Repubblica 4.6.09
Omissioni e sottomissioni
di Giuseppe D’Avanzo
Berlusconi dice a Porta a porta che tornerebbe alla festa di compleanno di Casoria. Il premier finge di non capire, e non stupisce. Come non meraviglia che, in un servizio pubblico radiotelevisivo addomesticato, non c´è voce che gli replichi che la questione non è la partecipazione a una festa di compleanno, né tantomeno il luogo in cui si è svolta – una degradata periferia metropolitana – ma la frequentazione che un uomo di 73 anni, chiamato alla guida del paese, ha intrattenuto con una minorenne.
Quando è nato quel rapporto? Come? Quale natura ha assunto nel corso del tempo?
L´ultima volta che lo si vide seduto nelle poltrone bianche del talk show – un mese fa, era il 5 maggio – il capo del governo volle affrontare la questione nei dettagli. Ne profuse a piene mani. Gli bruciava l´accusa di Veronica Lario: «Frequenta minorenni». Il Cavaliere lo escluse: non frequento minorenni, sono andato a quella festa – disse e giurò – per discutere con il padre della ragazza delle candidature delle europee di due personalità del Pdl meridionale perché – spiegò – l´amicizia con il padre della ragazza era antica e politica.
La ricostruzione era palesemente falsa. Con il passare dei giorni la natura politica dell´amicizia del Cavaliere con il padre della ragazza è stata dimenticata. Da Berlusconi, dal padre della ragazza, da osservatori che è difficile definire ostinati. Il presidente del Consiglio mette insieme in fretta una nuova versione: conosco i genitori della ragazza e in tre, quattro occasioni ho incontrato anche la ragazza, sempre in loro presenza.
Si scopre che non è vero. La ragazza è sola quando il capo del governo la invita a Villa Madama e poi, in Sardegna, a Villa Certosa per dieci giorni a cavallo del Capodanno 2009. La rivelazione viene dall´ex-fidanzato della ragazza e il premier è costretto a smentire se stesso ammettendo di aver avuto accanto la ragazza, senza i genitori. Il ragazzo racconta di più: il presidente del Consiglio in un pomeriggio dell´autunno 2008 telefonò alla minorenne, ne elogiò il «viso angelico», la invitò a conservare la «purezza». Così un uomo anziano, a capo di un governo e abusando del suo potere, entrò nella vita di una minorenne sorpresa, quel pomeriggio, a fare i compiti.
Pur intimidito, minacciato, preso in trappola, il povero ragazzo non ha mai negato questi suoi ricordi proclamando sempre di «aver detto soltanto la verità». C´era e c´è materia per proporre qualche domanda a Silvio Berlusconi. Repubblica lo ha fatto e oggi il premier dice che «non c´è niente a cui rispondere» perché ha «risposto all´unica domanda che si poteva fare a un presidente del Consiglio e cioè che non c´era nulla che mi avrebbe impedito di andare alla festa». Era quella la domanda?
Ora, è sorprendente che nello stesso studio, dinanzi allo stesso conduttore, probabilmente dinanzi allo stesso pubblico, il presidente del Consiglio racconti un´altra storia a fronte delle due menzogne che, in pubblico e giurando, ha inflitto all´opinione pubblica: non è vero che non frequenta minorenni (ha dovuto ammetterlo dinanzi all´evidenza e alle confessioni della ragazza); non è vero che è volato a Napoli per discutere con il padre della ragazza di politica (come ha dovuto ammettere egli stesso come il padre della ragazza).
Si può concludere che Berlusconi sia un bugiardo. Molti non si sorprenderanno di questa conclusione. Dovremmo invece tutti sorprenderci delle omissioni e delle sottomissioni che accolgono le bugie di Berlusconi. Si comprende come i media controllati direttamente e indirettamente dal presidente del Consiglio si occupino d´altro aggredendo con una campagna di calunnie tutti coloro che si arrischiano a ricordare le contraddizioni delle versioni, via via, messe insieme dal premier. Non si comprende, al contrario, come i media che definiscono se stessi indipendenti non tengano conto di quel che ascoltano e leggono omettendo di raccontare ai propri lettori anche soltanto una – una, almeno – delle pasticciate incoerenze del premier.
Si scorge di peggio al capitolo "sottomissione". Un settimanale, house organ di Casa Berlusconi, spedisce un redattore da un fotografo che, si sa, ha delle immagini «interessanti» scattate illegalmente all´interno di Villa Certosa e legalmente all´aeroporto di Olbia (dove aerei di Stato trasportano musici e ballerine che renderanno allegre le serata a Punta Lada). Il fotografo avvia una trattativa che è una finta trattativa perché serve soltanto a segnalare all´avvocato del premier (Niccolò Ghedini) l´esistenza di quelle foto e a consentirgli di averne in mano qualche esemplare, di chiedere il sequestro di tutte con un atto di urgenza. L´avvocato avrebbe dovuto presentare la sua richiesta alla magistratura di Tempio Pausania, ma a Ghedini quell´ufficio non garba. Già gli ha dato torto in un´altra occasione. Quello stesso fotografo aveva immortalato cinque ragazze sedute sulle gambe del premier e quella magistratura aveva chiesto l´archiviazione per il ficcanaso. Niente Tempo Pausania, allora. Ghedini presenta la sua richiesta urgente di sequestro alla procura di Roma che, con la velocità della luce, la concede salvo poi dichiararsi incompetente e spedire il fascicolo a Tempio Pausania. La manovra ha il suo esito positivo per Berlusconi. Quelle foto non potranno essere pubblicate (oggi, dice che sono pubblicabili: e allora perché chiederne il sequestro?). Non finisce qui. La procura della Capitale decide di vagliare se c´è abuso di ufficio o peculato nei voli di Stato utilizzati da musici e ballerine. In via prioritaria si dovrebbe accertare se a bordo di quei voli non ci fossero ministri, ciambellani di governo o addirittura il capo del governo. Una rapida scorsa ai "piani di volo" avrebbe consentito di levarsi la curiosità perché, se a bordo c´era quel giorno, per quel volo, un ministro o il presidente del consiglio, sarebbe difficile ipotizzare l´abuso di ufficio o il peculato. La presenza di "estranei" agli affari di Stato sarebbe certo impropria, ma da un punto di vista penale quale potrebbe essere il reato se non c´è aggravio per l´erario? La procura, solitamente lesta come un plantigrado, decide di muoversi con la rapidità di un velociraptor e, a tre giorni da un voto, iscrive Silvio Berlusconi nel registro degli indagati. La mossa, inutile da un punto processuale (il premier si è fabbricato l´impunità) ma necessaria come oggi ci spiegherà qualche toga lambiccando nel minuto, sarà vantaggiosa soltanto per il presidente del Consiglio che, da giorni, invoca un provvedimento della magistratura per rispolverare il vecchio armamentario del complotto mediatico-giudiziario che tanta fortuna gli porta nelle competizioni elettorali.
Tiriamo una conclusione per nulla allegra. Berlusconi, a quanto pare, può mentire come meglio crede. Pare che abbia il diritto di farlo. In modo incondizionato. Chi dovrebbe ricordargli che c´è un limite, anche alla nostra credulità, omette di farlo. Altri si sottomettono alle sue strategie consentendogli di uscire dall´angolo imbarazzante in cui s´era cacciato da solo. È questa l´Italia di oggi? Vedete del gossip in questa storia o anche la trama fragile di una democrazia senza contrappesi?
Repubblica 4.6.09
La paura torna a Tienanmen alta tensione vent´anni dopo
Pechino blindata. Hillary: "Liberate i dissidenti"
Zhang Xianling, una delle madri: "Il dolore resta vivo nel più profondo del cuore"
L´ordine regna a Pechino, ma l´ombra di Tienanmen ossessiona ancora il regime. Nel ventesimo anniversario del massacro ieri una cappa di silenzio è calata su tutta la Cina: blindata la piazza dove i carriarmati soffocarono la protesta democratica, censurati i giornali e i siti Internet, arrestati i dissidenti. Una dura protesta è venuta da Washington. La più forte presa di posizione dall´avvento dell´Amministrazione Obama è stata affidata a Hillary Clinton. «Una Cina che ha fatto enormi progressi economici e aspira a una leadership globale - ha dichiarato il segretario di Stato - deve affrontare apertamente gli eventi più bui del suo passato, deve dire la verità sui morti, i detenuti, gli scomparsi, per imparare la lezione e per sanare le ferite». La Clinton ha chiesto al governo di Pechino di «rilasciare tutti coloro che ancora scontano le pene». Sono 30 i prigionieri politici che non hanno finito di pagare per la loro colpa: aver creduto nel sogno di libertà che nella primavera del 1989 mobilitò gli studenti e fece vacillare la presa del partito comunista.
L´atteso anniversario è stato vissuto come una giornata ad altissima tensione. Furgoni di polizia erano appostati a tutti gli angoli di Piazza Tienanmen, agenti e pattuglie militari rafforzate controllavano gli ingressi, perquisivano i passanti, impedivano alle tv straniere di riprendere il quadrilatero più celebre di tutto il paese. Il silenzio-stampa era stato imposto già da settimane a tutti i media nazionali, proibito ogni riferimento alla tragedia del 4 giugno. Ieri si è aggiunto un giro di vite eccezionale contro i mezzi d´informazione stranieri. La censura si è abbattuta sui siti Internet di Cnn e Bbc, oscurando ogni riferimento al 1989. I blackout hanno colpito Twitter, Youtube, la posta Hotmail e gli archivi fotografici online di Flickr. Non sono stati risparmiati i giornali stranieri, nonostante la loro limitata diffusione: le copie dell´International Herald Tribune circolavano solo dopo che una mano anonima aveva strappato la pagina con un articolo sul Dalai Lama.
Ma nonostante sia un "non evento", di cui la propaganda ha cancellato ogni traccia nella memoria ufficiale, ieri il regime ha temuto qualche gesto individuale, proteste o testimonianze di ricordo. Ne hanno fatto le spese i più noti intellettuali dissidenti. Qi Zhiyong, che perse una gamba negli scontri del 4 giugno, è stato sequestrato dalla polizia e portato lontano da Pechino. Sotto scorta lo scrittore Yu Jie, che ha dichiarato: «Il 4 giugno non è stato dimenticato ma la gente ha paura di parlare». Wu Gaoxing è stato arrestato sabato sera vicino Shanghai: non gli hanno perdonato la lettera aperta che aveva rivolto pochi giorni fa al presidente Hu Jintao chiedendo la fine delle vessazioni contro gli ex-detenuti politici. "Anche se non siamo più in prigione - ha scritto Wu - il solo diritto che ci resta è quello di aspettare la morte". A nome delle vittime della repressione militare ha parlato ieri la 72enne Zhang Xianling, fondatrice dell´associazione delle Madri di Tienanmen: "Il dolore rimane vivo nel luogo più profondo dei nostri cuori".
È palpabile il terrore dei dirigenti comunisti di fare i conti con il passato, di rivelare il bilancio delle vittime, e di aprire un dibattito sull´89. Le autorità accademiche di Pechino e Shanghai hanno ricevuto precise direttive per sorvegliare anche i movimenti degli studenti stranieri. Perfino Hong Kong e Macao, le due isole dotate di statuto autonomo dove vige una libertà di espressione, hanno chiuso le frontiere agli esuli dell´89 che tentavano di rientrare per l´anniversario. Ed è proprio un padre spirituale di Hong Kong ad aver lanciato un verdetto severo. Il cardinale cattolico Zen Ze-kiun, che a Hong Kong ha speso una vita per difendere i diritti umani, ha ammonito i dirigenti cinesi a spezzare questa congiura del silenzio. «Vent´anni dopo - ha dichiarato Zen - il regime rimane dispotico e corrotto. Ancora deve rispondere dell´orrendo crimine commesso. Quel massacro non era inevitabile e non ha portato nulla di buono. Il sistema politico è oppressivo, la corruzione dilaga, l´informazione è censurata, la ricchezza ha beneficiato una minoranza. Se avesse prevalso la linea del dialogo di Zhao Ziyang (l´allora segretario del partito che voleva le riforme democratiche, ndr), la storia sarebbe stata migliore per i cinesi». I dirigenti comunisti sono riusciti a imporre nel senso comune il loro revisionismo sull´89: l´intervento armato come un male minore, che ha garantito l´ordine e la stabilità, consentendo un ventennio di boom economico. Ogni altra versione non ha diritto di parola.
(f. ramp.)
Repubblica 4.6.09
All´ospedale San Martino recintato il giardino per le passeggiate dei pazienti
Genova, la gabbia dei malati di mente
di Marco Preve
GENOVA. All´ospedale san Martino di Genova un modo di dire diventa realtà. «Questa è davvero una gabbia da matti, ma non è una battuta, e per rispetto alla loro dignità noi lì dentro i pazienti non ce li portiamo», sbotta l´infermiere del reparto.
La rivolta degli infermieri "Per la loro dignità lì dentro non ce li portiamo"
Soprannominato "lo zoo", lo spazio è chiuso da un´inferriata verde alta due metri
Il casus belli è un´aiuola di circa sei metri di diametro, con dentro una palma e un pino marittimo, circondata da una recinzione di ferro dipinta di verde, alta due metri: il parco esterno per i ricoverati della clinica psichiatrica universitaria. Alla richiesta del primario Filippo Gabrielli di dotare il padiglione di uno spazio all´aperto, ricreativo e terapeutico, dove i pazienti potessero fumare liberamente, la risposta dell´ospedale è stata quella di creare il "recinto", la "gabbia" o ancora lo "zoo" come lo hanno soprannominato medici e infermieri, considerato che l´aiuola si trova su un lato del viale dove passano, durante la giornata, centinaia di dipendenti della cittadella ospedaliera, parenti di ricoverati, fornitori.
Gianni Orengo, direttore sanitario del San Martino, spiega che «si tratta di una soluzione provvisoria in attesa del trasferimento del reparto in un padiglione dotato di un parco; per altro l´aiuola deve essere attrezzata con panchine e tavolini. Mi rendo conto che non è la sistemazione ottimale, ma a fronte delle richieste il nostro ufficio tecnico ci ha lavorato parecchio e meglio davvero non si poteva fare. Quanto agli infermieri troveremo con loro una soluzione».
Sono stati gli infermieri, infatti, rifiutandosi di scortare i pazienti nel recinto, a far scoppiare il caso che è stato denunciato on line da Giovanna Profumo sul sito Oli (Osservatorio Ligure sull´Informazione).
«Quell´area, con quella recinzione, non permette di garantire il rispetto della dignità della persona, ecco perché i nostri colleghi hanno preso questa decisione» spiega Carmelo Gagliano, presidente della sezione genovese dell´Ipasvi, il collegio degli infermieri professionali. «Oltre a questo aspetto, di solidarietà umana - aggiunge Gagliano - a nostro parere non risponde ai criteri di sicurezza previsti dal progetto e soprattutto quel contesto non favorisce quella finalità terapeutica che, attraverso spazi comuni per uomini e donne, mira al ritorno ad una vita normale. Gli infermieri del reparto comunque continueranno a far uscire e accompagnare dove possibile i pazienti».
Che poi vuol dire quella sorta di zona franca tra l´entrata e l´androne della clinica tra la macchinetta dei caffè e il muretto davanti all´ingresso. Il problema è complesso perché si tratta di pazienti che, almeno nella fase acuta devono essere seguiti, alcuni hanno subito ricoveri coatti, possono essere violenti, e sono quasi tutti fumatori incalliti, compulsivi. «Ma la risposta non può essere quella di un recinto esposto al pubblico - commenta Paolo Pescetto dell´Associazione famiglie ammalati psichici - . Purtroppo, nonostante medici e infermieri stupendi, ci ritroviamo con scelte assurde come queste».
il Riformista 4.6.09
Euro-sinistrati
E il Pd rischia d'essere primo tra i socialisti
Il sorpasso del gambero. Tale è la disfatta generale che Franceschini potrebbe portare la truppa più numerosa nel nuovo eurogruppo progressista, ribattezzato per accogliere i democrat italiani
di Stefano Cappellini
Oggi gli inglesi possono chiudere l'era del New Labour
Progressisti a rischio. Ovunque i partiti socialisti sono in difficoltà. In Italia allarme astensione. Adriano Sofri respinge il «voto utile». Ma Prodi accorre in aiuto di Dario: andate alle urne.
Oggi gli elettori inglesi saranno i primi a recarsi alle urne per il rinnovo del Parlamento europeo e per un importante turno amministrativo. Le previsioni sono di un tracollo dei laburisti, che potrebbe anche provocare la fine anticipata della legislatura. Ma tira una brutta aria per tutta la sinistra europea, sia quella d'opposizione sia quella di governo. La crisi ha eroso il consenso dei socialisti spagnoli e dei socialdemocratici tedeschi. In questo quadro il Pd non fa eccezione. Ieri Romano Prodi ha lanciato un appello per il voto al partito di Franceschini, ma la lista degli astensionisti e di chi volta le spalle ai democratici si allunga sempre più. Ultimo in ordine tempo Adriano Sofri, che annuncia il voto per Sinistra e Libertà.
Gli inglesi e i socialisti francesi viaggiano sotto il 20 per cento, i socialdemocratici tedeschi sono quotati al 27 per cento, più o meno come i democratici di Franceschini. Gli unici che stanno meglio, i socialisti spagnoli, rischiano comunque di essere sorpassati dai popolari e investiti dalla crisi, che nel paese di Zapatero sta intaccando pesantemente la crescita impetuosa degli ultimi anni. Naturalmente, pesa anche un ricambio fisiologico in questa ondata di sconfitte. L'era laburista va a chiudersi dopo tre mandati ricchi di soddisfazioni e anche le rivoluzioni più profonde sono destinate, prima o poi, a esaurire la loro spinta e lasciare spazio all'alternanza. Ma è impossibile non vedere che lo scacco del New Labour è lo scacco strategico di tutto il fronte socialista e democratico. Dopo essere stato il faro ideologico della sinistra anni Novanta, il partito di Tony Blair oggi, coi suoi guai e le sue divisioni, ne racconta al meglio l'ingolfamento.
Il modello blairiano - un mix di moderatismo e forte riformismo sociale, caratterizzato dall'abbandono di ogni tabù sul ruolo del mercato e dell'iniziativa privata e dalla volontà di sfondare elettoralmente al centro - è stato l'ultimo grande esempio di internazionalismo. In Germania si è presentato al governo con l'etichetta del Nuovo Centro di Gerard Schroeder, in Spagna ha ispirato le fortunate ricette economiche di Zapatero, in Italia è arrivato in forma compiuta col discorso del Lingotto di Walter Veltroni, insuperato esempio di blairismo puro ma, purtroppo, tragicamente fuori tempo massimo.
Nel frattempo, infatti, è cambiato il mondo. Finita l'era delle vacche grasse, della fiducia nelle virtù autoregolatrici del mercato, la sinistra non sa più dove andare a parare. La crisi economica ha stravolto tutti i paradigmi recenti e soprattutto, lungi dall'orientarsi a sinistra, gli strati sociali morsi dalla crisi hanno messo proprio la sinistra sul banco degli imputati. Come uscirne dunque? Chi immaginava che l'elezione di Barack Obama negli Stati Uniti avrebbe fatto levare vento nuovo anche da queste parti è smentito dai fatti. E se le urne castigheranno la sinistra è anche perché nessuna formazione pare aver trovato la ricetta per uscire dalle secche.
Provare a rilanciare una versione riveduta e corretta della Terza via? E come, se nemmeno la credibilità del più celebrato ministro del Tesoro degli ultimi vent'anni basta a convincere gli inglesi che una nuova stagione di governo laburista è la migliore risposta alla bufera economica? Flirtare con il populismo e con il crescente sentimento di anticapitalismo? C'è chi è tentato persino da questa soluzione (tra le mozioni del recente congresso socialista francese ce n'era una collocabile a sinistra di Bertinotti), ma su questo terreno partono avanti, ancora più che le formazioni della sinistra radicale e comunista, movimenti identitari come il British National Party in Gran Bretagna o la Lega in Italia. Riscoprire le virtù dello statalismo e dimostrare che il ritorno alla mano pubblica in economia non è solo necessità ma anche virtù? Ammesso e non concesso che sia la strada giusta, la sinistra arriva di nuovo in ritardo, come già accadde all'inizio degli Ottanta con la rivoluzione liberista di Reagan e Thatcher, ruminata e assimilata con un decennio di differita. I capi di governo e di Stato della destra hanno infatti già anticipato o cavalcato la crisi per riposizionarsi abilmente al centro della scena e del dibattito accademico. Un filo robusto lega il dirigismo sarkoziano, il solidarismo merkeliano e l'antimercatismo tremontiano. Il pallino delle politiche neo-keynesiane oggi è in mano alla destra. E, in ogni caso, la tragedia della sinistra perdente degli anni Zero è che rischia di diventare ostaggio di uno scontro al ribasso tra nostalgici: quelli dell'era blairiana contro quelli dell'era pre-blairiana.
La situazione del Pd è un altro specchio perfetto dei tempi. La «soluzione tecnica» adottata da Franceschini per evitare che gli eurodeputati democratici tornino a sedersi su banchi separati a Strasburgo - l'adesione al gruppo del Pse ribattezzato però "Alleanza dei socialisti e dei democratici" - incontra l'ostilità netta di un pezzo di partito per il quale questa della collocazione europea non è una faccenda che può risolversi con un cambio onomastico. E non è un mistero che un pezzo del partito sia pronto a scindersi e tuffarsi in avventure neocentriste qualora al congresso di ottobre Pierluigi Bersani dovesse conquistare la segreteria su una piattaforma sinistrorsa e filo-sindacale.
La partita, in Italia come nel resto del continente, appare sempre più giocata tra chi vuol provare a rifondare la sinistra sulle vecchie fondamenta e chi ritiene che occorra abbattere i vecchi recinti e costruire su terreni vergini. Di certo, sulle macerie del voto europeo non sarà riedificare.
il Riformista 4.6.09
Valdo, lo Spini nel fianco del Pd spaventa Renzi
Vendetta. «A Firenze - dice l'ex ministro - mi sono sempre preso delle soddisfazioni. Come quando Craxi mi mise tredicesimo in lista e stravinsi con oltre 19mila preferenze».
di Tommaso Labate
Firenze. V per Valdo Spini. V per vendetta. L'ex vicesegretario del (vecchio) Psi ha rotto con i (nuovi) socialisti del Ps e cucito con la Rifondazione comunista di Paolo Ferrero, i Verdi e i Repubblicani europei. Quindi ha scelto come simbolo il giglio rosso contornato di viola che rimanda all'amore calcistico della città. Ora, forte di sondaggi che lo danno al di sopra del 10%, si prepara a rovinare il giocattolo del democratico Matteo Renzi, l'enfant prodige del Pd in salsa gigliata che senza la sua presenza in campo sarebbe pressoché certo di diventare sindaco di Firenze già domenica sera, al primo turno. E invece no. La partita è tutta da giocare. Il Pd franceschiniano "vede" la vittoria immediata nell'ormai ex fortino rosso. Eppure ancora non la tocca. Perché in mezzo c'è Valdo, l'angelo vendicatore di se stesso.
«Nella mia città - dice Spini - mi sono sempre preso grandi soddisfazioni. Alle elezioni dell'87, Craxi pensò di "uccidermi" facendo la lista della Camera in ordine alfabetico. A me toccò il posto numero 13», ben lontano dal capolista Lelio Lagorio. Finì male, sia per Lagorio, che dovette accontentarsi della seconda posizione (17mila preferenze), sia per Bettino, che fu costretto a digerire i 19mila e passa voti con cui Spini dominò la sfida nell'allora circoscrizione Firenze-Pistoia.
V per vendetta. V per Valdo Spini. Dopo un nuovo, burrascoso, divorzio dagli eredi del Psi («Chissà come ci si sente a essere sostenuti da chi, come Ferrero, chiama sprezzantemente i socialisti "epigoni di Craxi"», gli ha mandato a dire ancora ieri il giovane segretario del Ps fiorentino, Tommaso Ciuffoletti), l'ex ministro attende l'ultima rivincita. È sceso in campo con un appello sottoscritto anche da Alfredo Martini, ex ct della nazionale italiana di ciclismo, e da Narciso Parigi, il cantante simbolo di oltre mezzo secolo fiorentino (oltre che interprete di Oh Fiorentina, inno ufficiale della squadra di calcio). Quindi ha costruito la tela della compagine "Spini per Firenze", in cui militano - in barba ai malumori dei vecchi compagni - il figlio di Nello Rosselli, il regista Alberto, e il nipote di Tristano Codignola, il ricercatore Tommaso. «Ho ricostruito il Partito d'Azione», ride Spini.
Nel suo mirino c'è soprattutto Renzi. «Ha detto che chi vota per me vota per Berlusconi? Ma è ridicolo. Se andassi al ballottaggio con il candidato del Pdl vincerei io, non Giovanni Galli». E ancora: «Renzi è bravo soltanto a distribuire schiaffi. È cresciuto con Lapo Pistelli e ora l'ha scaricato. Era nemico giurato di Leonardo Domenici e ora ha chiuso l'accordo con lui. La verità è che teme la mia candidatura. C'è ancora un 17% di indecisi tra me e lui». È il gioco della campagna elettorale, certo. Ma basta nominargli il candidato sindaco del Pd e l'ex ministro parte a raffica: «Renzi è soltanto un ragazzo aggressivo». «Pensi che D'Alema è venuto a Firenze per dire che bisognava aprire al dialogo con me in vista del probabile ballottaggio. E sa cosa ha fatto dopo Renzi? Ha detto che col sottoscritto non vuole avere nulla a che fare. Peggio per lui».
Se l'avventura del compagno V. è diventata un caso, molto lo si deve alla latitanza del candidato del Pdl, Giovanni Galli. L'ex portiere del Milan, a sentire i tanti malpancisti del centrodestra, si sta limitando al compitino. Persino Berlusconi, che pure ieri l'altro è venuto a Firenze (malvolentieri), si è rifiutato di tirargli la volata. Sia chiaro: nessuno ce l'ha con Galli, personaggio molto rispettato in città, anche dalla sinistra. Il problema, sempre a sentire le medesime fonti, starebbe nell'ultimo capitolo della sfida fratricida tra due pezzi da novanta del giro del Cavaliere: Paolo Bonaiuti e Denis Verdini. Di certo, in questa storia, c'è che "il portavoce" spingeva per la candidatura a sindaco di Gabriele Toccafondi, giovane parlamentare fiorentino del Pdl, molto gradito agli ambienti cattolici della città e quindi in grado di insistere sul bacino elettorale di Renzi. Al contrario l'"uomo macchina" del partito unico è stato l'esponente che di più si è speso per la nomination di Galli. Oggi, a pochi giorni dal voto, a Firenze circolano con sempre maggiore insistenza - alimentate off the record anche da una parte del Pd - voci di un "soccorso azzurro" al giovane Matteo. Un modo per gettare fango su Verdini? Oppure la strategia per ridimensionare, anche in vista del congresso del Pd, la portata della possibile vittoria del "giovane" Renzi? Chissà. Anche Valdo Spini strizza l'occhio al demone del sospetto. «Io non credo ai complotti. Ma è dimostrato che circa 3.500 elettori del Pdl hanno votato per Renzi alle primarie del centrosinistra. Per cui...».
Dal genere grottesco la storia della candidatura Galli ha sconfinato nel giallo. Qualche settimana fa, infatti, l'Ansa ha ricevuto e messo in rete un comunicato in cui il giovane deputato berlusconiano Alessio Bonciani rassegnava le dimissioni da coordinatore del Pdl fiorentino. «Qualcuno dei cosiddetti big del Pdl diceva che stavolta Firenze sarebbe stata la battaglia della Toscana», si leggeva nell'incipit del testo. Poche righe più sotto, Galli veniva liquidato come «candidato al di fuori dal comune». Morale? Tre ore dopo Bonciani contattava l'agenzia di stampa, che nel frattempo aveva avuto tutte le conferme del caso, smentendo le dimissioni e chiamando in causa un fantomatico hacker che avrebbe forzato la sua e-mail personale. Tre ore, malignano ancora oggi a Firenze, segnate da più d'una telefonata sull'asse Palazzo Grazioli-Firenze. (1. continua)
il Riformista 4.6.09
Era la stampa bellezza, i piani-tagli dei grandi giornali
Analisi. Piccola ricognizione nel mondo dei quotidiani, il primo a essere messo in discussione dalla crisi.
di Gianmaria Pica
Mentre la crisi economica continua, resta l'editoria il primo settore in cui si procede alla ristrutturazione delle imprese. Con i ricavi pubblicitari in calo del 26 per cento nel quadrimestre gennaio-aprile 2009 - rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso - e con i quotidiani in contrazione del 23 per cento, i piani tagli dei grandi giornali italiani iniziano a prendere forma.
L'Unità
Oggi alla redazione del quotidiano diretto da Concita De Gregorio viene sottoposto il piano di organizzazione del lavoro, cioè una lista in cui per ogni giornalista viene associato il giorno di cassa integrazione. Lo scorso 28 maggio, il cdr - organo sindacale interno alla redazione - dell'Unità, con le associazioni di stampa territoriali e la Fnsi, ha ratificato al ministero del Lavoro l'accordo con la Nuova iniziativa editoriale (la società editrice del quotidiano che fa capo a Renato Soru) per il piano di ristrutturazione e l'avvio dello stato di crisi. Tradotto, significa che è applicabile l'ipotesi della cassa integrazione. Il cdr del giornale fondato da Antonio Gramsci, con un comunicato della scorsa settimana, ha fatto sapere che «ritiene impraticabile l'ipotesi di un'organizzazione della cassa integrazione a rotazione su base oraria» perché «rischierebbe tra l'altro di incrinare quello spirito di coesione solidale indispensabile per affrontare le difficili sfide cui la redazione è chiamata»: cioè l'accordo raggiunto tra la redazione e la proprietà che fissa a 17 unità il numero degli esuberi. Da quanto risulta al Riformista, il numero dei giorni di cassa integrazione a cui saranno chiamati singolarmente i 67 giornalisti dell'Unità sono 6. Per il 24 giugno è previsto per il quotidiano anche una ricapitalizzazione da 4 milioni di euro: iniezione di liquidità da parte di una fondazione con a capo l'imprenditore romano Raffaele Ranucci. Per il momento sarebbero stati raccolti solo 2 milioni di euro.
Corriere della Sera
Dopo che il direttore del primo quotidiano italiano, Ferruccio de Bortoli, ha ritenuto inaccettabile il piano ristrutturazione presentato dall'editore Rcs Mediagroup - tagli alla redazione del 25 per cento (90 giornalisti) per un risparmio di almeno 200 milioni di euro - ha presentato alla proprietà la sua controproposta. Prevede la chiusura anticipata del quotidiano alle 22.30, con un risparmio sul lavoro notturno. La riduzione della foliazione di quattro pagine per il quotidiano e per il Corriere Economia, di due pagine invece per il Corriere Salute. Tagli alle sedi all'estero: si passerà da quattro a tre giornalisti in America e da due a uno a Bruxelles. Per quanto riguarda il personale, l'obiettivo avanzato da de Bortoli è arrivare entro la fine del 2011 a una riduzione di organico più contenuta rispetto all'ipotesi avanzata dall'azienda: tagliare la redazione di 51 unità. Per quanto riguarda le ferie il direttore del Corriere ha proposto lo smaltimento di una parte di quelle arretrate e il pagamento al 50 per cento qualora non si riuscisse a consumarle: «Lo smaltimento ferie - dice de Bortoli - può essere uno strumento utile di accompagnamento ai pensionamenti anticipati». De Bortoli si è impegnato anche a un taglio dei collaboratori del 30 per cento (costi che scenderebbero dagli 12,8 a 9,5 milioni di euro all'anno). Inoltre de Bortoli prevede il passaggio al lavoro al web di tutti i giornalisti senza costi aggiuntivi. Rcs non ha ritenuto sufficiente la proposta di de Bortoli e i redattori sono in attesa di essere convocati dal cdr per discutere dei sei giorni di sciopero proclamati.
La Repubblica
Sembra che il quotidiano del gruppo l'Espresso abbia, grazie al lavoro sul caso Noemi, aumentato le copie - fanno sapere fonti vicine alla società editoriale - di «alcune decine di migliaia di copie». Manca l'ufficialità. Dagli ultimi dati di diffusione disponibili - quelli di febbraio 2009 - Repubblica ha venduto rispetto all'anno scorso circa 82 mila copie in meno. A giorni è previsto un incontro tra il cdr e l'editore per fare il punto della situazione economica del quotidiano e concordare assieme al corpo redazionale un piano di recupero. Alcuni osservatori dicono sarà «piuttosto soft, rispetto a quello degli altri quotidiani».
La Stampa
Il cdr del quotidiano di Torino oggi incontrerà la proprietà (John Elkann) per discutere del piano a cui sarà sottoposto il corpo redazionale. Si parla di circa di circa 40 tagli tra prepensionamenti volontari ed esodi incentivati (i redattori della Stampa sono circa 240). Il nuovo direttore, Mario Calabresi, ha iniziato a riorganizzare la redazione: Umberto La Rocca lascia l'incarico di vicedirettore vicario per assumere quello di inviato-editorialista; Cesare Martinetti assume la carica di vicedirettore (l'assemblea di redazione si riunirà oggi per esprimere il voto di gradimento al nuovo vicedirettore); Mattia Feltri, così come aveva chiesto al precedente direttore del giornale Giulio Anselmi, torna a scrivere con la nomina di inviato e - anche a causa di un incidente causato dalla pubblicazione di un articolo di Marco Belpoliti in cui si attaccava Vittorio Feltri - abbandona la carica di capo della redazione romana. Sarà sostituito da Paolo Mastrolilli. La tensione in redazione è alta.
Il Messaggero
Oggi il comitato di redazione del quotidiano romano incontra la proprietà per discutere del piano di riduzione costi che prevede 48 esuberi. Nel primo trimestre del 2009, il quotidiano di via del Tritone ha totalizzato 1,2 milioni di perdita. Alla luce di questi dati, l'editore del Messaggero, Caltagirone, ha presentato alla Fieg il piano tagli da 48 esuberi e la chiusura di alcune redazioni locali (per esempio Civitavecchia e San Benedetto del Tronto). Il cdr ha rifiutato il piano dell'editore e ha consegnato alla proprietà un documento di 12 pagine con i conti 2000-2007: periodo nel quale il Messaggero ha totalizzato utili complessivi per 277 milioni di euro: «Una cifra enorme - dice al Riformista il cdr del Messaggero - rispetto alla perdita di 1,2 milioni (l'equivalente di un piccolo appartamento al centro di Roma)». Secondo il cdr del quotidiano di Caltagirone, «48 esuberi sono troppi: corrispondono a un quarto del corpo redazionale».
il Riformista 4.6.09
Una fiction sui disturbi psichiatrici
Arriva Gallagher, il nuovo dr House che ricovera in tv i matti di L.A.
di Stefano Ciavatta
INTERVISTA. Una fiction sui disturbi psichiatrici, girata a Bogotà per ridurre i costi, sugli schermi in contemporanea per prevenire la pirateria online. Il protagonista Chris Vance è un giovane medico dai metodi innovativi, più vicino ai pazienti del temibile Laurie. Successo scontato? «La sfida è fare intrattenimento parlando di malattia mentale». Le grandi narrazioni di oggi si guardano in salotto? «Sì, ma niente sostituisce un libro».
«Human flesh, human flesh!» strilla di colpo un uomo battendosi con una mano il petto. «Sono reale, sono fatto di carne umana!» urla lo sconosciuto in preda alle allucinazioni, brandendo uno sgabello per allontanare gli uomini della sicurezza che sembrano farglisi intorno con gli occhi rossi e la lingua biforcuta. Siamo nella sala d'aspetto di Mental, la nuova serie tv che debutta oggi su Fox (ore 22, canale 110 di Sky): non è luminosa come quella del dottor House, nè frenetica come il pronto soccorso di E.R. C'è invece un'atmosfera da imbarco carontesco, un rumoroso affollamento fatto di storie di disturbi mentali e di ingranaggi intaccati, tutti in fila. «Sono anche io come te» dice un altro sconosciuto in fila, mettendosi al suo fianco, nudo pure lui- «oggi non sei più da solo». È la rassicurazione che seda gli animi, intanto si affronta la solitudine. E poi, cosa fare con mostri della psiche? Combattere ora? «No, viviamo un altro giorno, proviamo a lottare domani insieme» dice l'inaspettato alleato. L'uomo al fianco è in realtà il dr. Jack Gallagher, psichiatra giovane e avvezzo a metodi di cura anticonvenzionali, appena nominato direttore del dipartimento di salute mentale del Warthon Memorial Hospital di Los Angeles.
Lo intepreta Chris Vance, che il Riformista ha incontrato a Londra, pronto a debuttare stasera in Europa come nel resto del mondo in contemporanea. È una delle due novità della serie: una strategia di marketing per aumentare la visibilità ma anche per tentare di prevenire la pirateria online. Poi, complice la crisi di Hollywood, c'è la scelta low budget di aver girato la serie a Bogotà in Colombia. Per ora in Usa la prima puntata di Mental, andata in onda il 26 maggio, ha avuto il terzo diascolto della serata. Il medical drama è una certezza per gli ascolti in tv. Qui si parla però di psichiatria, un argomento delicato. Qual è la differenza a livello di scrittura e interpretazione? Lo chiediamo a Vance.
«La psichiatria è una scienza relativamente giovane e in realtà della mente umana sappiamo ancora poco, e Mental parla proprio di questo. È questa la differenza tra la serie e dagli altri medical drama ma è anche la sua difficoltà, non è facile mantenere un equilibrio l'intrattenimento e temi così delicati. Per gli autori la sfida è molto forte, fare intrattenimento parlando di fobie, di malattia mentale, di temi che sono tabù ancora oggi, cercando di non cadere nel tragico, nel ridicolo, o peggio nel derisorio. Quello del disagio mentale è un tema molto delicato, ognuno di noi ha un amico, un parente, che ha avuto o ha problemi del genere e non è affatto facile parlarne, figuriamoci scriverne per la tv.
La stampa americana tira in ballo "Dr House". L'handicap di House simboleggia una inquietudine del personaggio. Qui, c'è un volto rassicurante, un'aria atletica. Cosa nasconde il dr. Gallagher?
La differenza fondamentale tra i due è nel modo che hanno di trattare il prossimo, pazienti o colleghi che siano. Il dottor Gallagher al contrario di House cerca di arrivare alle sue conclusioni entrando in contatto empatico con la gente, cerca di capire. Jack è sempre anche molto attento al suo stato mentale, che non è perfettamente stabile, in fondo lo teme.
Gli sceneggiatori si sono basati su teorie o studi particolari? Avete dei consulenti?
Certo, abbiamo psichiatri, medici e farmacologi che ci fanno da consulenti. Quasi tutte le sceneggiature sono basate su casi reali, ovviamente riadattate con licenza poetica per renderle più interessanti e dare una cifra di intrattenimento. Vedrete un episodio straordinario su una gravidanza isterica tratto da una storia vera. Mental è un dramma, non è un documentario su un vero medico che usa terapie alternative, quindi fare usare a Jack solo terapie alternative sarebbe stato sbagliato, come dire che tutto il resto della medicina è inutile. Lui è comunque un personaggio innovativo, sicuramente Jack è uno che rifiuta i protocolli standardizzati, non acceta che che per ogni diagnosi ci sia un unico modo possibile di procedere e pensa che per ogni paziente vada trovata una terapia ad hoc. Rifiuta le categorie, le diagnosi a senso unico. Se ad un paziente viene diagnosticata la schizofrenia non è detto che la cura debba essere la stessa che ha funzionato per altri schizofrenici prima. Prima cerca di entrare nella mente dei suoi pazienti, e poi parte da lì per trovare la giusta terapia.
Il "New Yorker" in particolare dice che c'è qualcosa di "Patch Adams" in Gallagher. Sotto il sorriso benevolo, c'è qualcosa di sovversivo. Cosa ne pensa?
Sicuramente hanno delle affinità. Se avessi un qualsiasi tipo di disordine mentale mi affiderei ad un medico alla patch Adams o alla Jack Gallagher, un medico che cerca di capire chi sono i suoi pazienti, che esplora le diverse strade e possibilità. Vorrei sapere tutto quello che il mio medico pensa e decide di farmi.
Anche Hugh Laurie è inglese come lei, anche lui recita in un medical drama. C'è un'invasione britannica nelle cliniche di Hollywood?
Non credo che ci sia un'invasione, siamo solo due inglesi che interpretano due medici in due serie tv.
Qui a Londra un attore block buster come Jude Law va in scena con "Hamlet". Che importanza ha la vostra formazione teatrale?
Rispondo a titolo personale. Cedo che un attore che viene dal teatro abbia una maggiore sensibilità rispetto al pubblico, sa comunicare con il proprio pubblico, ha avuto il privilegio di sperimentarne le reazioni dal vivo come avviene a teatro. Lavorare di fronte a una telecamera è tutta un'altra cosa, ma se hai lavorato di fronte al pubblico è più facile mantenere quel tipo di sensibilità di fronte al pubblico. Immagino sempre che ci sia gente di fronte a me e invece c'è solo la telecamera.
Per Michael Crichton E.R. doveva rappresentare un ideale di pronto soccorso sanitario. Quasi una serie tv politica. L'approccio del dr. Gallagher può rappresentare un'ideale terapia?
Non ne so abbastanza di disagio mentale per potere affermare che Jack rappresenti un medico ideale e in ogni caso non penso che sia un personaggio scritto come ideale.
Cosa vuol dire per un attore andare in onda in tutto il pianeta contemporaneamente, dall'America al Sudamerica? Una soluzione per contrastare la pirateria?
Questo fatto mi fa sentire un privilegiato, ma io mi sento un privilegiato ogni volta che ottengo una parte e mi rendo contro che sono una persona che fa il mestiere che gli piace. Quello della pirateria e dei download illegali è un problema molto serio oggi, toglie ossigeno al mercato abbassandone la qualità. Sta seriamente mettendo a rischio il futuro della produzione televisiva, soprattutto quella di qualità.
Mental è stato girato a Bogotà per esigenze economiche. Ne ha risentito la produzione? Come è andata?
Quella delle serie tv americane è una vera è propria industria basata su ritmi e modelli produttivi rodatissimi ed estremamente efficienti. I professionisti colombiani con cui abbiamo lavorato erano abituati ad altri ritmi, abbiamo avuto una fase di rodaggio un po' faticosa ma poi è stato come se avessimo girato a Los Angeles o in qualunque altra parte del mondo.
C'è un elemento fantasy nella serie tv. Ha un motivo preciso nella narrazione?
Sicuramente c'è un elemento di genere. Nel primo episodio c'è un escamotage tecnico, spero il più verosimile possibile, per dare un'idea di quello che può esserci nella mente di uno schizofrenico e raccontarlo attraverso la tv.
Oramai le serie tv sono le nuove grandi narrazioni. E i libri?
Penso che sia vero e che molto sia dipeso dalla tecnologia audiovisiva che negli ultimi anni è diventata disponibile per tutti in tutto il mondo o quasi, oggi chiunque può avere esperienze di qualità cinematografica nel salotto di casa propria e questo ha fatto sì che gli standard produttivi della tv si alzassero. Insomma si è creato un circolo virtuoso che ha fatto anche crescere gli standard di scrittura e recitazione. In ogni caso, almeno per me, l'emozione che ti può dare un libro che ti coinvolge e che ti fa pensare e immaginare cose, che ti lascia la possibilità di dare la tua interpretazione delle vicende narrate, non può essere sostituita da nulla.
il Riformista 4.6.09
Massenzio inscena, il coma festivaliero della nostra poesia
di Carlo Carabba
CRISI. Domani al Festival delle Letterature recitano i poeti. Ma ormai il genere è sempre più chiuso in se stesso, impigliato da troppi manifesti elitari ed ignorato dai media. Così, i bardi aumentano e i lettori crollano.
«"Qual è oggi l'utilità o la funzione della poesia?" La domanda si rivela non meno urgente per il fatto di essere posta in tono provocatorio da tanti babbei o soddisfatta con risposte apologetiche da tanti sciocchi». Nei sessantuno anni che ci separano da quel 1948 in cui Robert Graves scriveva queste parole, l'urgenza della domanda non è certo diminuita. Assediata da tardoavanguardie, cattivi maestri e accademici antiaccademici la poesia ha vacillato sotto i colpi delle possibili risposte, formule spaventose secondo cui la poesia deve «abitare un non luogo», «svelare l'infondatezza ontologica del reale», «creare un'antilingua che rovesci il linguaggio ordinario e comune», slogan nel migliore dei casi incomprensibili, nel peggiore orribilmente sbagliati.
Non stupisce se, date queste premesse, i lettori più assennati si sono ritratti. Convinti dalla propaganda degli esperti hanno dimenticato che la poesia differisce per forma e non per natura dal romanzo, il cui godimento maggiore risiede nella vaghezza arbitraria ma generalmente concorde dei gusti di chi legge. Già, chi legge. Perché per fare un libro ci vogliono in fondo tre cose: lo stesso libro, un autore e un lettore. E una delle caratteristiche peculiari della seconda metà del Novecento è stata il progressivo assottigliarsi dei lettori di poesia, fin quasi alla loro estinzione.
Una delle conquiste più lampanti delle avanguardie poetiche è stata la rottura con un apparato tradizionale fatto di versi codificati, sonetti e altre forme chiuse. Quello che parve ai più come un trionfo, il superamento delle pastoie di astrusi codici sillabici, proprio come in pittura si rinunciava all'imperativo del realismo, fu all'origine di numerosi equivoci e di una filiazione paradossale.
Da un lato poeti che si proclamavano eredi diretti e legittimi degli audaci esploratori verbali delle avanguardie hanno esteso il concetto di critica alla tradizione e alla sintassi e alla significazione. Le loro poesie così non avevano metro, non avevano grammatica e non avevano senso, in un folle volo verso il vuoto che può esser frutto di letture filosofiche mal digerite o di un nichilismo metafisico mascherato da progressismo. Dall'altro c'è stata una fioritura di una poesia assolutamente antisperimentale, spontanea e impressionistica, che si limita a registrare lo stato d'animo, il ricordo o l'orizzonte visivo di chi scrive senza il minimo contributo di pensiero.
Le poesie dell'una e dell'altra categoria avevano la medesima capacità di privare il lettore di ogni soddisfazione, lasciandolo a pensare stordito e infastidito «questa roba la scrivevo pure io», come ha denunciato Alfonso Berardinelli, critico intelligente e lucido delle storture di molta poesia contemporanea.
La controprova sta nell'incremento esponenziale degli autori di poesia, simmetrico alla diminuzione dei suoi lettori. Tra riviste specializzate, circoli appositi, blog e un numero inquantificabile di case editrici piccole o minuscole (molte delle quali a pagamento) l'Italia è invasa dai poeti, la maggior parte dei quali non riescono a farsi leggere che da amici e conoscenti. Sarebbe presuntuoso pensare che il talento e il genio troveranno comunque il modo di venire alla ribalta, temo più probabile che molti dei migliori poeti degli ultimi anni resteranno a margine, chiusi nei propri cassetti o in plaquette che regalano a Natale.
Di fronte a questo ambiente ostile e disgregato, alla selva di concorsi e serate di slampoetry, è comprensibile la reazione di molti autori di poesia che, come fecero a suo tempo gli uomini delle caverne, cercano il conforto e la protezione della comunità, riunendosi in scuole e correnti.
Così, senza un pubblico, senza spazi sulla stampa generalista o in altri media, troppo spesso il canone poetico è dettato dagli specialisti, che, ragionando con la logica della scuola, escludono dal Parnaso chiunque sfugga alle loro imposizioni. Da qui l'abbondanza di dichiarazioni programmatiche di poetica che, con ritardo imperdonabile, continuano a essere in voga tra poeti più o meno laureati. Tali manifesti possono avere un elevatissimo valore estetico ed intellettuale, un valore solo individualmente pratico (possono ispirare la poetica di un singolo, mai di tutti) e mai possono divenire vincolanti, a meno di non volere escludere dalla famiglia della letteratura grandissimi autori che contravvengono al gusto o ai dettami del momento. Così per far spazio a Eliot si lascia fuori Keats, per far spazio a Quasimodo Gozzano, per Sanguineti si lascia fuori tutto il resto. Certe poesie, schiacciate dalla teoria, hanno sul lettore lo stesso effetto annichilatorio che ha la visione di alcuni mostri dell'architettura razionalista, progettati senza tenere conto di chi avrebbe dovuto abitarli.
Domani al Festival della Letteratura di Massenzio va, per la seconda volta, in scena una serata dedicata alla poesia. La scelta, quest'anno come per la scorsa edizione, è bella, e tra le rovine leggeranno molti poeti a me cari.
Ma sarà stato vano se gli spettatori non sentiranno il bisogno di percorrere la strada che dall'ascolto porta alla lettura, dalle luci del palco a quella, fioca, della propria camera da letto. I poeti devono riuscire a superare la soddisfazione della reciproca stima e avere il coraggio di cercare un pubblico che, a sua volta, abbia voglia di affidarsi ai loro versi, o, per dirla con Saba, «il desiderio dolce e vano d'immettere la mia dentro la calda vita di tutti».
Senza lettori, la poesia è una specie in via d'estinzione e la sua vita, tra festival e "giornate mondiali della poesia", una vita da riserva.
Liberazione 3.6.09
La Cina da Mao a Tienanmen
di Lidia Menapace
E' una icona antichissima, quella che mostra Davide, fornito solo della fionda come fosse un ragazzo dell'Intifada, aver ragione del gigantesco Golia, immagine stessa della forza bruta. E quell'icona si perpetua e viene ripresa anche in alcune famose foto del recente passato: chi può dimenticare la ragazzina vietnamita sottile piccola fiera, che tiene prigioniero, quasi al guinzaglio, un gigantesco soldato americano? E chi non ricorda lo studente leggero sfottente che danza allegro e senza paura davanti a un gigantesco carrarmato cinese nella enorme piazza Tien an Men? Come vorrei che a questa galleria di persone che credono più nella ragione che nella forza, nella giustizia che nelle armi si potesse aggiungere anche l'icona di Rachel Carrie! Ma davanti al suo corpo il carrarmato israeliano non si fermò!
Certamente la rivoluzione cinese e la Cina comunista sono state speranze vive per molti e molte di noi, soprattutto per alcune caratteristiche specifiche di grande prospettiva: il modello di industrializzazione che non punta sull'industria pesante, ma su quella che produce beni di uso comune e aiuta a sollevare ogni giorno un po' il livello di vita del popolo; l'internazionalismo pratico che afferma non potersi né volere in Cina puntare su un miglioramento delle condizioni di vita del popolo, una volta raggiunto il minimo vitale («un pugno di riso al giorno per tutti e tutte, un paio di sandali per ogni paio di piedi, una casa su tutte le teste») fino a che non si potesse procedere insieme agli altri popoli poveri;
Lidia Menapace
L'attenzione alla questione di genere che portò Mao a discutere con le donne che protestarono quando disse che erano la "seconda" metà del cielo, e quando si corresse che erano "l'altra" metà del cielo, placandosi solo quando si abituò a dire che le donne erano, come gli uomini, "una" metà del cielo: segno della piena comprensione di quanto sia importante il liguaggio come simbolo del reale.
Ma non solo questo: perché tutti e tutte potessero uscire dall'analfabetismo Mao fece trascrivere il cinese scontentando i Mandarini che lo rimproverarono di uccidere le straordinarie sfumature e sottigliezze e raffinatezze della lingua cinese per apprendere la quale nelle scuole mandarine si imparava a dipingere per l'appunto 10.000 segni. Mai un povero contadino sarebbe riuscito ad arrivare al "merito" necessario. Uguale senso della giustizia di classe mostrò verso la tradizionale medicina cinese, inventando i "medici dai piedi scalzi", preparati a sovvenire ai principali problemi igienico-sanitari della popolazione (ad esempio a non tagliare un cordone ombelicale con forbici non sterili o arrugginite). Al termine di questi processi culturali disse che secondo lui - al contrario di quanto diceva il proverbio - «i mandarini puzzano e i contadini no» e che uno sarebbe stato un vero intellettuale comunista quando avesse sentito "puzzare i mandarini".
Esprime qui un disprezzo e giudizio greve sulla antichissima cultura cinese che lo indusse anche a misure repressive verso gli intellettuali, e fu l'inizio di un processo di degrado della libertà che arriva fino alla piazza Tien an Men e alle lotte studentesche.
Quella della lotta contro la cultura borghese e il privilegio del sapere è una delle scelte più delicate e difficili, quando si produce dopo una rottura rivoluzionaria e vi è l'obbligo di sottoporre ad attento vaglio tutto il passato.
La Rivoluzione culturale fu di certo la più rischiosa e mal finita parte della Rivoluzione cinese e resta a noi il compito di definire la scelta culturale, prima fra tutte le libertà "sovrastrutturali".
E dalla Rivoluzione cinese perciò molto resta comunque da studiare, capire, imitare anche nelle sue innovazioni, ma restano anche molti problemi irrisolti e penso che lo studente che sfida il carrarmato rappresenti tutto ciò in modo straordinario e limpido: la libertà di parola, insegnamento, ricerca è il più sicuro indicatore della democrazia reale, e si tratta di libertà senza aggettivi, libertà religiosa per poter dire no a qualsiasi infrazione della laicità, libertà di studio per poter dire no alla riedizione dei mandarini nostrani, libertà di innovazione, quando i simboli che invadono ancora la Cina di bandiere rosse, stelle rosse, falci e martelli non corrispondono più a una vera libertà, quando si vede che i poveri vengono lasciati indietro e il lusso brilla nelle metropoli delle Repubblica popolare cinese. I simboli sono straordinari veicoli di senso, fino a quando non diventano riti solenni, ma vuoti e assomigliano a quelli che si celebrano nelle cerimonie religiose.
Liberazione 3.6.09
Detenzione finché dura la "pericolosità sociale", abbandono, contenzione
Ospedali psichiatrici giudiziari di Aversa e Napoli. Un viaggio nella sofferenza incarcerata
di Giusto Catania
L'uomo accovacciato nel corridoio mostra una ferita profonda nella testa, pochi denti gialli e indossa abiti invernali, anche se siamo in piena estate. P. ha 37 anni, ma ne mostra 50, soffre di anoressia, vive in una cella che è un letamaio ed è un internato dell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa. La nostra visita parlamentare termina qui, ma l'orrore per le storie e i visi che abbiamo incontrato è appena cominciato. Una settimana fa abbiamo visitato anche l'Ospedale psichiatrico giudiziario di Napoli, all'interno del carcere di Secondigliano. Anche qui storie di disagio mentale, povertà e di uomini dimenticati.
Negli Ospedali psichiatrici giudiziari (ve ne sono sei in tutta Italia) entrano i sofferenti psichici che hanno commesso un reato. Poiché non sono capaci di intendere sono condannati non ad una pena, ma ad una misura di sicurezza. La differenza è che la misura di sicurezza può essere prorogata fino a che dura la pericolosità sociale. E quindi avviene queste persone anche se hanno commesso un reato minore scontano decine di anni di questi che sono, a tutti gli effetti, carceri, tanto è vero che dipendono dal Ministero della Giustizia.
V., un uomo di circa 50 anni ci mostra il suo foglio processuale. La sua misura di sicurezza è terminata da un mese, ma al momento la data del riesame non è stata ancora fissata. «Ma dove siamo - grida - in Italia o che?». Non ha notizie, da nessuno, nemmeno dal suo avvocato. Molti degli internati sono stati difesi da avvocati di ufficio. A Napoli un internato, che ha scontato già due anni per un furto, è stato addirittura denunciato dal suo avvocato perché insolvente. «Con che lo pago? - ci dice - mentre con una mano si tiene un pantalone consumato e sporco, tenuto su solo da un filo di spago». Ad Aversa visitiamo la sezione che è detta "Staccata", tristemente celebre per i suicidi e i letti di contenzione. Quello che abbiamo visto, ancora ora ci fa rabbrividire. Centinaia di uomini, in celle spoglie e sporche, che, in piena mattinata, giacciono nei loro letti sudici. Qualcuno si aggira nei corridoi, i più sono accovacciati, con in mano l'immancabile sigaretta. Al momento della nostra visita nell'Opg di Aversa, 270 internati, non è presente un solo psichiatra. La direttrice spiega che con la riforma della sanità penitenziaria la competenza è ora delle Asl. Ma qui vi sono solo due infermieri a reparto. Alcuni di loro, 12 sui 46 di tutta la struttura, da mesi non percepiscono stipendio e sono preoccupati per il loro futuro lavorativo. Il personale infermieristico e parasanitario è evidentemente sottostimato rispetto alle esigenze e opera in condizioni di precarietà. Ciò pregiudica ulteriormente la già ridotta capacità di assistenza sanitaria perché non si può lavorare in queste condizioni.
Da ogni cella si affacciano visi che sembrano quelli dei malati dei manicomi civili chiusi da Basaglia. Ma qui la riforma non è mai arrivata. Le condizioni di detenzione non rispettano quanto previsto dalla legge. A Napoli, molti internati non hanno nulla in cella, né sedie, né tavolo, né sgabello e nemmeno il televisore. A parte il passeggio, il resto della giornata i circa cento internati la trascorrono chiusi in cella. Verifichiamo, poi, che è ancora utilizzata la pratica della coercizione, quella di legare ad un letto, anche per giorni, il sofferente durante una crisi. Nel 1982 lo denunciava Alberto Manacorda, psichiatra democratico, in un suo libro sui manicomi giudiziari. Dopo 27 anni, secondo il libro inchiesta di Dario Stefano Dell'Aquila, ancora si registrano centinaia di casi di contenzione, in alcuni occasioni prolungati per settimane. Decidiamo di verificare direttamente.
A Napoli chiediamo di vedere la stanza di coercizione. C'è un momento di imbarazzo, poi ci conducono in una stanza vuota, alla parete un grande disegno. Un letto, decisamente sudicio, fa bella mostra di sé al centro della stanza. Ai piedi e alla testa sono saldati i moschettoni che servono per le cinghie di coercizione. Gli psichiatri mi rassicurano che quel letto non è utilizzato, se non raramente. Non ci basta. Verifichiamo il registro di contenzione, e scopriamo che quel letto è stato utilizzato più volte e per più persone. Ci chiediamo cosa ci sia di terapeutico nel legare una persona che ha una crisi psichica. Ad Aversa invece, da qualche mese, hanno levato i vecchi letti di contenzione. La direttrice ne è giustamente orgogliosa. Qui la riforma della sanità penitenziaria ha almeno prodotto un effetto. E però un internato, non visto, ci dice che non li legano più là, ma che adesso usano le fascette, cioè li legano ai letti con le lenzuola. Ci rechiamo in quella che era la vecchia stanza di coercizione. E' qui che troviamo P. che ripete che lui non mangia, che ha bisogno dei suoi integratori alimentari.
Prima di lui, nei corridoi di una struttura che è la stessa da oltre un secolo e che mostra tutti i suoi limiti strutturali, incontriamo decine di storie, impossibile raccontarle tutte. Un internato mostra la sentenza del magistrato di sorveglianza che dichiara terminata la sua pericolosità sociale, ma che proroga la misura di sicurezza perché non vi sono altre strutture residenziali protette dove accoglierlo. In questa condizioni è circa la metà degli internati di questo posto. Mentre ripercorriamo il corridoio, dalle celle spunta un uomo con la barba bianca lunga e incolta. Ci dicono che ha commesso un reato grave, di sangue e che gli psichiatri hanno detto che è socialmente pericoloso. Non abbiamo motivo di dubitarne, se non fosse che quest'uomo ha 84 (ottantaquattro) anni e che, forse, sarebbe possibile trovare soluzioni alternative alla reclusione.
Gli infermieri ci mostrano il loro spogliatoio a cielo aperto, un cerchio di armadietti all'interno di una tromba di scale. Leggiamo stupore nei loro occhi, perché di parlamentari che passino di qui non se ne vedono molti (l'unico che ricordano è Francesco Caruso). Del resto, ci ricorda uno di loro, «gli internati non votano» e a denunciare certe cose ci si fanno solo nemici. Non sapremmo che rispondere, se non che in questi posti sono rinchiusi uomini che avrebbero avuto diritto ad un'assistenza psichiatrica e che invece, assieme alle loro famiglie, si sono trovati completamente soli. Per questo è importante essere qui, durante una campagna elettorale così importante e impegnativa. La battaglia per la chiusura di questi posti non è ideologica, ma corrisponde ad una precisa posizione culturale. La convinzione profonda, cioè, che chi come noi esercita la propria militanza contro ogni forma di esclusione, ha il dovere etico e politico di cominciare la propria lotta da luoghi come questi, dove si incarcera il disagio e si imprigionano i diritti.
Liberazione 3.6.09
In libreria "Devi augurarti che la strada sia lunga", il saggio-intervista dell'ex segretario con Armeni e Gagliardi
Caccia allo stalinismo nascosto: Bertinotti racconta il suo Prc
di Maria R. Calderoni
Cercasi stalinista disperatamente. E lui lo ha cercato dappertutto, anche sotto l'Arco di Tito, anche con il visore a raggi infrarossi, ma vigliacca se ne ha trovato uno. Tanto che dopo il comizio-tranchant di Livorno, in quel 21 gennaio 2001, stesso luogo e stessa data della nascita del Partito comunista italiano, quello vero, del '21, nessuno si accorse di niente, il Prc non fece una mossa e lui ne sentì lo smacco. Nessuno stalinista saltò fuori, se c'era, dormiva. Racconta Fausto Bertinotti medesimo, con parole sue, nel libro-intervista scritto a sei mani (con Rina Gagliardi e Ritanna Armeni) che è appena uscito - Devi augurarti che la strada sia lunga , Ponte alle Grazie, pag. 208, euro 14 - e che ne ripercorre dall'inizio alla fine la vicenda politica e umana: «La svolta di Livorno (quella sua, del 2001, beninteso, ndr ), pur importante, non precipitò in un cambiamento del partito, dell'organizzazione, della divisione del lavoro e dei ruoli. Il partito nella sostanza non cambiò». Però il seme gettato ha dato i suoi frutti, tanto che tre anni dopo, dice sempre lui stesso, «quando fu costituito il Partito della Sinistra europea e ne divenni presidente, il passo più applaudito del mio discorso fu quello in cui dissi che non dovevamo andare verso il futuro senza una rottura con lo stalinismo chiara e irrevocabile».
Gliene sia dato atto. L'intervista lunga oltre 200 pagine, è in gran parte questo, la narrazione del titanico sforzo compiuto per liberare il partito, di cui nel 1994 era diventato improvvisamente segretario (per chiamata diretta di Cossutta), da quel dna comunista che lo inficiava e lo minava nel profondo. Invisibile ma ingombrante. Il titanico sforzo iniziato, appunto, a Livorno quel fatale 21 gennaio 2001, quando per la prima volta «spiego che noi dobbiamo fare i conti fino in fondo con la storia del movimento operaio del Novecento. Dobbiamo fare i conti con gli errori, le tragedie e gli orrori di questa storia. Pronuncio la parola "orrori" e sento che essa è già una rottura».
Praticamente una mission , che lui, Bertinotti, si carica sulle spalle, novello Cireneo, dal momento che «il Pci aveva trattato in modo elitario e paternalistico lo stalinismo presente nelle sue file e diffuso tra i militanti». Ciò che Rifondazione non poteva permettersi, in quanto «nel Prc avrebbe potuto avere effetti devastanti». Perciò «quel discorso è stato un momento importante nella storia di Rifondazione comunista».
Doveva incominciare tutta un'altra storia, insomma. E così fu. Quella degli "errori e orrori" diventa un leit motiv, la magnifica ossessione del segretario Prc: folgorato sulla via dall'Angelus Novus di Benjamin, quello che vola con la testa girata all'indietro, non conosce più un minuto di tregua, sulla traccia dello stalinismo nascosto dentro il Prc. Incomincia un rutilante caleidoscopio, immaginifico e altisonante, che cattura e lascia a bocca aperta, che frasi, che parole, che rappresentazioni. Nel libro si ritrovano tutte, le abbiamo diligentemente segnate: contaminazione, rottura estetica, innovazione-innovazione, scelta eretica, deriva moderata, partito estremo ma non estremista, desistenza, mossa del cavallo, big bang, reinvenzione, balzo della tigre, rovesciamento dell'attesa, de-ritualizzazione del rito, ribaltamento, revisionismo e metarevisionismo di sinistra («capace di far entrare la critica dello stalinismo nel Dna di Rifondazione comunista»), risveglio della bestia, combinato disposto che potrei definire diabolico, necessità di un'operazione chirurgica («una operazione profonda di cultura politica»), riprodurre il trauma.
Insomma, il demone lo sospinge, il passo successivo è ovvio. Ci vuole un'"altra" Rifondazione: è questa l'idea, questo il progetto spinto cui ora lavora accanitamente e con grande fervore visionario il segretario del Prc: che oltretutto è affabulatore, elegante, salottiero al punto giusto e buca il video.
Oltre , è la nuova parola bertinottiana. Oltre . «Con il nuovo partito si può incrinare e distruggere l'idea del monolite che contiene e dirige tutto», retaggio della storia novecentesca; oltre , basta con la militanza di partito «che conferiva una superiorità etica e politica». Adesso è l'era dei movimenti, del movimento dei movimenti, della idea altromondista. Della parabola "Rincominciamo da Genova"; della nuova fascinazione della non-violenza con tanto di costruzione ideologica e filosofica; del ripudio della presa del potere e della lotta per la vittoria («questo sostantivo mi dà un leggero imbarazzo per il suo alone semantico militare», sic); della «trasformazione delle cose che si intreccia strettamente con la autotrasformazione dei soggetti». Pur anche «della liberazione collettiva che sposta in avanti il conflitto». Insomma, occorre «far rivivere in noi la leggenda della Fenice, quella che risorge dalle proprie ceneri». Per cui, chiaro: «Il partito come l'abbiamo conosciuto, il nostro partito, non basta più, bisogna cambiare i modi, le forme, le pratiche del far politica».
E venne il V congresso, quello al taglione di Venezia; e venne il misero governo Prodi; e l'azzardo Arcobaleno, col disastro del 14 aprile 2008. Fine dell'Utopia siglata Fausto Bertinotti. Ma no. Va bene, a malincuore, ammette di aver sbagliato; con la mera storia dell'Arcobaleno, «non ho chiesto di votarci in nome della nostra identità storica. Ho fatto un tentativo un po' acrobatico dicendo agli elettori e alle elettrici: non votateci per quello che siamo stati o per quello che siamo oggi, ma per quello che possiamo essere».
Il tentativo «un po' acrobatico» fu bocciato e dolorosamente: ma Fausto Bertinotti si tira fuori. No. Perché «noi - lui e con lui il nuovo gruppo dirigente uscito dal congresso di Venezia - ci sforzavamo di rappresentare una discontinuità e invece apparivamo prigionieri di una continuità negativa con il nostro passato che ha vanificato ogni tentativo e ogni promessa». Sinistra sconfitta, «non siamo stati credibili», ma la colpa sta altrove. Sta, pensate un po', a Praga. «Quarant'anni fa lì in Cecoslovacchia è morta una storia grande che coinvolge tutta la sinistra anticapitalista del Novecento».
Pindarico come sempre (e anche «un po' acrobatico»...), Fausto Bertinotti si fa assolvere dalla Storia: Rifondazione, per colpa di Praga, non poteva farcela. E quindi «bisogna prendere atto fino in fondo della irreversibilità della crisi di questa sinistra, per come l'abbiamo conosciuta e vissuta».
Però,però... «Abbiamo avuto due sinistre. Non ne abbiamo più nessuna. Dobbiamo provare a ricostruirne una».
Da Bertinotti a Bertinotti. Tocchiamo ferro.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
mercoledì 3 giugno 2009
Repubblica 3.6.09
L’abuso di Stato
di Francesco Merlo
Questa volta è solo cafonaggine perché non ci può essere una giustificazione politica. Se è stata una concessione a Bossi, è stato comunque un gratuito sberleffo all´Italia istituzionale, fuori dai partiti e dalla politica, l´Italia vera. Si può infatti irridere all´avversario politico o magari anche all´alleato, ma Berlusconi durante la parata ha fatto le boccacce alla Repubblica che è la forma del paese, forma nel senso di Gestalt, dell´anima: la forma-sostanza di tutto. Davvero non c´entrano il torcicollo e la stanchezza.
Guardate le foto (nessuno stavolta le sequestrerà), guardate la mimica facciale, guardatelo mentre parodizza il saluto militare, con le labbra a pernacchia, il finto sorriso di dileggio. Sembra davvero il clown descritto dal Times.
La sola spiegazione, prima di addentrarci nella psicanalisi o nella geriatria, è che davvero abbia voluto strizzare l´occhio a Bossi che era assente perché lui, che è ministro delle Riforme, non vuole la res pubblica ma la res privata: ognuno con il suo territorio e uno sberleffo al due giugno che significa il referendum e i morti ammazzati, la guerra ma anche la rinascita di un paese che si riscatta da un passato bellicista. Il due giugno sono anche le forze armate che si posizionano nel cuore degli italiani dopo viltà e disfatte. Questa volta dunque non c´è più nulla di simpatico, la canzonatura è odiosa persino più dell´abuso che Berlusconi fa degli aerei di Stato. E bisogna dirglielo chiaramente, all´uomo che vuole piacere a tutti i costi: anche abusare degli aerei di Stato è odioso. Legalizzare un abuso infatti non cancella l´abuso ma anzi lo raddoppia.
E non perché Berlusconi ci fa viaggiare i suoi artisti e le sue star, la delicata voce bianca di Napoli e le bambole di Ibsen che nella politica estera italiana sono, con le battutine, con le pacche sulle spalle, con le barzellette e da ieri anche con le smorfie di scherno, ormai più importanti degli ambasciatori, delle strategie di investimento economico, del governo dei mercati, della flotta area e marittima, del controllo delle acque e dei cieli. Insomma, abbiamo ormai tutti capito che, nella modernissima rivoluzione berlusconiana, Mariano Apicella è il Bismarck del Kaiser.
Ma vogliamo dire che, nonostante questo prestigioso kaiseraggiamento, che ovviamente merita il dovuto rispetto istituzionale, malgrado insomma il suo alto e certificato rango, neppure Sua Eccellenza Apicella dovrebbe abusare dell´aereo di Stato. Sì, sappiamo tutto dell´ormai famosa "Direttiva del 25 luglio 2008 regolarmente registrata alla Corte dei conti" che autorizza a salire sugli aerei militari "personale estraneo alla delegazione" ma accreditato su indicazione e firma di Gianni Letta. Ma il punto è che un abuso che viene legalizzato non solo diventa un privilegio, intollerabile come tutti i privilegi, ma è ripugnante proprio perché il delitto è stato trasformato in diritto.
E sarebbe stato così anche se per, assurdo, Riccardo Muti, che non gode dell´alta onorificenza di Velina, nel luglio del 2007, anziché viaggiare su un volo di linea, fosse stato anche lui imballato, come una cassetta di spigole del generale Speciale, su un aereo di Stato e depositato al Quirinale per dirigere il requiem di Verdi per la pace, trasmesso in diretta nel martoriato Libano dove erano e sono impegnati i nostri soldati. Eppure di sicuro quel concerto poteva essere classificato tra le relazioni di politica internazionale.
Poiché ormai anche noi abbiamo imparato a conoscerlo, sappiamo che Berlusconi ci farebbe a questo punto notare che quella sua sensuale ballerina di flamenco, fotografata mentre scendeva dall´aereo presidenziale, pur non avendo certo i titoli di Muti, ha comunque almeno una laurea, come del resto le belle candidate Lara Comi, Barbara Matera e Licia Ronzulli. Insomma, che c´è di male nell´affidare la politica (estera) agli artisti qualificati? Al Quirinale la bacchetta di Muti, e a Villa Certosa il topolanek.
Certo, a Muti nessun agente dei servizi segreti in tuta mimetica fece provare il piacere della minicar, come accade alle ragazze di Villa Certosa. Sul Corriere di ieri Fiorenza Sarzanini ci ha raccontato che gli agenti in servizio durante queste feste politiche hanno anche le armi. Kalashnikov? Chissà che brividi! Tanto più che la legge che ha introdotto il nuovo galateo istituzionale, bene illustrato dalle foto sotto sequestro, non obbliga le ragazze a portare gli slip.
Berlusconi può davvero spacciare per politica estera queste sue fughe nella prepotenza di Stato e per rispetto istituzionale l´irresponsabilità di irridere al due giugno. E può darsi che sia vero che Berlusconi esprime l´anima di un Paese che non riesce a prendere sul serio neppure la sua tragica storia, e che le feste di Villa Certosa siano la versione berlusconiana degli antichi protocolli d´intesa e dei balli a corte. Ma non esistono leggi che possono cambiare la natura delle cose. Se per esempio a Berlusconi – nell´ambito di questa sua ruffiana politica estera – venisse in mente di invitare a Villa Certosa l´intero circo Togni, nessuna nuova disciplina d´urgenza firmata da Gianni Letta, renderebbe elastico l´acciaio permettendo ai servizi segreti e all´aeronautica militare di trasportare e ospitare a bordo gli elefanti e le giraffe. Ecco: l´acciaio rimane acciaio e l´abuso rimane abuso. Anzi, legalizzare l´abuso non solo non lo cancella ma, come dicevamo, lo raddoppia e lo rende odioso. E ci pare un codice, questo della prepotenza odiosamente visibile, che dovrebbe almeno impensierire un uomo come Berlusconi che punta tutto sull´amabilità. è un po´ come se a Roma il sindaco consentisse il posteggio in doppia fila, ma solo alla sua auto e a quella dei suoi amici: una pernacchia istituzionale. Come quella che il nostro presidente del Consiglio ha fatto ieri alla cerimonia nella quale la Repubblica ferma il tempo. Tutte le istituzioni, al fianco del capo dello Stato, sono i custodi e i sacerdoti della sola forma che le legittima: il due giugno è la festa del presidente del Consiglio. Com´è possibile che Berlusconi abbia canzonato se stesso? Berlusconi fa una pernacchia agli italiani ogni volta che legalmente abusa dell´aereo di Stato. Ieri l´ha fatta anche a se stesso.
Repubblica 3.6.09
Iniziativa di Open Democracy. I quesiti formulati dall’autore di un saggio sull’Italia
Dalla libertà di stampa a "papi" altre 10 domande da Londra
di Enrico Franceschini
LONDRA - L´idea di fare dieci domande a Silvio Berlusconi sta prendendo piede. "Altre dieci domande", per la precisione, dopo quelle che gli ha fatto Repubblica". E´ Open Democracy, un´organizzazione britannica che promuove il rispetto della democrazia e dei diritti umani, ad adottare la stessa iniziativa del nostro giornale, attraverso Geoff Andrews, italianista inglese, autore di un recente saggio sul nostro paese pubblicato sia nel Regno Unito che in Italia, "Un paese anormale", e frequente commentatore delle vicende di casa nostra. In una lettera aperta al presidente del Consiglio italiano sul sito dell´organizzazione (www.opendemocracy.net), Andrews nota innanzi tutto che sono passate "quasi tre settimane" dalla pubblicazione su Repubblica delle dieci domande "riguardo alla Sua relazione con Noemi Letizia". "Lei - aggiunge Andrews - ha scelto di non rispondere", con un atteggiamento che "ancora una volta solleva dubbi di interesse pubblico più ampio sul suo comportamento" come primo ministro. "Vorrei rivolgerle anch´io altre dieci domande", afferma lo studioso. Per esempio, "quale è il Suo concetto di stampa libera? Lei porrebbe condizioni alle critiche che la stampa può muovere al primo ministro?". E ancora: "Lei promise di risolvere il conflitto d´interessi entro 100 giorni dalla sua entrata in carica, eppure nulla è stato fatto. Questa situazione solleva ampie critiche in Europa. Perché non lo ha fatto? Non crede che il conflitto d´interessi presenti un problema per la democrazia italiana?". Terza domanda: "Lei ha descritto il parlamento italiano come ‘inutile´, suggerendo che basterebbero 100 parlamentari. E´ Sua opinione che il popolo italiano sarebbe felice di darle più potere per far funzionare le cose in modo più efficace?". La quarta domanda è sul paragone che Berlusconi ha fatto in passato tra il ruolo del governo e quello di un´impresa privata, affermando che considera gli imprenditori migliori dei legislatori: "Comprende la differenza fra un uomo d´affari di successo e uno statista di successo?". Una domanda è sulla sentenza secondo la quale Berlusconi ha corrotto l´avvocato inglese David Mills perché testimoniasse a suo favore: "Lei ha detto che riferirà in parlamento sulla questione ‘appena ne avrà il tempo´. Quando lo farà?". Seguono domande sulla sua intenzione di diventare presidente della Repubblica, sul G8 di questa estate, sulla candidature al parlamento europeo e sui risultati da lui conseguiti come premier. Fino all´ultima domanda: "Perché Noemi Letizia la chiama papi?".
Repubblica 3.6.09
Ludwig un genio fra i pazzi
Fratelli suicidi, sorelle isteriche un libro racconta la singolare parentela del filosofo viennese
Quando non erano in cura da qualche psichiatra, litigavano, in genere per l’eredità
Paul, il pianista, aveva perso il braccio destro in guerra. Era un fascista fanatico
di Siegmund Ginzberg
Qualche pazzo in famiglia ce l´hanno più o meno tutti. Io ne ho almeno una certificata, zia Dolcetta, che finì i suoi giorni all´Hopital de la paix, la clinica per "malattie nervose" – allora si diceva così – di Istanbul. Si raccontava che fu ricoverata dopo che aveva tentato di accoltellare la sorella Perla, la quale a suo turno una volta aveva accoltellato mio padre. Nella famiglia di Ludwig Wittgenstein "fuori dal normale", se non esattamente "fuori di testa" erano invece quasi tutti. Degli otto figli giunti in età adulta del magnate austriaco dell´acciaio Karl Wittgenstein, tre si suicidarono, due meditavano un giorno sì uno no di suicidio. Le loro tre sorelle erano perpetuamente sull´orlo di una crisi di nervi. Una restò zitella, due si sposarono con mariti che finirono pazzi, uno dei due suicida. Le crisi di nervi sono contagiose. Suicidi e follia si estendono a dismisura se nella conta si includono amici e altri parenti. Quando non erano in cura litigavano furiosamente tra loro. In genere per questioni di eredità. Ludwig, il filosofo, si era tirato fuori da ogni diatriba devolvendo la sua quota di eredità ai fratelli e andando a insegnare a Cambridge. Dove tutti lo giudicavano geniale ma un po´ matto, a cominciare dal suo protettore Bertrand Russell. Uno dei suoi allievi racconta che un giorno gli chiese a bruciapelo se gli fosse capitato di avere tragedie in famiglia. Abituato al rigore nell´uso delle parole, questi gli chiese di precisare meglio cosa intendesse per "tragedie". Ludwig Wittgenstein rispose: «Certo non la morte della nonna ottantacinquenne. Intendo: suicidi, follia, o liti».
Di queste vicende travagliate e complicate di casa Wittgenstein, racconta, con un filo di romanzato ma accuratezza di fonti, e soprattutto un lodevole ordine cronologico senza il quale il lettore sarebbe perduto, Alexander Waugh nel suo The House of Wittegenstein, sottotitolo A Family at War (l´edizione inglese, di Bloomsbury, risale al 2008, quella americana, fresca di stampa è di Doubleday). Qualche recensore l´ha bacchettato con l´argomento che nessuno è molto interessato alle vicende degli otto fratelli e sorelle di Immanuel Kant o a quelle dei sei di Soren Kierkegaard, anche se certo il suo pessimismo esistenziale doveva avere a che fare con la scomparsa prematura di cinque di loro. E soprattutto per il fatto che oltre che sui nonni, bisnonni, zii, cognati e cognate, e frequentazioni varie di casa Wittgenstein il libro si dilunga sugli "altri" Wittgenstein. In particolare sul fratello Paul, il bisbetico pianista "con un braccio solo", che tra tutti poteva sembrare il più logico predestinato al suicidio. La perdita di un braccio nella prima guerra mondiale pareva dover mettere fine alla sua carriera. Invece la proseguì anche nel secondo dopoguerra e finì coll´essere il più longevo dei maschi. A me invece questo rimprovero pare ingiusto. Un po´ perché del filosofo Ludwig la magistrale biografia di Ray Monk, Ludwig Wittgenstein: The Duty of Genius, del 1990, che viene ora ripubblicata da Bompiani in occasione del 120mo anniversario della nascita, aveva già detto quasi tutto. Un po´ perché, noblesse oblige, Alexander Waugh, nipote dello scrittore Evelyn, è di professione critico musicale e quindi ha comprensibilmente più attrazione per questo argomento che per quelli filosofici. Un po´ perché considero legittimo che di tanto in tanto, in una famiglia di geni, o almeno con un genio dominante, si riconsiderino quelli che di primo acchito apparivano i meno "interessanti": un tempo non avevo dubbi che i "grandi" della mia famiglia fossero zio Bernard, l´intellettuale, il grande agente di Stalin, e, in subordine zia Perla, la peccatrice che divenne una delle signore più ricche d´Europa, e invece ora mi viene il dubbio che potessero esserlo lo "stupidotto" di mio padre, che non combinò niente di eclatante, o addirittura la paranoica certificata zia Dolcetta.
In casa Wittgenstein erano tutti nati ricchissimi, o avevano accresciuto a dismisura la fortuna paterna come la "frigida" Gretel, ritratta da Gustav Klimt (il ritratto non le piacque, non lo appese mai) andata in sposa ad un ebreo americano che aveva cambiato nome nel britannico Stonborough e finì per spararsi come i cognati. Coprivano, come succede nelle migliori famiglie, quasi tutto l´arco delle simpatie politiche possibili del secolo, dalle simpatie comuniste di Ludwig al fascismo austriaco militante di Paul, che però mancò per poco una fine certa nei campi di sterminio hitleriani. Al pari delle sorelle, si erano scoperti a sorpresa ebrei patentati. Tre nonni ebrei su quattro e non si scappa, stabilivano le regole, e poco valsero le rimostranze per cui erano tutti convertiti da generazioni, gli sforzi per far passare il nonno Hermann Christian come figlio illegittimo di un nobile austriaco, per puro accidente allevato in una famiglia ebraica, a ottenere l´agognato meticciato. Dovettero pagare a carissimo prezzo la possibilità di emigrare dal Reich. Avevano tutti una insopportabile puzza al naso da indiscussa superiorità economica ed intellettuale (anche Ludwig, che pure francescanamente si era disvestito dei beni di famiglia per fare il professore negli austeri college britannici). Ma soprattutto avevano una tenace, insopprimibile voglia di infelicità (ammesso che quelli fossero tempi in cui era possibile essere felici).
Il fratello maggiore, Hans, aveva lasciato l´impresa familiare per tentare fortuna da solo, come aveva del resto fatto suo padre, ed era misteriosamente scomparso nel 1902, non si sa bene come, dove e quando, non si sa se annegando, o annegandosi, nella baia di Chesapeake al largo di Washington o alla foce dell´Orinoco. Un altro fratello, Rudi, omosessuale dichiarato, si era teatralmente ucciso nel 1904 in un piano bar di Vienna, ingerendo un cocktail al cianuro dopo aver chiesto al pianista di suonare una canzone sentimentale. Kurt, quello che sembrava dovesse prendere le redini delle acciaierie paterne, era morto sul fronte italiano giusto il giorno prima dell´armistizio di Vittorio Veneto. Non è stato mai appurato se si sia sparato per non arrendersi agli italiani, se si sia sparato perché aveva deciso di disubbidire all´ordine di sacrificare il suo reparto in un´inutile ultima resistenza in una guerra già persa, se siano stati i suoi superiori a sparargli o se invece sia stato ucciso dai suoi stessi soldati che si erano ammutinati. Paul, il pianista, nazionalista fanatico, austro-tedesco, antisemita e anticomunista tutto d´un pezzo, poi fascista, aveva combattuto da eroe sul fronte russo, gli avevano amputato il braccio, era stato preso prigioniero e inviato in Siberia, era stato liberato in uno scambio di prigionieri, ed era tornato a combattere con un braccio solo sul fronte italiano, guadagnandosi ben due croci di ferro. Per poi vedersi licenziare dal Conservatorio e catalogare come ebreo dopo l´Anschluss. Non sorprende che avesse conservato per il resto della vita la spigolosità dei comunisti considerati ingiustamente traditori dai loro compagni. Ludwig, che forse era, relativamente parlando, il più "normale", aveva preso sin dalla tenera età l´abitudine di considerare il suicidio, ma era stato forse salvato dalla testardaggine della logica.
Repubblica Firenze 3.6.09
Spini: "Mi attaccano perché mi temono"
Spini: giusta l’idea del terzo polo, un riconoscimento l’ha fatto anche D’Alema
"Anche gli attacchi di De Zordo mi hanno molto amareggiato. Mi ha sottovalutato"
Una vittoria, a suo modo, Valdo Spini l´ha già ottenuta. Da due settimane gli piovono addosso attacchi sia da parte del candidato sindaco del centrosinistra Matteo Renzi che da quello del centrodestra Giovanni Galli. Lui, che corre con una lista civica sostenuta da Verdi, Rifondazione e Pdci, a tre giorni dal voto si sente un leone.
Spini, pensa di essere l´elemento di disturbo nel duello tra Renzi e Galli? Quello che potrebbe sparigliare la partita?
«Registro con piacere la crescita di dimostrazioni di stima e di appoggio. Mentre avverto che i miei competitori sono entrati in una nuova fase: nel primo tempo della campagna tendevano ad ignorare benevolmente la mia candidatura, nel secondo tempo non mi hanno più lasciato sullo sfondo. Hanno cominciato a temermi e, quindi, ad attaccarmi. Ottimo risultato, direi».
Renzi ha detto che votare per Spini è come votare per Galli.
«E se l´argomento è questo vuol dire che non sa proprio più a che santo votarsi. Sul piano politico la nostra operazione, invece, è stata un successo. Contrastata, non lo nego, e tutt´altro che facile. Ma l´idea di creare un terzo polo nella battaglia Pd-Pdl si è rivelata giusta. Un riconoscimento indiretto, in fondo, ce lo ha fatto anche D´Alema, che non ci ha "scomunicati", pur chiedendo il voto per Renzi».
Alla vigilia del voto rimpiange di non aver chiuso l´accordo con Ornella De Zordo?
«Naturale, mi sentirei più forte. Oltretutto De Zordo ha fatto una campagna quasi contro di noi, mi ha persino "accusato" di averle offerto l´assessorato all´Urbanistica. Francamente credo di avercela messa tutta per aggregare le forze e penso anche che De Zordo e i suoi amici mi abbiano sottovalutato, probabilmente immaginavano che avrei fatto una campagna difensiva. I suoi attacchi mi hanno molto amareggiato ma mi sono consolato con una frase di Lenin: "Trovi sempre uno più puro che ti epura". Sopravviverò».
E´ ancora convinto di poter arrivare al ballottaggio?
«Mi baso sulle previsioni di Mannheimer, che ha rilevato come il mio bacino potenziale sia del 26 per cento, con un 17 per cento di elettori indecisi tra me e Renzi».
Renzi fa appello al voto utile, però.
«Vorrei che Renzi si ricordasse dell´infortunio di Veltroni nelle ultime politiche a proposito di "voto utile". A mio parere il voto utile è quello utile per la città, che è in condizioni di non ritorno come tutti possono vedere. Ogni buon cittadino dovrebbe votare il programma più adatto a rimettere in moto Firenze. Io ho fatto una campagna sui contenuti, ho promosso dibattiti con le università americane, parlato del futuro dell´aeroporto, della sanità, del lavoro, del turismo. E siamo l´unica coalizione che ha organizzato un confronto pubblico con i cinque aspiranti rettori».
Un giudizio su Renzi.
«Pensa che le elezioni siano uguali alle primarie, usa la stessa spregiudicatezza, attacca gli avversari. La gente invece cerca preparazione e competenza in un candidato a sindaco».
E di Galli cosa pensa?
«Con tutto il rispetto per la persona, che lo merita, la sua candidatura non ha una caratura civica ma è solo espressione del Pdl. Non a caso Berlusconi viene a dargli un mano. Qui l´unico senza babbi né papi né padri putativi sono proprio io».
Come convincerebbe un indeciso a votare per lei?
«Gli direi che come noi ci siamo messi insieme mesi fa per costruire una lista dal basso, così il suo voto può influire sul destino della città e cambiare la situazione. Agli elettori offro speranze: restituire la città ai giovani, migliorare la vita quotidiana, usare la cultura come veicolo di rilancio sul piano nazionale e internazionale: l´ho detto talmente tante volte che alla fine mi ha ascoltato anche Berlusconi che proprio oggi ha annunciato una legge speciale per Firenze».
Che farebbe appena arrivato a Palazzo Vecchio?
«Non comincerei certo, come minaccia Renzi, col "cacciare fuori tutti". Mi dedicherei anima e corpo all´impegno di sindaco e lavorerei per unire e non per rompere, per rimotivare e non per punire. I fiorentini farebbero un buon affare a scegliere me».
(s.p.)
l’Unità 3.6.09
Obama avverte Israele: un obbligo bloccare le colonie
di Umberto De Giovannangeli
Barack Obama alla prova del fuoco: la polveriera mediorientale. Oggi a Riad, domani al Cairo, il presidente Usa parla al mondo arabo e a Israele. Un passaggio chiave per la nuova politica estera americana.
Oggi a Riad. Domani al Cairo. Con uno sguardo alle elezioni di domenica in Libano e del 12 giugno in Iran. Barack Obama «sbarca» in Medio Oriente. E lo fa con un proposito ambizioso: rilanciare il processo di pace. In una visione globalizzata. Il presidente Usa sa che ogni sua frase sarà passata al vaglio, parola per parola. Così come saranno pesati i silenzi, valutate eventuali omissioni. Ayman al-Zawahri, vicecapo di Al Qaida, si è “mosso” in anticipo e - in un messaggio on line - ha sollecitato gli egiziani a respingere la visita del «criminale» Obama “reo” di «una sanguinaria campagna contro i musulmani nello Swat» (la roccaforte in Pakistan dei talebani teatro di una grande offensiva di Islamabad). Minacce a parte, il mondo arabo chiede agli Stati Uniti di mostrare fermezza nei confronti di Israele e Obama si mostra pronto a raccogliere l’invito, ricordando al governo israeliano che il blocco dell’espansione delle colonie è un obbligo da rispettare. L’ha fatto con un’intervista concessa alla radio pubblica americana Npr prima della partenza per il Medio Oriente durante cui terrà dal Cairo un discorso al mondo islamico.
I VERI AMICI
«Gli Stati Uniti - ha affermato il presidente - hanno una relazione particolare con Israele ma “essere amici” significa “essere onesti”. In alcuni momenti non siamo stati così onesti come avremmo dovuto sul fatto che la direzione presa nella regione sia profondamente negativa non solo per gli interessi israeliani, ma anche per quelli americani». Dopo aver ribadito il suo sostegno per la soluzione dei due Stati («dobbiamo avere fede costante sulla possibilità che i negoziati portino alla pace, e secondo me questo implica una soluzione con due Stati»), Obama ha sottolineato che sia i palestinesi sia gli israeliani devono rispettare i patti. «Ho detto chiaramente agli israeliani, in privato e in pubblico - ha aggiunto - che il congelamento dell’espansione delle colonie, inclusa quella per crescita naturale, fa parte degli obblighi».
TRIPLICE INTERESSE
Obama rilancia la sua visione sul «nuovo Medio Oriente» in una intervista alla Bbc. Il messaggio è indirizzato all’alleato israeliano: «Non è solo nell’interesse dei palestinesi avere uno Stato, è nell’interesse del popolo israeliano stabilizzare la situazione. Ed è nell’interesse degli Usa che vi siano due Stati che vivano a fianco in pace e sicurezza», rileva il capo della Casa Bianca. Secondo Obama, gli Stati Uniti «saranno in grado di far ripartire seri negoziati fra israeliani e palestinesi». Il presidente americano ha poi esortato alla pazienza quando gli è stato chiesto di commentare il rifiuto israeliano ad accogliere il suo invito a congelare l’attività edilizia negli insediamenti. «La diplomazia è sempre questione di una lunga e faticosa scarpinata», ha commentato. Obama affronta anche un’altra questione spinosa: il nucleare iraniano. «È nell’interesse del mondo che l’Iran accantoni le ambizioni per un’arma nucleare» e per questo serve «una diplomazia diretta e tenace». «Malgrado non voglia porre ultimatum artificiali in questo processo, voglio essere certo che, entro la fine dell’anno, si sia avviato un serio processo», avverte.
UN PATTO DI CIVILTÀ
Con la Bbc, Obama anticipa il senso politico e ideale del suo attesissimo discorso al Cairo, nel quale, il capo della Casa Bianca intende sottolineare che democrazia e libertà sono «principi universali» che i Paesi musulmani possono far propri. «Il messaggio che spero di portare - dice Obama alla Bbc - è che democrazia, stato di diritto, libertà d’espressione e libertà religiosa non sono semplicemente principi dell’Occidente da trasferire in questi Paesi. Io credo invece che siano principi universali che possono abbracciare come parte della loro identità nazionale». Obama mette in guardia sul «pericolo che gli Usa o altri Paesi pensino di poter semplicemente imporre questi valori» in Paesi che hanno «una storia e una cultura diversi». Il presidente americano - che al Cairo sarà affiancato dalla segretaria di Stato, Hillary Clinton - dice di voler incoraggiare un cammino in questo senso dimostrando in primo luogo che gli Usa rispettano questi valori. «Ed è per questo, ad esempio - rimarca il presidente americano - che chiudere Guantanamo, per quanto sia difficile, è importante perché fa parte di ciò che vogliamo affermare nel mondo». Un gesto concreto per un incontro di civiltà.
l’Unità 3.6.09
Lieberman tira dritto
L’ira degli oltranzisti: è terrorismo americano
di U.D.G.
Il gelo del governo. L’ira dei coloni oltranzisti che parlano di «terrorismo politico americano». Così Israele alla vigilia della visita in Medio Oriente di Barack Obama. Il nodo del contendere è lo stop totale agli insediamenti.
Il gelo di Lieberman. L’ira dei coloni oltranzisti. È una vigilia infuocata per Barack Obama, alle prese con la sua prima missione presidenziale in Medio Oriente. A Israele, Obama torna a chiedere il blocco totale degli insediamenti. La risposta non si fa attendere. Israele non accetta come condizione all'inizio di negoziati sul Medio Oriente la rinuncia agli insediamenti nei Territori. A ribadirlo da Mosca, dove è in visita ufficiale, è il ministro degli Esteri dello Stato ebraico, Avigdor Lieberman.
Il falco ministro
«Noi non riteniamo che l’evacuazione dei coloni possa portare a una soluzione pacifica del problema, o migliorare i rapporti tra israeliani e palestinesi», afferma Lieberman in una conferenza stampa congiunta con il suo omologo russo Sergei Lavrov. «Tutto quello che avviene nell’ambito della crescita naturale della popolazione non può essere oggetto di negoziati. Su tutte le altre questioni siamo pronti ad accordarci», aggiunge il capo della diplomazia israeliana, che parla correntemente il russo essendo cresciuto nella repubblica ex sovietica della Moldova.
Se con il governo di Israele è scoccata l’ora del grande freddo, dalla trincea del movimento dei coloni la guerra delle parole è già rovente. Bersaglio, l’amministrazione Obama, le cui continue sollecitazioni per uno stop all'espansione degli insediamenti ebraici nei territori palestinesi occupati nel 1967 sono giunte a scatenare ieri l’accusa di «terrorismo politico». La risposta ufficiale israeliana su quest'ultimo punto - confermata l’altro ieri dal premier Benjamin Netanyahu e ieri dal ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman - resta coriacea: nuovi insediamenti - è la promessa - non se ne costruiranno, ma i contestati programmi d'allargamento edilizio delle colonie esistenti andranno avanti in nome della «crescita naturale». Una risposta che agli Usa non sembra bastare più. Come hanno ribadito in questi giorni tanto Obama quanto la segretaria di Stato (ed ex beniamina dalla lobby filo-israeliana di Washington) Hillary Clinton.
I COLONI
Il movimento dei coloni è sul piede di guerra. «Gli americani impiegano ormai l'arma del terrorismo politico contro lo Stato d'Israele», ha tuonato dopo l'ultima intervista di Obama il presidente della Yesha (consiglio di coordinamento degli insediamenti), Danny Dayan, accusando il leader Usa non solo d'aver dimenticato le concessioni sulla sorte immediata delle colonie fatte a suo tempo dal predecessore George W. Bush in una lettera ad Ariel Sharon (lettera già invocata come una specie di patto di sangue anche da Yisrael Katz e Ghilad Erdan, ministro dei Trasporti e dell’Ambiente entrambi del Likud, il partito di Netanyahu). Ma persino di mettere in dubbio «la decisione di Truman del 14 maggio 1948 sul riconoscimento d'Israele». Un atteggiamento dinanzi al quale - sentenzia Dayan - bisogna essere pronti a tenere fermo il no su tutta la linea, altrimenti le pressioni «diverranno una valanga capace di portare fino alla spartizione di Gerusalemme».
Corriere della Sera 3.6.09
Lo Stato intervenga per salvare la Biblioteca di Firenze
di Paolo Di Stefano
La situazione in cui versa la Biblioteca Nazionale di Firenze è un paradigma dell’Italia d’oggi. Le biblioteche nazionali nel mondo (in Italia c’è anche quella di Roma: altre mantengono la definizione ma non lo sono a tutti gli effetti) offrono il cibo quotidiano a studiosi, ricercatori, laureandi, dottorandi. Il loro compito è raccogliere e conservare l’intero patrimonio librario di un Paese (non solo volumi a stampa, ma manoscritti antichi, incunaboli, periodici, fascicoli eccetera), catalogarlo, star dietro al flusso imponente delle nuove pubblicazioni, collaborare con analoghi istituti all’estero, partecipare a programmi di ricerca.
In gennaio la Nazionale di Roma, per mancanza di fondi, ha sospeso i prestiti pomeridiani. Ora, anche grazie ai ripetuti articoli e commenti del Corriere fiorentino, veniamo a sapere che il provvedimento è «ineludibile» pure per un’altra istituzione storica come la Nazionale Centrale di Firenze. Al di là degli sprechi passati che negli ultimi vent’anni hanno portato a ridurre progressivamente il personale e persino a privare le toilette della carta igienica, e al di là anche delle responsabilità che hanno prodotto questo sfascio, resta da chiedersi fino a quando lo Stato (e non solo il Ministero, ma anche la Regione e il Comune) assisterà impassibile alla paralisi o peggio all’agonia di una delle colonne portanti della nostra cultura. Agonia finora scongiurata grazie agli interventi di sponsor come la Cassa di Risparmio di Firenze.
Anche all’estero, intendiamoci, i contributi di partner privati alle biblioteche nazionali si affiancano alle sovvenzioni pubbliche, ma non sono tali da essere indispensabili per il funzionamento ordinario, elettricità compresa. Come si spiega che quelle che altrove sono considerate un orgoglio nazionale, da noi languono nell’indifferenza generale? La Biblioteca Nazionale, nel suo piccolo (piccolo?), non vale l’Alitalia? E chi l’ha detto.
Corriere della Sera 3.6.09
Darwin il milanese
Decisivi i legami tra la città e «il Galileo della biologia»
di Peppe Aquaro
Conosciuto, senz’altro. Qualche volta contestato, quasi sempre sostenuto. Charles Darwin non fece mai tappa a Milano (la moglie, Emma Wedgwood, sì, particolare, forse, che di scientifico ha ben poco), ma i contatti tra lo scienziato e il mondo accademico meneghino risultarono decisivi per lo sviluppo della teoria dell’evoluzione delle specie. Lo mette in evidenza la mostra «Darwin 1809-2009», promossa dal Comune di Milano, prodotta da Palazzo Reale, «Codice. Idee per la cultura» e Civita, con la partnership di Intesa Sanpaolo, che da domani al 25 ottobre approda nel capoluogo lombardo, alla Rotonda della Besana, dopo la tappa a Roma.
L’esposizione — mille metri quadrati, più ampia della prima versione curata a New York da Niles Eldredge e Ian Tattersall, prosecutori dell’opera del genio britannico — presenta, tra l’altro, alcune lettere della corrispondenza tra lo scienziato inglese e i colleghi milanesi. Su tutti: Giovanni Omboni, Angelo Andres e Tito Vignoli. Tra le chicche, una delle primissime segnalazioni, sulla rivista milanese «Il Politecnico » del 1860, un anno dopo la pubblicazione, di «On the Origin of Species», di cui è mostrata anche l’edizione originale (ne furono stampate solo 2.500 copie), prestata al Museo di storia naturale di Milano. A Vignoli, storico direttore del Museo, appartiene la sentita commemorazione funebre del celebre scienziato (1882): «Egli è certamente e sarà il più grande uomo del nostro secolo, e come io ebbi l’onore di scrivergli qualche anno fa, egli è il Galileo delle scienze biologiche». Pochi anni prima, sempre lo stesso museo aveva battuto sul tempo la concorrenza di Modena e Napoli, nominando Darwin socio onorario.
«Quando si parla di Darwin e dei suoi rapporti con il mondo italiano, non si tratta soltanto di analogie fra studiosi, ma di vere e proprie anticipazioni alle teorie darwiniane — osserva Eldredge — come quella del geologo bassanese Giambattista Brocchi il quale, già a inizio Ottocento, affermava che le specie nascono, hanno una storia e alla fine muoiono».
Una scoperta nella scoperta, il rapporto tra l’Italia e Darwin. «Nel 1879 lo scienziato riceve il premio Bressa, e lui che fa? Ne devolve il ricavato alla Stazione zoologica di Napoli», ricorda Telmo Pievani, filosofo della scienza, allievo di Eldredge e Tattersall e curatore della mostra che vuole essere essenzialmente un omaggio alla figura di Darwin e all’importanza della scoperta scientifica.
Il viaggio del visitatore alla ricerca delle proprie origini è lo stesso di quello compiuto dal naturalista inglese, dal 1831 al 1835, a bordo del brigantino Beagle. Quei cinque anni che sconvolgeranno il mondo scientifico costituiscono la parte centrale di un percorso che parte dal mondo prima di Darwin — si riteneva che la Terra avesse soltanto 6.000 anni di vita, una visione sostenuta dal rigido e passatista mondo vittoriano — continua con un Darwin adolescente, ossessionato dai coleotteri. «Suoni e colori diversi accompagnano il visitatore tra una sezione e l’altra — spiega Pievani — non appena si entra nel Viaggio intorno al mondo, dalla Terra del Fuoco all’arcipelago delle Galápagos, è tutto un caleidoscopio di colori». Protagonisti sono gli animali vivi, come l’armadillo e l’iguana verde dell’Amazzonia, o estinti, come il gliptodonte gigante, ricostruito sulle forme del fossile custodito al Museo di storia naturale di Milano.
Il giro prosegue alla volta di Londra: a dominare sono le tonalità grigie, che avvolgono come nebbie i cinque anni in cui Darwin elabora le proprie idee. «Da questo momento si entra nella mente dello scienziato, che comincia a sviscerare i suoi taccuini, rivedendo gli appunti del viaggio», ricorda Niles Eldridge nella prefazione del catalogo della mostra newyorkese del 2005 «Darwin. Alla scoperta dell’albero della vita», quello disegnato nei taccuini esposti. «In alto a sinistra, in una delle pagine si legge 'I Think': accelerazioni, ripensamenti evidenziano quanto Darwin sia vicino alla meta», aggiunge Pievani.
Ma esiterà a pubblicare. Sui tentennamenti di Darwin è interessante andare a rileggersi la lettera-risposta del 1844 (esposta nella mostra milanese) spedita dallo stesso scienziato a un collega geologo: «Sono sicuro di aver capito, ma non me la sento di pubblicare il tutto. Sarebbe come confessare un omicidio». Quell’omicidio lo confesserà solo nel 1859, preferendo dedicarsi, fino ad allora, ad anni di studio forsennato chiuso a Down House: d’effetto la ricostruzione a grandezza naturale del suo studio, con libri, microscopio e la celebre poltrona a rotelle su cui trascorse, ormai infermo, gli ultimi anni. «Ma noi non facciamo morire Darwin — conclude Pievani — se a New York l’epilogo erano i funerali, qui si entrerà in una scenografia luminosa, il sandwalk, lo spazio dei pensieri da percorrere per approdare a 'L’evoluzione oggi', il ritorno al presente».
Corriere della Sera 3.6.09
L’opera è un «lungo ragionamento» che, fra ipotesi e audaci domande, si addentra nel labirinto del mistero dei misteri
«L’origine delle specie»? Emozionante come un albo di Tex
di Giulio Giorello
Se il celebre resoconto della sua avventura «sulla regia nave Beagle» era davvero Il viaggio di un naturalista intorno al mondo, quel capolavoro scientifico che è L’origine delle specie è la storia di un viaggio nei labirinti della spiegazione di quello che all’epoca era «il mistero dei misteri»: perché tante forme viventi «bellissime e meravigliose» presentano analogie che risultano inspiegabili, se si crede che ogni specie animale o vegetale sia uscita così com’è, una volta per tutte, dalla volontà del Creatore? Del resto, la migliore definizione dell’Origine delle specie l’ha data Darwin stesso: «un lungo ragionamento » che affianca a ipotesi audaci domande e obiezioni. Spesso sembra di ascoltare Darwin in persona che rimugina tra sé e sé, dubbioso e perplesso. Questo è l’aspetto dell’Origine che mi ha maggiormente colpito fin dalla prima lettura: era l’edizione italiana presentata dal grande biologo Giuseppe Montalenti e pubblicata nella «Universale scientifica» Boringhieri (1967).
Avevo recuperato in un cineforum il film di Stanley Kramer, dedicato al «processo delle scimmie » (1925) in cui era incappato un insegnante di una cittadina del Sud degli Stati Uniti per aver dichiarato ai suoi allievi che l’uomo è parente prossimo degli scimpanzé più che degli angeli. Il titolo della versione italiana era E l’uomo creò Satana, mentre l’originale alludeva alla Bibbia: Eredita il vento (1960). La crosta terrestre «è un grande museo» di reperti fossili, ma le sue collezioni sono «terribilmente incomplete »: perché mai, se le specie non sono fisse, ma derivano da altre attraverso impercettibili gradazioni, non disponiamo di tutte le forme intermedie? E se la natura sottopone a «severo scrutinio» le variazioni del vivente, perché mai tale selezione naturale «produce da una parte un organo di importanza trascurabile come una coda di una giraffa che serve per scacciare le mosche e dall’altra un organo così meraviglioso come l’occhio umano?». Le trappole che avvocati maligni tendono all’imputato nel corso del processo non erano diverse da quelle che, con grande onestà intellettuale, Darwin esponeva come «difficoltà della propria teoria».
A quel punto non mi interessava più se l’imputato se la fosse cavata con i suoi inquisitori, ma come Darwin fosse riuscito a tramutare le pretese confutazioni in vittorie della sua concezione. Era una vicenda affascinante almeno quanto qualsiasi bel racconto d’avventure. Aspettavo la conclusione con la stessa impazienza con cui di mese in mese attendevo... la nuova puntata di Tex! Darwin aveva compreso che «il tempo profondo» del nostro Globo giustificava le lacune nelle testimonianze fossili. E l’occhio? «Quando per la prima volta fu detto che la Terra gira intorno al Sole, il senso comune del genere umano dichiarò che la dottrina era falsa; ma il vecchio detto Vox populi vox Dei, come ogni filosofo sa, non vale nella scienza. La ragione mi dice che se si può dimostrare l’esistenza di numerose gradazioni da un occhio semplice e imperfetto a uno complesso e perfetto, tutte utili alla sopravvivenza ed ereditabili da una generazione all’altra, la cosa non è più una smentita della nostra teoria, anche se pare insuperabile per la nostra immaginazione». Ma proprio questo vuol dire liberarsi dai pregiudizi: se non se ne è capaci davvero «eredita il vento »! È un’arte di cui Darwin si rivela, nell’Origine, grande maestro; ma lui con modestia avrebbe detto: «È la mia natura, non posso fare altrimenti». Sembra quasi Lutero alla Dieta di Worms, quando sfidò insieme Papato e Impero. Darwin, invece, si era limitato a contrastare l’ortodossia dominante entro la stessa comunità scientifica, cambiando così la nostra concezione del posto dell’uomo nella natura.
Corriere della Sera 3.6.09
Il naturalista trascorse il resto dei suoi anni nella quiete di Down, un borgo di quaranta case
La doppia vita del dottor Charles
di Giovanni Caprara
Dopo aver girato il pianeta a bordo della Beagle, si ritirò in campagna
«Rivedere la caduta delle foglie, udire il gorgheggio dei pettirossi come nelle campagne di Shrewsbury, provare ancora la dolce monotonia delle cose consuete, l’assenza delle chiassose novità che affaticano gli occhi e la mente». Scorre il piacere nelle parole di Charles Darwin ricordando l’emozione della vita nella nuova casa di Down. E aggiunge: «È il luogo più tranquillo in cui io abbia mai vissuto. A Est e ad Ovest vi sono delle valli invalicabili, a Sud solo un sentiero molto stretto, e a Nord, attraverso il villaggio , altre due stradicciole: è come se ci trovassimo all’estremo limite del mondo».
È difficile immaginare l’altra anima di Darwin, quella che lo aveva portato ad esplorare veri e remotissimi luoghi del pianeta a bordo della nave Beagle. Eppure quando entra nella palazzina di tre piani immersa nel verde, il ritmo dell’esistenza cambia e tutto il suo orizzonte è segnato dalle piante che vede dalla finestra, dal sentiero che ogni mezzogiorno percorre cinque volte meditando e che per questo lui chiama il «viottolo del pensiero» ma soprattutto dalla famiglia, dalla moglie Emma Wedgwood e dai sette figli che cresce leggendo le favole di Dickens. Altri due bimbi muoiono poco dopo la nascita e uno di questi, appena entrati nella nuova casa di Down.
Poi perderà anche l’amatissima figlia Annie a soli 10 anni di età e la sua scomparsa segnerà ogni giorno seguente preoccupato che il suo matrimonio con la cugina Emma avesse condannato la sorte dei figli. Così non fu, in realtà, perché tutti i sopravvissuti crebbero in salute conquistando talvolta posizioni di prestigio.
Ma dove erano l’ebbrezza che lo aveva portato ad imbarcarsi con i pescatori di ostriche di Newhaven quando era ancora studente o il coraggio di affrontare il lungo periplo del pianeta a bordo della piccola nave comandata da Robert Fitzroy, come il botanico ed entomologo John Stevens Henslow gli aveva suggerito?
Partì dopo gli studi a Cambridge contro il volere del padre che giudicava il viaggio previsto di due anni soltanto una perdita di tempo. Rimase in navigazione cinque anni e al ritorno nel 1836 era già famoso perché durante la spedizione inviava lettere e materiali che venivano fatti conoscere.
La lunga traversata sugli oceani era stata ardua. Non solo perché Darwin soffriva terribilmente il mare, ma anche perché mentre Fitzroy scandagliava i fondali delle coste sudamericane per costruire le nuove mappe ordinate dall’ammiragliato di sua Maestà, Charles scendeva a terra ed esplorava i territori quasi sempre inospitali dai quali rubava i campioni in seguito preziosi per la sua rivoluzionaria teoria.
Al rientro aveva 27 anni e vivendo per lo più a Londra iniziava a dare forma alle sue idee come rivelano i diari. Per poco, però. Intanto scrive del suo viaggio ma la pressione degli impegni lo ammala. Accusa «sconfortanti palpitazioni del cuore» e i medici lo obbligano a sospendere il lavoro. L’anno successivo, nel 1838 sta ancora peggio: mali di stomaco, dolori di testa, cuore alterno; tutti guai che si trascinerà per l’intera vita senza mai scoprirne la causa. Nemmeno le cure, talvolta drastiche e spiacevoli come bagni d’acqua gelida, l’aiuteranno.
Intanto sposa Emma e Londra diventa insopportabile. Con lei cerca casa lungo la nuova linea ferroviaria che gli permetterà di andare in città, se necessario, e tornare in giornata per cenare in famiglia. La troverà nel 1842 appunto nel villaggio di quaranta tetti di Down e in due ore poteva sedersi alle riunioni della Royal Society quando serviva.
Nella quiete delle stanze piene di libri, carte e giochi dei bambini definisce scrive «L’origine delle specie per mezzo della selezione naturale». Ma chiuso nel suo piccolo mondo non è intenzionato a parlarne perché ne teme le conseguenze. Si rende conto di quanto le sue intuizioni fossero rivoluzionarie. Le darà alle stampe soltanto nel 1859 quando scopre che il più giovane Russel Wallace, anche lui dopo un viaggio avventuroso, era giunto alle sue stesse conclusioni.
E come era facilmente intuibile l’anno successivo inizieranno gli attacchi del vescovo Samuel Wilberforce che giudicava la teoria un’idea eretica perché contro la creazione. In quel momento nasceva il creazionismo tutt’ora forte e a sua volta evoluto nel tempo per contrastare la rivoluzione darwiniana.
Accanto alla casa Charles costruirà una piccola serra con piante tropicali e altri reperti: era il suo laboratorio domestico, forse l’angolo dei ricordi. E tra quelle pareti e quelle passeggiate trascorrerà quarant’anni distaccato dal clamore che i suoi scritti scatenavano. A Londra andava sempre meno, solo nelle occasioni eccezionali e l’unica concessione era un liquorino dopo cena fino a che i medici non glielo proibivano. Non amava i conflitti e le discussioni in pubblico sempre più frequenti soprattutto dopo la pubblicazione «Sull’origine dell’uomo» che portava allo scoperto l’evoluzione umana nel contesto naturale e il suo legame con i primati. Immerso nel verde e nel silenzio di Down House si sentiva protetto.
Ne uscirà solo nel 1882 quando moriva a 73 anni e il suo corpo era sepolto nell’Abbazia di Westminster accanto ad un altro grande rivoluzionario, Isaac Newton, che prima di lui aveva sconvolto, ma con minori conflitti, i cieli.
«L’idea base che personalmente mi ha affascinato in Darwin, e che mi guida da sempre, è quella della metamorfosi»
Corriere della Sera 3.6.09
Un poema sullo scienziato
E il nonno Erasmus mi ha insegnato la polifonia culturale
di Luigi Trucillo
Come nasce un libro? Basandomi sulla mia ultima esperienza direi che bisogna sempre fare affidamento sui nonni, intesi qualche volta come antichi maestri. Cioè, in altri termini, sulla catena delle affabulazioni. A prescindere dall’ammirazione per i suoi scritti, infatti, probabilmente la prima idea di scrivere un libro di poesie su Darwin mi è balenata scoprendo che il nonno, il medico Erasmus Darwin, oltre a inventare i pozzi artesiani aveva rappresentato in versi la teoria dell’evoluzione di Lamarck. Se quell’approccio alla scienza era stato possibile allora, perché non riprovarci adesso? Sappiamo che l’attrazione che la natura esercita sulla psiche umana è innata e si definisce biofilia: come lasciar cadere la possibilità di una sua rappresentazione estetica? A ben guardare, le intuizioni di Darwin fanno capolino dappertutto, quindi anche all’interno della poesia. Certo, non tutto è stato semplice, credo che per ogni scrittore sia stranissimo calarsi nell’opera di uno scienziato, perché si vede costretto a fare i conti con un tessuto di teorie sistematiche percepite dalla scrittura come una materia sottile del linguaggio, una specie di sostanza segreta già apparentemente confezionata che germoglia di nuovo nella propria elaborazione.
L’idea base che personalmente mi ha affascinato in Darwin, e che mi guida da sempre, è quella della metamorfosi. Ne ho fatto quasi un’epica profonda, e mi sembrava interessante riversare la spaziosità di quest’epica contro l’idea di controllo così incombente nelle scienze applicate. E Darwin con la sua natura stupita e profondamente democratica era evidentemente un esploratore più che un erogatore di controllo. Secondo me, ad esempio, la sua idea di ereditarietà che allude nel tempo all’asse familiare evoca, attraverso la teoria delle piccole progressioni del cambiamento, un sistema orizzontale, di passaggio fraterno, opposto in ultima analisi alla verticalità edipica e metafisica attribuita di norma alla trasmissione. La metamorfosi come elemento fraterno: non è questa un’idea bellissima, vicina in qualche misura al fondamento della poesia? Non è il barlume di una speranza non gerarchica? E gli scienziati, quelli veri, non sono immersi nell’elemento creativo? Per me quindi valeva la pena tentare di aprire la materia di una teoria scientifica all’apporto di alcuni elementi classici come la tragedia, il mito, la metafora, cercando a tentoni il varco verso un’epistemologia inconscia. Del resto proprio uno scienziato, Bateson, elaborando la sua fittissima struttura che connette ha parlato di una complessità organizzativa del vivente che non consente meccanicismi. E ha invitato a una metaforizzazione della scienza. Io non ho fatto altro nei miei versi che imbucarmi in quest’idea di polifonia culturale. Ha detto Bateson che «la natura pensa per storie, racconta storie». E l’evoluzione allora non è per noi poeti una versione delle Mille e una notte che le specie si raccontano per non morire? Alla fine nella teoria di Darwin circola un ascolto profondo delle leggi naturali che è anche un invito all’apertura, all’attenzione verso ciò che ci appare, nudo, dinanzi. Per chi sa respirare i mutamenti è un percorso verso la riconciliazione.
(Con «Darwin», Quodlibet, Trucillo ha vinto il Premio Napoli per la poesia 2009)
il Riformista 3.6.09
La guerra dei giornali
Il pink-tank di Silvio che gestisce Noemi contro Repubblica
La svolta light del Corriere della sera
A Palazzo Grazioli, l'unità di crisi con Rossella
di Fabrizio d'Esposito
Qualcuno che segue da vicino l'evoluzione del caso, la mette così: «La questione del pink-tank è delicatissima, coinvolge vari direttori». Il pink-tank, pensatoio rosa in onore del gossip elevato a guerra politica, è la cabina di regia allestita dal Cavaliere per gestire la vicenda di Noemi Letizia. Chi ne fa parte? C'è solo una conferma e riguarda Carlo Rossella, ex direttore di Panorama e Tg5.
In questi giorni, sarebbe stato lo stesso Rossella a confidare a un suo amico di essere stato reclutato dal premier nell'unità di crisi chiamata a combattere la guerra contro il gruppo Repubblica-Espresso nel segno del Casoriagate. Di qui l'interminabile rosario di interviste o lettere pro-Berlusconi spuntate come funghi e spalmate su tutta una serie di quotidiani e rotocalchi.
Il caso più clamoroso è quello delle missive dell'ex fidanzato di Noemi, Gino Flaminio, con un piccolo precedente da rapinatore. Scovato da Giuseppe D'Avanzo su Repubblica, Flaminio è stato prima bersagliato dal Giornale berlusconiano di Mario Giordano come delinquente prezzolato al servizio della sinistra, poi si è redento con due accorate lettere in favore del Cavaliere «uomo del popolo». In realtà, il testo è unico ma ne sono uscite due versioni differenti. Una, originale, sul Corriere della sera di Ferruccio de Bortoli, l'altra, sistemata in italiano, sul Mattino di Napoli, diretto da Mario Orfeo, oggi in pole position per il Tg2. Chi ha suggerito a Flaminio di scrivere la lettera? Chi gli ha consigliato i quotidiani cui spedirla? Secondo quanto raccontato dalla nostra fonte non ci sono dubbi. Il merito è del pink-tank del premier, che avrebbe finanche scalzato il fido portavoce di Palazzo Chigi, Paolo Bonaiuti, da ogni ruolo comunicativo in questa vicenda. Insomma l'unità di crisi pianificherebbe giorno dopo giorno la controffensiva ai giornali dell'Ingegnere e avrebbe pure il compito di monitorare il sito di Dagospia. Ovviamente, il Giornale e per certi versi anche Libero di Vittorio Feltri costituiscono l'avanguardia della reazione del centrodestra, ma un filoberlusconismo light, forse inconsapevole, fa capolino anche dalle parti di via Solferino.
A parte la lettera di Gino, sono alcuni giorni, infatti, che sul Corriere post-mielista compaiono interviste che tratteggiano una Villa Certosa somigliante al Mulino Bianco, secondo le immagini offerte dal ministro Sandro Bondi («Ho visto solo famigliole») oppure da Marcello Dell'Utri («C'è la gelateria che dà i coni gratis»). Poi c'è la formidabile trasformazione di papi in nonno Silvio. Ecco l'anticipazione dell'intervista a Virginia Saintjust a Oggi, gruppo Rcs. L'ex annunciatrice della Rai al centro di un «amore platonico» nonché di un rapporto «profondo di affinità elettiva» con il Cavaliere rivela: «Quando mi telefonava era molto gentile, ma mi diceva: "Potrei essere tuo nonno"». Sulla stessa falsariga la conversazione con un'altra stellina di nome di Imma Di Ninni, già ospite di varie feste a Villa Certosa: «Lui ha classe, le donne le rispetta. Fa tanti regalini ma non chiede niente in cambio. È festoso, un gran bambinone a cui piace giocare». Ancora: «Gli ho raccontato di quando, da bambina, mi piaceva correre nel grano con un aquilone al polso. E lui se n'è ricordato, che bella persona. Ma la mia anima non ha prezzo». Titolo: «Mi regalò un aquilone d'oro».
Ma il pink-tank non deve essere rimasto contento del risultato e così ieri è stato il turno della contro-intervista a Di Ninni sul Giornale: «Guardi sono furente. Macché aquilone d'oro: hanno travisato tutto quello che ho detto». Altra anticipazione. Stavolta un scoop contenuto in un libro pubblicato da Aliberti a firma di un'ex velina, Elisa Alloro. Che dice: il nomignolo papi è stato inventato da tale Renata non da Noemi. Continua Alloro: «Il premier è una miniera di saggezza... ogni minuto trascorso con lui l'ho sempre considerato alla stregua di un dono divino».
Chi, infine. Nel senso del settimanale di Alfonso Signorini, edito da Mondadori, forse il vero house-organ del pink-tank di Palazzo Grazioli. Ieri le agenzie hanno battuto con tanto di flash l'anticipazione di un'intervista esclusiva a Noemi: «Gino si è inventato la qualunque. Non credo che l'abbia fatto gratis». Ma ce n'è anche per l'altro, Domenico Cozzolino, il suo ultimo fidanzatino: «Con Domenico abbiamo litigato. Ha fatto a mia insaputa una mossa che non mi è piaciuta: si è presentato ai provini per il Grande Fratello. Non c'è niente di male a voler andare al GF, ma in un periodo così tormentato forse sarebbe stato più giusto aspettare. Io non voglio diffidare della persona che ho al fianco. Già sono tanti quelli che hanno marciato sul mio nome».
Fabrizio d'Esposito
il Riformista 3.6.09
Bonino occupa la Rai: «Nessuna visibilità»
di Daniela Di Iorio
Radicali ed europee. La vicepresidente del Senato si "insedia" in uno studio di Saxa Rubra: «Presto azioni penali. Viale Mazzini viola la delibera del garante».
«Ho deciso di non abbandonare gli studi della Rai, mentre ci prepariamo in queste ore a nuove azioni legali, anche sul versante della giustizia penale»: così Emma Bonino ha annunciato la sua occupazione dello studio di Saxa Rubra, dove ieri dopo le 13 si era appena conclusa la registrazione dello spazio di comunicazione politica che l'aveva ospitata.
In sciopero totale della fame e della sete dalla mezzanotte di lunedì, l'esponente radicale ha comunicato al personale Rai presente la sua decisione di iniziare un'occupazione nonviolenta dello studio. Insieme alla Bonino, anche Marco Beltrandi, deputato radicale eletto nel Pd, membro della commissione di Vigilanza Rai. La protesta contro la rete nazionale è di ordine collettivo, fa sapere la Bonino: «Assieme a ormai 50 parlamentari, dirigenti e militanti radicali, abbiamo iniziato uno sciopero della sete per chiedere conto alla Rai del mancato rispetto delle delibera dell'Autorità garante per le comunicazioni. Nonostante l'intervento del presidente Zavoli, i vertici della Rai sembrano voler continuare nella vera e propria truffa compiuta ai danni dei cittadini italiani, del loro diritto a essere informati. Da nonviolenti gandhiani non intendiamo restare inerti, né tollerare che sia perfezionato il sequestro di conoscenza e di legalità in atto, né lasciare la sede di questa azienda fino a quando non saranno realizzate azioni di immediata riparazione e interruzione dell'attentato ai diritti civili e politici dei cittadini».
La promotrice dell'iniziativa ha anche voluto sottolineare che non si tratta di «protesta radicale per la visibilità in tv, visto che è di tutta evidenza che si tratta di qualcosa di più grave e serio», concludento: «Mi auguro che i grossi leader politici di questo Paese non vorranno continuare a essere protagonisti e complici di quanto sta accadendo. Per quanto ci riguarda, continuiamo a dar corpo a una sete di verità e legalità che è, sempre più, anche quella del popolo italiano».
Viale Mazzini avrebbe fatto notare di aver rispettato le indicazioni dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Ma la Lista Bonino-Pannella ha replicato in una nota: «Nessuna ottemperanza è stata data dalla Rai all'ordine dell'Autorità, che impone ai tg specifiche interviste di riepilogo informativo per restituire agli italiani la conoscenza negata da 50 giorni di ostracismo nei confronti della Lista. I tg della rete Rai si sono invece limitati a mandare un estratto di alcuni secondi della registrazione di Emma Bonino. L'ordine Agcom impone ben altro, ovvero interviste ad hoc, di alcuni minuti finalizzate a consentire agli italiani di conoscere le proposte della lista Bonino-Pannella sino ad oggi censurate».
il Riformista 3.6.09
Il simbolo dell'olocausto e la battaglia per gli spazi elettorali in tv
Caro Pannella, la stella gialla resta un errore
di Fernando Liuzzi
CAMPAGNE SBAGLIATE. Non pesa solo la sproporzione tra il significato di quel simbolo e la scopo politico per cui è usato, ma soprattutto l'idea di riproporre l'associazione ebrei uguale vittime.
A margine di una campagna elettorale poco esaltante, come quella in corso per il Parlamento europeo, si è consumata una frattura inattesa: quella tra i Radicali e il piccolo mondo ebraico italiano. Frattura non drammatica e forse recuperabile, ma comunque meritevole di essere analizzata.
Tutto nasce con l'infelice decisione dei Radicali italiani di mostrarsi, in questa campagna elettorale, con una stella gialla di carta appiccicata al bavero della giacca. Una scelta che, nelle intenzioni dell'ideatore, il sempre fertile Marco Pannella, doveva servire a un triplice scopo: segnalare la perdurante discriminazione subita dai Radicali nell'informazione politica, specie nell'ambito del servizio pubblico radiotelevisivo, che ieri ha spinto Emma Bonino a occupare per protesta la sede Rai di Saxa Rubra; denunciare lo stato di illegalità permanente che affliggerebbe il nostro Paese e che sarebbe generata dal cosiddetto "regime partitocratrico"; e, infine, comunicare un senso di allarme per i sinistri rumori prebellici provenienti da uno scenario internazionale sempre più incerto.
Perché ho parlato di frattura inattesa? Perché il padre dei Radicali, Marco Pannella, ha sempre esibito la propria simpatia per il mondo ebraico. Una simpatia, peraltro, dovuta forse più al carattere di minoranza ripetutamente oppressa degli stessi ebrei, che non a una sintonia con i contenuti profondi della tradizione ebraica. Sia come sia, anche molti ebrei hanno corrisposto a tale atteggiamento con una prolungata attenzione per i Radicali e, anche, con una condivisione di molte delle loro battaglie, a partire da quelle per la laicità dello Stato. Ma questa volta qualcosa si è rotto. A molti, se non a tutti, questa idea di riesumare la stella gialla non è andata giù. E così, dai mugugni privati e dalle telefonate amical-familiari, si è inevitabilmente passati alla polemica, certo garbata, ma pubblica.
Il primo a dar voce a questo stato d'animo è stato Tobia Zevi, militante del Partito democratico, nonché nipote di quel Bruno Zevi che del Partito radicale fu stimato Presidente. Su L'Unità del 27 maggio, il giovane Zevi ha sottolineato il rischio che un uso elettorale del più classico simbolo della discriminazione antiebraica possa "inflazionarlo".
Elena Loewenthal, nota traduttrice dall'ebraico della letteratura israeliana, ha approfondito il discorso su La Stampa del giorno successivo. Dopo aver ricordato che la stella gialla «non era una bandiera, bensì un marchio», e anzi «la fredda incubatrice della soluzione finale», ha affermato che «è impropria in qualsivoglia battaglia politica, morale, mediatica». E ciò, appunto, perché «non sveglia le coscienze: le tramortisce».
Ma, a urtare la sensibilità ebraica, non c'è solo l'evidente sproporzione - segnalata sia da Zevi che da Loewenthal - tra un segno troppo forte e troppo carico di significati negativi e lo scopo politico contingente per cui viene utilizzato. C'è anche l'insopportabile - e peraltro diffusa e reiterata - associazione tra ebreo e vittima. Peggio: l'utilizzo dell'associazione tra ebreo e vittima nell'ambito di un'operazione politica improntata al vittimismo.
«Vedete», pareva voler dire Pannella ai telespettatori, nonostante un'espressione del volto a tratti ilare, nell'ultima puntata di Ballarò. «Vedete, porto una stella gialla come quella imposta agli ebrei dai nazisti (e prima ancora dalla Chiesa), per farvi capire che oggi siamo noi radicali gli ebrei della situazione. Siamo noi quelli discriminati, quelli i cui diritti vengono negati», eccetera.
Ora il fatto è che la stella gialla, a un occhio ebraico, rappresenta qualcosa di veramente terribile: la continuità tra l'antigiudaismo cristiano e l'antisemitismo politico. Alle ricorrenti persecuzioni cristiane, medioevali e protomoderne, gli ebrei non potevano opporsi. Si limitavano a fuggire per sottrarsi ai propri persecutori. Ma nei confronti dell'antisemitismo politico di fine Ottocento-inizi Novecento, gli ebrei hanno invece mutato atteggiamento. Dalla pubblicazione del saggio sulla Autoemancipazione di Leib Yehudah Pinscher, fino all'insurrezione del Ghetto di Varsavia, gli ebrei europei hanno ripetutamente chiarito che non erano più disposti ad accettare il ruolo di vittime.
A ciò si aggiunga che la tradizione ebraica è nemica sia dell'autolesionismo che del vittimismo. Mai fare del male a sé stessi. E quanto alle sventure subite, vanno ricordate per avere consapevolezza del proprio passato, non per bearsi nella contemplazione delle proprie disgrazie o della malvagità altrui.
Insomma, Pannella ha concepito un gesto con cui voleva richiamare l'attenzione su questioni per lui decisive, ma ha sbagliato misura (e nessuno, nel gruppo dirigente dei Radicali italiani, è riuscito a farglielo notare). Così, alla fine, l'oggetto del dibattito non sono più state quelle questioni, ma il gesto in sé e il suo carattere eccessivo. Andrà meglio la prossima volta?
il Riformista 3.6.09
Comunque vada per Silvio sarà una mezza vittoria
di Ritanna Armeni
Ha talmente diffuso la certezza di un successo del Pdl, che ora rischia di dover fare i conti con una realtà inimmaginabile fino a poco tempo fa
A tre giorni dalle elezioni appare probabile che il loro risultato non apporterà alcuna stabilità al paese. La classe politica italiana, e con essa osservatori e commentatori, ha pensato per mesi all'appuntamento elettorale europeo e amministrativo come a un momento in cui il quadro politico emerso nelle precedenti elezioni politiche si sarebbe confermato e rafforzato. Alla base di questa convinzione la previsione, apparentemente scontata, che il Popolo della libertà avrebbe aumentato i suoi voti e che Silvio Berlusconi avrebbe consolidato e irrobustito il suo consenso personale. Lo stesso premier ha diffuso questa certezza, se ne è servito per accrescere il suo carisma, ne ha parlato citando ripetutamente sondaggi e stime, insomma l'ha data per scontata. E qui sta il punto. Quando una previsione appare tanto sicura, quando un'affermazione appare tanto certa, quando un'ascesa elettorale appare tanto rapida, anche un accenno di declino, anche una piccola flessione di voti o un minimo sbandamento di una parte dell'elettorato, anche un piccolo venir meno dell'entusiasmo possono creare disorientamento e instabilità. Come accade ai bolidi della Formula 1 basta un piccolissimo inconveniente a provocare un incidente.
È questo molto probabilmente il paradosso al quale assisteremo dopo il voto. Un grande partito, quale è il Popolo della libertà, riceverà secondo le previsioni tanti voti, ma se solo si fermerà la sua ascesa, se solo ridurrà di poco il suo consenso non avrà vinto la sua scommessa politica. E, soprattutto, non l'avrà vinta Silvio Berlusconi. Il capo del partito di centro destra che ha puntato tutto sul suo successo personale e sul raggiungimento di quattro milioni di preferenze, potrebbe trovarsi di fronte a una vittoria che sarà valutata come una sconfitta politica e personale.
Sui motivi di questo probabile esito si discuterà a lungo dopo il sette giugno. Si valuterà quanto hanno giocato le vicende personali del premier e hanno sicuramente avuto una funzione importante. Ma in questa sede, a settantadue ore dal voto, mi pare invece più importante sottolineare le conseguenze che si possono produrre, il paradosso che possono creare e cioè la instabilità del quadro politico.
Essa sarà determinata innanzitutto dal fatto che parte dei voti che Berlusconi si aspettava di ricevere e che avrebbero determinato il successo al quale aspirava andranno alla Lega e la Lega ha già adesso maturato non pochi motivi di frizione nei confronti del premier, in primis la sua posizione favorevole al sì al referendum elettorale.
In secondo luogo dal fatto - anch'esso importante - che per la prima volta la leadership di Berlusconi non appare un valore aggiunto per il partito (e che valore), ma riduce l'apporto di voti o - più prudentemente da parte di chi scrive - non l'aumenta come si era sperato e come lui aveva ripetutamente affermato. Sicuramente questo non metterà in discussione la sua leadership, ma la renderà meno assoluta, renderà più esplicito e meno convenzionale il dibattito interno. Nulla di grave in un partito che a questo è abituato e ha tutti gli strumenti per esercitare una dialettica interna. Ma si può dire questo del Popolo delle libertà?
Terzo e non ultimo elemento la condizione personale del premier e il suo carattere. Silvio Berlusconi è - a detta di chi lo frequenta o ha occasione di parlargli - un uomo provato che non riesce a rispondere in modo adeguato agli attacchi alla sua persona. Il suo carattere entusiasta, fattivo e prepotente quando le cose vanno bene sta cedendo di fronte agli attacchi che in queste ultime settimane gli sono piovuti addosso. Anche perché sono molti e da più fronti. I colpi bassi con cui sta rispondendo (o sta facendo rispondere ad altri) sono la dimostrazione di una perdita di controllo, ma anche della consapevolezza che l'edificio da lui costruito non è più così solido, stabile e inamovibile come un tempo. I nemici aumentano e lui lo constata ogni giorno. La magistratura e i giornalisti, certo. Ma si è aggiunta con la elezione di Obama, il malcelato distacco se non fastidio dell'amministrazione americana; la stampa estera, anche la più conservatrice, le gerarchie cattoliche e, l'establishment industriale che non ha apprezzato la neutralità sconfinante con l'indifferenza su una questione importante come la vicenda Opel-Fiat e naturalmente, una opinione pubblica che non valuta positivamente le performance machiste del premier.
Tutto questo c'è già adesso. Già adesso è chiaro agli addetti ai lavori, ma è avvolto da quella grande melassa che è sui media la narrazione berlusconiana, quell'insieme di racconti, convinzioni, bugie, attacchi, recriminazioni, promesse che hanno fatto di lui il grande vincitore della politica italiana. Dopo il 7 giugno basterà una vittoria non grande come quella narrata finora a dipanare la nebbia. E allora tutto comincerà a muoversi. Qualcuno si aspetta l'ampliarsi delle crepe. Qualcuno comincia a pensare che l'arrivo dell'attuale maggioranza a fine della legislatura non sia più certo come solo qualche settimana fa.
il Riformista 3.6.09
Vincere & Co.
Perché nelle sale del Bel Paese la Storia fa flop
di Michele Anselmi
TENDENZE. Il film di Bellocchio in una settimana ha incassato un quindicesimo di "Angeli e Demoni". Non è un caso. Molte altre pellicole sul nostro passato hanno toppato, da "Miracolo a Sant'Anna" a "Il sangue dei vinti". Perché? Tozzi: «È materiale ad alta pericolosità commerciale».
Dispiace, perché il film è bello e importante, ma i dati parlano chiaro: Vincere va male al botteghino. A due settimane dall'uscita, dopo l'anteprima in concorso a Cannes, le recensioni rispettose, il tam-tam mediatico con automatico riferimento alle vicende matrimoniali di Berlusconi, lo speciale tv di Vespa e il sostegno dei principali quotidiani, il fiammeggiante "melodramma futurista" di Marco Bellocchio ha incassato appena 1 milione e 100mila euro. Un quindicesimo di Angeli e demoni, tanto per dare l'idea. Difficile che arrivi a 2. Tanto che i detrattori, con un eccesso di malizia, l'hanno ribattezzato "Perdere".
Il 25 maggio scorso, incassato il verdetto negativo della giuria presieduta da Isabelle Huppert, il regista di L'ora di religione assicurò che il film stava «avendo una risposta molto positiva e suscitando un dibattito straordinariamente vivace». Aggiunse: «Faremo tutto il possibile per sostenerlo in sala». Purtroppo è il pubblico a non sostenere Vincere, sia col sole sia con la pioggia. Sembra distratto, disinteressato, anche quello, maturo e culturalmente più avvertito, che disdegna la "pipinara" dei multiplex a vantaggio delle sale cittadine.
Magari non dipende dalla qualità del film. Bellocchio è un regista sempre originale, Giovanna Mezzogiorno mette in gioco tutta se stessa nel ruolo di Ida Dalser, la moglie ripudiata da Mussolini, Filippo Timi si guadagna addirittura l'etichetta di "Jack Nicholson italiano" (parola del sottosegretario cinefilo Francesco Giro) nel doppio ruolo del futuro Duce e del figlio Benito Albino. E se fosse proprio quel pezzo di storia patria a respingere gli spettatori? Il ventennio, le leggi razziali, fascisti, antifascisti, partigiani, la nascita della Repubblica? Del resto, ci sono voluti anni perché il premier Berlusconi dicesse qualcosa sul 25 aprile; e ieri, per i festeggiamenti del 2 giugno, s'è fatto attendere un quarto d'ora sul palco.
Il cinema italiano ogni tanto ci riprova, investendo bei quattrini, ma generalmente arriva la delusione, il flop. C'è chi la butta sulla censura di mercato, chi parla di tema occultato o rimosso. Ogni parere è lecito. E tuttavia la tendenza sembra chiara: la Seconda guerra mondiale, così distruttiva e fondativa, terribile ed esaltante, non "tira" più al cinema. Diamo uno sguardo al box-office, prendendo in esame titoli italiani recenti. Miracolo a Sant'Anna di Spike Lee: 1 milione e 76 mila euro. Sanguepazzo con la coppia Zingaretti-Bellucci nei panni dei divi di regime Valenti e Ferida: 594 mila. Le rose del deserto di Mario Monicelli: 1 milione e mezzo. Il sangue dei vinti di Michele Soavi: 65 mila euro. Unico titolo in controtendenza, Il papà di Giovanna di Pupi Avati: 3 milioni e mezzo di euro (però lì vinceva la storia di famiglia).
Sentiamo Riccardo Tozzi, che produsse El Alamein di Enzo Monteleone, 2002, molto apprezzato dall'ex presidente Ciampi. «Guardi, sono un appassionato di storia, farei un film all'anno su questi temi, ma devo riconoscere: è materiale ad alta pericolosità commerciale. Ho amato Vincere, nulla da dire, mettiamo pure nel conto l'effetto generale depressivo dovuto alla struttura del circuito italiano delle sale». E tuttavia… «Il rifiuto c'è, puoi fare tutta la pubblicità che vuoi, ma il pubblico non ce lo porti. Penso sia un problema squisitamente italiano: la storia funestata dalla retorica, che sia Risorgimento, Fascismo, Resistenza, poco importa. Il che abbassa l'interesse, producendo l'effetto "Promessi sposi". Senti sempre l'eco dei cinegiornali Luce, così la gente si tappa le orecchie. Purtroppo. Perché c'è tanta storia che non ci siamo raccontati bene da portare al cinema».
Concorda Monteleone. Anche se premette: «Io allargherei il discorso. C'è un altro buco nero. Pensiamo ai film sull'Irak fatti dagli americani. Mica parlo del filmetto sfigato italiano, di partigiani e fascisti. Il magnifico Nella valle di Elah l'hanno visto in pochi. Peggio è andata a The Hurt Locker. Forse non è questione di Seconda guerra mondiale». Monteleone fa una pausa: «Probabilmente l'ennesima fesseria splatter di Quentin Tarantino, quell' Inglorious Basterds con Brad Pitt, sarà un successo. Ma per il resto la storia funziona più in tv, nella forma della miniserie. Infatti Perlasca e Cefalonia vanno bene. Sul grande schermo avrebbero fatto flop». Allora perché El Alamein? «Mi spingeva la passione, la voglia di raccontare quella storia lì. Il film è stato fatto di pancia, per puro sentimento, il produttore aveva un legame di sangue con la vicenda. Poi certo: al botteghino vincono solo commedia e disimpegno, il multiplex ha ucciso un certo spettatore medio acculturato, molti giovani vivono questi film come pallose lezioni di storia». Da anni il regista padovano medita di fare Il sergente della neve, dal romanzo di Mario Rigoni Stern: «Ci ha provato anche Olmi. Ma vallo a proporre a un produttore oggi».
Già. Ogni tanto, però, qualcuno ci riprova, sfidando la vulgata resistenziale, sempre facendo arrabbiare l'Anpi. Angelo Barbagallo con Sanguepazzo, Roberto Cicutto con Miracolo a Sant'Anna, Alessandro Fracassi con Il sangue dei vinti, tratto da Pansa. Fracassi non nasconde i dati sconfortanti degli incassi. «Sono il frutto di una perversa combinazione, tanto più dopo il processo di delegittimazione politica piovuto sul film da sinistra e pure da destra. Ma bisogna resistere, c'è tanta "storia negata" da raccontare. Altrimenti dovremmo affidare la memoria collettiva solo a Roma città, Tutti a casa e pochi altri». L'intoppo dov'è, allora? Nel generale abbandono di interesse del pubblico verso film di argomento storico? «Ogni tanto arriva l'eccezione che conferma la regola. Penso a Il vento che accarezza l'erba di Loach. Ma è il cinema in costume, tutto, a non attirare più il pubblico giovane. Anche per colpa nostra, fatichiamo a intercettarlo».
Non resta che dare la parola allo storico. Piero Melograni si dice convinto che «il pubblico non va perché non sa». E fa un esempio. «Per capire lo straordinario Katyn bisognerebbe conoscere un po' di storia, sapere che Stalin e Hitler si spartirono la Polonia. Purtroppo la didattica è andata a ramengo e la prevenzione nei confronti di opere considerate ideologizzate ha fatto il resto». Aggiunge Melograni: «Il cinema potrebbe svolgere un ruolo cruciale, a patto che sappia affascinare, emozionare, i giovani. Se poi non andranno, pensando di sapere già tutto, peggio per loro». Mentre Giordano Bruno Guerri sintetizza così il proprio pensiero: «Quel periodo cruciale è stato sottoposta a una politicizzazione estrema, non viene sentito come storia o storie, ma come polemica ideologica che, portata nel mondo dello spettacolo, sta in uggia. Ho questa netta impressione». A occhio, non sbaglia.
il Riformista 3.6.09
Il rifugio inglese
I segreti di Freud a Londra
di Andrea Valdambrini
Londra. Non capita solo agli scrittori di mangiare una madeleine e far venire a galla un fiume di ricordi, oppure di tuffarsi, come Leopold Bloom, in una folle giornata solo per l'avventura di essere a passeggio per le vie di Dublino. L'orizzonte della memoria, una volta tanto non personale, ma collettiva, sociale, storica perfino, può essere aperta a chiunque abbia un po' di assonanze con la psicoanalisi, se solo capita in quel posto, oserei dire magico, che è la casa di Freud a Maresfield Gardens. Per quanto possa sembrare strano, siamo in un quartiere residenziale del nord di Londra e non a Vienna. Freud ci ha speso un anno intero, quello prima di morire, dal settembre del '38 a quello del '39. La figlia Anna, che non sorprendentemente si è dedicata alla psicanalisi dell'infanzia, ci si è fermata un altro po', fino al 1982 precisamente, dato che il posto non è niente male. Una casa elegante anche se non sfarzosa su due piani, dalle ampie finestre, circondata dalla quiete di un giardino verdissimo e battuta da un vento che sembra fatto apposta per agitare le idee nella testa e evocare memorie.
La prima cosa che sorprende, salendo le ampie scale vittoriane percorse chissà quante volte nell'anno di permanenza dal padre della psicanalisi, è un sigaro. Questo è la nostra madeleine, la nostra passeggiata dublinese. Davanti a una vetrata grande che guarda sulla strada - un tavolino al centro con due sedie, una libreria altezza ginocchio sotto la finestra con una collezione di volumi di botanica - in un angolino c'è un posacenere marmoreo color avorio, istoriato di motivi floreali giapponesi. Il sigaro è semplicemente appoggiato come fosse stato lasciato lì per quotidiana negligenza qualche minuto prima. Sembra da un lato ancora umido, dall'altro è un po' annerito. Pare di vedere il padrone di casa, 82enne che sale la prima rampa incollato al suo maledetto sigaro da cui proprio non riesce a staccarsi. «La faringite come anche i problemi di cuore» annotava arrendevolmente qualche anno prima, «sono visti entrambi come punizione per il vizio del fumo». Psicopatologia di un vizio quotidiano.
La casa londinese era stata per Freud al tempo stesso un rifugio e l'emblema di una resa. L'appartamento dove aveva vissuto 47 anni della sua vita, sta a Vienna, al numero 19 di Bergstrasse. Ma quando i nazisti arrivano nella capitale dell'impero, dopo aver bruciato in un rogo terribile anche i suoi libri e quando infine sul suo portone compare, anche lì, la croce uncinata, a Freud non rimane che accettare l'invito degli amici britannici che lo vogliono portare in salvo a ogni costo. Costretto a scappare, e non certo con gioia, dalla casa di una vita, prende e salva quello che può: libri, stampe, foto, una straordinaria e preziosissima collezione di antichità. Qui incontra anche Salvador Dalì. Il pittore ne ricava un ritratto che a Freud non sarà mai mostrato (perché non l'avrebbe gradito? Perché troppo malato per apprezzare un omaggio dissacrante e inconsueto?). Lo schizzo preparatorio riproduce la ricerca faticosa della forma. «Una cena di lumache» ricorda Dalì nell'"Autobiografia", «mi ha rivelato il segreto morfologico di Freud. Il suo cranio è proprio una lumaca. Il suo cervello ha la forma di una spirale». Una libera associazione mentale è alla base della nascita del ritratto. Fa riflettere quanto è grande il debito del dadaismo - e di tutta la modernità - verso la psicanalisi.
Al piano superiore un video in bianco e nero delizia i visitatori del museo con i filmini di famiglia, commentati dalla figlia Anna, in cui appare perfino la mamma di Freud, motore involontario del Novecento, dall'umorismo autolesionista di Philip Roth all'ironia di Nanni Moretti. Il miracolo, però, è ascoltare 2 minuti e 26 secondi della voce di Sigmund, registrata per la Bbc proprio nel 1938 e conservata da questa portentosa tecnologia per lo stupore dei posteri. È un sommario e un autoritratto. Parla con disarmante semplicità, scandisce le parole sopra un leggero tremolìo: «Ho cominciato come neurologo… Ho scoperto qualcosa di nuovo che ha rivelato l'inconscio… Da quella scoperta è nata una nuova scienza… Solo alla fine sono riuscito nella mia impresa, ma la lotta non è finita». Infatti entrare nel suo studio è come tuffarsi nella storia culturale del secolo che fu. Un'enorme sala percorre longitudinalmente il piano terra della casa. Libri dappertutto, solo una minima parte della biblioteca viennese immaginiamo. E quasi al centro, lui, il "re divano", proprio l'originale. Culla, feticcio, tomba della psicanalisi. Bordato di pesanti tappeti, avvolto nel mistero dei pazienti e dell'analista, che dietro a loro, su una sedia dallo schienale sottile di legno pregiato, avrà ascoltato una serie infinita di storie su cui ha scritto, riflettuto, annotato tutto il suo nuovo metodo per il trattamento della nevrosi.
L'emozione rischia di essere troppa, bisogna uscire dal sancta santorum della psicoanalisi. Non senza prima imbattersi nei libri che Freud amava. Da Dostoevskij a Shakespeare, da Flaubert a Edgar Allan Poe e infiniti altri - non mancava certo "Viaggio in Italia" di Goethe. E infatti Freud ha visitato le antichità italiane in più occasioni. Nel 1901, quando sulle orme del grande viaggiatore tedesco viene a Roma per la prima volta, dopo aver visto il Pantheon, San Pietro in Vicoli (con il Mosè di cui scriverà fino all'anno londinese) e il tramonto dal Gianicolo annota con trasporto: «Questo pomeriggio ho avuto così tante impressioni che me le porterò dietro per anni". L'amore per Roma, per Pompei, la Sicilia e tutto quanto evoca l'antichità, si univa in lui al disprezzo per il consumismo americano, emblema di una tendenza a tagliare le radici col passato. Per riscoprire l'importanza del quale Freud avrebbe volentieri messo sul lettino un'intera nazione.
E quando il nostro viaggio della memoria nella vita quotidiana dell'ultimo anno di vita di Freud volge al termine, sorge una domanda. Chissà cosa penserebbe l'ex padrone di casa, se fosse ancora vivo, di tutti gadget venduti nella sala accanto a quello che fu il suo scrigno delle memorie di esiliato. Un mini-busto in bronzo costa la bellezza di 185 sterline! Ma a prezzi ben più popolari ci si può portare a casa la penna trasparente in cui "naviga" da su a giù il divano della psicoanalisi, il portachiavi con su incisa la triade inconscio/io/super-io, e un mini pupazzetto barbuto freud-sembiante con tanto di elegante panciotto da applicare alla punta di un solo dito. Magari per fargli dire: la mia scoperta, sì, tutto merito (o colpa) di mia madre. Ma per il kitsch, quello no. A limite parlatene con i miei eredi.
D di Repubblica 30.5.09
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L’abuso di Stato
di Francesco Merlo
Questa volta è solo cafonaggine perché non ci può essere una giustificazione politica. Se è stata una concessione a Bossi, è stato comunque un gratuito sberleffo all´Italia istituzionale, fuori dai partiti e dalla politica, l´Italia vera. Si può infatti irridere all´avversario politico o magari anche all´alleato, ma Berlusconi durante la parata ha fatto le boccacce alla Repubblica che è la forma del paese, forma nel senso di Gestalt, dell´anima: la forma-sostanza di tutto. Davvero non c´entrano il torcicollo e la stanchezza.
Guardate le foto (nessuno stavolta le sequestrerà), guardate la mimica facciale, guardatelo mentre parodizza il saluto militare, con le labbra a pernacchia, il finto sorriso di dileggio. Sembra davvero il clown descritto dal Times.
La sola spiegazione, prima di addentrarci nella psicanalisi o nella geriatria, è che davvero abbia voluto strizzare l´occhio a Bossi che era assente perché lui, che è ministro delle Riforme, non vuole la res pubblica ma la res privata: ognuno con il suo territorio e uno sberleffo al due giugno che significa il referendum e i morti ammazzati, la guerra ma anche la rinascita di un paese che si riscatta da un passato bellicista. Il due giugno sono anche le forze armate che si posizionano nel cuore degli italiani dopo viltà e disfatte. Questa volta dunque non c´è più nulla di simpatico, la canzonatura è odiosa persino più dell´abuso che Berlusconi fa degli aerei di Stato. E bisogna dirglielo chiaramente, all´uomo che vuole piacere a tutti i costi: anche abusare degli aerei di Stato è odioso. Legalizzare un abuso infatti non cancella l´abuso ma anzi lo raddoppia.
E non perché Berlusconi ci fa viaggiare i suoi artisti e le sue star, la delicata voce bianca di Napoli e le bambole di Ibsen che nella politica estera italiana sono, con le battutine, con le pacche sulle spalle, con le barzellette e da ieri anche con le smorfie di scherno, ormai più importanti degli ambasciatori, delle strategie di investimento economico, del governo dei mercati, della flotta area e marittima, del controllo delle acque e dei cieli. Insomma, abbiamo ormai tutti capito che, nella modernissima rivoluzione berlusconiana, Mariano Apicella è il Bismarck del Kaiser.
Ma vogliamo dire che, nonostante questo prestigioso kaiseraggiamento, che ovviamente merita il dovuto rispetto istituzionale, malgrado insomma il suo alto e certificato rango, neppure Sua Eccellenza Apicella dovrebbe abusare dell´aereo di Stato. Sì, sappiamo tutto dell´ormai famosa "Direttiva del 25 luglio 2008 regolarmente registrata alla Corte dei conti" che autorizza a salire sugli aerei militari "personale estraneo alla delegazione" ma accreditato su indicazione e firma di Gianni Letta. Ma il punto è che un abuso che viene legalizzato non solo diventa un privilegio, intollerabile come tutti i privilegi, ma è ripugnante proprio perché il delitto è stato trasformato in diritto.
E sarebbe stato così anche se per, assurdo, Riccardo Muti, che non gode dell´alta onorificenza di Velina, nel luglio del 2007, anziché viaggiare su un volo di linea, fosse stato anche lui imballato, come una cassetta di spigole del generale Speciale, su un aereo di Stato e depositato al Quirinale per dirigere il requiem di Verdi per la pace, trasmesso in diretta nel martoriato Libano dove erano e sono impegnati i nostri soldati. Eppure di sicuro quel concerto poteva essere classificato tra le relazioni di politica internazionale.
Poiché ormai anche noi abbiamo imparato a conoscerlo, sappiamo che Berlusconi ci farebbe a questo punto notare che quella sua sensuale ballerina di flamenco, fotografata mentre scendeva dall´aereo presidenziale, pur non avendo certo i titoli di Muti, ha comunque almeno una laurea, come del resto le belle candidate Lara Comi, Barbara Matera e Licia Ronzulli. Insomma, che c´è di male nell´affidare la politica (estera) agli artisti qualificati? Al Quirinale la bacchetta di Muti, e a Villa Certosa il topolanek.
Certo, a Muti nessun agente dei servizi segreti in tuta mimetica fece provare il piacere della minicar, come accade alle ragazze di Villa Certosa. Sul Corriere di ieri Fiorenza Sarzanini ci ha raccontato che gli agenti in servizio durante queste feste politiche hanno anche le armi. Kalashnikov? Chissà che brividi! Tanto più che la legge che ha introdotto il nuovo galateo istituzionale, bene illustrato dalle foto sotto sequestro, non obbliga le ragazze a portare gli slip.
Berlusconi può davvero spacciare per politica estera queste sue fughe nella prepotenza di Stato e per rispetto istituzionale l´irresponsabilità di irridere al due giugno. E può darsi che sia vero che Berlusconi esprime l´anima di un Paese che non riesce a prendere sul serio neppure la sua tragica storia, e che le feste di Villa Certosa siano la versione berlusconiana degli antichi protocolli d´intesa e dei balli a corte. Ma non esistono leggi che possono cambiare la natura delle cose. Se per esempio a Berlusconi – nell´ambito di questa sua ruffiana politica estera – venisse in mente di invitare a Villa Certosa l´intero circo Togni, nessuna nuova disciplina d´urgenza firmata da Gianni Letta, renderebbe elastico l´acciaio permettendo ai servizi segreti e all´aeronautica militare di trasportare e ospitare a bordo gli elefanti e le giraffe. Ecco: l´acciaio rimane acciaio e l´abuso rimane abuso. Anzi, legalizzare l´abuso non solo non lo cancella ma, come dicevamo, lo raddoppia e lo rende odioso. E ci pare un codice, questo della prepotenza odiosamente visibile, che dovrebbe almeno impensierire un uomo come Berlusconi che punta tutto sull´amabilità. è un po´ come se a Roma il sindaco consentisse il posteggio in doppia fila, ma solo alla sua auto e a quella dei suoi amici: una pernacchia istituzionale. Come quella che il nostro presidente del Consiglio ha fatto ieri alla cerimonia nella quale la Repubblica ferma il tempo. Tutte le istituzioni, al fianco del capo dello Stato, sono i custodi e i sacerdoti della sola forma che le legittima: il due giugno è la festa del presidente del Consiglio. Com´è possibile che Berlusconi abbia canzonato se stesso? Berlusconi fa una pernacchia agli italiani ogni volta che legalmente abusa dell´aereo di Stato. Ieri l´ha fatta anche a se stesso.
Repubblica 3.6.09
Iniziativa di Open Democracy. I quesiti formulati dall’autore di un saggio sull’Italia
Dalla libertà di stampa a "papi" altre 10 domande da Londra
di Enrico Franceschini
LONDRA - L´idea di fare dieci domande a Silvio Berlusconi sta prendendo piede. "Altre dieci domande", per la precisione, dopo quelle che gli ha fatto Repubblica". E´ Open Democracy, un´organizzazione britannica che promuove il rispetto della democrazia e dei diritti umani, ad adottare la stessa iniziativa del nostro giornale, attraverso Geoff Andrews, italianista inglese, autore di un recente saggio sul nostro paese pubblicato sia nel Regno Unito che in Italia, "Un paese anormale", e frequente commentatore delle vicende di casa nostra. In una lettera aperta al presidente del Consiglio italiano sul sito dell´organizzazione (www.opendemocracy.net), Andrews nota innanzi tutto che sono passate "quasi tre settimane" dalla pubblicazione su Repubblica delle dieci domande "riguardo alla Sua relazione con Noemi Letizia". "Lei - aggiunge Andrews - ha scelto di non rispondere", con un atteggiamento che "ancora una volta solleva dubbi di interesse pubblico più ampio sul suo comportamento" come primo ministro. "Vorrei rivolgerle anch´io altre dieci domande", afferma lo studioso. Per esempio, "quale è il Suo concetto di stampa libera? Lei porrebbe condizioni alle critiche che la stampa può muovere al primo ministro?". E ancora: "Lei promise di risolvere il conflitto d´interessi entro 100 giorni dalla sua entrata in carica, eppure nulla è stato fatto. Questa situazione solleva ampie critiche in Europa. Perché non lo ha fatto? Non crede che il conflitto d´interessi presenti un problema per la democrazia italiana?". Terza domanda: "Lei ha descritto il parlamento italiano come ‘inutile´, suggerendo che basterebbero 100 parlamentari. E´ Sua opinione che il popolo italiano sarebbe felice di darle più potere per far funzionare le cose in modo più efficace?". La quarta domanda è sul paragone che Berlusconi ha fatto in passato tra il ruolo del governo e quello di un´impresa privata, affermando che considera gli imprenditori migliori dei legislatori: "Comprende la differenza fra un uomo d´affari di successo e uno statista di successo?". Una domanda è sulla sentenza secondo la quale Berlusconi ha corrotto l´avvocato inglese David Mills perché testimoniasse a suo favore: "Lei ha detto che riferirà in parlamento sulla questione ‘appena ne avrà il tempo´. Quando lo farà?". Seguono domande sulla sua intenzione di diventare presidente della Repubblica, sul G8 di questa estate, sulla candidature al parlamento europeo e sui risultati da lui conseguiti come premier. Fino all´ultima domanda: "Perché Noemi Letizia la chiama papi?".
Repubblica 3.6.09
Ludwig un genio fra i pazzi
Fratelli suicidi, sorelle isteriche un libro racconta la singolare parentela del filosofo viennese
Quando non erano in cura da qualche psichiatra, litigavano, in genere per l’eredità
Paul, il pianista, aveva perso il braccio destro in guerra. Era un fascista fanatico
di Siegmund Ginzberg
Qualche pazzo in famiglia ce l´hanno più o meno tutti. Io ne ho almeno una certificata, zia Dolcetta, che finì i suoi giorni all´Hopital de la paix, la clinica per "malattie nervose" – allora si diceva così – di Istanbul. Si raccontava che fu ricoverata dopo che aveva tentato di accoltellare la sorella Perla, la quale a suo turno una volta aveva accoltellato mio padre. Nella famiglia di Ludwig Wittgenstein "fuori dal normale", se non esattamente "fuori di testa" erano invece quasi tutti. Degli otto figli giunti in età adulta del magnate austriaco dell´acciaio Karl Wittgenstein, tre si suicidarono, due meditavano un giorno sì uno no di suicidio. Le loro tre sorelle erano perpetuamente sull´orlo di una crisi di nervi. Una restò zitella, due si sposarono con mariti che finirono pazzi, uno dei due suicida. Le crisi di nervi sono contagiose. Suicidi e follia si estendono a dismisura se nella conta si includono amici e altri parenti. Quando non erano in cura litigavano furiosamente tra loro. In genere per questioni di eredità. Ludwig, il filosofo, si era tirato fuori da ogni diatriba devolvendo la sua quota di eredità ai fratelli e andando a insegnare a Cambridge. Dove tutti lo giudicavano geniale ma un po´ matto, a cominciare dal suo protettore Bertrand Russell. Uno dei suoi allievi racconta che un giorno gli chiese a bruciapelo se gli fosse capitato di avere tragedie in famiglia. Abituato al rigore nell´uso delle parole, questi gli chiese di precisare meglio cosa intendesse per "tragedie". Ludwig Wittgenstein rispose: «Certo non la morte della nonna ottantacinquenne. Intendo: suicidi, follia, o liti».
Di queste vicende travagliate e complicate di casa Wittgenstein, racconta, con un filo di romanzato ma accuratezza di fonti, e soprattutto un lodevole ordine cronologico senza il quale il lettore sarebbe perduto, Alexander Waugh nel suo The House of Wittegenstein, sottotitolo A Family at War (l´edizione inglese, di Bloomsbury, risale al 2008, quella americana, fresca di stampa è di Doubleday). Qualche recensore l´ha bacchettato con l´argomento che nessuno è molto interessato alle vicende degli otto fratelli e sorelle di Immanuel Kant o a quelle dei sei di Soren Kierkegaard, anche se certo il suo pessimismo esistenziale doveva avere a che fare con la scomparsa prematura di cinque di loro. E soprattutto per il fatto che oltre che sui nonni, bisnonni, zii, cognati e cognate, e frequentazioni varie di casa Wittgenstein il libro si dilunga sugli "altri" Wittgenstein. In particolare sul fratello Paul, il bisbetico pianista "con un braccio solo", che tra tutti poteva sembrare il più logico predestinato al suicidio. La perdita di un braccio nella prima guerra mondiale pareva dover mettere fine alla sua carriera. Invece la proseguì anche nel secondo dopoguerra e finì coll´essere il più longevo dei maschi. A me invece questo rimprovero pare ingiusto. Un po´ perché del filosofo Ludwig la magistrale biografia di Ray Monk, Ludwig Wittgenstein: The Duty of Genius, del 1990, che viene ora ripubblicata da Bompiani in occasione del 120mo anniversario della nascita, aveva già detto quasi tutto. Un po´ perché, noblesse oblige, Alexander Waugh, nipote dello scrittore Evelyn, è di professione critico musicale e quindi ha comprensibilmente più attrazione per questo argomento che per quelli filosofici. Un po´ perché considero legittimo che di tanto in tanto, in una famiglia di geni, o almeno con un genio dominante, si riconsiderino quelli che di primo acchito apparivano i meno "interessanti": un tempo non avevo dubbi che i "grandi" della mia famiglia fossero zio Bernard, l´intellettuale, il grande agente di Stalin, e, in subordine zia Perla, la peccatrice che divenne una delle signore più ricche d´Europa, e invece ora mi viene il dubbio che potessero esserlo lo "stupidotto" di mio padre, che non combinò niente di eclatante, o addirittura la paranoica certificata zia Dolcetta.
In casa Wittgenstein erano tutti nati ricchissimi, o avevano accresciuto a dismisura la fortuna paterna come la "frigida" Gretel, ritratta da Gustav Klimt (il ritratto non le piacque, non lo appese mai) andata in sposa ad un ebreo americano che aveva cambiato nome nel britannico Stonborough e finì per spararsi come i cognati. Coprivano, come succede nelle migliori famiglie, quasi tutto l´arco delle simpatie politiche possibili del secolo, dalle simpatie comuniste di Ludwig al fascismo austriaco militante di Paul, che però mancò per poco una fine certa nei campi di sterminio hitleriani. Al pari delle sorelle, si erano scoperti a sorpresa ebrei patentati. Tre nonni ebrei su quattro e non si scappa, stabilivano le regole, e poco valsero le rimostranze per cui erano tutti convertiti da generazioni, gli sforzi per far passare il nonno Hermann Christian come figlio illegittimo di un nobile austriaco, per puro accidente allevato in una famiglia ebraica, a ottenere l´agognato meticciato. Dovettero pagare a carissimo prezzo la possibilità di emigrare dal Reich. Avevano tutti una insopportabile puzza al naso da indiscussa superiorità economica ed intellettuale (anche Ludwig, che pure francescanamente si era disvestito dei beni di famiglia per fare il professore negli austeri college britannici). Ma soprattutto avevano una tenace, insopprimibile voglia di infelicità (ammesso che quelli fossero tempi in cui era possibile essere felici).
Il fratello maggiore, Hans, aveva lasciato l´impresa familiare per tentare fortuna da solo, come aveva del resto fatto suo padre, ed era misteriosamente scomparso nel 1902, non si sa bene come, dove e quando, non si sa se annegando, o annegandosi, nella baia di Chesapeake al largo di Washington o alla foce dell´Orinoco. Un altro fratello, Rudi, omosessuale dichiarato, si era teatralmente ucciso nel 1904 in un piano bar di Vienna, ingerendo un cocktail al cianuro dopo aver chiesto al pianista di suonare una canzone sentimentale. Kurt, quello che sembrava dovesse prendere le redini delle acciaierie paterne, era morto sul fronte italiano giusto il giorno prima dell´armistizio di Vittorio Veneto. Non è stato mai appurato se si sia sparato per non arrendersi agli italiani, se si sia sparato perché aveva deciso di disubbidire all´ordine di sacrificare il suo reparto in un´inutile ultima resistenza in una guerra già persa, se siano stati i suoi superiori a sparargli o se invece sia stato ucciso dai suoi stessi soldati che si erano ammutinati. Paul, il pianista, nazionalista fanatico, austro-tedesco, antisemita e anticomunista tutto d´un pezzo, poi fascista, aveva combattuto da eroe sul fronte russo, gli avevano amputato il braccio, era stato preso prigioniero e inviato in Siberia, era stato liberato in uno scambio di prigionieri, ed era tornato a combattere con un braccio solo sul fronte italiano, guadagnandosi ben due croci di ferro. Per poi vedersi licenziare dal Conservatorio e catalogare come ebreo dopo l´Anschluss. Non sorprende che avesse conservato per il resto della vita la spigolosità dei comunisti considerati ingiustamente traditori dai loro compagni. Ludwig, che forse era, relativamente parlando, il più "normale", aveva preso sin dalla tenera età l´abitudine di considerare il suicidio, ma era stato forse salvato dalla testardaggine della logica.
Repubblica Firenze 3.6.09
Spini: "Mi attaccano perché mi temono"
Spini: giusta l’idea del terzo polo, un riconoscimento l’ha fatto anche D’Alema
"Anche gli attacchi di De Zordo mi hanno molto amareggiato. Mi ha sottovalutato"
Una vittoria, a suo modo, Valdo Spini l´ha già ottenuta. Da due settimane gli piovono addosso attacchi sia da parte del candidato sindaco del centrosinistra Matteo Renzi che da quello del centrodestra Giovanni Galli. Lui, che corre con una lista civica sostenuta da Verdi, Rifondazione e Pdci, a tre giorni dal voto si sente un leone.
Spini, pensa di essere l´elemento di disturbo nel duello tra Renzi e Galli? Quello che potrebbe sparigliare la partita?
«Registro con piacere la crescita di dimostrazioni di stima e di appoggio. Mentre avverto che i miei competitori sono entrati in una nuova fase: nel primo tempo della campagna tendevano ad ignorare benevolmente la mia candidatura, nel secondo tempo non mi hanno più lasciato sullo sfondo. Hanno cominciato a temermi e, quindi, ad attaccarmi. Ottimo risultato, direi».
Renzi ha detto che votare per Spini è come votare per Galli.
«E se l´argomento è questo vuol dire che non sa proprio più a che santo votarsi. Sul piano politico la nostra operazione, invece, è stata un successo. Contrastata, non lo nego, e tutt´altro che facile. Ma l´idea di creare un terzo polo nella battaglia Pd-Pdl si è rivelata giusta. Un riconoscimento indiretto, in fondo, ce lo ha fatto anche D´Alema, che non ci ha "scomunicati", pur chiedendo il voto per Renzi».
Alla vigilia del voto rimpiange di non aver chiuso l´accordo con Ornella De Zordo?
«Naturale, mi sentirei più forte. Oltretutto De Zordo ha fatto una campagna quasi contro di noi, mi ha persino "accusato" di averle offerto l´assessorato all´Urbanistica. Francamente credo di avercela messa tutta per aggregare le forze e penso anche che De Zordo e i suoi amici mi abbiano sottovalutato, probabilmente immaginavano che avrei fatto una campagna difensiva. I suoi attacchi mi hanno molto amareggiato ma mi sono consolato con una frase di Lenin: "Trovi sempre uno più puro che ti epura". Sopravviverò».
E´ ancora convinto di poter arrivare al ballottaggio?
«Mi baso sulle previsioni di Mannheimer, che ha rilevato come il mio bacino potenziale sia del 26 per cento, con un 17 per cento di elettori indecisi tra me e Renzi».
Renzi fa appello al voto utile, però.
«Vorrei che Renzi si ricordasse dell´infortunio di Veltroni nelle ultime politiche a proposito di "voto utile". A mio parere il voto utile è quello utile per la città, che è in condizioni di non ritorno come tutti possono vedere. Ogni buon cittadino dovrebbe votare il programma più adatto a rimettere in moto Firenze. Io ho fatto una campagna sui contenuti, ho promosso dibattiti con le università americane, parlato del futuro dell´aeroporto, della sanità, del lavoro, del turismo. E siamo l´unica coalizione che ha organizzato un confronto pubblico con i cinque aspiranti rettori».
Un giudizio su Renzi.
«Pensa che le elezioni siano uguali alle primarie, usa la stessa spregiudicatezza, attacca gli avversari. La gente invece cerca preparazione e competenza in un candidato a sindaco».
E di Galli cosa pensa?
«Con tutto il rispetto per la persona, che lo merita, la sua candidatura non ha una caratura civica ma è solo espressione del Pdl. Non a caso Berlusconi viene a dargli un mano. Qui l´unico senza babbi né papi né padri putativi sono proprio io».
Come convincerebbe un indeciso a votare per lei?
«Gli direi che come noi ci siamo messi insieme mesi fa per costruire una lista dal basso, così il suo voto può influire sul destino della città e cambiare la situazione. Agli elettori offro speranze: restituire la città ai giovani, migliorare la vita quotidiana, usare la cultura come veicolo di rilancio sul piano nazionale e internazionale: l´ho detto talmente tante volte che alla fine mi ha ascoltato anche Berlusconi che proprio oggi ha annunciato una legge speciale per Firenze».
Che farebbe appena arrivato a Palazzo Vecchio?
«Non comincerei certo, come minaccia Renzi, col "cacciare fuori tutti". Mi dedicherei anima e corpo all´impegno di sindaco e lavorerei per unire e non per rompere, per rimotivare e non per punire. I fiorentini farebbero un buon affare a scegliere me».
(s.p.)
l’Unità 3.6.09
Obama avverte Israele: un obbligo bloccare le colonie
di Umberto De Giovannangeli
Barack Obama alla prova del fuoco: la polveriera mediorientale. Oggi a Riad, domani al Cairo, il presidente Usa parla al mondo arabo e a Israele. Un passaggio chiave per la nuova politica estera americana.
Oggi a Riad. Domani al Cairo. Con uno sguardo alle elezioni di domenica in Libano e del 12 giugno in Iran. Barack Obama «sbarca» in Medio Oriente. E lo fa con un proposito ambizioso: rilanciare il processo di pace. In una visione globalizzata. Il presidente Usa sa che ogni sua frase sarà passata al vaglio, parola per parola. Così come saranno pesati i silenzi, valutate eventuali omissioni. Ayman al-Zawahri, vicecapo di Al Qaida, si è “mosso” in anticipo e - in un messaggio on line - ha sollecitato gli egiziani a respingere la visita del «criminale» Obama “reo” di «una sanguinaria campagna contro i musulmani nello Swat» (la roccaforte in Pakistan dei talebani teatro di una grande offensiva di Islamabad). Minacce a parte, il mondo arabo chiede agli Stati Uniti di mostrare fermezza nei confronti di Israele e Obama si mostra pronto a raccogliere l’invito, ricordando al governo israeliano che il blocco dell’espansione delle colonie è un obbligo da rispettare. L’ha fatto con un’intervista concessa alla radio pubblica americana Npr prima della partenza per il Medio Oriente durante cui terrà dal Cairo un discorso al mondo islamico.
I VERI AMICI
«Gli Stati Uniti - ha affermato il presidente - hanno una relazione particolare con Israele ma “essere amici” significa “essere onesti”. In alcuni momenti non siamo stati così onesti come avremmo dovuto sul fatto che la direzione presa nella regione sia profondamente negativa non solo per gli interessi israeliani, ma anche per quelli americani». Dopo aver ribadito il suo sostegno per la soluzione dei due Stati («dobbiamo avere fede costante sulla possibilità che i negoziati portino alla pace, e secondo me questo implica una soluzione con due Stati»), Obama ha sottolineato che sia i palestinesi sia gli israeliani devono rispettare i patti. «Ho detto chiaramente agli israeliani, in privato e in pubblico - ha aggiunto - che il congelamento dell’espansione delle colonie, inclusa quella per crescita naturale, fa parte degli obblighi».
TRIPLICE INTERESSE
Obama rilancia la sua visione sul «nuovo Medio Oriente» in una intervista alla Bbc. Il messaggio è indirizzato all’alleato israeliano: «Non è solo nell’interesse dei palestinesi avere uno Stato, è nell’interesse del popolo israeliano stabilizzare la situazione. Ed è nell’interesse degli Usa che vi siano due Stati che vivano a fianco in pace e sicurezza», rileva il capo della Casa Bianca. Secondo Obama, gli Stati Uniti «saranno in grado di far ripartire seri negoziati fra israeliani e palestinesi». Il presidente americano ha poi esortato alla pazienza quando gli è stato chiesto di commentare il rifiuto israeliano ad accogliere il suo invito a congelare l’attività edilizia negli insediamenti. «La diplomazia è sempre questione di una lunga e faticosa scarpinata», ha commentato. Obama affronta anche un’altra questione spinosa: il nucleare iraniano. «È nell’interesse del mondo che l’Iran accantoni le ambizioni per un’arma nucleare» e per questo serve «una diplomazia diretta e tenace». «Malgrado non voglia porre ultimatum artificiali in questo processo, voglio essere certo che, entro la fine dell’anno, si sia avviato un serio processo», avverte.
UN PATTO DI CIVILTÀ
Con la Bbc, Obama anticipa il senso politico e ideale del suo attesissimo discorso al Cairo, nel quale, il capo della Casa Bianca intende sottolineare che democrazia e libertà sono «principi universali» che i Paesi musulmani possono far propri. «Il messaggio che spero di portare - dice Obama alla Bbc - è che democrazia, stato di diritto, libertà d’espressione e libertà religiosa non sono semplicemente principi dell’Occidente da trasferire in questi Paesi. Io credo invece che siano principi universali che possono abbracciare come parte della loro identità nazionale». Obama mette in guardia sul «pericolo che gli Usa o altri Paesi pensino di poter semplicemente imporre questi valori» in Paesi che hanno «una storia e una cultura diversi». Il presidente americano - che al Cairo sarà affiancato dalla segretaria di Stato, Hillary Clinton - dice di voler incoraggiare un cammino in questo senso dimostrando in primo luogo che gli Usa rispettano questi valori. «Ed è per questo, ad esempio - rimarca il presidente americano - che chiudere Guantanamo, per quanto sia difficile, è importante perché fa parte di ciò che vogliamo affermare nel mondo». Un gesto concreto per un incontro di civiltà.
l’Unità 3.6.09
Lieberman tira dritto
L’ira degli oltranzisti: è terrorismo americano
di U.D.G.
Il gelo del governo. L’ira dei coloni oltranzisti che parlano di «terrorismo politico americano». Così Israele alla vigilia della visita in Medio Oriente di Barack Obama. Il nodo del contendere è lo stop totale agli insediamenti.
Il gelo di Lieberman. L’ira dei coloni oltranzisti. È una vigilia infuocata per Barack Obama, alle prese con la sua prima missione presidenziale in Medio Oriente. A Israele, Obama torna a chiedere il blocco totale degli insediamenti. La risposta non si fa attendere. Israele non accetta come condizione all'inizio di negoziati sul Medio Oriente la rinuncia agli insediamenti nei Territori. A ribadirlo da Mosca, dove è in visita ufficiale, è il ministro degli Esteri dello Stato ebraico, Avigdor Lieberman.
Il falco ministro
«Noi non riteniamo che l’evacuazione dei coloni possa portare a una soluzione pacifica del problema, o migliorare i rapporti tra israeliani e palestinesi», afferma Lieberman in una conferenza stampa congiunta con il suo omologo russo Sergei Lavrov. «Tutto quello che avviene nell’ambito della crescita naturale della popolazione non può essere oggetto di negoziati. Su tutte le altre questioni siamo pronti ad accordarci», aggiunge il capo della diplomazia israeliana, che parla correntemente il russo essendo cresciuto nella repubblica ex sovietica della Moldova.
Se con il governo di Israele è scoccata l’ora del grande freddo, dalla trincea del movimento dei coloni la guerra delle parole è già rovente. Bersaglio, l’amministrazione Obama, le cui continue sollecitazioni per uno stop all'espansione degli insediamenti ebraici nei territori palestinesi occupati nel 1967 sono giunte a scatenare ieri l’accusa di «terrorismo politico». La risposta ufficiale israeliana su quest'ultimo punto - confermata l’altro ieri dal premier Benjamin Netanyahu e ieri dal ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman - resta coriacea: nuovi insediamenti - è la promessa - non se ne costruiranno, ma i contestati programmi d'allargamento edilizio delle colonie esistenti andranno avanti in nome della «crescita naturale». Una risposta che agli Usa non sembra bastare più. Come hanno ribadito in questi giorni tanto Obama quanto la segretaria di Stato (ed ex beniamina dalla lobby filo-israeliana di Washington) Hillary Clinton.
I COLONI
Il movimento dei coloni è sul piede di guerra. «Gli americani impiegano ormai l'arma del terrorismo politico contro lo Stato d'Israele», ha tuonato dopo l'ultima intervista di Obama il presidente della Yesha (consiglio di coordinamento degli insediamenti), Danny Dayan, accusando il leader Usa non solo d'aver dimenticato le concessioni sulla sorte immediata delle colonie fatte a suo tempo dal predecessore George W. Bush in una lettera ad Ariel Sharon (lettera già invocata come una specie di patto di sangue anche da Yisrael Katz e Ghilad Erdan, ministro dei Trasporti e dell’Ambiente entrambi del Likud, il partito di Netanyahu). Ma persino di mettere in dubbio «la decisione di Truman del 14 maggio 1948 sul riconoscimento d'Israele». Un atteggiamento dinanzi al quale - sentenzia Dayan - bisogna essere pronti a tenere fermo il no su tutta la linea, altrimenti le pressioni «diverranno una valanga capace di portare fino alla spartizione di Gerusalemme».
Corriere della Sera 3.6.09
Lo Stato intervenga per salvare la Biblioteca di Firenze
di Paolo Di Stefano
La situazione in cui versa la Biblioteca Nazionale di Firenze è un paradigma dell’Italia d’oggi. Le biblioteche nazionali nel mondo (in Italia c’è anche quella di Roma: altre mantengono la definizione ma non lo sono a tutti gli effetti) offrono il cibo quotidiano a studiosi, ricercatori, laureandi, dottorandi. Il loro compito è raccogliere e conservare l’intero patrimonio librario di un Paese (non solo volumi a stampa, ma manoscritti antichi, incunaboli, periodici, fascicoli eccetera), catalogarlo, star dietro al flusso imponente delle nuove pubblicazioni, collaborare con analoghi istituti all’estero, partecipare a programmi di ricerca.
In gennaio la Nazionale di Roma, per mancanza di fondi, ha sospeso i prestiti pomeridiani. Ora, anche grazie ai ripetuti articoli e commenti del Corriere fiorentino, veniamo a sapere che il provvedimento è «ineludibile» pure per un’altra istituzione storica come la Nazionale Centrale di Firenze. Al di là degli sprechi passati che negli ultimi vent’anni hanno portato a ridurre progressivamente il personale e persino a privare le toilette della carta igienica, e al di là anche delle responsabilità che hanno prodotto questo sfascio, resta da chiedersi fino a quando lo Stato (e non solo il Ministero, ma anche la Regione e il Comune) assisterà impassibile alla paralisi o peggio all’agonia di una delle colonne portanti della nostra cultura. Agonia finora scongiurata grazie agli interventi di sponsor come la Cassa di Risparmio di Firenze.
Anche all’estero, intendiamoci, i contributi di partner privati alle biblioteche nazionali si affiancano alle sovvenzioni pubbliche, ma non sono tali da essere indispensabili per il funzionamento ordinario, elettricità compresa. Come si spiega che quelle che altrove sono considerate un orgoglio nazionale, da noi languono nell’indifferenza generale? La Biblioteca Nazionale, nel suo piccolo (piccolo?), non vale l’Alitalia? E chi l’ha detto.
Corriere della Sera 3.6.09
Darwin il milanese
Decisivi i legami tra la città e «il Galileo della biologia»
di Peppe Aquaro
Conosciuto, senz’altro. Qualche volta contestato, quasi sempre sostenuto. Charles Darwin non fece mai tappa a Milano (la moglie, Emma Wedgwood, sì, particolare, forse, che di scientifico ha ben poco), ma i contatti tra lo scienziato e il mondo accademico meneghino risultarono decisivi per lo sviluppo della teoria dell’evoluzione delle specie. Lo mette in evidenza la mostra «Darwin 1809-2009», promossa dal Comune di Milano, prodotta da Palazzo Reale, «Codice. Idee per la cultura» e Civita, con la partnership di Intesa Sanpaolo, che da domani al 25 ottobre approda nel capoluogo lombardo, alla Rotonda della Besana, dopo la tappa a Roma.
L’esposizione — mille metri quadrati, più ampia della prima versione curata a New York da Niles Eldredge e Ian Tattersall, prosecutori dell’opera del genio britannico — presenta, tra l’altro, alcune lettere della corrispondenza tra lo scienziato inglese e i colleghi milanesi. Su tutti: Giovanni Omboni, Angelo Andres e Tito Vignoli. Tra le chicche, una delle primissime segnalazioni, sulla rivista milanese «Il Politecnico » del 1860, un anno dopo la pubblicazione, di «On the Origin of Species», di cui è mostrata anche l’edizione originale (ne furono stampate solo 2.500 copie), prestata al Museo di storia naturale di Milano. A Vignoli, storico direttore del Museo, appartiene la sentita commemorazione funebre del celebre scienziato (1882): «Egli è certamente e sarà il più grande uomo del nostro secolo, e come io ebbi l’onore di scrivergli qualche anno fa, egli è il Galileo delle scienze biologiche». Pochi anni prima, sempre lo stesso museo aveva battuto sul tempo la concorrenza di Modena e Napoli, nominando Darwin socio onorario.
«Quando si parla di Darwin e dei suoi rapporti con il mondo italiano, non si tratta soltanto di analogie fra studiosi, ma di vere e proprie anticipazioni alle teorie darwiniane — osserva Eldredge — come quella del geologo bassanese Giambattista Brocchi il quale, già a inizio Ottocento, affermava che le specie nascono, hanno una storia e alla fine muoiono».
Una scoperta nella scoperta, il rapporto tra l’Italia e Darwin. «Nel 1879 lo scienziato riceve il premio Bressa, e lui che fa? Ne devolve il ricavato alla Stazione zoologica di Napoli», ricorda Telmo Pievani, filosofo della scienza, allievo di Eldredge e Tattersall e curatore della mostra che vuole essere essenzialmente un omaggio alla figura di Darwin e all’importanza della scoperta scientifica.
Il viaggio del visitatore alla ricerca delle proprie origini è lo stesso di quello compiuto dal naturalista inglese, dal 1831 al 1835, a bordo del brigantino Beagle. Quei cinque anni che sconvolgeranno il mondo scientifico costituiscono la parte centrale di un percorso che parte dal mondo prima di Darwin — si riteneva che la Terra avesse soltanto 6.000 anni di vita, una visione sostenuta dal rigido e passatista mondo vittoriano — continua con un Darwin adolescente, ossessionato dai coleotteri. «Suoni e colori diversi accompagnano il visitatore tra una sezione e l’altra — spiega Pievani — non appena si entra nel Viaggio intorno al mondo, dalla Terra del Fuoco all’arcipelago delle Galápagos, è tutto un caleidoscopio di colori». Protagonisti sono gli animali vivi, come l’armadillo e l’iguana verde dell’Amazzonia, o estinti, come il gliptodonte gigante, ricostruito sulle forme del fossile custodito al Museo di storia naturale di Milano.
Il giro prosegue alla volta di Londra: a dominare sono le tonalità grigie, che avvolgono come nebbie i cinque anni in cui Darwin elabora le proprie idee. «Da questo momento si entra nella mente dello scienziato, che comincia a sviscerare i suoi taccuini, rivedendo gli appunti del viaggio», ricorda Niles Eldridge nella prefazione del catalogo della mostra newyorkese del 2005 «Darwin. Alla scoperta dell’albero della vita», quello disegnato nei taccuini esposti. «In alto a sinistra, in una delle pagine si legge 'I Think': accelerazioni, ripensamenti evidenziano quanto Darwin sia vicino alla meta», aggiunge Pievani.
Ma esiterà a pubblicare. Sui tentennamenti di Darwin è interessante andare a rileggersi la lettera-risposta del 1844 (esposta nella mostra milanese) spedita dallo stesso scienziato a un collega geologo: «Sono sicuro di aver capito, ma non me la sento di pubblicare il tutto. Sarebbe come confessare un omicidio». Quell’omicidio lo confesserà solo nel 1859, preferendo dedicarsi, fino ad allora, ad anni di studio forsennato chiuso a Down House: d’effetto la ricostruzione a grandezza naturale del suo studio, con libri, microscopio e la celebre poltrona a rotelle su cui trascorse, ormai infermo, gli ultimi anni. «Ma noi non facciamo morire Darwin — conclude Pievani — se a New York l’epilogo erano i funerali, qui si entrerà in una scenografia luminosa, il sandwalk, lo spazio dei pensieri da percorrere per approdare a 'L’evoluzione oggi', il ritorno al presente».
Corriere della Sera 3.6.09
L’opera è un «lungo ragionamento» che, fra ipotesi e audaci domande, si addentra nel labirinto del mistero dei misteri
«L’origine delle specie»? Emozionante come un albo di Tex
di Giulio Giorello
Se il celebre resoconto della sua avventura «sulla regia nave Beagle» era davvero Il viaggio di un naturalista intorno al mondo, quel capolavoro scientifico che è L’origine delle specie è la storia di un viaggio nei labirinti della spiegazione di quello che all’epoca era «il mistero dei misteri»: perché tante forme viventi «bellissime e meravigliose» presentano analogie che risultano inspiegabili, se si crede che ogni specie animale o vegetale sia uscita così com’è, una volta per tutte, dalla volontà del Creatore? Del resto, la migliore definizione dell’Origine delle specie l’ha data Darwin stesso: «un lungo ragionamento » che affianca a ipotesi audaci domande e obiezioni. Spesso sembra di ascoltare Darwin in persona che rimugina tra sé e sé, dubbioso e perplesso. Questo è l’aspetto dell’Origine che mi ha maggiormente colpito fin dalla prima lettura: era l’edizione italiana presentata dal grande biologo Giuseppe Montalenti e pubblicata nella «Universale scientifica» Boringhieri (1967).
Avevo recuperato in un cineforum il film di Stanley Kramer, dedicato al «processo delle scimmie » (1925) in cui era incappato un insegnante di una cittadina del Sud degli Stati Uniti per aver dichiarato ai suoi allievi che l’uomo è parente prossimo degli scimpanzé più che degli angeli. Il titolo della versione italiana era E l’uomo creò Satana, mentre l’originale alludeva alla Bibbia: Eredita il vento (1960). La crosta terrestre «è un grande museo» di reperti fossili, ma le sue collezioni sono «terribilmente incomplete »: perché mai, se le specie non sono fisse, ma derivano da altre attraverso impercettibili gradazioni, non disponiamo di tutte le forme intermedie? E se la natura sottopone a «severo scrutinio» le variazioni del vivente, perché mai tale selezione naturale «produce da una parte un organo di importanza trascurabile come una coda di una giraffa che serve per scacciare le mosche e dall’altra un organo così meraviglioso come l’occhio umano?». Le trappole che avvocati maligni tendono all’imputato nel corso del processo non erano diverse da quelle che, con grande onestà intellettuale, Darwin esponeva come «difficoltà della propria teoria».
A quel punto non mi interessava più se l’imputato se la fosse cavata con i suoi inquisitori, ma come Darwin fosse riuscito a tramutare le pretese confutazioni in vittorie della sua concezione. Era una vicenda affascinante almeno quanto qualsiasi bel racconto d’avventure. Aspettavo la conclusione con la stessa impazienza con cui di mese in mese attendevo... la nuova puntata di Tex! Darwin aveva compreso che «il tempo profondo» del nostro Globo giustificava le lacune nelle testimonianze fossili. E l’occhio? «Quando per la prima volta fu detto che la Terra gira intorno al Sole, il senso comune del genere umano dichiarò che la dottrina era falsa; ma il vecchio detto Vox populi vox Dei, come ogni filosofo sa, non vale nella scienza. La ragione mi dice che se si può dimostrare l’esistenza di numerose gradazioni da un occhio semplice e imperfetto a uno complesso e perfetto, tutte utili alla sopravvivenza ed ereditabili da una generazione all’altra, la cosa non è più una smentita della nostra teoria, anche se pare insuperabile per la nostra immaginazione». Ma proprio questo vuol dire liberarsi dai pregiudizi: se non se ne è capaci davvero «eredita il vento »! È un’arte di cui Darwin si rivela, nell’Origine, grande maestro; ma lui con modestia avrebbe detto: «È la mia natura, non posso fare altrimenti». Sembra quasi Lutero alla Dieta di Worms, quando sfidò insieme Papato e Impero. Darwin, invece, si era limitato a contrastare l’ortodossia dominante entro la stessa comunità scientifica, cambiando così la nostra concezione del posto dell’uomo nella natura.
Corriere della Sera 3.6.09
Il naturalista trascorse il resto dei suoi anni nella quiete di Down, un borgo di quaranta case
La doppia vita del dottor Charles
di Giovanni Caprara
Dopo aver girato il pianeta a bordo della Beagle, si ritirò in campagna
«Rivedere la caduta delle foglie, udire il gorgheggio dei pettirossi come nelle campagne di Shrewsbury, provare ancora la dolce monotonia delle cose consuete, l’assenza delle chiassose novità che affaticano gli occhi e la mente». Scorre il piacere nelle parole di Charles Darwin ricordando l’emozione della vita nella nuova casa di Down. E aggiunge: «È il luogo più tranquillo in cui io abbia mai vissuto. A Est e ad Ovest vi sono delle valli invalicabili, a Sud solo un sentiero molto stretto, e a Nord, attraverso il villaggio , altre due stradicciole: è come se ci trovassimo all’estremo limite del mondo».
È difficile immaginare l’altra anima di Darwin, quella che lo aveva portato ad esplorare veri e remotissimi luoghi del pianeta a bordo della nave Beagle. Eppure quando entra nella palazzina di tre piani immersa nel verde, il ritmo dell’esistenza cambia e tutto il suo orizzonte è segnato dalle piante che vede dalla finestra, dal sentiero che ogni mezzogiorno percorre cinque volte meditando e che per questo lui chiama il «viottolo del pensiero» ma soprattutto dalla famiglia, dalla moglie Emma Wedgwood e dai sette figli che cresce leggendo le favole di Dickens. Altri due bimbi muoiono poco dopo la nascita e uno di questi, appena entrati nella nuova casa di Down.
Poi perderà anche l’amatissima figlia Annie a soli 10 anni di età e la sua scomparsa segnerà ogni giorno seguente preoccupato che il suo matrimonio con la cugina Emma avesse condannato la sorte dei figli. Così non fu, in realtà, perché tutti i sopravvissuti crebbero in salute conquistando talvolta posizioni di prestigio.
Ma dove erano l’ebbrezza che lo aveva portato ad imbarcarsi con i pescatori di ostriche di Newhaven quando era ancora studente o il coraggio di affrontare il lungo periplo del pianeta a bordo della piccola nave comandata da Robert Fitzroy, come il botanico ed entomologo John Stevens Henslow gli aveva suggerito?
Partì dopo gli studi a Cambridge contro il volere del padre che giudicava il viaggio previsto di due anni soltanto una perdita di tempo. Rimase in navigazione cinque anni e al ritorno nel 1836 era già famoso perché durante la spedizione inviava lettere e materiali che venivano fatti conoscere.
La lunga traversata sugli oceani era stata ardua. Non solo perché Darwin soffriva terribilmente il mare, ma anche perché mentre Fitzroy scandagliava i fondali delle coste sudamericane per costruire le nuove mappe ordinate dall’ammiragliato di sua Maestà, Charles scendeva a terra ed esplorava i territori quasi sempre inospitali dai quali rubava i campioni in seguito preziosi per la sua rivoluzionaria teoria.
Al rientro aveva 27 anni e vivendo per lo più a Londra iniziava a dare forma alle sue idee come rivelano i diari. Per poco, però. Intanto scrive del suo viaggio ma la pressione degli impegni lo ammala. Accusa «sconfortanti palpitazioni del cuore» e i medici lo obbligano a sospendere il lavoro. L’anno successivo, nel 1838 sta ancora peggio: mali di stomaco, dolori di testa, cuore alterno; tutti guai che si trascinerà per l’intera vita senza mai scoprirne la causa. Nemmeno le cure, talvolta drastiche e spiacevoli come bagni d’acqua gelida, l’aiuteranno.
Intanto sposa Emma e Londra diventa insopportabile. Con lei cerca casa lungo la nuova linea ferroviaria che gli permetterà di andare in città, se necessario, e tornare in giornata per cenare in famiglia. La troverà nel 1842 appunto nel villaggio di quaranta tetti di Down e in due ore poteva sedersi alle riunioni della Royal Society quando serviva.
Nella quiete delle stanze piene di libri, carte e giochi dei bambini definisce scrive «L’origine delle specie per mezzo della selezione naturale». Ma chiuso nel suo piccolo mondo non è intenzionato a parlarne perché ne teme le conseguenze. Si rende conto di quanto le sue intuizioni fossero rivoluzionarie. Le darà alle stampe soltanto nel 1859 quando scopre che il più giovane Russel Wallace, anche lui dopo un viaggio avventuroso, era giunto alle sue stesse conclusioni.
E come era facilmente intuibile l’anno successivo inizieranno gli attacchi del vescovo Samuel Wilberforce che giudicava la teoria un’idea eretica perché contro la creazione. In quel momento nasceva il creazionismo tutt’ora forte e a sua volta evoluto nel tempo per contrastare la rivoluzione darwiniana.
Accanto alla casa Charles costruirà una piccola serra con piante tropicali e altri reperti: era il suo laboratorio domestico, forse l’angolo dei ricordi. E tra quelle pareti e quelle passeggiate trascorrerà quarant’anni distaccato dal clamore che i suoi scritti scatenavano. A Londra andava sempre meno, solo nelle occasioni eccezionali e l’unica concessione era un liquorino dopo cena fino a che i medici non glielo proibivano. Non amava i conflitti e le discussioni in pubblico sempre più frequenti soprattutto dopo la pubblicazione «Sull’origine dell’uomo» che portava allo scoperto l’evoluzione umana nel contesto naturale e il suo legame con i primati. Immerso nel verde e nel silenzio di Down House si sentiva protetto.
Ne uscirà solo nel 1882 quando moriva a 73 anni e il suo corpo era sepolto nell’Abbazia di Westminster accanto ad un altro grande rivoluzionario, Isaac Newton, che prima di lui aveva sconvolto, ma con minori conflitti, i cieli.
«L’idea base che personalmente mi ha affascinato in Darwin, e che mi guida da sempre, è quella della metamorfosi»
Corriere della Sera 3.6.09
Un poema sullo scienziato
E il nonno Erasmus mi ha insegnato la polifonia culturale
di Luigi Trucillo
Come nasce un libro? Basandomi sulla mia ultima esperienza direi che bisogna sempre fare affidamento sui nonni, intesi qualche volta come antichi maestri. Cioè, in altri termini, sulla catena delle affabulazioni. A prescindere dall’ammirazione per i suoi scritti, infatti, probabilmente la prima idea di scrivere un libro di poesie su Darwin mi è balenata scoprendo che il nonno, il medico Erasmus Darwin, oltre a inventare i pozzi artesiani aveva rappresentato in versi la teoria dell’evoluzione di Lamarck. Se quell’approccio alla scienza era stato possibile allora, perché non riprovarci adesso? Sappiamo che l’attrazione che la natura esercita sulla psiche umana è innata e si definisce biofilia: come lasciar cadere la possibilità di una sua rappresentazione estetica? A ben guardare, le intuizioni di Darwin fanno capolino dappertutto, quindi anche all’interno della poesia. Certo, non tutto è stato semplice, credo che per ogni scrittore sia stranissimo calarsi nell’opera di uno scienziato, perché si vede costretto a fare i conti con un tessuto di teorie sistematiche percepite dalla scrittura come una materia sottile del linguaggio, una specie di sostanza segreta già apparentemente confezionata che germoglia di nuovo nella propria elaborazione.
L’idea base che personalmente mi ha affascinato in Darwin, e che mi guida da sempre, è quella della metamorfosi. Ne ho fatto quasi un’epica profonda, e mi sembrava interessante riversare la spaziosità di quest’epica contro l’idea di controllo così incombente nelle scienze applicate. E Darwin con la sua natura stupita e profondamente democratica era evidentemente un esploratore più che un erogatore di controllo. Secondo me, ad esempio, la sua idea di ereditarietà che allude nel tempo all’asse familiare evoca, attraverso la teoria delle piccole progressioni del cambiamento, un sistema orizzontale, di passaggio fraterno, opposto in ultima analisi alla verticalità edipica e metafisica attribuita di norma alla trasmissione. La metamorfosi come elemento fraterno: non è questa un’idea bellissima, vicina in qualche misura al fondamento della poesia? Non è il barlume di una speranza non gerarchica? E gli scienziati, quelli veri, non sono immersi nell’elemento creativo? Per me quindi valeva la pena tentare di aprire la materia di una teoria scientifica all’apporto di alcuni elementi classici come la tragedia, il mito, la metafora, cercando a tentoni il varco verso un’epistemologia inconscia. Del resto proprio uno scienziato, Bateson, elaborando la sua fittissima struttura che connette ha parlato di una complessità organizzativa del vivente che non consente meccanicismi. E ha invitato a una metaforizzazione della scienza. Io non ho fatto altro nei miei versi che imbucarmi in quest’idea di polifonia culturale. Ha detto Bateson che «la natura pensa per storie, racconta storie». E l’evoluzione allora non è per noi poeti una versione delle Mille e una notte che le specie si raccontano per non morire? Alla fine nella teoria di Darwin circola un ascolto profondo delle leggi naturali che è anche un invito all’apertura, all’attenzione verso ciò che ci appare, nudo, dinanzi. Per chi sa respirare i mutamenti è un percorso verso la riconciliazione.
(Con «Darwin», Quodlibet, Trucillo ha vinto il Premio Napoli per la poesia 2009)
il Riformista 3.6.09
La guerra dei giornali
Il pink-tank di Silvio che gestisce Noemi contro Repubblica
La svolta light del Corriere della sera
A Palazzo Grazioli, l'unità di crisi con Rossella
di Fabrizio d'Esposito
Qualcuno che segue da vicino l'evoluzione del caso, la mette così: «La questione del pink-tank è delicatissima, coinvolge vari direttori». Il pink-tank, pensatoio rosa in onore del gossip elevato a guerra politica, è la cabina di regia allestita dal Cavaliere per gestire la vicenda di Noemi Letizia. Chi ne fa parte? C'è solo una conferma e riguarda Carlo Rossella, ex direttore di Panorama e Tg5.
In questi giorni, sarebbe stato lo stesso Rossella a confidare a un suo amico di essere stato reclutato dal premier nell'unità di crisi chiamata a combattere la guerra contro il gruppo Repubblica-Espresso nel segno del Casoriagate. Di qui l'interminabile rosario di interviste o lettere pro-Berlusconi spuntate come funghi e spalmate su tutta una serie di quotidiani e rotocalchi.
Il caso più clamoroso è quello delle missive dell'ex fidanzato di Noemi, Gino Flaminio, con un piccolo precedente da rapinatore. Scovato da Giuseppe D'Avanzo su Repubblica, Flaminio è stato prima bersagliato dal Giornale berlusconiano di Mario Giordano come delinquente prezzolato al servizio della sinistra, poi si è redento con due accorate lettere in favore del Cavaliere «uomo del popolo». In realtà, il testo è unico ma ne sono uscite due versioni differenti. Una, originale, sul Corriere della sera di Ferruccio de Bortoli, l'altra, sistemata in italiano, sul Mattino di Napoli, diretto da Mario Orfeo, oggi in pole position per il Tg2. Chi ha suggerito a Flaminio di scrivere la lettera? Chi gli ha consigliato i quotidiani cui spedirla? Secondo quanto raccontato dalla nostra fonte non ci sono dubbi. Il merito è del pink-tank del premier, che avrebbe finanche scalzato il fido portavoce di Palazzo Chigi, Paolo Bonaiuti, da ogni ruolo comunicativo in questa vicenda. Insomma l'unità di crisi pianificherebbe giorno dopo giorno la controffensiva ai giornali dell'Ingegnere e avrebbe pure il compito di monitorare il sito di Dagospia. Ovviamente, il Giornale e per certi versi anche Libero di Vittorio Feltri costituiscono l'avanguardia della reazione del centrodestra, ma un filoberlusconismo light, forse inconsapevole, fa capolino anche dalle parti di via Solferino.
A parte la lettera di Gino, sono alcuni giorni, infatti, che sul Corriere post-mielista compaiono interviste che tratteggiano una Villa Certosa somigliante al Mulino Bianco, secondo le immagini offerte dal ministro Sandro Bondi («Ho visto solo famigliole») oppure da Marcello Dell'Utri («C'è la gelateria che dà i coni gratis»). Poi c'è la formidabile trasformazione di papi in nonno Silvio. Ecco l'anticipazione dell'intervista a Virginia Saintjust a Oggi, gruppo Rcs. L'ex annunciatrice della Rai al centro di un «amore platonico» nonché di un rapporto «profondo di affinità elettiva» con il Cavaliere rivela: «Quando mi telefonava era molto gentile, ma mi diceva: "Potrei essere tuo nonno"». Sulla stessa falsariga la conversazione con un'altra stellina di nome di Imma Di Ninni, già ospite di varie feste a Villa Certosa: «Lui ha classe, le donne le rispetta. Fa tanti regalini ma non chiede niente in cambio. È festoso, un gran bambinone a cui piace giocare». Ancora: «Gli ho raccontato di quando, da bambina, mi piaceva correre nel grano con un aquilone al polso. E lui se n'è ricordato, che bella persona. Ma la mia anima non ha prezzo». Titolo: «Mi regalò un aquilone d'oro».
Ma il pink-tank non deve essere rimasto contento del risultato e così ieri è stato il turno della contro-intervista a Di Ninni sul Giornale: «Guardi sono furente. Macché aquilone d'oro: hanno travisato tutto quello che ho detto». Altra anticipazione. Stavolta un scoop contenuto in un libro pubblicato da Aliberti a firma di un'ex velina, Elisa Alloro. Che dice: il nomignolo papi è stato inventato da tale Renata non da Noemi. Continua Alloro: «Il premier è una miniera di saggezza... ogni minuto trascorso con lui l'ho sempre considerato alla stregua di un dono divino».
Chi, infine. Nel senso del settimanale di Alfonso Signorini, edito da Mondadori, forse il vero house-organ del pink-tank di Palazzo Grazioli. Ieri le agenzie hanno battuto con tanto di flash l'anticipazione di un'intervista esclusiva a Noemi: «Gino si è inventato la qualunque. Non credo che l'abbia fatto gratis». Ma ce n'è anche per l'altro, Domenico Cozzolino, il suo ultimo fidanzatino: «Con Domenico abbiamo litigato. Ha fatto a mia insaputa una mossa che non mi è piaciuta: si è presentato ai provini per il Grande Fratello. Non c'è niente di male a voler andare al GF, ma in un periodo così tormentato forse sarebbe stato più giusto aspettare. Io non voglio diffidare della persona che ho al fianco. Già sono tanti quelli che hanno marciato sul mio nome».
Fabrizio d'Esposito
il Riformista 3.6.09
Bonino occupa la Rai: «Nessuna visibilità»
di Daniela Di Iorio
Radicali ed europee. La vicepresidente del Senato si "insedia" in uno studio di Saxa Rubra: «Presto azioni penali. Viale Mazzini viola la delibera del garante».
«Ho deciso di non abbandonare gli studi della Rai, mentre ci prepariamo in queste ore a nuove azioni legali, anche sul versante della giustizia penale»: così Emma Bonino ha annunciato la sua occupazione dello studio di Saxa Rubra, dove ieri dopo le 13 si era appena conclusa la registrazione dello spazio di comunicazione politica che l'aveva ospitata.
In sciopero totale della fame e della sete dalla mezzanotte di lunedì, l'esponente radicale ha comunicato al personale Rai presente la sua decisione di iniziare un'occupazione nonviolenta dello studio. Insieme alla Bonino, anche Marco Beltrandi, deputato radicale eletto nel Pd, membro della commissione di Vigilanza Rai. La protesta contro la rete nazionale è di ordine collettivo, fa sapere la Bonino: «Assieme a ormai 50 parlamentari, dirigenti e militanti radicali, abbiamo iniziato uno sciopero della sete per chiedere conto alla Rai del mancato rispetto delle delibera dell'Autorità garante per le comunicazioni. Nonostante l'intervento del presidente Zavoli, i vertici della Rai sembrano voler continuare nella vera e propria truffa compiuta ai danni dei cittadini italiani, del loro diritto a essere informati. Da nonviolenti gandhiani non intendiamo restare inerti, né tollerare che sia perfezionato il sequestro di conoscenza e di legalità in atto, né lasciare la sede di questa azienda fino a quando non saranno realizzate azioni di immediata riparazione e interruzione dell'attentato ai diritti civili e politici dei cittadini».
La promotrice dell'iniziativa ha anche voluto sottolineare che non si tratta di «protesta radicale per la visibilità in tv, visto che è di tutta evidenza che si tratta di qualcosa di più grave e serio», concludento: «Mi auguro che i grossi leader politici di questo Paese non vorranno continuare a essere protagonisti e complici di quanto sta accadendo. Per quanto ci riguarda, continuiamo a dar corpo a una sete di verità e legalità che è, sempre più, anche quella del popolo italiano».
Viale Mazzini avrebbe fatto notare di aver rispettato le indicazioni dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Ma la Lista Bonino-Pannella ha replicato in una nota: «Nessuna ottemperanza è stata data dalla Rai all'ordine dell'Autorità, che impone ai tg specifiche interviste di riepilogo informativo per restituire agli italiani la conoscenza negata da 50 giorni di ostracismo nei confronti della Lista. I tg della rete Rai si sono invece limitati a mandare un estratto di alcuni secondi della registrazione di Emma Bonino. L'ordine Agcom impone ben altro, ovvero interviste ad hoc, di alcuni minuti finalizzate a consentire agli italiani di conoscere le proposte della lista Bonino-Pannella sino ad oggi censurate».
il Riformista 3.6.09
Il simbolo dell'olocausto e la battaglia per gli spazi elettorali in tv
Caro Pannella, la stella gialla resta un errore
di Fernando Liuzzi
CAMPAGNE SBAGLIATE. Non pesa solo la sproporzione tra il significato di quel simbolo e la scopo politico per cui è usato, ma soprattutto l'idea di riproporre l'associazione ebrei uguale vittime.
A margine di una campagna elettorale poco esaltante, come quella in corso per il Parlamento europeo, si è consumata una frattura inattesa: quella tra i Radicali e il piccolo mondo ebraico italiano. Frattura non drammatica e forse recuperabile, ma comunque meritevole di essere analizzata.
Tutto nasce con l'infelice decisione dei Radicali italiani di mostrarsi, in questa campagna elettorale, con una stella gialla di carta appiccicata al bavero della giacca. Una scelta che, nelle intenzioni dell'ideatore, il sempre fertile Marco Pannella, doveva servire a un triplice scopo: segnalare la perdurante discriminazione subita dai Radicali nell'informazione politica, specie nell'ambito del servizio pubblico radiotelevisivo, che ieri ha spinto Emma Bonino a occupare per protesta la sede Rai di Saxa Rubra; denunciare lo stato di illegalità permanente che affliggerebbe il nostro Paese e che sarebbe generata dal cosiddetto "regime partitocratrico"; e, infine, comunicare un senso di allarme per i sinistri rumori prebellici provenienti da uno scenario internazionale sempre più incerto.
Perché ho parlato di frattura inattesa? Perché il padre dei Radicali, Marco Pannella, ha sempre esibito la propria simpatia per il mondo ebraico. Una simpatia, peraltro, dovuta forse più al carattere di minoranza ripetutamente oppressa degli stessi ebrei, che non a una sintonia con i contenuti profondi della tradizione ebraica. Sia come sia, anche molti ebrei hanno corrisposto a tale atteggiamento con una prolungata attenzione per i Radicali e, anche, con una condivisione di molte delle loro battaglie, a partire da quelle per la laicità dello Stato. Ma questa volta qualcosa si è rotto. A molti, se non a tutti, questa idea di riesumare la stella gialla non è andata giù. E così, dai mugugni privati e dalle telefonate amical-familiari, si è inevitabilmente passati alla polemica, certo garbata, ma pubblica.
Il primo a dar voce a questo stato d'animo è stato Tobia Zevi, militante del Partito democratico, nonché nipote di quel Bruno Zevi che del Partito radicale fu stimato Presidente. Su L'Unità del 27 maggio, il giovane Zevi ha sottolineato il rischio che un uso elettorale del più classico simbolo della discriminazione antiebraica possa "inflazionarlo".
Elena Loewenthal, nota traduttrice dall'ebraico della letteratura israeliana, ha approfondito il discorso su La Stampa del giorno successivo. Dopo aver ricordato che la stella gialla «non era una bandiera, bensì un marchio», e anzi «la fredda incubatrice della soluzione finale», ha affermato che «è impropria in qualsivoglia battaglia politica, morale, mediatica». E ciò, appunto, perché «non sveglia le coscienze: le tramortisce».
Ma, a urtare la sensibilità ebraica, non c'è solo l'evidente sproporzione - segnalata sia da Zevi che da Loewenthal - tra un segno troppo forte e troppo carico di significati negativi e lo scopo politico contingente per cui viene utilizzato. C'è anche l'insopportabile - e peraltro diffusa e reiterata - associazione tra ebreo e vittima. Peggio: l'utilizzo dell'associazione tra ebreo e vittima nell'ambito di un'operazione politica improntata al vittimismo.
«Vedete», pareva voler dire Pannella ai telespettatori, nonostante un'espressione del volto a tratti ilare, nell'ultima puntata di Ballarò. «Vedete, porto una stella gialla come quella imposta agli ebrei dai nazisti (e prima ancora dalla Chiesa), per farvi capire che oggi siamo noi radicali gli ebrei della situazione. Siamo noi quelli discriminati, quelli i cui diritti vengono negati», eccetera.
Ora il fatto è che la stella gialla, a un occhio ebraico, rappresenta qualcosa di veramente terribile: la continuità tra l'antigiudaismo cristiano e l'antisemitismo politico. Alle ricorrenti persecuzioni cristiane, medioevali e protomoderne, gli ebrei non potevano opporsi. Si limitavano a fuggire per sottrarsi ai propri persecutori. Ma nei confronti dell'antisemitismo politico di fine Ottocento-inizi Novecento, gli ebrei hanno invece mutato atteggiamento. Dalla pubblicazione del saggio sulla Autoemancipazione di Leib Yehudah Pinscher, fino all'insurrezione del Ghetto di Varsavia, gli ebrei europei hanno ripetutamente chiarito che non erano più disposti ad accettare il ruolo di vittime.
A ciò si aggiunga che la tradizione ebraica è nemica sia dell'autolesionismo che del vittimismo. Mai fare del male a sé stessi. E quanto alle sventure subite, vanno ricordate per avere consapevolezza del proprio passato, non per bearsi nella contemplazione delle proprie disgrazie o della malvagità altrui.
Insomma, Pannella ha concepito un gesto con cui voleva richiamare l'attenzione su questioni per lui decisive, ma ha sbagliato misura (e nessuno, nel gruppo dirigente dei Radicali italiani, è riuscito a farglielo notare). Così, alla fine, l'oggetto del dibattito non sono più state quelle questioni, ma il gesto in sé e il suo carattere eccessivo. Andrà meglio la prossima volta?
il Riformista 3.6.09
Comunque vada per Silvio sarà una mezza vittoria
di Ritanna Armeni
Ha talmente diffuso la certezza di un successo del Pdl, che ora rischia di dover fare i conti con una realtà inimmaginabile fino a poco tempo fa
A tre giorni dalle elezioni appare probabile che il loro risultato non apporterà alcuna stabilità al paese. La classe politica italiana, e con essa osservatori e commentatori, ha pensato per mesi all'appuntamento elettorale europeo e amministrativo come a un momento in cui il quadro politico emerso nelle precedenti elezioni politiche si sarebbe confermato e rafforzato. Alla base di questa convinzione la previsione, apparentemente scontata, che il Popolo della libertà avrebbe aumentato i suoi voti e che Silvio Berlusconi avrebbe consolidato e irrobustito il suo consenso personale. Lo stesso premier ha diffuso questa certezza, se ne è servito per accrescere il suo carisma, ne ha parlato citando ripetutamente sondaggi e stime, insomma l'ha data per scontata. E qui sta il punto. Quando una previsione appare tanto sicura, quando un'affermazione appare tanto certa, quando un'ascesa elettorale appare tanto rapida, anche un accenno di declino, anche una piccola flessione di voti o un minimo sbandamento di una parte dell'elettorato, anche un piccolo venir meno dell'entusiasmo possono creare disorientamento e instabilità. Come accade ai bolidi della Formula 1 basta un piccolissimo inconveniente a provocare un incidente.
È questo molto probabilmente il paradosso al quale assisteremo dopo il voto. Un grande partito, quale è il Popolo della libertà, riceverà secondo le previsioni tanti voti, ma se solo si fermerà la sua ascesa, se solo ridurrà di poco il suo consenso non avrà vinto la sua scommessa politica. E, soprattutto, non l'avrà vinta Silvio Berlusconi. Il capo del partito di centro destra che ha puntato tutto sul suo successo personale e sul raggiungimento di quattro milioni di preferenze, potrebbe trovarsi di fronte a una vittoria che sarà valutata come una sconfitta politica e personale.
Sui motivi di questo probabile esito si discuterà a lungo dopo il sette giugno. Si valuterà quanto hanno giocato le vicende personali del premier e hanno sicuramente avuto una funzione importante. Ma in questa sede, a settantadue ore dal voto, mi pare invece più importante sottolineare le conseguenze che si possono produrre, il paradosso che possono creare e cioè la instabilità del quadro politico.
Essa sarà determinata innanzitutto dal fatto che parte dei voti che Berlusconi si aspettava di ricevere e che avrebbero determinato il successo al quale aspirava andranno alla Lega e la Lega ha già adesso maturato non pochi motivi di frizione nei confronti del premier, in primis la sua posizione favorevole al sì al referendum elettorale.
In secondo luogo dal fatto - anch'esso importante - che per la prima volta la leadership di Berlusconi non appare un valore aggiunto per il partito (e che valore), ma riduce l'apporto di voti o - più prudentemente da parte di chi scrive - non l'aumenta come si era sperato e come lui aveva ripetutamente affermato. Sicuramente questo non metterà in discussione la sua leadership, ma la renderà meno assoluta, renderà più esplicito e meno convenzionale il dibattito interno. Nulla di grave in un partito che a questo è abituato e ha tutti gli strumenti per esercitare una dialettica interna. Ma si può dire questo del Popolo delle libertà?
Terzo e non ultimo elemento la condizione personale del premier e il suo carattere. Silvio Berlusconi è - a detta di chi lo frequenta o ha occasione di parlargli - un uomo provato che non riesce a rispondere in modo adeguato agli attacchi alla sua persona. Il suo carattere entusiasta, fattivo e prepotente quando le cose vanno bene sta cedendo di fronte agli attacchi che in queste ultime settimane gli sono piovuti addosso. Anche perché sono molti e da più fronti. I colpi bassi con cui sta rispondendo (o sta facendo rispondere ad altri) sono la dimostrazione di una perdita di controllo, ma anche della consapevolezza che l'edificio da lui costruito non è più così solido, stabile e inamovibile come un tempo. I nemici aumentano e lui lo constata ogni giorno. La magistratura e i giornalisti, certo. Ma si è aggiunta con la elezione di Obama, il malcelato distacco se non fastidio dell'amministrazione americana; la stampa estera, anche la più conservatrice, le gerarchie cattoliche e, l'establishment industriale che non ha apprezzato la neutralità sconfinante con l'indifferenza su una questione importante come la vicenda Opel-Fiat e naturalmente, una opinione pubblica che non valuta positivamente le performance machiste del premier.
Tutto questo c'è già adesso. Già adesso è chiaro agli addetti ai lavori, ma è avvolto da quella grande melassa che è sui media la narrazione berlusconiana, quell'insieme di racconti, convinzioni, bugie, attacchi, recriminazioni, promesse che hanno fatto di lui il grande vincitore della politica italiana. Dopo il 7 giugno basterà una vittoria non grande come quella narrata finora a dipanare la nebbia. E allora tutto comincerà a muoversi. Qualcuno si aspetta l'ampliarsi delle crepe. Qualcuno comincia a pensare che l'arrivo dell'attuale maggioranza a fine della legislatura non sia più certo come solo qualche settimana fa.
il Riformista 3.6.09
Vincere & Co.
Perché nelle sale del Bel Paese la Storia fa flop
di Michele Anselmi
TENDENZE. Il film di Bellocchio in una settimana ha incassato un quindicesimo di "Angeli e Demoni". Non è un caso. Molte altre pellicole sul nostro passato hanno toppato, da "Miracolo a Sant'Anna" a "Il sangue dei vinti". Perché? Tozzi: «È materiale ad alta pericolosità commerciale».
Dispiace, perché il film è bello e importante, ma i dati parlano chiaro: Vincere va male al botteghino. A due settimane dall'uscita, dopo l'anteprima in concorso a Cannes, le recensioni rispettose, il tam-tam mediatico con automatico riferimento alle vicende matrimoniali di Berlusconi, lo speciale tv di Vespa e il sostegno dei principali quotidiani, il fiammeggiante "melodramma futurista" di Marco Bellocchio ha incassato appena 1 milione e 100mila euro. Un quindicesimo di Angeli e demoni, tanto per dare l'idea. Difficile che arrivi a 2. Tanto che i detrattori, con un eccesso di malizia, l'hanno ribattezzato "Perdere".
Il 25 maggio scorso, incassato il verdetto negativo della giuria presieduta da Isabelle Huppert, il regista di L'ora di religione assicurò che il film stava «avendo una risposta molto positiva e suscitando un dibattito straordinariamente vivace». Aggiunse: «Faremo tutto il possibile per sostenerlo in sala». Purtroppo è il pubblico a non sostenere Vincere, sia col sole sia con la pioggia. Sembra distratto, disinteressato, anche quello, maturo e culturalmente più avvertito, che disdegna la "pipinara" dei multiplex a vantaggio delle sale cittadine.
Magari non dipende dalla qualità del film. Bellocchio è un regista sempre originale, Giovanna Mezzogiorno mette in gioco tutta se stessa nel ruolo di Ida Dalser, la moglie ripudiata da Mussolini, Filippo Timi si guadagna addirittura l'etichetta di "Jack Nicholson italiano" (parola del sottosegretario cinefilo Francesco Giro) nel doppio ruolo del futuro Duce e del figlio Benito Albino. E se fosse proprio quel pezzo di storia patria a respingere gli spettatori? Il ventennio, le leggi razziali, fascisti, antifascisti, partigiani, la nascita della Repubblica? Del resto, ci sono voluti anni perché il premier Berlusconi dicesse qualcosa sul 25 aprile; e ieri, per i festeggiamenti del 2 giugno, s'è fatto attendere un quarto d'ora sul palco.
Il cinema italiano ogni tanto ci riprova, investendo bei quattrini, ma generalmente arriva la delusione, il flop. C'è chi la butta sulla censura di mercato, chi parla di tema occultato o rimosso. Ogni parere è lecito. E tuttavia la tendenza sembra chiara: la Seconda guerra mondiale, così distruttiva e fondativa, terribile ed esaltante, non "tira" più al cinema. Diamo uno sguardo al box-office, prendendo in esame titoli italiani recenti. Miracolo a Sant'Anna di Spike Lee: 1 milione e 76 mila euro. Sanguepazzo con la coppia Zingaretti-Bellucci nei panni dei divi di regime Valenti e Ferida: 594 mila. Le rose del deserto di Mario Monicelli: 1 milione e mezzo. Il sangue dei vinti di Michele Soavi: 65 mila euro. Unico titolo in controtendenza, Il papà di Giovanna di Pupi Avati: 3 milioni e mezzo di euro (però lì vinceva la storia di famiglia).
Sentiamo Riccardo Tozzi, che produsse El Alamein di Enzo Monteleone, 2002, molto apprezzato dall'ex presidente Ciampi. «Guardi, sono un appassionato di storia, farei un film all'anno su questi temi, ma devo riconoscere: è materiale ad alta pericolosità commerciale. Ho amato Vincere, nulla da dire, mettiamo pure nel conto l'effetto generale depressivo dovuto alla struttura del circuito italiano delle sale». E tuttavia… «Il rifiuto c'è, puoi fare tutta la pubblicità che vuoi, ma il pubblico non ce lo porti. Penso sia un problema squisitamente italiano: la storia funestata dalla retorica, che sia Risorgimento, Fascismo, Resistenza, poco importa. Il che abbassa l'interesse, producendo l'effetto "Promessi sposi". Senti sempre l'eco dei cinegiornali Luce, così la gente si tappa le orecchie. Purtroppo. Perché c'è tanta storia che non ci siamo raccontati bene da portare al cinema».
Concorda Monteleone. Anche se premette: «Io allargherei il discorso. C'è un altro buco nero. Pensiamo ai film sull'Irak fatti dagli americani. Mica parlo del filmetto sfigato italiano, di partigiani e fascisti. Il magnifico Nella valle di Elah l'hanno visto in pochi. Peggio è andata a The Hurt Locker. Forse non è questione di Seconda guerra mondiale». Monteleone fa una pausa: «Probabilmente l'ennesima fesseria splatter di Quentin Tarantino, quell' Inglorious Basterds con Brad Pitt, sarà un successo. Ma per il resto la storia funziona più in tv, nella forma della miniserie. Infatti Perlasca e Cefalonia vanno bene. Sul grande schermo avrebbero fatto flop». Allora perché El Alamein? «Mi spingeva la passione, la voglia di raccontare quella storia lì. Il film è stato fatto di pancia, per puro sentimento, il produttore aveva un legame di sangue con la vicenda. Poi certo: al botteghino vincono solo commedia e disimpegno, il multiplex ha ucciso un certo spettatore medio acculturato, molti giovani vivono questi film come pallose lezioni di storia». Da anni il regista padovano medita di fare Il sergente della neve, dal romanzo di Mario Rigoni Stern: «Ci ha provato anche Olmi. Ma vallo a proporre a un produttore oggi».
Già. Ogni tanto, però, qualcuno ci riprova, sfidando la vulgata resistenziale, sempre facendo arrabbiare l'Anpi. Angelo Barbagallo con Sanguepazzo, Roberto Cicutto con Miracolo a Sant'Anna, Alessandro Fracassi con Il sangue dei vinti, tratto da Pansa. Fracassi non nasconde i dati sconfortanti degli incassi. «Sono il frutto di una perversa combinazione, tanto più dopo il processo di delegittimazione politica piovuto sul film da sinistra e pure da destra. Ma bisogna resistere, c'è tanta "storia negata" da raccontare. Altrimenti dovremmo affidare la memoria collettiva solo a Roma città, Tutti a casa e pochi altri». L'intoppo dov'è, allora? Nel generale abbandono di interesse del pubblico verso film di argomento storico? «Ogni tanto arriva l'eccezione che conferma la regola. Penso a Il vento che accarezza l'erba di Loach. Ma è il cinema in costume, tutto, a non attirare più il pubblico giovane. Anche per colpa nostra, fatichiamo a intercettarlo».
Non resta che dare la parola allo storico. Piero Melograni si dice convinto che «il pubblico non va perché non sa». E fa un esempio. «Per capire lo straordinario Katyn bisognerebbe conoscere un po' di storia, sapere che Stalin e Hitler si spartirono la Polonia. Purtroppo la didattica è andata a ramengo e la prevenzione nei confronti di opere considerate ideologizzate ha fatto il resto». Aggiunge Melograni: «Il cinema potrebbe svolgere un ruolo cruciale, a patto che sappia affascinare, emozionare, i giovani. Se poi non andranno, pensando di sapere già tutto, peggio per loro». Mentre Giordano Bruno Guerri sintetizza così il proprio pensiero: «Quel periodo cruciale è stato sottoposta a una politicizzazione estrema, non viene sentito come storia o storie, ma come polemica ideologica che, portata nel mondo dello spettacolo, sta in uggia. Ho questa netta impressione». A occhio, non sbaglia.
il Riformista 3.6.09
Il rifugio inglese
I segreti di Freud a Londra
di Andrea Valdambrini
Londra. Non capita solo agli scrittori di mangiare una madeleine e far venire a galla un fiume di ricordi, oppure di tuffarsi, come Leopold Bloom, in una folle giornata solo per l'avventura di essere a passeggio per le vie di Dublino. L'orizzonte della memoria, una volta tanto non personale, ma collettiva, sociale, storica perfino, può essere aperta a chiunque abbia un po' di assonanze con la psicoanalisi, se solo capita in quel posto, oserei dire magico, che è la casa di Freud a Maresfield Gardens. Per quanto possa sembrare strano, siamo in un quartiere residenziale del nord di Londra e non a Vienna. Freud ci ha speso un anno intero, quello prima di morire, dal settembre del '38 a quello del '39. La figlia Anna, che non sorprendentemente si è dedicata alla psicanalisi dell'infanzia, ci si è fermata un altro po', fino al 1982 precisamente, dato che il posto non è niente male. Una casa elegante anche se non sfarzosa su due piani, dalle ampie finestre, circondata dalla quiete di un giardino verdissimo e battuta da un vento che sembra fatto apposta per agitare le idee nella testa e evocare memorie.
La prima cosa che sorprende, salendo le ampie scale vittoriane percorse chissà quante volte nell'anno di permanenza dal padre della psicanalisi, è un sigaro. Questo è la nostra madeleine, la nostra passeggiata dublinese. Davanti a una vetrata grande che guarda sulla strada - un tavolino al centro con due sedie, una libreria altezza ginocchio sotto la finestra con una collezione di volumi di botanica - in un angolino c'è un posacenere marmoreo color avorio, istoriato di motivi floreali giapponesi. Il sigaro è semplicemente appoggiato come fosse stato lasciato lì per quotidiana negligenza qualche minuto prima. Sembra da un lato ancora umido, dall'altro è un po' annerito. Pare di vedere il padrone di casa, 82enne che sale la prima rampa incollato al suo maledetto sigaro da cui proprio non riesce a staccarsi. «La faringite come anche i problemi di cuore» annotava arrendevolmente qualche anno prima, «sono visti entrambi come punizione per il vizio del fumo». Psicopatologia di un vizio quotidiano.
La casa londinese era stata per Freud al tempo stesso un rifugio e l'emblema di una resa. L'appartamento dove aveva vissuto 47 anni della sua vita, sta a Vienna, al numero 19 di Bergstrasse. Ma quando i nazisti arrivano nella capitale dell'impero, dopo aver bruciato in un rogo terribile anche i suoi libri e quando infine sul suo portone compare, anche lì, la croce uncinata, a Freud non rimane che accettare l'invito degli amici britannici che lo vogliono portare in salvo a ogni costo. Costretto a scappare, e non certo con gioia, dalla casa di una vita, prende e salva quello che può: libri, stampe, foto, una straordinaria e preziosissima collezione di antichità. Qui incontra anche Salvador Dalì. Il pittore ne ricava un ritratto che a Freud non sarà mai mostrato (perché non l'avrebbe gradito? Perché troppo malato per apprezzare un omaggio dissacrante e inconsueto?). Lo schizzo preparatorio riproduce la ricerca faticosa della forma. «Una cena di lumache» ricorda Dalì nell'"Autobiografia", «mi ha rivelato il segreto morfologico di Freud. Il suo cranio è proprio una lumaca. Il suo cervello ha la forma di una spirale». Una libera associazione mentale è alla base della nascita del ritratto. Fa riflettere quanto è grande il debito del dadaismo - e di tutta la modernità - verso la psicanalisi.
Al piano superiore un video in bianco e nero delizia i visitatori del museo con i filmini di famiglia, commentati dalla figlia Anna, in cui appare perfino la mamma di Freud, motore involontario del Novecento, dall'umorismo autolesionista di Philip Roth all'ironia di Nanni Moretti. Il miracolo, però, è ascoltare 2 minuti e 26 secondi della voce di Sigmund, registrata per la Bbc proprio nel 1938 e conservata da questa portentosa tecnologia per lo stupore dei posteri. È un sommario e un autoritratto. Parla con disarmante semplicità, scandisce le parole sopra un leggero tremolìo: «Ho cominciato come neurologo… Ho scoperto qualcosa di nuovo che ha rivelato l'inconscio… Da quella scoperta è nata una nuova scienza… Solo alla fine sono riuscito nella mia impresa, ma la lotta non è finita». Infatti entrare nel suo studio è come tuffarsi nella storia culturale del secolo che fu. Un'enorme sala percorre longitudinalmente il piano terra della casa. Libri dappertutto, solo una minima parte della biblioteca viennese immaginiamo. E quasi al centro, lui, il "re divano", proprio l'originale. Culla, feticcio, tomba della psicanalisi. Bordato di pesanti tappeti, avvolto nel mistero dei pazienti e dell'analista, che dietro a loro, su una sedia dallo schienale sottile di legno pregiato, avrà ascoltato una serie infinita di storie su cui ha scritto, riflettuto, annotato tutto il suo nuovo metodo per il trattamento della nevrosi.
L'emozione rischia di essere troppa, bisogna uscire dal sancta santorum della psicoanalisi. Non senza prima imbattersi nei libri che Freud amava. Da Dostoevskij a Shakespeare, da Flaubert a Edgar Allan Poe e infiniti altri - non mancava certo "Viaggio in Italia" di Goethe. E infatti Freud ha visitato le antichità italiane in più occasioni. Nel 1901, quando sulle orme del grande viaggiatore tedesco viene a Roma per la prima volta, dopo aver visto il Pantheon, San Pietro in Vicoli (con il Mosè di cui scriverà fino all'anno londinese) e il tramonto dal Gianicolo annota con trasporto: «Questo pomeriggio ho avuto così tante impressioni che me le porterò dietro per anni". L'amore per Roma, per Pompei, la Sicilia e tutto quanto evoca l'antichità, si univa in lui al disprezzo per il consumismo americano, emblema di una tendenza a tagliare le radici col passato. Per riscoprire l'importanza del quale Freud avrebbe volentieri messo sul lettino un'intera nazione.
E quando il nostro viaggio della memoria nella vita quotidiana dell'ultimo anno di vita di Freud volge al termine, sorge una domanda. Chissà cosa penserebbe l'ex padrone di casa, se fosse ancora vivo, di tutti gadget venduti nella sala accanto a quello che fu il suo scrigno delle memorie di esiliato. Un mini-busto in bronzo costa la bellezza di 185 sterline! Ma a prezzi ben più popolari ci si può portare a casa la penna trasparente in cui "naviga" da su a giù il divano della psicoanalisi, il portachiavi con su incisa la triade inconscio/io/super-io, e un mini pupazzetto barbuto freud-sembiante con tanto di elegante panciotto da applicare alla punta di un solo dito. Magari per fargli dire: la mia scoperta, sì, tutto merito (o colpa) di mia madre. Ma per il kitsch, quello no. A limite parlatene con i miei eredi.
D di Repubblica 30.5.09
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