stranieri spesso senza risorse». Anche ieri i carcerati hanno proseguito la loro protesta battendo oggetti sulle sbarre delle celle. E oggi è previsto un incontro dello stesso Corleone con una folta rappresentanza dei detenuti che hanno preparato un documento nel quale elencano le loro richieste tra cui limitare le presenze a 550-600 posti, incontrare i giornalisti ed estendere almeno a due turni (da uno solo come è ora) l’utilizzo del campo sportivo. «Se non ci saranno a breve risposte positive - ha spiegato il garante - non lascerò soli i detenuti e mi impegnerò coinvolgendo associazioni e società civile, parlando col sindaco di Firenze Matteo Renzi e con l’assessore regionale Enrico Rossi».
...E A PISA
Oltre a Firenze, la tensione è però alta anche nel carcere di Pisa. Per protestare contro l'assenza d’acqua, circa 200 dei 400 detenuti hanno appiccato lunedì sera il fuoco a cuscini, stracci, indumenti ed effetti personali e hanno lanciato bottiglie, bombolette del gas ed escrementi nei corridoi. Lo ha reso noto il Sappe, sindacato autonomo di polizia penitenziaria. I detenuti, tutti del reparto giudiziario, hanno cominciato la protesta intorno alle 21 sbattendo oggetti contro i cancelli e le inferriate e la calma è stata ristabilita dopo circa due ore. Per evitare che il fumo sprigionato dal fuoco potesse provocare intossicazione, gli agenti di polizia penitenziaria hanno utilizzato gli estintori. «La situazione è sempre più incandescente - afferma nella nota Donato Capece, segretario generale del Sappe - Ogni giorno registriamo manifestazioni e proteste di detenuti sempre più violente».
IL PARADOSSO
Qualche possibilità di migliorare la situazione, però, potrebbe esserci. È lo stesso Corleone a spiegarle. «La questione del sovraffollamento è paradossale - dice - perché a soli 100 metri da Sollicciano c’è il Gozzini o Solliccianino per la custodia attenuata che è semivuoto. Ci sono 40 posti liberi, con due posti a cella sarebbero 80. C’è poi l'ottava sezione di Sollicciano, quella per i tossicodipendenti, dove ci sono altri 40 posti liberi. Inoltre il femminile di Empoli ha liberi altri 50 posti, ci sono liberi 20 posti a Massa Marittima e ci sono spazi nella casa di reclusione della Gorgona e nel penitenziario Forte San Giacomo a Porto Azzurro sull’isola d'Elba. Hanno ragione i detenuti a dire che l’utilizzo delle strutture in Regione è demenziale».
LA PROTESTA
A testimonianza ulteriore della difficile situazione, Corleone ha infine reso noto ieri un episodio accaduto in settimana sempre a Sollicciano. Per protesta contro il mancato rimpatrio, un detenuto marocchino, cui mancavano due anni da espiare, si è cucito materialmente la bocca e così ha ottenuto quanto per legge gli spettava. Solo a questo punto la magistratura ha accolto la richiesta e dopo essere stato medicato sono cominciate le pratiche per tornare in Marocco. «Questo episodio drammatico - conclude Corleone - mette in luce una questione troppo trascurata. Sono molti in Italia i detenuti stranieri che potrebbero usufruire della norma di legge che prevede la possibilità del rientro in patria come misura alternativa quando mancano loro da scontare due anni. È urgente un monitoraggio per capire quanti sono questi casi».
l’Unità Firenze 26.8.09
L’indicibile pena nella pena
di Enzo Mazzi
Agosto in queste nostre orrende carceri. Indicibile pena nella pena. Tortura supplementare nel luogo dedicato al tormento della privazione della libertà, che è giusto quando assolve al suo scopo rieducativo, come vuole la Costituzione.
Roba da Comitato Onu contro la tortura o da Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o dei trattamenti inumani, se questi organismi non fossero ridotti a ombre da una politica rozzamente repressiva e punitiva che ha riempito all’inverosimile le carceri italiane di un’umanità la più emarginata e sradicata, diseredati, immigrati, tossici. È inascoltato dalla città il grido che sale dalle carceri. Insufficiente, rispetto alla gravità del problema, l’attenzione dedicata alle proteste dei detenuti di Sollicciano che è esplosa dopo molti anni di silenziosa rassegnazione. La popolazione carceraria, composta per il 70% da detenuti extracomunitari e da molti tossicodipendenti, è poco politicizzata e si è tenuta finora lontana dalle proteste. La mobilitazione iniziata il 18 agosto e ora in corso è il segno che ogni limite è stato superato. Per ammissione della stessa direzione del carcere le proteste sono originate da richieste legate alla mera sopravvivenza. Per il sovraffollamento, il pane ammuffito e il vitto scadente e insufficiente, per poter fare la doccia la domenica, poter accedere al campo sportivo, avere materassi decenti, contattare telefonicamente i familiari. Che rapporto potranno avere in futuro con la società persone che, affidate alla responsabilità dello Stato, sono costrette a vivere in condizioni così disumanizzanti? Quante le possibilità che non tornino a delinquere?
Matteo Renzi ha dichiarato solennemente di voler essere sindaco di tutti e specialmente dei più deboli, sulla scia di La Pira. Molti dei più deboli sono lì. Non sarebbe doveroso porre fra le priorità una serie di iniziative per il ripristino della legalità nel carcere? A cominciare, ma solo come inizio e non come immagine, dalla convocazione di un Consiglio Comunale a Sollicciano? «Una parte della città rompe i silenzi colpevoli, sostiene le richieste dei detenuti e si impegna a riportare l'attenzione sulla questione carcere, che Firenze deve vivere come prioritaria perché tocca i diritti umani fondamentali dei detenuti e in fondo di ognuno di noi»: è scritto in un documento sottoscritto da molte associazioni, da cui sono tratte anche notizie e considerazioni riportate sopra. Firenze già portabandiera dell’abolizione della pena di morte e madrina della legge Gozzini non può ora restare sorda queste sollecitazioni.
Repubblica Firenze 26.8.09
Sollicciano, 15 metri per tre detenuti
Celle sovraffollate, cibo scadente. Le guardie: "Sotto la cenere cova il fuoco"
Se gli ingressi non si fermano si dovrà tornare alle quattro brande per ogni stanza
di Ernesto Ferrara
Ore 12, ottava sezione del carcere di Sollicciano, quella destinata ai detenuti tossicodipendenti. C´è una cella vuota: 5 metri per 3, il bagno 2 metri per 2, il balcone è troppo piccolo, l´aria non ce la fa a passare, si soffoca di caldo. Tre letti uno sull´altro, ma non bastano più: occorre aumentarli perché i detenuti sono arrivati a 960 mentre dovrebbero essere al massimo 470. Serve il quarto letto: il prossimo arrivato dormirà a 30-40 centimetri dal soffitto. Oppure la quarta brandina si dovrà stendere in orizzontale: ma in cella non si potrà più camminare.
Una situazione che il garante per i diritti dei detenuti Franco Corleone definisce «esplosiva» e che il direttore di Sollicciano Oreste Cacurri ammette essere «complicata». I detenuti continuano ad aumentare: sono tornati a sfiorare quota mille, come prima dell´indulto. Si vive in 3 in celle di 15 metri quadri che potrebbero ospitare una persona, oppure in 6 in celle che potrebbero accogliere 3 detenuti. Il comitato per la prevenzione della tortura stabilisce in 7 metri quadri a persona lo spazio minimo sostenibile per una cella: a Sollicciano già si vive in 5 metri a testa circa. E si potrebbe peggiorare: se gli ingressi non si fermano si dovrà tornare a quattro letti a stanza. I corridoi per il passeggio sono bui, angusti, stretti. I cortili per l´ora d´aria sono assolati e circondati da muri di cemento alti 7 metri che impediscono di guardare il prato, le case, quel che resta dell´orizzonte: solo uno dei cortili ha su un lato le grate metalliche aperte. Il cibo è scadente ed è proprio questo che qualche giorno fa ha acceso la protesta: ora il direttore, prima dei pasti quotidiani, assaggia sempre il pane dei detenuti per controllare che non sia ammuffito. Non solo: ha anche pensato di distribuire qualche gelato e di dare ai detenuti la possibilità di farsi la doccia anche di domenica. Non basta. La protesta rumorosa ieri si era perlopiù placata: «Ma sotto la cenere cova ancora il fuoco», giurano le guardie che ogni giorno sono a contatto coi detenuti. La disperazione nei giorni scorsi ha portato un detenuto marocchino a compiere un gesto drammatico: si è cucito la bocca con ago e filo per protestare contro il suo mancato rimpatrio. Essendo a meno di due anni dalla fine della pena aveva chiesto, secondo la legge, di tornare in patria: solo dopo la protesta ha ottenuto l´ok. Ci sono altre 14 persone a Sollicciano nella sua stessa situazione. Il sovraffollamento è il dramma. Come risolverlo? Cacurri non vede negativamente l´idea contenuta nel piano carceri del ministro Alfano di costruire un nuovo padiglione da 200 posti. Corleone si oppone: «Mi metterei contro le ruspe: piuttosto devono uscire di prigione i circa 200 tossicodipendenti che ci sono oggi, devono andare in comunità». Non solo: il garante fa anche notare che la struttura di Solliccianino è vuota: «Almeno 100 persone potrebbero andare lì, anche il carcere di Empoli ha 50 posti liberi per donne, 20 posti sono vuoti a Massa Marittima, ci sono spazi anche alla Gorgona e a Porto Azzurro: l´utilizzo della carceri in Toscana è demenziale».
Ma la protesta di Sollicciano ha altre cause: «Spesso manca l´acqua e la luce, i detenuti non possono telefonare a numeri di cellulare, gli stranieri non possono lavorare perché non gli viene rilasciato il codice fiscale», denuncia Corleone che oggi alle 14 incontrerà detenuti e amministrazione penitenziaria per chiedere un primo pacchetto di interventi. «Una cucina in più, l´allargamento dei passeggi e lo spostamento di 15 detenuti affetti da malattie mentali che devono essere presi in carico dalle Asl», annuncia il garante, che se non otterrà certezze promette di coinvolgere anche il sindaco Renzi e l´assessore regionale alla sanità Rossi. C´è anche il problema della sorveglianza. A fronte dei circa 700 agenti di polizia penitenziaria che occorrerebbero ce ne sono solo 500, un centinaio esclusivamente impiegati per il piantonamento e il trasferimento dei detenuti. Inoltre c´è la normale assenza dovuta a malattie e ferie, che si acuisce nel periodo estivo. In alcune sere, vista l´assenza di personale, i posti di controllo alle torrette esterne rimangono completamente scoperti. Il senatore del Pdl Achille Totaro e il consigliere comunale Stefano Alessandri, che ieri hanno visitato Sollicciano con altri esponenti del Pdl, proveranno a convincere il ministro della Difesa La Russa, scettico, ad impiegare i militari che già si usano nelle città come sentinelle nelle carceri: «A Sollicciano così si recupererebbero 50 agenti».
il Riformista 26.8.09
Che dice Veronesi?
Qui è nato un nuovo maschilismo
di Ritanna Armeni
Si è parlato in questo fine agosto della rinascita di un nuovo femminismo. Ne ha scritto Umberto Veronesi in un suo articolo sul Corriere della Sera. Ne hanno sostenuto la necessità e rimarcato l'assenza Lidia Ravera e Concita de Gregorio sull'Unità. Non so francamente che cosa si possa intendere per nuovo femminismo. So che un movimento - nuovo o vecchio che sia - nasce per motivazioni più complesse e culturalmente più profonde di quelle derivate da una polemica politica. O da uno scandalo. E che pretenderne la nascita o la necessità è come voler raddrizzare le gambe ai cani: impossibile e inutile. Quel che a me invece pare reale ed evidente è oggi la nascita di un nuovo maschilismo, che ha visto la luce proprio in seguito alle avventure del premier e si è rafforzato di giorno in giorno. Come può essere definito questo nuovo fenomeno e quali sono le sue origini o meglio quale è stato il motivo che lo ha promosso? Le origini stanno nelle note vicende di Silvio Berlusconi. Ampiamente raccontate documentate e discusse, hanno per la prima volta nella storia della politica italiana, riversato nella vita pubblica una vicenda privata. Gli scandali - molti - che hanno spesso accompagnato la vita degli uomini di potere, e non solo italiani, avevano finora confermato una divisione fra pubblico e privato, avevano fatto intravedere figure non coerenti con l'immagine pubblica, ma la vita privata non aveva mai dominato fino al punto di riplasmare l'immagine pubblica. Nel caso di Berlusconi questo è avvenuto. La sua figura di uomo politico non può più prescindere dalle vicende private. Queste hanno ormai soverchiato l'immagine pubblica, l'hanno ridefinita, ridisegnata, e ne hanno fatto emergere caratteristiche precise. L'interruzione traumatica della divisione fra privato e pubblico è avvenuta per colpa, per merito o per responsabilità di alcune donne. E, più in generale a causa della rivelazione del rapporto che un uomo pubblico potente ha avuto e ha con le donne. Le donne, comunque, sono state al centro della vicenda. Non si può dire che le protagoniste siano femministe. Non lo è Veronica Lario, la moglie che ha chiesto il divorzio e che ha denunciato per prima i vizi privati del marito e il legame fra sesso e potere. Non è femminista la prepotente escort Patrizia D'Addario che, in nome dei suoi interessi non tenuti in conto dal suo importante cliente, ha creato e rafforzato un caso politico e giornalistico. Non lo è la giovane Noemi, inconsapevole e compiaciuta protagonista di uno scandalo più grande di lei. E neppure la figlia di Berlusconi, Barbara, che pure ha dichiarato con chiarezza: «Non credo che un uomo politico possa permettersi la distinzione tra vita pubblica e vita privata». Eppure queste donne hanno fatto a loro modo, con loro criteri, con diverse motivazioni (se nobili o interessate è argomento di altre riflessioni) l'operazione più temuta dal potere maschile, hanno rotto la distinzione fra pubblico e privato e hanno mostrato quanto il primo possa essere determinato dal secondo. Non è stata poca cosa. Il movimento femminista, quello vecchio, aveva teorizzato la necessità di rompere quella divisione per spezzare il potere patriarcale. Era in quella divisione, che evitava di fare i conti con passioni sentimenti, vizi, desideri, sofferenze, perversioni che si fondava una politica e un ordinamento sociale tutto dominato dagli uomini. Nella vicenda che ha visto protagonista Berlusconi quella divisione è entrata in crisi. Non per quella via diretta, ideologica e ingenua cui aspirava il vecchio femminismo, non in seguito a manifestazioni di piazza organizzate dalle donne. Ma è entrata in crisi e ha mostrato tutta la sua debolezza e il suo squallore. Il nuovo maschilismo è la reazione degli uomini politici, giornalisti, manager, coloro insomma che il potere lo hanno sempre avuto, e che oggi temono la fine di quella divisione su cui si è fondata la loro idea del mondo e la loro indiscussa egemonia. Non solo dei fedeli berluscones, ma in modo diverso di un'ampia fetta di opinione pubblica maschile. La reazione si è espressa in modo tradizionale ed efficace: col tentativo di rimettere le cose al loro posto. E soprattutto di rimettere al proprio posto quelle donne che avevano osato uscire dal privato restituendole a un vecchio ruolo e ricollocandole nello stereotipo. Ed ecco apparire la moglie isterica e interessata, la figlia ingrata e rampante. Ed ecco la riduzione delle giovani donne che cercano di farsi strada nel mondo dello spettacolo a prostitute o quasi. La diciottenne Noemi diventata quasi l'immagine nazionale di questo ruolo. E le prostitute, quelle vere, promosse escort, e poi proposte come donne ingenerose e prepotenti. L'immagine complessiva delle donne italiane (i giornali stranieri se ne sono accorti e a questo hanno dedicato molta attenzione) a un certo punto è stata colpita. Per quello straordinario e preoccupante gioco autoreferenziale dei mass media per cui ogni singolo fenomeno può essere allargato a dismisura e diventare immagine predominante sono apparse tutte insieme irrimediabilmente corrotte, dannose, pericolose, dominate dal dio denaro, affascinate dal mondo dello spettacolo, subalterne e insieme infide. Il nuovo maschilismo ha tentato di cancellare la verità della donna italiana proponendo un'immagine e un ruolo che non ha nulla a che fare con la realtà e ha a che fare solo marginalmente. E di riportarle a ruoli antichi. Insomma di rimettere le cose al loro posto. Gli uomini, non possono sopportare il disordine che deriva dalla fine di una divisione fra pubblico e privato che fa comodo solo a loro. Per questo reagiscono. Abbiamo visto in questi mesi estivi la nascita di un nuovo maschilismo. Nell'autunno che sta per arrivare lo vedremo ancora all'opera.
l’Unità 26.8.09
Lo «strappo» di Gianfranco sul testamento biologico
Agli esponenti politici a lui più vicini Gianfranco Fini avrebbe annunciato l’intenzione di compiere un gesto clamoroso: votare contro la legge sul testamento biologico se il testo dovesse rimanere quello licenziato dal Senato. «Ci sto pensando», avrebbe detto il presidente della Camera.
Un gesto che, d’altra parte, sarebbe coerente con quanto Fini disse dopo la sentenza con cui la Consulta bocciò il testo sulla fecondazione assistita: se una legge si basa su dogmi di tipo etico-religioso è sempre suscettibile di censure di costituzionalità. Fu un chiaro altolà proprio al ddl in tema di dichiarazione di volontà anticipata presentato dal governo dopo il no del Quirinale al decreto Englaro. I dubbi costituzionali riguardano il punto più contestato del testo, quello che introduce l’obbligo di idratazione e alimentazione. Esattamente il punto che il ministro Sacconi, pur di ricucire con il Vaticano dopo le note e imbarazzanti vicende, vorrebbe stralciare e tradurre subito in legge. Invece Fini, riprendendo uno dei temi più cari al Colle, ha chiesto di approvare una legge con la più ampia maggioranza possibile. E quindi di modificare il testo che a Palazzo Madama aveva avuto un consenso tutt’altro che bipartisan. Messaggi, i suoi, lanciati alle forze politiche di maggioranza e opposizione. Con effetti per il momento deludenti.
Perché se è vero che nel Pdl i voti in dissenso potrebbero arrivare anche a una ottantina, come taluno ipotizza all’interno della maggioranza, è altrettanto vero che senza una mobilitazione seria di Pd e Idv quella di Fini rischierebbe di diventare una battaglia di testimonianza. Un segnale ieri lo ha mandato una parlamentare del Pdl vicino al presidente della Camera, la senatrice Maria Ida Germontani, dichiarando che è necessario cambiare il provvedimento del Senato «perché votato sull’onda emotiva della tragica vicenda di Eluana Englaro». Ma queste posizioni nel Pdl continuano a essere nettamente minoritarie. E così, almeno per ora, sembra davvero molto difficile che il presidente della Camera possa rendere pubblica l’intenzione di votare contro il ddl. L’ha confidata agli amici per dare un segnale politico. In attesa che altri prendano coraggio ed escano allo scoperto.
Repubblica 26.8.09
Missione europea del premier israeliano: "L’ultima prova della Shoah"
Il premier israeliano in visita a Londra e Berlino "Ecco i piani per Auschwitz" regalo di Merkel a Netanyahu
di Andrea Tarquini
Berlino - La prova inconfutabile e definitiva che l´Olocausto è avvenuto davvero, e che i negazionisti mentono, sarà consegnata domani dal governo federale tedesco al premier israeliano, Benyamin Netanyahu, che dopo Londra è atteso a Berlino. "Bibi" Netanyahu riceverà dai leader tedeschi e dall´editoriale Springer, che li aveva acquistati, dei documenti ritrovati l´anno scorso a Berlino: sono i piani di costruzione di Auschwitz, il più grande e temuto dei campi di sterminio costruiti dal Terzo Reich per sterminare il popolo ebraico.
Nel frattempo, nei suoi colloqui a Londra con il primo ministro britannico, Gordon Brown, Netanyahu si è detto deciso a proseguire e rilanciare il processo di pace in Medio Oriente con l´appoggio degli Stati Uniti, ma soprattutto ha auspicato di trovare finalmente nei palestinesi "dei partner coraggiosi". Secondo il premier israeliano, uno Stato palestinese potrà esistere, «ma dovrà essere smilitarizzato e riconoscere pienamente lo Stato d´Israele». Ai leader britannici, e in generale ai governanti occidentali, che gli chiedono il blocco degli insediamenti dei coloni ebraici, ha risposto con dei netti distinguo. A cominciare da Gerusalemme, «che non è un insediamento, è la nostra capitale, che costruiamo da tremila anni».
A Berlino il premier israeliano incontrerà la Cancelliera Angela Merkel, poi visiterà la villa sul lago Wannsee, a sudovest della capitale tedesca, dove nel gennaio 1942 i massimi gerarchi della tirannide nazista si riunirono per studiare e pianificare la "Soluzione finale", l´Olocausto, l´annientamento del popolo ebraico. In questo senso, i documenti che verranno consegnati dalla Germania a Netanyahu, e che sono destinati allo Yad Vashem, il memoriale dell´Olocausto, «sono unici, di un´importanza storica straordinaria», ha affermato il direttore dell´Archivio storico federale tedesco, Hans-Dieter Kreikamp. I piani di costruzione di Auschwitz precisi e dettagliati, dimenticati per decenni, sono stati ritrovati l´anno scorso a Berlino e acquistati dal gruppo editoriale conservatore Springer.cere? A cominciare, ma solo come inizio e non come immagine, dalla convocazione di un Consiglio Comunale a Sollicciano? «Una parte della città rompe i silenzi colpevoli, sostiene le richieste dei detenuti e si impegna a riportare l'attenzione sulla questione carcere, che Firenze deve vivere come prioritaria perché tocca i diritti umani fondamentali dei detenuti e in fondo di ognuno di noi»: è scritto in un documento sottoscritto da molte associazioni, da cui sono tratte anche notizie e considerazioni riportate sopra. Firenze già portabandiera dell’abolizione della pena di morte e madrina della legge Gozzini non può ora restare sorda queste sollecitazioni.
Corriere della Sera 26.8.09
I conti con la Storia: sessant’anni dopo
Germania anno zero: restituito l’onore ai «traditori» di Hitler
Il Parlamento riabilita tutti i ribelli
di Mara Gergolet
BERLINO — Cancellare tutte le sentenze dei tribunali militari di Hitler. Riabilitare i «traditori di guerra». Restituire, almeno dopo la morte, l’onore a quei soldati o ufficiali che si sono ribellati, o hanno anche solo dubitato, della guerra di Hitler, e che per questo sono stati fucilati.
Il Parlamento di Berlino voterà settimana prossima una legge che finalmente riabilita — dopo 60 anni — le vittime militari del terrore nazista. Saranno annullate, simbolicamente, 100 mila sentenze di condanna ai lavori forzati e 20mila condanne a morte. L’atto finale di una battaglia, iniziata negli anni ’90. Perché prima, nella repubblica federale, i disertori e i «traditori» erano ritenuti, non solo di fronte alla legge (dove ancora per pochi giorni lo sono) ma anche all’opinione pubblica, dei criminali.
«Per me — dice Ludwig Baumann — è un sogno che si realizza». Parla piano, ha 87 anni, ed è il presidente dell’associazione delle «Vittime della giustizia militare nazista». È la sua vittoria. Era un ragazzo ventenne quando a Bordeaux decise di disertare con l’amico Kurt Oldenbruck. Destinazione America, attraverso l’Africa del Nord. «Volevo vivere, non volevo uccidere». Aveva la rivoltella carica, ma non sparò, quando lo presero al confine. Quaranta minuti di processo, la condanna alla fucilazione. La pena fu poi tramutata in 12 anni di lavori forzati al lager di Turgau, quindi l’arruolamento nel battaglione «per il fronte dell’Est», un biglietto di prima fila, sola andata, per Stalingrado. L’amico Kurt morì nell’assedio, lui miracolosamente tornò a casa.
Un ritorno che, per disertori come lui e per i «traditori di guerra» sopravvissuti, fu una seconda persecuzione. «Eravamo, penalmente, dei pregiudicati, per cui tanti lavori ci erano preclusi». Un destino di povertà e la gente che ti insulta «Kameradenschwein» (camerata di m.) perché ti sei salvato.
Il fisico distrutto dalle catene, le malattie prese nel lager, il blackout delle emozioni. Baumann, racconta, cominciò a bere e ebbe la forza di smettere solo quando la moglie morì, lasciandolo con una figlia di 6 anni. «Eravamo dei reietti».
L’aria cambia appena negli anni Novanta. I sondaggi mostrano che il 90 per cento dei tedeschi era pronto a «perdonare » i disertori, il governo Schröder si impegna, poi la guerra del Kosovo nel ’99 — la prima alla quale Berlino prende parte del 1945 — blocca tutto. «Perché fu così difficile? Perché assolvere noi significava condannare tutti gli altri soldati che erano rimasti a combattere con Hitler ». Nel 2002, finalmente, una legge riabilita i disertori. Ma non i traditori di guerra.
Chi erano, veramente, questi ultimi? Dopo la dichiarazione di «guerra totale di Hitler» che non distingueva tra mezzi militari e civili, bastava poco per «tradire » il Paese (il cosiddetto reato di Kriegsverrat ): procurarsi un foglio di viaggio, confessare durante una licenza a una donna o in un’osteria che le cose sul fronte andavano male, aiutare un ebreo. Baumann ricorda il caso di un ufficiale di cui divenne amico nel lager di Turgau, Johann Lukaschitz: fu fucilato con i suoi 76 uomini, perché non rivelò che tenevano riunioni in stile sovietico.
Eppure, ancora nel 2007, nei loro confronti c’è molto sospetto. «Anche secondo i canoni attuali si sono comportati in modo riprovevole — disse un importante politico della Csu, Norbert Geis —. Hanno danneggiato i propri compagni con comportamenti illegali». Profanatori del vincolo solidale tra camerati, opportunisti che pensavano solo a salvare la propria pelle: molti, nel campo conservatore, la pensano così. E «la messa in pericolo dei commilitoni » è la motivazione con cui, ancora nel 2008, il ministro della Giustizia, Brigitte Zypries (Spd), rifiuta la loro riabilitazione. Una convinzione falsa, per gran parte degli storici. «Non c’è neppure un caso documentato — dice l’autorevole storico militare, Manfred Messerschmidt — in cui sia stata veramente messa in pericolo la vita di altri soldati». Invece, dice, si può fare il nome di più di un soldato fucilato perché sul diario aveva scritto che la guerra era persa.
l’Unità 26.8.09
A Cortona quaranta volumi che furono proibiti tra il 1500 e il 1900
Eretici sovversivi o «soltanto» indecenti
di Valeria Trigo
Cortonantiquaria è dedicata agli appassionati dell’antico e dell’antiquariato. Propone pezzi rari selezionati da specialisti, oltre 1000 pezzi importanti di vario genere e piccoli oggetti da collezione. Tra le curiosità, le litofanie di note manifatture europee, una conchiglia tibetana dei primi dell’Ottocento, un filo di perle di 1 metro Gli italiani I nomi di alcuni finiti all'Indice: Vittorio Alfieri, Pietro Aretino, Cesare Beccaria, Giordano Bruno, Benedetto Croce, Gabriele D'Annunzio, Antonio Fogazzaro, Ugo Foscolo, Galileo Galilei, Giovanni Gentile, Francesco Guicciardini, Giacomo Leopardi, Ada Negri, Girolamo Savonarola, Luigi Settembrini, Niccolò Tommaseo e Pietro Verri
Eresia, sommossa, indecenza. Queste sono le tre grandi accuse che hanno condotto libri (e spesso autori) al rogo, alla soppressione o alla mutilazione. Un’ovvia ironia storica ha in realtà assicurato l’immortalità a questi testi, gli strumenti di repressione (liste e denunce) trasformatisi in pubblicità di opere da possedere.
Molti studi e mostre hanno raccontato la storia della censura libraria. Ora a questi si aggiunge I libri proibiti, che espone fino al 6 settembre, nell’ambito di CortonaAntiquaria, quaranta libri che sono stati oggetto di censura dal 1500 al 1900 provenienti dalla libreria antiquaria di Londra Quartich e dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. Libri che furono soppressi o nascosti, dei quali l’esposizione narra le storie a tratti curiose, sempre scandalose, violente, buffe.
Tra le proposte: un viaggio tra le «colonne d’Ercole» del pensiero superate da Bacone, la prima biografia di Hobbes che bruciò alcune delle proprie carte per difendere il resto della sua opera, l’eretico alchimista Barnaud che elencò in un novello Satyricon «l’esatto numero» di prostitute, eunuchi, figli illegittimi e servi al seguito degli ecclesiastici di ogni diocesi della Francia del Cinquecento e venne perseguito per l’esattezza delle sue informazioni; e ancora un censore che scrive nel Seicento una apologia dell’attività repressiva, Machiavelli e i suoi eredi, le meravigliose anatomie rinascimentali, frutto proibito della pratica «immonda» della dissezione, un «empio» Corano inglese del Seicento, Hume, Voltaire e i philosophes negatori di miracoli e autorità, adattamenti attenuati dell’Ars amatoria di Ovidio, Ludovico Muratori che supera la censura ecclesiastica ma viene fermato da quella civile, la secolare semiclandestinità del Manifesto di Marx ed Engels,
Strutturata per temi, la mostra tocca episodi di censura «illustre», quella ecclesiastica o governativa della prima età moderna. Il percorso suggerisce i nessi tra produzione erotica e sedizione politica, traccia lo sforzo di emancipazione della scienza e del pensiero dal dogma, propone «finestre» su episodi di censura colti sull’atto, mostra come una lettura antologica dell’Index librorum prohibitorum diventi quasi l’indice di un qualunque moderno manuale del pensiero occidentale, con gli stessi protagonisti: Galileo, Campanella, Copernico o Darwin solo per citare alcuni esempi, ma anche Dante, Boccaccio, o la stessa Bibbia.
Ci sono, nella rassegna, anche esempi di autocensura, libri occultati per decenni dagli stessi autori, si osserverà la dialettica sette-ottocentesca tutta italiana tra pensatori cattolici «liberi» e ortodossia dei ranghi ecclesiastici, e si proporranno documenti vicinissimi ai nostri tempi, come quelli provenienti dal Fondo Perestrojka e dalla collezione di materiali di Piazza Tiananmen della Fondazione Feltrinelli.
l’Unità 26.8.09
L’Indice. Dal 1558 al 1966: la Chiesa elenca le letture troppo pericolose...
L’Indice dei libri proibiti (Index librorum prohibitorum) venne creato nel 1558 dalla Congregazione della sacra romana e universale Inquisizione (o Sant’Uffizio), sotto Paolo IV. Fu soppresso solo nel 1966. Lo scopo era quello di ostacolare la possibile contaminazione della fede e la corruzione morale attraverso la lettura di scritti il cui contenuto veniva considerato dall’autorità ecclesiastica non corretto sul piano strettamente teologico, se non addirittura immorale. L’elenco, sterminato, comprendeva autori di letteratura, scienza e filosofia, tra i quali Francesco Bacone, Honoré de Balzac, Henri Bergson, George Berkeley, Cartesio, D’Alembert, Daniel Defoe, Denis Diderot, Alexandre Dumas padre e figlio, Gustave Flaubert, Thomas Hobbes, Victor Hugo, David Hume, Immanuel Kant, Jean de La Fontaine, John Locke, Montaigne, Montesquieu, Blaise Pascal, Pierre-Joseph Proudhon, Jean-Jacques Rousseau, George Sand, Spinoza, Stendhal, Voltaire, Émile Zola. Tra gli ultimi ad entrare nella lista sono stati Simone de Beauvoir, André Gide, Jean-Paul Sartre e Alberto Moravia.
l’Unità 26.8.09
Non solo tema
Prof e studenti e il rebus dell’italiano
di Tobia Zevi
In Europa I nostri ragazzi dimostrano di avere competenze linguistiche insufficienti
Un libro esplora il divario tra Nord e Sud, licei e istituti tecnici. E tra immigrati e non
Si chiama «Scritti sui banchi» l’indagine sul livello espressivo degli studenti italiani di Serianni & Benedetti in libreria per Carocci. Già, ma questo livello come si misura? C’era una volta, e c’è ancora, il «tema»...
Lo scrittore americano Frank McCourt (Le ceneri di Angela), recentemente scomparso, ricordava così il suo insegnamento a scuola: «Avrebbero dovuto avvertirmi. Ehi, Mac, la tua vita sarà tutta così: giornate e nottate intere a leggere storie, poesie, diari, biglietti d’addio di aspiranti suicidi, invettive, giustificazioni, commedie, temi, perfino romanzi, tutti frutto del lavoro di migliaia - e dico migliaia - di adolescenti». Montagne di carta accumulate sulla scrivania del professore, ore di fatica e mani sudate per studenti di tutte le età. Ecco a voi il tema d’italiano, oggetto del bel saggio di Luca Serianni e Giuseppe Benedetti Scritti sui banchi (Carocci, pp. 215, euro 19,50). Denso di esempi concreti, il libro descrive vizi e virtù linguistiche degli studenti, ma anche le difficoltà degli insegnanti, pratiche e teoriche, a definire criteri equi per correggere e valutare.
Il tema, cuore del percorso formativo e simbolo di una cultura nazionale prevalentemente umanistica, è da sempre tacciato di due peccati: artificiosità e arbitrarietà. Una prova scritta che rimane confinata nella pratica scolastica senza alcuna comunicazione con la vita reale: «la cultura scolastica (…) formava un sistema coerente, artificiato e indiscusso. (…) lo sbaglio era il centro stesso del sistema (…) si finiva col credere che esistesse una specie di teologia del rosso (veniale) e del blu (mortale). In generale non si era nutriti di cose, ma di parole sulle cose» (Meneghello). E in più un’esibizione di potere da parte dell’insegnante. La celebre Lettera a una professoressa di don Milani lo riteneva classista, addirittura razzista, come la stessa nozione di voto. Una denuncia democratica e pedagogica alla base di non poche esagerazioni («non esistono gli errori»).
E oggi? Le indagini internazionali non sembrano incoraggianti: i ragazzi italiani scrivono peggio dei loro coetanei europei. Non si giudicano gli studenti per la conoscenza di quanto appreso a scuola, ma per le «competenze» esportabili nell’orizzonte extrascolastico. In effetti, scorrendo le varie performance, colpiscono non tanto gli strafalcioni, ortografici o morfo-sintattici, ma la frequente incapacità di organizzare logicamente un testo imperniato su connettivi e coesivi linguistici. Con differenze abissali tra Nord e Sud e tra licei e istituti tecnici.
CORREGGIAMO GLI ERRORI
In prima linea ci sono i professori, sviliti frequentemente da una concezione burocratica e aziendalista dell’insegnamento: a loro spetta misurarsi con la realtà individuale di ogni studente coi suoi specifici problemi. Serianni, storico della lingua, nota che in alcune situazioni il collasso delle strutture logiche e linguistiche non si può affrontare con la semplice correzione degli errori. È il caso per esempio degli studenti stranieri: prima di dedicarsi al tema occorrerebbero specifici esercizi di natura più tecnica. Gli insegnanti, quelli bravi, vanno in questa direzione: compiti che sviluppano specifiche competenze grammaticali o stilistiche e una valutazione - il più possibile chiara ma sempre soggettiva! - che non si riduce al voto, ma che cerca un dialogo con il ragazzo anche attraverso il confronto con le prove precedenti (senza sconfinare nel ridicolo «Devi fare meglio, Giulia»). Ma non mancano quelli pigri, che segnalano gli errori in fretta e furia, non li commentano, spesso ne dimenticano parecchi (per esempio il costante deficit di punteggiatura) o addirittura ne aggiungono di propri.
In generale sembra essersi affermata l’idea che un titolo come «La vita… dietro questa parola si celano tante emozioni e tanti aspetti del proprio carattere. Parla di tutto ciò che significa per te questa parola» induca alla prolissità, alla genericità e ai luoghi comuni più corrivi, e che dunque sia preferibile elaborare tracce più puntuali. Quello a cui invece i docenti non sembrano rinunciare è l’italiano asettico e irreale della scuola, ricco di «il quale», «egli» invece di «lui», e in cui le ripetizioni sono un delitto. Dove non ci si «arrabbia», ci si «inquieta», una sorellina non può essere «in gamba» (ma «sveglia», sì!), un giocatore non «si mette» in attacco, ma «ricopre il ruolo di attaccante», e in cui non «si va» ma ci «si reca». Gli insegnanti affibbiano raramente voti sotto 4 e sopra 8, penalizzando spesso gli studenti più brillanti e mostrando una tendenza livellatrice. In una società in cui si predica continuamente il merito, bisogna stare attenti. A non fare come descritto ancora da McCourt: tre punti per la presenza. Due o tre punti in più per la bella calligrafia. Altri due per la struttura, guarda che rientri! Diamogli due punti per il padre morto nel canale. Perché non gli diamo altri punti? In fondo è un bravo ragazzo, e poi suo fratello Stan l’hanno mandato in Vietnam…
l’Unità 26.8.09
Più scienza per tutti
Come resuscitare il Paese di Galileo e Dulbecco
di Luca Landò
Pietro Greco e Vittorio Silvestrini in un libro affrontano il paradosso di un sistema che produce cervelli ma li fa emigrare. In un’epoca in cui la ricerca è la chiave per tutto: sviluppo, sostenibilità, democrazia.
Dimenticate Galileo, salutate Marconi, accantonate Rubbia. Non vi basta? Allora archiviate Dulbecco, cancellate Fermi e impacchettate Natta, quello del Moplen. Benvenuti in Italia, il Paese che sforna ricercatori ma non crede nella ricerca. Non lo fa nemmeno adesso, che la ricerca è diventata l’oggetto del desiderio di qualunque Paese abbia ancora voglia di guardare al futuro. Chiedetelo alla Finlandia che nel giro di pochi anni è diventata leader tecnologico nel campo dei cellulari, a India e Brasile, passati da paesi in via di sviluppo a nuove economie galoppanti. E pensate alla Cina, oggi secondo Paese per investimenti in ricerca (175 miliardi di dollari nel 2007) alle spalle del gigante americano (353 miliardi).Il messaggio è semplice: la ricerca non è un optional ma la chiave per rimettere in moto la macchina e uscire dalla palude della crisi globale. A una condizione, che si prenda nota degli errori commessi e si cambi strada. Ed è su questo tema, gli errori commessi, che si esercitano Pietro Greco e Vittorio Silvestrini ne La risorsa infinita appena pubblicato da Editori Riuniti-University Press. La lista è lunga e inizia con i giganteschi errori ideologici, come l’illusione che lo Stato possa regolare tutto o, al contrario, che non debba governare nulla. Che siano entrambi sbagliati lo dimostrano le macerie del Muro di Berlino e quelle, recenti, di Wall Street. Nel museo degli errori non ci sono solo le grandi ideologie sociali ma anche piccole vicende individuali, come pensare che la scienza sia un’avventura per soli scienziati, anziché un bene per tutti. E qui spunta l’esempio paradossale dell’abate Mendel, che scoprì le leggi dell’ereditarietà ma le tenne rinchiuse nei cassetti della propria scrivania. Tra questi due tipi di errore, la gestione della società e la scarsa diffusione della scienza, si nasconde la soluzione per entrare in una dimensione nuova, quella che Greco e Silvestrini definiscono la gestione democratica della conoscenza. Ma che richiede due punti fermi. Il primo, riconoscere che il mondo non sta più cambiando: è già cambiato. E la grande crisi globale è lì a dimostrarlo. Se aggiungiamo che le risorse fossili su cui basiamo il nostro sviluppo sono destinate a finire (per il petrolio si è già accesa la spia rossa) è chiaro che il futuro ha i giorni contati. Non c’è bisogno di scomodare il catastrofico effetto serra per capire che è bene tentare un’altra strada. Greco e Silvestrini indicano una via ancora in costruzione: la strada della conoscenza e della condivisione del sapere, un sentiero in cui tutti, cittadini e scienziati, dovranno imparare a camminare con uguale passo. Ed ecco il secondo punto: comprendere che la scienza è un bene collettivo. E qui, forse, si trova la parte più delicata della proposta, perché richiede un cambiamento profondo, tale da coinvolgere la scuola, le aziende, i media. Scienza e società, insomma, non possono continuare a muoversi lungo strade parallele: devono iniziare a incrociarsi. Lo dimostra l’ormai famoso referendum sulla legge 40 dove milioni di cittadini sono stati chiamati ad esprimersi su una vicenda della quale sapevano ben poco. Come spiegano Greco e Silvestrini la conoscenza è un’attività sociale, collettiva. Quello che gli scienziati apprendono deve diventare un bene prezioso per tutti. Per far questo, occorre ripensare la scuola dalle fondamenta, rivedere il ruolo stesso degli studenti (attori e non semplici comparse) e magari, come dice il fisico Giorgio Parisi, spingere gli scienziati a superare quella pigrizia che li spinge a studiare molto ma comunicare poco. Significa rivedere il ruolo dei media,. E significa spingere il mondo politico a porre la scienza in cima a ogni programma. Non potrà esservi alcuno sviluppo «equo e giusto» fino a che questa risorsa infinita, la conoscenza, non apparterrà realmente a tutti. Questione di economia. E di democrazia.
Corriere della Sera 26.8.09
Dalla circolazione del sangue all’elettrone: le indagini dei grandi scienziati che hanno riprodotto in laboratorio le «invenzioni» del mondo
Se il mistero della vita si nasconde nei numeri
Ignorati o contestati, sono la chiave per capire la Natura
di Edoardo Boncinelli
Nel celebre film di Ingmar Bergman, Il Settimo Sigillo, il nobile cavaliere Antonius Block, al ritorno dalle Crociate, s’imbatte nella Morte che è venuta a prenderlo e la sfida a una emblematica partita a scacchi. Che perderà, naturalmente, ma di sua volontà, per compiere un gesto d’amore. Mi è venuta di recente in mente questa partita simbolica, con le sue diverse fasi, pensando all’operato di uno scienziato, grande o piccolo, consapevole o inconsapevole, e al suo lavoro sperimentale. Non la Morte, ma la Natura, è Colei che ogni sperimentatore invita spesso a un incontro ravvicinato e a un serrato dialogo, nel corso del quale tenterà di carpirle qualche segreto — parziale, va da sé, e a prezzo di grandi sforzi — in un’estenuante partita a due. Ogni esperimento è infatti un’osservazione di uno o più fenomeni naturali in condizioni particolarmente favorevoli per lo sperimentatore, perché questi si è preparato un terreno di osservazione che gli si addice particolarmente e che gli facilita il compito, e dopo aver sistemato tutto alla meglio vi ha invitato la Natura in persona, allo scopo di catturare qualche suo segreto o qualcosa che a lui appare come un segreto. Non sempre ci riesce, ma qualche cosa gli rimane pur sempre in mano, se ha fatto bene i conti e se sa almeno approssimativamente cosa chiedere, cioè se ha già un barlume di risposta. Sono solo quattro secoli che l’uomo ha cominciato a mettere in atto tale strategia, ma si direbbe che i risultati non sono mancati. I dieci esperimenti più belli da Galileo a Millikan di George Johnson (Bollati Boringhieri, pp. 176, e 20, traduzione di Franco Ligabue) racconta appunto dieci di questi tentativi di capire qualcosa di importante, realizzati da altrettanti grandi sperimentatori del passato, da Galileo a Millikan, passando per Harvey, Lavoisier, Galvani e Volta, Joule, Pavlov... Un libretto agile e svelto — pieno di fatti, di idee stantie da abbandonare e di nuove illuminazioni da corroborare — una vera boccata d’aria fresca in un mondo di chiacchiere e di fosche elucubrazioni. L’autore avverte che gli esperimenti esposti potrebbero anche essere completamente diversi — ogni classifica contiene inevitabilmente molto di arbitrario — ma ciascuno degli esperimenti descritti è di eccezionale interesse e portatore di una grossa carica di novità, dalla circolazione del sangue alla natura della combustione (e dell’ossigeno), dall’equivalenza fra energia meccanica e calore alla determinazione della carica elettrica elementare dell’elettrone, dalla natura dei colori che i nostri occhi riescono a percepire alla scoperta dell’elettricità animale. Su che cosa questi signori hanno interrogato la Natura? Fondamentalmente su due aspetti del reale, affini tra loro ma distinti: cioè su come «funziona» l’universo e su che cosa di particolare questo si è inventato nel tempo. Come dire fisica e chimica da una parte e biologia dall’altra. Sul primo piano, ampiamente rappresentato nella serie degli esperimenti scelti dal nostro autore, si cercano le leggi eterne in obbedienza alle quali il mondo è quello che è. Sul secondo, meno rappresentato per evidenti ragioni storiche — la biologia è una scienza molto più giovane — si cerca di raffigurarsi, anche sulla base di disegni e illustrazioni, come procede questo o quel fenomeno biologico, dalla circolazione del sangue appunto al funzionamento dei nervi e dei circuiti nervosi. Nel primo caso le leggi sono universali ed eterne, nel secondo particolari e contingenti, oggetto della nostra autentica curiosità e meraviglia. Determinare come cadono i gravi, qui o in qualsiasi altra parte dell’universo, non è la stessa cosa di descrivere come circola il sangue, un’entità molto particolare presente con modalità diverse in gruppi di esseri viventi specifici. La scienza moderna è nata con il metodo sperimentale e con la pretesa di misurare, contando (come fece Mendel con i piselli o Newton con gli anelli di colore), pesando (come fecero i primi chimici degni di questo nome per individuare la legge delle proporzioni definite o come fece Galileo con il tempo) o calcolando a partire dai risultati di molte misure diverse (come fece Millikan per determinare la carica di un singolo elettrone utilizzando una strumentazione che oggi definiremmo primordiale). Il paradosso della misurazione — che il mondo antico aveva sostanzialmente ignorato e che qualcuno anche oggi tende a biasimare in omaggio all’assunto che «qualitativo è bello» e che la misura uccide il fenomeno — è che così si riesce a dare corpo a entità insospettate: gene, atomi, particelle elementari. Il quantitativo diviene così qualitativo contribuendo a enucleare nuove entità fondamentali e discrete, la cui esistenza si poteva prima solo sospettare. L’esperimento ideale è quello nel quale lo sperimentatore pone una domanda diretta alla Natura: «Le cose stanno così oppure in quest’altra maniera? ». Ciò non è sempre possibile — essenzialmente perché non sappiamo neanche noi bene che cosa chiedere— e può essere allora utile aggirare la perentorietà della domanda chiedendo gentilmente se si può prendere qualche misura. In un caso e nell’altro occorre farsi un’idea preliminare, immaginare come questa idea possa essere messa alla prova e farlo, in mezzo a mille difficoltà teoriche e pratiche, utilizzando i nostri sensi e il nostro cervello che non era certo stato concepito per questo, e sfidando scetticismi e gelosie di tutti i tipi. Perché quando un albero è ancora una piccola piantina tutti tentano di svellerlo e calpestarlo, mentre quando è divenuto grande tutti cercano di salirci su. E non ci sono sconti per nessuno. Nonostante tutto, poche cose sono affascinanti come un tête-à-tête con la Natura, per una notte o per la vita, senza contare che il cavalier Block del film gioca per la propria vita, mentre lo sperimentatore gioca per la vita, o per la vita piena, di molti altri uomini, cosa di cui spesso non si rende conto nemmeno lui. Corriere della Sera 26.8.09
Venezia prima di Venezia
La fortuna bizantina di Torcello riscrive la storia della Laguna
di Arturo Carlo Quintavalle
Provate a immaginarlo il filo della costa Adriatica attorno al III o IV secolo, quando il delta del Po non sporge come oggi sul mare, quando il porto di Classe, presso Ravenna, è affollato di navi anche se basterà un secolo, dal VI al VII, per rendere l’approdo di fatto impraticabile. E poi c’è Torcello, un’isola della laguna, e poi c’è Grado, sempre sul mare, e poi ci sono in Istria Parenzo e Pola, e poi, quasi alla fine della costa dalmata, c’è Spalato, palazzo-città costruito alla fine del III secolo dall’imperatore Diocleziano. La storia della zona settentrionale dell’Adriatico, fino alla Dalmazia è complessa e, per capire, bisogna ripercorrerla brevemente. Tutto inizia con la occupazione romana del territorio che si consolida all’epoca di Augusto e che punta su alcuni centri, Ravenna col porto di Classe, Aquileia, Pola; poi la crisi dell’Impero determina per le città momenti difficili, dall’invasione di Alarico (401) a quella di Attila (452). Intanto la chiesa cristiana modifica la struttura delle città coi suoi edifici religiosi nel IV, V e VI secolo, come provano il complesso di Parenzo e le basiliche di Aquileia, ma presto cominciano tensioni diverse. Da una parte Teodorico, re dei goti, che domina a Ravenna dal 493 al 526, ariano, di fatto determina la duplicazione degli edifici di culto; dall’altra la presa del potere, con Giustiniano, dei bizantini che conquistano Ravenna e la costa dalmata; infine la venuta dei longobardi (568-569), invasori ariani che recano con sé le famiglie, in tutto forse 300.000 persone, e che si stanziano nel territorio in modo permanente organizzandolo in ducati, uno a Cividale, nell’entroterra. Il rischio delle invasioni stimola il rafforzarsi di strutture urbane periferiche, diciamo da Grado ad Aquileia e a Torcello, dalle quali sembra sia sorta la stessa Venezia. Finora le città, gli insediamenti cristiani, nascono quasi sempre su strutture romane, e basta ricordare Trieste o Pola per scoprire la forma romana della città nella quale si integrano le grandi basiliche paleocristiane. Per Venezia i problemi sono diversi. Secondo la ipotesi tradizionale la città, fondata, secondo la leggenda, nel 421, si sviluppa fortemente nel IX secolo quando il doge Giovanni Partecipazio costruisce la prima chiesa di San Marco fra 829 e 832 chiudendovi le reliquie del santo rapite ad Alessandria d’Egitto; l’altra ipotesi, di Wladimiro Dorigo, è che Venezia abbia origini romane e quindi sia stata da allora sempre abitata, come del resto mostrerebbero, nel suo tessuto, tracce delle insulae romane. Gli insediamenti lungo la costa adriatica settentrionale usciti dalla colonizzazione romana e, dopo, dal confronto con l’invasione longobarda e dal dialogo con l’Impero bizantino, raccontano le vicende di una storia complessa che sembra dividersi in due età diverse, prima e dopo la conquista di Ravenna e delle zone costiere fino alla Dalmazia da parte di Giustiniano nel VI secolo. Dunque vengono prima le basiliche di Aquileia e di Parenzo coi loro pavimenti musivi, con il sistema simbolico delle loro raffigurazioni legate alla tradizione dei pavimenti romani. Le città della costa adesso sono fortificate: il mosaico del VI secolo a Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna mostra la città chiusa da mura che formano un cerchio, forse simbolico, mentre altre mura circondano anche il porto di Classe con le grandi navi bizantine; e sono chiuse da mura tutte le città, fino a Pola e Zara e Spalato. Dentro Ravenna Giustiniano propone una struttura a pianta centrale, il San Vitale, che evoca gli spazi simbolici degli edifici di Costantinopoli legati alla filosofia neoplatonica, chiesa dunque come segno del cosmo, come la nuova Santa Sofia voluta dallo stesso Giustiniano che sostituisce quella a pianta basilicale edificata nel IV secolo da Costantino. Dunque l’imperatore bizantino propone una nuova riflessione sull’immagine che modifica la precedente tradizione tardoantica. E dopo? I longobardi abbandonano il credo ariano e si fanno adepti della chiesa di Roma ma saranno sconfitti da Carlo Magno nel 774, quando la penisola sarà annessa all’Impero, al rinato impero cristiano d’occidente del quale Carlo diventa sovrano nel Natale dell’ 800 a San Pietro a Roma. Proprio Carlo però saccheggia Ravenna portando via marmi antichi, colonne, capitelli, per trasferirli ad Aquisgrana, la nuova capitale; e da Ravenna viene spostato anche il grande monumento di Teodorico a cavallo che sarà collocato davanti al palatium nella nuova sede dell’Impero. Adesso, nel IX secolo, la prima chiesa di San Marco, forse già a pianta centrale, è stata edificata; l’altra, che vediamo, si data dal 1063, con modifiche e trasformazioni ulteriori. Venezia cresce, Torcello, forse fondata nel 452 dalle popolazioni di Altino che vogliono sfuggire agli Unni, progressivamente resta sempre più ai margini, ma non prima di avere lasciato prove di qualità altissima, come i mosaici del XII e XIII secolo nella controfacciata e nell’abside della cattedrale.
Repubblica 26.8.09
Impotenza addio così il maschio trova la nuova giovinezza
Risolto il 99 per cento delle disfunzioni
"Ormai possiamo dire che è iniziata la rivoluzione sessuale anche per gli uomini"
di Anais Ginori
PARIGI - La rivincita del maschio. Come lui si vorrebbe: virile, potente, naturalmente infallibile. Le donne hanno avuto la loro rivoluzione sessuale negli anni Settanta, ora tocca a loro. Il diritto alla prestanza assoluta è mio, e me lo gestisco io. «Stiamo vivendo un momento storico, che definisce un´era». Philippe Brenot, psichiatra dell´associazione sessuologi francesi, non ha dubbi. Le manchevolezze maschili sono finite. Mai più quel silenzio imbarazzato condiviso con la partner insoddisfatta, in una camera da letto dalla quale si vorrebbe soltanto scappare. Adesso, annuncia Brenot, le terapie a disposizione arrivano a risolvere «il 99% delle disfunzioni sessuali». La brutta figura sotto le lenzuola è in via d´estinzione. «Fino a quarant´anni fa - ricorda lo studioso - si privilegiava un approccio psicologico nelle cure. Poi finalmente sono apparse le cure farmacologiche».
Senza scomodare Priapo, le danze propiziatorie, o le pozioni di alchimisti e ciarlatani del Medioevo, si sa che è la paura più ancestrale che esista. Nelle grotte, gli uomini preistorici disegnavano fino all´ossessione simboli fallici. Alla fine, torniamo sempre lì. Ma ora, ci dicono gli esperti, la medicina è in grado di cancellare quella insopportabile ansia che accompagna, in modo più o meno grave, un uomo su due. Dapprima furono le punturine a base di oppiacei inventate da un chirurgo francese con cognome premonitore: Ronald Virag. Nel 1982 pubblicò la sua scoperta sulla rivista scientifica "Lancet". Titolo, senza bisogno di traduzione: «Intracavernous injection of papaverine for erectile failure». Sedici anni dopo, Pfizer lanciò il Viagra. Oggi basta entrare in una farmacia (con prescrizione) per scegliere tra una vasta gamma di prodotti, con effetti secondari sempre meno fastidiosi. Anche le protesi in silicone sono state perfezionate al punto da «diventare invisibili e non condizionare la sensibilità», sempre secondo Brenot.
Forse ha davvero ragione Le Monde quando titola «Addio impotenza» sulla copertina del suo magazine in un lungo servizio, molto particolareggiato, sul funzionamento delle varie tecniche. «Di solito non parliamo così esplicitamente di sesso - spiega l´autorevole giornale francese - ma abbiamo pensato che fosse una buona notizia ed era giusto condividerla». L´altra buona notizia contenuta nell´imponente dossier è che gli uomini sono diventati infallibili a letto, ma non sono ancora dei robot. Il sesso, avvertono gli stessi esperti, non è un atto meccanico e serve quella scintilla erotica ancora misteriosa.
«Le pillole non bastano», sintetizza Marc Galliano, andrologo dell´ospedale Montsouris. Da qui, un paradosso di stretta attualità. L´antica fragilità sessuale degli uomini è stata finalmente risolta, ma il numero di giovani che bussano agli studi di andrologi è in continuo aumento. Ragazzi «iper-potenti», ma spaventati da un immaginario femminile mutato, con coetanee disinibite che non devono più fingere graziosamente. I medicinali fanno la loro parte, ma spesso si è comunque costretti a ricorrere a terapie psicologiche per superare la paralisi emotiva. «La verità - conclude Galliano - è che dopo queste due rivoluzioni sessuali, servirebbe una nuova educazione erotica». Non tutto è riducibile a una questione di vasodilatatori e testosterone. Non si sa ancora fino a quando, ma le donne restano il più grande afrodisiaco in circolazione. Per fortuna.
Repubblica 26.8.09
Vincenzo Mirone, urologo: attenzione "al fai da te"
"Ma senza il desiderio quei farmaci non funzionano"
L’effetto non si manifesta alla prima somministrazione, ma dopo aver preso sette-otto dosi
di Mario Reggio
ROMA - «Addio all´impotenza? L´affermazione è condivisibile, ma con equilibrio. I tre farmaci di cui disponiamo sono straordinari, ma non vanno assunti senza raziocinio, potrebbero non avere alcun effetto. Se non c´è il desiderio non funzionano».
Vincenzo Mirone è presidente della Società Italiana di Urologia e ordinario alla Federico II di Napoli.
È la vittoria del maschio?
«Io sarei molto cauto. È vero che Viagra, Cialis e Levitra hanno percentuali di successo attorno all´85 per cento e con le altre tecniche, quella chirurgica o le iniezioni di prostaglandine la percentuale si avvicina al 100 per cento. Ma ci sono alcuni aspetti da chiarire».
Quali?
«Inutile assumere il Viagra una volta sperando nel miracolo. L´effetto si manifesta dopo 8 o 10 somministrazioni. E sono numerosi i casi nei quali il maschio abbandona la terapia perché non vede effetti immediati».
Cosa serve allora?
«La disfunzione erettile è ormai una patologia definita e curabile in senso terapeutico. Ma prima serve una diagnosi medica. Perché spesso l´impotenza è causata da diabete, bassa percentuale di testosterone o ipertensione. Se non si individuano e non si curano prima le cause il miracolo non avviene. Quindi dopo i cinquanta anni un check-up andrologico è necessario».
Leggi razziali. Il senno di poi e le norme di oggi
Il pacchetto sicurezza agli occhi della storia
di Ernesto M. Ruffini
Non sempre la storia concede il lusso del senno di poi . Un giudizio tardivo, a mente fredda e senza timore di conseguenze, non rende un gran merito a chi lo esprime. All’indomani della caduta del fascismo abbiamo espresso un giudizio di condanna verso la legislazione razziale promulgata durante il ventennio.Quel giudizio è arrivato certamente in ritardo per gli uomini e le donne che furono oggetto di quelle leggi ma ha avuto almeno il merito di interrompere un silenzio che era ormai diventato vergognoso.
La domanda che ha attraversato gli anni è perché? Perché quel giudizio è stato solo tardivo? Perché il silenzio durò così a lungo? Dove era finita la maggior parte degli italiani, brava gente che si limitava ad indignarsi sottovoce? Non può esserci una risposta uguale per tutti, una risposta collettiva che possa giustificare quella triste pagina della nostra storia. Ciascuno rispose allora e risponde adesso alla propria coscienza.
Oggi certamente non è possibile che gli stessi fatti si ripetano. Quando la storia si ripete lo fa con altri volti, altri nomi, altri fatti. Allora le leggi razziali prevedevano che gli ebrei non potessero contrarre matrimonio con gli italiani, che gli italiani non potessero assumere gli ebrei, che gli ebrei stranieri non potessero trasferirsi in Italia, che tutti gli ebrei fossero oggetto di specifiche annotazioni nei registri dello stato civile, che i ragazzi ebrei non si potessero iscrivere nelle scuole pubbliche.
Oggi le leggi non sono razziali, ma di sicurezza, almeno nel nome. Io però non mi sento affatto sicuro nel sapere che queste leggi prevedano che gli stranieri commettano un reato per il solo fatto di venire in Italia per migliorare la propria vita; che a volte, dopo essere sopravvissuti in mare a viaggi drammatici, vengano dapprima soccorsi, poi paradossalmente fermati perché colpevoli del reato di ingresso illegale nello Stato e infine trattenuti in disumani centri di identificazione ed espulsione; che comunque, anche se in regola con il permesso di soggiorno, debbano sottoscrivere un accordo di integrazione con il nostro Stato, qualunque cosa si intenda con una simile bestialità; che, inoltre, qualora presentino domanda di ricongiungimento familiare, gli uffici comunali debbano verificare le condizioni igienico sanitarie dell immobile in cui vivono (come se le condizioni dei centri di espulsione possano essere considerate accettabili); che a noi cittadini regolari, infine, sia data la possibilità di organizzarci in ronde per presidiare il territorio.
Oggi, non domani, ci è data la possibilità di riscattarci come popolo, come Nazione, come Storia. Oggi, non domani, ci è data la possibilità di indignarci per quello che sta accadendo e per ricordare la lezione che abbiamo imparato più di 60 anni fa.
l’Unità 26.8.09
Diritti. Per chi suona la campana
Attacco agli immigrati ma non solo
di Leoluca Orlando
Siamo ridotti- ed è gravissimo - a dover ricordare che gli immigrati sono esseri umani. La perversione etica del governo Berlusconi - accanto e a monte della sistematica mortificazione di valori e di diritti - sta modificando e violando elementari regole di convivenza civile.
Il pubblico si fa privato e il privato si confonde e sfrutta il pubblico, i mezzi e i voli di Stato vengono usati per il trasporto di escort; il diritto al lavoro è considerato favore e merce; per il riconoscimento di diritti e per la soddisfazione di bisogni i cittadini non devono più rispondere alla domanda «chi sei? che sai? che sai fare?», ma alla domanda «a chi appartieni?»; il diritto all’uguaglianza è considerato - per legge - una eventualità in danno di chi non ha casta; il diritto di informare e di essere informati è sepolto da una montagna di veline; la libertà di mercato viene sottomessa a dilaganti conflitti di interesse; la sicurezza viene affidata a ronde private, mentre le forze dell'ordine sono costrette ad operare con strutture inadeguate e con tagli di personale e risorse.
In questo panorama, gli immigrati divengono una fastidiosa presenza, indicati - tutti coloro che risiedono in Italia - come un pericolo da contrastare e - tutti coloro che cercano di immigrare - come nemici da respingere con ogni mezzo. Questo governo ha affidato in appalto alla Libia - in cambio di enormi affari- la gestione di veri lager, nei quali tradurre con la forza esseri umani non necessariamente libici e non necessariamente provenienti da porti libici.
La Ue, l’Onu, le Associazioni internazionali che si occupano di diritti, autorità morali e religiose, intellettuali e giornalisti di tutto il mondo nei confronti di Berlusconi non hanno alcun fatto personale nè sono parte di congiure come ritiene il premier. La realtà internazionale esprime ciò che è diffusa consapevolezza da parte di milioni di italiani liberi: le scelte del governo Berlusconi in tema di immigrazione sono il termometro di un sistema che si fa regime. Tutte le dittature gettano la maschera, svelano le proprie nefandezze quando si occupano degli ultimi, degli emarginati, dei diversi. È accaduto così con il nazismo, con il fascismo, con lo stalinismo, con ogni dittatura.
Ogni dittatura ha bisogno di avere una categoria, una razza,una fede, una classe di esseri umani da elevare a simbolo e a monito per la mortificazione dei diritti di tutti, anche di chi non appartiene a quella categoria, a quella razza, a quella fede, a quella classe. Nessuno si illuda. Qualcuno cerca di distrarre la attenzione ricordando che le scelte riguardano gli immigrati e che, pertanto, chi non è immigrato non ha nulla di che preoccuparsi. No. Non è così. La campana a morte non suona soltanto per i diritti umani degli immigrati, essa suona per tutti e per ciascuno, per i diritti di ogni essere umano.
l’Unità 26.8.09
«È la realpolitik: ovunque gli affari cancellano i diritti»
Intervista a Massimo Salvadori di U.D.G.
La vicenda delle relazioni Italia-Libia è un tipico esempio del fatto che quando gli interessi economici reciproci offrono soddisfazione, allora le questioni ideali, legate al rispetto dei più elementari diritti umani, vengono ignorate o non entrano in gioco. Questo è l’abc della realpolitik». A sostenerlo è uno dei più autorevoli storici e scienziati della politica italiani: Massimo Salvadori, professore emerito dell’Università di Torino.
Professor Salvadori, come leggere politicamente le polemiche legate al viaggio a Tripoli di Silvio Berlusconi?
«È l’ennesima dimostrazione del fatto che la realpolitik domina nei rapporti fra gli Stati. Purtroppo, nessuno Stato rinuncia per motivi ideali a presidiare interessi economici consistenti. I rapporti Italia-Libia sono l’esempio tipico di come gli interessi economici reciproci, finiscano per cancellare ogni riferimento a questioni ideali, di rispetto dei più elementari diritti della persona. Questa è l’abc della realpolitik».
In questa specifica vicenda cosa ci mette di suo il presidente del Consiglio?
«Quello che Berlusconi fa in questa operazione, è di “indorare” l’intera vicenda dei rapporti fra Italia e Libia, nascondendo tutti quegli aspetti che non si vuole che emergano in primo piano e che entrino nel circolo del dibattito pubblico. Abbiamo anche qui l’ennesima dimostrazione della “videopolitica”, della politica-propaganda, di cui Berlusconi è un professionista e un abilissimo cultore della materia».
Resta un problema più generale che chiama in causa i fondamenti delle relazioni tra gli Stati.
«Sappiamo benissimo che esiste un lungo elenco di Paesi nei quali i diritti umani, quelli sociali, le libertà politiche e civili, sono sistematicamente violati. Il caso più significativo riguarda la Cina. In Cina le libertà individuali e collettive, i diritti umani e sociali non hanno cittadinanza, eppure tutti gli Stati corrono in Cina per fare affari e si guardano bene di porre come questione pregiudiziale il rispetto dei diritti e delle libertà. Chiudono gli occhi, guardano da un’altra parte, perché convinti che questo è l’unico modo per fare affari convenienti ad ambedue le parti».
Come si concilia questo abc della realpolitik com l’esigenza più volte evocata di una nuova governance democratica globale?
«La governance mondiale fondata su basi democratiche, sul rispetto dei diritti umani, sociali, politici, questa governance virtuosa è un continuo auspicio che non riesce a incardinarsi in istituzioni internazionali davvero efficaci. Né a influenzare le relazioni sovranazionali. Rimane un “sopramondo” che non incontra mai il mondo reale».
C’è un frangente in cui i diritti umani rientrano in gioco nelle relazioni fra Stati?
«Le relazioni fra gli Stati entrano in crisi quando emerge una questione di sicurezza; allora si recuperano, strumentalmente, anche i problemi di libertà, cercando sempre di non pestare i piedi ai Paesi che contano, a cominciare dal Gigante cinese».
Repubblica 26.8.09
Il naufragio infinito di Titti e Hadengai
Il racconto di Titti e Hadengai, due dei cinque sopravvissuti sul gommone maledetto Un anno, 4 mesi e 21 giorni viaggio dalla morte all´Italia
di Ezio Mauro
Ventun giorni alla deriva senz´acqua vedendo i compagni morire
PALERMO. Italia? È una stanza bianca e blu, la numero 1703, pneumologia 1, primo piano dell´ospedale "Cervello". Un tavolino con quattro sedie, due donne coi capelli bianchi negli altri due letti, dalla finestra aperta le case chiare del quartiere Cruillas, le montagne di Altofonte Monreale, il caldo d´agosto a Palermo. Sui due muri, in alto, la televisione e il crocifisso, una di fronte all´altro.
I mercanti di uomini che organizzano i viaggi in Europa chiedono 900 dollari tutto compreso: dal Sudan alla Libia attraversando il Sahara, in attesa della barca illegale. Ci vuole un anno per risparmiare quei soldi
Il gommone è trasportato dalle onde, spinto dalla corrente, nessuno può fare niente. Finiscono i fiammiferi dopo le sigarette, non si vede più nulla Tutti a guardare il mare, sembra che nessuno dorma
L´acqua è un´ossessione e intanto pensi al pane, al riso, alla carne, scambi i frammenti di legno per briciole, sai che è un inganno ma te li metti in bocca. Senti le forze che vanno via e vedi buttare in mare i cadaveri
È quel che vede Titti Tazrar da ieri mattina, quando apre gli occhi. Quando li chiude tutto balla ancora, ogni cosa gira intorno, il letto è una barca che si inclina e poi si piega sulle onde. Titti cerca la corda per reggersi, d´istinto, come ha fatto per 21 giorni e 21 notti, con la mano che da nera sembra diventata bianca per la desquamazione, una mano forata dalle flebo per ridare un po´ di vita a quel corpo divorato dalla mancanza d´acqua. La gente che ha saputo apre la porta e la guarda: è l´unica donna sopravvissuta - con altri quattro giovani uomini - sul gommone nero che è partito dalla Libia con un carico di 78 disperati eritrei ed etiopi, ha vagato in mare senza benzina per 21 giorni, ha scaricato nel Mediterraneo 73 cadaveri e ha sbarcato infine a Lampedusa cinque fantasmi stremati da un mese di morte, di sete, di fame e di terrore.
Quei cinque sono anche gli ultimi, modernissimi criminali italiani, prodotto inconsapevole della crudeltà ideologica che ha travolto la civiltà dei nostri padri e delle nostre madri, e oggi ci governa e si fa legge. I magistrati li hanno dovuti iscrivere, appena salvati, al registro degli indagati per il nuovo reato d´immigrazione clandestina, i sondaggi plaudono. Anche se poi la vergogna - una vergogna della democrazia - darà un calcio alla legge, e per Titti e gli altri arriverà l´asilo politico. Scampati alla morte e alla disumanità, potranno scoprire quell´Italia che cercavano, e incominciare a vivere.
Un´Italia che non sa come cominciano questi viaggi, da quanto lontano, da quanto tempo: e come al fondo basti un richiamo composto da una fotografia e una canzone. Titti ad Asmara aveva un´amica col telefonino, e ascoltavano venti volte al giorno Eros Ramazzotti nella suoneria, con "L´Aurora". In più, a casa la madre conservava da anni una cartolina di Roma, i ponti, una cupola, il fiume e il verde degli alberi. Tutti parlavano bene dell´Italia, le mail che arrivavano in Eritrea, i biglietti con i soldi di chi aveva trovato un lavoro. Quando la bocciano a scuola, l´undicesimo anno, e scatta l´arruolamento obbligatorio nell´esercito, Titti decide che scapperà in Italia. E dove, se no?
Fa due mesi di addestramento in un forte fuori città, soldato semplice. Poi, quando torna ad Asmara, si toglie per sempre la divisa, passa da casa il tempo per cambiarsi, prendere un vestito di scorta, una bottiglia d´acqua più la metà dei soldi della madre, delle cinque sorelle e del fratello (200 nakfa, più o meno 10 euro), e segue un vecchio amico di famiglia che la porterà fuori dal Paese, in Sudan. Prima viaggiano in pullman, poi cresce la paura che la stiano cercando, e allora camminano di notte, dormendo nel deserto per sette giorni. Senza più un soldo, Titti va a servizio in una casa come donna delle pulizie, vitto e alloggio pagati, così può mettere da parte interamente i 250 pound sudanesi mensili. Quando va al mercato chiede dove sono i mercanti di uomini, che organizzano i viaggi in Europa. Li trova, e quando dice che vuole l´Italia le chiedono 900 dollari tutto compreso, dal Sudan alla Libia attraversando il Sahara, poi il ricovero in attesa della barca illegale, quindi il viaggio finale.
Ci vuole un anno per risparmiare quei soldi. E quando si parte, sul camion i mercanti caricano 250 persone, sul fondo del cassone dov´è più riparato dalla sabbia ci sono con Titti due donne incinte e una madre col bimbo di tre mesi. Lei ha due bottiglie d´acqua, le divide con le altre, ci sono i bambini di mezzo, non si può farne a meno. Prima della frontiera con la Libia li aspettano, tutti guardano giù dal camion, temono un posto di blocco, invece sono gli agenti locali dei mercanti, li guidano per una strada sicura e li portano nei rifugi, disperdendoli: parte ammassati in un capannone, parte nei casolari isolati, soprattutto le donne. Le fanno lavorare in casa e negli orti, cibo e acqua sono come in galera, il minimo indispensabile. Trattano male, fanno tutto quel che vogliono. Dicono sempre che la barca è pronta, che adesso si parte, ma non si parte mai. Intimano alle donne di non uscire di casa e Titti diventa amica di Ester e Luam, che abitano con lei per quasi quattro mesi. Chi ha parenti in Europa deve dare l´indirizzo mail, in modo che i mercanti scrivano, chiedano soldi urgenti per aiutare il viaggio, per poi intascare la somma quando arriva al money transfer, da qualche parte sicura.
Invece un pomeriggio alle cinque tutti urlano, bisogna uscire, sembra che si parta davvero. Le ragazze dicono che non hanno niente di pronto, non hanno messo da parte il pane e nemmeno l´acqua dalle porzioni razionate, non sapevano: possono avere qualcosa da portare in barca? Non c´è tempo, alle sei bisogna essere in mare, via con quello che avete addosso, e tutti lontani dalla spiaggia che possono arrivare i soldati, meglio nascondersi dietro i cespugli e le dune, forza. La barca è un gommone nero di dodici metri, che normalmente porta dieci, dodici persone. Loro sono settantotto, nessun bambino, venticinque donne. Non riescono a trovare spazio, c´è qualche tanica di benzina sotto i piedi, stanno appiccicati, incastrati, accovacciati, qualcuno in ginocchio, altri in piedi tenendosi alle spalle di chi sta sotto, nessuno può allungare le gambe. Ma ci siamo, è l´ultimo viaggio, in fondo a quel mare da qualche parte c´è l´Italia, Titti a 27 anni non ha la minima idea della distanza, pensa che arriveranno presto. Ecco perché è tranquilla quando arriva la prima notte, lei che è partita solo con dieci dinari, i suoi jeans, una maglia bianca e uno scialle nero. Nient´altro.
«Adei», madre, sto andando, pensa senza dormire. «Amlak», dio, mi hai aiutato, continua a ripetersi mentre scende il freddo. A metà del secondo giorno, quando le ragazze pensano già quasi di essere arrivate, la barca si ferma. Il pilota improvvisato dice che non c´è più benzina. Schiaccia il bottone rosso come gli ha insegnato il trafficante d´uomini, ma non c´è nessun rumore. Adesso si sente il rumore delle onde. Nessuno sa cosa fare. Gli uomini provano col bottone, danno consigli, uno scende in mare a guardare l´elica. Le donne si coprono la testa con gli scialli. Si avverte il caldo, nessuno lo dice, ma tutti pensano che l´acqua sta finendo. Chi ha pane lo divide coi vicini. Un pizzico di mollica per volta, facendo economia, allungandola nel pugno chiuso per farla bastare fino a sera, cinque, sei bocconi.
La notte fa più paura. Non c´è una bussola, e poi a cosa servirebbe, con il gommone trasportato dalle onde, spinto dalla corrente, e nessuno può fare niente. Finiscono i fiammiferi, dopo le sigarette, non si vede più niente. Tutti a guardare il mare, sembra che nessuno dorma. La quarta notte spuntano delle luci a sinistra, poi se ne vanno, o forse la barca ha girato a destra. Era una nave? Era un paese? Era Roma? Cominci a sentirti impotente, sei un naufrago.
All´inizio ci si vergogna per i bisogni, fingi di fare un bagno attaccato con una mano alla corda, chiedi per favore di rallentare, e fai quel che devi in mare. Poi man mano che cresce l´ansia e anche la disperazione, non ti vergogni più. Chi sta male, chi sviene dal caldo e dalla fame, i bisogni se li fa addosso. Quando la situazione diventa insopportabile tutti urlano in quella parte del gommone: «Giù, giù, vai in mare, vai». Ma il settimo giorno i problemi cambiano.
Muore Haddish, che ha vent´anni, ed è il prino. Continua a vomitare da ventiquattr´ore, sta male, si lamenta prima della fame poi solo della sete. «Mai», acqua. Lo ripete continuamente. Anche Titti ripete «mai» nella testa, c´è solo acqua intorno a loro, eppure stanno morendo di sete, non riescono a pensare ad altro. Due ragazzi, Biji e Ghenè, si danno il turno a sorreggere Haddish, altri fanno il turno in piedi per lasciargli lo spazio per distendersi, uno sale persino sul motore. Dopo il tramonto tutti lo sentono piangere, urlare, gemere, poi non sentono più niente e non sanno se si è addormentato o se è morto. «E´ arrivato - dice all´alba Ghenè - noi siamo in viaggio e lui è arrivato». I due giovani prendono Haddish per le spalle e per i piedi, dopo avergli tolto le scarpe, e lo gettano in mare. Le ragazze piangono, una donna canta una nenia sottovoce.
Yassief si è portato in barca una Bibbia. La apre, e legge i Salmi: «Quando ti invoco rispondimi, Dio, mia giustizia: dalle angosce mi hai liberato, pietà di me, ascolta la mia preghiera». Titti piange per il ragazzo morto, e pensa che non si poteva fare altrimenti. Adesso ha paura che il viaggio duri ancora giorni e giorni, che il mare li risospinga indietro verso la Libia, non possono viaggiare con un cadavere, e poi hanno bisogno di spazio. «Meut», la morte, comincia a dominare tutti i pensieri, riempie «semai», il cielo, verrà dal mare, «bahari». Le donne si coprono la testa, il sole stordisce più della fame, tutto gira intorno, la nausea cresce, salgono vapori ustionanti di benzina e di acqua dal fondo del gommone. A sera, ogni sera, Yassief leggerà la Bibbia, Giosuè, Tobia, i Salmi, e cercherà di confortare i compagni: noi stiamo morendo, ma qualcuno ce la farà.
Muore qualcuno ogni giorno, ormai, e il numero varia. Uno, poi tre, quindi cinque, un giorno quattordici e si va avanti così. Dicono che i primi a morire sono quelli che hanno bevuto l´acqua di mare, Titti non sapeva che era mortale, non l´ha bevuta solo per il gusto insopportabile, si bagnava le labbra continuamente. Poi Hadengai ha l´idea di prendere un bidone vuoto di benzina, tagliarlo a metà, lavare bene la base e metterla sul fondo della barca, dove i morti hanno aperto uno spazio. Spiega che dovranno raccogliere lì la loro orina, per poi berla quando la sete diventa irresistibile, pochi sorsi, ma possono permettere di sopravvivere. Lo fanno, anche le donne, però di notte. Titti beve, come gli altri. Potrebbe bere qualsiasi cosa: anzi, lo sta facendo.
Dopo quindici giorni, appare una nave in lontananza. Sembra piccolissima, ma tutti la vedono, c´è. Chi ce la fa si alza in piedi, si toglie la maglia ingessata dal sale per agitarla in alto, urla. A Titti cade lo scialle in mare, l´unica protezione dal freddo, l´unico cuscino, la coperta, l´unico bene. Yassief e un altro ragazzo sono i soli che sanno nuotare: lasciano la Bibbia a una donna che ha la borsa con sé, si tuffano, è l´ultima speranza, torneranno a salvarli con la nave e li prenderanno tutti a bordo, dove c´è acqua e cibo. Tutti si alzano a guardarli, ma il gommone va dove vuole, dopo un po´ nessuno li ha più visti, e pian piano la nave lontana è scomparsa, loro non ci sono più.
L´acqua è un´ossessione e intanto pensi al pane, al riso, alla carne, scambi i frammenti di legno per briciole, sai che è un inganno ma te li metti in bocca. Senti le forze che vanno via, vedi buttare a mare i cadaveri e non t´importa più. Ora quando arriva la morte butteranno giù anche me, pensa Titti, spero che mi chiudano gli occhi. Non sai i nomi dei tuoi compagni, conosci solo le facce. Al mattino ne cerchi una e non la vedi più, oppure ne trovi una che avevi visto calare in mare, non sai più dove finisce l´incubo e comincia la realtà. Ma adesso in barca tutti sanno che le due amiche, Ester e Luam, sono incinte, anche se non lo dicevano perché la gravidanza era cominciata in Libia, nella casa dei mercanti d´uomini, tra le minacce e la paura. Tutti lo sanno perché loro stanno male e parlano dei bambini. Gli altri ascoltano, la pietà è silenziosa, nessuno litiga, qualcuno sposta chi gli cade addosso dormendo. Anche se non è dormire, è mancare. Non sai quando svieni e quando dormi. Ora allunghi le gambe sul fondo, i morti hanno lasciato spazio ai vivi.
Titti è più forte delle amiche. Quando Ester perde il bambino, è lei che getta tutto in mare, poi lava il vestito, e pulisce il gommone mentre tiene la mano all´amica, che dice basta, tutto è inutile, vado. Muore subito dopo, Titti non piange perché non ha più le forze, quando muore anche Luam due giorni dopo lei si lascia andare. Pensa solo più a morire, scuote la testa quando la donna con la Bibbia ripete quel che ha sentito da Yassief, ed ecco, noi stiamo morendo ma qualcuno arriverà. No, lei adesso rinuncia. Non pensa più all´Italia, non sa dov´è, non la vuole. Non ha più nessuna paura. Ripete a se stessa che dev´essere così in guerra, nelle carestie. Basta, vuoi finire, vuoi solo arrivare al fondo della fame, della sete, di questo esaurimento, non hai il coraggio o l´energia o la lucidità per buttarti e lasciarti andare, affondare sott´acqua e sparire, ma vuoi che sia finita. Persa l´Italia, il gommone adesso ha di nuovo uno scopo: diventa un viaggio per la morte, e va bene così. La diciassettesima notte, forse, Titti si separa da tutto e raduna tutto, la madre e Dio, il cielo, il mare e la morte, «Adei, Amlak, semai, bahari, meut». Rivede suo padre accovacciato, che fuma contro il muro la sera. Si accorge che la sua lingua, il tigrigno, non ha la parola aiuto.
Si accorge dalle urla, all´improvviso, che c´è una barca di pescatori e li ha visti. Arriva, e nessuno ce la fa più a gridare. Accostano, ma quando vedono sette cadaveri a bordo e quegli esseri moribondi hanno paura e vanno indietro. Allora i due ragazzi si avventano, non lasciateci qui. La barca si ferma, lanciano un sacchetto di plastica, ma finisce in acqua. Si avvicinano, ne lanciano un altro. Hadangai lo afferra e mentre lo aprono i pescatori se ne vanno, indicando col braccio una direzione.
Dentro c´è il pane, con due bottiglie. Titti beve, ma afferra il pane. Appena ha bevuto ne ingoia un morso, ma urla e sputa tutto. Il pane taglia la gola, non passa, lo stomaco e il cuore lo vogliono ma il dolore è più forte, ti scortica dentro, è una lama, non puoi mangiare più niente. Ma con l´acqua l´anima comincia a risvegliarsi. Forse siamo vicini a qualche terra. Sia pure la Libia, basta che sia terra. Ed ecco un rumore grande, più forte, più vicino poi sopra, davanti al sole. E´ un elicottero, si abbassa, si rialza. Arriva una motovedetta di uomini bianchi, non vogliono prenderli a bordo, ma hanno la benzina, sanno far ripartire il motore, dicono ai ragazzi come si guida e il gommone li deve seguire.
Un giorno e una notte. Poi l´ultima barca. Questa volta li fanno salire. Sono rimasti in cinque: cinque su 78. Chi ce la fa ancora va da solo, Titti la devono portare a braccia. Non capisce più niente, tutto è offuscato, c´è soltanto il sole e lo sfinimento. La siedono. Poi le buttano acqua in faccia. Lì capisce di essere viva. Non chiede con chi è, né dov´è. Che importanza può avere, ormai? Forse non è nemmeno vero, basta chiudere gli occhi per rivedere la stessa scena fissa di un mese, gli odori, gli sbalzi, il rumore delle onde. Così anche in ospedale, dove le visioni continuano, volti, cadaveri, immagini notturne, incubi sul soffitto e sul muro bianco e blu.
Ma se allunga la mano, Titti adesso trova una bottiglietta d´acqua. Attorno non muoiono più. Ieri le hanno dato una card per telefonare a sua madre ad Asmara, le hanno detto che è in Italia. Le persone entrano e le sorridono. Due ore fa un medico le ha raccontato in inglese che hanno perso l´altro naufrago ricoverato al "Cervello", Hadengai, in camera non c´è, l´hanno chiamato per una radiografia e non si è presentato, hanno guardato sulle panchine nel giardino ma nessuno sa dove sia. Lei non vuole più pensare a niente. Tiene una mano sulle labbra gonfie, con l´altra mano, dove c´è un anello giallo alto e sottile, tira il lenzuolo per coprire la piccola scollatura a V del camice. Ha paura che sapendo della sua fuga all´Asmara facciano qualcosa di brutto a sua madre e alle sue sorelle. E però vorrebbe dire a tutti che ha fatto la cosa giusta, anche se adesso sa cosa vuol dire morire: ma oggi, in realtà, è la sua vera data di nascita. Quando non ci sperava più ce l´ha fatta, è arrivata. Non ha più niente da dire, può solo aspettare.
Poi si apre la porta, e arriva Hadengai. Ha una tuta da ginnastica nera, con la maglietta bianca, cammina lentamente incurvando tutti i suoi 24 anni, e spinge piano il vassoio col cibo che vuole mangiare qui. Ci ha messo un po´ di tempo ad arrivare, si è perso, è tornato indietro, guardava senza capire tutte quelle scritte, la sala dialisi, le proposte assicurative in bacheca, i cartelli dell´Avis, la macchinetta al pian terreno che distribuisce dolci e caramelle e funzionava da punto di riferimento. Poi ha trovato la camera di Titti. Si è seduto sul bordo del letto della paziente accanto, che sotto le coperte si è fatta un po´ più in là. I due naufraghi parlano sottovoce, lui assaggia qualcosa del pollo con patate che ha sul vassoio, non apre nemmeno il nailon del pane, lei taglia in quattro un maccherone. Ma va meglio, ormai. Non hanno un´idea di che cosa sia davvero l´Italia 2009, fuori da quella porta. Ma prima o poi capiranno che sopra l´ascensore numero 21, proprio davanti a loro, c´è scritto "la vita è un bene prezioso".
Corriere della Sera 26.8.09
Le liturgie padane e i vescovi: il rapporto complicato Chiesa-Lega
di Gian Antonio Stella
«La Chiesa fa il suo mestiere, noi il nostro», ha sbuffato un paio di giorni fa Umberto Bossi facendo spallucce davanti al coro di proteste cattoliche sul modo, i toni e le parole con cui la Lega Nord affronta il problema dell’immigrazione.
Certo è che i contrasti sul tema hanno avuto negli ultimi mesi un’impennata mai vista. E rischiano di compromettere pesantemente un rapporto che, dopo anni di scontri ustionanti, sembrava aver preso una piega meno conflittuale.
Che la Chiesa faccia il suo mestiere (anzi: timidamente, secondo certi preti più accesi) è difficile da contestare. Il versetto 25,23 del Levitico, il terzo libro della Bibbia, dice chiaramente (la traduzione è quella ufficiale del Vaticano) come la pensa quel Dio tirato sempre in ballo da chi si erge a bellicoso difensore delle tradizioni religiose occidentali: «Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini». Tutti. Compresi quanti sono insediati nello stesso territorio da tempo immemorabile.
Non bastasse, San Paolo nella lettera ai Colossesi chiarisce che nessuno ha la precedenza: «Qui non c’è più Greco e Giudeo circonciso, incirconciso, barbaro e Scita, servo e libero, ma Cristo è tutto e in tutti».
Non bastasse ancora, lo stesso Joseph Ratzinger, prima di diventare Papa e dopo una tragedia non troppo diversa da quella degli eritrei di questi giorni (l’affondamento di un barcone carico di clandestini speronato per errore da una motovedetta italiana) spiegò senza equivoci come la pensasse: «Si può difendere il patrimonio di un popolo ma non si può vivere in un’isola che si separa, oggi poi, dal resto del mondo. Un chiusura del tipo 'noi stiamo bene, non vogliamo quelli che stanno male' è, per me, una politica immorale». Una posizione netta. Sposata il giorno dopo dall’allora leader dell’opposizione Silvio Berlusconi: «Siamo stati chiusi nell’egoismo, non possiamo permettere che succeda più. Non possiamo chiudere le porte, 58 milioni di italiani che stanno bene non possono respingere povere persone che vengono qui per cercare un po’ di libertà. Domandiamoci se la tragedia non è anche dovuta, almeno in parte, a questo coro di ''gettateli a mare, sono tutti delinquenti'' » . Il nodo è: se la Lega pensa invece che il suo mestiere sia quello di respingere i barconi arrivando a rifiutare con il Senatur («Se sono in troppi anche la legge della salvezza in mare non funziona più») perfino la regola di base ricordatagli da Avvenire, che «è ben più antica di quella pure codificata dai trattati e ordina: in mare si soccorre», fino a che punto i due «mestieri» possono evitare uno scontro frontale?
Sono mesi che la temperatura sale. Mesi. Di qua la Chiesa che, sia pure con qualche distinguo per non invadere troppo le competenze dello Stato (vedi le precisazioni vaticane dopo i commenti di monsignor Marchetto sul «pacchetto sicurezza»), non perde occasione per sottolineare la necessità di rispettare i diritti degli immigrati, clandestini compresi, a partire dal diritto alla vita (sono 14.600 i morti in questi anni nel Mediterraneo, ha detto monsignor Vegliò) e all’eventuale asilo politico. Di là gli esponenti del Carroccio che ribattono colpo su colpo.
Il cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, usa parole che al Carroccio sembrano troppo ecumeniche? Roberto Calderoli, indifferente alla contraddizione di essersi sposato con matrimonio celtico, lo liquida dicendo che «il comunismo sconfitto dalla storia ritrova bandiere ideologiche proprio tra uomini di Chiesa» e che «anche Tettamanzi fa parte dell’opposizione ». I leghisti di Varese stendono uno striscione con scritto «Tettamanzi vescovo di Kabul ». E la Padania titola a tutta pagina: «Tettamanzi 'regala' moschee » . Famiglia cristiana critica certi eccessi della politica di contrasto all’immigrazione mettendo in guardia dal rischio del razzismo? Il deputato e capogruppo della Lega Nord a Milano, Matteo Salvini, attacca il direttore del settimanale, don Antonio Sciortino, dicendo che «se fosse per lui nel giro di tre anni Famiglia Cristiana si chiamerebbe Famiglia musulmana ». Monsignor Agostino Marchetto dice che il reato di immigrazione clandestina «porterà dolore »? Roberto Maroni ribatte: «È la solita liturgia...». Il quotidiano dei vescovi Avvenire paragona la «rassegnata indifferenza se non anche una infastidita avversione» degli italiani per le tragedie dei barconi alla cecità di chi non volle vedere i vagoni piombati che portavano gli ebrei ad Auschwitz? Umberto Bossi sbotta che «sono parole troppo forti con poco senso ». E via così. Giorno dopo giorno. Fino alle fratture di ieri e alla decisione di monsignor Vegliò di ribattere bruscamente a Calderoli, che aveva messo in dubbio la sua autorevolezza, spiegando che, piaccia o non piaccia ai leghisti, se lui parla lo fa come Capo Dicastero e dunque quello che dice è «a nome della Santa Sede».
Quale possa essere la reazione a questi conflitti dei cattolici che votano Lega è una cosa tutta da vedere. «L’elettorato cattolico la pensa come noi», giurò pochi mesi fa, dopo l’ennesimo scontro, il capogruppo alla Camera Roberto Cota. Si vedrà. Tutto si può dire, però, tranne che il Carroccio insegua come tanti altri partiti, anche a sinistra, la benedizione della Chiesa. Prima del recente crescendo polemico, gli attacchi erano già stati violentissimi. «Noi siamo la Chiesa cattolica padana, Roma non ci piace, Roma è la prigione del cristianesimo, vi sono accumulate tutte le putrescenze della storia», scriveva sul giornale di partito il «ministro della cultura padano» Gilberto Oneto. Per non dire di Umberto Bossi, che chiamava il polacco Giovanni Paolo II «papa extra-comunitario», ringhiava che il cattolicesimo era una «setta bassa del cristianesimo » e prima di riscoprire che «Dio è federalista, perché c’è il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo» («Non sapevo che avessimo un teologo », rise il cardinale Biffi), si avventurò sul baratro della volgarità spaziale: «Il Vaticano è il vero nemico che le camicie verdi affogheranno nel water della storia». Posizioni non semplici, diciamo, per dialogare coi cattolici...
l’Unità Firenze 26.8.09
Rivolta nelle carceri: in 3 in una cella singola
di Francesco Sangermano
Nuove rivolte nelle carceri sovraffollate della Toscana
A Firenze un marocchino s’è cucito la bocca con ago e filo per ottenere il rimpatrio
A Pisa i detenuti hanno appiccato il fuoco per denunciare la mancanza di acqua
Il garante fiorentino per i detenuti Franco Corleone evidenzia i paradossi di quella che definisce una politica «demenziale: in molte strutture della Regione ci sarebbero posti liberi da poter utilizzare».
Una settimana dopo, la protesta continua. Dal 18 agosto niente o quasi è cambiato. E i detenuti delle carceri toscane continuano a cercare di far sentire la loro voce. Il garante dei detenuti del Comune di Firenze, Franco Corleone, si è recato nuovamente a Sollicciano per fare il punto della situazione con il direttore Oreste Cacurri. E il risultato è stato, nuovamente, drammatico. «Ci sono 955 detenuti e 7 bambini a fronte di una capienza massima indicata in 500 persone» denuncia Corleone.
Che aggiunge dettagli ai freddi numeri: «I detenuti sono reclusi in tre nelle celle da un posto e in sei nelle celle da tre. Oltre il 65% è composto da stranieri spesso senza risorse». Anche ieri i carcerati hanno proseguito la loro protesta battendo oggetti sulle sbarre delle celle. E oggi è previsto un incontro dello stesso Corleone con una folta rappresentanza dei detenuti che hanno preparato un documento nel quale elencano le loro richieste tra cui limitare le presenze a 550-600 posti, incontrare i giornalisti ed estendere almeno a due turni (da uno solo come è ora) l’utilizzo del campo sportivo. «Se non ci saranno a breve risposte positive - ha spiegato il garante - non lascerò soli i detenuti e mi impegnerò coinvolgendo associazioni e società civile, parlando col sindaco di Firenze Matteo Renzi e con l’assessore regionale Enrico Rossi».
...E A PISA
Oltre a Firenze, la tensione è però alta anche nel carcere di Pisa. Per protestare contro l'assenza d’acqua, circa 200 dei 400 detenuti hanno appiccato lunedì sera il fuoco a cuscini, stracci, indumenti ed effetti personali e hanno lanciato bottiglie, bombolette del gas ed escrementi nei corridoi. Lo ha reso noto il Sappe, sindacato autonomo di polizia penitenziaria. I detenuti, tutti del reparto giudiziario, hanno cominciato la protesta intorno alle 21 sbattendo oggetti contro i cancelli e le inferriate e la calma è stata ristabilita dopo circa due ore. Per evitare che il fumo sprigionato dal fuoco potesse provocare intossicazione, gli agenti di polizia penitenziaria hanno utilizzato gli estintori. «La situazione è sempre più incandescente - afferma nella nota Donato Capece, segretario generale del Sappe - Ogni giorno registriamo manifestazioni e proteste di detenuti sempre più violente».
IL PARADOSSO
Qualche possibilità di migliorare la situazione, però, potrebbe esserci. È lo stesso Corleone a spiegarle. «La questione del sovraffollamento è paradossale - dice - perché a soli 100 metri da Sollicciano c’è il Gozzini o Solliccianino per la custodia attenuata che è semivuoto. Ci sono 40 posti liberi, con due posti a cella sarebbero 80. C’è poi l'ottava sezione di Sollicciano, quella per i tossicodipendenti, dove ci sono altri 40 posti liberi. Inoltre il femminile di Empoli ha liberi altri 50 posti, ci sono liberi 20 posti a Massa Marittima e ci sono spazi nella casa di reclusione della Gorgona e nel penitenziario Forte San Giacomo a Porto Azzurro sull’isola d'Elba. Hanno ragione i detenuti a dire che l’utilizzo delle strutture in Regione è demenziale».
LA PROTESTA
A testimonianza ulteriore della difficile situazione, Corleone ha infine reso noto ieri un episodio accaduto in settimana sempre a Sollicciano. Per protesta contro il mancato rimpatrio, un detenuto marocchino, cui mancavano due anni da espiare, si è cucito materialmente la bocca e così ha ottenuto quanto per legge gli spettava. Solo a questo punto la magistratura ha accolto la richiesta e dopo essere stato medicato sono cominciate le pratiche per tornare in Marocco. «Questo episodio drammatico - conclude Corleone - mette in luce una questione troppo trascurata. Sono molti in Italia i detenuti stranieri che potrebbero usufruire della norma di legge che prevede la possibilità del rientro in patria come misura alternativa quando mancano loro da scontare due anni. È urgente un monitoraggio per capire quanti sono questi casi».
l’Unità Firenze 26.8.09
L’indicibile pena nella pena
di Enzo Mazzi
Agosto in queste nostre orrende carceri. Indicibile pena nella pena. Tortura supplementare nel luogo dedicato al tormento della privazione della libertà, che è giusto quando assolve al suo scopo rieducativo, come vuole la Costituzione.
Roba da Comitato Onu contro la tortura o da Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o dei trattamenti inumani, se questi organismi non fossero ridotti a ombre da una politica rozzamente repressiva e punitiva che ha riempito all’inverosimile le carceri italiane di un’umanità la più emarginata e sradicata, diseredati, immigrati, tossici. È inascoltato dalla città il grido che sale dalle carceri. Insufficiente, rispetto alla gravità del problema, l’attenzione dedicata alle proteste dei detenuti di Sollicciano che è esplosa dopo molti anni di silenziosa rassegnazione. La popolazione carceraria, composta per il 70% da detenuti extracomunitari e da molti tossicodipendenti, è poco politicizzata e si è tenuta finora lontana dalle proteste. La mobilitazione iniziata il 18 agosto e ora in corso è il segno che ogni limite è stato superato. Per ammissione della stessa direzione del carcere le proteste sono originate da richieste legate alla mera sopravvivenza. Per il sovraffollamento, il pane ammuffito e il vitto scadente e insufficiente, per poter fare la doccia la domenica, poter accedere al campo sportivo, avere materassi decenti, contattare telefonicamente i familiari. Che rapporto potranno avere in futuro con la società persone che, affidate alla responsabilità dello Stato, sono costrette a vivere in condizioni così disumanizzanti? Quante le possibilità che non tornino a delinquere?
Matteo Renzi ha dichiarato solennemente di voler essere sindaco di tutti e specialmente dei più deboli, sulla scia di La Pira. Molti dei più deboli sono lì. Non sarebbe doveroso porre fra le priorità una serie di iniziative per il ripristino della legalità nel carcere? A cominciare, ma solo come inizio e non come immagine, dalla convocazione di un Consiglio Comunale a Sollicciano? «Una parte della città rompe i silenzi colpevoli, sostiene le richieste dei detenuti e si impegna a riportare l'attenzione sulla questione carcere, che Firenze deve vivere come prioritaria perché tocca i diritti umani fondamentali dei detenuti e in fondo di ognuno di noi»: è scritto in un documento sottoscritto da molte associazioni, da cui sono tratte anche notizie e considerazioni riportate sopra. Firenze già portabandiera dell’abolizione della pena di morte e madrina della legge Gozzini non può ora restare sorda queste sollecitazioni.
Repubblica Firenze 26.8.09
Sollicciano, 15 metri per tre detenuti
Celle sovraffollate, cibo scadente. Le guardie: "Sotto la cenere cova il fuoco"
Se gli ingressi non si fermano si dovrà tornare alle quattro brande per ogni stanza
di Ernesto Ferrara
Ore 12, ottava sezione del carcere di Sollicciano, quella destinata ai detenuti tossicodipendenti. C´è una cella vuota: 5 metri per 3, il bagno 2 metri per 2, il balcone è troppo piccolo, l´aria non ce la fa a passare, si soffoca di caldo. Tre letti uno sull´altro, ma non bastano più: occorre aumentarli perché i detenuti sono arrivati a 960 mentre dovrebbero essere al massimo 470. Serve il quarto letto: il prossimo arrivato dormirà a 30-40 centimetri dal soffitto. Oppure la quarta brandina si dovrà stendere in orizzontale: ma in cella non si potrà più camminare.
Una situazione che il garante per i diritti dei detenuti Franco Corleone definisce «esplosiva» e che il direttore di Sollicciano Oreste Cacurri ammette essere «complicata». I detenuti continuano ad aumentare: sono tornati a sfiorare quota mille, come prima dell´indulto. Si vive in 3 in celle di 15 metri quadri che potrebbero ospitare una persona, oppure in 6 in celle che potrebbero accogliere 3 detenuti. Il comitato per la prevenzione della tortura stabilisce in 7 metri quadri a persona lo spazio minimo sostenibile per una cella: a Sollicciano già si vive in 5 metri a testa circa. E si potrebbe peggiorare: se gli ingressi non si fermano si dovrà tornare a quattro letti a stanza. I corridoi per il passeggio sono bui, angusti, stretti. I cortili per l´ora d´aria sono assolati e circondati da muri di cemento alti 7 metri che impediscono di guardare il prato, le case, quel che resta dell´orizzonte: solo uno dei cortili ha su un lato le grate metalliche aperte. Il cibo è scadente ed è proprio questo che qualche giorno fa ha acceso la protesta: ora il direttore, prima dei pasti quotidiani, assaggia sempre il pane dei detenuti per controllare che non sia ammuffito. Non solo: ha anche pensato di distribuire qualche gelato e di dare ai detenuti la possibilità di farsi la doccia anche di domenica. Non basta. La protesta rumorosa ieri si era perlopiù placata: «Ma sotto la cenere cova ancora il fuoco», giurano le guardie che ogni giorno sono a contatto coi detenuti. La disperazione nei giorni scorsi ha portato un detenuto marocchino a compiere un gesto drammatico: si è cucito la bocca con ago e filo per protestare contro il suo mancato rimpatrio. Essendo a meno di due anni dalla fine della pena aveva chiesto, secondo la legge, di tornare in patria: solo dopo la protesta ha ottenuto l´ok. Ci sono altre 14 persone a Sollicciano nella sua stessa situazione. Il sovraffollamento è il dramma. Come risolverlo? Cacurri non vede negativamente l´idea contenuta nel piano carceri del ministro Alfano di costruire un nuovo padiglione da 200 posti. Corleone si oppone: «Mi metterei contro le ruspe: piuttosto devono uscire di prigione i circa 200 tossicodipendenti che ci sono oggi, devono andare in comunità». Non solo: il garante fa anche notare che la struttura di Solliccianino è vuota: «Almeno 100 persone potrebbero andare lì, anche il carcere di Empoli ha 50 posti liberi per donne, 20 posti sono vuoti a Massa Marittima, ci sono spazi anche alla Gorgona e a Porto Azzurro: l´utilizzo della carceri in Toscana è demenziale».
Ma la protesta di Sollicciano ha altre cause: «Spesso manca l´acqua e la luce, i detenuti non possono telefonare a numeri di cellulare, gli stranieri non possono lavorare perché non gli viene rilasciato il codice fiscale», denuncia Corleone che oggi alle 14 incontrerà detenuti e amministrazione penitenziaria per chiedere un primo pacchetto di interventi. «Una cucina in più, l´allargamento dei passeggi e lo spostamento di 15 detenuti affetti da malattie mentali che devono essere presi in carico dalle Asl», annuncia il garante, che se non otterrà certezze promette di coinvolgere anche il sindaco Renzi e l´assessore regionale alla sanità Rossi. C´è anche il problema della sorveglianza. A fronte dei circa 700 agenti di polizia penitenziaria che occorrerebbero ce ne sono solo 500, un centinaio esclusivamente impiegati per il piantonamento e il trasferimento dei detenuti. Inoltre c´è la normale assenza dovuta a malattie e ferie, che si acuisce nel periodo estivo. In alcune sere, vista l´assenza di personale, i posti di controllo alle torrette esterne rimangono completamente scoperti. Il senatore del Pdl Achille Totaro e il consigliere comunale Stefano Alessandri, che ieri hanno visitato Sollicciano con altri esponenti del Pdl, proveranno a convincere il ministro della Difesa La Russa, scettico, ad impiegare i militari che già si usano nelle città come sentinelle nelle carceri: «A Sollicciano così si recupererebbero 50 agenti».
il Riformista 26.8.09
Che dice Veronesi?
Qui è nato un nuovo maschilismo
di Ritanna Armeni
Si è parlato in questo fine agosto della rinascita di un nuovo femminismo. Ne ha scritto Umberto Veronesi in un suo articolo sul Corriere della Sera. Ne hanno sostenuto la necessità e rimarcato l'assenza Lidia Ravera e Concita de Gregorio sull'Unità. Non so francamente che cosa si possa intendere per nuovo femminismo. So che un movimento - nuovo o vecchio che sia - nasce per motivazioni più complesse e culturalmente più profonde di quelle derivate da una polemica politica. O da uno scandalo. E che pretenderne la nascita o la necessità è come voler raddrizzare le gambe ai cani: impossibile e inutile. Quel che a me invece pare reale ed evidente è oggi la nascita di un nuovo maschilismo, che ha visto la luce proprio in seguito alle avventure del premier e si è rafforzato di giorno in giorno. Come può essere definito questo nuovo fenomeno e quali sono le sue origini o meglio quale è stato il motivo che lo ha promosso? Le origini stanno nelle note vicende di Silvio Berlusconi. Ampiamente raccontate documentate e discusse, hanno per la prima volta nella storia della politica italiana, riversato nella vita pubblica una vicenda privata. Gli scandali - molti - che hanno spesso accompagnato la vita degli uomini di potere, e non solo italiani, avevano finora confermato una divisione fra pubblico e privato, avevano fatto intravedere figure non coerenti con l'immagine pubblica, ma la vita privata non aveva mai dominato fino al punto di riplasmare l'immagine pubblica. Nel caso di Berlusconi questo è avvenuto. La sua figura di uomo politico non può più prescindere dalle vicende private. Queste hanno ormai soverchiato l'immagine pubblica, l'hanno ridefinita, ridisegnata, e ne hanno fatto emergere caratteristiche precise. L'interruzione traumatica della divisione fra privato e pubblico è avvenuta per colpa, per merito o per responsabilità di alcune donne. E, più in generale a causa della rivelazione del rapporto che un uomo pubblico potente ha avuto e ha con le donne. Le donne, comunque, sono state al centro della vicenda. Non si può dire che le protagoniste siano femministe. Non lo è Veronica Lario, la moglie che ha chiesto il divorzio e che ha denunciato per prima i vizi privati del marito e il legame fra sesso e potere. Non è femminista la prepotente escort Patrizia D'Addario che, in nome dei suoi interessi non tenuti in conto dal suo importante cliente, ha creato e rafforzato un caso politico e giornalistico. Non lo è la giovane Noemi, inconsapevole e compiaciuta protagonista di uno scandalo più grande di lei. E neppure la figlia di Berlusconi, Barbara, che pure ha dichiarato con chiarezza: «Non credo che un uomo politico possa permettersi la distinzione tra vita pubblica e vita privata». Eppure queste donne hanno fatto a loro modo, con loro criteri, con diverse motivazioni (se nobili o interessate è argomento di altre riflessioni) l'operazione più temuta dal potere maschile, hanno rotto la distinzione fra pubblico e privato e hanno mostrato quanto il primo possa essere determinato dal secondo. Non è stata poca cosa. Il movimento femminista, quello vecchio, aveva teorizzato la necessità di rompere quella divisione per spezzare il potere patriarcale. Era in quella divisione, che evitava di fare i conti con passioni sentimenti, vizi, desideri, sofferenze, perversioni che si fondava una politica e un ordinamento sociale tutto dominato dagli uomini. Nella vicenda che ha visto protagonista Berlusconi quella divisione è entrata in crisi. Non per quella via diretta, ideologica e ingenua cui aspirava il vecchio femminismo, non in seguito a manifestazioni di piazza organizzate dalle donne. Ma è entrata in crisi e ha mostrato tutta la sua debolezza e il suo squallore. Il nuovo maschilismo è la reazione degli uomini politici, giornalisti, manager, coloro insomma che il potere lo hanno sempre avuto, e che oggi temono la fine di quella divisione su cui si è fondata la loro idea del mondo e la loro indiscussa egemonia. Non solo dei fedeli berluscones, ma in modo diverso di un'ampia fetta di opinione pubblica maschile. La reazione si è espressa in modo tradizionale ed efficace: col tentativo di rimettere le cose al loro posto. E soprattutto di rimettere al proprio posto quelle donne che avevano osato uscire dal privato restituendole a un vecchio ruolo e ricollocandole nello stereotipo. Ed ecco apparire la moglie isterica e interessata, la figlia ingrata e rampante. Ed ecco la riduzione delle giovani donne che cercano di farsi strada nel mondo dello spettacolo a prostitute o quasi. La diciottenne Noemi diventata quasi l'immagine nazionale di questo ruolo. E le prostitute, quelle vere, promosse escort, e poi proposte come donne ingenerose e prepotenti. L'immagine complessiva delle donne italiane (i giornali stranieri se ne sono accorti e a questo hanno dedicato molta attenzione) a un certo punto è stata colpita. Per quello straordinario e preoccupante gioco autoreferenziale dei mass media per cui ogni singolo fenomeno può essere allargato a dismisura e diventare immagine predominante sono apparse tutte insieme irrimediabilmente corrotte, dannose, pericolose, dominate dal dio denaro, affascinate dal mondo dello spettacolo, subalterne e insieme infide. Il nuovo maschilismo ha tentato di cancellare la verità della donna italiana proponendo un'immagine e un ruolo che non ha nulla a che fare con la realtà e ha a che fare solo marginalmente. E di riportarle a ruoli antichi. Insomma di rimettere le cose al loro posto. Gli uomini, non possono sopportare il disordine che deriva dalla fine di una divisione fra pubblico e privato che fa comodo solo a loro. Per questo reagiscono. Abbiamo visto in questi mesi estivi la nascita di un nuovo maschilismo. Nell'autunno che sta per arrivare lo vedremo ancora all'opera.
l’Unità 26.8.09
Lo «strappo» di Gianfranco sul testamento biologico
Agli esponenti politici a lui più vicini Gianfranco Fini avrebbe annunciato l’intenzione di compiere un gesto clamoroso: votare contro la legge sul testamento biologico se il testo dovesse rimanere quello licenziato dal Senato. «Ci sto pensando», avrebbe detto il presidente della Camera.
Un gesto che, d’altra parte, sarebbe coerente con quanto Fini disse dopo la sentenza con cui la Consulta bocciò il testo sulla fecondazione assistita: se una legge si basa su dogmi di tipo etico-religioso è sempre suscettibile di censure di costituzionalità. Fu un chiaro altolà proprio al ddl in tema di dichiarazione di volontà anticipata presentato dal governo dopo il no del Quirinale al decreto Englaro. I dubbi costituzionali riguardano il punto più contestato del testo, quello che introduce l’obbligo di idratazione e alimentazione. Esattamente il punto che il ministro Sacconi, pur di ricucire con il Vaticano dopo le note e imbarazzanti vicende, vorrebbe stralciare e tradurre subito in legge. Invece Fini, riprendendo uno dei temi più cari al Colle, ha chiesto di approvare una legge con la più ampia maggioranza possibile. E quindi di modificare il testo che a Palazzo Madama aveva avuto un consenso tutt’altro che bipartisan. Messaggi, i suoi, lanciati alle forze politiche di maggioranza e opposizione. Con effetti per il momento deludenti.
Perché se è vero che nel Pdl i voti in dissenso potrebbero arrivare anche a una ottantina, come taluno ipotizza all’interno della maggioranza, è altrettanto vero che senza una mobilitazione seria di Pd e Idv quella di Fini rischierebbe di diventare una battaglia di testimonianza. Un segnale ieri lo ha mandato una parlamentare del Pdl vicino al presidente della Camera, la senatrice Maria Ida Germontani, dichiarando che è necessario cambiare il provvedimento del Senato «perché votato sull’onda emotiva della tragica vicenda di Eluana Englaro». Ma queste posizioni nel Pdl continuano a essere nettamente minoritarie. E così, almeno per ora, sembra davvero molto difficile che il presidente della Camera possa rendere pubblica l’intenzione di votare contro il ddl. L’ha confidata agli amici per dare un segnale politico. In attesa che altri prendano coraggio ed escano allo scoperto.
Repubblica 26.8.09
Missione europea del premier israeliano: "L’ultima prova della Shoah"
Il premier israeliano in visita a Londra e Berlino "Ecco i piani per Auschwitz" regalo di Merkel a Netanyahu
di Andrea Tarquini
Berlino - La prova inconfutabile e definitiva che l´Olocausto è avvenuto davvero, e che i negazionisti mentono, sarà consegnata domani dal governo federale tedesco al premier israeliano, Benyamin Netanyahu, che dopo Londra è atteso a Berlino. "Bibi" Netanyahu riceverà dai leader tedeschi e dall´editoriale Springer, che li aveva acquistati, dei documenti ritrovati l´anno scorso a Berlino: sono i piani di costruzione di Auschwitz, il più grande e temuto dei campi di sterminio costruiti dal Terzo Reich per sterminare il popolo ebraico.
Nel frattempo, nei suoi colloqui a Londra con il primo ministro britannico, Gordon Brown, Netanyahu si è detto deciso a proseguire e rilanciare il processo di pace in Medio Oriente con l´appoggio degli Stati Uniti, ma soprattutto ha auspicato di trovare finalmente nei palestinesi "dei partner coraggiosi". Secondo il premier israeliano, uno Stato palestinese potrà esistere, «ma dovrà essere smilitarizzato e riconoscere pienamente lo Stato d´Israele». Ai leader britannici, e in generale ai governanti occidentali, che gli chiedono il blocco degli insediamenti dei coloni ebraici, ha risposto con dei netti distinguo. A cominciare da Gerusalemme, «che non è un insediamento, è la nostra capitale, che costruiamo da tremila anni».
A Berlino il premier israeliano incontrerà la Cancelliera Angela Merkel, poi visiterà la villa sul lago Wannsee, a sudovest della capitale tedesca, dove nel gennaio 1942 i massimi gerarchi della tirannide nazista si riunirono per studiare e pianificare la "Soluzione finale", l´Olocausto, l´annientamento del popolo ebraico. In questo senso, i documenti che verranno consegnati dalla Germania a Netanyahu, e che sono destinati allo Yad Vashem, il memoriale dell´Olocausto, «sono unici, di un´importanza storica straordinaria», ha affermato il direttore dell´Archivio storico federale tedesco, Hans-Dieter Kreikamp. I piani di costruzione di Auschwitz precisi e dettagliati, dimenticati per decenni, sono stati ritrovati l´anno scorso a Berlino e acquistati dal gruppo editoriale conservatore Springer.cere? A cominciare, ma solo come inizio e non come immagine, dalla convocazione di un Consiglio Comunale a Sollicciano? «Una parte della città rompe i silenzi colpevoli, sostiene le richieste dei detenuti e si impegna a riportare l'attenzione sulla questione carcere, che Firenze deve vivere come prioritaria perché tocca i diritti umani fondamentali dei detenuti e in fondo di ognuno di noi»: è scritto in un documento sottoscritto da molte associazioni, da cui sono tratte anche notizie e considerazioni riportate sopra. Firenze già portabandiera dell’abolizione della pena di morte e madrina della legge Gozzini non può ora restare sorda queste sollecitazioni.
Corriere della Sera 26.8.09
I conti con la Storia: sessant’anni dopo
Germania anno zero: restituito l’onore ai «traditori» di Hitler
Il Parlamento riabilita tutti i ribelli
di Mara Gergolet
BERLINO — Cancellare tutte le sentenze dei tribunali militari di Hitler. Riabilitare i «traditori di guerra». Restituire, almeno dopo la morte, l’onore a quei soldati o ufficiali che si sono ribellati, o hanno anche solo dubitato, della guerra di Hitler, e che per questo sono stati fucilati.
Il Parlamento di Berlino voterà settimana prossima una legge che finalmente riabilita — dopo 60 anni — le vittime militari del terrore nazista. Saranno annullate, simbolicamente, 100 mila sentenze di condanna ai lavori forzati e 20mila condanne a morte. L’atto finale di una battaglia, iniziata negli anni ’90. Perché prima, nella repubblica federale, i disertori e i «traditori» erano ritenuti, non solo di fronte alla legge (dove ancora per pochi giorni lo sono) ma anche all’opinione pubblica, dei criminali.
«Per me — dice Ludwig Baumann — è un sogno che si realizza». Parla piano, ha 87 anni, ed è il presidente dell’associazione delle «Vittime della giustizia militare nazista». È la sua vittoria. Era un ragazzo ventenne quando a Bordeaux decise di disertare con l’amico Kurt Oldenbruck. Destinazione America, attraverso l’Africa del Nord. «Volevo vivere, non volevo uccidere». Aveva la rivoltella carica, ma non sparò, quando lo presero al confine. Quaranta minuti di processo, la condanna alla fucilazione. La pena fu poi tramutata in 12 anni di lavori forzati al lager di Turgau, quindi l’arruolamento nel battaglione «per il fronte dell’Est», un biglietto di prima fila, sola andata, per Stalingrado. L’amico Kurt morì nell’assedio, lui miracolosamente tornò a casa.
Un ritorno che, per disertori come lui e per i «traditori di guerra» sopravvissuti, fu una seconda persecuzione. «Eravamo, penalmente, dei pregiudicati, per cui tanti lavori ci erano preclusi». Un destino di povertà e la gente che ti insulta «Kameradenschwein» (camerata di m.) perché ti sei salvato.
Il fisico distrutto dalle catene, le malattie prese nel lager, il blackout delle emozioni. Baumann, racconta, cominciò a bere e ebbe la forza di smettere solo quando la moglie morì, lasciandolo con una figlia di 6 anni. «Eravamo dei reietti».
L’aria cambia appena negli anni Novanta. I sondaggi mostrano che il 90 per cento dei tedeschi era pronto a «perdonare » i disertori, il governo Schröder si impegna, poi la guerra del Kosovo nel ’99 — la prima alla quale Berlino prende parte del 1945 — blocca tutto. «Perché fu così difficile? Perché assolvere noi significava condannare tutti gli altri soldati che erano rimasti a combattere con Hitler ». Nel 2002, finalmente, una legge riabilita i disertori. Ma non i traditori di guerra.
Chi erano, veramente, questi ultimi? Dopo la dichiarazione di «guerra totale di Hitler» che non distingueva tra mezzi militari e civili, bastava poco per «tradire » il Paese (il cosiddetto reato di Kriegsverrat ): procurarsi un foglio di viaggio, confessare durante una licenza a una donna o in un’osteria che le cose sul fronte andavano male, aiutare un ebreo. Baumann ricorda il caso di un ufficiale di cui divenne amico nel lager di Turgau, Johann Lukaschitz: fu fucilato con i suoi 76 uomini, perché non rivelò che tenevano riunioni in stile sovietico.
Eppure, ancora nel 2007, nei loro confronti c’è molto sospetto. «Anche secondo i canoni attuali si sono comportati in modo riprovevole — disse un importante politico della Csu, Norbert Geis —. Hanno danneggiato i propri compagni con comportamenti illegali». Profanatori del vincolo solidale tra camerati, opportunisti che pensavano solo a salvare la propria pelle: molti, nel campo conservatore, la pensano così. E «la messa in pericolo dei commilitoni » è la motivazione con cui, ancora nel 2008, il ministro della Giustizia, Brigitte Zypries (Spd), rifiuta la loro riabilitazione. Una convinzione falsa, per gran parte degli storici. «Non c’è neppure un caso documentato — dice l’autorevole storico militare, Manfred Messerschmidt — in cui sia stata veramente messa in pericolo la vita di altri soldati». Invece, dice, si può fare il nome di più di un soldato fucilato perché sul diario aveva scritto che la guerra era persa.
l’Unità 26.8.09
A Cortona quaranta volumi che furono proibiti tra il 1500 e il 1900
Eretici sovversivi o «soltanto» indecenti
di Valeria Trigo
Cortonantiquaria è dedicata agli appassionati dell’antico e dell’antiquariato. Propone pezzi rari selezionati da specialisti, oltre 1000 pezzi importanti di vario genere e piccoli oggetti da collezione. Tra le curiosità, le litofanie di note manifatture europee, una conchiglia tibetana dei primi dell’Ottocento, un filo di perle di 1 metro Gli italiani I nomi di alcuni finiti all'Indice: Vittorio Alfieri, Pietro Aretino, Cesare Beccaria, Giordano Bruno, Benedetto Croce, Gabriele D'Annunzio, Antonio Fogazzaro, Ugo Foscolo, Galileo Galilei, Giovanni Gentile, Francesco Guicciardini, Giacomo Leopardi, Ada Negri, Girolamo Savonarola, Luigi Settembrini, Niccolò Tommaseo e Pietro Verri
Eresia, sommossa, indecenza. Queste sono le tre grandi accuse che hanno condotto libri (e spesso autori) al rogo, alla soppressione o alla mutilazione. Un’ovvia ironia storica ha in realtà assicurato l’immortalità a questi testi, gli strumenti di repressione (liste e denunce) trasformatisi in pubblicità di opere da possedere.
Molti studi e mostre hanno raccontato la storia della censura libraria. Ora a questi si aggiunge I libri proibiti, che espone fino al 6 settembre, nell’ambito di CortonaAntiquaria, quaranta libri che sono stati oggetto di censura dal 1500 al 1900 provenienti dalla libreria antiquaria di Londra Quartich e dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. Libri che furono soppressi o nascosti, dei quali l’esposizione narra le storie a tratti curiose, sempre scandalose, violente, buffe.
Tra le proposte: un viaggio tra le «colonne d’Ercole» del pensiero superate da Bacone, la prima biografia di Hobbes che bruciò alcune delle proprie carte per difendere il resto della sua opera, l’eretico alchimista Barnaud che elencò in un novello Satyricon «l’esatto numero» di prostitute, eunuchi, figli illegittimi e servi al seguito degli ecclesiastici di ogni diocesi della Francia del Cinquecento e venne perseguito per l’esattezza delle sue informazioni; e ancora un censore che scrive nel Seicento una apologia dell’attività repressiva, Machiavelli e i suoi eredi, le meravigliose anatomie rinascimentali, frutto proibito della pratica «immonda» della dissezione, un «empio» Corano inglese del Seicento, Hume, Voltaire e i philosophes negatori di miracoli e autorità, adattamenti attenuati dell’Ars amatoria di Ovidio, Ludovico Muratori che supera la censura ecclesiastica ma viene fermato da quella civile, la secolare semiclandestinità del Manifesto di Marx ed Engels,
Strutturata per temi, la mostra tocca episodi di censura «illustre», quella ecclesiastica o governativa della prima età moderna. Il percorso suggerisce i nessi tra produzione erotica e sedizione politica, traccia lo sforzo di emancipazione della scienza e del pensiero dal dogma, propone «finestre» su episodi di censura colti sull’atto, mostra come una lettura antologica dell’Index librorum prohibitorum diventi quasi l’indice di un qualunque moderno manuale del pensiero occidentale, con gli stessi protagonisti: Galileo, Campanella, Copernico o Darwin solo per citare alcuni esempi, ma anche Dante, Boccaccio, o la stessa Bibbia.
Ci sono, nella rassegna, anche esempi di autocensura, libri occultati per decenni dagli stessi autori, si osserverà la dialettica sette-ottocentesca tutta italiana tra pensatori cattolici «liberi» e ortodossia dei ranghi ecclesiastici, e si proporranno documenti vicinissimi ai nostri tempi, come quelli provenienti dal Fondo Perestrojka e dalla collezione di materiali di Piazza Tiananmen della Fondazione Feltrinelli.
l’Unità 26.8.09
L’Indice. Dal 1558 al 1966: la Chiesa elenca le letture troppo pericolose...
L’Indice dei libri proibiti (Index librorum prohibitorum) venne creato nel 1558 dalla Congregazione della sacra romana e universale Inquisizione (o Sant’Uffizio), sotto Paolo IV. Fu soppresso solo nel 1966. Lo scopo era quello di ostacolare la possibile contaminazione della fede e la corruzione morale attraverso la lettura di scritti il cui contenuto veniva considerato dall’autorità ecclesiastica non corretto sul piano strettamente teologico, se non addirittura immorale. L’elenco, sterminato, comprendeva autori di letteratura, scienza e filosofia, tra i quali Francesco Bacone, Honoré de Balzac, Henri Bergson, George Berkeley, Cartesio, D’Alembert, Daniel Defoe, Denis Diderot, Alexandre Dumas padre e figlio, Gustave Flaubert, Thomas Hobbes, Victor Hugo, David Hume, Immanuel Kant, Jean de La Fontaine, John Locke, Montaigne, Montesquieu, Blaise Pascal, Pierre-Joseph Proudhon, Jean-Jacques Rousseau, George Sand, Spinoza, Stendhal, Voltaire, Émile Zola. Tra gli ultimi ad entrare nella lista sono stati Simone de Beauvoir, André Gide, Jean-Paul Sartre e Alberto Moravia.
l’Unità 26.8.09
Non solo tema
Prof e studenti e il rebus dell’italiano
di Tobia Zevi
In Europa I nostri ragazzi dimostrano di avere competenze linguistiche insufficienti
Un libro esplora il divario tra Nord e Sud, licei e istituti tecnici. E tra immigrati e non
Si chiama «Scritti sui banchi» l’indagine sul livello espressivo degli studenti italiani di Serianni & Benedetti in libreria per Carocci. Già, ma questo livello come si misura? C’era una volta, e c’è ancora, il «tema»...
Lo scrittore americano Frank McCourt (Le ceneri di Angela), recentemente scomparso, ricordava così il suo insegnamento a scuola: «Avrebbero dovuto avvertirmi. Ehi, Mac, la tua vita sarà tutta così: giornate e nottate intere a leggere storie, poesie, diari, biglietti d’addio di aspiranti suicidi, invettive, giustificazioni, commedie, temi, perfino romanzi, tutti frutto del lavoro di migliaia - e dico migliaia - di adolescenti». Montagne di carta accumulate sulla scrivania del professore, ore di fatica e mani sudate per studenti di tutte le età. Ecco a voi il tema d’italiano, oggetto del bel saggio di Luca Serianni e Giuseppe Benedetti Scritti sui banchi (Carocci, pp. 215, euro 19,50). Denso di esempi concreti, il libro descrive vizi e virtù linguistiche degli studenti, ma anche le difficoltà degli insegnanti, pratiche e teoriche, a definire criteri equi per correggere e valutare.
Il tema, cuore del percorso formativo e simbolo di una cultura nazionale prevalentemente umanistica, è da sempre tacciato di due peccati: artificiosità e arbitrarietà. Una prova scritta che rimane confinata nella pratica scolastica senza alcuna comunicazione con la vita reale: «la cultura scolastica (…) formava un sistema coerente, artificiato e indiscusso. (…) lo sbaglio era il centro stesso del sistema (…) si finiva col credere che esistesse una specie di teologia del rosso (veniale) e del blu (mortale). In generale non si era nutriti di cose, ma di parole sulle cose» (Meneghello). E in più un’esibizione di potere da parte dell’insegnante. La celebre Lettera a una professoressa di don Milani lo riteneva classista, addirittura razzista, come la stessa nozione di voto. Una denuncia democratica e pedagogica alla base di non poche esagerazioni («non esistono gli errori»).
E oggi? Le indagini internazionali non sembrano incoraggianti: i ragazzi italiani scrivono peggio dei loro coetanei europei. Non si giudicano gli studenti per la conoscenza di quanto appreso a scuola, ma per le «competenze» esportabili nell’orizzonte extrascolastico. In effetti, scorrendo le varie performance, colpiscono non tanto gli strafalcioni, ortografici o morfo-sintattici, ma la frequente incapacità di organizzare logicamente un testo imperniato su connettivi e coesivi linguistici. Con differenze abissali tra Nord e Sud e tra licei e istituti tecnici.
CORREGGIAMO GLI ERRORI
In prima linea ci sono i professori, sviliti frequentemente da una concezione burocratica e aziendalista dell’insegnamento: a loro spetta misurarsi con la realtà individuale di ogni studente coi suoi specifici problemi. Serianni, storico della lingua, nota che in alcune situazioni il collasso delle strutture logiche e linguistiche non si può affrontare con la semplice correzione degli errori. È il caso per esempio degli studenti stranieri: prima di dedicarsi al tema occorrerebbero specifici esercizi di natura più tecnica. Gli insegnanti, quelli bravi, vanno in questa direzione: compiti che sviluppano specifiche competenze grammaticali o stilistiche e una valutazione - il più possibile chiara ma sempre soggettiva! - che non si riduce al voto, ma che cerca un dialogo con il ragazzo anche attraverso il confronto con le prove precedenti (senza sconfinare nel ridicolo «Devi fare meglio, Giulia»). Ma non mancano quelli pigri, che segnalano gli errori in fretta e furia, non li commentano, spesso ne dimenticano parecchi (per esempio il costante deficit di punteggiatura) o addirittura ne aggiungono di propri.
In generale sembra essersi affermata l’idea che un titolo come «La vita… dietro questa parola si celano tante emozioni e tanti aspetti del proprio carattere. Parla di tutto ciò che significa per te questa parola» induca alla prolissità, alla genericità e ai luoghi comuni più corrivi, e che dunque sia preferibile elaborare tracce più puntuali. Quello a cui invece i docenti non sembrano rinunciare è l’italiano asettico e irreale della scuola, ricco di «il quale», «egli» invece di «lui», e in cui le ripetizioni sono un delitto. Dove non ci si «arrabbia», ci si «inquieta», una sorellina non può essere «in gamba» (ma «sveglia», sì!), un giocatore non «si mette» in attacco, ma «ricopre il ruolo di attaccante», e in cui non «si va» ma ci «si reca». Gli insegnanti affibbiano raramente voti sotto 4 e sopra 8, penalizzando spesso gli studenti più brillanti e mostrando una tendenza livellatrice. In una società in cui si predica continuamente il merito, bisogna stare attenti. A non fare come descritto ancora da McCourt: tre punti per la presenza. Due o tre punti in più per la bella calligrafia. Altri due per la struttura, guarda che rientri! Diamogli due punti per il padre morto nel canale. Perché non gli diamo altri punti? In fondo è un bravo ragazzo, e poi suo fratello Stan l’hanno mandato in Vietnam…
l’Unità 26.8.09
Più scienza per tutti
Come resuscitare il Paese di Galileo e Dulbecco
di Luca Landò
Pietro Greco e Vittorio Silvestrini in un libro affrontano il paradosso di un sistema che produce cervelli ma li fa emigrare. In un’epoca in cui la ricerca è la chiave per tutto: sviluppo, sostenibilità, democrazia.
Dimenticate Galileo, salutate Marconi, accantonate Rubbia. Non vi basta? Allora archiviate Dulbecco, cancellate Fermi e impacchettate Natta, quello del Moplen. Benvenuti in Italia, il Paese che sforna ricercatori ma non crede nella ricerca. Non lo fa nemmeno adesso, che la ricerca è diventata l’oggetto del desiderio di qualunque Paese abbia ancora voglia di guardare al futuro. Chiedetelo alla Finlandia che nel giro di pochi anni è diventata leader tecnologico nel campo dei cellulari, a India e Brasile, passati da paesi in via di sviluppo a nuove economie galoppanti. E pensate alla Cina, oggi secondo Paese per investimenti in ricerca (175 miliardi di dollari nel 2007) alle spalle del gigante americano (353 miliardi).Il messaggio è semplice: la ricerca non è un optional ma la chiave per rimettere in moto la macchina e uscire dalla palude della crisi globale. A una condizione, che si prenda nota degli errori commessi e si cambi strada. Ed è su questo tema, gli errori commessi, che si esercitano Pietro Greco e Vittorio Silvestrini ne La risorsa infinita appena pubblicato da Editori Riuniti-University Press. La lista è lunga e inizia con i giganteschi errori ideologici, come l’illusione che lo Stato possa regolare tutto o, al contrario, che non debba governare nulla. Che siano entrambi sbagliati lo dimostrano le macerie del Muro di Berlino e quelle, recenti, di Wall Street. Nel museo degli errori non ci sono solo le grandi ideologie sociali ma anche piccole vicende individuali, come pensare che la scienza sia un’avventura per soli scienziati, anziché un bene per tutti. E qui spunta l’esempio paradossale dell’abate Mendel, che scoprì le leggi dell’ereditarietà ma le tenne rinchiuse nei cassetti della propria scrivania. Tra questi due tipi di errore, la gestione della società e la scarsa diffusione della scienza, si nasconde la soluzione per entrare in una dimensione nuova, quella che Greco e Silvestrini definiscono la gestione democratica della conoscenza. Ma che richiede due punti fermi. Il primo, riconoscere che il mondo non sta più cambiando: è già cambiato. E la grande crisi globale è lì a dimostrarlo. Se aggiungiamo che le risorse fossili su cui basiamo il nostro sviluppo sono destinate a finire (per il petrolio si è già accesa la spia rossa) è chiaro che il futuro ha i giorni contati. Non c’è bisogno di scomodare il catastrofico effetto serra per capire che è bene tentare un’altra strada. Greco e Silvestrini indicano una via ancora in costruzione: la strada della conoscenza e della condivisione del sapere, un sentiero in cui tutti, cittadini e scienziati, dovranno imparare a camminare con uguale passo. Ed ecco il secondo punto: comprendere che la scienza è un bene collettivo. E qui, forse, si trova la parte più delicata della proposta, perché richiede un cambiamento profondo, tale da coinvolgere la scuola, le aziende, i media. Scienza e società, insomma, non possono continuare a muoversi lungo strade parallele: devono iniziare a incrociarsi. Lo dimostra l’ormai famoso referendum sulla legge 40 dove milioni di cittadini sono stati chiamati ad esprimersi su una vicenda della quale sapevano ben poco. Come spiegano Greco e Silvestrini la conoscenza è un’attività sociale, collettiva. Quello che gli scienziati apprendono deve diventare un bene prezioso per tutti. Per far questo, occorre ripensare la scuola dalle fondamenta, rivedere il ruolo stesso degli studenti (attori e non semplici comparse) e magari, come dice il fisico Giorgio Parisi, spingere gli scienziati a superare quella pigrizia che li spinge a studiare molto ma comunicare poco. Significa rivedere il ruolo dei media,. E significa spingere il mondo politico a porre la scienza in cima a ogni programma. Non potrà esservi alcuno sviluppo «equo e giusto» fino a che questa risorsa infinita, la conoscenza, non apparterrà realmente a tutti. Questione di economia. E di democrazia.
Corriere della Sera 26.8.09
Dalla circolazione del sangue all’elettrone: le indagini dei grandi scienziati che hanno riprodotto in laboratorio le «invenzioni» del mondo
Se il mistero della vita si nasconde nei numeri
Ignorati o contestati, sono la chiave per capire la Natura
di Edoardo Boncinelli
Nel celebre film di Ingmar Bergman, Il Settimo Sigillo, il nobile cavaliere Antonius Block, al ritorno dalle Crociate, s’imbatte nella Morte che è venuta a prenderlo e la sfida a una emblematica partita a scacchi. Che perderà, naturalmente, ma di sua volontà, per compiere un gesto d’amore. Mi è venuta di recente in mente questa partita simbolica, con le sue diverse fasi, pensando all’operato di uno scienziato, grande o piccolo, consapevole o inconsapevole, e al suo lavoro sperimentale. Non la Morte, ma la Natura, è Colei che ogni sperimentatore invita spesso a un incontro ravvicinato e a un serrato dialogo, nel corso del quale tenterà di carpirle qualche segreto — parziale, va da sé, e a prezzo di grandi sforzi — in un’estenuante partita a due. Ogni esperimento è infatti un’osservazione di uno o più fenomeni naturali in condizioni particolarmente favorevoli per lo sperimentatore, perché questi si è preparato un terreno di osservazione che gli si addice particolarmente e che gli facilita il compito, e dopo aver sistemato tutto alla meglio vi ha invitato la Natura in persona, allo scopo di catturare qualche suo segreto o qualcosa che a lui appare come un segreto. Non sempre ci riesce, ma qualche cosa gli rimane pur sempre in mano, se ha fatto bene i conti e se sa almeno approssimativamente cosa chiedere, cioè se ha già un barlume di risposta. Sono solo quattro secoli che l’uomo ha cominciato a mettere in atto tale strategia, ma si direbbe che i risultati non sono mancati. I dieci esperimenti più belli da Galileo a Millikan di George Johnson (Bollati Boringhieri, pp. 176, e 20, traduzione di Franco Ligabue) racconta appunto dieci di questi tentativi di capire qualcosa di importante, realizzati da altrettanti grandi sperimentatori del passato, da Galileo a Millikan, passando per Harvey, Lavoisier, Galvani e Volta, Joule, Pavlov... Un libretto agile e svelto — pieno di fatti, di idee stantie da abbandonare e di nuove illuminazioni da corroborare — una vera boccata d’aria fresca in un mondo di chiacchiere e di fosche elucubrazioni. L’autore avverte che gli esperimenti esposti potrebbero anche essere completamente diversi — ogni classifica contiene inevitabilmente molto di arbitrario — ma ciascuno degli esperimenti descritti è di eccezionale interesse e portatore di una grossa carica di novità, dalla circolazione del sangue alla natura della combustione (e dell’ossigeno), dall’equivalenza fra energia meccanica e calore alla determinazione della carica elettrica elementare dell’elettrone, dalla natura dei colori che i nostri occhi riescono a percepire alla scoperta dell’elettricità animale. Su che cosa questi signori hanno interrogato la Natura? Fondamentalmente su due aspetti del reale, affini tra loro ma distinti: cioè su come «funziona» l’universo e su che cosa di particolare questo si è inventato nel tempo. Come dire fisica e chimica da una parte e biologia dall’altra. Sul primo piano, ampiamente rappresentato nella serie degli esperimenti scelti dal nostro autore, si cercano le leggi eterne in obbedienza alle quali il mondo è quello che è. Sul secondo, meno rappresentato per evidenti ragioni storiche — la biologia è una scienza molto più giovane — si cerca di raffigurarsi, anche sulla base di disegni e illustrazioni, come procede questo o quel fenomeno biologico, dalla circolazione del sangue appunto al funzionamento dei nervi e dei circuiti nervosi. Nel primo caso le leggi sono universali ed eterne, nel secondo particolari e contingenti, oggetto della nostra autentica curiosità e meraviglia. Determinare come cadono i gravi, qui o in qualsiasi altra parte dell’universo, non è la stessa cosa di descrivere come circola il sangue, un’entità molto particolare presente con modalità diverse in gruppi di esseri viventi specifici. La scienza moderna è nata con il metodo sperimentale e con la pretesa di misurare, contando (come fece Mendel con i piselli o Newton con gli anelli di colore), pesando (come fecero i primi chimici degni di questo nome per individuare la legge delle proporzioni definite o come fece Galileo con il tempo) o calcolando a partire dai risultati di molte misure diverse (come fece Millikan per determinare la carica di un singolo elettrone utilizzando una strumentazione che oggi definiremmo primordiale). Il paradosso della misurazione — che il mondo antico aveva sostanzialmente ignorato e che qualcuno anche oggi tende a biasimare in omaggio all’assunto che «qualitativo è bello» e che la misura uccide il fenomeno — è che così si riesce a dare corpo a entità insospettate: gene, atomi, particelle elementari. Il quantitativo diviene così qualitativo contribuendo a enucleare nuove entità fondamentali e discrete, la cui esistenza si poteva prima solo sospettare. L’esperimento ideale è quello nel quale lo sperimentatore pone una domanda diretta alla Natura: «Le cose stanno così oppure in quest’altra maniera? ». Ciò non è sempre possibile — essenzialmente perché non sappiamo neanche noi bene che cosa chiedere— e può essere allora utile aggirare la perentorietà della domanda chiedendo gentilmente se si può prendere qualche misura. In un caso e nell’altro occorre farsi un’idea preliminare, immaginare come questa idea possa essere messa alla prova e farlo, in mezzo a mille difficoltà teoriche e pratiche, utilizzando i nostri sensi e il nostro cervello che non era certo stato concepito per questo, e sfidando scetticismi e gelosie di tutti i tipi. Perché quando un albero è ancora una piccola piantina tutti tentano di svellerlo e calpestarlo, mentre quando è divenuto grande tutti cercano di salirci su. E non ci sono sconti per nessuno. Nonostante tutto, poche cose sono affascinanti come un tête-à-tête con la Natura, per una notte o per la vita, senza contare che il cavalier Block del film gioca per la propria vita, mentre lo sperimentatore gioca per la vita, o per la vita piena, di molti altri uomini, cosa di cui spesso non si rende conto nemmeno lui. Corriere della Sera 26.8.09
Venezia prima di Venezia
La fortuna bizantina di Torcello riscrive la storia della Laguna
di Arturo Carlo Quintavalle
Provate a immaginarlo il filo della costa Adriatica attorno al III o IV secolo, quando il delta del Po non sporge come oggi sul mare, quando il porto di Classe, presso Ravenna, è affollato di navi anche se basterà un secolo, dal VI al VII, per rendere l’approdo di fatto impraticabile. E poi c’è Torcello, un’isola della laguna, e poi c’è Grado, sempre sul mare, e poi ci sono in Istria Parenzo e Pola, e poi, quasi alla fine della costa dalmata, c’è Spalato, palazzo-città costruito alla fine del III secolo dall’imperatore Diocleziano. La storia della zona settentrionale dell’Adriatico, fino alla Dalmazia è complessa e, per capire, bisogna ripercorrerla brevemente. Tutto inizia con la occupazione romana del territorio che si consolida all’epoca di Augusto e che punta su alcuni centri, Ravenna col porto di Classe, Aquileia, Pola; poi la crisi dell’Impero determina per le città momenti difficili, dall’invasione di Alarico (401) a quella di Attila (452). Intanto la chiesa cristiana modifica la struttura delle città coi suoi edifici religiosi nel IV, V e VI secolo, come provano il complesso di Parenzo e le basiliche di Aquileia, ma presto cominciano tensioni diverse. Da una parte Teodorico, re dei goti, che domina a Ravenna dal 493 al 526, ariano, di fatto determina la duplicazione degli edifici di culto; dall’altra la presa del potere, con Giustiniano, dei bizantini che conquistano Ravenna e la costa dalmata; infine la venuta dei longobardi (568-569), invasori ariani che recano con sé le famiglie, in tutto forse 300.000 persone, e che si stanziano nel territorio in modo permanente organizzandolo in ducati, uno a Cividale, nell’entroterra. Il rischio delle invasioni stimola il rafforzarsi di strutture urbane periferiche, diciamo da Grado ad Aquileia e a Torcello, dalle quali sembra sia sorta la stessa Venezia. Finora le città, gli insediamenti cristiani, nascono quasi sempre su strutture romane, e basta ricordare Trieste o Pola per scoprire la forma romana della città nella quale si integrano le grandi basiliche paleocristiane. Per Venezia i problemi sono diversi. Secondo la ipotesi tradizionale la città, fondata, secondo la leggenda, nel 421, si sviluppa fortemente nel IX secolo quando il doge Giovanni Partecipazio costruisce la prima chiesa di San Marco fra 829 e 832 chiudendovi le reliquie del santo rapite ad Alessandria d’Egitto; l’altra ipotesi, di Wladimiro Dorigo, è che Venezia abbia origini romane e quindi sia stata da allora sempre abitata, come del resto mostrerebbero, nel suo tessuto, tracce delle insulae romane. Gli insediamenti lungo la costa adriatica settentrionale usciti dalla colonizzazione romana e, dopo, dal confronto con l’invasione longobarda e dal dialogo con l’Impero bizantino, raccontano le vicende di una storia complessa che sembra dividersi in due età diverse, prima e dopo la conquista di Ravenna e delle zone costiere fino alla Dalmazia da parte di Giustiniano nel VI secolo. Dunque vengono prima le basiliche di Aquileia e di Parenzo coi loro pavimenti musivi, con il sistema simbolico delle loro raffigurazioni legate alla tradizione dei pavimenti romani. Le città della costa adesso sono fortificate: il mosaico del VI secolo a Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna mostra la città chiusa da mura che formano un cerchio, forse simbolico, mentre altre mura circondano anche il porto di Classe con le grandi navi bizantine; e sono chiuse da mura tutte le città, fino a Pola e Zara e Spalato. Dentro Ravenna Giustiniano propone una struttura a pianta centrale, il San Vitale, che evoca gli spazi simbolici degli edifici di Costantinopoli legati alla filosofia neoplatonica, chiesa dunque come segno del cosmo, come la nuova Santa Sofia voluta dallo stesso Giustiniano che sostituisce quella a pianta basilicale edificata nel IV secolo da Costantino. Dunque l’imperatore bizantino propone una nuova riflessione sull’immagine che modifica la precedente tradizione tardoantica. E dopo? I longobardi abbandonano il credo ariano e si fanno adepti della chiesa di Roma ma saranno sconfitti da Carlo Magno nel 774, quando la penisola sarà annessa all’Impero, al rinato impero cristiano d’occidente del quale Carlo diventa sovrano nel Natale dell’ 800 a San Pietro a Roma. Proprio Carlo però saccheggia Ravenna portando via marmi antichi, colonne, capitelli, per trasferirli ad Aquisgrana, la nuova capitale; e da Ravenna viene spostato anche il grande monumento di Teodorico a cavallo che sarà collocato davanti al palatium nella nuova sede dell’Impero. Adesso, nel IX secolo, la prima chiesa di San Marco, forse già a pianta centrale, è stata edificata; l’altra, che vediamo, si data dal 1063, con modifiche e trasformazioni ulteriori. Venezia cresce, Torcello, forse fondata nel 452 dalle popolazioni di Altino che vogliono sfuggire agli Unni, progressivamente resta sempre più ai margini, ma non prima di avere lasciato prove di qualità altissima, come i mosaici del XII e XIII secolo nella controfacciata e nell’abside della cattedrale.
Repubblica 26.8.09
Impotenza addio così il maschio trova la nuova giovinezza
Risolto il 99 per cento delle disfunzioni
"Ormai possiamo dire che è iniziata la rivoluzione sessuale anche per gli uomini"
di Anais Ginori
PARIGI - La rivincita del maschio. Come lui si vorrebbe: virile, potente, naturalmente infallibile. Le donne hanno avuto la loro rivoluzione sessuale negli anni Settanta, ora tocca a loro. Il diritto alla prestanza assoluta è mio, e me lo gestisco io. «Stiamo vivendo un momento storico, che definisce un´era». Philippe Brenot, psichiatra dell´associazione sessuologi francesi, non ha dubbi. Le manchevolezze maschili sono finite. Mai più quel silenzio imbarazzato condiviso con la partner insoddisfatta, in una camera da letto dalla quale si vorrebbe soltanto scappare. Adesso, annuncia Brenot, le terapie a disposizione arrivano a risolvere «il 99% delle disfunzioni sessuali». La brutta figura sotto le lenzuola è in via d´estinzione. «Fino a quarant´anni fa - ricorda lo studioso - si privilegiava un approccio psicologico nelle cure. Poi finalmente sono apparse le cure farmacologiche».
Senza scomodare Priapo, le danze propiziatorie, o le pozioni di alchimisti e ciarlatani del Medioevo, si sa che è la paura più ancestrale che esista. Nelle grotte, gli uomini preistorici disegnavano fino all´ossessione simboli fallici. Alla fine, torniamo sempre lì. Ma ora, ci dicono gli esperti, la medicina è in grado di cancellare quella insopportabile ansia che accompagna, in modo più o meno grave, un uomo su due. Dapprima furono le punturine a base di oppiacei inventate da un chirurgo francese con cognome premonitore: Ronald Virag. Nel 1982 pubblicò la sua scoperta sulla rivista scientifica "Lancet". Titolo, senza bisogno di traduzione: «Intracavernous injection of papaverine for erectile failure». Sedici anni dopo, Pfizer lanciò il Viagra. Oggi basta entrare in una farmacia (con prescrizione) per scegliere tra una vasta gamma di prodotti, con effetti secondari sempre meno fastidiosi. Anche le protesi in silicone sono state perfezionate al punto da «diventare invisibili e non condizionare la sensibilità», sempre secondo Brenot.
Forse ha davvero ragione Le Monde quando titola «Addio impotenza» sulla copertina del suo magazine in un lungo servizio, molto particolareggiato, sul funzionamento delle varie tecniche. «Di solito non parliamo così esplicitamente di sesso - spiega l´autorevole giornale francese - ma abbiamo pensato che fosse una buona notizia ed era giusto condividerla». L´altra buona notizia contenuta nell´imponente dossier è che gli uomini sono diventati infallibili a letto, ma non sono ancora dei robot. Il sesso, avvertono gli stessi esperti, non è un atto meccanico e serve quella scintilla erotica ancora misteriosa.
«Le pillole non bastano», sintetizza Marc Galliano, andrologo dell´ospedale Montsouris. Da qui, un paradosso di stretta attualità. L´antica fragilità sessuale degli uomini è stata finalmente risolta, ma il numero di giovani che bussano agli studi di andrologi è in continuo aumento. Ragazzi «iper-potenti», ma spaventati da un immaginario femminile mutato, con coetanee disinibite che non devono più fingere graziosamente. I medicinali fanno la loro parte, ma spesso si è comunque costretti a ricorrere a terapie psicologiche per superare la paralisi emotiva. «La verità - conclude Galliano - è che dopo queste due rivoluzioni sessuali, servirebbe una nuova educazione erotica». Non tutto è riducibile a una questione di vasodilatatori e testosterone. Non si sa ancora fino a quando, ma le donne restano il più grande afrodisiaco in circolazione. Per fortuna.
Repubblica 26.8.09
Vincenzo Mirone, urologo: attenzione "al fai da te"
"Ma senza il desiderio quei farmaci non funzionano"
L’effetto non si manifesta alla prima somministrazione, ma dopo aver preso sette-otto dosi
di Mario Reggio
ROMA - «Addio all´impotenza? L´affermazione è condivisibile, ma con equilibrio. I tre farmaci di cui disponiamo sono straordinari, ma non vanno assunti senza raziocinio, potrebbero non avere alcun effetto. Se non c´è il desiderio non funzionano».
Vincenzo Mirone è presidente della Società Italiana di Urologia e ordinario alla Federico II di Napoli.
È la vittoria del maschio?
«Io sarei molto cauto. È vero che Viagra, Cialis e Levitra hanno percentuali di successo attorno all´85 per cento e con le altre tecniche, quella chirurgica o le iniezioni di prostaglandine la percentuale si avvicina al 100 per cento. Ma ci sono alcuni aspetti da chiarire».
Quali?
«Inutile assumere il Viagra una volta sperando nel miracolo. L´effetto si manifesta dopo 8 o 10 somministrazioni. E sono numerosi i casi nei quali il maschio abbandona la terapia perché non vede effetti immediati».
Cosa serve allora?
«La disfunzione erettile è ormai una patologia definita e curabile in senso terapeutico. Ma prima serve una diagnosi medica. Perché spesso l´impotenza è causata da diabete, bassa percentuale di testosterone o ipertensione. Se non si individuano e non si curano prima le cause il miracolo non avviene. Quindi dopo i cinquanta anni un check-up andrologico è necessario».