In una intervista a Repubblica il ministro degli Interni sposa la nuova deriva di "law and order" che pervade ormai tutto il Piddì. Obbiettivo: tranquilizzare i futuri possibili elettori che ogni elemento di sinistra è stata estirpato e che l'Ordine, quello illusorio e finto, regnerà nel paese
Il ministro Amato sbeffeggia la sinistra cavalcando la destra e la repressione
di Rina Gagliardi
Al contrario di parecchi suoi colleghi del Pd, Giuliano Amato è una persona colta e intelligente. Ma in certi casi l'intelligenza e la cultura sono un'aggravante: come nell'intervista che il ministro dell'Interno ha concesso ieri alla Repubblica. Sollecitato da un intervistatore, se possibile, più a destra di lui, Amato spara a zero sulla sinistra, la riempie di insulti arroganti, insomma la fustiga - mentre, naturalmente, si guarda bene dal dire qualche cosa di sensato nel merito, cioè sui temi in discussione. I temi agostani della "lotta alla microcriminalità" e all'illegalità, della "sicurezza", del così detto "degrado urbano" e del "pacchetto" di provvedimenti che il governo presenterà, pare, tra qualche settimana. Una volta di più, si conferma il carattere fortissimamente ideologico, ma anche e soprattutto strumentale e bassamente demagogico, della linea sicuritaria imboccata dal nuovo partito in fieri: di qui al 14 ottobre, non faranno altro che "accarezzare" le pance dell'elettore medio, solleticarlo nelle sue paure e nel suo bisogno di messaggi simbolici forti, garantirgli che nel Partito democratico la pianta della sinistra è stata estirpata per sempre. E poi? E poi, si può star certi, tutto resterà come prima, a parte qualche lavavetri o graffitaro in galera.
Forse consapevole del fatto che sono loro - governo, Pd, sindaci-sceriffi - i veri venditori di "merce contraffatta", Amato tenta di passare al contrattacco e alza i toni. Se il Leonardo fiorentino aveva agitato Lenin, come ispiratore storico della caccia ai lavavetri romeni, il Dottor sottile estrae dal suo zaino di citazioni nientemeno che Antonio Gramsci, come massimo teorico del "diritto e della legalità" (ndr. intanto i due grandi dirigenti rivoluzionari si stanno rivoltando nelle loro tombe). Poi, taccia le posizioni critiche, e perfino le perplessità sulla scelta del "law and order", di essere il frutto di un "dibattito burattinesco", di "banalizzazioni sociologiche", di "irresponsabilità". Infine, si mette a polemizzare con i fantasmi della sociologia, cioè con chi (chi?) avrebbe detto che "la colpa (dei crimini) è sempre della società" . Qui, davvero, sembra proprio di tornare all'Ottocento, ma nel senso che Amato, che sarebbe un socialista, si sdraia sulle posizioni dei conservatori (di allora e di oggi) per spiegare che, quando una persona commette un crimine o un reato, la colpa è indiscutibilmente sua - di quella persona, di quell'individuo. Altro che banalità sociologiche: siamo alle banalità reazionarie, alla propaganda d'accatto. E alla malafede. Nessuno, a sinistra, oggi, giustifica o glorifica la "microcriminalità", nessuno fa apologia dei comportamenti illegali, nessuno si è sognato di dire o di proporre un'amnistia generalizzata, o un trattamento di favore, per i poveri "che delinquono", come si usa dire. La questione è tutt'altra e l'ha ben detta il ministro Ferrero: buttare in un unico calderone criminale i mafiosi e i graffitari, le lucciole e i gestori di racket, i ladri incalliti e i mendicanti, gli alcolisti e i camorristi "significa alzare un polverone", e nient'altro. Significa - diciamo noi - una bestialità culturale, politica, umana. Significa leggere il mondo, e pensare di governarlo o anche semplicemente di amministrarlo, sotto una sola ottica: l'Ordine con la O maiuscola, che è poi per larga parte una finzione, un'illusione. Dietro il culto dell'ordine, c'è notoriamente l'indifferenza radicale alla soluzione effettiva dei problemi: l'importante è non vederli, sottrarli alla percezione e al fastidio dei cittadini perbene, come quando si mette la mondezza sotto i tappeti - o si confina il Male (il Disordine) da qualche altra parte, nelle catacombe di Metropolis o nelle città sotterranee del crimine della Francia di Angelica.
Secondo: e la macrocriminalità? Quella vera, delle multinazionali mafiose della droga, del commercio di esseri umani, delle armi che seminano morte e guerre, del traffico di organi, dei mille racket che strozzano il Sud, dell'illegalità finanziaria, delle faide a colpi di morti ammazzati, del sudiciume in cui sprofonda la civilissima città di Napoli? Quella di cui parlava, accorato e inascoltato, il governatore della Calabria Loiero? Quella che fa fatturati da centinaia di miliardi di euro, da fare invidia al bancarellaro pakistano sotto casa mia? Alla questione della scelta delle priorità - che in politica è una questione principe - Amato risponde infastidito: fa le spallucce, e sparge un sarcasmo francamente del tutto fuori luogo. Non può dire, certo, che su questi fronti, la questione è "difficile, complessa, di lungo periodo" - potrebbe agevolmente essere accusato di parlar d'altro, o di fare troppa sociologia. Non può ammettere che l'impegno del governo non appare alla fin fine così prioritario - neppure sul terreno della lotta ai racket, visibilmente ritenuta del tutto secondaria, al punto che non si capisce a chi spetti davvero questo compito. Non può dire neppure la verità: che è tanto più facile, ed elettoralmente redditizio, cacciare in galera uno che sporca i muri, piuttosto che un boss della ‘ndrangheta. Perciò un po' si arrampica sugli specchi, un po' se la piglia con la "criminalità romena", un po', ancora, con i migranti, infine conclude che è la sinistra, in ogni caso, a non capire niente.
La sinistra moderata, che malinconia. Siamo passati da un dibattito in cui ci si misurava sulla dose necessaria, possibile e auspicabile di trasformazione sociale, sui mezzi da mettere in campo, "riformisti" o "rivoluzionari", sui compromessi accettabili e sulle "compatibilità" invalicabili, a un confronto, giust'appunto ottocentesco, sull'esistenza stessa di questa nozione. Inutile che Amato ci giri intorno: non la singola vicenda della "sicurezza", non idee assurde (speriamo decadute) della "questua molesta" da punire mandando i questuanti in un campo di lavoro, non la voluttà di città "ordinate" e "tranquille" dove nessuno disturba, ma l'idea generale di società e di Stato che sta dietro queste specifiche campagne è quella che contiene uno slittamento culturale profondo, verso la destra - verso l'antica prassi del "sorvegliare e punire" soltanto i più sfortunati. Stato minimo nell'economia e nella protezione sociale, Stato massimo nelle politiche d'ordine, forte con i deboli e debole con i forti. Società civile come "natura", dove si compete per vincere, e qualcuno ce la fa, mentre i più restano sul tappeto. La destra, oggi, cos'altro è?
Liberazione 6.9.07
I continui attacchi alla legge e i calcoli politici
Aborto e 194: sono ipocrite le affermazioni di Ruini
di Ritanna Armeni
Il cardinale Ruini l'ha detto a chiare lettere: è doveroso modificare la legge 194. Non è il solo. Periodicamente in Italia la legge che ha sconfitto l'aborto clandestino e che è stata confermata da un referendum, viene attaccata e se ne chiede la modifica. Naturalmente tutti parlano e auspicano un miglioramento e tutti sanno, invece, che ogni modifica non può che essere un peggioramento. E allora, a scanso di equivoci e di ipocrisie, precisiamo alcune poche cose.
La legge 194 ha un grande merito. In trent'anni ha ridotto di quasi il 50 per cento gli aborti. La fuoriuscita dalla clandestinità, i consultori, la discussione politica e culturale di quegli anni hanno portato ad una consapevolezza e ad una cultura femminile che ha drasticamente ridotto quello che viene ritenuto ed è un dramma e una violenza. Una modifica migliorativa, se davvero tale, non può che essere nel senso di una ulteriore riduzione degli aborti e nel senso di un ulteriore aiuto e protezione della donna che è costretta o ha scelto di abortire. Altrimenti siamo di fronte ad un peggioramento.
In questi giorni nelle sale cinematografiche si può vedere un film bello e durissimo. Si chiama: "Quattro mesi, tre settimane, due giorni". Racconta dell'aborto clandestino di una giovane donna alla fine degli anni '80 nella Romania di Ceaucescu. Alla fine del film la macchina da presa si ferma per lunghi secondi sul feto espulso. Un'immagine cruda, irreggibile su cui si è concentrato gran parte del dibattito sul film, ma che è solo la conclusione di una storia di violenza che si abbatte sulle due protagoniste. Quel film non è un film sul feto, ma ricrea perfettamente l'angoscia, la durezza, la sensazione di non aver scampo, di non avere altra scelta se non la distruzione di sé e degli altri che l'aborto inevitabilmente provoca. Siamo nella Romania di Ceaucescu, ma protremmo essere nell'Italia degli anni '50 o, per molte immigrate, che non conoscono le leggi, nell'Italia di oggi. Consiglio la visione di quel film per avere le idee chiare quando in futuro parleremo ancora della modifica della legge 194. Deve essere chiaro che una donna non si deve mai più trovare, per nessuna ragione, nella condizione in cui si trovano le protagoniste di quel film e in cui si sono trovate molte donne italiane prima della legge che ha consentito loro la fuoriuscita dalla clandestinità.
Invece chi chiede la modifica della 194 e parla di un suo miglioramento perché la legge è vecchia, vuole far tornare le donne in quella condizione o in una condizione molto simile a quella. Perché non eliminiamo l'ipocrisia e non diciamo le cose come stanno? Perché si preferisce parlare di miglioramenti o adeguamento alle tecnologie? Chi vuole cambiare la legge che trent'anni fa legalizzò l'aborto chiedendo una revisione dei tempi e di nuove norme sull'aborto terapeutico, intende ripristinare un controllo, attuare una repressione, cancellare la scelta della donna. Se davvero oggi si ritenesse opportuno usare gli strumenti che la scienza mette a disposizione si potrebbero evitare alcuni aborti terapeutici intervenendo sull'embrione malato. La legge 40 che il centrodestra ha approvato e che la chiesa ha sostenuto non lo ammette. E allora? Perché lamentarsi, criticare e attaccare il ricorso all'aborto?
La verità è un'altra. Chi è pronto a sferrare il suo attacco alla legge 194 pensa di avere in mano un'arma che trentanni fa non aveva. E pensa di poterla usare. Oggi chi ha meno di 40 anni non ha vissuto le angosce della clandestinità. L'interruzione di gravidanza negli ospedali pubblici in Italia è fortunatamente una dato acquisito. Ma proprio questo potrebbe creare un'indifferenza e un'ignoranza. Il fatto poi che l'aborto oggi riguardi sempre di più le donne meno istruite e soprattutto le immigrate, nel clima di "caccia agli ultimi" che dilaga in questa fine estate potrebbe aggravare la situazione. Su questo punta il cardinale Ruini e chi la pensa come lui. Del resto un politica simile ha già dato i suoi frutti poco più di due anni fa al referendum sulla legge 40, quando lo stesso Ruini invitò a disertare il voto puntando proprio sull'indifferenza e sull'ignoranza. Si può ricreare una situazione simile? Sì, si può ricreare se non si smaschera l'ipocrisia di certe affermazioni e se si dimentica troppo facilmente.
Liberazione 6.9.07
Spinoza, gioia e libero pensiero contro il fondamentalismo
Nei Meridiani di Mondadori il volume delle opere complete del filosofo olandese. Al centro del suo pensiero c'è un Dio che non gode delle sofferenze umane e una esaltazione della vita a discapito della morte
di Roberto Gigliucci
In questi tempi di fondamentalismo, di dileggio della laicità autentica, in questi tempi di nostalgia della supremazia religiosa, in questi tempi di furia teologica e smania impositiva dell'assoluto, in questi tempi di mitografie del relativismo e calcografie del divino, in questi tempi in cui le chiese occidentali odiano e invidiano le franche e brutali teocrazie orientali, in questi tempi di fustigazioni in piazza dove l'uomo viene umiliato anche mediaticamente, in questi tempi di crociate contro la libertà dello stato, contro il diritto alla salute alla vita e infine alla morte, in questi tempi in cui l'essere fuori di una chiesa torna ad essere sinonimo strisciante di empietà, in questi tempi soprattutto di teocon, teodem e laici devoti, in questi tempi in cui la religione è uno strumento ideologico in mano alla politica e in cui la religione vuole fare ed essere politica, in questi tempi di imposizione di Dio a Cesare e di Cesare a Dio e di vortici furibondi di Dio e Mammona, in questi tempi in cui un severo porporato e un fegatoso padano possono trovarsi paradossalmente uniti nell'esigenza di non pagare le tasse allo Stato, in questi tempi in cui si è liberi di essere atei e omosessuali, ma a prezzo del disprezzo di gran parte della comunità, in questi tempi in cui l'invocazione di radici cristiane serve solo a sradicare altre presunte male piante, in questi tempi in cui l'occidente è maggiormente anticristiano spesso proprio dove rivendica il suo essere cristiano e l'oriente è anti divino e antiumano proprio dove crede di percorrere con la sofferenza altrui la scala al paradiso, in questi tempi in cui la religione è più scontro tra l'identico e il diverso che non amore per gli uomini e itinerario della mente a dio, in questi tempi che viviamo è di grande rilievo leggere o rileggere Spinoza.
Ce lo permette ora magnificamente un "Meridiano" Mondadori della serie "Classici dello Spirito", dove possiamo avere in un unico volume peraltro di estrema eleganza tutte le Opere del filosofo di Amsterdam, curate da Filippo Mignini, con traduzioni e note dello stesso e di Omero Proietti. Gli apparati sono straricchi, di indubbia perspicuità e di un livello di specializzazione rimarchevole. L'introduzione, un saggio dal titolo "Un segno di contraddizione", definisce l'articolazione del pensiero spinoziano e riassume la ricezione dello stesso in modo esemplare. La cronologia, come spesso nei "Meridiani", è una ricostruzione biografica e speculativa minuziosa, e si legge con un piacere narrativo-intellettuale fortissimo. La cura filologica è puntigliosa, anche in assenza dei testi in lingua originale, con una discussione dei termini chiave e dei luoghi testualmente infidi sempre piena di acribia. Le traduzioni sono frutto di strenua riflessione sulla lingua di Spinoza, soprattutto sul suo latino talora idiosincratico, talora pregno di riferimenti alla classicità (Seneca ma anche Terenzio, ecc.), alla scolastica, alla nuova filosofia cartesiana, a certi andamenti sintattico-argomentativi "moderni", ad esempio machiavelliani e hobbesiani, e con forme che fanno pensare a modelli e moduli linguistici ebraici e neerlandesi.
L'annotazione è fondamentale per la comprensione anche da parte di un lettore non specialista. La bibliografia, oltre 60 pagine, è densissima. Le introduzioni ai singoli testi e il finale Indice degli argomenti permettono un percorso agevolato nella filosofia di Benedetto Spinoza, che voleva essere chiara per tutti ma si presta - e si prestò da subito - a misinterpretazioni formidabili.
Le motivazioni per cui è salutare oggi rileggere tutto Spinoza, anche e particolarmente le sue lettere in cui egli si difende dalle accuse e chiarisce i punti problematici della sua dottrina, sono tante. Potremmo sottolineare la sua teologia e antropologia ispirate alla gioia e alla vita: Spinoza non è per un dio che goda delle sofferenze umane né per una filosofia come meditazione della morte, piuttosto come meditazione della vita; non sceglie la tristezza, che è impotenza, ma la felicità, che è virtù premio a se stessa. Potremmo indicare la decostruzione analitica di pregiudizi umani che con serenità e mitezza Benedetto, ovvero Baruch, ovvero Bento compie soprattutto nella sua Ethica , un libro in cui Goethe trovò l'acquietamento delle passioni e lo «sconfinato disinteresse» che animava ogni proposizione.
Potremmo enfatizzare la piega costruttiva e solidale che prende in Spinoza l'originario pessimismo antropologico di Machiavelli e - diversamente - di Hobbes, cioè insistere sulla natura del suo particolare "utilitarismo" sociale ispirato ai principi cardine di carità e giustizia. Potremmo riproporre la corretta esegesi spinoziana per cui l'apparente immanentismo-materialismo disperante si risolve in una solida e luminosa certezza che l'equivalenza perfezione=realtà non è una difesa del male e di ogni deriva ma anzi una strada che porta l'uomo dotato di ragione e intelletto alla beatitudine. Potremmo dipingere ancora quest'uomo dagli occhi grandi e dolci e dalla pelle olivastra, basso di statura e di fluente capigliatura, morto di tisi a 45 anni, sereno per lo più e gentile, in fuga da ogni contrasto violento, eppure oggetto già in vita di scomunica, di persecuzione e di attacchi virulenti (sfuggì al carcere e alla condanna a morte fondamentalmente per la sua accortezza, la sua vita tranquilla, separata e sdegnosa di polemiche e provocazioni). Potremmo scrivere di questo e di altro, ma ci limitiamo a un invito alla lettura, che con questo "Meridiano" è ora una possibilità davvero nutriente.
Tuttavia, in questo momento storico di compromissione delle libertà e di esasperazione dei conflitti, come si diceva, mi limito a ribadire la celebre difesa che Spinoza compie nel Tractatus Theologico-Politicus del libero pensiero. In quel testo così limpido e vituperato, Spinoza compie primariamente una distinzione tra teologia e filosofia, tra fede e ragione: l'una non è a servizio dell'altra e viceversa, ma l'una non è in contrasto con l'altra, e questo è determinante. I guai nascono quando i due regni si mescolano. Ecco che per Spinoza i principi della carità e della giustizia devono reggere l'esercizio del potere, cui l'obbedienza è quindi obbligatoria, purché sia un potere appunto giusto e solidale (Spinoza preferisce la democrazia alla monarchia e all'aristocrazia: fu dalla parte della repubblica olandese fino alla caduta in mano agli Orange nel 1672).
E' la ragione a richiedere giustizia e carità, per cui Spinoza arriva a sentenziare: «Dio non ha alcun regno particolare sugli uomini, se non per mezzo di chi detiene il potere». Esito davvero radicale, ma che deve essere accettato da chi creda nel valore dell'uomo come animale sociale capace di regolarsi con giustizia e carità, oltre che di rapportarsi, se crede, a Dio con fede e obbedienza. Si giunge così al capitolo ventesimo del Tractatus , dove si dimostra che «in uno Stato libero è lecito a ciascuno sentire ciò che vuole e dire ciò che sente». Naturalmente Spinoza fa eccezione per le opinioni "sovversive" che vogliano distruggere il patto di solidarietà su cui si fonda lo Stato. Al di là di questo, ogni coercizione del potere sulla libertà del pensiero è inutile e distruttiva. E la libertà di pensiero non entra in urto con la necessaria obbedienza alle leggi. Come dire: possiamo credere in Dio ma non imporlo con la forza a tutti, e comunque dobbiamo pagare le tasse.
Liberazione 6.9.07
Ha ragione Tarantino e torto Della Loggia: i nostri film non valgono più perché non producono immaginario, temi personaggi che possano essere condivisi da tutti. Negli anni 60 e 70 giravano con successo il mondo
Il cinema italiano orfano delle revolverate di Leone
di Douglas Mortimer*
Quando al Festival di Cannes Quentin Tarantino ha proclamato la morte del cinema italiano in realtà ha buttato benzina su un fuoco che covava ormai da almeno venti anni. La sollevazione critica che ne è seguita, un po' provinciale e un po' schiacciata sulla vecchia polemica apocalittici vs integrati, è partita da una annosa incapacità di ascolto. In fondo, nella sua precisazione Tarantino si è limitato a dire che il cinema italiano attuale lui non lo conosce, non gli arriva, non viene distribuito. Il che non significa che non ci siano bravi registi ma che i temi che trattano, i personaggi e le storie che inventano semplicemente non interessano più gli spettatori a meno che non siano italiani. Il punto di vista che il nostro cinema esprime sul mondo è divenuto ormai solo italiano, intimista e autoreferenziale, minimalista, isolato e provinciale. I linguaggi, i codici simbolici, l'immaginario che rivela svaniscono di fronte agli orizzonti del mondo.
E' soprattutto qui che si trova la grande differenza tra il cinema di oggi e quello degli anni 60 e 70. In quel ventennio il cinema italiano (e qui Tarantino ha tutte le ragioni) grazie soprattutto all'invenzione o reinvenzione di alcuni generi di massa (commedia all'italiana, peplum, western, poliziesco, mondo movies), e a parte i geni isolati che la cultura italiana ha sempre prodotti e continua a produrre, offriva al mondo un intero immaginario capace di leggere la realtà sociale di quel periodo al livello globale. I film erano distribuiti ed avevano successo in ogni angolo del pianeta. Il punto di vista italiano serviva a leggere e codificare conflitti sociali che si accendevano in ogni luogo. L'immaginario, i temi e i personaggi che produceva potevano essere condivisi da tutti: da un americano come da un neozelandese, da un coreano come da un francese, da un giapponese come da uno spagnolo.
E' questo il fenomeno che bisogna spiegare: l'incapacità che ha oggi la cultura italiana (non solo il cinema) di produrre modelli simbolici di lettura della realtà esportabili anche all'estero. Secondo Ernesto Galli della Loggia (Il Corriere della sera) la crisi del nostro cinema si deve alla parallela crisi delle ideologie politiche di massa, all'allentamento del fortissimo rapporto tra intellettuali e politica e quindi all'incapacità odierna del popolo italiano di raccontarsi e di autorappresentarsi. Galli della Loggia si avvicina al problema ma poi sbaglia clamorosamente il bersaglio. Gli intellettuali tentano anche oggi di fare politica e il cinema italiano si sforza ancora di rappresentare la nostra società: il problema è che ciò avviene nell'indifferenza più totale, in Italia come all'estero.
Ciò che è mutata allora è l'intensità e l'ampiezza del conflitto sociale che, rispetto a trent'anni fa, non sa più tradursi in un linguaggio politico di massa. Negli anni Sessanta e Settanta, con buona pace di Galli della Loggia e del suo orrore per il disordine, l'Italia era veramente un laboratorio politico. E lo era proprio perché era il primo paese occidentale in cui la forza delle grande ideologie si scontrava in maniera drammatica con i nuovi linguaggi del consumo. Dentro il processo di modernizzazione delle società occidentali, la differenza italiana stava proprio qui, in questo connubio di cultura politica di massa che produceva senso comune e agire consumistico che indirizzava e frantumava questa radicalità sociale fino a portarla al livello individuale. Una miscela esplosiva che in Italia si manifestò in maniera più violenta e duratura rispetto agli altri paesi e che aveva bisogno di nuovi linguaggi e codici per esprimersi.
Ciò che sono venuti a mancare oggi non sono gli intellettuali ma culture politiche di massa che hanno bisogno di raffigurare simbolicamente il conflitto e che utilizzano il cinema come principale strumento di questa raffigurazione. Un cinema ovviamente di massa, non d'autore. Ecco perché a posteriori e da ogni parte si comincia a riconoscere che il vero grande apporto creativo che diede il cinema italiano di quegli anni non risiede tanto nel cinema "alto" con i suoi intellettuali, ma in quello di "genere", con il suo nichilismo e con la sua violenza, come il western, l'horror e il poliziesco: quello che offriva al mondo non erano tanto i silenzi di Antonioni ma le revolverate di Leone (che tra l'altro non appariva per niente estraneo agli sperimentalismi: i lunghissimi primi piani, anch'essi sprofondati nei silenzi più estremi e imbarazzanti). La società italiana si raccontava identificandosi in cinici avventurieri, crudeli psicopatici, spietati bounty killer o violenti giustizieri. Dal cilindro fuoriuscivano molteplici modelli simbolici funzionali alla rappresentazione di nuove forme di conflitto sociale, di agire antistituzionale e deviante che di lì a poco avrebbero invaso le principali metropoli occidentali: conflitti brutali, irriducibili, estetizzati (si pensi al Kubrick di Arancia meccanica).
Prima ancora che il cinema d'autore, quello che rastrellava decine di premi a Venezia o Cannes, ciò che è scomparso in Italia è, dunque, un cinema di massa capace di produrre un immaginario globale. E allora non si può che dare ragione a Tarantino quando afferma che una grande industria cinematografica non può reggersi solo sul cinema d'autore ma ha bisogno di un cinema popolare e di genere.
*Douglas Mortimer è uno pseudonimo dietro il quale si riconosce un gruppo di studiosi. Ha pubblicato nel 2006 per l'editore DeriveApprodi "Possibilmente freddi. Come l'Italia esporta cultura" (1964-1980)
Repubblica 6.9.07
La sperimentazione ci dirà se servono
di Luca e Francesco Cavalli-Sforza
Dalla caprecora alle staminali, quarant'anni di sperimentazioni ai confini dell´etica
E ora solo la ricerca ci dirà se servono ma certo non vedremo un minotauro
La soluzione britannica riapre strade oggi chiuse alla scienza per ottenere nuove terapie
NELLA mitologia greca, la Chimera era un essere mostruoso, descritto dai poeti con testa di leone, corpo di capra e coda di drago, che dalla bocca vomitava fiamme. In biologia, si parla oggi di una chimera per indicare un individuo composto di genomi diversi, il cui Dna cioè comprende sequenze che provengono da più di una specie. Vi sono vari modi per ottenere questo, per cui "chimera" è un termine molto ampio, che copre categorie assai diverse tra loro. Un procedimento relativamente semplice, oggi parecchio utilizzato in campo farmaceutico, sta nell´inserire in un batterio uno o più geni, prelevati da un altro organismo, che permettono al primo di produrre determinate sostanze a noi utili.
Per esempio, l´insulina, necessaria nella cura del diabete, che fino a qualche decennio fa veniva ricavata dal pancreas di mucche, maiali o cavalli, viene oggi fatta produrre da batteri modificati in laboratorio, inserendovi il gene che codifica per l´insulina umana.
Con un procedimento più complesso, inserendo geni umani nel genoma di animali da laboratorio, come cavie e conigli, ma anche pecore, capre, maiali, è possibile produrre proteine umane (come l´ormone della crescita) a scopo terapeutico, raccogliendole dal latte o dal siero sanguigno, dall´urina o dallo sperma dell´animale donatore.
A un livello più semplice di questo, negli anni Sessanta si diffuse in Inghilterra un test di fecondità consistente nel fecondare cellule uovo di criceti con spermatozoi umani, per verificare la capacità di penetrazione degli spermatozoi: il test veniva arrestato una volta che lo zigote (la cellula risultante dalla fusione) iniziava a riprodursi.
Ad un estremo opposto di complessità, è possibile fondere non i gameti (le cellule riproduttive) ma gli zigoti di individui appartenenti a specie diverse: così, nel 1984, è stata prodotta una ‘caprecora´, che combinava gli embrioni di una capra e di una pecora. Con tecniche analoghe si spera di potere in un futuro salvare alcune specie dall´estinzione. Nel 2003, scienziati cinesi annunciavano di avere ottenuto, a Shanghai, ibridi di cellule umane e di coniglio, inserendo il nucleo di cellule somatiche umane all´interno di cellule uovo di coniglio private del proprio nucleo, e di avere lasciato che la cellula risultante si sviluppasse fino allo stadio di blastocisti (uno dei primi stadi dello sviluppo embrionale), cioè fino a formare una masserella di cellule, che furono poi utilizzate per la ricerca sulle cellule staminali.
La produzione di embrioni che rappresentino un vero e proprio ibrido fra uomo e animale è universalmente vietata dalle leggi - nei Paesi dove esistono leggi al riguardo - oltre ad essere condannata dal buonsenso. In Paesi avanzati dal punto di vista etico e legislativo, come la Nuova Zelanda, esistono anche precisi limiti alla sperimentazione su animali.
D´altro canto, la ricerca medica oggi ha bisogno di lavorare su cellule staminali, quali sono quelle degli embrioni nei loro primissimi stadi di sviluppo, perché si tratta di cellule dallo straordinario potenziale, in grado di generare tessuti ed organi. È una nuova frontiera di ricerca, da cui ci si ripromette non solo di acquistare una comprensione fondamentale del modo in cui da una cellula può nascere un intero organismo, ma anche vantaggi senza precedenti per la medicina: la possibilità, per esempio, di ricostruire in laboratorio tessuti danneggiati, o di fare crescere interi organi da trapianto nel corpo di un animale ospite; o di capire i meccanismi di malattie degenerative molto diffuse, che impediscono il corretto funzionamento delle cellule, e di studiare farmaci per contrastarle.
Per farlo però non è necessario creare embrioni umani transgenici, né tantomeno ibridi o embrioni/chimera, e le leggi in ogni caso vietano di stabilire, sia pure a soli fini di ricerca, linee cellulari che potrebbero, almeno in teoria, portare allo sviluppo di un embrione umano o ibrido animale/uomo, per cui si studiano strategie alternative.
L´Authority inglese preposta a valutare i procedimenti relativi all´embriologia e alla fecondazione umana (Hfea - Human Fertilization and Embriology Authority, http://www. hfea. gov. uk/), dopo alcuni anni di attente valutazioni e dopo avere condotto un´indagine, con interviste a campione, sugli atteggiamenti dei cittadini al riguardo, propone ora di autorizzare la produzione di linee cellulari che utilizzino il nucleo di una cellula somatica umana e una cellula uovo bovina privata del proprio nucleo.
La cellula risultante viene attivata con stimoli elettrici perché inizi il processo di riproduzione, e dalle linee cellulari che ne nascono si ricavano le varie cellule da utilizzare a fini di ricerca.
Con questo metodo sarebbe praticamente impossibile ottenere un embrione che dia origine a un individuo (una sorta di minotauro, in questo caso), perché le cellule così ottenute non hanno il potenziale per farlo. È una soluzione che potrebbe riaprire strade oggi precluse alla ricerca, soddisfacendo però i requisiti etici che vietano l´uso di embrioni umani.
Rimangono alcuni dubbi sull´effettivo valore di questa soluzione, che non potranno essere sciolti se non sperimentandola. Fra gli obiettivi che ci si ripromette vi è quello di trovare nuovi metodi per ricavare cellule staminali direttamente da cellule somatiche, senza bisogno di ricorrere a cellule uovo o ad embrioni, e quello di sviluppare modelli di malattie degenerative della cellula, quali disturbi motori di origine neuronale, diabete, morbo di Parkinson, Alzheimer, così da studiare terapie che permettano di trattarli.
Repubblica 6.9.07
La sinistra attacca Amato "Collegialità sulla sicurezza"
Il ministro:"Non svegliare la tigre della reazione fascista"
Mastella: per furto e rapina le stesse regole dei reati di mafia
ROMA - Il governo si divide anche sulla sicurezza, da una parte Prodi, Amato e Mastella, dall´altra la sinistra radicale. Sul pacchetto anticrimine e sull´intervista del ministro dell´Interno a Repubblica si arriva allo scontro duro in consiglio dei ministri. Alzano la voce Ferrero e Mussi, il premier è costretto a promettere decisioni collegiali future per tenere ben distinti i fatti criminali dalle conseguenze del degrado sociale. Nessuna misura capestro contro lavavetri e graffitari, ma norme severe contro scippi, furti, rapine, piromani e pedofili. Amato però tiene duro al punto da affermare: «Se fossimo così incoscienti da ritenere che la sicurezza non è un problema creeremmo le condizioni per una svolta reazionaria e fascista nel paese». Con un esempio assai indicativo: «Se mia moglie al semaforo viene messa nelle condizioni che o si fa lavare il vetro o viene aggredita non la devo proteggere? La devo far diventare fascista?».
Da Amato a Mastella la musica non cambia, anche se il Guardasigilli mette da parte i lavavetri e distingue nettamente «il piano sull´illegalità urbana» di Amato dal suo sulla criminalità. Mentre vola a Berlino dove incontra il collega della Giustizia tedesco Zypries (spunterà squadre investigative comuni e il magistrato italiano di collegamento), Mastella fa il mediatore: «A palazzo Chigi ho parlato con Ferrero e Mussi. Gli ho spiegato che scippi, furti, rapine, violenze sessuali hanno un forte rilievo criminale. Gli ho raccontato del ragazzo scippato a Napoli rimasto muto per tre anni e della vecchietta scippata col femore spezzato e senza pensione per un mese. Altro che degrado. Qui le vittime sono dei poveracci e la gente chiede solo una cosa: fermezza». Per questo Mastella annuncia che per i reati di grave allarme sociale scatterà la politica del doppio binario come per la mafia: custodia cautelare in cui il giudice, al contrario di quanto accade oggi, per rimettere in libertà l´imputato dimostri che non esiste pericolo di fuga, di reiterazione del reato, di inquinamento delle prove. Processo in 90-120 giorni, condanna, esclusione da qualsiasi misura alternativa, carcere senza sconti. Per tutti i reati sarà bloccato il patteggiamento in appello che «ha disincentivato pure i pentiti».
Sono d´accordo il segretario dei Ds Fassino («Le proposte di Amato corrispondono alla domanda di sicurezza della gente»), il ministro degli Esteri D´Alema («È nel dna della sinistra difendere la sicurezza») e il futuro leader del Pd Veltroni («Bene Amato sull´effettività della pena»), ma Rifondazione (Ferrero, Russo Spena, Migliore), Sinistra democratica (Mussi, Salvi e Leoni), Pdci (Palermi e Crapolicchio) e i Verdi (Bonelli) non si lasciano convincere e protestano duramente. Il ministro della Solidarietà sociale, escluso dal summit di martedì sulla sicurezza, considera le proposte «di destra e demagogiche». E Mussi (Università) dà un consiglio: «Non si può mettere tutto insieme, lavavetri, scippatori, stupratori, mafiosi». Pure Di Pietro, che non è contrario alle misure ipotizzate, sostiene che «è pura demagogia pensare che lavare i vetri possa essere considerato un reato». La via d´uscita? Come dice Mastella «ci vuole un confronto parlamentare e un dialogo con l´opposizione che, se i delitti sono tanti e i criminali sono in libertà, vuol dire che non ha fatto nulla. Scegliamo insieme le norme più urgenti e approviamole subito in commissione».
(l.mi.)
Repubblica 6.9.07
Se dio è un'illusione
Intervista / Il biologo Richard Dawkins ha scritto un manifesto dell´ateismo
di Piergiorgio Odifreddi
"Anche se la scienza da noi è nata in seno al cristianesimo non è detto che gli debba qualcosa"
"Da un punto di vista scientifico l´ipotesi di un Creatore mi appare molto improbabile"
"L'evoluzione per selezione naturale è un modo economico di generare la vita"
"In genere gli scienziati credenti sono religiosi nel senso astratto di Einstein"
Richard Dawkins è uno dei più noti divulgatori scientifici del mondo, soprattutto grazie a fortunate opere quali Il gene egoista (1976) o L´orologiaio cieco (1986). Nella prima egli difende l´idea, proposta nel 1872 dal vescovo Simon Butler, che i geni sono il mezzo di riproduzione degli organismi, e non viceversa. Nella seconda egli attacca invece l´idea, proposta nel 1802 dal vescovo William Paley, che se uno trova su una spiaggia un orologio biologico, deve per forza dedurre che è stato costruito da un orologiaio.
Come si può intuire fin dal titolo, un corollario di questa seconda opera è che la teoria dell´evoluzione fornisce una spiegazione sufficiente della nascita della vita, e rende superflua la fede: cosa su cui concordano anche i fedeli, che infatti attaccano questa teoria fin dal 1859. Non stupisce dunque che Dawkins sia un ateo professante, né che abbia scritto il potente manifesto ateo L´illusione di Dio, in uscita in questi giorni da Mondadori (pagg.408, euro 19) a proposito del quale l´abbiamo intervistato.
Lei usa la parola «religione» come sinonimo di «teismo». Non crede che dovremmo almeno distinguere le religioni teiste da quelle atee, ad esempio il Cristianesimo dal Buddhismo?
«Se definiamo una religione come un insieme codificato di valori o di regole di vita, allora lei ha certamente ragione: in questo senso, il Buddhismo è una religione che non crede in Dio. Ma io mi concentro su quelle che ci credono.
Forse perché le trova irrazionali? Eppure gli Stoici credevano, pur rimanendo perfettamente razionali.
«Lo loro era una fede di tipo naturalistico, e la stessa cosa si potrebbe dire dei Quaccheri o degli Unitari moderni. Ma, di nuovo, io concentro il mio attacco sulle religioni che hanno credenze soprannaturali».
Perché non si limita a decostruire la nozione di Dio, e vuole addirittura dimostrarne la non esistenza?
«Perché credo che l´ipotesi di un essere soprannaturale che ha creato l´universo, si possa formulare come una proposizione scientifica: in quanto tale, diventa allora passibile non soltanto di verifica, ma anche di refutazione. E la mia tesi è che, parlando da un punto di vista scientifico, questa ipotesi appare molto improbabile».
Non impossibile?
«No. Ma non lo sono nemmeno le fate, o il Mostro di Spaghetti Volante che è recentemente diventato popolare in Internet come parodia di Dio».
Lei usa l´evoluzionismo come arma antireligiosa, ma non crede che esso sia compatibile con la credenza in un Creatore che si limita a intervenire nel primo istante della creazione?
«Certo, ma sarebbe un Creatore ben diverso da quello della Bibbia o del Corano. Nel suo libro La creazione (Zanichelli, 1985), Peter Atkins discute cosa dovrebbe fare un Dio che volesse organizzare le cose in modo che la Natura potesse badare a se stessa e generare autonomamente la vita, e la sua conclusione è che non dovrebbe fare assolutamente nulla!».
Nemmeno «in principio»?
«Il «principio» è appunto il momento a cui Atkins arriva alla fine, dopo aver eliminato tutto il resto. Ma anch´io, come biologo, le posso dire che l´evoluzione per selezione naturale è un modo parsimonioso ed economico di generare la vita, che non necessita di alcun intervento divino».
Rimane ancora la possibilità di pensare a Dio come giustificazione del perché ci sono leggi della natura, e del perché sono quelle che sono.
«Questo lo trovo molto poco soddisfacente, in quanto lascia aperto l´analogo problema di giustificare allora perché c´è Dio, e perché è quello che è».
Lei usa l´evoluzionismo anche per spiegare l´esistenza delle religioni: non crede che la loro emergenza sia troppo recente, rispetto ai tempi lunghi necessari all´evoluzione?
«Questo è vero se parliamo di evoluzione biologica, e del tempo necessario a produrre un cervello che mostri una propensione per le religioni. Ma l´evoluzione culturale avviene molto più rapidamente, come mostra ad esempio il cambiamento delle lingue, o lo sviluppo della tecnologia: queste cose hanno una scala temporale di qualche secolo, ben compatibile con la millenaria storia delle civiltà che hanno sviluppato religioni».
A proposito di evoluzione culturale, molta gente ritiene che la scienza stessa sia un prodotto del pensiero cristiano.
«La scienza occidentale è sicuramente nata nel Rinascimento cristiano, ma questo non significa che debba qualcosa al Cristianesimo: anzi, si potrebbe argomentare che si sia sviluppata non grazie a, ma nonostante il Cristianesimo. E, comunque, non dobbiamo dimenticare le origini greche del pensiero scientifico. E nemmeno gli sviluppi in paesi non europei, soprattutto la Cina».
Visto che abbiamo cominciato a parlare del Cristianesimo, lei crede alla storicità di Gesù?
«La maggior parte degli storici ritiene che sia esistito, e io mi adeguo. Ma credo che Gesù sia stato soltanto una delle molte figure profetiche del suo tempo, tutte più o meno simili fra loro, e che la sopravvivenza del suo culto sia solo un accidente storico».
Cosa pensa del fatto che, tra gli sparuti scienziati cristiani, ci siano comunque premi Nobel come Werner Arber e Charles Townes, o medaglie Fields come Enrico Bombieri e Laurent Lafforgue?
«In genere gli scienziati «credenti» sono religiosi soltanto nel senso astratto di Einstein, ma qualche eccezione che crede letteralmente a cose come la verginità della Madonna effettivamente c´è. Io lo trovo molto difficile da capire, e immagino che ci riescano solo attraverso una compartimentalizzazione della mente: hanno il cervello diviso, e non permettono a una metà di interferire con l´altra».
Cioè, sono scienziati durante la settimana e credenti la domenica?
«Sì, e comunque sono molto pochi: nel libro cito, ad esempio, un sondaggio effettuato all´Accademia Nazionale delle Scienze statunitense, dal quale risulta che il 93 per cento dei membri sono atei o agnostici. Ci sono dati simili per la Royal Society inglese, e sarei molto curioso di sapere se la stessa cosa è vera anche per altre Accademie delle Scienze: ad esempio, per i vostri Lincei».
Townes, che ho citato prima, ha vinto il premio Templeton per la scienza e la religione. Da come ne parla nel suo libro, si direbbe che lei proprio non sopporti la Fondazione Templeton, vero?
«Non mi piacciono i suoi metodi. A volte trovano gente veramente religiosa da premiare, come Townes appunto. Ma spesso si limitano a scovare grandi scienziati che abbiano scritto qualcosa che suoni vagamente simpatetico verso la religione, come Freeman Dyson, e lo premiano. E´ una specie di corruzione finanziaria, e bisogna essere fatti tutti d´un pezzo per rifiutare un premio di più di un milione di dollari. Io, però, non prenderei troppo seriamente queste cose: quando si viene corrotti con somme cosí elevate, si agisce sotto costrizione».
Un altro vincitore è John Barrow, che ha legato il suo nome al Principio Antropico: un argomento che, stranamente, nel suo libro lei apprezza.
«Il fatto è che l´evoluzione spiega perfettamente lo sviluppo della vita sulla Terra, ma ha problemi con le sue origini: si tratta infatti di un evento molto raro, con una probabilità assolutamente minimale, dell´ordine di uno su qualche miliardo. Ma poiché ci sono così tanti pianeti nell´universo, essendoci un centinaio di miliardi di galassie, ciascuna con un centinaio di miliardi di stelle, allora ci si può attendere che ci siano miliardi di pianeti con la vita. E il Principio Antropico descrive quali condizioni questi pianeti debbano avere, per poter sviluppare una vita come la nostra: a me questa sembra una spiegazione scientifica, e per nulla teista».
Il fatto è che il Principio Antropico viene spesso applicato all´intero universo.
«E´ la stessa cosa. La probabilità che le costanti fondamentali della fisica siano finemente calibrate, in modo da permettere all´universo di essere come lo conosciamo, è assolutamente minimale. Ma si può pensare di vivere in un multiverso con tanti universi, ciascuno con i suoi valori delle costanti fondamentali, e allora ci si può attendere che ci siano universi con questi valori calibrati in maniera tale da produrre creature come noi. E il Principio Antropico spiega di nuovo soltanto quali condizioni questi universi minoritari debbano avere, per poter sviluppare una vita come la nostra».
A me non sembra affatto la stessa cosa: un conto è parlare di un gran numero di pianeti, e un altro di un gran numero di universi!
«Sono assolutamente d´accordo con lei: è più plausibile fare questi ragionamenti coi pianeti, che con gli universi. Forse dovremmo chiedere ai fisici se ci sono altre ragioni per credere in un multiverso, invece che in un universo: da quanto ne so, ci sono, ma non so quali siano».
Come risponderebbe a un´obiezione alla Berkeley, del tipo: la scienza fa la schizzinosa con Dio, ma poi crede in cose altrettanto metafisiche o implausibili, dalle stringhe ai multiversi?
«Che c´è una differenza. Un Dio in grado di calibrare le costanti fondamentali di un universo o creare le condizioni per la vita su un pianeta, per non parlare di un Dio in grado di ascoltare e soddisfare le preghiere dei fedeli, dev´essere un´entità molto complicata e complessa. Il multiverso, invece, non è più complicato o complesso di un singolo universo: solo più prolifico e ridondante».
Corriere della Sera 6.9.07
Flamigni: è soltanto un esperimento I rischi? Bisogna fidarsi della scienza
MILANO — Gli inglesi, di fronte alla scarsità di ovuli umani per la ricerca, pensano a creare chimere, gli italiani, che queste ricerche non le possono nemmeno immaginare, buttano via centinaia di ovuli congelati.
«Mi stupisco — commenta Carlo Flamigni di Bologna, uno dei più noti esperti di riproduzione umana e attualmente membro del Comitato di Bioetica nazionale — che i ricercatori italiani non si siano ancora messi in contatto con gli inglesi per proporre questa alternativa ».
Gli inglesi avevano a suo tempo autorizzato la donazione di ovociti...
«Sì, ma nessuno pagava le donne, venivano rimborsate soltanto le spese. Risultato: nessuna donazione».
E lei propone l'impiego degli ovuli umani congelati in alternativa a quelli di mucca o di coniglio.
«E' un peccato non utilizzarli. In Italia è proibita la conservazione degli embrioni, così si congelano gli ovuli. Con metodi diversi, sia lentamente sia rapidamente come consentono oggi le tecniche più moderne. E l'afflusso di ovuli nelle banche è costante, proprio perché vengono lasciati da donne che hanno già avuto figli con la fecondazione in vitro o anche per vie naturali».
Professor Flamigni, a parte questo suo suggerimento, che cosa pensa della proposta inglese di creare ibridi uomo-animale?
«E' una decisione positiva. E' sempre positivo quello che fa progredire la scienza. Ed è importante che si studi come si può riprogrammare il Dna umano ».
Molti però temono che questi esperimenti possano portare alla creazione di «bambini su misura ».
«E' quello che gli inglesi chiamano slippery slope, il pendio scivoloso: c'è sempre chi pensa che qualche ricercatore possa deviare dalla corretta via della ricerca. Tutte le volte che il mondo scientifico si trova di fronte a esperimenti complessi, ci si immagina il peggio. Ma la gente deve fidarsi della scienza perché i ricercatori hanno comunque un obbligo nei confronti della società».
Forse qualcuno pensa che mescolare cellule umane e animali possa costituire un'umiliazione per il genoma umano.
«Non si conoscono ancora i meccanismi, ma alcuni esperimenti suggeriscono che, quando si trasferisce un nucleo umano in un ovulo di animale, le cellule che si formano perdono, con il tempo, qualsiasi traccia di Dna animale. Comunque qui stiamo parlando di esperimenti di laboratorio, non di uso clinico. E nemmeno della creazione di embrioni. Del resto le autorità britanniche hanno fissato un termine di 14 giorni, dopo il quale l'ibrido viene distrutto. Sono stati proprio gli inglesi a suggerire questo limite di 14 giorni come periodo prima del quale si parla soltanto di pre-embrione e non di embrione vero e proprio e lo hanno sempre tenuto in considerazione fin dai tempi delle leggi sulla fecondazione in vitro».