Il Fatto 3.6.19
Matteo il leghista tracotante come “il macellaio” Bava Beccaris
di Leonardo Coen
Sulla pagina Fb “il razzismo non ci piace”, ho letto un sagace post: “Tra i santi invocati da Salvini mancava San Vittore”, che è mica male come battuta. Temo però che tra poco l’accigliato ducetto del rosarietto se la piglierà anche con Internet, dopo aver attaccato Gad Lerner e aver mandato “un bacione” a Roberto Saviano, minacciando “nuovi criteri per le scorte”. La sua tracotanza mi ricorda tanto quella del generale Fiorenzo Bava Beccaris. Quando scoppiò la rivolta del pane a Milano, nel maggio del 1898, il governo proclamò lo stato d’assedio e lo nominò commissario straordinario con pieni poteri per la provincia di Milano. Noi meneghini lo ricordiamo come il “Macellaio di Milano”. Perché per sedare le proteste – c’era lo sciopero generale, le fabbriche chiusero tutte e la gente scese per le strade – mise Milano a ferro e fuoco, massacrando 400 persone, donne e bimbi compresi. Per ottenere “ordine e sicurezza”, aveva mobilitato 38 battaglioni di fanteria, 13 squadroni di cavalleria e 9 batterie. Poi Bava Beccaris puntò i giornali d’opposizione: Il Secolo, L’Italia del Popolo, L’Avanti. Decine, i direttori e i giornalisti arrestati. Persino l’avvocato Eliso Rivera, fondatore e condirettore della Gazzetta dello Sport. I reazionari ottusi lo ritenevano un eversore: socio di una Casa del Popolo, voce libera del giornalismo, disposto a dialogare con repubblicani, radicali, anarchici. Don Davide Albertario, prete animoso, direttore dell’Osservatorio Cattolico gridò ai militari che l’ammanettavano: “Il popolo vi ha chiesto pane e voi avete risposto piombo”. Gli arrestati furono costretti a sfilare per le vie di Milano, a piedi, in catene, a due a due, coi soldati e gli sbirri di fianco, pistole in mano, pronti a far fuoco. Il torinese Domenico Oliva, deputato della destra, divenne direttore del Corriere della Sera. Fautore della linea dura contro operai e contro chi si batteva per i poveri, denunciò “la tolleranza incredibile verso i nemici dello Stato, della patria, della civiltà”. Caro Enrico, non ti ricorda qualcuno?
Il Fatto 3.6.19
I 3 generali anti-Trenta e il muro di gomma contro la verità a Ustica
Giugno 1980 - Gli ex capi di stato maggiore dell’Aeronautica negli anni dell’inchieste sulla strage
di Gianni Barbacetto
Ustica: è questo il filo rosso che unisce i generali capifila della rivolta contro la ministra della Difesa Elisabetta Trenta. A dare il via al pronunciamento sono stati tre generali in pensione, Mario Arpino, Leonardo Tricarico e Vincenzo Camporini, con la loro lettera in cui annunciavano che non avrebbero partecipato alla tradizionale parata militare di ieri 2 giugno e in cui rimproveravano alla ministra le sue “dichiarazioni di vuoto pacifismo” e la volontà di “tagliare le pensioni militari” (d’oro).
I tre generali appartengono tutti all’Aeronautica militare e sono stati tutti e tre, in successione, capi di stato maggiore dell’arma. Tricarico è anche il presidente dell’Icsa (Intelligence culture and strategic analysis) presentata nel 2009 dalla strana coppia Marco Minniti (Pd) e Gianni Letta (Forza Italia), con la benedizione di Francesco Cossiga, l’ex presidente della Repubblica con il culto di servizi segreti, operazioni coperte e strutture riservate. Del comitato scientifico dell’Icsa fa parte anche Camporini, già capo di Stato maggiore della Difesa con il ministro Ignazio La Russa.
Ustica. I tre generali sono quelli che hanno garantito che il muro di gomma facesse rimbalzare ogni tentativo di scoprire la verità sulla notte del 27 giugno 1980, quando un Dc-9 Itavia partito da Bologna e diretto a Palermo si inabissò con 81 persone a bordo nel Tirreno, al largo di Ustica. Trentanove anni dopo, ancora non sappiamo che cosa sia successo. Sono state a lungo discusse le ipotesi del “cedimento strutturale” o della bomba a bordo, ma più probabilmente quella notte avvenne nei cieli italiani una battaglia aerea in cui velivoli militari dei Paesi della Nato tentarono di colpire velivoli libici, colpendo per errore il Dc-9 civile italiano. Le inchieste giudiziarie e i processi che seguirono si sono conclusi con assoluzioni dalle accuse di alto tradimento per i vertici militari italiani, ma con condanne per un’ottantina di militari dell’Aeronautica per vari reati, tra i quali falso e distruzione di documenti. “Il disastro di Ustica”, scrivono i giudici, “ha scatenato, non solo in Italia, processi di deviazione e comunque di inquinamento delle indagini”. Queste sono state ostacolate “specialmente attraverso l’occultamento delle prove e il lancio di sempre nuove ipotesi – questo con il chiaro intento di soffocare l’inchiesta”, con l’intento di impedire “il raggiungimento della comprensione dei fatti”.
Depistaggi, dunque, inquinamento e sottrazione delle prove: “L’opera di inquinamento è risultata così imponente da non lasciar dubbi sull’ovvia sua finalità: impedire l’accertamento della verità”. Concludono i giudici: “Non può esserci alcun dubbio sull’esistenza di un legame tra coloro che sono a conoscenza delle cause che provocarono la sciagura e i soggetti che a vario titolo hanno tentato di inquinare il processo, e sono riusciti nell’intento per anni”.
L’ultima indagine, svolta dal giudice Rosario Priore, ha concluso che “l’inchiesta è stata ostacolata da reticenze e false testimonianze, sia nell’ambito dell’Aeronautica militare italiana sia della Nato”, com “l’effetto di inquinare o nascondere informazioni su quanto accaduto”. Priore conclude così la sua ordinanza-sentenza: “L’incidente al Dc-9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il Dc-9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti”.
Mario Arpino, Leonardo Tricarico e Vincenzo Camporini non hanno, naturalmente, alcuna responsabilità penale individuale in questa vicenda in cui ciò che è successo continua a essere oscurato in nome di segreti da mantenere e alleati internazionali da coprire. “Ma sono stati i massimi garanti, al vertice dell’Aeronautica militare”, dice Andrea Benetti, dell’associazione parenti delle vittime della strage di Ustica, “del muro di gomma che impedisce ai familiari di 81 persone di ottenere giustizia e ai cittadini italiani di conoscere la verità”.
Il Fatto 3.6.19
Tutti contro Trenta: perché i generali vogliono cacciarla
La rivolta delle stellette - Anche lo Stato maggiore della Difesa si è schierato. In ballo: la riforma delle valutazioni interne, sindacati militari e i miliardi degli F-35
di Salvatore Cannavò
La riunione si tiene alle 7 del mattino del 18 aprile e vede precipitare al Ministero della Difesa i Capi di Stato Maggiore delle tre forze armate: Esercito, Marina e Difesa. I generali Salvatore Farina (Esercito), Valter Girardelli (Marina) e Alberto Rosso (Aeronautica) chiedono spiegazioni alla ministra Elisabetta Trenta circa il post pubblicato su Facebook il giorno prima, per “una riforma sull’avanzamento”.
Il merito in caserma. La ministra dice di voler “trovare soluzioni innovative in materia di avanzamenti e progressioni di carriera del personale militare” con la “necessità di rivedere il processo valutativo al fine di individuare chiaramente i criteri alla base dell’attribuzione dei punteggi di merito e limitando, per quanto possibile, la discrezionalità delle commissioni”. Il merito in caserma, insomma, che ha il plauso della truppa, ma che non piace ai vertici. Tra i più contrariati, secondo i corridoi di palazzo Baracchini, sede del ministero della Difesa, il capo di stato maggiore dell’Esercito, Farina, molto vicino all’ex capo di Stato maggiore della Difesa, Claudio Graziano, nominato dalla ministra Pd, Roberta Pinotti. Alberto Rosso è stato invece il Capo di Gabinetto della stessa Pinotti fino al 28 ottobre 2018.
L’esternazione molto rumorosa fatta dai generali in pensione Leonardo Tricarico, Vincenzo Camporini e Mario Arpino, i quali hanno annunciato che non assisteranno alla tradizionale parata militare di oggi, va letta, quindi, alla luce di un malumore che si respira da tempo. I tre hanno contestato a Trenta “dichiarazioni di vuoto pacifismo” o, più prosaicamente, la volontà di “tagliare le pensioni” che per molti graduati equivalgono a pensioni d’oro.
Lo Stato maggiore. Ma il lavorìo contro Trenta non viene tanto dai generali in pensione o da esponenti della destra come Ignazio La Russa (che ha avuto Camporini come Capo di Stato Maggiore) e Giorgia Meloni, quanto dagli uomini di cui la stessa ministra si è circondata. Al ministero iniziano a guardare con più distanza, ad esempio, l’attuale Capo della Difesa, Enzo Vecciarelli, che ieri ha pubblicamente preso le distanze dai tre generali in pensione ma, si riflette ai piani alti di palazzo Baracchini, è stato risucchiato dal sistema della “casta” militare, distanziandosi dalla politica che lo ha nominato.
Tra i temi dello scontro non c’è solo la valutazione, e quindi il sistema di nomina interna dei graduati, ma anche l’iniziativa legislativa di “sindacalizzazione” delle Forze armate, sostenuta vistosamente da Trenta; l’iniziativa sull’uranio impoverito dove la ministra propone una riforma per stabilire responsabilità precise della Difesa tutelando i soldati; anche il tema dei suicidi in caserma, avanzato più volte dalla ministra, è oggetto di discussione.
Peace&Love. Le accuse di gestione “peace&love” del dicastero (riferimento al simbolo pacifista fatto dalla Trenta al Senato per rispondere alle accuse di Isabella Rauti, senatrice di FdI) sono solo dei palliativi. Anche l’assenza di Giorgia Meloni dalla parata di oggi, spiega una nota della Difesa, si deve al fatto che la leader di Fratelli d’Italia, “voleva il palco presidenziale previsto per le cariche istituzionali”.
C’è però anche un fronte interno per la ministra, prontamente stoppato dalla difesa che di lei ha fatto Luigi Di Maio. Nel M5S ha destato molto stupore l’attacco ricevuto dal sottosegretario M5S Angelo Tofalo che oltre a blandire Matteo Salvini, e a vestire i panni militari impugnando il mitra, ha parlato di “errori grossolani” al ministero. Chi conosce bene le dinamiche interne sottolinea l’asse di Tofalo con l’altro sottosegretario alla Difesa, il leghista Raffaele Volpi, per lavorare ai fianchi la Trenta.
Il fronte interno. In questo contesto è stata vissuta come un vero e proprio “tradimento” la riunione “segreta” che ha visto Tofalo con il capogruppo 5Stelle nella commissione Difesa della Camera, Giovanni Russo, il senatore della Difesa, Dino Mininno e il membro 5 Stelle del Copasir (comitato di controllo sui Servizi segreti), Francesco Castiello. Nel mondo pentastellato si dice che “hanno fatto gli utili idioti della Lega”. Ed è evidente che la vittoria elettorale di Salvini abbia cambiato le carte in tavola e spinto il leader leghista a mettere le mani su qualsiasi struttura abbia una divisa.
L’Aeronautica. Ma c’è di più. A unire le varie caselle del puzzle si trova spesso l’Aeronautica. I tre generali in pensione che diserteranno la parata vengono tutti da lì. Anche il 5 Stelle Mininno proviene dall’Aeronautica. E l’Aeronautica, più delle altre Forze, ha un nodo irrisolto: gli F-35. La dichiarazione della ministra, relativa all’arrivo di altri 28 velivoli, non va equivocata, perché riguarda le commesse già ordinate dal precedente governo e avallate dal Documento programmatico per la Difesa per il triennio 2018-2020. Ma in quel documento si legge che “gli oneri totali sono riferiti alla sola Fase 1 di prevista conclusione nel 2020. La Fase 2, qualora confermata” prevede delle “contribuzioni al momento ancora non definite”. Al momento, quindi, vengono stanziati 1,447 miliardi, ma il fabbisogno complessivo di miliardi ne richiede 7,093.
Il Fatto 3.6.19
“La voce metallica del Pd, metafora di una sinistra senza più cuore”
Il sindaco appena rieletto di Lecce (al primo turno) analizza gli errori di un partito (una volta il suo) che “ha perso ogni credibilità”
di Antonello Caporale
“La sinistra è senza cuore. E io ho le prove.
Questo è un processo al sentimento.
“Infatti dovremo applicarci per far tornare l’emozione nelle parole, la passione nei pensieri, il cuore nella testa. Altrimenti restiamo quelli che siamo: una parte politica che ha perso credibilità. Parliamo ma mostriamo di non credere a quel che diciamo”.
Carlo Salvemini è il sindaco di Lecce riconfermato al primo turno nella prova d’appello. Ha 53 anni, e dà l’impressione, per via della barba e del suo amore per le camicie senza colletto, di un intellettuale iraniano in esilio. Dirige un’azienda che distribuisce libri scolastici. Aveva vinto rocambolescamente già due anni fa, ma non aveva con sé una maggioranza. E infatti era stato fatto dimettere. Salvemini, militante della sinistra classicheggiante, un cuore rosso antico cioè, e forse per questo fuoriuscito da anni dal Pd, ha rivinto, mettendo insieme un bel cartello di formazioni in cui il partito di Zingaretti è comunque stato compagno d’avventura. Ha vinto in una città dove la destra dominava quando tutto il resto d’Italia era dell’Ulivo. Figurarsi ora che il vento spira forte e in senso decisamente contrario.
Dunque, sindaco lei dice che la sinistra è vittima di una specie di malattia autoimmune. Più che Salvini è l’astenia a fregarla.
Ricordo le parole con cui abbiamo annunciato, per esempio, il reddito di inclusione. Ricordo la distrazione con la quale si elencava succintamente il provvedimento. Si intuiva che dei poveri e poverissimi poco c’importava. Abbiamo così annientato, con la voce metallica, robotizzata di un governo senza cuore, la radice quadrata della nostra identità politica. Cos’è la sinistra senza una lotta appassionata, magari disperata, contro le ingiustizie sociali?
Non è questo un effetto collaterale dell’esercizio pluriennale del potere?
È la misura di quel che non si è fatto. Non si è fatto scouting, non si è cercato di promuovere nuove figure. I segretari a Roma cambiavano ma nelle regioni tutto rimaneva uguale a se stesso. Sempre gli stessi referenti di un ventennio. E allora come puoi pensare tu Renzi che la gente ti creda che vuoi cambiare l’Italia quando in casa tua ti affidi a quelli di sempre? Dico Renzi, ma vale il discorso per Bersani, quand’era lui il titolare della ditta, e per Zingaretti adesso. E per tutti quegli altri che storpiano il nome della sinistra, lo diluiscono in sbiadite pratiche di consenso
Lei che farebbe?
Io faccio quel che so fare. Amo la politica ma non ho vissuto mai un giorno senza il mio lavoro. Ho amato la politica anche quando non sono stato eletto nel consiglio comunale, e la amerò anche quando ne uscirò
Lei.
Ho riportato in pista i trentenni e i quarantenni, due generazioni messe ai margini. E devo coltivare la loro emancipazione, costruire personalità che nel futuro proseguano il lavoro che abbiamo iniziato.
Lecce è bellissima, ma ha una periferia grigia, bruttina assai.
Il bello può narcotizzare al punto che hai la fortuna di avere un magnifico anfiteatro romano nella piazza principale, quella di Sant’Orono, e nemmeno accorgertene. È il processo di narcosi del bello. Ne siamo così pieni da dimenticarcene. Anche se la città nel suo complesso è consapevole dell’incantevole barocco che l’avvolge (fino in qualche caso eccedere con punte di presunzione).
Ma la bellezza si deve coltivare anche fuori le mura antiche.
Infatti io elimino dal vocabolario la parola periferie e parlo di quartieri. I leccesi devono capire che lo spazio pubblico è una continuazione del proprio salotto privato. C’è la casa e quel che le sta intorno dev’essere curato e bello quanto quel che è di esclusiva proprietà. Conquistare la nozione di bene comune e poi costruire un pensiero comune che lo tuteli.
Lei amministra Lecce. Se dovesse trovarsi a dare un consiglio a Zingaretti?
Non parli mai di governo. Che andiamo a fare al governo adesso? Per fare cosa? E con chi? Adesso c’è una sola urgenza: riacquistare credibilità. Abbiamo perduto l’identità e la rotta per un difetto di reputazione. Gli elettori non ci stimano. E perché non hanno fiducia in noi?.
Per la voce metallica della sinistra, mi dirà.
Per quel che non abbiamo fatto ma soprattutto per come ci siamo mostrati. Insensibili alle questioni grandi e drammatiche: la casa che in tanti non posseggono in un Paese che scoppia di case. Le file all’ospedale, le ingiustizie che si vivono nei luoghi pubblici, i buchi neri della scuola. Istruzione, sanità, emarginazione. Sono tre pilastri del dolore.
Vuole il mondo nuovo.
Voglio la verità. Dobbiamo fare un discorso di verità al popolo. Dobbiamo dire che abbiamo le pezze al culo e che i problemi sono così grandi che non li risolveremo in due mesi. Gli italiani sanno avere pazienza, ci aspetteranno. A patto però che ritorniamo ad essere credibili ai loro occhi.
E per essere credibili serve il cuore.
Rigenerazione emotiva. Ci si emoziona per un filo d’erba, perché non dovremmo emozionarci per compiere battaglie a favore degli ultimi? Perché non dovremmo appassionarci del mare pulito? Sa che Lecce ha 25 chilometri di costa, è una città di mare? Nessuno lo sa, e il mio compito è di dire agli italiani: se venite troverete il barocco e una spiaggia magnifica. Non è una grande battaglia? Non è un modo per costruire posti di lavoro? Ripulire e ricucire quartieri che hanno subìto, perché distanti dalla bellezza monumentale, gli sfregi dell’incultura, dell’approssimazione, della colpevole disattenzione.
Che altro deve fare Zingaretti?
Non stare un giorno a Roma. Andare per città e paesi a trovare la sua gente. Senza comizi o assemblee affollate. Incontri a quattr’occhi. Riconoscerà i bravi, gli darà fiducia, costruirà una classe dirigente vera. Avendo davanti però non sei mesi di opposizione.
Lei proprio non vuole andare al governo?
Al governo ci si arriva dopo che hai programmi e persone, idee e alleanze. Il tutto subito è una grande debacle dell’intelligenza. Questo presentismo, voler risolvere a sera il problema che si è manifestato al mattino, è una prova dilettantesca, la misura della modestia delle nostre ambizioni. La popolarità evapora in fretta.
Lei ha vinto al primo turno.
Ho convinto i miei concittadini, ritengono che io sappia amministrare. Adesso è il momento di ricambiare ma senza quella frenesia da talk show. Bisogna lavorare con serietà e con determinazione, e dare a ciascun problema una soluzione possibilmente intelligente.
Corriere 3.6.19
Venezia Collisione con battello, feriti e polemiche
Grandi navi, perché non decidete?
di Gian Antonio Stella
E se succede a Venezia? «Uffa!», sbuffavano fino a ieri mattina i sostenitori delle Grandi Navi. E attaccavano a snocciolare contro i soliti gufi una miriade di dati, calcoli, portolani, algoritmi, sigle imperscrutabili di strumentazioni spaziali che mai e poi mai avrebbero consentito un incidente nel canale della Giudecca eccetera eccetera... È successo davvero. E tutte le chiacchiere sono state spazzate via.
E rano le 8:34. Entrata dalla bocca di porto di San Nicolò e diretta verso la Marittima, la nave da crociera «Msc Opera» procedeva lungo il canale veneziano a 5,3 nodi. Tanti, come dimostrerà la cronaca. Una velocità solo un po’ più bassa di quella prescritta negli anni Trenta del Novecento quando i bastimenti non erano palazzoni immensi alti quanto il campanile dei Frari, il secondo di Venezia dopo San Marco.
Di colpo, su quel bestione bianco da 65.000 tonnellate lungo 275 metri, largo 32 e capace di trasportare circa 2.679 ospiti e 728 uomini e donne dell’equipaggio, c’è un blackout ai comandi. Un blackout inspiegabile. E la nave affidata alla guida di un rimorchiatore davanti e uno dietro della flottiglia di Rimorchiatori Riuniti Panfido, fondata tanti anni fa in Venezuela da due emigrati italiani che fecero fortuna, diventa ingovernabile. Peggio: a dispetto di ogni schema, la grande nave accelera. E dopo esser passata davanti alla Madonna della Salute ai cinque nodi che dicevamo, accelera e accelera in poche centinaia di metri fino a quasi sette nodi.
«Mi sono accorto che aumentava la velocità tirando a dritta verso San Basilio e il pontile dei vaporetti dove c’era molta gente e ho cominciato a tirare e tirare per raddrizzarla verso il centro del canale», racconta Andrea Ruaro, triestino, ventun anni di esperienza in laguna, il pilota del rimorchiatore Angelina che stava davanti, «Per quanto spingessimo i motori al massimo, però, non ce la facevamo. Era proprio impossibile».
È fermo lì, in banchina, un «lancione» turistico che in quel momento sta accogliendo i passeggeri a bordo, la «River Countess». Quello che succede è nei video ripresi da varie persone che stavano nei dintorni con il telefonino acceso. La grande nave da crociera ormai cieca ad ogni comando, mentre l’altro rimorchiatore alle spalle cerca di rallentarla, piomba a poppa del «lancione», lo copre in parte decapitando il ponte superiore, si infila fra questa e la banchina staccandola all’ormeggio e trascinandosela avanti con un’ancora gigantesca infilata nel fianco.
Ambulanze, Vigili del fuoco, carabinieri, poliziotti, vigili urbani. Un caos indescrivibile. Il cozzo è stato così forte che tutti si chiedono sgomenti quale possa essere il bilancio. Minuti febbrili a controllare le due navi, la banchina, eventuali passeggeri scaraventati in acqua. Cinque feriti, pare. Nessun morto. Grazie a Dio. E mentre i soccorsi si mettono febbrilmente in moto, cominciano a grandinare i commenti.
Il sindaco Luigi Brugnaro tuona: «È l’ennesima dimostrazione che non è più pensabile che nel canale della Giudecca debbano passare le grandi navi. Lo diciamo da otto anni, e chiediamo immediatamente l’apertura del Vittorio Emanuele». Il governatore Luca Zaia, che già aveva detto la sua («È un’immonda schifezza, il problema va risolto: c’è un decreto che è chiaro e che dobbiamo applicare») ai tempi delle prime polemiche seguite dal divieto d’ingresso — poi aggirato — alle imbarcazioni superiori alle 40mila tonnellate imposto dal governo di Mario Monti, insiste: le grandi navi da lì vanno tolte. Ecco anche Danilo Toninelli: «Il Comitatone aveva partorito e analizzato tredici diversi progetti, noi li abbiamo ridotti facendo sintesi con tre: Chioggia, San Nicola e Malamocco...».
Riemergono le fratture. Istantanee. Fatta la tara alla consueta gaffe toninelliana («San Nicola» invece di San Nicolò...) e l’accenno a Chioggia, unica città grillina del circondario, le tre le soluzioni prospettate come una magica rosa dal ministro dei Trasporti sono infatti da anni e anni al centro di discussioni accese e di non facile uscita. Contestate più o meno tutte dai promotori del comitato «No grandi navi», da anni in guerra contro il viavai dei giganteschi alberghi semoventi da crociera e ieri riuniti subito a San Basilio per una manifestazione di protesta.
Ironizza Matteo Salvini: «Mi risulta che una soluzione per evitare problemi come quello dell’incidente tra le navi a Venezia era stata elaborata già dall’anno scorso, con l’allargamento di un canale e una parte delle navi a Porto Marghera, ma tutto ciò è bloccato da mesi perché è arrivato un no da un ministero romano, e non è un ministero della Lega».
Al di là delle posizioni di principio di chi contesta come Italia Nostra e gli ambientalisti di mezzo mondo la stessa filosofia di piegare una città gentile e fragile come Venezia alla logica di un turismo di massa sempre più invasivo, ingordo e volgare, le obiezioni a questo o quel progetto per aprire alle Grandi Navi un percorso diverso da quello della Giudecca, non sono affatto capricci buttati lì a casaccio. La riapertura del «Vittorio Emanuele», per dire, spaventa quanti temono che l’allargamento e lo scavo fino a undici metri del canale possa portare dentro altra acqua dal mare rendendo sempre più costose e forse inutili le paratie del Mose. Vale la pena? Mah...
Su un punto sono tutti d’accordo: il tormentone sulle grandi navi da crociera e sul percorso per farle entrare in laguna è diventato ormai insopportabile. E non è possibile che venga rimesso in discussione ad ogni cambio di governo. Chi deve decidere decida. Purché non tenga conto solo del business. Come se la conservazione della nostra città più bella e delicata venisse dopo.
Vada come vada, l’incidente di ieri, così spettacolare e traumatico, nel cuore di Venezia, la fa finita una volta per tutte con una tesi spacciata per un dogma. L’idea che la tecnologia possa metterci al riparo da ogni rischio. Non è così. Non in ambienti fragili come la laguna. È stato un «problema tecnico», dice un comunicato di Msc. Ci dobbiamo accontentare? E fidarci ancora di chi, come fece l’allora soprintendente di Venezia Renata Codello sosteneva che c’era da star tranquilli e che «nessuna nave entra nel canale della Giudecca con i motori accesi perché viene trascinata dai rimorchiatori e quindi la sua mole non crea una serie di fenomeni meccanici in profondità»?
Quando l’ammiraglio Felicio Angrisano lasciò al successore il comando della capitaneria di porto di Genova, disse: «Lascio uno scalo sicuro, affidabile, funzionale». Il più possibile, precisò: «L’unica sicurezza a prova di bomba, per un porto, è non fare entrare nessuna nave...».
È una questione di buon senso, però. Ne abbiamo ancora?
Repubblica 3.6.19
Promesse da marinai
Sette anni e 5 governi ma sulle grandi navi solo parole e zero fatti
di Sergio Rizzo
«Vada a bordo, cazzo!». C’era chi aveva pensato che per la svolta sarebbero bastate quelle 4 parole, oltre al dramma dei 32 morti del naufragio della Costa Concordia. Quell’ordine ruvido impartito senza ammettere repliche la notte del 13 gennaio 2012 da Gregorio De Falco a Francesco Schettino, che aveva mandato un palazzo galleggiante a schiantarsi sull’isola del Giglio, doveva essere il segnale definitivo. Mai più rischi inutili, mai più morti. Basta con gli inchini di quelle navi alte sessanta metri a sfiorare minuscoli porticcioli. Basta con i passaggi radenti alle banchine solo per il delirio degli smartphone di turisti imbarcati a 500 euro alla settimana.
Soprattutto, basta al più pericoloso dei giochi: il transito arrogante nel canale della Giudecca, a offendere la meraviglia di Venezia con le dimensioni insopportabili di quei mostruosi grattacieli galleggianti. Duemila inchini all’anno davanti a San Marco, calcolavano i comitati cittadini che si battevano contro le grandi navi: uno ogni quattro ore. Una sfida estrema a un ecosistema delicatissimo, uno scempio per la laguna, un affronto alla bellezza della città. Ma che nessuno aveva mai potuto mettere prima in discussione. L’azione di lobby sempre più potenti delle compagnie navali era risultata fino a quel momento invincibile. E le proteste venivano spente con argomentazioni quali l’indotto dei posti di lavoro nella piccola ristorazione e nelle lavanderie che si sarebbero perduti vietando i passaggi a Venezia. Davanti a 32 morti, però, la prospettiva cambiava radicalmente. E quell’ordine di De Falco a Schettino sembrava il messaggio che finalmente si girava pagina.
A palazzo Chigi c’era Mario Monti. Il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera e quello dell’Ambiente Corrado Clini sfornarono un decreto che prefigurava per quegli immensi alveari galleggianti un’alternativa al passaggio dalla Giudecca e San Marco. Ma si sapeva che il governo sarebbe durato ancora poco: a chi remava contro bastava solo aspettare che tutto s’impantanasse, grazie anche alla burocrazia. Passò inutilmente quasi un altro anno e mezzo, e dopo ancora tremila inchini, e manifestazioni sempre più calde, il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni denunciò, a giugno 2013, la paralisi totale. L’applicazione del decreto che vietava il transito delle grandi navi a ridosso di San Marco era sospesa in attesa di una soluzione proposta da Capitaneria e Magistrato delle acque, ma di cui non si vedeva ancora l’ombra.
«Risolveremo entro il 25 luglio», promettevano il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi e il suo collega all’Ambiente Andrea Orlando, mentre a rinfocolare le polemiche ci pensava un incendio a bordo di una nave da crociera della Royal Caribbean di fronte a Chioggia. E se quel 25 luglio Lupi giurava che la soluzione finale si sarebbe trovata «entro ottobre » l’assessore Gianfranco Bettin denunciava due giorni dopo che un palazzo galleggiante di 272 metri della Carnival Cruise Lines era passato a 20 metri da Riva Sette Martiri.
A novembre, finalmente, il governo di Enrico Letta sembrò deciso ad applicare il decreto vietando il passaggio delle grandi navi, e arrivò subito l’inevitabile ricorso al Tar da parte di Venezia terminal passeggeri e dalle compagnie di navigazione contro la limitazione del traffico dei colossi da crociera. Accolto ovviamente dai giudici amministrativi. Intanto il governo era cambiato: Matteo Renzi al posto di Letta, con un nuovo ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti. Che garantì: «Procederemo in tempi brevissimi con la scelta della soluzione alternativa per assicurare agibilità ambientale e tutelare l’economia turistica». Campa cavallo. L’idea concordata da Comune e Regione di consentire l’ingresso ai crocieristi dalla bocca di Malamocco verso Marghera, dove i turisti sarebbero sbarcati dalle supernavi in una nuova stazione marittima da costruire, incontrava molte opposizioni. Quelle degli ambientalisti, e anche quelle di certi ambienti politici: prima di tutto nel Movimento 5 Stelle, che continuava a chiedere d’imporre il divieto assoluto all’ingresso in laguna per i colossi delle crociere.
Per anni si andò avanti in modo inconcludente, con quel decreto che non veniva attuato, e il Tar del Veneto che regolarmente (guarda caso) demoliva le ordinanze di limitazione al traffico emanate di volta in volta dalla Capitaneria. Finché al governo, esattamente un anno fa, non è arrivato il Movimento 5 Stelle. E la confusione a quel punto è diventata assoluta, con i comitati ostili alle navi in laguna che insistevano per il divieto totale, il ministro Danilo Toninelli che prometteva non senza titubanze di onorare la richiesta e il vicepremier leghista Matteo Salvini che invece spalleggiava apertamente il governatore del Veneto Luca Zaia. Così: «La messa in sicurezza della città non può mettere a rischio migliaia di posti di lavoro e centinaia di migliaia dell’indotto, oltre all’economia del turismo». Era il 30 agosto 2018. Da allora, secondo il classico copione made in Italy, non è successo nulla di concreto, se non un fiorire di ipotesi alternative (almeno tre) di discutibile realizzabilità. Il succo è che, da oltre sette anni e cinque governi, il decreto per impedire a mostri marini da venti piani di violentare Venezia è arenato nei cassetti dei ministeri. E solo per un caso, sette anni dopo la Costa Concordia, non ci sono scappati altri morti.
Il Fatto 3.6.19
Tienanmen
Trent’anni dopo la strage, le trascrizioni segrete dei capi cinesi: «Uccidiamo chi va ucciso»
dal corrispondente a Pechino Guido Santevecchi
«Bisogna uccidere coloro che debbono essere uccisi, condannare coloro che debbono essere condannati», disse il vecchio rivoluzionario e vicepresidente Wang Zhen nella sala di una palazzina in stile imperiale di Zhongnanhai, a poche decine di metri da Piazza Tienanmen. La strage era già stata compiuta e i dirigenti del Partito stavano discutendo la linea.
Tutto fu deciso dietro le mura che chiudono alla vista Zhongnanhai, il quartier generale del potere comunista, un tempo giardino imperiale accanto alla Città Proibita. Deng Xiaoping era lì con i compagni dirigenti quando a metà aprile del 1989 i primi gruppi di cittadini cominciarono ad affluire in Piazza Tienanmen per accumulare (sotto il Monumento per gli eroi del popolo) fiori e poesie in memoria di Hu Yaobang, l’ex segretario del Partito estromesso per liberalismo e morto per un attacco di cuore il 15 aprile. Fu a Zhongnanhai che fu decretata la legge marziale il 18 maggio, quando il movimento ormai chiedeva riforme, la fine della corruzione e della censura e l’uscita di scena dei «vecchi» aggrappati al potere anche dopo la pensione. Fu da Zhongnanhai che fu dato l’ordine ai soldati di «ripulire» la piazza nella notte tra il 3 e il 4 giugno: la strage con mitragliatrici e carri armati. E fu ancora dietro quelle mura rosse che si riunirono tra il 19 e il 21 giugno i mandanti della repressione.
Trent’anni dopo, la censura continua a cancellare ogni tentativo di commemorazione a Pechino. Ma a Hong Kong, che mantiene la sua autonomia semi-democratica, è appena stato pubblicato un libro con le trascrizioni finora segrete dei discorsi tenuti dai membri del Politburo in quei giorni.
The Last Secret: the final documents from the June Fourth crackdown si basa su trascrizioni conservate e fatte filtrare ora da un funzionario presente alla discussione. Non si sa quanti fossero i partecipanti a quella riunione del Politburo, allargata agli «anziani ex dirigenti» che ancora manovravano dietro le quinte, quelli che gli studenti avevano sperato di far uscire di scena per sempre. Sono 17 le voci. Tutti cominciarono proclamando: «Sono completamente d’accordo», «Sostengo assolutamente» la decisione del compagno Deng Xiaoping di mobilitare l’esercito «per porre fine ai tumulti anti-partito e agli atti controrivoluzionari».
Wang, che chiedeva condanne ed esecuzioni capitali, fu appoggiato da Xu Xiangqian, ex grande maresciallo dell’Esercito di liberazione: «I fatti hanno provato che la confusione e i tumulti sono dovuti al collegamento tra forze interne e straniere, frutto del rifiorire della borghesia che aveva come obiettivo l’instaurazione di un regime anticomunista vassallo di potenze occidentali».
Il milione di studenti e cittadini che erano stati in Piazza Tienanmen per cinquanta giorni furono bollati da Peng Zhen, ex presidente del Comitato centrale del Congresso del Popolo, come «un piccolo gruppo che, collaborando con forze straniere, voleva abbattere le pietre angolari del nostro Paese». Un tema ripreso da molti: «Quarant’anni fa il segretario di Stato Usa Dulles disse che la speranza di restaurare il capitalismo in Cina era riposta nella terza e quarta generazione nata dopo la nostra Rivoluzione: non dobbiamo permettere che la profezia si avveri».
Corriere 3.6.19
In edicola Domani con il quotidiano il volume curato da Marcello Flores con reportage, analisi e schede
Tienanmen trent’anni dopo
Il tabù di sangue della nuova Cina
Amnesia. Oggi del 1989 non si parla: il potere ha barattato il successo economico con l’oblio
Il leader. Deng Xiaoping voleva stabilità per proseguire le riforme e temeva il caos dell’epoca di Mao
Gli studenti che affollavano la piazza chiedevano riforme, il regime si oppose
E nella notte fra il 3 e il 4 giugno 1989 i carri armati schiacciarono la protesta
di Marco Del Corona
Fu una lunga notte, in Cina, e non è ancora passata. Tra il 3 e il 4 giugno 1989 la leadership del Partito comunista trasformò in azione le minacce che aveva formulato da settimane, man mano che le proteste di studenti e cittadini si intensificavano. Furono le ore del massacro della Tienanmen, ovvero la repressione violenta di massicce, pacifiche manifestazioni popolari.
La folla invocava un freno alla corruzione, una riforma del sistema politico che affiancasse quella economica, lanciata da Deng Xiaoping nel dicembre 1978; ma di quella stessa riforma economica chiedeva una messa a punto rispetto alle disfunzioni che fornivano all’ala conservatrice nel Partito argomenti contro il segretario generale Zhao Ziyang, considerato troppo aperto. A metà aprile il cordoglio per la morte di un altro leader riformista, Hu Yaobang, già esautorato, aveva provocato la prima mobilitazione sulla piazza centrale di Pechino. Il cuore simbolico della nazione — con la Città proibita a nord, la Grande sala del popolo a ovest, al centro il mausoleo dove riposa il corpo imbalsamato di Mao, con il monumento agli eroi — si era trasformato in un accampamento, estensione dei campus universitari. Bandiere, tende, striscioni, un simulacro di Statua della Libertà, approvvigionamenti offerti anche da storici ristoranti, mentre le condizioni igieniche si facevano via via più precarie.
La lunga notte non è ancora passata, dura il silenzio nel quale quasi da subito la Cina ha sprofondato l’«incidente», le centinaia o migliaia di morti (le stime variano), le informazioni sulle manifestazioni che avevano coinvolto decine di altre città. Un’«amnesia» istituzionalizzata, come hanno suggerito accademici e romanzieri, che tuttavia continua a interrogarci ora che la Cina si è imposta come seconda economia mondiale, vera controparte degli Stati Uniti sulla scena globale. Le conseguenze della scelta di Deng Xiaoping di mandare i carri armati a sgomberare la piazza arrivano fino a oggi, in una catena di cause ed effetti anche fuori dai confini stessi della Cina, come mostra il volume Piazza Tienanmen. 4 giugno 1989. I fatti, i protagonisti, la memoria curato da Marcello Flores per il «Corriere della Sera», in edicola da domani con il quotidiano.La data del 4 giugno non si può dire, in Cina. Le giovani generazioni non sanno. Chi sa deve limitarsi alludere, ci gira intorno provando a beffare la censura, come racconta Guido Santevecchi nella sua testimonianza. Non basta più scrivere sul web «35 maggio»: la censura digitale blocca tutto. E le cosidette «madri della Tienanmen», vestali della memoria, non avranno a chi lasciare il testimone. Nel 2009, alla vigilia del ventesimo anniversario della strage, Ding Zilin, anima del gruppo, aveva accolto il «Corriere» nel suo appartamento nella zona universitaria della capitale. In salotto conservava le ceneri del figlio Jiang Jielian, ammazzato a 17 anni. Un ritratto a olio, una fotografia. «È caduto — ci diceva Ding, allora sessantaduenne — per affermare la libertà e i diritti inalienabili dell’uomo e infatti lì c’è un pezzetto del Muro di Berlino: chi cercava di scavalcarlo veniva ammazzato. Come qui». Omissione pubblica, strazio privato. Le parole che la signora Ding pronunciò in quell’occasione valgono ancora oggi: «I dirigenti, i delegati dell’Assemblea del popolo sono sempre più giovani e noi sempre più vecchi. Noi che abbiamo perso figli e compagni lottiamo, ma moriamo uno dopo l’altro. Anche l’atteggiamento della comunità internazionale è cambiato. La strage fu sotto gli occhi di tutti, i governi fecero pressioni sulla Cina. Ma adesso?».
Deng Xiaoping aveva sposato la linea dura non soltanto perché, sul piano politico, riteneva che assecondare la protesta avrebbe compromesso la stabilità dell’intero sistema. C’era anche un determinante aspetto personale: a Deng le masse studentesche, per quanto pacifiche, ricordavano il caos della Rivoluzione culturale scatenata da Mao nel 1966, durante la quale lui stesso venne perseguitato ed emarginato e il figlio Pufang fisicamente defenestrato dalla Guardie rosse (rimase paralizzato). La Tienanmen segnò uno spartiacque. Deng si convinse che fosse necessario accentrare il potere, anziché distribuire le cariche principali (segretario generale del partito, capo della commissione militare, capo dello Stato) e affidò la nuova fase a un ingegnere venuto da Shanghai, Jiang Zemin, capostipite politico di una generazione di tecnocrati che avrebbe rilanciato il capital-socialismo.
Fu fatta pulizia, non solo nelle università, nei giornali, sui posti di lavoro. Il Partito mise agli arresti domiciliari Zhao Ziyang, colpevole di cedimento di fronte alla «piazza controrivoluzionaria», chiuse in carcere il suo collaboratore Bao Tong, il funzionario comunista più alto in grado a finire in cella per i fatti del 1989, l’intellettuale che con il «Corriere» definiva Zhao «il mio grande amico». Anche lui, guardato a vista nel suo appartamento per ironia della sorte vicino al Museo di storia militare, nel 2009 accusava le autorità: «Non fanno che indicare il 4 giugno come un momento a cui è seguito un periodo di grande stabilità. Beh, se si ritiene che questo sia il modo più efficace per risolvere le instabilità...».
Le parole di Bao Tong introducono uno dei paradossi che la Tienanmen ha innescato. Perché dopo il 1989 la Cina ha accelerato il suo processo di sviluppo e la pace sociale indotta dalla repressione ha assecondato i piani del partito. Il regime ha saputo offrire un crescente benessere, la riduzione della povertà e la nascita di una classe media assicurandosi un controllo sociale che ora, sotto Xi Jinping, ha raggiunto grazie alle nuove tecnologie livelli estremi di sofisticazione. E a fronte del biasimo per i fatti del 1989, l’Occidente non ha mai cessato di tessere rapporti e costruirsi opportunità in Cina e con la Cina. Paradossale anche la distorsione prospettica che la memoria del 4 giugno 1989 ha prodotto in tanti osservatori, convinti che si fosse trattato di una richiesta di democrazia nella forma dei sistemi occidentali, quando invece — a giudizio della maggioranza degli studiosi — le richieste degli studenti e dei manifestanti rimanevano comunque all’interno dell’orizzonte del sistema esistente. La reattività che, con vari strumenti politrici e polizieschi, il partito fa scattare tuttora nei confronti degli «incidenti» (scioperi, petizioni, proteste) che attraversano la società è figlia del 1989: la stabilità innanzi tutto — è il mantra di Pechino —, la stabilità come garanzia del consenso. E però, in una società iperconnessa, in un Paese ormai forte sulla scena mondiale, resta impossibile discutere apertamente di fatti di trent’anni fa: anche questo, dopo tutto, è un paradosso.
Corriere 3.6.19
In edicola per un mese a e 8,90 più il prezzo del giornale
Nel libro la cronaca di giorni caldi e i testi degli scrittori
Sarà in edicola da domani con il «Corriere della Sera» il volume Piazza Tienanmen. 4 giugno 1989. I fatti, i protagonisti, la memoria. Curato dallo storico Marcello Flores, il libro di 236 pagine sarà in vendita a e 8,90 più il prezzo del quotidiano e rimarrà disponibile per un mese. L’opera è stata realizzata in occasione dei trent’anni dalla violenta repressione delle manifestazioni studentesche in Cina. Il libro si compone di un saggio introduttivo dello stesso Flores che colloca le proteste della primavera 1989 nel quadro sia dello viluppo della Cina post-maoista, guidata da Deng Xiaoping, sia della crisi che attraversava i Paesi del blocco comunista in Europa (tra l’altro, un’attesa visita dell’allora leader sovietico Mikhail Gorbaciov a Pechino coincise proprio con le proteste, imbarazzando le autorità cinesi e facendone emergere le difficoltà). Seguono un intervento di Fabio Lanza, studioso dei movimenti studenteschi in Cina, e un reportage di Guido Santevecchi, dal 2013 corrispondente del «Corriere» da Pechino, sulla memoria cancellata. Quindi la tragedia di trent’anni fa viene rievocata dagli articoli delle firme del «Corriere» che seguirono gli eventi: i reportage dell’allora corrispondente Renato Ferraro, i contributi di Andrea Bonanni, Ettore Mo, Franco Venturini, Arrigo Levi, Fox Butterfield, Gianni Riotta, Vittorio Strada, Giuliano Zincone, cui si aggiungono tre testi di Tiziano Terzani, che pochi anni prima era stato espulso da Pechino, e quelli di due scrittori: Alberto Moravia (L’enigma dei vecchi terribili) e Claudio Magris (Muore un mito, si salvi la speranza). Completano il libro una cronologia e le biografie delle figure più importanti coinvolte. (j. ch.)
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Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
domenica 2 giugno 2019
Il Fatto 31.5.19
Marco Bellocchio, Il traditore ha già superato i 2 milioni di euro al botteghino.
“Da Cannes a mani vuote? Traditore” con Favino Non sto mai con il potere”
di Federico Pontiggia
Due tradimenti li ha confessati, il terzo è nei confronti dello psichiatra Massimo Fagioli, già suo intimo e assiduo collaboratore?
«Non tradimento, ma fraintendimento. L’incidente è preciso: quando ricevetti il Leone d’Oro alla carriera (alla 68esima Mostra di Venezia nel 2011, ndr), volontariamente pensai di non citare Massimo Fagioli nei ringraziamenti, per riconoscere – non che volessi negare partecipazione e collaborazione – a me stesso una libertà. Da Fagioli e dai fagiolini venne interpretato quale ingratitudine estrema, tradimento, ma io non stavo annullando un’esperienza, me ne stavo separando».
Marco Bellocchio, Il traditore ha già superato i 2 milioni di euro al botteghino.
Un ottimo esito. Ho fatto film con un buon impatto al box office, ma nulla di paragonabile, almeno da Buongiorno, notte nel 2003. Peraltro, mi dicono il risultato de Il traditore sia nettamente superiore, e in un’epoca di cinematografi deserti.
Come se lo spiega?
La Storia – non la insegnano più a scuola, assurdo! – attrae, le parole tradimento, mafia anche. Poi, c’è Pierfrancesco Favino, un attore molto popolare che ha un ruolo perfetto. Si temeva la lunghezza (due ore e 25 minuti, ndr), invece no. Però sono mancati i premi a Cannes.
Non è una novità: è stato in concorso sette volte sulla Croisette, senza mai vincere. L’importante è partecipare, ma…
Non credo in maledizioni… dico la verità, pensavo… Forse conta anche il numero di partecipazioni, non che mi aspettassi un riconoscimento, però, Il traditore è stato bene accolto, anche dalla critica internazionale… (ride). Tanti miei lavori sono stati apprezzati in un secondo tempo, solo Gian Luigi Rondi – critico molto acuto, ma di destra e poi più di centro ed ecumenico – si batté e fece premiare i due attori (Michel Piccoli e Anouk Aimée, ndr) di Salto nel vuoto, Cannes 1980. Parlare di patria oggigiorno è un po’ pericoloso, però è chiaro che da giurati bisogna essere diplomatici oppure dire “a me piace quel film e basta!”.
Se n’è fatto una ragione?
Vicino agli 80 anni (il 9 novembre prossimo, ndr) lo ritengo un messaggio positivo: magari non tornerò più a Cannes, ma io non mi arrendo, non tanto per avere la patacca, bensì per continuare a fare cinema. Non sono mai stato di moda, non mi sono mai schierato con il potere: ho sempre rivendicato un certo anarchismo moderato. Sono stimato, molto, ma rimango fuori dai giochi, in campo autonomo.
In realtà, una “patacca” l’ha avuta: la menzione speciale della Giuria ecumenica, che dovette sorvolare sulla bestemmia, a L’ora di religione nel 2002.
Lo capirono più di altri, sarà l’attrazione degli opposti.
Ne Il traditore non ha ceduto alle lusinghe e ai parametri del “mafia-movie”.
Dovevo trovare la mia strada, cose che mi appartenessero in un tema e un soggetto lontani da me. Per i delitti ho cercato l’essenzialità e la rinuncia ai famosi punti di vista, per le grandi sequenze processuali il registro da teatro d’opera, un tragico grottesco: forme e sguardi personali.
Il critico del Village Voice, Bilge Ebiri, consiglia di doppiarlo in inglese, distribuirlo come Il Padrino – Parte IV e farci un sacco di soldi.
(Ride) Francis Ford Coppola è un riferimento, nella Parte III c’è l’opera lirica, io avrei voluto inserire la Cavalleria rusticana. Quando vidi la trilogia, rimasi profondamente coinvolto, gli stessi mafiosi lo prendono a esempio.
Bellocchio, che cosa ha riconosciuto in Buscetta?
Mi sono agganciato al titolo, non c’era spazio per dilemmi nevrotico-psicologici. Masino era un traditore di retroguardia, nella mia esperienza personale e culturale ci sono traditori che cercano di cambiare il mondo, di ribellarsi. Io stesso mi sono ribellato all’educazione cattolica: tradimento come affermazione di identità e rifiuto. Rispetto alla politica, poi, non ho rinnegato certi principi di sinistra, ma c’è stata una separazione: non sono mai stato complice né ho bordeggiato il terrorismo, però l’ho visto, anche in soggetti che ho conosciuto. In Buongiorno, notte ci sono riferimenti biografici.
Due tradimenti li ha confessati, il terzo è nei confronti dello psichiatra Massimo Fagioli, già suo intimo e assiduo collaboratore?
Non tradimento, ma fraintendimento. L’incidente è preciso: quando ricevetti il Leone d’Oro alla carriera (alla 68esima Mostra di Venezia nel 2011, ndr), volontariamente pensai di non citare Massimo Fagioli nei ringraziamenti, per riconoscere – non che volessi negare partecipazione e collaborazione – a me stesso una libertà. Da Fagioli e dai fagiolini venne interpretato quale ingratitudine estrema, tradimento, ma io non stavo annullando un’esperienza, me ne stavo separando.
Che un autore alla soglia degli 80 anni realizzi due film su commissione non sorprende anche lei?
È come se soggetti più autobiografici – I pugni in tasca, L’ora di religione e Il regista di matrimoni – volessero racconti più brevi, cechovianamente parlando. Sicché questi due ultimi mi sono stati suggeriti dallo stesso produttore, Beppe Caschetto, che mi ha lasciato la più ampia libertà: in Fai bei sogni, senza entrare nel giudizio del libro (Massimo Gramellini, 2012, Longanesi, ndr), vidi la possibilità di trarre un racconto personale. Sempre Caschetto ora mi dice: “Perché non facciamo un film sul processo di Norimberga?”. È un bellissimo soggetto, ma ci vuole l’idea buona, dev’essere un film internazionale. Voglio farlo, se vengo sollecitato…
Esterno notte, la serie su Moro, è ancora in piedi?
Sì, se il produttore Lorenzo Mieli non mi tradisce (ride). È un ribaltamento di campo, interessante, rispetto a Buongiorno, notte: la prigionia vista dall’esterno, una serie in sei puntate. Siamo ai soggetti, vanno affrontate alcune scelte: come rappresentare i personaggi, combinare repertorio e finzione, adattare le conversazioni private.
Lei è tendenza Riina, “meglio comandare che fottere”, o Buscetta, “meglio fottere che comandare”?
Meglio fottere, nel senso di vivere. Sono una persona piuttosto introversa, a Buscetta piacevano il casino e le donne. Comandare… non bisogna essere ipocriti, il mio ruolo è anche di comando, ma il potere… io verso i padri ho sempre avuto un’insofferenza. Pur essendo uno che deve comandare, mi sento più naturalmente vicino a chi non comanda. Mi viene in mente T.S. Eliot, The Love Song of J. Alfred Prufrock: “No! I am not Prince Hamlet, nor was meant to be; Am an attendant lord”. Non sono Amleto, non sono nato per esserlo, sono un assistente.
Jacobin Italia 31.5.9
La sinistra non si ricostruisce dal tetto
Con gli appena 465 mila voti raccolti, La Sinistra ha ottenuto meno della metà del milione e 100mila voti presi alle ultime europee
È arrivato il momento di smettere di porsi solo un problema di tattica, di discutere unicamente del modello da seguire o del leader da presentare. Occorre ripartire dalle fondamenta
di Giulio Calella
qui
il manifesto 2.6.19
Sinistra, un fallimento annunciato
Elezioni europee. Solo una riconsiderazione radicale del rapporto tra essere umano e ambiente, tra le nostre vite e il resto del vivente, può rimettere in piedi una prospettiva politica
di Guido Viale
Dirsi «di sinistra» non fornisce più da tempo una rendita elettorale di posizione a chi si dichiara tale. Lo sapevano già coloro che negli anni passati avevano costruito prima Alba, poi Cambiaresipuò e poi ancora L’Altra Europa, escludendo la parola sinistra dal loro logo: non che fossero di destra o di centro, o che rinnegassero i «valori storici» – quali? – della sinistra; cercavano solo di costruire consenso su altre basi, mettendosi in gioco con proposte e impegni più o meno concreti.
SE NE SONO PERÒ DIMENTICATI i promotori della lista La sinistra: una lista abborracciata all’ultimo momento dopo molti incomprensibili litigi, andirivieni e veri e propri linciaggi dei propri esponenti. Ma non fornisce più una rendita di posizione nemmeno chiamarsi Verdi: altra lista abborracciata all’ultimo momento, con pochi agganci (esclusi i volantinaggi dell’ultima ora) con le molte battaglie per l’ambiente (alcune in corso da decenni!) e le recenti mobilitazioni per il clima in campo anche in Italia.
L’avanzata dei Verdi in diversi paesi europei non è un riflesso passivo della battaglia ingaggiata da Greta Thunberg; è in larga parte il frutto di un impegno intenso e capillare, per lo meno sul piano informativo e didattico, che in Italia è mancato o è stato del tutto insufficiente e per questo ignorato.
Certo, anche grazie al fatto che in nessun altro paese stampa e media sono stati altrettanto compatti contro le tante lotte – anch’esse di valenza generale – per la salvaguardia o la valorizzazione dei territori, come quelle NoTav e NoTap; o altrettanto sordi e ciechi di fronte alle grandi minacce che incombono sul pianeta (l’apocalisse climatica e la distruzione della biodiversità) che la maggior parte dei politici di destra come di sinistra (per non dire tutti) nemmeno conosce, o non ritiene comunque temi degni di una chiamata alla mobilitazione.
UN ATTEGGIAMENTO certamente comprensibile, perché affrontare quei temi richiede di impegnare e impegnarsi a un cambiamento radicale del proprio agire e delle proprie proposte che poco ha a che fare con i modi tradizionali – a cui non crede più nessuno – con cui i programmi, elettorali e non, cercano di affrontare le questioni fondamentali del vivere quotidiano: redditi, lavoro, salute, abitazione, convivenza, cioè migranti, o famiglia (che vuol poi dire rapporto tra uomo e donna, ma anche tra genitori e figli).
I TEMPI RICHIEDONO un approccio radicalmente diverso, che per ora solo papa Francesco e pochi altri hanno dimostrato di saper adottare: con molti importanti discorsi e soprattutto con la Laudato sì.
Un’enciclica a cui nessun politico non razzista e reazionario ha mai smesso di fare qualche «richiamo d’ufficio», spesso senza nemmeno averla letta e, sicuramente, senza averne tratto qualche insegnamento. Solo una riconsiderazione radicale del rapporto tra essere umano e ambiente, tra le nostre vite e il resto del vivente, tra un presente considerato immutabile e un futuro evanescente, se non terrorizzante, può rimettere in piedi una prospettiva politica – cioè, di autonomia personale e di autogoverno collettivo – entro cui collocare anche le rivendicazioni fondamentali portate avanti dalle lotte sociali nel corso della lunga storia del movimento operaio.
Al di là di questa prospettiva resta solo la paura: paura del «diverso»; di perdere a suo vantaggio quel poco che ancora si ha, che poi non è né benessere né rispetto, ma solo la fatica del vivere e l’idea falsa di una «identità» che dovrebbe accomunare persone che in realtà non provano alcun piacere nello stare insieme: nessuno di noi desidera vivere a fianco dei seguaci di Salvini – anche se le regole della convivenza ci impongono di farlo – come nessuno dei seguaci di Salvini è fiero di convivere con noi, l’altra parte di quegli «italiani» che tanto invocano.
Questa paura, che ha invaso non solo l’Italia, ma un po’ tutto il mondo, è quella che ha permesso di realizzare (per ora) la più grande operazione mediatica messa in atto alla svolta del secolo: scaricare su chi sta peggio di noi, nel nostro paese come nel mondo intero, criminalizzandolo, la responsabilità del malessere e della miseria provocate da quell’1 per cento che sta appropriandosi a passi da gigante delle vite e del pianeta (la «casa comune») di tutti.
L’ALTRA PAURA, quella che molti di noi – ma evidentemente non tutti, e neanche la maggioranza – provano sempre più intensamente, fino a venirne metaforicamente paralizzati, è quella provocata dall’affermazione non solo di Salvini, ma di tutte le destre xenofobe, razziste e maschiliste in larghe parti del mondo; e persino nei più insospettati anfratti della nostra società, quelle che credevamo immuni, come la Riace di Lucano, la Lampedusa di Bartòlo, la Valdisusa di trent’anni di resistenza contro lo stupro di un territorio e di una comunità. A questa paura, e non certo all’adesione a una svolta che non c’è mai stata, è senz’altro riconducibile la piccola e politicamente insignificante «rimonta» del PD (l’inutile mito del «voto utile»); ma anche il crollo dei 5Stelle, non più visti come un baluardo contro i progetti devastanti che accomunano sia PD che Lega a tutto l’establishment parassitario che sta divorando il paese insieme alle nostre vite.
Se il Tav «deve» essere fatto, se per «liberarci» dai migranti dobbiamo consegnarli ai predoni della Libia (che con le motovedette donate dall’Italia non solo catturano i migranti per riportarli nello scannatoio da dove cercano di scappare, ma cacciano anche i pescatori italiani – «Prima i libici!» – dal mare che l’Imo gli ha attribuito come fosse proprietà privata), ebbene, allora tanto vale consegnarsi a chi quelle cose le sa fare meglio. Nessun dubbio che in questo caso vinca Salvini.
Per questo, più che nella rinascita dei partiti esistenti, occorre forse lavorare innanzitutto alla promozione di un vasto movimento di opposizione alle più pericolose politiche messe in atto dagli organi dell’Unione, perché è solo l’esistenza di quella controparte comune che può permetterci di cominciare a unificare le mille istanze che oggi si presentano in ordine sparso ai grandi appuntamenti del secolo.
Il Fatto 2.6.19
Tutti contro Trenta: perché i generali vogliono cacciarla
La rivolta delle stellette - Anche lo Stato maggiore della Difesa si è schierato. In ballo: la riforma delle valutazioni interne, sindacati militari e i miliardi degli F-35
di Salvatore Cannavò
La riunione si tiene alle 7 del mattino del 18 aprile e vede precipitare al Ministero della Difesa i Capi di Stato Maggiore delle tre forze armate: Esercito, Marina e Difesa. I generali Salvatore Farina (Esercito), Valter Girardelli (Marina) e Alberto Rosso (Aeronautica) chiedono spiegazioni alla ministra Elisabetta Trenta circa il post pubblicato su Facebook il giorno prima, per “una riforma sull’avanzamento”.
Il merito in caserma. La ministra dice di voler “trovare soluzioni innovative in materia di avanzamenti e progressioni di carriera del personale militare” con la “necessità di rivedere il processo valutativo al fine di individuare chiaramente i criteri alla base dell’attribuzione dei punteggi di merito e limitando, per quanto possibile, la discrezionalità delle commissioni”. Il merito in caserma, insomma, che ha il plauso della truppa, ma che non piace ai vertici. Tra i più contrariati, secondo i corridoi di palazzo Baracchini, sede del ministero della Difesa, il capo di stato maggiore dell’Esercito, Farina, molto vicino all’ex capo di Stato maggiore della Difesa, Claudio Graziano, nominato dalla ministra Pd, Roberta Pinotti. Alberto Rosso è stato invece il Capo di Gabinetto della stessa Pinotti fino al 28 ottobre 2018.
L’esternazione molto rumorosa fatta dai generali in pensione Leonardo Tricarico, Vincenzo Camporini e Mario Arpino, i quali hanno annunciato che non assisteranno alla tradizionale parata militare di oggi, va letta, quindi, alla luce di un malumore che si respira da tempo. I tre hanno contestato a Trenta “dichiarazioni di vuoto pacifismo” o, più prosaicamente, la volontà di “tagliare le pensioni” che per molti graduati equivalgono a pensioni d’oro.
Lo Stato maggiore. Ma il lavorìo contro Trenta non viene tanto dai generali in pensione o da esponenti della destra come Ignazio La Russa (che ha avuto Camporini come Capo di Stato Maggiore) e Giorgia Meloni, quanto dagli uomini di cui la stessa ministra si è circondata. Al ministero iniziano a guardare con più distanza, ad esempio, l’attuale Capo della Difesa, Enzo Vecciarelli, che ieri ha pubblicamente preso le distanze dai tre generali in pensione ma, si riflette ai piani alti di palazzo Baracchini, è stato risucchiato dal sistema della “casta” militare, distanziandosi dalla politica che lo ha nominato.
Tra i temi dello scontro non c’è solo la valutazione, e quindi il sistema di nomina interna dei graduati, ma anche l’iniziativa legislativa di “sindacalizzazione” delle Forze armate, sostenuta vistosamente da Trenta; l’iniziativa sull’uranio impoverito dove la ministra propone una riforma per stabilire responsabilità precise della Difesa tutelando i soldati; anche il tema dei suicidi in caserma, avanzato più volte dalla ministra, è oggetto di discussione.
Peace&Love. Le accuse di gestione “peace&love” del dicastero (riferimento al simbolo pacifista fatto dalla Trenta al Senato per rispondere alle accuse di Isabella Rauti, senatrice di FdI) sono solo dei palliativi. Anche l’assenza di Giorgia Meloni dalla parata di oggi, spiega una nota della Difesa, si deve al fatto che la leader di Fratelli d’Italia, “voleva il palco presidenziale previsto per le cariche istituzionali”.
C’è però anche un fronte interno per la ministra, prontamente stoppato dalla difesa che di lei ha fatto Luigi Di Maio. Nel M5S ha destato molto stupore l’attacco ricevuto dal sottosegretario M5S Angelo Tofalo che oltre a blandire Matteo Salvini, e a vestire i panni militari impugnando il mitra, ha parlato di “errori grossolani” al ministero. Chi conosce bene le dinamiche interne sottolinea l’asse di Tofalo con l’altro sottosegretario alla Difesa, il leghista Raffaele Volpi, per lavorare ai fianchi la Trenta.
Il fronte interno. In questo contesto è stata vissuta come un vero e proprio “tradimento” la riunione “segreta” che ha visto Tofalo con il capogruppo 5Stelle nella commissione Difesa della Camera, Giovanni Russo, il senatore della Difesa, Dino Mininno e il membro 5 Stelle del Copasir (comitato di controllo sui Servizi segreti), Francesco Castiello. Nel mondo pentastellato si dice che “hanno fatto gli utili idioti della Lega”. Ed è evidente che la vittoria elettorale di Salvini abbia cambiato le carte in tavola e spinto il leader leghista a mettere le mani su qualsiasi struttura abbia una divisa.
L’Aeronautica. Ma c’è di più. A unire le varie caselle del puzzle si trova spesso l’Aeronautica. I tre generali in pensione che diserteranno la parata vengono tutti da lì. Anche il 5 Stelle Mininno proviene dall’Aeronautica. E l’Aeronautica, più delle altre Forze, ha un nodo irrisolto: gli F-35. La dichiarazione della ministra, relativa all’arrivo di altri 28 velivoli, non va equivocata, perché riguarda le commesse già ordinate dal precedente governo e avallate dal Documento programmatico per la Difesa per il triennio 2018-2020. Ma in quel documento si legge che “gli oneri totali sono riferiti alla sola Fase 1 di prevista conclusione nel 2020. La Fase 2, qualora confermata” prevede delle “contribuzioni al momento ancora non definite”. Al momento, quindi, vengono stanziati 1,447 miliardi, ma il fabbisogno complessivo di miliardi ne richiede 7,093.
Il Fatto 2.6.19
La nuova tempesta sarà religiosa
di Furio Colombo
Il gesto volgare del ministro Salvini che agita il rosario e invoca la Madonna, usa cioè simboli estremi del cattolicesimo per ricattare i credenti e ottenere voti, ha aperto un nuovo varco alla politica del distruggere per governare.
Dopo avere spaccato con impegno e furore il reticolato di solidarismo italiano che, anche al colmo del fascismo, non si era mai veramente interrotto, si è dedicato a ripulire il Paese da ogni frammento di cultura e di storia, in modo da imporre la nuova autorità a un livello sempre più basso o sempre più spaventato. È stato inventato un popolo del “dopo” (dopo la raccolta di voti della Lega) che ha il compito di togliere di mezzo il popolo del “prima”, compreso il tuo insegnante e chiunque si porta addosso tracce di cultura e riferimenti alla storia.
Non sto dicendo che la Lega prende i voti di chi è rimasto isolato dalla cultura. Sto dicendo che il regime della Lega cerca e incoraggia i livelli isolati di vaste zone popolari già predisposte dalle cattive scuole, dalla televisione di Berlusconi e dall’equivalente giornalismo, per eliminare inutili e fastidiosi tributi al bello, al buono e al solidale e poter incassare voti e applausi, se persino la Marina militare italiana abbandona (o le viene ordinato di abbandonare) uomini, donne e bambini in mare. Apprezzata anche l’idea di incriminare chi li salva, sequestrando le navi che hanno appena protetto vite umane.
Bisogna ammettere che questo darsi da fare per essere sicuri di raccogliere il peggio non è un fenomeno solo italiano. Anzi, come sempre, l’Italia, che è cattiva ma prudente, ha aspettato un segnale forte. È arrivato da Donald Trump, con il suo immediato legarsi ai suprematisti bianchi e assassini. Ma quel rosario in pugno brandito come un’arma o come una superstizione che porta male ai disubbidienti, quel comizio finto religioso fondato sulla celebrazione della “Madonna dei porti chiusi” non è un semplice gesto volgare o un normale esempio di maleducazione. Segna l’apertura della terza fase, quella della guerra di religione. Attenzione non stiamo parlando del tanto discusso “conflitto di civiltà”, fra islamici e cristiani. Stiamo parlando della guerra al Papa. I leghisti stanno portando il linguaggio sguaiato e i sacchetti di sabbia, e al momento giusto saranno pronti. Sanno che Papa Bergoglio non ha mai esitato nel giudicare la follia cattiva e inutile dei porti chiusi, la speciale crudeltà del lasciar morire i migranti in mare, la lotta accanita all’accoglienza, la guerra alle navi di soccorso Ong. Ma il Papa insiste nell’accoglienza come principale dovere cristiano, e sa che il lato nero della Chiesa è pronto (a cominciare dal clima di accuse e calunnie che stanno spargendo alacremente, intorno a lui, a opera di alcuni cardinali e alcuni vescovi che si impegnano, come certi prefetti della Repubblica, a stare dalla “parte giusta”) a portare alla luce la congiura.
La guerra di religione spaccherà il Paese Italia perché il Papa che crede nel- l’accoglienza e rifiuta finti abbracci con il capo della Lega è a Roma, capitale del Paese che Salvini governa sulla base di valori anteguerra. Fa bene il Papa a non fingere misericordia e a non concedere udienze.
Ma di nuovo il peggio viene dall’America, e la pronta risposta italiana è la messa in scena (detta “per le famiglie”) del ministro leghista Fontana, con la sua rumorosa anche se non frequentatissima sosta a Verona. Ha dimostrato che bisogna restare pronti e attenti. Attenti a che cosa? Attenti al prossimo scontro sull’aborto, una grande questione morale che invece viene usata come dirompente arma politica. Si tratta di usare i diritti delle donne per spaccare i credenti, dagli aspri fondamentalisti cristiani ai miti praticanti cattolici.
La sequenza della strategia di estrema destra è esemplare: l’assemblea dello Stato dell’Alabama ha preparato e votato all’unanimità la legge dei 99 anni. È la pena per un medico che pratica un aborto. Non importa la ragione dell’aborto. Anche fermando un feto che non avrebbe potuto sopravvivere o che avrebbe ucciso la madre, sei un assassino. Il corpo giudiziario dell’estrema destra americana è già pronto, dai tribunali di campagna alla Corte Suprema. In America medici abortisti sono stati uccisi più volte, cliniche fatte saltare, stragi come quella di Oklahoma City ne sono la prova. Ecco il senso del gesto tutt’altro che naïf del rosario in pugno in un comizio elettorale. Vuol dire “noi siamo pronti” e “la guerra è guerra”. Come sempre, in nome di Dio.
Corriere 2.5.19
Tienanmen
Trent’anni dopo la strage, le trascrizioni segrete dei capi cinesi: «Uccidiamo chi va ucciso»
dal corrispondente a Pechino Guido Santevecchi
«Bisogna uccidere coloro che debbono essere uccisi, condannare coloro che debbono essere condannati», disse il vecchio rivoluzionario e vicepresidente Wang Zhen nella sala di una palazzina in stile imperiale di Zhongnanhai, a poche decine di metri da Piazza Tienanmen. La strage era già stata compiuta e i dirigenti del Partito stavano discutendo la linea.
Tutto fu deciso dietro le mura che chiudono alla vista Zhongnanhai, il quartier generale del potere comunista, un tempo giardino imperiale accanto alla Città Proibita. Deng Xiaoping era lì con i compagni dirigenti quando a metà aprile del 1989 i primi gruppi di cittadini cominciarono ad affluire in Piazza Tienanmen per accumulare (sotto il Monumento per gli eroi del popolo) fiori e poesie in memoria di Hu Yaobang, l’ex segretario del Partito estromesso per liberalismo e morto per un attacco di cuore il 15 aprile. Fu a Zhongnanhai che fu decretata la legge marziale il 18 maggio, quando il movimento ormai chiedeva riforme, la fine della corruzione e della censura e l’uscita di scena dei «vecchi» aggrappati al potere anche dopo la pensione. Fu da Zhongnanhai che fu dato l’ordine ai soldati di «ripulire» la piazza nella notte tra il 3 e il 4 giugno: la strage con mitragliatrici e carri armati. E fu ancora dietro quelle mura rosse che si riunirono tra il 19 e il 21 giugno i mandanti della repressione.
Trent’anni dopo, la censura continua a cancellare ogni tentativo di commemorazione a Pechino. Ma a Hong Kong, che mantiene la sua autonomia semi-democratica, è appena stato pubblicato un libro con le trascrizioni finora segrete dei discorsi tenuti dai membri del Politburo in quei giorni.
The Last Secret: the final documents from the June Fourth crackdown si basa su trascrizioni conservate e fatte filtrare ora da un funzionario presente alla discussione. Non si sa quanti fossero i partecipanti a quella riunione del Politburo, allargata agli «anziani ex dirigenti» che ancora manovravano dietro le quinte, quelli che gli studenti avevano sperato di far uscire di scena per sempre. Sono 17 le voci. Tutti cominciarono proclamando: «Sono completamente d’accordo», «Sostengo assolutamente» la decisione del compagno Deng Xiaoping di mobilitare l’esercito «per porre fine ai tumulti anti-partito e agli atti controrivoluzionari».
Wang, che chiedeva condanne ed esecuzioni capitali, fu appoggiato da Xu Xiangqian, ex grande maresciallo dell’Esercito di liberazione: «I fatti hanno provato che la confusione e i tumulti sono dovuti al collegamento tra forze interne e straniere, frutto del rifiorire della borghesia che aveva come obiettivo l’instaurazione di un regime anticomunista vassallo di potenze occidentali».
Il milione di studenti e cittadini che erano stati in Piazza Tienanmen per cinquanta giorni furono bollati da Peng Zhen, ex presidente del Comitato centrale del Congresso del Popolo, come «un piccolo gruppo che, collaborando con forze straniere, voleva abbattere le pietre angolari del nostro Paese». Un tema ripreso da molti: «Quarant’anni fa il segretario di Stato Usa Dulles disse che la speranza di restaurare il capitalismo in Cina era riposta nella terza e quarta generazione nata dopo la nostra Rivoluzione: non dobbiamo permettere che la profezia si avveri».
Repubblica 2.6.19
L’intervista
Zhou Fengsuo "Tiananmen può ancora risvegliare i cinesi"
dal nostro corrispondente Filippo Santelli
PECHINO — E se oggi in Piazza Tiananmen incontrasse un ragazzo di 21 anni, come lui nel 1989, che cosa gli direbbe? «Gli direi che ero uno studente, che ho protestato insieme a milioni di persone per la libertà e la democrazia, che siamo stati lì per 50 giorni, prima di una brutale repressione del governo». Direbbe la nuda verità Zhou Fengsuo. Solo che la verità sul 4 giugno 1989, il giorno in cui l’esercito comunista sparò contro i cittadini, in Cina è cancellata. Ancora più quest’anno, trentesimo anniversario dell’evento spartiacque. Zhou era un brillante studente di Fisica a Tsinghua, la migliore università del Paese, quando diventò leader degli studenti, per poi ritrovarsi numero cinque nella lista dei più ricercati. Emigrato negli Stati Uniti, ha fondato con altri Humanitarian China, associazione che lotta per tenere viva la memoria e sostenere le famiglie degli attivisti. In Cina questo 4 giugno passerà tra censura e inconsapevolezza, ma per lui resta il momento della verità: «Ha mostrato che la democrazia è possibile. E che con un Partito che uccide impunemente non può esserci giustizia».
Era uno studente dall’avvenire assicurato, che cosa l’ha spinta verso Tiananmen?
«La fisica è ricerca di verità universali e io le cercavo anche nella società.
Dopo la morte di Hu Yaobang (leader riformista esautorato due anni prima, ndr ), decine di migliaia di studenti sono arrivati a Tiananmen e lì abbiamo mostrato la nostra volontà. Libertà di stampa, pubblicazione del patrimonio dei leader, democrazia: per la prima volta se ne parlava senza paura, ci facevamo coraggio l’un l’altro. Mi sono reso conto di quanto fosse forte la speranza».
Il 13 maggio è iniziato lo sciopero della fame, la vera occupazione.
Com’era la vita nella piazza?
«Il mio compito era proteggere e assistere gli scioperanti. All’inizio dormivamo all’aperto, poi abbiamo montato le tende, avevamo freddo e fame. Ho costruito un sistema di trasmissione connettendo gli altoparlanti: la nostra voce copriva la piazza, parlare dal cuore era liberatorio, ci tenevamo su cantando l’Internazionale e l’inno nazionale, ma ero così esausto che svenni. Il clima era febbrile, c’erano opinioni diverse, però è incredibile come siamo riusciti a mantenere l’ordine e creare un consenso».
Temeva un epilogo violento?
«Ad aprile ci avevano riferito che Deng Xiaoping era pronto a usare la forza, ma dopo che la gente di Pechino aveva fermato una volta i soldati in modo pacifico non pensavo fosse possibile. Avevamo l’appoggio dei cittadini».
Invece il 3 giugno i carri armati muovono verso Tiananmen.
«C’era puzza di gas nell’aria, gli spari tutto attorno. Eravamo nell’occhio del ciclone, attorno alla piazza la gente cercava di bloccare i soldati.
Poco prima dell’alba eravamo rimasti in 3mila e Liu Xiaobo (il premio Nobel morto in carcere nel 2017, ndr ) ha negoziato con i soldati una via di uscita. Ancora si dibatteva se restare o andarcene, poi i militari sono arrivati, ci hanno colpiti con i calci dei fucili e spinti via».
Era finita .
«Sulla strada per l’università sono passato davanti all’ospedale di Fuxing e ho visto 40 corpi a terra sotto una rimessa per biciclette. Sapevamo che c’erano stati dei morti, in quel momento ho realizzato».
E si è ritrovato sulla lista dei ricercati.
«Ero tornato a Xi’an, la mia città, e ho visto il mio nome alla televisione. La polizia è arrivata subito, mamma urlava. Mi hanno rinchiuso per un anno, tenuto per tre mesi in manette, picchiato, ordinato di dire in tv che nessuno era stato ucciso. Mi hanno rilasciato come segno di distensione verso gli Stati Uniti. Dopo un paio di anni me sono andato».
Il Partito sembra avercela fatta: oggi in Cina il 4 giugno è solo un giorno con più controlli. Qual è l’eredità di Tiananmen?
«La più importante: mostra che i cinesi amano la libertà e che la democrazia è possibile».
Un miliardo e 400 milioni di cinesi hanno accettato un patto diverso: non toccate la politica e starete meglio.
«Forse il patto esiste, ma non si può sapere visto che i cittadini vengono tenuti al cappio, che sono impauriti come lo eravamo noi prima di scoprire che avevamo tutti nel cuore la stessa cosa. Guardi le foto di quei giorni: le persone sono diverse, nessuno può dire cosa succede quando si conquista la libertà. Deng e gli altri non hanno ucciso per mantenere la stabilità, ma per restare al potere, per questo chiediamo che i loro eredi paghino».
Nella Cina di Xi Jinping il Partito è tornato onnipresente e lo spazio per voci indipendenti pare inesistente. Che aspettative ha?
«Molto negative. Ma l’arresto degli attivisti o i musulmani nei campi di rieducazione non mi sorprendono: se puoi uccidere i cittadini senza ripercussioni non c’è limite alla brutalità. Non vedo possibilità di evoluzioni o rivoluzioni in Cina, neppure se arrivasse una crisi economica. L’unica è la pressione esterna».
Si riferisce a Trump?
«Ha fatto pessimi commenti su Tiananmen, ma la guerra commerciale è un buon passo.
L’influenza della Cina all’estero è sempre più forte, nessuno vuole parlare a noi attivisti per non offendere il Partito. Il totalitarismo digitale cinese è un pericolo per il mondo, va affrontato».
Si pente mai di essere partito?
«No, è solo grazie alle persone fuori dalla Cina che la verità si preserva. Mi manca Tiananmen, non questa Cina».
Il mio popolo è tenuto al cappio
Ma quei cinquanta giorni di 30 anni fa dimostrano che ama la libertà e che la democrazia è ancora possibile
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Repubblica 2.6.19
La scatola vuota dei 5Stelle e il nuovo cinema della sinistra
I liberaldemocratici devono confluire in un Pd guidato da personalità capaci di rilanciare a tutto campo il partito
di Eugenio Scalfari
La nostra specie si distingue dalle altre per una sola ma fondamentale ragione: vive insieme al "Sé", la consapevolezza del se stesso con tutto ciò che ne deriva. Qualche esempio contribuisce a renderci edotti dell’importanza fondamentale del se stesso.
Vediamo.
Eraclito ci disse che chi mette il piede nel fiume tocca quell’acqua un solo istante e non la toccherà mai più perché l’acqua scorre, il tuo piede è fermo e questo determina il rapporto tra l’acqua corrente e il piede immobile.
È il primo esempio, direi in ordine di tempo, ma contribuì a fondare il principio della relatività.
Di esempi ce n’è una quantità: Archimede disse che tutto ciò che vive nel mondo ha i suoi limiti salvo i numeri perché i numeri sono infiniti.
Socrate visse la sua agonia in piena lucidità di pensiero come hanno raccontato alcuni suoi discepoli e soprattutto Fedone. La certezza del filosofo greco era che la morte porta via il "Sé" e questo è tutto: il "Sé" non si ripete in nessun’altra forma e perciò se ha debiti ed è un buon cittadino cerchi di pagarli finché ancora respira e vive.
Einstein, dopo lunghi studi, arrivò a teorizzare la relatività generale: il mondo, anzi, l’universo sono composti di particelle il cui movimento cambia di continuo perché viene attratto e a sua volta attrae tutte le particelle che hanno una reciproca comunicazione.
La comunicazione cambia di continuo per la molteplicità delle particelle, la loro distanza continuamente variabile e il loro spessore elettromagnetico. Ma il "Sé" suscita anche pensieri d’altro genere, a cominciare dal rapporto con gli altri: rapporto di pace e di amicizia oppure di guerra e di odio e di amore e potere. Di qui nascono la pace e la guerra e la scienza politica: valori, ideali, interessi. E anche la tempistica: presente, passato, futuro. Servitù e libertà.
L’illuminismo di Condorcet e di Voltaire si basa su un trio di valori: libertà, eguaglianza, fraternità. Questa è stata la civiltà moderna nei periodi positivi della sua esistenza, condizionati a loro volta dalle varie categorie professionali e culturali che hanno distinto il popolo in diverse classi, caratterizzate dalla cultura, dai mestieri, dalla agiatezza materiale e dall’importanza politica che ciascuna delle classi possiede ma che varia continuamente per mille ragioni in ciascuno dei membri di quella classe; talvolta la crisi è individuale e altre volte è collettiva.
Infine c’è una collettività, anzi una infinita quantità di collettività che va dalla famiglia, dagli amici, dai conviventi in un quartiere di una città e della città stessa, di una regione, d’una nazione. Spesso le nazioni lottano in continuazione tra di loro ma altrettanto spesso possono fondersi e assumere la vastità d’un continente.
I popoli a loro volta si distinguono anzitutto per la diversità fisica che li distingue e assai spesso sono popoli vaganti, alla ricerca di luoghi più adatti ad essi per accoglienza con chi vi abita già da tempo, per clima, per occupazioni lavorative e il benessere che può risultarne. Questa è la traccia che dobbiamo avere ben presente se vogliamo in qualche modo giudicare quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi in un momento particolarmente delicato sia dal punto di vista politico sia da quello economico.
***
La premessa di cui sopra ci consente un giudizio e una serie di previsioni su quanto sta accadendo sotto i nostri occhi.
Per cominciare ricordiamoci che Salvini viene da Bossi che fu il fondatore della Lega Nord. Quanto a Di Maio, viene da Grillo e dalla sua predicazione decennale.
Entrambe queste due origini hanno prodotto i fenomeni ai quali assistiamo in questi recenti anni. Se andiamo a esaminare entrambi questi fenomeni ci rendiamo conto che tutte e due sono partiti dal populismo e tale è rimasta la loro natura. Salvini l’ha estesa all’intero territorio italiano, Di Maio ha avuto una estensione territoriale e politica assai minore, ma il populismo è stato e tuttora è la materia prima di entrambi i due partiti. Il problema non è da poco poiché il populismo non concepisce alcun programma ma segue i capi, anzi, il capo. Tuttavia i due fenomeni che hanno la stessa origine e hanno seguito lo stesso percorso sono molto diversi uno dall’altro: il populismo di Salvini ha come finalità quella di instaurare una sua dittatura vera e propria. Quella di Di Maio ha in buona parte abbandonato la struttura populista del suo movimento grillino: Grillo si proponeva di abbattere tutte le classi dirigenti esistenti in Italia e poi costruire una classe dirigente propria che avesse come finalità quella di essere la sola. La differenza tra la dittatura di Salvini e la classe dirigente unica di Grillo (e quindi di Di Maio) differiscono proprio in questo: i grillini non concepiscono la dittatura di una persona ma di una classe dirigente. Non una dittatura, dunque, ma una oligarchia che detiene collegialmente il potere.
La differenza tra i due schemi è notevole ma è puramente teorica: Grillo delegò i poteri a Di Maio che fu incaricato di costruire la classe dirigente, ma in realtà questo compito non è stato adempiuto e quindi il Movimento dei Cinque Stelle è stato guidato unicamente da Di Maio così come la ex Lega Nord, diventata nazionale, è guidata unicamente da Salvini. I due movimenti sono di natura analoga con una differenza di fondo: Salvini ha le attitudini per condurre un popolo intero, Di Maio no: ha perso il suo nucleo populista ma non l’ha rimpiazzato in nessun modo. I Cinque Stelle sono una scatola di discreto formato ma praticamente vuota. Accade infatti sotto gli occhi di tutta la pubblica opinione che l’aumento di suffragi di Salvini va di pari passo con la diminuzione dei seguaci dei Cinque Stelle: uno cresce e l’altro diminuisce. Naturalmente c’è un limite e il Movimento Cinque Stelle non riversa l’intero deflusso sul partito di Salvini, va anche altrove: non vota, vota per il partito democratico, o per i Fratelli d’Italia, insomma si disperde. Al contrario di Salvini i Cinque Stelle in Europa praticamente non esistono. La verità è che Grillo ha prodotto poco o niente al contrario della Lega Nord che si è estesa a tutto il Paese e rappresenta quindi una leadership nazionale che può ancora crescere trasformando l’Italia in una piattaforma mediterranea al servizio della Russia di Putin. Ma la sinistra c’è o non c’è?
Questo è il terzo tema.
***
La parola sinistra è comparsa soltanto da due secoli, non di più. Naturalmente le divisioni politiche tra diversi gruppi sociali sono sempre esistite, nessuna persona è uguale ad un’altra e parole geometriche e topografiche come destra o sinistra non avevano fino a un paio di secoli fa questi significati e quindi non venivano usate politicamente. Neanche gli illuministi le usarono in quel modo. Bisogna arrivare alla sconfitta di Napoleone con la rivoluzione francese che gli stava storicamente alle spalle. A quel punto ecco che la parola sinistra comincia ad essere usata ed evoca inevitabilmente un centro e una destra.
Di fatto, accadde quando il re di Francia Luigi XVI convocò gli Stati generali. Per statuto e per consuetudine essi erano formati da tre gruppi sociali: la religione e i Vescovi che la rappresentavano; la nobiltà; il Terzo Stato che di fatto rappresentava quella che poi fu da tutti chiamata borghesia. Il popolo vero e proprio, quello soprattutto dei contadini che costituivano la maggioranza e dei pochi operai che facevano da servitori e da aiutanti, non aveva un suo nome e non veniva convocata negli Stati generali. Il Terzo Stato era il più numeroso. La storia ci insegna che la rivoluzione nacque dal fondersi dei tre ordini di Stato e quindi dal dominio del Terzo Stato che propose al re di trasformare gli Stati generali in una assemblea costituente che avrebbe riformato l’intera struttura politico-amministrativa del Paese e che, una volta compiuto il suo lavoro, il re avrebbe dovuto consacrarlo e convocare un’assemblea legislativa che sulla base delle indicazioni della costituente avrebbe promulgato la legge costitutiva. Così infatti accadde e così cominciò la rivoluzione francese. Non si chiamava ancora sinistra il Terzo Stato. Il nome fu inventato da Marat e da lì prese il volo. A pensarci bene, questo fu l’unico risultato politico prodotto da Marat, tuttavia merita di ricordarlo.
*** I comunisti sovietici non si chiamavano sinistra ma semplicemente comunisti salvo Trotsky che fu un altro (dopo Marat) a riesumare l’aggettivo di sinistra.
Indipendentemente da lui, quella parola fu definitivamente coniata e usata durante le rivoluzioni del 1848 che percorsero l’intera Europa. La parola sinistra fu battezzata da Marx insieme a quella comunista ma prese il volo in Europa e nel mondo intero, soprattutto il mondo occidentale, nella seconda metà dell’Ottocento. In Italia più che altrove: la usò Mazzini con la sua "Giovane Italia", la usò Cavour non per definire se stesso ma quelli che con lui avevano fatto un patto politico per portare il Piemonte verso l’unità d’Italia. La usò Garibaldi che diventò in qualche modo il vessillo d’una politica che favoriva le classi popolari, gli operai, i contadini, la borghesia illuminata.
Talvolta ci si domanda le ragioni per cui quella parola diventò il segnale di un programma e il coagulo di interessi e ideali e valori. In Francia nacque il tricolore, bandiera nazionale con tre colori che rappresentavano il bianco l’equità, il blu il territorio, il rosso la sinistra. L’Italia ereditò la medesima bandiera cambiando il blu in verde.
La nostra sinistra attuale ha molto da fare e debbo dire che non può tardare oltre: deve raccogliere i liberaldemocratici nel partito del Pd, guidato da personalità capaci di rilanciare a tutto campo quel partito. Accanto ad esso ci sono movimenti popolari attratti dal Pd e anche capaci di creatività aggiuntive a quelle esistenti nello statuto e nella prassi del partito. Quei movimenti vanno incoraggiati: sono una amplissima platea che guarda un film e si identifica con esso. Il film, gli attori, il racconto che esso contiene, quello è il partito. Gli spettatori che lo guardano con piena soddisfazione e identificazione sono i movimenti che appoggiano e sono pronti a tornare quando ci sia in un altro film la ripetizione delle trame, degli attori, della musica che ne fa parte; insomma spettacolo analogo, attori e autori analoghi, pubblico crescente e identificato con ciò che vede e che segue.
Questo è il compito che deve essere svolto dallo stato maggiore del Pd il quale deve anche disporre di mezzi che diffondano il suo messaggio rappresentato dal film.
Non farò nomi di chi è addetto a compiti così impegnativi. Li ho già fatti varie volte e ripeterli è inutile e noioso. Auguro a chi è incaricato di produrre l’azione politica di una sinistra moderna di aver chiaro il compito e di eseguirlo con rapida efficacia.
https://spogli.blogspot.com/2019/06/il-fatto-31.html
Marco Bellocchio, Il traditore ha già superato i 2 milioni di euro al botteghino.
“Da Cannes a mani vuote? Traditore” con Favino Non sto mai con il potere”
di Federico Pontiggia
Due tradimenti li ha confessati, il terzo è nei confronti dello psichiatra Massimo Fagioli, già suo intimo e assiduo collaboratore?
«Non tradimento, ma fraintendimento. L’incidente è preciso: quando ricevetti il Leone d’Oro alla carriera (alla 68esima Mostra di Venezia nel 2011, ndr), volontariamente pensai di non citare Massimo Fagioli nei ringraziamenti, per riconoscere – non che volessi negare partecipazione e collaborazione – a me stesso una libertà. Da Fagioli e dai fagiolini venne interpretato quale ingratitudine estrema, tradimento, ma io non stavo annullando un’esperienza, me ne stavo separando».
Marco Bellocchio, Il traditore ha già superato i 2 milioni di euro al botteghino.
Un ottimo esito. Ho fatto film con un buon impatto al box office, ma nulla di paragonabile, almeno da Buongiorno, notte nel 2003. Peraltro, mi dicono il risultato de Il traditore sia nettamente superiore, e in un’epoca di cinematografi deserti.
Come se lo spiega?
La Storia – non la insegnano più a scuola, assurdo! – attrae, le parole tradimento, mafia anche. Poi, c’è Pierfrancesco Favino, un attore molto popolare che ha un ruolo perfetto. Si temeva la lunghezza (due ore e 25 minuti, ndr), invece no. Però sono mancati i premi a Cannes.
Non è una novità: è stato in concorso sette volte sulla Croisette, senza mai vincere. L’importante è partecipare, ma…
Non credo in maledizioni… dico la verità, pensavo… Forse conta anche il numero di partecipazioni, non che mi aspettassi un riconoscimento, però, Il traditore è stato bene accolto, anche dalla critica internazionale… (ride). Tanti miei lavori sono stati apprezzati in un secondo tempo, solo Gian Luigi Rondi – critico molto acuto, ma di destra e poi più di centro ed ecumenico – si batté e fece premiare i due attori (Michel Piccoli e Anouk Aimée, ndr) di Salto nel vuoto, Cannes 1980. Parlare di patria oggigiorno è un po’ pericoloso, però è chiaro che da giurati bisogna essere diplomatici oppure dire “a me piace quel film e basta!”.
Se n’è fatto una ragione?
Vicino agli 80 anni (il 9 novembre prossimo, ndr) lo ritengo un messaggio positivo: magari non tornerò più a Cannes, ma io non mi arrendo, non tanto per avere la patacca, bensì per continuare a fare cinema. Non sono mai stato di moda, non mi sono mai schierato con il potere: ho sempre rivendicato un certo anarchismo moderato. Sono stimato, molto, ma rimango fuori dai giochi, in campo autonomo.
In realtà, una “patacca” l’ha avuta: la menzione speciale della Giuria ecumenica, che dovette sorvolare sulla bestemmia, a L’ora di religione nel 2002.
Lo capirono più di altri, sarà l’attrazione degli opposti.
Ne Il traditore non ha ceduto alle lusinghe e ai parametri del “mafia-movie”.
Dovevo trovare la mia strada, cose che mi appartenessero in un tema e un soggetto lontani da me. Per i delitti ho cercato l’essenzialità e la rinuncia ai famosi punti di vista, per le grandi sequenze processuali il registro da teatro d’opera, un tragico grottesco: forme e sguardi personali.
Il critico del Village Voice, Bilge Ebiri, consiglia di doppiarlo in inglese, distribuirlo come Il Padrino – Parte IV e farci un sacco di soldi.
(Ride) Francis Ford Coppola è un riferimento, nella Parte III c’è l’opera lirica, io avrei voluto inserire la Cavalleria rusticana. Quando vidi la trilogia, rimasi profondamente coinvolto, gli stessi mafiosi lo prendono a esempio.
Bellocchio, che cosa ha riconosciuto in Buscetta?
Mi sono agganciato al titolo, non c’era spazio per dilemmi nevrotico-psicologici. Masino era un traditore di retroguardia, nella mia esperienza personale e culturale ci sono traditori che cercano di cambiare il mondo, di ribellarsi. Io stesso mi sono ribellato all’educazione cattolica: tradimento come affermazione di identità e rifiuto. Rispetto alla politica, poi, non ho rinnegato certi principi di sinistra, ma c’è stata una separazione: non sono mai stato complice né ho bordeggiato il terrorismo, però l’ho visto, anche in soggetti che ho conosciuto. In Buongiorno, notte ci sono riferimenti biografici.
Due tradimenti li ha confessati, il terzo è nei confronti dello psichiatra Massimo Fagioli, già suo intimo e assiduo collaboratore?
Non tradimento, ma fraintendimento. L’incidente è preciso: quando ricevetti il Leone d’Oro alla carriera (alla 68esima Mostra di Venezia nel 2011, ndr), volontariamente pensai di non citare Massimo Fagioli nei ringraziamenti, per riconoscere – non che volessi negare partecipazione e collaborazione – a me stesso una libertà. Da Fagioli e dai fagiolini venne interpretato quale ingratitudine estrema, tradimento, ma io non stavo annullando un’esperienza, me ne stavo separando.
Che un autore alla soglia degli 80 anni realizzi due film su commissione non sorprende anche lei?
È come se soggetti più autobiografici – I pugni in tasca, L’ora di religione e Il regista di matrimoni – volessero racconti più brevi, cechovianamente parlando. Sicché questi due ultimi mi sono stati suggeriti dallo stesso produttore, Beppe Caschetto, che mi ha lasciato la più ampia libertà: in Fai bei sogni, senza entrare nel giudizio del libro (Massimo Gramellini, 2012, Longanesi, ndr), vidi la possibilità di trarre un racconto personale. Sempre Caschetto ora mi dice: “Perché non facciamo un film sul processo di Norimberga?”. È un bellissimo soggetto, ma ci vuole l’idea buona, dev’essere un film internazionale. Voglio farlo, se vengo sollecitato…
Esterno notte, la serie su Moro, è ancora in piedi?
Sì, se il produttore Lorenzo Mieli non mi tradisce (ride). È un ribaltamento di campo, interessante, rispetto a Buongiorno, notte: la prigionia vista dall’esterno, una serie in sei puntate. Siamo ai soggetti, vanno affrontate alcune scelte: come rappresentare i personaggi, combinare repertorio e finzione, adattare le conversazioni private.
Lei è tendenza Riina, “meglio comandare che fottere”, o Buscetta, “meglio fottere che comandare”?
Meglio fottere, nel senso di vivere. Sono una persona piuttosto introversa, a Buscetta piacevano il casino e le donne. Comandare… non bisogna essere ipocriti, il mio ruolo è anche di comando, ma il potere… io verso i padri ho sempre avuto un’insofferenza. Pur essendo uno che deve comandare, mi sento più naturalmente vicino a chi non comanda. Mi viene in mente T.S. Eliot, The Love Song of J. Alfred Prufrock: “No! I am not Prince Hamlet, nor was meant to be; Am an attendant lord”. Non sono Amleto, non sono nato per esserlo, sono un assistente.
Jacobin Italia 31.5.9
La sinistra non si ricostruisce dal tetto
Con gli appena 465 mila voti raccolti, La Sinistra ha ottenuto meno della metà del milione e 100mila voti presi alle ultime europee
È arrivato il momento di smettere di porsi solo un problema di tattica, di discutere unicamente del modello da seguire o del leader da presentare. Occorre ripartire dalle fondamenta
di Giulio Calella
qui
il manifesto 2.6.19
Sinistra, un fallimento annunciato
Elezioni europee. Solo una riconsiderazione radicale del rapporto tra essere umano e ambiente, tra le nostre vite e il resto del vivente, può rimettere in piedi una prospettiva politica
di Guido Viale
Dirsi «di sinistra» non fornisce più da tempo una rendita elettorale di posizione a chi si dichiara tale. Lo sapevano già coloro che negli anni passati avevano costruito prima Alba, poi Cambiaresipuò e poi ancora L’Altra Europa, escludendo la parola sinistra dal loro logo: non che fossero di destra o di centro, o che rinnegassero i «valori storici» – quali? – della sinistra; cercavano solo di costruire consenso su altre basi, mettendosi in gioco con proposte e impegni più o meno concreti.
SE NE SONO PERÒ DIMENTICATI i promotori della lista La sinistra: una lista abborracciata all’ultimo momento dopo molti incomprensibili litigi, andirivieni e veri e propri linciaggi dei propri esponenti. Ma non fornisce più una rendita di posizione nemmeno chiamarsi Verdi: altra lista abborracciata all’ultimo momento, con pochi agganci (esclusi i volantinaggi dell’ultima ora) con le molte battaglie per l’ambiente (alcune in corso da decenni!) e le recenti mobilitazioni per il clima in campo anche in Italia.
L’avanzata dei Verdi in diversi paesi europei non è un riflesso passivo della battaglia ingaggiata da Greta Thunberg; è in larga parte il frutto di un impegno intenso e capillare, per lo meno sul piano informativo e didattico, che in Italia è mancato o è stato del tutto insufficiente e per questo ignorato.
Certo, anche grazie al fatto che in nessun altro paese stampa e media sono stati altrettanto compatti contro le tante lotte – anch’esse di valenza generale – per la salvaguardia o la valorizzazione dei territori, come quelle NoTav e NoTap; o altrettanto sordi e ciechi di fronte alle grandi minacce che incombono sul pianeta (l’apocalisse climatica e la distruzione della biodiversità) che la maggior parte dei politici di destra come di sinistra (per non dire tutti) nemmeno conosce, o non ritiene comunque temi degni di una chiamata alla mobilitazione.
UN ATTEGGIAMENTO certamente comprensibile, perché affrontare quei temi richiede di impegnare e impegnarsi a un cambiamento radicale del proprio agire e delle proprie proposte che poco ha a che fare con i modi tradizionali – a cui non crede più nessuno – con cui i programmi, elettorali e non, cercano di affrontare le questioni fondamentali del vivere quotidiano: redditi, lavoro, salute, abitazione, convivenza, cioè migranti, o famiglia (che vuol poi dire rapporto tra uomo e donna, ma anche tra genitori e figli).
I TEMPI RICHIEDONO un approccio radicalmente diverso, che per ora solo papa Francesco e pochi altri hanno dimostrato di saper adottare: con molti importanti discorsi e soprattutto con la Laudato sì.
Un’enciclica a cui nessun politico non razzista e reazionario ha mai smesso di fare qualche «richiamo d’ufficio», spesso senza nemmeno averla letta e, sicuramente, senza averne tratto qualche insegnamento. Solo una riconsiderazione radicale del rapporto tra essere umano e ambiente, tra le nostre vite e il resto del vivente, tra un presente considerato immutabile e un futuro evanescente, se non terrorizzante, può rimettere in piedi una prospettiva politica – cioè, di autonomia personale e di autogoverno collettivo – entro cui collocare anche le rivendicazioni fondamentali portate avanti dalle lotte sociali nel corso della lunga storia del movimento operaio.
Al di là di questa prospettiva resta solo la paura: paura del «diverso»; di perdere a suo vantaggio quel poco che ancora si ha, che poi non è né benessere né rispetto, ma solo la fatica del vivere e l’idea falsa di una «identità» che dovrebbe accomunare persone che in realtà non provano alcun piacere nello stare insieme: nessuno di noi desidera vivere a fianco dei seguaci di Salvini – anche se le regole della convivenza ci impongono di farlo – come nessuno dei seguaci di Salvini è fiero di convivere con noi, l’altra parte di quegli «italiani» che tanto invocano.
Questa paura, che ha invaso non solo l’Italia, ma un po’ tutto il mondo, è quella che ha permesso di realizzare (per ora) la più grande operazione mediatica messa in atto alla svolta del secolo: scaricare su chi sta peggio di noi, nel nostro paese come nel mondo intero, criminalizzandolo, la responsabilità del malessere e della miseria provocate da quell’1 per cento che sta appropriandosi a passi da gigante delle vite e del pianeta (la «casa comune») di tutti.
L’ALTRA PAURA, quella che molti di noi – ma evidentemente non tutti, e neanche la maggioranza – provano sempre più intensamente, fino a venirne metaforicamente paralizzati, è quella provocata dall’affermazione non solo di Salvini, ma di tutte le destre xenofobe, razziste e maschiliste in larghe parti del mondo; e persino nei più insospettati anfratti della nostra società, quelle che credevamo immuni, come la Riace di Lucano, la Lampedusa di Bartòlo, la Valdisusa di trent’anni di resistenza contro lo stupro di un territorio e di una comunità. A questa paura, e non certo all’adesione a una svolta che non c’è mai stata, è senz’altro riconducibile la piccola e politicamente insignificante «rimonta» del PD (l’inutile mito del «voto utile»); ma anche il crollo dei 5Stelle, non più visti come un baluardo contro i progetti devastanti che accomunano sia PD che Lega a tutto l’establishment parassitario che sta divorando il paese insieme alle nostre vite.
Se il Tav «deve» essere fatto, se per «liberarci» dai migranti dobbiamo consegnarli ai predoni della Libia (che con le motovedette donate dall’Italia non solo catturano i migranti per riportarli nello scannatoio da dove cercano di scappare, ma cacciano anche i pescatori italiani – «Prima i libici!» – dal mare che l’Imo gli ha attribuito come fosse proprietà privata), ebbene, allora tanto vale consegnarsi a chi quelle cose le sa fare meglio. Nessun dubbio che in questo caso vinca Salvini.
Per questo, più che nella rinascita dei partiti esistenti, occorre forse lavorare innanzitutto alla promozione di un vasto movimento di opposizione alle più pericolose politiche messe in atto dagli organi dell’Unione, perché è solo l’esistenza di quella controparte comune che può permetterci di cominciare a unificare le mille istanze che oggi si presentano in ordine sparso ai grandi appuntamenti del secolo.
Il Fatto 2.6.19
Tutti contro Trenta: perché i generali vogliono cacciarla
La rivolta delle stellette - Anche lo Stato maggiore della Difesa si è schierato. In ballo: la riforma delle valutazioni interne, sindacati militari e i miliardi degli F-35
di Salvatore Cannavò
La riunione si tiene alle 7 del mattino del 18 aprile e vede precipitare al Ministero della Difesa i Capi di Stato Maggiore delle tre forze armate: Esercito, Marina e Difesa. I generali Salvatore Farina (Esercito), Valter Girardelli (Marina) e Alberto Rosso (Aeronautica) chiedono spiegazioni alla ministra Elisabetta Trenta circa il post pubblicato su Facebook il giorno prima, per “una riforma sull’avanzamento”.
Il merito in caserma. La ministra dice di voler “trovare soluzioni innovative in materia di avanzamenti e progressioni di carriera del personale militare” con la “necessità di rivedere il processo valutativo al fine di individuare chiaramente i criteri alla base dell’attribuzione dei punteggi di merito e limitando, per quanto possibile, la discrezionalità delle commissioni”. Il merito in caserma, insomma, che ha il plauso della truppa, ma che non piace ai vertici. Tra i più contrariati, secondo i corridoi di palazzo Baracchini, sede del ministero della Difesa, il capo di stato maggiore dell’Esercito, Farina, molto vicino all’ex capo di Stato maggiore della Difesa, Claudio Graziano, nominato dalla ministra Pd, Roberta Pinotti. Alberto Rosso è stato invece il Capo di Gabinetto della stessa Pinotti fino al 28 ottobre 2018.
L’esternazione molto rumorosa fatta dai generali in pensione Leonardo Tricarico, Vincenzo Camporini e Mario Arpino, i quali hanno annunciato che non assisteranno alla tradizionale parata militare di oggi, va letta, quindi, alla luce di un malumore che si respira da tempo. I tre hanno contestato a Trenta “dichiarazioni di vuoto pacifismo” o, più prosaicamente, la volontà di “tagliare le pensioni” che per molti graduati equivalgono a pensioni d’oro.
Lo Stato maggiore. Ma il lavorìo contro Trenta non viene tanto dai generali in pensione o da esponenti della destra come Ignazio La Russa (che ha avuto Camporini come Capo di Stato Maggiore) e Giorgia Meloni, quanto dagli uomini di cui la stessa ministra si è circondata. Al ministero iniziano a guardare con più distanza, ad esempio, l’attuale Capo della Difesa, Enzo Vecciarelli, che ieri ha pubblicamente preso le distanze dai tre generali in pensione ma, si riflette ai piani alti di palazzo Baracchini, è stato risucchiato dal sistema della “casta” militare, distanziandosi dalla politica che lo ha nominato.
Tra i temi dello scontro non c’è solo la valutazione, e quindi il sistema di nomina interna dei graduati, ma anche l’iniziativa legislativa di “sindacalizzazione” delle Forze armate, sostenuta vistosamente da Trenta; l’iniziativa sull’uranio impoverito dove la ministra propone una riforma per stabilire responsabilità precise della Difesa tutelando i soldati; anche il tema dei suicidi in caserma, avanzato più volte dalla ministra, è oggetto di discussione.
Peace&Love. Le accuse di gestione “peace&love” del dicastero (riferimento al simbolo pacifista fatto dalla Trenta al Senato per rispondere alle accuse di Isabella Rauti, senatrice di FdI) sono solo dei palliativi. Anche l’assenza di Giorgia Meloni dalla parata di oggi, spiega una nota della Difesa, si deve al fatto che la leader di Fratelli d’Italia, “voleva il palco presidenziale previsto per le cariche istituzionali”.
C’è però anche un fronte interno per la ministra, prontamente stoppato dalla difesa che di lei ha fatto Luigi Di Maio. Nel M5S ha destato molto stupore l’attacco ricevuto dal sottosegretario M5S Angelo Tofalo che oltre a blandire Matteo Salvini, e a vestire i panni militari impugnando il mitra, ha parlato di “errori grossolani” al ministero. Chi conosce bene le dinamiche interne sottolinea l’asse di Tofalo con l’altro sottosegretario alla Difesa, il leghista Raffaele Volpi, per lavorare ai fianchi la Trenta.
Il fronte interno. In questo contesto è stata vissuta come un vero e proprio “tradimento” la riunione “segreta” che ha visto Tofalo con il capogruppo 5Stelle nella commissione Difesa della Camera, Giovanni Russo, il senatore della Difesa, Dino Mininno e il membro 5 Stelle del Copasir (comitato di controllo sui Servizi segreti), Francesco Castiello. Nel mondo pentastellato si dice che “hanno fatto gli utili idioti della Lega”. Ed è evidente che la vittoria elettorale di Salvini abbia cambiato le carte in tavola e spinto il leader leghista a mettere le mani su qualsiasi struttura abbia una divisa.
L’Aeronautica. Ma c’è di più. A unire le varie caselle del puzzle si trova spesso l’Aeronautica. I tre generali in pensione che diserteranno la parata vengono tutti da lì. Anche il 5 Stelle Mininno proviene dall’Aeronautica. E l’Aeronautica, più delle altre Forze, ha un nodo irrisolto: gli F-35. La dichiarazione della ministra, relativa all’arrivo di altri 28 velivoli, non va equivocata, perché riguarda le commesse già ordinate dal precedente governo e avallate dal Documento programmatico per la Difesa per il triennio 2018-2020. Ma in quel documento si legge che “gli oneri totali sono riferiti alla sola Fase 1 di prevista conclusione nel 2020. La Fase 2, qualora confermata” prevede delle “contribuzioni al momento ancora non definite”. Al momento, quindi, vengono stanziati 1,447 miliardi, ma il fabbisogno complessivo di miliardi ne richiede 7,093.
Il Fatto 2.6.19
La nuova tempesta sarà religiosa
di Furio Colombo
Il gesto volgare del ministro Salvini che agita il rosario e invoca la Madonna, usa cioè simboli estremi del cattolicesimo per ricattare i credenti e ottenere voti, ha aperto un nuovo varco alla politica del distruggere per governare.
Dopo avere spaccato con impegno e furore il reticolato di solidarismo italiano che, anche al colmo del fascismo, non si era mai veramente interrotto, si è dedicato a ripulire il Paese da ogni frammento di cultura e di storia, in modo da imporre la nuova autorità a un livello sempre più basso o sempre più spaventato. È stato inventato un popolo del “dopo” (dopo la raccolta di voti della Lega) che ha il compito di togliere di mezzo il popolo del “prima”, compreso il tuo insegnante e chiunque si porta addosso tracce di cultura e riferimenti alla storia.
Non sto dicendo che la Lega prende i voti di chi è rimasto isolato dalla cultura. Sto dicendo che il regime della Lega cerca e incoraggia i livelli isolati di vaste zone popolari già predisposte dalle cattive scuole, dalla televisione di Berlusconi e dall’equivalente giornalismo, per eliminare inutili e fastidiosi tributi al bello, al buono e al solidale e poter incassare voti e applausi, se persino la Marina militare italiana abbandona (o le viene ordinato di abbandonare) uomini, donne e bambini in mare. Apprezzata anche l’idea di incriminare chi li salva, sequestrando le navi che hanno appena protetto vite umane.
Bisogna ammettere che questo darsi da fare per essere sicuri di raccogliere il peggio non è un fenomeno solo italiano. Anzi, come sempre, l’Italia, che è cattiva ma prudente, ha aspettato un segnale forte. È arrivato da Donald Trump, con il suo immediato legarsi ai suprematisti bianchi e assassini. Ma quel rosario in pugno brandito come un’arma o come una superstizione che porta male ai disubbidienti, quel comizio finto religioso fondato sulla celebrazione della “Madonna dei porti chiusi” non è un semplice gesto volgare o un normale esempio di maleducazione. Segna l’apertura della terza fase, quella della guerra di religione. Attenzione non stiamo parlando del tanto discusso “conflitto di civiltà”, fra islamici e cristiani. Stiamo parlando della guerra al Papa. I leghisti stanno portando il linguaggio sguaiato e i sacchetti di sabbia, e al momento giusto saranno pronti. Sanno che Papa Bergoglio non ha mai esitato nel giudicare la follia cattiva e inutile dei porti chiusi, la speciale crudeltà del lasciar morire i migranti in mare, la lotta accanita all’accoglienza, la guerra alle navi di soccorso Ong. Ma il Papa insiste nell’accoglienza come principale dovere cristiano, e sa che il lato nero della Chiesa è pronto (a cominciare dal clima di accuse e calunnie che stanno spargendo alacremente, intorno a lui, a opera di alcuni cardinali e alcuni vescovi che si impegnano, come certi prefetti della Repubblica, a stare dalla “parte giusta”) a portare alla luce la congiura.
La guerra di religione spaccherà il Paese Italia perché il Papa che crede nel- l’accoglienza e rifiuta finti abbracci con il capo della Lega è a Roma, capitale del Paese che Salvini governa sulla base di valori anteguerra. Fa bene il Papa a non fingere misericordia e a non concedere udienze.
Ma di nuovo il peggio viene dall’America, e la pronta risposta italiana è la messa in scena (detta “per le famiglie”) del ministro leghista Fontana, con la sua rumorosa anche se non frequentatissima sosta a Verona. Ha dimostrato che bisogna restare pronti e attenti. Attenti a che cosa? Attenti al prossimo scontro sull’aborto, una grande questione morale che invece viene usata come dirompente arma politica. Si tratta di usare i diritti delle donne per spaccare i credenti, dagli aspri fondamentalisti cristiani ai miti praticanti cattolici.
La sequenza della strategia di estrema destra è esemplare: l’assemblea dello Stato dell’Alabama ha preparato e votato all’unanimità la legge dei 99 anni. È la pena per un medico che pratica un aborto. Non importa la ragione dell’aborto. Anche fermando un feto che non avrebbe potuto sopravvivere o che avrebbe ucciso la madre, sei un assassino. Il corpo giudiziario dell’estrema destra americana è già pronto, dai tribunali di campagna alla Corte Suprema. In America medici abortisti sono stati uccisi più volte, cliniche fatte saltare, stragi come quella di Oklahoma City ne sono la prova. Ecco il senso del gesto tutt’altro che naïf del rosario in pugno in un comizio elettorale. Vuol dire “noi siamo pronti” e “la guerra è guerra”. Come sempre, in nome di Dio.
Corriere 2.5.19
Tienanmen
Trent’anni dopo la strage, le trascrizioni segrete dei capi cinesi: «Uccidiamo chi va ucciso»
dal corrispondente a Pechino Guido Santevecchi
«Bisogna uccidere coloro che debbono essere uccisi, condannare coloro che debbono essere condannati», disse il vecchio rivoluzionario e vicepresidente Wang Zhen nella sala di una palazzina in stile imperiale di Zhongnanhai, a poche decine di metri da Piazza Tienanmen. La strage era già stata compiuta e i dirigenti del Partito stavano discutendo la linea.
Tutto fu deciso dietro le mura che chiudono alla vista Zhongnanhai, il quartier generale del potere comunista, un tempo giardino imperiale accanto alla Città Proibita. Deng Xiaoping era lì con i compagni dirigenti quando a metà aprile del 1989 i primi gruppi di cittadini cominciarono ad affluire in Piazza Tienanmen per accumulare (sotto il Monumento per gli eroi del popolo) fiori e poesie in memoria di Hu Yaobang, l’ex segretario del Partito estromesso per liberalismo e morto per un attacco di cuore il 15 aprile. Fu a Zhongnanhai che fu decretata la legge marziale il 18 maggio, quando il movimento ormai chiedeva riforme, la fine della corruzione e della censura e l’uscita di scena dei «vecchi» aggrappati al potere anche dopo la pensione. Fu da Zhongnanhai che fu dato l’ordine ai soldati di «ripulire» la piazza nella notte tra il 3 e il 4 giugno: la strage con mitragliatrici e carri armati. E fu ancora dietro quelle mura rosse che si riunirono tra il 19 e il 21 giugno i mandanti della repressione.
Trent’anni dopo, la censura continua a cancellare ogni tentativo di commemorazione a Pechino. Ma a Hong Kong, che mantiene la sua autonomia semi-democratica, è appena stato pubblicato un libro con le trascrizioni finora segrete dei discorsi tenuti dai membri del Politburo in quei giorni.
The Last Secret: the final documents from the June Fourth crackdown si basa su trascrizioni conservate e fatte filtrare ora da un funzionario presente alla discussione. Non si sa quanti fossero i partecipanti a quella riunione del Politburo, allargata agli «anziani ex dirigenti» che ancora manovravano dietro le quinte, quelli che gli studenti avevano sperato di far uscire di scena per sempre. Sono 17 le voci. Tutti cominciarono proclamando: «Sono completamente d’accordo», «Sostengo assolutamente» la decisione del compagno Deng Xiaoping di mobilitare l’esercito «per porre fine ai tumulti anti-partito e agli atti controrivoluzionari».
Wang, che chiedeva condanne ed esecuzioni capitali, fu appoggiato da Xu Xiangqian, ex grande maresciallo dell’Esercito di liberazione: «I fatti hanno provato che la confusione e i tumulti sono dovuti al collegamento tra forze interne e straniere, frutto del rifiorire della borghesia che aveva come obiettivo l’instaurazione di un regime anticomunista vassallo di potenze occidentali».
Il milione di studenti e cittadini che erano stati in Piazza Tienanmen per cinquanta giorni furono bollati da Peng Zhen, ex presidente del Comitato centrale del Congresso del Popolo, come «un piccolo gruppo che, collaborando con forze straniere, voleva abbattere le pietre angolari del nostro Paese». Un tema ripreso da molti: «Quarant’anni fa il segretario di Stato Usa Dulles disse che la speranza di restaurare il capitalismo in Cina era riposta nella terza e quarta generazione nata dopo la nostra Rivoluzione: non dobbiamo permettere che la profezia si avveri».
Repubblica 2.6.19
L’intervista
Zhou Fengsuo "Tiananmen può ancora risvegliare i cinesi"
dal nostro corrispondente Filippo Santelli
PECHINO — E se oggi in Piazza Tiananmen incontrasse un ragazzo di 21 anni, come lui nel 1989, che cosa gli direbbe? «Gli direi che ero uno studente, che ho protestato insieme a milioni di persone per la libertà e la democrazia, che siamo stati lì per 50 giorni, prima di una brutale repressione del governo». Direbbe la nuda verità Zhou Fengsuo. Solo che la verità sul 4 giugno 1989, il giorno in cui l’esercito comunista sparò contro i cittadini, in Cina è cancellata. Ancora più quest’anno, trentesimo anniversario dell’evento spartiacque. Zhou era un brillante studente di Fisica a Tsinghua, la migliore università del Paese, quando diventò leader degli studenti, per poi ritrovarsi numero cinque nella lista dei più ricercati. Emigrato negli Stati Uniti, ha fondato con altri Humanitarian China, associazione che lotta per tenere viva la memoria e sostenere le famiglie degli attivisti. In Cina questo 4 giugno passerà tra censura e inconsapevolezza, ma per lui resta il momento della verità: «Ha mostrato che la democrazia è possibile. E che con un Partito che uccide impunemente non può esserci giustizia».
Era uno studente dall’avvenire assicurato, che cosa l’ha spinta verso Tiananmen?
«La fisica è ricerca di verità universali e io le cercavo anche nella società.
Dopo la morte di Hu Yaobang (leader riformista esautorato due anni prima, ndr ), decine di migliaia di studenti sono arrivati a Tiananmen e lì abbiamo mostrato la nostra volontà. Libertà di stampa, pubblicazione del patrimonio dei leader, democrazia: per la prima volta se ne parlava senza paura, ci facevamo coraggio l’un l’altro. Mi sono reso conto di quanto fosse forte la speranza».
Il 13 maggio è iniziato lo sciopero della fame, la vera occupazione.
Com’era la vita nella piazza?
«Il mio compito era proteggere e assistere gli scioperanti. All’inizio dormivamo all’aperto, poi abbiamo montato le tende, avevamo freddo e fame. Ho costruito un sistema di trasmissione connettendo gli altoparlanti: la nostra voce copriva la piazza, parlare dal cuore era liberatorio, ci tenevamo su cantando l’Internazionale e l’inno nazionale, ma ero così esausto che svenni. Il clima era febbrile, c’erano opinioni diverse, però è incredibile come siamo riusciti a mantenere l’ordine e creare un consenso».
Temeva un epilogo violento?
«Ad aprile ci avevano riferito che Deng Xiaoping era pronto a usare la forza, ma dopo che la gente di Pechino aveva fermato una volta i soldati in modo pacifico non pensavo fosse possibile. Avevamo l’appoggio dei cittadini».
Invece il 3 giugno i carri armati muovono verso Tiananmen.
«C’era puzza di gas nell’aria, gli spari tutto attorno. Eravamo nell’occhio del ciclone, attorno alla piazza la gente cercava di bloccare i soldati.
Poco prima dell’alba eravamo rimasti in 3mila e Liu Xiaobo (il premio Nobel morto in carcere nel 2017, ndr ) ha negoziato con i soldati una via di uscita. Ancora si dibatteva se restare o andarcene, poi i militari sono arrivati, ci hanno colpiti con i calci dei fucili e spinti via».
Era finita .
«Sulla strada per l’università sono passato davanti all’ospedale di Fuxing e ho visto 40 corpi a terra sotto una rimessa per biciclette. Sapevamo che c’erano stati dei morti, in quel momento ho realizzato».
E si è ritrovato sulla lista dei ricercati.
«Ero tornato a Xi’an, la mia città, e ho visto il mio nome alla televisione. La polizia è arrivata subito, mamma urlava. Mi hanno rinchiuso per un anno, tenuto per tre mesi in manette, picchiato, ordinato di dire in tv che nessuno era stato ucciso. Mi hanno rilasciato come segno di distensione verso gli Stati Uniti. Dopo un paio di anni me sono andato».
Il Partito sembra avercela fatta: oggi in Cina il 4 giugno è solo un giorno con più controlli. Qual è l’eredità di Tiananmen?
«La più importante: mostra che i cinesi amano la libertà e che la democrazia è possibile».
Un miliardo e 400 milioni di cinesi hanno accettato un patto diverso: non toccate la politica e starete meglio.
«Forse il patto esiste, ma non si può sapere visto che i cittadini vengono tenuti al cappio, che sono impauriti come lo eravamo noi prima di scoprire che avevamo tutti nel cuore la stessa cosa. Guardi le foto di quei giorni: le persone sono diverse, nessuno può dire cosa succede quando si conquista la libertà. Deng e gli altri non hanno ucciso per mantenere la stabilità, ma per restare al potere, per questo chiediamo che i loro eredi paghino».
Nella Cina di Xi Jinping il Partito è tornato onnipresente e lo spazio per voci indipendenti pare inesistente. Che aspettative ha?
«Molto negative. Ma l’arresto degli attivisti o i musulmani nei campi di rieducazione non mi sorprendono: se puoi uccidere i cittadini senza ripercussioni non c’è limite alla brutalità. Non vedo possibilità di evoluzioni o rivoluzioni in Cina, neppure se arrivasse una crisi economica. L’unica è la pressione esterna».
Si riferisce a Trump?
«Ha fatto pessimi commenti su Tiananmen, ma la guerra commerciale è un buon passo.
L’influenza della Cina all’estero è sempre più forte, nessuno vuole parlare a noi attivisti per non offendere il Partito. Il totalitarismo digitale cinese è un pericolo per il mondo, va affrontato».
Si pente mai di essere partito?
«No, è solo grazie alle persone fuori dalla Cina che la verità si preserva. Mi manca Tiananmen, non questa Cina».
Il mio popolo è tenuto al cappio
Ma quei cinquanta giorni di 30 anni fa dimostrano che ama la libertà e che la democrazia è ancora possibile
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Repubblica 2.6.19
La scatola vuota dei 5Stelle e il nuovo cinema della sinistra
I liberaldemocratici devono confluire in un Pd guidato da personalità capaci di rilanciare a tutto campo il partito
di Eugenio Scalfari
La nostra specie si distingue dalle altre per una sola ma fondamentale ragione: vive insieme al "Sé", la consapevolezza del se stesso con tutto ciò che ne deriva. Qualche esempio contribuisce a renderci edotti dell’importanza fondamentale del se stesso.
Vediamo.
Eraclito ci disse che chi mette il piede nel fiume tocca quell’acqua un solo istante e non la toccherà mai più perché l’acqua scorre, il tuo piede è fermo e questo determina il rapporto tra l’acqua corrente e il piede immobile.
È il primo esempio, direi in ordine di tempo, ma contribuì a fondare il principio della relatività.
Di esempi ce n’è una quantità: Archimede disse che tutto ciò che vive nel mondo ha i suoi limiti salvo i numeri perché i numeri sono infiniti.
Socrate visse la sua agonia in piena lucidità di pensiero come hanno raccontato alcuni suoi discepoli e soprattutto Fedone. La certezza del filosofo greco era che la morte porta via il "Sé" e questo è tutto: il "Sé" non si ripete in nessun’altra forma e perciò se ha debiti ed è un buon cittadino cerchi di pagarli finché ancora respira e vive.
Einstein, dopo lunghi studi, arrivò a teorizzare la relatività generale: il mondo, anzi, l’universo sono composti di particelle il cui movimento cambia di continuo perché viene attratto e a sua volta attrae tutte le particelle che hanno una reciproca comunicazione.
La comunicazione cambia di continuo per la molteplicità delle particelle, la loro distanza continuamente variabile e il loro spessore elettromagnetico. Ma il "Sé" suscita anche pensieri d’altro genere, a cominciare dal rapporto con gli altri: rapporto di pace e di amicizia oppure di guerra e di odio e di amore e potere. Di qui nascono la pace e la guerra e la scienza politica: valori, ideali, interessi. E anche la tempistica: presente, passato, futuro. Servitù e libertà.
L’illuminismo di Condorcet e di Voltaire si basa su un trio di valori: libertà, eguaglianza, fraternità. Questa è stata la civiltà moderna nei periodi positivi della sua esistenza, condizionati a loro volta dalle varie categorie professionali e culturali che hanno distinto il popolo in diverse classi, caratterizzate dalla cultura, dai mestieri, dalla agiatezza materiale e dall’importanza politica che ciascuna delle classi possiede ma che varia continuamente per mille ragioni in ciascuno dei membri di quella classe; talvolta la crisi è individuale e altre volte è collettiva.
Infine c’è una collettività, anzi una infinita quantità di collettività che va dalla famiglia, dagli amici, dai conviventi in un quartiere di una città e della città stessa, di una regione, d’una nazione. Spesso le nazioni lottano in continuazione tra di loro ma altrettanto spesso possono fondersi e assumere la vastità d’un continente.
I popoli a loro volta si distinguono anzitutto per la diversità fisica che li distingue e assai spesso sono popoli vaganti, alla ricerca di luoghi più adatti ad essi per accoglienza con chi vi abita già da tempo, per clima, per occupazioni lavorative e il benessere che può risultarne. Questa è la traccia che dobbiamo avere ben presente se vogliamo in qualche modo giudicare quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi in un momento particolarmente delicato sia dal punto di vista politico sia da quello economico.
***
La premessa di cui sopra ci consente un giudizio e una serie di previsioni su quanto sta accadendo sotto i nostri occhi.
Per cominciare ricordiamoci che Salvini viene da Bossi che fu il fondatore della Lega Nord. Quanto a Di Maio, viene da Grillo e dalla sua predicazione decennale.
Entrambe queste due origini hanno prodotto i fenomeni ai quali assistiamo in questi recenti anni. Se andiamo a esaminare entrambi questi fenomeni ci rendiamo conto che tutte e due sono partiti dal populismo e tale è rimasta la loro natura. Salvini l’ha estesa all’intero territorio italiano, Di Maio ha avuto una estensione territoriale e politica assai minore, ma il populismo è stato e tuttora è la materia prima di entrambi i due partiti. Il problema non è da poco poiché il populismo non concepisce alcun programma ma segue i capi, anzi, il capo. Tuttavia i due fenomeni che hanno la stessa origine e hanno seguito lo stesso percorso sono molto diversi uno dall’altro: il populismo di Salvini ha come finalità quella di instaurare una sua dittatura vera e propria. Quella di Di Maio ha in buona parte abbandonato la struttura populista del suo movimento grillino: Grillo si proponeva di abbattere tutte le classi dirigenti esistenti in Italia e poi costruire una classe dirigente propria che avesse come finalità quella di essere la sola. La differenza tra la dittatura di Salvini e la classe dirigente unica di Grillo (e quindi di Di Maio) differiscono proprio in questo: i grillini non concepiscono la dittatura di una persona ma di una classe dirigente. Non una dittatura, dunque, ma una oligarchia che detiene collegialmente il potere.
La differenza tra i due schemi è notevole ma è puramente teorica: Grillo delegò i poteri a Di Maio che fu incaricato di costruire la classe dirigente, ma in realtà questo compito non è stato adempiuto e quindi il Movimento dei Cinque Stelle è stato guidato unicamente da Di Maio così come la ex Lega Nord, diventata nazionale, è guidata unicamente da Salvini. I due movimenti sono di natura analoga con una differenza di fondo: Salvini ha le attitudini per condurre un popolo intero, Di Maio no: ha perso il suo nucleo populista ma non l’ha rimpiazzato in nessun modo. I Cinque Stelle sono una scatola di discreto formato ma praticamente vuota. Accade infatti sotto gli occhi di tutta la pubblica opinione che l’aumento di suffragi di Salvini va di pari passo con la diminuzione dei seguaci dei Cinque Stelle: uno cresce e l’altro diminuisce. Naturalmente c’è un limite e il Movimento Cinque Stelle non riversa l’intero deflusso sul partito di Salvini, va anche altrove: non vota, vota per il partito democratico, o per i Fratelli d’Italia, insomma si disperde. Al contrario di Salvini i Cinque Stelle in Europa praticamente non esistono. La verità è che Grillo ha prodotto poco o niente al contrario della Lega Nord che si è estesa a tutto il Paese e rappresenta quindi una leadership nazionale che può ancora crescere trasformando l’Italia in una piattaforma mediterranea al servizio della Russia di Putin. Ma la sinistra c’è o non c’è?
Questo è il terzo tema.
***
La parola sinistra è comparsa soltanto da due secoli, non di più. Naturalmente le divisioni politiche tra diversi gruppi sociali sono sempre esistite, nessuna persona è uguale ad un’altra e parole geometriche e topografiche come destra o sinistra non avevano fino a un paio di secoli fa questi significati e quindi non venivano usate politicamente. Neanche gli illuministi le usarono in quel modo. Bisogna arrivare alla sconfitta di Napoleone con la rivoluzione francese che gli stava storicamente alle spalle. A quel punto ecco che la parola sinistra comincia ad essere usata ed evoca inevitabilmente un centro e una destra.
Di fatto, accadde quando il re di Francia Luigi XVI convocò gli Stati generali. Per statuto e per consuetudine essi erano formati da tre gruppi sociali: la religione e i Vescovi che la rappresentavano; la nobiltà; il Terzo Stato che di fatto rappresentava quella che poi fu da tutti chiamata borghesia. Il popolo vero e proprio, quello soprattutto dei contadini che costituivano la maggioranza e dei pochi operai che facevano da servitori e da aiutanti, non aveva un suo nome e non veniva convocata negli Stati generali. Il Terzo Stato era il più numeroso. La storia ci insegna che la rivoluzione nacque dal fondersi dei tre ordini di Stato e quindi dal dominio del Terzo Stato che propose al re di trasformare gli Stati generali in una assemblea costituente che avrebbe riformato l’intera struttura politico-amministrativa del Paese e che, una volta compiuto il suo lavoro, il re avrebbe dovuto consacrarlo e convocare un’assemblea legislativa che sulla base delle indicazioni della costituente avrebbe promulgato la legge costitutiva. Così infatti accadde e così cominciò la rivoluzione francese. Non si chiamava ancora sinistra il Terzo Stato. Il nome fu inventato da Marat e da lì prese il volo. A pensarci bene, questo fu l’unico risultato politico prodotto da Marat, tuttavia merita di ricordarlo.
*** I comunisti sovietici non si chiamavano sinistra ma semplicemente comunisti salvo Trotsky che fu un altro (dopo Marat) a riesumare l’aggettivo di sinistra.
Indipendentemente da lui, quella parola fu definitivamente coniata e usata durante le rivoluzioni del 1848 che percorsero l’intera Europa. La parola sinistra fu battezzata da Marx insieme a quella comunista ma prese il volo in Europa e nel mondo intero, soprattutto il mondo occidentale, nella seconda metà dell’Ottocento. In Italia più che altrove: la usò Mazzini con la sua "Giovane Italia", la usò Cavour non per definire se stesso ma quelli che con lui avevano fatto un patto politico per portare il Piemonte verso l’unità d’Italia. La usò Garibaldi che diventò in qualche modo il vessillo d’una politica che favoriva le classi popolari, gli operai, i contadini, la borghesia illuminata.
Talvolta ci si domanda le ragioni per cui quella parola diventò il segnale di un programma e il coagulo di interessi e ideali e valori. In Francia nacque il tricolore, bandiera nazionale con tre colori che rappresentavano il bianco l’equità, il blu il territorio, il rosso la sinistra. L’Italia ereditò la medesima bandiera cambiando il blu in verde.
La nostra sinistra attuale ha molto da fare e debbo dire che non può tardare oltre: deve raccogliere i liberaldemocratici nel partito del Pd, guidato da personalità capaci di rilanciare a tutto campo quel partito. Accanto ad esso ci sono movimenti popolari attratti dal Pd e anche capaci di creatività aggiuntive a quelle esistenti nello statuto e nella prassi del partito. Quei movimenti vanno incoraggiati: sono una amplissima platea che guarda un film e si identifica con esso. Il film, gli attori, il racconto che esso contiene, quello è il partito. Gli spettatori che lo guardano con piena soddisfazione e identificazione sono i movimenti che appoggiano e sono pronti a tornare quando ci sia in un altro film la ripetizione delle trame, degli attori, della musica che ne fa parte; insomma spettacolo analogo, attori e autori analoghi, pubblico crescente e identificato con ciò che vede e che segue.
Questo è il compito che deve essere svolto dallo stato maggiore del Pd il quale deve anche disporre di mezzi che diffondano il suo messaggio rappresentato dal film.
Non farò nomi di chi è addetto a compiti così impegnativi. Li ho già fatti varie volte e ripeterli è inutile e noioso. Auguro a chi è incaricato di produrre l’azione politica di una sinistra moderna di aver chiaro il compito e di eseguirlo con rapida efficacia.
https://spogli.blogspot.com/2019/06/il-fatto-31.html
giovedì 30 maggio 2019
il manifesto 30.5.19
Mai come stavolta è «primo» il partito del non voto
di Franco Astengo
Crescita dell’astensionismo forse oltre la fisiologicità del fenomeno ricorrente nel passato per le elezioni europee, nuova espressione di fortissima volatilità elettorale, esaurimento del «centro» e della «sinistra» con un chiaro spostamento a destra come segno dei tempi di netta contrapposizione; forte dispersione di voti a causa di una soglia di sbarramento molto alta e quindi sostanziale deprivazione della rappresentanza. Sono questi principali fattori che emergono dall’analisi del voto italiano al riguardo del Parlamento Europeo svoltesi il 29 maggio 2019 e che richiamano la necessità di un’analisi disomogenea comprendendo in questa i dati sia delle due tornate europee sia di quella politica del 2018.
Ne è uscita un’Italia spaccata in due: con la Lega egemone fino a Campobasso e il M5S che cerca di reggere da Caserta in giù; in mezzo a questa geografia dai termini bipolari ribaltati rispetto alle politiche 2018 qualche minuscola “enclave” segna, in Emilia e in Toscana, la precaria presenza del Pd. Si evidenzia un passaggio diretto di voti tra Forza Italia e Fratelli d’Italia (con la seconda che si rafforza evidentemente). In diverse regioni Fratelli d’Italia scavalca Forza Italia (Veneto, Friuli, Marche, Umbria, Lazio). Quindi non appare automatico un passaggio diretto tra Forza Italia e la Lega. La Lega in diverse situazioni attinge dal serbatoio M5S, piuttosto che da Forza Italia.
Il M5S invece sicuramente ha approvvigionato l’astensione. Si sta profilando quindi uno spostamento a destra dell’elettorato italiano in una dimensione molto più consistente di quanto non appaia a prima vista. Lega e M5S risultano protagoniste della volatilità elettorale in entrata e in uscita con dimensioni molto spesso superiori al 50%. Siamo di fronte al fenomeno di milioni di elettrici ed elettori che non riescono a votare la stessa lista per due elezioni consecutive, neppure a distanza di un anno tra un’elezione e l’altra.
Per tutta la giornata di domenica è stata venduta la favola della crescita della partecipazione. In realtà anche rispetto alla già deprimente partecipazione al voto del 2014 verifichiamo un’ulteriore contrazione. Le europee si sono ancora una volta rivelate, in Italia, assai poco attrattive per l’elettorato. I voti validi (quindi già sottratte le schede nulle e bianche) sul territorio nazionale sono stati 26.662.962 pari al 53,93% del totale degli aventi diritto. Mentre il non voto (astenuti, binache e nulle) raggiunge la cifra di 22.466.634.
Nell’occasione delle elezioni europee del 2014 (quelle dell’illusorio 40% del Pd) i voti validi furono 27.448.906 pari al 54,17%. Alle politiche dell’anno scorso questa cifra s’impennò fino a 32.841.705, al 70,61%. Rispetto alle politiche 2018 mancano quindi il 16,68% dei voti, circa 2.970.000 unità. Numeri da rendere improbabile qualsiasi raffronto ragionato. Tra le europee 2014 e quelle 2019 ci sono stati circa 900.000 voti validi in meno.
Le sole regioni nelle quali il totale dei voti validi nel 2019 è stato superiore a quello del 2014 sono state: la Valle d’Aosta, Veneto, Friuli, con le maggiori punte di flessione in Campania e Sicilia. In questo caso appare di grande interesse esporre le percentuali per ogni singolo partito riferite non al totale dei voti validi ma a quello degli aventi diritto (riferimento sempre al territorio nazionale). Il totale degli aventi diritto era quindi di 49.129.598 elettrici ed elettori: Lega 18,58%, PD 12,22%, M5S 9,23%, Forza Italia 4,7%, Fratelli d’Italia 3,5%, Più Europa 1,67%, Europa Verde 1,23%, La Sinistra 0,94%. Un esempio dal passato come indice di una solidità del sistema. 1976: DC 14.209.519 su 40.426.658 pari a 35,14%, PCI 12.614.650 pari a 31,20 %, PSI 3.540.309 pari all’8,75%. I tre grandi partiti di massa valevano quindi assieme il 75,09% sull’intero elettorato (votante e non votante: la percentuale dei votanti si era attestata sul 93,39%). Ora i tre primi partiti valgono il 40,03% dell’intero elettorato votante e non votante (percentuale dei votanti: 56,09%). Per la prima volta nella storia repubblicana il partito di maggioranza relativa si colloca al di sotto del 10 milioni di voti.
Riscontriamo quindi indici di estrema fragilità del sistema e di difficoltà nell’espressione della rappresentanza politica: segnali da non sottovalutare.
il manifesto 30.5.19
Aborto legale, l’Argentina ci riprova
Diritti delle donne. Una marea verde, dal colore dei fazzoletti simbolo del movimento femminista, accompagna la proposta di legge (l'ottava in 14 anni) per l'interruzione volontaria di gravidanza fino davanti al Congresso. La deputata Victoria Donda Pérez, prima firmataria, al manifesto: «La destra vuole la staticità dei ruoli tradizionali in cui noi donne restiamo riproduttrici di forza lavoro. Una legge ci può liberare»
di Gianluigi Gurgigno Ariadna Dacil Lanza
BUENOS AIRES Lungi dall’essere una mera pratica burocratica, l’ottava presentazione in 14 anni del progetto di legge per legalizzare l’aborto in Argentina è stata accompagnata in tutto il paese da una marea verde che nella capitale ha inondato le vicinanze e l’interno del Congresso nazionale.
LA «CAMPAGNA NAZIONALE per il diritto all’aborto legale, sicuro e gratuito», attraverso alcune deputate, ha riproposto il progetto che sostiene sin dalle sue origini, nonostante la composizione del parlamento non sia cambiata dall’anno passato, quando il no del Senato bloccò la legge. Stesso testo e stessa composizione parlamentare, dunque, ma con la vigenza del progetto estesa fino al prossimo anno, quando i seggi saranno già occupati dai deputati e dai senatori eletti nelle elezioni del prossimo ottobre.
La deputata argentina Victoria Donda Pérez (foto di Gianluigi Gurgigno)
Come nel 2018, prima firmataria della proposta di legge per l’«Interruzione volontaria di gravidanza» è la deputata Victoria Donda Pérez, figlia di José Donda e María Pérez, entrambi desaparecidos. Eletta una prima volta nel 2007 nelle file del Movimiento Libres del Sur, l’anno scorso ha fondato il partito Somos e ora è in corsa per la carica di governatrice di Buenos Aires. Sarebbe la prima donna a ricoprirla, così come è stata la prima figlia di desparecidos a sedere in parlamento (è nata all’interno dell’ex Esma, il «Centro clandestino di detenzione, tortura e sterminio» dal 1976 al 1983).
MENTRE GLI ALTRI CANDIDATI progressisti alle prossime elezioni pensano che sarebbe opportuno posticipare il dibattito sull’aborto al fine di generare consensi per superare la destra di Mauricio Macri al governo, Donda la pensa diversamente: «Come donne continueremmo a essere esposte alla clandestinità: il progetto deve essere trattato con urgenza e la legge deve essere approvata adesso».
Pochi minuti prima di incontarci, la deputata ha ricevuto i genitori di Lucía, la sedicenne che nel 2016 fu drogata, abusata e uccisa da due uomini. La propria storia personale ha avvicinato Donda Pérez alle rivendicazioni del femminismo e dei diritti umani. «Quando ero piccola una mia amica ha abortito clandestinamente. L’aborto le venne praticato con un bastone di vimini che le provocò un’infezione, e finì con l’utero perforato. Poi invece altre donne a me vicine hanno potuto pagare e allora sì, hanno abortito in dieci minuti. È una differenza di classe ma, tanto in una clinica come in una buia stanza di quartiere, c’è un comune denominatore: il peso della clandestinità, il sentirti una delinquente». Donda sottolinea che «la destra vuole la staticità dei ruoli tradizionali in cui noi donne continuiamo a essere riproduttrici di forza lavoro. Una legge per l’aborto legale ci può liberare in parte da questa subordinazione».
foto di Gianluigi Gurgigno
DAVANTI AL CONGRESSO Ana Clara ha deciso di trascorrere lì il pomeriggio del suo 34mo compleanno, per seguire da vicino la presentazione del progetto di legge. «Tutti abbiamo qualche amica o una familiare che c’è passata. Nel mio caso è stato in una clinica clandestina» dice, e continua parlando del «tabù, la paura e la persecuzione». Flavia la accompagna e commenta: «Una cugina di mio padre è stata violentata dal nonno ed è morta in seguito all’aborto clandestino. Nessuno ha detto niente per paura dei commenti, è terribile rendersene conto. Per questo siamo qui, a partorire una legge, perché siamo la voce di quelle che non ci sono più».
«Io a 15 anni ho abortito illegalmente con pastiglie – interrompe Milagro, sciogliendo il nodo che aveva in gola – e l’aiuto di mia mamma perché non volevo tenere quel bambino. Sono finita in ospedale per un’infezione. Mia mamma mi disse “Milagro per favore non dire niente altrimenti vado in galera”. Oggi sono qui con mia figlia Isa, che insieme al padre abbiamo deciso di avere. È stata la decisione migliore della mia vita». Flavia si allontana dai discorsi moralizzatori e sottolinea che lei «sapeva quello che faceva», ma per scelta o fallibilità dei metodi di cura «sono cose che succedono». Di fronte a tutto questo, il desiderio di non maternità può essere forte tanto come quello di essere madre.
NEL MEZZO DELLA MOLTITUDINE Flor ferma Martina, che non conosce, per chiederle un po’ del suo glitter verde. «Non ho casi di aborto vicini a me ma si tratta di avere un po’ di empatia con ciò che succede alle altre» – dice. Julia e Sonia, di 19 anni, hanno i fazzoletti verdi legati in testa: «Per avere diritti bisogna conquistarseli» dice una mentre camminano per Avenida Callao, l’arteria cittadina che porta al Congresso.
«Io non lo farei e non sono d’accordo con l’aborto, ma mi sembra importante la legalizzazione» dice Macarena, 24 anni e gli occhi truccati di verde. Seduta in mezzo alla strada, con un telo sull’asfalto, una ragazza vende fazzoletti verdi e dice d’essere d’accordo con il simbolo femminista.
Nel frattempo sotto allo stand montato di fronte al Congresso, una delle referenti storiche della campagna, l’avvocata Nelly Minyersky prende con una mano il bastone e con l’altra il microfono per sintetizzare: «Lottiamo per un diritto umano fondamentale. Il diritto all’aborto non è solo il diritto sul nostro corpo, ma anche il diritto a decidere se vogliamo avere figli o no. È il diritto al proprio destino».
traduzione di Gianluigi Gurgigno
il manifesto 30.5.19
Il M5S non è più l’argine, né alla destra, né all’astensione
Crollo elettorale. Il capo, il contratto, l’identità, aver creato aspettative difficili da mantenere, la prova del governo arrivata troppo presto, impreparati su Ilva, Tap e Tav
di Aldo Carra
Il voto delle europee segna la fine di una funzione che il M5S si è sempre vantato di svolgere: quella di impedire che il malessere prodotto dalle politiche di austerità e dalla degenerazione del sistema dei partiti sfociasse in astensionismo di massa ed alimentasse la destra.
Questo per un po’ è stato anche vero, ma, adesso, si è prodotto un fenomeno opposto: sei milioni di votanti in meno ed altrettanti voti persi dal M5S; una nuova destra radicale e populista ha divorato quanto di moderato c’era in quell’area ed ha attratto a sé un altro milione di elettori dal M5s e dalla stessa area di centro-sinistra.
Così, dopo il terremoto del 2018, la nuova scossa ha prodotto una implosione del M5s ridotto al 17%, e ci mette di fronte ad nuova destra riorganizzata che si attesta al 50%. Sul versante opposto un Pd che arresta la sua emorragia di voti, ma non mostra capacità attrattive né verso l’elettorato perduto né verso quello in movimento ed una sinistra radicale il cui ennesimo e generoso tentativo di accorpare in extremis chi ci sta si infrange di fronte ad uno scontro tra titani che richiama a schierarsi ed a non disperdere il voto.
Si esaurisce così la funzione argine verso l’astensione svolta dal M5s, mentre la funzione traghetto, svolta attraendo anche elettorato di sinistra e proiettandone il malessere verso lidi populisti, produce i suoi effetti nefasti nello sfondamento di Salvini.
L’implosione del M5s nasce da diversi fattori: un appannarsi dell’identità – sotto l’equivoco del né destra né sinistra – proprio mentre la Lega rafforzava la sua identità di destra; una forte accentuazione della funzione del capo politico non compatibile con le esigenze di flessibilità ed articolazione che deve avere un movimento, soprattutto se esso è giovane e deve favorire l’emergere di forze nuove; il ricorso alla trovata del contratto di governo per spiegare l’alleanza con una forza abbastanza diversa che non poteva che generare una instabilità permanente che può risultare mobilitante fino ad un certo punto, ma non oltre; l’aver puntato su obiettivi specifici mirati a particolari categorie, come il reddito di cittadinanza, che hanno alimentato aspettative difficili da soddisfare e creato anche esclusioni e disillusioni; l’essere arrivati troppo presto alla prova del governo ed impreparati su dossier, come Ilva, Tap e Tav che erano in stato avanzato…. .
Queste e altre contraddizioni hanno generato il crollo elettorale e mettono il M5s di fronte a scelte vitali. Vedremo come esso reagirà, ma è certo che si è creata una nuova larga schiera di elettori delusi che scelgono l’astensione e che, in queste elezioni, non sono stati attratti né dalla proposta del Pd né da quella della sinistra. E sembra abbastanza certo che buona parte di essi sono stati mossi da scelte come il voto per Salvini sulla Diciotti, le soluzioni trovate su questioni ambientali che erano state bandiere elettorali ed, in generale, dalla subordinazione alla direzione politica imposta da Salvini.
Si apre, perciò, una nuova fase di doppio movimento. A livello politico vedremo ripercussioni sul governo e conseguenze sul ruolo delle opposizioni. Ma è a livello sociale che occorrerà al più presto costruire una relazione con i tanti soggetti che si sono chiamati fuori dal voto ed i non pochi che il sistema elettorale ha privato di rappresentanza. È a questo elettorato che va rivolta l’attenzione della sinistra e del Pd. Sapendo che tra questi elettori ci sono molti giovani e che c’è una forte sensibilità sui temi ambientali.
Speriamo di non essere trascinati nel dibattito tutto politicista su nuovi scenari, alleanze, governi di transizione più o meno tecnici. Sarà necessario parlare anche di questo. Ma se vogliamo dare voce ai soggetti di cui abbiamo parlato ed anche costruire dal basso uno schieramento sociale per contrastare la deriva a destra sarà necessario anche che vi sia chi si dedica a costruire sedi, occasioni di lavoro e ricerca comuni, a generare una nuova alleanza dal basso tra ispirazioni ed aspirazioni di sinistra e sensibilità e culture ambientaliste. Il lavoro da fare non manca, ma va fatto uscendo dai recinti della cultura di sinistra ed ambientalista per fertilizzare terreni nuovi e coltivare nuove piante.
il manifesto 30.5.19
Fratoianni: «Ora anche la sinistra si impegni nell’alternativa all’onda nera»
L'intervista. Il leader di Sinistra italiana: la nostra lista non è stata percepita come utile a fermare le destre, adesso non richiudiamoci fra noi. Basta frammentazioni, darò il mio contributo. Serve il dialogo con M5S e Pd. Anche con Calenda. Ma continuare a inseguire l’avversario sul suo stesso terreno non porta a nulla
di Daniela Preziosi
«La nostra proposta è stata schiantata dal richiamo al voto utile». Per Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana, l’analisi della sconfitta della lista La Sinistra, nata dopo il deragliamento di un’altra lista, Liberi e uguali, è amara. «Più in profondità, questa fase politica è stata segnata dalla polarizzazione di uno scontro. E in questo scontro il bisogno di difendersi dall’onda nera ha prevalso su tutto il resto. Un racconto a cui tutti abbiamo contribuito e che ha portato i cittadini a votare dove sembrava più forte la possibilità di fare resistenza.
L’onda nera non c’è?
C’è, c’è. E ha messo in secondo piano i contenuti necessari per recidere le radici su cui quell’onda ha costruito la sua forza. Ma, sia chiaro, questo non ci assolve.
Dare la colpa al ‘voto utile’ non è autoassolversi dai limiti della vostra proposta?
È il contrario. Gli elettori hanno scelto chi sentivano più efficace per fermare le destre. Ci hanno considerati insufficienti e poco credibili. Poi ci sono altri elementi, la costruzione tardiva della lista per esempio, ma non credo che questo sia il punto.
Davate l’impressione degli stessi ceti politici che si rimescolano, dalla Sinistra Arcobaleno a L’Altra Europa a Leu?
Magari, nel 2014 abbiamo preso il 4 per cento. Ma certo, il tema del mancato ricambio e rinnovamento c’è. Ma non è centrale. È paradossale un risultato così proprio mentre nel paese si avverte un risveglio democratico.
Lei è stato un protagonista della lista, per alcuni suoi compagni sembrava il leader. Troppo?
In questa campagna ho messo tutte le mie energie, fino all’ultima goccia. Come tutti e tutte. Non è bastato. Quando si è trattato di ammettere la sconfitta ci ho messo la faccia.
Il 9 giugno ci sarà l’assemblea della lista. Altre volte le spaccature sono arrivate proprio dopo il voto. Quale sarà la proposta di Si per il futuro della lista?
Si ha riunito la segreteria, sabato terrà la direzione. Decideremo insieme. Io andrò all’assemblea: è doveroso ragionare sul futuro. Abbiamo di fronte una stagione complicata e un percorso lungo, dobbiamo riconquistare un insediamento sociale nel paese, fin qui ci siamo dispersi in sperimentazioni generose ma evanescenti. La frammentazione della sinistra, dai Verdi a noi al Prc a Possibile, l’Altra Europa, Diem, Dema, èViva e le esperienze civiche, va superata. È percepita come insopportabile. Anche se questa lista ha provato a costruire la più larga unità. Proverò a dare un contributo. Ma non basta. Il voto ci pone un’altra questione: collocare lo sforzo di ricomposizione e rigenerazione dentro la costruzione di un’alternativa alle destre. Il nodo non può essere più aggirato. Non possiamo chiuderci fra noi dicendo che abbiamo ragione ma non ci hanno capiti. Senza rinunciare ai nostri valori e contenuti, occorre dichiararsi pienamente coinvolti dalla richiesta che viene dal paese: costruire un’alternativa a una destra che raggiunge il 50 per cento e in cui la destra radicale sta sul 40.
Dal 2 per cento al 50 mancano 48 punti. A chi si rivolge?
A tutti quelli che sono oggi interessati a costruire un’alternativa a questa destra. Rispetto l’entusiasmo del Pd, non lo contesto perché ho il senso della misura, ma se immagina un’alternativa concreta non può limitarsi alla riproposizione di schemi vecchi. Tanto meno il centrosinistra. Serve rivolgersi ai 5 Stelle e favorirne il cambio di prospettiva. Per tirarlo dentro questo campo.
Riaprire un dialogo con il Pd dopo gli anni del freddo? Come?
Costruendo uno spazio di discussione in una prospettiva diversa. Perché questa alternativa abbia gambe serve un lavoro sociale per riconquistare tutti quelli che sono andati a destra e che hanno smesso di votare. Serve mettere mano ai nodi su cui il centrosinistra è stato sconfitto. Non pretendo che il programma sia il nostro. Ma si devono porre al centro i diritti e le libertà, lo dico a M5S. E i diritti sociali, il lavoro, la distribuzione della ricchezza, la protezione di chi non ce la fa, e questo lo dico al Pd. Altrimenti anche le forme più larghe di coalizione sono inefficaci. Guardiamo al Piemonte: un’alleanza larghissima, ma ugualmente non competitiva. Lavoriamo su una piattaforma, su parole nuove. L’exploit di Bartolo (il medico di Lampedusa, ndr) vorrà ben dire qualcosa.
C’è stato anche l’exploit di Calenda, però.
Sarebbe persino una buona notizia se nascesse una forza centrista. Ognuno fa il suo mestiere e organizza pezzi di società. I contenitori di tutto e il contrario di tutto non funzionano.
Quindi lei potrebbe dialogare anche con Calenda?
Se il tema è la costruzione di un’alternativa la discussione si fa tra diversi. Ma non si può immaginare un’alternativa continuando a inseguire l’avversario sul suo stesso terreno.
Per il Prc la pregiudiziale anti Pd sembrerebbe un dato acquisito.
Sarebbe un errore se fosse così. Lo dico qui e lo dirò all’assemblea del 9 giugno. Non ho cambiato giudizio sul Pd e sui suoi governi. Ma non possiamo non misurarci con la realtà. Non sto proponendo di affrontare la questione riducendola soltanto a un problema di alleanze. Ripeto: il centrosinistra, non c’è più, serve uno schema nuovo.
Lei si dimette?
A questa domanda risponderò alla direzione del partito. È un dovere comunicare le mie scelte innanzitutto davanti agli organismi dirigenti e alla mia comunità politica.
il manifesto 30.5.19
Accoglienza migranti, il Viminale chiede 3 milioni di euro a Lucano
Riace. Il nuovo capo dipartimento dell’Immigrazione, Michele Di Bari, ha inoltrato al comune della Locride formale diffida a saldare il conto pregresso, entro 30 giorni
di Silvio Messinetti
«Non c’è niente di eroico nel vile infierire su chi è più debole» scriveva Dacia Maraini. Ma al Viminale più che eroi ci sono caterpillar, uomini in ruspa con cui abbattere il nemico. L’attacco concentrico di politica e magistratura lo ha già esiliato, umiliato, e il 26 maggio, anche, sconfitto elettoralmente (dopo un’operazione politica tanto efficace quanto spregiudicata, pronta a tutto, anche ad aumentare i residenti del 40% in un anno nel borgo, pur di strappargli Riace). Ora, non sazi, i solerti funzionari del ministero di Salvini battono pure cassa contro Mimmo Lucano. Il nuovo capo dipartimento dell’Immigrazione, Michele Di Bari, già prefetto a Reggio Calabria e responsabile numero uno della disastrosa gestione della baraccopoli di San Ferdinando ma promosso, guarda caso, da Salvini all’importante incarico, ha inoltrato al comune della Locride formale diffida a saldare il conto pregresso. Un conto salato di 3 milioni da versare entro 30 giorni. Se così non fosse «si procederà mediante trattenuta sui versamenti erariali». Si tratta di somme già incassate per i servizi resi dal 2011 al 2018. Ma che il Viminale rivuole indietro perché nel corso degli anni Riace non avrebbe sanato alcuni vizi di rendicontazione.
Secondo la procedura, in caso in caso di anomalie nei conti, l’amministrazione deve presentare controdeduzioni, pena tagli al budget successivo. Secondo il ministero ciò non sarebbe avvenuto, dunque l’ente deve versare il quantum. Questa diffida, tuttavia, stride con la recente sentenza del Tar di Reggio che aveva annullato la circolare del ministero che escluse Riace dallo Sprar. Ebbene, quel provvedimento era stato annullato proprio perché non era stato preceduto da una chiara segnalazione delle asserite anomalie e, inoltre, in quanto implicitamente smentito dai rinnovi triennali dei progetti.
La decisione del Tar, infatti, si fonda essenzialmente sulla circostanza che a Riace a dicembre sia stato autorizzato il finanziamento per il triennio 2017-2019, «in prosecuzione del triennio precedente senza avere comminato penalità». Peraltro, secondo il Tar, se sussiste il danno erariale questo l’avrebbe prodotto proprio il Viminale in quanto «il progetto avrebbe dovuto essere chiuso alla scadenza naturale. Averne autorizzato la prosecuzione, lasciando la gestione di ingenti risorse pubbliche in mano ad un’amministrazione, per quanto ricca di buoni propositi e di idee innovative, ma ritenuta priva delle risorse tecniche per gestirle in modo efficiente, appare fonte di danno erariale che dovrà essere segnalato alla Procura presso la sezione giurisdizionale della Corte dei Conti della regione Calabria». La magistratura amministrativa aveva, dunque, già sottolineato in sentenza la non correttezza della procedura seguita dal Viminale. Che, tuttavia, ci riprova infierendo su Lucano e sugli assessori delle sue vecchie giunte. Che potrebbero esser chiamati a rispondere dinanzi alla Corte dei Conti di un danno erariale milionario.
Repubblica 30.5.19
L’intervista
D’Alema "Il Pd non sa come si parla agli operai "
L’ex premier: "Il risultato delle Europee è positivo, ma la sinistra resta da ricostruire. Surreale il dibattito sul centro: i moderati votano già per i dem"
Fossi Zingaretti affiderei a Landini un seminario di una settimana per spiegare come si fanno i comizi davanti alle fabbriche
di Stefano Cappellini
Massimo D’Alema, nella lista unitaria per le Europee c’era anche Articolo 1 insieme al Pd. È andata bene? Avete pareggiato? Matteo Renzi dice: persi 100mila voti rispetto al 2018.
«Le elezioni le ha vinte la destra, su questo non c’è dubbio. Ma il risultato del Pd è stato positivo. Il centrosinistra ha fermato una emorragia e si è reinsediato nel suo mondo. Non dimentichiamo che, dopo il voto del 2018 e un anno di logoramento, secondo i sondaggi era sceso anche più giù del 18 per cento».
Se si votasse adesso per il Parlamento la destra avrebbe la maggioranza.
«Il vantaggio della destra è preoccupante, ma il dato più interessante delle Europee è che il risultato ha riproposto uno scenario bipolare destra-sinistra che sembrava superato. Averlo ripristinato è fondamentale: il Pd è di nuovo in campo ed è l’antagonista di Salvini».
Il calo del M5S è strutturale?
«Continueranno ad avere un mercato elettorale, ma è fallito il loro impianto culturale, cioè l’idea che si potesse costruire una dimensione post-politica e liquidare la dualità destra-sinistra».
Il Pd ha intercettato solo una minima parte dei voti in uscita dal M5S.
«Il Pd si è presentato con un volto nuovo, positivo, non arrogante e non anti-sindacale. Però quell’elettorato che si era allontanato aveva bisogno di un elemento più forte di discontinuità che non c’è stato. Per ragioni anche comprensibili, il poco tempo a disposizione. L’immagine del Pd resta da ricostruire, insieme a una coalizione di centrosinistra completamente nuova».
Le elezioni si vincono allargando al centro?
«Trasecolo. Questo dibattito lo trovo surreale. Dicono: dovete conquistare i moderati. Ma i moderati votano già per noi. O vogliamo sostenere che stanno con Salvini? Noi perdiamo nelle periferie. Questo discorso vecchio aveva un senso quando la sinistra rappresentava la classe operaia e doveva allargarsi verso il ceto medio. La società è cambiata ed è smarrita. Ha bisogno di messaggi forti, identitari».
Lei da cosa partirebbe?
«Dal mondo del lavoro. Non dico di cancellare con un tratto di penna il Jobs Act e tornare a prima.
Consideriamo pure superato un modello di tutele che era legato al vecchio modello fordista. Lanciamo però un nuovo grande patto del lavoro: welfare, diritti, lotta alla precarietà».
Zingaretti non l’ha fatto?
«Io anziché aprire il dibattito sul centro mi piglierei uno dei pochi capi operai della sinistra, Maurizio Landini, e gli farei fare un seminario di una settimana per spiegare come si parla agli operai, il 50 per cento dei quali ha votato Lega. Perché il Pd, al momento, non è in grado di farlo. Nel mio partito ideale, in campagna elettorale tutti i lunedì i candidati sarebbero mandati a fare comizi davanti alle fabbriche».
Quindi è contrario alla proposta di Calenda, che ipotizza la costruzione di un partito di centro che si allea al Pd?
«Può essere che un centrosinistra articolato su due gambe abbia una maggiore capacità di tenuta. Io mi sono opposto per anni all’abolizione del trattino tra centro e sinistra, ma non si può piangere sul latte versato. Contribuii a fondare una coalizione intorno a due forze fondamentali, una radicata nella tradizione del cattolicesimo democratico e una nella storia della sinistra. Poi si sono fuse. Ma dovevano convivere. Quando Renzi ha dichiarato guerra a una di queste due tradizioni, è stato il collasso.
Anche un partito unico ha bisogno di due gambe per stare in piedi».
Immagini che la prossima legge di bilancio tocchi a un governo di sinistra. Cosa dovrebbe fare?
«In questi anni si è accumulata una grande ricchezza in una quota ultraminoritaria della popolazione, dunque è lecito pensare a una tassazione patrimoniale. Poi resta la necessità di una seria lotta all’evasione fiscale».
Salvini propone flat tax e manette agli evasori.
«Per ora ha fatto solo il condono fiscale».
Con la lotta all’evasione non si recuperano i miliardi che servono per la manovra.
«Una buona idea di Piketty è rafforzare il bilancio dell’Unione europea finanziando lo sviluppo attraverso una fiscalità europea che colpisca le grandi multinazionali. In Italia Amazon paga di tasse meno di un medio imprenditore della Brianza. E poi serve la carbon tax, perché la difesa dell’ambiente, in quanto critica al capitalismo, è un tema di sinistra».
Immagina un Pd anticapitalista?
«La correzione delle distorsioni del capitalismo è tornata a essere un filone di studio florido nelle università, da Stigliz alla Mazzuccato. Spero che, tra un tweet e l’altro, i loro libri possano suggerire qualche spunto anche alla sinistra italiana».
Il governo cadrà presto?
«Le condizioni politiche perché cada non ci sono.Il M5S non ha alcun progetto. Salvini dovrebbe tornare con Berlusconi e per lui questo è un problema».
Ma che durata può avere un governo così diviso?
«Può cadere travolto dalla realtà. I fatti sono testardi. Il risultato delle Europee accentua il nostro isolamento. A questo punto è naturale che la Ue reagisca all’avventurismo del nostro governo sui conti pubblici. E all’Europa basta un frase: l’Italia non è affidabile. Il giorno dopo i mercati ti massacrano, e i mercati sono molto più cattivi di Moscovici. Ma l’Europa deve cambiare. L’ondata popolista non ci ha travolti, spero che la classe dirigente europea comprenda lo scampato pericolo e avvii un percorso di coraggiose riforme».
Avremo solo posti di serie B nella governance della Ue?
«Si sta costruendo un patto politico tra democristiani, socialisti e liberali. Questo compromesso corrisponde a un accordo tra la Germania, che ha la guida dei popolari, la Francia, con Macron che esce rafforzato dal voto, e i socialisti a trazione iberica. L’Italia è marginale per la rozzezza e la dequalificazione della sua classe dirigente».
Sarà un leghista il commissario italiano a Bruxelles?
«Suggerirei nel caso di puntare su una figura seria e amministratore credibile».
Giorgetti o Zaia?
«Certamente sono due personalità apprezzabili. Non sta a me fare nomi. Ma ricordiamoci che il Parlamento europeo è un animale non facilmente addomesticabile.
Bocciò Rocco Buttiglione. E Buttiglione al confronto di questi qui è Churchill».
Per tutta l’intervista ha parlato del Pd come fosse il suo partito. Lo sente di nuovo la sua casa?
«Non ci sono più case. Bisogna ricostruirla, la casa. Non io, ma milioni di elettori ancora non sentono tale il Pd. Almeno due persone, prima di votare, mi hanno chiesto: posso votare Bartolo, il medico dei migranti, senza barrare il simbolo del Pd? E sa perché Bartolo è stato così votato, senza aver affisso nemmeno un manifesto? Perché esprime valori».
Ma in questa sofferenza della sinistra non si riconosce colpe?
«Ho già fatto tutte le autocritiche e pagato il mio prezzo».
Ha fatto da poco 70 anni. Tempo di bilanci?
«Sono in pace con la mia coscienza. Pur nelle mutate condizioni di ogni epoca, sono sempre stato coerente con le idee che mi hanno spinto all’impegno civile e politico».
Pentito di nulla?
«Di molte cose. Ma della più grave non voglio dire, aprirebbe troppe polemiche».
Ha a che fare con la fondazione del Pd?
«I partiti devono avere un ubi consistam».
"Chi vuole ricostruire il comunismo è senza cervello, chi non ne ha nostalgia è senza cuore". Chi l’ha detto?
«Io, alla festa dei miei 70 anni, parafrasando Putin».
Ha molta nostalgia?
«Il Pci è stata la pagina più straordinaria della mia vita. Credo che, per la mia generazione, questo sia un sentimento unanime».
https://spogli.blogspot.com/2019/05/blog-post.html
Mai come stavolta è «primo» il partito del non voto
di Franco Astengo
Crescita dell’astensionismo forse oltre la fisiologicità del fenomeno ricorrente nel passato per le elezioni europee, nuova espressione di fortissima volatilità elettorale, esaurimento del «centro» e della «sinistra» con un chiaro spostamento a destra come segno dei tempi di netta contrapposizione; forte dispersione di voti a causa di una soglia di sbarramento molto alta e quindi sostanziale deprivazione della rappresentanza. Sono questi principali fattori che emergono dall’analisi del voto italiano al riguardo del Parlamento Europeo svoltesi il 29 maggio 2019 e che richiamano la necessità di un’analisi disomogenea comprendendo in questa i dati sia delle due tornate europee sia di quella politica del 2018.
Ne è uscita un’Italia spaccata in due: con la Lega egemone fino a Campobasso e il M5S che cerca di reggere da Caserta in giù; in mezzo a questa geografia dai termini bipolari ribaltati rispetto alle politiche 2018 qualche minuscola “enclave” segna, in Emilia e in Toscana, la precaria presenza del Pd. Si evidenzia un passaggio diretto di voti tra Forza Italia e Fratelli d’Italia (con la seconda che si rafforza evidentemente). In diverse regioni Fratelli d’Italia scavalca Forza Italia (Veneto, Friuli, Marche, Umbria, Lazio). Quindi non appare automatico un passaggio diretto tra Forza Italia e la Lega. La Lega in diverse situazioni attinge dal serbatoio M5S, piuttosto che da Forza Italia.
Il M5S invece sicuramente ha approvvigionato l’astensione. Si sta profilando quindi uno spostamento a destra dell’elettorato italiano in una dimensione molto più consistente di quanto non appaia a prima vista. Lega e M5S risultano protagoniste della volatilità elettorale in entrata e in uscita con dimensioni molto spesso superiori al 50%. Siamo di fronte al fenomeno di milioni di elettrici ed elettori che non riescono a votare la stessa lista per due elezioni consecutive, neppure a distanza di un anno tra un’elezione e l’altra.
Per tutta la giornata di domenica è stata venduta la favola della crescita della partecipazione. In realtà anche rispetto alla già deprimente partecipazione al voto del 2014 verifichiamo un’ulteriore contrazione. Le europee si sono ancora una volta rivelate, in Italia, assai poco attrattive per l’elettorato. I voti validi (quindi già sottratte le schede nulle e bianche) sul territorio nazionale sono stati 26.662.962 pari al 53,93% del totale degli aventi diritto. Mentre il non voto (astenuti, binache e nulle) raggiunge la cifra di 22.466.634.
Nell’occasione delle elezioni europee del 2014 (quelle dell’illusorio 40% del Pd) i voti validi furono 27.448.906 pari al 54,17%. Alle politiche dell’anno scorso questa cifra s’impennò fino a 32.841.705, al 70,61%. Rispetto alle politiche 2018 mancano quindi il 16,68% dei voti, circa 2.970.000 unità. Numeri da rendere improbabile qualsiasi raffronto ragionato. Tra le europee 2014 e quelle 2019 ci sono stati circa 900.000 voti validi in meno.
Le sole regioni nelle quali il totale dei voti validi nel 2019 è stato superiore a quello del 2014 sono state: la Valle d’Aosta, Veneto, Friuli, con le maggiori punte di flessione in Campania e Sicilia. In questo caso appare di grande interesse esporre le percentuali per ogni singolo partito riferite non al totale dei voti validi ma a quello degli aventi diritto (riferimento sempre al territorio nazionale). Il totale degli aventi diritto era quindi di 49.129.598 elettrici ed elettori: Lega 18,58%, PD 12,22%, M5S 9,23%, Forza Italia 4,7%, Fratelli d’Italia 3,5%, Più Europa 1,67%, Europa Verde 1,23%, La Sinistra 0,94%. Un esempio dal passato come indice di una solidità del sistema. 1976: DC 14.209.519 su 40.426.658 pari a 35,14%, PCI 12.614.650 pari a 31,20 %, PSI 3.540.309 pari all’8,75%. I tre grandi partiti di massa valevano quindi assieme il 75,09% sull’intero elettorato (votante e non votante: la percentuale dei votanti si era attestata sul 93,39%). Ora i tre primi partiti valgono il 40,03% dell’intero elettorato votante e non votante (percentuale dei votanti: 56,09%). Per la prima volta nella storia repubblicana il partito di maggioranza relativa si colloca al di sotto del 10 milioni di voti.
Riscontriamo quindi indici di estrema fragilità del sistema e di difficoltà nell’espressione della rappresentanza politica: segnali da non sottovalutare.
il manifesto 30.5.19
Aborto legale, l’Argentina ci riprova
Diritti delle donne. Una marea verde, dal colore dei fazzoletti simbolo del movimento femminista, accompagna la proposta di legge (l'ottava in 14 anni) per l'interruzione volontaria di gravidanza fino davanti al Congresso. La deputata Victoria Donda Pérez, prima firmataria, al manifesto: «La destra vuole la staticità dei ruoli tradizionali in cui noi donne restiamo riproduttrici di forza lavoro. Una legge ci può liberare»
di Gianluigi Gurgigno Ariadna Dacil Lanza
BUENOS AIRES Lungi dall’essere una mera pratica burocratica, l’ottava presentazione in 14 anni del progetto di legge per legalizzare l’aborto in Argentina è stata accompagnata in tutto il paese da una marea verde che nella capitale ha inondato le vicinanze e l’interno del Congresso nazionale.
LA «CAMPAGNA NAZIONALE per il diritto all’aborto legale, sicuro e gratuito», attraverso alcune deputate, ha riproposto il progetto che sostiene sin dalle sue origini, nonostante la composizione del parlamento non sia cambiata dall’anno passato, quando il no del Senato bloccò la legge. Stesso testo e stessa composizione parlamentare, dunque, ma con la vigenza del progetto estesa fino al prossimo anno, quando i seggi saranno già occupati dai deputati e dai senatori eletti nelle elezioni del prossimo ottobre.
La deputata argentina Victoria Donda Pérez (foto di Gianluigi Gurgigno)
Come nel 2018, prima firmataria della proposta di legge per l’«Interruzione volontaria di gravidanza» è la deputata Victoria Donda Pérez, figlia di José Donda e María Pérez, entrambi desaparecidos. Eletta una prima volta nel 2007 nelle file del Movimiento Libres del Sur, l’anno scorso ha fondato il partito Somos e ora è in corsa per la carica di governatrice di Buenos Aires. Sarebbe la prima donna a ricoprirla, così come è stata la prima figlia di desparecidos a sedere in parlamento (è nata all’interno dell’ex Esma, il «Centro clandestino di detenzione, tortura e sterminio» dal 1976 al 1983).
MENTRE GLI ALTRI CANDIDATI progressisti alle prossime elezioni pensano che sarebbe opportuno posticipare il dibattito sull’aborto al fine di generare consensi per superare la destra di Mauricio Macri al governo, Donda la pensa diversamente: «Come donne continueremmo a essere esposte alla clandestinità: il progetto deve essere trattato con urgenza e la legge deve essere approvata adesso».
Pochi minuti prima di incontarci, la deputata ha ricevuto i genitori di Lucía, la sedicenne che nel 2016 fu drogata, abusata e uccisa da due uomini. La propria storia personale ha avvicinato Donda Pérez alle rivendicazioni del femminismo e dei diritti umani. «Quando ero piccola una mia amica ha abortito clandestinamente. L’aborto le venne praticato con un bastone di vimini che le provocò un’infezione, e finì con l’utero perforato. Poi invece altre donne a me vicine hanno potuto pagare e allora sì, hanno abortito in dieci minuti. È una differenza di classe ma, tanto in una clinica come in una buia stanza di quartiere, c’è un comune denominatore: il peso della clandestinità, il sentirti una delinquente». Donda sottolinea che «la destra vuole la staticità dei ruoli tradizionali in cui noi donne continuiamo a essere riproduttrici di forza lavoro. Una legge per l’aborto legale ci può liberare in parte da questa subordinazione».
foto di Gianluigi Gurgigno
DAVANTI AL CONGRESSO Ana Clara ha deciso di trascorrere lì il pomeriggio del suo 34mo compleanno, per seguire da vicino la presentazione del progetto di legge. «Tutti abbiamo qualche amica o una familiare che c’è passata. Nel mio caso è stato in una clinica clandestina» dice, e continua parlando del «tabù, la paura e la persecuzione». Flavia la accompagna e commenta: «Una cugina di mio padre è stata violentata dal nonno ed è morta in seguito all’aborto clandestino. Nessuno ha detto niente per paura dei commenti, è terribile rendersene conto. Per questo siamo qui, a partorire una legge, perché siamo la voce di quelle che non ci sono più».
«Io a 15 anni ho abortito illegalmente con pastiglie – interrompe Milagro, sciogliendo il nodo che aveva in gola – e l’aiuto di mia mamma perché non volevo tenere quel bambino. Sono finita in ospedale per un’infezione. Mia mamma mi disse “Milagro per favore non dire niente altrimenti vado in galera”. Oggi sono qui con mia figlia Isa, che insieme al padre abbiamo deciso di avere. È stata la decisione migliore della mia vita». Flavia si allontana dai discorsi moralizzatori e sottolinea che lei «sapeva quello che faceva», ma per scelta o fallibilità dei metodi di cura «sono cose che succedono». Di fronte a tutto questo, il desiderio di non maternità può essere forte tanto come quello di essere madre.
NEL MEZZO DELLA MOLTITUDINE Flor ferma Martina, che non conosce, per chiederle un po’ del suo glitter verde. «Non ho casi di aborto vicini a me ma si tratta di avere un po’ di empatia con ciò che succede alle altre» – dice. Julia e Sonia, di 19 anni, hanno i fazzoletti verdi legati in testa: «Per avere diritti bisogna conquistarseli» dice una mentre camminano per Avenida Callao, l’arteria cittadina che porta al Congresso.
«Io non lo farei e non sono d’accordo con l’aborto, ma mi sembra importante la legalizzazione» dice Macarena, 24 anni e gli occhi truccati di verde. Seduta in mezzo alla strada, con un telo sull’asfalto, una ragazza vende fazzoletti verdi e dice d’essere d’accordo con il simbolo femminista.
Nel frattempo sotto allo stand montato di fronte al Congresso, una delle referenti storiche della campagna, l’avvocata Nelly Minyersky prende con una mano il bastone e con l’altra il microfono per sintetizzare: «Lottiamo per un diritto umano fondamentale. Il diritto all’aborto non è solo il diritto sul nostro corpo, ma anche il diritto a decidere se vogliamo avere figli o no. È il diritto al proprio destino».
traduzione di Gianluigi Gurgigno
il manifesto 30.5.19
Il M5S non è più l’argine, né alla destra, né all’astensione
Crollo elettorale. Il capo, il contratto, l’identità, aver creato aspettative difficili da mantenere, la prova del governo arrivata troppo presto, impreparati su Ilva, Tap e Tav
di Aldo Carra
Il voto delle europee segna la fine di una funzione che il M5S si è sempre vantato di svolgere: quella di impedire che il malessere prodotto dalle politiche di austerità e dalla degenerazione del sistema dei partiti sfociasse in astensionismo di massa ed alimentasse la destra.
Questo per un po’ è stato anche vero, ma, adesso, si è prodotto un fenomeno opposto: sei milioni di votanti in meno ed altrettanti voti persi dal M5S; una nuova destra radicale e populista ha divorato quanto di moderato c’era in quell’area ed ha attratto a sé un altro milione di elettori dal M5s e dalla stessa area di centro-sinistra.
Così, dopo il terremoto del 2018, la nuova scossa ha prodotto una implosione del M5s ridotto al 17%, e ci mette di fronte ad nuova destra riorganizzata che si attesta al 50%. Sul versante opposto un Pd che arresta la sua emorragia di voti, ma non mostra capacità attrattive né verso l’elettorato perduto né verso quello in movimento ed una sinistra radicale il cui ennesimo e generoso tentativo di accorpare in extremis chi ci sta si infrange di fronte ad uno scontro tra titani che richiama a schierarsi ed a non disperdere il voto.
Si esaurisce così la funzione argine verso l’astensione svolta dal M5s, mentre la funzione traghetto, svolta attraendo anche elettorato di sinistra e proiettandone il malessere verso lidi populisti, produce i suoi effetti nefasti nello sfondamento di Salvini.
L’implosione del M5s nasce da diversi fattori: un appannarsi dell’identità – sotto l’equivoco del né destra né sinistra – proprio mentre la Lega rafforzava la sua identità di destra; una forte accentuazione della funzione del capo politico non compatibile con le esigenze di flessibilità ed articolazione che deve avere un movimento, soprattutto se esso è giovane e deve favorire l’emergere di forze nuove; il ricorso alla trovata del contratto di governo per spiegare l’alleanza con una forza abbastanza diversa che non poteva che generare una instabilità permanente che può risultare mobilitante fino ad un certo punto, ma non oltre; l’aver puntato su obiettivi specifici mirati a particolari categorie, come il reddito di cittadinanza, che hanno alimentato aspettative difficili da soddisfare e creato anche esclusioni e disillusioni; l’essere arrivati troppo presto alla prova del governo ed impreparati su dossier, come Ilva, Tap e Tav che erano in stato avanzato…. .
Queste e altre contraddizioni hanno generato il crollo elettorale e mettono il M5s di fronte a scelte vitali. Vedremo come esso reagirà, ma è certo che si è creata una nuova larga schiera di elettori delusi che scelgono l’astensione e che, in queste elezioni, non sono stati attratti né dalla proposta del Pd né da quella della sinistra. E sembra abbastanza certo che buona parte di essi sono stati mossi da scelte come il voto per Salvini sulla Diciotti, le soluzioni trovate su questioni ambientali che erano state bandiere elettorali ed, in generale, dalla subordinazione alla direzione politica imposta da Salvini.
Si apre, perciò, una nuova fase di doppio movimento. A livello politico vedremo ripercussioni sul governo e conseguenze sul ruolo delle opposizioni. Ma è a livello sociale che occorrerà al più presto costruire una relazione con i tanti soggetti che si sono chiamati fuori dal voto ed i non pochi che il sistema elettorale ha privato di rappresentanza. È a questo elettorato che va rivolta l’attenzione della sinistra e del Pd. Sapendo che tra questi elettori ci sono molti giovani e che c’è una forte sensibilità sui temi ambientali.
Speriamo di non essere trascinati nel dibattito tutto politicista su nuovi scenari, alleanze, governi di transizione più o meno tecnici. Sarà necessario parlare anche di questo. Ma se vogliamo dare voce ai soggetti di cui abbiamo parlato ed anche costruire dal basso uno schieramento sociale per contrastare la deriva a destra sarà necessario anche che vi sia chi si dedica a costruire sedi, occasioni di lavoro e ricerca comuni, a generare una nuova alleanza dal basso tra ispirazioni ed aspirazioni di sinistra e sensibilità e culture ambientaliste. Il lavoro da fare non manca, ma va fatto uscendo dai recinti della cultura di sinistra ed ambientalista per fertilizzare terreni nuovi e coltivare nuove piante.
il manifesto 30.5.19
Fratoianni: «Ora anche la sinistra si impegni nell’alternativa all’onda nera»
L'intervista. Il leader di Sinistra italiana: la nostra lista non è stata percepita come utile a fermare le destre, adesso non richiudiamoci fra noi. Basta frammentazioni, darò il mio contributo. Serve il dialogo con M5S e Pd. Anche con Calenda. Ma continuare a inseguire l’avversario sul suo stesso terreno non porta a nulla
di Daniela Preziosi
«La nostra proposta è stata schiantata dal richiamo al voto utile». Per Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana, l’analisi della sconfitta della lista La Sinistra, nata dopo il deragliamento di un’altra lista, Liberi e uguali, è amara. «Più in profondità, questa fase politica è stata segnata dalla polarizzazione di uno scontro. E in questo scontro il bisogno di difendersi dall’onda nera ha prevalso su tutto il resto. Un racconto a cui tutti abbiamo contribuito e che ha portato i cittadini a votare dove sembrava più forte la possibilità di fare resistenza.
L’onda nera non c’è?
C’è, c’è. E ha messo in secondo piano i contenuti necessari per recidere le radici su cui quell’onda ha costruito la sua forza. Ma, sia chiaro, questo non ci assolve.
Dare la colpa al ‘voto utile’ non è autoassolversi dai limiti della vostra proposta?
È il contrario. Gli elettori hanno scelto chi sentivano più efficace per fermare le destre. Ci hanno considerati insufficienti e poco credibili. Poi ci sono altri elementi, la costruzione tardiva della lista per esempio, ma non credo che questo sia il punto.
Davate l’impressione degli stessi ceti politici che si rimescolano, dalla Sinistra Arcobaleno a L’Altra Europa a Leu?
Magari, nel 2014 abbiamo preso il 4 per cento. Ma certo, il tema del mancato ricambio e rinnovamento c’è. Ma non è centrale. È paradossale un risultato così proprio mentre nel paese si avverte un risveglio democratico.
Lei è stato un protagonista della lista, per alcuni suoi compagni sembrava il leader. Troppo?
In questa campagna ho messo tutte le mie energie, fino all’ultima goccia. Come tutti e tutte. Non è bastato. Quando si è trattato di ammettere la sconfitta ci ho messo la faccia.
Il 9 giugno ci sarà l’assemblea della lista. Altre volte le spaccature sono arrivate proprio dopo il voto. Quale sarà la proposta di Si per il futuro della lista?
Si ha riunito la segreteria, sabato terrà la direzione. Decideremo insieme. Io andrò all’assemblea: è doveroso ragionare sul futuro. Abbiamo di fronte una stagione complicata e un percorso lungo, dobbiamo riconquistare un insediamento sociale nel paese, fin qui ci siamo dispersi in sperimentazioni generose ma evanescenti. La frammentazione della sinistra, dai Verdi a noi al Prc a Possibile, l’Altra Europa, Diem, Dema, èViva e le esperienze civiche, va superata. È percepita come insopportabile. Anche se questa lista ha provato a costruire la più larga unità. Proverò a dare un contributo. Ma non basta. Il voto ci pone un’altra questione: collocare lo sforzo di ricomposizione e rigenerazione dentro la costruzione di un’alternativa alle destre. Il nodo non può essere più aggirato. Non possiamo chiuderci fra noi dicendo che abbiamo ragione ma non ci hanno capiti. Senza rinunciare ai nostri valori e contenuti, occorre dichiararsi pienamente coinvolti dalla richiesta che viene dal paese: costruire un’alternativa a una destra che raggiunge il 50 per cento e in cui la destra radicale sta sul 40.
Dal 2 per cento al 50 mancano 48 punti. A chi si rivolge?
A tutti quelli che sono oggi interessati a costruire un’alternativa a questa destra. Rispetto l’entusiasmo del Pd, non lo contesto perché ho il senso della misura, ma se immagina un’alternativa concreta non può limitarsi alla riproposizione di schemi vecchi. Tanto meno il centrosinistra. Serve rivolgersi ai 5 Stelle e favorirne il cambio di prospettiva. Per tirarlo dentro questo campo.
Riaprire un dialogo con il Pd dopo gli anni del freddo? Come?
Costruendo uno spazio di discussione in una prospettiva diversa. Perché questa alternativa abbia gambe serve un lavoro sociale per riconquistare tutti quelli che sono andati a destra e che hanno smesso di votare. Serve mettere mano ai nodi su cui il centrosinistra è stato sconfitto. Non pretendo che il programma sia il nostro. Ma si devono porre al centro i diritti e le libertà, lo dico a M5S. E i diritti sociali, il lavoro, la distribuzione della ricchezza, la protezione di chi non ce la fa, e questo lo dico al Pd. Altrimenti anche le forme più larghe di coalizione sono inefficaci. Guardiamo al Piemonte: un’alleanza larghissima, ma ugualmente non competitiva. Lavoriamo su una piattaforma, su parole nuove. L’exploit di Bartolo (il medico di Lampedusa, ndr) vorrà ben dire qualcosa.
C’è stato anche l’exploit di Calenda, però.
Sarebbe persino una buona notizia se nascesse una forza centrista. Ognuno fa il suo mestiere e organizza pezzi di società. I contenitori di tutto e il contrario di tutto non funzionano.
Quindi lei potrebbe dialogare anche con Calenda?
Se il tema è la costruzione di un’alternativa la discussione si fa tra diversi. Ma non si può immaginare un’alternativa continuando a inseguire l’avversario sul suo stesso terreno.
Per il Prc la pregiudiziale anti Pd sembrerebbe un dato acquisito.
Sarebbe un errore se fosse così. Lo dico qui e lo dirò all’assemblea del 9 giugno. Non ho cambiato giudizio sul Pd e sui suoi governi. Ma non possiamo non misurarci con la realtà. Non sto proponendo di affrontare la questione riducendola soltanto a un problema di alleanze. Ripeto: il centrosinistra, non c’è più, serve uno schema nuovo.
Lei si dimette?
A questa domanda risponderò alla direzione del partito. È un dovere comunicare le mie scelte innanzitutto davanti agli organismi dirigenti e alla mia comunità politica.
il manifesto 30.5.19
Accoglienza migranti, il Viminale chiede 3 milioni di euro a Lucano
Riace. Il nuovo capo dipartimento dell’Immigrazione, Michele Di Bari, ha inoltrato al comune della Locride formale diffida a saldare il conto pregresso, entro 30 giorni
di Silvio Messinetti
«Non c’è niente di eroico nel vile infierire su chi è più debole» scriveva Dacia Maraini. Ma al Viminale più che eroi ci sono caterpillar, uomini in ruspa con cui abbattere il nemico. L’attacco concentrico di politica e magistratura lo ha già esiliato, umiliato, e il 26 maggio, anche, sconfitto elettoralmente (dopo un’operazione politica tanto efficace quanto spregiudicata, pronta a tutto, anche ad aumentare i residenti del 40% in un anno nel borgo, pur di strappargli Riace). Ora, non sazi, i solerti funzionari del ministero di Salvini battono pure cassa contro Mimmo Lucano. Il nuovo capo dipartimento dell’Immigrazione, Michele Di Bari, già prefetto a Reggio Calabria e responsabile numero uno della disastrosa gestione della baraccopoli di San Ferdinando ma promosso, guarda caso, da Salvini all’importante incarico, ha inoltrato al comune della Locride formale diffida a saldare il conto pregresso. Un conto salato di 3 milioni da versare entro 30 giorni. Se così non fosse «si procederà mediante trattenuta sui versamenti erariali». Si tratta di somme già incassate per i servizi resi dal 2011 al 2018. Ma che il Viminale rivuole indietro perché nel corso degli anni Riace non avrebbe sanato alcuni vizi di rendicontazione.
Secondo la procedura, in caso in caso di anomalie nei conti, l’amministrazione deve presentare controdeduzioni, pena tagli al budget successivo. Secondo il ministero ciò non sarebbe avvenuto, dunque l’ente deve versare il quantum. Questa diffida, tuttavia, stride con la recente sentenza del Tar di Reggio che aveva annullato la circolare del ministero che escluse Riace dallo Sprar. Ebbene, quel provvedimento era stato annullato proprio perché non era stato preceduto da una chiara segnalazione delle asserite anomalie e, inoltre, in quanto implicitamente smentito dai rinnovi triennali dei progetti.
La decisione del Tar, infatti, si fonda essenzialmente sulla circostanza che a Riace a dicembre sia stato autorizzato il finanziamento per il triennio 2017-2019, «in prosecuzione del triennio precedente senza avere comminato penalità». Peraltro, secondo il Tar, se sussiste il danno erariale questo l’avrebbe prodotto proprio il Viminale in quanto «il progetto avrebbe dovuto essere chiuso alla scadenza naturale. Averne autorizzato la prosecuzione, lasciando la gestione di ingenti risorse pubbliche in mano ad un’amministrazione, per quanto ricca di buoni propositi e di idee innovative, ma ritenuta priva delle risorse tecniche per gestirle in modo efficiente, appare fonte di danno erariale che dovrà essere segnalato alla Procura presso la sezione giurisdizionale della Corte dei Conti della regione Calabria». La magistratura amministrativa aveva, dunque, già sottolineato in sentenza la non correttezza della procedura seguita dal Viminale. Che, tuttavia, ci riprova infierendo su Lucano e sugli assessori delle sue vecchie giunte. Che potrebbero esser chiamati a rispondere dinanzi alla Corte dei Conti di un danno erariale milionario.
Repubblica 30.5.19
L’intervista
D’Alema "Il Pd non sa come si parla agli operai "
L’ex premier: "Il risultato delle Europee è positivo, ma la sinistra resta da ricostruire. Surreale il dibattito sul centro: i moderati votano già per i dem"
Fossi Zingaretti affiderei a Landini un seminario di una settimana per spiegare come si fanno i comizi davanti alle fabbriche
di Stefano Cappellini
Massimo D’Alema, nella lista unitaria per le Europee c’era anche Articolo 1 insieme al Pd. È andata bene? Avete pareggiato? Matteo Renzi dice: persi 100mila voti rispetto al 2018.
«Le elezioni le ha vinte la destra, su questo non c’è dubbio. Ma il risultato del Pd è stato positivo. Il centrosinistra ha fermato una emorragia e si è reinsediato nel suo mondo. Non dimentichiamo che, dopo il voto del 2018 e un anno di logoramento, secondo i sondaggi era sceso anche più giù del 18 per cento».
Se si votasse adesso per il Parlamento la destra avrebbe la maggioranza.
«Il vantaggio della destra è preoccupante, ma il dato più interessante delle Europee è che il risultato ha riproposto uno scenario bipolare destra-sinistra che sembrava superato. Averlo ripristinato è fondamentale: il Pd è di nuovo in campo ed è l’antagonista di Salvini».
Il calo del M5S è strutturale?
«Continueranno ad avere un mercato elettorale, ma è fallito il loro impianto culturale, cioè l’idea che si potesse costruire una dimensione post-politica e liquidare la dualità destra-sinistra».
Il Pd ha intercettato solo una minima parte dei voti in uscita dal M5S.
«Il Pd si è presentato con un volto nuovo, positivo, non arrogante e non anti-sindacale. Però quell’elettorato che si era allontanato aveva bisogno di un elemento più forte di discontinuità che non c’è stato. Per ragioni anche comprensibili, il poco tempo a disposizione. L’immagine del Pd resta da ricostruire, insieme a una coalizione di centrosinistra completamente nuova».
Le elezioni si vincono allargando al centro?
«Trasecolo. Questo dibattito lo trovo surreale. Dicono: dovete conquistare i moderati. Ma i moderati votano già per noi. O vogliamo sostenere che stanno con Salvini? Noi perdiamo nelle periferie. Questo discorso vecchio aveva un senso quando la sinistra rappresentava la classe operaia e doveva allargarsi verso il ceto medio. La società è cambiata ed è smarrita. Ha bisogno di messaggi forti, identitari».
Lei da cosa partirebbe?
«Dal mondo del lavoro. Non dico di cancellare con un tratto di penna il Jobs Act e tornare a prima.
Consideriamo pure superato un modello di tutele che era legato al vecchio modello fordista. Lanciamo però un nuovo grande patto del lavoro: welfare, diritti, lotta alla precarietà».
Zingaretti non l’ha fatto?
«Io anziché aprire il dibattito sul centro mi piglierei uno dei pochi capi operai della sinistra, Maurizio Landini, e gli farei fare un seminario di una settimana per spiegare come si parla agli operai, il 50 per cento dei quali ha votato Lega. Perché il Pd, al momento, non è in grado di farlo. Nel mio partito ideale, in campagna elettorale tutti i lunedì i candidati sarebbero mandati a fare comizi davanti alle fabbriche».
Quindi è contrario alla proposta di Calenda, che ipotizza la costruzione di un partito di centro che si allea al Pd?
«Può essere che un centrosinistra articolato su due gambe abbia una maggiore capacità di tenuta. Io mi sono opposto per anni all’abolizione del trattino tra centro e sinistra, ma non si può piangere sul latte versato. Contribuii a fondare una coalizione intorno a due forze fondamentali, una radicata nella tradizione del cattolicesimo democratico e una nella storia della sinistra. Poi si sono fuse. Ma dovevano convivere. Quando Renzi ha dichiarato guerra a una di queste due tradizioni, è stato il collasso.
Anche un partito unico ha bisogno di due gambe per stare in piedi».
Immagini che la prossima legge di bilancio tocchi a un governo di sinistra. Cosa dovrebbe fare?
«In questi anni si è accumulata una grande ricchezza in una quota ultraminoritaria della popolazione, dunque è lecito pensare a una tassazione patrimoniale. Poi resta la necessità di una seria lotta all’evasione fiscale».
Salvini propone flat tax e manette agli evasori.
«Per ora ha fatto solo il condono fiscale».
Con la lotta all’evasione non si recuperano i miliardi che servono per la manovra.
«Una buona idea di Piketty è rafforzare il bilancio dell’Unione europea finanziando lo sviluppo attraverso una fiscalità europea che colpisca le grandi multinazionali. In Italia Amazon paga di tasse meno di un medio imprenditore della Brianza. E poi serve la carbon tax, perché la difesa dell’ambiente, in quanto critica al capitalismo, è un tema di sinistra».
Immagina un Pd anticapitalista?
«La correzione delle distorsioni del capitalismo è tornata a essere un filone di studio florido nelle università, da Stigliz alla Mazzuccato. Spero che, tra un tweet e l’altro, i loro libri possano suggerire qualche spunto anche alla sinistra italiana».
Il governo cadrà presto?
«Le condizioni politiche perché cada non ci sono.Il M5S non ha alcun progetto. Salvini dovrebbe tornare con Berlusconi e per lui questo è un problema».
Ma che durata può avere un governo così diviso?
«Può cadere travolto dalla realtà. I fatti sono testardi. Il risultato delle Europee accentua il nostro isolamento. A questo punto è naturale che la Ue reagisca all’avventurismo del nostro governo sui conti pubblici. E all’Europa basta un frase: l’Italia non è affidabile. Il giorno dopo i mercati ti massacrano, e i mercati sono molto più cattivi di Moscovici. Ma l’Europa deve cambiare. L’ondata popolista non ci ha travolti, spero che la classe dirigente europea comprenda lo scampato pericolo e avvii un percorso di coraggiose riforme».
Avremo solo posti di serie B nella governance della Ue?
«Si sta costruendo un patto politico tra democristiani, socialisti e liberali. Questo compromesso corrisponde a un accordo tra la Germania, che ha la guida dei popolari, la Francia, con Macron che esce rafforzato dal voto, e i socialisti a trazione iberica. L’Italia è marginale per la rozzezza e la dequalificazione della sua classe dirigente».
Sarà un leghista il commissario italiano a Bruxelles?
«Suggerirei nel caso di puntare su una figura seria e amministratore credibile».
Giorgetti o Zaia?
«Certamente sono due personalità apprezzabili. Non sta a me fare nomi. Ma ricordiamoci che il Parlamento europeo è un animale non facilmente addomesticabile.
Bocciò Rocco Buttiglione. E Buttiglione al confronto di questi qui è Churchill».
Per tutta l’intervista ha parlato del Pd come fosse il suo partito. Lo sente di nuovo la sua casa?
«Non ci sono più case. Bisogna ricostruirla, la casa. Non io, ma milioni di elettori ancora non sentono tale il Pd. Almeno due persone, prima di votare, mi hanno chiesto: posso votare Bartolo, il medico dei migranti, senza barrare il simbolo del Pd? E sa perché Bartolo è stato così votato, senza aver affisso nemmeno un manifesto? Perché esprime valori».
Ma in questa sofferenza della sinistra non si riconosce colpe?
«Ho già fatto tutte le autocritiche e pagato il mio prezzo».
Ha fatto da poco 70 anni. Tempo di bilanci?
«Sono in pace con la mia coscienza. Pur nelle mutate condizioni di ogni epoca, sono sempre stato coerente con le idee che mi hanno spinto all’impegno civile e politico».
Pentito di nulla?
«Di molte cose. Ma della più grave non voglio dire, aprirebbe troppe polemiche».
Ha a che fare con la fondazione del Pd?
«I partiti devono avere un ubi consistam».
"Chi vuole ricostruire il comunismo è senza cervello, chi non ne ha nostalgia è senza cuore". Chi l’ha detto?
«Io, alla festa dei miei 70 anni, parafrasando Putin».
Ha molta nostalgia?
«Il Pci è stata la pagina più straordinaria della mia vita. Credo che, per la mia generazione, questo sia un sentimento unanime».
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