giovedì 6 settembre 2007

Liberazione 6.9.07
In una intervista a Repubblica il ministro degli Interni sposa la nuova deriva di "law and order" che pervade ormai tutto il Piddì. Obbiettivo: tranquilizzare i futuri possibili elettori che ogni elemento di sinistra è stata estirpato e che l'Ordine, quello illusorio e finto, regnerà nel paese
Il ministro Amato sbeffeggia la sinistra cavalcando la destra e la repressione
di Rina Gagliardi


Al contrario di parecchi suoi colleghi del Pd, Giuliano Amato è una persona colta e intelligente. Ma in certi casi l'intelligenza e la cultura sono un'aggravante: come nell'intervista che il ministro dell'Interno ha concesso ieri alla Repubblica. Sollecitato da un intervistatore, se possibile, più a destra di lui, Amato spara a zero sulla sinistra, la riempie di insulti arroganti, insomma la fustiga - mentre, naturalmente, si guarda bene dal dire qualche cosa di sensato nel merito, cioè sui temi in discussione. I temi agostani della "lotta alla microcriminalità" e all'illegalità, della "sicurezza", del così detto "degrado urbano" e del "pacchetto" di provvedimenti che il governo presenterà, pare, tra qualche settimana. Una volta di più, si conferma il carattere fortissimamente ideologico, ma anche e soprattutto strumentale e bassamente demagogico, della linea sicuritaria imboccata dal nuovo partito in fieri: di qui al 14 ottobre, non faranno altro che "accarezzare" le pance dell'elettore medio, solleticarlo nelle sue paure e nel suo bisogno di messaggi simbolici forti, garantirgli che nel Partito democratico la pianta della sinistra è stata estirpata per sempre. E poi? E poi, si può star certi, tutto resterà come prima, a parte qualche lavavetri o graffitaro in galera.
Forse consapevole del fatto che sono loro - governo, Pd, sindaci-sceriffi - i veri venditori di "merce contraffatta", Amato tenta di passare al contrattacco e alza i toni. Se il Leonardo fiorentino aveva agitato Lenin, come ispiratore storico della caccia ai lavavetri romeni, il Dottor sottile estrae dal suo zaino di citazioni nientemeno che Antonio Gramsci, come massimo teorico del "diritto e della legalità" (ndr. intanto i due grandi dirigenti rivoluzionari si stanno rivoltando nelle loro tombe). Poi, taccia le posizioni critiche, e perfino le perplessità sulla scelta del "law and order", di essere il frutto di un "dibattito burattinesco", di "banalizzazioni sociologiche", di "irresponsabilità". Infine, si mette a polemizzare con i fantasmi della sociologia, cioè con chi (chi?) avrebbe detto che "la colpa (dei crimini) è sempre della società" . Qui, davvero, sembra proprio di tornare all'Ottocento, ma nel senso che Amato, che sarebbe un socialista, si sdraia sulle posizioni dei conservatori (di allora e di oggi) per spiegare che, quando una persona commette un crimine o un reato, la colpa è indiscutibilmente sua - di quella persona, di quell'individuo. Altro che banalità sociologiche: siamo alle banalità reazionarie, alla propaganda d'accatto. E alla malafede. Nessuno, a sinistra, oggi, giustifica o glorifica la "microcriminalità", nessuno fa apologia dei comportamenti illegali, nessuno si è sognato di dire o di proporre un'amnistia generalizzata, o un trattamento di favore, per i poveri "che delinquono", come si usa dire. La questione è tutt'altra e l'ha ben detta il ministro Ferrero: buttare in un unico calderone criminale i mafiosi e i graffitari, le lucciole e i gestori di racket, i ladri incalliti e i mendicanti, gli alcolisti e i camorristi "significa alzare un polverone", e nient'altro. Significa - diciamo noi - una bestialità culturale, politica, umana. Significa leggere il mondo, e pensare di governarlo o anche semplicemente di amministrarlo, sotto una sola ottica: l'Ordine con la O maiuscola, che è poi per larga parte una finzione, un'illusione. Dietro il culto dell'ordine, c'è notoriamente l'indifferenza radicale alla soluzione effettiva dei problemi: l'importante è non vederli, sottrarli alla percezione e al fastidio dei cittadini perbene, come quando si mette la mondezza sotto i tappeti - o si confina il Male (il Disordine) da qualche altra parte, nelle catacombe di Metropolis o nelle città sotterranee del crimine della Francia di Angelica.
Secondo: e la macrocriminalità? Quella vera, delle multinazionali mafiose della droga, del commercio di esseri umani, delle armi che seminano morte e guerre, del traffico di organi, dei mille racket che strozzano il Sud, dell'illegalità finanziaria, delle faide a colpi di morti ammazzati, del sudiciume in cui sprofonda la civilissima città di Napoli? Quella di cui parlava, accorato e inascoltato, il governatore della Calabria Loiero? Quella che fa fatturati da centinaia di miliardi di euro, da fare invidia al bancarellaro pakistano sotto casa mia? Alla questione della scelta delle priorità - che in politica è una questione principe - Amato risponde infastidito: fa le spallucce, e sparge un sarcasmo francamente del tutto fuori luogo. Non può dire, certo, che su questi fronti, la questione è "difficile, complessa, di lungo periodo" - potrebbe agevolmente essere accusato di parlar d'altro, o di fare troppa sociologia. Non può ammettere che l'impegno del governo non appare alla fin fine così prioritario - neppure sul terreno della lotta ai racket, visibilmente ritenuta del tutto secondaria, al punto che non si capisce a chi spetti davvero questo compito. Non può dire neppure la verità: che è tanto più facile, ed elettoralmente redditizio, cacciare in galera uno che sporca i muri, piuttosto che un boss della ‘ndrangheta. Perciò un po' si arrampica sugli specchi, un po' se la piglia con la "criminalità romena", un po', ancora, con i migranti, infine conclude che è la sinistra, in ogni caso, a non capire niente.
La sinistra moderata, che malinconia. Siamo passati da un dibattito in cui ci si misurava sulla dose necessaria, possibile e auspicabile di trasformazione sociale, sui mezzi da mettere in campo, "riformisti" o "rivoluzionari", sui compromessi accettabili e sulle "compatibilità" invalicabili, a un confronto, giust'appunto ottocentesco, sull'esistenza stessa di questa nozione. Inutile che Amato ci giri intorno: non la singola vicenda della "sicurezza", non idee assurde (speriamo decadute) della "questua molesta" da punire mandando i questuanti in un campo di lavoro, non la voluttà di città "ordinate" e "tranquille" dove nessuno disturba, ma l'idea generale di società e di Stato che sta dietro queste specifiche campagne è quella che contiene uno slittamento culturale profondo, verso la destra - verso l'antica prassi del "sorvegliare e punire" soltanto i più sfortunati. Stato minimo nell'economia e nella protezione sociale, Stato massimo nelle politiche d'ordine, forte con i deboli e debole con i forti. Società civile come "natura", dove si compete per vincere, e qualcuno ce la fa, mentre i più restano sul tappeto. La destra, oggi, cos'altro è?

Liberazione 6.9.07
I continui attacchi alla legge e i calcoli politici
Aborto e 194: sono ipocrite le affermazioni di Ruini
di Ritanna Armeni


Il cardinale Ruini l'ha detto a chiare lettere: è doveroso modificare la legge 194. Non è il solo. Periodicamente in Italia la legge che ha sconfitto l'aborto clandestino e che è stata confermata da un referendum, viene attaccata e se ne chiede la modifica. Naturalmente tutti parlano e auspicano un miglioramento e tutti sanno, invece, che ogni modifica non può che essere un peggioramento. E allora, a scanso di equivoci e di ipocrisie, precisiamo alcune poche cose.
La legge 194 ha un grande merito. In trent'anni ha ridotto di quasi il 50 per cento gli aborti. La fuoriuscita dalla clandestinità, i consultori, la discussione politica e culturale di quegli anni hanno portato ad una consapevolezza e ad una cultura femminile che ha drasticamente ridotto quello che viene ritenuto ed è un dramma e una violenza. Una modifica migliorativa, se davvero tale, non può che essere nel senso di una ulteriore riduzione degli aborti e nel senso di un ulteriore aiuto e protezione della donna che è costretta o ha scelto di abortire. Altrimenti siamo di fronte ad un peggioramento.
In questi giorni nelle sale cinematografiche si può vedere un film bello e durissimo. Si chiama: "Quattro mesi, tre settimane, due giorni". Racconta dell'aborto clandestino di una giovane donna alla fine degli anni '80 nella Romania di Ceaucescu. Alla fine del film la macchina da presa si ferma per lunghi secondi sul feto espulso. Un'immagine cruda, irreggibile su cui si è concentrato gran parte del dibattito sul film, ma che è solo la conclusione di una storia di violenza che si abbatte sulle due protagoniste. Quel film non è un film sul feto, ma ricrea perfettamente l'angoscia, la durezza, la sensazione di non aver scampo, di non avere altra scelta se non la distruzione di sé e degli altri che l'aborto inevitabilmente provoca. Siamo nella Romania di Ceaucescu, ma protremmo essere nell'Italia degli anni '50 o, per molte immigrate, che non conoscono le leggi, nell'Italia di oggi. Consiglio la visione di quel film per avere le idee chiare quando in futuro parleremo ancora della modifica della legge 194. Deve essere chiaro che una donna non si deve mai più trovare, per nessuna ragione, nella condizione in cui si trovano le protagoniste di quel film e in cui si sono trovate molte donne italiane prima della legge che ha consentito loro la fuoriuscita dalla clandestinità.
Invece chi chiede la modifica della 194 e parla di un suo miglioramento perché la legge è vecchia, vuole far tornare le donne in quella condizione o in una condizione molto simile a quella. Perché non eliminiamo l'ipocrisia e non diciamo le cose come stanno? Perché si preferisce parlare di miglioramenti o adeguamento alle tecnologie? Chi vuole cambiare la legge che trent'anni fa legalizzò l'aborto chiedendo una revisione dei tempi e di nuove norme sull'aborto terapeutico, intende ripristinare un controllo, attuare una repressione, cancellare la scelta della donna. Se davvero oggi si ritenesse opportuno usare gli strumenti che la scienza mette a disposizione si potrebbero evitare alcuni aborti terapeutici intervenendo sull'embrione malato. La legge 40 che il centrodestra ha approvato e che la chiesa ha sostenuto non lo ammette. E allora? Perché lamentarsi, criticare e attaccare il ricorso all'aborto?
La verità è un'altra. Chi è pronto a sferrare il suo attacco alla legge 194 pensa di avere in mano un'arma che trentanni fa non aveva. E pensa di poterla usare. Oggi chi ha meno di 40 anni non ha vissuto le angosce della clandestinità. L'interruzione di gravidanza negli ospedali pubblici in Italia è fortunatamente una dato acquisito. Ma proprio questo potrebbe creare un'indifferenza e un'ignoranza. Il fatto poi che l'aborto oggi riguardi sempre di più le donne meno istruite e soprattutto le immigrate, nel clima di "caccia agli ultimi" che dilaga in questa fine estate potrebbe aggravare la situazione. Su questo punta il cardinale Ruini e chi la pensa come lui. Del resto un politica simile ha già dato i suoi frutti poco più di due anni fa al referendum sulla legge 40, quando lo stesso Ruini invitò a disertare il voto puntando proprio sull'indifferenza e sull'ignoranza. Si può ricreare una situazione simile? Sì, si può ricreare se non si smaschera l'ipocrisia di certe affermazioni e se si dimentica troppo facilmente.

Liberazione 6.9.07
Spinoza, gioia e libero pensiero contro il fondamentalismo
Nei Meridiani di Mondadori il volume delle opere complete del filosofo olandese. Al centro del suo pensiero c'è un Dio che non gode delle sofferenze umane e una esaltazione della vita a discapito della morte
di Roberto Gigliucci


In questi tempi di fondamentalismo, di dileggio della laicità autentica, in questi tempi di nostalgia della supremazia religiosa, in questi tempi di furia teologica e smania impositiva dell'assoluto, in questi tempi di mitografie del relativismo e calcografie del divino, in questi tempi in cui le chiese occidentali odiano e invidiano le franche e brutali teocrazie orientali, in questi tempi di fustigazioni in piazza dove l'uomo viene umiliato anche mediaticamente, in questi tempi di crociate contro la libertà dello stato, contro il diritto alla salute alla vita e infine alla morte, in questi tempi in cui l'essere fuori di una chiesa torna ad essere sinonimo strisciante di empietà, in questi tempi soprattutto di teocon, teodem e laici devoti, in questi tempi in cui la religione è uno strumento ideologico in mano alla politica e in cui la religione vuole fare ed essere politica, in questi tempi di imposizione di Dio a Cesare e di Cesare a Dio e di vortici furibondi di Dio e Mammona, in questi tempi in cui un severo porporato e un fegatoso padano possono trovarsi paradossalmente uniti nell'esigenza di non pagare le tasse allo Stato, in questi tempi in cui si è liberi di essere atei e omosessuali, ma a prezzo del disprezzo di gran parte della comunità, in questi tempi in cui l'invocazione di radici cristiane serve solo a sradicare altre presunte male piante, in questi tempi in cui l'occidente è maggiormente anticristiano spesso proprio dove rivendica il suo essere cristiano e l'oriente è anti divino e antiumano proprio dove crede di percorrere con la sofferenza altrui la scala al paradiso, in questi tempi in cui la religione è più scontro tra l'identico e il diverso che non amore per gli uomini e itinerario della mente a dio, in questi tempi che viviamo è di grande rilievo leggere o rileggere Spinoza.
Ce lo permette ora magnificamente un "Meridiano" Mondadori della serie "Classici dello Spirito", dove possiamo avere in un unico volume peraltro di estrema eleganza tutte le Opere del filosofo di Amsterdam, curate da Filippo Mignini, con traduzioni e note dello stesso e di Omero Proietti. Gli apparati sono straricchi, di indubbia perspicuità e di un livello di specializzazione rimarchevole. L'introduzione, un saggio dal titolo "Un segno di contraddizione", definisce l'articolazione del pensiero spinoziano e riassume la ricezione dello stesso in modo esemplare. La cronologia, come spesso nei "Meridiani", è una ricostruzione biografica e speculativa minuziosa, e si legge con un piacere narrativo-intellettuale fortissimo. La cura filologica è puntigliosa, anche in assenza dei testi in lingua originale, con una discussione dei termini chiave e dei luoghi testualmente infidi sempre piena di acribia. Le traduzioni sono frutto di strenua riflessione sulla lingua di Spinoza, soprattutto sul suo latino talora idiosincratico, talora pregno di riferimenti alla classicità (Seneca ma anche Terenzio, ecc.), alla scolastica, alla nuova filosofia cartesiana, a certi andamenti sintattico-argomentativi "moderni", ad esempio machiavelliani e hobbesiani, e con forme che fanno pensare a modelli e moduli linguistici ebraici e neerlandesi.
L'annotazione è fondamentale per la comprensione anche da parte di un lettore non specialista. La bibliografia, oltre 60 pagine, è densissima. Le introduzioni ai singoli testi e il finale Indice degli argomenti permettono un percorso agevolato nella filosofia di Benedetto Spinoza, che voleva essere chiara per tutti ma si presta - e si prestò da subito - a misinterpretazioni formidabili.
Le motivazioni per cui è salutare oggi rileggere tutto Spinoza, anche e particolarmente le sue lettere in cui egli si difende dalle accuse e chiarisce i punti problematici della sua dottrina, sono tante. Potremmo sottolineare la sua teologia e antropologia ispirate alla gioia e alla vita: Spinoza non è per un dio che goda delle sofferenze umane né per una filosofia come meditazione della morte, piuttosto come meditazione della vita; non sceglie la tristezza, che è impotenza, ma la felicità, che è virtù premio a se stessa. Potremmo indicare la decostruzione analitica di pregiudizi umani che con serenità e mitezza Benedetto, ovvero Baruch, ovvero Bento compie soprattutto nella sua Ethica , un libro in cui Goethe trovò l'acquietamento delle passioni e lo «sconfinato disinteresse» che animava ogni proposizione.
Potremmo enfatizzare la piega costruttiva e solidale che prende in Spinoza l'originario pessimismo antropologico di Machiavelli e - diversamente - di Hobbes, cioè insistere sulla natura del suo particolare "utilitarismo" sociale ispirato ai principi cardine di carità e giustizia. Potremmo riproporre la corretta esegesi spinoziana per cui l'apparente immanentismo-materialismo disperante si risolve in una solida e luminosa certezza che l'equivalenza perfezione=realtà non è una difesa del male e di ogni deriva ma anzi una strada che porta l'uomo dotato di ragione e intelletto alla beatitudine. Potremmo dipingere ancora quest'uomo dagli occhi grandi e dolci e dalla pelle olivastra, basso di statura e di fluente capigliatura, morto di tisi a 45 anni, sereno per lo più e gentile, in fuga da ogni contrasto violento, eppure oggetto già in vita di scomunica, di persecuzione e di attacchi virulenti (sfuggì al carcere e alla condanna a morte fondamentalmente per la sua accortezza, la sua vita tranquilla, separata e sdegnosa di polemiche e provocazioni). Potremmo scrivere di questo e di altro, ma ci limitiamo a un invito alla lettura, che con questo "Meridiano" è ora una possibilità davvero nutriente.
Tuttavia, in questo momento storico di compromissione delle libertà e di esasperazione dei conflitti, come si diceva, mi limito a ribadire la celebre difesa che Spinoza compie nel Tractatus Theologico-Politicus del libero pensiero. In quel testo così limpido e vituperato, Spinoza compie primariamente una distinzione tra teologia e filosofia, tra fede e ragione: l'una non è a servizio dell'altra e viceversa, ma l'una non è in contrasto con l'altra, e questo è determinante. I guai nascono quando i due regni si mescolano. Ecco che per Spinoza i principi della carità e della giustizia devono reggere l'esercizio del potere, cui l'obbedienza è quindi obbligatoria, purché sia un potere appunto giusto e solidale (Spinoza preferisce la democrazia alla monarchia e all'aristocrazia: fu dalla parte della repubblica olandese fino alla caduta in mano agli Orange nel 1672).
E' la ragione a richiedere giustizia e carità, per cui Spinoza arriva a sentenziare: «Dio non ha alcun regno particolare sugli uomini, se non per mezzo di chi detiene il potere». Esito davvero radicale, ma che deve essere accettato da chi creda nel valore dell'uomo come animale sociale capace di regolarsi con giustizia e carità, oltre che di rapportarsi, se crede, a Dio con fede e obbedienza. Si giunge così al capitolo ventesimo del Tractatus , dove si dimostra che «in uno Stato libero è lecito a ciascuno sentire ciò che vuole e dire ciò che sente». Naturalmente Spinoza fa eccezione per le opinioni "sovversive" che vogliano distruggere il patto di solidarietà su cui si fonda lo Stato. Al di là di questo, ogni coercizione del potere sulla libertà del pensiero è inutile e distruttiva. E la libertà di pensiero non entra in urto con la necessaria obbedienza alle leggi. Come dire: possiamo credere in Dio ma non imporlo con la forza a tutti, e comunque dobbiamo pagare le tasse.

Liberazione 6.9.07
Ha ragione Tarantino e torto Della Loggia: i nostri film non valgono più perché non producono immaginario, temi personaggi che possano essere condivisi da tutti. Negli anni 60 e 70 giravano con successo il mondo
Il cinema italiano orfano delle revolverate di Leone
di Douglas Mortimer*


Quando al Festival di Cannes Quentin Tarantino ha proclamato la morte del cinema italiano in realtà ha buttato benzina su un fuoco che covava ormai da almeno venti anni. La sollevazione critica che ne è seguita, un po' provinciale e un po' schiacciata sulla vecchia polemica apocalittici vs integrati, è partita da una annosa incapacità di ascolto. In fondo, nella sua precisazione Tarantino si è limitato a dire che il cinema italiano attuale lui non lo conosce, non gli arriva, non viene distribuito. Il che non significa che non ci siano bravi registi ma che i temi che trattano, i personaggi e le storie che inventano semplicemente non interessano più gli spettatori a meno che non siano italiani. Il punto di vista che il nostro cinema esprime sul mondo è divenuto ormai solo italiano, intimista e autoreferenziale, minimalista, isolato e provinciale. I linguaggi, i codici simbolici, l'immaginario che rivela svaniscono di fronte agli orizzonti del mondo.
E' soprattutto qui che si trova la grande differenza tra il cinema di oggi e quello degli anni 60 e 70. In quel ventennio il cinema italiano (e qui Tarantino ha tutte le ragioni) grazie soprattutto all'invenzione o reinvenzione di alcuni generi di massa (commedia all'italiana, peplum, western, poliziesco, mondo movies), e a parte i geni isolati che la cultura italiana ha sempre prodotti e continua a produrre, offriva al mondo un intero immaginario capace di leggere la realtà sociale di quel periodo al livello globale. I film erano distribuiti ed avevano successo in ogni angolo del pianeta. Il punto di vista italiano serviva a leggere e codificare conflitti sociali che si accendevano in ogni luogo. L'immaginario, i temi e i personaggi che produceva potevano essere condivisi da tutti: da un americano come da un neozelandese, da un coreano come da un francese, da un giapponese come da uno spagnolo.
E' questo il fenomeno che bisogna spiegare: l'incapacità che ha oggi la cultura italiana (non solo il cinema) di produrre modelli simbolici di lettura della realtà esportabili anche all'estero. Secondo Ernesto Galli della Loggia (Il Corriere della sera) la crisi del nostro cinema si deve alla parallela crisi delle ideologie politiche di massa, all'allentamento del fortissimo rapporto tra intellettuali e politica e quindi all'incapacità odierna del popolo italiano di raccontarsi e di autorappresentarsi. Galli della Loggia si avvicina al problema ma poi sbaglia clamorosamente il bersaglio. Gli intellettuali tentano anche oggi di fare politica e il cinema italiano si sforza ancora di rappresentare la nostra società: il problema è che ciò avviene nell'indifferenza più totale, in Italia come all'estero.
Ciò che è mutata allora è l'intensità e l'ampiezza del conflitto sociale che, rispetto a trent'anni fa, non sa più tradursi in un linguaggio politico di massa. Negli anni Sessanta e Settanta, con buona pace di Galli della Loggia e del suo orrore per il disordine, l'Italia era veramente un laboratorio politico. E lo era proprio perché era il primo paese occidentale in cui la forza delle grande ideologie si scontrava in maniera drammatica con i nuovi linguaggi del consumo. Dentro il processo di modernizzazione delle società occidentali, la differenza italiana stava proprio qui, in questo connubio di cultura politica di massa che produceva senso comune e agire consumistico che indirizzava e frantumava questa radicalità sociale fino a portarla al livello individuale. Una miscela esplosiva che in Italia si manifestò in maniera più violenta e duratura rispetto agli altri paesi e che aveva bisogno di nuovi linguaggi e codici per esprimersi.
Ciò che sono venuti a mancare oggi non sono gli intellettuali ma culture politiche di massa che hanno bisogno di raffigurare simbolicamente il conflitto e che utilizzano il cinema come principale strumento di questa raffigurazione. Un cinema ovviamente di massa, non d'autore. Ecco perché a posteriori e da ogni parte si comincia a riconoscere che il vero grande apporto creativo che diede il cinema italiano di quegli anni non risiede tanto nel cinema "alto" con i suoi intellettuali, ma in quello di "genere", con il suo nichilismo e con la sua violenza, come il western, l'horror e il poliziesco: quello che offriva al mondo non erano tanto i silenzi di Antonioni ma le revolverate di Leone (che tra l'altro non appariva per niente estraneo agli sperimentalismi: i lunghissimi primi piani, anch'essi sprofondati nei silenzi più estremi e imbarazzanti). La società italiana si raccontava identificandosi in cinici avventurieri, crudeli psicopatici, spietati bounty killer o violenti giustizieri. Dal cilindro fuoriuscivano molteplici modelli simbolici funzionali alla rappresentazione di nuove forme di conflitto sociale, di agire antistituzionale e deviante che di lì a poco avrebbero invaso le principali metropoli occidentali: conflitti brutali, irriducibili, estetizzati (si pensi al Kubrick di Arancia meccanica).
Prima ancora che il cinema d'autore, quello che rastrellava decine di premi a Venezia o Cannes, ciò che è scomparso in Italia è, dunque, un cinema di massa capace di produrre un immaginario globale. E allora non si può che dare ragione a Tarantino quando afferma che una grande industria cinematografica non può reggersi solo sul cinema d'autore ma ha bisogno di un cinema popolare e di genere.

*Douglas Mortimer è uno pseudonimo dietro il quale si riconosce un gruppo di studiosi. Ha pubblicato nel 2006 per l'editore DeriveApprodi "Possibilmente freddi. Come l'Italia esporta cultura" (1964-1980)

Repubblica 6.9.07
La sperimentazione ci dirà se servono
di Luca e Francesco Cavalli-Sforza


Dalla caprecora alle staminali, quarant'anni di sperimentazioni ai confini dell´etica
E ora solo la ricerca ci dirà se servono ma certo non vedremo un minotauro
La soluzione britannica riapre strade oggi chiuse alla scienza per ottenere nuove terapie

NELLA mitologia greca, la Chimera era un essere mostruoso, descritto dai poeti con testa di leone, corpo di capra e coda di drago, che dalla bocca vomitava fiamme. In biologia, si parla oggi di una chimera per indicare un individuo composto di genomi diversi, il cui Dna cioè comprende sequenze che provengono da più di una specie. Vi sono vari modi per ottenere questo, per cui "chimera" è un termine molto ampio, che copre categorie assai diverse tra loro. Un procedimento relativamente semplice, oggi parecchio utilizzato in campo farmaceutico, sta nell´inserire in un batterio uno o più geni, prelevati da un altro organismo, che permettono al primo di produrre determinate sostanze a noi utili.
Per esempio, l´insulina, necessaria nella cura del diabete, che fino a qualche decennio fa veniva ricavata dal pancreas di mucche, maiali o cavalli, viene oggi fatta produrre da batteri modificati in laboratorio, inserendovi il gene che codifica per l´insulina umana.
Con un procedimento più complesso, inserendo geni umani nel genoma di animali da laboratorio, come cavie e conigli, ma anche pecore, capre, maiali, è possibile produrre proteine umane (come l´ormone della crescita) a scopo terapeutico, raccogliendole dal latte o dal siero sanguigno, dall´urina o dallo sperma dell´animale donatore.
A un livello più semplice di questo, negli anni Sessanta si diffuse in Inghilterra un test di fecondità consistente nel fecondare cellule uovo di criceti con spermatozoi umani, per verificare la capacità di penetrazione degli spermatozoi: il test veniva arrestato una volta che lo zigote (la cellula risultante dalla fusione) iniziava a riprodursi.
Ad un estremo opposto di complessità, è possibile fondere non i gameti (le cellule riproduttive) ma gli zigoti di individui appartenenti a specie diverse: così, nel 1984, è stata prodotta una ‘caprecora´, che combinava gli embrioni di una capra e di una pecora. Con tecniche analoghe si spera di potere in un futuro salvare alcune specie dall´estinzione. Nel 2003, scienziati cinesi annunciavano di avere ottenuto, a Shanghai, ibridi di cellule umane e di coniglio, inserendo il nucleo di cellule somatiche umane all´interno di cellule uovo di coniglio private del proprio nucleo, e di avere lasciato che la cellula risultante si sviluppasse fino allo stadio di blastocisti (uno dei primi stadi dello sviluppo embrionale), cioè fino a formare una masserella di cellule, che furono poi utilizzate per la ricerca sulle cellule staminali.
La produzione di embrioni che rappresentino un vero e proprio ibrido fra uomo e animale è universalmente vietata dalle leggi - nei Paesi dove esistono leggi al riguardo - oltre ad essere condannata dal buonsenso. In Paesi avanzati dal punto di vista etico e legislativo, come la Nuova Zelanda, esistono anche precisi limiti alla sperimentazione su animali.
D´altro canto, la ricerca medica oggi ha bisogno di lavorare su cellule staminali, quali sono quelle degli embrioni nei loro primissimi stadi di sviluppo, perché si tratta di cellule dallo straordinario potenziale, in grado di generare tessuti ed organi. È una nuova frontiera di ricerca, da cui ci si ripromette non solo di acquistare una comprensione fondamentale del modo in cui da una cellula può nascere un intero organismo, ma anche vantaggi senza precedenti per la medicina: la possibilità, per esempio, di ricostruire in laboratorio tessuti danneggiati, o di fare crescere interi organi da trapianto nel corpo di un animale ospite; o di capire i meccanismi di malattie degenerative molto diffuse, che impediscono il corretto funzionamento delle cellule, e di studiare farmaci per contrastarle.
Per farlo però non è necessario creare embrioni umani transgenici, né tantomeno ibridi o embrioni/chimera, e le leggi in ogni caso vietano di stabilire, sia pure a soli fini di ricerca, linee cellulari che potrebbero, almeno in teoria, portare allo sviluppo di un embrione umano o ibrido animale/uomo, per cui si studiano strategie alternative.
L´Authority inglese preposta a valutare i procedimenti relativi all´embriologia e alla fecondazione umana (Hfea - Human Fertilization and Embriology Authority, http://www. hfea. gov. uk/), dopo alcuni anni di attente valutazioni e dopo avere condotto un´indagine, con interviste a campione, sugli atteggiamenti dei cittadini al riguardo, propone ora di autorizzare la produzione di linee cellulari che utilizzino il nucleo di una cellula somatica umana e una cellula uovo bovina privata del proprio nucleo.
La cellula risultante viene attivata con stimoli elettrici perché inizi il processo di riproduzione, e dalle linee cellulari che ne nascono si ricavano le varie cellule da utilizzare a fini di ricerca.
Con questo metodo sarebbe praticamente impossibile ottenere un embrione che dia origine a un individuo (una sorta di minotauro, in questo caso), perché le cellule così ottenute non hanno il potenziale per farlo. È una soluzione che potrebbe riaprire strade oggi precluse alla ricerca, soddisfacendo però i requisiti etici che vietano l´uso di embrioni umani.
Rimangono alcuni dubbi sull´effettivo valore di questa soluzione, che non potranno essere sciolti se non sperimentandola. Fra gli obiettivi che ci si ripromette vi è quello di trovare nuovi metodi per ricavare cellule staminali direttamente da cellule somatiche, senza bisogno di ricorrere a cellule uovo o ad embrioni, e quello di sviluppare modelli di malattie degenerative della cellula, quali disturbi motori di origine neuronale, diabete, morbo di Parkinson, Alzheimer, così da studiare terapie che permettano di trattarli.

Repubblica 6.9.07
La sinistra attacca Amato "Collegialità sulla sicurezza"
Il ministro:"Non svegliare la tigre della reazione fascista"
Mastella: per furto e rapina le stesse regole dei reati di mafia


ROMA - Il governo si divide anche sulla sicurezza, da una parte Prodi, Amato e Mastella, dall´altra la sinistra radicale. Sul pacchetto anticrimine e sull´intervista del ministro dell´Interno a Repubblica si arriva allo scontro duro in consiglio dei ministri. Alzano la voce Ferrero e Mussi, il premier è costretto a promettere decisioni collegiali future per tenere ben distinti i fatti criminali dalle conseguenze del degrado sociale. Nessuna misura capestro contro lavavetri e graffitari, ma norme severe contro scippi, furti, rapine, piromani e pedofili. Amato però tiene duro al punto da affermare: «Se fossimo così incoscienti da ritenere che la sicurezza non è un problema creeremmo le condizioni per una svolta reazionaria e fascista nel paese». Con un esempio assai indicativo: «Se mia moglie al semaforo viene messa nelle condizioni che o si fa lavare il vetro o viene aggredita non la devo proteggere? La devo far diventare fascista?».
Da Amato a Mastella la musica non cambia, anche se il Guardasigilli mette da parte i lavavetri e distingue nettamente «il piano sull´illegalità urbana» di Amato dal suo sulla criminalità. Mentre vola a Berlino dove incontra il collega della Giustizia tedesco Zypries (spunterà squadre investigative comuni e il magistrato italiano di collegamento), Mastella fa il mediatore: «A palazzo Chigi ho parlato con Ferrero e Mussi. Gli ho spiegato che scippi, furti, rapine, violenze sessuali hanno un forte rilievo criminale. Gli ho raccontato del ragazzo scippato a Napoli rimasto muto per tre anni e della vecchietta scippata col femore spezzato e senza pensione per un mese. Altro che degrado. Qui le vittime sono dei poveracci e la gente chiede solo una cosa: fermezza». Per questo Mastella annuncia che per i reati di grave allarme sociale scatterà la politica del doppio binario come per la mafia: custodia cautelare in cui il giudice, al contrario di quanto accade oggi, per rimettere in libertà l´imputato dimostri che non esiste pericolo di fuga, di reiterazione del reato, di inquinamento delle prove. Processo in 90-120 giorni, condanna, esclusione da qualsiasi misura alternativa, carcere senza sconti. Per tutti i reati sarà bloccato il patteggiamento in appello che «ha disincentivato pure i pentiti».
Sono d´accordo il segretario dei Ds Fassino («Le proposte di Amato corrispondono alla domanda di sicurezza della gente»), il ministro degli Esteri D´Alema («È nel dna della sinistra difendere la sicurezza») e il futuro leader del Pd Veltroni («Bene Amato sull´effettività della pena»), ma Rifondazione (Ferrero, Russo Spena, Migliore), Sinistra democratica (Mussi, Salvi e Leoni), Pdci (Palermi e Crapolicchio) e i Verdi (Bonelli) non si lasciano convincere e protestano duramente. Il ministro della Solidarietà sociale, escluso dal summit di martedì sulla sicurezza, considera le proposte «di destra e demagogiche». E Mussi (Università) dà un consiglio: «Non si può mettere tutto insieme, lavavetri, scippatori, stupratori, mafiosi». Pure Di Pietro, che non è contrario alle misure ipotizzate, sostiene che «è pura demagogia pensare che lavare i vetri possa essere considerato un reato». La via d´uscita? Come dice Mastella «ci vuole un confronto parlamentare e un dialogo con l´opposizione che, se i delitti sono tanti e i criminali sono in libertà, vuol dire che non ha fatto nulla. Scegliamo insieme le norme più urgenti e approviamole subito in commissione».
(l.mi.)

Repubblica 6.9.07
Se dio è un'illusione
Intervista / Il biologo Richard Dawkins ha scritto un manifesto dell´ateismo
di Piergiorgio Odifreddi


"Anche se la scienza da noi è nata in seno al cristianesimo non è detto che gli debba qualcosa"
"Da un punto di vista scientifico l´ipotesi di un Creatore mi appare molto improbabile"
"L'evoluzione per selezione naturale è un modo economico di generare la vita"
"In genere gli scienziati credenti sono religiosi nel senso astratto di Einstein"

Richard Dawkins è uno dei più noti divulgatori scientifici del mondo, soprattutto grazie a fortunate opere quali Il gene egoista (1976) o L´orologiaio cieco (1986). Nella prima egli difende l´idea, proposta nel 1872 dal vescovo Simon Butler, che i geni sono il mezzo di riproduzione degli organismi, e non viceversa. Nella seconda egli attacca invece l´idea, proposta nel 1802 dal vescovo William Paley, che se uno trova su una spiaggia un orologio biologico, deve per forza dedurre che è stato costruito da un orologiaio.
Come si può intuire fin dal titolo, un corollario di questa seconda opera è che la teoria dell´evoluzione fornisce una spiegazione sufficiente della nascita della vita, e rende superflua la fede: cosa su cui concordano anche i fedeli, che infatti attaccano questa teoria fin dal 1859. Non stupisce dunque che Dawkins sia un ateo professante, né che abbia scritto il potente manifesto ateo L´illusione di Dio, in uscita in questi giorni da Mondadori (pagg.408, euro 19) a proposito del quale l´abbiamo intervistato.
Lei usa la parola «religione» come sinonimo di «teismo». Non crede che dovremmo almeno distinguere le religioni teiste da quelle atee, ad esempio il Cristianesimo dal Buddhismo?
«Se definiamo una religione come un insieme codificato di valori o di regole di vita, allora lei ha certamente ragione: in questo senso, il Buddhismo è una religione che non crede in Dio. Ma io mi concentro su quelle che ci credono.
Forse perché le trova irrazionali? Eppure gli Stoici credevano, pur rimanendo perfettamente razionali.
«Lo loro era una fede di tipo naturalistico, e la stessa cosa si potrebbe dire dei Quaccheri o degli Unitari moderni. Ma, di nuovo, io concentro il mio attacco sulle religioni che hanno credenze soprannaturali».
Perché non si limita a decostruire la nozione di Dio, e vuole addirittura dimostrarne la non esistenza?
«Perché credo che l´ipotesi di un essere soprannaturale che ha creato l´universo, si possa formulare come una proposizione scientifica: in quanto tale, diventa allora passibile non soltanto di verifica, ma anche di refutazione. E la mia tesi è che, parlando da un punto di vista scientifico, questa ipotesi appare molto improbabile».
Non impossibile?
«No. Ma non lo sono nemmeno le fate, o il Mostro di Spaghetti Volante che è recentemente diventato popolare in Internet come parodia di Dio».
Lei usa l´evoluzionismo come arma antireligiosa, ma non crede che esso sia compatibile con la credenza in un Creatore che si limita a intervenire nel primo istante della creazione?
«Certo, ma sarebbe un Creatore ben diverso da quello della Bibbia o del Corano. Nel suo libro La creazione (Zanichelli, 1985), Peter Atkins discute cosa dovrebbe fare un Dio che volesse organizzare le cose in modo che la Natura potesse badare a se stessa e generare autonomamente la vita, e la sua conclusione è che non dovrebbe fare assolutamente nulla!».
Nemmeno «in principio»?
«Il «principio» è appunto il momento a cui Atkins arriva alla fine, dopo aver eliminato tutto il resto. Ma anch´io, come biologo, le posso dire che l´evoluzione per selezione naturale è un modo parsimonioso ed economico di generare la vita, che non necessita di alcun intervento divino».
Rimane ancora la possibilità di pensare a Dio come giustificazione del perché ci sono leggi della natura, e del perché sono quelle che sono.
«Questo lo trovo molto poco soddisfacente, in quanto lascia aperto l´analogo problema di giustificare allora perché c´è Dio, e perché è quello che è».
Lei usa l´evoluzionismo anche per spiegare l´esistenza delle religioni: non crede che la loro emergenza sia troppo recente, rispetto ai tempi lunghi necessari all´evoluzione?
«Questo è vero se parliamo di evoluzione biologica, e del tempo necessario a produrre un cervello che mostri una propensione per le religioni. Ma l´evoluzione culturale avviene molto più rapidamente, come mostra ad esempio il cambiamento delle lingue, o lo sviluppo della tecnologia: queste cose hanno una scala temporale di qualche secolo, ben compatibile con la millenaria storia delle civiltà che hanno sviluppato religioni».
A proposito di evoluzione culturale, molta gente ritiene che la scienza stessa sia un prodotto del pensiero cristiano.
«La scienza occidentale è sicuramente nata nel Rinascimento cristiano, ma questo non significa che debba qualcosa al Cristianesimo: anzi, si potrebbe argomentare che si sia sviluppata non grazie a, ma nonostante il Cristianesimo. E, comunque, non dobbiamo dimenticare le origini greche del pensiero scientifico. E nemmeno gli sviluppi in paesi non europei, soprattutto la Cina».
Visto che abbiamo cominciato a parlare del Cristianesimo, lei crede alla storicità di Gesù?
«La maggior parte degli storici ritiene che sia esistito, e io mi adeguo. Ma credo che Gesù sia stato soltanto una delle molte figure profetiche del suo tempo, tutte più o meno simili fra loro, e che la sopravvivenza del suo culto sia solo un accidente storico».
Cosa pensa del fatto che, tra gli sparuti scienziati cristiani, ci siano comunque premi Nobel come Werner Arber e Charles Townes, o medaglie Fields come Enrico Bombieri e Laurent Lafforgue?
«In genere gli scienziati «credenti» sono religiosi soltanto nel senso astratto di Einstein, ma qualche eccezione che crede letteralmente a cose come la verginità della Madonna effettivamente c´è. Io lo trovo molto difficile da capire, e immagino che ci riescano solo attraverso una compartimentalizzazione della mente: hanno il cervello diviso, e non permettono a una metà di interferire con l´altra».
Cioè, sono scienziati durante la settimana e credenti la domenica?
«Sì, e comunque sono molto pochi: nel libro cito, ad esempio, un sondaggio effettuato all´Accademia Nazionale delle Scienze statunitense, dal quale risulta che il 93 per cento dei membri sono atei o agnostici. Ci sono dati simili per la Royal Society inglese, e sarei molto curioso di sapere se la stessa cosa è vera anche per altre Accademie delle Scienze: ad esempio, per i vostri Lincei».
Townes, che ho citato prima, ha vinto il premio Templeton per la scienza e la religione. Da come ne parla nel suo libro, si direbbe che lei proprio non sopporti la Fondazione Templeton, vero?
«Non mi piacciono i suoi metodi. A volte trovano gente veramente religiosa da premiare, come Townes appunto. Ma spesso si limitano a scovare grandi scienziati che abbiano scritto qualcosa che suoni vagamente simpatetico verso la religione, come Freeman Dyson, e lo premiano. E´ una specie di corruzione finanziaria, e bisogna essere fatti tutti d´un pezzo per rifiutare un premio di più di un milione di dollari. Io, però, non prenderei troppo seriamente queste cose: quando si viene corrotti con somme cosí elevate, si agisce sotto costrizione».
Un altro vincitore è John Barrow, che ha legato il suo nome al Principio Antropico: un argomento che, stranamente, nel suo libro lei apprezza.
«Il fatto è che l´evoluzione spiega perfettamente lo sviluppo della vita sulla Terra, ma ha problemi con le sue origini: si tratta infatti di un evento molto raro, con una probabilità assolutamente minimale, dell´ordine di uno su qualche miliardo. Ma poiché ci sono così tanti pianeti nell´universo, essendoci un centinaio di miliardi di galassie, ciascuna con un centinaio di miliardi di stelle, allora ci si può attendere che ci siano miliardi di pianeti con la vita. E il Principio Antropico descrive quali condizioni questi pianeti debbano avere, per poter sviluppare una vita come la nostra: a me questa sembra una spiegazione scientifica, e per nulla teista».
Il fatto è che il Principio Antropico viene spesso applicato all´intero universo.
«E´ la stessa cosa. La probabilità che le costanti fondamentali della fisica siano finemente calibrate, in modo da permettere all´universo di essere come lo conosciamo, è assolutamente minimale. Ma si può pensare di vivere in un multiverso con tanti universi, ciascuno con i suoi valori delle costanti fondamentali, e allora ci si può attendere che ci siano universi con questi valori calibrati in maniera tale da produrre creature come noi. E il Principio Antropico spiega di nuovo soltanto quali condizioni questi universi minoritari debbano avere, per poter sviluppare una vita come la nostra».
A me non sembra affatto la stessa cosa: un conto è parlare di un gran numero di pianeti, e un altro di un gran numero di universi!
«Sono assolutamente d´accordo con lei: è più plausibile fare questi ragionamenti coi pianeti, che con gli universi. Forse dovremmo chiedere ai fisici se ci sono altre ragioni per credere in un multiverso, invece che in un universo: da quanto ne so, ci sono, ma non so quali siano».
Come risponderebbe a un´obiezione alla Berkeley, del tipo: la scienza fa la schizzinosa con Dio, ma poi crede in cose altrettanto metafisiche o implausibili, dalle stringhe ai multiversi?
«Che c´è una differenza. Un Dio in grado di calibrare le costanti fondamentali di un universo o creare le condizioni per la vita su un pianeta, per non parlare di un Dio in grado di ascoltare e soddisfare le preghiere dei fedeli, dev´essere un´entità molto complicata e complessa. Il multiverso, invece, non è più complicato o complesso di un singolo universo: solo più prolifico e ridondante».

Corriere della Sera 6.9.07
Flamigni: è soltanto un esperimento I rischi? Bisogna fidarsi della scienza


MILANO — Gli inglesi, di fronte alla scarsità di ovuli umani per la ricerca, pensano a creare chimere, gli italiani, che queste ricerche non le possono nemmeno immaginare, buttano via centinaia di ovuli congelati.
«Mi stupisco — commenta Carlo Flamigni di Bologna, uno dei più noti esperti di riproduzione umana e attualmente membro del Comitato di Bioetica nazionale — che i ricercatori italiani non si siano ancora messi in contatto con gli inglesi per proporre questa alternativa ».
Gli inglesi avevano a suo tempo autorizzato la donazione di ovociti...
«Sì, ma nessuno pagava le donne, venivano rimborsate soltanto le spese. Risultato: nessuna donazione».
E lei propone l'impiego degli ovuli umani congelati in alternativa a quelli di mucca o di coniglio.
«E' un peccato non utilizzarli. In Italia è proibita la conservazione degli embrioni, così si congelano gli ovuli. Con metodi diversi, sia lentamente sia rapidamente come consentono oggi le tecniche più moderne. E l'afflusso di ovuli nelle banche è costante, proprio perché vengono lasciati da donne che hanno già avuto figli con la fecondazione in vitro o anche per vie naturali».
Professor Flamigni, a parte questo suo suggerimento, che cosa pensa della proposta inglese di creare ibridi uomo-animale?
«E' una decisione positiva. E' sempre positivo quello che fa progredire la scienza. Ed è importante che si studi come si può riprogrammare il Dna umano ».
Molti però temono che questi esperimenti possano portare alla creazione di «bambini su misura ».
«E' quello che gli inglesi chiamano slippery slope, il pendio scivoloso: c'è sempre chi pensa che qualche ricercatore possa deviare dalla corretta via della ricerca. Tutte le volte che il mondo scientifico si trova di fronte a esperimenti complessi, ci si immagina il peggio. Ma la gente deve fidarsi della scienza perché i ricercatori hanno comunque un obbligo nei confronti della società».
Forse qualcuno pensa che mescolare cellule umane e animali possa costituire un'umiliazione per il genoma umano.
«Non si conoscono ancora i meccanismi, ma alcuni esperimenti suggeriscono che, quando si trasferisce un nucleo umano in un ovulo di animale, le cellule che si formano perdono, con il tempo, qualsiasi traccia di Dna animale. Comunque qui stiamo parlando di esperimenti di laboratorio, non di uso clinico. E nemmeno della creazione di embrioni. Del resto le autorità britanniche hanno fissato un termine di 14 giorni, dopo il quale l'ibrido viene distrutto. Sono stati proprio gli inglesi a suggerire questo limite di 14 giorni come periodo prima del quale si parla soltanto di pre-embrione e non di embrione vero e proprio e lo hanno sempre tenuto in considerazione fin dai tempi delle leggi sulla fecondazione in vitro».

mercoledì 5 settembre 2007

l'Unità 5.9.07
Bindi: «Non è così difficile essere più a sinistra di Veltroni»


ROMA «Non è così difficile essere più a sinistra di Veltroni in questo momento». Così Rosy Bindi ha risposto a chi le chiedeva quali fossero le differenze tra la sua candidatura e quella del sindaco della Capitale alla guida del Pd e se si sentisse più a sinistra di quest’ultimo. «Poi io sono io - ha aggiunto - e mi sento sempre quella». Il ministro della Famiglia, a margine di un incontro organizzato a Montecatini Terme per sostenere la sua candidatura, ha poi ribadito di non sentirsi alternativa ma diversa a Veltroni. «Io mi sono candidata a fare il segretario di un partito e non il presidente del Consiglio - ha aggiunto - Hanno chiesto candidature alternative, ma io sono alternativa alla Brambilla, non a Veltroni». A chi poi le faceva notare che contro di lei si erano alzate molte voci per le sue critiche al sindaco di Roma, Bindi ha risposto: «Io esprimo delle opinioni e o sono opinioni anche le mie o, se io attacco Veltroni, lui a Prodi cosa sta facendo?

Repubblica 5.9.07
Faccia a faccia tra Prodi e il leader di Rifondazione, Giordano, che chiede il rispetto del programma
L'ultimatum della sinistra al premier "Non siamo un monocolore del Pd"
di Claudio Tito



Ancora scontro sulla manifestazione per il Welfare. Ferrero a Fassino: "Basta arroganza, il 20 ottobre decido io cosa fare"

ROMA - «Non possiamo accettare che questo governo diventi un monocolore del Partito Democratico». Prima della pausa estiva un po´ tutti prevedevano un autunno caldo: la Finanziaria, il welfare, la riforma delle pensioni. Tre potenziali mine piazzate lungo il cammino del governo. E ieri Romano Prodi ha avuto la conferma che per il suo esecutivo la ripresa dopo le ferie è tutta da costruire. Il primo faccia a faccia con il segretario di Rifondazione, Franco Giordano, infatti non è stato affatto rassicurante. Le parole del capo di Prc sono risuonate nelle sale di Palazzo Chigi come una sorta di ultimatum. Come un assordante sirena d´allarme per la difficoltà che incontrerà la sinistra radicale a digerire una manovra che non porti anche il suo segno: «In questa maggioranza non ci sono solo i Democratici, se sarà così noi ne prenderemo atto e ne trarremo le conseguenze».
E non è stato un caso che proprio mentre Rifondazione faceva sentire la sua voce dalle parti del Professore, il capo del governo abbia chiamato i leader di Ds e Margherita, ossia l´architrave del futuro Partito Democratico. Ha parlato con Francesco Rutelli e ha visto Piero Fassino. A entrambi non ha nascosto la sua irritazione per i recenti proclami "taglia-tasse". «Se volete ridurre la pressione fiscale allora - è stato il ragionamento del premier indispettito fin dall´intervento di Walter Veltroni - dite ai vostri ministri di limitare la spesa. In questo modo, invece, ottenete il risultato opposto. Oppure volete far saltare tutto? Perché questa logica io non l´accetto. E comunque sappiate che la Finanziaria, stavolta, non devo farla io. La devono fare i singoli ministri. Ogni provvedimento proposto deve essere finanziato con un taglio». Un´impostazione concordata con il titolare dell´Economia e confermata ieri anche nella riunione con il responsabile dello Sviluppo economico, Pierluigi Bersani, che davanti al "libro verde" dell´ex banchiere centrale ha allargato le braccia: «Ma io cosa posso tagliare?».
Padoa-Schioppa, comunque, si sente in una posizione di forza: non deve "correggere" i conti per rispettare i parametri europei. Non deve prevedere nuove misure per tenere sotto controllo il rapporto deficit-Pil. Anche senza fare niente, tenendo invariato l´attuale bilancio, l´Italia supererebbe l´esame di Bruxelles. Ma per i nuovi investimenti, serve la copertura. Un ragionamento che Prodi sta ripetendo a tutti. E se il fronte riformista in qualche modo ieri ha abbassato i toni del confronto («ci stanno dando ragione», facevano notare con soddisfazione a Palazzo Chigi), la sinistra radicale ha caricato a pallettoni le sue batterie di fuoco. «Il partito democratico - ha avvertito Giordano - non può cambiare il programma elettorale. Quel programma va rispettato. Se si cambia, noi non ci stiamo». Anche perché la prospettiva che il plotone di "dissidenti" si allarghi, soprattutto al Senato, intimorisce sì Palazzo Chigi ma terrorizza gli stessi vertici dell´estrema sinistra. Per rendere ancora più convincente l´ultimatum, allora, domani gli stati maggiori di Prc, Pdci, Verdi e Sd, si incontreranno per concordare una linea d´attacco. Per definire, insomma, un blocco di «posizioni comuni». Che riguarderanno la Finanziaria, il welfare e le pensioni. Per accendere i riflettori sulle leggi Biagi e Treu e sulle rendite finanziarie. Questioni cui Prodi ha ribattuto precisando che la manovra economica è «ancora tutta da discutere» e anche rammentando che fino ad ora le esigenze della sinistra radicale sono state «sempre rispettate»: «Sulla previdenza e sul welfare c´è un accordo con i sindacati. Cosa potevamo fare di più?». E del resto, negli studi che circolano a Palazzo Chigi e a Via XX settembre per verificare la praticabilità di alcune richieste, è contemplato anche il ricorso a delle vere proprie cesoie per tagliare le spese. Non a caso tra le misure prese in considerazione c´è anche il blocco "rigido" del turn over nel pubblico impiego. Non basterebbe infatti il "tesoretto" a "coprire" ogni intervento. Il surplus fiscale verrà messo sul tavolo solo nei giorni finali della trattativa politica e per «obiettivi mirati», come la riduzione dell´Ici.
Nel colloquio tra il presidente del consiglio e il segretario di Rifondazione, poi, un punto di scontro è stata la manifestazione del 20 ottobre. «Nessuno - ha ripetuto Giordano - ci può dire se andare o no». Un tema sul quale si sono lanciati più di una frecciatina il capo della Quercia Fassino e Paolo Ferrero. «Esiste un problema di arroganza - è sbottato il ministro di Rifondazione - quel che faccio il 20 ottobre, lo decido io». Ma da qui al 20 ottobre, prima c´è il varo della Finanziaria.

Repubblica 5.9.07
Aborto, l'offensiva di Ruini "Doveroso modificare la 194"
di Marco Politi



E Bagnasco ricorda: l'ora di religione è prevista dal concordato
Lezione del cardinal Vicario alla Summer school di Magna Carta
L´ex presidente della Cei torna sul caso Welby: spero sia in paradiso

FRASCATI - Forse Welby è in paradiso. La legge 194? Doveroso riscriverla. Il dramma dell´Italia è il calo demografico. I politici cattolici? Non possono mai approvare una legge contraria ai principi non negoziabili. E sull´accanimento terapeutico è meglio che decida la coscienza del medico.
Parla il cardinale Ruini e la lezione alla Summer School della fondazione Magna Carta, presieduta da Gaetano Quagliariello, diventa un carrellata sui temi più caldi del dibattito religioso-politico. Fondamentale è l´affondo sulla legge dell´aborto (in parallelo con l´editoriale di Famiglia Cristiana che esige la sua revisione). «La legge c´è, non ci sono le condizioni culturali e politiche per abrogarla - dice il cardinal Vicario rispondendo ai partecipanti al corso estivo - ma sono gravissime le sue interpretazioni eugenetiche. Dunque è doveroso darne un´interpretazione che aggiorni e migliori la legge».
Libero dal peso della direzione della Cei, Ruini si mostra in forma eccellente e nella sua introduzione sul rapporto tra fede, ragione e scienza si riconferma uno dei porporati italiani intellettualmente più stimolanti. Il suo libro «Verità di Dio e verità dell´uomo» (edizioni Cantagalli) al convegno va di mano in mano. Interrogato sul caso Welby da un giovane che definisce «disumano» l´atteggiamento della Chiesa, replica: «Sono io personalmente che ho preso la decisione, dispiaceva anche a me dire no ai funerali religiosi, prevedevo le critiche e soprattutto la sofferenza delle persone legate a Welby, ma ho pensato che non c´erano, per logica, soluzioni diverse». Il suicidio, ha spiegato, è per la Chiesa intrinsecamente negativo. Oggi si autorizzano i funerali religiosi ai suicidi presupponendo che si siano tolti la vita in un momento di turbamento, in fondo «senza piena avvertenza». Non così Welby: «Sarebbe stato arbitrario e irrispettoso dire questo di lui. Aveva teorizzato pubblicamente e privatamente la libertà di uccidersi». Il che non impedisce che si possa pregare per lui, perché la Chiesa non giudica né condanna ma affida la persona alla misericordia di Dio. Poi a sorpresa il cardinale aggiunge: «Io spero che Dio abbia accolto Welby per sempre, ma concedere il funerale sarebbe stato come dire: il suicidio è ammesso».
Ruini non aggira neanche lo scoglio rappresentato per i politici cattolici dai principi non negoziabili. «Accettiamo la logica della democrazia - scandisce - non si impone niente con la forza. Ma il politico cattolico non può fare compromessi sui principi, non può introdurre una legge contraria ad essi. Se non ha altra via, va in minoranza». Altra cosa, soggiunge, è collaborare al miglioramento di una legge già esistente (vedi aborto). Così torna in gioco il tema delle leggi eticamente sensibili. Accanimento terapeutico e testamento biologico. La Chiesa è contro l´eutanasia e anche l´accanimento terapeutico, afferma il porporato, «ma difficile è stabilire il limite». Aria, ossigeno, acqua e cibo vanno dati sempre, a prescindere dai mezzi tecnici. Ed è un elenco preciso, quello di Ruini, che lega le mani al legislatore. Poi potrà decidere caso per caso il «medico di retta coscienza». Ed è un altro siluro all´idea stessa di testamento biologico. Un accenno, infine, ai problemi dell´Italia odierna, dove il calo demografico è il pericolo principale: «Una nazione vecchia non ha futuro».
Si chiude così una giornata ricca di moniti ecclesiastici eccellenti. Il cardinal Bertone attacca i critici delle esenzioni Ici. Mentre il presidente della Cei Bagnasco ribadisce che l´ora di religione è basata sul concordato, «non è un privilegio nè una concessione e non è una forma di catechesi ma è una forma di cultura».

Repubblica 5.9.07
Studio di Craig Venter, lo scienziato che ha mappato il suo genoma: "I contributi di madre e padre molto più vari di quanto si pensasse"
Da chi hai preso? Ora lo dice il Dna
di Elena Dusi


Scoperto il segreto dei cromosomi: così ereditiamo dai nostri genitori
Nelle variazioni si trovano anche le cause di molte malattie

ROMA - Lo scienziato, fatto a pezzi, è riuscito a esplorare se stesso. Sminuzzando il suo Dna, Craig Venter vi ha guardato dentro, viaggiando lungo i rami ereditati dai due genitori e scoprendo quanto è grande la differenza tra i cromosomi materni e quelli paterni. La concordia tra i due set di geni riguarda infatti solo il 36 per cento dei frammenti di Dna. Per tutti gli altri, ovulo e spermatozoo al momento della fecondazione si sono trovati a pensarla in maniera assai diversa. E il loro abbraccio all´interno dell´embrione si è presto trasformato in un braccio di ferro dalle regole per noi ancora poco chiare.
Craig Venter, lo scienziato-businessman che nel Maryland ha messo in piedi la società Celera Genomics, dopo quattro anni di lavoro e 7,3 milioni di dollari di spesa è riuscito a leggere il suo Dna dalla prima base all´ultima. Al contrario di quanto avvenuto nel 2001 con il Progetto Genoma Umano, Venter ha letto entrambi i rami del suo Dna: quello paterno e quello materno. Gli strumenti dei suoi laboratori sono in grado di dividere in due gruppi omogenei i 46 cromosomi. Ma per stabilire quale dei due set sia arrivato dall´ovulo e quale dallo spermatozoo occorrerebbe eseguire il test del Dna anche sui genitori.
Le discordanze fra il padre e la madre di Venter riguardano 4,1 milioni di basi su un totale di circa tre miliardi. Ma le differenze sono distribuite in maniera tale da toccare il 44 per cento dei geni. Un bel rebus per il figlio Craig, visto che suo padre è morto a 59 anni per un attacco cardiaco fulminante, sua madre a 84 anni è ancora in perfetta salute. A lui, con le tecnologie attuali, non è dato conoscere quale sia il risultato dell´intreccio dei geni al momento del concepimento. «Ogni volta che osserviamo il genoma umano scopriamo quanto sia complicato» ha commentato Venter in occasione della pubblicazione del suo Dna su Plos Biology. «Abbiamo dimostrato che le differenze fra un uomo e l´altro sono 5-7 volte superiori rispetto a quanto non pensassimo».
Se la diversità dei genomi è il motore dell´evoluzione delle specie, nelle pieghe di queste variazioni si trovano anche le cause di molte malattie. Venter guardando dentro se stesso ha scoperto una predisposizione ad alcolismo, malattie delle coronarie (probabilmente questo tratto deriva dal padre), obesità, comportamento impulsivo e antisociale, Alzheimer. Il marcatore di quest´ultima malattia è piuttosto preciso, e il premio Nobel per la medicina James Watson (scopritore della doppia elica), che pure a maggio aveva potuto leggere nella sequenza dei suoi geni, aveva chiesto espressamente che il dato sull´Alzheimer gli fosse nascosto. Venter invece conosce solo l´acceleratore, non i freni. Ed è ancora in palio il premio che offrì nel 2003: 10 milioni di dollari a chi sarebbe riuscito a leggere in dieci giorni il genoma di 100 individui a un prezzo inferiore a 10mila dollari ciascuno.

Repubblica 5.9.07
Embrioni chimera, svolta a Londra
"Presto il sì per la fabbrica di cellule"


ROMA - Da oggi il via agli embrioni chimera. L´autorità britannica per la fertilizzazione e l´embriologia (Hfea) darà disco verde a un esperimento per la creazione di questo speciale tipo di embrioni che contengono materiale genetico umano e animale (in questo caso bovino) dopo una consultazione pubblica: la maggior parte della gente non è contraria all´utilizzo di questi embrioni a scopo di studio. I ricercatori vogliono utilizzare questi embrioni misti per produrre una quantità di cellule staminali utile per lo studio di cure per malattie neurodegenerative, come il morbo di Parkinson o l´Alzheimer. Gli embrioni chimera verranno creati inserendo materiale genetico umano dentro l´ovulo animale privato del suo Dna, risolvendo così il problema della scarsa disponibilità di ovuli umani da utilizzare a scopo di ricerca. Gli embrioni verranno poi distrutti dopo 14 giorni. Dalla consultazione pubblica - che ha consistito in tre mesi di sondaggi, incontri pubblici e dibattiti al costo di circa 220.000 euro - è emerso che sebbene scettico, il pubblico, alla fine, si è detto favorevole per il 61% degli intervistati.

Liberazione 5.9.07
«Sbattere il mostro in copertina per rassicurarci: non siamo noi»
Il ruolo degli "imprenditori della paura" nell'ossessione per i lavavetri, i writers, le prostitute, i mendicanti
Marco Binotto, massmediologo: «Poi però succede un caso Garlasco e scopriamo che il "lupo" è tra noi»

di Checchino Antonini


"Giro di vite contro la questua": il tg di prima serata utilizza toni da diciottesimo secolo inglese - quando vagabondare era un reato, ossia era proibito essere poveri e visibili - per annunciare il decisionismo di un noto sindaco contro i mendicanti. «Anche il fascismo aveva proibito le stesse cose», osserva Marco Binotto, classe 1971, ricercatore di Scienze della comunicazione alla Sapienza di Roma. Binotto, tra l'altro, ha scritto un saggio in un recente volume di Meltemi, "Aspettando il nemico". Il suo contributo si intitola "Estraneo, invasore, criminale. Spazi e metafore dello Straniero come nemico".

Esiste una costruzione mediatica misurabile del "mostro"?
Abbastanza, trovo inquietanti certi servizi su stampa e telegiornali di questo scorcio d'estate. E' come se si confermasse tutto ciò che abbiamo detto di male dei media in questi anni. Basta un nulla, come l'ordinanza del sindaco di Firenze contro i lavavetri, per riavviare la tematizzazione consolidata da 15-20 anni sulla stampa italiana che lega criminalità e immigrazione. La stessa tematizzazione che nasconde l'origine dei problemi, ad esempio le aree di provenienza dei protagonisti degli sbarchi o il disagio sociale di chi vive ai margini delle nostre metropoli. Non c'è autoriflessività tra gli addetti ai lavori: il punto è che cresce l'insicurezza percepita, lo rivelano tutti i sondaggi, ma i masss media non sono mai contemplati tra le sue cause. Ma da dove viene l'insicurezza se poi si registra anche un calo complessivo dei reati?

Dunque, il sistema dei media insegue o produce il senso comune?
Domanda da cento pistole: c'è sempre un rafforzamento reciproco. E' come l'uovo e la gallina, chi sarà nato prima? Ma le onde d'attenzione, quelle, senza dubbio, le creano i media. Esiste l'insicurezza ma può essere tematizzata in varie direzioni. Pensiamo a come è stata accesa la paura, nelle settimane di luglio, sugli incidenti stradali legati all'abuso di alcool. Anche quello era un utilizzo di una paura diffusa ma questa veniva orientata in un'altra direzione.

A proposito di certe sortite di Cofferati, Chiamparino, Domenici e Vetroni, il cosiddetto partito dei sindaci del centrosinistra: questa loro ossessione securitaria è legata alle dinamiche di costruzione del Partito democratico?
Credo che esista un centrosinistra che può permettersi di essere moderato, e dunque può permettersi non solo di mimare le politiche di tolleranza zero del centrodestra ma di andare anche oltre: questa storia dell'arresto preventivo è da "zero diritto".

Torniamo alla possibilità di misurare la costruzione mediatica della paura e del mostro.
Questa ossessione per i lavavetri, i writers, le prostitute, si iscrive in un ciclo di costruzione delle notizie tipico dell'estate: il problema viene fabbricato e ingigantito fino a creare una bolla che il decisore politico, sia Mastella o Amato in questo caso, deve far scoppiare. Poi il pericolo si oscura, ritorna sotto traccia e un nuovo ciclo si apre. A chi toccherà?

Però, mi viene in mente la lettera sulla prima pagina un importantissimo quotidiano di centrosinistra, quella di un elettore dell'Ulivo che, in primavera, fece emergere un senso comune un po' razzista, sicuramente insicuro, anche tra chi non votava per la Cdl. Mi sembra ci sia qualcosa di permanente nell'invenzione di capri espiatori. Una volta si diceva che serviva per distrarre dalle vere cause dell'insicurezza sociale, i meccanismi di precarizzazione del liberismo.
In casi come questi scattano dei meccanismi di rassicurazione utili a dire che questa povertà così visibile nelle nostre città non ci riguarda. Ma questo rituale si deve rafforzare sempre perché poi esce fuori un caso Cogne e si scopre che il "lupo" è tra noi, siamo noi, non siamo solo agnelli. Come a Garlasco. Ecco, dopo due settimane di agnello a Garlasco - Chiara Poggi è l'agnello - l'immaginario viene fatto virare verso uno spettro più rassicurante.

Ma tutto ciò viene gestito a tavolino? Lei s'è occupato anche del Il ruolo dell'informazione nel G8 di Genova (nel volume "Violenza mediata", curato da Stefano Cristante per gli Editori Riuniti).
Sì, in quel caso la tesi di fondo era che era stata la profezia che si autoavvera, un caso tipico delle scienze sociali. Nel 2001, funzionò sia il meccanismo di costruzione dell'alllarme sociale, sia il meccanismo di costruzione del nemico politico. Agivano dei fortissmi imprenditori della paura che produssero e fecero circolare quei rapporti del Sisde che agitavano lo spauracchio di manifestanti pronti a lanciare sulla polizia palloncini di sangue infetto.

Ha detto "imprenditori della paura"?
Stavolta si vede la mano di alcuni sindaci. In altri casi sono alcune testate, pezzi di politica - pensa alla Lega - o della società civile come i comitati di cittadini contro lucciole o zingari. Ma credo che dentro le redazioni scatti anche un processo automatico che riguarda gli stereotipi della nostra modalità di costruzione del controllo sociale. Però d'estate, in genere, gli imprenditori della paura sono distratti: stavolta trovo preoccupante la combinazione tra certi processi automatici e gli input che arrivano dal centrosinistra.

Liberazione 5.9.07
Caro Della Loggia, il modello americano nel cinema non esiste
In un recente scritto l'editorialista del Corriere contrappone la cinematografia italiana, condizionata a suo dire dalle ideologie, a quella "made in Usa". Ma la sua è una lettura esemplificata di fenomeni culturali variegati e non riducibili ad una unicità di sistema
di Mino Argentieri


In un editoriale pubblicato sul Corriere della sera, il 29 agosto, Ernesto Galli Della Loggia ha ravvisato il male più grave del nostro cinema in un deficit di identità che sarebbe conseguente al crollo «delle tre grandi ideologie che hanno attraversato e travagliato la storia dell'Italia del '900 e cioè il fascismo, il cristianesimo sociale, il comunismo gramsciano». Questo stato di malessere sarebbe estraneo al cinema americano che, al riparo dalle ideologie, sin dagli inizi avrebbe scoperto il segreto della continuità e fertilità nel coniugare il sogno e il quotidiano, stando vicino al Common man e interpretandone lo spirito con immediatezza, senza ricorrere a troppi filtri intellettuali. Premesso che le ideologie citate mai sono state così vive dal momento in cui ne è stata decretata la morte da coloro che hanno avuto interesse a giustificare con nobili contorsioni concettuali la propria resa incondizionata al capitalismo, all'esistente, v'è più di un particolare che merita di essere chiarito. Anzitutto osserveremmo che ci sembra esagerato elevare il fascismo a entità che avrebbe addirittura caratterizzato la cinematografia del ventennio, allorché il regime non soltanto non s'è mai proposto di infilare totalitariamente la camicia nera al film nazionale ma è stato nutrito da linfe di altra provenienza, nazionalista, cattolica, finanche liberal conservatrice, lasciando ai posteri in eredità l'anticomunismo, elemento diversamente tinteggiato ma egemonico nel secolo scorso e ancor più in quello attuale. Inoltre parlare di cinema italiano come se fossimo al cospetto di un corpo monolitico è un errore. Sarebbe più corretto distinguere al suo interno perché di anime ce ne sono sempre state tante e non concordanti, a dispetto degli intrecci e delle commistioni avvistabili. Non c'è un'identità del cinema italiano, ma ve ne sono molte, naturalmente coincidenti o divergenti e contrastanti, sospinte od ostacolate nella conquista dei consensi e nella possibilità pratica di trovare spazi e interlocutori. La premessa, volta a schematizzare il discorso dell'articolo, è sbagliata, quanto lo è l'approdo conclusivo. Non meno sbagliata è l'altra che attribuisce ai grandi corredi ideologici un peso decisivo che non hanno avuto. Il cinema italiano più significativo e innovatore è stato ed è sostanziato non da posizioni o attitudini ideologiche - questo è stato uno dei suoi punti di forza - ma da sensibilità, da filoni e implicazioni culturali, come avviene immancabilmente per chiunque si prefigga di raccontare storie, scavando nei personaggi, e non di trasmettere messaggi e insegnamenti. Ogni volta, questa parte del cinema è nata da situazioni conflittuali in cui sono riconoscibili forze che, al di là di una possibile connotazione politica, si sono scontrate non solo con il conservatorismo delle istituzioni (si pensi all'Italia di De Gasperi, Andreotti e Scelba, alle chiusure un po' talebane della chiesa preconciliare e alle tentazioni repressive di alcuni rami della magistratura nei decenni successivi), ma anche con la potenza costituita dall'inerzia delle idee e delle forme vecchie negli autori e nel pubblico. E' questa linea di distinzione che si sta perdendo nell'approcio ai fenomeni e ai processi culturali e artistici, talora persino usando a sproposito strumenti metodologici - lo strutturalismo, le scienze e la sociologia della comunicazione, la semiologia - che dovrebbero ampliare e arricchire anziché restringere la comprensione degli atti creativi nella loro complessità e negli infiniti raccordi con il mondo circostante. Anche in Galli Della Loggia genericità e semplificazioni seminano confusione. Ad esempio, quando, convinto che il cinema italiano abbia smarrito il polmone delle ideologie egli scorge in Antonioni e in Fellini i segni di una crisi e di un distacco, laddove i due registi in alcune loro opere hanno saputo esprimere con rara intensità e acutezza di sguardo il disagio esistenziale, morale e sociale di un'epoca. Né è meno fuorviante quel volgersi alla lezione del cinema americano che, a cavallo tra voli nel fantastico e ricognizioni nella quotidianità, rifletterebbe e appagherebbe gli umori dell'uomo comune. Vien subito da obiettare che l'uomo comune non esiste, è una pura corbelleria ancor prima di essere un'astrazione ossificata. Né ci si accorge che le vocazioni del cinema americano sono molte e in bisticcio tra loro, non essendoci nulla in comune tra I berretti verdi di John Wayne e Apocalypse Now di Fred Francis Coppola, tra la madre di L'amore più grande di Leo McCarey (1952), lieta che muoia il "de genere" figlio comunista e le traversie raccontate dal Prestanome di Martin Ritt. Così come nulla in comune c'è tra i film di Woody Allen, Robert Altman e altri, apprezzati in Europa e spesso snobbati dalle platee americane, e molta robetta frastornante e infantile che non dispiace a Galli Della Loggia, visto che ce l'ha con l'intellettualismo, una pseudo categoria ritenuta peccaminosa dagli ex stalinisti, dai fascisti che amavano andare verso il popolo e dai plauditores degli alti indici di ascolto televisivo e del box office cinematografico. Della Loggia non si rende conto che il modello americano additato agli italiani frulla nella sua testa, non nella realtà di una cinematografia in cui non tutto è riducibile ad una unicità di sistema, anche se le basi economiche dell'attività creativa patiscono per eccessi di concentrazione e di condizionamenti restrittivi. In America, come in Italia e in altri paesi, la materia del contendere è nella dialettica tra diversi e opposti e nel mantenimento e nel miglioramento delle condizioni che consentono agli autori di essere in sintonia con se stessi e con i travagli del loro tempo. Incontrovertibile è che di problemi ve ne siano parecchi da affrontare e non tutti di natura materiale, anche se questi non sono in secondo piano. Rispetto ad altri periodi storici si sente la debolezza di un pensiero critico che le sinistre avevano contribuito a far crescere a livello di massa oltre gli steccati degli specialismi e degli addetti ai lavori. E' avvertibile anche nel cinema italiano la mancanza degli stimoli che dovrebbero giungere da una vita politica, purtroppo vi è più povera di contenuti culturali e che non concorre a favorire il rigore delle aspirazioni e il fervore del dibattito e dei progetti. Anche il senso di solitudine è aumentato, nonostante i frastuoni festivalieri, in quanti procedono controcorrente, eredi della lunga stagione neorealista la cui rivoluzione linguistica è stata improntata a un umanismo ancor oggi vitale e alieno da propensioni consolatorie e da ottimismo fasullo. I motivi su cui riflettere e che destano preoccupazione si moltiplicano incessantemente. Non ultimo, quello che, pur essendo visibile, nei mass media è occulto o appena accennato: la riduzione delle fonti di finanziamento agli interventi della Rai, di Mediaset e delle commissioni ministeriali, un cerchio che così stretto non l'ha mai conosciuto il cinema italiano e che delimita i giochi dell'invenzione e tende a riprodursi nello sfruttamento delle più recenti e prodigiose novità portate dalla tecnologia. C'è, lo si ammetta con franchezza, negli orditi strutturali e negli ordinamenti ancora in vigore una crisi di libertà che sovrasta ogni altra insufficienza e inadeguatezza. A questa si aggiungono gli sbandamenti di quanti rinunciano a leggere criticamente la contemporaneità e ad essere tentati dalle misure della profondità, che non è prerogativa di un genere ma la ragione d'essere di ogni autentica conoscienza.

Liberazione 5.9.07
Jervis, relativismo non è indifferenza
di Girolamo De Michele


Al dibattito in corso sul relativismo si è iscritto ultimamente Giovanni Jervis, autore di quel Manuale critico di psichiatria che è stato un punto di riferimento per il pensiero critico degli anni Settanta. In Contro il relativismo (Laterza, 2005) e Pensare dritto, pensare storto. Introduzione alle illusioni sociali (Bollati Boringhieri, 2007) Jervis ha unito una chiara difesa delle verità scientifiche con un esplicito rifiuto del relativismo, da lui inteso come indifferenza verso i valori ed indiscriminata equiparazione di culture e stili di vita: in definitiva, una versione estrema del nichilismo, alla cui radice è la scissione nietzscheana tra fatti e interpretazioni, una sfiducia nell'idea di oggettività che conduce, intenzionalmente o meno, ad attribuire un ruolo eccessivo alla soggettività. Per contro, Jervis rivendica un realismo (che chiama anche empirismo) incentrato sull'esistenza di fatti verificabili. «Ci occorre comunque qualche bussola», una migliore conoscenza della mente umana che ci aiuti a distinguere tra fatti e percezioni dei fatti. Jervis fornisce un breve elenco di stereotipi che alterano la nostra percezione dei fatti: la deformazione del nostro modo di interpretare il comportamento altrui, per effetto del quale tendiamo a sottovalutare l'influenza della situazione per sopravvalutare le caratteristiche del protagonista; la percezione dei comportamenti altrui «come dovuti a intenzioni dirette a un fine», una sorta di predisposizione alla percezione del finalismo, laddove «non tutti gli eventi che colpiscono la nostra immaginazione dipendono da intenzioni consapevoli» perché il caso e l'inconsapevolezza «hanno un'importanza che non sempre siamo disposti a riconoscere»; la tendenza a credere che un fenomeno debba avere una sola causa. In questi stereotipi, o pre-giudizi, l'inquietante e un po' caotica complessità del pluri-verso viene trasformata in un rassicurante uni-verso ordinato secondo un riconoscibile ordine dei fini: l'offerta di valori assoluti contro una generica modernità pervasa dal relativismo, dallo scientismo e dal positivismo si avvale sapientemente di questi pre-giudizi.
Per Jervis un fatto è un'asserzione scientificamente accertata e dimostrabile: alcune affermazioni sulla natura umana sono quindi fatti, ovverosia esiste una natura umana: «uno dei punti fermi della moderna antropologia scientifica è che una natura umana esiste, e proprio in senso biologico». Particolarmente interessante è la metafora della mente umana come «coltellino svizzero»: le nostre facoltà mentali, comprese le più evolute e astratte, sono «come strumenti, due lame, un giravite, forbicine, e che questi strumenti [sono] utili a fare mille cose, ma non tutte, perché ciascuno di essi ha i suoi impieghi e i suoi limiti». L'invariante biologico della natura umana è l'assenza di un'adeguata dotazione originaria in termini di strumenti fisici e mentali, habitat, capacità, alla quale l'essere umano sopperisce con l'adattabilità. Sono evidenti gli echi di una linea antropo-filosofica che, partendo da Bolk e Gehlen, riconosce che i tratti invarianti della natura umana implicano la massima variabilità dell'esperienza: l'invariante biologico che contraddistingue l'esistenza dell'animale umano è riconducibile non a una supposta natura immutabile e teleologicamente ordinata, ma al concetto filosofico di potenza (dynamis). Non a caso Jervis ha in passato approfondito il concetto di identità come conquista, come processo che, pur partendo da alcune costanti genetiche, viene costantemente modificato dal contesto sociale e dal conflitto tra identità individuale e identità sociale. Qui, però, Jervis rischia di contraddire se stesso. Se infatti il richiamo all'imprescindibilità del fatto scientifico è una salutare ventata sui miasmi del dilagante antiscientismo teocon, è però vero che nel suo radicale anti-relativismo Jervis finisce per incorrere nell'errore opposto: sottovalutare l'importanza delle interpretazioni con valore di fatto rispetto al mero dato scientifico. Se il fatto è il carattere potenziale della natura umana, dunque l'assenza di verità come destino, con buona pace dell'ebete passività con cui le greggi riminesi compitavano che «la verità è il destino per cui siamo stati fatti»: allora l'interpretazione di questo fatto, la potenza che sostanzia i diritti e i valori che si innestano su questa natura indifferenziata, ha almeno tanta realtà quanto il fatto stesso. Dove Jervis sbaglia è nel far coincidere il relativismo con l'indifferenza: come effettivamente accade nel relativismo accademico americano (sostanzialmente indifferente alla concreta durezza della vita), o nel pensiero neo-reazionario che ripropone una raffinata versione del razzismo mascherata dal rispetto per le differenze culturali. Ma che il relativismo sia solo questo è la tesi cara a Ratzinger e ai suoi atei devoti: per combattere la quale il sano materialismo di Jervis, una volta smussati i suoi eccessi, è un utile compagno di strada.

Liberazione 5.9.07
Intervista allo storico britannico, domani al Festivaletteratura di Mantova, autore di un discusso libro sulle guerre persiane.
Alla sua uscita in Italia Luciano Canfora ha accusato lo studioso di fare dello scontro di civiltà una costante della storia
Tom Holland: «Occidente e oriente eterni nemici fin dai greci»
di Tonino Bucci


Perché i popoli dell'est e quelli dell'ovest trovano tanto difficile vivere in pace? Questa domanda secondo lo storico britannico Tom Holland avrebbe senso ancora oggi. Stando a quel che scrive nel suo libro Fuoco persiano. Il primo grande scontro tra oriente e occidente (il Saggiatore, pp. 416, euro 22) che presenterà domani anche al pubblico italiano al Festivaletteratura di Mantova, la domanda sarebbe da attribuire nientemeno che a Erodoto. Già a quei tempi, quarant'anni dopo le guerre che videro vincitori i Greci sui Persiani tra il 490 e il 480 A.C., l'occidente avrebbe maturato una sua identità proprio in contrapposizione all'oriente.
Almeno così la pensa Tom Holland, studioso di storia antica e divulgatore per la Bbc radio di Erodoto, Omero, Tucidide e Virgilio. Soltanto dopo la vittoria sullo sconfinato impero fondato dai re persiani Ciro, Serse e Dario, i Greci avrebbero elaborato l'archetipo della democrazia opposta al dispotismo orientale, il vero mito fondatore dell'occidente. Non la pensa invece così Luciano Canfora, storico e filologo classico - con Holland domani mattina a Mantova - che già questa estate, sulle pagine del Corriere, ha accusato Holland di adottare uno schema troppo semplice e lineare. Avrebbe potuto, dice, citare conflitti di analoga, se non maggiore importanza: la guerra del Peloponneso tra gli Stati greci oppure l'antagonismo tra l'impero romani e i Germani. Invece parla dello scontro oriente-occidente come di un «presupposto duraturo della storia» senza accennare agli intrecci e agli scambi che esistevano tra Greci e Persiani. Ma soprattutto, accusa Canfora, «è il corto circuito tra l'antico e l'odierno conflitto che non funziona. L'oriente contro cui oggi reputiamo (o meglio alcuni reputano) di essere in guerra non è che una creazione retorica».
E poi, la democrazia ateniese non era esente da limiti. C'erano schiavi e discriminazione delle donne. Per non parlare di Sparta. Non a caso - ed è lo stesso Holland a rammentarlo - Hitler ci vedeva il prototipo di una élite, di una comunità razziale incontaminata, che si affermava grazie allo sfruttamento selvaggio delle popolazioni confinanti, considerati ilioti, alla stregua di subumani. «Ma questo - continua Holland - non significa che Atene non fosse un nobile ed eroico esperimento senza precedenti nel medioriente».

Canfora la accusa d'aver trasformato la contrapposizione oriente-occidente in una costante della storia. Come risponde?
In realtà non affermo una cosa simile. Quello che ho detto è che le guerre persiane servirono a dare ai Greci, per la prima volta, un senso della propria identità, assieme a una idea di Asia ed Europa come due entità destinate - e sono parole di Erodoto - a una inimicizia perpetua. Più tardi, nel XVI secolo, con la riscoperta della cultura greca, unita al diffuso allarme per l'espansionismo ottomano, quell'idea è risorta. Senza dubbio dai tempi di Mointagne la storia delle guerre persiane è servita all'occidente come mito fondativo della propria civiltà. Come l'archetipo della libertà contro la schiavitù e dell'austera virtù civica contro il dispotismo decadente. Prima del XVI secolo, invece, la nozione classica di est e ovest aveva poca risonanza anche tra le persone più dotte. Per un motivo ovvio. Nel medioevo a definire l'occidente era il cristianesimo.

Appunto, così non si giustifica lo slogan dello scontro di civiltà?
Ma è forse uno slogan parlare della possibilità di uno scontro tra civiltà? Cos'altro erano le guerre persiane se non un conflitto tra culture? Certo, non era un reciproco rispetto delle diversità! I modelli politici e sociali della Persia e di Atene erano così profondamente opposti che sarebbe ipocrita non usare l'espressione scontro di civiltà per descriverne il conflitto. La storia non sempre è politicamente corretta.

Ammetterà che l'uso del linguaggio non è neutro. Scontro di civiltà è un'espressione del nostro tempo e fa il gioco di chi pensa che la guerra oggi sia inevitabile. O no?
Certo, è vero. Questa tesi ha acquistato un significato per noi nei primi anni del XXI secolo. Ma non penso che questo la renda inadeguata a descrivere ciò che accadde in Grecia tra il 490 e il 480 A.C. Fu uno scontro tra civiltà e per i Greci vincitori si risolse in un senso di superiorità che prima non avevano. Da qui inizia l'autoidentità dell'occidente, dalla vittoria sull'oriente che da allora in poi venne visto come estraneo, allo stesso tempo militarista ed effeminato. Tutti cliché che iniziarono di nuovo a circolare in Europa durante il XVI secolo quando venne riscoperta la storia delle guerre persiane. Perché l'espressione scontro di civiltà provoca oggi così tante reazioni, sia da parte di chi crede che islam e occidente siano davvero destinati a entrare in collisione, sia da chi è contrario ad applicarla alla geopolitica contemporanea? Proprio per la sua antichità. Perché la nostra storia comincia con quello scontro, ha preso forma da lì. Per noi forse oggi non è nulla più che una frase, ma per i Greci era l'autentica descrizione di ciò che gli stava succedendo. E tentare di abolirla o negarla significa distorcere ciò che in passato ci ha reso così come siamo oggi. Nel bene e nel male.

Ma non pensa che il concetto di oriente sia relativo? Non si fa confusione tra presente e passato, tra l'islam visto con gli occhi di Bush e l'oriente visto da un greco del 490 AC?
Bush, quando usa la frase "asse del male", non fa che riflettere una concezione del mondo diviso tra forze rivali della luce e dell'oscurità che deriva, in ultima istanza, da Zoroastro, antico profeta dell'Iran. C'è una sottile ironia, no? Certo, se c'era qualcuno che nel 490 A.C. vedeva il mondo in questi termini, era proprio Dario. L'espressione "asse del male" non avrebbe avuto significato per un ateniese.

Non crede che gli intellettuali occidentali di oggi abbiano ancora molto da imparare da Erodoto, lo storico per eccellenza, dalla mente aperta e senza pregiudizi nei confronti delle altre culture?
No, non credo. Quale altra cultura ha avuto interesse per le civiltà e le conquiste dei propri rivali? Davvero credo che il giudizio di Edward Said sugli intellettuali - ogni loro curiosità per l'altro era implicitamente imperialistica - fosse troppo severo. Detto questo, certo, Erodoto ha più appeal di Ibn Khaldun che scrisse una "storia universale" senza interessarsi all'occidente cristiano.

Non è un punto di vista ingenuo credere a una curiosità disinteressata dell'occidente per le altre culture? E il colonialismo, dove lo mettiamo?
Sì, però mi riferivo agli intellettuali. Ripeto, è il punto di vista di Edward Said secondo cui ogni interesse per l'oriente sarebbe cripto-imperialista che mi sembra riduttivo. Davvero si può pensare che ogni interesse per una cultura straniera nasconde un atto d'aggressione? Altra cosa - è ovvio - pensare che gli interessi economici per le terre degli altri siano benevoli...

martedì 4 settembre 2007

Liberazione 4.9.07
Sinistra, parte da Orvieto la campagna d'autunno
di Stefano Bocconetti


In fondo è facile. Basterebbe mettere davanti allo specchio l'immagine di Orvieto disegnata sui giornali. E guardarla al contrario. Perché i più grandi quotidiani si sono occupati di questo appuntamento - importante, forse il più importante per la sinistra nella ripresa autunnale - con un approccio molto simile fra di loro. Certo, nei titoli non si usavano le stesse parole, le stesse frasi. Anche la scelta degli aggettivi rivelava differenti sensibilità. C'è stato però un atteggiamento comune, un modo di guardare a quel che è accaduto nelle giornate di dibattito organizzate dal movimento di Mussi, che si può sintetizzare così: «Sì, insomma, la cosa rosa si farà pure, ma intanto c'è il 20 ottobre». Intanto c'è quel macigno della manifestazione indetta da Liberazione, il Manifesto e tanti intellettuali, che fa discutere. Divide.
Un'immagine che forse andrebbe semplicemente rovesciata. Esattamente come in uno specchio. Perché chiunque abbia partecipato alle iniziative della Sinistra democratica sa che da lì sono uscite davvero delle "notizie". Notizie grosse, che riguardano la sinistra, tutta. "Intanto" c'è la scelta - netta, inequivocabile - per la costruzione di un nuovo soggetto della sinistra. Per una sinistra "plurale e federata". Cioè unita. Una scelta - l'hanno notato in pochi - che non è stata proprio indolore per Mussi e i suoi. L'hanno fatta pagando un prezzo. Sciogliendo l'ambiguità che li teneva uniti a dirigenti come Angius. Che da sempre si muovono in un altra prospettiva: quella di rimettere insieme i pezzi della diaspora socialista, più qualcos'altro. Mettere insieme quell'1,5-2 per cento che consentirebbe loro di trattare meglio con Veltroni. Ora Angius se n'è andato. Ma forse sarebbe meglio dire che è stato costretto ad andarsene da un movimento che non ha concesso nulla al suo progetto di costituente socialista. Anzi - perché non dirlo? - l'ha anche un po' deriso.
Mussi ha scelto altro, allora. Una scelta che avrebbe forse potuto fare già due mesi fa - anche questo è vero - e così avrebbe imposto altri temi all'ordine del giorno della politica d'agosto. Ma ora l'ha fatta. E adesso non è solo più l'intenzione di qualche anziano leader, non è più solo l'auspicio del dirigente più illuminato. E' una proposta ufficiale. E forse a ben guardare è già più di una proposta. Perché ad Orvieto un minuto dopo che quella proposta era stata accettata dal suo movimento - discussa, valutata e accettata in quell'organismo un po' assemblea, un po' comitato centrale che guida la Sinistra democratica - Mussi l'ha rilanciata in un dibattito pubblico. L'ha rilanciata direttamente a Franco Giordano, in una discussione davanti a centinaia di persone domenica pomeriggio. E la sinistra, i sostenitori della sinistra, hanno subito incassato un altro sì. Atteso, attesissimo a giudicare dagli applausi che hanno accompagnato le parole del segretario di Rifondazione.
Sì all'idea che la "cosa" sarà federata, la forma più realistica di unità. Sì al progetto di fare una "cosa" plurale. Dove conviveranno "più" culture, più storie. Storie: e non è affatto detto che debbano considerarsi esaurite.
Perché Sinistra democratica continuerà la sua battaglia per cambiare l'Internazionale socialista, perché Sinistra europea continuerà a provare a disegnare un altro modo d'essere forza politica: mettendosi in relazione ai movimenti, alle comunità di base. E queste esperienze potranno e dovranno convivere. Sinistra plurale.
Orvieto, insomma, ha raccontato che la "cosa rossa" - espressione che non piace a Mussi ma che invece rende bene l'idea - in qualche modo è cominciata. Non s'è solo delineata in un ipotetico futuro, come era fino a qualche settimana fa. Perché "intanto" - ora, subito - ci sarà il coordinamento dei gruppi parlamentari, ci saranno le riunioni per approfondire la battaglia comune sulla finanziaria. Quattro, cinque punti da conquistare, da strappare alla filosofia ragionieristica di Padoa Schioppa.
Si fa, allora. Al punto che qualcuno già valuta se allearsi o meno che questa nuova "cosa". Sì, perché sempre lì, ad Orvieto, al dibattito con Mussi e Giordano, c'era anche Intini, dello Sdi. Che ha un altro obbiettivo - lo stesso di Angius - ma che tranquillamente parla già di possibile intese future, di battaglie comuni. Fra ciò che - e se - verrà fuori dalla costituente socialista e la "sinistra". Gli altri, insomma, gli osservatori, la danno per avviata.
Già, ma da qui a lì, c'è di mezzo il 20 ottobre. La notizia, la vera notizia per tutti i giornali. Certo, in fondo basterebbe rispettare l'esatta gerarchia disegnata dalle giornate di Orvieto - s'avvia la "cosa rossa" e poi c'è il problema della manifestazione - per riportare la questione nella sua giusta dimensione. Ma forse non basterebbe, perché un problema c'è. Mussi e i suoi dicono che fra poco partirà la vera campagna d'autunno contro il governo. Quella voluta dalla destra dell'Unione. E dentro questa destra ci mettono anche il piddì, tutto il piddì. L'attacco a Prodi, insomma, verrà dai moderati, la sinistra non può offrire il pretesto e dar loro una mano. Senza contare che non sono contentissimi dell'idea che debbano limitarsi ad aderire ad una manifestazione che è stata proposta e suggerita da altri. Dicono allora che vorrebbero discutere modalità, tempi. Vorrebbero discutere del segnale che la manifestazione invierà. Ma a nessuno questo sembra uno scoglio insormontabile. Sempre lì, ad Orvieto, Giordano ha già detto che da parte di Rifondazione c'è la massima disponibilità a parlare di tutto. E insieme - Prc e Sinistra democratica - chiederanno di discutere con gli organizzatori di modi, tempi, caratteri della manifestazione. C'è la disponibilità a trovare le forme nelle quali la sinistra - tutta - si parli, si confronti. Lui, Giordano, è tornato a parlare di "stati generali" della sinistra.
Una sinistra che però deve far sentire la sua voce, E anche - perché no? - la sua forza. Quella che mi misura - da che politica è politica - pure nelle piazze. Una sinistra che in ogni caso non può subire i diktat dei vari Rutelli, Mastella e Veltroni.
Se c'è possibilità di mediazione sulla manifestazione, si saprà a giorni. Forse ad ore. E magari la sintesi è più facile di quel che appaia ai grandi quotidiani. Perché tutti - o almeno gran parte dei protagonisti di questa nuova "cosa rossa" - su una cosa si sono ritrovati in perfetta sintonìa. Sull'idea che il nuovo soggetto non nasce per addizione. Questo più quello, più quell'altro ancora. Nasce ad una condizione: che la "cosa rossa" cambi la politica. Il modo di fare la politica. Che anche nei suoi atti istitutivi segnali l'idea di voler essere altro da ciò che la circonda. Sì, anche con gesti simbolici. Giordano la chiama "partecipazione", Mussi "spinta dal basso", altri in altri modi. Ma il senso è quello. La "cosa rossa" o è fatta dalle persone o semplicemente non sarà. E allora, forse, la discussione sul 20 ottobre - se non nasconde altro - vista da fuori sembra davvero un po' incomprensibile. Quel corteo - o quel corteo e quel convegno, o quel corteo, quel convegno e quella raccolta di firme per far rispettare il programnma dell'Unione, come suggerisce Pecoraro Scanio - sarebbe il segnale - il simbolo - che le persone, uomi e donne, vogliono che Padoa Schioppa allarghi il cordone della borsa. Vogliono che in Italia ci sia una sinistra "a due cifre". Oggi per far rispettare il programma, domani per disegnare un'alternativa. Vogliono contare, vogliono dare un "senso", il loro senso, alla cosa rossa. E se Veltroni fosse di sinistra direbbe che "la partecipazione non è né di Rifondazione, né di Mussi". E' di tutti.

Repubblica 4.9.07
Che senso ha la parola socialista nel XXI secolo?
di Anthony Giddens


Ho preso parte di recente a Parigi a un convegno dei "Gracques", un autorevole gruppo nella compagine della sinistra francese formato da ex dirigenti pubblici di alto livello, ambasciatori e altri personaggi di spicco. In linea di massima si tratta di un gruppo progressista, interessato a traghettare la sinistra nel nuovo secolo, compito molto più gravoso in Francia che nella maggior parte degli altri Paesi, dal momento che in Francia la sinistra è rimasta più tradizionale che altrove. Molti continuano a ritenere obiettivi primari della sinistra respingere le forze della globalizzazione, opporre resistenza all´americanizzazione, mantenere così come sono i sistemi del welfare invece di riformarli.
Ho dichiarato che le loro politiche oggi sono quadridimensionali. La divisione tra sinistra e destra è ancora significativa. A sinistra qualcuno crede nel progressismo, la capacità di plasmare la Storia in meglio; nella solidarietà, per una società dalla quale nessuno sia escluso; nell´eguaglianza, e quindi nella riduzione delle disuguaglianze affinché di riflesso la società ne benefici nel suo complesso, e infine nel fatto che le istituzioni pubbliche o statali siano indispensabili a perseguire questi obiettivi. Nondimeno, in un mondo in rapida evoluzione esiste un´altra dimensione di grande importanza, quella che vede contrapposti modernizzazione e conservatorismo.
Modernizzare significa delineare politiche che ci consentano di adattarci a un mondo diverso da quello del passato, un mondo nel quale il principale motore di cambiamento è la dilagante globalizzazione.
Non necessariamente oggi possiamo tuttora identificare la destra politica con il conservatorismo: vi sono modernizzatori di destra, infatti, e Sarkozy ne è il principale esempio. Il futuro della sinistra – così ho fatto presente al convegno – in Francia ma anche più in generale, dipende dal saper abbracciare la modernizzazione, in altre parole, nel saper concepire e programmare politiche che ci aiutino a preservare e migliorare i valori di centrosinistra nell´epoca della globalizzazione. Abbiamo l´obbligo di persuadere i conservatori della sinistra – coloro che non si discosterebbero mai altrimenti dalle teorie e dalle dottrine concepite per un´epoca passata – a imboccare una direzione modernizzatrice.
Per quanto mi riguarda, mi sta bene che a sinistra taluni continuino a dirsi socialisti, purché riconoscano che oggi questa parola è una semplice etichetta per schierarsi a sinistra. Il socialismo in quanto tale, in ogni caso, è un progetto sepolto, in quanto si basava sull´idea che un´economia regolata potesse sostituire i meccanismi di mercato, e si reggeva sulla tesi che il capitalismo potesse essere superato da un modello di società profondamente diverso. Il socialismo era figlio della società industriale, laddove invece noi viviamo oggi in una società (globalizzatrice) post-industriale, con una compagine diversa di classi sociali e dinamiche a loro volta diverse. Non possiamo più definire la sinistra in termini di lotta della classe lavoratrice: la classe lavoratrice si sta vieppiù contraendo. La sinistra oggi deve guardare ben al di là dei suoi fautori di lunga data. La sinistra può avere successo soltanto come "centrosinistra".
Le mie idee sono state accolte molto positivamente al convegno. All´indomani della sconfitta subita, la sinistra francese sta cercando ora di rigenerarsi. Anche altri oratori hanno parlato di argomenti molto simili e di questo stesso tenore. Uno di loro è stato il sindaco di Roma Walter Veltroni, che ha scatenato un putiferio sostenendo che l´Internazionale Socialista dovrebbe essere modernizzata nello stesso modo delle sinistre interne dei diversi Paesi. La storia dell´IS sintetizza l´evoluzione della sinistra, con le sue continuità ma altresì con le sue spaccature interne. Fu fondata più o meno intorno all´inizio del Ventesimo secolo, e divenne veicolo del "socialismo democratico", ovvero la corrente di coloro che auspicavano l´affermazione del socialismo tramite il processo democratico, piuttosto che con l´intervento di una rivoluzione. L´Is fu sciolta durante la Prima Guerra Mondiale, rifondata e nuovamente scissa in frammenti distinti. Esiste, così come è strutturata oggi, dal 1951 e le sono affiliati circa 160 tra partiti socialisti e socialdemocratici.
Sulla carta, l´Internazionale Socialista è molto attiva. Nella sua carta costitutiva dichiara di volersi occupare di tutte le problematiche e i dilemmi di fondo della società odierna. È composta da una molteplicità di gruppi di lavoro e spesso invia missioni e delegazioni in varie regioni della Terra. Alcuni dei più illustri leader di centrosinistra degli scorsi anni ne sono diventati presidenti, tra loro Willy Brandt, Pierre Mauroy e Antonio Guterres. In pratica, però, quantunque sforni rapporti e studi aggiornati e dettagliati, ha scarsa influenza. Il suo budget annuale è nell´ordine del milione e mezzo di euro circa, col quale deve coprire tutti i suoi costi di gestione. La maggioranza degli europei forse non ne ha mai neppure sentito parlare. Stanti così le cose, non c´è paragone alcuno con gli obiettivi originali dell´organizzazione, che si riprometteva niente meno che il trionfo del socialismo su scala internazionale.
Veltroni ha suggerito di cambiare il nome dell´Internazionale Socialista, e al contempo di rinnovarne e migliorarne la missione. L´Is potrebbe essere rilanciata con il nome di "Associazione dei Socialdemocratici", per esempio, o con altro nome simile. Nell´Is attualmente sussiste una definizione piuttosto dogmatica di "socialista" e di "socialdemocratico", in base alla quale si decide quali partiti possano candidarsi per una affiliazione a tutti gli effetti. Questo è uno dei motivi che ne spiega la ridotta influenza. Il più importante partito di centrosinistra del Paese più potente al mondo, il Partito Democratico degli Stati Uniti, non ha diritto di affiliazione. L´unico partito americano affiliato all´Is è il piccolo partito dei Democratic Socialists of America. Neppure il Congress Party indiano, Paese che conta oltre un miliardo di abitanti, ha diritto di farne parte in qualità di membro.
Chiaramente, il suggerimento di Veltroni è in qualche modo nel suo stesso interesse: il nuovo Partito Democratico Italiano in via di creazione, composto da ex partiti distinti della sinistra, potrebbe in effetti ritrovarsi escluso dall´Is. Nondimeno, è corretto dire che in questa proposta vi è una posta in gioco decisamente più importante. Sono d´accordo con la proposta di Veltroni: l´Internazionale Socialista deve riformarsi e modernizzarsi nel suo stesso interesse. "Socialismo" e "socialista" sono termini, come ho già avuto modo di dire, ormai essenzialmente privi di significato. Di sicuro, non vi è motivo di insistere sulle linee di demarcazione tra partiti progressisti che contengono nella propria denominazione i termini di "socialista" e di "socialdemocratico", e tra questi e quelli che non l´hanno proprio. Un cambiamento di nome, unitamente a una rinnovata modalità di affiliazione, in sé e per sé non porterebbe alla ribalta l´Is dandole maggior influenza a livello globale, ma sarebbe quantomeno un inizio.
Traduzione di Anna Bissanti

Repubblica 4.9.07
E in Spagna camicia di forza per espellere i clandestini
La protesta di Amnesty: si violano i diritti umani degli immigrati
di Alessandro Oppes


MADRID - Espulsi, caricati sugli aerei che li dovranno riportare ai paesi d´origine, e in più immobilizzati con camicie di forza, la testa coperta da un casco. Sembrerà paradossale, ma il governo Zapatero sostiene di averlo deciso per il loro bene: perché i clandestini costretti a lasciare la Spagna non abbiano tentazioni autolesionistiche. Eppure, il nuovo «protocollo di sicurezza» per i rimpatri elaborato dal ministero dell´Interno - anticipato dal quotidiano «El País» - ha subito provocato una valanga di polemiche. Dalla presidente della sezione spagnola di Amnesty International, Eva Suárez-Llanos, secondo la quale le nuove norme «contravvengono alle raccomandazioni del commissario europeo per i diritti umani», a Sos Racismo, che chiede al Difensore del popolo Enrique Múgica di studiare la costituzionalità del protocollo.
L´urgenza di rivedere le procedure di espulsione degli immigrati è diventata pressante tre mesi fa, dopo la morte a bordo di un volo dell´Iberia di un giovane nigeriano, Osamuyia Aikpitanhi, di 23 anni, che veniva riportato a casa sotto scorta di tre agenti di polizia. Il ragazzo con 11 precedenti per aggressione in Spagna e un´accusa di omicidio in Nigeria, venne imbavagliato dopo aver morso un poliziotto e morì probabilmente per aver ingerito la benda e il fazzoletto con il quale tentavano di tappargli la bocca. Uno scandalo.
Per questo il governo ha deciso di correre ai ripari. Il nuovo protocollo stabilisce una serie di norme a garanzia dei clandestini espulsi: ad esempio, che non potranno essere drogati o costretti ad assumere farmaci che ne compromettano «le funzioni vitali». Gli agenti che li accompagnano dovranno poter disporre di un rapporto medico in base al quale decidere se lo stato di salute dell´immigrato garantisce «un trasferimento degno e sicuro». Ma il punto critico viene quando si tratta di decidere il comportamento da adottare nei confronti dello straniero espulso che decida di fare resistenza: i più violenti «potranno essere immobilizzati con mezzi che non ne pongano in pericolo l´integrità fisica». In che modo? Con «caschi di autoprotezione» e con «cinture e capi immobilizzatori autorizzati», leggasi camicie di forza. Il tutto, si assicura, rispettando «l´onore e la dignità» della persona.

Repubblica 4.9.07
Il diessino: "Sd è un´occasione persa"
Tra Angius e Mussi idillio già finito


ROMA - La strada comune di Gavino Angius con la Sinistra Democratica di Fabio Mussi è arrivata al capolinea. Alla separazione definitiva manca solo l´addio ufficiale. Ma dopo l´assenza del vicepresidente del Senato alla Festa di Sd, adesso a sancire lo "strappo" è stato l´appello sottoscritto con Boselli e Valdo Spini per la costruzione in Italia di «un partito del socialismo europeo». «Sinistra Democratica ha perso un´occasione per avere un ruolo ed un profilo autonomo», rimprovera Angius per il quale sarebbe stato opportuno lavorare appunto con lo Sdi e le altre forze del socialismo italiano ad un nuovo soggetto politico in grado poi «di confrontarsi con le altre forze della sinistra. Questo non è avvenuto. Rispetto le scelte, ma non le condivido». Il progetto della "cosa rossa" con Prc e Pdci, dunque, non convince Angius. Per questo ecco il manifesto sottoscritto insieme al capo dello Sdi Boselli per «un nuovo partito socialista». Anche perché, dice proprio il segretario dello Sdi, «non è possibile che in Italia manchi una forza ispirata al socialismo». L´obiettivo e porre fine alla "diaspora socialista". E non è un caso che a Angius non dispiacerebbe definire gli aderenti al nuovo progetto semplicemente «neosocialisti».

Repubblica 4.9.07
Per la prima volta il Centro boccia la Germania
Il Wiesenthal contro Berlino "Impuniti i criminali nazisti"


BERLINO - Per la prima volta quest´anno la Germania merita una «insufficienza» in materia di caccia ai criminali nazisti. «Considerato l´alto numero di sospetti, ci aspettavamo migliori risultati dal sistema giudiziario», ha detto Efraim Zuroff, portavoce del centro Simon Wiesenthal di Gerusalemme presentando il rapporto annuale. Tra l´aprile 2006 e il marzo 2007 in Germania non è stato aperto un processo o condannato un criminale nazista. Critiche ad Austria, Polonia, Lituania, Lettonia e Canada per non essere arrivati ad alcun procedimento penale. Gli Stati Uniti sono stati lodati per il loro impegno. Zuroff ha ricordato che negli ultimi sei anni la Germania ha messo in prigione tre ex criminali di guerra, gli Usa 34.

Repubblica 4.9.07
La velocità della luce e della vita
Cosa cambia da una generazione all'altra
di Luca e Francesco Cavalli-Sforza


Il tempo tra genitori e figli ci permette di misurare il cambiamento biologico
In quasi tutti gli organismi la mutazione deve venir mantenuta entro limiti ristretti
Anche la rapidità del cambiamento è un fenomeno automaticamente controllato dalla selezione naturale

L´evoluzione biologica è lentissima, ma vi sono importanti eccezioni. La teoria moderna si basa su teoremi matematici, e data la nota avversione ai numeri della maggior parte delle persone, soprattutto di chi ha fatto solo studi classici e viene considerato, almeno in Italia, unico latore delle conoscenze che veramente contano, che speranza abbiamo noi di spiegare la teoria moderna dell´evoluzione sulle pagine della Cultura, pur sui migliori giornali italiani, partendo da teoremi matematici?
Per fortuna vi sono strade più semplici: si possono usare, ad esempio, pochi numeri facilmente comprensibili a chiunque, perché si tratta solo di capire se sono grandi o piccoli. Per cominciare, diciamo subito che se l´evoluzione è lenta, vuole dire che la sua velocità è bassa. Tutti conosciamo almeno una velocità: quella dell´automobile, lo spazio percorso nell´unità di tempo. Nel caso dell´auto usiamo velocità misurate in chilometri all´ora, cioè ci serviamo dei chilometri come unità di spazio e dell´ora come unità di tempo. Studiando la velocità della luce, che è molto più rapida, usiamo di nuovo i chilometri come unità di spazio, ma la velocità è così elevata che di solito cambiamo unità di tempo e usiamo i secondi. Scopriamo che la luce è enormemente più veloce, perché copre 300.000 chilometri al secondo. Sappiamo che in un´ora vi sono 3600 secondi, per cui possiamo calcolare quanto la luce è più svelta di un automobile che viaggia a 120 chilometri all´ora. Risposta: nove milioni di volte. Ma nel caso che ci interessa qui vogliamo calcolare velocità di evoluzione.
Le velocità di evoluzione biologica di diversi organismi sono assai differenti. Per misurarle abbiamo bisogno di valutare il cambiamento che subisce una popolazione che evolve, e ci serve un´unità ragionevole per misurare il tempo in cui il cambiamento avviene. Si dà il caso che l´unità di tempo più utile non sia qui la scala del tempo astronomico, come l´ora o il secondo o l´anno luce, bensì la generazione. Il tempo biologico è quello necessario per riprodursi: un batterio può metterci venti minuti, anche dieci soltanto, mentre la nostra specie impiega in media venticinque o trent´anni, a seconda che si tratti di donne (25) o di uomini (30). Il tempo di generazione è l´unità che ci permette di misurare l´evoluzione biologica, e ci dice che il rapporto tra velocità di riproduzione, e quindi anche di evoluzione, di batteri e di uomini è come quello tra minuti ed anni. Grosso modo, quindi, un batterio può evolvere 500.000 volte più rapidamente di noi.
Quale cambiamento evolutivo possiamo attenderci in una generazione? Anche qui, vediamo che la risposta cambia assai secondo la specie e il tipo di cambiamento che consideriamo, però alla fine del ragionamento ritroveremo alcune costanti: scopriremo, in particolare, che il cambiamento evolutivo fondamentale avviene in media con la stessa velocità per generazione nei batteri come negli uomini.
Una popolazione di batteri del tifo o della polmonite può aumentare in meno di un giorno da un batterio a un miliardo di batteri, alla temperatura che trova nel corpo umano. Raggiunto quel numero, potrebbe avere prodotto abbastanza sostanze tossiche da provocare una rapida morte del malato. In realtà non succede, perché trova una grande resistenza in quasi qualunque organismo umano, e per ucciderlo può impiegare otto giorni per la polmonite, un mese per il tifo. Oltre a queste difese biologiche, l´uomo ha sviluppato, sempre per evoluzione biologica ma molto più di qualunque altro animale, una nuova arma, l´evoluzione culturale. Grazie a questa, il secolo scorso ha visto ridursi quasi a zero la probabilità di morire di tifo o di polmonite in un Paese con una struttura sanitaria moderna, mentre in precedenza la probabilità di sopravvivere a tifo o polmonite non era lontana dal 50%. Il merito spetta qui a chemioterapie e antibiotici.
Ma anche i batteri hanno un´arma biologica per evolvere, la stessa di cui dispongono tutti gli organismi viventi, cioè la mutazione, per cui possono sviluppare resistenza ad ogni possibile antibiotico (benché con probabilità molto bassa, come è vero per tutte le mutazioni). Le mutazioni di resistenza batterica sono sufficienti ad annullare la difesa fornita dall´antibiotico, per cui dobbiamo continuare a produrne di nuovi, che ci difendano dai germi divenuti resistenti ad antibiotici più vecchi e ormai inutili. È una lotta tra la mutazione nei batteri e la nostra capacità inventiva. Esauriremo un giorno tutti i possibili antibiotici, correndo il rischio di non riuscire a mantenere il livello di protezione attuale? È difficile dare una risposta. Lo vedremo in questo secolo. Ma mentre i batteri possono lottare solo con l´arma biologica della mutazione, l´arma dell´evoluzione culturale può suggerirci nuove vie di difesa.
La più grave malattia infettiva che ci minaccia oggi è l´AIDS. Abbiamo molti modi di difendercene, a partire dalla semplice prudenza. Ma anche se non vi fossero speranze di evitare il contagio, la natura avrebbe già provveduto: vi è una percentuale di europei, intorno a una media del 10%, che ha un gene che conferisce loro resistenza all´AIDS. È probabile che in passato vi siano state epidemie di virus simili all´AIDS, che hanno dato origine a questa percentuale di resistenti, e che non sia stato necessario che la percentuale dei resistenti salisse al 100% perché l´epidemia provocata da un virus simile all´AIDS si esaurisse. In modo simile, non è stato necessario vaccinare il 100% della popolazione contro il vaiolo o la difterite o altre epidemie per arrestarle. Vero è che l´evoluzione culturale (sempre lei!) potrebbe suggerire a qualche terrorista di reintrodurre vecchie epidemie.
È stata la mutazione a creare i batteri pericolosi, come quelli resistenti a un dato antibiotico, o gli individui resistenti all´AIDS, o ancora gli individui dotati di maggior immaginazione, vuoi che la usino per difenderci dai germi patogeni o per diffondere il terrore; ed è stata la selezione naturale ad aumentare il numero dei batteri pericolosi come quello degli individui resistenti. La vita è la capacità di riprodurre se stessi: mutazione e selezione naturale sono le due forze che l´hanno sostenuta e diffusa fin dai suoi inizi. Esse hanno anche reso inevitabile l´evoluzione dei primi organismi viventi, originati chissà come, portando col tempo alla comparsa dei molti milioni di specie diverse di piante, animali e microrganismi che convivono sul pianeta.
La riproduzione di un organismo vivente richiede che sia trasmesso ai figli quel "libro di ricette" che ha permesso ai genitori di compiere tutte le reazioni chimiche necessarie per procurarsi il nutrimento e usarlo per crescere, duplicare se stessi e passare copia del ricettario ai propri figli. Il libro di ricette è il DNA, e la sua riproduzione richiede un processo di copiatura. Come in tutti i processi di copia vi sono errori casuali, cioè le mutazioni, che vengono passate ai discendenti quando un essere vivente riproduce se stesso. Ciò che muta è appunto il libro di ricette: se il figlio ne riceve una versione modificata, saranno le nuove ricette ad essere eseguite. Il processo di autoriproduzione premia chi si riproduce di più, e automaticamente favorisce, nei limiti del possibile, l´aumento numerico degli organismi viventi. È così che l´errore di copia, pur essendo casuale, fa sì che l´efficienza del sistema della vita migliori automaticamente.
Vi è un limite, come è naturale, alla quantità di errori di copia compatibile con la vita. Gli errori, essendo casuali, non sono necessariamente buoni o cattivi, ed anzi la maggioranza non hanno alcun effetto, cioè non influenzano né positivamente né negativamente la capacità di riprodursi. Una parte delle mutazioni è vantaggiosa e gli individui che le portano aumentano di numero con le generazioni, mentre la parte che è svantaggiosa viene automaticamente eliminata quando passa al vaglio della selezione naturale, perché gli organismi che non si riproducono al livello della media dei loro simili tendono a scomparire nelle generazioni successive.
L´evoluzione, però, tende a produrre organismi di maggior complessità, provvisti di meccanismi di regolazione sempre più numerosi e complicati, un po´ come le automobili di oggi sono piene di automatismi elettronici, mentre all´inizio la partenza si faceva a manovella e il motore era molto più semplice. Con l´aumento di complessità sono aumentati i rischi di compromettere, con nuove mutazioni, questi meccanismi di regolazione. In quasi tutti gli organismi, tranne alcuni virus che si riproducono a grande velocità e possono quindi permettersi di perdere una frazione elevata di discendenti, la mutazione deve venir mantenuta entro limiti ristretti. Non stupisce quindi che la velocità di mutazione, calcolata per unità di generazione, sia bassa, e che sia costante anche in organismi assai diversi. La frazione di nucleotidi (le unità di struttura del DNA) che mostrano errori di copia è all´incirca la stessa nei batteri e nell´uomo: si tratta in media di una mutazione per nucleotide su qualche decina di milioni di individui per generazione.
Se un organismo fosse perfetto, gli converrebbe non avere affatto mutazioni, restando sempre uguale a se stesso. Sarebbe possibile? Per un po´ di tempo si credette che la frequenza di mutazione dovesse essere la più bassa possibile. Invece non può essere così, perché l´ambiente intorno a noi cambia continuamente, che ci piaccia o meno, sotto l´influenza di fattori cosmici, di altri organismi, e di noi stessi. Cambiano anche i nostri concorrenti (come i parassiti che si nutrono di noi). La mutazione è quindi necessaria, e l´ideale dovrebbe essere mantenerla a un livello di frequenza ottimale, non troppo alto e non troppo basso. Possono esistere situazioni in cui è vantaggioso aumentarne la frequenza, per esempio se un cambiamento ambientale drastico rende più difficile sopravvivere e riprodursi. In effetti, vi sono mutazioni che provocano cambiamenti nella velocità di mutazione di molti geni. Sottoponendo batteri ad ambienti insoliti e difficili, si è osservato un aumento fino a 100 volte della frequenza di mutazione.
C´è un bell´esempio che ci viene dalla Dafnia, un microscopico crostaceo che abita in acqua dolce. Dà bene l´idea di come un organismo può superare le difficoltà che nascono nel suo ambiente. Di solito le Dafnie sono solo femmine, non vi sono maschi. Come è naturale, nascono solo figlie femmine, per partenogenesi, in tutto uguali alle madri. Ma quando qualcosa cambia nell´ambiente, magari una variazione di temperatura, o un inquinante che minaccia la sopravvivenza della popolazione, le Dafnie rispondono cominciando a generare figli dei due sessi, maschi e femmine, che si incrociano tra loro, generando una notevole diversità nelle generazioni successive. Qualcuno dei nuovi tipi riesce a superare la crisi ambientale, se questa non è troppo grave. Quando il pericolo è passato, le Dafnie riprendono a generare solo figlie femmine, uguali alla madre e quindi ben adattate all´ambiente in cui sono nate.
Cosa ci insegna questo? che anche la velocità di mutazione è un fenomeno automaticamente controllato dalla selezione naturale. Nei batteri questo avviene in modo particolarmente semplice. Nell´evoluzione umana avviene in modo particolarmente efficiente grazie alle innovazioni (culturali) che ci aiutano a misurarci con i cambiamenti che si verificano intorno a noi. L´evoluzione culturale è uno splendido strumento per far fronte all´ignoto, ma ha i suoi limiti e i suoi pericoli, e anch´essa comunque sottostà alle leggi dell´evoluzione biologica, quindi alla selezione naturale.
(10 - continua)