lunedì 30 gennaio 2006

Corriere della Sera, 31.01.06
Sentenza a Monza: tutela piena alla scelta della madre, in secondo piano il diritto alla paternità
«Aborto, decide la donna. Il no del marito non conta»
Lei rinuncia alla gravidanza, lui contesta. Il giudice: decide la donna


Una donna, sposata o meno che sia, ha diritto a interrompere la sua gravidanza entro i primi 90 giorni senza considerare il diritto alla paternità del padre del concepito. Così ha deciso il tribunale di Monza dando torto a unmarito che, dopo l’interruzione di gravidanza decisa dalla moglie senza consultarlo, aveva chiesto la separazione per colpa della donna e il risarcimento dei danni.
Un marito ha chiamato in causa la moglie di fronte al tribunale di Monza per chiedere la separazione, che doveva essere a lei addebitata, in quanto avrebbe violato i doveri che derivano dal matrimonio, e per chiedere anche il risarcimento del danno.
Qual era la colpa della signora? Avere abortito avvalendosi della legge 194 e perciò nel rispetto della normativa vigente, ma senza fare partecipe il marito della procedura per l’autorizzazione dell’interruzione di gravidanza. In particolare il coniuge invocava il proprio diritto alla paternità che avrebbe imposto, secondo lui, alla moglie «di tener conto delle sue ragioni eventualmente contrarie» dovendo «ritenersi illecito, nell’ambito del matrimonio, un ingiustificato rifiuto della donna a far partecipare alla decisione il marito-padre».
La sentenza del tribunale di Monza (presidente Piero Calabrò), depositata in questi giorni è rigorosa. Si fa riferimento a una sentenza della Cassazione (5 novembre ’98, n. 11094) che ha considerato irrilevante la questione di legittimità costituzionale in ordine all’art. 5 della legge 194/78, che individua nella donna l’unica titolare del diritto di interrompere la gravidanza senza attribuire alcun peso alla contraria volontà del marito e, a maggior ragione del padre naturale. La legge insomma tutela il diritto della madre, sposata o meno che sia, all’interruzione della gravidanza entro i primi 90 giorni dal concepimento, in piena liberà di autodeterminazione, senza considerare il diritto alla paternità del padre del concepito, nonché il diritto alla vita di quest’ultimo.
La sentenza del tribunale di Monza procede rilevando che sarebbe quanto meno incongruo stabilire che la donna, quando abbia assunto anche la condizione di «moglie», debba essere sanzionata con l’addebito della separazione e con le rilevanti conseguenze giuridiche a tale pronunzia direttamente riconducibili (prima fra tutte la perdita dell’assegno di mantenimento) a causa e per effetto dell’esercizio di un diritto riconosciutole dalla legge. Ne consegue che di fronte alla decisione della moglie di abortire nel rispetto della legge 194, il marito potrà chiedere la separazione se non ha condiviso la scelta della moglie e se ritiene che la convivenza non sia più possibile. Ma certo non potrà chiedere che la separazione sia addebitata alla consorte e ancor meno che la consorte sia tenuta a risarcire il danno per la lesione al suo diritto alla paternità. È ben vero che la procreazione costituisce una dimensione fondamentale della persona ed una delle finalità primarie del matrimonio ma è altrettanto vero che colei che esercita un proprio diritto non può, per ciò solo, essere oggetto di un giudizio che la penalizza.
In un momento in cui la legge sull’aborto è diventato un tema incandescente è importante una decisione rigorosa come quella del tribunale di Monza, che afferma che non può derivare una sanzione alla moglie, né sotto il profilo dell’addebito della separazione, né sotto il profilo del risarcimento del danno per una scelta di interruzione della gravidanza riservata alla sola donna e avvenuta nei termini previsti dalla legge.
Cesare Rimini





Corriere della Sera, 30.01.06
«Caso Toscana»: da lì arrivano il 90% delle richieste
Storace: «Ru486, modificherò il decreto»
Il ministro ha annunciato limitazioni per l'acquisto di farmaci all'estero. In arrivo visite per gli immigrati che entrano in Italia


Il ministro della Salute Storace modificherà il decreto del 1997 per limitare l'acquisto all'estero della pillola abortiva. «Si sta cercando di aggirare le norme - ha detto il ministro, a Firenze per la consulta della salute di An -. Ne è esempio la Toscana per la pillola abortiva. Saranno poste condizioni più stringenti». «All'atto del nulla osta - ha aggiunto Storace - gli uffici chiederanno le motivazioni cliniche ed epidemiologiche a tutela della salute delle donne perché c'è chi sta scherzando con la loro salute. Deve esserci una necessità, un bisogno oggettivo, non può essere una materia politica. Solo in Toscana c'è questo bisogno». E parlando del «caso Toscana» il ministro ha detto: «Dal 1997 al 31 dicembre 2004 ci sono state, in media, diecimila confezioni di farmaci arrivate in Italia, ma mai una confezione di pillola abortiva. Si è scatenato tutto nel 2005: per la Ru486 il 90% delle procedure di acquisto è venuto dalla Toscana, e il 55% dallo stesso medico (Massimo Srebot, ASL5 di Pisa, ndr). La Toscana è la regina dell'incentivo all'aborto».
VISITE AGLI IMMIGRATI - Storace ha annunciato anche una novità che riguarda gli immigrati che entrano nel nostro paese. «Accanto al permesso di soggiorno vogliamo verificare le condizioni di salute di chi arriva in Italia - ha detto -. Stiamo ipotizzando una visita medica non per cacciare chi sta male, ma per curarlo. Questo è un dovere di uno Stato civile». Storace ha poi specificato che «si tratterà di test specifici per le persone che arrivano in Italia con i permessi di soggiorno. È ovvio che ci sarà chi strillerà - ha concluso Storace -; a sinistra non capiscono niente di queste cose. È un modo di dare un' ulteriore garanzia ai cittadini italiani e agli immigrati».
VIALE - Sulla questione della pillola abortiva interviene Silvio Viale, promotore a Torino della sperimentazione clinica della Ru486 «La modalità annunciata da Storace per dare il nulla osta all'importazione non ha fondamento scientifico, è antieuropea e anticostituzionale - ha detto il ginecologo ed esponente della Rosa nel Pugno -. Non c'è alcun motivo per non utilizzare in Italia un farmaco registrato nei Paesi dell'Ue proprio perché approvato dalle rispettive agenzie farmacologiche e riconosciuto da quella europea, l'Emea». «Storace approfitta dei tempi stretti che intercorrono tra la richiesta di interruzione di gravidanza e la possibilità di utilizzare l'aborto farmacologico» ha aggiunto il medico torinese, che nell'ambito della sperimentazione all'ospedale Sant'Anna ha eseguito 126 trattamenti con la Ru486. In conclusione Viale definisce l'azione del ministro «vergognosa e codarda», aggiungendo che si tratta di «una manovra elettorale, un esplicito attacco alla 194 proprio alla vigilia della discussione in Senato della relazione della commissione affari generali sull'applicazione della legge».













Corriere della Sera, 30.01.06
Pechino mette al bando i cowboy gay
Ma per quattro cinesi su dieci i rapporti omosessuali non sono un problema
di Fabio Cavalera


Nel locale per gay sul viale ovest dello Stadio dei Lavoratori, pieno centro della capitale, il film «I segreti di Brokeback Mountain» l'hanno già proiettato richiamando un bel pubblico. Era un video pirata, naturalmente. Perché l'ultima opera del regista Ang Lee, premiato con il Golden Globe una decina di giorni fa, ufficialmente in Cina non è arrivata e forse non arriverà mai. La censura, quella insopportabile censura che tiene le lancette degli orologi ferme ai decenni dell'oscuramento culturale, ha messo il suo sigillo. Così rivela la rivista americana Variety che, vangelo della critica e del gossip cinematografico, raccoglie indicazioni sulla volontà della Amministrazione Centrale di vietare al pubblico cinese la pellicola sulla storia di un amore omosessuale fra due mandriani del Wyoming. Tabù insopportabile.
Nel mirino ci sarebbe anche «Memorie di una Geisha». Per puro risentimento antigiapponese. In verità questi signori, ultimi Cerberi di un comunismo che la modernizzazione ha sotterrato, non sono mica gli unici omofobici che in giro per il mondo hanno levato urla scandalizzate davanti alle immagini dell'ultimo successo del maestro Ang Lee (nato a Taiwan) già vincitore di un Oscar nel 1997 con la «Tigre e ilDragone». In compagnia si sono ritrovati con gli ultrabigotti dello Stato dello Utah negli Stati Uniti i quali hanno addirittura chiuso alcune sale per impedire che si potesse diffondere la «peste» dei «Segreti di Brokeback Mountain». La differenza è che negli Usa una risata ha sepolto i crociati che se la sono data a gambe. In Cina la situazione è invece molto più complessa. E una sonora risata non è l'antidoto che agisce sul cervello di quei guardiani- mandarini. Anzi.
Per fortuna nell'Impero di Mezzo la vita non marcia più come una volta. La società reale èmolto più illuminata della società politica che indossa i panni di un totalitarismo ideologico semimummificato e di un'etica (confuciana) bacchettona. C'è uno scontro sempre meno nascosto fra la libertà di valori portata dal miracolo economico e i vecchi vincoli determinati dall'«istituzione partito». Il caso dei «Segreti di Brokeback Mountain» è davvero illuminante su ciò che accade in Cina. Da una parte i divieti e le ossessioni. Dall' altra il bello del sogno e della rincorsa alla espressione libera che aggira le barriere e dona prospettive nuove.
Su un tema profondo e intimo come l'omosessualità la Cina ha un po' rimescolato le sue forme di pudore. I sentimenti e la sensibilità dei cittadini sono assai meno ottusi di quanto siano i censori della Amministrazione della radio, dei film e della televisione. Oggi un sondaggio su Internet informa che quattro cinesi su dieci non considerano per niente disdicevole ammettere l'omosessualità, uno non ha opinione, due sono incerti e tre restano bruciati come se fossero ripassati dall'ortica. E' già un grande passo avanti.
Le frange del cattolicesimo ultrà e reazionario nell'Occidente e l'integralismo estremista nell'Islam hanno tentato di trasformare la verecondia e il pudore in fanatismo producendo enormi guasti in tema di educazione alla sessualità. Va riconosciuto.Maqua, nell'altra metà del globo, nella Cina confuciana buddista e taoista oltre che comunista, la storia scolastica e universitaria ha dimenticato di scrivere sui libri che nelle corti imperiali l'amore omosessuale era praticato, e pure l'amore saffico univa le concubine. Neimillenni si sono succeduti imperatori etero e imperatori gay. Lo era, si racconta, il leggendario Imperatore Giallo, Huang Di, della dinastia di fondazione Han agli albori del Grande Regno.
Ma era vietato spiegarlo. La rivoluzione del 1949 non ha mica cambiato quelle rotte di omertà e di false castità. Un peccato per l'intransigenza religiosa che supera ogni teologica e dotta interpretazione dei libri sacri. Una deviazione borghese per l'ideologia della presunta liberazione. L'omosessualità è restata «pratica criminale » e solo alla fine degli anni Novanta l'hanno depenalizzata. Ed era persino nella lista «di classificazione diagnostica dei disordini mentali». Un omosessuale o una lesbica erano per definizione cerebrolesi. Nel 2002, terzo millennio, per fortuna anche questa vergogna è stata abolita.
Ma la Cina ha tante facce. Le istituzioni politiche sono sclerotizzate in vecchi stereotipi. Nel 2004 la coraggiosa sociologa della Accademia delle Scienze, Li Yinhe, ha proposto alla Assemblea Nazionale una legge per il riconoscimento delle relazioni fra omosessuali ma ha raccolto la miseria di 35 firme e l'iniziativa è finita nel cestino. Nel dicembre scorso il primo festival degli omosessuali è stato vietato. «Destabilizza » le coscienze. La società è però avanti anni luce rispetto a chi la rappresenta. I gay e le lesbiche hanno i loro locali, si amano e si divertono a guardare i dvd pirata dei «Segreti di Brokeback Mountain». Alla faccia dei censori.
Fabio Cavalera














Gazzetta del Sud, 30.01.06
Emergenza depressione: cosa fare
Non solo farmaci per curarsi secondo Antonio Tundo, direttore dell'Istituto di Psicopatologia di Roma
Come essere vicini in modo giusto a chi soffre
di Giorgio Perrotti


L' Organizzazione mondiale della sanità, ha lanciato l'allarme: agli attuali ritmi di crescita tra meno di 15 anni la depressione sarà la seconda causa di disabilità nel mondo. Ma già oggi quindici persone su cento sviluppano, nel corso della vita, un episodio depressivo e si calcola che in Italia siano 8 milioni coloro che soffrono di depressione. Il disturbo è più frequente nelle donne che negli uomini, con un rapporto di 2 a 1, e compare tra i 20 e i 50 anni, anche se nessuna età ne è immune. Ne parliamo con Antonio Tundo, direttore dell'Istituto di Psicopatologia di Roma.
– Possiamo parlare di una patologia dei tempi moderni? «In realtà la depressione è nota fin dall'antichità e ha accompagnato l'uomo in tutte le epoche e a tutte le latitudini. Le prime citazioni le ritroviamo nell'Iliade, in cui Omero descrive la tristezza di Bellorofonte che concluse la sua vita con un suicidio, e nella Bibbia, dove si parla della grave forma di depressione a cui periodicamente andava incontro re Saul. Certamente, le indagini epidemiologiche ci dicono che, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, la depressione è diventata sempre più diffusa ma gli stessi esperti non sanno bene il perché. Per alcuni si tratta solo di un artefatto, di un aumento apparente dei casi dovuto in parte al miglioramento delle rilevazioni statistiche, in parte alla maggiore propensione di chi soffre di depressione a dichiararlo e a chiedere aiuto allo specialista. Secondo altri, invece, sarebbero i ritmi e lo stile di vita di oggi a facilitare, in chi è predisposto, l'insorgenza della depressione. Un impatto negativo avrebbero soprattutto l'accelerazione dei ritmi di vita, con l'aumento del numero di ore dedicate al lavoro e la riduzione di quelle dedicate al riposo, e l'uso sempre più diffuso di stimolanti, come il caffè, di alcol e di droghe».
– Ma che cosa è la depressione, come si manifesta? «È un disturbo complesso che coinvolge e altera l'intera persona, dai sentimenti alle energie, dal pensiero alle funzioni neurovegetative. Spesso, ma non sempre, inizia in modo subdolo ed è preceduta, per settimane o mesi, da alcuni "sintomi-spia" come facilità a cambiare umore, riduzione delle energie, nervosismo, difficoltà di concentrazione, riduzione dell'appetito, insonnia. In fase conclamata lo stato d'animo è malinconico ("sono triste, avvilito, sfiduciato, disperato") ed è poco influenzabile da ciò che accade ("mi ha lasciato indifferente anche la laurea di mia figlia"). L'umore nero si accompagna all'anedonia, cioè l'incapacità di provare gioia o piacere, alla perdita di interessi ("non ho più voglia di giocare a calcetto"), alla sensazione di aridità affettiva ("non provo più nulla per mio marito e per i miei figli"). Comune è l'ansia, che si manifesta con un continuo stato di preoccupazione ("non riesco a rilassarmi mai, ho sempre un pensiero che mi angoscia") o con disturbi somatici ("non riesco a digerire", "ho sempre mal di testa"). Le energie sono ridotte per cui qualsiasi attività comporta uno sforzo enorme ("mi affatica perfino cucinare") tanto che, nei casi più gravi, anche l'igiene personale viene trascurata ("mi vergogno a dirlo ma sono venti giorni che non faccio la doccia e che metto sempre lo stesso vestito"). La concentrazione e la memoria sono temporaneamente compromesse ("non riesco a leggere neanche il giornale: guardo il titolo senza capire quello che c'è scritto"). I pensieri sono rallentati ("ho la testa vuota, non riesco a pensare a nulla") e ruotano tormentosamente su temi di autosvalutazione ("sono un fallito"), di colpa e rovina ("ho sbagliato a comprare la macchina nuova, con quello che mi costa andrò in rovina"), sulla paura di avere una grave malattia fisica ("ho continuamente mal di stomaco... penso di avere un tumore") e sulla mancanza di speranza nel futuro. Il desiderio di morire è presente almeno nei due terzi dei casi ("vorrei addormentarmi e non svegliarmi più"), mentre 15 persone depresse su cento mettono in atto tentativi di suicidio. Sul piano neurovegetativo sono quasi sempre presenti insonnia, riduzione dell'appetito, difficoltà sessuali. Caratteristica è la variazione dell'intensità della sintomatologia nell'arco della giornata con l'acme al mattino e il miglioramento serale».
– Che cosa succede se non è curata? «Anche se non si seguono terapie specifiche, la depressione quasi sempre si risolve da sola entro 6-12 mesi; solo nel 20% dei casi la sua durata supera i due anni e diventa "cronica". Il fatto che potrebbe cessare spontaneamente non significa che si possa fare a meno di curarla, anzi... una depressione trascurata può causare gravi conseguenze: mesi e mesi di sofferenza per chi sta male e di angoscia per chi gli è vicino, riduzione delle capacità lavorative, problemi economici, rischio di sviluppare un abuso di alcol o droghe usate per attenuare il malessere che deriva dal "male oscuro", fino ad arrivare ai casi estremi, ma non rari, di morte per suicidio o per complicanze dovute a concomitanti malattie internistiche trascurate, come diabete, ipertensione ecc...».
– Quali sono le cure? «I farmaci sono la colonna portante, insostituibile, del trattamento della depressione, soprattutto delle forme medie e gravi. Oggi abbiamo a disposizione diverse classi di antidepressivi, dai triciclici agli Imao, dai serotoninergici alle molecole di nuova generazione, che consentono di ottenere un risultato positivo nell'80-90% dei casi, una percentuale di successi vicina a quella degli antibiotici».
– Quanto deve durare la cura? «Nella maggioranza dei casi qualche settimana dopo l'inizio della terapia il paziente inizia a dormire meglio, a essere meno ansioso, più ottimista e fiducioso, a riprendere gli interessi e la gioia di vivere; la completa guarigione arriva in genere entro 3-4 mesi».
– La psicoterapia può essere un'alternativa ai farmaci? «Alcuni recenti studi hanno dimostrato che la psicoterapia cognitivo-comportamentale e interpersonale sono una possibile alternativa ai farmaci quando si tratta di depressioni lievi, condizioni che peraltro raramente arrivano all'osservazione dello specialista».
– Come si può aiutare un amico o un familiare che soffre di depressione? «Per essere vicini in modo giusto a chi soffre di depressione bisogna innanzitutto tenere sempre presente che si tratta di un vero e proprio disturbo che, per giunta, toglie la capacità di reagire. Pertanto frasi come "perché sei depresso, cosa ti manca? hai una bella famiglia, un buon lavoro, non hai problemi di soldi" oppure "sforzati", "reagisci", "mettici un po' di buona volontà" non solo sono inutili ma, spesso, controproducenti perché fanno sentire incompresi, causano idee di colpa, rendono ancora più profonda la sofferenza. Esattamente come si farebbe con una persona affetta da un'importante malattia fisica, è opportuno mostrarsi disponibili e comprensivi, dare il proprio sostegno emotivo, rafforzare la fiducia nelle cure mediche e nella possibilità di guarigione, proporre (ma non imporre!) piccole attività fisiche, come per esempio fare una passeggiata. Infine, si dovrebbe consigliare di non prendere decisioni importanti, come licenziarsi, separarsi, cambiare città, finché dura la depressione perché questa spesso impedisce una valutazione serena e obiettiva, porta a ingigantire i problemi, crea sfiducia nelle proprie capacità e induce a compiere delle scelte da cui non è più facile tornare indietro finendo con il condizionare negativamente il resto della vita.














Liberazione, 28.01.06
Bertinotti il dubbio e la politica
di Saverio Aversa


L'elegante casa del cinema di Roma, nascosta al traffico dalla vegetazione di villa Borghese, ha accolto ieri sera la presentazione del libro di Wilma Labate e Fausto Bertinotti Il ragazzo con la maglietta a strisce (Aliberti, pp.153, euro 13,50). L'occasione per parlare degli anni Sessanta, di politica e cultura, ma anche di come queste siano vissute oggi, con degli interlocutori speciali. Insieme a Labate e al segretario del Prc, Serafino Murri, Lietta Tornabuoni, Guido Chiesa. «Un libro dal fascino speciale, un libro di conversazione alta dove il filo conduttore è la memoria - lo ha definito Serafino Murri nell'introduzione all'incontro -. Usa il linguaggio cinematografico, è costituito da una serie di panoramiche per svolgere il racconto. Subito è sottolineato il rapporto tra politica e cultura, un sodalizio che si è andato sempre più sgretolando».

Tornabuoni ha esordito dichiarando il suo apprezzamento per il volume «picccolo, agevole, elegante, gradevole per i modi disinvolti, senza deferenze e inginocchiamenti». Mancano i toni apodittici, è apprezzabile lo stile scevro da dinamismi isterici che non appartengono ai due dialoganti. «La parte più esitante - commenta la giornalista della Stampa - è quella che affronta due temi "universali": il bello e la cultura, e i condizionamenti della mercificazione. Argomenti difficili perché è complicato stabilire cosa succederà in questi campi. Per esempio come individuare esattamente il motivo che impedisce al "movimento" di disobbedienza o di resistenza attuale di avere la stessa forza dirompente della rivoluzione culturale del '68? La cosa che mi piace di meno è il riferimento alla "maglietta a strisce": troppo circoscritta a un piccolo gruppo e sicuramente più conosciuta a Genova, a Milano, non certo a Roma, non ha un valore simbolico in tutta Italia. Degli indumenti di Bertinotti si è già parlato abbastanza. E poi ho notato che non si parla per nulla di sesso».

Bertinotti chiarisce che la maglietta a strisce è soprattutto legata al racconto della sua vita, a quel luglio del '60 e al suo primo approccio con l'attività politica: «Portavamo realmente tutti magliette a strisce molto simili». Il regista Chiesa dichiara anche lui immediatamente che il libro gli è piaciuto e che ha gradito molto il ruolo da provocatrice educata di Wilma Labate: «Mi ha colpito che Bertinotti abbia ammesso di parlare spesso del padre e quasi mai della madre. Spero sapremo di più di lei perchè nel libro non ha rimediato alla mancanza». «Mia madre - risponde il segretario del Prc - è stata importantissima per me, non sarei quello che sono. Ho imparato da lei tutto quello che concerne la "manutenzione": dei corpi, degli oggetti, delle relazioni». Continua Chiesa dichiarando di essere d'accordo con Bertinotti quando si esprime sul ruolo della cultura nel futuro, un'azione che non può essere salvifica. «I francesi le assegnano un compito che non le spetta. Trovo un poco sorpassato il riferimento al rapporto con il mercato e il limitare la questione a due possibilità. La prima è quella di usufruire di uno spazio autogestito, realmente liberato, pronto come dono e offerto gratuitamente. La seconda prevede invece la più forte è più selvaggia delle industrializzazioni. Non penso sia esattamente così. Le forme di autogestione spesso si sono rivelate fallimentari. Non credo in questa dicotomia. Si può e si deve intervenire nel mercato. Nel '68 il mercato non era così soverchiante, dominante e c'era la possibilità di sperimentare linguaggi "altri"». Chiesa riconosce a Bertinotti una capacità speculativa non comunemente riscontrabile nella sinistra italiana per esempio riguardo alla religione, alla sacralità del tempo. Gli attribuisce anche il coraggio di dichiarare la dimestichezza con Céline, un autore considerato più affine alla parte politica opposta. Il terreno apparentemente paludoso dell'ambiguità è invece molto utile perché produce chiarezza. La cultura può essere un motore per la politica senza dover svolgere funzioni di mera propaganda. «E' vero che ci troviamo davanti ad un sistema capitalistico aggressivo e opprimente nei confronti della produzione culturale», interviene Labate che continua ricordando l'importanza culturale di un editore come Feltrinelli che ha comunque sempre lavorato nel mercato, ma è stato una fonte di ispirazione per quelli della sua generazione. L'utopia è avere un rapporto collettivo di massa con l'arte e con il bello. Bertinotti rilancia: «L'elemento più utile sulla strada della politica è stato per me, e non solo per me credo, il dubbio. Ha "lavorato" più come possibilità che come impedimento, senza il dubbio ci sarebbe l'abbandono, non la rivoluzione. Senza un piede dentro a quello che so e uno fuori a quello che non so, la politica sarebbe solo governabilità, potere. Nel libro mi sono affidato a Wilma lungo un sentiero scosceso e le ho detto quello che so. Bello, cultura e felicità sono temi che spaventano ma non puoi arretrare. Non lo puoi fare, non perché fai politica, ma perché vivi».
















Liberazione, 27.01.06
I ginecologi dell'isola ufficialmente non praticano aborti. Ma in privato...
Obiettori di giorno e abortisti di sera: Ischia e i suoi medici con gli scrupoli
di Laura Eduati



I ginecologi dell'ospedale Rizzoli di Ischia, l'unico dell'isola, si dichiarano obiettori di coscienza. Loro l'aborto non lo praticano. Eppure quando siedono nei propri ambulatori privati si mostrano improvvisamente disponibili a interrompere gravidanze. A pagamento, naturalmente. E a patto che il feto sia ancora così piccolo da non poterne vedere «il cuoricino».

A scoprire il losco affare sono stati quelli delle Jene, il programma presentato da Alessia Marcuzzi su Italia 1. Erano stati avvertiti che a Ischia le donne erano costrette ad abortire clandestinamente e non gratuitamente nelle strutture pubbliche, come è invece garantito dalla legge 194. Così una troupe del programma ha intervistato il primario del reparto ostetricia del Rizzoli, Attilio Conti, il quale ha tranquillamente dichiarato che «qui siamo tutti obiettori». Poi la troupe ha chiesto ad una donna di fingere di essere incinta e recarsi negli studi privati degli stessi ginecologi e chiedere l'interruzione di gravidanza. Il primo si è mostrato coerente: non vuole praticare aborti, nemmeno fuori dalle corsie. Un altro le ha dato un consiglio: «Vada nello studio del dottor..., lui certamente la potrà aiutare». Infine la donna prende appuntamento con il primario. E qui, sorpresa, Conte cambia veste e si dichiara disponibile a fare l'intervento. Lo stesso intervento che al Rizzoli si rifiutava di fare per questioni etiche. Il servizio delle Jene è andato in onda oscurando, si capisce, i visi dei medici implicati. Ieri la Guardia di Finanza e gli ispettori della Asl 2 di Napoli hanno aperto un'inchiesta. Dovranno chiarire alcune questioni: perché le isolane erano costrette a pagare per un intervento gratuito e specialmente perché gli altri medici, che sapevano, non hanno mai denunciato i loro colleghi. Nessun dettaglio trapela, ma gli isolani dicono di aver riconosciuto le voci dei camici bianchi. A Ischia ormai tutti sanno che se sei incinta e non vuoi tenere il bambino basta andare in uno dei due studi privati, uno a Forio e l'altro a Ischia Porto. Il costo: dai 1000 ai 1500 euro.

La 194 tutela i medici - ginecologi e ostetrici - che facciano obiezione di coscienza. La legge deve anche garantire che in ogni struttura pubblica sia presente almeno un medico disposto a praticare l'aborto. Ma quello delle Jene non è stato uno scoop. Già, perché venti anni orsono il settimanale di Ischia "Il golfo"aveva pubblicato una scottante inchiesta dal titolo: "Obiettori di giorno e abortisti di sera", con tanto di nomi e cognomi dei responsabili. Ma non si mosse foglia. Nessuna indagine, nessuna inchiesta interna. Nulla. Il direttore del periodico denunciò la commistione tra magistratura, Asl e Regione Campania. E ricorda che questo non è un reato qualunque: «un aborto clandestino nega alla donna il supporto psicologico dei consultori e quindi anche il diritto di riflettere sulla sua scelta con un aiuto qualificato».















Liberazione, 28.01.06
Aborto
Perché il senso di colpa?


Caro direttore, leggo con stupore che ancora si parla in modo poco scientifico dell'aborto, della condizione psichica e morale della donna che abortisce, leggo ancora la parola dramma della donna che abortisce. Dico subito che certi discorsi sul dramma dell'aborto, sull'intervento della scienza sul corpo della donna finiscono con l'essere poco chiari. Il mio stupore deriva dal fatto che malgrado si è scritto, anche su "Liberazione", di una teoria confermata scientificamente (...), sulla nascita umana, sviluppo biologico del feto nell'utero e sul concetto di una sua trasformazione biologica in tappe continue, ancora si possa cadere nel tranello di vivere l'aborto come un dramma. Il feto non solo non è vita umana, non è persona, ma non ha possibilità di vita fino alla ventiquattresima settimana, quando cioè si forma la retina. La presenza della retina alla nascita e una reazione particolare allo stimolo luminoso porta alla formazione della realtà mentale umana, come novità assoluta, si passa da una realtà puramente biologica ad una realtà umana che fonde il biologico e lo psichico, quindi la vita umana inizia con la nascita. Questa teoria scientifica di Massimo Fagioli è stata più volte proposta da articoli lettere su "Liberazione" (...) E' ipocrita non avere il coraggio di pensare e di dire con chiarezza che gli esseri umani scelgono liberamente di procreare se e quando vogliono, che su questa libertà e diritto non deve intervenire alcuna norma (...) Accertato che l'aborto non è un assassinio, il dramma è forse il senso di colpa della donna che abortisce quando si allea con il pensiero cattolico che individua la sua identità esclusivamente come madre. Ogni volta che la donna si trova di fronte alla scelta di portare o non portare avanti una gravidanza, alleandosi con questo pensiero, "crede" di intaccare la sua identità. Altro elemento che giustifica l'aborto come dramma è l'accettare acriticamente il pensiero cattolico che attribuisce al feto vissuti e affetti assimilabili al bambino nato. C'è dunque urgente bisogno (...) di liberare finalmente la sessualità della donna e dell'uomo dal pensiero che la vuole solo per la procreazione (...)
Giulia Ingrao via e-mail








Liberazione, 28.01.06
Politica e realtà psichica


Cara Angela, hai scritto: «La parola dramma abbinata all'aborto e alla responsabilità femminile è una spia di una metafisica del corpo e della vita di cui spesso siamo complici, anche se non volutamente. La discussione che si è aperta nel Paese, potrebbe essere l'occasione per chiarire a quale ideologia ci ispiriamo, a quale filosofia facciamo riferimento». (...) Non capisco bene cosa tu intenda per "metafisica del corpo e della vita", né capisco cosa significhi esserne complici. Per la chiesa la metafisica è ciò che è opposto a corporale, che chiama spirituale, l'anima che sarebbe eterna. Mi pare che tu intenda qualcos'altro, possiamo chiamarla realtà psichica, così tanto per intenderci? Se mi ricordo bene, Marx parlava di alienazione mentale, dovuta alle ingiustizie ed alle differenze di classe e riteneva che, una volta raggiunta una società di uguali (materialmente), questa alienazione sarebbe finita perché l'uomo è portato, per sua natura, verso e non contro gli altri uomini. (...) Ma allora la politica non deve occuparsi solo del corpo, dello stipendio che non basta e (ahimè) del mutuo da pagare, ma anche di realtà psichica? (...)
Lamberto via e-mail




Liberazione, 28.01.06

Un disegno superiore?


Cara "Liberazione", sono una compagna, operatrice della sanità, che ha sempre considerato il proprio lavoro oltre che esercizio di una professione, impegno politico per contribuire alla tutela della salute della donna. E' da più di un anno che mi sono appassionata al vostro giornale e spesso lo leggo con il piacere di scoprirvi articoli con idee intelligenti e coraggiose come quello di domenica 22 gennaio di Angela Azzaro. Il titolo, "L'aborto non è un dramma", mi ha riportato ai miei lunghi sette annidi servizio presso un presidio di applicazione della 194 in cui, decine di volte, ho sperimentato che la vera angoscia delle donne era di non essere ascoltate e capite nella profonda esigenza di non mettere al mondo un "bambino" non scelto ma capitato. Ho apprezzato moltissimo il rifiuto della Azzaro della concezione religiosa che tende a ridurre il corpo delle donne a mero contenitore di un "disegno superiore" che comincerebbe nel momento in cui uno spermatozoo e un ovulo si incontrano. A tale proposito va considerato che scienziati di fama mondiale, quali Rita Levi Montalcini, Dulbecco e Fagioli hanno più volte dichiarato che l'embrione non è vita umana. (...)
Questa tesi è ampliamente confermata nella mia esperienza professionale (...) Non dimenticherò mai lo sguardo riconoscente di dorme che per motivi di salute, o affettivi, o economici, nella piena consapevolezza di non potersi permettere una gravidanza in quel momento della propria vita, si liberavano da un giudizio interno, più forte di quello esterno, che quell'embrione alle prime settimane fosse già vita umana.
Arianna via e-mail













Liberazione, 27.01.06
Quei prelati col braccio teso


Caro Sansonetti,
nello schermo della televisione scorrono le immagini dell'olocausto, sono i giorni del ricordo; la mia memoria va alla casa di Anne Frank che ho visitato pochi giorni fa. In quella casa, ho visto una foto emblematica: cinque o sei prelati di rango salutano con il braccio alzato come i nazisti. Più oltre, le foto del viso sognante di una ragazza di tredici anni piena di vita che voleva solo vivere, scrivere, amare. In quella casa ho gridato in silenzio, ho pianto senza lacrime e le immagini di quella stanza, dove lei appendeva le foto della attrici che ritagliava dai giornali, sono così disperatamente vive in me. Ora penso alla ricerca che stiamo facendo insieme su realtà umana e religione e penso che non c'è nessuna differenza tra quei prelati della foto che, allora, hanno negato agli ebrei le caratteristiche di esseri umani e quei vescovi che, ora affermano, che non ci si deve sposare tra cattolici e musulmani o peggio con dice che gli atei non sono esseri umani in quanto non hanno rapporto con Dio. Forse pochi sanno che la stella di David arancione portata dagli ebrei in Europa durante il terrore nazista, è un'invenzione della chiesa: per decenni, dopo la Reconquista del 1492, i Conversòs, vale a dire gli ebrei spagnoli convertiti, furono obbligati dall'inquisizione a portare sul petto come segno di riconoscimento, un panno arancione. Anne Frank, nel '43, nel suo diario scriveva che radio Londra trasmetteva le notizie sui campi di concentramento dove gli ebrei venivano gassati a migliaia. Ma probabilmente Pio XII non era sintonizzato su quell'emittente dato che, ancor oggi, si afferma che la Chiesa di Roma non seppe mai nulla di quegli orrori. Mi fermo qui...ma non fermiamoci. Vi prego.
Gian Carlo - via e-mail




Liberazione, 29.01.06
Le "contraddizioni" della Chiesa

Caro Sansonetti, accendo la tv e i tg danno come prima notizia la pubblicazione dell'enciclica di Ratzinger che sembra avere come tema centrale il concetto di amore, stranamente denominandolo "caritas". Poco dopo, come terza o quarta notizia, vengo a sapere che è stata approvata la modifica della legge sulla legittima difesa, per la quale ora è possibile uccidere qualcuno che entra in un luogo non suo con l'intenzione, presupposta, di rubare qualcosa. E allora mi tornano i dubbi: ma come mai il papa non ha niente da dire su una legge che giustifica l'assassinio, contravvenendo a uno, non ricordo quale, dei dieci comandamenti? E come mai, al contrario, si sente in dovere di intervenire quando si tratta di temi quali l'aborto o la procreazione assistita, condannando quella che, a suo avviso, sarebbe la soppressione di una vita umana, dunque un assassinio? Eppure, dietro questa apparente contraddizione a me sembra esserci una logica ferrea: l'ingerenza si fa particolarmente urgente quando in ballo c'è la possibilità che gli esseri umani scoprano che la sessualità, e dunque l'amore (che non è certo la carità cristiana), non corrispondono esattamente alla procreazione, quando la scienza e la medicina danno la possibilità agli individui, e in particolare alle donne, di vivere il rapporto con il diverso da sé cercando in esso realizzazione di identità e libertà.
Mariantonietta via e-mail





Carmillaonline.com, 30.01.06
Schedatura neuropsichiatrica a scuola?
di Margherita Pellegrino


[Più volte Carmilla ha segnalato rischi e problemi di una precoce psicofarmacologizzazione nell'infanzia e nell'età scolare soprattutto. Ci scrive una professoressa che, dalla stampa, ha còlto un ulteriore rischio: quello di una schedatura neuropsichiatrica per giovani allievi. Pubblichiamo la lettera che la professoressa Pellegrino ci ha inviato, promettendo di seguire gli sviluppi del caso. gg]

Ho letto con stupore ed indignazione che al Senato è in discussione un disegno di legge che prevede di "considerare la dislessia causa di difficoltà specifica di apprendimento". In realtà la difficoltà nella lettura ridefinita da neuropsichiatri infantili e psicologi, dislessia, abbraccia secondo loro, un pacchetto che comprende anche la disgrafia (la scrittura poco chiara e non allineata), la discalculia (lentezza nel fare i calcoli, non conosce bene le tabelline); questi, che fino ad oggi vengono considerati dagli insegnanti errori , se questa legge viene approvata, saranno: “disturbi di apprendimento” e gli alunni che ne sarebbero affetti verrebbero diagnosticati ed etichettati dislessici da neuropsichiatri infantili.

"Il disegno di legge prevede un’attività diagnostica precoce da parte di specialisti….(i quali) sostengono che i risultati migliori, si avranno se si riuscirà a individuare il problema già dal primo anno della scuola dell'infanzia" (dal Sole 24ore, 13-26 gennaio 2006, pag.17).
Se noi andiamo indietro alla nostra esperienza scolastica, quando eravamo in seconda e anche in terza elementare (7/8 anni), non sapevamo leggere e scrivere perfettamente e magari non rispondevamo in 60/10 di secondo alla domanda quanto fa 6 per 7, perché ora dovremmo pretendere che i nostri bambini di tre anni, invece, sappiano fare queste cose e magari sappiano anche suonare la nona di Beethoven?
Gli psichiatri sostengono che la dislessia è una disfunzione biologica di origine ereditaria , ma in base ad asserzioni dei loro stessi specialisti, prove di laboratorio tra cui TAC e RM (risonanza magnetica), non hanno evidenziato alcuna differenza tra il cervello di un cosiddetto "dislessico" ed uno "normale". Così come non si sa quale sarebbe il fantomatico cromosoma responsabile della trasmissione a livello ereditario (vedi Che cos'è la dislessia: Basi biologiche, Luisa Lopez).
In Italia la psichiatria non è riuscita a far passare una legge che porti ad etichettare i bambini italiani come affetti da ADHD e così entrare nelle nostre scuole, ci stanno provando con la dislessia?
Da quando nel 1991 il Dipartimento dell'Istruzione Statunitense diede istruzioni a tutti i funzionari scolastici di istituire procedure per effettuare la selezione e l'identificazione dei bambini con disturbi dell'apprendimento, fornendo loro degli speciali servizi educativi, psicologici e costringendo per legge i genitori a "CURARLI", si sono ritrovati sei milioni di bambini etichettati Iperattivi , curati con un pesante psicofarmaco i cui effetti sono simili alla cocaina e di questi alcuni sono morti per gli effetti collaterali.
I disturbi di apprendimento non sono una recente scoperta ma sono presi dal Manuale di Statistica Diagnostico (DSM IV), la dislessia è riesumata da questo stesso manuale, come l’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività). Non è che anche la dislessia al pari dell’ADHD, faccia parte di un astuto piano di marketing per monitorare i nostri alunni e avere ulteriori finanziamenti?
Dai dati attuali stimano che il 5% dei bambini sono dislessici, che il 4% sono affetti da ADHD, a questi aggiungiamo quelli depressi, ecc... Vogliamo far diventare le nostre scuole l’anticamera del reparto di neuropsichiatria infantile della nostra città? Si sta rischiando di medicalizzare l'istruzione.
Come si può fare affidamento sui risultati di indagini in questo campo quando l'ultima scoperta, resa nota in questi giorni da ricercatori dell'istituto di psichiatria di Harvard è stata che i "bambini che nascono in inverno sono più intelligenti di quelli che nascono in estate?
Come insegnante, alla luce della mia esperienza, posso dire che le difficoltà di apprendimento sono dovute a carenze nella didattica, alla mancanza di una metodologia di studio e di tecniche efficaci nella trasmissione della conoscenza. Esistono scuole in Italia e all'estero dove metodi di studio e tecniche di insegnamento efficaci hanno risolto le difficoltà di apprendimento degli alunni.
Come cittadina mi aspetto che prima che i parlamentari italiani votino e finanzino, con i soldi delle tasse pagate da noi, questa legge, si informino accuratamente su come stanno realmente le cose.














La Stampa, 30.01.06
PUTIN RESTAURATORE
Nuova Russia suona l’ora di catechismo
di Enzo Bettiza


Si direbbe che Vladimir Putin soffra d'insonnia inventiva. Dopo la scoperta del gas come arma egemonica ha ora deciso di reintrodurre nelle scuole l'ora di religione come strumento e simbolo di continuità spirituale fra l'odierna Federazione e la Santa Russia degli zar. L'ora di catechismo partirà col nuovo anno scolastico e si svolgerà, sotto l'etichetta di insegnamento dei «fondamenti della cultura ortodossa», in tre regioni pilota: Kaluga e Vladimir, poco distanti dalla capitale, e poi la lontana Kaliningrad. Qui, nella ex Königsberg prussiana di Kant e dei pastori luterani, l'introduzione della Bibbia in cirillico non potrà non assumere una forte coloritura grande-russa. La materia, insegnata da monaci, inizialmente facoltativa, diventerà obbligatoria dal 2007.

Si tratta di un evento notevole al quale, nel tumulto di altri fatti internazionali incombenti, non si è data la dovuta importanza politica e anche storica che esso senz'altro merita. Con il ritorno dopo quasi novant'anni di assenza della religione nelle aule scolastiche, Putin, mandando in soffitta l'ultimo pezzo della tradizione ateista, completa e anzi rafforza il concordato già da tempo avviato tra lo Stato postsovietico e la gerarchia del patriarcato russo. Non solo. Il restauratore Putin dà anche l'impressione di voler completare così, con un bric-à-brac di elementi eterogenei, ricavati di volta in volta dal modernariato comunista e dall'antiquariato zarista, la singolare ricostruzione o ristrutturazione di uno Stato sempre più promiscuo: una specie di Stato-puzzle composto con frammenti di capitalismo monopolistico, autoritarismo parasovietico, democratismo truccato, il tutto avvolto nel manto di una grandeur veterozarista cui non poteva mancare il tocco mistico e nazionalistico di una rinata Chiesa ortodossa. L'ora di religione, promossa insieme dal Cremlino e da una Chiesa moscovita sempre più influente e vicina a Putin, sostituirà l'ora di «ateismo scientifico» che fino a quindici anni fa era di prammatica nelle scuole sovietiche. Si può misurare l'impatto di rottura di quest'ultima mossa putiniana soprattutto ricordando che l'ateismo, introdotto con virulenza profanatrice nel 1917 dai padri della Rivoluzione d'ottobre, era stato per tre quarti di secolo nell'Unione Sovietica una vera e propria religione di Stato. Per afferrare appieno il senso di rafforzata restaurazione culturale, col ripristino della voce del Cristo ortodosso fra i banchi scolastici, basterà evocare un decisivo precedente avvenuto ai tempi di Eltsin: la demolizione, nella Leningrado ribattezzata San Pietroburgo, di quel sacrilego «Museo dell'ateismo» che i primi leninisti avevano voluto conficcare all'interno della cattedrale di Nostra Signora di Kazan. La distruzione dei musei e delle biblioteche eretti dalle blasfeme società dei «senza dio» contro i santi ortodossi, poi la riesumazione e risepoltura a San Pieroburgo dei resti della famiglia imperiale massacrata dai bolscevichi, quindi le voci ricorrenti di una possibile cacciata della mummia di Lenin dal mausoleo della Piazza Rossa, infine la decisione di ridare ai giovani un'istruzione rispettosa dei «fondamenti della cultura ortodossa»: tutte queste manovre riparatorie, in cui sembrano mescolarsi complessi di colpa e nostalgie di un perduto passato nazionale, si spiegano simmetricamente col ripudio, talora sincero e talaltra strumentale, dei furori atroci e spesso perfino comici che connotavano le incredibili campagne ateistiche bolsceviche negli Anni Venti e Trenta. Bastano alcuni esempi. Il 26 agosto 1929 il governo sovietico istituiva una settimana lavorativa di cinque giorni - cinque di lavoro, uno di riposo - eliminando così la domenica in quanto festa religiosa. La novità doveva «facilitare la lotta per lo sradicamento della religione»; nello stesso tempo Emilian Jaroslavskij, presidente della «Lega dei senza dio», si vedeva costretto a riconoscere a malincuore che meno di dieci milioni di persone su 130 milioni «avevano rotto con la Chiesa». Nell'ottobre 1929 venne ordinata la confisca delle campane, poiché il loro «suono infrangeva il diritto al riposo di larghe masse atee dei villaggi e delle campagne». La famosa e rara musicalità delle campane di chiesa russe non impedì addirittura, a qualche censore ateista, di raccomandarne la soppressione nei battiti d'orchestra della Kovancina di Musorgskij. La propaganda religiosa, «volta ad affievolire lo Stato», poteva essere punita anche con la pena capitale. Il pope di villaggio venne equiparato sociologicamente, penalmente e ideologicamente al kulak, il «contadino ricco» e sfruttatore. Nelle campagne il primo atto della collettivizzazione forzata iniziava sempre con la chiusura della chiesa locale.

Eppure, nulla bastò a estirpare dall'animo delle maggioranze taciturne russe le profonde radici della fede ortodossa. Ricordo che, nell'inverno del 1961, vidi molti contadini farsi fugacemente il segno della croce davanti alla mummia di Stalin. Il giorno dopo la salma dell'ex seminarista giorgiano, che aveva decretato la distruzione di non so quanti seminari e conventi russi, fu cacciata con infamia dal Mausoleo. Putin era allora poco più che un ragazzo. Ma oggi, grande e potente, dopo aver fatto bene i suoi calcoli, deve aver pensato che a un popolo che vedeva perfino in Stalin un semidio sarebbe stato opportuno restituire il Dio intero della Bibbia ortodossa.












Repubblica, 29.01.06
Ricerca Usa: ecco come l'area cerebrale diventa più grande. Normalmente queste zone tendono a ridursi con l'età. Meditare rafforza il cervello. Ecco i segreti della mente.
Esercizio utile anche contro lo stress. Le onde gamma fanno invecchiare meglio e riducono il rischio di malattie
di LUIGI BIGNAMI


Meditare fa bene al cervello e aumenta le capacità intellettive. Sono tante le definizioni di meditazione, perché diverse sono le meditazioni, ma una cosa che le accomuna c'è, ed è arrivata dalla ricerca scientifica. L'ha scoperta un gruppo di ricercatori della Harvard Medical School di Yale e del Massachusetts Institute of Technology. La gente che medita vede crescere il proprio cervello, un fenomeno che non succede a chi non medita. Ma c'è di più.

Scannerizzando il cervello i ricercatori hanno osservato che le parti che aumentano in spessore sono quelle addette all'attenzione e ai processi sensoriali che arrivano dall'esterno. All'interno della materia grigia poi, lo spessore aumenta maggiormente nelle persone adulte rispetto a quelle più giovani. Questo è davvero interessante, sostengono i ricercatori, perché di solito questa sezione del cervello umano normalmente rimpicciolisce con l'età. In altre parole è come se nelle persone anziane la meditazione fosse in grado di far tornare attive quelle parti del cervello che lo sono soprattutto in tenera età.

Spiega Sara Lazar, responsabile della ricerca: "I nostri dati portano a sostenere che la pratica della meditazione conferisce non solo l'aumento della materia grigia, ma anche elasticità alla corteccia cerebrale degli adulti in aree importanti per l'apprendimento, i processi emotivi e lo per star bene". Secondo i ricercatori questa scoperta si conforma ad altre ricerche che avrebbero dimostrato che la meditazione ispessisce le aree del cervello di chi pratica musica, di chi impara molte lingue.

Ma come si è giunti a queste conclusioni? I ricercatori hanno scannerizzato il cervello di 20 persone - alcune delle quali che facevano meditazione da vari decenni altre da un solo anno - e lo hanno confrontato con 15 che non l'avevano mai praticata. Per misurare il livello di meditazione che i partecipanti erano in grado di raggiungere veniva chiesto loro, durante la scannerizzazione del cervello, di provare a meditare solo su ciò che gli capitava attorno ad essi durante le analisi, senza utilizzare particolari metodi di mantra ossia senza usare quei suoni che emessi, secondo la meditazione buddista, sono in grado di liberare la mente dai pensieri. Spiega Lazar: "Se i partecipanti all'esperimento sentivano un rumore essi dovevano ascoltarlo, piuttosto che pensare ad esso. Se non succedeva nulla, dovevano porre attenzione al loro respiro. In altre parole essi non dovevano elaborare pensieri".

Questa fase di studio durava circa 40 minuti, durante i quali la profondità della meditazione veniva misurata attraverso il rallentamento del respiro. Alle persone invece, che non praticavano meditazione veniva chiesto di abbandonarsi ai loro pensieri come facevano quando si rilassavano.

Usando questa base comune la ricerca ha concluso che l'aumento della materia grigia per chi fa meditazione va dagli 8 ai 16 millesimi di centimetro, in rapporto a quanto tempo trascorre durante la sua vita a meditare. "Questo dimostra che l'aumento di materia grigia non dipende unicamente dalla meditazione in sé, ma anche da quanto tempo si trascorre in meditazione e quanto è profonda", ha sottolineato Lazar. Questi risultati tuttavia, sono solo il punto di partenza della ricerca. "Perché in chi medita il cervello aumenta di volume?
La meditazione produce una maggiore connessione tra le cellule o un maggiore afflusso di sangue al cervello? Il comportamento delle persone cambia? E soprattutto: con la meditazione si può rallentare l'invecchiamento? Queste sono solo alcune delle domande a cui ora vorremmo dare una risposta, ma per questo sono necessari molti esperimenti i tempi non saranno certo brevi".












La Stampa, 28.01.06
Perché la Cina non separa bene e male, vero e falso
François Jullien confronta la cultura europea d’impronta platonica con il Libro dei Ching
di Gianfranco Marrone


TRA gli attuali tormentoni mediatici, è particolarmente insistente quello dell'allarme cinese. La Cina è vicina, si ripeteva un tempo con un vecchio film, e questa vicinanza oggi appare - ci dicono osservatori esperti - particolarmente grave per la nostra economia e per la nostra politica. Forse addirittura per la nostra libertà. Non ci resta che prestare attenzione a quanto cerca di spiegarci uno dei più grandi filosofi viventi, François Jullien, studioso del pensiero cinese e dei suoi difficili rapporti con la filosofia occidentale, autore di molti, importanti volumi (Trattato dell'efficacia, Elogio dell'insapore, Strategie del senso in Cina e in Grecia, Il saggio è senza idee etc.), in cui ci mostra come la saggezza cinese - arte, politica, strategie militari, poesia, morale, religione - si rivela ai nostri occhi irrimediabilmente «altra». Se si riesce però a scavare nel suo pensiero, ricostruendo i pezzi di cui è composto e le sue dinamiche, non solo se ne comprendono le intime ragioni, ma si produce anche un fondamentale «effetto di ritorno» sul nostro modo - sedicente naturale - di ragionare, di agire, di immaginare: di vivere. La prima cosa che viene fuori è per esempio il fatto che le nostre opposizioni di base (essenza/apparenza, vero/falso, bene/male, reale/ideale...) in Cina non hanno mai avuto ragion d'essere. Il pensiero europeo, per Jullien, è sempre intimamente platonico: separa l'anima dal corpo, il femminile dal maschile, il bene dal male (cfr. Jullien L’ombra del male, Angelo Colla ed., pp. 148, e19, n.d.r.). Il pensiero classico cinese ragiona invece per polarità: è un sistema di relazioni dinamiche, la rilevazione di continui passaggi, l'affermazione di una predominanza decisiva del divenire sull'essere. Se il nostro mito è Ulisse, eroe dell'astuzia e della tecnica, il saggio cinese è prudente e insinuante, non s'impone, non è dogmatico, lascia accadere: trae profitti dalla propria iniziativa ma dall'evoluzione delle cose. Il luogo dove questo groviglio concettuale emerge meglio è senz'altro il testo classico della cultura cinese antica, il celebre libro dei Ching, che a partire dagli entusiasmi junghiani d'inizio secolo scorso è approdato nei salottini radical chic dove patetici indovini si ammantano d'una sapienza orientale stereotipa che, per Jullien, è profondamente scorretta. In Figure dell'immanenza, tradotto da Laterza, Jullien ci regala finalmente una ricostruzione filologica e concettuale del testo dei Ching, prendendo le distanze non solo da queste patetiche infatuazioni esoteriche, ma anche dalle diffidenze erudite di molti sinologi, che si limitano a vedere in questo «Classico del cambiamento» una stratificazione confusa di autori ed epoche molto diversi. La logica interna a I Ching, mostra l'autore, coniuga intimamente l'insieme delle figure numerose che per combinatoria si succedono nel volume e i commenti che provano a interpretarle. Quello che è il testo di base a cui un'intera civiltà per millenni ha fatto riferimento (un po' come per noi è la Bibbia) si presenta a prima vista come una costruzione affastellata e incoerente: il suo punto di partenza non sono parole che trascrivono messaggi profondi trasmessi per via orale da entità trascendenti (com'è, appunto, nel caso delle nostre Sacre Scritture) ma due segni molto semplici, la linea continua e quella spezzata, che si combinano fra loro formando serie di trigrammi e sistemi di esagrammi. L'alternanza fra gli opposti, il loro accostamento, il passaggio costitutivo dall'uno all'altro dicono incessantemente - da cui i commenti alle figure distribuiti lungo il libro - della primarietà del movimento sulla stasi, del fatto cioè che le opposizioni (bene/male, giusto/ingiusto...) non si conciliano mai (alla maniera della dialettica hegeliana), e di conseguenza nessuno dei due termini è in linea di principio da preferire all'altro. Ci sono momenti in cui uno prevale e l'altro soccombe, ma ce ne saranno altri in cui accadrà il contrario, e così via senza fine, in un eterno succedersi di yin e di yang, di continuo e discontinuo, di luce e di buio, di tenero e di duro. Per questo, il codice profondo che regge il dispositivo formale dei Ching non è né esclusivamente linguistico (l'interpretazione della Parola) né esclusivamente visivo (la rappresentazione del Trascendente), ma si presenta già come una miscela originale di concetti e di immagini che vanno a formare - da cui il titolo del volume di Jullien - una serie al tempo stesso affascinante e ambigua di Figure dell'Immanenza: luogo dove il pensiero si forma innanzitutto per segni, nel crinale originario fra parole e immagini, scrittura e oralità, messaggi di base e loro interpretazioni successive. Niente di più lontano, come si vede, dalla nostra mentalità metafisica che privilegia lo scritto al parlato, la parola all'immagine, il concetto all'intuizione, l'essere al divenire.

venerdì 27 gennaio 2006

Il Giornale, 27.01.06
ARTAUD Lo specchio oscuro del genio malato
di Stenio Solinas


A vent'anni è il primo ricovero per depressione, a ventiquattro la sifilide: il combinato disposto di arsenico, mercurio, bismuto, laudano, preparano la strada di un processo schizofrenico inarrestabile. Da quel 1935 che segna di fatto l'abbandono delle scene, cinematografiche e teatrali, la caduta è vertiginosa: il 1936 lo passa in Messico, vivendo con la tribù indiana dei Tarahumara e partecipando al rito del peyoti, il 1937 lo vede prima in clinica, poi in Irlanda, dove è arrestato per oltraggio al pudore e rimpatriato, poi di nuovo in ospedale. Da allora e fino al 1946 non ne uscirà più: cambiano i luoghi di ricovero, i metodi di cura, comprese quelle scariche di elettroshock contro cui non smetterà di indignarsi, ma non la diagnosi: malato mentale irrecuperabile.
Intorno alla schizofrenia la rassegna del Pac ruota come una sorta di farfalla attratta irresistibilmente dalla luce. Nel ricostruire la stanzetta - il letto di contenzione, la camicia di forza - dove, un carcerato più che un malato, Artaud subisce in 19 mesi 52 scariche, le radiografie che dimostrano una lesione permanente alla spina dorsale come conseguenza, le immagini fotografiche di un trattamento forzoso di quel genere su un paziente recalcitrante, Lebel ha buon gioco nel mostrare l'incapacità della scienza medica ufficiale nell'accettare una malattia che nella moltiplicazione degli io nasconde pozzi insondati di creatività. C'è qualcosa di inumano, o di troppo umano, in quei clinici che per annientare il delirio di una mente annientano, né più né meno, la mente stessa.
Come si lamenterà, con perfetta lucidità, lo stesso Artaud: «L'elettroshock fa di me un assente che si avverte assente e che per settimane va in cerca del proprio essere, come un morto accanto a un vivo che non è più lui, che esige la sua venuta e nel quale non può più entrare. Dopo l'ultima serie, sono stato per tutto agosto e settembre assolutamente incapace di lavorare, di pensare, di sentirmi essere. Questo trattamento iniquo mi distacca da tutto e dalla vita».
Eppure... C'è nel catalogo un'intervista ad André Berne-Joffroy, già conservatore al Museo d'arte moderna di Parigi, visitatore di Artaud all'ospedale psichiatrico di Rodez, dove alla fine era stato rinchiuso, e in pratica l'uomo che si incaricherà di mettere in salvo manoscritti e documenti dopo la sua morte, che induce a molte cautele. Secondo Joffroy «se Artaud non fosse stato sottoposto a quel trattamento non si sarebbe potuto farlo uscire nel 1946. Sicuramente, gli elettroshock hanno migliorato molto la sua parafrenia... Dico soltanto, e lo dico nel modo più categorico, che stava molto meglio quando è uscito da Rodez rispetto a tre mesi dopo. È stato allora che l'ho rivisto, e mi è sembrato un vecchio. Dal momento in cui hanno cominciato a fornirgli oppio o altre droghe è dimagrito moltissimo, si è ingobbito. Quando l'avevo visto a Rodez stava ancora più o meno eretto. Quando l'ho rivisto a Parigi era invecchiato di vent'anni. Irriconoscibile».
Più Lebel nell'intervista si erge ad accusatore della medicina ufficiale, vista come una confraternita di carnefici-stregoni, più Joffroy puntualizza, riconduce alla realtà, fa capire l'impossibilità per Artaud di un'esistenza quotidiana autonoma fuori dalle mura in cui fu richiuso. Ed è del resto lo stesso Lebel a ricordare che la richiesta al dottore Ferdière, il medico dei famigerati elettroshock, di curare Artaud venne proprio da uno dei suoi amici più fraterni, il poeta surrealista Robert Desnos: «Bisogna che si occupi di lui. Questa volta non temo per il suo stato mentale, è il suo stato generale ad inquietarmi».
Insomma, il confine fra genio e follia, ovvero l'anormale normalità del genio, è esile e difficile da individuare. E i complessi di persecuzione, le moltiplicazioni di personalità, i rituali scaramantici, i tic, le manie, le violenze contro se stesso e contro altri disegnano un percorso irto di difficoltà, foriero di fraintendimenti.
Nelle sale del Pac, le 44 istantanee che Denise Colomb gli scattò nel dicembre del 1946, sei mesi dopo che era stato definitivamente dimesso, fanno il paio con i coevi ritratti di Jean Dubuffet, un volto maledetto da derviscio, maligno e sfrontato, segnato e contorto, vinto e vincitore: «Nonostante i suoi abiti logori e sudici ha un'eleganza imponente, come un magnifico principe, tremendo nella sua follia».


Artaud Volti/Labirinti
a Milano fino al 12/02/2006

La mostra Artaud Volti/Labirinti presenta la visione complessiva delle attività creative di Antonin Artaud (1896-1948), un personaggio considerato in Francia sovversivo quando era ancora in vita e poco conosciuto in Italia.
L'esposizione ideata da Jean-Jacques Lebel e Dominique Paini, conclude la feconda collaborazione artistica con Jean-Hubert Martin che ha portato a Milano il meglio dell'arte del presente. Il Padiglione d'Arte Contemporanea è sfruttato in maniera interessante: nelle nicchie sono sistemate schede specializzate, monografiche - in una vi è la ricostruzione della stanza degli elettroshock - mentre nel grande corridoio che guarda sul giardino sono montati schermi che scendono dal soffitto, sui quali sono proiettati i molti film che l'artista ha interpretato. Sul retro di ogni telone vi è uno specchio, una soluzione coerente con il tema della mostra che coinvolge e sconvolge l'intero essere.
Il personaggio Artaud, artista, poeta, attore e regista di teatro, è complicato per l'uso che ha sempre fatto di se, del proprio corpo e della sua capacità creativa. La mostra propone con forza proprio questo aspetto, come una sua vendetta contro tutto il Novecento artistico. Jean-Jacque Lebel, artista provocatorio pure lui, ha definito la mostra un "inferno, un luogo senza capo né coda" perché non vuole essere una proposta organica, ma denunciare la consistenza e l'importanza di un protagonista che si è cimentato in tutti i campi. Artaud che ha attraversato tutta la scena artistica francese, è fortemente legato al surrealismo e lo propone come il luogo della cultura. Era una persona malata di mente, soffriva di sdoppiamento della personalità e questa sua caratteristica gli ha procurato enormi problemi. Tra l'altro è stato sottoposto a numerosi elettroshock a scopo terapeutico che gli hanno procurato una frattura alla colonna vertebrale ed è morto di cancro non diagnosticato. Ha portato nell'arte la sua vita tragica. Rendendola pubblica dimostrava di voler essere sempre se stesso con tutte le contraddizioni corporee, fisiche e patologiche e trasferire attraverso la creatività tutto il suo essere. Lui scriveva in francese ed ha inventato una lingua che vuol essere l'espressione di quello che lui è. Paolo Fabbri, nel saggio in catalogo, ripercorre la forza di questi segni nei disegni, nella lingua e negli autoritratti.
Una sezione è dedicata al suo volto, certamente bello da giovane, che si è trasformato in maschera con il passare degli anni. Ritratto da Jean Dubuffet, Man Ray, Balthus, Eli Lotar, Armand Salacrou, Denise Colomb e Georges Pastier, Artaud offre sempre un aspetto nuovo con innumerevoli espressioni dove la tragedia a volte può esprimersi anche con una risata. Questa mostra, di un genere inconsueto, rende omaggio a un pensiero che occupa una posizione d'estrema rilevanza nella cultura della nostra epoca.

Informazioni utili
Artaud Volti/Labirinti
Curatori : Jean-Jacques Lebel e Dominique Païni
A Milano dal 6/12/2005 fino al 12/02/2006
Pac Padiglione d'Arte Contemporanea - Via Palestro 14
Orari: 9.30 - 17.30 da martedì a venerdì; 9.30 - 19.00 sabato e domenica; chiuso il lunedì, Natale e 1° gennaio
Ingresso: gratuito





Corriere della Sera, 27.01.06
Da McCartney alla Stone. Su «Ok Salute» come curarsi
L’avarizia? Una vera malattia
Lo psichiatra: «E' diffusissima, la mancanza di soldi non c'entra». Chi ne soffre non lo sa. Per qualcuno è diventata un valore


Dalla regina (Elisabetta) che ricicla persino la carta dei pacchi-regalo alla rock star (Rod Stewart) che accortosi di aver pagato una bottiglietta d’acqua senza averla consumata ritornò il giorno dopo al ristorante per avere indietro ciò che era suo. Tirchieria gran brutto vizio, o addirittura «malattia» perché dal soldo l’avaro si sposta sempre sui sentimenti: non dà materia, né affetto, il pitocco. E si è pure evoluto, ultimamente, nobilitando il vizio alla voce «valori »: «risparmio sul riscaldamento perché inquina» o «mangio poco ma sano». Ma per il mensile in edicola Ok — La salute prima di tutto, la malattia è di quelle «vere». Dalla quale però è possibile uscirne, riconoscendone i sintomi, riflettendo: «Pensi che gli altri si godano la vita più di te?»; «Menti per non offrire?»; «Provi dolore nell’invitare a casa gli amici? ». «L’avarizia è diffusissima — spiega il professore Alberto Maria Comazzi, psichiatra e psicoanalista —. E non ha nulla a che fare con la mancanza di soldi e con la necessità di risparmiare». Così è difficile che un taccagno sia povero ed è invece facile che un avaro sia ricco o quantomeno benestante.

Più uomini, che donne. E’ uomo Arpagone nell’Avaro di Molière che coccola la sua cassetta piena di denaro. E’ un papero Paperon de Paperoni che è felice solo quando nuota nei suoi cent. E’ un attore Tobey Maguire che coltiva le rose per risparmiare sui bouquet da regalare alle «fidanzate ». E’ un cantante Paul McCartney che alla festa data in onore di sua moglie fece pagare agli ospiti i drink. Era un comico Charlie Chaplin che non dava mai un party ma s’imbucava sempre a quelli degli altri. E poi ancora ometti «beccati» sulle mance: da Sean Connery, Bruce Willis, Mike Jagger eMatt Damon e Ben Affleck, mai un cent da loro ai camerieri che stufi li hanno segnalati su Internet nella top «tirchi e famosi ». Per giustizia non senza divine pitocchiose: la regina Elisabetta, ma anche sua sorella Anna che pranzava con i ticket sconto del Times, e poi Barbara Streisand, Jennifer Lopez, Sharon Stone, Julia Roberts a Valeria Mazza, Madonna, Elisabeth Hurley. Ok salute fa un centinaio di nomi, certi, presunti e per sentito dire. Fra i «parsimoniosi», molti italiani. C’è a sorpresa Barbara D’Urso («Forse perché semplicemente non butto via i miei soldi in pellicce e auto e lavoro perché mi piace, maanche perché ho due figli da mantenere); Matteo Marzotto («Sarà perché qualcuno in famiglia era di braccine corte, io personalmente no. Non sperpero, ma neppure mi considero un avaro); Emanuele di Savoia («Dissi che ero tirchio una volta raccontando che non mi piace spendere più di quello che guadagno») e Enrica Bonaccorti («Origini genovesi e radici ebree e me ne vanto. Ma al contrario in famiglia mi hanno sempre detto che ho le mani bucate»).
«L’avaro comunque sia — dice Ines Staletti, psicoterapeuta di scuola Adleriana — non ammetterà mai di esserlo, non riconosce il suo atteggiamento che è soltanto, per lui, di difesa di quello che possiede. Anzi si sente "vittima" di continue aggressioni a ciò che gli appartiene, sentimenti o denaro. E le rare volte che chiede aiuto è perché si sente solo, isolato dal mondo e non ne capisce il motivo». A chi credere, allora? Al primo che organizza una cena per tutti.
Paola Pollo







Sanihelp.it, 26.01.06
Tutti in palestra contro la depressione


Per combattere la depressione, l'esercizio fisico potrebbe rappresentare una terapia alternativa e con effetti immediati anche per i pazienti con disturbi gravi.

Secondo un'indagine della University of Texas di Austin, già una breve passeggiata produce un effetto immediato sull'umore e dà uno stimolo emotivo considerevole.
I ricercatori sono arrivati a questa conclusione dopo aver valutato gli effetti di un moderato livello di attività fisica (30 minuti al giorno) su un gruppo di 40 pazienti affetti da depressione.

Il motivo é in parte fisiologico: probabilmente l'esercizio fisico stimola il rilascio di quei composti chimici, la norepinefrina e la serotonina, che sono anche il bersaglio degli antidepressivi, associandolo alla soddisfazione congitiva derivante dall'idea di tenersi in forma. Se i pazienti depressi si sforzeranno di uscire di casa per fare esercizio in palestra o semplicemente passeggiare, secondo gli studiosi troveranno un buon modo per tenere sotto controllo la propria malattia giorno, trasformando lo sport in una vera e propria terapia.

Fonte: ANSA Salute
































ANSA, 26.01.06
Ansia parto dei papa' nuoce a donna
Soprattutto dopo un cesareo i dolori della donna aumentano


Paure e ansie dei papa' per il parto della mamma potrebbero aumentare, nella donna, il dolore per un cesareo o comprometterne l'allattamento. Lo rivela un'indagine dei ricercatori della University of Bath e dell'Imperial College di Londra, diretta da Ed Keogh. Spesso molti uomini, completamente impreparati o quasi, si ritrovano preda di paure per il cesareo cui dovranno assistere, rischiando di trasmettere la loro ansia alla mamma, con risultati negativi per lei e per il nascituro.































Corriere della Sera, 26.01.06
Ricerca della Società Italiana di Andrologia
E' boom di sesso «dopato» in Italia
Giovani perfettamente sani tra i 20 e i 35 anni chiedono sempre di più aiuto ai farmaci per stupire la partner con super-prestazioni


In Italia c'è un boom di «sesso dopato» tra i giovani.
Hanno magari solo 20 anni e sono sani ma vivono i rapporti intimi come una gara. E così vanno dall'andrologo, o navigano in Internet, alla ricerca di un farmaco per stupire la partner. A lanciare l'allarme, oggi a Milano in occasione di un'incontro promosso da Pfizer (produttrice del Viagra), sono gli esperti della Societá italiana di andrologia (Sia).
«Da un'indagine condotta attraverso la distribuzione di questionari a circa mille specialisti della Penisola - ha riferito Bruno Giammusso, segretario Sia e responsabile del Servizio di Andrologia chirurgica dell'universitá di Catania - risulta che le cosiddette richieste atipiche, quelle cioè di chi vuole una pillola anti-impotenza pur non avendone bisogno, riguardano quasi il 10% degli uomini visitati dall'andrologo».

L'IDENTIKIT - Ecco l'identikit dei non-malati che cercano un aiuto farmacologico per una super-prestazione: «Tra i 20 ai 35 anni - spiega Giammusso - , senza connotazione geografica particolare, va dall'andrologo da solo, senza una partner, e fa richieste molto precise: sa perfettamente di non avere alcun disturbo, ma insegue la performance stupefacente chiedondo un farmaco». Ma il vero problema è un altro: «Questi giovani cercano di reperire i medicinali che vogliono per vie alternative, vendita online o consigli di figure parallele ai veri esperti». Così facendo «sfuggono al medico», lasciando immaginare un sottobosco di richieste che non arriva all'andrologo e un fenomeno dai numeri assai più grandi di quanto non si riesca ora a calcolare.

I RISCHI - «Il messaggio che vogliamo dare», prosegue lo specialista, «è quello di rivolgersi sempre al medico per questo tipo di problemi. Il medico non è solo un dispensatore di farmaci, ma anche e soprattutto di informazioni e saprà dirimere quali sono i casi in cui un aiuto è necessario, fosse solo per superare qalche problema psicologico». E prosegue Giammuso: «Ma prendere questi farmaci senza porsi domande può innescare due ordini di problemi. Il primo è la possibilità di effetti collaterali, anche se piuttosto infrequenti tra i giovani. Il secondo, e molto più insidioso, è lo sviluppo di una dipendenza psicologica. In questo caso chi comincia prendere il farmaco senza motivo rischia, se non assistito, di pensare di non potercela più fare da solo e così il farmaco rischia di diventare una specie condanna».
Luigi Ripamonti










Liberazione, 26.01.06
Comunismo e nazismo, due storie diverse
di Rina Gagliardi


Vien quasi da sobbalzare sulla sedia: ieri un organismo ufficiale dell’Unione europea ha discusso una risoluzioine che equipara il comunismo al nazismo e apre, né più né meno, una nuova stagione di caccia alle streghe, densa di fuori ideologici e politici. A quasi vent’anni dall’89 e dalla caduta dei regimi dell’est europeo, l’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha sentito il bisogno di chiudere così la discussione sul ‘900 - proprio come fosse un redivivo tribunale del senatore americano McCarthy. Una scelta grave e inaccettabile, nel suo duplice versante: quello storico, in virtù del quale viene sancita la natura “intrinsecamente criminale” del comunismo, e i suoi misfatti giudicati della stessa portata della Shoah; e quello politico, che si traduce in una delegittimazione totale dei partiti comunisti del presente, quindi nella legittimazione preventiva di ogni “intervento internazionale” (leggi: guerra) eventualmente teso al rovesciamento dei governi (come Cuba) retti da partiti comunisti. A completare il quadro, che comprende anche la condanna di Karl Marx (la cui opera “porta in sé i germi del terrore e dello sterminio”, ha spiegato lo svedese Goran Lindblad), c’è anche un invito esplicito al revisionismo storico-simbolico: riscrittura dei manuali scolastici, monumenti da erigere, vie e piazze da rinominare, e via dicendo. Insomma, non diremo che, come centosessant’anni fa, uno spettro s’aggira, di nuovo, per l’Europa. Diciamo, piuttosto, che la paura del mutamento, di quell’altra Europa possibile che già vive nei movimenti e nella sinistra, è così forte, che ogni mezzo per sconfiggerla diventa lecito - come le crociate, i paralleli fuorvianti, o la guerra ideologica.
Il tentativo di far passare l’equivalenza comunismo=nazismo, stalinismo=hitlerismo, del resto, non è nuovo. Ma ci sono almeno tre ragioni che lo rendono insostenibile. Intanto, esso implica una radicale sottovalutazione di ciò che è stata, nella realtà storica, la tragedia dello sterminio degli ebrei (e dei rom, degli slavi, degli omosessuali e di altre minoranze): non ci sono paralleli possibili, per un genocidio di questa entità, intensità, intenzionalità e - non ultimo - “teorizzazione scientifica”. Non stiamo accreditando, con ciò, alcuna giustificazione per la nostra parte: gli errori (e gli orrori) del regime di Stalin sono stati grandi, come le sue degenerazioni (e sono i comunisti del XXI secolo a portarsi addosso, dentro di sé, una ferita non certo rimarginata, un fallimento che pesa sulle nostre battaglie di oggi). Stiamo sottolineando la natura eccezionale dei crimini perpetrati dal nazismo: il genocidio pianificato. Per la prima volta, nell’era moderna, milioni di esseri umani vennero sterminati, uccisi, imprigionati, affamati, privati di ogni basilare diritto umano non per ciò che avevano fatto, non perché erano accusati o sospettati di aver fatto qualcosa, ma per la sola colpa di esser nati - di appartenere ad una cultura, un’etnia, una religione, un credo politico, o di soffrire di un handicap fisico o mentale. Una tale aberrazione resta un unicum tremendo.
Ma nessuno può sostenere che essa fu il frutto di processi degenerativi, involontari, in qualche modo incontrollati: al contrario, essa era stata teorizzata diciotto anni prima, progettata, spiegata al “popolo” in termini molto precisi, quasi identici a quelli con cui poi sarebbe stata tradotta in pratica. Chi avesse voglia e tempo di leggersi, ancor oggi, il "Mein Kampf" (un libro così voluminoso che in realtà pochissimi lo hanno letto), vi troverebbe, né più né meno, la descrizione di ciò che il nazismo voleva fare e ha effettivamente fatto. Come si fa a sostenere che un’ideologia nutrita di antisemitismo, bellicismo, militarismo, violenza, nazionalismo, disprezzo per i deboli, e che ha coltivato tutte queste ignobili pulsioni fino allo loro forma estrema, sia paragonabile non si dirà allo stalinismo, ma ai peggiori regimi autoritari? Come si fa a dire che chi ha scatenato una guerra mondiale, costata decine di milioni di morti e inaudite devastazioni civili, porta la stessa responsabilità storica di un dittatore pur sanguinario e crudele? Quando lo si dice, si offende, prima di tutto, la memoria degli ebrei e delle vittime del nazismo. Si fa un passo ulteriore verso il revisionismo storico. Si fa una semplificazione molto rozza e alquanto ignobile.
In verità, il “comunismo statuale” - meglio sarebbe dire il “socialismo reale”, il o i regimi retti da Partiti comunisti che ci sono effettivamente stati nella storia - è stato finora severamente sconfitto, non, però, nel nome delle sue finalità ideali e dei suoi obiettivi dichiarati. Lo stalinismo è una tragica degenerazione, non l’applicazione coerente del programma del Partito bolscevico. L’oppressione autoritaria, il virus burocratico, la passivizzazione delle masse, la negazione della libertà politica e sindacale non appartengono, in nessun caso, alle ragioni per cui - ieri e oggi - milioni di persone diventano comuniste: la cui aspirazione, le cui speranze, sono precisamente l’opposto, una società in cui “il libero sviluppo di ciascuno sia la condizione per il libero sviluppo di tutti” - e in cui non il mercato, non lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, non la logica d’impresa, ma la libera e solidale cooperazione delle persone costituisca il fulcro di un più razionale consesso civile. Questo straordinario progetto - questo immenso sogno di liberazione - non è riuscito finora a realizzarsi, a “incarnarsi” nella storia, a farsi governo: è vero, è stato vero per gli ottanta-novant’anni che ci stanno alle spalle. E’ vero che, nella realtà storica e nella concreta dinamica dei suoi processi, ha vinto - finora - un altro “principio”: la pratica di un potere che si separa dai suoi fini, degenera, “tradisce” i principi che lo hanno nutrito, anzi che lo hanno trasformato in forza politica effettiva. Così è andata nel ventesimo secolo in Europa, così - temiamo - rischia di accadere a tutt’oggi in altri luoghi del mondo. Per una ragione, su tutte, che già era lucidamente presente alla coscienza del giovane Marx: perché la trasformazione - la liberazione - della società è maledettamente lunga e difficile. E perché scrollarsi di dosso tutto il “sudiciume” che la società borghese alimenta dentro le persone, e praticare davvero il cambiamento, richiede forse molte e molte generazioni: né basta certo la “presa del potere” a fare una nuova società, forse non è proprio da lì che si deve incominciare. Ma come si fa a pensare che tutto questo abbia qualcosa a che fare, o abbia addirittura una parentela organica, con il fascismo, il nazismo, l’autoritarismo?
Se così non fosse, del resto, il comunismo sarebbe finito in quel giorno ormai lontano - quando cadde il muro della vergogna, o quando la bandiera rossa venne ammainata dalle guglie del Cremino. Invece no, esso continua a vivere nella coscienza e nel cuore di milioni di persone, che non hanno nostalgie, proiettano sul futuro le loro speranze, rifiutano come insopportabile e profondamente offensivo ogni paragone con le camicie brune o le Ss. L’Europa ufficiale non lo sa, e non lo sa Goran Lindblad (lo svedese che forse farebbe meglio a guardare nella storia del suo paese, dove troverebbe la pratica dell’eugenetica praticata negli anni ’30 contro sessantamila handicappati, e la ipocrita complicità del governo di Stoccolma con i nazisti e i loro trasporti di minerali dalla Norvegia, durante la II guerra mondiale): ma il comunismo storico è stato e sarà tanto più grande del “socialismo reale” di Bucarest, Sofia e anche Mosca. Finchè ci sarà il capitalismo, e la sua regressione sociale e civile, finchè il profitto muoverà il mondo, l’economia, i mercati, finchè ci saranno “ingiustizie” e disuguaglianze, finchè le bestie del nazismo, del razzismo e dell’antisemitismo continueranno ad allignare, caro Lindblad e cara Europa, là ci sarà un comunista.







Liberazione, 26.01.06
Dopo il 14 gennaio a Milano. Come non disperdersi e dare concretezza a un soggetto collettivo
Il silenzio, le parole. E ora piccoli progetti di donne.
A partire dalla quotidianità e dai problemi concreti
di Emanuela Borzacchiello


Parole. Iniziamo da alcune pronunciate senza un'esatta cognizione di causa. Ascoltato dalla Commissione Affari sociali della Camera nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulla applicazione della 194, Carlo Casini (presidente del Movimento per la vita), ha dichiarato che «nell'80% dei casi non solo alla donna non viene prospettata alcuna alternativa all'aborto», ma non viene neppure «chiesto il motivo della sua intenzione». Spesso l'incontro con il personale del consultorio, ha aggiunto Casini, è vissuto come «una sollecitazione all'aborto».

Parole, giunte chissà da dove, chissà perché. Ai cattolici Cav (Centri di aiuto alla vita) sono giunte notizie di bambini abortiti, ma vivi, e quindi lasciati morire sul tavolo operatorio.

Parole, il cui senso si è rafforzato. Prima del 14 gennaio, prima della manifestazione milanese, c'è chi ha definito i cortei noiosi, roba maschile perché parte della storia del movimento operaio. Ci sono modalità di espressione che vengono da lontano, ma ci sono valige che è bene portarsi nel proprio tempo, se contengono esperienze democratiche, ricche e condivisibili. Ma è anche vero che da lì bisogna partire per inventare anche altro.

Parole che costruiscono domande. Si sta abbattendo sulla riva la seconda ondata del femminismo? chi sono le nuove protagoniste? cosa vogliono? qual è l'identikit della neo-femminista?

Parlare di "seconda ondata" implica il riconoscere una sorta di continuità con il movimento degli anni Settanta. Pochissime sono le donne giovani che hanno sfilato a Milano e si identificano con il femminismo, riconoscendo una sorta di maternità simbolica con coloro che diedero vita e animarono quello stesso movimento. Molte non si definiscono femministe, né si riconoscono protagoniste di qualcosa, se non della propria identità. Sono scese in piazza, hanno dato vita ad un corteo animato da una molteplicità di pensieri e per la prima volta hanno avuto la percezione che sia indispensabile unire rivendicazioni specifiche di genere alla difesa di diritti civili.

Il femminismo ha prodotto una fecondazione sotterranea dei linguaggi e dell'agire politico, ci ha trasmesso "un'eredità senza testamento", così come la definiva la rivista latinoamericana Fempress, quando nel 2000 pubblicò un'inchiesta sui femminismi di fine secolo. L'inchiesta fu realizzata partendo dal presupposto che il femminismo del Novecento avesse trasmesso un'eredità che chiunque può prendere. Un'eredità che non comprende solo idee femministe ma anche modi di essere, pratiche di vita, priorità politiche.

In molte, oggi, condividiamo la paura di vedere eclissarsi un movimento non organizzato, perché è difficile riunirsi, perché è difficile trovare un linguaggio diverso che non tradisca quello che vuoi dire, perché è difficile dare identità ad un progetto. Ma è necessario. Ed è così che all'indomani della manifestazione è iniziato il silenzio di molte che stanno progettando a partire dalla propria quotidianità - così come scriveva Eleonora Cirant su queste pagine. Piccoli progetti, senza troppe pretese, a partire dai luoghi che ci circondano, dalle donne che si hanno intorno, da problematiche vissute. Magari all'inizio si incespica, si inciampa, non si sa come dirle le cose, si pecca di ingenuità. Ma va bene lo stesso, perché ora si sta crescendo. Si sta cercando di non disperdersi e di non perdere delle competenze che vanno riconosciute e valorizzate, di dare concretezza ad un soggetto collettivo, ad una assemblea permanente, come ripeteva Lea Melandri negli incontri di "Usciamo dal silenzio". Un silenzio, questa volta, carico di suoni.

La difesa della 194 ha portato già ad un primo, reale risultato. Ha riempito di significati e di contenuti questa stessa difesa. Il significato della necessità politica di voltare pagina, perché non è più possibile ammiccare al Vaticano da un lato e cavarsela con generiche promesse da marinaio a un'Italia laica che non vuole giocarsi, per una manciata di voti, diritti civili e pratiche democratiche. Si è affermato che "autodeterminazione" della gravidanza diviene una parola vecchia, da riconsegnare al passato se non la si riempie di nuovi contenuti. Un lavoro precario, un contratto a termine, ti priva di quella autodeterminazione. Una donna straniera, una manager promettente o una free- lance non ha la possibilità di scegliere se diventare madre, perché con quel figlio si farà fuori da sola.

Forse, se proprio vogliamo avventurarci in un confronto fra le manifestazioni degli anni Settanta e quello che nasce ora, possiamo farlo sul piano delle sensazioni. Se negli anni Settanta si era in una manifestazione, si guardava oltre frontiera e si vedeva che in Cile spadroneggiava Pinochet, un po' di paura te la portavi addosso. Oggi possiamo guardare all'America Latina e vedere proprio in Cile la prima donna Presidente, Michelle Bachelet, e un po' di speranza possiamo preservarla dentro.








Liberazione, 26.01.06
Ognuna col proprio vissuto nella piazza di tutte
Il corteo di Milano, la nostra prima volta
di Mariarosaria La Porta e Ilaria Moroni*


Non ci aspettavamo di essere così tante a Milano quel giorno e ora è difficile raccontare l'esperienza e il vissuto che ci ha tenute legate per ore in un corteo di voci e colori diversi, che hanno saputo riprendere la parola come se non avessero mai conosciuto il silenzio.

Ci siamo unite al corteo in un viale, assolato e festoso, quasi incredule di esserci finalmente. Dopo mesi di dibattiti, incontri e confronti abbiamo voluto testimoniare col nostro corpo, con la nostra presenza, lo strappo forte che si sta consumando tra le donne e la politica negli ultimi anni, in un clima culturale che ci costringe ai margini della vita del paese per riprenderci solo come oggetti di un dibattito che dovrebbe invece vederci protagoniste. Non eravamo lì a Milano solo per la 194 o per seguire una bandiera o per anticipare i toni di una campagna elettorale che già ai primi accenni tenta di escluderci. Eravamo lì a testimoniare ognuna la propria differenza per tentare di riprenderci uno spazio pubblico che, visto che "siamo più della metà", ci spetta di diritto. Ognuna di noi ha affermato la propria istanza, il proprio vissuto di donna provando comunque a coniugarlo in un comune sentire: che si trattasse della soggettività politica e di una cittadinanza ancora dolorosamente incompiuta o di un precariato che paralizza qualunque progetto di vita, abbiamo sentito che la "piazza" era in grado di contenerci. E sicuramente altri lo hanno avvertito perché da quel giorno in poi il dibattito non si è fermato e ogni commentatore ha cercato in modo maldestro di arginare quello che è parso un fiume in piena, senza riuscire a capire che ognuna di noi a Milano è stata donna fra le donne in movimento. Se vi state domandando cosa ci fosse di politico a Milano vi risponderemo: Tutto! La politica investe la sfera dei singoli, donne e uomini, e da sempre l'agire politico delle donne è un agire collettivo. Ma non troverete nulla di politicizzato nelle istanze singole che si sono incontrate. Se un messaggio forte doveva passare, questo è stato... generazioni e generi a confronto, il femminismo "vecchio" e nuovo e molti uomini, per dire una sola cosa: siamo contro le ingerenze nella vita dei singoli, contro le parole sui nostri corpi, contro la morale usata arbitrariamente, contro chiunque farà finta che le condizioni di vita delle donne non riguardino la società intera. Per ragioni anagrafiche, Milano è stata la nostra prima "piazza" ma siamo fortemente consapevoli che da qui indietro non si torna.

*Comitato Siamo più della metà
















Liberazione, 26.01.06
Legge 180
Un'esperienza sconvolgente


Gentile direttore, dopo aver saputo delle dichiarazioni del ministro della Sanità Francesco Storace di mettere mano alla legge 180, che regolamenta l'operato psichiatrico, in me è nata una fortissima preoccupazione. Ho subito diversi Tso (trattamenti sanitari obbligatori), e dopo il primo, avvenuto nel giugno del 1996 a soli 32 anni, ho deciso di scrivere un libro sulla mia destrutturante, distruttiva, spaventosa, colma di sofferenza, drammatica, sconvolgente e dolorosissima esperienza di ricovero coatto. Per provare a ottenere una sacrosanta giustizia e per far capire come si passa, dopo un Tso, dal pieno fulgore all'essere ridotto peggio di una larva umana. Dopo ogni ricovero (ben 6...) sono stato costretto, per mesi e mesi, ad affrontare una disperata e durissima risalita per colpa dell'overdose di psicofarmaci, che mi hanno completamente stroncato sia a livello psichico che fisico. Per mesi non riuscivo ad alzarmi dal letto. Se la mia lettera sarà pubblicata, nessuno potrà dire che non era a conoscenza di come vengono massacrate le persone dai Tso e da certa psichiatria, che è la più diffusa. Altre volte sono stato male ma essendo stato curato nel giusto modo non ho subito danno alcuno e non sono stato imprigionato, e questo è il punto decisivo, difatti ci si può curare senza subire il carcere e l'atroce massacro del Tso. Chiedo l'intervento di tutti per evitare che un'eventuale modifica della legge 180 faccia peggiorare le già gravi condizioni imposte alle persone che già di per sé stanno male. Da parte mia, sono fortemente deciso e fortemente determinato nel voler portare avanti questa lottaÉ
Natale Adornetto, Catania














Liberazione, 26.01.06
Prima enciclica di Ratzinger. «Uno stato senza giustizia è una banda di ladri (S.Agostino)».
«Marxismo «sogno svanito» ma rischi di secolarizzazione per il volontariato cattolico
Eros è amore. E carità non è politica
di Fulvio Fania


Città del Vaticano - Il fatto curioso è che una delle frasi che più impressionano nella nuova enciclica del Papa, visti i tempi che corrono, la scrisse molti secoli fa Sant'Agostino, sempre citatissimo dal teologo Ratzinger. «Uno stato che non fosse retto secondo giustizia si ridurrebbe ad una grande banda di ladri», disse in latino il vescovo di Ippona e ripete oggi Benedetto XVI. Che la politica debba avere per scopo la giustizia, che non possa limitarsi alla tecnica degli ordinamenti, che insomma lo Stato non debba essere neutrale di fronte alle contraddizioni sociali, è affermazione non nuova nella dottrina cattolica, ma in certi momenti giova ripetere.

Secondo ammonimento del Papa, e stavolta sono parole sue: «La Chiesa non può e non deve prendere nelle mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile, non deve mettersi al posto dello Stato ma non può nemmeno stare ai margini nella lotta per la giustizia». Deve perciò lavorare sulle coscienze, «illuminando» la ragione. Il suo è quindi un compito «mediato» mentre le scelte «immediate» spettano ai singoli fedeli impegnati nella società. E qui il discorso resta aperto alle più diverse letture. C'è chi lo leggerà come rigoroso rispetto dell'autonomia della politica e dalla politica, chi invece chiamerà in causa i "valori etici" o il "diritto naturale" per imporre alle istituzioni i famosi "contenuti irrinunciabili" - ne ha parlato tre giorni fa il cardinale Ruini -, chi addirittura userà la distinzione dei ruoli come pretesto per andar d'accordo con gli Stati peggiori. La prima enciclica di Benedetto XVI non basta a risolvere interrogativi del genere e, specialmente per quanto riguarda l'azione delle organizzazioni caritative cattoliche, finisce anzi per complicare la faccenda. Verso le Caritas e le Ong le reprimende surclassano gli elogi. L'etica sociale è auspicata quando investe un individuo ma continua a preoccupare quando diventa comunitaria. Molti sono i giudizi critici sul marxismo, nessuno invece sul liberismo.

Le suggestioni certo non mancano fin dalle prime pagine dedicate all'amore, dove si avverte lo stile puro del professor Ratzinger. La prima citazione, ovviamente per polemizzare, è di Friedrich Nietzsche, con la sua accusa al cristianesimo di aver avvelenato l'eros. Subito dopo Benedetto XVI torna ai greci, all'amore concepito come «ebbrezza» o «pazzia degli dei» e al cristianesimo degli albori che, dovendo fronteggiare questo amore sbagliato, trascurò il termine stesso di eros preferendo "agape". Non per questo - osserva il Papa - era «avversario della corporeità», tanto più che il credo cristiano si fonda su un Dio incarnato. Il punto d'arrivo del ragionamento, naturalmente, è nella inscindibile unità dell'amore, nel rifiuto della contrapposizione tra quello «mondano» e quello di fede. Tutte le forme derivano dal creatore. Benedetto XVI si reimpadronisce così della dimensione erotica, purché espressa nel matrimonio. Qualche riflessione in materia si era già sentita da parte di Wojtyla. Scrive Ratzinger che se l'uomo ambisce unicamente allo spirito rifiutando la carne come «eredità animalesca» fa perdere dignità allo stesso spirito. Se al contrario si concentra tutto sul corpo, «perde la grandezza». Capitolo interessante, anche volendo azzardare confronti con le regole della Chiesa sulla castità o sul celibato dei suoi membri. Ma proprio in queste pagine riemerge quel giudizio severo e in fondo pessimistico verso il mondo d'oggi che il teologo del dissenso Hans Kung, commentando l'enciclica, ha giudicato fortunatamente meno pervasivo del solito. L'eros contemporaneo, per Benedetto XVI, è spesso «ingannevole» e «degradato a puro sesso, diventa merce».

Eccola dunque, finalmente pubblicata nel giorno in cui Benedetto XVI prega nella basilica di San Paolo insieme a ortodossi e protestanti, la sua prima enciclica "Deus caritas est". O meglio, le due encicliche. Sì, perché il passaggio dalla parte sull'eros a quella sulla caritas è un varco di frontiera. Stanno assieme a fatica e Ratzinger stesso lo aveva preannunciato. Nel riposo di Castelgandolfo, a settembre, Il Papa preparò sicuramente le prime 34 pagine. L'idea di aggiungere il capitolo sulla carità organizzata dalla Chiesa sembra sia stata caldeggiata dalla Curia, in particolare dal Consiglio "Cor Unum" già ai tempi di Giovanni Paolo II, il quale aveva avviato un lavoro. Dall'amore di Dio all'amore per gli altri il legame regge. Ma a questo si è aggiunta la disputa sulle Ong cattoliche e i rischi "ideologici" che corrono. E qui l'enciclica torna alle prese col marxismo, bollato come «sogno svanito» di un mondo perfetto da raggiungere una volta per sempre. La carità - obietta il Papa - sarà necessaria anche nella società più giusta. Obiettivamente l'enciclica riconosce che la Chiesa tardò a comprendere la società industriale. La colpa del marxismo sarebbe, oltre allo stato pigliatutto, l'aver considerato la carità verso il bisognoso un mezzuccio per rinviare la rivoluzione addolcendo le responsabilità dell'ingiustizia: «Disumano». Ma perché tanta insistenza nella polemica contro un "sogno svanito"? Non sarà che il vero timore riguarda l'impegno, anche politico, a fianco degli oppressi di molti missionari e Ong cattoliche nel mondo? La nostra domanda non ottiene risposta precisa nemmeno dal cardinale Renato Martino, il capodicastero "Giustizia e pace" che alla conferenza stampa di presentazione dell'enciclica sembra venuto soprattutto per riaffermare il peso della dottrina sociale, anche rispetto alle preoccupazioni del collega vescovo Paul Cordes, presidente di Cor unum, che invece continua a parlare dei «rischi» che incombono sulle organizzazioni ecclesiali. Ben vengano tanti volontari, tanti filantropi di ogni religione o anche senza, però per i cattolici questo «sentire comune» potrebbe trasformarsi in una «trappola»: smarrire «le ragioni bibliche» e di fede della carità, scindere i legami dai vescovi, diventare Ong come le altre, indistinguibili dalla Croce Rossa o dalle agenzie Onu. Ecco allora nell'enciclica una nutrita serie di moniti d'obbedienza: non fare proselitismo ma non tacere Dio; «è giunta l'ora» di tornare a pregare; vincere la tendenza alla secolarizzazione. Quindi il richiamo all'ordine si trasferisce sul piano sociale: «l'umiltà» servirà a smettere «la presunzione di cambiare da soli il mondo perché «è Dio che governa il mondo» e la carità «non è un mezzo per cambiare il mondo in modo ideologico». Lontani dunque da ideologie e partiti. Dicono che nel mirino ci siano soprattutto alcune Ong del Nord Europa, troppo autonome e "istituzionali", ma il discorso cadrà ancora più pesante sui paesi del Sud del mondo.

E dire che Ratzinger scrive anche una bella pagina sul cristianesimo primitivo, credenti che mettevano tutti i loro beni in comune. Che cosa ne è rimasto? «Che non deve esservi povertà tale da negare il necessario», risponde il Papa. Benché Martino si appelli al principio cattolico della «destinazione universale dei beni della terra», anche quello dei primi cristiani sembra proprio un comunismo svanito.















Liberazione, 26.01.06
Eros e divino
La festa o la trasgressione dei divieti
di Georges Bataille


Pubblichiamo un ampio stralcio dal capitolo "La trasgressione" della "Storia dell'erotismo" di Georges Bataille pubblicata in questi giorni dall'editore Fazi (pp. 212, euro 19,50).Talvolta, davanti alla morte, davanti allo scacco dell'ambizione umana, prende corpo una disperazione senza misura. Sembra allora che riprendano il sopravvento quelle pesanti tempeste e quei brulichii della natura ai quali di solito l'uomo ha vergogna di cedere. In questo senso, la morte di un re è suscettibile di produrre gli effetti d'orrore e di scatenamento più marcati. Il carattere del sovrano fa sì che questo sentimento di disfatta, d'abbassamento, sempre suscitato dalla morte, raggiunga un tale grado che niente, pare, potrà più valere contro i furori dell'animalità. Appena il macabro avvenimento viene annunciato, gli uomini accorrono da tutte le parti, uccidendo coloro che incontrano davanti a sé, saccheggiando e violentando a piacimento.

Le «licenze rituali», dice Roger Caillois «assumono allora l'aspetto che corrisponde rigorosamente alla catastrofe sopraggiunta [... ]. Alla frenesia popolare non viene mai opposta la minima resistenza [... ]. Nelle Isole Sandwich la folla, apprendendo la morte del re, commette tutti gli atti giudicati criminali nel tempo ordinario: incendia, saccheggia e uccide, mentre le donne sono tenute a prostituirsi pubblicamente». Il disordine «ha fine soltanto con la completa eliminazione degli elementi putrescibili del cadavere reale, quando delle sue spoglie resta soltanto un duro e asciutto scheletro incorruttibile». (...)
Tuttavia l'esplosione che segue la morte non è per niente l'abbandono di quel mondo in cui i divieti umanizzano: la festa è, senza dubbio, un istante, è l'arresto del lavoro, la consumazione incontinente dei suoi prodotti e l'espressa violazione delle leggi più sante; ma l'eccesso consacra e completa un ordine di cose fondato sulle regole, non vi si oppone che temporaneamente. Non potremmo d'altronde lasciarci ingannare dall'apparenza di un ritorno dell'uomo alla natura. Può esisterne senza dubbio uno, in un senso solamente. Dal momento in cui l'uomo si è strappato alla natura, quell'essere che vi ritorna è ancora strappato, è un essere strappato che immediatamente recupera la direzione di ciò da cui si strappa, da cui non ha smesso di strapparsi. Lo sradicamento primario non viene cancellato: quando gli uomini, nel corso della festa, danno libero corso ai movimenti che rifiutano nel tempo profano, questi ultimi hanno senso nel quadro di un mondo umano: non hanno senso che all'interno di questo quadro. Allo stesso modo, questi movimenti non possono essere confusi con quelli degli animali. (...)
Qual è dunque essenzialmente il senso del nostro orrore della natura? Non voler dipendere da niente, distoglierci dal luogo della nostra nascita carnale, ribellarci intimamente contro il fatto di morire, in generale diffidare del corpo, ovvero di ciò che in noi è accidentale, naturale, deperibile: tale apparve essere per ognuno di noi il significato di quel movimento che ci porta a immaginare l'uomo indipendentemente dalla sporcizia, dalle funzioni sessuali e dalla morte. Lo riconosco, questa maniera di vedere chiara e distinta è quella di un uomo del nostro tempo, non è sicuramente quella dei primi uomini. Essa presuppone in effetti la coscienza discriminante e il linguaggio articolato che la fonda. Posso innanzitutto considerare il modo di sentire e di reagire che decise dei primi divieti. Tutto indica che quei sentimenti e quelle reazioni arcaiche risposero oscuramente a ciò che oggi abbiamo il potere di pensare discorsivamente. Non mi dilungherò su questo punto: mi riferisco nella sua interezza alla storia delle religioni cui devo riferirmi in generale, senza volerla rappresentare in dettaglio. Dai tabù dell'incesto e del sangue mestruale, o del contatto con i morti, alle religioni della purezza e dell'immortalità dell'anima, lo sviluppo è facilmente leggibile: si tratta sempre di negare la dipendenza dell'essere umano in rapporto al dato naturale, di opporre la nostra dignità, il nostro carattere spirituale, il nostro distacco all'avidità animale. Ma non posso evidentemente limitarmi a questa prima occhiata. So che questo movimento iniziale fallisce. Se cerco il senso globale della mia volontà d'agire e delle più antiche fobie da me condivise, non posso mancare di riconoscere l'impotenza di uno sforzo così mal diretto. Non posso negare la mia dipendenza, negando il sessuale, la sozzura, la morte, e volendo piegare il mondo alla mia azione. Ma questa negazione è fittizia. Devo alla fine dirmi, a proposito dell'origine carnale di cui mi vergogno, che è nonostante tutto la mia origine. E per quanto grande sia l'orrore della morte, come sfuggire davanti alla sua scadenza? So che morirò e che imputridirò. (...)
Beninteso, da molto tempo gli uomini hanno ammesso a modo loro lo scacco della negazione della natura: a partire dall'origine, ciò non mancò d'apparire inevitabile. Ma, a partire dall'origine, un sentimento doppio dovette mettersi in luce. Per il sentimento secondario, non era né possibile né desiderabile che l'uomo fosse al riparo veramente, fosse tanto al riparo che l'elemento maledetto cessasse definitivamente di contare. Quest'elemento era negato, ma questa negazione era il mezzo per dargli un diverso valore. Nasceva qualcosa di sconosciuto e di sconcertante, che non era più semplicemente la natura, ma la natura trasfigurata, il sacro.

Fondamentalmente, ciò che è sacro è proprio ciò che è proibito. Ma se il sacro, proibito, è rifiutato dalla sfera della vita profana (nella misura in cui indica la deviazione da questa vita), esso ha nondimeno un valore maggiore di quel profano che lo esclude. Non è più la bestialità disprezzata: spesso la sua figura è rimasta animale, ma divenendo divina. Come tale, in rapporto alla vita profana, quest'animalità sacra ha lo stesso significato che la negazione della natura (e di conseguenza la vita profana) ha in rapporto alla pura animalità. Ciò che è negato nella vita profana (attraverso i divieti e il lavoro) è lo stato di dipendenza dell'animale, sottomesso alla morte e ai bisogni del tutto ciechi. Ciò che è negato dalla vita divina è sempre la dipendenza, ma stavolta è il mondo profano di cui è contestata la servitù lucida e volontaria. In un certo senso, la seconda contestazione fa appello a forze che la prima aveva negate, in quanto esse non possono essere veramente rinchiuse entro i limiti della prima. Ricorrendo al loro apporto, il movimento della festa libera queste forze animali, ma in questo momento la loro liberazione esplosiva interrompe il corso di un'esistenza subordinata a fini volgari. E' la rottura delle regole - un'interruzione - non più il corso regolare: ciò che ebbe all'origine il significato di limite ha adesso quello di infrangere i limiti. Perciò il sacro annuncia una nuova possibilità: è il salto nell'ignoto di cui l'animalità costituisce lo slancio.








Liberazione, 26.01.06
Un libro intervista al segretario di Rifondazione della regista Wilma Labate. Una biografia dalle origini nell'ambiente operaio di Sesto San Giovanni alla militanza sindacale
Bertinotti, la politica parte da una maglietta a strisce
di Saverio Aversa


Fare una conversazione con Fausto Bertinotti sulla cultura mi sembrava fino ad oggi una possibilità remota: la politica non è il mio specifico, non ho tessere, non scrivo libri e sono una donna». Così scrive nella prefazione a Il ragazzo con la maglietta a strisce (Aliberti, pp 153, euro 13,50), la regista Wilma Labate, apprezzata e nota soprattutto per il suo film più importante, La mia generazione, uno spaccato incisivo e doloroso sugli anni del terrorismo.

Il titolo del libro fa riferimento ai giovani che nel luglio del 1960 scesero in piazza a Genova animando la rivolta antifascista contro il democristiano Tambroni che aveva formato un governo monocolore accettando l'appoggio del Msi. Tra quei manifestanti c'era anche l'attuale segretario di Rifondazione: «Indossavo davvero quella maglietta. In quei giorni conobbi la politica, entrai in contatto con la classe operaia, con le camere del lavoro, con le federazioni del Psi e del Pci. Io appartengo alla generazione delle magliette a strisce che scoprì che il "politico" è quasi subito totalizzante, che lo scontro a volte è una necessità: il dovere di abbattere ciò che impedisce la tua espressione. E poi c'è la repressione e la lotta per sconfiggerla. L'antifascismo è stato un elemento fondativo, l'unica religione civile del nostro paese».

Un dialogo a tutto campo, schietto, diretto, tra la donna di cinema e l'uomo di politica, davanti ad una tazza di caffè nella cucina di casa Bertinotti. «E' importante dire che il movimento della pace è la seconda potenza del mondo; e invece la politica non se ne accorge. E neanche si rende conto di esser entrata nell'inverno» dichiara Bertinotti.

Ma Wilma Labate vuol conoscere la storia della vita del segretario del Prc e allora gli rivolge domande sull'infanzia, sull'adolescenza, sui genitori. Veniamo così a sapere che il padre era un ferroviere anarchico-socialista, un ragazzo del '99, che negli anni '40 viveva con la famiglia in una casa di ringhiera di Sesto San Giovanni, la "Stalingrado d'Italia", così detta per l'alta percentuale di voti socialcomunisti. La madre era cattolica anche se votava socialista, completamente dedita al marito e ai figli. Una donna di grande forza e determinazione che accettò di nascondere in casa un partigiano correndo un grave pericolo poiché a duecento metri c'era il presidio nazista. Fausto impara a leggere, prima ancora di andare a scuola, sulle pagine sportive del giornale che comprava il padre, l'Avanti. Dopo le elementari le medie, invece del consueto "avviamento" al lavoro, quindi il passaggio dalla periferia al centro, da Sesto a Milano, la città di piazzale Loreto, di corso Buenos Aires, di viale Monza.

Una conversazione intensa e leggera allo stesso tempo, un confronto amichevole che disegna un uomo dei nostri giorni, fortemente connotato dalla sua formazione civile, dalle energie profuse nell'impegno sindacale e politico. Fin da giovanissimo entra nella Cgil, difende i diritti delle operaie delle fabbriche tessili e da loro impara che le donne sono più capaci di organizzarsi, resistono meglio nelle occupazioni, più degli uomini. Sarà dirigente sindacale fino al 1994 quando verrà eletto segretario di Rifondazione Comunista.

Un ritratto che prende forma anche attraverso il succedersi di immagini che lo ritraggono con la moglie Lella, licenziata per l'attività politica del marito o ripresa durante l'occupazione dell'asilo del loro figlio, e poi appunto accanto a Duccio (così chiamato in onore del partigiano Galimberti), in piedi su un tavolo a sventolare una bandiera rossa. Fausto risponde senza reticenze, ma conservando un pudore usuale a chi lo conosce meglio. Il privato e il politico, il privato è politico, «formula che quando si esprime nella lotta promuove una vera e propria rivoluzione culturale». Un Bertinotti inconsueto, che ammette di Lella: «posso dire che non saprei pensarmi fuori da questa relazione, per come si è venuta costruendo». La vita in famiglia, gli amici, le canzoni di lotta accompagnate da qualche chitarra, le canzoni francesi di Brassens, di Brel, di Léo Ferrè. E non poteva mancare il riferimento al cinema, i western, per esempio, da Ombre rosse fino a Sergio Leone, e poi i film sovietici e quelli di Bergman.

Dieci capitoli e tantissime domande senza incorrere nel rischio della celebrazione del personaggio, del culto della personalità, della beatificazione del leader. I miti, gli eroi citati nel libro sono altri, sono i campioni dello sport come Coppi, Ray Sugar Robinson, Nuvolari, Zapoteck, sono i maestri della letteratura italiana come Gadda, Calvino, Fenoglio e Pavese e i maestri americani come Faulkner, Dos Passos, Steibeck, Fitzgerald ed Hemingway. Ma c'è posto anche per Kafka, Proust e Joyce: «Noi, la mia generazione, siamo entrati nella politica dalla porta della letteratura».

L'ultima parte è dedicata al movimento no-global e alla non violenza, ai rapporti tra il bello e il lavoro, tra la cultura e il mercato. Bertinotti ricorda una frase del subcomandante Marcos: «Siamo costretti al fucile, ma se lo teniamo per troppo tempo noi diventiamo una protesi del fucile, non il fucile di noi». Dopo quello che è accaduto a Genova nel 2001 non si può che prendere in seria considerazione che l'unica risposta, apparentemente banale ma liberatoria, alla prepotenza del potere, alla spirale guerra-terrorismo, sono le pratiche non violente. «Bello è il tempo sottratto al lavoro» ma non si può sottrarlo alla politica che necessita di veri sentimenti, di passioni, di emozioni, anche quando sembrano sovvertire il concetto di rivoluzione. La produzione culturale deve necessariamente individuare nuovi luoghi che, anche se inseriti nel circuito ipercapitalistico, siano così ambiziosi da inseguire un progetto veramente autonomo. L'unica soluzione praticabile è che la cultura diventi un bene comune come lo è l'acqua. Questo è quello che dovrebbe accadere in realtà perché se l'acqua diventa merce, e come tale viene collocata sul mercato, qualcuno resterà senza acqua e di conseguenza senza cultura.










il Manifesto, 26.01.06
Il copyright del Vaticano sull'amore
Benedetto XVI ha celebrato ieri la liturgia di chiusura della settimana di preghiera per l'unità dei cristiani nella basilica romana di San Paolo fuori le Mura insieme a rappresentanti delle chiese ortodosse e protestanti. E ha ribadito il tema dell'amore cristiano
IAIA VANTAGGIATO


Ad accoglierlo - quando varca la soglia che conduce alla navata centrale della patriarcale Basilica di San Paolo fuori le Mura - è un applauso timido, quasi timoroso. Questo papa che parla tanto d'amore e che dalle «aberrazioni dell'amore» mette in guardia di continuo sembra respingere qualsiasi abbraccio. E infatti a circondarlo - mentre si appresta a celebrare la liturgia di chiusura della settimana di preghiera per l'unità dei cristiani - non ci sono ali di folla ma solo porpore e rossi vescovili. Pochi i fedeli, quasi assente la stampa, latitanti i politici delle grandi occasioni. Il papa, ormai giunto all'altare, parla di fronte a pochi amici - il segretario di Stato Angelo Sodano, il cardinale Camillo Ruini, monsignor Leonardo Sandri - e nella sua omelia riprende i temi affrontati nell'enciclica resa pubblica ieri in Vaticano. La caritas, l'impegno verso il prossimo e l'amore di Dio «come solida roccia su cui poggia tutta intera la fede della Chiesa» come pure «la paziente ricerca della comunione tra tutti i discepoli di Cristo»: «se già sotto il profilo umano l'amore si manifesta come una forza invincibile - afferma Ratzinger - che dovremmo dire noi che `abbiamo riconosciuto e creduto all'amore che Dio ha per noi'?».

Dall'enciclica all'omelia, eccolo il segno di un pontificato pigliatutto che se da un lato mantiene netta la distinzione tra stato e chiesa e l'estraneità di quest'ultima alla politica, dall'altro non esita a piantare i paletti che dello stato delimitano l'area d'azione: «Non c'è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell'amore. Lo stato che vuole provvedere a tutto, che assorbe tutto in sé, diventa in definitiva un'istanza burocratica che non può assicurare l'essenziale di cui ogni uomo ha bisogno: l'amorevole dedizione personale». Ciò che ci occorre, insomma, non è uno stato che regoli e domini tutto ma uno stato che riconosca generosamente e sostenga, secondo il principio di sussidiarietà, le iniziative che sorgono dalle diverse forze sociali. E va da sè che una di queste forze sia proprio la Chiesa. Il vaticano non fa politica ma la politica passa ogni tanto a trovare il vaticano e lì scopre che il «sogno marxista di una rivoluzione mondiale è svanito».

Ma morto un sogno se ne fa un altro così che a prendere il posto dell'utopia marxista è una rinnovata utopia cristiana dell'amore, un'utopia concreta e in tutto ancorata a quella solida dottrina sociale della chiesa che, nell'era della globalizzazione, resta indicazione fondamentale «di orientamenti validi che vanno ben al di là dei suoi confini». E due: liquidato lo stato, ora tocca al mondo. Anche qui nessuna ingerenza ma indicazioni - etiche - cui si prega di attenersi.

E il sigillo papale, Benedetto XVI non rinuncia a metterlo neanche sull'impegno caritatevole. Benvengano quanti lo esercitano da laici e al di fuori della chiesa, naturalmente intesa come chiesa cattolica, ma attenzione: c'è il rischio che ai fedeli venga in mente che la carità possa anche non rientrare nella missione ecclesiale. Che ad aiutare gli altri possano essere anche «laici non fedeli», ebrei, musulmani, buddisti o addirittura atei. Ciò non deve accadere perché sarebbe come indurre in tentazione le grandi agenzie ecclesiali che - come ha spiegato monsignor Josef Cordes - potrebbero decidere «di dissociarsi dalla Chiesa e di allentare i loro legami con i vescovi». Una spirale che le porterebbe dritte tra le braccia di qualche Ong. Se «Deus caritas est», la carità senza Dio è impresa sospetta: «Se tendo una mano e il mio prossimo mi ripugna - spiega ancora Cordes - come posso resistere senza la grazia di Dio?». E come posso amare fuori dal matrimonio? E, ancora, che amore si consuma al di fuori dell'ecclesia cristiana?

L'amore, da ieri, è diventato ufficialmente proprietà del Vaticano.












il Manifesto, 26.01.06
L'ENCICLICA
Passioni politiche
L'enciclica programmatica di Benedetto XVI: l'amore di Dio come pilastro della Chiesa
FILIPPO GENTILONI


Finalmente. Dopo tanti rinvii, anticipazioni, indiscrezioni, la prima lettera enciclica di Benedetto XVI vede la luce. «Deus caritas est», dalla prima lettera dell'apostolo Giovanni, che così prosegue. «Qui manet in caritate in Deo manet et Deus in eo». Un testo fra i più belli di tutta la Bibbia. Un testo che si apre a tutto l'amore , al di là dei confini che la storia - anche quella delle religioni - ha cercato di imporgli.Un testo che, comunque, non ha cessato di creare un certo imbarazzo. Anche perché «amore» è un termine vago, generico, carico di mille e mille significati. Così nel passato, così anche oggi, come l'enciclica conferma e cerca di chiarire. Anche oggi, due le accezioni principali, spesso congiunte ma spesso anche contrastanti dell'amore: agape e eros, i due grandi amori che rischiano di dividere l'umanità. Come accordarli perché non si escludano a vicenda? Come evitare che l'eros rimanga nella grande casa degli egoismi, anche se vanta una forma di abitazione nella casa dell'amore? Potrà mai - e come - l'agape riscattare l'eros?Interrogativi sui quali il pensiero cristiano riflette da sempre, basti pensare a Sant'Agostino e alle sue «Confessioni». Ora l'enciclica aggiunge a quelle riflessioni uno sguardo sul mondo moderno e la sua cultura.Uno sguardo che è sostanzialmente negativo, in linea, d'altronde, con la visione del mondo e della cultura contemporanea tipica del pensiero di Ratzinger, prima e dopo l'elezione al pontificato. L'eros appare più scatenato che mai e sembra molto difficile che l'agape possa calmarlo, accettandolo sotto le sue ali. Se riuscirà, sarà a ben determinate condizioni, e con l'inevitabile sostegno di alcune istituzioni cristiane di regolamento, se non addirittura di controllo. Altrimenti il caos sfrenato, un caos nel quale trionferà l'eros senza agape.E' il discorso amaro, pessimista, che sottosta alle pagine dell'enciclica appena sfogliate. Bisognerà leggerle con più calma. Comunque si può osservare già dalle prime riflessioni il passaggio da un «incipit» aperto e sereno alle amare conclusioni che riguardano la necessità che la chiesa si impegni nel sociale (ben distinto, però, dal politico) in tutte le forme possibili. L'enciclica rivendica con forza il diritto-dovere della chiesa di intervenire da protagonista nella società e nei suoi problemi. Altrimenti quell'abbraccio fra agape ed eros sarebbe impossibile. La carità cristiana può e deve prendere forma organizzata. Ratzinger, così, chiama Ruini e viceversa.










il Manifesto, 26.01.06
In viaggio da eros ad agape
Nel documento, presentato ieri in Vaticano, Benedetto XVI afferma che l'unica evoluzione possibile per il sentimento è l'amore verso Cristo
MIMMO DE CILLIS*


Benedetto XVI sale in cattedra e ci spiega cos'è l'amore. L'amore come baricentro della vita umana, nella relazione fra Dio e l'uomo e fra gli stessi uomini. L'amore nella sua dimensione più completa, dell'eros che si sublima in agape. L'amore che si sostanzia in una parola, in una persona: il Cristo. L'amore che ispira l'azione caritativa della chiesa. E' intorno a questo termine, «amore», che si sviluppa la prima enciclica di Benedetto XVI, Deus Caritas est, tradotta in «Dio è amore», presentata ieri in Vaticano. Un documento denso ma essenzialmente chiaro, che unisce a una prima parte teologico-speculativa una seconda più pragmatica, in perfetto stile Ratzinger: con profondità di analisi e argomentazioni serrate. A presentarla sono stati ieri in Vaticano tre capi dicastero: il cardinale prefetto del Sant'Uffizio, Joseph Levada, successore di Ratzinger; il cardinale Renato Martino del dicastero «Giustizia e pace» e il cardinale Joseph Cordes di «Cor unum», l'organismo pontificio preposto specificamente alle opere di carità, che nei giorni scorsi ha riunito Oltretevere vescovi, esperti e operatori del vasto mondo dell'associazionismo e del volontariato cattolico. Lui, invece, papa Ratzinger si è riservato di intervenire nel pomeriggio, nella sua visita alla Basilica di san Paolo per la liturgia di chiusura della settimana di preghiera per l'unità dei cristiani.

E' stato un parto travagliato: nei giorni scorsi si era scatenata la corsa dei media a fornire anticipazioni del testo e speculazioni (sulla data di pubblicazione), dati gli stralci messi in circolo da alcune agenzie di stampa, e date le voci di continui rinvii per non meglio precisati «problemi di traduzione». Ma, alla fine, la solida, millenaria struttura della Santa Sede ha dato alla luce il documento che - proprio per la sua natura di prima lettera enciclica, una sorta di «lettera circolare» destinata alle autorità gerarchiche come a tutti i fedeli - viene tradizionalmente considerato «programmatico» di un pontificato. Per la scelta dei temi, per i riferimenti, per il tipo di argomentazione. Si possono ricordare la Redemptor hominis (1979) di papa Wojtyla, il predecessore che questa volta non compare nel testo ratzingeriano, o la Ecclesiam suam (1964) di Paolo VI, entrambi documenti rivelatori: il primo, colmo di quell'afflato umano e spirituale tipico del papa polacco, era tutto centrato sull'umanità (redenta in Cristo), in una riflessione che convogliava decenni di riflessione filosofica di stampo «personalista» (a partire da Mounier e Maritain), senza mai risultare accademica. Il secondo, prettamente centrato sull'identità e la funzione della chiesa, si presentava come un documento piuttosto intra-ecclesiale, secondo un approccio che avrebbe caratterizzato il pontificato di Montini.

Benedetto XVI scrive il suo testo - redatto l'estate scorsa, durante la sua permanenza a Castelgandolfo - con lo stile del professore e del vescovo che si avvale in pieno del munus docendi, proprio del carisma episcopale. E, per quanto lo stile e il lessico si sforzino di essere semplici e diretti, l'approccio del docente traspare a ogni riga. In special modo nella prima parte, quella che Benedetto ha scritto certo di suo pugno, lasciando invece, com'è probabile, la redazione della seconda allo staff dei prelati specialisti.

L'ispirazione è giovannea. «Dio è amore: chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» della prima lettera di Giovanni è l'esordio dell'enciclica, che spiega: «L'amore di Dio per noi è questione fondamentale per la vita e pone domande decisive su chi è Dio e chi siamo noi». Da qui Ratzinger avvia una interessante riflessione storico-filosofica sul rapporto fra eros e agape: il primo è l'amore-desiderio già riconosciuto al tempo dei greci; l'agape è la forma di amore-dono, quella più completa, che costituisce la reale novità del messaggio evangelico. Il pontefice tiene a sottolineare che la quintessenza dell'amore è divina: «L'amore promette infinità, eternità, una realtà più grande e totalmente altra rispetto alla quotidianità del nostro esistere». Per questo l'amore non può essere mercificato, e ridotto al solo piacere sessuale (come spesso fa la cultura contemporanea), ma deve necessariamente contemplare un rapporto definito «uni-duale», che abbraccia cioè corpo e anima. E qui il filosofo Ratzinger contesta la lettura di Nietzsche, del cristianesimo che avrebbe «avvelenato l'eros», distruggendo «la cosa più bella della vita». Al contrario l'amore cristiano, connotandosi con i caratteri di «definitività» (solo quest'unica persona) ed «esclusività» (per sempre) ha portato un valore aggiunto all'eros, permettendogli di sublimarsi in agape, quello che mira e che nasce dall'eternità: è infatti lo stesso amore che Dio ha mostrato verso l'uomo e che ha il suo culmine espressivo in Cristo, testimone dell'amore senza riserve, dell'amore-perdono, perfino dell'amore verso il nemico.

Più tecnica, invece, la seconda parte dell'enciclica, che tocca temi cari alla dottrina sociale della chiesa e definisce l'opera caritativa - diretta emanazione dell'agape - un «opus proprium della chiesa», impegnata nella missione ad alleviare le sofferenze dell'umanità. Senza rinunciare, però, alla costruzione di una «società giusta». Questo compito, però, non appartiene all'azione diretta della chiesa, quanto alla politica, che i cristiani devono illuminare con i valori del vangelo, e animare con lo «spirito di giustizia».
*Lettera22







il Manifesto, 26.01.06
Il racconto di una scelta
Un filo lega «La ragazza del secolo scorso» di Rossana Rossanda, e il libro a una vita, e una vita alla storia. Racconto di un privato immerso in una vicenda altra, dura, grande e terribile. Appunto, il secolo scorso. Racconto di un grande amore andato a male scritto per difendere la memoria dei comunisti
MARIO TRONTI


La ragazza del secolo scorso: sbaglierò - il successo del libro dice il contrario - ma non mi pare un titolo indovinato. Intanto, non di una ragazza si tratta, ma di una donna. E sappiamo da questo racconto di un io immerso nel mondo che non fu precoce in Rossana la consapevolezza del suo tempo tragico: «... presa più dal fragore della mente che da quello della guerra». Francamente, si fa fatica a pensare la giovane Rossanda come «una ragazza grigia». Mi sono chiesto: perché questa insistenza su una adolescenza, e in parte una giovinezza, non politica, prima di piantare tutto intero il proprio corpo in mezzo ai sentieri interrotti della propria epoca. E mi sono risposto così: tutto il racconto si propone di avvertire, noi e tutti, che c'è un'eccedenza della persona rispetto alla figura. La presenza pubblica non esaurisce la complessità umana. Anzi, questa entra spesso in un ombroso conflitto con quella. E quanto più si alza il livello dell'accadimento storico tanto più stride la forma della risposta intima. E l'insoddisfazione emerge forte sempre: o per non aver dato soggettivamente il necessario, o per la difficoltà delle condizioni oggettive, o per l'insipienza delle forze in campo. Circola per tutto il libro un'aura di dolorosa sproporzione tra ciò che si è e ciò che si fa. Una Stimmung del Novecento. E siamo sempre lì a cercare di capire se si è tentato troppo o se siamo stati noi ad essere troppo poco. Noi, voglio dire la parte entro il cui destino l'esistenza di Rossana Rossanda si è a un certo punto iscritta, con una sorta di decisione penultima. Molti fingono di non capire che il vero legame di ferro non era quello di un partito con uno Stato, ma quello di un singolo, una donna, un uomo, con una storia più grande.

Più del titolo dice la bella foto di copertina. Un'aria perplessa, uno sguardo diretto, due mani che reggono un volto. A suo modo, un'altra figurazione della «melanconia», questo prezioso moto dell'animo sensibile, che solo in questo senso è la stessa cosa del carisma: chi non lo possiede non se lo può dare. Abbondanti esempi di queste figurazioni - in genere un volto che poggia su una sola mano - Rossanda ci ha raccontato di aver visto in una recente mostra a Parigi, che, come tutte le cose che lei frequenta, non l'aveva soddisfatta.

Questo libro è il racconto di un grande amore andato a male. È il destino dei grandi amori. Solo le piccole vicende durano in eterno e in eterno si ripetono. Quello tra Rossanda e il Pci attraversa tutte le fasi: lo stato nascente dell'innamoramento, le prime frequentazioni entusiaste, le prime incomprensioni che rinsaldano il rapporto, l'illusione dell'identificazione, la scoperta del diverso nell'altro, le reciproche diffidenze, l'approfondirsi delle differenze, fino alla consapevolezza delle incompatibilità e alla soluzione della separazione. Il libro quasi ci vuole dire che questo esito era oscuramente contenuto negli inizi. Come poteva quella ragazza del secolo scorso diventare una donna nel Pci del Novecento? I frammenti di riservata saggezza cosparsi nella prima parte, sull'infanzia, sull'essere padre e madre e sorella, non fanno presagire il lieto fine. E non perché si trattasse di quei comunisti lì, ma perché quel tipo di sensibilità, formata nel gusto di interessi estetici, vocata ai misteri della cultura, affascinata dai risvolti dell'interiorità, non si componeva, sulla lunga durata, a dispetto della scelta razionale, con i duri aridi ripetitivi compiti della politica quotidiana. L'epoca, poi, aveva lasciato dietro di sé l'eccezionalità degli eventi per riprendere il passo normale dell'ordinaria amministrazione degli avvenimenti.

Eppure, in questo corpo a corpo con i fatti, mediato da una appartenenza di organizzazione, stupisce di trovare alcuni buchi di memoria o alcuni vuoti di presenza. Il `56 non risulta essere «l'anno indimenticabile», quello strappo dentro, quello shock di risveglio dal sonno dogmatico, che fu per molti di noi e per la gran parte della cultura dell'impegno. Nei primi anni sessanta, vivendo a Milano, non incontra l'operaismo, di cui per tutto il libro non c'è traccia, né di ricordi né di giudizi. Non perché quello fosse un evento, ma un passaggio di rottura, politico e sindacale, sì: le organizzazioni lo guardavano in un modo, lo si poteva guardare in altro modo. Non compare la scoperta lancinante, creativa, negli stessi anni, della cultura della crisi, del milieu mitteleuropeo, delle avanguardie artistiche primo-novecentesche, della sociologia critica, della fenomenologia. Ma questo stupisce di meno. Dei maestri del sospetto, Rossanda conosce Marx e Freud. Le manca Nietzsche. Vuole che le manchi.

Sul rapporto tra «la donna del secolo scorso» e il femminismo, soprattutto quello della differenza, ci sarebbe da aprire un discorso a parte. Rapporto di amore e odio, di appartenenza conflittuale, di attenzione molto, troppo, disincantata. È un terreno minato. Non mi ci avventuro. Non voglio saltare in aria.

Ho fatto fin qui queste considerazioni per sgombrare il campo da aspetti secondari e puntare quindi al cuore di tenebra del libro. La bellezza di questo racconto sta altrove. Ho letto sul Corriere della sera, a firma di una persona che finora reputavo intelligente, un intervento becero, che prendeva a pretesto il libro per insultare la persona. L'anticomunismo in assenza di comunismo, cioè il senso comune intellettuale oggi corrente, non sopporta che si parli del Pci senza accendere il rogo sotto i piedi delle donne e degli uomini che l'hanno frequentato. E non importa se la frequentazione sia stata ortodossa o eretica. Il peccato, la colpa, il delitto, rimangono. Se questo libro fosse stato scritto con il Pci ancora vivo, si può giurare che sarebbe stato molto più duro e lontano. Oggi Rossana, interpellata, ha risposto: con questo libro ho voluto difendere la memoria dei comunisti. Ecco perché, se le parti letterariamente più belle sono i ritratti delle persone, in cui Rossana è maestra, le pagine politicamente più significative sono i resoconti di vita del collettivo. «Era il partito pesante... una rete faticosa ma vivente che strutturò il popolo di sinistra». Il soggetto di «un'immensa acculturazione», di massa. Alla sezione di Lambrate, ascoltando il relatore che passava di gradino in gradino, dal centro del mondo alla periferia di Milano, dall'informazione alla direttiva: «osservando quei visi in ascolto, pensavo che a ciascuno la sua propria vicenda cessava di apparire casuale e disperante, prendeva un suo senso in un quadro mondiale di avanzate o ripiegamenti.... Questo, assai irriso a fine secolo, è stato il partito che fu anche il mio». C'è la cognizione del dolore nella vita pubblica? Sì, c'è. Lo dice quella frase, a Comitato centrale della radiazione ormai concluso: «non eravamo più dei loro, dei nostri».

«Non si è comunisti di passaggio», scrive Rossana. E ricorda di Aldo Natoli, sempre in quel Comitato centrale: «Non c'è bisogno di una tessera per essere comunisti». C'è un filo che lega il libro, e il libro a una vita, e una vita alla storia. È vero che il racconto del privato si limita all'infanzia e all'adolescenza e, quando viene il passaggio sulla scena pubblica, il resto scompare. Ma proprio questo è il punto di problema. La ridicola formula «il personale è politico», che giustamente non compare in nessuna pagina, viene qui ritradotta, riarticolata, immersa in una vicenda altra, dura, grande e terribile. Appunto, il secolo scorso. Mi pare di capire fin nel profondo le parole e le pause e i silenzi delle arrabbiature di Rossana, di fronte alle obiezioni, soprattutto femminili, di chi dice: ma chi ve lo ha fatto fare? «Come far capire che per noi il partito fu una marcia in più? Ci dette la chiave di rapporti illimitati, quelli cui da soli non si arriva mai, di mondi diversi, di legami fra gente che cercava di essere uguale, mai seriale, mai dipendente, mai mercificata, mai utilitaria. Sarà stata un'illusione, un abbaglio, come ebbe a dire qualche tempo fa una mia amica. Ma una corposa illusione e un solido abbaglio, assai poco distinguibile da un'umana realtà» (pagina 213).

E raccomando di leggere le pagine 221-223. La contraddizione dell'essere donna e del fare politica. «Diffido dei saperi femminili». Eppure quando «non sono in gioco io sola - sento uno scarto, un esitare, un ritirarmi. Non credo che succeda a un maschio....». E poi. Alcune notevoli donne, che s'erano date da fare per le altre, un bel momento decisero per il futuro di non fare più che per se stesse. «Una di esse se la prendeva con Simone Weil: ma chi glielo aveva fatto fare di immischiarsi, chi l'aveva chiamata? Fremetti di collera. E di dubbio. Chi aveva chiamato me, che non ero neanche Simone Weil? Nessuno... Ero infuriata....». Altre la rimproverano di aver sacrificato se stessa. «Sacrificata? Ma via. Di una stanza tutta per me non ho sentito la mancanza avendo per me il mondo e potendo perfino recederne. Mai ci si realizza come assieme agli altri... Mai si è meno sacrificati che in un collettivo che hai scelto e cui ti credi necessaria». Vedere a pagina 296: «Io ero diventata comunista nell'ottobre del 1943 quando mi scoprivo un fuscello nel precipitare del mondo». Una scelta di ragione. Non una teoria, per via dei libri che Banfi le mette in mano, ma una parte di sé che si mette per suo conto in moto. «Come sopportare che i più fra coloro che nascono non abbiano neanche la possibilità di pensare a chi sono, che faranno di sé, l'avventura umana bruciata in partenza? O c'è un Dio tremendo che ti mette alla prova e compensa nell'aldilà, o non si può accettare... per questo non avevo lasciato il Pci né nel 1948 né nel 1956. I comunisti erano i soli a negare l'inevitabilità del non umano».

«Non si può accettare»: questa rimane la ragione di fondo della scelta politica comunista. Nel Novecento nessun altro ha detto questo così nettamente. E non sarà il coro dei pentiti, dei transumananti, degli atei devoti, dei borghesi laici, dei padroni illuminati, a cancellare questa storia. Se il partito democratico sarà la nuova frontiera dell'«anticomunismo democratico», se lo facciano. Mobiliteranno un manipolo di intellettuali prodiani, ma non ri-motiveranno le ragioni di una sinistra di popolo. Qui sta la differenza tra una forza storica e una trovata politica. La prima sa liberarsi del passato per superare se stessa, sa spezzare la continuità per rivalutare una tradizione. La seconda sa solo fanciullescamente ricominciare da capo, per ritrovarsi ad essere niente.

Scrive Rossana: «Del resto il mio scacco come persona politica è totale soltanto da una ventina d'anni». Calcoliamo: da metà degli anni ottanta. Dunque lo scacco non fu la frattura di questa persona con il corpo del Pci. Perché, fuori, il gruppo del «manifesto», come leggiamo a chiusura del libro, non cadde nel nulla, cadde anzi in mezzo a un paese in movimento, tra rivolta giovanile e spallata operaia. La speranza era «di essere ponte tra quelle idee giovani e la saggezza della vecchia sinistra». Lasciamo stare che non funzionò. Abbiamo imparato che non tutto quello che storicamente non ha funzionato era politicamente sbagliato. La verità è che la speranza di mettere insieme vecchia e nuova sinistra c'è stata finché c'è stato il Pci. È dopo che diventa disperazione. Oggi verifichiamo, fatti alla mano, che chiudere con il Pci ha voluto dire coerentemente chiudere con la sinistra. Magari non c'era questo disegno nelle intenzioni, ma i processi sono più forti dei disegni. E la politica che non controlla i processi, e non sa guidarli, non è politica, è amministrazione. E perché metà anni ottanta? Perché quel giorno che, massa di popolo, demmo l'Addio a Berlinguer, celebrammo il funerale del Pci. Il dopo era già iscritto in una storia che non stava più nelle nostre mani. Lo scacco è in tutto quello che si è tentato dopo: scaramucce di retroguardia, un insensato agitarsi a inseguire una cosiddetta modernizzazione o una improbabile rifondazione, più qualche grillo parlante - stiamo parlando di noi - a dire senza che nessuno ascoltasse.

Cara Rossana, non so se avrai voglia di continuare il racconto. Ho l'impressione che, in questo caso, dovresti tornare a partire da te. Da quegli anni, il mondo ci è riprecipitato dentro. Le cose migliori, in fondo, sono quelle che ci sono capitate in interiore. Ma, a quanto pare, solo a noi, che sul mondo non abbiamo allentato la presa dell'artiglio antagonista. E, ci fosse uno, un solo spiraglio, per ricominciare sul serio nella pratica a combatterlo questo mondo, un attimo di esitazione non ci passerebbe nemmeno per la testa.








Liberazione, 25.01.06
Storia di due lesbiche, un bimbo e la disperazione di Francesco Merlo
Povero maschio globalizzato, degradato a produttore di sperma...
di Daniele Zaccaria


Elodie e Karine sono due ragazze di 29 e 30 anni, dal 1999 convivono in una villetta con giardino alla periferia di Nantes, città tranquilla e borghese della Bretagna, la regione del cattolicesimo sociale e del mutuo soccorso.

Sono una coppia di fatto ma in quanto lesbiche non possono concepire figli insieme. Così, nel 2004 decidono di ricorerre all'inseminazione artificiale e vanno a Bruxelles, dove la pratica è autorizzata dalla legge. L'ovulo di Karine viene fecondato dallo spermatozoo di un donatore danese che ha conosciuto tramite internet. Nove mesi dopo nasce Basile, un bambino biondo e sano come un pesce. Fin qui si tratta di una vicenda ordinaria, nulla che possa appassionare le cronache dei giornali. Le cose cambiano però quando Elodie chiede il sussidio di paternità alla Cassa primaria di assicurazione malattia(Cpam). L'istituto è costretto a respingere la domanda in quanto in contrasto con la legislazione sui congedi di paternità, riservati alle persone di sesso maschile: «Non ho nulla contro la richiesta, ma prima bisogna modificare la legge», spiega Claude Frémont, direttore della Cpam. A quel punto Karine e Elodie si rivolgono a un tribunale, consapevoli di perdere la causa (la sentenza è prevista per il 20 marzo) ma desiderose di denunciare pubblicamente un diritto negato.

La vicenda ha suscitato polemiche un po' logore, ma in fondo contenute, nella Francia dei Pacs e dell'égalité citoyenne. Se si esclude qualche petizione in difesa della "famiglia naturale" da parte di qualche politico minore (un centinaio tra deputati, consiglieri regionali e municipali), il dibattito è ruotato essenzialmente intorno all'aspetto giuridico, alimentando semmai una discussione sul tema dei diritti e della loro estensione ai soggetti reali.

Un simile dibattito sarebbe impensabile nella cornice culturale del nostro Paese, dove i gay sono chiamati «culattoni» anche dai ministri. E' istruttivo in tal senso l'articolo, a firma di Francesco Merlo, pubblicato ieri da La Repubblica, il "più laico" dei quotidiani italiani che commentava le peripezie di Karine e Elodie. Al di là del timbro paternalistico per cui due adulte trentenni vengono descritte come «madonnine di paese», «allegre eroine», «angeliche» e «seduttive», fa impressione il rigetto, quasi incontrollato, della diversità, liquidata come uno stato «paradossale». Un mondo in cui i genitori non sono più un maschio e una femmina è «un mondo rovesciato» e la storia di Karine e Elodie costituisce «un'eccentricità dal retrogusto amaro». Quasi un delirio della ragione, che si permettere di mettere in discussione nientemeno che «il mondo insuperabile delle mamme e dei papà». Sembra Walt Disney, ma è un film horror.


La famiglia che Merlo vede messa in pericolo dalle scelte individuali di due lesbiche di Nantes assomiglia a quella da illustrazione viennese riassunta così da Gilles Deleuze e Felix Guattari nel celebre "Antiedipo": «Mamma, papà e la tata austriaca». Questo asse biologico non può essere messo in discussione da nessun diritto positivo e la genesi dei gruppi umani deve ruotargli attorno come l'orbita di un pianeta, per decreto cosmico o volontà divina.

Sembra una gag, eppure l'editorialista di "Repubblica" è convinto che dietro la fecondazione artificiale di Karine e Elodie si insinuino (contro) rivoluzioni epistemologiche dalle conseguenze epocali: «Bisognerà rifare la psicanalisi, reinventare la mitologia, ridisegnare i tipi psicologici: il matriarcato, la figura maschile, l'amazzone». Tutto sarà da riscrivere, dal «Simposio di Platone», «al Dolce stil novo», alla «Guerra di Troia». Persino la «Bibbia e il Corano» non reggeranno l'urto provocato dall'irruzione della «nuova umanità» emersa dall'algido reparto di ostetricia di una clinica di Bruxelles.

Dal punto di vista etico poi, le conseguenze della scelta di Karine e Elodie sono addirittura apocalittiche poiché chiamano in causa i "diritti del bambino" ad avere una famiglia come Dio comanda. I famosi diritti del bambino, argomento in nome del quale viene giustificata la sovranità limitata che una donna ha sul proprio corpo. «Questa rivolta di due donne contro la loro stessa condizione di donne sarebbe sacrosanta se non si vedesse tremolare in lontananza il fantasma dell'eugenetica nazista, se non ci fosse di mezzo l'educazione dei bambini», continua Merlo, spiegandoci che «la vita è un mistero di dolcezza e non un travaso infermieristico di fiale». Dev'essere davvero un fantasma in voga, quello dell'eugenetica nazista, anche se in questo caso non si capisce a chi e a cosa si riferisca. All'inseminazione artificiale come pratica disumana tout court? Alla «tracotanza ideologica» di chi vuole profanare «il doppio registro psicologico» garantito dall'eterosessualità dei propri genitori? Oppure a chi intende eliminare «la durezza del papà, o la tenerezza della mamma»? Se il ragionamento non sembra molto chiaro e il riferimento al nazismo una licenza di cattivo gusto, tuttavia l'articolo di Merlo pone un problema non trascurabile. Pur difendendo i diritti del nascituro in realtà la vittima di Karine e Elodie è un'altra. La vittima è il maschio «degradato a produttore di sperma» o «ridotto allo stato di fuco». Da queste espressioni traspare un'angoscia genuina, una sincera inquietudine maschile di chi teme di venire trasformato in un accessorio del concepimento, di scivolare nell'irrilevanza biologica, diventando «un incidente nella gestazione del figlio». Che poi è esattamente quel che hanno subito le donne nel corso dei secoli, mere produttrici di figliolanze secondo i modi, i tempi e soprattutto i variegati interessi della famiglia patriarcale. Con un'enorme differenza: nessuna legge in nessun paese del mondo vieta la costruzione di una famiglia eterosessuale come quelle che piacciono a Merlo, quindi non si capisce in cosa il diritto di Karine e Elodie ad avere un figlio impedisca ad altre (la schiacciante maggioranza) di scegliere di vivere e amare all'interno della famiglia tradizionale. Questa fobia dei diritti altrui non può derivare solo da un'inclinazione culturale, dalla crociata di un cardinale in cerca di ribalta o da una campagna politica integralista, ma è sintomatica di un disagio profondo, di un'ansia esistenziale che ovviamente non può essere giustificata, ma che almeno va compresa, a cominciare da chi lancia anatemi contro la «famiglia costruita in laboratorio».

«Non siamo vasi da riempire», gridavano le femministe qualche decennio fa. «Non siamo produttori di spermatozoi», gli fa il verso il maschio globalizzato che approda nel terzo millennio, ossservando impotente la dissoluzione di un mondo che non è più concepito a sua immagine e somiglianza.





Liberazione, 25.01.06
Cattolici, protestanti e ortodossi a Roma
Il cardinale e la vescova. Dialogo arduo tra chiese nell'Europa "cristiana"
di Fulvio Fania


Il cardinale e la vescova. Tedeschi entrambi, lui indossa un clergyman e una cordialità alla mano ma è pur sempre un principe di Santa Romana Chiesa, lei invece veste un normalissimo abito nero, perfino una gonna con lo spacco e gli stivali. Walter Kasper è l'uomo vaticano dell'ecumenismo mentre Margot Kassmann è vescova di Hannover ed è considerata la numero due della chiesa luterana in Germania. Il loro dialogo si svolge davanti ad una platea cristianamente arcobaleno: 166 delegati tra cattolici, ortodossi, protestanti, anglicani di 44 paesi europei e di 40 diverse chiese, tanto è ampia la diaspora del Vangelo. Le donne sono una trentina, non contando il coro delle ragazze rumene che intonano gli inni sacri. E' questa l'assemblea ecumenica preparatoria del grande incontro tra cristiani che si svolgerà in Romania, a Sibiu, il prossimo anno, terzo appuntamento dopo quelli di Basilea nell'89 e di Graz nel '97.

Kasper e Kassmann non nascondono le difficoltà. Per il cardinale l'ecumenismo è «irreversibile», non ha alternative, non è un problema di accademici ma di tutti i cristiani tra i quali è cresciuto il desiderio di unità. Cattolici e ortodossi nutrono una concezione simile di chiesa mentre con i protestanti è tutto più complicato e per questo Roma non può accettare di celebrare la comunione assieme. La vescova ribatte che l'eucaristia comune sarebbe un buon mezzo proprio per far avanzare l'unità spirituale e pratica. I due convergono sulle radici cristiane dell'Europa ma divergono sui temi etici. Lei accenna ad un quaderno dei dolori, dalla bioetica all'eutanasia, né risparmia all'interlocutore una frecciata contro la "Dominus Jesus", il documento a firma del cardinal Ratzinger che raggellò «l'euforia» ecumenica e, a quanto risulta, lasciò freddino lo stesso Kasper. Tutti convengono che c'è un certo «disincanto», però il cardinale può elencare la ripresa dei colloqui teologici con gli ortodossi, inclusi quelli di Mosca, la prossima adesione dell'alleanza metodista mondiale all'accordo teologico sulla "giustificazione" già sottoscritto tra cattolici e luterani e addirittura alcuni incontri in Africa con le chiese pentecostali, marea montante della religiosità nel Terzo mondo.

L'Europa presenta problemi non da meno. Il cardinale Ruini porta gli onori di casa. Il testo del suo discorso prevedeva un esordio rituale - «Eminenze, eccellenze» - ma poi decide di sostituirlo con un «fratelli e sorelle in Cristo» molto più adatto all'ambiente. Alle affermazioni secche contro l'ondata laicista il Vicario di Roma sostituisce stavolta interrogativi retorici: «L'Europa non sta svuotandosi della sua forza culturale, morale e religiosa che nei secoli passati l'ha resa un faro della fede cristiana?». Ed ecco dunque la riproposizione di una «nuova alleanza» tra «cristianesimo e umanesimo europeo», con annessa citazione dei dialoghi tra Ratzinger, Habermas e l'immancabile Marcello Pera. Ruini ricorda inoltre i problemi provocati dalla «complessa e variegata migrazione islamica» e dall'immigrazione in genere. Quella stessa di cui parla il pastore Gianni Long, presidente delle chiese evangeliche in Italia, osservando che per effetto dei nuovi ingressi gli italiani protestanti sono ormai doppiamente minoranza, rispetto ai cattolici e tra gli stessi fratelli di chiesa.

C'è un altro pastore in giacca e cravatta, seduto accanto al vescovo Vincenzo Paglia e al collega ortodosso Gennadios: E' Jean Arnold de Clermont, presidente della Kek, l'organismo che riunisce le chiese cristiane non cattoliche del continente. Spiega di aver atteso con impazienza questo incontro, ricorda che la Carta ecumenica firmata da tutti nel 2001 indicava già tanto lavoro da compiere insieme anche sul piano sociale. E se i protestanti insistono tanto per ricevere assieme la comunione, richiesta costantemente respinta dal Vaticano, non è perché ignorino le differenze ma per aspirazione all'unità. Nessuno nega - risponde De Clermont a chi glielo chiede - un «primato d'onore nel cristianesimo» alla figura del papa ma ciò non risolve la divergenza sulla «giurisdizione», cioè il suo potere.

Monsignor Amedèè Grab, presidente della Conferenza degli episcopati cattolici europei, affronta la madre delle questioni e sembra che si riferisca direttamente a Ratzinger. «Si sentono - afferma - dei timori riguardo al dialogo perché aprirebbe a forme di relativismo, uniformismo o sincretismo» ma il dialogo non va confuso con il compromesso ed è «rischioso» restare prigionieri della «contrapposizione tra identità e dialogo». Il convegno, presieduto dal vescovo Vincenzo Paglia, proseguirà fino a venerdì ma sarà inesorabilmente offuscato dalla presentazione, oggi, della famosa enciclica di Benedetto XVI. Leggi dell'informazione? L'interrogativo è pertinente. Proprio ieri, infatti, il Papa ha diffuso il suo primo messaggio agli operatori della comunicazione, nel giorno di San Francesco de Sales, angelo custode dei giornalisti, non parliamo poi dei vaticanisti. Nella «grande tavola rotonda» della comunicazione, che ha come annullato il tempo e lo spazio, Ratzinger riconosce «alcune tendenze» alla «monocultura», a ridurre le complessità, a svilire le peculiarità culturali e religiose. Accade - osserva Benedetto XVI - quando l'industria dei media «diventa fine a se stessa e rivolta unicamente al guadagno». La prevalenza del profitto annulla il senso di responsabilità in quello che il Papa definisce un «servizio pubblico». Un allarme particolare per i bambini che nei media trovano spesso l'opposto di «modelli edificanti di vita e di amore». E qui il pontefice allude ancora la tema della propria enciclica. Troppo sesso in tv e sui giornali. Ratzinger le definisce «espressioni di amore degradanti e false soggiogano i giovani» e conclude che esse costituiscono una «minaccia per la famiglia».