mercoledì 19 aprile 2006


l’Unità 19.4.06
Cinema. Eccoci di fronte al film più onirico di Marco Bellocchio. “Il regista di matrimoni”, dopo “L’ora di religione”, è un nuovo tuffo nella catalessi di questa Italia. Con lo stile che gli compete e che qui lo avvicina al grande Buñuel.
Bellocchio, il sogno di un amore.
di Alberto Crespi

C’è un regista, Castellitto, che piomba in una Sicilia fiabesca.
Troverà l’amore e capirà che la vita viene ben prima dell’arte.

«Due uomini stavano, l’uno dirimpetto all’altro, al confluente, per dir così, delle due viottole». Sì, è Manzoni, il primo capitolo dei Promessi sposi, la passeggiata di dalla quale torna «bel bello» don Abbondio. I due uomini che lo aspettano sono i «bravi» di don Rodrigo, quelli che gli ordineranno di non sposare, «né domani né mai», Renzo e Lucia. I due «bravi» li incontra anche Franco Elica, il cineasta protagonista di Il regista di matrimoni, nuovo film di Marco Bellocchio. Solo che, essendo in Sicilia, non sono due «bravi» ma due picciotti, eleganti, azzimati e ugualmente pericolosi. E in fondo sono due «bravi» anche i due pitbull che Elica tiene a bada quando tenta di intrufolarsi nel palazzo del nobile siciliano che l’ha assunto per filmare il matrimonio di sua figlia. In entrambi i casi Elica sta cercando proprio lei, Bona Gravina, «vergine siciliana» destinata a nozze d’interesse. Ieri, alla conferenza stampa di presentazione, un collega a chiesto conto a Bellocchio di quei cani, e di altri due cagnoni più bonaccioni che compaiono in un’altra scena, e del loro significato simbolico. Il regista ha cortesemente glissato: «Non so, quei due vecchi cani erano lì, sul set ... ci sono anche due pesci rossi nell’acqua santiera, in chiesa ... ma non posso spiegarvi simili immagini. In questi casi aspetto che vengano i critici a darmi una mano», ha chiuso, sorridendo. Chiamati in causa (come categoria), stiamo volentieri al gioco, e ci proviamo. Il regista di matrimoni è un film in cui molte cose sono doppie. I cani, i pesci, i «picciotti», le donne provinate da Elica per il film ispirato ai Promessi sposi (una è Lucia, l’altra la Monaca di Monza), i sogni di Elica in cui il matrimonio di Bona va a rotoli ... E due sono sempre, in ogni matrimonio (anche nei Pacs), gli sposi. Però sono tre i registi. Uno è Elica stesso. L’altro, dal buffo nome di Orazio Smamma, si finge morto per vincere, alla memoria, i premi che non ha mai avuto in vita. Il terzo, Enzo Baiocco, è il «regista di matrimoni» del titolo, che campa filmando la vita altrui e sogna, invano, il cinema vero. Ecco, dunque, che tre registi (e ciascuno di loro sembra essere un 33% di alter-ego di Bellocchio medesimo) osservano un mondo duale, in cui tutto sembra doppio e le coppie dialettiche si moltiplicano. Il regista di matrimoni è fatto di contraddizioni: ateismo/fede, bellezza/bruttezza, famiglia/individuo, finzione/documentario, immagine filmica/immagine digitale (quindi, cinema/tv), matrimonio/funerale (il padre di Bona, con lapsus fin troppo chiaro, li confonde), Roma/Sicilia, Lucia/Monaca di Monza ... e soprattutto sogno/realtà, che le riassume tutte, perché questo è il film più onirico che Marco Bellocchio abbia girato in vita sua. I dualismi che i tre registi contemplano sono quelli del mondo sociale: le figure del potere (i cani, i picciotti, i pesci che simboleggiano la fede) vanno in coppia, come i carabinieri che arrestano Pinocchio, come le due vecchie zie che perseguitavano un altro artista in crisi, il pittore dell’Ora di religione. Una realtà così, tutta simmetrica, è dialettica, ma non ha profondità. A dargliela è lo sguardo dei tre registi - che poi diventano quattro aggiungendo la loro sintesi, lo stesso Bellocchio. Solo lo sguardo di questo incredibile artista, che dall’Ora di religione in poi sta vivendo un periodo di aurea maturità, giunge alla quarta dimensione: il tempo - perché questo è anche un film sul tempo, sui sogni che irrompono nella quotidianità le danno nuovi significati, sugli orologi fermi di una Sicilia immota che all’improvviso si rimettono a camminare. E qui sorge, forte, la tentazione di legare il film a cose che non lo riguardano; di dire che la Sicilia si rimette in moto appena sa dell’arresto di Bernardo Provenzano; che quella realtà doppia, divisa in due metà speculari, è la famosa «Italia spaccata» di cui parlano gli analisti del voto senza sapere bene cosa dicono. Lo stesso Bellocchio, che alle elezioni era candidato in un partito fatto dalla somma di due ex partiti (la Rosa nel Pugno), ha parlato di una metà del paese «in catalessi», insensibile ad ogni stimolo, adagiata nella virtualità televisiva in cui le balle sembrano vere. Ebbene, Il regista di matrimoni è un film su questa Italia e sulla necessità, per un artista, di confrontarsi con le sue sonnacchiose abitudini (del resto che fa un regista di matrimoni? Dà dignità artistica a un rito, opera variazioni su ciò che è eternamente uguale a se stesso). Qualcuno dirà che un film così permeato di sogni riguarda solo il suo artefice. E’ facile ribattere che i sogni parlano di noi. Il regista di matrimoni è profondamente buñueliano, lo ha confessato Sergio Castellitto ammettendo di essersi ispirato a Fernando Rey, l’attore feticcio di Luis Buñuel. E pochi film francesi raccontano la Francia (l’Europa) anni ‘70 meglio di Il fascino discreto della borghesia, Il fantasma della libertà e Quell’oscuro oggetto del desiderio, girati dallo spagnolo Buñuel a Parigi fra il ‘70 e il ‘77. Bellocchio ha girato un film sull’Italia di oggi degno di quei tre capolavori: decifrarlo, se ne siamo capaci, sta a noi.

Liberazione 19 aprile 2006 pag. 9
Intervista a Marco Bellocchio Da venerdì in sala il suo ultimo film, forse in concorso a Cannes
Un famoso regista è “costretto” a filmare un matrimonio per tentare di sottrarre la sposa al suo destino. Tra favola e ricordi manzoniani, il regista piacentino regala al pubblico alterne emozioni. Sublimi alcune, ferocemente irritanti altre
Un regista di matrimoni, ma senza sposa
di Roberta Ronconi

Un matrimonio che non s’ha da fare. E’ la frase che Marco Bellocchio sussurra al nostro orecchio mentre fa un gran respiro e si tuffa nei meandri di se stesso. Generoso e rigoroso com’è ormai da tempo, va in cerca di tesori e segreti da condividere con il pubblico.
Non chiedeteci di raccontare questo Regista di matrimoni (Zerouno distribuzione, da venerdì in sala) - che in molti definiscono il film chiusura di una immaginaria trilogia (preceduto da L’ora di religione e Buongiorno notte). Sarà anche così, ma a noi sembra piuttosto l’ultimo capitolo di un lungo cammino, che inizia più in là nel tempo. Bellocchio è un regista che non si è mai risparmiato, nei film mette quello che ha in quel momento, il punto in cui è arrivato con i pensieri e soprattutto con le immagini. Perché il suo cinema è immagini, e nel Regista di matrimoni questo è evidentissimo anche a chi non frequenta le sale per mestiere. E’ un film di suggestioni, di emozioni, di ricerca nell’oscurità dell’inconscio (quante volte il protagonista Castellitto avanza letteralmente a tentoni davanti alla macchina da presa), di ricostruzione di una dimensione in cui il tempo si contorce, si ferma, si dilata, l’inizio dell’Ottocento (quella del Manzoni) cade nel Novecento e poi diventa Duemila. Ancora: ricerca dell’altro che non è ancora veramente altro, ma solo specchio di sé. E Italia, tanta Italia, terra di bravi, prìncipi, madonne e innominabili. Italia come la vede il regista certo, sapendo però che «un regista è un idiota capace di vedere cose che altri non vedono». Tra sposi promessi e rinnegati, grazie a un cast in cui brilla non solo Sergio Castelletto (ma anche Sami Frey, Gianni Cavina, Bruno Cariello, Donatella Finocchiaro), grazie a un lavoro di montaggio (di Francesca Calvelli) che ha permesso a un film girato e pensato a strappi di trovare un suo comprensibile andamento. Grazie a tutti i suoi collaboratori, Bellocchio regala ad una platea armata di attenzione e di capacità empatiche una vera foresta di emozioni. Sublimi alcune, aspre altre.
In tutta questa ricerca di verità e d’arte, infatti, Bellocchio a nostro avviso continua a tenere fuori dal suo personale immaginario la donna in quanto essere reale. Ancora una volta, la sua protagonista è metà Lucia, metà Monaca di Monza. Ma anche madonna, madre, gentil fanciulla e triste principessa. Una gabbia dentro l’altra e tutte insieme carcere, seppur dorato, per metà dell’universo.
Una visione del femminile, Bellocchio, che a nostro avviso limita molto la sua capacità visionaria. Lei ci ha regalato emozioni in lotta tra loro. Un film sublime e irritante al tempo stesso, questo suo “Regista di matrimoni”.
La sua, più che una domanda, è un’osservazione, che io comunque accetto perché è il suo modo di vedere il film. E riconosco anche che la questione è molto seria. Che io abbia difficoltà con le donne e con la loro rappresentazione è cosa che non nego. E sulla quale probabilmente devo ancora riflettere. Ma al centro dell’universo del “Regista di matrimoni” c’è un uomo con tutte le sue insicurezze, un uomo che può vincere o perdere la sua scommessa anche con l’amore. Altro al momento non potrei dire su questo argomento.
Castellitto: Io ritengo che l’atto più rivoluzionario di questo film lo fa una donna, quando si ribella al suo destino. Questo di Bellocchio – regista fiero del suo ateismo che però continua a scegliere me, altrettanto fiero credente - è un film sull’Italia vista non da davanti ma da un dietro le quinte. Un film sul rapporto uomo-donna e sulla nostra società.
Nel racconto, sono molti i “registi di matrimoni”, almeno tre. E poi c’è anche un regista che si sente un fallito (Smamma, interpretato dal bravo Cavina) perché non lo hanno candidato ai David di Michelangelo. Si ammazza, dunque, convinto che l’Italia, paese in cui i morti contano più dei vivi,finalmente lo premierà. E infatti così avviene. C’è qualcosa di autobiografico?
Premesso che un film è sempre autobiografico, in quanto ci si mettono le proprie visioni, le proprie esperienze, la propria avventura umana, premesso ciò il personaggio di Cavina è un tipico artista che esprime la sua disperazione nel non essere riconosciuto come tale dall’esterno. Personalmente, oltre ad aver già ricevuto molti premi, sono comunque convinto che la salvezza dell’artista sia raggiungibile in una dimensione personale capace di fare a meno dei premi.
E perché questo continuo richiamo ai morti e al loro potere? A cosa si riferisce?
Volevo semplicemente osservare che a mio avviso nel nostro cinema non c’è una grande aria di rinnovamento, tendenzialmente è dominato da idee vecchie. Io sono uno che crede al primato delle immagini sulle parole, al cinema. Inoltre, da noi quando uno è morto di solito non fa più paura. E allora finalmente lo si può premiare. Succede spesso, nell’arte. Pensiamo al destino di Van Gogh.
Nel film “Il Caimano”,Moretti fa dire ad un suo personaggio che l’Italia ormai non è che un piccolo paese degli orrori. Potrebbe essere quello che viene fuori anche dal suo film...
Non ho ancora visto “Il Caimano”, ma conosco l’opera di Nanni. E posso dire che ci sono almeno due cose che ci distinguono profondamente. La prima è che il suo è un cinema di parola e il mio di immagini. La seconda riguarda la nostra visione del mondo. In lui sento un fondo di pessimismo, di disperazione. A me sembra invece di fare, anche con questo film, un tentativo di passare dalle tenebre alla luce, dando un po’ di movimento ai miei personaggi, permettendo loro di muoversi, di ribellarsi. Sarà un tentativo ancora parziale, ma io sento che c’è.

il manifesto 19.4.06
Matrimonio all'italiana
Sugli schermi Esce venerdì nelle sale «Il regista di matrimoni» di Marco Bellocchio con Sergio Castellitto e Donatella Finocchiaro: un filmaker incontra una principessa siciliana e si accorge che la realtà è più interessante del cinema. L'autore ci parla del suo percorso creativo, di ateismo e religione, di fiabe e tecnica
di Silvana Silvestri

ROMA. Si devono essere divertiti molto sul set Marco Bellocchio e Sergio Castellitto a giocare a Buñuel e Fernando Rey, anche solo per via dei sogni manipolati e delle trovate da mettere in scena in questo magnifico “Il regista di matrimoni” (esce venerdì 21, probabilmente sarà a Cannes ma ancora non si può dire ufficialmente), film liberatorio per la sua tendenza umoristica, politico per presenza attiva nella situazione attuale, certamente onirico, mitologico come lo ha già definito qualcuno (Filmcritica). Ma innanzi tutto divertente per la stessa autoironia che il regista pone nella definizione del mestiere di regista oggi così abusato: «prima si diceva che l'Italia era una nazione di poeti, oggi possiamo dire che è una nazione di registi, migliaia di registi, migliaia di festival, migliaia di immagini che minacciano la realtà della vita o l'identità delle persone, come nei reality show».
La diffusione delle telecamere per tutti, idea zavattiniana realizzata, non è detto che produca «immagini»: questa è la parola chiave pronunciata da Bellocchio nell'incontro di presentazione del suo film. Ne “Il regista di matrimoni” l'invenzione è costante, ancora di più se si pensa che il film è una sorta di reperage mentale, di sopralluogo di posti, persone e scene. Forse un incontro su un treno fa scattare la vicenda, forse un viaggio, ma siamo portati a credere ugualmente che la principessa siciliana triste (Donatella Finocchiaro, adorata dall'obiettivo) sta vivendo la sua avventura. «La Sicilia è una Sicilia immaginaria, non ci sono le cose che si vedono di solito, il folklore ad esempio. Il protagonista vuole liberarsi da un progetto suicida, “I promessi sposi” che sta preparando su commissione, anche perché sente che qualcosa di sporco avviene nella produzione. Così come ha fallito con la figlia perché non ha impedito il suo matrimonio cerca di lottare in modo comico e drammatico per evitare il matrimonio della principessa. È quasi un percorso da fiaba». Così Bellocchio sintetizza il film e confessa che da un po' di tempo si rivolge sempre di più alle prime letture dell'infanzia, alle fiabe. “I promessi sposi” sono un film su commissione come lo era “Buongiorno, notte”? «Quello mi è stato chiesto dalla Rai, era su commissione, ma è uno dei miei film che ho amato di più».
È dai tempi de “L'ora di religione” che si parla di temi mistici con Bellocchio. Anche qui la Sicilia si presta con le sue chiese barocche, le processioni e le feste: «Io mi sono espresso altre volte sulla religione, mi rendo conto che affermare il proprio ateismo è molto fuori moda, ma da candidato uscente della «Rosa nel pugno» sono tollerante e vorrei la stessa tolleranza rispetto alla mia affermazione di non essere credente. Questo film prescinde dalla religione». Di un credo in ogni caso vuole disfarsi Bellocchio, della ineluttabilità religiosa della storia (così come avveniva in “Buongiorno, notte”) e infatti la composizione del film è fatta di scene sospese, montaggio elaboratissimo (Francesca Calvelli), scarnificate di testo parlato, composte di pellicola 35 mm e di digitale. Perché il digitale a proposito? «Volevo dare il senso di un controllo, viviamo controllati dalle telecamere, un controllo in parte metafisico, per non definirlo l'occhio di Dio. Non mi interessava che ogni immagine venisse spiegata come nel cinema americano». Si dice nel film che viviamo in un paese dove comandano i morti: «Se parliamo di un piccolo ambito come il cinema, la televisione, la cultura, mi pare che non ci sia un rinnovamento, il cinema è dominato da vecchie idee e nello stradominio della televisione il cinema diventa piccolo. Il mio è anche un discorso sulla bellezza delle immagini che è piuttosto assente nel cinema italiano. Le immagini ed anche le parole intese come immagini». Matrimoni e cinema (oltre che politica): sono anche i temi del “Caimano” di Moretti: «Il film non l'ho ancora visto, ma me l'hanno talmente raccontato in tutti i particolari che mi sembra ci siano due differenze: nei film di Nanni c'è il primato della parola, io cerco un'altra strada e poi mi sembra che nei suoi film ci sia una visione del mondo cupa e disperata, invece occorre vedere la possibilità di un movimento per ribellarsi, per reagire, anche se si tratta si una ribellione parziale come quella della protagonista femminile di “Buongiorno, notte” per non farle subire l'assassinio». Che si trovi nel mezzo di un percorso nuovo (iniziato con “Il principe di Homburg”, ricorda) lo dice lui stesso: «Ho visto un andare in crisi più accentuato nel mio modo di fare cinema, ho cercato di andare oltre la struttura classica che è stata la mia formazione nel cinema. La mia lunga carriera ha tappe, passaggi, trasformazioni molto diverse legate alle scelte della mia vita. La mia partecipazione all'analisi con Fagioli ha modificato certe scelte, poi ho preso la mia libertà».

Corriere della Sera 19.4.06
Castellitto e la Finocchiaro protagonisti de «Il regista di matrimoni» che si prevede in gara a Cannes «Una storia a lieto fine nell’Italia dei morti» Marco Bellocchio: io però sono un ottimista, mentre Moretti è più cupo
di Valerio Cappelli

ROMA - La seconda parte lascia perplessi, dice un’anima giovane. Marco Bellocchio alza il sopracciglio: «La seconda parte per lei dove comincia, dalla Sicilia? Ma quello è l’inizio, allora non le è piaciuto niente!». Se Bellocchio definisce «pieno di riferimenti tragicomici» il suo film con Sergio Castellitto, Il regista di matrimoni (esce venerdì ed è atteso al Festival di Cannes), l’incontro si mantiene in linea. «L’avventura - dice - inizia in una Sicilia misteriosa e un po’ incomprensibile. Ha una sua trama coerente, però procede per scene non finite, va avanti in modo sospeso». Il personaggio di Castellitto è un regista in crisi per due motivi: la figlia ha sposato un fervente cattolico, e lui è costretto a girare l’ennesima versione de I Promessi Sposi; decide di fuggire in Sicilia dove incontra un tizio (Bruno Cariello) che sbarca il lunario con i filmini di matrimoni, e un regista (Gianni Cavina) che si spaccia per morto sperando di avere così i riconoscimenti mai ricevuti. «C’è un solo modo di vincere: morire. In Italia comandano i morti».
Bellocchio, non è che ha fatto un pensierino a Buongiorno, Notte, il suo film su Moro che mancò il premio a Venezia? «No, è uno dei film che amo di più e in 40 anni ho avuto tante statuette. Il cinema è dominato da vecchie idee e diventa sempre più piccolo. Siamo una nazione di registi che vagano a migliaia, le immagini minacciano l’essere rispetto al sembrare, lo si vede in tv nei reality, è l’invasione degli ultra-corpi. Con lo strapotere delle tv, se le elezioni fossero avvenute una settimana dopo avrebbe vinto il centro-destra. Poi c’è l’aspetto cattolico, quando uno è morto lo si può premiare». Castellitto aveva già fatto con lui L’ora di religione: «Sono un credente che lavora bene con un ateo». «A meno che io non sia un credente», dice sornione Bellocchio. «È il dubbio che abbiamo da 30 anni», ribatte il suo attore.
Maestro, fa una, lei ci regala una valanga di emozioni, ma le donne nei suoi film non esistono: o sono Lucie di Manzoni o Madonne o mamme. Bellocchio: «Interessante il suo intervento ma non è una domanda. Che sia in difficoltà con le donne, lo ammetto; che mi interessano glielo garantisco». Castellitto scuote la testa: «Donatella Finocchiaro nel film compie un gesto rivoluzionario, a poche ore dalle nozze scappa via».
Si getta l’amo della somiglianza con Il caimano di Nanni Moretti, due film sulla nostra epoca. Bellocchio lo vedrà «con calma», ma ha capito di che si tratta: «Lì c’è il primato delle parole, con una visione cupa della vita. Io cerco l’immagine, un tentativo dalle tenebre alla luce. A me non interessa creare un plot dove l’immagine viene spiegata». È un film autobiografico? «Tutto lo è, bisogna vedere che cosa si intende per autobiografico».

La Repubblica 19.4.06
Tra fiaba e thriller vince l'ironia
Da venerdì in sala "Il regista di matrimoni" con Sergio Castellitto e la Finocchiaro
È la storia del regista Elica che tutti chiamano Maestro. Sta facendo i provini per l'ennesima versione dei "Promessi sposi"
Se la prende con la sinistra e con la destra che in nome della democrazia si accordano per premiare chi fa più comodo
Ateismo oggi, con conversioni a destra e a sinistra, affermare il proprio ateismo è fuori moda
La televisione. Metà Italia ha subito l'ipnosi della tv, la sinistra sottovaluta il problema
di Natalia Aspesi

MILANO - A vedere un film di Marco Bellocchio si va ormai con una certa inquietudine: amandolo moltissimo, parteggiando per lui con tutto il cuore di spettatore, si teme di provare, se non una delusione, una specie di incompletezza, il fastidio verso se stessi per non riuscire a capire sino in fondo, di essere insomma in torto verso un autore che da più di quarant'anni, e restando un uomo dall'eterno fascino mite e schivo, ci ha dato opere bellissime e importanti che hanno segnato il cinema italiano e la nostra stessa vita. Non si smette mai di aspettarsi da lui un capolavoro. Ma cosa è poi un capolavoro, nel mondo stanco e del tutto commercializzato del cinema contemporaneo, soprattutto di quello italiano? Un film osannato dai critici, uno che fa traboccare le sale di gente impaziente (come sta succedendo per "Il caimano" di Moretti) un film che commuove, che incanta, che provoca rabbia, che viene subissato di premi, le cui immagini restano per sempre dentro di noi? O, come nel caso di "Il regista di matrimoni", un film che lascia confusi, angustiati, pieni di bellissime immagini, desiderosi di vederlo una seconda volta per uscire dalle riflessioni accademiche: la visione onirica, la metafora, l'ellissi, il finale aperto, il film sul film, il regista in crisi, la Sicilia arcaica, il pensiero antireligioso e antistituzionale.
Una fiaba, un pamphlet, un'autobiografia, un thriller, una storia romantica, un'opera ironica e autoironica, oppure di critica e di denuncia? Il regista Sergio Castellitto, chiamato da tutti Maestro, sta facendo i provini per l´ennesimo "Promessi sposi" nazionalpopolare e il suo pensiero viene infestato dalle immagini di quello girato da Camerini nel 1941, grondante cristianità punitiva: intanto la figlia sposa un neocatecumeno, con una di quelle cerimonie di mistica letizia in cui tutti cantano e ondeggiano ritmando i salmi con lo schiocco delle mani. Orripilato da queste nozze e da altro (un'aspirante attrice gli grida "ti manderò in galera", carabinieri si aggirano nel suo studio), Castellitto si ritrova su una spiaggia ai piedi di un magnifico antico paese siciliano.
Un regista locale di matrimoni (Enzo Baiocco) sta riprendendo una coppia di sposi, lo riconosce, gli chiede consigli: risposta, che la sposa si denudi, mostri l'inguine, lo sposo l'avvinghi. Compare nel suo sontuoso palazzo avito in totale rovina (all'esterno Villa Palagonia, completa di mostri) il Principe che ha il volto rapace di Sami Frey, ai tempi d'oro amante di Brigitte Bardot e attore di Godard e di Clouzot: sua figlia Bona, per pagare i debiti di gioco del padre, deve sposare un ricchissimo avvocato spettinato e succube della madre; il Maestro regista viene chiamato a girare il film del lussuoso matrimonio e la prima cosa che fa la futura sposa, la bella e malinconica Donatella Finocchiaro, è trascinarlo in una cripta e lì dopo baci e baci, gli si inginocchia davanti, ma lui si ritrae, già troppo innamorato per cose così svelte.
Castellitto, che come regista problematico ha un cognome criptico, Elica, tace quasi sempre balenando gli occhi, mentre gli altri sentenziano molto, anche sconsideratamente: il Principe e non solo lui, per esempio "Sono i morti che comandano", e qui lo spettatore se ne ha voglia, può spaziare, Bellocchio intenderà chi, gli autori morti, i Papi morti, i politici morti, anche se poi sono quelli vivi a comandare con un certo successo? E il vecchio regista Smamma (Gianni Cavina, sempre con bottiglia) che si è dato per morto affinché il suo film "La mamma di Giuda" vinca finalmente il David (qui di Michelangelo) contro il favorito su Togliatti?
Se la prende con le "parrocchie" politiche, della sinistra e della destra, che in nome della democrazia si accordano per premiare chi fa più comodo a tutti: e qui si rimane un po' male perché evidentemente a Bellocchio non gli è ancora passato il dispiacere per il Leone d'Oro atteso e negato a Venezia nel 2003, al suo "Buongiorno notte", il bel film sull'assassinio Moro. Ma non si trattò di tradimento e complotto (di sinistra), anche se poi l'allora direttore della Mostra, De Hadeln, perse il posto: il film russo "Il ritorno" sembrò una rivelazione, e piacque di più alla giuria presieduta da Monicelli. Anche se poi ben pochi andarono a vedere il film premiato mentre quello di Bellocchio ebbe un grande successo di pubblico.
Cominciato come un film sulla realtà, (avulsa però dall´imperio attuale della politica) con un matrimonio di rito integralista, il disordine e l'approssimazione di uno studio cinematografico dove si cercano attori e si fanno provini, il cruccio di un autore che deve girare un film di cui non gli importa niente, "Il regista di matrimoni" arrivato in Sicilia pare abbandonare il presente per abbandonarsi a fantasie ironiche da romanzone ottocentesco: principessa costretta a sposare un vedovo per ricostruire un patrimonio dilapidato dal padre, si innamora, viene chiusa in convento, va all'altare e da qui vari colpi di scena da puro feuilletton cui Bellocchio ricorre per spiazzare continuamente lo spettatore. Il quale, paziente ma guastato probabilmente dalle ovvietà della fiction televisiva, a un certo punto non si raccapezza più. Finale aperto, ognuno, pare dire Bellocchio, si scelga la conclusione che più gli aggrada. Ma noi spettatori sempliciotti non abbiamo sempre voglia di arrovellarci: per cui puntiamo sulla principessa che sorridendo fugge in treno da sola, perché anche se il regista Castellitto è meglio del promesso sposo, una donna così mesta e bella ha capito che può certo trovare di meglio.

La Repubblica 19.4.06
L’autore parla del suo nuovo film che sarà presentato a Cannes
Il regista: "In Italia comandano i morti"
"Cupa e disperata la vita secondo Moretti"
di Roberto Rombi

ROMA - In una Sicilia visionaria fatta di nobili palazzi fatiscenti, di chiese, di processioni notturne, Marco Bellocchio fa sfociare la crisi di Franco Elica (Sergio Castellitto), regista che ha abbandonato le riprese di un non convincente "I promessi sposi". Nel nuovo film di Bellocchio, "Il regista di matrimoni" - che uscirà venerdì distribuito da 01 - il filo conduttore sono proprio le nozze, partendo da quelle della figlia del regista per arrivare a quelle che una principessa siciliana deve affrontare per salvare il disastrato patrimonio di famiglia.
Perché la Sicilia?
«La mia è una Sicilia immaginaria, lontana dalle solite cose ripetute, tra folklore e stereotipo. Elica vuole separarsi da un progetto suicida, per questo si allontana. Questa è una Sicilia che non pretende di raccontare la Sicilia, lì Elica incontra persone che lo mettono alla prova. Dopo aver fallito con la figlia, lotta in modo ora comico ora drammatico tra avventure misteriose e un po' incomprensibili per evitare il matrimonio di una principessa triste in un percorso che è quasi da fiaba».
Anche in questo suo nuovo lavoro ritorna il tema della religione.
«Su questo argomento mi sono espresso molto spesso. Affermare il proprio ateismo è molto fuori moda, soprattutto adesso che c'è un'esplosione di conversioni sia a destra che a sinistra. Non desidero una lotta alla religione ma il riconoscimento di essere un non credente».
"Questo è un paese in cui comandano i morti", una frase ricorrente nel film...
«Se guardiamo al cinema vediamo che è dominato da vecchie idee, non c'è nessun rinnovamento a parte le persone. In questo stradominio della televisione il cinema si fa sempre più piccolo. Adesso ci sono centinaia di festival ma tv e reality show sono come un´invasione degli ultracorpi. Poi c'è l'aspetto più cattolico. Quando uno è morto, chi gli sopravvive è più tranquillo e può anche premiare il defunto. La storia dell'arte è piena di geni postumi. Un altro aspetto ancora ce lo hanno dimostrato queste elezioni. Una metà d'Italia ha subito il letargo e l'ipnosi della televisione. Anche la sinistra ha sottovalutato il problema. Se la campagna elettorale fosse durata un'altra settimana l'Unione avrebbe sicuramente perso. Ma molti italiani in uno stato di catalessi prima o poi si sveglieranno».
C'è qualche cosa che unisce il suo film a "Il caimano" di Nanni Moretti?
«Non ho ancora visto "Il caimano" ma lo vedrò sicuramente. Nei film di Nanni c'è il primato della parola rispetto all'immagine. Io cerco un'altra strada. Basandomi su tutti i suoi film mi sembra che ci sia una visione disperata, piuttosto cupa, della vita».
Il protagonista del film è un regista come lei.
«L'Italia, che prima era un paese di poeti, ora è una nazione di registi. C'è oggi una circolazione di immagini che in qualche modo minaccia l'essere privilegiando l'apparire».
Ma c'è qualcosa di autobiografico in Elica?
«Le immagini nascono dalla tua vita, poi c'è un modo complesso di trasfigurarle. Però è assolutamente ovvio che "Il regista di matrimoni" sia un film molto personale. La mia lunga carriera ha delle tappe, dei passaggi, delle trasformazioni legati alle mie scelte di vita. Tante cose possono richiamare varie avventure della mia esistenza, ma certamente quello che accade a Franco Elica non è accaduto a me».
"Il regista di matrimoni" ha suggestioni da fiaba
«Sì, sono affascinato più adesso che nel passato dalla potenza e dalla profondità che possono esprimere le favole. Per me è anche un modo per tornare indietro nel tempo, alle mie prime esperienze di lettura».
Il suo film sarà presentato a Cannes?
«Mi auguro di essere presente ma anche se lo sapessi ora non lo direi»

La Repubblica 19.4.06
IL CANDIDATO
"Libero di non essere credente"

ROMA - «Spero che la Rosa nel pugno abbia successo e che si strutturi come partito. Mi riconosco nei Radicali, ma anche nei socialisti specie nella difesa dei valori laici» aveva detto Bellocchio prima delle elezioni. Oggi aggiunge: «Da candidato uscente nella Rosa nel pugno vorrei avere la possibilità del riconoscimento di non essere credente».

La Stampa 19.4.06
Arriva nelle sale «Il regista di matrimoni», a Cannes per «Un certain regard»
Bellocchio: l’Italia è un Paese in cui spesso comandano i morti
di Fulvia Caprara

ROMA. Una sincerità cristallina, lucida e affascinante come le immagini del suoi film, illumina i discorsi di Marco Bellocchio, maestro del cinema internazionale, esordiente nel ‘65 con «I pugni in tasca», da venerdì nelle sale con «Il regista di matrimoni», interpretata da Sergio Castellitto, Donatella Finocchiaro, Sami Frey e Gianni Cavina. Con le sue affermazioni si può essere d’accordo o meno, ma è impossibile non riconoscere all’autore la rara capacità di mettersi a nudo, di rispondere con attenzione alle domande più varie, di accogliere con pazienza le critiche più insolite.
Un esempio? Qualcuno lo accusa di rivelare, attraverso la storia del film, uno spirito anti-femminista. Al suo posto molti si sarebbero risentiti, lui, tra qualche imbarazzo, confessa: «Che sia in difficoltà con le donne posso anche ammetterlo, ma che m’interessino molto glielo garantisco». Al centro del «Regista di matrimoni» c’è la figura di Franco Elica (Castellitto), regista in crisi perchè deve girare l’ennesima versione dei «Promessi sposi», ma anche per via delle nozze della figlia con un cattolico fervente. In Sicilia, dove è fuggito in cerca di quiete, Elica compie «un percorso da fiaba», segnato da una serie di incontri «che lo metterano alla prova». Primo fra tutti quello con la principessa Bona Gravina (Donatella Finocchiaro), destinata a un matrimonio di convenienza che rende infelice perfino suo padre, il principe Ferdinando Gravina di Palagonia (Frey).

Quanta parte di autobiografia c’è nella storia?
«In un certo senso tutto è autobiografico, le immagini con cui si racconta una storia dipendono dalla qualità della propria biografia, dalla cultura, dalla formazione, dalla ricerca svolta. E’ chiaro quindi che il film, anche senza essere direttamente autobiografico, sia personale in quanto richiama vari episodi della mia vita».

Qual è stato il punto di partenza del «Regista di matrimoni»?
«Per me un film nasce da un’immagine, e infatti anche questo è nato da un’immagine casuale, osservata sulla spiaggia di Scilla, in Calabria una coppia di giovani sposi filmati appunto da un regista di matrimoni. Mi colpì l’obbedienza dei due sposi che facevano tutto ciò che il regista diceva loro di fare, mi colpì quest’obbedienza senza domande di spiegazioni, come fanno spesso gli attori professionisti, in due giovanissimi che avevano ancora tutta la vita davanti a sé per fare tutto ciò che volevano, come se per loro la vita, fatta per fortuna anche di rifiuti, di disobbedienza, di ribellioni all’ordine costituito, fosse gà tutta preordinata, e il doppio sì davanti al sacerdote, o anche davanti all’ufficiale di stato civile, fossero stati come una resa incondizionata, definitiva, come se, col matrimonio, entrassero nel mondo obbediente e razionale dei padri, e dei padri dei padri, che prima di loro si erano sposati».

Anche qui torna il tema del rapporto con la religione.
«Beh, affermare oggi il proprio ateismo è molto fuori moda, siamo un’epoca in cui tutti si convertono. Da candidato uscente della “Rosa nel pugno”, dico di essere molto tollerante e mi piacerebbe che questa stessa tolleranza l’avessero pure gli altri, anche su questo argomento».

Nel film c’è una battuta in cui si dice che l’Italia è un Paese dominato dai morti.
«Mi sembra che viviamo tutti estremamente controllati, e che lo saremo sempre di più. Ho l’impressione che non ci sia rinnovamento e che, anche nel piccolo ambito riguardante il cinema, dominino tuttora le vecchie idee. In questo contesto è ancora ultra-elitario, girando film, rivendicare il primato delle immagini. Immagini, però, non controllate come lo sono quelle dei reality-show che c’inondano, in una specie di invasione di ultracorpi dove l’identità umana è minacciata dalla recita della vita».

Quindi la tv è un pericolo.
«Sì, in Italia è accaduto che in tanti siano rimasti annichiliti, ipnotizzati, dal potere della tv. La televisione ha dimostrato la sua onnipotenza, e l’aspetto più tremendo è nella diffusione del cinismo, soprattutto tra i giovani. In queste ultime elezioni mi è parso che la tv sia stata padrona del campo molto più che in passato e che il centro-sinistra ne abbia sottovalutata la potenza distruttrice. Sono in tanti a pensare, come me, che, se la campagna elettorale fosse andata avanti per un’altra settimana, poteva anche succedere che il centro-sinistra perdesse».

Lei ha già dichiarato di non aver ancora visto «Il caimano» di Nanni Moretti. Non è curioso?
«Certo, lo vedrò con calma, nel frattempo me lo hanno raccontato nei minimi particolari e così mi sembra di averne già colto alcuni aspetti. Mi pare che, come tutti i film di Moretti, contenga il primato delle parole e anche una visione dell’esistenza cupa e disperata. Il mio film, invece, riafferma il primato delle immagini e, attraverso la storia di una ribellione, compie un cammino che va dalle tenebre verso la luce».

Domani verrà annunciato il cartellone del Festival di Cannes. Secondo le ultime indiscrezioni lei dovrebbe partecipare nella sezione del «Certain regard». E’ così?
«Mi auguro di poter essere presente a Cannes, non so ancora se sarà così o meno, ma anche se lo sapessi non lo direi perché tocca al Festival annunciare le proprie scelte».

Il Messaggero Mercoledì 19 Aprile 2006
«Ecco come ribalto i destini»
di Gloria Satta

ROMA - Alla fine della proiezione per la stampa, come nella tradizione del miglior Pirandello, le interpretazioni si sprecano: Castellitto salva la principessa triste dal matrimonio combinato, macché si è sognato tutto, forse è una metafora... Bellocchio sorride, e non solo perché in platea c’è lo psicanalista Massimo Fagioli che applaude («bravo, ci hai messo dentro tutto»). Dice, il regista: «Mica ho girato un film americano, dove ogni immagine viene spiegata. La struttura drammaturgica è coerente ma la narrazione procede in modo sospeso, si affida anche a scene non finite». Gli dà manforte il suo protagonista, un grandissimo Sergio Castellitto: «Marco, vivaddio, ha la capacità di lavorare su dubbi, incertezze, contraddizioni. Da vero artista, non dà nulla per scontato».
Il regista di matrimoni, in odore di Cannes (dovrebbe partecipare al Certain Regard), uscirà nelle sale il 21 in duecento copie, titolo di punta di RaiCinema. Intanto scatena il dibattito, come si dice, e offre lo spunto per parlare con l’autore di mille cose: di religione e di politica, di cinema italiano e di Moretti, di ribellione e dell’identità dell’artista, del potere della tv e dell’Italia di oggi che, ripetono come un tormentone i personaggi del film, «è un Paese in cui comandano i morti».
Detta in due parole, la storia è quella di un regista in crisi che fugge da Roma per rifugiarsi in Sicilia dove incontrerà un tipo che campa filmando matrimoni, un principe decaduto e crudele, la bellissima figlia di lui promessa a un riccone, un cineasta fintosi morto per avere postumi i premi cinematografici mai ricevuti in vita...
Bellocchio definisce il film «una fiaba» con alcuni momenti comici «ma pervasa da un grande ottimismo, perché il protagonista ha la forza di cambiare lo stato delle cose», e ambientata in una Sicilia «immaginaria» dove piove sempre e nessuno parla in dialetto. Per Castellitto è invece «uno spaccato della nostra realtà vista da dietro il palcoscenico, un trompe-l’-oeil dell’Italia di oggi». Il rapporto con Dio, tema portante di L’ora di religione, qui ricompare mediato da simboli, come la croce che s’illumina e poi si spegne un attimo prima di un suicidio. «Sono ateo, anche a costo di andare controcorrente nell’attuale boom di conversioni. Ma da ex candidato della Rosa nel pugno chiedo tolleranza», fa Bellocchio. «E io, che sono credente, con Marco ho lavorato benissimo», replica Castellitto.
In un montaggio che include sequenze digitali, i personaggi risultano perennemente filmati da telecamere misteriose: «Oggi siamo oggetto di un controllo continuo e quasi metafisico mentre i real-show invadono la società come ultracorpi», afferma il regista. Quanto all’Italia «dominata dai morti», Bellocchio estende il discorso dai premi («ogni artista aspira al riconoscimento») a quei cittadini che, «come in letargo, in catalessi» hanno votato per Berlusconi dando retta alla tv «che ha nuovamente dimostrato di essere onnipotente. Se le elezioni fossero durate una settimana in più, l’Unione avrebbe perso».
C’è poi il cinema. «La moltiplicazione di mezzi, immagini e festival permette a tutti di diventare registi, magari si possono scoprire nuovi talenti». E c’è Moretti: «Il Caimano non l’ho ancora visto, ci andrò con calma», dice Bellocchio. «Ma da sempre Nanni e io siamo divisi dal modo di pensare. Lui ha una visione del mondo cupa, disperata. Io credo nel cambiamento, nella possibilità di ribaltare il destino. Combatteva l’ipocrisia il protagonista di L’ora di religione , si ribellava la brigatista di Buongiorno, notte . E ora, in Il regista di matrimoni , il personaggio principale compie un atto spiazzante... Si può andare dalle tenebre verso la luce, ne sono convinto».

Il Messaggero Mercoledì 19 Aprile 2006
«Non ho ancora visto “Il Caimano”: ci andrò, ma Moretti ed io siamo divisi dal modo di pensare»
di Fabio Ferzetti

ROMA - Un regista in crisi, anzi in fuga: dal suo lavoro, dalla sua città, forse da se stesso. Un matrimonio “che non s’ha da fare”. Un film abbandonato sul nascere, tratto proprio dai Promessi sposi . Un altro regista in Sicilia, più modesto, che campa riprendendo cerimonie di nozze e finisce per offrire al regista in fuga una sponda, un rifugio, un’identità provvisoria (o forse più profonda) con cui proseguire il suo viaggio.

E poi l’Italia di oggi, certo, condensata in questa Sicilia astratta, mitologica e un poco mentale: come l’intero film, paesaggio dell’anima prima che paese reale. Un paese impaurito, conformista, gattopardesco («In Italia i morti comandano!» geme un personaggio: e potrebbe quasi essere lo slogan del film), popolato da figure che sembrano estratte da un album. Il Principe arrogante, la Principessa in pericolo, i Servi ossequiosi, l’Artista che salvando la Principessa salva anche se stesso... Anche perché nel Regista di matrimoni , sospeso come L’ora di religione fra realtà e immaginazione (benché meno esplicitamente), tutto accade due volte, ogni personaggio ha il suo doppio, ogni situazione il suo rovescio.

Nella scena d’apertura il famoso regista Franco Elica (Sergio Castellitto) si trova costretto a riprendere le nozze religiose di sua figlia; e poco dopo ecco Elica, fuggito in Sicilia, che accetta di filmare il matrimonio di una fascinosa principessa siciliana (Donatella Finocchiaro) solo per poterlo sabotare. Perché se n’è innamorato, perché sono nozze di convenienza, perché il matrimonio è il cardine dell’ordine sociale, perché il principe padre (Sami Frey) vuole “usarlo” come fa sempre il potere con gli artisti. Ma due sono anche i registi, anzi tre. Oltre a Elica c’è l’umile Baiocco (Bruno Cariello), professionista delle cerimonie nuziali, onoratissimo di cedere lo scettro all’illustre collega; e poi un altro fuggiasco, l’imbelle Smamma (Gianni Cavina), regista bramoso di gloria datosi per morto pur di vincere un David postumo (beffardi anche i titoli in lizza: La madre di Giuda contro Il migliore, palesemente ispirato a Togliatti...).
Così, mentre Elica approfitta dei preparativi del matrimonio per amoreggiare con la bella principessa, ecco moltiplicarsi le prove da superare e i “passaggi” anche simbolici: la prima volta insieme nel castello, fra cani feroci e ombre misteriose; l’incontro con Smamma, “doppio” meschino ma rivelatore di Elica e delle sue paure; la serenata che finisce in farsa. E quelle misteriose immagini in bianco e nero che ogni tanto inghiottono Elica, come se qualcuno (il Principe? l’altro regista?), lo sorvegliasse a sua insaputa. A meno che non sia lui stesso a “osservarsi” dall’esterno, per governare o almeno comprendere l’alternarsi di slanci e viltà, intuizioni e ripensamenti, che guida e qua e là intralcia le sue azioni.
Non tutto è limpidissimo in questo teatro mentale pieno di musica e di citazioni (da Entr’acte ai Promessi sposi di Camerini), diviso a sua volta fra il passo a tratti insistito di alcuni dialoghi e le impennate delle scene più memorabili (l’emozione che si affaccia improvvisa durante il provino dell’aspirante Lucia Mondella, la corsa degli sposini in riva al mare, la figlia di Elica ridotta a una poltiglia di pixel dall’invadenza delle telecamerine digitali). E magari questo diario di una rinascita, personale prima che artistica, era fin troppo ingombro di spunti e di idee per filare liscio e senza strappi. Ma Bellocchio dimostra in ogni momento un’energia, una generosità, una voglia di rompere gli schemi, che nel nostro cinema esangue e televisivizzato sono una benedizione.

Il Mattino 19.4.06
«L’Italia? È comandata dai morti»
di Titta Fiore

Roma. La storia in apparenza è semplice, sospesa tra favola e melodramma: un uomo, un regista affermato e in crisi, fugge dalla sua vita e dalle responsabilità, abbandona la famiglia e il lavoro e si rifugia in Sicilia, in cerca di altro, in cerca di sé. Si lascia alle spalle la scontentezza per il matrimonio della figlia con un fervente cattolico, la noia di un lavoro ripetitivo e fatto spesso su commissione. Avrebbe dovuto girare l’ennesima versione cinematografica dei «Promessi Sposi», si ritrova deus ex machina di un altro «matrimonio che non s’ha da fare», quello tra la languida principessa Bona e il suo facoltoso fidanzato. Nozze combinate dal padre di lei per salvare quel che resta dei beni e l’inutile blasone. Ma «Il regista di matrimoni», il nuovo film di Marco Bellocchio interpretato da Sergio Castellitto e Donatella Finocchiaro, da venerdì in duecento sale e poi al festival di Cannes, ancora non si sa se in concorso o al Certain Regard, è molto più di questo. È il pretesto per parlare dell’Italia di oggi, del cinema in crisi, dello strapotere della tv, della famiglia disgregata, del rapporto tra fede e politica, di una società controllata da mille invisibili occhi elettronici eppure per molti versi incomprensibile. Temi che percorrono in maniera diversa e però analoga anche «Il Caimano» di Moretti, con il quale «Il regista di matrimoni» rischia di fare i conti sulla Croisette. E che inducono Bellocchio a precisare, subito: «Non l’ho ancora visto, lo farò con calma. Ma da quel che ne ho letto e sentito le differenze mi sembrano sostanziali. Intanto, Nanni punta sulla parola, mentre io cerco il primato dell’immagine. Nei suoi film c’è una visione del mondo cupa e disperata; nel mio, invece, il tentativo di procedere dalle tenebre verso la luce in un impeto di ribellione allo stato delle cose. Questo è il sentimento profondo de ”Il regista di matrimoni”, lo stesso che muoveva la protagonista di ”Buongiorno, notte”: la volontà di reagire a un destino ineluttabile, che in quel caso si incarnava nell’assassinio di Aldo Moro». Si vede, nel film che procede «per sospensioni temporali e narrative, oltre la struttura classica», un regista (Gianni Cavina) fingersi morto per ottenere in maniera paradossale ed estrema quei riconoscimenti che l’establishment gli aveva sempre negato. È lui a pronunciare la frase più disturbante e potente: «In Italia», dice al collega Castellitto, «comandano i morti». Che cosa intende, Bellocchio? «Che i morti non fanno paura, non a caso la storia dell’arte è piena di geni postumi. Poi, che nel cinema non c’è rinnovamento, non ci sono idee nuove nella cultura, e a volte mi chiedo se non diventi troppo élitario rivendicare comunque l’importanza della bellezza, la qualità delle immagini». L’Italia «dominata dai morti» è, per il regista, quella invasa dai reality show, «con l’identità minacciata dalla recita della vita». È il paese diviso della politica, soggiogato dalla televisione, popolato da una maggioranza silenziosa che non compare, ma nelle urne si conta. «Mi sembra che molti siano in catalessi, in letargo, pronti ad accettare tutto, anche se spero in un risveglio, prima o poi. Una cosa è certa, nelle ultime elezioni il centrosinistra ha sottovalutato il potere della tv. Se la campagna elettorale fosse durata solo un’altra settimana, i risultati sarebbero stati diversi». Si vede, nel film, un regista non credente (Sergio Castellitto) ribellarsi al matrimonio religioso della figlia. E spiega, Bellocchio: «Affermare il proprio ateismo, in tempi di conversioni di massa, è fuori moda, lo capisco. Ma da buon tollerante, mi aspetto di essere accettato con tolleranza». Si alternano, sullo schermo, fotogrammi di colorata raffinatezza barocca a immagini digitali in uno sgranato bianco e nero: «Le ho usate per dare il senso del controllo cui siamo tutti sottoposti. Un controllo quasi metafisico... Non dico l’occhio di Dio, ma quasi...». Il cinema, ne «Il regista di matrimoni», è il luogo del conformismo culturale, la scorciatoia per il successo, lo sfogo di ogni velleità artistica. «Una volta l’Italia era il paese dei poeti, oggi è la culla dei registi. In giro ci sono centinaia di festival e milioni di immagini che minacciano l’essere privilegiando l’apparire». Bellocchio nega riferimenti autobiografici precisi: «Naturalmente le immagini dipendono dalla mia vita e dalla mia avventura umana, però c’è un modo complesso di trasfigurarle». Ma le tre o quattro citazioni dei «Promessi Sposi» girato da Camerini nel ’41 rimandano direttamente alla sua infanzia: «È il film che più mi ha terrorizzato. Don Rodrigo morente di peste, L’Innominato, il lazzaretto... Per un tempo abbastanza luongo ho avuto paura di dormire da solo».

Il Mattino 19.4.06
Castellitto, un protagonista sulle orme di Fernando Rey

Ancora una volta, dopo «L’ora di religione», Sergio Castellitto torna protagonista per Marco Bellocchio. Regista egli stesso e regista nel film, «sono il suo alter ego» dice, raccontando il suo personaggio di cineasta di grido in crisi personale e professionale (è alle prese con una versione, di cui non sembra convinto, dei ”Promessi Sposi”). Esasperato dal rituale dei provini, costretto da un’imbarazzante indagine dei carabinieri per un'accusa di violenza carnale, Franco Elica, questo il nome del regista, si ritrova in Sicilia. Dove conosce Enzo Baiocco (Bruno Cariello), che si guadagna da vivere come regista di matrimoni. È lui a metterlo in contatto con il Principe (Sami Frey) che vuole il maestro autore delle riprese del matrimonio salva-finanze di sua figlia Bona (Donatella Finocchiaro). Ma Castellitto-Elica si invaghisce della principessa triste, che immagina da sempre un finale diverso per «I Promessi Sposi», e cerca di salvarla da un matrimonio di convenienza. «È un film sull’Italia inquadrata dalle quinte, un trompe-l’oeil sul nostro Paese», dice l’attore, citando a modello Bunuel e il suo attore feticcio Fernando Rey: «Bellocchio lavora sulle contraddizioni e le fa diventare qualità».

La Sicilia 19.4.06
«Il mio film tra fiaba e realtà»
Silvio Bellocchio: «Siamo come dominati dai reality show che sono come un'invasione di ultracorpi»
di Silvia Di Paola

Roma. Una macchina da presa poggiata sulla sabbia, un'altra nelle mani del regista. Entrano in campo gli sposi inseguiti dalla macchina da presa, attraversano l'inquadratura, ne escono stavolta inseguendo loro il regista, finché rientrando finalmente soli si abbandonano e si denudano sulla sabbia. Poi la sposa sparisce tra le onde ma non è il suicidio che tutti pensano…
Il regista (non di matrimoni) il suo filmino di nozze lo girerebbe così in un fazzoletto di spiaggia d'incanto in quel di Cefalù. Contro ogni regola. Come questo film, per dichiarato intento dell'autore, aperto, caleidoscopico, inventivo, «pieno di crepe, cercate e lasciate», sospeso e convulso, tessuto sulla tela ma anche sulle lacerazioni della tela.
I confini sono quelli di una religione ancora e di nuovo (da Bellocchio) scrutata da vicino e da lontano, attaccata ma rispettata, punto di partenza per essere punto di fuga e di ribellione e la ribellione per Belloccio, si sa, è il motore di ogni cosa («nel senso del desiderio di cambiamento che faccio, non a caso, interpretare da personaggi che non sono mai ridicoli o patetici ma sempre serissimi nei loro intenti , anche se confusi»).
La cornice è una Sicilia (scelta «forse per il mare, forse il suo azzurro solare o forse per la sua natura mitologica» dice Bellocchio) in cui si sprofonda, antica quasi arcaica, misteriosa e dispersiva, mistica e pagana, solare e oscura insieme. Insomma un luogo in cui si può fuggire per ritrovarsi. Come fa Franco Elica, protagonista di questo ultimo film firmato Marco Bellocchio, «Il regista di matrimoni», che dal 21 aprile sarà nelle nostre sale in 201 copie e che è nato da un'immagine. Casuale, come quasi sempre. Come il regista racconta: «E' nato da un'immagine casuale sulla spiaggia di Scilla in Calabria: una coppia di giovani sposi filmati appunto da un regista di matrimoni. Mi colpì, osservandoli, l'obbedienza senza domande e spiegazioni dei due sposi giovanissimi come se entrassero col matrimonio nel mondo obbediente e razionale dei padri, e dei padri dei padri che, prima di loro, si erano sposati. E, allora, scrivendo poi la sceneggiatura, ho immaginato un personaggio che, trovandosi nella situazione di dover filmare un matrimonio, non si preoccupa di capirne il significato ma agisce per mandarlo a monte, sabotarlo».
Interpretato da un Sergio Castellitto in stato di grazia, da una fragile, dolente e intensa Donatella Finocchiaro, infelice sposa promessa, principessa di Palagonia, il cui matrimonio s'ha da farsi per salvare famiglia e regale dimora, e da un pugno di ben scelti e ben diretti attori molto lontani per formazione, da Samy Frey (torbido principe di Gravina) a Maurizio Donadoni (volgare al punto giusto), da Gianni Cavina (il torvo Smamma che conferma ancora una volta il peso che i nomi hanno nel cinema di Bellocchio) a Bruno Cariello (il vero, implacabile regista di matrimoni), il film si di continuo si inventa e si reinventa, vivace, convulso, insinuante, apre porte e porticine sfuggite sino a un attimo prima, inanella riflessioni su ieri e su oggi, offrendosi come metavisione sul cinema («che è immagine prima di tutto e mai dipendenza dell'immagine dalla parola, e meno che mai una questione di soldi come invece oggi in molti tendono a credere») ma anche sull'interdipendenza tra società e dittatura delle immagini («oggi più che mai»), sul rapporto tra la società e l'artista («spesso un utile idiota che però vede ciò che agli sfugge») e, naturalmente, su stesso, sul regista combattente e disilluso, riconosciuto ma non troppo.
Il protagonista, «un artista che non sa cosa fare come forse dovrebbe accadere, almeno un po', a ogni artista che non vuole morire», scappa dalla Città Eterna, non sa bene da cosa né verso dove ma, scappando, si trova, in mezzo a incubi e sogni, brandelli di realtà e tratteggi visionari, mentre sempre sulla stessa spiaggia in cui ogni presa di coscienza si consuma, spunta un altro personaggio, che si chiama Smamma e si finge morto per poter vincere il suo David (che a un defunto non si nega) e che è un altro pezzo di specchio del piccolo mondo italico in cui sembra che (quasi) nulla si sia svecchiato e che tutto sia ancora, per dirla col regista «in mano ai morti perché sono i morti che comandano, anche in politica, perché credo che una parte dell'elettorato sia stata annichilita, tramortita e spero che si svegli». Entrambi, spiega Bellocchio, «cercano, come ogni artista, di "essere", ma Elica si guarda dentro, l'altro esprime una disperazione perché vuole solo un riconoscimento esterno ma va verso l'autodistruzione perché il punto non è vincere uno o undici David di Donatello ma riuscire a salvarsi in un mondo dominato dall'immagine e dai reality, vera invasione degli ultracorpi».
Tra loro due e tra ciò che non avviene su quella spiaggia si consuma la storia e il sogno del film: la storia di una sposa che non vuole sposarsi e di un uomo che cerca se stesso. Anzi, con le parole di Castellitto, «Il cammino è quello nato ne "L'ora di religione", approda a questo secondo film e ne aspetta magari un terzo, il mio personaggio (ancora una volta un non credente che Bellocchio continua a far interpretare a me che sono un credente, prova della sua grande tolleranza), proseguendo sulla scia di quel film, fa i conti con presente e passato, fuggendo da Roma, rifiutando di fare il suo film e andando verso una Sicilia, altro set, girone tragicomico, un set, per inciso, piovosissima, quasi una Sicilia scozzese e qui capisce che i rapporti umani sono ciò che conta». E la fiaba può essere qui. Se c'è. Bellocchio ci assicura di sì. La Finocchiaro assicura: «La mia donna cerca una favola, un principe azzurro e magari l'Innominato dei "Promessi Sposi", citatissimi ne film e con un Innominato considerato il vero uomo forte e di esperienza, il vero uomo affascinante. E, d'altra parte, gli uomini che le donne cercano non sono sempre così? O principi azzurri o innominati o tutte e due le cose insieme?».
Ma Castellitto replica: «Più che fiaba c'è società, c'è molta, molta Italia in questo film, uomini e donne, realtà e cinema».
Di certo c'è il desiderio di non subire, lo slancio alla ribellione. Qualunque essa sia.

Il Gazzettino Mercoledì, 19 Aprile 2006
Maurizio di Rienzo

Roma. "Il regista di matrimoni" di Marco Bellocchio («se sarò a Cannes? Lo sapremo domani, ma tacerei anche se già lo sapessi». Voci: pare sarà alla sezione "Un certain Regard") ha un protagonista buñueliano, afferma Sergio Castellitto che, come nel precedente film di Bellocchio "L'ora di religione", ne è rabdomantico timone qui nel ruolo di un regista "maestro" e sabotatore: «Per interpretarlo mi sono ispirato al confuso monolitismo tragicomico del magnifico Fernando Rey diretto da Buñuel».

Castellitto fa un regista che per Bellocchio cozza contro vari matrimoni ed è improvvisamente in missione di crisi una e trina: vuole trovare la sua identità di artista ateo, è in fuga reattiva dal non condiviso matrimonio di sua figlia e dalla bizzarra preparazione di un suo film ennesima versione per lui da incubo di - figuratevi - "I Promessi sposi", e approda in una barocco-fantasmatica Sicilia ove conosce un vero regista di filmini matrimoniali e per amore vuole impedire il matrimonio ipocrita e interessato della triste figlia (Donatella Finocchiaro) di un ambiguo indebitato principe (Sami Frey). "Il regista di matrimoni" con marchio distributivo di Rai Cinema 01 esce venerdì 21. Lascia snodi e sottotesti deliberatamente sospesi, con fotografia di Pasquale Mari e scenografia di Marco Dentici che stanno inventivamente al gioco orchestrato da Bellocchio.

Ma che gioco è? «Un'avventura misteriosa anche melodrammaticamente comica, con struttura drammaturgia coerente ma che procede per sequenze non sempre finite, qui Tempo Fiaba Sogno hanno pesi metaforici. Il montaggio di Francesca Calvelli ha eliminato parole inutili ma ricostruendo salti e crepe narrative. Autobiografico? Le mie immagini sullo schermo dipendono dalla mia vita, si capisce. E' un film molto personale anche se ciò che accade a questo Regista-Teseo ne labirinto io non l'ho mai vissuto. Riferimento "altro": la crisi dell'Idiota Artista Dostojevskjano, il principe Myskhin».

E la religione che nel suo cinema torna fra riti e dogmi?
«Affermare il proprio ateismo è fuori moda nell'attuale esplodere di conversioni da destra e da sinistra, lo dico da candidato uscente della Rosa nel Pugno quindi da tollerante verso chi crede in Dio. Io non lotto contro la religione, questo film ha molti simboli che lo spiegano». Comprese le immagini di due formati (35 mm. e digitale) e di tre punti di vista-immagini: di Bellocchio, del "regista" Castellitto e del locale regista di matrimoni. «Ormai siamo metafisicamente tutti controllati dall'alto, nel film ecco telecamere sorveglianti e diversi invadenti punti di vista. Non spiego più ogni inquadratura, cerco l'essenziale, lascio a voi interpretare, ho solo integrato le più belle e spiazzanti immagini digitali con la base grammaticale del film».

Nel cui intrico un altro regista (Gianni Cavina) si finge morto per ottenere finalmente pietose messe di premi, tali David di Michelangelo, e dichiara al "collega" Castellitto: «In Italia comandano i morti!». Cioè? Bellocchio 1: «È una cosa cattolica se muori puoi essere tranquillamente premiato da chi è vivo, l'Arte è piena di geni riconosciuti postumi. Ma non parlo di me, ufficialmente mi hanno riconosciuto Regista». Bellocchio 2: «Oggi non c'è rinnovamento nel nostro cinema dominato da idee vecchie, zero discorso sulla bellezza estetica, addio al primato delle immagini sulla parola. È un cinema quasi tutto d'immagini al servizio di sceneggiatura e attori, piccola cosa di fronte al tele-totalitarismo che privilegia il sembrare rispetto all'essere con l'invasione degli ultracorpi che sono i reality show, identità inculcate nel pubblico da recite di vita. Quindi i morti al potere sono gli spettatori televisivi che credono a Berlusconi».

A proposito, ha visto "Il Caimano"? «Non ancora. Beh, Moretti dà il primato alla Parola, forse stavolta ha messo più Immagine Ma non vado contro un autore che stimo. Però conosco i suoi film di solito con vite cupe e disperate, io invece in "Il regista di matrimoni" muovo il personaggio di Castellitto dalle tenebre della crisi alla luce, è movimento reattivo con sentimento profondo. Come con libertà creativa in "Buongiorno, notte" ho ideato una terrorista che non vuole subire l'ineluttabilità dell'assassinio di Moro».

Su politica e Italia viste da Bellocchio, Castellitto è chiarissimo: «"Il regista di matrimoni" è un film sul nostro Paese, inferno tragicomico inquadrato socialmente dal retropalco con codici e linguaggi eterogenei e interessanti. Bellocchio lavora su dubbiose profondità e cruciali crisi, sul baratro delle incertezze. Fa un cinema di stupore, non un cinema a tesi». E così Moretti è doppiamente servito.

Il Gazzettino 19.4.06
INSULTI DEL REGISTA
Bellocchio: in metà d'Italia comandano i morti

«In metà d'Italia comandano i morti». È l'opinione del regista Marco Bellocchio, che si è candidato alle elezioni per la Rosa nel Pugno, su quella parte d'Italia che ha votato Berlusconi che lui ha definito come in «catalessi, letargo». «Una cosa è certa - ha detto Bellocchio - in queste elezioni il potere delle tv ha dimostrato ancora una volta di essere onnipotente. Se le elezioni fossero durate anche solo un'altra settimana avremmo sicuramente perso».

Brescia Oggi, L’Arena e Il Corriere Adriatico Mercoledì 19 Aprile 2006
Da venerdì «Il regista di matrimoni»
Fiori d’arancio, inquietudine e amore secondo Bellocchio
m.s.

Roma. Dopo la famiglia, la religione, l’istituzione militare, la figura del padre è arrivato il momento del matrimonio: «Il regista di matrimoni», il film di Marco Bellocchio che uscirà questo venerdì nelle sale italiane e sarà poi a Cannes, è un nuovo inno alla ribellione nello stile del regista piacentino che anche stavolta mette in scena un alter ego, Sergio Castellitto, regista in crisi personale (non ha potuto evitare che la figlia sposasse tristemente un fervente cattolico) e professionale (è alle prese con una versione, di cui non sembra molto convinto, dei Promessi Sposi).
Un po’ esasperato dal rituale dei provini (si cerca sia Lucia che la Monaca di Monza), un po’ costretto da una imbarazzante indagine dei carabinieri (un’accusa di violenza carnale che però verrà scaricata sul suo assistente), Franco Elica, questo il nome del regista, si ritrova in Sicilia. Ma il matrimonio e i Promessi Sposi (di cui intanto vediamo inserti della versione in bianco e nero di Mario Camerini del ’41) lo perseguitano anche lì. Elica conosce infatti Enzo Baiocco (Bruno Cariello), che si guadagna da vivere come regista di matrimoni. È lui a metterlo in contatto col Principe (Sami Frey) che vuole il maestro come regista del matrimonio salva-finanze di sua figlia Bona (Donatella Finocchiaro) con un facoltoso avvocato palermitano.
È la parte più riuscita del film: quella di una Sicilia tutta processioni, minacce e misteri nella quale Castellitto, "pedinato" anche dal bianco e nero delle telecamere digitali e delle videocamere della sorveglianza, si muove con aria allucinata, toccando, come già nell’ «Ora di religione», le corde del surreale e del grottesco, tra conventi difesi dai "bravi" locali e edifici semivuoti dal nobile passato, parlando in tedesco ai cani da guardia del Principe o scoprendo che il regista "defunto" è in realtà vivo e vegeto e aspetta con ansia la vittoria ai David che lo risarcisca dopo anni di ostracismo. Proprio a lui Bellocchio affida una delle frasi-manifesto del film: «L’Italia è il paese dove comandano i morti», dice ad Elica che infatti aveva già ricevuto le telefonate di chi premeva per fargli votare Smamma.
«Il regista di matrimoni» ha un finale liberatorio che potrebbe anche far pensare a quello di «Buongiorno, notte». Come Aldo Moro, anche la principessa Bona viene "liberata" e Bellocchio può assestare così un colpo all’ Italia dei promessi sposi.

Il Giornale 19.4.06
Bellocchio diventa enigmista: «Non voglio spiegare tutto»
di Pedro Armocida

Roma. «Per me un film nasce da un'immagine», scrive Marco Bellocchio nelle note di regia che accompagnano l'uscita del suo nuovo e atteso lavoro, Il regista di matrimoni, distribuito da venerdì in duecento sale e candidato ad aprire la sezione Un certain regard al prossimo Festival di Cannes. E per meglio chiarire il suo punto di partenza e di arrivo così ha teorizzato ieri con i giornalisti: «Credo nel primato delle immagini. In tempi di stradominio della televisione il cinema è sempre più piccolo.
Anche nei film più decorosi l'immagine è al servizio delle parole e dei grandi attori». La ricerca bellocchiana va chiaramente in senso opposto. Al punto che lo spettatore può essere vittima di un positivo spiazzamento di fronte a un film per certi versi criptico anche se frutto di una sceneggiatura lineare che racconta di un regista di successo, Franco Elica (interpretato da un grande Sergio Castellitto), in crisi per via del matrimonio della figlia e perché costretto a girare l'ennesima versione de I promessi sposi.
Elica in fuga da queste responsabilità arriva nella Sicilia più profonda dove conosce un uomo (Bruno Cariello) che gira filmini di matrimoni. Proprio lì, invitato a riprendere le nozze di Bona Gravina (Donatello Finocchiaro) figlia del principe decaduto Ferdinando Gravina (Sami Frey), s'innamora della donna e tenterà di salvarla strappandola al matrimonio.
«È un'avventura misteriosa e incomprensibile - spiega ancora il regista de I pugni in tasca - in cui la trama e la struttura narrativa sono coerenti ma procedono per sequenze non finite.
Non mi interessava un plot in cui tutto ha una sua ragione e viene spiegato». Ma in questa sospensione del senso il regista piacentino dissemina ancora una volta le sue molliche di pane che servono per ritrovare la strada della sua ricerca intellettuale. Ecco allora gli accenni all'idiozia dell'artista («Vedo nella sua figura, purezza ma anche grande ingenuità»), al rapporto con l'altro sesso («È indiscutibile che io abbia difficoltà con le donne, ma il personaggio di Castellitto è consapevole che lì si cela il punto di scontro dove può vincere o perdere»), all'Italia di oggi dove «comandano i morti» e per estensione la tv («Il cinema è pieno di idee vecchie mentre il potere televisivo ha dimostrato di essere onnipotente, annichilendo e ipnotizzando le persone, tanto che metà degli elettori hanno creduto alle promesse di Berlusconi»), al matrimonio («Il personaggio femminile non ne accetta l'ineluttabilità»), all'uso delle videocamere digitali («Molti anni fa si diceva che l'Italia è un Paese di poeti oggi si può dire di registi. Volevo dare il senso di questo controllo che nel film è anche in parte metafisico, l'occhio di Dio»). Così tra immagini di celebrazioni un po' eccessive di matrimoni in stile neocatecumenale, sequenze di processioni col Cristo morto, e più in generale a tanti riferimenti alla religione, Marco Bellocchio, a quattro anni da L'ora di religione, propone le sue variazioni sul tema da un punto di vista, come sempre, non convenzionale: «Affermare oggi il proprio ateismo è fuori moda perché da varie parti c'è un'esplosione di conversioni. Io da candidato uscente della Rosa nel Pugno sono però molto tollerante perché non parto dalla lotta alla religione ma dalla considerazione di non essere un credente».
E su quest'affermazione s'inserisce Sergio Castellitto che annuendo dà inizio a un simpatico siparietto: «Da attore credente ho lavorato benissimo con un regista ateo e posso confermare la sua più assoluta tolleranza. Tanto che vorrei girare con lui un terzo film». Gli risponde Bellocchio: «Forse perché, insinueranno i cattolici dubbiosi, anch'io sono credente». E siccome Il regista di matrimoni è un film molto complesso, pieno dei riferimenti più diversi, ecco che spunta l'attesa domanda sulla vicinanza tematica contro una certa italietta propria anche de Il caimano di Nanni Moretti.
«Un film che non ho visto e che andrò a vedere con calma» dice un Bellocchio sibillino che aggiunge: «Tra Nanni e me ci sono però due differenze fondamentali. In lui c'è un primato della parola, io cerco un'altra strada attraverso l'immagine, nel tentativo di andare dalle tenebre verso la luce. La sua visione del mondo invece è assolutamente disperata e cupa». Non proprio un complimento anche se Bellocchio ci tiene a sottolineare di non volersi fare pubblicità andando contro un collega.

Il Giornale 19.4.06
Ma nella trama si prende qualche rivincita
di Michele Anselmi

Dobbiamo credergli? Marco Bellocchio assicura che non c'è niente di autobiografico. Nessuna vendetta, insomma, per il mancato Leone d'oro al suo Buongiorno, notte, due anni fa a Venezia. E neanche per le distrazioni dei David di Donatello, se è vero che l'ultima statuetta conquistata alla voce «miglior regista» risale al lontano 1980, grazie a Salto nel vuoto(da allora ha girato altri dodici film). Eppure state a sentire che cosa succede in una scena cruciale di Il regista di matrimoni.
Fintosi morto in un incidente d'auto nella speranza d'essere finalmente premiato, magari alla memoria, il risentito cineasta Orazio Smamma, incarnato da Gianni Cavina, urla in riva al mare al protagonista Franco Elica, cioè Castellitto: «Se vuoi vincere, devi morire. Quando uno è morto, chi resta è tranquillo. E a quel punto si può anche premiare». Non basta. «Quest'anno ho fatto un film su la madre di Giuda, proprio per vincere un David. I produttori mi avevano assicurato che, dopo tante ingiustizie, questo era il mio anno... E invece le parrocchie del cinema, di sinistra, di centro, quelle di destra no, non contano un cazzo, hanno cominciato a telefonarsi. I regolamenti sono rispettati, le bande si chiamano, si accordano, si scambiano i voti. Non fanno niente di criminale, è la democrazia».
Uno sfogo che magari al pubblico normale dirà poco o niente. Ma ieri mattina, all'anteprima stampa, i giornalisti hanno molto sorriso, cogliendo nell'invettiva di Smamma (i cognomi sono sempre rivelatori nei film del regista piacentino) più di un riferimento preciso.

Sia sul piano cinefilo, con l'evocazione del potere terrorizzante che produsse, sul bambino Bellocchio, il fosco Promessi sposi di Camerini. Sia sul piano più squisitamente polemico, con quella frase che torna più volte: «In Italia comandano i morti». Che Bellocchio alludesse al David andato post-mortem a Massimo Girotti per La finestra di fronte?
Ora è vero. Nel film i David sono di Michelangelo, non di Donatello: ma ci siamo capiti. Il caso, peraltro, ha voluto che Il regista di matrimoni fosse presentato alla stampa alla vigilia dell'incontro al Quirinale, stamattina alle 10, tra il presidente Ciampi e i finalisti del premio cinematografico. Ci si poteva aspettare che Gian Luigi Rondi, storico patron dei David, poco apprezzasse l'affondo, così esplicito e umorale. Invece l'interessato rivela: «Offeso? Neanche un po'. Anzi mi sono molto divertito. Voglio bene a Bellocchio, non mi pare che se la sia voluta prendere con qualcuno».
Sarà. Tuttavia il gioco del «chi è chi» ha mobilitato la malizia dei cronisti, in un rincorrersi di nomi illustri, benché Bellocchio consigliasse di non prendere troppo sul serio l'episodio di Smamma.
«Naturalmente nel film affiorano richiami a varie avventure professionali della mia vita, ma non ci sono conti da regolare - spiega -: intendiamoci, è legittimo per un artista essere riconosciuto. Cioè, essere. Solo che Elica cerca un'identità più profonda, si mette in discussione. Mentre Smamma appare ossessionato da un riconoscimento che lo porterà alla rovina. I David, fossero anche dieci, non cambierebbero per nulla la sua vita. La salvezza è un'identità personale che può fare a meno di qualunque premio».
Saggezza encomiabile, tanto più dopo i malumori che costellarono la vicenda veneziana di Buongiorno, notte e i recenti attriti col festival di Berlino per l'esclusione dal concorso di Il regista di matrimoni. D'altro canto, a un certo punto dalla partitura musicale del film si innalza a sorpresa il Dolce sentire su testo di Francesco d'Assisi. Che Bellocchio non sia l'ateo patentato che dice di essere?

Il Tempo 19.4.06
Tra sogno e fiaba trionfa una Sicilia carica di suggestioni
di Gian Luigi Rondi

DOPO la politica e la polemica («Buongiorno, notte») e «L’ora di religione»), Marco Bellocchio torna alla psicologia. Senza arrivare fino alla psicanalisi (come nel «Sogno della farfalla»), ma con spazi ampi per i sogni o, meglio, per l’immaginato che si insinua nel reale. Si parte da un regista di cinema con un cognome curioso, Elica, e gli si fa abbandonare un film con cui avrebbe dovuto rifare «I Promessi Sposi». Per una crisi creativa, ma anche per sottrarsi a una situazione torbida ai limiti del codice penale. Da Roma, la sua nuova destinazione è la Sicilia barocca, in riva al mare. Qui si imbatte in un regista di paese, suo ammiratore, che campa realizzando filmini per i matrimoni della gente del posto. Gli chiede consigli ed Elica non glieli nega, a tal segno che quando un patrizio locale lo sollecita perché realizzi lui stesso un film sul matrimonio della propria figlia, non solo non si tira indietro, ma si impegna con un certo calore. Anche perché ha scoperto che quel matrimonio dovrebbe solo servire a rimettere in sesto le finanze del patrizio e che la figlia vi si piega a stento; così non solo pensa di muoversi in modo da mandare a monte la cerimonia, ma anche di andarsene via con la promessa sposa di cui, nel frattempo, si è innamorato. Attuando però quel piano solo a metà perché il matrimonio non si farà ma, in un finale aperto, la ragazza fuggirà su un treno e lui su un altro. Forse, comunque, con un’unica meta... L’immaginato. Al momento di tirare le somme, Bellocchio lascia che il protagonista pensi, visualizzandole, a molte soluzioni, talune drammatiche, altre addirittura sanguinose, servendosene non solo per illustrare a fondo il carattere di lui, ma anche quello degli altri due protagonisti, la ragazza, con i suoi turbamenti e le sue rivolte, il padre con un cinismo freddo e, nel palazzo avito, con modi e riti da Gattopardo. Evocando loro attorno non solo quella cornice siciliana carica, nella sua coralità, di suggestioni pittoriche, ma anche un’episodica minore che, specie se riferita al mondo del cinema, ha colori e sapori fra il grottesco e il polemico. A cominciare da quella di un vecchio regista (anche lui con un cognome curioso, Smamma) che, per vincere un premio, ha dovuto farsi credere morto... Il tutto proposto con un linguaggio che, con le belle immagini di Pasquale Mari, sa farsi stile ad ogni scena, sostenuto da musiche, rielaborate da Riccardo Giagni, in cui il classico si accompagna al moderno: senza fratture. Di segno eguale gli interpreti: Sergio Castellitto, ironico, ma anche spesso allucinato o malinconico come regista, Donatella Finocchiaro, una promessa sposa volutamente misteriosa. Il patrizio è Sami Frey, tornato al cinema con una grinta durissima.

Il Tempo 19.4.06
«Il mio film è l’opposto del Caimano» Forse insieme in concorso a Cannes
di Dina D’Isa

IN UNA Sicilia immaginaria, intrisa di orrore e folklore, tra processioni, minacce e misteri, ancora una volta Sergio Castellitto è l’alter ego di Marco Bellocchio che, con «Il regista di matrimoni» sembra chiudere una trilogia, iniziata con «L’ora di religione» e poi proseguita con «Buongiorno, Notte». In questo ultimo film, Bellocchio racconta la crisi vissuta da un regista quando la figlia si sposa con un fervente cattolico e quando, suo malgrado, è costretto a girare l’ennesima versione de «I Promessi Sposi». Da qui, la fuga in un paesino siciliano, dove incontra un uomo (Enzo Baiocco) che si guadagna da vivere girando filmini per matrimoni e un regista (Gianni Cavina) che si spaccia per morto per ottenere l’ambito David, premio che non ha mai avuto: proprio a lui, Bellocchio affida una delle frasi-manifesto del film, «L’Italia è il paese dove comandano i morti». Tra i tanti personaggi, il protagonista conosce anche il principe Ferdinando Gravina di Palagonia (Sami Frey), nobile spiantato che gli propone di dirigere il film sulle nozze di sua figlia, Bona (Donatella Finocchiaro). Ma Franco Elica (Castellitto) s’innamora perdutamente di Bona e cerca di salvarla da un matrimonio di convenienza. Nel film, in predicato per Cannes, prodotto da Rai Cinema e nelle sale da venerdì prossimo in 201 copie, Castellitto viene spesso pedinato dal bianco e nero delle telecamere digitali: si muove con aria allucinata, tra il surreale e il grottesco, tra conventi difesi dai «bravi» locali ed edifici fatiscenti, dai nobili passati. Marco Bellocchio ha definito il suo film «una sorta di fiaba: sono sempre stato affascinato dalla potenza delle favole, un modo per tornare alle origini, verso le mie prime esperienze di lettura. Ho già espresso tante volte il mio parere sulla religione, ma affermare il proprio ateismo in un’epoca in cui c’è l’esplosione delle conversioni, è ormai fuori moda. Anche da candidato uscente de "La Rosa nel pugno", vorrei avere il riconoscimento di non essere credente. Quando nel mio film faccio ripetere da un personaggio la frase "L’Italia è dominata dai morti", mi riferisco al nostro cinema emarginato dalla tv dei reality e dalle pagine dei giornali. Non mi pare ci sia un rinnovamento del cinema italiano, ancora dominato da vecchie idee. Una volta L’Italia era il paese dei poeti, ora ci sono centinaia di registi e festival ma la tv impera, come un’invasione di ultracorpi e l’identità è minacciata dalla recita della vita. Da un punto di vista cattolico, come accade nel mio film al regista Smamma, è più tranquillizzante premiare un morto. Io, invece, ho già avuto fin troppi riconoscimenti. Non ho ancora visto "Il caimano" di Moretti, ma dai racconti che mi hanno fatto il mio e il suo sono film differenti. In quello di Moretti c’è il primato della parola, mentre nel mio c'è quello dell’immagine; la sua è una visione cupa della realtà, mentre nel mio film si va dalle tenebre alla luce, verso un miglioramento. Invece, almeno una metà degli italiani, quelli che hanno votato Berlusconi, vivono in catalessi, in letargo; ma molti di loro, prima o poi, credo si sveglieranno. Una cosa è certa: in questa tornata elettorale, il potere della tv ha dimostrato ancora una volta di essere onnipotente. Se le elezioni fossero durate un’altra settimana l’Unione avrebbe perso. Per me ha molta importanza l’immagine delle donne, che nei miei film rappresentano la parte rivoluzionaria. Così come la protagonista di "Buongiorno, Notte" salva Moro per lottare contro l’ineluttabilità della storia, qui Bona, da principessa triste e vergine siciliana compie un gesto moderno e scappa dalla sua angusta realtà». Per Sergio Castellitto, ieri in conferenza stampa con Bellocchio e la Finocchiaro, «Il regista di matrimoni» è «come un trompe l’oeil dell’Italia di oggi, un codice interessante su ciò che stiamo vivendo. È strano, sono credente, ma lavoro benissimo con un regista ateo come Bellocchio: è un uomo molto tollerante. Chissà, forse dietro questo suo trompe l’oeil, scopriremo che c’è nascosto un saio».

Libertà 19.4.06
Grandi eventi - Presentato ieri a Roma "Il regista di matrimoni", nuova fatica del regista piacentino
La mia fiaba su un Paese di morti
Bellocchio: «Anche i berlusconiani prima o poi si sveglieranno»
di Francesco Gallo

ROMA - L'ateismo, il parallelo con Il caimano di Nanni Moretti, il cinema italiano di oggi e anche un necessario commento alla frase tormentone del film «L'Italia è un paese in cui comandano i morti».
Questi alcuni temi emersi alla presentazione de Il regista di matrimoni del regista piacentino Marco Bellocchio. Film definito dal regista «un po' fiaba» mentre il protagonista Sergio Castellitto preferisce parlare di uno spaccato «della realtà italiana di oggi vista da dietro il palcoscenico».
Spiega Bellocchio: «Qualcuno ha visto in questo film uno spirito da fiaba, una cosa che condivido. Sono sempre stato affascinato dalla potenza delle fiabe; un modo per tornare indietro verso le origini, verso le mie prime esperienze di lettura».
Mentre per Castellitto Il regista di matrimoni «è come un trompe l'oeil dell'Italia di oggi, un codice interessante su quello che stiamo vivendo».
E, sul tema religioso ancora una volta molto presente in questo film del regista piacentino, aggiunge: «È strano, sono credente, ma lavoro benissimo con un regista ateo come Bellocchio. Chissà, forse dietro questo suo trompe l'oeil c'è nascosto un saio».
Per Bellocchio «affermare il proprio ateismo è ormai una cosa fuori moda. Siamo in un'epoca in cui tutti si convertono. Anche da candidato uscente ne "La Rosa nel pugno" vorrei avere almeno la possibilità del riconoscimento di non essere credente».
L'Italia «dominata dai morti» è invece per il regista de I pugni in tasca anche quella del cinema messo all'angolo dalla televisione dei reality. «Mi pare che oggi non ci sia un rinnovamento del cinema che è ancora dominato da vecchie idee. Adesso ci sono centinaia di registi e festival, ma siamo come dominati dalla tv, dai reality show che sono come un'invasione di ultracorpi dove l'identità è minacciata dalla recita della vita. Così - sottolinea il regista - da un punto di vista cattolico (come accade appunto al regista Smamma nel film) quando uno è morto, chi sopravvive è tranquillo e può così anche premiare il defunto. Per me - conclude - non è stato così: ho avuto fin troppi riconoscimenti».
Bellocchio poi, pur confessando di non aver visto ancora Il caimano di Moretti («ci andrò con calma»), crea dei preventivi distinguo con il suo Il regista di matrimoni (i due film quasi certamente si ritroveranno alla 59ª edizione del Festival di Cannes). «Credo ci siano due sostanziali differenze - ha spiegato Bellocchio -. Per prima cosa nel film di Moretti c'è il primato della parola, mentre nel mio c'è quello dell'immagine. E poi, da quello che mi hanno detto, ne Il caimano c'è una visione cupa, disperata della realtà. Mentre nel mio film si va dalle tenebre alla luce, si intravede la possibilità di un miglioramento».
E proprio nel segno dell'ottimismo, se tra i morti che comandano in Italia ce n'è, per il regista, almeno una metà che ha votato Berlusconi, italiani definiti da lui in «catalessi, letargo», per Bellocchio «molti di loro, prima o poi, credo si sveglieranno».
«Una cosa è certa - ha concluso il regista ancora sul tema elezioni - in questa tornata elettorale, il potere delle televisioni ha dimostrato ancora una volta di essere onnipotente. Se le elezioni fossero durate anche solo un'altra settimana l'Unione avrebbe sicuramente perso».
Il film di Bellocchio uscirà venerdì in 200 sale, distribuito da Zerouno. A Piacenza è annunciato al Jolly di San Nicolò e alla multisala Cinestar.
Il regista di matrimoni è interpretato oltreché da Sergio Castellitto anche da Donatella Finocchiaro e Sami Frey, con la presenza anche dei piacentini Gianni Schicchi nella parte di un esperto di religione, e del soprano Giovanna Beretta che canta un Osanna in una delle scene iniziali.
Il film, in gran parte ambientato in Sicilia a Cefalù, racconta la storia di un autore in crisi coinvolto, come improbabile regista di nozze, in occasione di un matrimonio di convenienza fra la figlia di un principe decaduto e un avvocato. Bellocchio si muove in una atmosfera surreale e grottesca che richiama il suo L'ora di religione ma si conclude con un finale liberatorio che fa pensare anche a quello di Buongiorno notte.
Come si diceva, molto probabilmente il film di Bellocchio andrà a Cannes. Non sarà in concorso ma dovrebbe essere presentato nella sezione-"vetrina" Un Certain Regard.

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Bellocchio: ecco l'italia dei morti



Articoli apparsi esclusivamente in rete:

TGCOM.it
Sergio Castellitto, regista in crisi
Nel nuovo film di Marco Bellocchio

Un regista in crisi personale (non ha potuto evitare che la figlia sposasse un fervente cattolico) e professionale (è alle prese con una versione, di cui non sembra molto convinto, dei Promessi sposi). Questo il tema del nuovo film di Marco Bellocchio "Il regista di matrimoni" con Sergio Castellitto, nelle sale dal 21 aprile. La pellicola quasi certamente sarà a Cannes, probabilmente nella sezione Un Certain Regard.

Franco Elica (Sergio Castellitto) si trova in Sicilia ed è esasperato dal rituale dei provini. Si cerca un'attrice che possa interpretare sia Lucia che la Monaca di Monza. A questo si aggiunge anche una imbarazzante indagine dei carabinieri con un'accusa di violenza carnale che però verrà scaricata sul suo assistente, abituato a chiedere fellatio 'preventive' per il 'Maestro'.

Elica conosce Enzo Baiocco (Bruno Cariello), che si guadagna da vivere come regista di matrimoni. E' lui a metterlo in contatto col Principe (Sami Frey) che vuole il Maestro come regista del matrimonio salva-finanze di sua figlia Bona (Donatella Finocchiaro) con un facoltoso avvocato palermitano.

Mentre chiede informazioni a Roma sull'andamento dell'inchiesta ai suoi danni e riceve telefonate che lo invitano a votare ai David per Smamma (Gianni Cavina), regista appena morto in un incidente stradale, Castellitto-Elica si invaghisce della principessa triste.

"Qualcuno ha visto in questo film uno spirito da fiaba, una cosa che condivido. - ha dichiarato Bellocchio - Sono sempre stato affascinato dalla potenza delle fiabe; un modo per tornare indietro verso le origini, verso le mie prime esperienze di lettura". Mentre per Castellitto il film "è come un trompe l'oeil dell'Italia di oggi, un codice interessante su quello che stiamo vivendo". E, sul tema religioso ancora una volta molto presente in questo film del regista piacentino, ha aggiunto: "E' strano, sono credente, ma lavoro benissimo con un regista ateo come Bellocchio. Chissà, forse dietro questo suo trompe l'oeil c'è nascosto un saio".

"Mi pare che oggi non ci sia un rinnovamento del cinema che è ancora dominato da vecchie idee. - ha detto Bellocchio - Adesso ci sono centinaia di registi e festival, ma siamo come dominati dalla tv, dai reality show che sono come un'invasione di ultracorpi dove l'identità è minacciata dalla recita della vita. Così da un punto di vista cattolico (come accade appunto al regista del film) quando uno è morto, chi sopravvive è tranquillo e può così anche premiare il defunto. Per me - conclude - non è stato così: ho avuto fin troppi riconoscimenti".

ROMAONE.it
Bellocchio è pronto per la Croisette
"Il regista di matrimoni" con Sergio Castellitto, nelle sale dal 21 aprile sarà a Cannes, probabilmente nella sezione Un Certain Regard. Il nuovo film di Marco Bellocchio parla di una crisi professionale e di una personale

Un regista in crisi personale e professionale; questo il tema del nuovo film di Marco Belloccio. Franco Elica (Sergio Castellitto) si trova in Sicilia ed è esasperato dal rituale dei provini. Si cerca un'attrice che possa interpretare sia Lucia che la Monaca di Monza. A questo si aggiunge anche una imbarazzante indagine dei carabinieri con un'accusa di violenza carnale che però verrà scaricata sul suo assistente, abituato a chiedere fellatio 'preventive' per il 'Maestro'.
Elica conosce Enzo Baiocco (Bruno Cariello), che si guadagna da vivere come regista di matrimoni. E' lui a metterlo in contatto col Principe (Sami Frey) che vuole il Maestro come regista del matrimonio salva-finanze di sua figlia Bona (Donatella Finocchiaro) con un facoltoso avvocato palermitano.
Mentre chiede informazioni a Roma sull'andamento dell'inchiesta ai suoi danni e riceve telefonate che lo invitano a votare ai David per Smamma (Gianni Cavina), regista appena morto in un incidente stradale, Castellitto-Elica si invaghisce della principessa triste.

"Qualcuno ha visto in questo film uno spirito da fiaba, una cosa che condivido. - ha dichiarato Bellocchio - Sono sempre stato affascinato dalla potenza delle fiabe; un modo per tornare indietro verso le origini, verso le mie prime esperienze di lettura". Mentre per Castellitto il film "è come un trompe l'oeil dell'Italia di oggi, un codice interessante su quello che stiamo vivendo". E, sul tema religioso ancora una volta molto presente in questo film del regista piacentino, ha aggiunto: "E' strano, sono credente, ma lavoro benissimo con un regista ateo come Bellocchio. Chissà, forse dietro questo suo trompe l'oeil c'è nascosto un saio".

dgmag.it
La passione ne Il regista di matrimoni
Venerdì 21 aprile, distribuito da 01, uscirà Il regista di matrimoni, il nuovo film di Marco Bellocchio che quasi certamente sarà a Cannes, probabilmente nella sezione Un Certain Regard.

Interpretato da Sergio Castellitto, Donatella Finocchiaro e Sami Frey, Il Regista di matrimoni, in gran parte ambientato in Sicilia a Cefalù, racconta la storia di un regista, Franco Elica (Sergio Castellitto), in crisi per il matrimonio della figlia con un integralista cattolico, impegnato nella preparazione dei Promessi sposi che però non lo appassiona, al centro di uno scandalo sessuale che decide di fuggire in Sicilia.

Qui si imbatte per caso in un regista di matrimoni, Smanna, (Bruno Cariello), che lo ospita a Cefalù dove incontrerà tutta una serie di personaggi che cambieranno in qualche modo la sua esistenza tra cui un collega regista (Gianni Cavina) che pur di trionfare ai David di Michelangelo (evidente parodia dei David di Donatello) si finge morto e ovviamente riesce a strappare la vittoria postuma.

Ma Castellitto si imbatte anche nel principe decaduto di Palagonia (Sami Frey), che ha destinato la bella figlia (Donatella Finocchiaro) a un matrimonio di convenienza; ovviamente tra i due si accende la passione e il regista fa di tutto pur di evitare che i due si sposino.

Marco Bellocchio con Il regista di matrimoni si muove in una atmosfera surreale e grottesca che richiama il suo L'ora di religione ma si conclude con un finale liberatorio che fa pensare anche a quello di Buongiorno notte. Non a caso il film è pieno di rimandi e citazioni, che lo rendono un'opera completa e anche molto critica nei confronti del sistema nella sua complessità.

Un film polemico nei confronti del cinema perchè, ha spiegato Bellocchio in conferenza stampa, "nel nostro Paese non c'è alcun rinnovamento: nel cinema cambiano le persone, ma le idee sono vecchie. E comunque, in generale, di geni postumi è piena la storia dell'arte: basta pensare a Van Gogh...".

Ma anche la storia di profondi legami che segnano l'esistenza umana: "i due personaggi (Elica e Smanna, ndr) si contrappongono perchè mentre il primo cerca un'identità profonda, che riguarda innanzitutto la sua vita personale, il secondo è ossessionato da un riconoscimento che lo porterà all'autodistruzione", ha detto Bellocchio parlando del film come di "un'opera molto personale".

Film personale che in qualche modo riflette anche la visione delle donne di Marco Bellocchio, che ne Il regista di matrimoni appaiono come figure deboli: "lo ammetto, sono in difficoltà con le donne ma che mi interessino, posso garantirlo...", dice il regista.

E per concludere qualche battuta sul cineasta Moretti e sul suo Caimano da parte di Marco Bellocchio: "non l'ho ancora visto ma conoscendo tutti gli altri suoi film, posso dire che tra noi due ci sono due grosse differenze. Primo: lui è un regista di parole, io di immagini. Secondo: la sua visione del mondo è assolutamente cupa, disperata; nel mio film, invece, c'è un tentativo di andare dalle tenebre alla luce".

Un tentativo che riesce e che esplora con tutta la sua forza il conformismo che si nasconde dietro tante azioni e tanti modi di pensare, scardinando luoghi comuni e mettendo nelle mani dello spettatore buoni spunti per riflettere.

Cineuropa.org
Bellocchio: "contro la cultura del passato"
"L'Italia è un Paese dove sono i morti a comandare". E' la frase chiave del nuovo film di Marco Bellocchio, Il regista di matrimoni, da venerdì 21 aprile distribuito da 01 in 200 sale e con ogni probabilità al festival di Cannes a maggio.
di Camillo de Marco

Una frase eminentemente "politica", nel senso più alto del termine, quello che indica l'arte di essere cittadino, il momento centrale della socialità. "Non mi pare che ci sia un rinnovamento nell'arte e nella cultura, mi pare che il cinema italiano sia dominato da vecchie idee", spiega il regista. "Con il predominio della tv il cinema è diventato più piccolo. Sembrerà ultra-elitario, ma rivendico al cinema il primato dell'immagine, della forma, della bellezza."

Interpretato da Sergio Castellitto, Donatella Finocchiaro e Sami Frey, Il regista di matrimoni, in gran parte ambientato in Sicilia a Cefalù, racconta la storia di un regista in crisi che fugge dalla ennesima produzione di un film tratto dai "Promessi sposi" di Manzoni per rimanere coinvolto, come improbabile regista di nozze, in un matrimonio di convenienza fra la figlia di un principe decaduto e un giovane appartenente ad una ricca famiglia del luogo.

Il registro del grottesco domina il film dalle prime sequenze, creando uno stretto legame con il precedente L'ora di religione, soprattutto per i riferimenti religiosi. Per sua stessa ammissione, Bellocchio ha voluto dare grande spazio all'immagine e al lavoro di montaggio, sottraendo molti dialoghi anche durante le riprese. "Per ogni sequenza abbiamo cercato l'essenziale, rinunciando il più possibile alle parole. L'energia e la vitalità ti fanno trovare e sviluppare immagini che prima non possedevi. Credo che sullo schermo si indovini l'esistenza che l'autore ha vissuto, con i suoi sviluppi e cambiamenti". Il risultato sono alcuni momenti di incantata suggestione. "Sono affascinato, ora più che in passato, dalla potenza delle fiabe, quindi sono andato indietro alle mie prime esperienze di lettura.

Il film è prodotto da Film Albatros e Rai Cinema, con Dania e Surf Film, in coproduzione con la francese Filmtel. Sul budget l'amministratore delegato di Rai Cinema, Giancarlo Leone non si sbilancia: "Da 4 a 6 milioni di euro. Il film è al 90 per cento di produzione italiana".

castlerock.it
Bellocchio e Castellitto presentano Il regista di matrimoni
In attesa dell’ufficializzazione della presentazione internazionale al prossimo festival di Cannes, Marco Bellocchio presenta alla stampa romana il suo nuovo film Il regista di matrimoni.

Invecchia come il buon vino il nostro Marco Bellocchio, autore dell'eccellente Il regista di matrimoni, il suo ultimo film, dal prossimo 21 aprile in 201 sale italiane. Presentando il film alla stampa romana, in compagnia dell'attore protagonista Sergio Castellitto e di numerosi altri componenti del cast tecnico ed artistico, il regista piacentino ha avuto modo di chiarire molti elementi della sua pellicola, come del suo generale modo di intendere il cinema, in un vivace incontro con i giornalisti. Il film (in attesa dell'ufficializzazione della presentazione internazionale al prossimo festival di Cannes) racconta la fuga disperata di un ex regista di matrimoni, incompreso da sua figlia e stanco del suo costante incedere quotidiano, tra provini, strane indagini sulla sua persona e un inutile film sui Promessi Sposi.

Riguardo alle numerosi questioni sollevatesi rispetto alle possibili interpretazioni di un film dallo stile ricercato ed onirico come quello di Il regista di matrimoni, Bellocchio sostiene: Il mio film procede quasi sempre per scene e sequenze non finite. Nonostante si sostenga su una drammaturgia interna presente e coerente, il tutto appare sospeso. Proseguendo, il regista italiano afferma una vera e propria urgenza rappresentativa: non mi interessa spiegare ogni immagine secondo il modello del cinema americano, dove ogni elemento ha un senso. Volevo assolutamente allontanarmi dalla struttura narrativa e drammaturgia più tradizionale. In questo senso abbiamo scelto di operare con un montaggio molto complesso, che favorisse questa esigenza. Inoltre, prosegue il regista, il plot si adattava a questa urgenza. Si tratta di un percorso semplice, da fabia: un uomo che vuole fuggire da un progetto fallimentare e si ritrova in un altro contesto circondato da personaggi che lo rimetteranno alla prova e lo costringeranno a lottare per qualcosa. Sulla questione interviene anche l'attore Castellitto che individua un'interessante continuità tra il suo personaggio e quello interpretò in L'ora di religione - Il sorriso di mia madre.

Anche in questo caso si parla della crisi di un uomo e di un artista. In L'ora di Religione il mio personaggio però faceva i conti con un passato, mentre qui è il presente ad angosciarlo. Un presente che lo porta a decidere di fuggire; un gesto, quello della fuga, che non è da vedere come negativo perché sceglie di rifiutarsi di fare quel film, per finire su un altro girone dell'inferno, un altro set... questo percorso l'attore italiano vede la grande forza del film di Bellocchio: Fuggendo mette in scena il riappropriarsi dell'esistenza, postula che la vita è più importante dei personaggi che vengono rappresentati.. E' per questo, che più che una fiaba, il film è un racconto sull'Italia, solo che è un racconto visto dal retropalco, narrato attraverso codici rappresentativi più complessi di quelli usualmente utilizzati. Un omaggio generoso e giustificato, quello fatto al regista, che si fa ancora più chiaro quando Castellitto, pungolato a fare un giudizio di Bellocchio aggiunge: la grande autorevolezza di Marco sta nel lavorare sui dubbi e sulle incertezze. Sul set, come in sala montaggio. La crisi, in un artista è il suo momento cruciale, la sua forza. Se si avesse perfettamente chiaro quello che si vuole fare in ogni momento, difficilmente il film emanerebbe questa grande potenza di suggestione. Non è un caso, infatti, che un regista ateo come Marco, scelga me, uomo credente, per i suoi personaggi, amplificandone le contraddizioni.

Il tema della religione, dei simbolismi rappresentativi, come l'autobiografismo sono altri temi da sempre accomunati al regista piacentino e su cui ci si è soffermati molto anche in questa occasione. Per ciò che concerne il tema della religione, Bellocchio si sofferma solo leggermente, sostenendo: sul tema della religione mi sono espresso spesso. Affermare il proprio ateismo, in periodi in cui tutti, da destra a sinistra, si rivendicano credenti, è decisamente fuori moda. Quello che auspico è comunque una tolleranza maggiore, almeno la stessa che ho io da non credente; un riconoscimento di questa possibilità in altre parole. Più insistite le questioni in merito agli elementi autobiografici presenti nel film. Bellocchio, è chiarissimo anche in questa occasione: in un certo modo tutto è autobiografico; dipende cosa si vuole intendere con questo concetto. Non solo, dipende anche dalla qualità della propria autobiografia, in pratica dalla propria vita, formazione, cultura. Se non suscitano interrogativi od interesse non valgono neanche degli spunti autobiografici. Un film è autobiografico nella maniera in cui è essenzialmente molto personale, ma questo non significa che i fatti pratici del personaggio rispecchiano miei esperienza di vita concreta, quanto piuttosto che abbiano valore simbolico.

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Un uomo seduto sulla spiaggia guarda una coppia di sposi.
A dirigerli c'è un signore con una telecamera che dice loro tutto quello che devono fare: sorridere, abbracciarsi, baciarsi.
E' un regista di matrimoni. Da questa immagine, vista da Marco Bellocchio su una spiaggia di Scilla in Calabria, è nata l'idea per il film Il regista di matrimoni che esce venerdì in 201 copie.
Una favola con protagonista una principessa triste chiusa in un palazzo e destinata ad un matrimonio di convenienza. Un melodramma, genere caro al regista nato a Parma, terra di Verdi.
A chi cerca autobiografismi (il protagonista è un regista, ma non è il solo: il film è pieno di registi) Bellocchio risponde: ''Tutto è autobiografico. I film che faccio dipendono dalla mia avventura umana, le immagini nascono dalla vita e poi vengono trasfigurate dalla cultura, dalla educazione, dalla propria ricerca''.

QUESTO MATRIMONIO NON S'HA DA FARE
Franco Elica (Sergio Castellitto) sta per girarare l'ennesima versione de 'I promessi sposi' di malavoglia e senza entusiasmo. Quando la sua casa di produzione viene messa sotto sequestro dai carabinieri, Elica parte per la Sicilia. Lì, in un paesino abbarbicato sul mare, conosce un regista di filmini matrimoniali e incontra Bona (Donatella Finocchiaro), figlia del principe di Gravina, in procinto di sposare un ricco avvocato per salvare il padre sull'orlo del disastro finanziario. Mentre il principe (Sami Frey) commissiona a Elica il film del matrimonio della figlia, Elica si innamora di questa principessa triste.

L'OCCHIO DI DIO E' QUELLO DI UNA CINEPRESA
''Si diceva che l'Italia è una nazione di poeti, oggi è una nazione di registi. Il fatto è democraticamente interessante: tutti possono girare un film, montarselo e aggiungerci la colonna sonora. In questa società dove impera il reality show, un'invasione degli ultracorpi dove l'identità è minacciata dalla recita della vita, mi interessava mostrare che viviamo sotto il controllo dell'immagine. Questo film è fatto di sequenze sospese e, a differenza dei film americani, ogni immagine non è spiegata o giustificata. La cinepresa diventa l'occhio che osserva come l'occhio di Dio''.

ERNESTO PICCIAFUOCO, FRANCO ELICA... SERGIO CASTELLITTO
Dopo il pittore Ernesto Picciafuoco, impegnato a lottare contro la beatificazione di sua madre ne 'L'ora di religione', Sergio Castellitto è ora un regista in crisi. ''Se Picciafuoco faceva i conti col passato, Elica fa i conti con il presente - dice l'attore - Nella sua fuga da Roma per la Sicilia c'è la scelta di uscire di campo da destra e rientrare a sinistra. Si ritrova su un altro set e capisce che questo luogo e le persone che incontra sono più interessanti dei protagonisti di qualunque film. Non c'è film che parli di oggi più de 'Il regista di matrimoni', ma non lo racconta dalla platea, piuttosto dalle quinte. C'è molto della società di oggi e del rapporto uomo-donna in questo film''.

UN FILM CHE PARLA (MOLTO) DI CINEMA
E c'è molto cinema. Nel personaggio di Elica, certo, ma anche in quello del vero regista di filmini matrimoniali. E poi c'è in Orazio Smamma (Gianni Cavina), regista che finge di essere morto per riuscire a conquistare i premi e la stima che da vivo non gli erano stati riconosciuti. ''Ogni artista cerca di essere riconosciuto, ma se Elica lo cerca in modo profondo, Smamma invece è ossessionato da un riconoscimento che lo porterà alla distruzione - spiega Bellocchio- esprime la disperazione dell'artista. No, non parla di me, io in quarant'anni di carriera avrò ricevuto un centinaio di premi. Ma sono d'accordo con lui quando dice: 'In Italia sono i morti che comandano'. Nella cultura non c'è rinnovamento, il cinema è dominato da vecchie idee''.

IL CINEMA DI NANNI E' DISPERATO, IO TENTO UNA RIBELLIONE
''Non ho ancora visto 'Il caimano', ma lo farò con calma - racconta Bellocchio - ma me ne hanno parlato talmente tanto che credo di conoscerlo e poi ho visto tutti gli altri film di Nanni. Ci sono due grandi differenze tra il suo cinema e il mio: nei suoi film c'è il primato della parola mentre nei miei, specialmente questo, le parole sono ridotte all'essenziale e cerco di affidare tutto alle immagini. Poi la visione del mondo e della vita che viene dai suoi film è cupa e disperata, mentre io nelle mie storie prevedo la possibilità di una ribellione, magari insufficiente. Sia Maya Sansa in 'Buogiorno notte' che Castellitto qui e ne 'L'ora di religione' cercano di combattere e non subire un destino''.

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IL REGISTA DI MATRIMONI

Un regista (Castellitto) entra in crisi perché la figlia ha sposato un fervente cattolico e perché è costretto suo malgrado a girare l'ennesima versione de I Promessi Sposi. Alla crisi si aggiunge un evento inaspettato, così decide di fuggire in un paesino della Sicilia profonda, dove incontra un uomo che si guadagna da vivere girando filmini di matrimoni e un regista che si spaccia per morto per ottenere finalmente il riconoscimento mai avuto prima "in vita". Conosce anche un principe spiantato che gli propone di dirigere il film del matrimonio di sua figlia. Franco si innamora immediatamente della bellissima principessa e decide di salvarla da un matrimonio di convenienza.

Il matrimonio è una specie di karma che il regista in crisi Castellitto è condannato ad incontrare più volte nella sua strada, per cercare di esorcizzarlo dandogli un significato più autentico.Il matrimonio come emblema di una ritualità che corrisponde più al conformismo che alla libertà delle persone. Dopo L'ora di religione, con protagonista sempre Sergio Castellitto, il cineasta piacentino ritorna, in modo leggero ed allo stesso tempo devastante, con una storia che mette a confronto le scelte individuali con quelle religiose e sociali. E' da questa idea che nasce Il regista di matrimoni come spiega lo stesso Bellocchio: "Ho assistito ad un matrimonio di una giovane coppia a Scilla in Calabria e c'era un regista che filmava l'evento. Mi ha colpito l'obbedienza che i due sposi hanno messo in atto facendo tutto ciò che gli si chiedeva di fare. Ecco, questa obbedienza, senza fare domande, in due giovanissimi che hanno tutta la vita davanti a sé mi ha fatto riflettere: la vita è fatta anche, per fortuna, di rifiuti, di disobbedienza, di ribellioni all'ordine costituito, perché loro la accettavano come fosse stata già preordinata? Come una resa definita, incondizionata, come se entrassero con il matrimonio nel mondo obbediente e razionale dei padri, e dei padri dei padri, che prima di loro si erano sposati". Bellocchio esplora il carico di conformismo che sta dietro al cattolicesimo più conservatore, con il suo carico di condizionamento e di rinuncia. Un tema che viene da lontano, da uno dei suoi primi film, Nel nome del padre, ambientato in un collegio religioso degli anni '50.

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Sergio Castellitto
Un matrimonio da protagonista
Intervista a Sergio Castellitto, protagonista de Il regista di matrimoni di Marco Bellocchio

E' la seconda volta che lavora con Bellocchio (il primo film è stato L'ora di religione). Cosa le piace o l'accomuna a questo regista?
E' un grande artista. E' un uomo che mette nel suo lavoro tutto quello che mi piace dell'essere artista: un certo disagio, una certa incertezza, un dubbio continuo su quello che fa. E questo mi è sempre piaciuto negli artisti perché credo che i risultati migliori si ottengano tramite una sensazione di inadeguatezza rispetto al proprio lavoro.

Lei in questo film è un regista che si ritrova a filmare, spesso, dei matrimoni. Ma è soprattutto un uomo in crisi. Perché?
Il mio personaggio è un regista che sta preparando un film e che improvvisamente fugge da questo lavoro perché in piena crisi creativa. Fugge psicologicamente e fisicamente perché da Roma va in un piccolo paesino della Sicilia, e lì farà degli incontri. Diciamo che la parte più interessante del personaggio, per me, sta nel fatto che è un uomo più interessato alla vita che al cinema, ed è capace di rinnamorarsi. S'innamora dei dubbi che la vita gli offre e non di quelli che il lavoro gli dà.

Oltre a lei come protagonista, che cosa ha in comune questo nuovo film con L'ora di religione?
Il regista di matrimoni è la continuazione simbolica e, forse non solo simbolica, de L'ora di religione. In entrambi i film i protagonisti sono due artisti: pittore e regista. Bellocchio nasce come pittore e poi diventa regista, per cui vedo un effetto di continuità emotiva attraverso i due film. Personalmente l'aspetto che più mi interessava di questa storia era il mettere a fuoco la 'necessità' degli artisti nella società di oggi. Nel senso che dovremmo essere più attenti occupati a quello che fanno, perché sono loro i veri affabulatori di questa società: sono quelli che intuiscono, raccontano, chiariscono. Si impara più da un quadro di Mirò che da un trattato di sociologia.

In una intervista Bellocchio si è espresso "contro il cattolicesimo oscurantista". Cosa condivide delle opinioni di Bellocchio a questo proposito?
Bè, questa intervista Bellocchio l'ha rilasciata molto tempo fa e non so esattamente quanto siano sue queste parole. Nel film non c'è nessun riferimento al cattolicesimo oscurantista. Se dovessi dare un riferimento magari direi il cinema di Buñuel. E' un'indagine sui rapporti umani all'interno di un microcosmo sociale. Ma non credo che nasceranno polemiche, questa volta, sui rapporti con la religione, non mi sembra che il film offra questi spunti.

C'è comunque un interesse sulla celebrazione, sulla liturgia del matrimonio cattolico.
Nel film ci sono due matrimoni: uno è la scena iniziale ed è il matrimonio della figlia del protagonista, e poi, c'è un matrimonio finale che è anche quello che scioglie tutta la trama, anche melodrammatica, del film. Il rito del matrimonio, lo "spettacolo" di certe funzioni, lo "spettacolo" rituale della religione, interessano molto Bellocchio, ne è attratto anche se non è cattolico.

Lei è protagonista del film di Bellocchio e del prossimo di Amelio (La stella che non c'è). Sceglie il meglio del cinema italiano o è il meglio del cinema italiano che vuole lei…
Devo dire che di questi due film sono molto felice, quindi è stato un buon anno. Ho lavorato con due grandi registi e, soprattutto, con due grandi amici. Un attore come me, non può chiedere di meglio che lavorare con Bellocchio e Amelio.

Progetti futuri, impegni?
Sto scrivendo insieme a Margareth (Mazzantini, scrittrice e moglie di Castellitto ndr.) il mio prossimo film da regista che spero di poter iniziare a girare nell'estate del 2006. Non so dirvi molto di più perché siamo ancora in una fase dove le cose potrebbero cambiare molto, quindi non posso sbilanciarmi sulla storia o altri particolari.

Abbiamo letto che George Clooney l'ha definita il Robert De Niro italiano. E' vero?
E' vero. E' vero che lo ha detto Clooney ed è stato molto gentile da parte sua, ma io ho un vantaggio su De Niro… costo molto meno, e non è poco di questi tempi.

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Sergio Castellitto è ‘Il regista di matrimoni’

“Il regista di matrimoni” è come un trompe l'oeil dell'Italia di oggi, un codice interessante su quello che stiamo vivendo. E' strano, sono credente, ma lavoro benissimo con un regista ateo come Bellocchio. Chissà, forse dietro questo suo trompe l'oeil c'e' nascosto un saio”. Parola di Sergio Castellitto, protagonista del nuovo film di Marco Bellocchio, da venerdì 21 aprile al cinema distribuito da 01. Ieri l’attore, insieme al regista e agli altri componenti del cast Donatella Finocchiaro, Sami Frey, Gianni Cavina, Maurizio Donadoni e Bruno Cariello, hanno presentato la pellicola alla stampa.

Il film, tra sogno e realtà, racconta la fuga di un ex regista di matrimoni, in conflitto con la figlia e stanco del suo banale quotidiano, tra provini, strane indagini sul suo ‘io’ e un bislacco film sui Promessi Sposi.
Castellitto, attore di primissimo piano nel panorama nazionale e internazionale, ha parlato di continuità rispetto al personaggio che interpretava ne “L’ora di religione”, sempre di Bellocchio: “Anche in questo caso si parla della crisi di un uomo e di un artista. In “L'ora di religione” il mio personaggio però faceva i conti con un passato, mentre qui è il presente ad angosciarlo. Un presente che lo porta a decidere di fuggire. Un gesto, quello della fuga, che non è da vedere come negativo perché sceglie di rifiutarsi di fare quel film, per finire su un altro girone dell'inferno, un altro set”.

Ispirato Bellocchio, che spiega: “Qualcuno ha visto in questo film uno spirito da fiaba, una cosa che condivido. Sono sempre stato affascinato dalla potenza delle fiabe; un modo per tornare indietro verso le origini, verso le mie prime esperienze di lettura". E, per concludere aggiunge, dando uno sguardo all’attualità: “Mi pare che oggi non ci sia un rinnovamento del cinema che è ancora dominato da vecchie idee. Adesso ci sono centinaia di registi e festival, ma siamo come dominati dalla tv, dai reality show che sono come un'invasione di ultracorpi dove l'identità è minacciata dalla recita della vita. Così, da un punto di vista Cattolico, come accade appunto al regista Smamma nel film, quando uno è morto, chi sopravvive è tranquillo e può anche premiare il defunto. Per me non è stato così: ho avuto fin troppi riconoscimenti”.