mercoledì 10 ottobre 2007

Aprile on line 9.10.07
Bertinotti e l'antifascismo come religione civile


Durante la sua visita nella provincia di Massa Carrara, il presidente della Camera ha parlato della "difficoltà grande della politica che sarebbe ipocrita e colpevole nascondere". Una crisi davanti alla quale "la Costituzione rappresenta la principale risorsa della nostra politica"

Partecipazione democratica, dignità del lavoro, valore della resistenza: sono i temi cardine della visita del presidente della Camera Fausto Bertinotti a Massa, dove ha partecipato ad una seduta straordinaria del consiglio provinciale ed ha scoperto un monumento in memoria delle vittime della strage nazista delle Fosse del Frigido, e a Carrara, dove ha visitato la cava di marmo di Gioia.
Alla provincia di Massa Carrara, Bertinotti ha parlato della "difficoltà grande della politica che sarebbe ipocrita e colpevole nascondere". Una crisi davanti alla quale "la Costituzione rappresenta la principale risorsa della nostra politica". A partire dal primo articolo della Carta, che indica nel lavoro il fondamento dello Stato repubblicano.
Secondo Bertinotti, "non bisognava aspettare il vento dell'antipolitica per rendersi conto di quello che tutti già sapevano: e cioè che si stava costruendo un distacco tra le istituzioni e la gente. E questo non è colpa di questo o di quel governo - ha osservato - ma invoca una riflessione profonda su tutta la Seconda Repubblica, tenendo conto delle critiche severe, anche sconsiderate, accogliendo il disagio e la separatezza, il distacco anche se manifestato in modo discutibile".
Oltre alla riscoperta della Costituzione, la strada maestra passa per le riforme. Innanzitutto quella elettorale. Perché, ragiona Bertinotti, "non c'è niente di peggio di una legge considerata cattiva da tutti che continua ad esistere per inficiare la politica". E poi quella delle Istituzioni, a partire dal superamento del bicameralismo perfetto che "così com'è oggi rappresenta un ostacolo all'efficienza ed all'efficacia delle istituzioni".
Bertinotti ricorre all'esempio dell'esame appena iniziato in Parlamento della legge finanziaria: "Occupa pressoché l'intero autunno e l'intero inverno nell'attività di Camera e Senato che invece potrebbero fare altro".
Da Massa la visita ufficiale del presidente della Camera prosegue sulle Alpi apuane fino alla cava di Gioia. Bertinotti viene accolto da un centinaio di lavoratori che lo fanno assistere allo spettacolare distacco di un pezzo di marmo dalla montagna squadrata dai tagli millenari. E' lì che arriva la notizia dell'esplosione nella fabbrica di armi a Colleferro. "Malgrado l'attenzione del presidente della Repubblica e l'approvazione di un testo unico sulla sicurezza del lavoro - ammette accanto ai lavoratori - non si è ancora fatto abbastanza per scongiurare le morti bianche e ci si continua ancora a chiedere ogni giorno se queste tragedie quotidiane possano essere evitate". E poi un pensiero al pacchetto welfare e al nodo dei lavoratori usuranti: "vi sembra giusto che chi lavora in una cava per 40 anni vada in pensione assieme ad un professore universitario?" chiede la terza carica dello Stato.
Dopo la politica ed il lavoro, il ricordo di una strage consumata 63 anni fa lungo la linea gotica nella quale persero la vita 147 detenuti del carcere di Massa. Per loro c'è un monumento di marmo bianco, con tante piccole piastrelle con incisi tutti i nomi delle vittime. Si spengono le note del Silenzio, Bertinotti parla ai tanti giovani presenti, che invita a "saper tornare allo spirito della religione civile del nostro Stato che è l'antifascismo".


l'Unità 10.10.07
Le suore sono tentate dal Pd
di Maria Zegarelli


«Le 21 qualità indispensabili del leader» di John C. Maxwell è poggiato sulla grande libreria. Suor Mimma, 79 anni, siede poco distante. Ogni giorno naviga su Internet, si collega ai siti che parlano di politica, segue le chat. «Sono indecisa se votare Rosy Bindi o Enrico Letta. Lui rappresenta la novità, lei è una donna. Ho molta fiducia nel partito democratico», ragiona. Per lei è come «tornare a casa», perché racconta, «ogni volta che andavo a votare esitavo: Pci o Dc? ».
«Mio padre Leonardo era comunista, mia madre Concetta democristiana. io mi sentivo più vicina a lui». Il Pd è la sintesi di quelle due storie e molto di più ancora. Cento suore paoline prendono lezioni sul Partito democratico: come si vota, dove, quali sono i candidati. È la prima volta che le suore partecipano alla elezione del segretario di un partito. Di un partito dove ci saranno tanti ex comunisti, ex Ds. «È cattolico o non cattolico» partecipare, si chiede il professore Beppe Tognon, preside della Facoltà di Scienze della Formazione alla Lumsa, già sottosegretario all’Università del primo governo Prodi, candidato con Letta. «È democratico, sorelle, è un modo sano di vivere il Concilio».
Le «sorelle», alcune con il velo, altre no, sono l’intellighenzia delle religiose. In questa sede arrivano da tutto il mondo e vanno in tutto il mondo. Ieri si sono incontrate nella casa generalizia delle Paoline a Roma - arroccata su uno dei Colli Portuensi - per un appuntamento squisitamente politico, «e non è la prima volta», come spiega la madre Superiora Suor Fiorenza, perché lo hanno già fatto «in occasione delle elezioni politiche, di quelle europee e dei referendum». «Va nella nostra stessa direzione, siamo interessate alla politica, vogliamo votare persone e partiti impegnati nel bene comune - spiega la madre generale Maria Antonieta Bruscato - dobbiamo riscattare la politica. La Polis, il bene comune, si sommano a quello che facciamo noi. A noi non piace la politica che protegge i corrotti, che difende i più forti». E così hanno chiesto ad Alberto Bobbio, giornalista di Famiglia Cristiana, di organizzare un incontro con alcuni dei candidati delle primarie. Un’ora e mezza di dibattito e confronto: le suore che ascoltano e prendono appunti, che applaudono, che fanno domande. Gli ospiti, oltre a Tognon, sono Patrizia Bertani, candidata numero 2 al nazionale con Enrico Letta, e Raffaele Scamardì, al regionale. Amedeo Piva, candidato alla segreteria regionale del Lazio, appoggiato anche dalla lista Bindi (che non ne ha di propri) non è potuto venire per altri impegni, ma approva l’iniziativa. Dice che con le gerarchie ecclesiastiche si vive un «momento di rasserenamento». Famiglia Cristiana nel numero di questa settimana dedica ampi spazi alle primarie. «C’è attenzione», verso il Pd. Insomma, «ma vogliamo ancora dividerci in cattoliconi e comunisti?», certo che no. Tognon racconta di quando scriveva i discorsi per Romano Prodi. «Li riconosceva subito, perché ogni volta iniziavo con “Amici, compagni, fratelli e sorelle”. Romano allora sorrideva. Oggi mi emoziona pensare che il nuovo segretario del Pd, che sarà Veltroni, ormai è chiaro, davanti all’assemblea costituente dirà: democratici e democratiche». Una piccola, grande svolta. Senza volerlo, ragiona il professore, i due partiti che hanno innescato questo processo, e che avevano pensato «regole furbette per far interessare gli addetti ai lavori, hanno in realtà generato uno dei fenomeni più nuovi degli ultimi anni, hanno messo in moto un nuovo meccanismo, queste primarie hanno coinvolto migliaia e migliaia di persone. Soltanto Letta nel giro di pochi mesi ne ha mobilitate 7mila». In lista ci sono intellettuali, economisti, e portieri di condominio, come «Sibi Mani, immigrato capolista ai Parioli». Merito, libertà, competizione - «perché se non si danno regole non si capisce niente, care sorelle» - le parole d’ordine che arrivano dal palco. Applausi dalla platea. Il professore racconta che alla fine delle primarie succederà come con la botticella di 5 litri che vuole essere travasata in una da un litro. Quattro litri di politici di apparato andranno dispersi, in un litro confluiranno gli altri, mescolati ai nuovi. Loro, i «lettiani» entreranno da una porta secondaria, ma comunque ci saranno. I cattolici, certo, non saranno «una cattedrale nel Pd, ma almeno piazziamo una tenda». Non si parla solo di un candidato, si parla soprattutto del partito nuovo. Dei tre candidati, «La Rosy battagliera, Walter designato dai partiti, Enrico il più nuovo», ma comunque tre candidati che hanno messo in moto un meccanismo mai visto prima. Questo partito nasce un po’ «come accade per la Carta Costituzionale», suggerisce una sorella. Un’assemblea costituente che si darà le regole di democrazia. La domanda di suor Tiziana arriva come una freccia: «Perché dovrei votare per voi e non per Rifondazione comunista?». Suor Dolores e Suor Paola chiedono dove sarà allestito il seggio. Andrete a votare? «Certo, non siamo avulse dalla realtà».

l'Unità 10.10.07
Comitato o Tribunale?
di Carlo Flamigni


Nel Comitato Nazionale di Bioetica c'è attualmente un forte clima di tensione che stenta a stemperarsi per la sola ragione che nessuno parla direttamente al proprio interlocutore: ho letto in questi giorni dichiarazioni villane, accuse bizzarre, solidarietà improprie e posso solo augurarmi che questo clima piuttosto isterico ceda al buonsenso prima della prossima plenaria di ottobre. Come contributo personale, non entrerò in merito e aspetterò che il problema venga affrontato e discusso nella sede appropriata. A mio personale avviso, però, il nodo che il CNB deve sciogliere non riguarda la bravura del Presidente nell'affrontare i problemi, i litigi dei vicepresidenti o il quesito (irrisolvibile) dell'appartenenza mia, di Demetrio Neri e di Gilberto Corbellini alla sinistra radicale o a quella post-comunista.
Il problema, molto più antico, riguarda il profondo disaccordo che ancora sussiste a proposito dei reali compiti del Comitato.
Una premessa, necessaria perché il lettore possa capire. Il CNB non è una istituzione elettiva e, perciò, democratica: Presidente e membri vengono scelti dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ragion per cui le maggioranze interne che si formano sono del tutto casuali e prive di significato. Fino ad oggi queste maggioranze sono state sempre cattoliche, ma questo sappiamo tutti da cosa dipende. I compiti del Comitato, per statuto, sono:
- elaborare un quadro riassuntivo dei programmi, degli obiettivi e dei risultati della ricerca nel campo delle scienze della vita e della salute dell'uomo;
- formulare pareri e indicare soluzioni per affrontare i problemi di natura etica e giuridica che possono emergere con il progredire delle ricerche e con la comparsa di nuove possibili applicazioni di interesse clinico;
- prospettare soluzioni per le funzioni di controllo rivolte alla tutela della sicurezza dell'uomo e dell'ambiente nella produzione di materiale biologico e alla protezione dei pazienti trattati con prodotti dell'ingegneria genetica o sottoposti a terapia genica;
- promuovere la redazione di codici di comportamento per gli operatori dei vari settori interessati a favorire una corretta informazione dell'opinione pubblica.
Il Comitato ha davanti a sé due scelte possibili: può comportarsi da «piccolo parlamento» o, se volete, da tribunale che giudica le scelte in campo etico e alla fine propone la soluzione giusta alla Presidenza del Consiglio dei Ministri perché la usi per costruire le sue leggi; in alternativa può comportarsi come un laboratorio, prospettando le varie posizioni esistenti sui differenti problemi, specificandone vantaggi e svantaggi, chiarendone i punti più complessi e controversi e usando i documenti prodotti per promuovere la cultura specifica dei cittadini e del Parlamento.Il «Comitato tribunale» è naturalmente costretto a votare, perché deve dare alla politica un unico parere, quello della maggioranza, secondo il principio della cosiddetta «bioetica normativa». Ciò è, a mio avviso, sbagliato per due motivi: perché crea graduatorie tra le diverse etiche, cosa assolutamente impropria in un paese laico, ma probabilmente considerata logica e normale negli Stati etici, quelli nei quali il libro della religione è anche il libro della legge (ma questi Paesi non hanno Comitati di bioetica); la seconda ragione per la quale è assurdo stabilire qual è la morale giusta a colpi di maggioranza riguarda la casualità con la quale questa maggioranza si forma, inevitabile conseguenza del fatto che, come ho già detto, la scelta dei membri del CNB non risponde a nessuna delle regole della democrazia. Chi è favorevole a questa scelta, mi ricorda la possibilità di accludere ai pareri ufficiali postille contenenti l'opinione di chi dissente, ma posso affermare che queste osservazioni vengono lette solo da alcuni studiosi, giornali e lettori comuni le ignorano completamente.
Il «Comitato laboratorio» compie una operazione del tutto diversa: cerca i punti di contatto tra le diverse posizioni e parte da questi per delineare le diversità, valutarle, eventualmente criticarle, comunque metterle a confronto. In questo modo rispetta tutte le culture e tutte le ideologie e si comporta in modo virtuosamente laico, lasciando alla politica il suo mestiere, che è quello di mediare e di scegliere. Il professor D'Agostino, presidente onorario del CNB, lo chiama, con una sfumatura di disprezzo, il metodo dossografico, perché evidentemente gli ricorda l'opera di Teofrasto e degli antichi scrittori che raccoglievano le dottrine e le filosofie dei filosofi greci, ma il professor D'Agostino vorrebbe trasformare i documenti del Comitato in formule dossologiche e va capito. In ogni caso nel 1990, in una delle primissime riunioni dell' appena costituito CNB, Eugenio Lecaldano ed io chiedemmo al presidente Bompiani di non votare sui problemi che avevano a che fare con scelte morali e il professor Bompiani, con raro senso dell'umorismo, mise ai voti la nostra proposta.
La critica più utilizzata contro questo metodo, quello che chiamerò per semplicità il metodo dossologico (spero che il professor D'Agostino sia soddisfatto della mia scelta delle parole) riguarda la eventualità che tra le posizioni morali incluse nei documenti ce ne possano essere di astruse, o folli, o esplicitamente immorali, almeno secondo il senso comune. Ma il Presidente del Consiglio ha fatto le sue scelte personali, ha indicato una trentina di persone delle quali vuole conoscere l'opinione, dimenticando tra l'altro sistematicamente di inserire un valdese o un buddista, riceverà le informazioni che quelle persone decideranno di fargli avere, non altre, nessuno certamente si farà paladino della pedofilia. Se ricordo bene questo è stato uno dei primi argomenti di discussione dell'attuale Comitato, oggetto di uno scritto al Presidente di Demetrio Neri e di una mia richiesta verbale, argomento purtroppo restato a mezz'aria, come tutte le cose che è sgradevole esaminare.
Le conseguenze della scelta del CNB di comportarsi come un tribunale sono sotto gli occhi di tutti e non sono certamente positive. È stato il CNB a dare inizio a questa «dittatura dell'embrione» ed è il CNB il responsabile dell'attuale ostilità, preconcetta e stupida, nei confronti della ricerca sulle cellule staminali embrionali. Adesso che Mario Capecchi è stato premiato con il premio Nobel per i suoi studi in questo specifico settore dovrebbe essere chiaro a tutti che qualsiasi cosa accada in avvenire, è questa la ricerca che ha fornito il maggior numero di informazioni scientifiche e che ha consentito ai ricercatori che si occupano di staminali adulte di progredire con straordinaria rapidità. A me però è sempre stato detto che in questi casi di «complicità», quando è provata la «cooperatio ad malum», un buon cristiano non può avvalersi di quanto una ricerca apparentemente ineccepibile sul piamo etico gli può regalare. Significa che se domani fosse possibile guarire la leucemia con farmaci prodotti con le staminali «buone» i cattolici non potrebbero usarli per i loro figli perché c'è stata contaminazione con la linea di ricerca «cattiva». C'è qualcuno che ci crede? E perché dal CNB non è mai uscito un rigo su questi temi?
Concludo. Il Comitato di bioetica ha recentemente e faticosamente approvato una mozione contro la compravendita di oociti e molti dei suoi membri si sono espressi criticamente (molto criticamente) nei confronti della decisione dell'Autorità britannica per l'embriologia e la fertilità di valutare progetti di ricerca su embrioni ibridi uomo-animale. Un membro di questa Autorità, Emily Jackson, e il direttore del laboratorio di ricerca sulle staminali del King's College di Londra, Stephen Minger, saranno a Roma il 15 e il 16 ottobre su invito dell'associazione Luca Coscioni per discutere di questi temi. Che ne dicono i membri cattolici del CNB di partecipare a queste due riunioni per cercare un confronto pacato? Possibile che la scelta ricada sempre sull'invio di dichiarazioni poco civili ai giornali cattolici? Ripaga?

Repubblica 10.10.07
Il Cremlino. "Referendum sul mausoleo di Lenin"


MOSCA - Il mausoleo di Lenin? Ormai, «un non-senso» dichiara Vladimir Kozhin, potentissimo capo dell´economato presidenziale russo, lasciando capire che sarebbe più logico smantellarlo e restituire alla terra il corpo del padre della rivoluzione bolscevica. Tuttavia, spetta ad altri questa decisione, aggiunge, «e il miglior modo per questa scelta è un referendum. Se l´80 per cento dice che il corpo di Lenin deve essere reso alla terra, allora si potrà prendere una decisione». Detta così, sembrerebbe una provocazione: il mausoleo col corpo imbalsamato di Lenin è stato per decenni un luogo di pellegrinaggio di massa, rendere omaggio al fondatore dell´Unione Sovietica era il dovere numero uno del buon comunista. Milioni e milioni di persone hanno sfilato davanti alla sua mummia, conservata a bassa temperatura sotto una campana di doppio vetro e in clima di umidità costante. I comunisti sopravvissuti al crollo dell´Urss continuano a farlo, assieme ai turisti: il 22 aprile - giorno «della venerazione» - trasformano la visita in una sorta di manifestazione silente. Per loro Lenin resta «il più vivo tra tutti i vivi», come scrisse Vladimir Majakovskij.
Oggi, invece, un altro Vladimir, quel Kozhin che amministra il funzionamento degli organi di potere della presidenza, in una intervista a Rossiskaja Gazeta, il giornale governativo, ventila la possibilità che si chiuda un´epoca: «Ci siamo appena allontanati dalla rivoluzione, da battaglie politiche senza fine. Il paese ha cominciato a vivere, a lavorare e ad arricchirsi normalmente. Basta toccare questo tema dolente e subito si scateneranno le polemiche. A chi serve? A nessuno, ormai».
Già nel 1997, poi nel 1999 e anche due anni fa si proponeva di chiudere il mausoleo. Seppellire Lenin rappresenterebbe un clamoroso gesto di rottura con il passato. Forse, ancora precoce. O forse, il terzo Vladimir di questa situazione ha gettato il sassolino nello stagno per sondare le reazioni dei russi. Per pensarci, ci deve aver pensato un sacco di volte: Putin ha l´ufficio a meno di cento metri. Tra la sua scrivania e Lenin ci sono le mura del Cremlino, quelle di granito rosso e nero del mausoleo progettato dall´architetto Alexej Schusev, e soprattutto, il muro della Storia.
(l.c)

Repubblica 10.10.07
Berlino. In vendita le chiese senza più fedeli le comprano gli islamici, saranno moschee


Gli islamici in Germania sono 3,4 milioni: i loro luoghi di culto appena 154

BERLINO - L´Europa delle cattedrali, come la chiamava Robert Schuman, uno dei padri dell´Unione, potrebbe divenire anche l´Europa delle moschee. Questo è almeno il timore esasperato di alcuni media ed esponenti religiosi in Germania, dopo che due luoghi di culto della Chiesa neoapostolica (una confessione cristiana indipendente) a Berlino sono state vendute a comunità musulmane e stanno per essere trasformate in centri islamici. «Il Dio dei cristiani non è il Dio dei musulmani», protestano alcuni sacerdoti. «Sempre più chiese trasformate in moschee», grida Bild in prima pagina. Il portavoce dell´arcivescovo di Berlino, Stefan Foerner, non esclude che qualche chiesa cattolica in futuro venga venduta ai musulmani. Le cui organizzazioni vogliono più che raddoppiare il numero delle moschee.
Il caso delle due chiese vendute fa sensazione. Sorgono a Neukoelln e a Tempelhof, due quartieri a forte presenza di musulmani, che in Germania sono in tutto 3,4 milioni. L´organo, il pulpito e altri simboli cristiani stanno per essere smontati.
Mancano fedeli, vocazioni, e soldi per i cristiani. Per cui circa diecimila chiese cristiane potrebbero essere chiuse. Mentre cresce il numero delle moschee. Oggi quelle con cupola e minareto in territorio tedesco sono 154, spiega Salim Abdallah, presidente, dell´Istituto centrale tedesco degli archivi islamici. «Abbiamo censito 184 progetti per costruirne di nuove». E Colonia litiga da mesi sulla costruzione di un´enorme moschea.
Convertirsi è un trend, nonostante i timori di essere messi in un calderone con l´integralismo. A Berlino le conversioni di tedeschi all´Islam sono state già 8.500. «Ogni mese vengono da noi in media quindici persone», afferma Mohammed Herzog della comunità dei musulmani di lingua tedesca a Schoeneberg. Nato protestante, ex diacono, musulmano dal 1979.
Tra i parroci cresce la preoccupazione. Registrata da fonte non sospetta: appunto il Tagesspiegel, giornale liberal di sinistra. «Sono scosso, le chiese sono simboli cristiani tedeschi», sostiene Bernd Szymanski, sovrintendente luterano regionale. Non è così semplice dire che un luogo di preghiera vale l´altro, incalza il parroco cattolico Bernhard Motter della comunità di Santa Clara. «Noi cristiani crediamo alla Trinità, è un altro Dio dal Dio che i musulmani pregano». Ma non tutti sono per la linea dura: meglio vendere le chiese ai musulmani che a supermarket o casse di risparmio come è accaduto, dice la pastore Elisabeth Kruse. E Padre Michael Renneborg, la cui chiesa a Moabit (quartiere con un 50 per cento di musulmani sul totale dei residenti) è vuota da anni, non avrebbe «nulla in contrario» a vendere la sua chiesa agli islamici. Ma i suoi fedeli, pur sempre meno impegnati, sono contrari.
(a. t.)

Repubblica 10.10.07
Il prete dei boia di Videla "Confessava e torturava"
Argentina, primo sacerdote alla sbarra
di Omero Ciai


Il processo riapre la questione della vicinanza della Chiesa con la dittatura
I testimoni sono monitorati con un chip per evitare che siano rapiti e uccisi

BUENOS AIRES - Il giustiziere questa volta si chiama Hector Timerman ed è il console argentino a New York. Figlio del giornalista Jacobo Timerman, arrestato illegalmente e torturato per mesi in un lager della dittatura militare, Hector ha raccontato ai giurati quello che suo padre, morto nel 1999, gli disse di Christian Von Wernich, il cappellano militare condannato ieri dal Tribunale di La Plata per aver partecipato in prima persona alla strage degli oppositori politici negli anni del regime del generale Videla. La testimonianza di Hector Timerman è stata quella decisiva per stabilire che il sacerdote non era solo un confessore degli aguzzini ma prendeva parte alle torture e collaborava apertamente con i militari. La vicenda, la prima che si conclude davanti ad un tribunale, è emblematica dell´atteggiamento della Chiesa locale in quegli anni, quando numerosi sacerdoti si schierarono dalla parte degli assassini e le alte gerarchie chiusero gli occhi perché «il processo di riorganizzazione nazionale» (il nome burocratico che i militari diedero al massacro) doveva «purificare» l´Argentina e riportarla sulla retta via dei valori cattolici e occidentali.
Dichiaratamente antisemita, Von Wernich fu in quegli anni uno dei principali consulenti di Ramon Camps, il colonnello che guidava la Bonaerense, la polizia della provincia di Buenos Aires. Ed era libero di recarsi da un centro di detenzione clandestino all´altro, presenziare alle torture, benedire i carnefici. Secondo i numerosi testimoni al processo, Von Wernich si recava anche a confessare i detenuti per poi riferire a Camps quello che aveva saputo. Un altro testimone al processo ha raccontato il cinismo con il quale il sacerdote accudiva i detenuti dopo le sessioni di tortura con la picaña, una specie di sedia elettrica. Quando questi gli parlò del tremendo dolore provato da un altro detenuto il prete sorrise e disse: «Non ti preoccupare basta fare un massaggino ai muscoli e in due o tre giorni passa tutto».
Il pubblico ministero e le parti civili hanno accusato Von Wernich di partecipazione diretta in 31 casi di tortura, 42 detenzioni illegali e 7 omicidi. I sette omicidi sono la vicenda più significativa che si è dibattuta nel corso del processo. Erano studenti che militavano nel gruppo di Montoneros, la gioventù peronista dell´epoca, e che vennero convinti da Von Wernich a collaborare e a fornire nomi e indirizzi dei loro compagni. In cambio di queste informazioni e di 1500 dollari a testa che le loro famiglie consegnarono ai militari, ai sette venne promesso che avrebbero avuto salva la vita. Invece vennero assassinati.
Il processo a Von Wernich ha creato molto imbarazzo nella Chiesa argentina che, fino ad ora, ha scelto di non intervenire in alcun modo. I vescovi hanno preparato una dichiarazione di condanna del comportamento del sacerdote che verrà resa nota nelle prossime ore: inoltre l´uomo verrà sospeso a vita dall´esercizio del sacerdozio. Solo pochi anni fa, grazie al libro «Tu sia maledetto», scritto da un giornalista che investigò con i sopravvissuti le sue responsabilità criminali, Christian Von Wernich è stato allontanato dalla polizia bonaerense ma formalmente non ha ricevuto ancora nessuna sanzione dai suoi superiori.
Per la prima volta, in questo che è il secondo processo che arriva alla sentenza dopo l´annullamento delle leggi di amnistia e indulto a favore dei militari della dittatura, è stato messo in pratica un nuovo programma di protezione dei testimoni. Grazie ad un microchip collegato ad un meccanismo satellitare i loro spostamenti vengono monitorati costantemente. Ciò che i giudici vogliono evitare è un nuovo caso Lopez, il testimone scomparso un anno fa e mai ritrovato.

Repubblica 10.10.07
Il genoma dell'uomo e i suoi segreti
di Luca e Francesco Cavalli-Sforza


Lezione / Fino a pochi anni fa si leggeva il materiale ereditario di un individuo gene per gene: oggi ne sfogliamo l´intero organismo
Negli Usa hanno visto la sequenza dei tre miliardi di nucleotidi dei DNA umani
La differenza genetica fra due popoli dipende dalla distanza geografica

Oggi si parla molto di genoma, e la parola «genomica» tende a sostituire la parola «genetica». Non sono esattamente la stessa cosa, ma «genomica» indica l´uso di un approccio particolare nella ricerca genetica, reso possibile dallo sviluppo di tecnologie che permettono studi molto più generali di quelli che erano possibili fino a pochi anni orsono. Il termine «genoma» designa l´intero patrimonio ereditario di un individuo. In passato si tendeva a studiare il materiale ereditario gene per gene, mentre oggi è possibile studiare una frazione del genoma ben superiore. Il potere dell´indagine genetica ne risulta così moltiplicato.
La vita è l´insieme degli organismi viventi, che esistono in un grandissimo numero di forme differenti. La proprietà fondamentale della vita è la capacità di ogni organismo di riprodursi, cioè di dare origine ad altri esseri viventi molto simili a se stesso. Ogni organismo ha un corpo, di dimensioni diverse secondo le «specie», dal virus all´elefante, e una struttura interna di complessità notevole, che gli permette di svolgere parecchie funzioni, volte ad assimilare materiale dall´ambiente circostante e a trasformarlo, così da generare, con grande efficienza, altri individui quasi identici a se stesso e capaci a loro volta di riprodursi. Noi e tutti i viventi siamo come orologi - ben più complicati di qualunque orologio o di ogni macchina esistente - capaci di produrre altri orologi praticamente identici a se stessi, purché posti in un ambiente adatto.
Negli ultimi cinquant´anni è stato possibile comprendere cosa sia la materia capace di effettuare questa notevole operazione: è una sostanza chimica detta DNA, una molecola lunghissima formata da quattro tipi diversi di piccole molecole simili fra loro, ordinate in filamenti. Diamo a tutte e quattro queste molecole un nome comune, nucleotidi, e per semplificare ci limitiamo a distinguerle con quattro lettere: A, C, G e T. L´uso della parola «lettere» è opportuno, perché il modo più semplice di spiegare cosa sia una molecola di DNA è di paragonarla a un libro, un manuale di istruzioni che permette di costruire un nuovo individuo, simile a quello di partenza. La complessità è determinata dal numero di istruzioni specifiche necessarie a costruirlo, che devono tutte funzionare con pochissimi errori. Come in un libro, essa si esprime nell´ordine delle lettere che lo formano, cioè nel DNA di ogni individuo.
Vi sono organismi molto semplici, come certi virus, il cui DNA è formato da qualche migliaio di nucleotidi. Possono permettersi di essere così semplici perché sono parassiti di qualche altro organismo vivente e hanno imparato a sfruttare il genoma del loro ospite, costringendolo a fabbricare genomi eguali a quello del virus. Gli basta entrare dentro l´ospite e fornirgli il loro genoma da copiare. A partire da trent´anni fa sono state sviluppate macchine chimiche capaci di «leggere» il DNA, lettera per lettera. (...)
Il passo successivo ha portato a studiare un organismo non parassita ma capace di vita indipendente, un batterio che vive anche nel nostro intestino, composto di pochi milioni di nucleotidi. Poi ci si è proposti di leggere il genoma di un intero organismo, come il nostro, per determinare l´ordine (o, come si dice in gergo, la sequenza) dei circa tre miliardi di nucleotidi che lo formano. Questa ricerca ambiziosa fu affrontata circa venti anni fa, quando il governo degli Stati Uniti finanziò un nutrito gruppo di laboratori per sequenziare il genoma umano. Nel 2000 si erano già spesi due miliardi di dollari, ma l´organizzazione messa insieme allo scopo non era ancora arrivata a concludere il suo lavoro. Era chiaro, anzi, che sarebbe arrivato prima un laboratorio privato partito molto dopo, finanziato da un´industria americana: il suo direttore, Craig Venter, aveva inventato un metodo più efficiente di quello usato dagli scienziati designati dal governo per ricostruire una sequenza complessa di DNA. Il presidente degli Stati Uniti decise di evitare la brutta figura e dichiarò ufficialmente che il progetto si era concluso e che la corsa era stata vinta alla pari dal direttore del progetto governativo e da Craig Venter: furono premiati entrambi in una cerimonia alla Casa Bianca. (...)
Il genoma di Craig Venter (proprio il suo personale) è stato reso pubblico per intero. Si tratta, per la precisione, di due genomi completi, perché ognuno di noi riceve un filamento completo di DNA dal padre e uno dalla madre, con poche differenze fra i due tranne una che riguarda il sesso.
Il genoma umano è composto di 23 cromosomi, cioè di 23 filamenti di DNA diversi (che diventano 46 se comprendiamo sia quelli trasmessi dal padre sia quelli trasmessi dalla madre). Uno di questi, molto piccolo, è presente solo nei maschi ed è chiamato Y. C´è poi un altro cromosoma ancora, piccolissimo, che non fa parte dei 23, ed è quello di un antico batterio, entrato circa un miliardo di anni fa a far parte integrante del patrimonio ereditario di tutti gli organismi più complicati dei batteri. Si chiama «mitocondrio» e ci aiuta a ricavare dall´ossigeno l´energia necessaria per vivere.
Per molti scopi pratici è sufficiente conoscere una parte relativamente piccola del genoma, quella che più spesso è diversa da un individuo all´altro. Si tratta di poco più dell´uno per mille dei tre miliardi di nucleotidi che formano uno di noi (sei miliardi, per l´esattezza, calcolando entrambi i genomi).
Quali scopi pratici? L´unico oggi sicuro e veramente importante è l´impiego in medicina. Vi sono decine di migliaia di malattie dovute a piccoli cambiamenti casuali del genoma, che chiamiamo mutazioni, le più frequenti delle quali consistono nella semplice sostituzione di un nucleotide con un altro. Altre malattie ereditarie assai comuni sono più complicate. La gran maggioranza delle mutazioni non hanno un effetto visibile, alcune possono avere effetto benefico, altre provocano malattie ereditarie anche gravissime.
Industrie nate per sviluppare indagini tanto di genetica medica quanto su organismi diversi da noi ma importanti per l´economia e l´epidemiologia hanno messo a punto metodi che permettono un´analisi parziale della variabilità genomica, concentrando l´attenzione sui nucleotidi che presentano una maggior variazione fra individui. (...)
Genetica ed archeologia, con l´aiuto della linguistica, stanno ricostruendo brillantemente la storia dell´espansione dell´uomo moderno, avvenuta negli ultimi 50.000-60.000 anni, che aiuta a comprendere la variazione genetica. Un contributo fondamentale viene da un principio che le ricerche genomiche hanno stabilito con chiarezza: la differenza genetica fra due popolazioni umane dipende in modo molto preciso dalla loro distanza geografica, che determina, insieme ad altri fattori di ordine socioeconomico, l´entità degli scambi genetici fra le popolazioni. (...)
Con la collaborazione di vari genetisti è stato possibile creare una collezione di DNA di tutto il mondo, formata da circa 1000 individui e limitata alle popolazioni indigene (quelle che erano sul luogo prima dello sviluppo della navigazione oceanica, convenzionalmente il 1492, data della scoperta dell´America). Questa collezione è depositata a Parigi in un laboratorio fondato dal premio Nobel francese Jean Dausset, il Centro di Studi dei Polimorfismi Umani (in francese, CEPH), e i DNA che contiene sono già stati distribuiti a 93 laboratori. «Polimorfismo» è il nome scientifico della variazione individuale di una unità ereditaria, molto sovente un solo nucleotide. L´iniziativa prende il nome di HGDP (Human Genetic Diversity Project, o anche Panel). Al Dipartimento di Genetica dell´Università di Stanford, in California, ove il più anziano di noi due lavora dal 1971, con un gruppo di dieci ricercatori è stata compiuta un´analisi estesa a 650.000 nucleotidi del genoma degli oltre 1000 individui dell´HGDP-CEPH.
Una regola dell´HGDP-CEPH è che tutti i risultati dell´analisi genetica della collezione devono essere resi pubblici prima della pubblicazione ufficiale delle conclusioni su una rivista scientifica. In omaggio a questa regola, il 15 settembre il nostro gruppo ha reso pubblici tutti i dati su siti Internet del dipartimento di Genetica di Stanford e del CEPH. Le conclusioni scritte dovrebbero essere pubblicate quanto prima. Sono risultati in ottimo accordo con l´analisi genetica dell´evoluzione dell´uomo moderno, ma hanno una precisione talora 1000 volte superiore a quelle finora esistenti, e includono numerose novità di preciso interesse.

Corriere della Sera 10.10.07
Adolfo Pérez Esquivel: «Ma il suo non fu un caso isolato Molti giustificarono gli assassinii»
di Alessandra Coppola


BUENOS AIRES — Una sala immensa, neanche una sedia. Sia chiaro: «Un incontro rapido e fedele al protocollo», ripetono gli alti prelati al premio Nobel argentino Adolfo Pérez Esquivel.
Entra Giovanni Paolo II. «Mentre i miei compagni distraggono i cardinali, io riesco a consegnargli un dossier su 84 bambini sequestrati e scomparsi. Avevo già tentato di farglielo avere attraverso tre canali diversi. Il Papa scuote la testa: "Questo non è mai arrivato nelle mie mani". Poi mi guarda, punta il dito: "Il dossier resta con me, ma lei deve pensare anche ai bambini dei Paesi comunisti..."».
È il 1981. Leader pacifista cattolico, arrestato e scampato a un «volo della morte», quindi costretto dalla dittatura all'esilio, Pérez Esquivel ha da un anno ricevuto il Nobel per la Pace. «La settimana dopo il nostro incontro Wojtyla parlerà per la prima volta dei desaparecidos».
Perché così tardi? Il golpe argentino è del '76, e le violenze contro gli oppositori erano cominciate già anni prima.
«Io credo che Giovanni Paolo II si sia comportato in questo modo per la cattiva informazione che gli arrivava. Altrimenti non si spiega. Non volle neanche ricevere le Madri di Plaza de Mayo...».
Una storia torbida di silenzi e connivenze quella della Chiesa cattolica nell'Argentina della «guerra sporca». Pérez Esquivel la segue da decenni. Dai primi tentativi (falliti) di coinvolgere le gerarchie nella difesa dei diritti umani agli inizi degli anni Settanta; fino ad oggi, al processo von Wernich nel quale il premio Nobel è stato testimone. Nella sede storica del suo Serpaj, il Servizio Pace e Giustizia, a Buenos Aires, la ricostruisce.
«La Chiesa cattolica in Argentina ha luci e ombre. C'è stato un settore che ha appoggiato la dittatura, che è stato complice. Alti prelati, semplici sacerdoti. E dentro le diocesi delle Forze Armate istituite da Giovanni Paolo II i cappellani militari e della polizia, che hanno giustificato la repressione in virtù della cosiddetta difesa della civiltà cristiana e occidentale. Von Wernich ha avuto un ruolo diretto nella repressione, ha visitato campi illegali, ha fatto pressioni perché i detenuti parlassero».
In aula lei ha sottolineato che von Wernich non è stato un caso isolato.
«Ci sono stati vescovi, penso a monsignor Tortolo, che hanno giustificato ogni mezzo per far parlare i prigionieri, tortura compresa. Con l'eccezione però dell'uso della picana (strumento che emetteva scariche elettriche, ndr), alla quale era contrario».
Con quale giustificazione?
«Per risparmiare energia... Ricordo poi proprio in questo ufficio il capitano di corvetta Scilingo (considerato il primo «pentito» del regime, ndr) che mi raccontò di quando tornava dai "voli della morte", dopo aver gettato nel Rio de la Plata i corpi dei prigionieri nudi e narcotizzati: andava dal cappellano che gli faceva la comunione e gli diceva che era "una morte cristiana per salvare il Paese dal comunismo". Von Wernich non è una vicenda isolata. C'era una concezione ideologica che ha portato parte della Chiesa a compromettersi con la dittatura e a contrastare chi viveva il Vangelo insieme al popolo. Religiosi che hanno resistito, come Mauricio Silva (prete operaio desaparecido, ndr), come il vescovo Angelelli (ucciso dai golpisti, ),
come le suore francesi (Alicia Dumon e Leonie Duquet, scomparse,
ndr) ».
Una minoranza...
«Sì, una minoranza. Ricordo che ebbi una discussione anche con l'allora nunzio apostolico Pio Laghi (spesso ricordato per le sue partite di tennis con il golpista e piduista Emilio Massera, ndr): "Che vuole che faccia — mi disse —, non posso fare quello che i vescovi argentini non vogliono fare».
Dopo la dittatura, la Chiesa ha ammesso le sue responsabilità?
«Fino ad oggi c'è stato solo un tiepido riconoscimento che avrebbe potuto fare di più e non l'ha fatto. Non stanno neanche cercando un avvicinamento, un dialogo con le associazioni per i diritti umani. Mantengono la distanza. Ma dopo questo processo, io credo che debbano pronunciarsi ».

Corriere della Sera 10.10.07
Maggioranza divisa sul pacchetto che venerdì sarà discusso in Consiglio dei ministri
Sicurezza, la sinistra si ribella «Piano fuori dalla Costituzione»
Russo Spena: regole stravolte. Cento: se la prendono con writer e lavavetri
di Fiorenza Sarzanini


ROMA — La sinistra radicale boccia il «pacchetto sicurezza» del governo. Salva la parte che riguarda la criminalità organizzata, la scelta di equiparare le vittime di mafia a quelle di terrorismo. Ma respinge le altre misure, prime fra tutte quelle che concedono poteri più ampi a sindaci e prefetti. Dice «no» alle norme che raddoppiano e in alcuni casi triplicano le pene per chi produce e vende merci contraffatte, alle altre che prevedono la custodia cautelare obbligatoria anche per scippatori e ladri.
È netto il giudizio del presidente dei senatori di Rifondazione Comunista Giovanni Russo Spena quando afferma: «Il provvedimento stravolge le regole dello Stato di diritto. Questa impostazione non è condivisibile e dunque, senza modifiche sostanziali, non potrà essere votato ». E Paolo Cento, che pure dell'esecutivo fa parte come sottosegretario all'Economia, aggiunge: «Mi sembra che sia una rincorsa della destra che non risolve il problema della sicurezza e se la prende con writers e lavavetri».
Nel testo, che il consiglio dei ministri esaminerà venerdì e poi invierà alla Conferenza Stato-regioni, vengono inserite alcune modifiche al codice che consentono «operazioni sotto copertura » per individuare chi commercializza i «falsi» proprio come avviene per combattere il traffico di armi e droga. I genitori che obbligano i bambini a mendicare saranno privati della patria potestà. Viene riscritta la lista dei reati per cui deve scattare la custodia cautelare in carcere inserendo appunto il furto, lo scippo, l'incendio boschivo, il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. La reclusione da sei mesi a tre anni rischiano i tifosi sorpresi, «con razzi, bombolette, petardi, materiale imbrattante o inquinante» non soltanto mentre vanno allo stadio, ma anche «nelle 24 ore antecedenti e successive alla manifestazione sportiva».
«La custodia cautelare — spiega Russo Spena — può essere disposta in casi che sono tassativamente previsti. Se togliamo al magistrato la possibilità di decidere e valutare, siamo fuori dalla Costituzione. In ogni caso non ci può essere equiparazione con i reati di mafia. Discuteremo nell'ambito delle commissioni parlamentari, ma già dico che questo testo non può passare. Io, come capogruppo, darò indicazioni per votare contro. I delinquenti devono andare in galera con pene più brevi ma certe: su questo siamo tutti d'accordo. Ma rendere automatico il carcere per scippi e furti non è accettabile».
Durissimo è poi il giudizio sui nuovi poteri di sindaci e prefetti. «Le prerogative del ministro — sottolinea Russo Spena — non possono essere trasferite. E in ogni caso sono convinto che i sindaci non debbano avere funzioni che attengono all'ordine e alla sicurezza pubblica perché si tratta di un terreno proprio delle forze dell'ordine».

Corriere della Sera 10.10.07
La rivolta di Safranski: non sparate sul Romanticismo
di Ranieri Polese


FRANCOFORTE — Si dice Sonderweg, via, percorso particolare. Ma sarebbe meglio tradurre «Eccezione tedesca». È il modo del tutto speciale con cui la Germania moderna riflette sul suo passato, cioè su come è e perché è stata quello che è stata, cultura musica scienza e guerre, nazismo, stermini compresi. Da sempre, per capire perché le cose sono andate così, i tedeschi ricorrono a questo tipo di spiegazione. Tirando in ballo molti avvenimenti del loro passato (le inquietudini del tardo Medioevo, la Guerra dei contadini, il Romanticismo eccetera), dando l'impressione — è un'osservazione fatta da Hannah Arendt durante il suo primo ritorno in Germania dopo la guerra — di voler risalire così indietro che alla fine tutto sembra dipendere «dagli avvenimenti che portarono alla cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre».
Comunque, di eccezione tedesca si continua ancora oggi a parlare, tanto che le pagine culturali dei giornali (in Italia come in Francia, per esempio) sono piene in questi giorni di interviste a Günter Grass, di cui esce la traduzione dell'autobiografia Sbucciando la cipolla (Einaudi) — perché ha nascosto di essersi arruolato nelle SS-Waffen? —, di recensioni del romanzo Le benevole (Einaudi) di Jonathan Littell — racconto in prima persona di un volenteroso carnefice nazista —, di anticipazioni del nuovo volume di Norman Mailer The Castle in the Forest, ovvero l'infanzia di Hitler come luogo di origine della sua mostruosità. Insomma, si continua a interrogare la storia tedesca per capire come il Paese della più alta cultura possa essere diventato il regno del male.
Nella recensione apparsa sullo «Spiegel» del bel saggio di Rüdiger Safranski Romantik. Eine deutsche Affaire (è uscito da pochi giorni da Hanser Verlag ed è già in classifica: in Italia lo pubblicherà Longanesi che già ha tradotto le sue biografie di Nietzsche e di Heidegger) si legge che questo libro è «la serena descrizione di un Sonderweg. È il romanzo dello spirito tedesco». Tanto da lasciarci credere che l'idea dell'autore sia quella di tracciare una traiettoria che dalla fine del Settecento ci porta diritti fino al nazismo. Insomma, da Novalis a Hitler, parafrasando il celebre studio sul cinema espressionista tedesco scritto da Siegfried Krakauer, Da Caligari a Hitler.
«Non è così semplice» ci dice Safranski, atteso a Francoforte per parlare del suo libro. «Io non vedo nessuna stretta causalità fra il Romanticismo del primo '800 — Fichte, Novalis, Eichendorff, Schlegel, Hoffman — e Hitler. Certo, Hitler era un fervente wagneriano, e Wagner era un romantico dionisiaco, ragion per cui si può dire che un legame c'è stato. Ma se uno considera l'ideologia nazista nel suo complesso — razzismo, biologismo, antisemitismo — si vede come in essa abbiano giocato un ruolo decisivo dei concetti pseudo-scientifici della fine del secolo XIX. Basti pensare al darwinismo sociale. Il nazionalsocialismo è stato più una forma brutale di positivismo che non una variante imbarbarita del Romanticismo. Inoltre occorre non dimenticare che anche la resistenza contro Hitler, gli uomini dell'attentato del 20 luglio 1944, aveva radici romantiche. E questo vale soprattutto per Stauffenberg e quelli del George Kreis».
Lei però usa un termine, Affaire, che in genere indica qualcosa di ambiguo, di scandaloso. L'affaire Dreyfus, per esempio; o una relazione d'amore fuori dal matrimonio. «Certo, c'è qualcosa di ambiguo, di pericoloso. Nel bene come nel male il Romanticismo ama i sentimenti e i pensieri estremi. È radicale, evita e disprezza il senso comune, la via di mezzo. Produce un senso di estraniamento, perde il contatto con il mondo terreno. Rincorre sogni e fantasie, e finisce per trovarsi a casa in un altrove sconosciuto ai comuni mortali. Tutto questo comporta un dispendio fortissimo di sentimenti. In fondo, in un tradimento, in un'avventura, c'è molto più amore e molta più passione che nel matrimonio. Ma proprio qui può nascere il pericolo».
In che senso? «Nel senso che in questo modo la capacità di giudizio politico viene compromessa ». E allora si finisce per diventare hitleriani fanatici. «No, le cose non sono così semplici. Il sillogismo: i tedeschi sono romantici; i tedeschi hanno aderito al nazismo; dunque il nazismo è romantico, non è corretto. Certo, la prontezza con cui il popolo tedesco seguì Hitler ha anche a che fare con l'estraniamento romantico, con la perdita di chiarezza politica. Ma se non vogliamo risalire ad Adamo ed Eva come diceva la Arendt, allora non bisogna dimenticare che i tedeschi non rincorrevano solo i loro sogni romantici. Si ripromettevano in realtà di conseguire consistenti vantaggi materiali dalla politica di violenza attuata dal nazionalsocialismo. Volevano trarre profitto dalla sottomissione e dallo sfruttamento degli altri Paesi. E volevano profittare della espropriazione e dell'eliminazione degli ebrei. Insomma, quello che desideravano più di tutto era uno stato assistenziale consegnato nelle mani di un dittatore. E questo non ha niente a che fare con il Romanticismo ».
Ma la fascinazione, la magia esercitata da Hitler forse sì. La figura del mago, dell'incantatore appartiene alla cultura romantica. «Hitler si era presentato nelle vesti di un salvatore, e in parte è stato percepito così. Ha tenuto i tedeschi sotto l'effetto di un incantesimo, li ha stregati. Se lasciarsi incantare da Hitler è romantico, allora sono romantici anche quegli italiani che si erano fatti ammaliare da Mussolini. Ma forse, in tutti e due i casi, il Romanticismo non c'entra niente; piuttosto si tratta della potenza dei mezzi di comunicazione di massa, che per la gente dell'epoca era un'assoluta novità».
Certo, nel 1945 la sconfitta, la fame, le città ridotte a cumuli di macerie, la perdita di tutto costituirono per i tedeschi un brusco risveglio dall'incantesimo. Diventarono più sobri, lei scrive, più scettici, meno portati a credere ai sogni, a giustificare errori, colpe, tragedie con motivi ideali. Alcuni intellettuali, comunque, ci provarono ancora. Primo fra tutti, Thomas Mann: il suo romanzo Doktor Faustus rilegge la catastrofe tedesca come il frutto di un patto con il diavolo. Altri chiamano in causa il militarismo prussiano, altri ancora sull'esempio di Heidegger denunciano la scienza e la tecnologia. «Tutte le volte che si annulla la distinzione tra cultura e politica si provocano disastri. Se l'arte è fantastica, estrema, radicale, quello che invece chiediamo alla politica è la ricerca del consenso, del compromesso ai fini di un vantaggio generale. Quando non riusciamo a tener separate le due sfere, allora scatta il pericolo: cominciamo a cercare nella politica un'avventura che avremmo fatto meglio a cercare nella cultura. E viceversa, chiediamo alla cultura utilità e ragionevolezza che invece spettano alla politica. Insomma, il Romanticismo è grande e meraviglioso quando non cerca di prendere politicamente il potere. Invece il movimento del '68, di cui già si preparano le celebrazioni del quarantesimo anniversario, volle prendere il potere politico romanticamente. Allora si scrisse sui muri "L'immaginazione al potere!". Oggi posso dire che non fu proprio una bella idea».

«Vagabondo sopra un mare di nebbia» (1818), del pittore romantico Caspar David Friedrich

Corriere della Sera 10.10.07
Antichità. Ma senza le incisioni preistoriche non avremmo le opere di Giotto


Se non avessimo a disposizione dipinti e graffiti rupestri preistorici non sapremmo nulla del mondo metafisico, dei pensieri e dell'arte del nostro passato più lontano. Gli ultimi 40 mila anni sarebbero caratterizzati da un silenzio quasi totale, almeno fino alla comparsa della scrittura, circa 3400 anni fa. È quindi una fortuna che l'Homo sapiens abbia dentro di sé il desiderio innato di lasciare un segno della sua esistenza.
Se così non fosse non avremmo i capolavori delle grotte di Altamira, Lascaux, Chauvet, e nemmeno gli incredibili archivi, con milioni di immagini, consegnati alle rocce del Sahara, dell'Arnhem Land (Australia) e della Valcamonica; solo per fare qualche esempio. Ma cercare di giustificare la presenza dei graffiti sulle nostre case invocando un'antica nobiltà non ha senso; qualunque sia il giudizio sui graffiti moderni. Si tratta di due cose affatto diverse.
La maggior parte delle opere preistoriche scaturirono da profonde motivazioni sociali o religiose, e furono eseguite da grandi maestri sicuramente consapevoli dell'importanza «sacrale» dell'opera che stavano realizzando. L'unico paragone possibile è con Giotto, Michelangelo e pochi altri. Ovviamente ci sono anche opere più semplici, didattiche, descrittive, a volte anche modeste, ma il loro valore documentario giustifica appieno il limitato «inquinamento» visivo e ambientale che produssero.
I graffitari dei nostri giorni maneggiano uno strumento diverso e con obiettivi differenti, con il solo scopo di «segnare» il territorio metropolitano; e i risultati non sono quasi mai «artistici». Qualcosa di simile si incontra anche nella pittura preistorica sotto forma di impronte di mani lasciate in luoghi particolari. Si ritiene che avessero il compito di proclamare «io sono stato qui», di testimoniare un atto, una partecipazione; in questo somigliano davvero ai graffiti di oggi.
Altri graffiti storici sono quelli che gli antichi abitanti di Pompei lasciarono sui muri delle loro case: ci sono caricature di politici, di gladiatori, soggetti erotici, scritte da stadio, schizzi pittorici, nomi, insulti e altri piccoli vandalismi da ascensore; senza pretese sociologiche. Niente a che vedere coi grandi vandalismi spray.

il manifesto 10.10.07
Rifondazione: «Domenici deve dimettersi»
di Eleonora Martini


La questione sicurezza fa esplodere la polemica tra riformisti e radicali. Per il presidente dell'Anci l'estrema sinistra non può stare al governo. Il Prc: «Chieda scusa o se ne vada». Molte riserve sulle norme che danno più potere ai sindaci. Dopo il welfare, una nuova grana in Cdm

Roma. Le critiche sollevate da sinistra sul pacchetto sicurezza che dà più potere ai sindaci pesano come un macigno sull'azione dei governi, nazionale e locali: «È evidente che la cosiddetta sinistra radicale o antagonista fa una tale fatica a stare al governo che se non vi partecipasse più sarebbe meglio, anche per loro». Parola di Leonardo Domenici, nella veste di presidente dell'Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci), affidata ieri mattina ai microfoni di Radio 24. «Se si sta al governo si sta al governo, non si va a fare cortei contro. In ogni caso ognuno fa le scelte che può: la sinistra radicale nella mia maggioranza non c'è», ha aggiunto Domenici stavolta nei panni di sindaco di Firenze. Un concetto che il possibile prossimo candidato alla presidenza della Regione Toscana ha voluto ribadire, dopo averlo già espresso il 22 settembre scorso alla volta di Nichi Vendola che criticò le sue misure anti-lavavetri. Evidentemente per Domenici la misura è colma. E l'insofferenza si rende evidente anche quando commentando il titolo d'apertura di ieri del manifesto, «Grilletti d'Italia», lo definisce «un'idiozia molto grave». Giudizio condiviso dall'altro ospite della trasmissione radiofonica, il sindaco di Venezia Massimo Cacciari, che aggiunge: «È un titolo che si commenta da sé, è lo sciocchezzaio incarnato».
Insomma l'aria che tira tra il nascente Partito democratico e ciò che si muove alla sua sinistra non è bella. E infatti sono le parole del sindaco di Firenze a sollevare le reazioni più pesanti. «Chieda scusa o si dimetta, la carica che ha assunto è incompatibile con le sue parole», sbotta Michele De Palma, responsabile per Rifondazione comunista dei rapporti con gli enti locali. «È gravissimo che il presidente dell'Anci offenda i tanti sindaci e presidenti delle Regioni del Prc, dei Verdi e del Pdci, che governano da anni con ottimi risultati il nostro territorio - aggiunge De Palma - È evidente che nella prossima riunione dell'Anci si dovrà porre la questione della presidenza». Allarmato anche il capogruppo del Pdci al Consiglio regionale della Toscana, Luciano Ghelli, che vede nelle dichiarazioni del «nostro vice-sceriffo» un procedere «sulle orme di Cofferati».
In quest'atmosfera sembra quasi normale che il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro giudichi «legittima», come ha fatto ieri, la manifestazione antigovernativa indetta da An sulla sicurezza per sabato prossimo. Infatti è sui contenuti del pacchetto che la divergenza con la sinistra radicale si amplia di pari passo alla convergenza di vedute con il Polo. Per De Palma, «sta passando un'idea di sicurezza che svuota le strade, che privatizza gli spazi comuni e respinge la popolazione nelle case». Come si evidenzia anche nel passaggio del pacchetto sicurezza riguardante «l'indebita occupazione di suolo pubblico».
Il capogruppo del Prc al Senato Giovanni Russo Spena entra invece nel merito e del pacchetto salva due o tre punti: «Sono d'accordo con l'accelerazione delle procedure di confisca dei beni della mafia e la loro restituzione agli enti pubblici, sulla equiparazione delle vittime di mafia a quelle del terrorismo, e sul rafforzamento degli uffici giudiziari che soprattutto al sud sono allo stremo», dice e aggiunge che per il resto il suo parere è del tutto negativo. In particolare per Russo Spena «è incostituzionale l'estensione della custodia cautelare anche quando non sussistono le tre condizioni previste dalla legge», mentre «parlare di espulsione per motivi di ordine e sicurezza significa esercitare la completa discrezionalità dell'esecutivo, visto che non c'è nulla di più labile di un reato che attenta all'ordine e alla sicurezza». Infine non va giù al senatore del Prc la revisione dell'articolo 54 del Testo unico sugli Enti locali che «amplia il potere dei sindaci sul terreno proprio delle forze dell'ordine» e introduce il concetto di «sicurezza urbana dei cittadini e gravi pericoli che arrecano pregiudizi al decoro urbano». Sono altri invece i nodi da affrontare, secondo Russo Spena, primo tra tutti la certezza della pena e le questioni tossicodipendenze e prostituzione. E chiosa: «Sia chiaro fin d'ora che mi aspetto sul pacchetto il confronto parlamentare nelle commissioni Giustizia di camera e senato. E non accetterò assolutamente che le norme riguardanti i poteri dei sindaci siano stralciate in modo da poter essere approvate più velocemente».
Difficile, mentre infuria la battaglia sul welfare, saperne di più sul futuro del pacchetto sicurezza. Certo è che, viste le premesse, non è da escludere un ennesimo braccio di ferro e qualche astensione in Consiglio dei ministri.

Liberazione 10.10.07
I signori del Piddì
di Rina Gagliardi


Che questo sia uno straordinario periodo di confusione lo dimostra quasi tutto quello a cui assistiamo quotidianamente, e anche non quotidianamente. Cito a caso due pamphlets, molto diversi l'uno dall'altro, usciti in questi mesi: l'uno s'intitola Il liberismo è di sinistra di Giavazzi-Alesina, l'altro Per una sinistra reazionaria di Bruno Arpaia. D'accordo, noi saremo anche "ultraconservatori", come ha detto ieri il sindaco di Venezia Massimo Cacciari e come ripetono fino all'ossessione gli editorialisti-professori del Corriere - ma che dire dell'effetto spiazzante che una tale sequenza di incontrollati ossimori può esercitare sul comune cittadino, magari giovane e magari non molto smaliziato? Se la sinistra può essere declinata come liberista, reazionaria, classista, progressista, autoritaria, democratica, sicuritaria e magari xenofoba, che cosa alla fine ne resta non diciamo di solido ma di vagamente comprensibile?
Purtroppo, tutta questa confusione non abita solo nei libri, o nei titoli dei saggi, più o meno, d'occasione: risiede, per una parte sostanziale, nelle "esternazioni" e nelle pratiche concrete di una parte crescente del ceto politico di sinistra - o che nella sinistra si è formato e cresciuto. Ora, nel mezzo di una delicatissima partita sociale e politica - quella che si concluderà a giorni, speriamo, con alcuni miglioramenti sostanziali del protocollo su Welfare e precarietà, e forse con un inizio di riconciliazione tra il governo Prodi e una larghissima fascia del mondo del lavoro - il leit-motiv più insistente suona come una specie di "Marcia funebre di Sigfrido" per la sinistra radicale: essa sarebbe diventata incompatibile, inaffidabile, irresponsabile, essa ha fallito la prova di governo, essa, perciò, non sarà mai più componente di un'alleanza organica per il governo del Paese. In prima linea, manco a dirlo, ci sono i sindaci del centrosinistra, questa sorta di signorotti neofeudali che si sentono oramai detentori di poteri "superiori" e tendono ad esercitarli spesso sgangheratamente: così il primo cittadino di Firenze, Leonardo Domenici (quello della crociata estiva contro i lavavetri) arriva a dire che stare fuori dal governo della cosa pubblica sarebbe "meglio anche per loro" e precisa, ad ogni buon conto, che in quel di Firenze la cosa è già stata fatta. Così, anche, il sindaco di Venezia, che parla di margini "ristrettissimi" per ogni presente e futura collaborazione tra riformisti e radicali. E ci si mette, alla fine, anche l'ottimo ministro Gentiloni, lui così prudente ed elegante, a buttare un po' di benzina sul fuoco. Che cosa unisce tutte queste persone nella loro spietata e implacabile condanna? Ma è chiarissimo: il Piddì, il Partito Democratico ormai a una settimana dal parto ufficiale.
Il Partito democratico che, non ancora del tutto nato, nella pratica politica già tende all'autosufficienza totale e all'arroganza. Come se l'Unione non ci fosse più e non avesse un programma da rispettare. Come se gli spettasse - per dono divino? - il monopolio delle decisioni e del potere che dalle decisioni deriva.
In effetti, se la memoria non ci inganna, non abbiamo mai sentito sulle bocche di questi signori alcuna parola critica sul vero e proprio ricatto che, a differenza della sinistra alternativa, il senatore Dini, recentissimamente autonomizzatosi dal Pd, sta esercitando sul quadro politico. Nessuno sta dicendo la nuda e cruda verità: che cioè il fantasmatico raggruppamento postdiniano degli "Ld", tipico frutto del più deteriore trasformismo italico, pseudo forza politica che quasi certamente ha già in tasca un accordo con il centrodestra (oppure, al contrario, con lo stesso Pd, come accadde con il suo antecedente un paio di elezioni fa, quando a "Rinnovamento italiano" furono gentilmente regalati i voti necessari per superare la soglia di sbarramento), nessuno dice che Dini, appunto, ha fatto (e non da ora) carta straccia del programma comune sottoscritto e lavora su prospettive del tutto difformi dal suo profilo basilare. Nessuno si scandalizza - anzi. Come mai una tale disparità di "trattamento"? Come non scorgervi un calcolo tattico dei più meschini e "piccini"?
Il fatto è che l'ebbrezza del battesimo e la grancassa mediatica stanno facendo perdere al Pd ogni prudenza: anche il suo più che leader in pectore, Walter Veltroni, non perde occasione per sottolineare che, d'ora in poi (?), le coalizioni hanno da essere "coese" e "coerenti", e capaci di decidere in fretta, senza stare a guardare più di tanto che cosa ne pensano, per dire, alcuni milioni di persone tutte "ultraconservatrici" - quelli che alla sinistra affidano le loro speranze di una società almeno un po' meno diseguale. E aggiunge che, siccome il popolo ha la testa dura e potrebbe continuare a votare "male", cioè in modo non coeso, non resta che impedirlo per legge: per esempio attraverso una nuova legge elettorale che impedisca alla sinistra ogni sostanziale (e sostanziosa) rappresentanza. Viene da dire: perché tutti costoro non pensano di andare, per una volta, a risciacquare i loro panni non nell'Arno di Domenici, ma tra i lavoratori, gli operai, gli insegnanti, i ricercatori, che stanno votando alle loro "primarie referendarie", come suggerisce Ichino, e che certo esprimeranno un non irrilevante disagio?
Noi, sia chiaro, non siamo fissati sul Governo: per noi è una leva per favorire la trasformazione di cui l'Italia ha bisogno, uno strumento importante, un mezzo, insomma, e non certo un fine ultimo della nostra lotta politica. All'opposizione staremo benissimo, se la dinamica degli eventi prossimi spingerà le cose in questa direzione. Resta comunque oscuro il pensiero, se di pensiero si tratta, dei "signori del Pd": pensano di poter governare l'Italia da soli, superando di slancio la crisi della politica e la forza crescente delle destre? Pensano di poter fare a meno non solo della sinistra radicale, ma delle istanze sociali, politiche e culturali, e dei soggetti in carne ed ossa, che la sinistra rappresenta? Pensano di essere già negli Stati Uniti d'America e al suo bipartitismo perfetto, senza partecipazione e senza, appunto, sinistra? Pensano che l'unica strada possibile sia quella dei nuovi guru del Corriere ? Sarebbe bene che si chiarissero qualche idea, e ce la spiegassero. In ogni caso, ci consentiamo di suggerire un nuovo slogan, quasi definitivo, che potrebbe consentire al Pd tutte le rimonte inimmaginabili. Eccolo: "Essere di destra è l'unico modo serio oggi per essere di sinistra". Vi piace?

martedì 9 ottobre 2007

Apcom 8.10.07
WELFARE/ BERTINOTTI: VOTO LAVORATORI, ANALIZZARE DISSENSI E DISAGI
Fatto di democrazia, rispetto per maggioranza ma..
qui

Aprile on line 8.10.07
Il peso dell'etica sulla scienza
conversazione con Carlo Flamigni di Emma Berti


Mario Capecchi, biofisico che lavora negli Stati Uniti, ha vinto il Premio Nobel per la medicina con altri due ricercatori grazie al suo lavoro sulle cellule staminali embrionali, ottenendo risultati che difficilmente avrebbe potuto conseguire in Italia. Ne abbiamo parlato con Carlo Flamigni, membro del Comitato Nazionale di Bioetica

Mario Capecchi, biofisico nato a Verona e trasferitosi a sette anni negli Stati Uniti, dove lavora, ha vinto il Premio Nobel per la medicina. Il riconoscimento è stato assegnato ad un team di tre scienziati (Oliver Smithies, Martin Evans e Capecchi) grazie al loro lavoro sulle cellule staminali embrionali, che attraverso la tecnica del gene targeting, ha permesso di ottenere cambiamenti nel patrimonio genetico delle cavie da laboratorio.

Si tratta di un passo avanti notevole, che potrebbe essere sfruttato anche nel campo della medicina clinica: attraverso questa tecnologia è possibile costruire modelli di qualsiasi malattia genetica umana, studiarne l'evoluzione e l'efficacia delle potenziali terapie. Si potrebbero quindi correggere geni endogeni nel tessuto umano.

Noi abbiamo parlato con Carlo Flamigni, membro del Comitato Nazionale di Bioetica.

Cosa pensa di questo Premio Nobel?
E' un premio nobel che va ad un'avventura con grandi probabilità di essere positiva, poiché ci dà delle possibilità e delle speranze molto concrete per poterci occupare di problemi finora insolubili.

Può spiegarci quali sono questi problemi?
Partiamo dalle cellule staminali: sono cellule che si dividono in due parti, una uguale alla prima, l'altra parzialmente o completamente differenziata. La prima è in qualche modo una cellula eterna, l'altra rinuncia all'eternità per diventare una cellula lavoratrice. Le cellule staminali sono poi divisibili in base alla loro potenza, e le più potenti sono quelle embrionali. Noi abitualmente le prendiamo dagli embrioni, per la precisione dalla massa cellulare interna dei blastociti. Sono in grado di fare tutto: un embrione, un essere umano, ma non la placenta (ricavabile solo da embrioni a quattro, otto cellule - morule - , ma nascerebbe un problema morale perché un blastomero di una morula è capace di diventare un individuo).

Le cellule staminali esistono anche nel cordone ombelicale, nel liquido amniotico, nel testicolo, nei tessuti, in tante altre parti, ma sono teoricamente meno potenti, e tutte le volte che le ricerche sulle cellule adulte hanno dato qualche frutto, non si è poi riusciti a ripetere l'intervento o ad avere gli stessi risultati.

Ma gli studi paralleli delle cellule staminali embrionali e delle cellule adulte si confidano continuamente dei segreti, e questo crea il problema della complicità. Per cui, se anche domani si dovesse arrivare a risultati straordinari grazie agli studi sulle cellule adulte, che sono quelle che vanno bene anche ai cattolici, nascerebbe il problema della cooperatio ad malum: ovvero, avendo ottenuto quel risultato, quel farmaco, quella cura anche attraverso ricerche inaccettabili sul piano morale, questi non si potrebbero usare. Dal momento in cui la contaminazione della ricerca è effettiva e quotidiana, ci si chiede se abbia senso continuare la polemica sull'abbandono della ricerca sulle embrionali e la continuazione di quella sulle staminali adulte. Bisogna far capire l'importanza fondamentale, indispensabile delle informazioni ottenibili attraverso gli studi sulle prime e la sollecitazione scientifica che questi permettono.

In Italia i problemi sollevati da ricerche di questo tipo sono soprattutto etici, ma esiste anche il problema della mancanza di fondi.
A proposito di fondi, ultimamente sono venute fuori informazioni poco comprensibili su una specie di potestà che ha il Ministro della Salute di affidare grandi quantità di denaro per scopi di ricerca all'Istituto Superiore della Sanità, il quale, senza concorso né valutazioni qualitative, sceglie la persona a cui affidare questa somma. E guarda caso, i ricercatori che si occupano, tra le altre cose, di cellule staminali, e che hanno dimostrato interesse e fatto richiesta, sono rimaste incomprensibilmente fuori.

In Italia questi ricercatori non solo vengono puniti moralmente, parlando di loro come di persone eticamente scorrette, ma vengono colpiti direttamente nel campo di lavoro, danneggiando le loro ricerche. Ci sono molte lettere indirizzate all'ISS, in cui si chiede in base a quali norme, a quali consuetudini possono avvenire cose del genere, ma non è ancora arrivata nessuna risposta.

E' possibile trovare un modo per emarginare la questione morale?
Negli Stati Uniti ci sono moltissimi modelli sperimentali che dovrebbero consentire di bypassare in qualche modo il problema, ma fino ad ora non hanno trovato applicazione. In quel paese i maggiori investimenti si fanno proprio sulle cellule staminali embrionali, perché garantiscono risultati più sicuri, maggiori conquiste nel campo delle acquisizioni di informazioni scientifiche. Ma in Italia persino l'idea di usare cellule staminali embrionali prodotte altrove è stata considerata peccaminosa, e alcuni dei nostri parlamentari, sbagliando, hanno detto che questa operazione era proibita.

Restando in Italia, la Legge 40 sulla procreazione assistita prevede che gli embrioni in soprannumero, anziché essere destinati alla ricerca, vengano congelati, ma non se ne specifica l'utilizzo. Non sarebbe più plausibile, se non sensata, una regolamentazione invece del ricorso a un vero e proprio veto alla ricerca?
Noi stiamo cercando di elaborare un documento che permetta (non per questi embrioni, per i quali non si riesce a trovare una luce nella legge, che andrebbe modificata per consentirne l'utilizzo)di utilizzare a fini scientifici gli embrioni anomali, che al momento vengono lasciati morire nel brodo colturale. Il Comitato Nazionale di Bioetica, sul piano degli embrioni abbandonati e congelati, ha auspicato che questi vengano utilizzati per la vita. Ma adottarli per farli nascere significa poter garantire ai genitori che non presentano anomalie, il che implica un problema: noi non abbiamo linee guida, ma quelle americane pongono molte limitazioni al caso.

Secondo lei, ora che c'è di mezzo un Nobel, si placheranno le polemiche che criminalizzano queste ricerche? Cambierà qualcosa?
Non credo. Dobbiamo renderci conto che in Italia c'è una grande novità, anche se non assoluta: l'attuale pontefice, tra i tanti modi per sostenere la verità della propria fede ha scelto quello più duro. Ha affermato che di verità ce n'è una sola e che lui ne è il portatore e il simbolo. L'etica della verità è molto dispendiosa e molto conflittuale, e soprattutto non si ferma mai. C'è una specie di crescendo che comincia con il non possumus, che va avanti con la definizione delle altre religioni come sette, che affronta temi come arte e scienza dicendo che senza fede e religione diventano degli accompagnatori ignobili della parte peggiore dell'uomo. Insomma, io credo che sia un crescendo che una volta iniziato non promette nulla di buono, e che non sia facilmente ostacolabile, almeno non nei tempi brevi.

Poi c'è un altro problema fondamentale nel nostro paese: la Chiesa si prende lo spazio che i politici le lasciano, e i nostri politici le lasciano tutto lo spazio che possono, spaventati dall'eventualità di essere considerati anticlericali, di perdere voti, di diventare impopolari. Io credo che ci siano problemi di dignità e di laicità che dovrebbero proibire ai politici comportamenti così disdicevoli.

La questione etica pesa più nel nostro Paese che altrove perché abbiamo il Vaticano?
Si, infatti Cavour avrebbe dovuto dire "libera chiesa in libero stato, possibilmente confinante", ma purtroppo si è dimenticato di aggiungere quest'ultimo particolare.

Quindi la sua ricetta è far passare la ricerca per la laicità dello stato?
Si, io ho girato molto, in sedi di partito da Pordenone e Messina. E ovunque quando iniziavo a parlare di bioetica la gente mi chiedeva di parlare di laicità. Secondo me il senso dell'importanza dello stato laico c'è, la gente vuole sentirne parlare e vuole capire il perché del tradimento operato dalle persone a cui ci affidiamo. Le persone che ci conducono politicamente ci tradiscono, fanno finta di niente, non ascoltano, sono disattente, hanno la sindrome dell'accettazione.

Ma è anche vero che la nostra gente, quando il suo segretario di partito dice qualcosa, lo segue. Bisogna vedere per quanto tempo e fino a che punto, anche perché non è chiaro dove tutto questo ci stia portando. E io non credo ci porti dalla parte giusta.

Non si rischia di confondere l'etica con la religione?
Certo, ma non solo. Laicità vuol dire non dare particolare valore a nessuna ideologia, nessuna religione, nessuna confessione, ma tutelarle e proteggerle tutte allo stesso modo. E vuol dire anche non dare niente alle istituzioni che si sono costruite senza democrazia, come Opus Dei e massoneria. Uno Stato che legifera in relazione al favore che può dare un'ideologia particolare è uno stato disonesto. Questo lo diceva Abbagnano, un grande filosofo, non lo dico io.

Insomma, non vede prospettive rosee..
No, sono pessimista, lo dico da tempo. D'altra parte avevo espresso opinione contraria anche rispetto al referendum, avevo detto che secondo me ci avrebbe portato in un budello chiuso.
A questo punto conto molto sul fatto che gli attuali politici passino a "miglior vita". Nel senso che vincano tutti al totocalcio (anche se forse non ne hanno bisogno) e che passino i loro ultimi cinquant'anni nelle isole del Pacifico. Sarebbe una vita decisamente migliore.

l’Unità 9.10.07
Da bambino di strada a scienziato
di Pietro Greco


Aveva quattro anni quando venne abbandonato, mentre sua mamma era prigioniera a Dachau

Quella di Mario Capecchi non è, tecnicamente, la storia di un «cervello in fuga». Perché l’italiano che ieri ha vinto il premio Nobel per la medicina ha studiato in America fin dalle elementari ed è, quindi, a tutti gli effetti un «cervello americano». Tuttavia il biologo è nato a Verona, nel 1937. Ed è, piuttosto, un «italiano in fuga».
La sua storia ci dice molto sul passato (e del presente) del nostro Paese. Mario è frutto di una breve relazione tra una poetessa americana, Lucy Ramberg, e un pilota italiano, Luciano. La famiglia Ramberg frequenta da tempo l’Italia (la nonna americana di Mario è sepolta ad Assisi) e Lucy partecipa dalla vita culturale italiana.
A Bolzano fa parte di un gruppo di artisti, i Bohemiens, per nulla accomodanti col nazismo. E così la donna, nel 1941, viene arrestata dalla Gestapo e deportata a Dachau. Aveva appena fatto in tempo a vendere tutto e ad affidare figlio e averi a una famiglia di contadini. In sei mesi i soldi svaniscono e Mario viene abbandonato per strada: ha quattro anni.
Nei cinque anni successivi vaga per le città del Nord Italia con bande di bambini che si arrangiano per sopravvivere, un po’ mendicando un po’ rubacchiando. Lucy, intanto, sopravvive alla deportazione e - a guerra finita - ritorna in Italia a cercare suo figlio. Lo trova solo nel 1947 in un ospedale di Reggio Emilia. Mario stenta a riconoscere la madre, ma infine la famigliola è riunita. E pronta ad abbandonare il paese che l’ha divisa e che, ora, offre loro ben poche speranze. Lucy torna in America. Mario, «italiano in fuga», ha nove anni e può, finalmente, iniziare i suoi studi. Che sessant’anni dopo lo porteranno a Stoccolma (la cerimonia ufficiale di premiazione è prevista per dicembre) per ricevere il massimo premio cui uno scienziato possa ambire.
Mario Capecchi ha ottenuto lo scorso 12 maggio 2007 la laurea honoris causa in Biotecnologie mediche dall’università di Bologna, su proposta del professor Giovanni Romeo. E nella città emiliana torna di frequente, per tenere i suoi apprezzati corsi di genetica medica presso la Scuola Europea di Medicina Genetica (ESGM) che Romeo organizza ogni primavera a Bertinoro di Romagna.
Proprio Giovanni Romeo ha ricostruito la storia del piccolo Mario nella laudatio tenuta in occasione del conferimento della laurea ad honorem a Capecchi. Il quale a sua volta l’aveva tratteggiata in un’intervista concessa alla rivista scientifica inglese Nature nel 2004 intitolata Dagli stracci alla ricerca.
Mario Capecchi ha avuto come maestro un altro italiano - lui sì «cervello in fuga» - Salvatore Luria, laureato a Torino, discepolo di Giuseppe Levi, emigrato negli Usa per sfuggire alle leggi razziali fasciste e vincitore del Premio Nobel per ricerche effettuate in America.
La loro storia ci ricorda quanto ha perso l’Italia e quanto ha perso l’Europa a causa del nazifascismo. «La mia speranza - ha dichiarato ieri Capecchi - è che il premio che mi è stato dato stimoli l’Italia a investire di più in ricerca scientifica».

l’Unità 9.10.07
Rizzo denuncia: ci sono dei brogli. Bonanni: bufale


Prima un battibecco, poi un crescendo di botta e risposta: Marco Rizzo, eurodeputato dei Comunisti Italiani, ha denunciato ieri notte nel corso della trasmissione Porta a Porta presunti brogli nella consultazione referendaria sul welfare, e immediata si scatena l’ira del segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, che definisce «gratuite» le accuse. Fotografia e documenti alla mano, Rizzo sostiene che nella giornata di ieri ci sono stati lavoratori che hanno votato più di una volta: «Se è vero - sostiene - è uno schiaffo ai sindacati e non a Marco Rizzo, che è un comunista».
In collegamento telefonico, Bonanni ribatte: «La politica deve stare lontana dal referendum sul welfare, perché questa attenzione sta creando spaccature in alcuni posti che stanno ledendo i lavoratori». Il leader della Cisl, muove dure accuse all’esponente dei comunisti italiani che, dice, «a consultazioni aperte decidere di dare una bufala con questo racconto. Ma così facendo lede l’interesse dei lavoratori». Sarcastico, poi, Bonanni aggiunge: «Chiameremo i rappresentanti dell’Onu per garantire la sicurezza e la correttezza del voto».
Nella giornata di sabato ad Empoli è apparsa una scritta all’ingresso della sede della Camera del lavoro - «Cgil, comitato garanzia imprenditori ladroni» - accompagnata dal disegno della stella a cinque punte. Sull’accaduto indagano gli agenti del commissariato di Empoli e la digos di Firenze. Ferma la condanna del gesto da parte del mondo politico.

Repubblica 9.10.07
Welfare, buona affluenza al voto
Scatta il referendum, il Pdci denuncia brogli. Prodi ottimista sull´intesa
Buona affluenza per i sindacati Epifani: "Bella giornata per il Paese"
di Luisa Grion


ROMA - Fiato sospeso sul Welfare: da ieri mattina nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro di tutta Italia si vota per dire «sì» o «no» al pacchetto Damiano su precariato, ammortizzatori sociali e previdenza. Le consultazioni si chiuderanno domani pomeriggio alle 14 e - a detta dei sindacati - già verso le 17 arriveranno i dati dei primi exit poll. La complessa partita, dunque, è del tutto aperta e resterà tale fino alla pubblicazione dei risultati finali del referendum che arriveranno giusto in tempo per il dibattito al Consiglio dei ministri di venerdì.
E lì, infatti, che - se dal referendum non dovesse risultare un «sì» forte e pieno - inizieranno le trattative su come e dove rivedere le norme. Certo è che il pacchetto approderà sul tavolo dei ministri così com´è - lo ha confermato lo stesso Damiano - e che ad attenderlo ci sarà un fronte non compatto.
I ministri Mussi e Ferrero hanno infatti già dichiarato il loro dissenso. «La parte sul lavoro non la voto» ha detto il ministro dell´Università, che però ha anche previsto come il referendum «lo vincerà il sì con una certa quantità di no». Il che vorrà dire, ha precisato «che il testo non andrà stravolto», «ma migliorarlo a favore dei lavoratori - ha aggiunto - non è mica una bestemmia».
Un polemica decisa arriva anche dal ministro Ferrero: «C´è un terremoto nella società che dice così non funziona, questo non ci piace. Spero che il governo ascolti i lavoratori e la società».
Due «no» sono quindi annunciati, ma in realtà il futuro del Protocollo e gli spazi di mediazione sono appesi agli esiti del referendum e alle percentuali più o meno pesanti che si potranno ottenere. Il premier Prodi è ottimista. «Mi dicono che l´affluenza è buona è questa è una buona notizia. Spero in un risultato positivo: la consultazione è un fatto importante». Si sbilancia il presidente della Camera Fausto Bertinotti che spiega come gli sembri «evidente una vittoria del sì». «Ho una qualche esperienza sindacale per poter fare una previsione che non teme smentite» ha detto.
Il ministro Damiano, anche lui convinto che «andrà bene», ricorda comunque che il Parlamento è sovrano e apre le porte a possibili aggiustamenti (su lavori usuranti e contratti a termine), ma avverte che «con troppe modifiche si rischia di far saltare l´equilibrio sociale».
Tutti tesi sul voto, dunque, al quale i sindacati sperano che partecipino 5 milioni di lavoratori. Ore nervose sulle quali già aleggia una denuncia di brogli. Marco Rizzo, Pdci, assicura che «in troppi casi è stato possibile votare più volte, senza esibire documento alcuno e senza registrare il proprio nome». E racconta il caso di una lavoratrice che in provincia di Taranto ha votato tre volte, nelle tre sedi di Cgil, Cisl e Uil. Il sindacato respinge le accuse: «Si vede che Rizzo si è già accorto di aver perso e agita fantasmi e manipolazioni su quello che è un libero voto» ha detto Nino Sorgi, segretario organizzativo Cisl.
Quanto alla affluenza alle urne, per i sindacati «i dati sono positivi»: la Uil prevede che oltre il 70 per cento del lavoratori risponda all´appello e che si superi, quindi, le presenze registrate alle urne quando si votò sulla riforma Dini (66 per cento). Ma c´è anche chi, l´SdL ad esempio, parla di "partecipazione scarsissima". Guglielmo Epifani ha parlato di «bella giornata per il sindacato, per i lavoratori e per il Paese».

Repubblica 9.10.07
Che Guevara. Il mito indistruttibile di un fanatico della rivoluzione
di Carlos Franqui


Quarant'anni fa veniva ucciso in Bolivia l'uomo che con Castro aveva guidato la rivolta cubana
L'ho conosciuto nel luglio del '56 e per l'ultima volta l'ho visto a Parigi nel '65
Rovinò Cuba con riforme di tipo sovietico e la centralizzazione dell'economia
Oggi all'Avana è diventato un eroe per turisti che si disputano T-shirt e altri souvenir

Conobbi Ernesto Guevara nel luglio del 1956, quando mi trovavo in prigione insieme a Castro e ai futuri protagonisti della spedizione del Granma, nella prigione messicana Miguel Schultz, e lo vidi per l´ultima volta nell´aprile del 1965, a Parigi. Il nostro fu un rapporto conflittuale che durò nove anni. Ci dicevamo molte verità scomode, ma entrambi sapevano che l´altro non sarebbe andato a raccontarle a Fidel o alla Seguridad. La prima discussione fu riguardo a Stalin, e le ultime parola che gli sentii dire furono: «Con Fidel, né matrimonio né divorzio», in una conferenza a Parigi, alla Mutualité.
Quarant´anni dopo la sua fine, in Bolivia, Guevara continua a essere un mito consumistico, senza che nessuno analizzi le sue azioni e le sue parole, e senza che nessuno metta in pratica le sue teorie e i suoi atti. Se Ernesto "Che" Guevara potesse sentire tutto questo dalla tomba, che nessuno sa dove si trovi con esattezza, maledirebbe questa falsa mitologia.
Castro ha una sola ideologia, il potere; Guevara era un rivoluzionario fanatico, del genere di Lenin, Trotskij o Mao. Dal 1956 al 1963, fu un filosovietico esaltato, che rovinò Cuba con l´acquisto di fabbriche e attrezzature che non servivano, con la centralizzazione dell´economia, la soppressione della contabilità delle imprese, il lavoro volontario e i campi di punizione. Nel 1963-1964, scoprì e affermò che l´Unione Sovietica non era quella che credeva lui. Ruppe con l´Urss nel 1964 ad Algeri, litigò con i partiti comunisti ed entrò in conflitto con Castro, illudendosi che Fidel lo avrebbe appoggiato nel suo illusorio progetto di diventare il leader della rivoluzione mondiale, con i suoi «due o tre Vietnam», secondo il messaggio che lanciò alla riunione della Ospaal (Organizzazione di solidarietà dei popoli dell´Africa, Asia e America Latina), nel 1966.
Guevara giudicava «borghesi» tutti i rivoluzionari che non la pensavano come lui, elogiava i contadini ma sosteneva che bisognava farla finita con loro, perché erano una classe antirivoluzionaria; quel fanatismo lo portò a fucilare 55 militari batistiani alla Cabaña, alcuni colpevoli di crimini e altri no. Per Castro, la realtà è se stesso; Guevara vedeva la realtà così come era, e risolveva il conflitto ricorrendo a un nuovo dogma. Se si conoscono le fucilazioni simboliche della Sierra Maestra, nel 1957, è perché fu lui stesso a renderle pubbliche nel suo libro Passaggi della guerra rivoluzionaria. Se nella guerriglia a volte fuggì, e altre volte diede prova di coraggio, lo rese pubblico nella sua cronaca «della paura e del valore». Nonostante il suo fanatismo, aveva coscienza delle sue azioni: per questo parla del primo soldato che uccise sulla Sierra giudicandolo una vittima del sistema.
Nel suo libro La guerra di guerriglia, contraddice la teoria leninista che afferma che «non esiste rivoluzione senza movimento rivoluzionario», scrivendo che «la guerriglia è la madre e la generatrice della rivoluzione». Il Che si proclamava marxista indipendente, ma alcune sue affermazioni non hanno niente di marxista. Neruda racconta: «Avevo visto all´Avana sacchi di sabbia disseminati in punti strategici; parlavamo di una possibile invasione americana, e lui d´improvviso disse: "La guerra, la guerra, siamo sempre contro la guerra, ma quando l´abbiamo fatta non riusciamo a vivere senza. A ogni istante, vogliamo ricominciare"». Lui stesso racconta al presidente egiziano Nasser che con la conquista del potere la rivoluzione si burocratizza, e allora si fa una nuova rivoluzione.
Nessuno, tranne Castro, ha avuto tanto potere a Cuba come quello di cui ha goduto il Che Guevara tra il 1959 e il 1963, e dunque è lui che porta la responsabilità del primo grande fallimento della rivoluzione cubana. Ma che cosa direbbe Che Guevara, mito turistico a Cuba, della vendita di magliette e tutto il resto, lui tanto austero e rigido, e nemico dei privilegi, che direbbe dell´attuale corruzione della cupola e dell´apparato del potere, dell´apartheid turistico, economico e medico? La rovina della Cuba attuale è la negazione del pensiero e delle azioni di Guevara.
Se ci fu qualcuno che cercò di convincere il Che che la rivoluzione cubana non dovette il suo trionfo all´avanguardia guerrigliera, ma all´azione clandestina e all´appoggio finale della popolazione, e che non si poteva confondere avanguardia e movimento, quello fui io.
L´abbandono di Castro e quella falsa teoria sono i principali responsabili della sua morte e del suo fallimento in Bolivia. Leggete il suo diario, pubblicato in Italia da Feltrinelli, e vedrete che Guevara scrive che si erano persi i contatti con Manila (Castro, L´Avana), mentre migliaia di guerriglieri latinoamericani addestrati sull´isola aspettavano di essere inviati a dargli rinforzo, ordine che non arrivò mai.
Anni dopo la morte del Che, centinaia di migliaia di soldati cubani furono inviati a combattere in Africa, là dove Guevara fu abbandonato la prima volta. Castro lo abbandonò e lo lasciò morire perché la rivoluzione mondiale era solo per lui, e non per Guevara. Quelli che adesso si riempiono la bocca del mito guevariano, perché non incolpano della morte del Che il grande colpevole, quello che lo mandò laggiù e lo lasciò morire solo?
Riporto alcune frasi di Guevara scritte di suo pugno e pubblicate in numerosi testi e libri.
«Qualcosa funziona male in Unione Sovietica, nel suo sistema, e non si può dire che sia a causa di calamità naturali (…), che ha a che vedere con l´organizzazione dei kolchoz, la decentralizzazione, l´autogestione finanziaria o gli stimoli materiali, con la scarsa attenzione dedicata allo sviluppo degli stimoli morali».
«L´odio come fattore di lotta, l´odio intransigente per il nemico, che spinge più in là delle leggi naturali dell´essere umano, e lo trasforma in un´efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere. Un popolo senza odio non può trionfare su un nemico brutale».
(Traduzione di Fabio Galimberti)

Repubblica 9.10.07
Dalla visita a Togliatti nel 1964 a icona pop
Il guerrigliero a Montecitorio
di Filippo Ceccarelli


Varcò la soglia del palazzo con una grossa Mauser brunita in vista alla cintola
Lo conobbero anche Ingrao, a cui non piacque, e Nicolini

«Alto, bello, in divisa militare verde oliva, il Guerrigliero apparve nel vano della porta barocca del palazzo che Innocenzo III aveva destinato alla curia papale».
Forse non tutti sanno che, una mattina, Ernesto Che Guevara varcò la soglia di Montecitorio. «Portava alla cintola, bene in vista, una grossa Mauser brunita, che gli aveva causato una discussione con il maresciallo dei carabinieri di guardia alla Camera dei deputati, accanto al gran valletto in polpe, marsina e mazza dal pomo dorato, che si chiamava Salvo Berté». Era un giorno dell´aprile del 1964, e il prezioso ricordo si deve a Massimo Caprara (Quando le Botteghe erano oscure, il Saggiatore, 1997), che a quel tempo era deputato del Pci, nonché dirigente di fiducia di Palmiro Togliatti.
E proprio da Togliatti, al terzo piano, Caprara condusse il Che di passaggio a Roma, non senza avergli fatto visitare il palazzo, compreso il corridoio dei busti, rispetto ai quali il Guerrigliero mostrò un evidente disinteresse che non si interruppe nemmeno di fronte al marmo di Garibaldi. Fu piuttosto incuriosito sul perché a Roma la gente non giocasse a scacchi per strada.
Sono ormai pochissimi, in Italia, quelli che hanno conosciuto di persona il Che. Uno è Pietro Ingrao, che lo incontrò a Cuba. Quattro ore di colloquio serrato, ma senza restare convinto dal personaggio: «Mi sembrava che sottovalutasse l´occidente - ha raccontato a Nicola Tranfaglia (Le cose impossibili, Editori riuniti, 1990) e lo vedesse tutto strettamente subalterno all´imperialismo e al capitalismo».
Un altro che assistette dal vivo a una performance del Che, una specie di disquisizione su un murales raffigurante un rivoluzionario che impugnava un fucile americano, è Renato Nicolini, spedito all´Avana per un raduno di studenti d´architettura che si concluse con l´approvazione di un ordine del giorno che diceva: «Dovere degli studenti di architettura è di combattere l´imperialismo».
La sua testimonianza si trova in un´opera collettiva che poi è il primo libro curato dal giovane Walter Veltroni, Il sogno degli anni ‘60 (Savelli, 1981). Alla fine del volume alcuni degli autori accettarono di rispondere a un questionario su libri, dischi e programmi preferiti. C´era anche la richiesta - veltronianissima - di indicare quali fossero state i giorni più tristi, le peggiori notizie del decennio, e ben sette risposero: «La morte del Che».
Quando uscì quel libro, il culto di Che Guevara si era già più che affermato, travalicando i confini della politica e ponendosi decisamente nel solco della cultura popolare. La figura apollinea che Togliatti aveva fatto accomodare sul divano di pelle rossa di Montecitorio era divenuta ormai da più di un decennio la classica icona pop.
Era stato Giangiacomo Feltrinelli, come racconta il figlio Carlo nel suo Senior Service (Feltrinelli, 1999), a farsi dare dal fotografo Alberto Korda i negativi della famosissima foto con il basco: «Che in the sky with jacket». C´era vento, quel giorno, e il ritratto prese corpo durante un funerale. Lo scatto della Leica di Korda consentì la più compiuta e potente sopravvivenza di Guevara in dimensione visiva, idolatrica, per certi versi anche spettrale, comunque efficacissima. Sui muri, sulle magliette, sugli adesivi, perfino in tribunale: «A Milano - ha scritto il trotzkista Livio Maitan (La strada percorsa, Massari, 2002) - mi è capitato di assistere a una causa di operai dell´Alfa in cui il giudice stesso si era preoccupato che ci fosse nell´aula, sia pure in effigie, la "querida presencia" del Comandante Che Guevara».
Meno noto è che tale «amata presenza» fosse condivisa dall´estrema destra e che quel ritratto campeggiava, accanto a una croce celtica stilizzata, all´ingresso del «Dioniso», noto ritrovo romano di sessantottini neri. «Addio Che», secondo Luciano Lanna e Filippo Rossi (Fascisti immaginari, Vallecchi, 2003) s´intitola una canzone che Pier Francesco Pingitore compose per Gabriella Ferri per i dischi del Bagaglino. Cavaliere solitario o liberatore di oppressi, l´Italia ideologica se lo prese senza troppe distinzioni. Quella post-ideologica di Jovanotti pure - anche a rischio di metterlo al fianco di madre Teresa di Calcutta.

Repubblica Firenze 9.10.07
Il pm Pietroiusti ricorre contro l'assoluzione del senatore di An Achille Totaro e di 5 suoi colleghi di partito
"Contro Fanciullacci non fu critica politica"
L’accusa era quella di aver diffamato il partigiano definendolo "vigliacco assassino"


Il senatore di An Achille Totaro non esercitò il diritto di critica politica quando definì un «vigliacco assassino» Bruno Fanciullacci, medaglia d´oro della Resistenza. Lo sostiene il pm Angela Pietroiusti, che ha presentato appello contro la assoluzione di Achille Totaro e di cinque suoi colleghi di partito dall´accusa di diffamazione della memoria del giovane partigiano, che morì il 17 luglio 1944. Dopo essere stato atrocemente torturato si gettò da una finestra di Villa Triste, pur di non tradire i suoi compagni.
Quella di Totaro - secondo il pm - fu una campagna denigratoria che non può essere considerata una libera manifestazione del pensiero tutelata dall´articolo 21 della Costituzione. Ciò perché il senatore non si limitò a criticare, anche duramente, come era suo diritto, l´uccisione del filosofo Giovanni Gentile, che fu colpito a morte il 15 aprile 1944, mentre rientrava a casa senza scorta e disarmato, da un gruppo di partigiani comunisti guidati da Fanciullacci. Quello di Totaro fu - sostiene il pm - un attacco diretto a colpire l´intera figura morale del giovane combattente della Resistenza. Ciò è dimostrato dal fatto, secondo il pm, che tutti gli imputati hanno spiegato che non conoscevano la storia di quel periodo di guerra né la figura di Fanciullacci. Dunque il loro fu un attacco alla persona, del tutto scollegato dal contesto di guerra.
Il pm Pietroiusti contesta che Totaro e i suoi compagni intendessero portare un contributo scientifico alla conoscenza del drammatico periodo storico in cui si colloca il delitto Gentile, quando a Firenze comandavano i tedeschi e i fascisti di Salò, il fronte avanzava e infuriava la guerra partigiana. L´attacco a Fanciullacci aveva soltanto - a suo giudizio - una finalità di strumentalizzazione politica. E quelle parole «vigliacco» e «assassino» sono soltanto offese che niente hanno a che vedere con i giudizi anche durissimi espressi dagli storici sul delitto Gentile. Perché - come ha detto più volte la Cassazione - il diritto di critica storica impone una approfondita indagine degli avvenimenti e un linguaggio corretto. E i giudizi, anche duramente critici, non possono comunque coinvolgere l´intera personalità del soggetto.
(f.s.)

Corriere della Sera Roma 9.10.07
La Sapienza. D'oro e d'argento le due opere del 2.300 a.C. riportate alla luce dalla missione archeologica romana
Ebla, il ritorno delle due regine
Paolo Matthiae scopre, durante gli scavi in Siria, due preziose statuette
di Paolo Brogi


Due regine, in oro e argento, sono riemerse dalle rosse terre di Ebla, in Siria, dove in oltre quarant'anni di scavi la missione archeologica dell'università di Roma la Sapienza guidata da Paolo Matthiae sta riportando alla luce la lontana e sconosciuta civiltà fiorita tra il 2400 e il 1600 a.C. Due preziose statuette in miniatura riaccendono i riflettori su Tell Mardikh, nella Siria settentrionale, e dopo la recente scoperta del grande Tempio della Roccia costituiscono il nuovo evento scientifico dell'importante e fortunata campagna di scavi di Ebla.
Il raro ritrovamento è avvenuto nel corso dell'ultima campagna archeologica, la 44ª, durante la quale sono proseguiti i lavori all'interno del grande tempio scoperto tre anni fa ed è stata affrontata anche una zona della Reggia che finora era stata poco investigata.
Lì, in un magazzino reale a ridosso degli Archivi amministrativi in cui trent'anni fa furono trovate le 17 mila tavolette cuneiformi che hanno permesso di decifrare l'antichissima lingua eblaita, giacevano interrate e pressoché intatte le due statuette di personaggi femminili, due regine.
Una in argento, l'altra in oro, la prima in piedi, l'altra seduta, una di fronte all'altra, probabilmente l'ultima regina di Ebla alla vigilia della prima distruzione della città nel 2300 in raccoglimento davanti alla regina madre divinizzata. Nelle tavolette si ripetono molti nomi di sovrane. Ma quello più ricorrente, nell'ultimo periodo del 2300 a.C., è Dusigu.
Splendida è soprattutto la regina madre, con un grande mantello in lana arricciata, la novità di un'acconciatura particolarissima con fasce di tessuto incrociate, la coppetta di diaspro in mano come in un banchetto rituale funerario. Con lei, a Tell Mardikh, per la prima volta è riaffiorato l'oro di Ebla.
«Facevano parte di un gruppo statuario che comprende anche un incensiere di bronzo che abbiamo ritrovato tra le due statuette - spiega Matthiae -. Il tutto poteva essere la sommità di uno stendardo o di un'insegna regale. Re e regine defunti erano divinizzati ad Ebla, come protettori della società dei vivi ed erano oggetto di culto assiduo, come abbiamo riscontrato nei testi degli archivi».
Nella stessa sala del Palazzo Reale dove sono state trovate le due statuette è stato scoperto infine anche uno splendido sigillo cilindrico di un alto dignitario dell'età degli Archivi, il cui nome è ripetutamente menzionato nei testi stessi degli Archivi.
Questo sigillo, che era decorato da due capsule d'oro di cui si è conservato solo il rivestimento dell'interno, presenta i tipici temi della lotta tra esseri mitici e animali selvaggi, tra i quali compaiono anche le figure di un re e di una regina, che sono probabilmente altri due antenati regali divinizzati.

il manifesto 8.10.07
Giustizia: la sinistra che riempie le prigioni
di Patrizio Gonnella (Presidente dell'Associazione Antigone)


Nelle prigioni italiane ci sono oggi poco più di 46 mila detenuti. Un numero di poco inferiore agli abitanti di Rieti e di poco superiore a quelli di Biella. 46 mila persone non sono un problema di risorse, siano essi i detenuti italiani o il totale dei reatini o dei biellesi.
La tutela della loro salute è solo un problema di organizzazione, di volontà politica, di scelte normative. Nel 1999 l’allora ministro della Salute Rosy Bindi dette avvio alla riforma della medicina penitenziaria sino ad allora alle dipendenze strette del ministero della Giustizia. Previde che strumenti, soldi e medici dovessero passare al servizio sanitario nazionale.
Resistenze, negligenze, inadempienze si sono protratte per otto anni, impedendo il buon esito della riforma. Ora si attende il primo gennaio 2008, data che dovrebbe segnare il fatidico passaggio di competenze. Così il medico potrà ragionare da medico, operare da medico, obiettare come fa un medico. Risponderà del suo lavoro ad un altro medico. Potrà assomigliare più al medico di fiducia che a un poliziotto vestito di bianco. La salute dei detenuti rischierà in tal modo di essere meno succube di reali o fittizie esigenze di sicurezza.
Resta infatti tra le pagine tragiche dell’amministrazione della giustizia quella dell’infermeria di Bolzaneto con medici, poliziotti e generali tutti insieme a organizzare su larga scala trattamenti che la magistratura non ha esitato a definire inumani o degradanti. Eppure la tortura non è stata ancora elevata a rango di reato. Inutilmente sono passati vent’anni da quando l’Italia si era impegnata a farlo in seno alle Nazioni Unite.
Il diritto alla salute in carcere si protegge con adeguati interventi diagnostici e terapeutici. Si protegge anche con misure e azioni preventive. L’affollamento e l’assenza di riservatezza, l’ozio forzato e la noia, il distacco sociale e affettivo da parenti e amici, la sessualità negata sono l’origine del disagio psichico che colpisce percentuali elevatissime di detenuti, curati e neutralizzati a suon di psicofarmaci. Nel frattempo sui media si continua a chiedere sicurezza, più galera per i tossicodipendenti, per i rumeni, per i clienti delle prostitute, per i vagabondi, per i lavavetri.
Il prossimo 12 ottobre va in Consiglio dei ministri il pacchetto sicurezza targato Giuliano Amato. Un pacchetto sicurezza che, se le indiscrezioni saranno confermate, ammazzerà definitivamente ogni potenzialità riformatrice che c’era dietro il provvedimento di indulto. La sinistra si sta rinchiudendo in un orribile cul de sac. La criminalizzazione della miseria porterà in galera nuove decine di migliaia di persone. Tutto questo sta avvenendo senza che nessuno reagisca. La Chiesa è tutta impegnata sul fronte dell’antirelativismo etico, i mass media seminano paura, i partiti inseguono la Chiesa e i mass media. Per approssimazione si può dire che oggi più o meno un milione di persone sono impegnate attivamente nel terzo settore.
A quel milione di persone che - con contratti di solito precari - si occupano dei cosiddetti ultimi della società (quelli presi di mira dall’ordinanza Cioni e dal pacchetto Amato) oggi si deve chiedere di far sentire la loro voce, affinché si affranchino dal ricatto economico privato e pubblico e dicano con forza il loro no alla criminalizzazione delle povertà diffuse, loro che di povertà si occupano. Alle loro centrali cooperative chiediamo di riprendere a fare politica e di opporsi alla definitiva e drammatica trasformazione dello stato sociale in stato carcerario.

il manifesto 9.10.07
«Seminò coscienza nel mondo»: Fidel ricorda il Che
Il leader cubano celebra sul Granma «l'eccezionale combattente caduto un 8 ottobre di 40 anni fa», il «messaggero dell'internazionalismo militante» che «combatté con noi e per noi»
di Fidel Castro Ruz


Mi fermo un istante nella mia lotta quotidiana per chinare la testa, con rispetto e gratitudine, davanti all'eccezionale combattente che cadde un 8 ottobre di 40 anni fa. Per l'esempio che ci ha lasciato con la sua Columna invasora che attraversò il terreni pantanosi al sud delle antiche province di Oriente e Camagüey inseguito dalle forze nemiche, liberatore della città di Santa Clara, creatore del lavoro volontario, protagonista di onorevoli missioni politiche all'estero, messaggero dell' internazionalismo militante nell'est del Congo e in Bolivia, seminatore di coscienze nella nostra America e nel mondo. Lo ringrazio per quello che cercò di fare e non poté fare nel suo paese natale, perché fu come un fiore strappato prematuramente dal suo stelo.
Ci ha lasciato il suo stile inconfondibile di scrivere, con eleganza, brevità e sincerità, ogni dettaglio di quello che gli passava per la mente. Era un predestinato, ma non lo sapeva.
Combatté con noi e per noi.
Ieri si è compiuto il trentunesimo anniversario della strage dei passeggeri e del personale dell'equipaggio dell'aereo cubano fatto saltare in pieno volo ed entriamo nel decimo anniversario della crudele e ingiusta incarcerazione dei cinque eroi anti-terroristi cubani. Anche davanti a tutti loro chiniamo la testa. Con grande emozione ho visto e ascoltato in televisione l'atto commemorativo.
*Dal Granma del 7 ottobre


il Riformista 9.10.07
Rifondazione si sente più precaria di Prodi
di Stefano Cappellini


Stavolta può davvero accadere di tutto. Per Rifondazione comunista comincia una delle settimane più difficili della sua storia. E per il governo Prodi la sopravvivenza alla finanziaria dipende da una serie di passaggi sempre più stretti. Ricapitolando: il tavolo di trattativa tra governo e sinistra radicale ha prodotto dei compromessi graditi a entrambe le parti, per esempio sul tetto di lavoratori “usurati” che sfuggiranno ai nuovi limiti di pensionamento (c’è la disponibilità ad alzarlo oltre quota 7000 l’anno) e su alcune parti secondarie del Protocollo sul welfare. Bastano questi passi avanti a immaginare un accordo in vista del Consiglio dei ministri di venerdì? No. Lo ha annunciato ieri il ministro Paolo Ferrero. Lo ha confermato il ministro e leader di Sinistra democratica Fabio Mussi: «Sono pronto a votare no». Il problema è che, nonostante la volontà reciproca di non rompere, resta ancora una distanza incolmabile su un punto che Rifondazione, come il resto della Cosa rossa, considera irrinunciabile: la limitazione temporale dei contratti a termine. Le modifiche apportate in queste ore dal ministro del Lavoro Cesare Damiano al suo Protocollo sono buone per tenere calmi i sindacati, non la sinistra dell’Unione. Che aspetta fiduciosa di conoscere giovedì sera i dati disaggregati del referendum tra i lavoratori promosso dal sindacato. Nessun dubbio sulla vittoria dei sì. Ma se il responso tra i lavoratori attivi, insomma nelle fabbriche, premiasse fortemente il no, come spera Franco Giordano e ed è pronta a giurare la Fiom, Rifondazione porterà la battaglia fino in fondo, dando battaglia in Consiglio dei ministri e trasformando la manifestazione anti-precariato del 20 ottobre in un punto di non ritorno.
In realtà, una scappatoia concordata a mezza bocca tra governo e Cosa rossa per evitare la rottura ci sarebbe. Si tratterebbe di utilizzare l’iter parlamentare della legge di bilancio per colmare la distanza tra le parti, introducendo alcune modifiche e trovando un compromesso a metà strada. Alla Camera si potrebbe fare senza troppi problemi, come spiega il capogruppo Prc alla Camera Gennaro Migliore: «Credo che si possa trovare un accordo perché l’iter parlamentare è autorevole e assolutamente autonomo nelle sue scelte». Il problema è che al Senato, dove quasi certamente sulla finanziaria sarà posta la fiducia, la pattuglia diniana è pronta a sfilarsi davanti a una concessione del genere alla sinistra dell’Unione. E dalle parti di Giordano c’è chi ritiene che Prodi abbia stretto un patto con Dini, garantendogli la blindatura del provvedimento nelle sue parti essenziali. Chi ha parlato con Giordano in queste ore spiega che il partito non mollerà. «Possiamo anche accettare - spiegano gli uomini più vicini al segretario - di ingoiare il boccone amaro sulla previdenza, sulla quale non mancheremo comunque di alzare la voce, ma sul precariato ci giochiamo la faccia». Ma messa alle strette, e davanti all’impossibilità di ottenere soddisfazione, Rifondazione avrebbe davvero il coraggio di rompere? La risposta, si suggerisce al quartier generale di viale del Policlinico, stavolta potrebbe essere affermativa. Perché archiviata la sconfitta sul welfare, il Prc dovrebbe subito aggiungerci quella sulla legge elettorale, dove il blitz bipartisan alla Camera per votare un proporzionale alla tedesca, vecchio pallino bertinottiano, è già vicino al fallimento a causa dell’ostilità dei leader principali dei due schieramenti, Water Veltroni e Silvio Berlusconi. Dunque, si spiega nel Prc, «noi possiamo anche farci carico dell’ennesimo sacrificio e garantire altri mesi di vita a Prodi. Ma a quale scopo? Quello di andare a referendum sulla legge elettorale l’anno prossimo? Non possono chiederci anche di suicidarci».

IPAZIA, MARTIRE DEL FANATISMO CRISTIANO

Figlia di un celebre matematico del Museo dell'insegnamento di Alessandria d'Egitto, Teone, il cui Commentario all'Almagesto di Tolomeo viene considerato uno dei migliori lavori di astronomia della scuola alessandrina, Ipazia, nata intorno al 370, fu istruita dal padre nelle scienze esatte (specialmente astronomia e geometria), ma subì anche influenze teosofiche e occultistiche, in quanto frequentò la scuola neoplatonica di Alessandria.
A quel tempo ogni filosofo o scienziato alessandrino era un po' alchimista, in quanto i confini tra scienza e magia non erano rigorosamente tracciati. Non dimentichiamo che i greci avevano raccolto in Alessandria il sapere magico, mistico ed esoterico, andato poi distrutto, delle filosofie e religioni egizie e assiro-babilonesi.
Si devono a Ipazia e a suo padre le edizioni delle opere di Euclide, Archimede e Diofanto che presero la via dell'Oriente durante i secoli, e tornarono in Occidente in traduzione araba, dopo un millennio di rimozione.
Ed è noto anche il loro lavoro a proposito del “Sistema matematico” di Tolomeo, astronomo, matematico e geografo alessandrino del II sec. la cui teoria astronomica geocentrica restò in auge fino alla “rivoluzione copernicana” del XVI secolo.
Su di lei non vi sono dati sicuri, non essendoci rimasto alcuno scritto: sono citati solo tre titoli di tre opere di matematica e di astronomia: Commentario alla Aritmetica di Diofanto, Commentario al Canone astronomico e Commentario alle sezioni coniche d'Apollonio Pergeo, considerato il suo capolavoro All'insegnamento delle scienze esatte è certo che aggiunse quello della filosofia, commentando Platone, Aristotele e i filosofi maggiori.
Il suo discepolo più illustre fu Sinesio di Cirene, filosofo neoplatonico, poeta e oratore, che poi divenne, forse tradendo l'insegnamento di Ipazia, vescovo cristiano di Tolemaide. Dopo la morte di Ipazia egli cercherà di fondere le dottrine gnostiche con quelle neoplatoniche, senza tuttavia perdere mai di vista la fondamentale concezione platonica alla quale si attenne da vicino in due opuscoli: uno "sugli Egizi", dove espose in forma allegorica le condizioni della corte di Costantinopoli, l'altro "sui Sogni" in cui sostenne la possibilità di servirsi del sogno a scopo divinatorio.

Le coniche di Apollonio
Insegnava come Socrate per le strade e il prefetto romano Oreste si diceva che cercasse il suo consiglio nelle questioni di carattere pubblico e che addirittura fosse suo discepolo. Ipazia non teneva il suo sapere per sé, né lo condivideva soltanto con i suoi allievi. Al contrario, lo dispensava con grande liberalità a chiunque e per questo si conquistò grande considerazione fra i suoi concittadini. Ipazia insegnò ininterrottamente ad Alessandria per più di vent’anni.
Molto importante per la sua formazione culturale fu un viaggio compiuto ad Atene, ove si aggregò alla scuola teosofica di Plutarco.
Ipazia vedeva nel cristianesimo soprattutto il fanatismo e la violenza, in quanto il vescovo Teofilo aveva fatto distruggere, oltre a vari monumenti della civiltà greco-orientale, anche il famoso tempio di Serapide e l'annessa biblioteca.
Seguace di un sistema eclettico di filosofia, Ipazia può essere considerata come una gnostica che cercò di difendere la rinascita del platonismo contro il cristianesimo. I neoplatonici, che si diffusero dal III al V sec., volevano la fusione di tutte le chiese in un unico organismo a sfondo più filosofico che teologico, o se vogliamo più intellettuale che ecclesiale.
La scuola di Alessandria appartiene, stando alle fonti classiche, all’ultima grande corrente del neoplatonismo, fiorita tra la prima metà del V e la prima metà del VII secolo. La tendenza erudita, che aveva man mano acquistato rilevanza nelle scuole che la precedettero, era diventata qui prevalente, respingendo in secondo piano la speculazione prettamente metafisica. Il disinteresse per la costruzione della gerarchia emanatistica che era stata concepita nei suoi tre momenti della permanenza in sé, dell'uscita da sé e del ritorno in sé, aveva condotto all'abbandono di quel politeismo classico che in tale gerarchia era stato inquadrato, soprattutto ad opera della scuola siriaca.
In teoria le possibilità d'intesa col cristianesimo (ovvero con la scuola catechetica alessandrina) sembravano essere maggiore che altrove, ma proprio la sensazione che questa forma di neoplatonismo potesse costituire un'alternativa valida al cristianesimo, faceva dei cristiani i nemici più accesi, che mal digerivano peraltro l'accentuato interesse del neoplatonismo per le questioni di carattere scientifico.
Dopo la morte del vescovo Teofilo, la cattedra vescovile fu occupata, nel 412, da suo nipote Cirillo, di idee fondamentaliste, specie contro i novaziani e i giudei, e che venne subito in urto col prefetto romano Oreste.
Come noto il cristianesimo, che cessò d'essere perseguitato con l'editto di Costantino nel 313, diventando religione di stato con l'editto di Teodosio nel 380, iniziò a sua volta a perseguitare nel 392, quando furono distrutti i templi greci e bruciati i libri pagani.
Vari scritti del cristianesimo primitivo, quali l'Epistola agli Ebrei, quella attribuita a Barnaba, la Didachè, secondo molti storici proverebbero che in Alessandria c'era una spiccata tendenza della stessa chiesa ufficiale verso lo gnosticismo.
A questo tendenza intellettualistica aveva cercato di porre rimedio la scuola catechetica, ma la difesa non era stata condotta senza far gravi concessioni all'avversario, ammettendo, oltre all'interpretazione allegorica delle scritture, l'esistenza di una gnosi ortodossa, che rendeva perfetto chi la possedeva e l’innalzava al di sopra del semplice fedele.
Cirillo si trova nella difficile situazione di porre un argine alla scuola catechetica che intreccia rapporti sempre più stretti con i rappresentanti neoplatonici alessandrini e la necessità di dettare la formula della retta fede in Oriente, in virtù di quella tradizione dottrinale che gli derivava da Demetrio.
Ad Alessandria vi erano, allora, pagani e idolatri d'ogni culto, e cristiani di tutti gli scismi ed eresie, nonché una cospicua colonia di ebrei fatta oggetto di discriminazioni da parte dei cristiani. Gli ebrei, risentiti, si difesero e il patriarca Cirillo li cacciò dalla città saccheggiandone le sinagoghe.
Il prefetto Oreste fece arrestare un seguace di Cirillo, sottoponendolo a pubblica punizione, ma una folla cristiana, per rappresaglia, ferì il prefetto. A motivo di ciò l'attentatore, che era monaco, fu giustiziato e Cirillo ne fece l'elogio come fosse stato martirizzato.
Cirillo tentò di conciliarsi con Oreste, ma il tentativo fallì, forse anche a causa di Ipazia. Oreste invano sollecitava l'intervento dell'imperatore d'Oriente Teodosio II, il quale però era soggetto alla volontà della sorella Pulcheria, imperatrice di fatto e strettamente legata al cristianesimo di Cirillo.
Cirillo, che mal sopportava la predicazione pagana di Ipazia, divenuta ad Alessandria la rappresentante più qualificata della filosofia ellenica, si convinse che l'ostacolo maggiore alla risoluzione della controversia fosse proprio lei.
Pur non dando un espresso ordine, egli istigò il gruppo fanatico di monaci parabolani ed eremiti della Tebaide guidati da Pietro il Lettore a togliere di mezzo Ipazia. E così, dopo averla trascinata fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario, quasi volessero compiere una sorta di sacrificio umano, prima Pietro con una mazza ferrata, poi gli altri monaci con pugnali fatti di conchiglie, massacrarono il corpo di Ipazia e lo bruciarono. Era l'anno 415, il IV dell'episcopato di Cirillo.
Gli assassini rimasero impuniti. Oreste chiese un'inchiesta; Costantinopoli non poté non concederla, e mandò ad Alessandria un tale Edesio, il quale non fece nulla, poiché si lasciò corrompere da Cirillo. Oreste ottenne soltanto dei provvedimenti per arginare l'ingerenza politica dei vescovi nei poteri civili. Cirillo in seguito verrà addirittura santificato come esempio di sicura ortodossia.
Fu Damascio, filosofo neoplatonico (480/prima metà del sec.VI a.C.), quinto successore di Proclo nello scolarcato dell’Accademia, che per primo, nella Vita di Isidoro, incolpò Cirillo del delitto.
Nella Storia ecclesiastica dell'ariano Filostorgio, nato circa il 368 d.C. e dunque contemporaneo dei fatti narrati, si arriva a sostenere che l'assassinio non era opera di una amorfa folla fanatica, ma di quel clero cristiano che, ad Alessandria in modo particolare, voleva spadroneggiare su tutti.
In ogni caso, la partenza frettolosa, successivamente, di molti dotti, segnò l'inizio del declino di Alessandria come il più grande centro di erudizione antica.
Gli ultimi neoplatonici furono tolti di mezzo dall'imperatore Giustiniano, che chiuse la scuola platonica nel 529 d.C. Essi fuggirono in Persia presso Chosroe I, il quale era curioso di filosofia e garantì di professare liberamente il platonismo (531). Questo diritto fu addirittura sancito nel trattato di pace tra Giustiniano e Chosroe. E' degno di nota come, al crepuscolo ormai del pensiero greco, la libertà di filosofare venisse garantita ai Greci, contro il loro cristianissimo imperatore, dall'ultimo grande sovrano persiano, della dinastia dei Sassanidi.
Ipazia viene ricordata, ancora oggi, come la prima matematica della storia, anzi, fu la sola matematica per più di un millennio: per trovarne altre, da Maria Agnesi a Sophie Germain, bisognerà attendere il Settecento. Ipazia fu anche l'inventrice dell'astrolabio, del planisfero e dell'idroscopio.

Fonti su Ipazia - Cirillo di Alessandria
Sinesio di Cirene, Epistolario, Milano 1969.
Sinesio di Cirene, Il Regno, Milano 1970.
Gemma Beretta, Ipazia d'Alessandria, Editori Riuniti
Augusto Franchetti (a cura di), Roma al femminile, ed. Laterza
Q. Bigoni "Ipazia alessandrina" in Atti Istituto Veneto K. Prachter "Filosofia dei greci"
"Il Teurgo" settembre-ottobre 1985
G. Quiriconi, Notizia storico-critica su Ipazia e Sinesio, Milano 1978.
A. Agabiti, Ipazia, Ragusa 1979.
G. Bigoni, Ipazia alessandrina. Studio storico, Venezia 1887.
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