l'Unità - Cultura - 25 luglio 2006
IL DIBATTITO
La presidente della Fondazione Basaglia interviene nella discussione avviata su queste pagine dall’articolo di Luigi Manconi e Andrea Boraschi
Carcere o manicomio, la libertà è terapeutica
di Maria Grazia Giannichedda
Si vede ancora bene nel parco dell’ex manicomio di Trieste il murale La libertà è terapeutica disegnato dal pittore Ugo Guarino in un pomeriggio d’estate del 1973, quando l’équipe di Franco Basaglia cominciava ad aprire il grande ospedale psichiatrico. Tutto sommato, quello slogan ha messo radici nella società italiana, ma in modo in gran parte distorto. Se è passato infatti il rifiuto del manicomio, è rimasta in ombra l’altra faccia di quell’idea: la libertà è terapeutica in quanto il suo riconoscimento restituisce, o meglio non toglie, capacità e responsabilità alla persona malata, che mantiene diritto di parola, per così dire, sul «uo bene», in nome del quale la sua libertà non deve essere ridotta, né la sua dignità offesa o il suo punto di vista ignorato. La libertà terapeutica mette quindi in questione ogni forma di tutela pagata al prezzo dei diritti, ogni «statuto speciale» che riconoscendo una malattia, una disabilità, una minorità collochi la persona malata, disabile, minore fuori dalla cittadinanza.
È un processo faticoso, difficile questo di includere e mantenere tutti, e specie i più deboli, nel contratto sociale. Esige trasformazioni profonde nell’organizzazione dei servizi sociali e sanitari e delle istituzioni pubbliche, esige la trasformazione dei saperi tecnici e del senso comune. L’Italia è tra i paesi europei quello che ha fatto i maggiori passi in questa direzione: abbiamo chiuso i grandi manicomi pubblici e le scuole speciali, ci sono ormai moltissime esperienze di imprese sociali in cui lavorano persone con disabilità fisiche e con problemi mentali, la legge sull’amministratore di sostegno può ridurre il ricorso all’interdizione, che peraltro si sta cercando di abolire. Ma resta moltissimo da fare per eliminare dalla legislazione e dalle politiche le forme di tutela che sottraggono i diritti: penso alla disciplina dell’incapacità nel diritto penale e agli ospedali psichiatrici giudiziari, penso a buona parte della enorme rete di grandi e piccoli istituti dove persone anziane e disabili vivono in condizioni del tutto simili a quelle dei manicomi.
Per questo, perché tanto resta da fare per includere nel patto democratico chi ne sta fuori o ai margini, è assai allarmante veder riemergere la cultura della «tutela invalidante» nel dibattito sul carcere. Hanno ragione Manconi e Boraschi (l’Unità del 15 luglio ) a contestare l’idea che il carcere sia un concentrato di malati mentali e che il crimine grave sia sostanzialmente malattia. Non è in questione la valutazione dei gradi e del tipo di sofferenza della gran parte dei detenuti, valutazione peraltro difficile da fare nel carcere di oggi, che farebbe ammalare chiunque. Il punto è un altro: il rischio di dimenticare che, anche tra le determinazioni della malattia e della miseria, le persone fanno delle scelte. E infatti persone su cui si può fare la stessa diagnosi o che vivono le stesse condizioni non agiscono affatto allo stesso modo, e questo persino nei lager, come raccontano Primo Levi e Imre Kertész. E neppure è in questione la necessità di mettere in campo, nel sistema della giustizia penale, operatori e saperi diversi adeguati alla complessità del problema: il loro apporto, e quello di istituzioni e società, sarà tanto più necessario in quanto riprenda forza la riflessione e la sperimentazione su forme di pena diverse dall’internamento penitenziario. Ma ciò che occorre mantenere fermo è il fatto che in carcere, come scrivono Manconi e Boraschi, «ci sono uomini e donne artefici del proprio destino, e dunque capaci del proprio riscatto». Non è affatto necessario che il riconoscimento della loro sofferenza individuale e dei «fattori sociali» si traduca in regimi speciali, cioè in quelle forme di «tutela invalidante» che hanno annientato milioni di malati di mente nelle società moderne. Non è necessario ma sarebbe inevitabile, se prendesse piede tra i legislatori quell’ideologia psichiatrica che non da oggi cerca di ricondurre il crimine nel quadro delle patologie mentali. È infatti assai improbabile che alla valutazione della malattia come determinante del crimine corrisponderebbe la libertà del reo in nome della necessità della cura. È assai più realistico pensare che si deciderebbe per la cura e custodia in istituzioni apposite, chiuse come un carcere ma con guardiani in camice bianco. Abbiamo già visto gli esiti inevitabili di questo approccio dal quale stiamo faticosamente cercando di uscire, e li abbiamo ancora sotto gli occhi nei sei ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) tutt’ora in funzione. Una riforma di questo settore è da molto tempo necessaria, e da molto tempo, ma purtroppo solo in poche aziende sanitarie, esistono servizi di salute mentale che con i tribunali, i carceri, i magistrati di sorveglianza e gli operatori degli Opg hanno messo in atto pratiche intelligenti che andrebbero osservate e che delineano la possibilità di abolire questo istituto sul quale la Corte Costituzionale è intervenuta più volte. Cosa accadrebbe, senza gli Opg, a chi ha commesso reato in stato di sofferenza mentale? Andrebbe innanzi tutto sotto processo, cosa che oggi non sempre è garantita, e in caso di condanna potrebbe andare in carcere, se il reato e le sue circostanze rendessero obbligata questa forma di detenzione. È possibile tutelare il diritto alla salute di una persona in condizioni di detenzione? In alcuni, pochi, penitenziari ci sono centri clinici che provano a farlo per le diverse patologie. Ci sono anche carceri dove da dieci, quindici anni gli operatori dei servizi di salute mentale si recano più volte alla settimana e anche su domanda di operatori e detenuti, considerando che il carcere è parte della comunità che devono servire. Non si deve cominciare da zero.
La scorsa estate sono stata a Montelupo Fiorentino dove in una fortezza medicea che potrebbe essere bellissima c’è un Opg con circa duecento internati. Vi si fanno diverse buone cose, e tra queste un centro sociale, la Casa del Drago, un locale in periferia che prende il nome dal grosso drago di cartapesta che sta all’ingresso e che è stato costruito un paio d’anni fa da internati, operatori e volontari e ha incontrato, con la regia di Giuliano Scabia, quel Marco Cavallo fatto trent’anni fa nel manicomio di Trieste che si apriva. Alla Casa del Drago si presentava l’ultima raccolta di scritti di Franco Basaglia, L’utopia della realtà. Ricordo un dibattito molto bello, tra storia e storie di vita di molti di noi, e verso la fine il commento di un signore anziano internato da alcuni anni: «il problema è che qui si pende dal colloquio con lo psichiatra, e la cosa che mi fa star più male è che neppure posso sapere quando questa condanna finirà…». Non si può predeterminare la durata di una cura, è evidente; si deve invece fissare la durata di una pena, è un principio di civiltà. Per questo dobbiamo allontanare ogni acrobazia ideologica che voglia mescolarle di nuovo, e lavorare seriamente tutti per un carcere diverso.
Aprileonline.it 25 luglio 2006
Indulto, l'Unione e il compromesso
Dibattito. Il decreto, allargato ai reati finanziari è non solo il cattivo prodotto di una trattativa che non doveva nemmeno essere intavolata
di Pancho Pardi
Si discute in Parlamento sull’indulto. Una riduzione di pena che permette di alleggerire la situazione disastrosa delle carceri. L’esigenza in realtà dovrebbe essere affrontata con spirito riformatore e una visione di prospettiva. Invece qui è l’emergenza estiva che impone la necessità e detta i tempi. Tuttavia basta l’informazione che circola in rete per capire che le condizioni di vita dei carcerati impongono l’indulto. Il problema è come attuarlo.
Il modo adottato dall’Unione non convince. Per unanime ammissione l’indulto è imposto dalla necessità di ridurre l’insostenibile affollamento delle carceri con uno sconto di pena per i piccoli reati, in gran parte collegati alle tossicodipendenze e alla presenza illegale degli immigrati. Sono infatti esclusi i reati di grave allarme sociale, come terrorismo, mafia, violenza sessuale, pedofilia. Ma contro ogni logica sono compresi invece i reati finanziari e societari, la corruzione, il falso in bilancio, il danno alla pubblica amministrazione.
L’argomento addotto è uno solo ed è di disarmante sincerità. Per approvare l’indulto sono necessari i due terzi dei voti e Forza Italia non lo vota se non ne godono corrotti e corruttori. In pratica L’Unione – con la sola eccezione dell’Italia dei Valori e di qualche altro parlamentare critico - ha accettato di pagare la realizzazione dell’indulto per i poveri disgraziati con l’allargamento della misura a vantaggio degli affaristi. Non si capisce perché Forza Italia possa permettersi di ricattare l’Unione pretendendo l’allargamento dell’indulto, mentre L’Unione non ha pensato di contrastare Forza Italia sfidandola ad assumersi la responsabilità di far cadere una misura da tutti considerata necessaria. Va anche osservato che essa non ha alcuna efficacia sulla riduzione dell’affollamento carcerario, perché, per motivi facilmente comprensibili, gli autori di reati finanziari di solito non si trovano in carcere.
La scelta di questo pessimo compromesso è sostenuta dai suoi promotori con l’argomento secondario che l’indulto non cancella i reati e i processi; e che lo sconto di pena lascia intatta la riprovazione sociale: l’espressione è di Massimo Brutti. Sarebbe interessante ascoltare il parere delle migliaia di piccoli risparmiatori rovinati da Cirio, Parmalat e altre avventure successive per sapere se basta loro come risarcimento la riprovazione sociale per chi li ha gettati sul lastrico.
L’indulto allargato ai reati finanziari è non solo il cattivo prodotto di una trattativa che non doveva nemmeno essere intavolata, ma rappresenta l’apertura di una prospettiva insidiosa: l’impossibilità di tracciare un limite certo tra economia legale ed economia illegale. Il giornale di Rifondazione ha attaccato con un’asprezza senza precedenti chi è contrario non all’indulto ma al suo ampliamento patogenetico. Dovrebbe invece riflettere sulla portata strategica micidiale di quella misura.
Oggi alle ore 11 si riuniscono davanti a Montecitorio, dove si discuterà il provvedimento, coloro che avevano votato una maggioranza di centrosinistra perché si aspettavano che il governo da quella espresso avrebbe fatto leggi di centrosinistra. Di fronte a una legge di centrodestra ritengono di doverlo dire. Lo fanno senza alcuna maligna soddisfazione. Sono ancora pronti a difendere a tutti i costi questo governo, perché quello che gli succederebbe sarebbe disastroso. Ma ritengono che la critica alla classe dirigente sia uno dei compiti più necessari e delicati della democrazia.
Asca 25.7.06
INDULTO: BERTINOTTI, I PARLAMENTARI NON IGNORINO L'ATTESA NELLE CARCERI
(ASCA) - Roma, 25 lug - Un appello a tutti i parlamentari a non sottovalutare le attese che si sono create all'interno delle carceri per un atto di clemenza, e' stato rivolto dal presidente della Camera Fausto Bertinotti durante la tradizionale cerimonia di consegna del ventaglio da parte della stampa parlamentare. Bertinotti ha ricordato come questo atto, piu' volte rinviato, sia stato ''autorevolmente'' chiesto da Giovanni Paolo II durante la sua visita al parlamento italiano e cosi' calorosamente accolto da tutti nella stessa occasione. Quella dell'indulto, ha detto Bertinotti durante un bilancio dell'attivita' della Camera dal suo recente insediamento, e' ''una questione importantissima che stiamo affrontando in questi giorni, e che non legherei alla congiuntura politica''. E' un provvedimento, ha aggiunto, ''legato ad una vicenda politica e istituzionale italiana che ha avuto un momento saliente nella presenza nell'Aula del parlamento di Giovanni Paolo II e del suo invito cosi' calorosamente accolto da tutte le componenti dell'assemblea e che io mi auguro possa essere trasformato in realta' nei prossimi giorni con il varo dell'indulto. Primo accoglimento di una domanda avanzata con cosi' grande autorevolezza, peraltro in riscontro a molte altre sollecitazioni emerse dai molti laici e diversamente credenti nel paese e che ha di fronte, io credo, un'emergenza acutissima. Lo dico senza polemiche, con il massimo di rispetto per tutte le obiezioni di merito''. ''Quello che mi sento di poter fare da questa cattedra -ha detto ancora Bertinotti- e' un invito a tutti i parlamentari, quale sia la loro collocazione politica, partitica, di maggioranza o di opposizione, di riflettere sulle attese che si sono venute costituendo nella popolazione carceraria, rispetto al provvedimento di clemenza. Siamo vicini ad un agosto che non consente a nessuno un atto di deresponsabilizzazione rispetto al modo in cui la politica e le istituzioni vengono vissuti da una parte cosi' significativa della popolazione del paese''.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
lunedì 24 luglio 2006
sul Riformista di sabato 22 luglio, Emmanuel Faye, l'autore di Heidegger, l’introduction du nazisme dans la philosophie (ed. Albin Michel, in corso di traduzione in Italia). interviene rispondendo all'articolo di Filoni (qui) e citando l'articolo di Livia Profeti su LEFT n.26:
il Riformista 22.7.06
RISPOSTA. A MARCO FILONI SUL LIBRO DI STUDI DEDICATO AL PENSATORE TEDESCO E LA SUA COMPROMISSIONE
NON SONO UN INQUISITORE UMANISTA, HEIDEGGER ERA UN ULTRAS DEL FÜHRER
Non dico di eliminare o sopprimere le opere del filosofo, anzi bisogna incrementare il loro studio, ma con più consapevolezza. Vanno messe nelle biblioteche di storia del nazionalsocialismo, non in quelle di filosofia. A meno che non si consideri filosofia l’hitlerismo
DI EMMANUEL FAYE
Prima ancora di essere tradotto in italiano, il mio lavoro su Heidegger ha avuto una prima accoglienza favorevole con gli articoli di Frediano Sessi (Corriere della Sera 3/6/05) e Livia Profeti (Left n. 26 7-13/7/06). Un dibattito filosofico approfondito si è svolto nel maggio scorso all’Università di Urbino tra me e Francesco Fistetti su invito di Domenico Losurdo. Questo dimostra che c’è una tradizione intellettuale italiana che non dissocia realtà storica e pensiero filosofico, come è invece malauguratamente il caso della maggior parte dei filosofi in Francia, che con ciò non percepiscono più quello che è realmente in gioco negli scritti di Heidegger. Su il Riformista del 14 luglio 2006 Marco Filoni ha assunto una posizione intermedia, nella quale mi dipinge in modo caricaturale come una sorta di «inquisitore umanista». Ciò esige una risposta.
Filoni ammette il carattere particolarmente documentato delle mie ricerche. Sono le mie conclusioni che egli non approva, o piuttosto quelle che lui ne ha tratto visto che non le presenta correttamente. Neanche l’oggetto del mio lavoro è stato percepito esattamente. Le mie ricerche infatti non si limitano alla «compromessione politica» di Heidegger, ma riguardano i fondamenti nazisti della sua opera e della sua dottrina. Infatti è proprio sulla base di un’analisi minuziosa dell’opera – esattamente così come la si può leggere oggi con i testi dei corsi e degli scritti radicalmente hitleriani pubblicati recentemente secondo il piano stabilito da Heidegger stesso – che si basano le conclusioni del mio libro (vedi Gesamtausgabe, vol. 16, 36/37, 38, 90, ecc.). Un autore che intende promuovere nei suoi corsi una umanità nuova ed una «mutazione totale» dell’esistenza umana secondo la «visione del mondo» del Führer, appellandosi allo «sterminio totale» (völlige Vernichtung) di tutto quello che ostacola l’autoaffermazione della «razza germanica», non potrebbe gettare i fondamenti di una filosofia a meno che non si consideri l’hitlerismo come una filosofia, il che appare francamente ripugnante. Difatti non c’è ricerca o amore per la saggezza, dunque non c’è filosofia, senza un profondo rispetto per l’integrità umana. Una dimensione morale si trova quindi in tutte le filosofie, pur se trasmesse da pensatori molti diversi tra loro come Socrate, Montaigne o Kant. Inoltre io non vedo come il fatto di resistere, attraverso l’analisi critica, alla diffusione dell’hitlerismo nel pensiero, possa essere ridotto ad una forma di «moralismo» naïf o ipocrita, salvo voler riprendere le tesi di autori come Carl Schmitt, la cui cinica strategia consiste nel ricusare ogni forma di pensiero umanistico in vista di una riabilitazione del nazismo per mezzo della neutralizzazione di tutte le critiche.
D’altro canto Filoni si richiama ad Eric Weil che raccomanda la lettura del Mein Kampf (un argomento riecheggiato da Pierluigi Panza sul Corriere della sera del 16/7/06). Questo in realtà è proprio in linea con il senso delle mie conclusioni. Infatti, contrariamente a quanto egli vorrebbe farmi dire, non ho mai parlato di «sopprimere» Heidegger, né di eliminarlo dalle biblioteche o di non leggerlo più. Al contrario io sostengo la necessità di aprire gli archivi Heidegger a tutti i ricercatori, di effettuare ricerche molto più approfondite nonché l’urgenza di un altrettanto approfondito dibattito. Quando affermo che l’opera di Heidegger merita di essere inserita nelle biblioteche di storia del nazismo piuttosto che in quelle di filosofia, è in ragione degli enunciati radicalmente razzisti e pro-hitleriani che essa comprende, e non è per smettere di leggerla, ma per leggerla in un modo completamente diverso. Nella misura in cui, in un corso di “filosofia”, Heidegger riduce la questione kantiana “che cos’è l’uomo” all’autoaffermazione della “razza germanica”, o identifica la relazione ontologica tra l’Essere e l’ente con quella che unisce lo Stato hitleriano al popolo definito come “unità di sangue e stirpe”, non si possono leggere quei testi come si leggerebbero le opere di un Bruno, di un Cartesio o di un Leibniz! I corsi nazisti di Heidegger esigono la stessa vigilanza critica che ci impone la lettura di un’opera come il Mein Kampf. In parole più brevi, noi abbiamo mostrato, a seguito di un lavoro di analisi di più di 500 pagine, che la radicalità discriminatoria e sterminatrice delle tesi heideggeriane sull'uomo non permettono di considerare la sua opera come filosofica, ma piuttosto come una dottrina i cui fondamenti nazisti la collegano alla storia dell'hitlerismo. Combattere il nazismo così come si propaga attraverso l’opera di un Heidegger o di un Carl Schmitt non è quindi un’impresa «moralizzatrice»: è piuttosto il compito per eccellenza di una filosofia critica per i nostri tempi.
Non riesco poi più a seguire Filoni quando si sforza di relativizzare il caso pur estremo di Heidegger, tratteggiando opinabili raffronti con Platone o Aristotele, oppure con Machiavelli, che non ha mai sostenuto un regime comparabile con il nazismo e che in verità non ha granché in comune con Heidegger. L’apporto storico più importante dell’opera di Machiavelli consiste nel tentativo di de-teologizzare la politica. Al contrario Heidegger o Carl Schmitt, lavorano ad una radicalizzazione della politica attraverso la trasposizione in essa di schemi teologici. La maniera in cui Schmitt introduce in Staat, Bewegung, Volk, la nozione teologica della “presenza reale” a proposito della Führung hitlériana per far capire che non si tratta di un’”idea”, è la stessa con la quale Heidegger, nel suo seminario hitleriano inedito 1933-34 che ho parzialmente pubblicato, traspone in politica lo schema teologico dell’incarnazione, per descrivere come «l’esistenza e la superiorità del Führer si sono infuse nell’essere, nell’anima del popolo» (Heidegger, l’introduction du nazisme dans la philosophie, p.230). E’ così che nozioni inizialmente religiose sono strumentalizzate e alterate da questi autori nazisti per esprimere la dominazione totale di Hitler sull’anima tedesca.
Più in generale, come sperare di trovare, come vorrebbe Marco Filoni, «idee» filosofiche fondamentali in un autore che dichiara ai suoi studenti che «non sono le “idee” che devono essere la regola del vostro essere», bensì «il Führer e lui solo» ?
Per tutte queste ragioni l’argomento trito e ritrito che consiste nel presentare quelli che resistono al nazismo come dei censori e degli inquisitori, e gli umanisti come degli ingenui o degli ipocriti, non è accettabile. Nel caso specifico la mancanza di responsabilità del pensiero si trova piuttosto nel rifiuto di guardare in faccia la radicalità omicida degli enunciati heideggeriani, e di tirarne le conseguenze rispetto allo statuto della sua opera.
l’Unità on line 23.7.06
La condanna dei giuristi: «Israele colpevole di crimini di guerra»
«In base al diritto in tempo di guerra, attacchi internazionali contro la popolazione civile come quelli compiuti finora in Libano, contro civili che non prendono parte al conflitto costituiscono un crimine di guerra. La distruzione dell'aeroporto di Beirut e di aerei civili sono due esempi palesi». Lo afferma una nota ufficiale diffusa dalla Commissione internazionale dei giuristi (Icj) che riunisce sessanta eminenti giuristi di tutto il mondo. Per l'Italia, Antonio Cassese, già presidente del Tribunale internazionale per l'ex Yugoslavia.
Il documento condanna sia le operazioni militari israeliane sia i bombardamenti degli Hezbollah: «Negli ultimi giorni prosegue la nota le forze aeree israeliane hanno distrutto un numero infinito di edifici civili, di infrastrutture e mezzi di trasporto in operazioni che hanno ucciso almeno trecento persone, la maggior parte delle quali civili, creando il caos nelle città libanesi e portando allo sfollamento di oltre mezzo milione di persone. Esterrefatti dall´impatto di operazioni militari così violente, la Commissione internazionale dei giuristi (Icj) ricorda che Israele ha l'obbligo di rispettare senza alcuna condizione di vita la sicurezza dei civili come stabilito dalla convenzione di Ginevra di cui è firmatario». Nel documento i giuristi chiedono l'intervento urgente delle Nazioni Unite e si dicono stupiti della «inattività e dell'apatia della comunità internazionale» nei confronti delle azioni militari condotte da Israele in Libano o a Gaza, che stanno causando la morte e la sofferenza di molti civili innocenti.
Includendo i lanci di missili da parte dei miliziani di Hezbollah, i giuristi aggiungono: «Allo stesso modo bombardare città indifese, villaggi e strutture che non sono obiettivi militari costituisce un crimine di guerra per cui alcuni individui potranno essere incriminati come responsabili». Federico Andrei-Guzman, vicesegretario generale dell'Icj ha aggiunto: «Se Israele ha il legittimo diritto di difendersi da rapimenti e dal lancio di missili sul proprio territorio, questo diritto non è illimitato ed è soggetto alle restrizioni del diritto internazionale… Invece, le sproporzionate e indiscriminate reazioni dell'esercito israeliano sono rappresaglie contro la popolazione civile e assomigliano molto a una sorta di punizione collettiva». «Nel diritto internazionale, le punizioni collettive costituiscono un crimine di guerra», ha concluso Andrei-Guzman.
Corriere.it 24.7.06
Da oggi in Aula a Montecitorio la proposta Buemi nata in collaborazione con i tecnici di Forza Italia. Anche il Pdci con l'ex pm: vediamo le stesse ombre
Dubbi sull'indulto, Di Pietro fa breccia nell'Unione
ROMA- Il martellamento di Antonio Di Pietro ha finito per aprire un varco nel muro alzato dall'Unione a difesa dell'accordo con Forza Italia per un indulto che produrrà uno sconto di pena anche per i reati finanziari, pur escludendo quelli di terrorismo, mafia, violenza sessuale e pedofilia. Così, dopo tanto insistere contro i corrotti, il ministro delle Infrastrutture ha detto che «in privato anche Prodi» gli «dà ragione»: e ora ecco palesarsi una pattuglia di prodiani che condividono «le preoccupazioni di Di Pietro». Conferma Franco Monaco (Margherita): «Meglio sarebbe, come ha sempre sostenuto l'Ulivo, escludere i reati finanziari e contro la Pubblica amministrazione dai benefici dell'Indulto anche perché non hanno nulla a che vedere con il sovraffollamento in carcere». Oggi, alla Camera, il testo Buemi (indulto di 3 anni esclusi i reati di grave allarme sociale) va in aula, e già in settimana potrebbe arrivare l'approvazione di Montecitorio. Nell'Unione, l'indicazione che viene dall'alto è una sola: «Non ci discosteremo dal testo varato dalla commissione perché è l'unico punto di equilibrio possibile visto che per approvare l'indulto ci vogliono i due terzi del Parlamento», dice il responsabile Giustizia dei Ds Massimo Brutti. Quell'accordo, raggiunto dopo gli incontri in cui si sono trovati a ragionare insieme anche Brutti e Gaetano Pecorella (FI), regge per tre motivi. Uno: l'Unione incassa il rinvio dell'amnistia (che cancella reato e processo) ed esclude dall'atto di clemenza le pene accessorie di tipo perpetuo. Due: FI, che nel programma non aveva parlato di indulto senza amnistia, ottiene l'inclusione dei reati tipici dei «colletti bianchi».
Prendere o lasciare. E stavolta l'accordo regge perché, ed è il terzo elemento, FI e Ds si possono presentare davanti ai rispettivi elettori sbandierando le esclusioni dall'indulto, comunque condizionato alla buona condotta, che comprendono i reati di maggiore allarme. Tuttavia, i dubbi nel centrosinistra sono molti. A Monaco che chiede una mediazione più accettabile (1 anno di indulto per i reati contro la Pubblica amministrazione), si aggiungono altri prodiani. Marina Magistrelli dice di avere «più di qualche perplessità perché sull'indulto, che chiude un'epoca sulla corruzione e sulla concussione, serviva una decisione politica più ponderata». E Pierluigi Mantini (Margherita) annuncia un emendamento mirato ad escludere anche le pene accessorie temporanee e i reati tipici di bancopoli: «Perché restituire la potestà genitoriale al condannato per incesto o reintegrare nel consiglio di amministrazione il condannato per bancarotta fraudolenta che esce dal carcere grazie all'indulto?». I dubbi dipietristi, infine, contagiano anche Marco Rizzo dei Comunisti italiani: «L'indulto è necessario, ma come non vedere alcune ombre sottolineate dal ministro Di Pietro?». E oggi si va in Aula.
Corriere della Sera 24.7.06
«Non c’è alternativa al voto blindato Fermiamo le tentazioni neocentriste»
intervista a Giordano di Daria Gorodisky
ROMA - Franco Giordano, allora al Senato sul rifinanziamento delle missioni (Afghanistan compresa) si dovrà ricorrere alla fiducia? «Rifondazione comunista avrebbe preferito un percorso lineare, cioé la determinazione dell’autosufficienza della maggioranza. Ma sembra proprio che l’unico modo per ottenerla, questa autosufficienza, sia quello di porre la fiducia».
Non è un segnale di debolezza?
«I nostri dissidenti (che io critico) comunque non hanno mai manifestato l’idea di far cadere il governo».
Per il presidente del Senato, Franco Marini, è meglio evitare la fiducia su Kabul: ritiene che questo strumento «a lungo andare indebolisce la dialettica democratica» e che non si può sempre «scommettere al buio» e far conto su un «miracolo».
«Lo capisco, se parla da un punto di vista parlamentare. Dal punto di vista politico, invece, sbaglia atteggiamento: introduce l’idea di un governo unitario con l’opposizione che snaturerebbe il patto tra gli elettori e la coalizione».
Marini dice che il dialogo con l’opposizione è «indispensabile»…
«È utile solo se si parte da una coesione della maggioranza e dalla fedeltà al programma dell’Unione».
Ma è proprio la coesione che, alla prova dei fatti, traballa.
«Dobbiamo andare avanti per costruirla, anche al Senato. È necessario partire da un’autosufficienza, altrimenti cambia la natura del governo. E questo non è consentito».
Aggiunge Marini che bisogna parlare con il centrodestra perché «il paese è diviso a metà».
«Eh no. Caso mai si deve allargare il nostro consenso: e questo si fa restando coerenti al programma e presentando un’ampia progettualità. Perché altrimenti, cioè se si fotografa solo il risultato elettorale, l’unico effetto che si ottiene è di congelare quella fase».
Il presidente del Senato (Margherita ed ex dc) fa queste dichiarazioni; pochi giorni fa il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta (Margherita ed ex dc), suggerisce di allargare la maggioranza. Che cosa si muove?
«C’è un movimento centrista. Lo avevamo denunciato tempo fa e ora è emersa una soggettività politica in quella direzione. È' un movimento che va fermato. Se andasse avanti un’opzione neocentrista sarebbe un problema per tutti. Ma io voglio stare alle parole di Prodi, che ha appena chiarito il sì a una maggioranza autosufficiente e il no a larghe intese».
Crede che Marini sia fra quelli che tessono la tela del neocentrismo?
«Forse non si accorge dell’organicità del progetto politico che punta alla grande coalizione. Ho troppa stima per lui per credere che possa tradire il mandato elettorale».
Dissidenti a parte, Rifondazione comunista, che lei guida, ha accettato un compromesso sull’Afghanistan…
«E lo rivendico. Perché la politica estera italiana sta cambiando: ci ritiriamo dall’Iraq, affrontiamo la questione del Darfur, ci muoviamo in modo diverso da prima sul Medioriente: la prossima Conferenza internazionale sul Libano è un grande risultato. Anche se credo che sarebbe opportuno invitare tutti i soggetti coinvolti».
A chi si riferisce? Chi, tra gli esclusi, vorrebbe invitare?
«Siria e Iran. Non condivido le loro politiche, ma sono coinvolti».
Non partecipa neppure Israele.
«Ah, Israele. Sì, tutti, anche loro».
Giordano, è contento di come il governo si sta muovendo in materia di sviluppo economico?
«La manovrina, il decreto Bersani: per la prima volta si guarda a evasione ed elusione fiscali».
Scontentando tante categorie.
«Per la prima volta vengono toccate rendite di posizione di categorie che spesso mantengono privilegi. Noi dobbiamo restare ancorati al blocco sociale dei dipendenti, dei precari, dei pensionati; dobbiamo difendere previdenza, sanità, pubblico impiego…».
Condivide anche l’idea del ministro di liberalizzare l’energia?
«No, questo no. Dobbiamo confrontarci. Ma l’asse portante deve essere formato da lotta all’evasione, redistribuzione e risarcimento alle fasce finora penalizzate. Inoltre bisogna dire no a quei settori di Confindustria che, premendo solo per l’abbassamento dei salari, hanno portato il paese al declino produttivo».
Sul Dpef c’è qualche problemino per voi di Rifondazione.
«Purtroppo il dibattito su questi temi è stato oscurato dall’Afghanistan. Ma, per quanto riguarda il Dpef, si voterà solo una risoluzione. La partita vera si giocherà con la Finanziaria: lì sarà il momento di far pagare i ceti che si sono arricchiti con il governo Berlusconi, lì è la vera scommessa. E lì sarà possibile battere il tentativo neocentrista».
L’Adusbef, associazione dei consumatori, propone un contro-Dpef da 50 miliardi di euro che colpisca soprattutto banche, assicurazioni e le riserve auree di Bankitalia. Ritiene che questo possa essere una via percorribile?
«Non conosco nel dettaglio la proposta. Ma per me va bene tutto ciò che va nella direzione di far pagare chi finora è stato immune e favorito».
Romaone.it 21.7.06
Detenuti in sciopero per chiedere l'indulto
Il Forum per la salute nelle carceri chiede la piena applicazione della legge che trasferisce le competenze sanitarie delle carceri alle regioni
Roma, 21 luglio 2006 - In sciopero da oggi i detenuti del nuovo complesso di Rebibbia per ottenere un provvedimento di indulto generalizzato proprio alla vigilia dell'atteso dibattito che lunedì si aprirà alla Camera sui problemi della giustizia. Il dibattito camerale avrà per oggetto proprio indulto e amnistia. Lo sciopero avrà come fine anche quello di porre all'attenzione la situazione drammatica della sanità penitenziaria in Italia.
E proprio oggi il Forum Nazionale per il diritto alla salute dei detenuti e delle detenute ha lanciato il suo appello per l'applicazione della legge 230/99, fulcro centrale della questione sanitaria nelle carceri. Il Forum lamenta la non completa applicazione della legge che prevede un trasferimento delle funzioni sanitarie, facenti capo al Ministero della Giustizia, alle Regioni.
"Il problema che la maggioranza si deve porre - ha detto Bruno Benigni, presidente del Centro Nazionale Basaglia - è come attuare questa legge". Punto focale del provvedimento il diritto dei detenuti e degli internati alla assistenza sanitaria prevista nel Piano sanitario nazionale, al pari dei cittadini liberi. Inoltre che le competenze in materia di programmazione, indirizzo e coordinamento del servizio sanitario negli istituti penitenziari sia del ministero della Sanità. "Lo stato confusionale del sistema sanitario penitenziario, secondo il forum, è stato accresciuto dal trasferimento alle Regioni di soli due spezzoni del servizio sanitario nelle carceri italiane, la prevenzione e la tossicodipendenza, per di più con pochissimi mezzi finanziari e altrettanto scarso personale. Le stesse Aziende Sanitarie Locali, in questa situazione, non si sono assunte appieno le competenze attribuite loro dalla legge". Unica eccezione la Toscana che ha attivato un sistema sanitario completo nelle carceri.
"Bisogna superare - ha detto l'onorevole Leda Colombini, presidente del Forum - l'apparente contraddizione tra diritto alla salute e diritto alla sicurezza" e su questo il forum ha invitato il ministero di Grazia e Giustizia e quello della Sanità ad una stretta collaborazione. Per Luigi Manconi, sottosegretario alla Giustizia ,"è un dovere incontrare il Forum per tradurre le proposte in impegni concreti. La questione dell'indulto e dell'amnistia non è altra cosa. Un carcere sovraffollato fa fatica a diventare governabile. Senza amnistia e indulto non è possibile mettere mano alle riforme".
Per Antonio Gaglione, sottosegretario alla Sanità, il problema è più complesso: "Stiamo parlando di una popolazione (quella carceraria) che ha una mobilità alta. A questa popolazione non dobbiamo garantire solo i livelli normali di assistenza , ma tutto compresi i farmaci di fascia C. E poi c'è anche la questione del personale medico".
Insomma il dibattito e aperto e nel frattempo i numeri parlano da soli.
Secondo i dati diffusi da Cgil e D.A.P. il sistema penitenziario contiene 62mila detenuti. Il 13 per cento dei detenuti dichiara di versare in cattive condizioni di salute e l'incidenza delle malattie psichiche incide per il 20 per cento sull'intera popolazione carceraria, in pratica un detenuto su cinque. La popolazione carceraria negli ultimi sette anni è cresciuta di diecimila unità. Gli stranieri incarcerati sono raddoppiati. Dai circa 110 milioni di euro del 2000 stanziati per l'organizzazione e il funzionamento del servizio sanitario e farmaceutico nel 2005 si è passati a poco più di 90. Non c'è dubbio che la situazione vada rivista.
Repubblica 24.7.06
Usa, un libro sulla "materia grigia"
"Ecco i segreti del cervello femminile"
Il testo analizza la maggiore emotività e il più alto livello
di sensibilità tipici delle donne: può aiutare a comprendere meglio i propri comportamenti
La teoria nasce da anni di studi e analisi ma è molto contestata
di Peg Tyre e Julie Scelfo
La settimana scorsa per la neuropsichiatria californiana Louann Brizendine e i colleghi una normale riunione di routine si è trasformata in un'occasione di insegnamento. La dottoressa Brizendine, che lavora al Langley Porter Psychiatric Institute di San Francisco, ha ascoltato raccontare da un collega la storia clinica di una nuova paziente: signora di successo, diventata madre da poco, lamentava perdita di memoria a breve termine e un'ansia insistente.
Il medico aveva riepilogato le informazioni: analisi normali, stato mentale buono, in famiglia non vi erano stati casi di Alzheimer precoce. I colleghi erano sconcertati, poi la dottoressa Brizendine ha chiesto: "Allatta ancora?" Il medico ha controllato i suoi appunti e ha annuito. "E come dorme? Suo marito l'aiuta?". Brizendine ha quindi spiegato che una donna che allatta è imbottita di ormoni ossitocina e prolattina, che la rendono più sveglia, meno interessata al sesso e talora iper-vigile.
Della questione donne e ormoni Brinzedine ha fatto la sua specialità di medico: da circa 20 anni la dottoressa sta mettendo a punto quella che ama definire una corrente di psichiatria tutta al femminile, e si concentra in particolare sulla complessa interazione tra salute mentale femminile e struttura e chimica cerebrale.
Il suo primo libro, "Il cervello femminile", uscirà nelle librerie tra un mese. L'autrice è consapevole che solleverà polemiche: "So che non è politicamente corretto affermare una cosa simile, ma credo che le donne percepiscano il mondo in modo differente rispetto agli uomini".
Per scrivere il suo libro, la dottoressa ha attinto alla sua ricca esperienza clinica e a migliaia di ricerche e di studi. Per alcuni le conclusioni alle quali è pervenuta risulteranno ovvie, per altri suoneranno come un'eresia: Brizendine discute le ragioni biologiche che fanno sì che le bambine si sentano maggiormente attratte dalle bambole che dalle macchinine, descrive le ragioni neurologiche in virtù delle quali le donne pensano al sesso meno degli uomini, ma spiega che istintivamente, volendo far nascere bambini geneticamente migliori, possono avere molte più relazioni extraconiugali dei mariti.
Idee destinate ad accendere controversie tra dottori e sociologi che reputano i libri come il suo destinati a rafforzare stereotipi sessuali di vecchio stampo. Secondo coloro che criticano Brizendine esaminare i presupposti biologici della differenza tra i sessi è superfluo, perché non ce ne sono molte.
Ma la dottoressa non è d'accordo: 53 anni, studia la relazione fra il cervello femminile e gli ormoni dai tempi dell'università. Dodici anni fa ha aperto una clinica che oggi cura circa 600 donne l'anno con terapia ormonale sostitutiva, psicofarmaci e terapia comportamentale cognitiva. Oggi si avvale anche di moderne tecniche di indagine neurologica e in neuroendocrinologia, che hanno iniziato a fornire dimostrazioni di come le donne e gli uomini usano differentemente il loro cervello.
I risultati che ottiene da queste indagini scandalizzano alcuni suoi colleghi, ma lei resta imperturbabile: l'autunno prossimo è intenzionata a ingrandire la sua clinica per accogliere anche le adolescenti oltre alle donne. Predice che a differenza delle donne di oggi, quelle della prossima generazione non daranno per scontato che la differenza di cervello tra i due sessi implichi necessariamente inferiorità.
il Riformista 22.7.06
RISPOSTA. A MARCO FILONI SUL LIBRO DI STUDI DEDICATO AL PENSATORE TEDESCO E LA SUA COMPROMISSIONE
NON SONO UN INQUISITORE UMANISTA, HEIDEGGER ERA UN ULTRAS DEL FÜHRER
Non dico di eliminare o sopprimere le opere del filosofo, anzi bisogna incrementare il loro studio, ma con più consapevolezza. Vanno messe nelle biblioteche di storia del nazionalsocialismo, non in quelle di filosofia. A meno che non si consideri filosofia l’hitlerismo
DI EMMANUEL FAYE
Prima ancora di essere tradotto in italiano, il mio lavoro su Heidegger ha avuto una prima accoglienza favorevole con gli articoli di Frediano Sessi (Corriere della Sera 3/6/05) e Livia Profeti (Left n. 26 7-13/7/06). Un dibattito filosofico approfondito si è svolto nel maggio scorso all’Università di Urbino tra me e Francesco Fistetti su invito di Domenico Losurdo. Questo dimostra che c’è una tradizione intellettuale italiana che non dissocia realtà storica e pensiero filosofico, come è invece malauguratamente il caso della maggior parte dei filosofi in Francia, che con ciò non percepiscono più quello che è realmente in gioco negli scritti di Heidegger. Su il Riformista del 14 luglio 2006 Marco Filoni ha assunto una posizione intermedia, nella quale mi dipinge in modo caricaturale come una sorta di «inquisitore umanista». Ciò esige una risposta.
Filoni ammette il carattere particolarmente documentato delle mie ricerche. Sono le mie conclusioni che egli non approva, o piuttosto quelle che lui ne ha tratto visto che non le presenta correttamente. Neanche l’oggetto del mio lavoro è stato percepito esattamente. Le mie ricerche infatti non si limitano alla «compromessione politica» di Heidegger, ma riguardano i fondamenti nazisti della sua opera e della sua dottrina. Infatti è proprio sulla base di un’analisi minuziosa dell’opera – esattamente così come la si può leggere oggi con i testi dei corsi e degli scritti radicalmente hitleriani pubblicati recentemente secondo il piano stabilito da Heidegger stesso – che si basano le conclusioni del mio libro (vedi Gesamtausgabe, vol. 16, 36/37, 38, 90, ecc.). Un autore che intende promuovere nei suoi corsi una umanità nuova ed una «mutazione totale» dell’esistenza umana secondo la «visione del mondo» del Führer, appellandosi allo «sterminio totale» (völlige Vernichtung) di tutto quello che ostacola l’autoaffermazione della «razza germanica», non potrebbe gettare i fondamenti di una filosofia a meno che non si consideri l’hitlerismo come una filosofia, il che appare francamente ripugnante. Difatti non c’è ricerca o amore per la saggezza, dunque non c’è filosofia, senza un profondo rispetto per l’integrità umana. Una dimensione morale si trova quindi in tutte le filosofie, pur se trasmesse da pensatori molti diversi tra loro come Socrate, Montaigne o Kant. Inoltre io non vedo come il fatto di resistere, attraverso l’analisi critica, alla diffusione dell’hitlerismo nel pensiero, possa essere ridotto ad una forma di «moralismo» naïf o ipocrita, salvo voler riprendere le tesi di autori come Carl Schmitt, la cui cinica strategia consiste nel ricusare ogni forma di pensiero umanistico in vista di una riabilitazione del nazismo per mezzo della neutralizzazione di tutte le critiche.
D’altro canto Filoni si richiama ad Eric Weil che raccomanda la lettura del Mein Kampf (un argomento riecheggiato da Pierluigi Panza sul Corriere della sera del 16/7/06). Questo in realtà è proprio in linea con il senso delle mie conclusioni. Infatti, contrariamente a quanto egli vorrebbe farmi dire, non ho mai parlato di «sopprimere» Heidegger, né di eliminarlo dalle biblioteche o di non leggerlo più. Al contrario io sostengo la necessità di aprire gli archivi Heidegger a tutti i ricercatori, di effettuare ricerche molto più approfondite nonché l’urgenza di un altrettanto approfondito dibattito. Quando affermo che l’opera di Heidegger merita di essere inserita nelle biblioteche di storia del nazismo piuttosto che in quelle di filosofia, è in ragione degli enunciati radicalmente razzisti e pro-hitleriani che essa comprende, e non è per smettere di leggerla, ma per leggerla in un modo completamente diverso. Nella misura in cui, in un corso di “filosofia”, Heidegger riduce la questione kantiana “che cos’è l’uomo” all’autoaffermazione della “razza germanica”, o identifica la relazione ontologica tra l’Essere e l’ente con quella che unisce lo Stato hitleriano al popolo definito come “unità di sangue e stirpe”, non si possono leggere quei testi come si leggerebbero le opere di un Bruno, di un Cartesio o di un Leibniz! I corsi nazisti di Heidegger esigono la stessa vigilanza critica che ci impone la lettura di un’opera come il Mein Kampf. In parole più brevi, noi abbiamo mostrato, a seguito di un lavoro di analisi di più di 500 pagine, che la radicalità discriminatoria e sterminatrice delle tesi heideggeriane sull'uomo non permettono di considerare la sua opera come filosofica, ma piuttosto come una dottrina i cui fondamenti nazisti la collegano alla storia dell'hitlerismo. Combattere il nazismo così come si propaga attraverso l’opera di un Heidegger o di un Carl Schmitt non è quindi un’impresa «moralizzatrice»: è piuttosto il compito per eccellenza di una filosofia critica per i nostri tempi.
Non riesco poi più a seguire Filoni quando si sforza di relativizzare il caso pur estremo di Heidegger, tratteggiando opinabili raffronti con Platone o Aristotele, oppure con Machiavelli, che non ha mai sostenuto un regime comparabile con il nazismo e che in verità non ha granché in comune con Heidegger. L’apporto storico più importante dell’opera di Machiavelli consiste nel tentativo di de-teologizzare la politica. Al contrario Heidegger o Carl Schmitt, lavorano ad una radicalizzazione della politica attraverso la trasposizione in essa di schemi teologici. La maniera in cui Schmitt introduce in Staat, Bewegung, Volk, la nozione teologica della “presenza reale” a proposito della Führung hitlériana per far capire che non si tratta di un’”idea”, è la stessa con la quale Heidegger, nel suo seminario hitleriano inedito 1933-34 che ho parzialmente pubblicato, traspone in politica lo schema teologico dell’incarnazione, per descrivere come «l’esistenza e la superiorità del Führer si sono infuse nell’essere, nell’anima del popolo» (Heidegger, l’introduction du nazisme dans la philosophie, p.230). E’ così che nozioni inizialmente religiose sono strumentalizzate e alterate da questi autori nazisti per esprimere la dominazione totale di Hitler sull’anima tedesca.
Più in generale, come sperare di trovare, come vorrebbe Marco Filoni, «idee» filosofiche fondamentali in un autore che dichiara ai suoi studenti che «non sono le “idee” che devono essere la regola del vostro essere», bensì «il Führer e lui solo» ?
Per tutte queste ragioni l’argomento trito e ritrito che consiste nel presentare quelli che resistono al nazismo come dei censori e degli inquisitori, e gli umanisti come degli ingenui o degli ipocriti, non è accettabile. Nel caso specifico la mancanza di responsabilità del pensiero si trova piuttosto nel rifiuto di guardare in faccia la radicalità omicida degli enunciati heideggeriani, e di tirarne le conseguenze rispetto allo statuto della sua opera.
Emmanuel Faye
Université de Paris X-Nanterre
Université de Paris X-Nanterre
l’Unità on line 23.7.06
La condanna dei giuristi: «Israele colpevole di crimini di guerra»
«In base al diritto in tempo di guerra, attacchi internazionali contro la popolazione civile come quelli compiuti finora in Libano, contro civili che non prendono parte al conflitto costituiscono un crimine di guerra. La distruzione dell'aeroporto di Beirut e di aerei civili sono due esempi palesi». Lo afferma una nota ufficiale diffusa dalla Commissione internazionale dei giuristi (Icj) che riunisce sessanta eminenti giuristi di tutto il mondo. Per l'Italia, Antonio Cassese, già presidente del Tribunale internazionale per l'ex Yugoslavia.
Il documento condanna sia le operazioni militari israeliane sia i bombardamenti degli Hezbollah: «Negli ultimi giorni prosegue la nota le forze aeree israeliane hanno distrutto un numero infinito di edifici civili, di infrastrutture e mezzi di trasporto in operazioni che hanno ucciso almeno trecento persone, la maggior parte delle quali civili, creando il caos nelle città libanesi e portando allo sfollamento di oltre mezzo milione di persone. Esterrefatti dall´impatto di operazioni militari così violente, la Commissione internazionale dei giuristi (Icj) ricorda che Israele ha l'obbligo di rispettare senza alcuna condizione di vita la sicurezza dei civili come stabilito dalla convenzione di Ginevra di cui è firmatario». Nel documento i giuristi chiedono l'intervento urgente delle Nazioni Unite e si dicono stupiti della «inattività e dell'apatia della comunità internazionale» nei confronti delle azioni militari condotte da Israele in Libano o a Gaza, che stanno causando la morte e la sofferenza di molti civili innocenti.
Includendo i lanci di missili da parte dei miliziani di Hezbollah, i giuristi aggiungono: «Allo stesso modo bombardare città indifese, villaggi e strutture che non sono obiettivi militari costituisce un crimine di guerra per cui alcuni individui potranno essere incriminati come responsabili». Federico Andrei-Guzman, vicesegretario generale dell'Icj ha aggiunto: «Se Israele ha il legittimo diritto di difendersi da rapimenti e dal lancio di missili sul proprio territorio, questo diritto non è illimitato ed è soggetto alle restrizioni del diritto internazionale… Invece, le sproporzionate e indiscriminate reazioni dell'esercito israeliano sono rappresaglie contro la popolazione civile e assomigliano molto a una sorta di punizione collettiva». «Nel diritto internazionale, le punizioni collettive costituiscono un crimine di guerra», ha concluso Andrei-Guzman.
Pubblicato il 22.07.06
Corriere.it 24.7.06
Da oggi in Aula a Montecitorio la proposta Buemi nata in collaborazione con i tecnici di Forza Italia. Anche il Pdci con l'ex pm: vediamo le stesse ombre
Dubbi sull'indulto, Di Pietro fa breccia nell'Unione
ROMA- Il martellamento di Antonio Di Pietro ha finito per aprire un varco nel muro alzato dall'Unione a difesa dell'accordo con Forza Italia per un indulto che produrrà uno sconto di pena anche per i reati finanziari, pur escludendo quelli di terrorismo, mafia, violenza sessuale e pedofilia. Così, dopo tanto insistere contro i corrotti, il ministro delle Infrastrutture ha detto che «in privato anche Prodi» gli «dà ragione»: e ora ecco palesarsi una pattuglia di prodiani che condividono «le preoccupazioni di Di Pietro». Conferma Franco Monaco (Margherita): «Meglio sarebbe, come ha sempre sostenuto l'Ulivo, escludere i reati finanziari e contro la Pubblica amministrazione dai benefici dell'Indulto anche perché non hanno nulla a che vedere con il sovraffollamento in carcere». Oggi, alla Camera, il testo Buemi (indulto di 3 anni esclusi i reati di grave allarme sociale) va in aula, e già in settimana potrebbe arrivare l'approvazione di Montecitorio. Nell'Unione, l'indicazione che viene dall'alto è una sola: «Non ci discosteremo dal testo varato dalla commissione perché è l'unico punto di equilibrio possibile visto che per approvare l'indulto ci vogliono i due terzi del Parlamento», dice il responsabile Giustizia dei Ds Massimo Brutti. Quell'accordo, raggiunto dopo gli incontri in cui si sono trovati a ragionare insieme anche Brutti e Gaetano Pecorella (FI), regge per tre motivi. Uno: l'Unione incassa il rinvio dell'amnistia (che cancella reato e processo) ed esclude dall'atto di clemenza le pene accessorie di tipo perpetuo. Due: FI, che nel programma non aveva parlato di indulto senza amnistia, ottiene l'inclusione dei reati tipici dei «colletti bianchi».
Prendere o lasciare. E stavolta l'accordo regge perché, ed è il terzo elemento, FI e Ds si possono presentare davanti ai rispettivi elettori sbandierando le esclusioni dall'indulto, comunque condizionato alla buona condotta, che comprendono i reati di maggiore allarme. Tuttavia, i dubbi nel centrosinistra sono molti. A Monaco che chiede una mediazione più accettabile (1 anno di indulto per i reati contro la Pubblica amministrazione), si aggiungono altri prodiani. Marina Magistrelli dice di avere «più di qualche perplessità perché sull'indulto, che chiude un'epoca sulla corruzione e sulla concussione, serviva una decisione politica più ponderata». E Pierluigi Mantini (Margherita) annuncia un emendamento mirato ad escludere anche le pene accessorie temporanee e i reati tipici di bancopoli: «Perché restituire la potestà genitoriale al condannato per incesto o reintegrare nel consiglio di amministrazione il condannato per bancarotta fraudolenta che esce dal carcere grazie all'indulto?». I dubbi dipietristi, infine, contagiano anche Marco Rizzo dei Comunisti italiani: «L'indulto è necessario, ma come non vedere alcune ombre sottolineate dal ministro Di Pietro?». E oggi si va in Aula.
Corriere della Sera 24.7.06
«Non c’è alternativa al voto blindato Fermiamo le tentazioni neocentriste»
intervista a Giordano di Daria Gorodisky
ROMA - Franco Giordano, allora al Senato sul rifinanziamento delle missioni (Afghanistan compresa) si dovrà ricorrere alla fiducia? «Rifondazione comunista avrebbe preferito un percorso lineare, cioé la determinazione dell’autosufficienza della maggioranza. Ma sembra proprio che l’unico modo per ottenerla, questa autosufficienza, sia quello di porre la fiducia».
Non è un segnale di debolezza?
«I nostri dissidenti (che io critico) comunque non hanno mai manifestato l’idea di far cadere il governo».
Per il presidente del Senato, Franco Marini, è meglio evitare la fiducia su Kabul: ritiene che questo strumento «a lungo andare indebolisce la dialettica democratica» e che non si può sempre «scommettere al buio» e far conto su un «miracolo».
«Lo capisco, se parla da un punto di vista parlamentare. Dal punto di vista politico, invece, sbaglia atteggiamento: introduce l’idea di un governo unitario con l’opposizione che snaturerebbe il patto tra gli elettori e la coalizione».
Marini dice che il dialogo con l’opposizione è «indispensabile»…
«È utile solo se si parte da una coesione della maggioranza e dalla fedeltà al programma dell’Unione».
Ma è proprio la coesione che, alla prova dei fatti, traballa.
«Dobbiamo andare avanti per costruirla, anche al Senato. È necessario partire da un’autosufficienza, altrimenti cambia la natura del governo. E questo non è consentito».
Aggiunge Marini che bisogna parlare con il centrodestra perché «il paese è diviso a metà».
«Eh no. Caso mai si deve allargare il nostro consenso: e questo si fa restando coerenti al programma e presentando un’ampia progettualità. Perché altrimenti, cioè se si fotografa solo il risultato elettorale, l’unico effetto che si ottiene è di congelare quella fase».
Il presidente del Senato (Margherita ed ex dc) fa queste dichiarazioni; pochi giorni fa il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta (Margherita ed ex dc), suggerisce di allargare la maggioranza. Che cosa si muove?
«C’è un movimento centrista. Lo avevamo denunciato tempo fa e ora è emersa una soggettività politica in quella direzione. È' un movimento che va fermato. Se andasse avanti un’opzione neocentrista sarebbe un problema per tutti. Ma io voglio stare alle parole di Prodi, che ha appena chiarito il sì a una maggioranza autosufficiente e il no a larghe intese».
Crede che Marini sia fra quelli che tessono la tela del neocentrismo?
«Forse non si accorge dell’organicità del progetto politico che punta alla grande coalizione. Ho troppa stima per lui per credere che possa tradire il mandato elettorale».
Dissidenti a parte, Rifondazione comunista, che lei guida, ha accettato un compromesso sull’Afghanistan…
«E lo rivendico. Perché la politica estera italiana sta cambiando: ci ritiriamo dall’Iraq, affrontiamo la questione del Darfur, ci muoviamo in modo diverso da prima sul Medioriente: la prossima Conferenza internazionale sul Libano è un grande risultato. Anche se credo che sarebbe opportuno invitare tutti i soggetti coinvolti».
A chi si riferisce? Chi, tra gli esclusi, vorrebbe invitare?
«Siria e Iran. Non condivido le loro politiche, ma sono coinvolti».
Non partecipa neppure Israele.
«Ah, Israele. Sì, tutti, anche loro».
Giordano, è contento di come il governo si sta muovendo in materia di sviluppo economico?
«La manovrina, il decreto Bersani: per la prima volta si guarda a evasione ed elusione fiscali».
Scontentando tante categorie.
«Per la prima volta vengono toccate rendite di posizione di categorie che spesso mantengono privilegi. Noi dobbiamo restare ancorati al blocco sociale dei dipendenti, dei precari, dei pensionati; dobbiamo difendere previdenza, sanità, pubblico impiego…».
Condivide anche l’idea del ministro di liberalizzare l’energia?
«No, questo no. Dobbiamo confrontarci. Ma l’asse portante deve essere formato da lotta all’evasione, redistribuzione e risarcimento alle fasce finora penalizzate. Inoltre bisogna dire no a quei settori di Confindustria che, premendo solo per l’abbassamento dei salari, hanno portato il paese al declino produttivo».
Sul Dpef c’è qualche problemino per voi di Rifondazione.
«Purtroppo il dibattito su questi temi è stato oscurato dall’Afghanistan. Ma, per quanto riguarda il Dpef, si voterà solo una risoluzione. La partita vera si giocherà con la Finanziaria: lì sarà il momento di far pagare i ceti che si sono arricchiti con il governo Berlusconi, lì è la vera scommessa. E lì sarà possibile battere il tentativo neocentrista».
L’Adusbef, associazione dei consumatori, propone un contro-Dpef da 50 miliardi di euro che colpisca soprattutto banche, assicurazioni e le riserve auree di Bankitalia. Ritiene che questo possa essere una via percorribile?
«Non conosco nel dettaglio la proposta. Ma per me va bene tutto ciò che va nella direzione di far pagare chi finora è stato immune e favorito».
Romaone.it 21.7.06
Detenuti in sciopero per chiedere l'indulto
Il Forum per la salute nelle carceri chiede la piena applicazione della legge che trasferisce le competenze sanitarie delle carceri alle regioni
Roma, 21 luglio 2006 - In sciopero da oggi i detenuti del nuovo complesso di Rebibbia per ottenere un provvedimento di indulto generalizzato proprio alla vigilia dell'atteso dibattito che lunedì si aprirà alla Camera sui problemi della giustizia. Il dibattito camerale avrà per oggetto proprio indulto e amnistia. Lo sciopero avrà come fine anche quello di porre all'attenzione la situazione drammatica della sanità penitenziaria in Italia.
E proprio oggi il Forum Nazionale per il diritto alla salute dei detenuti e delle detenute ha lanciato il suo appello per l'applicazione della legge 230/99, fulcro centrale della questione sanitaria nelle carceri. Il Forum lamenta la non completa applicazione della legge che prevede un trasferimento delle funzioni sanitarie, facenti capo al Ministero della Giustizia, alle Regioni.
"Il problema che la maggioranza si deve porre - ha detto Bruno Benigni, presidente del Centro Nazionale Basaglia - è come attuare questa legge". Punto focale del provvedimento il diritto dei detenuti e degli internati alla assistenza sanitaria prevista nel Piano sanitario nazionale, al pari dei cittadini liberi. Inoltre che le competenze in materia di programmazione, indirizzo e coordinamento del servizio sanitario negli istituti penitenziari sia del ministero della Sanità. "Lo stato confusionale del sistema sanitario penitenziario, secondo il forum, è stato accresciuto dal trasferimento alle Regioni di soli due spezzoni del servizio sanitario nelle carceri italiane, la prevenzione e la tossicodipendenza, per di più con pochissimi mezzi finanziari e altrettanto scarso personale. Le stesse Aziende Sanitarie Locali, in questa situazione, non si sono assunte appieno le competenze attribuite loro dalla legge". Unica eccezione la Toscana che ha attivato un sistema sanitario completo nelle carceri.
"Bisogna superare - ha detto l'onorevole Leda Colombini, presidente del Forum - l'apparente contraddizione tra diritto alla salute e diritto alla sicurezza" e su questo il forum ha invitato il ministero di Grazia e Giustizia e quello della Sanità ad una stretta collaborazione. Per Luigi Manconi, sottosegretario alla Giustizia ,"è un dovere incontrare il Forum per tradurre le proposte in impegni concreti. La questione dell'indulto e dell'amnistia non è altra cosa. Un carcere sovraffollato fa fatica a diventare governabile. Senza amnistia e indulto non è possibile mettere mano alle riforme".
Per Antonio Gaglione, sottosegretario alla Sanità, il problema è più complesso: "Stiamo parlando di una popolazione (quella carceraria) che ha una mobilità alta. A questa popolazione non dobbiamo garantire solo i livelli normali di assistenza , ma tutto compresi i farmaci di fascia C. E poi c'è anche la questione del personale medico".
Insomma il dibattito e aperto e nel frattempo i numeri parlano da soli.
Secondo i dati diffusi da Cgil e D.A.P. il sistema penitenziario contiene 62mila detenuti. Il 13 per cento dei detenuti dichiara di versare in cattive condizioni di salute e l'incidenza delle malattie psichiche incide per il 20 per cento sull'intera popolazione carceraria, in pratica un detenuto su cinque. La popolazione carceraria negli ultimi sette anni è cresciuta di diecimila unità. Gli stranieri incarcerati sono raddoppiati. Dai circa 110 milioni di euro del 2000 stanziati per l'organizzazione e il funzionamento del servizio sanitario e farmaceutico nel 2005 si è passati a poco più di 90. Non c'è dubbio che la situazione vada rivista.
Repubblica 24.7.06
Usa, un libro sulla "materia grigia"
"Ecco i segreti del cervello femminile"
Il testo analizza la maggiore emotività e il più alto livello
di sensibilità tipici delle donne: può aiutare a comprendere meglio i propri comportamenti
La teoria nasce da anni di studi e analisi ma è molto contestata
di Peg Tyre e Julie Scelfo
La settimana scorsa per la neuropsichiatria californiana Louann Brizendine e i colleghi una normale riunione di routine si è trasformata in un'occasione di insegnamento. La dottoressa Brizendine, che lavora al Langley Porter Psychiatric Institute di San Francisco, ha ascoltato raccontare da un collega la storia clinica di una nuova paziente: signora di successo, diventata madre da poco, lamentava perdita di memoria a breve termine e un'ansia insistente.
Il medico aveva riepilogato le informazioni: analisi normali, stato mentale buono, in famiglia non vi erano stati casi di Alzheimer precoce. I colleghi erano sconcertati, poi la dottoressa Brizendine ha chiesto: "Allatta ancora?" Il medico ha controllato i suoi appunti e ha annuito. "E come dorme? Suo marito l'aiuta?". Brizendine ha quindi spiegato che una donna che allatta è imbottita di ormoni ossitocina e prolattina, che la rendono più sveglia, meno interessata al sesso e talora iper-vigile.
Della questione donne e ormoni Brinzedine ha fatto la sua specialità di medico: da circa 20 anni la dottoressa sta mettendo a punto quella che ama definire una corrente di psichiatria tutta al femminile, e si concentra in particolare sulla complessa interazione tra salute mentale femminile e struttura e chimica cerebrale.
Il suo primo libro, "Il cervello femminile", uscirà nelle librerie tra un mese. L'autrice è consapevole che solleverà polemiche: "So che non è politicamente corretto affermare una cosa simile, ma credo che le donne percepiscano il mondo in modo differente rispetto agli uomini".
Per scrivere il suo libro, la dottoressa ha attinto alla sua ricca esperienza clinica e a migliaia di ricerche e di studi. Per alcuni le conclusioni alle quali è pervenuta risulteranno ovvie, per altri suoneranno come un'eresia: Brizendine discute le ragioni biologiche che fanno sì che le bambine si sentano maggiormente attratte dalle bambole che dalle macchinine, descrive le ragioni neurologiche in virtù delle quali le donne pensano al sesso meno degli uomini, ma spiega che istintivamente, volendo far nascere bambini geneticamente migliori, possono avere molte più relazioni extraconiugali dei mariti.
Idee destinate ad accendere controversie tra dottori e sociologi che reputano i libri come il suo destinati a rafforzare stereotipi sessuali di vecchio stampo. Secondo coloro che criticano Brizendine esaminare i presupposti biologici della differenza tra i sessi è superfluo, perché non ce ne sono molte.
Ma la dottoressa non è d'accordo: 53 anni, studia la relazione fra il cervello femminile e gli ormoni dai tempi dell'università. Dodici anni fa ha aperto una clinica che oggi cura circa 600 donne l'anno con terapia ormonale sostitutiva, psicofarmaci e terapia comportamentale cognitiva. Oggi si avvale anche di moderne tecniche di indagine neurologica e in neuroendocrinologia, che hanno iniziato a fornire dimostrazioni di come le donne e gli uomini usano differentemente il loro cervello.
I risultati che ottiene da queste indagini scandalizzano alcuni suoi colleghi, ma lei resta imperturbabile: l'autunno prossimo è intenzionata a ingrandire la sua clinica per accogliere anche le adolescenti oltre alle donne. Predice che a differenza delle donne di oggi, quelle della prossima generazione non daranno per scontato che la differenza di cervello tra i due sessi implichi necessariamente inferiorità.
(Copyright Newsweek - La Repubblica. Traduzione di Anna Bissanti)
sabato 22 luglio 2006
l’Unità 22.7.06
Milziade Caprili Vicepresidente del Senato, di Rifondazione:
la fiducia è un atto estremo, ma serve per ricompattare
La discontinuità c’è, i dissidenti non se ne vogliono accorgere
di Simone Collini
Roma. «La fiducia, nel rapporto tra governo e Parlamento, è un atto estremo», dice il vicepresidente di Palazzo Madama Milziade Caprili. «Ma, senza fare gli ingenui, aiuta a compattare una maggioranza. E quello che abbiamo di fronte è un caso di scuola». Senatore di Rifondazione comunista, nel ‘90 era tra i deputati del Pci che non seguirono l’indicazione di astensione decisa dal gruppo, e con Pietro Ingrao votò no all’invio di un contingente militare italiano nel Golfo persico. «So cosa vuol dire un voto in dissenso e so cosa vuol dire prendere una decisione quando in campo ci sono valori riguardanti la pace e la guerra. Ma quello di oggi è un caso diverso. E inviterei tutti i parlamentari a riflettere nel merito della vicenda».
Senatore Caprili, come giudica il fatto che sull’Afghanistan si vada verso il voto di fiducia?
«Come vicepresidente del Senato non posso che considerare la fiducia un atto estremo, non la normale fisiologia del rapporto tra governo e Parlamento. Vi si può ricorrere qualche volta soltanto, altrimenti saremmo di fronte a un mutamento della Costituzione non dichiarato da nessuno ma di fatto attuato. Siccome però nessuno è ingenuo, è chiaro che sull’Afghanistan serve uno strumento, quale è la fiducia, che aiuti a ricompattare la maggioranza».
In questo modo si darebbe però la conferma di una debolezza della maggioranza al Senato, non crede?
«Al di là della fiducia, un problema di funzionamento al Senato si pone, è evidente. Ma non è di poco conto il fatto che questa struttura, così fragile, l’altro giorno abbia superato una prova molto complicata, dal punto di vista politico e del rapporto tra etica e società, approvando una mozione sulle cellule staminali».
Ora ci sono otto o nove senatori dissidenti che mettono a repentaglio la tenuta di questa struttura “così fragile”: sull’Afghanistan serve discontinuità, sostengono.
«Mi meraviglia il fatto che non si vada al merito della vicenda. Inviterei i dissidenti a farlo. Quando si parla di discontinuità, prima di tutto bisogna sottolineare che questo provvedimento prevede il ritiro dall’Iraq. Anche per quanto riguarda la missione in Afghanistan non si può non notare che siamo di fronte a un ridimensionamento, che non si è aderito agli inviti rivolti a potenziarla e soprattutto che c’è una mozione di indirizzo con la quale le forze che fanno parte dell’Unione si pongono il problema di un ripensamento delle missioni e anche una discussione della politica estera dell’Italia. Come si fa a dire che non c’è discontinuità di fronte a quanto detto dal ministro D’Alema alla Camera o da Ingrao in una recente intervista?».
Quattro dei senatori dissidenti sono di Rifondazione comunista. Userà il suo ruolo istituzionale per tentare di convincerli a votare sì? O crede che il partito possa ricorrere ad altri mezzi di persuasione...
«Il ruolo istituzionale, in questo caso, non credo che abbia un grande fascino nei loro confronti. Si può continuare la discussione, questo sì. Non per convincerli semplicemente a votare a favore, ma per farli riflettere sul fatto che una discontinuità nei fatti c’è. Per quanto riguarda altri mezzi... vengo da una storia per cui qualche volta si sono presi provvedimenti che oggi non starebbero né in cielo né in terra».
C’è chi sostiene che se Prodi non mettesse la fiducia sarebbe perché è in vista un patto con i centristi della Cdl.
«Il primo obiettivo di tutta questa operazione cosiddetta neocentrista è Prodi. E mi sembra che Prodi abbia risposto chiaramente a chi di dovere dicendo che se questo governo dovesse fallire si andrebbe alle elezioni. Allora, c’è un tentativo neocentrista? Figuriamoci. Ma non mettiamo in campo dietrologie che non esistono».
Seconda ipotesi: il governo pone la fiducia. Sicuri che non cada?
«Tra far cadere il governo e lasciarlo in vita, credo che l’argomento Afghanistan vada in secondo piano».
dopo l'intervista al Corsera di Fauso Bertinotti:
l’Unità 22.7.06
Senza sinistra niente «borghesi buoni»
di Bruno Gravagnuolo
Esiste ancora la borghesia? E in particolare esiste una «borghesia buona»? La recente intervista di Fausto Bertinotti al Corsera, piena di elogi verso quella parte dell’estabilishment economico e finanziario incline a un’«efficienza calvinista» fondata sull’«innovazione» e non «scaricata» sul lavoro, ha rilanciato entrambe le questioni. Problemi non nuovi, certo. Perché «classici» a loro modo, tanto sul piano sociologico quanto su quello storico- politico. E nondimeno il tema ridiventa urgente in Italia, nella stretta di uno scontro dove in ballo vi sono il ruolo dei ceti sociali. Quello dei costi e benefici che competono a ciascuno di essi, dentro risanamento e modernizzazione. E quello della scelta delle strategie e degli interessi da privilegiare. Partiamo allora da lontano, con breve digressione storiografica e al fine di isolare le definizioni indispensabili per affrontare la questione, prima di planare sull’oggi.
Borghese come è noto significa in origine «borghigiano», cittadino abitante del borgo, in contrasto con quello del «feudo». Indica acquisizione di «status» strappata ai rapporti feudali, che inchiodavano gli individui alla loro destinazione, servile o «vassalla», dentro le gerarchie medievali. Il borghese, tessitore, artigiano, notaio o speziale, era quindi l’individuo emancipato che non dipendeva più da una sorte ereditata, anche quando come borghese continuava a possedere terra fuori del borgo. In seguito però, e il termine si impone oltre il recinto marxista, borghese diventa per antonomasia il possessore dei mezzi di produzione. Che a differenza dei borghesi di prima, fa commercio dei «valori d’uso» e non si limita a barattarli o a riprodurli, come racconta John Locke all’inizio del secondo Trattato sul governo civile, ma li immette nel circuito del valore di scambio, sotto forma di beni e servizi, incluso il valore dei valori, cioè il denaro. Perciò secondo il vecchio Marx, non contestato su questo dal «borghese» Max Weber, da una parte ci sono i borghesi, dententori del capitale. Dall’altra i proletari, detentori della loro forza lavoro. Lo schema come è noto s’è allargato a dismisura, tra dibattiti e grandi trasformazioni economiche dalla prima rivoluzione industriale in poi. E tuttavia l’impronta di quel termine - «borghese» - è rimasta. Talché borghese, che all’inizio era il cittadino proprietario e l’unico in possesso del diritto di voto nelle Costituzioni liberali, resta classicamante l’imprenditore, anche commerciale. Il finanziare, il manager, il libero professionista, il grand commis, il grande funzionario di stato e di banca. Tutte le figure d’eccellenza selezionate per talento dalla pancia del famoso «terzo stato» che si contrapponeva al clero e all’aristocrazia ereditaria nei Parlamenti dell’Antico regime.
La novità «post-marxista» del 900 e oltre, sta in questo però: nella «moltiplicazione dei borghesi». Sia sul piano economico e della divisione del lavoro, sia su quello culturale. Infatti via via il Capitale si frammenta nel suo concentrarsi, moltiplicando le funzioni dell’econonia moderna. Appaltando e delocalizzando rami, aumentando i servizi a latere, anche quelli dello stato a sostegno. Ne deriva - secondo l’analisi che fu già del revisionista marxista Bernstein - una mancata polarizzazione tra le classi e anzi una esplosione di ruoli: dalla produzione ai servizi. Che genera un corposo «ceto medio» (anche imprenditoriale). Ma a questo vanno aggiunte due cose. L’azione storica del movimento operaio, che distribuisce la ricchezza. E innova col Welfare il reticolo delle istituzioni e degli addetti. E la dilatazione del capitale finanziario, che risucchia il lavoro produttivo, divenendo polmone e sostanza dinamica dell’economia, tramite il credito e le società finanziarie titolari di imprese. Se aggiungiamo poi l’automazione, la tecnoscienza e l’«economia immateriale» sotto forma di «net-economy», «immaginario» e flussi di informazione, allora il quadro è completo. E ancor più vale quanto già detto: la moltiplicazione dei borghesi. Sia come imprenditori, spesso «micro», sia come «individui imprenditivi», che magari illusioriamente si vivono come soggetti economici autonomi, e non dipendenti.
E il proletariato? Esiste eccome. Non più certo nei modi del bruto prestatore d’opera di un tempo, o almeno non solo. Benché poi cresca su scala planetaria il numero di coloro che dispongono solo delle loro braccia e che migrano sradicati dai loro mondi d’origine. Ma esistono, i proletari moderni, sotto forma di lavoro dipendente in Occidente. E di nuovi dannati della terra in cerca di inserimento. Nell’insieme, pur tra molti dislivelli un dato è certo: il lavoro dipendente è maggioranza straripante. Anche se sono cresciuti «i nuovi borghesi». Anche se la fatica operaia è diminuita. E anche se molti dipendenti si sentono «borghesi» (per via di bot e casa di proprietà). Del resto le statistiche sono perentorie. Giacché i dislivelli tra «high-class» e «low class» (ma non erano scomparse?) sono amentati paurosamente negli Usa, dopo la «rivoluzione reaganiana». Con conseguente impoverimento della mitica «middle class». E inoltre la differenza retributiva tra «manager» e «workers», che una volta era in termini di uno a decine di volte, è ora in termini di uno a migliaia di volte! Quanto all’Italia, nel 2004 il 10% delle famiglie più ricche possedeva il 43% dell’intera riccheza netta, mentre l’1% era posseduto dal 10% delle famiglie più povere. Laddove la metà di quel 10% di famiglie ricche possiede oggi a sua volta il 36% della ricchezza familiare netta. In una realtà dove la quota di reddito riservata al lavoro dipendente, in rapporto al valore aggiunto, è scesa di ben dieci punti (tra la metà dei 70 e i primi del 2000). E dove la quota dei profitti privati s’è alzata invece di sei sette punti già a metà anni 90, restando stabile fino ad oggi (dati Ocse e Fmi segnalati da Luciano Gallino su Repubblica del 19 luglio).
Perciò è una sciocchezza apologetica l’idea di un equilibrio di fortune progressivo a cui ci avrebbero condotto prima o poi le economie di mercato, magari liberate di «lacci e lacciuoli». Così come è un’autentica sciocchezza la leggenda di un’Italia tutta «medioceto» e lavoro autononomo, quando di contro gli autonomi non assomano che a sei milioni di individui - con molte miserabili partite Iva!- a fronte di ben 19 milioni di lavoratori dipendenti, e senza considerare svariati milioni di pensionati monoredito. E qui veniamo allo Stivale. La vera peculiarità italiana in tutto il quadro delineato? È la seguente: la borghesia classica è minoritaria e sottodimensionata. Al vertice c’è certo la grande borghesia imprenditoriale, erede di un capitalismo familiare in difficoltà. Ma alla base è dilagante la borghesia piccolo-imprenditoriale, sotto la quale si concentra la maggior parte dei salariati d’impresa dipendenti. È giusta allora l’idea bertinottiana di intercettare la borghesia virtuosa che allarga la produzione mercè innovazione e investimenti, concertando e non gravando sui salari. Essa corrisponde inoltre alle politiche del socialismo riformista di Turati, che cercava con Giolitti la sponda del grande capitale nel primo 900: capitale e lavoro alleati nel «patto dei produttori». E tale politica fu anche quella di Berlinguer con l’«austerità»: concordare il rilancio sulla base di priorità macreconomiche comuni. Una sorta di keynesismo all’italiana per un più equo modello di sviluppo, contro la rendita parassitaria. E tuttavia c’è un problema, ben intravisto nel dopoguerra da Togliatti, quando parlava di «ceto medio e Emilia Rossa». C’è la presenza in Italia dell’esercito della piccola impresa e degli «autonomi», minoritari ma forti e coesi. Un’ossatura egemonica. Sulla quale non a caso la destra antipolitica e populista ha costruito il suo blocco sociale i suoi miti. Da Bossi a Berlusconi, passando per Tremonti. Blocco di continuo aizzato dall’appello mediatico e «aziendalista» berlusconiano. Ebbene, il punto è trovare «buoni borghesi» anche in questo esercito, in questo «blocco». Isolando i più riottosi da coloro disposti invece ad accettare un quadro di regole virtuose: fisco premiale per le imprese, in cambio di investimenti e progetti. Flessibilità volta a stabilizzare il lavoro. Servizi finanziari e assistenza sul territorio, senza intralci burocratici. Diritti sindacali a carico delle imprese, in cambio di orari più elastici. E così via.
Ma c’è un’altra condizione, senza la quale i buoni borghesi - piccoli o grandi - non si trovano e non spuntano. Ed è la capacità per l’Unione al governo di mettere bene in campo il «suo» blocco sociale. Per premere sul resto del paese - dai taxisti a Montezemolo! - e far sentire la sua voce, i suoi valori, le sue finalità. Blocco che abbia al centro il lavoro, che oltre ad essere priorità costituzionale e dovere per chi ce l’ha già, è anche la realtà dominante del paese. Sia sul piano sociologico (i soli salariati dell’industria sono 5 milioni!). Sia su quello delle aspirazioni diffuse di chi il lavoro non ce l’ha ancora, anche per colpa dei «borghesi cattivi» e parassitari, nonché dei mali endemici di un’Italia alle prese con le sfide del mercato globale. In conclusione, solo se il lavoro sarà obiettivo e «spina dorsale» del blocco sociale del centrosinistra, sarà possibile sgretolare il blocco avversario. Ricucire cittadinanza (Bürgherlickheit) libertà e diritti sociali. Contro la falsa cittadinanza populista di destra. E intercettare alfine l’impresa, plasmandone in senso equitativo la forza. Ma tutto questo ha un nome: sinistra nell’Unione. Né massimalista né di centro, possibilmente. Perché senza sinistra non c’è Unione. E nemmeno «borghesi buoni».
il manifesto 22.7.06
Indulto, lunedì alla camera nonostante Di Pietro
L'Italia dei valori insiste e annuncia 300 emendamenti. Antigone: «Un ostruzionismo incomprensibile»
di Alessandro Braga
Roma. Lunedì il provvedimento sull'indulto arriva alla camera, ma non senza difficoltà. L'Italia dei valori non molla e fa capire che durante la discussione in aula farà di tutto per impedire l'approvazione del testo licenziato dalla commissione giustizia.
Il capogruppo dipietrista alla camera, Massimo Donadi, annuncia l'ostruzionismo e la presentazione di ben trecento emendamenti al progetto di legge. «Ci stiamo attrezzando per la nostra battaglia in parlamento, che non è ideologica ma politica», fa sapere Donadi. Già in mattinata, durante il consiglio dei ministri, Antonio Di Pietro aveva ribadito la sua netta contrarietà all'indulto spiegando che, nel caso in cui il provvedimento venisse approvato dal parlamento, il suo partito sarebbe stato pronto addirittura all'appoggio esterno al governo. Una posizione su cui ha parzialmente fatto retromarcia nel pomeriggio, annunciando di aver soltanto fatto presente a Prodi «l'assurdità e l'abnormità della decisione che la coalizione si accinge a prendere».
Tuttavia i malumori «giustizialisti» dell'Idv non si placano. Ieri il ministro delle infrastrutture, insieme ai capigruppo alla camera e al senato e al portavoce Leoluca Orlando, ha inviato una lettera a tutti i capigruppo dell'Unione per chiedere un vertice di maggioranza prima della discussione del provvedimento in aula. «Altrimenti - chiosa Donadi - se lo votino pure con Forza Italia, che tanto garantisce i numeri sufficienti per approvare il testo». La prima conseguenza di questo irrigidimento è che anche Lega e Alleanza nazionale scelgono il terreno dell'intransigenza. Anche il partito di Bossi annuncia ostruzionismo in aula, mentre i nazional-alleati, per bocca di Maurizio Gasparri, fanno sapere che proseguiranno sulla strada del no all'indulto. «E' un gravissimo errore del centrosinistra, che dimostra ancora una volta di essere più attento ai responsabili dei delitti che ai cittadini onesti», afferma Gasparri. Alla faccia dei dodicimila detenuti (su 61mila, record storico) che uscirebbero dal carcere se il provvedimento venisse approvato. Ma non tutti nel partito di Gianfranco Fini la pensano come l'ex ministro delle comunicazioni. Gianni Alemanno infatti annuncia il suo sì all'indulto, ritenendo «insostenibile attualmente la vita carceraria».
Nel centrosinistra le rivendicazioni di Di Pietro trovano soltanto una parziale accettazione dal capogruppo alla camera dei Comunisti italiani Pino Sgobio, che chiede che le «critiche dell'Italia dei valori vengano ascoltate e valutate dall'intera maggioranza». Anche se è chiaro che «il provvedimento, tanto atteso e reclamato dalla popolazione carceraria, deve essere approvato». Per Gennaro Migliore del Prc la discussione di lunedì in aula non sarà che il primo passo, poi si dovrà procedere con l'amnistia e con la riforma del codice penale, senza dimenticare «le leggi riempicarceri come la Fini-Giovanardi e la ex Cirielli».
E alla vigilia dell'atteso dibattito alla camera sui problemi della giustizia ieri i detenuti del nuovo complesso penitenziario di Rebibbia sono scesi in sciopero per ottenere un provvedimento di indulto generalizzato. Proprio nel giorno in cui il Forum nazionale per il diritto alla salute dei detenuti e delle detenute chiede il passaggio della gestione della salute in carcere dal ministero della giustizia al sistema sanitario nazionale.
«Non è più tempo di fare melina - dice Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - l'ostruzionismo dell'Idv è incomprensibile. Il parlamento deve assumersi la responsabilità di non lasciare nell'inferno estivo delle carceri i 61mila detenuti italiani».
Milziade Caprili Vicepresidente del Senato, di Rifondazione:
la fiducia è un atto estremo, ma serve per ricompattare
La discontinuità c’è, i dissidenti non se ne vogliono accorgere
di Simone Collini
Roma. «La fiducia, nel rapporto tra governo e Parlamento, è un atto estremo», dice il vicepresidente di Palazzo Madama Milziade Caprili. «Ma, senza fare gli ingenui, aiuta a compattare una maggioranza. E quello che abbiamo di fronte è un caso di scuola». Senatore di Rifondazione comunista, nel ‘90 era tra i deputati del Pci che non seguirono l’indicazione di astensione decisa dal gruppo, e con Pietro Ingrao votò no all’invio di un contingente militare italiano nel Golfo persico. «So cosa vuol dire un voto in dissenso e so cosa vuol dire prendere una decisione quando in campo ci sono valori riguardanti la pace e la guerra. Ma quello di oggi è un caso diverso. E inviterei tutti i parlamentari a riflettere nel merito della vicenda».
Senatore Caprili, come giudica il fatto che sull’Afghanistan si vada verso il voto di fiducia?
«Come vicepresidente del Senato non posso che considerare la fiducia un atto estremo, non la normale fisiologia del rapporto tra governo e Parlamento. Vi si può ricorrere qualche volta soltanto, altrimenti saremmo di fronte a un mutamento della Costituzione non dichiarato da nessuno ma di fatto attuato. Siccome però nessuno è ingenuo, è chiaro che sull’Afghanistan serve uno strumento, quale è la fiducia, che aiuti a ricompattare la maggioranza».
In questo modo si darebbe però la conferma di una debolezza della maggioranza al Senato, non crede?
«Al di là della fiducia, un problema di funzionamento al Senato si pone, è evidente. Ma non è di poco conto il fatto che questa struttura, così fragile, l’altro giorno abbia superato una prova molto complicata, dal punto di vista politico e del rapporto tra etica e società, approvando una mozione sulle cellule staminali».
Ora ci sono otto o nove senatori dissidenti che mettono a repentaglio la tenuta di questa struttura “così fragile”: sull’Afghanistan serve discontinuità, sostengono.
«Mi meraviglia il fatto che non si vada al merito della vicenda. Inviterei i dissidenti a farlo. Quando si parla di discontinuità, prima di tutto bisogna sottolineare che questo provvedimento prevede il ritiro dall’Iraq. Anche per quanto riguarda la missione in Afghanistan non si può non notare che siamo di fronte a un ridimensionamento, che non si è aderito agli inviti rivolti a potenziarla e soprattutto che c’è una mozione di indirizzo con la quale le forze che fanno parte dell’Unione si pongono il problema di un ripensamento delle missioni e anche una discussione della politica estera dell’Italia. Come si fa a dire che non c’è discontinuità di fronte a quanto detto dal ministro D’Alema alla Camera o da Ingrao in una recente intervista?».
Quattro dei senatori dissidenti sono di Rifondazione comunista. Userà il suo ruolo istituzionale per tentare di convincerli a votare sì? O crede che il partito possa ricorrere ad altri mezzi di persuasione...
«Il ruolo istituzionale, in questo caso, non credo che abbia un grande fascino nei loro confronti. Si può continuare la discussione, questo sì. Non per convincerli semplicemente a votare a favore, ma per farli riflettere sul fatto che una discontinuità nei fatti c’è. Per quanto riguarda altri mezzi... vengo da una storia per cui qualche volta si sono presi provvedimenti che oggi non starebbero né in cielo né in terra».
C’è chi sostiene che se Prodi non mettesse la fiducia sarebbe perché è in vista un patto con i centristi della Cdl.
«Il primo obiettivo di tutta questa operazione cosiddetta neocentrista è Prodi. E mi sembra che Prodi abbia risposto chiaramente a chi di dovere dicendo che se questo governo dovesse fallire si andrebbe alle elezioni. Allora, c’è un tentativo neocentrista? Figuriamoci. Ma non mettiamo in campo dietrologie che non esistono».
Seconda ipotesi: il governo pone la fiducia. Sicuri che non cada?
«Tra far cadere il governo e lasciarlo in vita, credo che l’argomento Afghanistan vada in secondo piano».
dopo l'intervista al Corsera di Fauso Bertinotti:
l’Unità 22.7.06
Senza sinistra niente «borghesi buoni»
di Bruno Gravagnuolo
Esiste ancora la borghesia? E in particolare esiste una «borghesia buona»? La recente intervista di Fausto Bertinotti al Corsera, piena di elogi verso quella parte dell’estabilishment economico e finanziario incline a un’«efficienza calvinista» fondata sull’«innovazione» e non «scaricata» sul lavoro, ha rilanciato entrambe le questioni. Problemi non nuovi, certo. Perché «classici» a loro modo, tanto sul piano sociologico quanto su quello storico- politico. E nondimeno il tema ridiventa urgente in Italia, nella stretta di uno scontro dove in ballo vi sono il ruolo dei ceti sociali. Quello dei costi e benefici che competono a ciascuno di essi, dentro risanamento e modernizzazione. E quello della scelta delle strategie e degli interessi da privilegiare. Partiamo allora da lontano, con breve digressione storiografica e al fine di isolare le definizioni indispensabili per affrontare la questione, prima di planare sull’oggi.
Borghese come è noto significa in origine «borghigiano», cittadino abitante del borgo, in contrasto con quello del «feudo». Indica acquisizione di «status» strappata ai rapporti feudali, che inchiodavano gli individui alla loro destinazione, servile o «vassalla», dentro le gerarchie medievali. Il borghese, tessitore, artigiano, notaio o speziale, era quindi l’individuo emancipato che non dipendeva più da una sorte ereditata, anche quando come borghese continuava a possedere terra fuori del borgo. In seguito però, e il termine si impone oltre il recinto marxista, borghese diventa per antonomasia il possessore dei mezzi di produzione. Che a differenza dei borghesi di prima, fa commercio dei «valori d’uso» e non si limita a barattarli o a riprodurli, come racconta John Locke all’inizio del secondo Trattato sul governo civile, ma li immette nel circuito del valore di scambio, sotto forma di beni e servizi, incluso il valore dei valori, cioè il denaro. Perciò secondo il vecchio Marx, non contestato su questo dal «borghese» Max Weber, da una parte ci sono i borghesi, dententori del capitale. Dall’altra i proletari, detentori della loro forza lavoro. Lo schema come è noto s’è allargato a dismisura, tra dibattiti e grandi trasformazioni economiche dalla prima rivoluzione industriale in poi. E tuttavia l’impronta di quel termine - «borghese» - è rimasta. Talché borghese, che all’inizio era il cittadino proprietario e l’unico in possesso del diritto di voto nelle Costituzioni liberali, resta classicamante l’imprenditore, anche commerciale. Il finanziare, il manager, il libero professionista, il grand commis, il grande funzionario di stato e di banca. Tutte le figure d’eccellenza selezionate per talento dalla pancia del famoso «terzo stato» che si contrapponeva al clero e all’aristocrazia ereditaria nei Parlamenti dell’Antico regime.
La novità «post-marxista» del 900 e oltre, sta in questo però: nella «moltiplicazione dei borghesi». Sia sul piano economico e della divisione del lavoro, sia su quello culturale. Infatti via via il Capitale si frammenta nel suo concentrarsi, moltiplicando le funzioni dell’econonia moderna. Appaltando e delocalizzando rami, aumentando i servizi a latere, anche quelli dello stato a sostegno. Ne deriva - secondo l’analisi che fu già del revisionista marxista Bernstein - una mancata polarizzazione tra le classi e anzi una esplosione di ruoli: dalla produzione ai servizi. Che genera un corposo «ceto medio» (anche imprenditoriale). Ma a questo vanno aggiunte due cose. L’azione storica del movimento operaio, che distribuisce la ricchezza. E innova col Welfare il reticolo delle istituzioni e degli addetti. E la dilatazione del capitale finanziario, che risucchia il lavoro produttivo, divenendo polmone e sostanza dinamica dell’economia, tramite il credito e le società finanziarie titolari di imprese. Se aggiungiamo poi l’automazione, la tecnoscienza e l’«economia immateriale» sotto forma di «net-economy», «immaginario» e flussi di informazione, allora il quadro è completo. E ancor più vale quanto già detto: la moltiplicazione dei borghesi. Sia come imprenditori, spesso «micro», sia come «individui imprenditivi», che magari illusioriamente si vivono come soggetti economici autonomi, e non dipendenti.
E il proletariato? Esiste eccome. Non più certo nei modi del bruto prestatore d’opera di un tempo, o almeno non solo. Benché poi cresca su scala planetaria il numero di coloro che dispongono solo delle loro braccia e che migrano sradicati dai loro mondi d’origine. Ma esistono, i proletari moderni, sotto forma di lavoro dipendente in Occidente. E di nuovi dannati della terra in cerca di inserimento. Nell’insieme, pur tra molti dislivelli un dato è certo: il lavoro dipendente è maggioranza straripante. Anche se sono cresciuti «i nuovi borghesi». Anche se la fatica operaia è diminuita. E anche se molti dipendenti si sentono «borghesi» (per via di bot e casa di proprietà). Del resto le statistiche sono perentorie. Giacché i dislivelli tra «high-class» e «low class» (ma non erano scomparse?) sono amentati paurosamente negli Usa, dopo la «rivoluzione reaganiana». Con conseguente impoverimento della mitica «middle class». E inoltre la differenza retributiva tra «manager» e «workers», che una volta era in termini di uno a decine di volte, è ora in termini di uno a migliaia di volte! Quanto all’Italia, nel 2004 il 10% delle famiglie più ricche possedeva il 43% dell’intera riccheza netta, mentre l’1% era posseduto dal 10% delle famiglie più povere. Laddove la metà di quel 10% di famiglie ricche possiede oggi a sua volta il 36% della ricchezza familiare netta. In una realtà dove la quota di reddito riservata al lavoro dipendente, in rapporto al valore aggiunto, è scesa di ben dieci punti (tra la metà dei 70 e i primi del 2000). E dove la quota dei profitti privati s’è alzata invece di sei sette punti già a metà anni 90, restando stabile fino ad oggi (dati Ocse e Fmi segnalati da Luciano Gallino su Repubblica del 19 luglio).
Perciò è una sciocchezza apologetica l’idea di un equilibrio di fortune progressivo a cui ci avrebbero condotto prima o poi le economie di mercato, magari liberate di «lacci e lacciuoli». Così come è un’autentica sciocchezza la leggenda di un’Italia tutta «medioceto» e lavoro autononomo, quando di contro gli autonomi non assomano che a sei milioni di individui - con molte miserabili partite Iva!- a fronte di ben 19 milioni di lavoratori dipendenti, e senza considerare svariati milioni di pensionati monoredito. E qui veniamo allo Stivale. La vera peculiarità italiana in tutto il quadro delineato? È la seguente: la borghesia classica è minoritaria e sottodimensionata. Al vertice c’è certo la grande borghesia imprenditoriale, erede di un capitalismo familiare in difficoltà. Ma alla base è dilagante la borghesia piccolo-imprenditoriale, sotto la quale si concentra la maggior parte dei salariati d’impresa dipendenti. È giusta allora l’idea bertinottiana di intercettare la borghesia virtuosa che allarga la produzione mercè innovazione e investimenti, concertando e non gravando sui salari. Essa corrisponde inoltre alle politiche del socialismo riformista di Turati, che cercava con Giolitti la sponda del grande capitale nel primo 900: capitale e lavoro alleati nel «patto dei produttori». E tale politica fu anche quella di Berlinguer con l’«austerità»: concordare il rilancio sulla base di priorità macreconomiche comuni. Una sorta di keynesismo all’italiana per un più equo modello di sviluppo, contro la rendita parassitaria. E tuttavia c’è un problema, ben intravisto nel dopoguerra da Togliatti, quando parlava di «ceto medio e Emilia Rossa». C’è la presenza in Italia dell’esercito della piccola impresa e degli «autonomi», minoritari ma forti e coesi. Un’ossatura egemonica. Sulla quale non a caso la destra antipolitica e populista ha costruito il suo blocco sociale i suoi miti. Da Bossi a Berlusconi, passando per Tremonti. Blocco di continuo aizzato dall’appello mediatico e «aziendalista» berlusconiano. Ebbene, il punto è trovare «buoni borghesi» anche in questo esercito, in questo «blocco». Isolando i più riottosi da coloro disposti invece ad accettare un quadro di regole virtuose: fisco premiale per le imprese, in cambio di investimenti e progetti. Flessibilità volta a stabilizzare il lavoro. Servizi finanziari e assistenza sul territorio, senza intralci burocratici. Diritti sindacali a carico delle imprese, in cambio di orari più elastici. E così via.
Ma c’è un’altra condizione, senza la quale i buoni borghesi - piccoli o grandi - non si trovano e non spuntano. Ed è la capacità per l’Unione al governo di mettere bene in campo il «suo» blocco sociale. Per premere sul resto del paese - dai taxisti a Montezemolo! - e far sentire la sua voce, i suoi valori, le sue finalità. Blocco che abbia al centro il lavoro, che oltre ad essere priorità costituzionale e dovere per chi ce l’ha già, è anche la realtà dominante del paese. Sia sul piano sociologico (i soli salariati dell’industria sono 5 milioni!). Sia su quello delle aspirazioni diffuse di chi il lavoro non ce l’ha ancora, anche per colpa dei «borghesi cattivi» e parassitari, nonché dei mali endemici di un’Italia alle prese con le sfide del mercato globale. In conclusione, solo se il lavoro sarà obiettivo e «spina dorsale» del blocco sociale del centrosinistra, sarà possibile sgretolare il blocco avversario. Ricucire cittadinanza (Bürgherlickheit) libertà e diritti sociali. Contro la falsa cittadinanza populista di destra. E intercettare alfine l’impresa, plasmandone in senso equitativo la forza. Ma tutto questo ha un nome: sinistra nell’Unione. Né massimalista né di centro, possibilmente. Perché senza sinistra non c’è Unione. E nemmeno «borghesi buoni».
il manifesto 22.7.06
Indulto, lunedì alla camera nonostante Di Pietro
L'Italia dei valori insiste e annuncia 300 emendamenti. Antigone: «Un ostruzionismo incomprensibile»
di Alessandro Braga
Roma. Lunedì il provvedimento sull'indulto arriva alla camera, ma non senza difficoltà. L'Italia dei valori non molla e fa capire che durante la discussione in aula farà di tutto per impedire l'approvazione del testo licenziato dalla commissione giustizia.
Il capogruppo dipietrista alla camera, Massimo Donadi, annuncia l'ostruzionismo e la presentazione di ben trecento emendamenti al progetto di legge. «Ci stiamo attrezzando per la nostra battaglia in parlamento, che non è ideologica ma politica», fa sapere Donadi. Già in mattinata, durante il consiglio dei ministri, Antonio Di Pietro aveva ribadito la sua netta contrarietà all'indulto spiegando che, nel caso in cui il provvedimento venisse approvato dal parlamento, il suo partito sarebbe stato pronto addirittura all'appoggio esterno al governo. Una posizione su cui ha parzialmente fatto retromarcia nel pomeriggio, annunciando di aver soltanto fatto presente a Prodi «l'assurdità e l'abnormità della decisione che la coalizione si accinge a prendere».
Tuttavia i malumori «giustizialisti» dell'Idv non si placano. Ieri il ministro delle infrastrutture, insieme ai capigruppo alla camera e al senato e al portavoce Leoluca Orlando, ha inviato una lettera a tutti i capigruppo dell'Unione per chiedere un vertice di maggioranza prima della discussione del provvedimento in aula. «Altrimenti - chiosa Donadi - se lo votino pure con Forza Italia, che tanto garantisce i numeri sufficienti per approvare il testo». La prima conseguenza di questo irrigidimento è che anche Lega e Alleanza nazionale scelgono il terreno dell'intransigenza. Anche il partito di Bossi annuncia ostruzionismo in aula, mentre i nazional-alleati, per bocca di Maurizio Gasparri, fanno sapere che proseguiranno sulla strada del no all'indulto. «E' un gravissimo errore del centrosinistra, che dimostra ancora una volta di essere più attento ai responsabili dei delitti che ai cittadini onesti», afferma Gasparri. Alla faccia dei dodicimila detenuti (su 61mila, record storico) che uscirebbero dal carcere se il provvedimento venisse approvato. Ma non tutti nel partito di Gianfranco Fini la pensano come l'ex ministro delle comunicazioni. Gianni Alemanno infatti annuncia il suo sì all'indulto, ritenendo «insostenibile attualmente la vita carceraria».
Nel centrosinistra le rivendicazioni di Di Pietro trovano soltanto una parziale accettazione dal capogruppo alla camera dei Comunisti italiani Pino Sgobio, che chiede che le «critiche dell'Italia dei valori vengano ascoltate e valutate dall'intera maggioranza». Anche se è chiaro che «il provvedimento, tanto atteso e reclamato dalla popolazione carceraria, deve essere approvato». Per Gennaro Migliore del Prc la discussione di lunedì in aula non sarà che il primo passo, poi si dovrà procedere con l'amnistia e con la riforma del codice penale, senza dimenticare «le leggi riempicarceri come la Fini-Giovanardi e la ex Cirielli».
E alla vigilia dell'atteso dibattito alla camera sui problemi della giustizia ieri i detenuti del nuovo complesso penitenziario di Rebibbia sono scesi in sciopero per ottenere un provvedimento di indulto generalizzato. Proprio nel giorno in cui il Forum nazionale per il diritto alla salute dei detenuti e delle detenute chiede il passaggio della gestione della salute in carcere dal ministero della giustizia al sistema sanitario nazionale.
«Non è più tempo di fare melina - dice Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - l'ostruzionismo dell'Idv è incomprensibile. Il parlamento deve assumersi la responsabilità di non lasciare nell'inferno estivo delle carceri i 61mila detenuti italiani».
venerdì 21 luglio 2006
l’Unità 21.7.06
Il filologo che diede un «senso» all’Italia
Un anno fa moriva lo studioso Giovanni Semerano. Scosse il mondo culturale sostenendo l’origine accadica e non indoeuropea delle lingue occidentali
di Marco Innocente Furina
Un anno fa si spegneva a Firenze all’età di 92 anni Giovanni Semerano. Questo professore di latino e greco, tranquillo, mite, quasi schivo, con la passione dell’etimologia, ha sostenuto per tutta la sua vita di studioso una tesi rivoluzionaria, dirompente: le nostre lingue, le lingue parlate nell’occidente (l’italiano, l’inglese, il tedesco ecc.) non derivano dal ceppo comune dell’indoeuropeo, ma dall’accadico, lingua semitica usata per millenni in tutto l’oriente antico. L’indoeuropeo, la lingua dei cavalieri della steppa, che dal Caucaso si sarebbero diffusi imponendo il proprio idioma in Europa e in India appariva a Semerano poco più di un’astrazione. La teoria, nata alla fine del Settecento sulla base delle similitudini strutturali tra il sanscritto (l’antica lingua indù) e le lingue europee, aveva poi trionfato nell’Europa germanocentrica del XIX secolo. Gli europei (e gli indiani) da un lato e i semiti dall’altro. Uno schema noto, addirittura tragico nella storia del Novecento, che tuttavia non convinse mai questo tenace professore originario di Ostuni, in Puglia. Ma perché - si chiedeva Semerano - se le lingue europee hanno tutte questo illustre antenato comune l’etimologia di molte parole, specie dell’inglese e del tedesco, resta oscura?
Per inseguire la sua intuizione e dedicarsi a tempo pieno allo studio delle origini delle parole si trasferisce come direttore alla Biblioteca Laurenziana di Firenze e poi alla Biblioteca Nazionale.
Qui in trent’anni di lavoro e di studio produce il suo capolavoro, il monumentale Le origini della cultura europea, in quattro volumi editi da Leo Olschki.
I risultati delle sue ricerche sono straordinari. Con un lavoro paziente e meticoloso riesce a svelare l’antichissimo passato «mediterraneo» di termini, usanze e istituzioni che si credevano genuinamente occidentali. A cominciare dal corpo umano. «Mano» - spiega - deriva dall’accadico manu che significa calcolare, computare. Semerano indaga anche la toponomastica, da sempre tenacemente conservatrice, che rivela delle sorprese inimmaginabili. Così Cortona, quella Cortona che il mito voleva conquistata agli Umbri dai misteriosi Pelasgi, nasconde un’antica radice accadica dal significato di «terra» simile all’estrusco kurtun. Nello spostare il baricentro della civiltà verso oriente Semerano travolge anche gli idoli. Ne fa le spese nientedimeno che la prima parola della filosofia greca, l’apeiron di Anassimandro che non vuol dire «infinito» come tradurranno Platone e Aristotele ma «polvere», «terra» derivando dall’accadico eperu, terra, appunto. E se tutti gli uomini - come spiegava Anassimandro - vengono dall’«infinito» e tornano all’«infinito», questo non ricorda il motivo semitico (e biblico) del «polvere sei e polvere ritornerai»? La filosofia greca, nata sulle coste dell’Asia minore, finalmente paga il suo debito…
Che all’origine della cultura ellenica ci siano le grandi esperienze del vicino oriente non lo scopre certo Semerano, ma fa sempre impressione scoprire un altro passato dietro quei miti cosmogonici che credevamo fossero i primi vagiti di spiegazione del mondo. E così gli esseri primitivi figli della terra, i Titani, si spiegano con l’aramaico tit, «terra argillosa» e gea, la terra dei greci, in sumero già si pronunciava ga. Ancora: Cadmo «il fenicio», mitico fondatore di Tebe, in accadico è qadmu, «capostipite, predecessore, l’antico». Chiaro, no?
Insomma, alle spalle della mitologia dell’occidente, quella greca, si nasconde un passato remoto che viene dalla Mesopotamia. Del resto lo stesso Zeus, dio del cielo e della pioggia, cela antecedenti orientali: ziu o zinnu in accadico significano «pioggia», «piovere». Le sue teorie iniziano a fare scalpore e a lui si interessa addirittura Spadolini che gli affida la ricerca dell’etimologia della parola «Italia» che fino ad allora si pensava derivasse da vitulus «vitello», donde terra dei vitelli. Ma il professore aveva un’altra idea. Dimostrando che la i di vitulus era lunga mentre la i di Italia era breve era più probabile che il nome del nostro paese venisse da atalu «terra del tramonto» in accadico. Allo stesso modo i greci la dissero ausonia da eos «tramonto» e vi posero l’entrata dell’Averno, il regno dei morti. Veleggiando da est sull’Italia tramonta il sole…E Erebu, «oscurità» darà invece il nome all’Europa. Altro che fanciulla rapita da un bianco toro.
Una trasmissione culturale che in quel Mediterraneo delle origini non poteva che procedere da est verso ovest. Fu Sargon, il condottiero accadico che assoggettò la terra tra i due fiumi giungendo sino al mare superiore del sole calante (così i mesopotamici chiamavano il Mediterraneo), l’anello di congiunzione. E furono gli Etruschi che, con Erodoto e contro l’etruscologo Pallottino, fa giungere dalla Lidia in Asia minore, i mediatori culturali di quelle esperienze. Così il vicino oriente fecondò l’Italia ancora barbara. Le sue teorie attirarono l’attenzione dei giornali stranieri (il Guardian gli dedicò un’intera pagina) e trovarono conferma nelle scoperte archeologiche (l’assirologo Giovanni Pettinato rinvenì a Ebla un gran numero di tavolette che tradotte confermavano l’intuizione dello studioso). Nonostante tutto questo, però, il mondo accademico italiano gli restò ostile. Troppe le carriere, le cattedre che le sue tesi avrebbero demolito. Semerano tuttavia non si diede per vinto, continuando lo studio delle antiche lingue e civiltà del Mediterraneo. Le sue ultime opere furono L’infinito: un equivoco millenario, Il popolo che sconfisse la morte. Gli Etruschi e la loro lingua e La favola dell’indoeuropeo. Una festa dell’intelligenza li definì il filosofo Emanuele Severino, mentre Massimo Cacciari riconosceva che: «alle straordinarie ricerche di questo solitario devo moltissime indicazioni per tutta la dimensione etimologica del mio libro Arcipelago».
I linguisti restano scettici nei confronti delle sue teorie accusandolo di demolire la tesi dell’indoeuropeo senza riuscire a sostituirla con un altro sistema plausibile. Ma, forse, l’intuizione più bella, e più vera, di questo entusiasta fu di comprendere che la profondità del nostro passato non si lascia spiegare secondo i nostri schemi e confini attuali. Un passato dal respiro unitario in cui l’oriente trapassa nell’occidente senza cesure e in cui le due coste del nostro mare, checché ne dicano gli odierni crociati, non si debbono necessariamente scontrare perché appartenenti a due diversi mondi.
l’Unità 21.7.06
Sandro Curzi. Dobbiamo stare in campo e pesare, come ci invita a fare Ingrao. E dare fiato a una nuova sinistra, europea e radicale
«Se il partito non segue Bertinotti sarà una tragedia»
di Bruno Gravagnuolo
Roma. «Sono preoccupato per quanto avviene in Rifondazione e rispetto le angosce del suo popolo che soffre le scelte sull’Afganisthan. Ma dobbiamo essere seri, come ha detto Ingrao e non buttare a mare quanto abbiamo ottenuto sulla politica esera italiana, che sta cambiando eccome». Plaude a Pietro Ingrao Sandro Curzi, consigliere Rai, membro della direzione di Rifondazione e ed ex direttore di «Liberazione». Lui il suo partito lo conosce bene e sa che la battaglia del nuovo corso voluto da Bertinotti sarà aspra. Ma è convinto di una cosa: non c’è alternativa alla «Rifondazione di governo». Per tenere fuori Berlusconi e inaugurarre una nuova stagione di sinistra. Con due sinistre al governo. E Rifondazione a far da traino unificante sul versante più radicale. Ma come?
Quattro deputati di Rifondazione hanno votato contro il decreto sull’Aganisthan e uno si è pure dimesso. Anche per il Senato c’è allarme mentre il partito è in subbuglio. Non sarà che siete rimasti orfani di Bertinotti?
«Stavolta Rifondazione ha scelto una strada ben diversa dalla desistenza e si è assunte responsabilità di governo. Una scommessa chiara, sorretta dalla maggioranza della direzione. Dove non è ammesso chiamarsi fuori. È la scomessa è: siamo o no partito di governo e di lotta?»
E tu che ne dici?
«Io sono un “piccista” e l’idea fu già del Pci. Già Gramsci andava in quel senso, fin dal tempo dell’Aventino a cui il Pcd’I nel 1924 non partecipò. Per stare in campo e pesare, come ci invita oggi a fare Ingrao»
Bertinotti ascende in cielo, caldeggiando visioni ampie e di governo. Ma il corpo del partito si contorce. Riuscirà l’ex segretario a far passare la sua linea dallo “scranno”?
«È il punto chiave. Insiema alla domanda: c’è un gruppo dirigente in Rc in grado di guidare l’operazione? Personalmente mi ritrovo molto nelle parole di Pietro Ingrao su La Stampa di ieri, un invito alla politica e al realismo. E non a caso tutti quelli che in Rc vengono dal Pci come me si ritrovano in quelle posizioni. Io ho perfino più fiducia di Ingrao - come ho detto in direzione - nel ruolo dell’Italia sotto la bandiera dell’Onu. Ho detto: siamo noi che dobbiamo innalzare la bandiera della pace. Viceversa la sofferenza di chi non è d’accordo viene da chi meno si riconosce in quella tradizione. Ma a questi compagni io dico: troppo comodo contentarsi di starsene all’opposizione. Magari sulle macerie di questo governo».
Insisto, il Bertinotti Presidente dà forza o infonde debolezza alla Rifondazione di governo?
«Lui ormai è il terzo uomo dello stato italiano. Il che ha un’enorme portata simbolica e politica. Non è la scelta di un momento. E ciò dà forza. Deve dar forza alla Rifondazione di governo. Se il partito non lo segue è una tragedia. La scelta di Fausto, al di là della fierezza per la carica, è il coronamento di tutta una storia e può spingere Rifondazione in avanti».
Ti sono piaciuti i giudizi di Bertinotti sui «borghesi buoni» con cui collaborare contro la rendita? Evoluzione in lui o mutamento genetico?
«Per noi che veniamo da una certa storia sono parole coerenti e inserite in un solco. Certo, quella di Fausto è una formazione diversa da quella mia e di Ingrao, fondata sulla ricerca delle alleanze. Ma in fondo il filone è lo stesso. E Bertinotti è stato un lombardiano, seguace di quel Lombardi che coraggiosamente decise di stare nel centrosinistra, mentre lo stesso Togliatti oscillava tra apertura e chiusura verso i socialisti al governo. Eppure quello fu un tentativo grande e anche il Pci andò avanti, con la linea delle riforme di struttura. Insomma oggi Rifondazione è nella scia della migliore sinistra italiana. La stessa che ha consentito al Pci di non finire come il Pcf o come i comunisti inglesi».
Ma allora a Rifondazione non competono nuove responsabilità? Non dovrà dare impulso a una nuova sinistra, specie se si farà il partito democratico?
«Senza dubbio. Fino ad ora c’è stato uno stallo in tal senso, aggravato anche da contrapposizioni personalistiche. Ma guardo con interesse a una sinistra a due gambe, una più radicale, l’altra più moderata e “compatibilista”, e alleate. Come altre volte è stato con socialisti e comunisti. Importante è non disperdere forze e non dividersi. Sennò saltano le prospettive per tutti».
Giordano deve porsi il tema di una Costituente di sinistra?
«Ovviamente. Se va avanti il partito democratico, in parallello deve andare avanti qualcosa del genere. Cioè la nascita di una forza di sinistra nuova, che sappia cooperare e anche competere con l’altra forza più moderata, e per un lungo periodo».
Un discorso togliattiano e dinamico il tuo?
«Sì e non lo nascondo né me ne vergogno. Anzi, negli ultimi tempi m’è capitato di complimentarmi spesso con Fausto perché lo trovavo “togliattiano”, restandone io stesso piacevolmente sorpreso. E quando glielo ho detto lui era un po’ stupito...»
Facciamo un altro passo avanti: Rifondazione dovrà andare oltre i confini del comunismo novecentesco per guidare la ricomposizione a sinistra nel solco di una nuova sinistra europea?
«Assolutamente sì. Questo del resto stava già nell’Eurocomunismo e prima ancora nel policentrismo togliattiano. Oggi il senso di marcia è verso un socialismo di sinistra europeo. Per raggruppare sul continente tutto ciò che è disperso a sinistra e nella sinistra più radicale».
E se il partito democratico non nasce?
«Allora il discorso cambia. E diventa quello di un rapporto coi Ds. Sempre nel senso della sfida di cui parlavo. E magari su questa altra strada troveremo pure Emanuele Macaluso».
aprileonline.info 21.7.06
Tra l'inizio e la fine c'è la vita
Con il voto del Senato riesplode il dibattito sull'eticità della ricerca sulle staminali. Ne parliamo con Giovanni Berlinguer, parlamentare europeo, membro del Comitato internazionale di bioetica
di Carla Ronga
Il dibattito sull'eticità dell'utilizzo della ricerca sulle cellule staminali embrionali è riesploso, improvvisamente, lo scorso 30 maggio quando il neo-ministro dell'Università e Ricerca Fabio Mussi, nella sua prima uscita internazionale per partecipare al Consiglio Ue sulla competitività a Bruxelles, fa un annuncio a sorpresa: "L'Italia ha ritirato il sostegno che aveva finora dato alla dichiarazione etica contro la ricerca sulle cellule staminali embrionali". Parole che segnano, in pratica, un "cambiamento di rotta" dell'Italia su questo delicato tema e che accendono immediatamente le polemiche. Seguono settimane di dibattito, in vista di un prossimo appuntamento decisivo: il Consiglio europeo di fine luglio, che dovrà decidere sui finanziamenti per questo settore di ricerca nell'ambito del VII programma quadro europeo sulla ricerca. Un appuntamento al quale l'Italia arriva con una posizione precisa: quella definita dalla mozione approvata mercoledì sera in Senato e che prevede l'impegno per il governo italiano a sostenere ricerche che "non implichino la distruzione di embrioni". Ma il documento d'indirizzo al governo apre anche alla ricerca "sugli embrioni crioconservati non impiantabili". Il governo, si afferma nella mozione, è infatti anche impegnato a "promuovere la ricerca scientifica avanzata tesa a individuare la possibile produzione di cellule staminali totipotenti non derivate da embrioni e a verificare la possibilità di ricerca sugli embrioni crioconservati non impiantabili".
Una posizione che segue appunto al ritiro dell'adesione alla dichiarazione etica che rappresentava, come dichiarato dallo stesso Mussi, "una pregiudiziale contraria" e segna dunque per il ministro una "correzione" rispetto a quanto fatto dal governo precedente con la dichiarazione etica, alla quale avevano aderito Italia, Austria, Germania, Polonia, Slovacchia e Malta.
Mussi è accusato di voler stravolgere la legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita (che vieta questo tipo di ricerca), ma è lo stesso ministro a precisare: "Questa posizione non tocca la legge 40 e le regole comunitarie che rispettano le restrizioni nazionali, ma - aggiunge - non mi sembrava giusto confermare la posizione del governo Berlusconi, che poneva l'Italia in una 'minoranza di blocco', capace di impedire il finanziamento della Ricerca in altri Paesi".
Un nuovo chiarimento arriva in occasione dell'audizione davanti alle commissioni congiunte Sanità e istruzione del Senato, lo scorso 15 giugno: il Governo, ribadisce Mussi insieme alla collega Livia Turco, rispetterà il programma dell'Unione sulle cellule staminali, così come intende applicare la legge 40 sulla procreazione assistita. Insomma, apertura alla ricerca a livello europeo, ma senza toccare la legge 40.
Nello stesso giorno, anche il Parlamento europeo dà il via libera al finanziamento della ricerca sulle cellule staminali nell'ambito del settimo programma quadro Ue per la ricerca 2007-2013: passa infatti una posizione trasversale, favorevole a mantenere i fondi già esistenti nel precedente quinquennio.
Mercoledì la mozione votata in Senato, che di fatto regolamenta le decisioni italiane in sede europea. Ne parliamo con il professor Giovanni Berlinguer, parlamentare europeo e membro del Comitato internazionale di bioetica.
Il centrosinistra ha segnato un punto a favore della ricerca anche in Italia?
Si è fatto un passo in avanti reale. La possibilità di ricerca vuol dire la possibilità che si possa ricercare, non i limiti. E' un buon compromesso per l'Italia.
Su tutta la questione delle cellule embrionali ci sono due date da tenere bene a mente. La prima è il 2001. E' l'anno in cui George W. Bush ha stoppato i finanziamenti federali per la ricerca sulle cellule staminali e ha autorizzato però l'utilizzo delle linee embrionali già create, le quali vengono usate ampiamente nella ricerca e vengono anche diffuse e vendute in gran parte dei paesi europei ed extraeuropei che le richiedono.
E poi c'è una seconda data, che stabilisce quando gli embrioni conservati non sono più impiantabili, in quanto c'è stato un deperimento funzionale che non li rende più moltiplicabili, la cosiddetta "cut off date".
Proprio l'inserimento della "cut off date" fa sollevare il mondo ecclesiastico che non esita a bollare il voto di ieri come "inaccettabile". Lo "strappo" dello scorso 30 maggio non è stato ricucito ...
Su molti punti c'è una posizione chiusa a ogni possibilità di accordi basati sui vantaggi delle persone. Si è giunti perfino a negare l'uso dei preservativi per donne malate di Aids anche nelle parti dell'Africa in cui c'è più alta natalità e minori cure, con il risultato di far nascere centinaia di migliaia di bambini portatori del virus e destinati ad un futuro assai incerto. I nostri cattolici preferiscono non fare nulla perché non riconoscono una linea fondamentale che ci è stata ricordata dal cardinale Martini secondo cui non è sempre possibile raggiungere il bene, ma quando questo non è possibile, si può operare in piena coscienza per affrontare il male minore o, più precisamente, il bene possibile in quelle circostanze e in quei tempi. Il loro è un principio integralista che viene sostituito a un principio parte degli interessi umani.
Il voto al Senato di mercoledì sera inasprirà ulteriormente il confronto in Parlamento e nel paese sui cosiddetti temi eticamente sensibili ...
Si parla moltissimo di temi eticamente sensibili e questi divengono frequentemente oggetto di battaglie di principio, di manifestazioni pubbliche, di lotte parlamentari, etc. Quello che mi stupisce maggiormente non è il confronto e neppure la sua asprezza, che deriva dalla grande novità dei temi, dalla loro originalità e dalla mancanza di precedenti che possano basarsi su un'etica tradizionale.
Ma mi stupisce ancora di più che si parli esclusivamente di due aspetti della vita: che sono la nascita e la morte.
Tra l'embrione concepito o il bambino partorito e la persona che sta per morire e vuol fare un testamento di vita, o vuole respingere le cure, o agogna ad avere una terapia di sostenimento e di lotta contro il dolore etc, c'è la vita di tutti, tutti i momenti della vita di tutti. E di questo nessuno si occupa. E come se si vedesse un film con il titolo di testa e poi "The end" . Tutto quello che c'è in mezzo scompare dallo sguardo dello spettatore. Eppure, in mezzo c'è la qualità della vita, la durata della vita. Perché ci sono Paesi dove c'è una vita intera da godere o da soffrire (In Italia, in Giappone l'aspettativa media è di ottanta anni) e ci sono Paesi dove non si arriva a 40 anni. Persone con una vita intera e persone con una mezza vita. Ci sono dei Paesi poveri dove 20 bambini su 100 muoiono prima di aver compiuto i 5 anni, e ci sono tutte le malattie non curate. C'è la strage delle donne. Nell'ultimo numero di Le Monde diplomatique è stato pubblicato un bellissimo articolo sulle "donne che mancano all'appello". In questo articolo – che riprende la ricerca condotta nel 1990 da Amartya K. Sen intitolata "Cento milioni di donne missing" - si punta l'attenzione in particolare su India e Cina. Oggi il numero di queste donne è ancor cresciuto, fino a creare uno squilibrio demografico in molti Paesi e ad attestare una profonda disuguaglianza tra i generi. Ecco, personalmente credo che la bioetica si debba occupare molto di più della vita quotidiana delle persone.
Come medico, esponente della Commissione cultura di Bruxelles e membro del Comitato internazionale di bioetica sei tra i principali attori della battaglia politica che si sta svolgendo in Europa. Puoi ripercorrerne le tappe principali?
L'Europa è partita anni fa, nel 1998, con l'approvazione da parte del Consiglio di una Convenzione bioetica ratificata da moltissimi Paesi, compreso il nostro. In questa Convenzione, per quanto riguarda l'embrione, vengono stabiliti due punti cardine: in primo luogo il divieto di creare embrioni esclusivamente a scopo di ricerca, in secondo luogo il principio per il quale i Paesi che desiderano sperimentare sugli embrioni possono farlo in rapporto con le proprie legislazioni, assicurando l'integrità dell'embrione. Quest'ultimo punto contiene, in effetti, una qualche dose di ipocrisia, essendo molto difficile da realizzare sul piano tecnico e pratico.
Nel sesto programma quadro (2000 /2207 ) è stata ammessa la possibilità di svolgere ricerche su cellule embrionarie nei Paesi che lo richiedono, con molte cautele e verifiche, sia di carattere etico che di carattere scientifico. Quindi per queste ricerche c'è un filtro maggiore: prima nel Paese proponente e poi nell'Unione.
Quando abbiamo discusso il settimo programma quadro (2007 /2013) c'è stata molta discussione nella Commissione Cultura e nella Commissione Ricerca e ci sono stati tentativi di vietare le ricerche sugli embrioni. Tentativi che sono stati sconfitti sia dal voto delle Commissioni, sia dal voto finale del 15 giugno sul Progetto.
Infine, c'era un gruppo di paesi (Germania, Austria, Slovachia, Polonia e Italia) che in base alle regole procedurali hanno potuto raggiungere i voti necessari a vietare ogni tipo di ricerca sulle cellule embrionali. Il distacco dell'Italia annunciato da Mussi ha ricreato le condizioni di agibilità di queste ricerche. Oggi, c'è il timore che la questione venga riaperta nel prossimo Consiglio di competitività, ma l'Italia non ritornerà sui suoi passi.
Torniamo alle regole della ricerca. Regole che – è bene ricordarlo – normano la ricerca pubblica, non quella privata, impedendo proprio allo Stato (che dovrebbe agire in nome di interessi generali) di concorrere con il privato (che agisce in nome di interessi particolari). Come valuti l'esistenza di questa doppia morale?
In Italia, questa possibilità non c'è, ma in molti altri Paesi si. La decisione morale viene presa in base a chi paga. C'è del denaro lecito, che è quello dei privati, che può essere utilizzato in qualunque impresa farmaceutica e con qualunque tipo di embrioni, e c'è un denaro sublimato, per esempio dalla predilezione di Bush per l'integralismo religioso, che è vietato impiegare nelle istituzioni pubbliche.
Un'altro caso di doppiezza morale è quello della Germania, la quale ha vietato la produzione e l'uso di cellule staminali embrionali ma non l'utilizzazione di cellule prodotte altrove, in particolare negli Stati Uniti, in Israele, in Australia. Come se le cellule staminali di altra provenienza siano moralmente "sdoganate" dal loro atto di nascita perché precedono la data delle decisioni del governo tedesco. E' un evidente guazzabuglio di aspirazioni, interessi, imbrogli culturali che non potrà reggere ancora a lungo.
Corriere della Sera 21.7.06
Migliore: ho sofferto. Quei compagni violano un patto «Caruso mi ha deluso, dopo le botte prese insieme. C’è poca umiltà se Cannavò critica Ingrao»
di Giuliano Gallo
ROMA - «Ho parlato con tutti, dopo. Mica interrompiamo i rapporti umani... Abbiamo litigato certo, ma penso che si possano fare discussioni senza delegittimare mai l’altro. Gliel’avevo detto in tutte le salse che i loro comportamenti avrebbero inflitto un danno al partito. Perché violavano un patto fra di noi, il senso della comunità». Gennaro Migliore, capogruppo di Rifondazione Comunista alla Camera, giura che la notte scorsa ha dormito («Ma solo perché quando sono stressato mi viene più sonno...»), ma ammette che quei quattro compagni che hanno votato no gli hanno fatto proprio male. Ma chi è che l’ha fatta soffrire di più, fra i quattro?
«Sicuramente Francesco Caruso. A parte che abbiamo preso più volte le botte assieme... L’ho conosciuto quando tornò a Napoli nel 2001, prima del G8. Di lì in poi mi sono sempre sentito molto legato a lui, anche umanamente. E credo anche lui».
E gli altri? Anche loro non sono degli estranei.
«Salvatore Cannavò l’ho incrociato la prima volta quando stavo organizzando il primo controvertice del G7 a Napoli, nel ’94. Prima di essere iscritto a Rifondazione. Insomma, ci sono alcuni compagni, che anche per un fatto di generazione ho vissuto come dei fratelli. Sul piano umano rimane molto, ma c’è stata una lacerazione grossa: proprio perché abbiamo fatto più cose insieme, perché il patto di lealtà fra di noi è sempre stato molto sentito, tutto mi ha procurato più sofferenza».
Subito dopo il voto lei ha parlato di arroganza. Era molto arrabbiato, e non riusciva a nasconderlo.
«Secondo me dire che non è vero che questo atto ha prodotto dei danni, e che invece è un pretesto utilizzato dalle destre, è un giudizio arrogante. Se tutto il resto del partito la pensa diversamente, almeno si deve avere l’umiltà di riconoscere che la tua posizione è minoritaria. C’è ad esempio questa dichiarazione di Gigi Malabarba, che dice: se si allarga il governo all’Udc, vuol dire che c’era un disegno precedente, e che noi siamo stati presi in giro. Quindi, dice, ce ne dobbiamo andare. Insomma, adesso vuole pure dettare la linea... Poi c’è Salvatore Cannavò, che risponde con spocchia ad un’intervista sulla Stampa , nella quale Pietro Ingrao ammetteva che lui avrebbe votato sì alla missione in Afghanistan. "Ingrao vanifica la battaglia per la pace", dice Cannavò. Un atteggiamento di supponenza che mi pare francamente eccessivo»».
Ma secondo lei, erano tutti in buona fede, oppure no?
«No, non ho mai dubitato della loro buona fede. Ma adesso mi sento diviso, preda di sentimenti contrastanti: da un lato sento la responsabilità di un gruppo dirigente di cui sono una parte, dall’altra sono pieno di rabbia. Un sentimento che ha a che vedere con la politica, ma per me la politica è la vita».
Anche per loro però, arroganza a parte, non deve essere stata una scelta facile...
«Mi sono consultato con centinaia di iscritti, ho parlato con la gente per strada. Ci davano ragione, dicevano che le nostre scelte erano giuste. E allora mi sembra che questa loro decisione, questo aver voluto portare fino in fondo una scelta, alla fine fosse estranea alle scelte della nostra base...».
In fondo lei nasce «Disobbediente», e in fondo i suoi compagni questo hanno fatto: hanno disobbedito.
«Al G8 di Genova ero proprio nel corteo dei Disobbedienti. Per me il senso di appartenenza ad una comunità è molto forte. E quando si compiono azioni politiche che danneggiano questa comunità, mi incazzo molto. Ho sentito troppo volte distinguere il partito e le coscienze. Ma non ci sto a ridurre tutto al tormento di singole coscienze e alla burocratica volontà di un partito che impone la propria linea. Credo che non esista nessun partito dove si discute più che in Rifondazione... Pensare che quando ero in segreteria nazionale ero stato uno dei più accaniti nel voler candidare i compagni delle minoranze, per far entrare gli esterni. Era il mio percorso, del resto».
E adesso, che ne sarà di loro?
«Ho addirittura sentito parlare di ritorsioni, una parola a cui sono allergico. Non ci saranno conseguenze disciplinari, ci sarà una valutazione politica sui comportamenti. Certo, dalla base ci stanno rinfacciando il fatto di averli scelti, di averli fatti deputati. Ho ricevuto decine di telefonate, e quando aprirò il computer temo che troverò centinaia di e mail».
E Bertinotti? Prigioniero del suo ruolo istituzionale non ha potuto commentare in diretta, ma probabilmente non è stato molto contento, no?
«Non ci ho parlato, ma posso immaginare cosa abbia passato. Del resto ho visto dalla sua espressione alla Camera: conoscendolo, si capiva cosa stava provando».
Adesso c’è l’appuntamento più difficile, il Senato.
«Seguiamo con preoccupazione l’argomento. Adesso il gioco cambia. Il dissenso è stato espresso, ma ora bisogna resistere alle sirene centriste. L’importante è resistere, convinti che le cose possono cambiare. E che ogni giorno ha la sua pena».
Il Giornale 21.7.06
E il partito rimpiange già il padre-padrone Fausto
Dietro il caos di questi giorni l’assenza di Bertinotti. E la mancanza del suo pugno di ferro
di Luca Telese
Roma. Ricapitolando: le lacrime alla Camera di Mercedes Frias e Donatella Mungo, il pianto di commozione di Alì Rashid, il turbamento introverso di Paolo Cacciari, la rabbia di Elettra Deiana. E poi le lettere a Liberazione, le assemblee di pacifisti autoconvocate, le invettive di Gino Strada, molto più feroci con i compagni che votano di quanto non fossero contro i parlamentari di centrodestra. Se dentro la famiglia (un tempo) felice di Rifondazione la crisi sembra aperta, bisogna tornare a Lui, a Fausto Bertinotti e al suo precipitoso addio, a quel trauma non digerito: dopo tredici anni di leadership pressoché indiscussa e paternalistica, il passaggio brusco al vertice istituzionale di Montecitorio, e quindi all'assenza. La perdita del padre, insomma.
Si sa, di solito ai marxisti e ai postmarxisti le chiavi di lettura psicanalitiche fanno venire l'orticaria: ma non c'è dubbio alcuno che dentro la pioggia di reazioni emotive che attraversano il partito in queste ore non si può non leggere una sindrome freudiana, gli effetti dell'abbandono traumatico del genitore che lascia i suoi figli per trovare una nuova casa. E dentro questo choc, il punto interrogativo di una biografia politica e umana che con la sua virata improvvisa rischia di compromettere il futuro del suo partito. I tempi delle leadership personali ci hanno abituato a questi rapporti di amore-odio viscerali, al trauma delle autocensure, delle sfuriate, dei cordoni ombelicali che si tendono senza spezzarsi, dei dissensi a pugni stretti. Achille Occhetto è da tempo un padre ripudiato della Quercia, Gianfranco Fini nel 1999 disse ai colonnelli di An che era pronto a lasciarli per fondare una lista personale, non si contano le lettere di scomunica di Romano Prodi alla Margherita, di cui l'estate scorsa - nel momento di massimo gelo - arrivò a dire: «Non posseggo quella tessera». Ma certo nessuno fino a ieri pensava che anche il bertinottismo potesse arrivare a scindere la sua strada da quella del partito. Sembrava insomma che «il ragazzo con le magliette a strisce» (autodefinizione coniata per il libro scritto con la regista Wilam Labate), l'ex giovane socialista di Varallo Pombia (il luogo di nascita del subcomandante), l'ex metalmeccanico intransigente dei cancelli della Fiat, l'uomo che «non aveva mai firmato un contratto» (leggenda metropolitana sempre contestata dall'interessato), fosse l'ultimo leader che temperava il suo naturale narcisismo con una concezione antica del partito, con un senso di servizio indiscusso. E il segretario-padre era stato decisivo per tenere insieme quella galassia iridescente di radicalità vecchie e nuove, correnti «neo», «archeo» e «post» che erano unite solo dalla leadership bertinottiana. Al congresso di Venezia tutto era sincreticamente fuso, e la corda non si strappò nemmeno quando una giovane delegata trotzkista di Milano accusò come solo una figlia ribelle poteva fare: «Compagno Bertinotti, non ci sono alternative. O si sta con i padroni o si sta con gli operai, e tu, purtroppo, hai scelto i padroni!». Il paradosso vuole che i trotzkisti di Marco Ferrando, che nel partito del padre-contestato sono rimasti fino all'ultimo, siano usciti proprio ora, che si è affermata la leadership «materna» di Franco Giordano. Il padre-padrone Bertinotti era stato anche il segretario autoritario che contiene il dissenso con il pugno di ferro e depenna il leader della minoranza dalla lista elettorale, solo per un «reato d'opinione». Giordano è un uomo di letture femminili, uno che ha come «scrittore» preferito Marcella Serrano e il suoi alberghi di donne tristi, uno che dice: «Ho introiettato la cultura della nonviolenza» e che ancora oggi non minaccia espulsioni. Bertinotti, invece, sembra essersi disinteressato del suo partito come certi mariti che si rifanno una vita con una nuova moglie, e ha usato Rifondazione per arrivare a Montecitorio, così come Massimo D'Alema usò i Ds per arrivare a Palazzo Chigi. Una macchina lanciata oltre il limite di velocità consentito, che arriva alla meta, ma con il contagiri impazzito, il radiatore rovente e il motore fuso. È curioso che malgrado le lacrime e le crisi, Rifondazione non abbia ancora consapevolezza della sua sindrome di abbandono, che nessuno abbia ancora ipotizzato «il parricidio». Così, per paradosso, è possibile che accada il contrario: che se il padre non tornerà rapidamente all'ovile, alla fine sia proprio lui a sentire il bisogno di un infanticidio. Infatti, l'unico modo per consentire a Bertinotti una nuova vita, per dimenticare il sub comandante Fausto, il suo meraviglioso massimalismo estetico, i suoi niet, l'affondamento del governo Prodi e la lotta partigiana contro i Ds, ecco, l'unico modo per consentire al Bertinotti istituzionale ed ecumenico di dimenticarsi di quel padre che cresceva un figlio ribelle e contestava il sistema, è liberarsi di quel figlio: lasciarlo solo nella sua crisi di crescita.
Ansa 21.7.06
Afghanistan: Bertinotti, si prosegua
Seguo da esterno travaglio del Prc, dirigenti sono bravi
(ANSA) - ROMA, 21 LUG - 'Contiamo che si prosegua'. Lo afferma Bertinotti riferendosi alle tensioni nella maggioranza sulla proroga della missione in Afghanistan. Il presidente della Camera spiega che, pur nel rispetto del proprio ruolo istituzionale, segue 'il travaglio che riguarda il Prc con grande coinvolgimento emotivo, pur se senza una partecipazione diretta. In ogni caso - rileva il presidente della Camera - mi pare che il gruppo dirigente attuale stia facendo benissimo'.
Agi 21.7.06
GOVERNO: BERTINOTTI, COINVOLGIMENTO EMOTIVO PER VICENDE PRC
(AGI) - Roma, 21 lug. - Il presidente della camera Fausto Bertinotti si chiama fuori dal dibattito interno di Rifondazione comunista sulla vicenda del voto sulle missioni militari all'estero ma non nasconde di seguire "con grande coinvolgimento emotivo" quanto sta accadendo. Interpellato al termine dell'incontro con l'Unione delle camere penali, Bertinotti rileva, "da osservatore esterno", che "il gruppo dirigente sta facendo molto bene, non sta facendo rimpiangere i predecessori". D'altronde "e' evidente che, per chi ha una lunga storia in un partito, si vivano con partecipazione le vicende interne, sarebbe ridicolo negarlo". Proprio per questo "personalmente sono intensamente solidale". (AGI) -
Apcom 21.7.06
PENA MORTE/ BERTINOTTI: LOTTA PER ABOLIRLA NON AMMETTE DEFEZIONI
Messaggio presidente Camera a 'Nessuno tocchi Caino'
Roma, 21 lug. (Apcom) - "In occasione della presentazione del Rapporto 2006 di Nessuno tocchi Caino 'La pena di morte nel mondo' e della consegna del premio 'L'Abolizionista dell'Anno 2006', sono lieto di far pervenire a Lei, caro segretario, ed a tutti gli intervenuti il mio saluto più cordiale". E' il messaggio inviato dal presidente della Camera, Fausto Bertinotti, al segretario dell'Associazione 'Nessuno tocchi Caino', Sergio D'Elia.
"La cerimonia odierna - prosegue Bertinotti - oramai tradizione preziosa e consolidata, ci dà l'occasione per dire grazie una volta ancora a 'Nessuno tocchi Caino' e a coloro che ne animano la coraggiosa azione di informazione e di sensibilizzazione. Ma oggi abbiamo anche l'opportunità per unire idealmente in questo ringraziamento tutte le associazioni e tutti i movimenti che, ovunque nel mondo, con la loro attività appassionata diffondono la cultura dei diritti e rivendicano una civiltà giuridica più aperta ed avanzata".
"In questa grande forza - sottolinea il presidente della Camera - espressa direttamente dalla società civile, la politica e le Istituzioni debbono trovare le ragioni più profonde per proseguire nel difficile cammino che conduce all'abolizione della pena di morte. Un obiettivo, questo, che non ammette defezioni né distinzioni di parte, che va al di là dei perimetri angusti fissati dalla geopolitica e che ha un unico, inderogabile punto di riferimento: il rispetto intransigente della dignità dell'uomo e dei diritti che su di essa si radicano".
"E' questo - conclude Bertinotti - il valore prioritario che ciascuno di noi ha il dovere morale di affermare, il patrimonio ideale da globalizzare in questo tempo così tormentato, la via per costruire una convivenza in cui la capacità di giudicare secondo equità e misura si alimenti di una sincera disposizione ad ascoltare, a comprendere e ad includere. E in questo mondo, un mondo che possa dirsi realmente costruito dall'uomo e per l'uomo, non c'è posto per la pena di morte".
Il filologo che diede un «senso» all’Italia
Un anno fa moriva lo studioso Giovanni Semerano. Scosse il mondo culturale sostenendo l’origine accadica e non indoeuropea delle lingue occidentali
di Marco Innocente Furina
Un anno fa si spegneva a Firenze all’età di 92 anni Giovanni Semerano. Questo professore di latino e greco, tranquillo, mite, quasi schivo, con la passione dell’etimologia, ha sostenuto per tutta la sua vita di studioso una tesi rivoluzionaria, dirompente: le nostre lingue, le lingue parlate nell’occidente (l’italiano, l’inglese, il tedesco ecc.) non derivano dal ceppo comune dell’indoeuropeo, ma dall’accadico, lingua semitica usata per millenni in tutto l’oriente antico. L’indoeuropeo, la lingua dei cavalieri della steppa, che dal Caucaso si sarebbero diffusi imponendo il proprio idioma in Europa e in India appariva a Semerano poco più di un’astrazione. La teoria, nata alla fine del Settecento sulla base delle similitudini strutturali tra il sanscritto (l’antica lingua indù) e le lingue europee, aveva poi trionfato nell’Europa germanocentrica del XIX secolo. Gli europei (e gli indiani) da un lato e i semiti dall’altro. Uno schema noto, addirittura tragico nella storia del Novecento, che tuttavia non convinse mai questo tenace professore originario di Ostuni, in Puglia. Ma perché - si chiedeva Semerano - se le lingue europee hanno tutte questo illustre antenato comune l’etimologia di molte parole, specie dell’inglese e del tedesco, resta oscura?
Per inseguire la sua intuizione e dedicarsi a tempo pieno allo studio delle origini delle parole si trasferisce come direttore alla Biblioteca Laurenziana di Firenze e poi alla Biblioteca Nazionale.
Qui in trent’anni di lavoro e di studio produce il suo capolavoro, il monumentale Le origini della cultura europea, in quattro volumi editi da Leo Olschki.
I risultati delle sue ricerche sono straordinari. Con un lavoro paziente e meticoloso riesce a svelare l’antichissimo passato «mediterraneo» di termini, usanze e istituzioni che si credevano genuinamente occidentali. A cominciare dal corpo umano. «Mano» - spiega - deriva dall’accadico manu che significa calcolare, computare. Semerano indaga anche la toponomastica, da sempre tenacemente conservatrice, che rivela delle sorprese inimmaginabili. Così Cortona, quella Cortona che il mito voleva conquistata agli Umbri dai misteriosi Pelasgi, nasconde un’antica radice accadica dal significato di «terra» simile all’estrusco kurtun. Nello spostare il baricentro della civiltà verso oriente Semerano travolge anche gli idoli. Ne fa le spese nientedimeno che la prima parola della filosofia greca, l’apeiron di Anassimandro che non vuol dire «infinito» come tradurranno Platone e Aristotele ma «polvere», «terra» derivando dall’accadico eperu, terra, appunto. E se tutti gli uomini - come spiegava Anassimandro - vengono dall’«infinito» e tornano all’«infinito», questo non ricorda il motivo semitico (e biblico) del «polvere sei e polvere ritornerai»? La filosofia greca, nata sulle coste dell’Asia minore, finalmente paga il suo debito…
Che all’origine della cultura ellenica ci siano le grandi esperienze del vicino oriente non lo scopre certo Semerano, ma fa sempre impressione scoprire un altro passato dietro quei miti cosmogonici che credevamo fossero i primi vagiti di spiegazione del mondo. E così gli esseri primitivi figli della terra, i Titani, si spiegano con l’aramaico tit, «terra argillosa» e gea, la terra dei greci, in sumero già si pronunciava ga. Ancora: Cadmo «il fenicio», mitico fondatore di Tebe, in accadico è qadmu, «capostipite, predecessore, l’antico». Chiaro, no?
Insomma, alle spalle della mitologia dell’occidente, quella greca, si nasconde un passato remoto che viene dalla Mesopotamia. Del resto lo stesso Zeus, dio del cielo e della pioggia, cela antecedenti orientali: ziu o zinnu in accadico significano «pioggia», «piovere». Le sue teorie iniziano a fare scalpore e a lui si interessa addirittura Spadolini che gli affida la ricerca dell’etimologia della parola «Italia» che fino ad allora si pensava derivasse da vitulus «vitello», donde terra dei vitelli. Ma il professore aveva un’altra idea. Dimostrando che la i di vitulus era lunga mentre la i di Italia era breve era più probabile che il nome del nostro paese venisse da atalu «terra del tramonto» in accadico. Allo stesso modo i greci la dissero ausonia da eos «tramonto» e vi posero l’entrata dell’Averno, il regno dei morti. Veleggiando da est sull’Italia tramonta il sole…E Erebu, «oscurità» darà invece il nome all’Europa. Altro che fanciulla rapita da un bianco toro.
Una trasmissione culturale che in quel Mediterraneo delle origini non poteva che procedere da est verso ovest. Fu Sargon, il condottiero accadico che assoggettò la terra tra i due fiumi giungendo sino al mare superiore del sole calante (così i mesopotamici chiamavano il Mediterraneo), l’anello di congiunzione. E furono gli Etruschi che, con Erodoto e contro l’etruscologo Pallottino, fa giungere dalla Lidia in Asia minore, i mediatori culturali di quelle esperienze. Così il vicino oriente fecondò l’Italia ancora barbara. Le sue teorie attirarono l’attenzione dei giornali stranieri (il Guardian gli dedicò un’intera pagina) e trovarono conferma nelle scoperte archeologiche (l’assirologo Giovanni Pettinato rinvenì a Ebla un gran numero di tavolette che tradotte confermavano l’intuizione dello studioso). Nonostante tutto questo, però, il mondo accademico italiano gli restò ostile. Troppe le carriere, le cattedre che le sue tesi avrebbero demolito. Semerano tuttavia non si diede per vinto, continuando lo studio delle antiche lingue e civiltà del Mediterraneo. Le sue ultime opere furono L’infinito: un equivoco millenario, Il popolo che sconfisse la morte. Gli Etruschi e la loro lingua e La favola dell’indoeuropeo. Una festa dell’intelligenza li definì il filosofo Emanuele Severino, mentre Massimo Cacciari riconosceva che: «alle straordinarie ricerche di questo solitario devo moltissime indicazioni per tutta la dimensione etimologica del mio libro Arcipelago».
I linguisti restano scettici nei confronti delle sue teorie accusandolo di demolire la tesi dell’indoeuropeo senza riuscire a sostituirla con un altro sistema plausibile. Ma, forse, l’intuizione più bella, e più vera, di questo entusiasta fu di comprendere che la profondità del nostro passato non si lascia spiegare secondo i nostri schemi e confini attuali. Un passato dal respiro unitario in cui l’oriente trapassa nell’occidente senza cesure e in cui le due coste del nostro mare, checché ne dicano gli odierni crociati, non si debbono necessariamente scontrare perché appartenenti a due diversi mondi.
l’Unità 21.7.06
Sandro Curzi. Dobbiamo stare in campo e pesare, come ci invita a fare Ingrao. E dare fiato a una nuova sinistra, europea e radicale
«Se il partito non segue Bertinotti sarà una tragedia»
di Bruno Gravagnuolo
Roma. «Sono preoccupato per quanto avviene in Rifondazione e rispetto le angosce del suo popolo che soffre le scelte sull’Afganisthan. Ma dobbiamo essere seri, come ha detto Ingrao e non buttare a mare quanto abbiamo ottenuto sulla politica esera italiana, che sta cambiando eccome». Plaude a Pietro Ingrao Sandro Curzi, consigliere Rai, membro della direzione di Rifondazione e ed ex direttore di «Liberazione». Lui il suo partito lo conosce bene e sa che la battaglia del nuovo corso voluto da Bertinotti sarà aspra. Ma è convinto di una cosa: non c’è alternativa alla «Rifondazione di governo». Per tenere fuori Berlusconi e inaugurarre una nuova stagione di sinistra. Con due sinistre al governo. E Rifondazione a far da traino unificante sul versante più radicale. Ma come?
Quattro deputati di Rifondazione hanno votato contro il decreto sull’Aganisthan e uno si è pure dimesso. Anche per il Senato c’è allarme mentre il partito è in subbuglio. Non sarà che siete rimasti orfani di Bertinotti?
«Stavolta Rifondazione ha scelto una strada ben diversa dalla desistenza e si è assunte responsabilità di governo. Una scommessa chiara, sorretta dalla maggioranza della direzione. Dove non è ammesso chiamarsi fuori. È la scomessa è: siamo o no partito di governo e di lotta?»
E tu che ne dici?
«Io sono un “piccista” e l’idea fu già del Pci. Già Gramsci andava in quel senso, fin dal tempo dell’Aventino a cui il Pcd’I nel 1924 non partecipò. Per stare in campo e pesare, come ci invita oggi a fare Ingrao»
Bertinotti ascende in cielo, caldeggiando visioni ampie e di governo. Ma il corpo del partito si contorce. Riuscirà l’ex segretario a far passare la sua linea dallo “scranno”?
«È il punto chiave. Insiema alla domanda: c’è un gruppo dirigente in Rc in grado di guidare l’operazione? Personalmente mi ritrovo molto nelle parole di Pietro Ingrao su La Stampa di ieri, un invito alla politica e al realismo. E non a caso tutti quelli che in Rc vengono dal Pci come me si ritrovano in quelle posizioni. Io ho perfino più fiducia di Ingrao - come ho detto in direzione - nel ruolo dell’Italia sotto la bandiera dell’Onu. Ho detto: siamo noi che dobbiamo innalzare la bandiera della pace. Viceversa la sofferenza di chi non è d’accordo viene da chi meno si riconosce in quella tradizione. Ma a questi compagni io dico: troppo comodo contentarsi di starsene all’opposizione. Magari sulle macerie di questo governo».
Insisto, il Bertinotti Presidente dà forza o infonde debolezza alla Rifondazione di governo?
«Lui ormai è il terzo uomo dello stato italiano. Il che ha un’enorme portata simbolica e politica. Non è la scelta di un momento. E ciò dà forza. Deve dar forza alla Rifondazione di governo. Se il partito non lo segue è una tragedia. La scelta di Fausto, al di là della fierezza per la carica, è il coronamento di tutta una storia e può spingere Rifondazione in avanti».
Ti sono piaciuti i giudizi di Bertinotti sui «borghesi buoni» con cui collaborare contro la rendita? Evoluzione in lui o mutamento genetico?
«Per noi che veniamo da una certa storia sono parole coerenti e inserite in un solco. Certo, quella di Fausto è una formazione diversa da quella mia e di Ingrao, fondata sulla ricerca delle alleanze. Ma in fondo il filone è lo stesso. E Bertinotti è stato un lombardiano, seguace di quel Lombardi che coraggiosamente decise di stare nel centrosinistra, mentre lo stesso Togliatti oscillava tra apertura e chiusura verso i socialisti al governo. Eppure quello fu un tentativo grande e anche il Pci andò avanti, con la linea delle riforme di struttura. Insomma oggi Rifondazione è nella scia della migliore sinistra italiana. La stessa che ha consentito al Pci di non finire come il Pcf o come i comunisti inglesi».
Ma allora a Rifondazione non competono nuove responsabilità? Non dovrà dare impulso a una nuova sinistra, specie se si farà il partito democratico?
«Senza dubbio. Fino ad ora c’è stato uno stallo in tal senso, aggravato anche da contrapposizioni personalistiche. Ma guardo con interesse a una sinistra a due gambe, una più radicale, l’altra più moderata e “compatibilista”, e alleate. Come altre volte è stato con socialisti e comunisti. Importante è non disperdere forze e non dividersi. Sennò saltano le prospettive per tutti».
Giordano deve porsi il tema di una Costituente di sinistra?
«Ovviamente. Se va avanti il partito democratico, in parallello deve andare avanti qualcosa del genere. Cioè la nascita di una forza di sinistra nuova, che sappia cooperare e anche competere con l’altra forza più moderata, e per un lungo periodo».
Un discorso togliattiano e dinamico il tuo?
«Sì e non lo nascondo né me ne vergogno. Anzi, negli ultimi tempi m’è capitato di complimentarmi spesso con Fausto perché lo trovavo “togliattiano”, restandone io stesso piacevolmente sorpreso. E quando glielo ho detto lui era un po’ stupito...»
Facciamo un altro passo avanti: Rifondazione dovrà andare oltre i confini del comunismo novecentesco per guidare la ricomposizione a sinistra nel solco di una nuova sinistra europea?
«Assolutamente sì. Questo del resto stava già nell’Eurocomunismo e prima ancora nel policentrismo togliattiano. Oggi il senso di marcia è verso un socialismo di sinistra europeo. Per raggruppare sul continente tutto ciò che è disperso a sinistra e nella sinistra più radicale».
E se il partito democratico non nasce?
«Allora il discorso cambia. E diventa quello di un rapporto coi Ds. Sempre nel senso della sfida di cui parlavo. E magari su questa altra strada troveremo pure Emanuele Macaluso».
aprileonline.info 21.7.06
Tra l'inizio e la fine c'è la vita
Con il voto del Senato riesplode il dibattito sull'eticità della ricerca sulle staminali. Ne parliamo con Giovanni Berlinguer, parlamentare europeo, membro del Comitato internazionale di bioetica
di Carla Ronga
Il dibattito sull'eticità dell'utilizzo della ricerca sulle cellule staminali embrionali è riesploso, improvvisamente, lo scorso 30 maggio quando il neo-ministro dell'Università e Ricerca Fabio Mussi, nella sua prima uscita internazionale per partecipare al Consiglio Ue sulla competitività a Bruxelles, fa un annuncio a sorpresa: "L'Italia ha ritirato il sostegno che aveva finora dato alla dichiarazione etica contro la ricerca sulle cellule staminali embrionali". Parole che segnano, in pratica, un "cambiamento di rotta" dell'Italia su questo delicato tema e che accendono immediatamente le polemiche. Seguono settimane di dibattito, in vista di un prossimo appuntamento decisivo: il Consiglio europeo di fine luglio, che dovrà decidere sui finanziamenti per questo settore di ricerca nell'ambito del VII programma quadro europeo sulla ricerca. Un appuntamento al quale l'Italia arriva con una posizione precisa: quella definita dalla mozione approvata mercoledì sera in Senato e che prevede l'impegno per il governo italiano a sostenere ricerche che "non implichino la distruzione di embrioni". Ma il documento d'indirizzo al governo apre anche alla ricerca "sugli embrioni crioconservati non impiantabili". Il governo, si afferma nella mozione, è infatti anche impegnato a "promuovere la ricerca scientifica avanzata tesa a individuare la possibile produzione di cellule staminali totipotenti non derivate da embrioni e a verificare la possibilità di ricerca sugli embrioni crioconservati non impiantabili".
Una posizione che segue appunto al ritiro dell'adesione alla dichiarazione etica che rappresentava, come dichiarato dallo stesso Mussi, "una pregiudiziale contraria" e segna dunque per il ministro una "correzione" rispetto a quanto fatto dal governo precedente con la dichiarazione etica, alla quale avevano aderito Italia, Austria, Germania, Polonia, Slovacchia e Malta.
Mussi è accusato di voler stravolgere la legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita (che vieta questo tipo di ricerca), ma è lo stesso ministro a precisare: "Questa posizione non tocca la legge 40 e le regole comunitarie che rispettano le restrizioni nazionali, ma - aggiunge - non mi sembrava giusto confermare la posizione del governo Berlusconi, che poneva l'Italia in una 'minoranza di blocco', capace di impedire il finanziamento della Ricerca in altri Paesi".
Un nuovo chiarimento arriva in occasione dell'audizione davanti alle commissioni congiunte Sanità e istruzione del Senato, lo scorso 15 giugno: il Governo, ribadisce Mussi insieme alla collega Livia Turco, rispetterà il programma dell'Unione sulle cellule staminali, così come intende applicare la legge 40 sulla procreazione assistita. Insomma, apertura alla ricerca a livello europeo, ma senza toccare la legge 40.
Nello stesso giorno, anche il Parlamento europeo dà il via libera al finanziamento della ricerca sulle cellule staminali nell'ambito del settimo programma quadro Ue per la ricerca 2007-2013: passa infatti una posizione trasversale, favorevole a mantenere i fondi già esistenti nel precedente quinquennio.
Mercoledì la mozione votata in Senato, che di fatto regolamenta le decisioni italiane in sede europea. Ne parliamo con il professor Giovanni Berlinguer, parlamentare europeo e membro del Comitato internazionale di bioetica.
Il centrosinistra ha segnato un punto a favore della ricerca anche in Italia?
Si è fatto un passo in avanti reale. La possibilità di ricerca vuol dire la possibilità che si possa ricercare, non i limiti. E' un buon compromesso per l'Italia.
Su tutta la questione delle cellule embrionali ci sono due date da tenere bene a mente. La prima è il 2001. E' l'anno in cui George W. Bush ha stoppato i finanziamenti federali per la ricerca sulle cellule staminali e ha autorizzato però l'utilizzo delle linee embrionali già create, le quali vengono usate ampiamente nella ricerca e vengono anche diffuse e vendute in gran parte dei paesi europei ed extraeuropei che le richiedono.
E poi c'è una seconda data, che stabilisce quando gli embrioni conservati non sono più impiantabili, in quanto c'è stato un deperimento funzionale che non li rende più moltiplicabili, la cosiddetta "cut off date".
Proprio l'inserimento della "cut off date" fa sollevare il mondo ecclesiastico che non esita a bollare il voto di ieri come "inaccettabile". Lo "strappo" dello scorso 30 maggio non è stato ricucito ...
Su molti punti c'è una posizione chiusa a ogni possibilità di accordi basati sui vantaggi delle persone. Si è giunti perfino a negare l'uso dei preservativi per donne malate di Aids anche nelle parti dell'Africa in cui c'è più alta natalità e minori cure, con il risultato di far nascere centinaia di migliaia di bambini portatori del virus e destinati ad un futuro assai incerto. I nostri cattolici preferiscono non fare nulla perché non riconoscono una linea fondamentale che ci è stata ricordata dal cardinale Martini secondo cui non è sempre possibile raggiungere il bene, ma quando questo non è possibile, si può operare in piena coscienza per affrontare il male minore o, più precisamente, il bene possibile in quelle circostanze e in quei tempi. Il loro è un principio integralista che viene sostituito a un principio parte degli interessi umani.
Il voto al Senato di mercoledì sera inasprirà ulteriormente il confronto in Parlamento e nel paese sui cosiddetti temi eticamente sensibili ...
Si parla moltissimo di temi eticamente sensibili e questi divengono frequentemente oggetto di battaglie di principio, di manifestazioni pubbliche, di lotte parlamentari, etc. Quello che mi stupisce maggiormente non è il confronto e neppure la sua asprezza, che deriva dalla grande novità dei temi, dalla loro originalità e dalla mancanza di precedenti che possano basarsi su un'etica tradizionale.
Ma mi stupisce ancora di più che si parli esclusivamente di due aspetti della vita: che sono la nascita e la morte.
Tra l'embrione concepito o il bambino partorito e la persona che sta per morire e vuol fare un testamento di vita, o vuole respingere le cure, o agogna ad avere una terapia di sostenimento e di lotta contro il dolore etc, c'è la vita di tutti, tutti i momenti della vita di tutti. E di questo nessuno si occupa. E come se si vedesse un film con il titolo di testa e poi "The end" . Tutto quello che c'è in mezzo scompare dallo sguardo dello spettatore. Eppure, in mezzo c'è la qualità della vita, la durata della vita. Perché ci sono Paesi dove c'è una vita intera da godere o da soffrire (In Italia, in Giappone l'aspettativa media è di ottanta anni) e ci sono Paesi dove non si arriva a 40 anni. Persone con una vita intera e persone con una mezza vita. Ci sono dei Paesi poveri dove 20 bambini su 100 muoiono prima di aver compiuto i 5 anni, e ci sono tutte le malattie non curate. C'è la strage delle donne. Nell'ultimo numero di Le Monde diplomatique è stato pubblicato un bellissimo articolo sulle "donne che mancano all'appello". In questo articolo – che riprende la ricerca condotta nel 1990 da Amartya K. Sen intitolata "Cento milioni di donne missing" - si punta l'attenzione in particolare su India e Cina. Oggi il numero di queste donne è ancor cresciuto, fino a creare uno squilibrio demografico in molti Paesi e ad attestare una profonda disuguaglianza tra i generi. Ecco, personalmente credo che la bioetica si debba occupare molto di più della vita quotidiana delle persone.
Come medico, esponente della Commissione cultura di Bruxelles e membro del Comitato internazionale di bioetica sei tra i principali attori della battaglia politica che si sta svolgendo in Europa. Puoi ripercorrerne le tappe principali?
L'Europa è partita anni fa, nel 1998, con l'approvazione da parte del Consiglio di una Convenzione bioetica ratificata da moltissimi Paesi, compreso il nostro. In questa Convenzione, per quanto riguarda l'embrione, vengono stabiliti due punti cardine: in primo luogo il divieto di creare embrioni esclusivamente a scopo di ricerca, in secondo luogo il principio per il quale i Paesi che desiderano sperimentare sugli embrioni possono farlo in rapporto con le proprie legislazioni, assicurando l'integrità dell'embrione. Quest'ultimo punto contiene, in effetti, una qualche dose di ipocrisia, essendo molto difficile da realizzare sul piano tecnico e pratico.
Nel sesto programma quadro (2000 /2207 ) è stata ammessa la possibilità di svolgere ricerche su cellule embrionarie nei Paesi che lo richiedono, con molte cautele e verifiche, sia di carattere etico che di carattere scientifico. Quindi per queste ricerche c'è un filtro maggiore: prima nel Paese proponente e poi nell'Unione.
Quando abbiamo discusso il settimo programma quadro (2007 /2013) c'è stata molta discussione nella Commissione Cultura e nella Commissione Ricerca e ci sono stati tentativi di vietare le ricerche sugli embrioni. Tentativi che sono stati sconfitti sia dal voto delle Commissioni, sia dal voto finale del 15 giugno sul Progetto.
Infine, c'era un gruppo di paesi (Germania, Austria, Slovachia, Polonia e Italia) che in base alle regole procedurali hanno potuto raggiungere i voti necessari a vietare ogni tipo di ricerca sulle cellule embrionali. Il distacco dell'Italia annunciato da Mussi ha ricreato le condizioni di agibilità di queste ricerche. Oggi, c'è il timore che la questione venga riaperta nel prossimo Consiglio di competitività, ma l'Italia non ritornerà sui suoi passi.
Torniamo alle regole della ricerca. Regole che – è bene ricordarlo – normano la ricerca pubblica, non quella privata, impedendo proprio allo Stato (che dovrebbe agire in nome di interessi generali) di concorrere con il privato (che agisce in nome di interessi particolari). Come valuti l'esistenza di questa doppia morale?
In Italia, questa possibilità non c'è, ma in molti altri Paesi si. La decisione morale viene presa in base a chi paga. C'è del denaro lecito, che è quello dei privati, che può essere utilizzato in qualunque impresa farmaceutica e con qualunque tipo di embrioni, e c'è un denaro sublimato, per esempio dalla predilezione di Bush per l'integralismo religioso, che è vietato impiegare nelle istituzioni pubbliche.
Un'altro caso di doppiezza morale è quello della Germania, la quale ha vietato la produzione e l'uso di cellule staminali embrionali ma non l'utilizzazione di cellule prodotte altrove, in particolare negli Stati Uniti, in Israele, in Australia. Come se le cellule staminali di altra provenienza siano moralmente "sdoganate" dal loro atto di nascita perché precedono la data delle decisioni del governo tedesco. E' un evidente guazzabuglio di aspirazioni, interessi, imbrogli culturali che non potrà reggere ancora a lungo.
Corriere della Sera 21.7.06
Migliore: ho sofferto. Quei compagni violano un patto «Caruso mi ha deluso, dopo le botte prese insieme. C’è poca umiltà se Cannavò critica Ingrao»
di Giuliano Gallo
ROMA - «Ho parlato con tutti, dopo. Mica interrompiamo i rapporti umani... Abbiamo litigato certo, ma penso che si possano fare discussioni senza delegittimare mai l’altro. Gliel’avevo detto in tutte le salse che i loro comportamenti avrebbero inflitto un danno al partito. Perché violavano un patto fra di noi, il senso della comunità». Gennaro Migliore, capogruppo di Rifondazione Comunista alla Camera, giura che la notte scorsa ha dormito («Ma solo perché quando sono stressato mi viene più sonno...»), ma ammette che quei quattro compagni che hanno votato no gli hanno fatto proprio male. Ma chi è che l’ha fatta soffrire di più, fra i quattro?
«Sicuramente Francesco Caruso. A parte che abbiamo preso più volte le botte assieme... L’ho conosciuto quando tornò a Napoli nel 2001, prima del G8. Di lì in poi mi sono sempre sentito molto legato a lui, anche umanamente. E credo anche lui».
E gli altri? Anche loro non sono degli estranei.
«Salvatore Cannavò l’ho incrociato la prima volta quando stavo organizzando il primo controvertice del G7 a Napoli, nel ’94. Prima di essere iscritto a Rifondazione. Insomma, ci sono alcuni compagni, che anche per un fatto di generazione ho vissuto come dei fratelli. Sul piano umano rimane molto, ma c’è stata una lacerazione grossa: proprio perché abbiamo fatto più cose insieme, perché il patto di lealtà fra di noi è sempre stato molto sentito, tutto mi ha procurato più sofferenza».
Subito dopo il voto lei ha parlato di arroganza. Era molto arrabbiato, e non riusciva a nasconderlo.
«Secondo me dire che non è vero che questo atto ha prodotto dei danni, e che invece è un pretesto utilizzato dalle destre, è un giudizio arrogante. Se tutto il resto del partito la pensa diversamente, almeno si deve avere l’umiltà di riconoscere che la tua posizione è minoritaria. C’è ad esempio questa dichiarazione di Gigi Malabarba, che dice: se si allarga il governo all’Udc, vuol dire che c’era un disegno precedente, e che noi siamo stati presi in giro. Quindi, dice, ce ne dobbiamo andare. Insomma, adesso vuole pure dettare la linea... Poi c’è Salvatore Cannavò, che risponde con spocchia ad un’intervista sulla Stampa , nella quale Pietro Ingrao ammetteva che lui avrebbe votato sì alla missione in Afghanistan. "Ingrao vanifica la battaglia per la pace", dice Cannavò. Un atteggiamento di supponenza che mi pare francamente eccessivo»».
Ma secondo lei, erano tutti in buona fede, oppure no?
«No, non ho mai dubitato della loro buona fede. Ma adesso mi sento diviso, preda di sentimenti contrastanti: da un lato sento la responsabilità di un gruppo dirigente di cui sono una parte, dall’altra sono pieno di rabbia. Un sentimento che ha a che vedere con la politica, ma per me la politica è la vita».
Anche per loro però, arroganza a parte, non deve essere stata una scelta facile...
«Mi sono consultato con centinaia di iscritti, ho parlato con la gente per strada. Ci davano ragione, dicevano che le nostre scelte erano giuste. E allora mi sembra che questa loro decisione, questo aver voluto portare fino in fondo una scelta, alla fine fosse estranea alle scelte della nostra base...».
In fondo lei nasce «Disobbediente», e in fondo i suoi compagni questo hanno fatto: hanno disobbedito.
«Al G8 di Genova ero proprio nel corteo dei Disobbedienti. Per me il senso di appartenenza ad una comunità è molto forte. E quando si compiono azioni politiche che danneggiano questa comunità, mi incazzo molto. Ho sentito troppo volte distinguere il partito e le coscienze. Ma non ci sto a ridurre tutto al tormento di singole coscienze e alla burocratica volontà di un partito che impone la propria linea. Credo che non esista nessun partito dove si discute più che in Rifondazione... Pensare che quando ero in segreteria nazionale ero stato uno dei più accaniti nel voler candidare i compagni delle minoranze, per far entrare gli esterni. Era il mio percorso, del resto».
E adesso, che ne sarà di loro?
«Ho addirittura sentito parlare di ritorsioni, una parola a cui sono allergico. Non ci saranno conseguenze disciplinari, ci sarà una valutazione politica sui comportamenti. Certo, dalla base ci stanno rinfacciando il fatto di averli scelti, di averli fatti deputati. Ho ricevuto decine di telefonate, e quando aprirò il computer temo che troverò centinaia di e mail».
E Bertinotti? Prigioniero del suo ruolo istituzionale non ha potuto commentare in diretta, ma probabilmente non è stato molto contento, no?
«Non ci ho parlato, ma posso immaginare cosa abbia passato. Del resto ho visto dalla sua espressione alla Camera: conoscendolo, si capiva cosa stava provando».
Adesso c’è l’appuntamento più difficile, il Senato.
«Seguiamo con preoccupazione l’argomento. Adesso il gioco cambia. Il dissenso è stato espresso, ma ora bisogna resistere alle sirene centriste. L’importante è resistere, convinti che le cose possono cambiare. E che ogni giorno ha la sua pena».
Il Giornale 21.7.06
E il partito rimpiange già il padre-padrone Fausto
Dietro il caos di questi giorni l’assenza di Bertinotti. E la mancanza del suo pugno di ferro
di Luca Telese
Roma. Ricapitolando: le lacrime alla Camera di Mercedes Frias e Donatella Mungo, il pianto di commozione di Alì Rashid, il turbamento introverso di Paolo Cacciari, la rabbia di Elettra Deiana. E poi le lettere a Liberazione, le assemblee di pacifisti autoconvocate, le invettive di Gino Strada, molto più feroci con i compagni che votano di quanto non fossero contro i parlamentari di centrodestra. Se dentro la famiglia (un tempo) felice di Rifondazione la crisi sembra aperta, bisogna tornare a Lui, a Fausto Bertinotti e al suo precipitoso addio, a quel trauma non digerito: dopo tredici anni di leadership pressoché indiscussa e paternalistica, il passaggio brusco al vertice istituzionale di Montecitorio, e quindi all'assenza. La perdita del padre, insomma.
Si sa, di solito ai marxisti e ai postmarxisti le chiavi di lettura psicanalitiche fanno venire l'orticaria: ma non c'è dubbio alcuno che dentro la pioggia di reazioni emotive che attraversano il partito in queste ore non si può non leggere una sindrome freudiana, gli effetti dell'abbandono traumatico del genitore che lascia i suoi figli per trovare una nuova casa. E dentro questo choc, il punto interrogativo di una biografia politica e umana che con la sua virata improvvisa rischia di compromettere il futuro del suo partito. I tempi delle leadership personali ci hanno abituato a questi rapporti di amore-odio viscerali, al trauma delle autocensure, delle sfuriate, dei cordoni ombelicali che si tendono senza spezzarsi, dei dissensi a pugni stretti. Achille Occhetto è da tempo un padre ripudiato della Quercia, Gianfranco Fini nel 1999 disse ai colonnelli di An che era pronto a lasciarli per fondare una lista personale, non si contano le lettere di scomunica di Romano Prodi alla Margherita, di cui l'estate scorsa - nel momento di massimo gelo - arrivò a dire: «Non posseggo quella tessera». Ma certo nessuno fino a ieri pensava che anche il bertinottismo potesse arrivare a scindere la sua strada da quella del partito. Sembrava insomma che «il ragazzo con le magliette a strisce» (autodefinizione coniata per il libro scritto con la regista Wilam Labate), l'ex giovane socialista di Varallo Pombia (il luogo di nascita del subcomandante), l'ex metalmeccanico intransigente dei cancelli della Fiat, l'uomo che «non aveva mai firmato un contratto» (leggenda metropolitana sempre contestata dall'interessato), fosse l'ultimo leader che temperava il suo naturale narcisismo con una concezione antica del partito, con un senso di servizio indiscusso. E il segretario-padre era stato decisivo per tenere insieme quella galassia iridescente di radicalità vecchie e nuove, correnti «neo», «archeo» e «post» che erano unite solo dalla leadership bertinottiana. Al congresso di Venezia tutto era sincreticamente fuso, e la corda non si strappò nemmeno quando una giovane delegata trotzkista di Milano accusò come solo una figlia ribelle poteva fare: «Compagno Bertinotti, non ci sono alternative. O si sta con i padroni o si sta con gli operai, e tu, purtroppo, hai scelto i padroni!». Il paradosso vuole che i trotzkisti di Marco Ferrando, che nel partito del padre-contestato sono rimasti fino all'ultimo, siano usciti proprio ora, che si è affermata la leadership «materna» di Franco Giordano. Il padre-padrone Bertinotti era stato anche il segretario autoritario che contiene il dissenso con il pugno di ferro e depenna il leader della minoranza dalla lista elettorale, solo per un «reato d'opinione». Giordano è un uomo di letture femminili, uno che ha come «scrittore» preferito Marcella Serrano e il suoi alberghi di donne tristi, uno che dice: «Ho introiettato la cultura della nonviolenza» e che ancora oggi non minaccia espulsioni. Bertinotti, invece, sembra essersi disinteressato del suo partito come certi mariti che si rifanno una vita con una nuova moglie, e ha usato Rifondazione per arrivare a Montecitorio, così come Massimo D'Alema usò i Ds per arrivare a Palazzo Chigi. Una macchina lanciata oltre il limite di velocità consentito, che arriva alla meta, ma con il contagiri impazzito, il radiatore rovente e il motore fuso. È curioso che malgrado le lacrime e le crisi, Rifondazione non abbia ancora consapevolezza della sua sindrome di abbandono, che nessuno abbia ancora ipotizzato «il parricidio». Così, per paradosso, è possibile che accada il contrario: che se il padre non tornerà rapidamente all'ovile, alla fine sia proprio lui a sentire il bisogno di un infanticidio. Infatti, l'unico modo per consentire a Bertinotti una nuova vita, per dimenticare il sub comandante Fausto, il suo meraviglioso massimalismo estetico, i suoi niet, l'affondamento del governo Prodi e la lotta partigiana contro i Ds, ecco, l'unico modo per consentire al Bertinotti istituzionale ed ecumenico di dimenticarsi di quel padre che cresceva un figlio ribelle e contestava il sistema, è liberarsi di quel figlio: lasciarlo solo nella sua crisi di crescita.
Ansa 21.7.06
Afghanistan: Bertinotti, si prosegua
Seguo da esterno travaglio del Prc, dirigenti sono bravi
(ANSA) - ROMA, 21 LUG - 'Contiamo che si prosegua'. Lo afferma Bertinotti riferendosi alle tensioni nella maggioranza sulla proroga della missione in Afghanistan. Il presidente della Camera spiega che, pur nel rispetto del proprio ruolo istituzionale, segue 'il travaglio che riguarda il Prc con grande coinvolgimento emotivo, pur se senza una partecipazione diretta. In ogni caso - rileva il presidente della Camera - mi pare che il gruppo dirigente attuale stia facendo benissimo'.
Agi 21.7.06
GOVERNO: BERTINOTTI, COINVOLGIMENTO EMOTIVO PER VICENDE PRC
(AGI) - Roma, 21 lug. - Il presidente della camera Fausto Bertinotti si chiama fuori dal dibattito interno di Rifondazione comunista sulla vicenda del voto sulle missioni militari all'estero ma non nasconde di seguire "con grande coinvolgimento emotivo" quanto sta accadendo. Interpellato al termine dell'incontro con l'Unione delle camere penali, Bertinotti rileva, "da osservatore esterno", che "il gruppo dirigente sta facendo molto bene, non sta facendo rimpiangere i predecessori". D'altronde "e' evidente che, per chi ha una lunga storia in un partito, si vivano con partecipazione le vicende interne, sarebbe ridicolo negarlo". Proprio per questo "personalmente sono intensamente solidale". (AGI) -
Apcom 21.7.06
PENA MORTE/ BERTINOTTI: LOTTA PER ABOLIRLA NON AMMETTE DEFEZIONI
Messaggio presidente Camera a 'Nessuno tocchi Caino'
Roma, 21 lug. (Apcom) - "In occasione della presentazione del Rapporto 2006 di Nessuno tocchi Caino 'La pena di morte nel mondo' e della consegna del premio 'L'Abolizionista dell'Anno 2006', sono lieto di far pervenire a Lei, caro segretario, ed a tutti gli intervenuti il mio saluto più cordiale". E' il messaggio inviato dal presidente della Camera, Fausto Bertinotti, al segretario dell'Associazione 'Nessuno tocchi Caino', Sergio D'Elia.
"La cerimonia odierna - prosegue Bertinotti - oramai tradizione preziosa e consolidata, ci dà l'occasione per dire grazie una volta ancora a 'Nessuno tocchi Caino' e a coloro che ne animano la coraggiosa azione di informazione e di sensibilizzazione. Ma oggi abbiamo anche l'opportunità per unire idealmente in questo ringraziamento tutte le associazioni e tutti i movimenti che, ovunque nel mondo, con la loro attività appassionata diffondono la cultura dei diritti e rivendicano una civiltà giuridica più aperta ed avanzata".
"In questa grande forza - sottolinea il presidente della Camera - espressa direttamente dalla società civile, la politica e le Istituzioni debbono trovare le ragioni più profonde per proseguire nel difficile cammino che conduce all'abolizione della pena di morte. Un obiettivo, questo, che non ammette defezioni né distinzioni di parte, che va al di là dei perimetri angusti fissati dalla geopolitica e che ha un unico, inderogabile punto di riferimento: il rispetto intransigente della dignità dell'uomo e dei diritti che su di essa si radicano".
"E' questo - conclude Bertinotti - il valore prioritario che ciascuno di noi ha il dovere morale di affermare, il patrimonio ideale da globalizzare in questo tempo così tormentato, la via per costruire una convivenza in cui la capacità di giudicare secondo equità e misura si alimenti di una sincera disposizione ad ascoltare, a comprendere e ad includere. E in questo mondo, un mondo che possa dirsi realmente costruito dall'uomo e per l'uomo, non c'è posto per la pena di morte".