il manifesto 16.1.17
Putin: il Mausoleo resta, «Lenin è come un santo»
Russia. «Comunismo come cristianesimo», dice il presidente. E per i sondaggi il fondatore dell'Urss è ancora il personaggio più popolare
di Yurii Colombo
MOSCA Vladimir Putin in un’intervista concessa per il documentario “Valaam”, andato in onda domenica sera su Rossia1, ha messo una pietra tombale – e metafora non potrebbe essere più calzante – al dibattito sulla rimozione del mausoleo di Lenin. Il mausoleo resta lì e ci resterà, almeno fino a quando ci sarà Putin.
Secondo l’inquilino del Cremlino «Lenin è stato messo in un mausoleo. In cosa ciò è diverso dalle reliquie dei santi per gli ortodossi e in generale per i cristiani? Quando mi dicono che nel cristianesimo non c’è una tradizione simile, non capisco. Guardate il monastero del monte Athos dove sono conservate le reliquie dei santi, anche da noi sono conservate le reliquie dei santi».
La venerazione dei comunisti per il «Capo» sorsero in certe condizioni storiche. «Forse dirò qualcosa ora che a qualcuno non piacerà – ha detto Putin – ma dirò quello che penso. In primo luogo, la fede, ci ha sempre accompagnato. Si rafforzò tra la gente quando nel nostro paese la vita era particolarmente dura… quando i sacerdoti venivano uccisi, quando le chiese venivano distrutte, ma al contempo venne creandosi una nuova religione», quella comunista.
Vladimir Putin non ha evitato di affrontare il tema più scottante, quello del confronto tra comunismo e cristianesimo. Secondo il presidente russo «l’ideologia comunista è sulla carta molto simile al cristianesimo, infatti valori come la libertà, l’uguaglianza, la fraternità e la giustizia si ritrovano nelle Scritture. Il codice del comunismo? È una sublimazione, si tratta di una sintesi di quanto scritto nella Bibbia, non è stato inventato nulla di nuovo».
Parole che hanno provocato, inevitabilmente, molte reazioni. Il partito comunista russo di Zyuganov ha plaudito all’intervista. Il vice presidente del comitato centrale del Pc, Ivan Melnikov, ha sostenuto che «le parole del presidente sono molto corrette e argomentate al fine di smussare gli spigoli più duri sulla questione del mausoleo. A questo proposito, la valutazione di queste tesi non può che essere positiva».
Putin si è avventurato in un tema ancora così divisivo in Russia, non certo per ingraziarsi i comunisti. I sondaggi di Pavel Grudinin, stagnano dopo la scoperta che il candidato comunista alla presidenza possiede 5 conti bancari all’estero.
Putin, ha invece sostenuto queste tesi – secondo gli analisti – da «statista super partes», per continuare quel percorso di «riappacificazione» tra russi al di là della storia sovietica. E sicuramente deve aver buttato l’occhio sui sondaggi secondo cui «Lenin resterebbe il personaggio storico più popolare in Russia», ma non già più come capo rivoluzionario, ma come “Dyadya Lenin” (nonno Lenin), fondatore della moderna Russia. E non solo: la maggioranza dei russi considererebbe ancora oggi «l’uguaglianza», il valore più importante da preservare.
Giudizio negativo invece dalla candidata liberale Xenia Sobchak, la quale ha sostenuto che «a Lenin dovrebbe essere data degna sepoltura vicino ai suoi cari» ricordando che il «70% dei russi è favorevole a tale soluzione»; ma anche dal presidente della Cecenia Razman Kadyrov, il quale non ha mai nascosto il suo viscerale anticomunismo.
Il mausoleo venne eretto nel 1924 sulla piazza Rossa ai piedi del Cremlino e contiene la salma imbalsamata del fondatore dell’Urss. Come è noto la moglie di Lenin, Nadezda Krupskaya e alcuni dirigenti bolscevichi allora si dichiararono contrari al mausoleo fortemente voluto invece da Stalin.
Tuttavia, dopo il crollo dell’Unione sovietica, il dibattito sul mausoleo ha assunto tutt’altro significato politico, unificando tutta la sinistra nella sua difesa.
il manifesto 16.1.17
Italia in armi, dal Baltico all’Africa
L’arte della guerra. La rubrica settimanale a cura di Manlio Dinucci
di Manlio Dinucci
Che cosa avverrebbe se caccia russi Sukhoi Su 35, schierati nell’aeroporto di Zurigo a una decina di minuti di volo da Milano, pattugliassero il confine con l’Italia con la motivazione di proteggere la Svizzera dall’aggressione italiana?
A Roma l’intero parlamento insorgerebbe, chiedendo immediate contromisure diplomatiche e militari.
Lo stesso parlamento, invece, sostanzialmente accetta e passa sotto silenzio la decisione Nato di schierare 8 caccia italiani Eurofighter Typhoon nella base di Amari in Estonia, a una decina di minuti di volo da San Pietroburgo, per pattugliare il confine con la Russia con la motivazione di proteggere i paesi baltici dalla «aggressione russa».
La fake news con la quale la Nato sotto comando degli Stati uniti giustifica la sempre più pericolosa escalation miitare contro la Russia in Europa. Per dislocare in Estonia gli 8 cacciabombardieri, con un personale di 250 uomini, si spendono (con denaro proveniente dalle casse pubbliche italiane) 12,5 milioni di euro da gennaio a settembre, cui si aggiungono le spese operative: un’ora di volo di un Eurofighter costa 40 mila euro, l’equivalente del salario lordo annuo di un lavoratore.
Questa è solo una delle 33 missioni militari internazionali in cui l’Italia è impegnata in 22 paesi.
A quelle condotte da tempo nei Balcani, in Libano e Afghanistan, si aggiungono le nuove missioni che – sottolinea la Deliberazione del governo – «si concentrano in un’area geografica, l’Africa, ritenuta di prioritario interesse strategico in relazione alle esigenze di sicurezza e difesa nazionali».
In Libia, gettata nel caos dalla guerra della Nato del 2011 con la partecipazione dell’Italia, l’Italia oggi «sostiene le autorità nell’azione di pacificazione e stabilizzazione del Paese e nel rafforzamento del controllo e contrasto dell’immigrazione illegale».
L’operazione, con l’impiego di 400 uomini e 130 veicoli, comporta una spesa annua di 50 milioni di euro, compresa una indennità media di missione di 5 mila euro mensili corrisposta (oltre la paga) a ciascun partecipante alla missione. In Tunisia l’Italia partecipa alla Missione Nato di supporto alle «forze di sicurezza» governative, impegnate a reprimere le manifestazioni popolari contro il peggioramento delle condizioni di vita.
In Niger l’Italia inizia nel 2018 la missione di supporto alle «forze di sicurezza» governative, «nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area», comprendente anche Mali, Burkina Faso, Benin, Mauritania, Ciad, Nigeria e Repubblica Centrafricana (dove l’Italia partecipa a una missione dell’Unione europea di «supporto»).
È una delle aree più ricche di materie prime strategiche – petrolio, gas naturale, uranio, coltan, oro, diamanti, manganese, fosfati e altre – sfruttate da multinazionali statunitensi ed europee, il cui oligopolio è però ora messo a rischio dalla crescente presenza economica cinese.
Da qui la «stabilizzazione» militare dell’area, cui partecipa l’Italia inviando in Niger 470 uomini e 130 mezzi terrestri, con una spesa annua di 50 milioni di euro. A tali impegni si aggiunge quello che l’Italia ha assunto il 10 gennaio: il comando della componente terrestre della Nato Response Force, rapidamente proiettabile in qualsiasi parte del mondo. Nel 2018 è agli ordini del Comando multinazionale di Solbiate Olona (Varese), di cui l’Italia è «la nazione guida». Ma – chiarisce il Ministero della difesa – tale comando è «alle dipendenze del Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa», sempre nominato dal presidente degli Stati uniti.
L’Italia è quindi sì «nazione guida», ma sempre subordinata alla catena di comando del Pentagono.
Il Fatto 16.1.18
Papa apocalittico: a un passo da guerra atomica
Incubo Bomba - L’appello del pontefice: “Ho davvero paura. Adoperarsi per il disarmo”
Papa apocalittico: a un passo da guerra atomica
di Giampiero Gramaglia
Papa Francesco ha “davvero paura” d’una guerra atomica: “Sì, ho davvero paura – dice ai giornalisti sull’aereo che lo porta in visita in Cile e Perù – … Siamo al limite… Basta un incidente per innescare il conflitto. Di questo passo. la situazione rischia di precipitare. Quindi, bisogna distruggere le armi, adoperarci per il disarmo nucleare”.
Il Papa che aveva già dichiarato aperta la Terza Guerra Mondiale “a pezzi”, con focolai di guerra in Medio Oriente e Africa, Estremo Oriente e Asia sud-occidentale, teme che le esibizioni missilistico-muscolari sul fronte coreano e i rialzi di tensione su quello iraniano possano innescare, magari per errore, un conflitto.
È un monito sentito, non recitato. Prima della partenza, fa distribuire ai 70 giornalisti al seguito una foto scattata a Nagasaki poco dopo l’esplosione della seconda bomba atomica Usa, il 9 agosto 1945: dietro l’immagine, una nota di suo pugno, “Frutto della guerra”. “L’ho trovata per caso”: è un bambino che porta sulle spalle il fratellino morto e aspetta il suo turno davanti al crematorio, mordendosi le labbra a sangue per il dolore e la tensione.
A scattarla, fu un fotografo americano, Joseph Roger O’Donnell. Francesco racconta: “Mi ha commosso. Ho pensato di farla stampare e condividerla, perché un’immagine del genere emoziona più di mille parole”.
Le parole e il gesto del Papa trasmettono un’inquietante sensazione: Francesco sa più di quel che tutti sanno? Dall’altra parte dell’Atlantico, l’uomo che tiene a fare sapere di avere “il più grosso bottone nucleare”, Donald Trump, si limita a commenti generici: “Vedremo che accadrà con la Corea del Nord… Molte cose possono succedere”. Il Pentagono dice di “sperare nella diplomazia”, ma di “esser pronto alla guerra”: parole di circostanza, dopo che il falso allarme di domenica alle Hawaii ha dato misura della fragilità della situazione.
Negli Usa, il lunedì è festivo – è il Martin Luther King Day: Trump lo trascorre in Florida, mentre le due Coree tornano a vedersi e fanno ulteriori progressi sulla ‘tregua olimpica’: Pyongyang manderà ai Giochi un’orchestra di 140 elementi e c’è l’ipotesi di allestire una squadra di hockey femminile ‘pancoreana’.
Le preoccupazioni del Papa riflettono un contesto internazionale reso ulteriormente instabile e insicuro dall’imprevedibilità di alcuni dei protagonisti e dove i progressi tecnologici indeboliscono la dissuasione nucleare e accrescono le tentazioni d’uso d’ordigni atomici a impatto limitato. La diplomazia, poi, pare immemore delle lezioni del passato, al punto che tornano minacciosi sull’orizzonte europeo gli ‘euromissili’ – banditi dal 1987. All’Onu, il Trattato che proibisce in toto le armi nucleari è su un binario morto: 122 Paesi l’hanno già approvato – Vaticano in primis -, ma nessuna delle 9 potenze nucleari e dei Paesi loro alleati.
Più che sulle paure di Francesco, l’America s’interroga sui fantasmi del razzismo, che le parole del presidente evocano. Mitt Romney, candidato repubblicano alla Casa Bianca 2012 e capofila della fronda a Trump, le giudica “incoerenti con la nostra storia e antitetiche ai nostri valori”. Romney avrebbe deciso di correre a novembre per un seggio al Senato, preparandosi a scendere in campo nel 2020 contendendo al magnate la nomination repubblicana.
Corriere 16.1.18
In guerra per errore
Gli Stati Uniti stanno spostando uomini e mezzi nel Pacifico. Dopo il falso allarme alle Hawaii, i rischi di un conflitto non voluto
di Guido Santevecchi
Trentotto minuti. Tanto è durato l’incubo di un attacco missilistico alle Hawaii sabato, per il falso allarme causato da un funzionario della difesa che al cambio di turno stava provando i sistemi e ha schiacciato il bottone sbagliato. «Ho pensato che il nostro paradiso sarebbe andato in pezzi», ha detto una testimone del grande panico, riemersa sotto choc dal garage nel quale si era rifugiata con la famiglia. Ma quale è stata la reazione del presidente Donald Trump che solo pochi giorni fa si è vantato di avere un «bottone nucleare più grande e potente di quello di Kim Jong-un»? E che cosa può aver pensato il Maresciallo di Pyongyang, che per mesi ha ricevuto (spesso su Twitter) notizie su piani di «decapitazione» studiati dal Pentagono?
Nel 1964 il grande Sidney Lumet diresse il film «A prova di errore»: la storia di uno stormo di bombardieri strategici americani lanciati in un folle attacco nucleare contro Mosca per una serie di falle tecniche e false deduzioni. Il presidente era impersonato da Henry Fonda, che nella Seconda guerra mondiale era stato tenente della ricognizione aerea nel Pacifico. Un attore amatissimo e molto più credibile di The Donald, ma nel copione di comandante in capo ordinava il lancio di due missili nucleari su New York, per convincere i sovietici che Mosca era stata colpita involontariamente. La pellicola apocalittica di Hollywood non mostrava gli effetti dell’errore nucleare. Ma nel 1983 non ci è stato risparmiato lo strazio dei parenti delle 269 vittime di un Boeing della Kal, abbattuto da un caccia russo dopo essere stato scambiato per un aereo spia americano. Alla Casa Bianca c’era Ronald Reagan, un altro attore, un altro personaggio più carismatico e affidabile di Trump. Ma nel clima di sfiducia reciproca della Guerra fredda, come ricorda il New York Times , Reagan non lesse il rapporto della Cia, convinto che i russi avessero agito per errore (dicono che anche Trump legga pochissimo); a Mosca pensarono che la Casa Bianca mentisse per giustificare un attacco punitivo-preventivo e si sfiorò il conflitto.
I passeggeri del Boeing Kal erano sudcoreani e la loro nazionalità ci porta drammaticamente alla crisi in atto. Kim Jong-un ha ordinato una ventina di test missilistici nel 2017. Ha minacciato di colpire Guam, le Hawaii, tutte le città degli Stati Uniti. Poi a Capodanno ha detto di avere il «bottone nucleare sulla scrivania», ma ha anche proposto ai sudcoreani di discutere sulla partecipazione nordcoreana alle Olimpiadi invernali di Pyeongchang a febbraio. Le trattative vanno bene, i nordisti al momento alzano la voce nei colloqui solo perché vogliono mandare un battaglione di majorette, bellissime ma in uniforme militare, ad allietare gli spettatori dei Giochi. Un’atmosfera tutto sommato confortante, viste le premesse.
Trump si attribuisce il merito della svolta conciliante di Kim, sostenendo che è stata la sua fermezza a procurarla (e forse ha ragione). Trump dice che sono in corso «grossi colloqui» e bisogna «aspettare e vedere». Ma molti segnali indicano che la finestra di opportunità per un negoziato è limitata: finita la «tregua olimpica», a marzo, la crisi potrebbe riaccendersi in modo definitivo. I preparativi sono in corso: il Pentagono, senza grandi fanfare, ha schierato navi, portaerei e bombardieri vicino alla penisola. A Guam sono arrivati dal Missouri 3 B-2 Spirit, i bombardieri più avanzati della US Air Force, capaci di portare armi nucleari e gli unici in grado di sganciare una MOP, la superbomba «convenzionale» da 14 mila chili che potrebbe polverizzare qualsiasi bunker di Kim.
Oggi a Vancouver, in Canada, si riuniscono 16 ministri degli Esteri guidati dall’americano Rex Tillerson per discutere di come «mettere la massima pressione» sulla Nord Corea. Non sono presenti la Cina e la Russia perché, dicono americani e canadesi, sono stati invitati solo i Paesi che parteciparono alla guerra di Corea tra il 1950 e il 1953: e in quella carneficina per difendere il Sud aggredito dal Nord, cinesi e russi erano impegnati dalla parte sbagliata del fronte. Logica da Guerra fredda, dice Pechino. Ma intanto anche l’esercito cinese si prepara al peggio: il presidente Xi Jinping ha appena ispezionato una divisione che partecipò alla guerra «contro l’aggressione degli imperialisti americani». Nella zona di confine con la Nord Corea i cinesi hanno tre corpi d’armata per complessivi 150 mila uomini. Quanti errori di calcolo sono possibili?
Che cosa sarebbe successo se Kim, in quei trentotto minuti di sabato, vedendo alla Cnn la notizia dell’allarme missile sulle Hawaii avesse pensato a una menzogna americana per giustificare un attacco preventivo? Questo mondo non è a prova di errore.
Corriere 16.1.18
«Ma attaccare Pyongyang sarebbe una vera catastrofe»
di Giuseppe Sarcina
L’incidente delle Hawaii non ha cambiato il quadro analitico degli americani sulla Corea del Nord. A Washington gli esperti dei think-tank restano sostanzialmente divisi in due correnti di pensiero. La prima è quella accolta dall’amministrazione, in particolare dalla Casa Bianca: non ci sono le condizioni per una trattativa diretta con Kim Jung-un. Il fautore più ascoltato di questa linea è Bruce Klingner, dal 1993 al 2001 agente della Cia, dove si è occupato del quadrante asiatico fino a diventare il capo delle operazioni nella penisola coreana. Klingner lavora dal 2007 per la Heritage Foundation, centro studi conservatore vicino al governo Trump. Anche in questi giorni l’ex analista dei servizi segreti ripete in tv ciò che ha spiegato in una lunga audizione, il 25 luglio del 2017, davanti alla Commissione esteri del Senato. «Non ci sarà utilità in un negoziato diretto fino a quando Pyongyang non accetterà di sospendere il suo piano di armamento nucleare». Klingner sostiene che Kim Jong-un non abbia alcuna intenzione di accettare il dialogo. E in ogni caso sarebbe impossibile controllare l’applicazione di un eventuale accordo. Concetti ripresi, alla sua maniera, da Trump in un tweet del primo ottobre 2017 rivolto al Segretario di Stato Rex Tillerson: «Non perdere tempo a negoziare». Klingner suggerisce di «applicare sanzioni sempre più stringenti alla Corea del Nord», prevedendo penalità anche per i Paesi che l’appoggiano, Cina in testa. L’impostazione alternativa, che piace a Tillerson, è sviluppata dal «38 North, Us-Korea Institute» affiliato all’Università Johns Hopkins. Il cofondatore, Joel Wit, parte da due considerazioni: «Le sanzioni difficilmente daranno i risultati sperati»; illusorio pensare che la Cina farà il massimo per arginare il dittatore nordcoreano. Bisogna, allora spezzare l’escalation e puntare al dialogo diretto con Kim Jong-un. Per fortuna su una cosa sono tutti d’accordo: un attacco militare sarebbe semplicemente «catastrofico».
La Stampa 16.1.18
Senza la bomba
Una mostra racconta l’atomica e le sue terribili conseguenze- E la fa anche sentire: un boato assordante durante la visita
di Fabrizio Accatino
Quando la bomba esplode, il boato è assordante. Un rumore fortissimo, profondo, che risuona nel cuore e fa tremare le ossa. Dura due minuti, ma sono due minuti interminabili. Il personale aveva avvisato che si trattava di una simulazione, ma l’esperienza resta choccante. Quel rumore sordo congela a orari fissi la mostra Senzatomica, da oggi nella sua tappa torinese. Ironia della sorte, a ospitare un evento che promuove la messa al bando delle armi nucleari è il Mastio della Cittadella, sede del Museo Storico Nazionale dell’Artiglieria. Una mostra sulla pace dentro il museo delle armi: un poetico corto circuito che avrebbe deliziato Giovannino Guareschi.
Nel sottotitolo - «Trasformare lo spirito umano» - riecheggia il primo paragrafo della costituzione dell’Unesco: «Poiché le guerre cominciano nelle menti degli uomini, è nelle menti degli uomini che si devono costruire le difese della Pace».
«Il vero nemico non sono le armi atomiche ma il modo di pensare che ci sta dietro» sottolinea il presidente di Senzatomica, Daniele Santi. «Il sentirsi giustificati nel poter annientare, cancellare dalla faccia della terra una persona, una città, un intero paese solo perché si frappone fra me e un mio obiettivo. Un disarmo internazionale si può ottenere soltanto partendo da un disarmo personale, interiore».
Santi ha un entusiasmo contagioso, inarrestabile. Questa mostra è una sua creatura. La segue dal 2011, da quando è nata. Da allora ha toccato 75 città, dall’inaugurazione a Firenze fino a Bari, passando per Pesaro, Milano, Bologna, Cagliari, Roma, Napoli, San Marino. Un’iniziativa che negli anni ha raccolto intorno all’ideale del disarmo nucleare oltre 330 mila visitatori, di cui più di un terzo studenti delle scuole primarie e secondarie. Il nome più illustre è Daniel Högsta, coordinatore del network internazionale Ican, vincitore lo scorso dicembre del Premio Nobel per la Pace. Sarà in visita alla mostra il primo febbraio alle 18,30. Per lui sono previsti un tour guidato e a seguire una conferenza pubblica.
Tra foto, infografiche, videoproiezioni e persino un vero Lance (un missile nucleare di sei metri in dotazione alla Nato fino agli Anni 80), il percorso multimediale si snoda per settecento metri quadrati e una quarantina di minuti. Parte con toni cupi da day after (con le video-testimonianze degli hibakusha, i sopravvissuti alle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki) ma dopo poco si apre alla speranza. La musica di sottofondo cambia e così i colori. Undici pannelli variopinti trasmettono ai bambini la trasformazione del cuore, portandoli nel giardino della pace. Si parte dal fungo atomico per raggiungere l’albero della vita.
Ad accompagnare i visitatori nella mostra quattro guide sui generis, membri dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Nella vita fanno tutt’altro, ma si sono preparati accuratamente per svolgere questo compito. Sono un insegnante, un astrofisico, un idraulico e un ingegnere. Accolgono tutti con un sorriso, raccontano, spiegano, si appassionano. Un valore aggiunto della mostra particolarmente gradito, che aiuta i visitatori a riflettere e a dialogare.
«L’unica risposta possibile per scongiurare un disastro nucleare è proprio il dialogo” conclude Santi. «Solo così si potranno risolvere situazioni come quella fra Kim Jong-un e Trump. Finché in circolazione esisterà anche solo un’arma nucleare, l’umanità intera sarà a rischio. Per me tutto quello che serve è racchiuso nelle parole finali del manifesto contro il nucleare firmato nel 1955 da Russell e Einstein: “Ricordiamoci della nostra umanità e scordiamo tutto il resto”».
il manifesto 16.1.17
Niger, anche la Lega di Salvini si accoda al Pd
L'Italia in Africa. La ministra Pinotti:«Non sarà una missione combat, andiamo lì per addestrare»
di Carlo Lania
Niger, Tunisia e Libia, ma anche il Sahel e, più in generale, il Mediterraneo. Sono queste le nuove aree prioritarie per l’Italia. A spiegarlo è stata la ministra della Difesa Roberta Pinotti intervenendo davanti alle commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato dove da ieri sono all’esame le missioni internazionali del Paese. Quella in Niger, ha spiegato Pinotti, «non sarà una missione combat, andiamo lì per addestrare le forze di sicurezza del Paese». E sempre da ieri al fronte dei favorevoli ai nuovi impegni militari, dove già sono allineati Pd, Forza Italia e Ap, si è aggiunta anche la Lega. «Io sono a favore» ha spiegato Matteo Salvini. «Ogni intervento italiano in giro per il mondo, che serve a difendere i confini o l’interesse nazionale, avrà il voto favorevole della Lega».
Dopo essere stato annunciato alla fine dell’anno dal premier Paolo Gentiloni, l’impegno africano dell’Italia comincia dunque a concretizzarsi. Contemporaneamente il governo vuole alleggerire la presenza di soldati italiani in Iraq e Afghanistan, arrivando nel primo caso fino al dimezzamento dell’attuale contingente forte di 1.500 uomini. Tutto avverrà gradualmente: i primi 250 soldati lasceranno l’Iraq entro marzo, seguiti da altri 450 entro settembre. Duecento, invece, i soldati in meno previsti in Afghanistan. Daesh, ha spiegato Pinotti, «è stato sconfitto militarmente, anche se rimane alto il pericolo di terrorismo».
Saranno invece 470 i soldati impegnati in Niger, la più importante delle nuove missioni. I primi a partire una volta avuto il via libera del parlamento saranno 130 uomini, seguiti a giugno dal resto del contingente. La missione costerà 49,5 milioni di euro per il 2018, trenta dei quali già stanziati fino a settembre.
Ma cosa faranno i soldati italiani in Niger? «Non è una missione combat – ha detto la ministra – né una missione in cui pensiamo di mettere 470 uomini come sentinelle ai confini. Il Niger ha detto di avere un problema nel controllo dei confini, ma non vogliono che li controlliamo noi. Vogliono diventare in grado di controllarli e sentono di avere bisogno di noi».
La missione avrà la sua base all’aeroporto di Niamey mentre i rifornimenti avverranno soprattutto via mare. Per questo è stato individuato come punto di imbarco e sbarco il porto di Cotonou, in Benin, a 1.300 chilometri di distanza dalla capitale nigerina. La missione potrà inoltre contare sui 130 mezzi terrestri, tra i quali anche carri Lince e due aerei per il trasporto truppe e merci. Il contingente comprenderà un gruppo di addestratori, un team sanitario e personale del genio, oltre naturalmente agli uomini addetti all sicurezza della base. «Esistono missioni europee, esiste un intervento della Francia come degli Stati uniti», ha proseguito la ministra. «Noi ci coordiniamo con la strategia che riguarda il G5 Sahel (la nuova forza militare formata da truppe di Niger, Mali, Mauritania, Burkina Faso e Ciad, ndr) ma si tratta di uan missione bilaterale». Il ministro degli esteri Angelino Alfano ha invece annunciato uno stanziamento italiano di 100 milioni di euro al Niger, che intensificherà l’azione di contrasto dei flussi di migranti diretti in Italia. «I risultati ci sono già e parlano chiaro: drastica riduzione dei flussi dai 330 mila del 2016 ai 62 mila del 2017», ha detto il titolare della Farnesina.
Per quanto riguarda la Libia, ai 370 uomini già impegnati con la missione Ippocrate (spedale a Misurata) e con la Guardai costiera libica, se ne aggiungeranno altri 30 con funzioni sempre con compiti di addestramento alle forze di sicurezza libiche. In Tunisia, invece, l’Italia parteciperà alla missione Nato e contribuirà alla costituzione di un comando di livello di brigata.
Mercoledì è previsto il voto alla Camera, mentre per il Senato sarà probabilmente sufficiente il voto espresso dalle commissioni. La decisione di riaprire le camere per consentire il voto alle missioni ha però sollevato critiche a sinistra. «Una scelta di questa natura – ha detto il vicepresidente della commissione Esteri della Camera Erasmo Palazzotto (LeU) – non può essere assunta da u parlamento che non si trovi nel pieno delle sue finzioni senza che questo determini un vulnus per la nostra democrazia».
Corriere 16.1.18
Niger, il Senato approva la missione militare italiana
di Dino Martirano
Al Senato, la ministra della Difesa Roberta Pinotti ha pure rilevato l’eccezionalità della convocazione del Parlamento a Camere sciolte ma, ha spiegato, «la deliberazione del governo sulle missioni internazionali riguarda le strategie di sicurezza che permangono anche davanti agli appuntamenti importanti della politica». Dunque, alla vigila delle elezioni, le commissioni congiunte Esteri e Difesa di Palazzo Madama hanno dato il primo via libera (la Camera vota domani, in Aula) alla deliberazione del governo che proroga per il 2018 le missioni militari all’estero e ne istituisce di nuove, compresa quella in Niger che mobiliterà fino a 470 soldati lungo le rotte dei mercanti di esseri umani in prossimità del confine meridionale dell Libia. La proposta è passata con 31 voti favorevoli (Pd e Ap più Forza Italia e due senatori di LeU), 5 contrari (M5S e uno di LeU) e un astenuto della Lega: «Al Senato abbiamo ottenuto questo risultato grazie a un buon clima tra i partiti», è il commento del presidente della commissione Difesa, Nicola Latorre, che insieme al presidente Pierferdinando Casini ha gestito al seduta. «Quella che sta per partire in Niger non è una missione combat ma di addestramento per il controllo dei confini che si coordinerà con i francesi e con gli americani», ha detto la ministra Pinotti che poi, a margine, ha spiegato: «Appena il Parlamento approverà la deliberazione sono pronti a partire 120 militari che, secondo le esigenze, potranno arrivare fino a 470». Nell’anno appena iniziato, dunque, dovrebbe continuare il graduale disimpegno dei contingenti militari italiani dall’Iraq e dall’Afghanistan che sarà compensato da una maggiore presenza in Africa. Dalla Libia al Niger, appunto: «Il 2017 della politica estera italiana segna un rientro fortissimo nel Sahel dal punto di vista dell’investimento politico», ha detto il ministro degli Esteri Angelino Alfano. La missione in Niger, che porterà i soldati italiani fino a Fort Madama (a 100 chilometri dal confine Sud della Libia), si inserisce in un quadrante delicato. Come evidenziano gli attacchi in Niger e Mali alle forze Usa e francesi rivendicati da Walid al Sahrawi, leader dello Stato islamico in Africa Occidentale.
il manifesto 16.1.17
Bonino, oggi il sì a Renzi e anche a Gori e Zingaretti
Il Pd e il rebus liste. Oggi la riunione con +Europa, poi la sigla sugli accordi anche per gli altri 'nanetti'. Al Nazareno trattative serrate per le deroghe ai parlamentari di lungo corso
di Daniela Preziosi
«Sarò candidata, non so ancora dove ma lo farò». Ieri a Cartabianca, su Raitre, Emma Bonino teneva ancora aperta la possibilità della corsa solitaria della lista +Europa. Visto dal Nazareno, però, l’accordo sembra ormai arrivato a meta. «Un’intesa è necessaria e possibile»per Piero Fassino. Che stamattina, con Lorenzo Guerini e Maurizio Martina, incontrerà Benedetto Della Vedova, Riccardo Magi e Bruno Tabacci per definire i dettagli. Bonino forse non ci sarà. E non ci sarà Renzi che a pranzo vedrà Albert Rivera, leader di Ciudadanos, riferimento anche per i radicali per il suo europeismo spinto.
Quanto ai «dettagli» dell’accordo, si fa per dire: «Il problema è se si valorizza o no l’apporto politico di +Europa», dice Bonino. Ma anche chiudere sui seggi all’uninominale: il Pd offrirebbe quattro collegi blindati, i radicali ne chiederebbero altri due e non è detto che alla fine non ne portino a casa almeno un altro. Bonino smentisce che la discussione sui numeri sia mai iniziata: «Mai parlato di seggi e spero non se ne parli mai. Il problema è un altro, tra chi vuole chiudere e chi vuole aprire il progetto europeo».
Ma la prosaica questione dei seggi per il Pd è una decisione tutt’altro che banale: dopo +Europa arriveranno a riscuotere gli ulivisti, che per ora hanno incassato tre posti (il socialista Nencini, il verdi Bonelli e il prodiano Santagata). E i i Civici popolari di Beatrice Lorenzin che, imbronciati per l’esclusione dalla coalizione del Lazio, ora ne chiedono sette (la stessa Lorenzin, Casini, Bianconi, Vicinanza, Galletti, D’Alia, Dellai e Olivero). Al Nazareno si esclude l’alleanza con Verdini e i repubblicani.
Ma in ogni caso il Pd si prende ancora qualche giorno: in attesa che i sondaggi stabilizzino il peso dei cosidetti «nanetti». Finora solo «+Europa» si avvicina al 2%. Gli altri restano piantati intorno all’1. La direzione di domani intanto approverà il regolamento per le candidature, poi una seconda riunione il 25 gennaio darà l’ok alle liste. Per quel giorno tutti i rebus dovranno essere risolti, compreso quello delle deroghe ai parlamentari in carica da più di 15 anni (sono in 25 ad averne bisogno, oltre a Gentiloni e i ministri Minniti, Franceschini e Pinotti, fra gli altri Giachetti, Realacci e Fioroni). Il termine delle candidature scade il 29.
Il sì di Bonino e compagni, poi, per il Pd vale tre. I radicali italiani sono pronti a entrare anche nelle coalizioni di Lombardia e Lazio. Stamattina a Milano Marco Cappato terrà una conferenza stampa per parlarne. Lui non si candida (né alle politiche né in Lombardia, «per poter concludere nella massima libertà il processo» dov’è imputato di aiuto al suicidio di dj Fabo), ma l’ok a Gori è praticamente cosa fatta, peraltro dopo una giornata di polemiche contro il leghista Fontana.
Anche con Zingaretti i rapporti sono buoni: qui, forti di un insediamento storico nella Capitale, valutano di correre con un simbolo più vicino alla tradizione radicale. Lo scorso giro, nel 2013, la rottura fra l’allora candidato e Marco Pannella era stata netta: il candidato dem non aveva voluto con sé i due radicali uscenti. In nome di un rinnovamento generale che in realtà serviva a far digerire al Pd il repulisti di consiglieri dalle performance non ineccepibili durante la giunta Poverini.
Il Fatto 16.1.17
Oggi il fascista se ne frega anche del Duc
di Antonio Padellaro
Il sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi e gli odierni fascisti immaginari credono che basti una leccatina al busto del Duce per attingere voti al giacimento elettorale nero gorgogliante sotto i nostri piedi. Eh sì, quando c’era lui, caro lei, su “infrastrutture e politiche sociali c’era una visione”, dichiara petto in fuori il candidato leghista alla Regione Lazio. Che però trattiene l’italico ardore sulle “sciagurate leggi razziali” e “la guerra a fianco di Hitler”. Qui casca l’asino poiché al fascio 2.0 frega poco delle dinamiche della Seconda guerra mondiale quando invece considera “Romanista ebreo” o “Laziale ebreo” (ma anche “Juventino ebreo” o “Interista ebreo”, e via così con l’antisemitismo curvarolo) l’insulto più sanguinoso.
Poi c’è l’ammiratore a debita distanza, tipo il pidino fiorentino Maurizio Sguanci che, “fatto salvo che Mussolini è la persona più lontana da me” (ci mancherebbe) “nessuno in questo Paese ha fatto in quattro lustri quello che ha fatto lui in vent’anni”. Un’emerita fesseria destinata rapidamente ad appassire visto che l’endorsement dello Sguanci non resisterà che poche ore alla gogna di Facebook, con lui costretto all’abiura più mortificante. Ovvero: “Mussolini fu un criminale, anzi uno dei più grandi criminali della Storia. È più che assodato. È un fatto”. Conclusione di puro stampo ducesco che si sarebbe forse potuta bilanciare con un virile: “E gli puzzava l’alito” (ma non si può avere tutto). Come sempre in tema di furfanterie un tanto al voto, il primo a tracciare il solco fu Silvio Berlusconi nel 2013 (“Mussolini per tanti versi fece bene”). Banalità rieditata pochi giorni fa con un timido: “Mussolini non era proprio un dittatore”, peraltro subito ingoiata da un singulto: “Era solo una battuta”. Potremmo andare avanti a lungo con la galleria di all’armi siam fascisti o forse no se non fosse per la poco divertente commistione tra innocua nostalgia e ferocia razzista. Perché fascisti prêt-à-porter si dichiarano i manganellatori radiofonici della Zanzara, favorevoli all’annegamento in mare dei migranti e fautori delle camere a gas per i rom (più nazi che fasci dunque ma la differenza non sempre viene colta).
Un furore che alligna intorno a noi, una violenza cupa, bestiale, spesso omicida (i bengalesi ammazzati di botte a Roma, i clochard bruciati vivi da Verona a Palermo) sullo stampo della stessa disumana malvagità che concepì Marzabotto. E che forse perfino Lui non avrebbe approvato stando almeno al ritratto che ne fa il regista Luca Miniero nel film Sono tornato, a giorni nelle sale. Un dittatore redivivo, stralunato, accolto nelle strade dal saluto romano e tutto sommato più attratto dai social che dalla guerra alle plutocrazie giudaico massoniche. Nell’attuale schieramento elettorale da collocare tra Salvini e la Meloni (un pizzico più moderato del candidato leghista in Lombardia Attilio Fontana, convinto che “la razza bianca” sia in pericolo quindi “basta con gli immigrati”). Un fascismo da ridere anche se, ne siamo certi, pure al Mussolini autentico oggi quelli di Casapound negherebbero il voto.
Il Fatto 16.1.17
Fontana pieno di razzismo: “Noi bianchi siamo a rischio”
Lombardia - Il candidato del centrodestra, scelto anche da Berlusconi perché “leghista moderato”, si scaglia contro l’invasione degli immigrati a Radio Padania
Fontana pieno di razzismo: “Noi bianchi siamo a rischio”
di Lorenzo Giarelli
“Non possiamo accettarli tutti”, “la nostra razza bianca deve continuare ad esistere”. Parola di Attilio Fontana, ex sindaco di Varese e candidato del centrodestra alla presidenza della Regione Lombardia alle elezioni del 4 marzo. Lo scivolone arriva domenica mattina durante un’intervista rilasciata alla trasmissione “Sulla strada della libertà”, condotta da Roberto Maggi su Radio Padania. A precisa domanda sulla gestione dei migranti, Fontana risponde: “Dire che dobbiamo accoglierli tutti è un discorso demagogico di fronte al quale dobbiamo ribellarci”. E poi la frase incriminata: “Non è questione di essere fascisti o xenofobi, ma di essere logici. Dobbiamo fare delle scelte, dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società deve continuare ad esistere o deve essere cancellata”.
Nel corso dell’intervista Fontana arriva a paventare il rischio d’estinzione della società italiana: “Se dovessimo accettarli tutti (i migranti, ndr) vorrebbe dire che non ci saremmo più noi come realtà etnica, perché loro sono molti piu di noi e molto più determinati nell’occupare questo territorio”. E ancora: “Se la maggioranza degli italiani dovesse decidere che vogliamo auto-eliminarci, vorrà dire che quelli che non vogliono auto-eliminarsi se ne andranno da un’altra parte”.
Affermazioni che stridono con la descrizione di “leghista moderato” con cui Fontana era stato presentato, una settimana fa, per mettere insieme la coalizione di centrodestra. Fontana, 65 anni, iscritto alla Lega Nord dal lontano 1995 e già presidente dell’Anci Lombardia, si era detto “orgoglioso” che la scelta fosse ricaduta su di lui. I sondaggi di pochi giorni fa lo accreditavano in vantaggio di almeno 6 punti percentuali nei confronti del sindaco di Bergamo Giorgio Gori, che per altro è il candidato ufficiale della coalizione di centrosinistra già da ottobre e ha potuto quindi iniziare la campagna elettorale con almeno tre mesi d’anticipo rispetto al rivale. Difficile che lo scivolone sui migranti cambi qualcosa, ma dopo le polemiche di ieri Fontana è stato costretto a scusarsi e a fare parziale marcia indietro: “È stato un lapsus, un errore espressivo, intendevo dire che dobbiamo riorganizzare un’accoglienza diversa che rispetti la nostra storia, la nostra società. Ascoltando il mio discorso per intero si capiva cosa intendevo dire”.
Ma a quel punto è troppo tardi: il fuoco incrociato del centrosinistra e del Movimento 5 Stelle è già iniziato. “Credo che Attilio Fontana in questo caso abbia detto davvero quello che pensa sui migranti”, dice Gori intervenendo alla trasmissione #cartabianca su Rai3. “É un Salvini in giacca e cravatta – aggiunge – anzi, più un Borghezio che un Salvini”, dice il sindaco di Bergamo ricordando alcune uscite colorite dell’europarlamentare leghista, già condannato per aver apostrofato con parole discriminatorie l’ex ministro per l’Integrazione Cecile Kyenge, proprio durante un’intervista radiofonica.
All’attacco anche il candidato Premier dei 5 Stelle Luigi Di Maio, che durante un’intervista a Un giorno da pecora, su Radio Uno, ironizza sulla presunta natura moderata della coalizione di centrodestra: “Berlusconi dice che loro sono moderati e noi estremisti, ma dopo la frase di Fontana sulla razza bianca siamo sicuri che siano loro i moderati? Se loro sono moderati, allora io sono Gandhi”. Il centrodestra, invece, fa quadrato intorno al candidato. “Conosco Fontana da diverso tempo, è una persona seria e moderata, non un razzista, – assicura Mariastella Gelmini, coordinatore lombardo di Forza Italia – si è trattato di una frase infelice della quale si è già scusato”. Matteo Salvini rincara la dose, riprendendo gli argomenti di Fontana: “Siamo sotto attacco, sono a rischio la nostra cultura, società, tradizioni, modo di vivere. É in corso un’invasione”.
Repubblica 16.1.18
Razzismo, la cultura al contrario
La “nostra società” ha cancellato dai suoi presupposti il concetto di “razza”, che è anticostituzionale e antiscientifico (decida Fontana quale delle due violazioni è la più grave)
di Michele Serra
La parola “razzista” è ancora carica, e per fortuna, di un’aura di violenza e di illegittimità. Quanto basta perché il candidato moderato (autodefinizione) alla Regione Lombardia, l’ex sindaco di Varese Attilio Fontana, definisca frettolosamente «un lapsus» l’avere tirato in ballo, contro l’immigrazione, la difesa della «nostra razza bianca», frase sfuggitagli di bocca nel corso di una chiacchierata a Radio Padania.
Uguale premura ha avuto Donald Trump, che una volta tanto ha mentito per decenza, negando di avere definito «cessi» una manciata di Paesi molto poveri e popolati prevalentemente da non bianchi. È lo stesso scrupolo che ha animato la decisione dell’Ukip (partito isolazionista inglese) di sospendere una sua illustre militante, la fidanzata del leader Bolton, che aveva accusato la fidanzata del principe Harry di essere «una afroamericana che macchierà con il suo seme la famiglia reale». In buona sostanza: il razzismo non è affatto sdoganato, tanto è vero che perfino partiti e persone fortemente sospettabili di suprematismo bianco, dunque di razzismo in purezza, avvertono il bisogno di ripulirsi dal sospetto di esserlo.
I nazisti dell’Illinois ( e i nazisti di Varese, che da anni festeggiano il compleanno di Hitler) rimangono dunque la ristretta schiera di coloro che possono rivendicare pubblicamente, schiettamente il loro razzismo. Gli altri, a quanto pare, a cominciare dal presidente degli Stati Uniti e per finire, nel suo piccolo, al candidato del centrodestra per la Lombardia, se ne vergognano: e questa è un’ottima notizia.
Detto questo, merita un approfondimento quanto sostenuto da Attilio Fontana. Secondo il quale l’invasione degli stranieri metterebbe a repentaglio « la nostra società e la nostra razza bianca » . Non si potrebbe concepire una frase più contraddittoria, più zoppicante: perché «la nostra società» ha drasticamente cancellato dai suoi presupposti il concetto di «razza», che è anticostituzionale e antiscientifico (decida Fontana quale delle due violazioni è la più grave). La razza bianca, semplicemente, non esiste, così come non esisteva la razza ariana, mito fondante del nazismo.
Esistono, queste sì, « la nostra società » e « la nostra cultura». E rientra nella logica delle cose, nell’istinto basico di ogni politica degna di questo nome, la preoccupazione di difenderle, di migliorarle, di tutelarne i principi fondanti, anche laddove il forte impatto dell’immigrazione le metta in discussione: è annoso e del tutto legittimo, per esempio, il dibattito sulla complicata integrazione dell’immigrazione islamica ( non tutta) in merito a una questione nevralgica, quella dell’autodeterminazione delle donne. Ma non è ovviamente « la razza », è la cultura, semmai, il terreno di confronto, e se necessario di scontro. La razza in quanto “pura” è menzogna, fantasma paranoico, invenzione propagandistica. Le cosiddette razze sono il portato di infinite contaminazioni, migrazioni, occupazioni, sottomissioni ( si pensi al meticciato sudamericano, conseguenza dell’assoggettamento e della messa in schiavitù da parte degli europei). Esistono eloquenti, clamorose ricerche scientifiche sul Dna che a quasi ciascuno di noi attribuiscono avi impensati, perché come dice quella miserabile inglesina che ha offeso la magnifica neo-principessa britannica, «il seme» è per sua vocazione vagante, promiscuo, vitale.
Il razzismo fa schifo perché è violento, ma fa pena perché è stupido. Non conosce e non impara, non sa, non memorizza, non si inchina alla potenza della vita. È scritto a chiare lettere, in ciò che noi siamo come comunità, come italiani e come europei, come storia collettiva, come società moderna e raziocinante, che non è la razza o la religione a costituire ragione di cittadinanza. È il diritto degli individui di avere uguali diritti e uguali doveri, di essere uguali e ugualmente rispettabili. In conseguenza di questo principio («la nostra società» non consente che si possa parlare di «nostra razza bianca ») siamo sicuri che il candidato Fontana, a differenza dei nazisti di Varese, vorrà operare presto e bene in favore dell’antirazzismo, e dunque in favore della difesa della nostra cultura, e della nostra comune coscienza.
il manifesto 16.1.17
Scandalo al «Sole»
Editoria. Entro fine mese i giudici di Milano decideranno sul rinvio a giudizio dell’ex direttore del Sole 24 ore Roberto Napoletano e dei due confindustriali Donatella Treu e Benito Benedini. L’accusa è falso in bilancio. Intanto i creditori e i giornalisti sono sul piede di guerra. In pochi anni gli azionisti di Confindustria hanno bruciato milioni di euro. Scetticismo in Borsa: dopo l'aumento di capitale da 50 milioni in cassa restano soltanto 7,7 milioni
di Bruno Perini
MILANO Trasparenze e vergogna. Non è soltanto il titolo di un bellissimo libro che il compianto amico Guido Rossi pubblicò per il Saggiatore nel lontano 1982 per spiegare negli anni del capitalismo rampante e senza regole le anomalie, le opacità e i vizi congeniti del mercato finanziario italiano.
TRASPARENZE E VERGOGNA potrebbero e dovrebbero essere le chiavi di lettura per spiegare la mala gestione con la quale la Confindustria, azionista di comando del Sole 24 ore, ha disastrato senza vergogna i bilanci del gruppo editoriale con perdite da capogiro e politiche industriali disastrose e opache.
Se si dà uno sguardo, infatti, a quello che è successo in questi anni in quel gruppo editoriale si scopre che i nostri confindustriali, che ogni giorno si sciacquano la bocca con la trasparenza, il libero mercato e la meritocrazia, in dieci anni hanno bruciato miliardi di capitale, raccontando un sacco di balle sulla diffusione del giornale e sulla consistenza finanziaria del gruppo con il risultato di perdere migliaia di abbonamenti, di perdere la pubblicità quando si è capito che i dati della diffusione erano falsati, di scaricare sui giornalisti l’onere della crisi attraverso tagli selvaggi e prepensionamenti e un recente tentativo di stracciare il contratto integrativo, di entrare nella black list della Consob e di falcidiare il valore del titolo il Sole 24 ore, quotato alla Borsa di Milano, che, alla faccia dei risparmiatori di cui il quotidiano dovrebbe essere il difensore, è passato da 5,7 euro al momento della quotazione a 0,8 euro. Tanto per intenderci, quei poveretti che avevano affidato i loro risparmi al quotidiano confindustriale hanno perso un sacco di quattrini.
Per evitare di portare i libri in tribunale, il cda guidato da Franco Moscetti, neo amministratore delegato del gruppo, ha varato un aumento di capitale da 50 milioni di cui 30 sottoscritti da Confindustria. Il supporto finanziario all’operazione di salvataggio del gruppo è arrivato da un’altro ex presidente della Confindustria, Luigi Abete, che alla faccia del conflitto d’interesse è al tempo stesso consigliere del Sole 24 ore e presidente della Bnl.
Un’operazione tutta in famiglia, come spesso avviene nel capitalismo nostrano.
TUTTO RISOLTO DUNQUE? Niente affatto. Intanto c’è in ballo una vertenza sindacale che per il momento ha registrato due giorni di sciopero.
L’amministratore delegato Franco Moscetti e Domenico Galasso, il direttore del personale, per il momento hanno congelato il contratto integrativo che volevano stracciare ma i giornalisti non si fidano più del management e rivendicano il loro contributo nella cacciata di Napoletano.
Quindi per il momento sul piano sindacale è tregua armata.
Durante i brindisi di natale il neo direttore Guido Gentili, l’amministratore delegato Franco Moscetti e il presidente del gruppo Giorgio Fossa, hanno detto ai giornalisti, forse per consolarli, che «il 2018 sarà l’anno della ripresa». Una frase che circolava anche nel 2017 e nel 2016 per bocca dei predecessori e degli ex presidenti di Confindustria.
MA NELLA COMUNITÀ degli affari sono in pochi a crederci. E le cifre non sono consolanti. Basti pensare che malgrado l’aumento di capitale di 50 milioni in cassa ne sono rimasti appena 7,7.
Al momento della quotazione, il cash era circa 240 milioni.
Nelle relazioni di fine anno si legge che «la variazione della posizione finanziaria netta è negativa per 28 milioni, ovvero 2,6 milioni al mese». A questo ritmo, commenta un personaggio che è stato ai vertici del gruppo, quel piccolo gruzzolo di cash che è rimasto nelle casse del gruppo dopo la devastazione degli anni precedenti verrebbe divorato.
D’altronde in un prospetto dello stesso gruppo si ammette il pericolo d’insolvenza: «Anche nel caso di buon esito dell’Operazione Formazione, dell’Aumento di Capitale e della concessione delle Linee Revolving, qualora si manifestasse un evento tale da determinare l’impossibilità di utilizzare in modalità revolving la linea di credito per la cartolarizzazione dei crediti commerciali e l’Emittente non riuscisse a finanziarsi attraverso la leva del capitale circolante netto commerciale, né riuscisse a reperire risorse di capitale e di credito aggiuntive (al momento non individuabili), verrebbe pregiudicata la continuità aziendale della Società e del Gruppo. Conseguentemente non si può escludere che l’Emittente debba far ricorso agli strumenti previsti dalla legislazione concordataria e fallimentare». Sempre a pagina 46, la Società informa che «in caso di mancata esecuzione della Manovra, il Gruppo non disporrebbe delle risorse finanziarie necessarie per effettuare il rimborso complessivo dei finanziamenti bancari» ivi indicati.
COM’ERA PREVEDIBILE, vista la lunga storia degli scandali finanziari in Italia, il pasticciaccio brutto di viale Monterosa, è finito in tribunale.
Lo scorso anno il procuratore della Repubblica di Milano Francesco Greco ha affidato al sostituto Fabio De Pasquale l’inchiesta penale contro un gruppo di dirigenti del Sole 24 ore, tra cui spiccano Benito Benedini, ex presidente Federchimica, Assolombarda e Sole 24 ore e Donatella Treu, ex amministratore delegato del gruppo editoriale e contro l’ex direttore del Sole 24 ore Roberto Napoletano, presunto deus ex machina di tutta la vicenda, accusato di una torbida operazione di occultamento delle perdite e di falso in bilancio.
Roberto Napoletano, scelto dall’ex presidente di Confindustria Emma Marcegaglia in alternativa a Fabio Tamburini che a quel tempo era direttore di Radiocor, è stato difeso e coperto fino all’ultimo dall’attuale presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia.
MA QUANDO L’EVIDENZA dei fatti e dei documenti ha preso il posto dell’opacità e i magistrati hanno cominciato a scavare dietro le quinte, anche il «padrino» di Napoletano ha mollato il suo pupillo con il modesto incentivo alle dimissioni di 700.000 euro.
NEL DECRETO DI perquisizione del Sole 24 ore e degli studi di Treu e Benedini si legge tra l’altro a proposito delle gigantesche bugie che raccontavano e scrivevano nei bilanci i signori del gruppo confindustriale: «Informazioni false, posto che le vendite delle copie digitali veicolate attraverso la DI Source Ltd erano fittizie come anche fittizie erano le vendite cartacee attraverso il canale Edifreepress S.r.l., così da fornire una rappresentazione alterata della situazione economica della società ai destinatari cui tali comunicazioni sociali erano indirizzate».
Si legge ancora nel provvedimento giudiziario: «Sono stati evidenziati nella imputazione solo alcuni dei passaggi delle Relazioni finanziarie ove maggiormente si ricava lo scostamento tra la rappresentazione della realtà economica della società e la situazione effettiva. Si è veicolato un messaggio largamente positivo sull’andamento economico (vendite crescenti e ricavi correlativamente in aumento), laddove le vendite sul digitale – tanto enfatizzate – erano false e una percentuale significativa delle copie cartacee andava dritta al macero».
Per un certo periodo, stando alle ricostruzioni dei giudici, Napoletano l’ha fatta franca. E di fronte alla crisi del quotidiano ha pensato di inventarsi cifre inesistenti. Nei salotti privati raccontava di 430.000 copie vendute contro le reali 170.000 copie e vagheggiava sul Sole 24 ore come futuro primo giornale.
Ma quando quelle stesse cifre ha cominciato a dichiararle all’Ads, gli editori concorrenti hanno cominciato a incazzarsi.
Quando Giorgio Squinzi si è insediato in Confindustria nel 2012 ci ha messo un po’ a capire che qualcosa non quadrava, ha guardato i conti e si è reso conto che le cifre di vendita erano farlocche mentre il buco di bilancio cresceva.
SQUINZI LICENZIA Donatella Treu e insedia ai vertici del Sole 24 ore Gabriele Del Torchio. Dopo un’indagine interna si scopre che c’è un buco di 90 milioni. Si rompe il rapporto di fiducia con Napoletano. Ma il direttore non molla. E con abilità si conquista la stima del nuovo presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, che gli rinnova la fiducia malgrado fossero emerse stranezze nella diffusione delle copie. Al posto di Del Torchio, colpito da infarto, arriva Franco Moscetti, l’attuale ad del Sole 24 ore.
Questa volta Vincenzo Boccia non può far nulla per coprire il suo uomo.
Moscetti fa una cosa strana: crea un comitato di vigilanza interno composto da Gherardo Colombo, ex pool mani pulite e Federico D’Andrea, ufficiale da sempre collaboratore della procura di MIlano.
Da quella specie di tribunale interno nasce l’inchiesta penale contro Roberto Napoletano, Donatella Treu e il cavalier Benito Benedini.
E in Confindustria non ne sapevano nulla di questo pasticcio? La domanda per il momento è senza risposta.
L’unica cosa che si sa è che Napoletano scarica le responsabilità sull’azienda, aggiungendo che lui poveretto era soltanto il direttore.
Se verrà rinviato a giudizio alla fine della fase istruttoria prevista per fine gennaio, non è escluso che l’ex direttore si decida a spiegare meglio. E allora per gli azionisti sarebbero guai.
NEL DISASTRO GENERALE è anche spuntato un altro problemino giudiziario: è partita la prima ingiunzione di pagamento da parte di un creditore.
L’agenzia di stampa LaPresse, di Torino ha chiesto ai giudici il sequestro cautelare di due milioni di euro a garanzia dei propri crediti verso il gruppo.
Si legge nel ricorso presentato dall’azienda torinese: «In connessione con l’emersione della abissale crisi finanziaria, Il Sole 24 Ore ha cessato di pagare i corrispettivi contrattualmente dovuti sin dalla scadenza prevista al 31 gennaio 2017, costringendo il Fornitore a richiedere l’emissione di un Decreto Ingiuntivo (Decreto Tribunale di Torino, n. 7488/2017 del 27 luglio 2017, doc. 4), per l’importo complessivo di Euro 79.718,90».
I LEGALI DI LAPRESSE sono molto duri con il loro illustre cliente e citano il giudizio della società di revisione Deloitte: «Allo stato attuale i piani dell’azienda non risultano supportati da evidenze empiriche, ma fondati su una stima del Management basata sull’esperienza del mercato e sulle performance di altri operatori di settore». I
noltre Deloitte ha evidenziato che: «Sebbene la crescita del volume d’affari ipotizzata a Piano sia contenuta e pari all’1,4% (CAGR 17- 20), considerati i recenti risultati consuntivati dalle società del Gruppo e l’incerto scenario di mercato relativo al settore in cui opera la Società, tali obiettivi potrebbero risultare sfidanti e in controtendenza».
Il Fatto 16.1.18
Siena
Mps, pubblicate le email Rossi-Viola: assolti la moglie e il giornalista del Fatto
Suicidio - Vecchi era accusato di aver violato la privacy dell’ex Ad
Assolti “perché il fatto non sussiste”, la vedova di David Rossi, Antonella Tognazzi, e il giornalista del Fatto Quotidiano, Davide Vecchi. Dopo due anni di udienze si chiude così l’unico processo celebrato a Siena e collegato alla tragica e ancora oggi misteriosa morte del manager Mps, David Rossi, avvenuta la sera del 6 marzo 2013.
Tognazzi e Vecchi erano stati indagati e rinviati a giudizio d’ufficio dalla Procura perché ritenuti responsabili della violazione della privacy di Fabrizio Viola, all’epoca Amministratore Delegato di Mps, senza che né quest’ultimo né la banca avessero mai sporto querela o si fossero costituiti parte civile nel processo.
Il 5 luglio 2013 Vecchi pubblicò sul Fatto Quotidiano lo scambio di email tra Rossi e Viola, svelando che due giorni prima di morire, David aveva chiesto aiuto all’amministratore delegato della banca.
Nonostante Vecchi abbia avvisato e interpellato Viola prima della pubblicazione dell’articolo, la Procura di Siena lo ha trascinato a processo ipotizzando addirittura di avere agito in concorso con Antonella Tognazzi. L’accusa nei confronti della vedova Rossi è umanamente infamante più che penalmente rilevante: avere consegnato al giornalista le email per ricattare la banca e speculare così sulla scomparsa del marito.
Ieri il giudice monocratico Alessio Innocenti ha stabilito che né Vecchi né Tognazzi hanno commesso alcun reato. “La sentenza, al di là delle motivazioni che leggeremo con grande attenzione, ha riconosciuto la bontà del lavoro fatto dal giornalista, escludendo che si sia prestato, come gli era stato contestato, a fare gli interessi di singoli”, ha commentato l’avvocato Caterina Malavenda difensore di Vecchi. “Si tratta, dunque, della conferma di un principio di civiltà giuridica e del diritto degli organi di informazione di diffondere tutte le notizie che ritengono rilevanti, nel rispetto dei soggetti coinvolti, ma senza chiedere il permesso a nessuno”.
Alessandro Bonasera e Emiliano Ciufegni, legali di Antonella Tognazzi, si sono detti “pienamente soddisfatti dell’esito, seppure l’innocenza degli imputati fosse palese sin da subito. È stata una vittoria ma anche una liberazione, testimoniata dalle lacrime di gioia di Antonella”.
Il giudice si è riservato il deposito della motivazione della sentenza in novanta giorni.
Repubblica 16.1.18
La relazione
Quarant’anni di un diritto
Così la legge 194 ha fatto crollare gli aborti in Italia
di Maria Novella De Luca
ROMA «Le donne hanno smesso di morire d’aborto, basterebbe questo per dire che la legge 194 ha funzionato e funziona. E io me le ricordo, quarant’anni fa, quelle donne e ragazze che arrivavano di notte in ospedale, devastate dalle emorragie dopo le famose interruzioni con il ferro da calza.
Molte restavano mutilate per sempre. Con la legge 194 l’aborto ha smesso di essere una questione privata per diventare una questione sociale di cui lo Stato si è fatto carico. È stata una rivoluzione. Imperfetta, ma una rivoluzione». Carlo Flamigni ha 85 anni, è uno dei ginecologi più famosi d’Italia, pioniere della fecondazione assistita, ma anche protagonista di quella battaglia che negli anni Settanta ha cambiato nel profondo la nostra società, la famiglia, la maternità.
Approvata nel 1978, confermata dal referendum del 1981, la legge sull’aborto compie quarant’anni il 22 maggio prossimo.
Un tempo abbastanza lungo per fare un bilancio, come infatti suggerisce la Relazione al Parlamento sull’attuazione della 194 presentata dalla ministra Lorenzin, dove per la prima volta si tenta una “analisi storica”. E se i numeri di quest’anno confermano la drastica riduzione degli aborti, passati dai 234.801 del 1982 (l’anno in cui le “Ivg”, interruzioni volontarie di gravidanza, raggiunsero il massimo storico) ai 84.926 del 2016, nello stesso tempo si assiste a un vero e proprio boom della contraccezione d’emergenza. In particolare dell’uso della “pillola dei cinque giorni dopo” (EllaOne) le cui vendite, dopo la caduta dell’obbligo di ricetta medica per le donne maggiorenni, è passata dalle 7mila confezioni del 2012 alle 189.589 del 2016. Se dunque abbiamo imparato a non abortire (pur potendo farlo), sul fronte dell’uso di pillola e condom siamo davvero indietro. Di fatto una contraddizione.
Ma al di là dei dati di oggi, nello sguardo sui 40 anni della legge, la Relazione afferma un principio fondamentale. «L’aborto volontario, dopo una prima fase iniziale, è costantemente diminuito e non è mai stato un mezzo di controllo delle nascite».
Se pensiamo che nel 1961, come denunciò una famosa inchiesta di “Noi donne”, gli aborti clandestini superavano il numero (spaventoso) di un milione l’anno, è evidente quanto la legge del 1978 abbia segnato il passaggio da un’Italia quasi post contadina a un’ Italia moderna. Livia Turco, a lungo parlamentare del Pd, ministra delle Pari Opportunità e poi della Salute, quella stagione da giovane militante comunista se la ricorda bene. E al tema della difesa della legge 194 ha dedicato un bel libro uscito di recente: “Per non tornare nel buio”. Perché in fondo nulla è garantito. E le proposte di revisione (restrittiva) della legge si susseguono ad ogni legislatura.
«Lo scontro fu feroce e lacerante.
La Destra e una parte dei Cattolici dicevano che la legalizzazione avrebbe fatto aumentare a dismisura il numero degli aborti, banalizzandone la scelta. Invece oggi si dimostra che l’autodeterminazione delle donne ha prodotto una cultura della responsabilità e soprattutto si è arginata la piaga dell’aborto clandestino. Ma è della applicazione della 194 che bisogna tornare a parlare, uscire dal cono d’ombra». Perché l’obiezione di coscienza è ormai un dramma.
Spiega Livia Turco: «Ci sono interi ospedali dove le interruzioni non vengono praticate e le donne devono migrare di regione in regione, spesso con il rischio di superare i tempi legali. E poi i dati sul ricorso alla pillola del giorno dopo dimostrano che è sulla contraccezione che bisogna investire, pensando ai giovani, rendendola gratuita. Ma credo che una maggiore diffusione della Ru486, l’aborto farmacologico, potrebbe mitigare il ricorso all’obiezione di coscienza».
Immigrate, ragazze giovani. Sono loro le donne più a rischio. (Il 30% di tutte le interruzioni riguarda le straniere). Silenzio e solitudine i loro nemici.
Racconta Carlo Flamigni: «A 40 anni dalla sconfitta delle mammane e dei cucchiai d’oro, ci troviamo di fronte a un nuovo tipo di clandestinità che il ministero rifiuta di vedere. Avete presente quante pillole per abortire si possono comprare su Internet?
O farmaci che comunque aumentano la contrazioni uterine? La legge 194 va protetta e pubblicizzata, la contraccezione favorita in ogni modo. Altrimenti si torna indietro».
Michele Mariano è l’unico ginecologo non obiettore del Molise. Dirige un piccolo reparto di eccellenza all’ospedale “Cardarelli” di Campobasso, dove applica la legge 194. «Ormai da me arrivano donne da tutto il centro Sud. È incredibile. Dal Lazio, dall’Abruzzo, dalla Campania, perché i centri chiudono. Fanno centinaia di chilometri ma sanno che qui saranno accolte. E poi le migranti, spesso sbarcano in Italia già incinte. Ho visto troppe donne rovinate dagli aborti clandestini prima che ci fosse la legge, per questo continuo a lavorare in trincea, praticando 400 aborti l’anno. Sono orgoglioso di quello che faccio, ma sa qual è l’amarezza? A 40 anni dalla nascita di questa legge, noi che l’abbiamo voluta, siamo anche tra gli ultimi ginecologi ad applicarla, perché ormai tutti obiettano. Cosa accadrà quando andremo in pensione?».
La Stampa 16.1.18
“Napoleone III ha imbavagliato la mia Francia”
Vanno all’asta domani a New York le lettere di Tocqueville all’amico Vivien, quasi un’anticipazione dello spleen di Baudelaire
di Fabio Sindici
La Francia intera per noi, in questo momento, è come una grande prigione, in cui l’ozio forzato, l’esclusione coatta, l’assenza di emozioni, di notizie, perfino di rumori, il silenzio universale abbattono lo spirito». C’è quasi una eco di disperazione baudelairiana nelle righe che Alexis de Tocqueville verga con calligrafia stretta, soffocata, in una lettera indirizzata all’amico Alexandre-Francois Vivien, datata 14 marzo 1853. È un’eco anticipata, perché la prima edizione delle poesie dei Fiori del male va alle stampe quattro anni più tardi. E non ci sono caratteri più diversi, opinioni e umori all’apparenza più distanti di quelli dell’autore della Democrazia in America e del cantore dello spleen parigino. Ma deve essere lo spirito del tempo.
La Seconda Repubblica è defunta da pochi mesi. Luigi Napoleone Bonaparte è il nuovo imperatore dei francesi con il nome di Napoleone III. Ancora prima di dichiarare la restaurazione dell’Impero, ha conquistato un potere semiassoluto, dopo il colpo di Stato militare del 2 dicembre 1851. La stampa è sottoposta a una censura ferrea, le rivolte popolari schiantate dall’esercito, decine di migliaia di oppositori, soprattutto in provincia, vengono imprigionati senza un reale processo, con lo strumento del giudizio amministrativo, e deportati in Algeria o alla Cayenna.
Charles Baudelaire scrive, con un ghigno al cianuro: «La grande gloria di Napoleone III sarà quella di aver provato che il primo venuto può, impadronendosi del telegrafo e della stamperia nazionale, governare un grande paese». Tocqueville, nella stessa missiva a Vivien, tratta il neo imperatore come un cospiratore subdolo, «che si è finto democratico, nascondendo le proprie origini napoleoniche». Un lupo travestito da agnello. C’è una sincerità piena di angosce che non è frequente nell’aristocratico liberale che ci tiene in genere a mostrare un certo distacco dalle preoccupazioni. La lettera fa parte di un gruppo di sedici, tutte destinate a Vivien, che andrà all’asta da Sotheby’s domani a New York con una stima tra i 60 mila e gli 85 mila euro. La corrispondenza, che va dal 1839 al 1854, è stata scoperta da poco ed è inedita, affermano gli specialisti di Sotheby’s. Non è solo uno scambio di pensieri tra due amici, due intellettuali.
Tocqueville e Vivien conoscono dall’interno i segreti del mondo politico e culturale francese dell’epoca. Il primo è stato membro dell’Assemblea Costituente nel 1848 e ministro degli Affari Esteri della Seconda Repubblica; il successo della Democratie en Amerique, nel 1835, gli ha dato fama di pensatore politico e di difensore della libertà. Il secondo aveva ricoperto la carica di ministro della Giustizia sotto Luigi Filippo e dei Lavori Pubblici nella Seconda Repubblica. Dopo il colpo di stato di Napoleone si ritrovano di colpo emarginati dalla vita pubblica.
«Provo una sorta d’impotenza che assomiglia a quella della prigionia, dove la noia, lo scoraggiamento, l’assenza di fatti nuovi, concorrono a rendermi improduttivo» scrive sempre Tocqueville a Vivien nel maggio del ’53, mentre pure lavora a L’Ancien Régime et la Révolution. In prigione, nel castello di Vincennes, c’era finito sul serio, anche se per pochi giorni, quando, con altri deputati, riuniti nel decimo arrondissement di Parigi, aveva tentato di far destituire Luigi Napoleone dalla carica di presidente, nelle ore successive al coup, con l’accusa di alto tradimento. Il visconte Alexis, a Vincennes, secondo quanto racconta Victor Hugo, giace sul pavimento, senza pagliericcio, malato, avvolto solo nel suo mantello. Da quel momento soffrirà di una salute altalenante, come ripete nella corrispondenza.
Nelle lettere a Vivien si vede come la diffidenza verso Luigi Napoleone inizi già dal tempo dell’affaire Lesseps e con il tradimento verso la Repubblica Romana. Ferdinand de Lesseps era stato infatti inviato come ambasciatore a Roma per trattare una tregua e assicurare l’amicizia della Francia, mentre il generale Oudinot aspettava rinforzi per attaccare. La corruzione dell’esercito, per Tocqueville, è il primo intrigo del presidente. Il nuovo potere pare al nipote dei Lumi - più che un positivista era un erede di Voltaire e Rosseau - come goffo e terribile. È una prova concreta del totalitarismo la cui ombra lo ha spaventato fin dai giorni americani, in cui meditava sul difficile equilibrio tra libertà e uguaglianza. In realtà, la stretta del Bonaparte sulla Francia è dura soprattutto nei primi tempi. Tocqueville lo accusa di aver sfruttato la «paura del 1852», ovvero delle previste prossime elezioni, e della impossibile vittoria dei socialisti. Però non ricorda che come esponente del conservatore parti de l’ordre aveva provato la stessa paura e appoggiato le repressioni del generale Cavaignac. A Vivien confessa di temere un futuro incerto dopo la caduta dell’imperatore. Nei diari dell’economista inglese Nassau William Senior, Tocqueville lancia una frase di elegante scoramento all’amico d’oltremanica: «Dio vi preservi dagli errori che portano alle rivoluzioni e alle rivoluzioni che finiscono in mascherate». Ha un suono più letterario che politico.
L’uomo politico, nei suoi ultimi anni (muore nel ’59), pare aver perso il suo fiuto, almeno nel breve termine. Vede l’Austria sicura in Italia, la Prussia come potenza di second’ordine. È molto più fine nell’analisi del costume e della società culturale. Nel maggio del ’53, affacciato al balcone dell’appartamento di Nassau su rue de Rivoli, guardando lo spettacolo delle donne eleganti e degli splendidi equipaggi sulla via, ammette, a denti stretti, «di non aver mai visto Parigi così animata e prospera». Ma allo stesso tempo denuncia la speculazione dietro le spese folli per rifare la capitale. In un’altra lettera a Vivien nell’ottobre dello stesso anno descrive l’atteggiamento della cultura di fronte al nuovo padrone della Francia: «Il mondo letterario, per lo più, è ostile al governo attuale. Tra i grandi talenti, non conosco che Saint Beuve e Merimée che abbiano osato indossare la livrea del nuovo potere, e quanto agli uomini nuovi delle lettere non vedo nessuno che si accosti all’Impero». Victor Hugo è in esilio. Il 1857 è l’anno dei tre più clamorosi processi di censura letteraria della storia: sul banco degli imputati siedono tre libri: I Fiori del Male di Charles Baudelaire, Madame Bovary di Gustave Flaubert, i Misteri del Popolo di Eugène Sue. Il grande accusatore è il procuratore imperiale Ernest Pinard. Il «silenzio universale» di Tocqueville suona straziante come le campane urlanti e i funerali senza tamburi né bande che chiudono lo Spleen di Baudelaire.
Corriere 16.1.18
Novecento L’opera educativa di un giovane della Galizia orientale, arruolato nell’esercito britannico, viene ricostruita in un saggio di Sergio Luzzatto (Einaudi)
Gli orfani che costruirono Israele
Ragazzi sfuggiti alla Shoah furono restituiti alla vita sui monti di Bergamo da Moshe Zeiri
di Pierluigi Battista
Era il 1945 e lui, Moshe Zeiri, il giovane ebreo della Galizia orientale che già anni prima aveva lasciato il mondo antico dello shtetl in lingua yiddish per inseguire il sogno della rigenerazione ebraica in Palestina, raccolse tra i monti di Selvino, non lontano da Bergamo, gli «orfani della Shoah». Orfani di tutto, scampati allo sterminio dei loro genitori e dell’intera loro famiglia, in fuga dalla deportazione, dalla morte, dall’orrore, dalla devastazione del mondo schiacciato dalle orde naziste. Centinaia di orfani, laceri e affamati, che Moshe Zeiri, soldato volontario nel Genio militare britannico che aveva attraversato l’Italia dalla Puglia fino al Nord per combattere i tedeschi, aveva restituito a nuova vita per prepararli alla aliyah , alla «risalita» in terra di Israele, dove si forgiava l’ebreo «nuovo», combattente, vigoroso, sicuro di sé. È la storia, appassionante e sconvolgente insieme, che Sergio Luzzatto racconta nel suo nuovo libro I bambini di Moshe in uscita oggi per Einaudi.
Selvino non è località molto conosciuta. Ma neanche la storia degli «orfani della Shoah» lo Eppure è sorprendente che qui in Italia, in un edificio chiamato «la casa di Mussolini», centinaia di bambini provenienti dal cuore dell’inferno siano stati restituiti alla vita, rifocillati, istruiti, educati in attesa che una nave li portasse in Israele: che in quegli anni non era ancora lo Stato di Israele riconosciuto da una risoluzione Onu che ne autorizzava la costruzione assieme a uno Stato palestinese, risoluzione che gli ebrei di Palestina riconosceranno, ma gli arabi no. Non era ancora Stato di Israele e i britannici che avevano il mandato in Palestina con la dissoluzione dell’Impero ottomano avevano fissato quote severissime per l’arrivo degli ebrei europei sopravvissuti all’Olocausto (come è testimoniato dalla vicenda della nave «Exodus», conosciutissima anche per via del film che ne ha immortalato la storia).
Una storia che ha dell’incredibile, ma che pure testimonia dell’irriducibile complessità di un percorso di dolore estremo e di redenzione che intreccia inesorabilmente tragedie e rinascite, orrori e ideali, disperazione e senso di una nuova missione.
La storia dello stesso Moshe, per cominciare. Luzzatto ha trovato nella ricca documentazione che la figlia di Moshe ha consegnato alle cure preziose e meticolose dello Yad Vashem, il museo che a Gerusalemme custodisce le memorie dello sterminio, fotografie e testimonianze di un’antica famiglia ebrea della Galizia orientale, con quei vestiti, quegli sguardi che raccontano un mondo lontano e svanito. Una vicenda umana ed esistenziale, un’archeologia del sionismo, che ricalca in modo impressionante quella scolpita nella memoria di chi ha letto Storia di amore e di tenebra , il capolavoro di Amos Oz. La vicenda di una tradizione che i giovani nati agli albori del Novecento sentivano come una prigione angusta e che, infiammati dal mito palingenetico sionista coniato da Theodor Herzl, volevano lasciarsi alle spalle in una terra da redimere con il lavoro, la fatica, la comunità. Era la mitologia, prima ancora dell’ideologia, del kibbutz , che ha plasmato il sionismo e ha spinto tanti giovani imbevuti di patriottismo ebraico, stanchi di persecuzioni e rassegnazioni, ad avventurarsi nel mondo nuovo, che poi era il mondo antico da rievocare attraverso lo spirito di missione.
Un mondo duro e aspro. Nella comunità dei sabra , degli ebrei nati nelle terre che poi costituiranno il nerbo dello Stato di Israele, si coltivava una certa diffidenza verso il mondo della diaspora che non aveva saputo opporsi alla discriminazione e alla persecuzione, ai pogrom e ai mille soprusi che gli ebrei, specialmente dell’Est europeo, subivano e che avevano scatenato l’impulso sionista di Herzl. E si arrivò, proprio nel mezzo della tempesta dell’Olocausto, a diffidare se non addirittura a disprezzare gli ebrei che non avevano combattuto e che si erano fatti portare al macello come docili pecore. Luzzatto sottolinea come spesso in quella terribile temperie della storia venisse usata, con una durezza che lascia senza fiato, l’espressione «materiale umano», generalmente ritenuto scadente, degli ebrei europei che dopo l’apocalisse si sarebbero recati in terra di Israele.
Chi ha letto gli scritti di Aharon Appelfeld, scomparso il 3 gennaio scorso, ha già avuto modo di conoscere il senso di angoscia e persino di vergogna che ha agitato i superstiti dell’Olocausto nella retorica bellica della nuova Israele, che stava plasmando il nuovo ebreo reso più forte dal lavoro e dal fucile. La scuola degli «orfani della Shoah» di Moshe è stata anche una scuola per educare quei bambini, schiacciati dal peso insopportabile della storia, al senso di una nuova vita, completamente differente da quella, costellata di macerie e di lutti, lasciata nella catastrofe europea. Grazie a quei bambini e al «materiale umano» sopravvissuto alla Shoah, Israele potè rinvigorire la sua presenza nelle terre della storia ebraica. E quando scoppiò il conflitto con gli Stati arabi che avevano spinto i palestinesi a rifiutare il doppio insediamento statale in quelle terre, quei ragazzi, quei sopravvissuti diedero un contributo anche militare decisivo. E poiché in quella guerra ci furono atrocità, villaggi rasi al suolo, morti tra i civili, tentazioni di pulizia etnica, anche chi era venuto dall’Europa fu protagonista di eroismi, ma anche di molti orrori, che Luzzatto elenca con freddezza non indulgente.
Nella scuola di Moshe si insegnò agli orfani della Shoah la ricostruzione di un’identità infranta, la salvaguardia di una cultura che non era svanita nelle camere a gas, lo studio dei testi e la lingua di un popolo che aveva attraversato i millenni, la necessità del lavoro duro, la forza della coesione socialista attraverso i kibbutz , ma anche l’etica dell’autodifesa, il vincolo di un «mai più» che spiega tante caratteristiche degli ebrei che nel loro Stato hanno riconosciuto il baluardo per non vedere altri «orfani della Shoah», raccolti e salvati da Moshe Zeiri, una vita spesa per gli ideali del sionismo.
Corriere 16.1.18
Antisemitismo Il Giorno del Memoria occasione per sottolineare la corresponsabilità dei Savoia col fascismo
Una firma che non si cancella Le leggi razziali e il genocidio
di Paolo Conti
«L’ indifferenza è il male maggiore. Non provare più sdegno perché la tragedia della Shoah si allontana nel tempo è un primo segno di debolezza. Di fronte a episodi molto gravi che hanno visto protagonisti alcuni nostri concittadini, il dovere della memoria è ancora più attuale». La sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi, presenta il vasto calendario di iniziative del Comitato di coordinamento per le celebrazioni in ricordo della Shoah, patrocinate da Palazzo Chigi per il Giorno della Memoria, che si celebra ogni anno il 27 gennaio in ricordo dell’apertura dei cancelli di Auschwitz nel 1945.
Boschi insiste più volte sull’espressione «vergogna delle leggi razziali» perché il 2018 rappresenta un tragico anniversario che coinvolge la storia passata delle nostre istituzioni statali: gli ottant’anni dall’entrata in vigore delle leggi razziali (molti intellettuali ebrei vorrebbero adottare ufficialmente il termine «razziste») volute nel 1938 dal regime fascista su imitazione delle feroci persecuzioni naziste allora già cominciate, e sottoscritte per la promulgazione da re Vittorio Emanuele III. Una ferita atroce e indelebile nella storia di questo nostro Paese.
Del penultimo sovrano di casa Savoia, che affidò a Mussolini l’incarico di formare il governo dopo la marcia su Roma nell’ottobre 1922, scegliendo di non proclamare lo stato d’assedio, si è discusso recentemente: poco prima di Natale la sua salma e quella di sua moglie, la regina Elena, sono rientrate in Italia e sono state sepolte nel santuario di Vicoforte, in provincia di Cuneo. Il mondo ebraico ha protestato duramente, sottolineando la coincidenza con l’anniversario. Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane (Ucei), ieri ha annunciato che la parola chiave degli appuntamenti del 2018 «sarà la “corresponsabilità”. Quel che accade era tutto perfettamente legale e corrispondente al formalismo del principio della legalità, ma contrario al diritto naturale». Nel segno di questa «corresponsabilità» delle istituzioni nell’indegno capitolo delle leggi razziali, Vittorio Emanuele III sarà formalmente processato dopodomani, giovedì 18 gennaio, per quella sua firma durante una rappresentazione teatrale nella sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica. «Il Processo», un progetto di Viviana Kasam e Marilena Citelli Francese, per la regia di Angelo Bucarelli, con la voce narrante di Marco Baliani e a cura di Elisa Greco, prevede un vero dibattimento. Re Vittorio Emanuele III sarà interpretato dall’avvocato Umberto Ambrosoli, il procuratore militare Marco De Paolis sarà il pubblico ministero, l’avvocato Giorgio Sacerdoti incarnerà la parte civile, la Corte sarà composta dall’ex ministro Paola Severino, oggi rettore della Luiss, dal componente togato del Consiglio superiore della magistratura Rosario Spina e dal magistrato Giuseppe Ayala. E poi i testimoni: Piera Levi Montalcini, Federico Carli, Annita Garibaldi, Carla Perugi a Della Rocca, Lorenzo Del Boca, Enrico Giovannini, Matias Manco, Giovanni Rucellai, e il direttore de «La Stampa» Maurizio Molinari.
Sarà insomma un processo a quella parte della società civile italiana che prima emarginò i cittadini ebrei e poi favorì la loro deportazione e morte nei campi di sterminio. «Il Processo» comincerà con la prima mondiale della Ballata di Mario Castelnuovo Tedesco, costretto a emigrare negli Usa per le leggi razziali, interpretata dalla violinista Francesca Dego e dalla pianista Francesca Leonardi. «Il Processo» ha avuto il contributo del gruppo Salini-Impregilo, di Acea, della Fondazione Gariwo e del Cidim.
Tra gli altri appuntamenti del Giorno della Memoria, la mostra sulla persecuzione degli ebrei in Italia alla Camera di commercio di Napoli, i due appuntamenti — a Roma e a Milano — sul negazionismo dalla Shoah a Internet, la rappresentazione al conservatorio «Giuseppe Verdi» di Milano dello spettacolo Destinatario sconosciuto per la regia di Rosario Tedesco, la Corsa per la Memoria a Bologna il 28 gennaio. Il calendario completo si trova sul sito ucei.it.
Corriere 16.1.18
Arte e nazismo: disputa su Munch
Una litografia di Edvard Munch e 120 stampe: secondo gli eredi, Curt Glaser, ebreo, dovette venderle dopo le leggi naziste del 1933. La famiglia ne chiede ora la restituzione al Basel Art Museum (dopo un primo tentativo respinto nel 2008). Nuove carte hanno fatto riaprire il caso: e il museo ha annunciato una task force e un possibile incontro con la famiglia.
Repubblica 16.1.18
On Trump si passa oltre la soluzione dei due stati
di Federico Rampini
L’asse fra Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, con in più la sponda dell’Arabia saudita, sta reggendo. Pence andrà quindi a raccogliere gli applausi del governo israeliano e buona parte della sua opinione pubblica, che considera l’annuncio su Gerusalemme la presa d’atto di una realtà. Nelle altre due tappe – in Egitto e in Giordania – il vicepresidente degli Stati Uniti potrà misurare la tenuta delle allenze americane in un’area dove di recente l’avanzata dell’influenza russa è la vera novità.
Il profilo di Pence
Il profilo ultra-religioso di Pence è utile per capire il patto di ferro tra il partito repubblicano e la destra israeliana. Oltre alle considerazioni strategiche e geopolitiche, si è saldata da tempo un’intesa stretta fra i cristiani evangelici e Israele.
Gli evangelici, che sono una constituency fedele del partito repubblicano (entrarono nella “maggioranza silenziosa” ai tempi di Ronald Reagan, ne sono diventati una colonna portante sotto George Bush Junior), nella loro interpretazione letterale della Bibbia trovano riferimenti alla situazione attuale del Medio Oriente, sposano senza riserve gli insediamenti dei coloni israeliani nei territori occupati.
Ma a quale esito puntano la destra americana e quella israeliana? Trump, imbeccato dal genero Jared Kushner a cui lui delega il futuro piano di pace americano, ha accennato al superamento possibile dello scenario dei due Stati. Anche dentro il governo Netanyahu questa ipotesi non è più un tabù.
Paradossalmente, però, trova una sponda in alcuni dirigenti palestinesi. Perché se si abbandona la prospettiva dei due Stati, e la totalità dei territori viene di fatto annessa nello Stato d’Israele, viene al pettine la questione dei diritti politici dei palestinesi. Una volta annessi anche loro, dovrebbero poter votare. E allora Israele può dirigersi verso equilibri politici molto diversi.
L’alternativa è l’apartheid.
Prima o poi le teste pensanti della destra americana e israeliana dovranno pronunciarsi.
Repubblica 16.1.18
L’ira di Abu Mazen cancella Oslo e gli Usa come mediatori
“Gli accordi sono morti li ha uccisi Israele”
Poi il leader dell’Anp va contro Washington per Gerusalemme
di Alberto Stabile
BEIRUT Un Mahmud Abbas (o Abu Mazen, secondo il suo nome de guerre) così furente non s’era mai visto. È come se il presidente dell’Autorità Palestinese avesse scelto la riunione del comitato direttivo dell’Olp per sfogare tutta la rabbia e la frustrazione accumulate in 13 anni al vertice di quello che avrebbe dovuto essere il germoglio del futuro Stato palestinese, e invece si rivela essere soltanto « un’Autorità senza autorità e un’Occupazione senza conseguenze » . Oggi, ha proclamato « è il giorno in cui gli accordi di Oslo sono morti, uccisi da Israele».
In realtà nel mirino del leader palestinese non c’era tanto Netanyahu ( che gli ha subito risposto ironicamente riconoscendogli di aver reso un servizio a Israele rivelando una ben nota «verità») quanto Donald Trump e il riconoscimento da parte del presidente americano di Gerusalemme capitale dello Stato ebraico, senza alcuna accenno alla rispettiva rivendicazione dei palestinesi verso Gerusalemme Est come capitale del futuro Stato nazionale. Una mossa che agli occhi di Abu Mazen toglie agli Stati Uniti qualsiasi credibilità di mediatore. Davanti alla direzione convocata per discutere proprio della scelta americana, Abu Mazen ha fatto il viso dell’arme, pronunciando parole insolitamente durissime con tono spesso catastrofico e ricorrendo, altra novità rispetto al suo lessico abituale, a citazioni coraniche. Come quando ha detto che « il fedele non si fa mordere due volte dallo stesso animale».
Dunque, basta con la favola degli Stati Uniti nella parte dell’“ honest broker”. La mediazione non c’è stata ( « quando mai Trump mi ha offerto di riprendere il negoziato? ») e quello che era stato annunciato come il piano di pace che avrebbe dovuto condurre all’accordo del secolo tra israeliani e palestinesi «s’è rivelato lo schiaffo del secolo, ma noi questo schiaffo lo restituiremo » . E non vale certo ad attenuare il dolore la proposta di stabilire la capitale del futuro stato palestinese ad Abu Dis, una borgata nei pressi di Gerusalemme sotto il controllo dell’Autorità Palestinese, che Abu Mazen ha sdegnosamente respinto. Di conseguenza, i rapporti tra Ramallah e Washington sono congelati. Abu Mazen resta fermo nel suo rifiuto di incontrare il vicepresidente americano, Pence, in visita nei prossimi giorni in Israele. Tuttavia, il presidente palestinese, ha evitato di porre una pietra tombale sul negoziato, né ha dichiarato la fine della collaborazione tra servizi palestinesi e israeliani, frutto degli accordi di Oslo ( settembre 1993). Così come resta legato alla soluzione dei due Stati, come la più idonea per porre fine al conflitto in corso da 70 anni. Ma qui si rivela tutta la fragilità della sua strategia. Abu Mzen ritiene che sia sufficiente cambiare il mediatore per rilanciare il negoziato e non è un caso che Netanyahu si sia subito affrettato a dire che «non c’è nessun altro mediatore, a parte gli Stati Uniti».
Così è prevedibile che il vuoto negoziale, già evidente nel secondo mandato di Obama, continuerà. Con la regione sempre più in subbuglio e, come ha delineato l’analisi della situazione strategica per il 2018 dell’Esercito israeliano, con «i rischi di guerra » fatalmente destinati ad aumentare lungo due possibili scenari: come risposta ad una iniziativa militare israeliana simile a quelle intraprese in questi anni per bloccare l’armamento destinato ad Hezbollah, o la creazione di basi militari iraniane in Siria; o come conseguenza del divampare del “fronte palestinese”.
Corriere 16.1.18
Guerre Andrea Santangelo passa in rassegna (Longanesi) i numerosi episodi bellici che hanno interessato la nostra penisola nel corso dei secoli
L’apocalisse su Montecassino, non una ma tre volte
di Lorenzo Cremonesi
Contro il falso mito degli «italiani brava gente» e a contrastare le dimenticanze nazionali rispetto alla millenaria tradizione bellica della penisola, arriva in libreria un più che godibile lavoro di «rinfresco» delle nostre memorie collettive. «Da un recente sondaggio condotto tra gli italiani in età compresa tra i 15 e 19 anni, risulta che solo poco più del 20 per cento degli interpellati è a conoscenza delle distruzioni subite dal nostro Paese nel corso della Seconda guerra mondiale», osserva Andrea Santangelo nell’incipit del suo libro L’Italia va in guerra (Longanesi) .
Il dato è perlomeno curioso, visto che siamo letteralmente assediati da modi di pensare, di dire, da film, libri, immagini in rete e sui social media, che direttamente o indirettamente si riferiscono all’universo della guerra e alla violenza che lo caratterizza. Strano no? Parliamo continuamente di guerra a proposito e non (vedi per esempio espressioni tipo «guerra tra i sessi», «guerra al terrorismo», «guerra di religione», «guerra commerciale», «guerra all’olio di palma»), ma in verità non la conosciamo, pochi ormai possono dire di averla vissuta sulla propria pelle.
La spiegazione del resto è evidente: dal 1945 (il tempo di almeno due generazioni) il nostro Paese e gran parte dell’Europa occidentale non sono investiti da un conflitto rilevante. Una situazione rara di pace permanente, che ha fatto dimenticare quanto sino a un passato molto recente la guerra fosse invece una realtà quotidiana, pericolosa per larga parte delle popolazioni.
Osserva Santangelo: «Da quando esistono le fonti scritte, cioè più o meno 5.500 anni, sono state calcolate circa 14.700 guerre». E di queste tante hanno devastato l’Italia, che ha così visto impresse nel suo territorio le tracce indelebili di una lunghissima tradizione bellica. Solo per fare un esempio: l’abbazia di Montecassino fu distrutta tra il 577 e il 589 dai Longobardi, tre secoli dopo dai Saraceni e nel 1944 dagli Alleati. Ma è sin dall’Età del ferro, nel 1200 avanti Cristo, che le prime città fortificate marchiano per sempre la geografia italiana. Mille anni dopo, Roma insegna al mondo a fare la guerra. Le sue legioni sono invincibili per secoli. Agli inizi del Rinascimento saranno gli architetti italiani a esportare le tecniche di difesa contro le nuove armi da fuoco.
La storia dei conflitti si dipana di epoca in epoca, sino a diventare un avvertimento: la pace è un’eccezione, occorre saper prevedere le guerre del futuro.
Corriere 16.1.18
Il volume di Roberto Mussapi sull’«esaltazione dello spirito»
Dioniso indecifrabile e impetuoso Il mito più moderno della Grecia
È il dio ibrido che assegna alle donne un ruolo dominante nei suoi riti
Ha ispirato Nietzsche, Dino Campana, Ungaretti, Mario Luzi e Pasolini
di Franco Manzoni
Affascinante, contraddittorio, ibrido, indecifrabile, ubiquo. Una sensuale divinità maschile ma di femminile indole, istintivo, misterico, ludico, irrazionale, con la doppia natura di demone crudele, spietato, selvaggio, e di dominatore salvifico, benevolo, dolcissimo come il miele. È l’eterno adolescente, l’androgino Dioniso, chiamato anche Bacco (l’epiteto Bàkchos significa «colui che lancia l’urlo»), a sovrintendere il rito collettivo del simposio, l’offerta del vino, la perdita della ragione, l’ebbrezza che libera da ogni senso etico, le orge sessuali promiscue.
Le rappresentazioni iniziatiche prevedevano che i suoi fedeli cacciassero a mani nude un animale, sbranandolo e ingoiandolo a brandelli sanguinante e caldo. Un dio che penetra nel corpo umano con il sangue dell’uva e tutto lo pervade, agitandolo attraverso il ritmo della danza, scandito dai tamburi e costellato dai gemiti di piacere senza limiti dei seguaci. Un corteo, soprattutto di donne, il tiaso delle menadi, raggiunge così l’esaltazione sacra collettiva con il rapimento della mente.
Nelle Baccanti di Euripide l’aspetto di un Dioniso vendicativo è trasferito alle sue invasate, mentre egli assume sembianze femminee, seguendo il senso della diversità ermafrodita. Le donne sono fondamentali per la ritualità dionisiaca, lo statuto femminile è dominante: sono loro a guidare il tiaso, a diffonderlo e a gestire le iniziazioni. Dioniso è il vero liberatore delle donne. Grazie a lui sono affrancate dal patriarcato, abbandonano spola e telaio per provare estasi di ogni tipo, avvicinandosi alla natura, correndo per i monti vestite di pelle di animali, nel trasgredire ogni norma e le differenze delle specie, raffigurate nell’atto di allattare cerbiatti, caprioli, lupacchiotti. Al contempo sanno uccidere e sbranare, ripercorrendo il destino mitico del loro signore.
Un dio universale ed egualitario, che annulla differenze sociali e fisiche. Dioniso crea una comunità di simili, liberi da vincoli di famiglia e di patria, in cui tutte le razze possono riconoscersi. È inoltre la divinità dello smembramento, del sentirsi lacerato in mille pezzi. La vitalità di colpo si interrompe con la sua morte. Fatto a pezzi, viene comunque ricomposto e ridestato. La tomba di Dioniso si trovava nel santuario di Apollo a Delfi, ove veniva adorato ogni anno come il fanciullo risvegliato ad altra vita: il dio della trasformazione, della finale rinascita e ascesa all’Olimpo per sedere alla destra del padre Zeus. Un tema che richiama l’egizio Osiride e sembra preludere alla figura di Cristo.
Dioniso è l’emblema della divinità in perenne movimento per reclutare nuovi adepti. Nel mito torna in Grecia dopo lunghi periodi passati in Oriente, e giunge a Tebe, sua città d’origine, per punire chi non credeva alla sua natura divina. Pur essendo considerato il dio del desiderio, è indicativo che le baccanti, officianti il suo culto, a volte rifiutino ogni rapporto sessuale, come testimoniano le arti figurative. Altre volte le menadi provano pulsioni sessuali incontenibili, come irrefrenabile è il loro dio, manifestazione di vitalità sessuale e generativa, che si evidenzia nell’esaltazione del fallo, elemento cerimoniale onnipresente.
Tra gli epiteti di Dioniso incontriamo Omestès , «colui che si ciba di carne cruda»; Orthòs , «dritto», che allude alla sua prorompente continua capacità di erezione, Dimètor , «colui che ha due madri», che rimanda alla sua nascita duplice, poiché nel momento stesso in cui Semele muore folgorata dall’epifania di Zeus, la suprema divinità estrae dal grembo della donna il feto di sei mesi e se lo cuce nella coscia, un’incubatrice, finché il piccolo non è pronto a nascere. Uno e molteplice, Dioniso incarna pure il simbolo di sofferenza, persecuzione, stato allucinatorio, follia e la genesi del teatro.
Ma perché Dioniso ritorna nella cultura moderna? Tutto sta nel suo potere destabilizzante, la capacità di oltrepassare qualsiasi confine, di suggerire nuove forme di relazione e offrire libertà assoluta. Ricordando Dante e il celebre sonetto Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io dedicato all’amico Cavalcanti, oppure Leopardi ne Il sabato del villaggio o seguendo Nietzsche e la sua rivisitazione mistica e sensuale del mito e della nascita della tragedia, occorre sottolineare i numerosi poeti del Novecento che convivono con Dioniso: Dino Campana e i suoi Canti orfici , Mario Luzi in A l fuoco della controversia , Gabriella Cinti, performer che modula in greco antico il coro delle Baccanti , autrice di Madre del respiro e di un saggio dal titolo I l dio del labirinto sulla presenza dionisiaca a Creta e l’inedita commistione con Shiva, la divinità principale dell’induismo. E ancora il primo Ungaretti de L’allegria , Vittorio Sereni in Diario d’Algeria e ne Gli strumenti umani , Pasolini con il suo romanzo e film Teorema , dove Dioniso incarna la figura de L’Ospite, che si congiunge carnalmente con tutti i membri di una famiglia borghese fino a farla implodere con la sua scomparsa. La sola che si salverà sarà Emilia, la domestica, donna dei campi che, cibandosi solo di ortiche, si farà alla fine seppellire viva per poter ritornare alla Madre Terra da cui è venuta.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
lunedì 15 gennaio 2018
Repubblica 15.1.18
Arte e astronomia
Michelangelo precursore di Copernico
di Antonio Rocca
Alcuni studi attestano che nel dipingere il Cristo del “Giudizio universale” Buonarroti abbia offerto una figurazione dell’eliocentrismo. E ciò anche per iniziativa del papa Clemente VII
Trovatosi a constatare la stringente analogia tra la rivoluzione copernicana e la rivoluzione iconografica con la quale Michelangelo impone un Cristo-Apollo nel cuore del Giudizio sistino, Charles de Tolnay scrive che il Buonarroti «giunge a una visione dell’universo curiosamente anticipante quella del suo contemporaneo Copernico. L’idea della composizione di Michelangelo precede di sette anni la pubblicazione dell’astronomo di Thorn (uscita a stampa nel 1543)».
Mancano documenti ad attestare un rapporto diretto tra l’astronomo e l’artista, pertanto Tolnay è costretto a utilizzare il termine “curiosamente”, ma il legame è evidente e con l’intento di colmare tale lacuna si è mossa Valerie Shrimplin. La studiosa britannica ha ricostruito il quadro che tiene assieme i due, sottolineando l’importanza di un episodio del 1533. In giugno Clemente VII invita Albert Waldstadt affinché, nei giardini del Vaticano e di fronte a un ristretto cenacolo di cardinali, gli illustri il modello copernicano.
Quella visione eliocentrica, disposta nel solco del neoplatonismo fiorentino, appassionò il Medici che donò al Waldstadt un prezioso manoscritto. Secondo la Shrimplin il papa maturò allora la decisione di realizzare il Giudizio.
La commissione al Buonarroti si concretizzò già alla fine dell’estate del 1533 e la morte del pontefice non bloccò il progetto, che fu immediatamente ripreso da Paolo III Farnese.
La memoria dei processi a Giordano Bruno e Galileo Galilei sembra gettare un’ombra sulla possibilità che due papi potessero concepire la realizzazione di un colossale manifesto eliocentrico nel cuore della cristianità, tuttavia dobbiamo ricordare che siamo negli anni trenta del ‘500 e che la difesa del sistema tolemaico s’impone solo nel secolo successivo. Il De revolutionibus orbium coelestium fu messo all’Indice nel 1616. Avversione peraltro incerta come dimostrano le simpatie per Galilei del cardinal Barberini, divenuto in seguito Urbano VIII, e l’affresco di Andrea Sacchi in palazzo Barberini, che all’eliocentrismo allude.
Ipotesi antica, quella eliocentrica, che aveva conosciuto una fase di svolta con la pubblicazione del De Sole di Marsilio Ficino.
Riprendiamola da questo momento, osservandola dalla prospettiva dei protagonisti della nostra storia, allora solo tre ragazzi. È il 1493, Copernico ha vent’anni e studia astronomia a Cracovia, il De Sole è libro di testo; Michelangelo gode della protezione di Piero de’ Medici, cui il De Sole è dedicato; Alessandro Farnese, già studente di Ficino, si appresta a diventare cardinale.
Il trattato esprime pochi concetti con grande chiarezza: il sole, immagine di Dio, occupa una posizione centrale nell’universo e rappresenta la giustizia divina.
«La giustizia, regina di tutte le cose», scrive Ficino, «si diffonde attraverso il tutto a partire dal trono del Sole, e tutto dirige, quasi sia il Sole a guidare tutte le cose».
Copernico prese allora a cercare una via per allineare matematica, astronomia e platonismo. Nel corso del suo pluridecennale lavoro non ottenne risultati decisivi perché i suoi calcoli furono inficiati da assiomi interni al platonismo. Così, a dispetto di ogni dato empirico, il polacco non intese mai rinunciare alla perfetta circolarità delle orbite planetarie.
Concetti pitagorici che Copernico insegnava nelle sue lezioni romane del 1500, cui pare partecipassero anche Michelangelo e Alessandro Farnese. Col senno di poi, sapendo che Paolo III sarà il committente finale del Giudizio e che a lui è dedicato il De revolutionibus, si è portati a ritenere che sin da allora, sin dal principio del secolo, tra i tre si fossero instaurati dei rapporti diretti. Troppo stretti i giri, nella Roma agostiniana e neoplatonica, per immaginare che simili personaggi s’ignorassero, tuttavia ciò che qui interessa è osservare come l’artista, lo scienziato e l’uomo di chiesa, abbiano saputo inverare concetti astratti appresi in gioventù.
Diventati anziani uomini di successo, il Farnese, Michelangelo e Copernico declinarono i principi ficiniani, attribuendogli sostanza e creando un panorama culturale coerente. Intanto, però, tutto era cambiato. Il Giudizio e il De revolutionibus sono inattuali, nascono già vecchi o pregni di un futuro che li rende incomprensibili. Nel presentare il suo lavoro, Ficino aveva scritto che il libro andava letto in modo allegorico e anagogico, non dogmatico. La traduzione in immagine di quel testo vedeva la luce nel momento in cui la chiesa di Roma puntava a bandire modelli di lettura figurale, a vantaggio di una precisa rappresentazione dei dogmi formulati a Trento.
Il conflitto era inevitabile, sia sul piano formale che su quello del merito. Michelangelo aveva posto tra i beati una donna che esibisce un copricapo ebreo, due indios e una coppia d’infedeli, afferrati da un angelo per mezzo di un rosario a cento grani, tipico dei musulmani. Decisamente troppo per Paolo IV, il pontefice del ghetto, dell’indice dei libri proibiti e dell’Inquisizione.
Fortunatamente l’affresco restò intatto, seppure dovette subire qualche limitato intervento censorio. Integro ma incompreso, reso opaco e preso a tenaglia da pedanti cattolici e dalle favole protestanti di una Roma pagana, nella quale gli idoli greci avevano preso il posto di Dio. Del resto cosa poteva apprezzare un uomo come Lutero, vagamente iconoclasta e avversario di Copernico?
Ma ciò che ha fatto più danno è stata la Modernità o, meglio, la ricostruzione apologetica delle origini della Rivoluzione scientifica. Progresso scientifico e anticlericalismo col tempo presero a divenire quasi sinonimi.
Si ricostruì la narrazione di una faticosa e costante riemersione alla luce ottenuta per mezzo della lotta contro l’oscurantismo cattolico, fatto di libri proibiti, processi, abiure, torture e condanne. Episodi reali, ma infilati su di un percorso unilineare nel quale sono trascurati l’eliocentrismo del vescovo Cusano, del sacerdote Ficino e l’ortodossia del canonico agostiniano Copernico. Tutti loro, come il domenicano Bruno, osservavano la volta celeste perché, come recita il Salmo 18, «i cieli narrano la gloria del Signore». Oltre la Modernità, dopo aver preso congedo dai miti solari di ogni Illuminismo, è più facile riconoscere che il Giudizio non è un’incongrua esaltazione della bellezza pagana e che Copernico non era un precursore del libero pensiero. Leggiamo nel De revolutionibus: «La macchina dell’universo è stata creata per noi dal migliore e più perfetto artefice (…) E in mezzo a tutto sta il Sole.
Chi infatti, in tale splendido tempio, disporrebbe questa lampada in un altro posto o in un posto migliore, da cui poter illuminare contemporaneamente ogni cosa? Non a sproposito quindi taluni lo chiamano lucerna del mondo, altri mente, altri regolatore. Trismegisto lo definisce il dio visibile, l’Elettra di Sofocle colui che vede tutte le cose. Così il Sole, sedendo in verità come su un trono regale, governa la famiglia degli astri che gli fa da corona». La Cappella Sistina, che ha le stesse dimensioni del tempio di Gerusalemme, è quel tempio.
Arte e astronomia
Michelangelo precursore di Copernico
di Antonio Rocca
Alcuni studi attestano che nel dipingere il Cristo del “Giudizio universale” Buonarroti abbia offerto una figurazione dell’eliocentrismo. E ciò anche per iniziativa del papa Clemente VII
Trovatosi a constatare la stringente analogia tra la rivoluzione copernicana e la rivoluzione iconografica con la quale Michelangelo impone un Cristo-Apollo nel cuore del Giudizio sistino, Charles de Tolnay scrive che il Buonarroti «giunge a una visione dell’universo curiosamente anticipante quella del suo contemporaneo Copernico. L’idea della composizione di Michelangelo precede di sette anni la pubblicazione dell’astronomo di Thorn (uscita a stampa nel 1543)».
Mancano documenti ad attestare un rapporto diretto tra l’astronomo e l’artista, pertanto Tolnay è costretto a utilizzare il termine “curiosamente”, ma il legame è evidente e con l’intento di colmare tale lacuna si è mossa Valerie Shrimplin. La studiosa britannica ha ricostruito il quadro che tiene assieme i due, sottolineando l’importanza di un episodio del 1533. In giugno Clemente VII invita Albert Waldstadt affinché, nei giardini del Vaticano e di fronte a un ristretto cenacolo di cardinali, gli illustri il modello copernicano.
Quella visione eliocentrica, disposta nel solco del neoplatonismo fiorentino, appassionò il Medici che donò al Waldstadt un prezioso manoscritto. Secondo la Shrimplin il papa maturò allora la decisione di realizzare il Giudizio.
La commissione al Buonarroti si concretizzò già alla fine dell’estate del 1533 e la morte del pontefice non bloccò il progetto, che fu immediatamente ripreso da Paolo III Farnese.
La memoria dei processi a Giordano Bruno e Galileo Galilei sembra gettare un’ombra sulla possibilità che due papi potessero concepire la realizzazione di un colossale manifesto eliocentrico nel cuore della cristianità, tuttavia dobbiamo ricordare che siamo negli anni trenta del ‘500 e che la difesa del sistema tolemaico s’impone solo nel secolo successivo. Il De revolutionibus orbium coelestium fu messo all’Indice nel 1616. Avversione peraltro incerta come dimostrano le simpatie per Galilei del cardinal Barberini, divenuto in seguito Urbano VIII, e l’affresco di Andrea Sacchi in palazzo Barberini, che all’eliocentrismo allude.
Ipotesi antica, quella eliocentrica, che aveva conosciuto una fase di svolta con la pubblicazione del De Sole di Marsilio Ficino.
Riprendiamola da questo momento, osservandola dalla prospettiva dei protagonisti della nostra storia, allora solo tre ragazzi. È il 1493, Copernico ha vent’anni e studia astronomia a Cracovia, il De Sole è libro di testo; Michelangelo gode della protezione di Piero de’ Medici, cui il De Sole è dedicato; Alessandro Farnese, già studente di Ficino, si appresta a diventare cardinale.
Il trattato esprime pochi concetti con grande chiarezza: il sole, immagine di Dio, occupa una posizione centrale nell’universo e rappresenta la giustizia divina.
«La giustizia, regina di tutte le cose», scrive Ficino, «si diffonde attraverso il tutto a partire dal trono del Sole, e tutto dirige, quasi sia il Sole a guidare tutte le cose».
Copernico prese allora a cercare una via per allineare matematica, astronomia e platonismo. Nel corso del suo pluridecennale lavoro non ottenne risultati decisivi perché i suoi calcoli furono inficiati da assiomi interni al platonismo. Così, a dispetto di ogni dato empirico, il polacco non intese mai rinunciare alla perfetta circolarità delle orbite planetarie.
Concetti pitagorici che Copernico insegnava nelle sue lezioni romane del 1500, cui pare partecipassero anche Michelangelo e Alessandro Farnese. Col senno di poi, sapendo che Paolo III sarà il committente finale del Giudizio e che a lui è dedicato il De revolutionibus, si è portati a ritenere che sin da allora, sin dal principio del secolo, tra i tre si fossero instaurati dei rapporti diretti. Troppo stretti i giri, nella Roma agostiniana e neoplatonica, per immaginare che simili personaggi s’ignorassero, tuttavia ciò che qui interessa è osservare come l’artista, lo scienziato e l’uomo di chiesa, abbiano saputo inverare concetti astratti appresi in gioventù.
Diventati anziani uomini di successo, il Farnese, Michelangelo e Copernico declinarono i principi ficiniani, attribuendogli sostanza e creando un panorama culturale coerente. Intanto, però, tutto era cambiato. Il Giudizio e il De revolutionibus sono inattuali, nascono già vecchi o pregni di un futuro che li rende incomprensibili. Nel presentare il suo lavoro, Ficino aveva scritto che il libro andava letto in modo allegorico e anagogico, non dogmatico. La traduzione in immagine di quel testo vedeva la luce nel momento in cui la chiesa di Roma puntava a bandire modelli di lettura figurale, a vantaggio di una precisa rappresentazione dei dogmi formulati a Trento.
Il conflitto era inevitabile, sia sul piano formale che su quello del merito. Michelangelo aveva posto tra i beati una donna che esibisce un copricapo ebreo, due indios e una coppia d’infedeli, afferrati da un angelo per mezzo di un rosario a cento grani, tipico dei musulmani. Decisamente troppo per Paolo IV, il pontefice del ghetto, dell’indice dei libri proibiti e dell’Inquisizione.
Fortunatamente l’affresco restò intatto, seppure dovette subire qualche limitato intervento censorio. Integro ma incompreso, reso opaco e preso a tenaglia da pedanti cattolici e dalle favole protestanti di una Roma pagana, nella quale gli idoli greci avevano preso il posto di Dio. Del resto cosa poteva apprezzare un uomo come Lutero, vagamente iconoclasta e avversario di Copernico?
Ma ciò che ha fatto più danno è stata la Modernità o, meglio, la ricostruzione apologetica delle origini della Rivoluzione scientifica. Progresso scientifico e anticlericalismo col tempo presero a divenire quasi sinonimi.
Si ricostruì la narrazione di una faticosa e costante riemersione alla luce ottenuta per mezzo della lotta contro l’oscurantismo cattolico, fatto di libri proibiti, processi, abiure, torture e condanne. Episodi reali, ma infilati su di un percorso unilineare nel quale sono trascurati l’eliocentrismo del vescovo Cusano, del sacerdote Ficino e l’ortodossia del canonico agostiniano Copernico. Tutti loro, come il domenicano Bruno, osservavano la volta celeste perché, come recita il Salmo 18, «i cieli narrano la gloria del Signore». Oltre la Modernità, dopo aver preso congedo dai miti solari di ogni Illuminismo, è più facile riconoscere che il Giudizio non è un’incongrua esaltazione della bellezza pagana e che Copernico non era un precursore del libero pensiero. Leggiamo nel De revolutionibus: «La macchina dell’universo è stata creata per noi dal migliore e più perfetto artefice (…) E in mezzo a tutto sta il Sole.
Chi infatti, in tale splendido tempio, disporrebbe questa lampada in un altro posto o in un posto migliore, da cui poter illuminare contemporaneamente ogni cosa? Non a sproposito quindi taluni lo chiamano lucerna del mondo, altri mente, altri regolatore. Trismegisto lo definisce il dio visibile, l’Elettra di Sofocle colui che vede tutte le cose. Così il Sole, sedendo in verità come su un trono regale, governa la famiglia degli astri che gli fa da corona». La Cappella Sistina, che ha le stesse dimensioni del tempio di Gerusalemme, è quel tempio.
Corriere 15.1.18
Storia e memoria Il libro autobiografico del 2001 viene riproposto da il Saggiatore con una postfazione che qui anticipiamo
Il destino di sperare nella speranza
Le «Patrie smarrite» di Corrado Stajano inseguono il carattere di una nazione
di Paolo Di Stefano
Nel lungo percorso letterario di Corrado Stajano, Patrie smarrite , uscito nel 2001, è il libro della svolta che segna un prima e un dopo. Prima ci sono da una parte le grandi inchieste civili del giornalista, dal Sovversivo (1975) a Un eroe borghese (1991), passando per Africo (1979); dall’altra i memoriali tra reportage e saggio che culminano nel Disordine (1993) e in Promemoria (1997), in cui si trovano anticipate formule narrative a venire (il diario, il racconto d’atmosfera…). Valorizzando questa prima fase della produzione di Stajano, Cesare Segre ha scritto che «se il giornalista è l’abile raccoglitore e organizzatore delle notizie, lo scrittore è quello che dà efficacia a un tipo di documento civile di cui gli scrittori “laureati” non sono quasi mai capaci».
Patrie smarrite si presenta, in copertina, come il «Racconto di un italiano», dove l’italiano è l’autore, sdoppiato tra Nord e Sud, tra la Noto del padre e la Cremona della madre. Il libro stesso è diviso quasi equamente tra una prima sezione dedicata alla Sicilia, rivissuta soprattutto nel momento dello sbarco alleato del luglio 1943, e una seconda sezione focalizzata sul «feudo nero» dominato da Farinacci e dalle sue lugubri squadre d’azione.
A partire da questo libro autobiografico, in cui per la prima volta Stajano (molto parco nell’uso della prima persona) mette in scena se stesso come io narrante, il «racconto di un italiano» si amplia e si completa in due tappe successive, La stanza dei fantasmi (2013) ed Eredità (2017), ma per altri versi anche nella Città degli untori (2009).
Per struttura mentale, Corrado Stajano è ben attento a tenersi lontano da ogni tentazione intimistica o autoreferenziale, e se narra la propria esperienza di vita lo fa solo in virtù della sua possibilità di diventare esemplare, parte della più vasta autobiografia della nazione, una approssimazione al carattere profondo degli italiani osservato nei suoi momenti cruciali (qui il fascismo, la Seconda guerra mondiale, lo sbarco anglo-americano; altrove anche il secolo della peste, gli albori dell’Italia unitaria, la Grande guerra, il terrorismo, le stragi di mafia, la corruzione di Manipulite e oltre). È l’approssimazione al carattere degli italiani — nell’ampio repertorio tra eroismo pietà tradimento servitù viltà — ciò che davvero interessa a Stajano, è questo eterno interrogativo antropologico ed etico il motore di ispirazione e di coerenza che anima tutta la sua opera, sia che si svolga in forma di inchiesta politica sia che si svolga in forma di autonarrazione.
Narrazione: a proposito di Patrie smarrite , Vincenzo Consolo accennava a quel tipo di «narrazione» particolare intesa da Walter Benjamin come il racconto proveniente dall’esperienza del narratore, esperienza che porta in sé un consiglio, una morale. Scrive Benjamin: «Il narratore prende ciò che narra dall’esperienza — dalla propria o da quella che gli è stata riferita —; e lo trasforma in esperienza di quelli che ascoltano la sua storia». E aggiunge: «Il consiglio, incorporato nella vita vissuta, è saggezza ». La narrazione di Stajano non solo è intenzionalmente sollecitata da una energia testimoniale e morale, ma in quanto esperienza diretta è inscindibile da quella morale. «Così il racconto — precisa Benjamin — reca il segno del narratore come una tazza quella del vasaio».
Fuori da quest’idea di racconto etico-civile, non è semplice definire il genere cui appartengono i libri della svolta di Stajano, ma si può affermare che essi fanno grande tesoro della prima fase giornalistico-investigativa sostenendosi sempre su un processo preliminare di ricerca delle fonti, di constatazione diretta e di accertamento dei fatti per cui è fondamentale l’esperienza fisica dei luoghi, rivisitati, indagati, riemersi, in quanto i luoghi contengono la storia e/o i suoi fantasmi.
Fermo restando che Stajano non è uno scrittore d’invenzione, anche considerando la vasta produzione contemporanea che chiamiamo «non fiction novel», Patrie smarrite è una creazione letteraria del tutto atipica, che dentro il contenitore unificante del diario fittizio (esteso dal 30 agosto 1998 al 5 febbraio 1999) integra e armonizza materiali diversissimi: la memoria individuale del testimone, i documenti storici privati e pubblici, i referti inediti d’archivio, i notiziari radiofonici, i dossier parlamentari, le cronache manoscritte individuali e gli atti testamentari, i dispacci e i bollettini di guerra, le carte militari, i ritagli d’epoca, i resoconti di incontri personali, le citazioni letterarie da Tucidide a Pirandello, l’osservazione di immagini fotografiche, pittoriche eccetera.
Di conseguenza, il tessuto mobile della scrittura, sempre tenuto su un severo dettato classico, offre soluzioni molteplici anche sul piano stilistico, che nel generale andamento narrativo prendono via via sottili coloriture riflessive filosofico-morali, descrittive, liriche, memoriali, saggistiche. E si tratta però di passaggi quasi inavvertibili in un amalgama molto coinvolgente sia pure all’interno di un libro doloroso.
«Pietroburgo! Ho ancora gli indirizzi,/ Rintraccerò così le voci dei cadaveri». Sono versi di Osip Mandel’štam, che Stajano evoca nel bel passaggio in cui ricorda le camminate dell’amico Danilo Montaldi lungo il Po, l’amato «fiume-storia» (come la Neva del poeta russo), «luogo di libertà, di divertimento, di trasgressione, di insanità, di giochi mortali, con le armi e con le bombe a mano abbandonate dai tedeschi in fuga nell’aprile del ’45». I versi di Mandel’štam, che appartengono a una poesia, Leningrado , scritta nel dicembre 1930, potrebbero essere l’epigrafe d’ingresso in Patrie smarrite , dove Stajano va a visitare i propri «indirizzi», quelli dei suoi luoghi d’origine, Noto e Cremona, i paesaggi dell’anima, le «patrie smarrite» in cui reperire le voci dei morti e dei vivi, per cercare di cogliere, nel dialogo, un senso, forse il senso di un’appartenenza. Che purtroppo non si compie, se è vero che la prima parte del libro si conclude con il testo del poeta arabo di Sicilia Ibn Hamdis finito esule sognando un ritorno impossibile e la seconda (e dunque il libro) si chiude con una ammissione di estraneità alla città (e alla casa) della madre, che è anche la città in cui l’autore è nato: «Mi sembra di non avere sentimenti. So soltanto che non appartengo neppure a questa comunità».
Del resto, già Promemoria portava «Uno straniero in patria» quale inequivocabile sottotitolo. Una sorta di segnalazione che finisce per gettare una luce non solo sui libri che verranno ma persino a ritroso: una luce che illumina dello stesso senso di estraneità anche le figure dell’anarchico Franco Serantini e dell’avvocato Giorgio Ambrosoli come di tanti altri personaggi sfiorati ad Africo o nel «disordine» italiano anni Novanta. Estraneità, rimozione, memoria. La «narrazione-paese» di Stajano si può intendere come un macro promemoria, l’impegno di recuperare alla coscienza collettiva le tragedie, le ferite, le responsabilità, i risvolti inquietanti, soprattutto le vicende di quegli «stranieri» che hanno smarrito la patria o che sono stati cancellati o emarginati dalla sua storia.
Ma «nessuna madeleine proustiana», ha scritto Claudio Magris a proposito de La stanza dei fantasmi , anima la scrittura di Stajano, perché anche quando si parla di guerre lontane, tutto viene reso presente, «stagliato sullo sfondo dell’eterno» anche in virtù di uno stile controllato fino alla severità tacitiana. Al di là dei tempi grammaticali impiegati, la «narrazione» di Stajano si sviluppa in un presente compresso e spaesante, attraversato dal grande fiume del passato prossimo e del passato remoto, tempi che trascinano fino a noi cittadini di oggi le macerie entro cui si celano possibili tracce di senso. E non è un caso se lo smarrimento più angosciante è laddove il passato sembra non aver lasciato che esili appigli, segni sbiaditi di sé, come paradossalmente può accadere in una terra stratificata di storia e di storie qual è la Sicilia: «La suggestione è profonda, — scrive Stajano quando si trova a Noto Marina sulle piste della «battaglia mancata» dopo l’approdo delle truppe del generale Montgomery —. La storia non ha lasciato traccia. Una scritta mussoliniana su un casello ferroviario diroccato. Per il resto le ombre della memoria di uomini giovani lungo i muretti a secco che ora quasi nessuno sa più costruire».
La domanda chiave del libro arriva nel mezzo dello sterposo paesaggio ibleo, con il fiume Anapo sullo sfondo, quando agli occhi del narratore appare, per forza di litote e con vertiginoso contrasto, l’altra metà di sé: «La Bassa padana è infinitamente distante, la terra qui non sa di fieno e di latte, le zolle non sono morbide, color cioccolato, l’acqua non gorgoglia. In questi giorni lassù deve essere cominciato il raccolto del granoturco che ora ha perduto anche il nome, si chiama soltanto mais». Ci sarebbe da segnalare, tra parentesi, come i due paesaggi interiori si presentino specularmente anche nella loro evidenza esteriore, palesandone plasticamente l’irriducibile divergenza biologica ancora prima che antropologica (del resto, Stajano è, oltre che un ottimo ritrattista, un grande scrittore di vedute naturali). E la domanda? Eccola poco più sotto, carica di amarezza e di autoironia: «Devo scomodare anche la psicoanalisi, cercare di scavare in quel profondo che sento contraddittorio? Per tentare di fare affiorare dalle grotte la memoria del rifiuto e della dimenticanza? In che cosa quel tempo infinitamente lontano seguita a pesare sulla vita degli uomini di oggi?».
La «narrazione» di Stajano è sempre in tensione tra questi motivi dolorosi: oblio colpevole, rifiuto, vergogna, eredità tormentosa, urto tra presente e passato, incomprensione tra Nord e Sud, inconciliabilità storica e geografica (dove storia e geografia interagiscono, si confondono fino a collidere). «La città sonnolenta rifiuta il fastidio della memoria» è, più in generale, un mondo in cui, montalianamente, «il calcolo dei dadi più non torna».
Quel che può tornare, semmai, per quanto fragile e baluginante, è la «speranza nella speranza»: per Stajano una forma di resistenza consegnata alla scrittura come un prezioso messaggio in bottiglia regalato alle generazioni che verranno.
Storia e memoria Il libro autobiografico del 2001 viene riproposto da il Saggiatore con una postfazione che qui anticipiamo
Il destino di sperare nella speranza
Le «Patrie smarrite» di Corrado Stajano inseguono il carattere di una nazione
di Paolo Di Stefano
Nel lungo percorso letterario di Corrado Stajano, Patrie smarrite , uscito nel 2001, è il libro della svolta che segna un prima e un dopo. Prima ci sono da una parte le grandi inchieste civili del giornalista, dal Sovversivo (1975) a Un eroe borghese (1991), passando per Africo (1979); dall’altra i memoriali tra reportage e saggio che culminano nel Disordine (1993) e in Promemoria (1997), in cui si trovano anticipate formule narrative a venire (il diario, il racconto d’atmosfera…). Valorizzando questa prima fase della produzione di Stajano, Cesare Segre ha scritto che «se il giornalista è l’abile raccoglitore e organizzatore delle notizie, lo scrittore è quello che dà efficacia a un tipo di documento civile di cui gli scrittori “laureati” non sono quasi mai capaci».
Patrie smarrite si presenta, in copertina, come il «Racconto di un italiano», dove l’italiano è l’autore, sdoppiato tra Nord e Sud, tra la Noto del padre e la Cremona della madre. Il libro stesso è diviso quasi equamente tra una prima sezione dedicata alla Sicilia, rivissuta soprattutto nel momento dello sbarco alleato del luglio 1943, e una seconda sezione focalizzata sul «feudo nero» dominato da Farinacci e dalle sue lugubri squadre d’azione.
A partire da questo libro autobiografico, in cui per la prima volta Stajano (molto parco nell’uso della prima persona) mette in scena se stesso come io narrante, il «racconto di un italiano» si amplia e si completa in due tappe successive, La stanza dei fantasmi (2013) ed Eredità (2017), ma per altri versi anche nella Città degli untori (2009).
Per struttura mentale, Corrado Stajano è ben attento a tenersi lontano da ogni tentazione intimistica o autoreferenziale, e se narra la propria esperienza di vita lo fa solo in virtù della sua possibilità di diventare esemplare, parte della più vasta autobiografia della nazione, una approssimazione al carattere profondo degli italiani osservato nei suoi momenti cruciali (qui il fascismo, la Seconda guerra mondiale, lo sbarco anglo-americano; altrove anche il secolo della peste, gli albori dell’Italia unitaria, la Grande guerra, il terrorismo, le stragi di mafia, la corruzione di Manipulite e oltre). È l’approssimazione al carattere degli italiani — nell’ampio repertorio tra eroismo pietà tradimento servitù viltà — ciò che davvero interessa a Stajano, è questo eterno interrogativo antropologico ed etico il motore di ispirazione e di coerenza che anima tutta la sua opera, sia che si svolga in forma di inchiesta politica sia che si svolga in forma di autonarrazione.
Narrazione: a proposito di Patrie smarrite , Vincenzo Consolo accennava a quel tipo di «narrazione» particolare intesa da Walter Benjamin come il racconto proveniente dall’esperienza del narratore, esperienza che porta in sé un consiglio, una morale. Scrive Benjamin: «Il narratore prende ciò che narra dall’esperienza — dalla propria o da quella che gli è stata riferita —; e lo trasforma in esperienza di quelli che ascoltano la sua storia». E aggiunge: «Il consiglio, incorporato nella vita vissuta, è saggezza ». La narrazione di Stajano non solo è intenzionalmente sollecitata da una energia testimoniale e morale, ma in quanto esperienza diretta è inscindibile da quella morale. «Così il racconto — precisa Benjamin — reca il segno del narratore come una tazza quella del vasaio».
Fuori da quest’idea di racconto etico-civile, non è semplice definire il genere cui appartengono i libri della svolta di Stajano, ma si può affermare che essi fanno grande tesoro della prima fase giornalistico-investigativa sostenendosi sempre su un processo preliminare di ricerca delle fonti, di constatazione diretta e di accertamento dei fatti per cui è fondamentale l’esperienza fisica dei luoghi, rivisitati, indagati, riemersi, in quanto i luoghi contengono la storia e/o i suoi fantasmi.
Fermo restando che Stajano non è uno scrittore d’invenzione, anche considerando la vasta produzione contemporanea che chiamiamo «non fiction novel», Patrie smarrite è una creazione letteraria del tutto atipica, che dentro il contenitore unificante del diario fittizio (esteso dal 30 agosto 1998 al 5 febbraio 1999) integra e armonizza materiali diversissimi: la memoria individuale del testimone, i documenti storici privati e pubblici, i referti inediti d’archivio, i notiziari radiofonici, i dossier parlamentari, le cronache manoscritte individuali e gli atti testamentari, i dispacci e i bollettini di guerra, le carte militari, i ritagli d’epoca, i resoconti di incontri personali, le citazioni letterarie da Tucidide a Pirandello, l’osservazione di immagini fotografiche, pittoriche eccetera.
Di conseguenza, il tessuto mobile della scrittura, sempre tenuto su un severo dettato classico, offre soluzioni molteplici anche sul piano stilistico, che nel generale andamento narrativo prendono via via sottili coloriture riflessive filosofico-morali, descrittive, liriche, memoriali, saggistiche. E si tratta però di passaggi quasi inavvertibili in un amalgama molto coinvolgente sia pure all’interno di un libro doloroso.
«Pietroburgo! Ho ancora gli indirizzi,/ Rintraccerò così le voci dei cadaveri». Sono versi di Osip Mandel’štam, che Stajano evoca nel bel passaggio in cui ricorda le camminate dell’amico Danilo Montaldi lungo il Po, l’amato «fiume-storia» (come la Neva del poeta russo), «luogo di libertà, di divertimento, di trasgressione, di insanità, di giochi mortali, con le armi e con le bombe a mano abbandonate dai tedeschi in fuga nell’aprile del ’45». I versi di Mandel’štam, che appartengono a una poesia, Leningrado , scritta nel dicembre 1930, potrebbero essere l’epigrafe d’ingresso in Patrie smarrite , dove Stajano va a visitare i propri «indirizzi», quelli dei suoi luoghi d’origine, Noto e Cremona, i paesaggi dell’anima, le «patrie smarrite» in cui reperire le voci dei morti e dei vivi, per cercare di cogliere, nel dialogo, un senso, forse il senso di un’appartenenza. Che purtroppo non si compie, se è vero che la prima parte del libro si conclude con il testo del poeta arabo di Sicilia Ibn Hamdis finito esule sognando un ritorno impossibile e la seconda (e dunque il libro) si chiude con una ammissione di estraneità alla città (e alla casa) della madre, che è anche la città in cui l’autore è nato: «Mi sembra di non avere sentimenti. So soltanto che non appartengo neppure a questa comunità».
Del resto, già Promemoria portava «Uno straniero in patria» quale inequivocabile sottotitolo. Una sorta di segnalazione che finisce per gettare una luce non solo sui libri che verranno ma persino a ritroso: una luce che illumina dello stesso senso di estraneità anche le figure dell’anarchico Franco Serantini e dell’avvocato Giorgio Ambrosoli come di tanti altri personaggi sfiorati ad Africo o nel «disordine» italiano anni Novanta. Estraneità, rimozione, memoria. La «narrazione-paese» di Stajano si può intendere come un macro promemoria, l’impegno di recuperare alla coscienza collettiva le tragedie, le ferite, le responsabilità, i risvolti inquietanti, soprattutto le vicende di quegli «stranieri» che hanno smarrito la patria o che sono stati cancellati o emarginati dalla sua storia.
Ma «nessuna madeleine proustiana», ha scritto Claudio Magris a proposito de La stanza dei fantasmi , anima la scrittura di Stajano, perché anche quando si parla di guerre lontane, tutto viene reso presente, «stagliato sullo sfondo dell’eterno» anche in virtù di uno stile controllato fino alla severità tacitiana. Al di là dei tempi grammaticali impiegati, la «narrazione» di Stajano si sviluppa in un presente compresso e spaesante, attraversato dal grande fiume del passato prossimo e del passato remoto, tempi che trascinano fino a noi cittadini di oggi le macerie entro cui si celano possibili tracce di senso. E non è un caso se lo smarrimento più angosciante è laddove il passato sembra non aver lasciato che esili appigli, segni sbiaditi di sé, come paradossalmente può accadere in una terra stratificata di storia e di storie qual è la Sicilia: «La suggestione è profonda, — scrive Stajano quando si trova a Noto Marina sulle piste della «battaglia mancata» dopo l’approdo delle truppe del generale Montgomery —. La storia non ha lasciato traccia. Una scritta mussoliniana su un casello ferroviario diroccato. Per il resto le ombre della memoria di uomini giovani lungo i muretti a secco che ora quasi nessuno sa più costruire».
La domanda chiave del libro arriva nel mezzo dello sterposo paesaggio ibleo, con il fiume Anapo sullo sfondo, quando agli occhi del narratore appare, per forza di litote e con vertiginoso contrasto, l’altra metà di sé: «La Bassa padana è infinitamente distante, la terra qui non sa di fieno e di latte, le zolle non sono morbide, color cioccolato, l’acqua non gorgoglia. In questi giorni lassù deve essere cominciato il raccolto del granoturco che ora ha perduto anche il nome, si chiama soltanto mais». Ci sarebbe da segnalare, tra parentesi, come i due paesaggi interiori si presentino specularmente anche nella loro evidenza esteriore, palesandone plasticamente l’irriducibile divergenza biologica ancora prima che antropologica (del resto, Stajano è, oltre che un ottimo ritrattista, un grande scrittore di vedute naturali). E la domanda? Eccola poco più sotto, carica di amarezza e di autoironia: «Devo scomodare anche la psicoanalisi, cercare di scavare in quel profondo che sento contraddittorio? Per tentare di fare affiorare dalle grotte la memoria del rifiuto e della dimenticanza? In che cosa quel tempo infinitamente lontano seguita a pesare sulla vita degli uomini di oggi?».
La «narrazione» di Stajano è sempre in tensione tra questi motivi dolorosi: oblio colpevole, rifiuto, vergogna, eredità tormentosa, urto tra presente e passato, incomprensione tra Nord e Sud, inconciliabilità storica e geografica (dove storia e geografia interagiscono, si confondono fino a collidere). «La città sonnolenta rifiuta il fastidio della memoria» è, più in generale, un mondo in cui, montalianamente, «il calcolo dei dadi più non torna».
Quel che può tornare, semmai, per quanto fragile e baluginante, è la «speranza nella speranza»: per Stajano una forma di resistenza consegnata alla scrittura come un prezioso messaggio in bottiglia regalato alle generazioni che verranno.
Corriere 15.1.1
La Cina colma il vuoto lasciato dagli Stati Uniti
di Ian Bremmer
Lo scorso ottobre, il presidente cinese Xi Jinping ha pronunciato il discorso più importante della storia recente, dal giorno in cui Michail Gorbaciov si presentò alle telecamere per sciogliere ufficialmente l’Unione Sovietica. In occasione del 19° congresso del Partito comunista cinese, Xi Jinping ha detto chiaramente che la Cina è pronta ad assumere il ruolo che le spetta nella leadership mondiale. Le conseguenze di questo passo si misurano su scala globale.
Mentre si appresta a dare inizio al suo secondo mandato quinquennale, Xi Jinping ha consolidato in patria quel potere che gli consente di ridefinire gli scenari esterni della Cina e imporre le sue nuove regole. La tempistica è perfetta: la Cina si fa avanti nel momento stesso in cui un presidente americano, assediato e contestato politicamente sul fronte interno, ha smantellato impegni e obblighi verso alleati e alleanze storiche. Gli Stati Uniti hanno lasciato un vuoto e la Cina si appresta a colmarlo.
Per decenni, i leader occidentali hanno immaginato che la nuova classe media cinese avrebbe costretto il governo ad adottare misure più liberali. E invece oggi sono le democrazie occidentali a sentirsi sotto assedio, mentre sale la rabbia dei cittadini per il pesante tributo che la globalizzazione ha imposto ai loro standard di vita e all’occupazione. Sono le democrazie oggi a reclamare cambiamenti e i governi si trovano nell’impossibilità di soddisfare tali richieste. I principi democratici stessi si vedono minacciati dal venir meno della fiducia dei cittadini sia nei partiti politici tradizionali che nell’affidabilità delle informazioni pubbliche e nell’inviolabilità del processo elettorale.
Al contrario, i governanti cinesi hanno saputo assicurare un miglioramento progressivo delle condizioni di vita del Paese e instillare un senso crescente dell’importanza della Cina nel mondo. Vecchi problemi come repressione, censura, corruzione e inquinamento restano inalterati, mentre i progressi tangibili in molte aree della vita in Cina hanno ispirato alla cittadinanza un senso di fiducia nei loro leader, quella fiducia che americani ed europei non provano ormai più.
Che cosa significa tutto questo per il mondo? La Cina oggi è in grado di stabilire regole internazionali in un clima di minor resistenza rispetto al passato, e questo è importante in tre settori fondamentali.
Primo, nel commercio e negli investimenti, la Cina è oggi l’unico Paese al mondo che sembra essersi dotato di una strategia globale. Grazie al suo vasto progetto infrastrutturale della Nuova Via della Seta e alla sua propensione a investire — senza riserve politiche — nei Paesi in via di sviluppo in tutti i continenti, la Cina punta sempre più in alto, mentre l’Europa si concentra sui problemi europei e la politica americana scaglia il suo anatema sugli scambi commerciali internazionali. I governi di molti Paesi in Asia, America Latina, Africa e Medio Oriente sono oggi molto più favorevoli a imitare e ad allinearsi con l’approccio cinese alla politica estera, di stampo esplicitamente commerciale.
Secondo, è in corso una guerra globale per il predominio tecnologico. In particolare, Stati Uniti e Cina guidano la carica agli investimenti nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Negli Stati Uniti, la leadership in questo campo viene dal settore privato, in Cina invece dallo Stato, che gestisce le principali aziende e istituzioni del Paese per servire i propri interessi. Come per le strategie di commercio e investimenti, altri governi — specie quelli più timorosi di suscitare malcontento sociale al loro interno — trovano interessante questo modello di sviluppo. L’influenza economica della Cina servirà a subordinare i settori tecnologici dei Paesi più piccoli alle aziende cinesi e agli standard tecnici che esse vorranno imporre.
Infine, non dimentichiamo la questione dei valori. L’attrazione della Cina non è di natura ideologica. L’unico valore politico esportato da Pechino è il principio della non interferenza negli affari delle altre nazioni. E proprio questo appare un bonus per quei governi avvezzi alle richieste occidentali di riforme politiche ed economiche in cambio di aiuti finanziari. Con l’arrivo della politica estera di Trump, basata sul concetto di «America first», e con le molteplici istanze che oggi distraggono l’attenzione dei leader europei, la Cina non incontra ostacoli proprio grazie al suo approccio al commercio e alla diplomazia, scevro da qualunque prerequisito ideologico.
Tuttavia, anche l’attrattiva internazionale della Cina ha i suoi limiti. Passeranno decenni prima che la Cina sia in grado di esercitare il potere militare globale degli Stati Uniti. La Cina resta pur sempre una potenza regionale e la forbice della spesa militare continua ad allargarsi a favore degli Stati Uniti. I Paesi confinanti già avvertono qualche disagio davanti alle crescenti capacità di Pechino di fare pressione sui loro confini. È anche vero che la potenza militare convenzionale è meno importante oggi ai fini dell’influenza internazionale rispetto al passato, sia per le minacce alla sicurezza nazionale in un mondo globalizzato create dalla potenziale militarizzazione dell’influenza economica, sia per l’ancora incerto equilibrio di potere nel cyberspazio.
Nel 2018 e oltre, il mondo degli affari globale dovrà adattarsi a nuove regole, standard e pratiche portate avanti dalla Cina, non solo all’interno di questo Paese, ma anche in tutti gli altri Paesi in cui le aziende cinesi fanno sentire sempre più massicciamente la loro presenza e dove il governo cinese sta rafforzando e allargando la sua influenza. È probabile inoltre che Giappone, India, Australia e Corea del Sud collaborino più spesso tra di loro per arginare la potenza regionale della Cina, con il rischio di nuove frizioni e persino conflitti. A seconda di come andranno i rapporti tra Stati Uniti e Cina, il governo Trump potrebbe attivarsi maggiormente in quell’area. Infine, è possibile che le grandi ambizioni di Xi Jinping lo espongano alle rivalità interne del partito, specie se la Cina dovesse subire insuccessi imbarazzanti in patria o all’estero.
Una cosa è certa, il mondo avrà gli occhi puntati sull’anno appena iniziato per mettere a confronto il modello cinese con quelli occidentali. Per gli americani e gli europei, il sistema cinese presenta scarse attrattive, ma per molti altri Paesi è un modello che incarna una possibile alternativa. E con Xi Jinping disposto a offrire proprio quell’alternativa, sarà questo il maggior rischio geopolitico che il mondo dovrà affrontare nel 2018.
Traduzione di Rita Baldassarre
La Cina colma il vuoto lasciato dagli Stati Uniti
di Ian Bremmer
Lo scorso ottobre, il presidente cinese Xi Jinping ha pronunciato il discorso più importante della storia recente, dal giorno in cui Michail Gorbaciov si presentò alle telecamere per sciogliere ufficialmente l’Unione Sovietica. In occasione del 19° congresso del Partito comunista cinese, Xi Jinping ha detto chiaramente che la Cina è pronta ad assumere il ruolo che le spetta nella leadership mondiale. Le conseguenze di questo passo si misurano su scala globale.
Mentre si appresta a dare inizio al suo secondo mandato quinquennale, Xi Jinping ha consolidato in patria quel potere che gli consente di ridefinire gli scenari esterni della Cina e imporre le sue nuove regole. La tempistica è perfetta: la Cina si fa avanti nel momento stesso in cui un presidente americano, assediato e contestato politicamente sul fronte interno, ha smantellato impegni e obblighi verso alleati e alleanze storiche. Gli Stati Uniti hanno lasciato un vuoto e la Cina si appresta a colmarlo.
Per decenni, i leader occidentali hanno immaginato che la nuova classe media cinese avrebbe costretto il governo ad adottare misure più liberali. E invece oggi sono le democrazie occidentali a sentirsi sotto assedio, mentre sale la rabbia dei cittadini per il pesante tributo che la globalizzazione ha imposto ai loro standard di vita e all’occupazione. Sono le democrazie oggi a reclamare cambiamenti e i governi si trovano nell’impossibilità di soddisfare tali richieste. I principi democratici stessi si vedono minacciati dal venir meno della fiducia dei cittadini sia nei partiti politici tradizionali che nell’affidabilità delle informazioni pubbliche e nell’inviolabilità del processo elettorale.
Al contrario, i governanti cinesi hanno saputo assicurare un miglioramento progressivo delle condizioni di vita del Paese e instillare un senso crescente dell’importanza della Cina nel mondo. Vecchi problemi come repressione, censura, corruzione e inquinamento restano inalterati, mentre i progressi tangibili in molte aree della vita in Cina hanno ispirato alla cittadinanza un senso di fiducia nei loro leader, quella fiducia che americani ed europei non provano ormai più.
Che cosa significa tutto questo per il mondo? La Cina oggi è in grado di stabilire regole internazionali in un clima di minor resistenza rispetto al passato, e questo è importante in tre settori fondamentali.
Primo, nel commercio e negli investimenti, la Cina è oggi l’unico Paese al mondo che sembra essersi dotato di una strategia globale. Grazie al suo vasto progetto infrastrutturale della Nuova Via della Seta e alla sua propensione a investire — senza riserve politiche — nei Paesi in via di sviluppo in tutti i continenti, la Cina punta sempre più in alto, mentre l’Europa si concentra sui problemi europei e la politica americana scaglia il suo anatema sugli scambi commerciali internazionali. I governi di molti Paesi in Asia, America Latina, Africa e Medio Oriente sono oggi molto più favorevoli a imitare e ad allinearsi con l’approccio cinese alla politica estera, di stampo esplicitamente commerciale.
Secondo, è in corso una guerra globale per il predominio tecnologico. In particolare, Stati Uniti e Cina guidano la carica agli investimenti nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Negli Stati Uniti, la leadership in questo campo viene dal settore privato, in Cina invece dallo Stato, che gestisce le principali aziende e istituzioni del Paese per servire i propri interessi. Come per le strategie di commercio e investimenti, altri governi — specie quelli più timorosi di suscitare malcontento sociale al loro interno — trovano interessante questo modello di sviluppo. L’influenza economica della Cina servirà a subordinare i settori tecnologici dei Paesi più piccoli alle aziende cinesi e agli standard tecnici che esse vorranno imporre.
Infine, non dimentichiamo la questione dei valori. L’attrazione della Cina non è di natura ideologica. L’unico valore politico esportato da Pechino è il principio della non interferenza negli affari delle altre nazioni. E proprio questo appare un bonus per quei governi avvezzi alle richieste occidentali di riforme politiche ed economiche in cambio di aiuti finanziari. Con l’arrivo della politica estera di Trump, basata sul concetto di «America first», e con le molteplici istanze che oggi distraggono l’attenzione dei leader europei, la Cina non incontra ostacoli proprio grazie al suo approccio al commercio e alla diplomazia, scevro da qualunque prerequisito ideologico.
Tuttavia, anche l’attrattiva internazionale della Cina ha i suoi limiti. Passeranno decenni prima che la Cina sia in grado di esercitare il potere militare globale degli Stati Uniti. La Cina resta pur sempre una potenza regionale e la forbice della spesa militare continua ad allargarsi a favore degli Stati Uniti. I Paesi confinanti già avvertono qualche disagio davanti alle crescenti capacità di Pechino di fare pressione sui loro confini. È anche vero che la potenza militare convenzionale è meno importante oggi ai fini dell’influenza internazionale rispetto al passato, sia per le minacce alla sicurezza nazionale in un mondo globalizzato create dalla potenziale militarizzazione dell’influenza economica, sia per l’ancora incerto equilibrio di potere nel cyberspazio.
Nel 2018 e oltre, il mondo degli affari globale dovrà adattarsi a nuove regole, standard e pratiche portate avanti dalla Cina, non solo all’interno di questo Paese, ma anche in tutti gli altri Paesi in cui le aziende cinesi fanno sentire sempre più massicciamente la loro presenza e dove il governo cinese sta rafforzando e allargando la sua influenza. È probabile inoltre che Giappone, India, Australia e Corea del Sud collaborino più spesso tra di loro per arginare la potenza regionale della Cina, con il rischio di nuove frizioni e persino conflitti. A seconda di come andranno i rapporti tra Stati Uniti e Cina, il governo Trump potrebbe attivarsi maggiormente in quell’area. Infine, è possibile che le grandi ambizioni di Xi Jinping lo espongano alle rivalità interne del partito, specie se la Cina dovesse subire insuccessi imbarazzanti in patria o all’estero.
Una cosa è certa, il mondo avrà gli occhi puntati sull’anno appena iniziato per mettere a confronto il modello cinese con quelli occidentali. Per gli americani e gli europei, il sistema cinese presenta scarse attrattive, ma per molti altri Paesi è un modello che incarna una possibile alternativa. E con Xi Jinping disposto a offrire proprio quell’alternativa, sarà questo il maggior rischio geopolitico che il mondo dovrà affrontare nel 2018.
Traduzione di Rita Baldassarre
Corriere 15.1.18
Moro e «i fasti del 40ennale» Il post che fa litigare gli ex Br
Balzerani: «Chi mi ospita?». Etro: «Vergogna, ci vediamo all’inferno»
di Fabrizio Caccia
Brigatisti contro. A due mesi dall’anniversario di via Fani, 16 marzo 1978, il giorno del sequestro di Aldo Moro e dell’eccidio della sua scorta, compare un post su Facebook: «Chi mi ospita oltre confine per i fasti del 40ennale?». Il tono sembra ironico. Chi scrive, però, non è una persona qualunque: è Barbara Balzerani, l’ex «Primula Rossa» delle Br, che in via Fani quel giorno c’era, anche se non sparò.
Il post sul profilo Facebook della Balzerani è del 9 gennaio e proprio ieri, poco prima d’essere cancellato, viene letto da un altro ex brigatista, Raimondo Etro, che reagisce male e scrive a sua volta una lettera aperta («Signora Barbara Balzerani, mi rivolgo a lei...») per «chiederle di tacere semplicemente in nome dell’umanità verso le vittime, inclusi quelli caduti tra noi...».
La missiva viene inviata per conoscenza a poche altre persone, tra cui Giovanni Ricci, figlio di Domenico, l’appuntato dei carabinieri che in via Fani guidava l’auto dove viaggiava Aldo Moro e l’onorevole dem Gero Grassi, membro della commissione parlamentare d’inchiesta sul delitto Moro, che più tardi gli risponderà: «Grazie. Bravo!».
Anche Etro, però, non è uno qualunque: a lui furono affidate in custodia le armi di via Fani, una settimana dopo la strage: «C’erano un kalashnikov, una mitraglietta, alcune pistole — ricorda l’uomo parlando col Corriere —. Le ebbi, mi pare, da Morucci o Casimirri, le tenni in casa di mia madre per un po’, vicino piazza Mazzini...».
Oggi ha 61 anni e vende libri e francobolli su eBay, ma si è fatto 16 anni di carcere per il concorso nella strage di via Fani (partecipò nei mesi precedenti alla preparazione) e nell’omicidio del giudice Riccardo Palma («La mattina del 14 febbraio 1978 — racconta — c’ero anch’io insieme a Prospero Gallinari, Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri. Ma la mia pistola, diciamo, s’inceppò...»).
La lettera aperta alla sua ex compagna di lotta è durissima. Etro, tra l’altro, scrive: «Dopo avere letto il suo commento su Facebook nel quale — goliardicamente dice lei — chiede di “essere ospitata oltre confine per i fasti del quarantennale”... avendo anch’io fatto parte di quella setta denominata Brigate rosse... provo vergogna verso me stesso... e profonda pena verso di lei, talmente piena di sé da non rendersi neanche conto di quello che dice». C’è un passaggio, poi, piuttosto inquietante: «Per nascondere di avere agito per conto e per fini che con la cosiddetta rivoluzione proletaria non avevano nulla a che fare lei nega addirittura l’evidenza. Non voglio entrare nel merito delle chiacchiere “chi c’era o chi non c’era in via Fani, infiltrazioni, depistaggi o altro”. Mi limito a dire semplicemente: “ci hanno lasciati fare”...».
Etro ha rotto da tempo coi «compagni» e col suo passato e anche la Balzerani, che compirà giusto domani 69 anni, oggi è una libera cittadina che scrive libri, avendo finito di scontare la sua pena nel 2011. Ma mai pentita nè dissociata. E nella lettera Etro la incalza: «Le Brigate rosse hanno rappresentato l’ultimo fenomeno di un’eresia politico-religiosa che nel tentativo maldestro di portare il Paradiso dei cristiani sulla terra... ha creato l’Inferno... Inoltre lei dimentica che chi le permette di parlare liberamente... è proprio quello Stato che noi volevamo distruggere e di cui abbiamo assassinato a sangue freddo i rappresentanti, così pregni di quella stessa schizofrenia che oggi affligge i musulmani che da una parte invidiano il nostro sistema sociale, dall’altra vorrebbero distruggerlo».
E la chiusa è altrettanto drammatica: «Il silenzio sarebbe preferibile all’ostentazione di sé, per il misero risultato di avere qualche applauso da una minoranza di idioti che indossano la sciarpetta rossa o la kefiah. Ci rivedremo all’Inferno».
Moro e «i fasti del 40ennale» Il post che fa litigare gli ex Br
Balzerani: «Chi mi ospita?». Etro: «Vergogna, ci vediamo all’inferno»
di Fabrizio Caccia
Brigatisti contro. A due mesi dall’anniversario di via Fani, 16 marzo 1978, il giorno del sequestro di Aldo Moro e dell’eccidio della sua scorta, compare un post su Facebook: «Chi mi ospita oltre confine per i fasti del 40ennale?». Il tono sembra ironico. Chi scrive, però, non è una persona qualunque: è Barbara Balzerani, l’ex «Primula Rossa» delle Br, che in via Fani quel giorno c’era, anche se non sparò.
Il post sul profilo Facebook della Balzerani è del 9 gennaio e proprio ieri, poco prima d’essere cancellato, viene letto da un altro ex brigatista, Raimondo Etro, che reagisce male e scrive a sua volta una lettera aperta («Signora Barbara Balzerani, mi rivolgo a lei...») per «chiederle di tacere semplicemente in nome dell’umanità verso le vittime, inclusi quelli caduti tra noi...».
La missiva viene inviata per conoscenza a poche altre persone, tra cui Giovanni Ricci, figlio di Domenico, l’appuntato dei carabinieri che in via Fani guidava l’auto dove viaggiava Aldo Moro e l’onorevole dem Gero Grassi, membro della commissione parlamentare d’inchiesta sul delitto Moro, che più tardi gli risponderà: «Grazie. Bravo!».
Anche Etro, però, non è uno qualunque: a lui furono affidate in custodia le armi di via Fani, una settimana dopo la strage: «C’erano un kalashnikov, una mitraglietta, alcune pistole — ricorda l’uomo parlando col Corriere —. Le ebbi, mi pare, da Morucci o Casimirri, le tenni in casa di mia madre per un po’, vicino piazza Mazzini...».
Oggi ha 61 anni e vende libri e francobolli su eBay, ma si è fatto 16 anni di carcere per il concorso nella strage di via Fani (partecipò nei mesi precedenti alla preparazione) e nell’omicidio del giudice Riccardo Palma («La mattina del 14 febbraio 1978 — racconta — c’ero anch’io insieme a Prospero Gallinari, Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri. Ma la mia pistola, diciamo, s’inceppò...»).
La lettera aperta alla sua ex compagna di lotta è durissima. Etro, tra l’altro, scrive: «Dopo avere letto il suo commento su Facebook nel quale — goliardicamente dice lei — chiede di “essere ospitata oltre confine per i fasti del quarantennale”... avendo anch’io fatto parte di quella setta denominata Brigate rosse... provo vergogna verso me stesso... e profonda pena verso di lei, talmente piena di sé da non rendersi neanche conto di quello che dice». C’è un passaggio, poi, piuttosto inquietante: «Per nascondere di avere agito per conto e per fini che con la cosiddetta rivoluzione proletaria non avevano nulla a che fare lei nega addirittura l’evidenza. Non voglio entrare nel merito delle chiacchiere “chi c’era o chi non c’era in via Fani, infiltrazioni, depistaggi o altro”. Mi limito a dire semplicemente: “ci hanno lasciati fare”...».
Etro ha rotto da tempo coi «compagni» e col suo passato e anche la Balzerani, che compirà giusto domani 69 anni, oggi è una libera cittadina che scrive libri, avendo finito di scontare la sua pena nel 2011. Ma mai pentita nè dissociata. E nella lettera Etro la incalza: «Le Brigate rosse hanno rappresentato l’ultimo fenomeno di un’eresia politico-religiosa che nel tentativo maldestro di portare il Paradiso dei cristiani sulla terra... ha creato l’Inferno... Inoltre lei dimentica che chi le permette di parlare liberamente... è proprio quello Stato che noi volevamo distruggere e di cui abbiamo assassinato a sangue freddo i rappresentanti, così pregni di quella stessa schizofrenia che oggi affligge i musulmani che da una parte invidiano il nostro sistema sociale, dall’altra vorrebbero distruggerlo».
E la chiusa è altrettanto drammatica: «Il silenzio sarebbe preferibile all’ostentazione di sé, per il misero risultato di avere qualche applauso da una minoranza di idioti che indossano la sciarpetta rossa o la kefiah. Ci rivedremo all’Inferno».
Il Fatto 15.1.18
Umberto Eco, come si nasce e come si muore di fascismo
Un invito a “non dimenticare”, a non dare mai nulla per superato
di Furio Colombo
Il fascismo è come tubercolosi. Uno sembra sano e a un certo punto sputa sangue. Ecco ciò che sa e che racconta Umberto Eco ne Il fascismo eterno (La nave di Teseo) usando i materiali di un evento che abbiamo organizzato insieme alla Columbia University.
In quel tempo (1995 ) insegnavo all’università ed ero direttore dell’Istituto italiano di Cultura. L’idea era di celebrare per la prima volta, pubblicamente, il 25 aprile in America. I protagonisti erano, oltre a Eco, Giorgio Strehler, il leggendario regista di Brecht al Piccolo Teatro di Milano e Lucianio Rebay, comandate partigiano da giovane, e professore di Poesia alla Columbia University per il resto della sua vita. Strehler e Rebay hanno raccontato resistenza e prigioni, traditori ed eroi nella Milano dell’ultimo fascismo.
Eco dice in questo libro come si nasce e come si muore di fascismo. Ecco l’inizio: “Nel 1942, all’età di 10 anni, vinsi un primo premio affrontando la domanda “Dobbiamo noi morire per la gloria di Mussolini ?”. La mia risposta è stata sì. Ero un ragazzo sveglio”. Eco ha scelto uno straordinario frammento di autobiografia che alla fine, ti accorgi, diventa tutta la sua autobiografia, certo dal punto di vista morale e intellettuale: che cosa capisce un bambino del fascismo? Che cosa tocca in eredità a un adulto dopo un incontro così spaventoso? E come ti impegni per sempre a difendere la liberazione, quando ti rendi conto che l’incubo non finisce?
Umberto Eco non ha visto i fascisti di Como, entrati in una casa privata, che circondano un gruppo di volontari pro migranti per leggere il loro messaggio datato 1939. Ma era scrittore e filosofo e sapeva che quel pericolo stava arrivando. “In Italia vi sono alcuni che si domandano se la resistenza abbia avuto un impatto militare. Per la mia generazione la questione era irrilevante: comprendemmo immediatamente il significato morale e psicologico della Resistenza”, scrive Eco nel suo libro che bisogna assolutamente avere e diffondere. Ma riflettete su queste affermazioni, verso la fine: “Il fascismo cresce e cerca consenso sfruttando ed esacerbando la naturale paura della differenza. Il primo appello di un movimento fascista o prematuramente fascista è contro gli intrusi. Ogni fascismo è dunque razzista per definizione”. Queste poche pagine sono uno dei libri più belli e più importanti di Eco. Che chiude con una splendida poesia di Fortini (“Sulla spalletta del ponte/ le teste degli impiccati….”) e con il suo ammonimento: “Sia questo il nostro motto: mai dimenticare”.
Umberto Eco, come si nasce e come si muore di fascismo
Un invito a “non dimenticare”, a non dare mai nulla per superato
di Furio Colombo
Il fascismo è come tubercolosi. Uno sembra sano e a un certo punto sputa sangue. Ecco ciò che sa e che racconta Umberto Eco ne Il fascismo eterno (La nave di Teseo) usando i materiali di un evento che abbiamo organizzato insieme alla Columbia University.
In quel tempo (1995 ) insegnavo all’università ed ero direttore dell’Istituto italiano di Cultura. L’idea era di celebrare per la prima volta, pubblicamente, il 25 aprile in America. I protagonisti erano, oltre a Eco, Giorgio Strehler, il leggendario regista di Brecht al Piccolo Teatro di Milano e Lucianio Rebay, comandate partigiano da giovane, e professore di Poesia alla Columbia University per il resto della sua vita. Strehler e Rebay hanno raccontato resistenza e prigioni, traditori ed eroi nella Milano dell’ultimo fascismo.
Eco dice in questo libro come si nasce e come si muore di fascismo. Ecco l’inizio: “Nel 1942, all’età di 10 anni, vinsi un primo premio affrontando la domanda “Dobbiamo noi morire per la gloria di Mussolini ?”. La mia risposta è stata sì. Ero un ragazzo sveglio”. Eco ha scelto uno straordinario frammento di autobiografia che alla fine, ti accorgi, diventa tutta la sua autobiografia, certo dal punto di vista morale e intellettuale: che cosa capisce un bambino del fascismo? Che cosa tocca in eredità a un adulto dopo un incontro così spaventoso? E come ti impegni per sempre a difendere la liberazione, quando ti rendi conto che l’incubo non finisce?
Umberto Eco non ha visto i fascisti di Como, entrati in una casa privata, che circondano un gruppo di volontari pro migranti per leggere il loro messaggio datato 1939. Ma era scrittore e filosofo e sapeva che quel pericolo stava arrivando. “In Italia vi sono alcuni che si domandano se la resistenza abbia avuto un impatto militare. Per la mia generazione la questione era irrilevante: comprendemmo immediatamente il significato morale e psicologico della Resistenza”, scrive Eco nel suo libro che bisogna assolutamente avere e diffondere. Ma riflettete su queste affermazioni, verso la fine: “Il fascismo cresce e cerca consenso sfruttando ed esacerbando la naturale paura della differenza. Il primo appello di un movimento fascista o prematuramente fascista è contro gli intrusi. Ogni fascismo è dunque razzista per definizione”. Queste poche pagine sono uno dei libri più belli e più importanti di Eco. Che chiude con una splendida poesia di Fortini (“Sulla spalletta del ponte/ le teste degli impiccati….”) e con il suo ammonimento: “Sia questo il nostro motto: mai dimenticare”.
Repubblica 15.1.18
Così osservando l’altro riconosciamo noi stessi
di Massimo Ammaniti
Il percorso di Jessica Benjamin, psicoanalista americana, ma anche attivista politica e madre come lei stessa si definisce, si muove su un terreno frastagliato che ha preso l’avvio negli anni Sessanta del secolo scorso. In un confronto complesso e a volte problematico fra la filosofia di Hegel e il femminismo di Simone de Beauvoir e di Nancy Chodorow con la psicoanalisi freudiana ed intersoggettiva, sviluppatasi quest’ultima negli ultimi decenni, prende corpo il suo pensiero come testimonia il suo libro ormai famoso Legami d’amore (nel 1988 negli Usa, riedito in Italia nel 2015 da Cortina).
È centrale nel suo pensiero il conflitto fra autonomia e dipendenza nella coscienza di sé così come viene argomentato da Hegel nella Fenomenologia dello spirito, emblematicamente rappresentato dal rapporto “servo-signore” (schiavo-padrone). Il desiderio di affermare l’assoluta indipendenza del signore si scontra con il bisogno di riconoscimento da parte del servo. A trenta anni di distanza dal precedente saggio Jessica Benjamin pubblica ora un nuovo libro Beyond Doer and Done to (“Al di là di chi dà e di chi riceve”, Routledge, 2018) in cui viene ulteriormente sviluppata la trappola della mutualità obbligata e la strada verso il reciproco riconoscimento. L’altro può essere oggetto di bisogni e pulsioni come nella teoria psicoanalitica classica oppure una mente con cui interagire e connettersi, attraverso il riconoscimento delle sue intenzioni e del suo senso agente, come viene affermato dalla psicoanalisi intersoggettiva.
Quantunque la Benjamin parli di interpenetrazione conscia ed inconscia fra le menti che si incontrano, la forte sottolineatura del riconoscimento va piuttosto nella direzione della teoria della mentalizzazione che rimarca la dimensione cognitivo-razionale. È più convincente a questo proposito la teoria lacaniana che affronta la dinamica del desiderio inconscio nell’incontro col desiderio dell’altro. Il reciproco riconoscimento delle menti apre una dialettica con l’altro che è allo stesso tempo somigliante, perché è un essere anche lui con la mente, ma è anche diverso, ossia separato ed equivalente. Questa scoperta si colloca nell’area del terzo, come viene definita da Jessica Benjamin, una possibile via d’uscita di fronte all’impasse della complementarietà in cui si rischia di essere tirati dentro in modo coercitivo o si viene spinti perdendo la propria autonomia.
In questa formulazione la Benjamin riconosce l’eredità dello psicoanalista inglese Donald Winnicott che parla di spazio potenziale, in cui si oscilla nel flusso intersoggettivo fra fantasia e realtà in “un uso di simboli che stanno al tempo stesso in luogo di fenomeni del mondo esterno e di fenomeni della singola persona… una terza area”. Ma non è mai un’acquisizione definitiva, come si verifica anche nel rapporto psicoanalitico costantemente in bilico fra complementarietà analista - paziente e costruzione di uno spazio condiviso e di confronto in cui si è entrambi presenti con le proprie menti, ma aggiungerei anche coi propri corpi.
Così osservando l’altro riconosciamo noi stessi
di Massimo Ammaniti
Il percorso di Jessica Benjamin, psicoanalista americana, ma anche attivista politica e madre come lei stessa si definisce, si muove su un terreno frastagliato che ha preso l’avvio negli anni Sessanta del secolo scorso. In un confronto complesso e a volte problematico fra la filosofia di Hegel e il femminismo di Simone de Beauvoir e di Nancy Chodorow con la psicoanalisi freudiana ed intersoggettiva, sviluppatasi quest’ultima negli ultimi decenni, prende corpo il suo pensiero come testimonia il suo libro ormai famoso Legami d’amore (nel 1988 negli Usa, riedito in Italia nel 2015 da Cortina).
È centrale nel suo pensiero il conflitto fra autonomia e dipendenza nella coscienza di sé così come viene argomentato da Hegel nella Fenomenologia dello spirito, emblematicamente rappresentato dal rapporto “servo-signore” (schiavo-padrone). Il desiderio di affermare l’assoluta indipendenza del signore si scontra con il bisogno di riconoscimento da parte del servo. A trenta anni di distanza dal precedente saggio Jessica Benjamin pubblica ora un nuovo libro Beyond Doer and Done to (“Al di là di chi dà e di chi riceve”, Routledge, 2018) in cui viene ulteriormente sviluppata la trappola della mutualità obbligata e la strada verso il reciproco riconoscimento. L’altro può essere oggetto di bisogni e pulsioni come nella teoria psicoanalitica classica oppure una mente con cui interagire e connettersi, attraverso il riconoscimento delle sue intenzioni e del suo senso agente, come viene affermato dalla psicoanalisi intersoggettiva.
Quantunque la Benjamin parli di interpenetrazione conscia ed inconscia fra le menti che si incontrano, la forte sottolineatura del riconoscimento va piuttosto nella direzione della teoria della mentalizzazione che rimarca la dimensione cognitivo-razionale. È più convincente a questo proposito la teoria lacaniana che affronta la dinamica del desiderio inconscio nell’incontro col desiderio dell’altro. Il reciproco riconoscimento delle menti apre una dialettica con l’altro che è allo stesso tempo somigliante, perché è un essere anche lui con la mente, ma è anche diverso, ossia separato ed equivalente. Questa scoperta si colloca nell’area del terzo, come viene definita da Jessica Benjamin, una possibile via d’uscita di fronte all’impasse della complementarietà in cui si rischia di essere tirati dentro in modo coercitivo o si viene spinti perdendo la propria autonomia.
In questa formulazione la Benjamin riconosce l’eredità dello psicoanalista inglese Donald Winnicott che parla di spazio potenziale, in cui si oscilla nel flusso intersoggettivo fra fantasia e realtà in “un uso di simboli che stanno al tempo stesso in luogo di fenomeni del mondo esterno e di fenomeni della singola persona… una terza area”. Ma non è mai un’acquisizione definitiva, come si verifica anche nel rapporto psicoanalitico costantemente in bilico fra complementarietà analista - paziente e costruzione di uno spazio condiviso e di confronto in cui si è entrambi presenti con le proprie menti, ma aggiungerei anche coi propri corpi.
La Stampa 15.1.18
“Bellomo ha leso il nostro onore. Basta con le scuole fai-da-te”
Il presidente del Consiglio di Stato parla della destituzione del giudice “Vicenda dolorosa, ma abbiamo reagito. Chi ci attacca vuole il far west”
di Giuseppe Salvaggiulo
Alessandro Pajno, presidente del Consiglio di Stato, parla per la prima volta della destituzione di Francesco Bellomo, il giudice ormai noto per i contratti con clausole sulle minigonne che faceva firmare alle allieve della scuola di preparazione al concorso per magistrati. Mai, in 180 anni, vicende del genere si erano verificate nella suprema magistratura amministrativa.
Esiste una questione morale nel Consiglio di Stato?
«Non in senso specifico. Fisiologicamente, come in tutte le organizzazioni sociali, ci può essere qualcuno che sbaglia».
I «cattivi maestri» di cui parla il presidente dell’Anm Albamonte?
«I cattivi maestri possono essere dovunque, non solo nelle scuole per aspiranti magistrati. Quindi tutti devono stare in guardia. Noi abbiamo agito immediatamente, senza che ci fosse un procedimento penale, e lo stesso Csm si è pronunciato subito dopo che noi lo avevamo informato».
Come ha vissuto questa vicenda?
«Con dolore. Sono figlio di magistrato e ho dedicato la vita alla magistratura e alle istituzioni. Bellomo è il terzo giudice destituito nella storia della giustizia amministrativa. Solo chi ha la coscienza per fare giustizia al proprio interno può rivendicare l’autorevolezza per farla all’esterno».
La considera una vittoria o una sconfitta?
«Entrambe. Una sconfitta per aver dovuto scoprire comportamenti di un collega incompatibili con la dignità della funzione. Ma soprattutto una vittoria, per la capacità del sistema di curare le patologie con anticorpi adeguati. Ed è la prima volta che un qualsiasi giudice viene destituito senza che nei suoi confronti fosse neanche iniziato – all’avvio del procedimento disciplinare – un’inchiesta penale».
Bellomo protesta: nessun rilievo alla mia attività di giudice, avete censurato la mia vita privata.
«Si lede l’onore e il prestigio della magistratura anche con comportamenti esterni all’attività giurisdizionale, non solo alterando la regolarità di un processo».
Bellomo farà ricorso. Decideranno Tar e Consiglio di Stato. Saranno imparziali?
«Certo. Abbiamo nel nostro sistema un meccanismo di garanzia: i magistrati che esamineranno l’eventuale ricorso sono tra quelli che non si sono mai occupati del caso nella fase disciplinare».
Ma appartengono allo stesso corpo. Lei si fiderebbe, al posto di Bellomo?
«Assolutamente sì. In fondo, quando un magistrato ordinario commette un reato, chi lo giudica? Un altro magistrato: lei dubita che sia imparziale? E comunque abbiamo una lunga casistica di sentenze di giudici del Consiglio di Stato che smentiscono precedenti valutazioni di altri giudici dello stesso corpo in sede consultiva. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha più volte riconosciuto l’imparzialità del sistema».
Come risponde a chi vi accusa di essere una casta che si autotutela?
«Con i fatti. Questo caso, con il clamore e le storture collegate, non sarebbe emerso senza l’intervento del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, il nostro organo di autogoverno. Siamo arrivati prima delle Procure. Noi abbiamo avviato il procedimento disciplinare, noi abbiamo avvisato il ministro della Giustizia, il procuratore generale della Cassazione, il Csm. Se avessimo voluto temporeggiare, nascondere o insabbiare, avremmo fatto l’opposto».
Un anno per decidere: perché?
«Abbiamo ricevuto una denuncia nel dicembre 2016 e ci siamo mossi immediatamente. In assenza di risultanze di indagini penali, è stato necessario un accertamento particolarmente rigoroso dei fatti».
Proprio non si poteva accelerare l’istruttoria, considerando la singolarità del caso?
«I tempi sono stati quelli più rapidi consentiti dalla legge. L’azione disciplinare è stata avviata in 10 giorni anche se la legge consentiva fino a un anno di tempo. Il procedimento si è svolto nel rispetto del contraddittorio e dei diritti di difesa, effettuando tutte le audizioni necessarie e deliberando direttamente la sanzione più grave. Il parere dell’Adunanza generale e l’ultima delibera del Consiglio di presidenza sono stati adottati praticamente all’unanimità. Sfido chiunque a trovare un corpo istituzionale o un ordine professionale più severo e rigoroso».
Ma perché Bellomo è rimasto in servizio per un anno, mentre era sotto accusa?
«In assenza di un procedimento penale, la sospensione cautelare avrebbe richiesto gli stessi tempi della sanzione definitiva».
Dunque la sua conclusione è che il sistema funziona?
«Con i mezzi a disposizione, si è fatto il massimo. Ma il nostro procedimento disciplinare è regolato da norme obsolete, che in parte risalgono ancora al periodo fascista. Le più recenti sono dell’82. Al contrario, per i magistrati ordinari sono state modificate nel 2006».
Che cosa si può fare?
«Non possiamo cambiarle noi. Da anni il Consiglio di presidenza ha segnalato l’inadeguatezza a vari governi; nel dicembre scorso ne ho ribadito l’esigenza in una lettera alla presidenza del Consiglio. Abbiamo anche predisposto bozze di riforma, ma non possiamo approvarcele da soli».
Csm e Associazione nazionale magistrati hanno sollevato la questione delle scuole per preparare il concorso in magistratura. Ai magistrati ordinari sono vietate, a quelli amministrativi no. Bisogna estendere il divieto?
«Già nel luglio scorso il nostro Consiglio di presidenza aveva deliberato misure più severe per l’autorizzazione degli incarichi. Ho chiesto una verifica dell’attuazione di questa delibera. Allo stesso Bellomo, dopo i primi accertamenti, era stata negata l’autorizzazione a insegnare».
È sufficiente?
«No. Occorre procedere a un profondo ripensamento della materia degli incarichi di insegnamento nelle scuole di preparazione per i concorsi in magistratura, senza riflessi difensivi e autoreferenziali, confrontandoci con mondi diversi dal nostro: Csm, ministero, università. Il dibattito si è già avviato all’interno del Consiglio di presidenza».
Molti politici negli ultimi anni vi hanno preso di mira accusandovi di essere un freno per il paese. Questa vicenda vi indebolisce?
«Semmai ci rafforza, perché abbiamo dato prova di speditezza ed efficienza. Le stesse documentate dall’attività giurisdizionale, al di là di certe fake news che ancora circolano: arretrato dimezzato in pochi anni, tempi processuali tra i migliori in Europa».
Ci sono studi che attribuiscono danni economici al Paese dall’eccesso di processi amministrativi. L’ex premier Prodi sì è chiesto, provocatoriamente, se non sia il caso di abolire Tar e Consiglio di Stato.
«Ci sono anche studiosi che hanno colto come la giustizia amministrativa possa costituire un vantaggio economico per il Paese: perché una sana economia si fonda sul rispetto delle regole da parte di amministrazioni e di operatori economici, non sul far west del più furbo».
E i cantieri fermi? Le opere bloccate? Gli appalti e i concorsi annullati?
«Non siamo affatto i giudici del no: non siamo noi a bloccare il Paese, semmai la cattiva legislazione e l’eccesso di burocrazia. Anche quest’ultima vicenda, con le sofferenze che ci ha procurato, dimostra che in fondo i cittadini possono fidarsi di noi».
“Bellomo ha leso il nostro onore. Basta con le scuole fai-da-te”
Il presidente del Consiglio di Stato parla della destituzione del giudice “Vicenda dolorosa, ma abbiamo reagito. Chi ci attacca vuole il far west”
di Giuseppe Salvaggiulo
Alessandro Pajno, presidente del Consiglio di Stato, parla per la prima volta della destituzione di Francesco Bellomo, il giudice ormai noto per i contratti con clausole sulle minigonne che faceva firmare alle allieve della scuola di preparazione al concorso per magistrati. Mai, in 180 anni, vicende del genere si erano verificate nella suprema magistratura amministrativa.
Esiste una questione morale nel Consiglio di Stato?
«Non in senso specifico. Fisiologicamente, come in tutte le organizzazioni sociali, ci può essere qualcuno che sbaglia».
I «cattivi maestri» di cui parla il presidente dell’Anm Albamonte?
«I cattivi maestri possono essere dovunque, non solo nelle scuole per aspiranti magistrati. Quindi tutti devono stare in guardia. Noi abbiamo agito immediatamente, senza che ci fosse un procedimento penale, e lo stesso Csm si è pronunciato subito dopo che noi lo avevamo informato».
Come ha vissuto questa vicenda?
«Con dolore. Sono figlio di magistrato e ho dedicato la vita alla magistratura e alle istituzioni. Bellomo è il terzo giudice destituito nella storia della giustizia amministrativa. Solo chi ha la coscienza per fare giustizia al proprio interno può rivendicare l’autorevolezza per farla all’esterno».
La considera una vittoria o una sconfitta?
«Entrambe. Una sconfitta per aver dovuto scoprire comportamenti di un collega incompatibili con la dignità della funzione. Ma soprattutto una vittoria, per la capacità del sistema di curare le patologie con anticorpi adeguati. Ed è la prima volta che un qualsiasi giudice viene destituito senza che nei suoi confronti fosse neanche iniziato – all’avvio del procedimento disciplinare – un’inchiesta penale».
Bellomo protesta: nessun rilievo alla mia attività di giudice, avete censurato la mia vita privata.
«Si lede l’onore e il prestigio della magistratura anche con comportamenti esterni all’attività giurisdizionale, non solo alterando la regolarità di un processo».
Bellomo farà ricorso. Decideranno Tar e Consiglio di Stato. Saranno imparziali?
«Certo. Abbiamo nel nostro sistema un meccanismo di garanzia: i magistrati che esamineranno l’eventuale ricorso sono tra quelli che non si sono mai occupati del caso nella fase disciplinare».
Ma appartengono allo stesso corpo. Lei si fiderebbe, al posto di Bellomo?
«Assolutamente sì. In fondo, quando un magistrato ordinario commette un reato, chi lo giudica? Un altro magistrato: lei dubita che sia imparziale? E comunque abbiamo una lunga casistica di sentenze di giudici del Consiglio di Stato che smentiscono precedenti valutazioni di altri giudici dello stesso corpo in sede consultiva. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha più volte riconosciuto l’imparzialità del sistema».
Come risponde a chi vi accusa di essere una casta che si autotutela?
«Con i fatti. Questo caso, con il clamore e le storture collegate, non sarebbe emerso senza l’intervento del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, il nostro organo di autogoverno. Siamo arrivati prima delle Procure. Noi abbiamo avviato il procedimento disciplinare, noi abbiamo avvisato il ministro della Giustizia, il procuratore generale della Cassazione, il Csm. Se avessimo voluto temporeggiare, nascondere o insabbiare, avremmo fatto l’opposto».
Un anno per decidere: perché?
«Abbiamo ricevuto una denuncia nel dicembre 2016 e ci siamo mossi immediatamente. In assenza di risultanze di indagini penali, è stato necessario un accertamento particolarmente rigoroso dei fatti».
Proprio non si poteva accelerare l’istruttoria, considerando la singolarità del caso?
«I tempi sono stati quelli più rapidi consentiti dalla legge. L’azione disciplinare è stata avviata in 10 giorni anche se la legge consentiva fino a un anno di tempo. Il procedimento si è svolto nel rispetto del contraddittorio e dei diritti di difesa, effettuando tutte le audizioni necessarie e deliberando direttamente la sanzione più grave. Il parere dell’Adunanza generale e l’ultima delibera del Consiglio di presidenza sono stati adottati praticamente all’unanimità. Sfido chiunque a trovare un corpo istituzionale o un ordine professionale più severo e rigoroso».
Ma perché Bellomo è rimasto in servizio per un anno, mentre era sotto accusa?
«In assenza di un procedimento penale, la sospensione cautelare avrebbe richiesto gli stessi tempi della sanzione definitiva».
Dunque la sua conclusione è che il sistema funziona?
«Con i mezzi a disposizione, si è fatto il massimo. Ma il nostro procedimento disciplinare è regolato da norme obsolete, che in parte risalgono ancora al periodo fascista. Le più recenti sono dell’82. Al contrario, per i magistrati ordinari sono state modificate nel 2006».
Che cosa si può fare?
«Non possiamo cambiarle noi. Da anni il Consiglio di presidenza ha segnalato l’inadeguatezza a vari governi; nel dicembre scorso ne ho ribadito l’esigenza in una lettera alla presidenza del Consiglio. Abbiamo anche predisposto bozze di riforma, ma non possiamo approvarcele da soli».
Csm e Associazione nazionale magistrati hanno sollevato la questione delle scuole per preparare il concorso in magistratura. Ai magistrati ordinari sono vietate, a quelli amministrativi no. Bisogna estendere il divieto?
«Già nel luglio scorso il nostro Consiglio di presidenza aveva deliberato misure più severe per l’autorizzazione degli incarichi. Ho chiesto una verifica dell’attuazione di questa delibera. Allo stesso Bellomo, dopo i primi accertamenti, era stata negata l’autorizzazione a insegnare».
È sufficiente?
«No. Occorre procedere a un profondo ripensamento della materia degli incarichi di insegnamento nelle scuole di preparazione per i concorsi in magistratura, senza riflessi difensivi e autoreferenziali, confrontandoci con mondi diversi dal nostro: Csm, ministero, università. Il dibattito si è già avviato all’interno del Consiglio di presidenza».
Molti politici negli ultimi anni vi hanno preso di mira accusandovi di essere un freno per il paese. Questa vicenda vi indebolisce?
«Semmai ci rafforza, perché abbiamo dato prova di speditezza ed efficienza. Le stesse documentate dall’attività giurisdizionale, al di là di certe fake news che ancora circolano: arretrato dimezzato in pochi anni, tempi processuali tra i migliori in Europa».
Ci sono studi che attribuiscono danni economici al Paese dall’eccesso di processi amministrativi. L’ex premier Prodi sì è chiesto, provocatoriamente, se non sia il caso di abolire Tar e Consiglio di Stato.
«Ci sono anche studiosi che hanno colto come la giustizia amministrativa possa costituire un vantaggio economico per il Paese: perché una sana economia si fonda sul rispetto delle regole da parte di amministrazioni e di operatori economici, non sul far west del più furbo».
E i cantieri fermi? Le opere bloccate? Gli appalti e i concorsi annullati?
«Non siamo affatto i giudici del no: non siamo noi a bloccare il Paese, semmai la cattiva legislazione e l’eccesso di burocrazia. Anche quest’ultima vicenda, con le sofferenze che ci ha procurato, dimostra che in fondo i cittadini possono fidarsi di noi».
Il Fatto 15.1.18
Intervista a Vannino Chiti
“Gentiloni ha sbagliato, Boschi andava allontanata”
“Il 40% alle Europee valeva comunque meno voti di quelli presi da Veltroni nel 2008, ma nessuno ha osato muovere appunti”
di Luca De Carolis
“Dopo 16 anni in Parlamento era giusto lasciare. Ma la decisione finale l’ho presa dopo quanto avvenuto sulla legge elettorale, piovuta in Senato con un voto di fiducia: per me è stata l’ultima goccia”. In una mattinata romana il senatore Vannino Chiti ragiona di passato prossimo e di futuro. Cresciuto nel Pci, presidente della Regione Toscana, ministro con Romano Prodi e sottosegretario a Palazzo Chigi con Giuliano Amato, non si ricandiderà. Cercherà di aiutare da fuori quel Pd che ancora difende: “L’idea era buona, però non le abbiamo dato le gambe giuste”. Contrario alle riforme renziane, ha comunque sostenuto il Sì nel referendum perché “ci furono correttivi concordati con la minoranza epacta sunt servanda”, e ha disapprovato la scissione di Mpd. Di questo e molto altro scrive nel libro La democrazia nel futuro(Guerini e associati).
Lei parte dalla crisi della sinistra in tutto l’Occidente. Ma perché questo tracollo?
La sinistra è stata subalterna rispetto alla globalizzazione. Non aveva gli strumenti per governarla, perché non ha saputo affrontarla in ottica internazionale, l’unico modo con cui si poteva gestire. Ogni partito europeo è rimasto chiuso nei confini nazionali.
Perché la globalizzazione ha prevalso così facilmente?
Perché si veniva anche dalla sconfitta dell’Urss e del socialismo reale. Non palpitavo per quel sistema, ma per quel crollo hanno pagato tutte le forze socialiste: l’alternativa al capitalismo aveva fallito.
Negli Anni 90 a sinistra furoreggiava la “terza via”.
Doveva essere un modo di sinistra per orientare la globalizzazione. L’idea era che il pubblico lasciasse spazio anche al privato, per esempio nel welfare, e che fosse necessario attenuare le regole nell’ambito del lavoro. Ma non ha funzionato.
Uno degli apostoli della terza via era Tony Blair.
Veniva in vacanza ogni estate in Toscana, quando governavo la Regione. Una volta mi disse che voleva portare la Gran Bretagna nell’euro.
Blair disse di avere un erede italiano, Matteo Renzi. Lei l’ex premier quando l’ha conosciuto?
Quando ero presidente regionale. Fu a un dibattito pubblico a Pontassieve (Firenze), dove presentavo un libro. Non ricordo cosa disse, quindi non rimasi molto colpito. Poi nel 2001 ci sentimmo molto per le Politiche. Da coordinatore della Margherita, lui appoggiò la mia candidatura nel collegio uninominale di Firenze. A coordinare il mio comitato elettorale era Dario Nardella. E il mio avversario era Denis Verdini.
Quanto è stretto il legame tra Verdini e Renzi?
Hanno relazioni pre-politiche. Il senatore aveva rapporti con il padre e la sua famiglia.
Poi sono arrivati i rapporti politici…
Verdini è stato il ponte tra Renzi e Berlusconi: è un pragmatico.
Fu pragmatico anche quando a Firenze candidò contro Renzi l’ex portiere di calcio Giovanni Galli?
Senza dubbio.
Lei come si trovava con l’ex premier?
Con me è sempre stato corretto. Nel 2009 mi chiese di fare il sindaco di Firenze, perché voleva rimanere presidente della Provincia. Ma ho avuto forti dissensi politici con lui, a cominciare dall’uso del termine rottamazione.
Lei racconta di vari incontri in cui discutevate di legge elettorale e riforme. Renzi le rispondeva sempre che bisognava fare in fretta.
La velocità e lo svecchiamento servono. Ma il come? E la condivisione?
Renzi affonda sulla riforma costituzionale.
L’errore primario è stato non dividerla in più leggi costituzionali. E poi il Senato avrebbe dovuto diventare un vero Bundesrat sul modello tedesco, espressione delle Regioni. Oppure restare elettivo.
Lui non capiva?
Renzi riconosceva i difetti della riforma. Ma l’unica cosa che gli premeva era il taglio dei costi. Lo ripeteva sempre. Voleva inseguire i grillini sul loro terreno: errore grave.
Lei scrive di “accecamento” nel Pd dopo il 40,8 nelle Europee.
Erano meno voti di quelli presi da Walter Veltroni nelle Politiche del 2008, ma nessuno lo notò. E nel Pd per lungo tempo nessuno ha osato muovere appunti al segretario. Io gli riconosco doti, come il coraggio e la capacità di lavoro. Ma gli ho sempre detto ciò che ritenevo giusto.
Lei scrive: “Non ci possono dire che il patto del Nazareno è saltato per l’elezione di Mattarella al Quirinale”.
Le intese vanno fatte in modo trasparente, altrimenti restano dubbi. Non so cosa prevedesse, e perché venne meno,
Lei definisce il giglio magico “inadeguato”.
Renzi si è circondato di persone inesperte e incompetenti.
E Boschi sul caso banche?
Occuparsi del proprio territorio non mi pare un problema, e certi attacchi nei suoi confronti sono stati vergognosi.
Ma?
Io rimprovero a lei e a tutto il Pd errori politici. E il primo è stata la mozione del Pd su Bankitalia (quella contro il governatore Visco, ndr), autogol clamoroso. Boschi conosceva quel testo? Gentiloni non è stato coinvolto. Al posto del premier avrei fatto in modo che lei salutasse.
Il secondo errore?
La commissione sulle banche. Andava fatta nella prossima legislatura, con una chiara conclusione temporale.
Ora come si riparte? Il Pd se la vedrà anche con LeU.
Io ero contrario alla scissione, le fratture non hanno mai giovato alla sinistra. Ma stimo Pietro Grasso, e penso che vada ricostruito un centrosinistra plurale, al più presto.
Il Pd rischia di scomparire in caso di sconfitta?
Potrebbe accadere in caso di alleanza con Forza Italia. In quel caso verrebbe meno la speranza di ricostruirlo.
Chiti, ora cosa farà?
Politica, perché è la mia vita. Lavorerò per la riunificazione della sinistra. Ma devo ancora capire come.
Intervista a Vannino Chiti
“Gentiloni ha sbagliato, Boschi andava allontanata”
“Il 40% alle Europee valeva comunque meno voti di quelli presi da Veltroni nel 2008, ma nessuno ha osato muovere appunti”
di Luca De Carolis
“Dopo 16 anni in Parlamento era giusto lasciare. Ma la decisione finale l’ho presa dopo quanto avvenuto sulla legge elettorale, piovuta in Senato con un voto di fiducia: per me è stata l’ultima goccia”. In una mattinata romana il senatore Vannino Chiti ragiona di passato prossimo e di futuro. Cresciuto nel Pci, presidente della Regione Toscana, ministro con Romano Prodi e sottosegretario a Palazzo Chigi con Giuliano Amato, non si ricandiderà. Cercherà di aiutare da fuori quel Pd che ancora difende: “L’idea era buona, però non le abbiamo dato le gambe giuste”. Contrario alle riforme renziane, ha comunque sostenuto il Sì nel referendum perché “ci furono correttivi concordati con la minoranza epacta sunt servanda”, e ha disapprovato la scissione di Mpd. Di questo e molto altro scrive nel libro La democrazia nel futuro(Guerini e associati).
Lei parte dalla crisi della sinistra in tutto l’Occidente. Ma perché questo tracollo?
La sinistra è stata subalterna rispetto alla globalizzazione. Non aveva gli strumenti per governarla, perché non ha saputo affrontarla in ottica internazionale, l’unico modo con cui si poteva gestire. Ogni partito europeo è rimasto chiuso nei confini nazionali.
Perché la globalizzazione ha prevalso così facilmente?
Perché si veniva anche dalla sconfitta dell’Urss e del socialismo reale. Non palpitavo per quel sistema, ma per quel crollo hanno pagato tutte le forze socialiste: l’alternativa al capitalismo aveva fallito.
Negli Anni 90 a sinistra furoreggiava la “terza via”.
Doveva essere un modo di sinistra per orientare la globalizzazione. L’idea era che il pubblico lasciasse spazio anche al privato, per esempio nel welfare, e che fosse necessario attenuare le regole nell’ambito del lavoro. Ma non ha funzionato.
Uno degli apostoli della terza via era Tony Blair.
Veniva in vacanza ogni estate in Toscana, quando governavo la Regione. Una volta mi disse che voleva portare la Gran Bretagna nell’euro.
Blair disse di avere un erede italiano, Matteo Renzi. Lei l’ex premier quando l’ha conosciuto?
Quando ero presidente regionale. Fu a un dibattito pubblico a Pontassieve (Firenze), dove presentavo un libro. Non ricordo cosa disse, quindi non rimasi molto colpito. Poi nel 2001 ci sentimmo molto per le Politiche. Da coordinatore della Margherita, lui appoggiò la mia candidatura nel collegio uninominale di Firenze. A coordinare il mio comitato elettorale era Dario Nardella. E il mio avversario era Denis Verdini.
Quanto è stretto il legame tra Verdini e Renzi?
Hanno relazioni pre-politiche. Il senatore aveva rapporti con il padre e la sua famiglia.
Poi sono arrivati i rapporti politici…
Verdini è stato il ponte tra Renzi e Berlusconi: è un pragmatico.
Fu pragmatico anche quando a Firenze candidò contro Renzi l’ex portiere di calcio Giovanni Galli?
Senza dubbio.
Lei come si trovava con l’ex premier?
Con me è sempre stato corretto. Nel 2009 mi chiese di fare il sindaco di Firenze, perché voleva rimanere presidente della Provincia. Ma ho avuto forti dissensi politici con lui, a cominciare dall’uso del termine rottamazione.
Lei racconta di vari incontri in cui discutevate di legge elettorale e riforme. Renzi le rispondeva sempre che bisognava fare in fretta.
La velocità e lo svecchiamento servono. Ma il come? E la condivisione?
Renzi affonda sulla riforma costituzionale.
L’errore primario è stato non dividerla in più leggi costituzionali. E poi il Senato avrebbe dovuto diventare un vero Bundesrat sul modello tedesco, espressione delle Regioni. Oppure restare elettivo.
Lui non capiva?
Renzi riconosceva i difetti della riforma. Ma l’unica cosa che gli premeva era il taglio dei costi. Lo ripeteva sempre. Voleva inseguire i grillini sul loro terreno: errore grave.
Lei scrive di “accecamento” nel Pd dopo il 40,8 nelle Europee.
Erano meno voti di quelli presi da Walter Veltroni nelle Politiche del 2008, ma nessuno lo notò. E nel Pd per lungo tempo nessuno ha osato muovere appunti al segretario. Io gli riconosco doti, come il coraggio e la capacità di lavoro. Ma gli ho sempre detto ciò che ritenevo giusto.
Lei scrive: “Non ci possono dire che il patto del Nazareno è saltato per l’elezione di Mattarella al Quirinale”.
Le intese vanno fatte in modo trasparente, altrimenti restano dubbi. Non so cosa prevedesse, e perché venne meno,
Lei definisce il giglio magico “inadeguato”.
Renzi si è circondato di persone inesperte e incompetenti.
E Boschi sul caso banche?
Occuparsi del proprio territorio non mi pare un problema, e certi attacchi nei suoi confronti sono stati vergognosi.
Ma?
Io rimprovero a lei e a tutto il Pd errori politici. E il primo è stata la mozione del Pd su Bankitalia (quella contro il governatore Visco, ndr), autogol clamoroso. Boschi conosceva quel testo? Gentiloni non è stato coinvolto. Al posto del premier avrei fatto in modo che lei salutasse.
Il secondo errore?
La commissione sulle banche. Andava fatta nella prossima legislatura, con una chiara conclusione temporale.
Ora come si riparte? Il Pd se la vedrà anche con LeU.
Io ero contrario alla scissione, le fratture non hanno mai giovato alla sinistra. Ma stimo Pietro Grasso, e penso che vada ricostruito un centrosinistra plurale, al più presto.
Il Pd rischia di scomparire in caso di sconfitta?
Potrebbe accadere in caso di alleanza con Forza Italia. In quel caso verrebbe meno la speranza di ricostruirlo.
Chiti, ora cosa farà?
Politica, perché è la mia vita. Lavorerò per la riunificazione della sinistra. Ma devo ancora capire come.
Il Fatto 15.1.18
Le fake news di Franceschini. Al Pantheon 2000 visite l’ora
Il ministro Franceschini spara numeri “strabilianti” sulle presenze dei musei. Ma non reggono
di Vittorio Emiliani
Un fragore festante di trombe e grancasse ha accompagnato le “cifre strabilianti” (così l’ufficio stampa del ministero dei Beni culturali) annunciate da Dario Franceschini su ingressi e incassi di musei e monumenti. Ma davvero meritavano queste ovazioni “velinare”? O i 50 milioni di visitatori e i 193,6 milioni di introiti non andavano analizzati seriamente? Qualcuno, oltre a chi scrive, ha fatto le pulci all’annuncio-lampo (in genere i dati si davano, in dettaglio, mesi dopo): Andrea Cionci su La Stampa, Angelo Crespi su Il Giornale e lo storico dell’arte Tomaso Montanari. Sul quale ha così twittato, dopo aver suonato la tromba nel proprio Tg1, il giornalista del servizio pubblico, Marco Frittella: “Il bilancio della riforma dei musei italiani è eccezionale: in 4 anni +12 milioni di visitatori (+31%) e +70 milioni di euro di incassi (+53%). Risorse preziose per la tutela che tornano ai musei con un sistema che premia le migliori gestioni e garantisce le piccole realtà”, anticipato da “Non ditelo a Tomaso Montanari, gli dareste un dolore”. Presidente e direttore generale della Rai dovrebbero preoccuparsi e magari vergognarsi di questo telegiornalismo precotto e “frittellato”.
Perché, in realtà, il prezzo dei biglietti risulta aumentato del 5,23 % di media, uno dei maggiori dell’ultimo periodo, da solo genera introiti per svariati milioni in più. Anche se, altro dato che mette la sordina alle trombe, i paganti risulterebbero aumentati soltanto del 5% e i non paganti (dati, questi, ufficiali) del 15 %. Attendiamo dunque analisi più dettagliate.
“Cifre strabilianti” sono di sicuro gli 8 milioni di ingressi gratuiti al Pantheon. Tanti quanti i visitatori del Louvre; 1 milione più di quelli del Colosseo; il 70% in più del 2010: 8 milioni fanno 22.000 ingressi al giorno in spazi limitati, anche dalle funzioni religiose del tempio, e poi in 8-10 ore di apertura. Una Curva Sud si riverserebbe ogni giorno al Pantheon. Ma chi l’ha vista? Qualcuno deve avere un po’ ecceduto al Collegio Romano. Viene poi la calca delle domeniche gratis: ufficialmente si parla di 3,5 milioni di ingressi. A spanne, visto che le biglietterie sono chiuse e si usa il conta-persone. Figurarsi.
Ma poi, la Reggia di Venaria e il Museo Egizio di Torino sono ancora Musei statali? A rigore non più. Sono Fondazioni partecipate solo in parte dal ministero dei Beni culturali: la prima con oltre 1 milione di visitatori, il secondo con 845.237 e un leggero calo malgrado l’impagabile serata di Zumba danzata fra le mummie. Fanno 1,9 milioni di visitatori da sottrarre agli oltre 50 milioni di ingressi. Lo stesso per i loro introiti complessivi stimabili (i dati esatti non ci sono) in 12 milioni di euro. Il boom già si sgonfia.
Molti dei musei o dei siti in crescita in realtà non fanno parte di quelli resi autonomi dalle “riforme” e “miracolati” dalle pozioni di Frà Dario: non Pompei già autonoma (+7,6%), non Castel Sant’Angelo, il Castello di Miramare (+14,3%), o la Grotta Azzurra di Capri (+10,4%). Ma l’euforico comunicato ministeriale non distingue. Due Musei autonomi invece flettono: il Palazzo Ducale di Mantova (-11,10%), un anno fa lodatissimo per il tourbillon di mostre e il Museo Nazionale Romano (-1,80%), ora diretto da una storica dell’arte.
Costretti a “far soldi, soldi, soldi”, i super-direttori sono diventati impresari di matrimoni, banchetti, feste di laurea, compleanni fastosi (o pacchiani) e altro ancora, alcuni sbracando (Italia Nostra di Caserta ha già chiesto le dimissioni del direttore della Reggia Mauro Felicori). Pure i partecipanti a quei turbinosi “eventi” vengono conteggiati fra i visitatori. Tanti soldi, tutti per lo Stato? No, per la mancata riforma delle società di servizi aggiuntivi, il 20 % degli incassi va ad esse. Con ciò si scende a 155 milioni di introiti reali. Meno i 12 milioni di Venaria ed Egizio, si cala a 143… Ovviamente si tace sulla primavera-estate favorevolissima al turismo e sul calo di arrivi, a causa del terrorismo, a Parigi, in Nord Africa, Libia, Egitto e Turchia (-40% solo i tedeschi) a nostro favore. Da noi i tedeschi sono i più presenti e i cinesi salgono a 5,4 milioni di presenze.
Torniamo agli introiti “strabilianti”, e quindi ai rincari: soltanto agli Uffizi da 8 a 12,5 euro (+ 4,5 euro che, moltiplicati per 2,2 milioni ingressi, fanno una decina di milioni di euro in più…) e a Pitti da 8 a 13,5 euro (+ 5,5 che, moltiplicati per 580.000, fanno più di 3 milioni di euro), ecc. Agli Uffizi si pagano 38-39 euro con audioguida, mentre al Louvre un tour guidato ne costa solo 35. Venaria Reale è più cara di Versailles: 47 euro per 90 minuti di visita guidata (55 per Reggia e giardini) contro 18 euro con audioguida (al giorno), 20 con accesso ai giardini e 35 per un tour guidato. Cioè 20 euro in meno che alla Venaria. Al Museo Egizio il biglietto più richiesto, 2 ore con audioguida, costa 47 euro. Ragazzi, a far soldi così son buoni tutti, senza essere i super-direttori voluti da Franceschini. Ma chi lo racconta agli italiani? Chi sgonfia le balle? Pochissimi per ora. Suonano le trombe. E i tromboni.
Le fake news di Franceschini. Al Pantheon 2000 visite l’ora
Il ministro Franceschini spara numeri “strabilianti” sulle presenze dei musei. Ma non reggono
di Vittorio Emiliani
Un fragore festante di trombe e grancasse ha accompagnato le “cifre strabilianti” (così l’ufficio stampa del ministero dei Beni culturali) annunciate da Dario Franceschini su ingressi e incassi di musei e monumenti. Ma davvero meritavano queste ovazioni “velinare”? O i 50 milioni di visitatori e i 193,6 milioni di introiti non andavano analizzati seriamente? Qualcuno, oltre a chi scrive, ha fatto le pulci all’annuncio-lampo (in genere i dati si davano, in dettaglio, mesi dopo): Andrea Cionci su La Stampa, Angelo Crespi su Il Giornale e lo storico dell’arte Tomaso Montanari. Sul quale ha così twittato, dopo aver suonato la tromba nel proprio Tg1, il giornalista del servizio pubblico, Marco Frittella: “Il bilancio della riforma dei musei italiani è eccezionale: in 4 anni +12 milioni di visitatori (+31%) e +70 milioni di euro di incassi (+53%). Risorse preziose per la tutela che tornano ai musei con un sistema che premia le migliori gestioni e garantisce le piccole realtà”, anticipato da “Non ditelo a Tomaso Montanari, gli dareste un dolore”. Presidente e direttore generale della Rai dovrebbero preoccuparsi e magari vergognarsi di questo telegiornalismo precotto e “frittellato”.
Perché, in realtà, il prezzo dei biglietti risulta aumentato del 5,23 % di media, uno dei maggiori dell’ultimo periodo, da solo genera introiti per svariati milioni in più. Anche se, altro dato che mette la sordina alle trombe, i paganti risulterebbero aumentati soltanto del 5% e i non paganti (dati, questi, ufficiali) del 15 %. Attendiamo dunque analisi più dettagliate.
“Cifre strabilianti” sono di sicuro gli 8 milioni di ingressi gratuiti al Pantheon. Tanti quanti i visitatori del Louvre; 1 milione più di quelli del Colosseo; il 70% in più del 2010: 8 milioni fanno 22.000 ingressi al giorno in spazi limitati, anche dalle funzioni religiose del tempio, e poi in 8-10 ore di apertura. Una Curva Sud si riverserebbe ogni giorno al Pantheon. Ma chi l’ha vista? Qualcuno deve avere un po’ ecceduto al Collegio Romano. Viene poi la calca delle domeniche gratis: ufficialmente si parla di 3,5 milioni di ingressi. A spanne, visto che le biglietterie sono chiuse e si usa il conta-persone. Figurarsi.
Ma poi, la Reggia di Venaria e il Museo Egizio di Torino sono ancora Musei statali? A rigore non più. Sono Fondazioni partecipate solo in parte dal ministero dei Beni culturali: la prima con oltre 1 milione di visitatori, il secondo con 845.237 e un leggero calo malgrado l’impagabile serata di Zumba danzata fra le mummie. Fanno 1,9 milioni di visitatori da sottrarre agli oltre 50 milioni di ingressi. Lo stesso per i loro introiti complessivi stimabili (i dati esatti non ci sono) in 12 milioni di euro. Il boom già si sgonfia.
Molti dei musei o dei siti in crescita in realtà non fanno parte di quelli resi autonomi dalle “riforme” e “miracolati” dalle pozioni di Frà Dario: non Pompei già autonoma (+7,6%), non Castel Sant’Angelo, il Castello di Miramare (+14,3%), o la Grotta Azzurra di Capri (+10,4%). Ma l’euforico comunicato ministeriale non distingue. Due Musei autonomi invece flettono: il Palazzo Ducale di Mantova (-11,10%), un anno fa lodatissimo per il tourbillon di mostre e il Museo Nazionale Romano (-1,80%), ora diretto da una storica dell’arte.
Costretti a “far soldi, soldi, soldi”, i super-direttori sono diventati impresari di matrimoni, banchetti, feste di laurea, compleanni fastosi (o pacchiani) e altro ancora, alcuni sbracando (Italia Nostra di Caserta ha già chiesto le dimissioni del direttore della Reggia Mauro Felicori). Pure i partecipanti a quei turbinosi “eventi” vengono conteggiati fra i visitatori. Tanti soldi, tutti per lo Stato? No, per la mancata riforma delle società di servizi aggiuntivi, il 20 % degli incassi va ad esse. Con ciò si scende a 155 milioni di introiti reali. Meno i 12 milioni di Venaria ed Egizio, si cala a 143… Ovviamente si tace sulla primavera-estate favorevolissima al turismo e sul calo di arrivi, a causa del terrorismo, a Parigi, in Nord Africa, Libia, Egitto e Turchia (-40% solo i tedeschi) a nostro favore. Da noi i tedeschi sono i più presenti e i cinesi salgono a 5,4 milioni di presenze.
Torniamo agli introiti “strabilianti”, e quindi ai rincari: soltanto agli Uffizi da 8 a 12,5 euro (+ 4,5 euro che, moltiplicati per 2,2 milioni ingressi, fanno una decina di milioni di euro in più…) e a Pitti da 8 a 13,5 euro (+ 5,5 che, moltiplicati per 580.000, fanno più di 3 milioni di euro), ecc. Agli Uffizi si pagano 38-39 euro con audioguida, mentre al Louvre un tour guidato ne costa solo 35. Venaria Reale è più cara di Versailles: 47 euro per 90 minuti di visita guidata (55 per Reggia e giardini) contro 18 euro con audioguida (al giorno), 20 con accesso ai giardini e 35 per un tour guidato. Cioè 20 euro in meno che alla Venaria. Al Museo Egizio il biglietto più richiesto, 2 ore con audioguida, costa 47 euro. Ragazzi, a far soldi così son buoni tutti, senza essere i super-direttori voluti da Franceschini. Ma chi lo racconta agli italiani? Chi sgonfia le balle? Pochissimi per ora. Suonano le trombe. E i tromboni.
Il Fatto 15.1.18
Università, Londra insegna perché deve essere gratis
Abolire le tasse non aiuta i ricchi. In Inghilterra le introdusse Blair con grandi propositi. Risultato? Sono esplose e le iscrizioni calate insieme al finanziamento statale: scaricare i costi sugli studenti offre l’alibi per sottrarre risorse agli atenei
di Mirko Canevaro
Il Rapporto Eurydice della Commissione Europea ci dice quello che sapevamo già: le rette universitarie più alte d’Europa si pagano in Inghilterra, ad oggi 9.250 sterline l’anno per la triennale. Secondo il Rapporto Ocse Education at a Glance 2017, le rette universitarie inglesi sono persino più alte della media americana. Vent’anni fa, in Gran Bretagna, l’educazione universitaria era completamente gratuita. È facile liquidare, dall’Italia, il modello inglese come un modello alieno – le cifre che pagano gli studenti da noi non sono neppure paragonabili (in realtà, in Europa, a parte in Inghilterra, solo in Olanda e Spagna si paga più che da noi).
Ma le reazioni suscitate dalla proposta di Pietro Grasso di abolire le “tasse” universitarie suggeriscono che sarebbe utile riguardarselo il dibattito inglese di vent’anni fa: i temi sono analoghi, le buone (o cattive) intenzioni sono le stesse e – sorpresa – anche allora la questione nasceva tutta da sinistra. Perché le rette universitarie in Inghilterra le introdusse il primo governo laburista di Tony Blair – inizialmente progressive e basate sul reddito, con borse di studio per chi ne avesse bisogno; un paio di anni e le borse scomparvero, sostituite da prestiti statali da ripagare (con gli interessi) non appena il laureato avesse raggiunto un reddito di 10.000 sterline. Nel 2006 la progressività andò a farsi benedire, e le rette passarono a circa 3.000 sterline; da 3.225 nel 2009-2010, con i Tories balzarono a 9.000 – e con quel balzo è arrivata una flessione delle immatricolazioni, soprattutto tra le fasce sociali più deboli.
Il dibattito sulle proposte di Grasso, si diceva, è tutto da sinistra. Da un lato c’è chi nota (giustamente) che il sistema universitario italiano è compromesso da anni di definanziamento – servono almeno 1,2 miliardi (la cifra varia) per riparare al danno fatto, da aggiungere a quei 1,6 (pare) necessari per abolire le rette. E se c’è da scegliere, forse, rifinanziare il sistema universitario è più pressante. Dall’altro si parla di progressività: alcuni sostengono che abolire le rette sarebbe regressivo. Ma rispetto a cosa? Certo non alla minuscola progressività delle rette correnti; magari rispetto a un immaginario sistema di rette super progressive che davvero tracciasse il gradiente dei redditi, ma non mi pare sia nel programma di nessuno.
Altri, più seri, notano che le diseguaglianze nell’accesso all’università – vere, dolorose, drammatiche – non hanno tanto, o solo, a che fare con le rette, ma piuttosto con l’assenza di borse, di studentati, di misure attive volte a garantire il diritto allo studio. Se vogliamo investire 1,6 miliardi, la priorità è lì.
Le stesse preoccupazioni furono vent’anni fa alla base dell’introduzione delle rette in Inghilterra. Il ragionamento non fu (da destra) che l’istruzione universitaria non è un diritto, ma un servizio che va pagato. Al contrario (da sinistra), il National Committee of Inquiry into Higher Education spiegò che le considerazioni a favore dell’introduzione delle rette avevano a che fare coi temi dell’“equità tra gruppi sociali, dell’allargamento del pubblico universitario… e dell’identificazione di una nuova fonte di finanziamento che possa essere destinata esclusivamente all’educazione universitaria”. Insomma, un nuovo modello più solido per il finanziamento del sistema, che ne garantisse l’espansione, e che potesse supportare maggiore progressività, misure forti per l’inclusione e l’allargamento del diritto allo studio. Abbiamo visto come è andata a finire.
Ci sono due lezioni in questa storia. Primo, un miglior livello di finanziamento al sistema universitario e l’introduzione della gratuità possono sembrare priorità alternative ma sono in realtà una questione sola. Una volta introdotte, le rette crescono sempre di più, perché esiste infine un’alternativa al contributo pubblico – c’è un altro modo di finanziare il sistema che non pesa sul bilancio. In Inghilterra, all’introduzione delle rette è seguito un progressivo e inesorabile definanziamento degli atenei, e soprattutto dell’insegnamento; borse, studentati agevolati e misure di diritto allo studio sono state le prime a saltare. In ultima analisi, la prospettiva di un rifinanziamento pubblico (anche parziale), tanto del sistema nel suo complesso, quanto del diritto allo studio, è irrealistica finché scaricare parte dei costi sugli studenti resta un’opzione.
La seconda lezione è che il discrimine tra rette (anche minime e progressive) e non rette non è di grado, ma assoluto – sono due modelli diversi e alternativi. Le considerazioni economiche – anche quando legate a preoccupazioni di giustizia sociale, di redistribuzione e di progressività fiscale – non devono farci dimenticare che esiste un piano simbolico e di legittimità legato a doppio filo ai problemi dell’istruzione, ad ogni livello. Se si vuole rilanciare la credibilità dello Stato, il suo ruolo come attore economico centrale e legittimo, e soprattutto come manifestazione di nuovo rappresentativa del popolo italiano, è indispensabile riconoscere aree e servizi fondamentali, gratuiti e garantiti a prescindere a tutti (poveri ma anche ricchi). Serve a creare un capitale vero di legittimità, che si possa spendere in misure veramente redistributive. Sanità, istruzione, sicurezza, da sinistra, devono essere gratuite e garantite – la progressività è meglio costruirla altrove, nella tassazione diretta del reddito e della ricchezza.
Università, Londra insegna perché deve essere gratis
Abolire le tasse non aiuta i ricchi. In Inghilterra le introdusse Blair con grandi propositi. Risultato? Sono esplose e le iscrizioni calate insieme al finanziamento statale: scaricare i costi sugli studenti offre l’alibi per sottrarre risorse agli atenei
di Mirko Canevaro
Il Rapporto Eurydice della Commissione Europea ci dice quello che sapevamo già: le rette universitarie più alte d’Europa si pagano in Inghilterra, ad oggi 9.250 sterline l’anno per la triennale. Secondo il Rapporto Ocse Education at a Glance 2017, le rette universitarie inglesi sono persino più alte della media americana. Vent’anni fa, in Gran Bretagna, l’educazione universitaria era completamente gratuita. È facile liquidare, dall’Italia, il modello inglese come un modello alieno – le cifre che pagano gli studenti da noi non sono neppure paragonabili (in realtà, in Europa, a parte in Inghilterra, solo in Olanda e Spagna si paga più che da noi).
Ma le reazioni suscitate dalla proposta di Pietro Grasso di abolire le “tasse” universitarie suggeriscono che sarebbe utile riguardarselo il dibattito inglese di vent’anni fa: i temi sono analoghi, le buone (o cattive) intenzioni sono le stesse e – sorpresa – anche allora la questione nasceva tutta da sinistra. Perché le rette universitarie in Inghilterra le introdusse il primo governo laburista di Tony Blair – inizialmente progressive e basate sul reddito, con borse di studio per chi ne avesse bisogno; un paio di anni e le borse scomparvero, sostituite da prestiti statali da ripagare (con gli interessi) non appena il laureato avesse raggiunto un reddito di 10.000 sterline. Nel 2006 la progressività andò a farsi benedire, e le rette passarono a circa 3.000 sterline; da 3.225 nel 2009-2010, con i Tories balzarono a 9.000 – e con quel balzo è arrivata una flessione delle immatricolazioni, soprattutto tra le fasce sociali più deboli.
Il dibattito sulle proposte di Grasso, si diceva, è tutto da sinistra. Da un lato c’è chi nota (giustamente) che il sistema universitario italiano è compromesso da anni di definanziamento – servono almeno 1,2 miliardi (la cifra varia) per riparare al danno fatto, da aggiungere a quei 1,6 (pare) necessari per abolire le rette. E se c’è da scegliere, forse, rifinanziare il sistema universitario è più pressante. Dall’altro si parla di progressività: alcuni sostengono che abolire le rette sarebbe regressivo. Ma rispetto a cosa? Certo non alla minuscola progressività delle rette correnti; magari rispetto a un immaginario sistema di rette super progressive che davvero tracciasse il gradiente dei redditi, ma non mi pare sia nel programma di nessuno.
Altri, più seri, notano che le diseguaglianze nell’accesso all’università – vere, dolorose, drammatiche – non hanno tanto, o solo, a che fare con le rette, ma piuttosto con l’assenza di borse, di studentati, di misure attive volte a garantire il diritto allo studio. Se vogliamo investire 1,6 miliardi, la priorità è lì.
Le stesse preoccupazioni furono vent’anni fa alla base dell’introduzione delle rette in Inghilterra. Il ragionamento non fu (da destra) che l’istruzione universitaria non è un diritto, ma un servizio che va pagato. Al contrario (da sinistra), il National Committee of Inquiry into Higher Education spiegò che le considerazioni a favore dell’introduzione delle rette avevano a che fare coi temi dell’“equità tra gruppi sociali, dell’allargamento del pubblico universitario… e dell’identificazione di una nuova fonte di finanziamento che possa essere destinata esclusivamente all’educazione universitaria”. Insomma, un nuovo modello più solido per il finanziamento del sistema, che ne garantisse l’espansione, e che potesse supportare maggiore progressività, misure forti per l’inclusione e l’allargamento del diritto allo studio. Abbiamo visto come è andata a finire.
Ci sono due lezioni in questa storia. Primo, un miglior livello di finanziamento al sistema universitario e l’introduzione della gratuità possono sembrare priorità alternative ma sono in realtà una questione sola. Una volta introdotte, le rette crescono sempre di più, perché esiste infine un’alternativa al contributo pubblico – c’è un altro modo di finanziare il sistema che non pesa sul bilancio. In Inghilterra, all’introduzione delle rette è seguito un progressivo e inesorabile definanziamento degli atenei, e soprattutto dell’insegnamento; borse, studentati agevolati e misure di diritto allo studio sono state le prime a saltare. In ultima analisi, la prospettiva di un rifinanziamento pubblico (anche parziale), tanto del sistema nel suo complesso, quanto del diritto allo studio, è irrealistica finché scaricare parte dei costi sugli studenti resta un’opzione.
La seconda lezione è che il discrimine tra rette (anche minime e progressive) e non rette non è di grado, ma assoluto – sono due modelli diversi e alternativi. Le considerazioni economiche – anche quando legate a preoccupazioni di giustizia sociale, di redistribuzione e di progressività fiscale – non devono farci dimenticare che esiste un piano simbolico e di legittimità legato a doppio filo ai problemi dell’istruzione, ad ogni livello. Se si vuole rilanciare la credibilità dello Stato, il suo ruolo come attore economico centrale e legittimo, e soprattutto come manifestazione di nuovo rappresentativa del popolo italiano, è indispensabile riconoscere aree e servizi fondamentali, gratuiti e garantiti a prescindere a tutti (poveri ma anche ricchi). Serve a creare un capitale vero di legittimità, che si possa spendere in misure veramente redistributive. Sanità, istruzione, sicurezza, da sinistra, devono essere gratuite e garantite – la progressività è meglio costruirla altrove, nella tassazione diretta del reddito e della ricchezza.
La Stampa 15.1.18
I paradossi nascosti nelle urne
di Bill Emmot
A ogni appuntamento con il voto, c’è un crescendo di enfasi: politiche, di partiti, di personalità. I sistemi elettorali in vigore negli Stati Uniti, in Gran Bretagna o in Francia, dove chi vince conquista la maggioranza assoluta, tendono a favorire le personalità, e solo in seconda istanza i partiti, mentre quelli con rappresentanza proporzionale, come in Germania o nei Paesi Bassi, favoriscono i partiti e poi le politiche. La stranezza dell’Italia, nel 2018 come nelle precedenti elezioni, è che, nonostante il sistema sia per lo più proporzionale, le personalità con ogni evidenza predominano.
Questo, da una prospettiva internazionale, a un osservatore non italiano appare bizzarro. Ma qualsiasi lettore di un quotidiano italiano sa già che la politica nell’Italia moderna è, ed è sempre stata, principalmente un gioco di personalità, e che la logica della fedeltà al partito è buona seconda e con grande distacco.
Tuttavia, il risvolto strano e spiacevole di tutto questo, e che ogni analista, economista o giornalista sa, è che ciò di cui il Paese ha bisogno per porre fine ai suoi vent’anni di sottosviluppo economico rispetto ai vicini dell’Europa occidentale è una politica migliore. Quindi sarebbe auspicabile vedere una competizione volta a costruire il consenso, e di conseguenza le coalizioni, attorno a politiche che servano a riformare l’Italia e a cambiarla in meglio.
In una certa misura, è ciò che sta accadendo. Ma mi pare ci siano tre grandi ostacoli: in primo luogo il grande rumore mediatico generato dalle due personalità dominanti: Silvio Berlusconi e Matteo Renzi; in secondo luogo l’associazione delle politiche più innovative con un approccio euroscettico e conflittuale a Berlino, Francoforte e Bruxelles; infine, il fatto che mentre le singole politiche appaiono radicali e innovative, i partiti le accompagnano con un incoerente pacchetto di altre iniziative che minano la loro credibilità complessiva.
Prendiamo le due proposte politiche che, da straniero, mi sembra abbiano un autentico potenziale per fare una grande differenza per l’Italia nel lungo periodo. Una è l’imposta sul reddito forfettaria, promossa dalla Lega Nord e ora adottata da tutto il centrodestra. L’altra è la proposta dei Cinque stelle per un nuovo «reddito minimo di dignità» rivolto a persone che necessitano di riqualificazione e sostegno nella ricerca di nuovi posti di lavoro.
Penso da anni che l’idea di un’imposta sul reddito semplificata con una sola aliquota pagata da chiunque guadagni oltre un determinato importo, nota come imposta forfettaria, si addica molto all’Italia. La battaglia infinita del Paese contro l’evasione fiscale e l’enorme economia illegale rendono una soluzione del genere piuttosto naturale.
L’incentivo all’evasione fiscale dev’essere ridotto. La finzione della tassazione progressiva in un contesto ad alto tasso di evasione deve finire. L’attuale situazione, in cui un onere fiscale iniquo ricade sui poveretti che non sono in grado di evadere le tasse - il che significa milioni di semplici impiegati e salariati - è ingiusta e improduttiva.
Inoltre il corollario logico e necessario alla riforma del diritto del lavoro, il Jobs Act di Matteo Renzi, sarebbe un sistema di tutela contro la disoccupazione in grado di aiutare i dipendenti che hanno perso il posto a trovare un nuovo lavoro, come proposto dai Cinque Stelle. Questa combinazione di nuove leggi sull’occupazione e aiuto per l’adeguamento del lavoro è esattamente ciò che il presidente Emmanuel Macron ha promesso durante la sua campagna elettorale in Francia l’anno scorso, e che i Paesi scandinavi come la Danimarca utilizzano già con molto successo.
Quindi, a prima vista, a questo non italiano sembra che le opzioni politiche più pratiche e interessanti siano proposte da partiti ampiamente considerati agli estremi della politica. Una vittoria dei Cinque Stelle o della Lega Nord sarebbe considerata, soprattutto dai mercati finanziari internazionali, come una ricetta per l’instabilità. Il risultato «stabile» sarebbe una grande coalizione centrista mediata da Berlusconi e Renzi.
Eppure una tale «stabilità» implica che l’Italia continui ad avere performance economiche insufficienti: anche oggi, con il più rapido tasso di crescita economica del Paese dalla crisi finanziaria del 2008, l’Italia sta crescendo più lentamente di qualsiasi altro Paese dell’eurozona a parte la Grecia. Solo la Grecia e la Spagna hanno tassi di disoccupazione più elevati rispetto all’Italia, e con una crescita spagnola del 3% all’anno attualmente due volte quella italiana, a breve il tasso di disoccupazione in Spagna, attualmente al 16,7%, potrebbe scendere al di sotto di quello dell’Italia (11%).
Quindi l’Italia ha bisogno di innovazione politica e di riforme. Il governo Renzi del 2014-2016 ha deluso perché, nonostante abbia annunciato a gran voce le riforme, ha concluso troppo poco. Idee come la tassa forfettaria e il reddito di cittadinanza sono logiche eredi degli scarsi risultati ottenuti da Renzi con il Jobs Act, l’aiuto alle start-up e incentivi per gli investimenti in tecnologia avanzata.
Lasciatevelo dire da questo cittadino di un Paese come la Gran Bretagna che ha scelto la Brexit: la via peggiore e più seducente è l’euroscetticismo. Sì, tanto i Cinque Stelle come la Lega hanno attenuato le loro posizioni sull’euro. Tuttavia, entrambi continuano a fare affidamento su questo presunto potenziale per costringere la Germania e la Commissione europea a allentare i vincoli sulla politica fiscale italiana; probabilmente non è una strategia di successo, ma non è comunque sensato per un Paese con un debito pubblico superiore al 130% del Pil e un sistema bancario ancora vulnerabile. L’Italia ha bisogno di amici a Bruxelles, Berlino e Francoforte, non di nemici.
E poi ci sono i pensionati. Berlusconi sembra Trump quando parla di modificare la legge Fornero del 2012. Ma questo è l’opposto di ciò che serve a un Paese che per le pensioni pubbliche spende, in percentuale sul Pil, più soldi dei contribuenti (il 16%) di qualsiasi altra grande nazione europea, e cioè quattro volte di più che per l’istruzione e la formazione. L’età pensionabile è troppo bassa, non troppo alta: il 76% degli svedesi di età compresa tra i 55 e i 64 anni è in attività rispetto al 52% degli italiani (e al 51% dei francesi).
Promettere una politica pensionistica così sconsiderata e generosa significa minare la credibilità dell’imposta sul reddito forfettaria; promettere uno scontro con Bruxelles sulla politica fiscale significa minare la credibilità delle promesse di un’assistenza sociale in stile scandinavo.
Tutto ciò ci riconduce al discorso sulle personalità. Il sistema elettorale del Rosatellum offre un forte vantaggio a chiunque sia in grado di formare coalizioni, sia prima del voto per vincere in una gran parte dei collegi elettorali uninominali, sia successivamente, a meno che un miracolo non doni la maggioranza assoluta a un singolo partito o a una coalizione.
Ecco perché il grande architetto di coalizioni, Silvio Berlusconi, è tornato al centro della scena. Contrariamente a quanto i suoi giornali hanno scritto su di me, lo considero ancora «inadatto» a guidare l’Italia come lo era nel 2001, quando noi di The Economist gli dedicammo la nostra famigerata copertina. Ma probabilmente il 5 marzo avrà ancora un ruolo cruciale - sfortunatamente.
Traduzione di Carla Reschia
I paradossi nascosti nelle urne
di Bill Emmot
A ogni appuntamento con il voto, c’è un crescendo di enfasi: politiche, di partiti, di personalità. I sistemi elettorali in vigore negli Stati Uniti, in Gran Bretagna o in Francia, dove chi vince conquista la maggioranza assoluta, tendono a favorire le personalità, e solo in seconda istanza i partiti, mentre quelli con rappresentanza proporzionale, come in Germania o nei Paesi Bassi, favoriscono i partiti e poi le politiche. La stranezza dell’Italia, nel 2018 come nelle precedenti elezioni, è che, nonostante il sistema sia per lo più proporzionale, le personalità con ogni evidenza predominano.
Questo, da una prospettiva internazionale, a un osservatore non italiano appare bizzarro. Ma qualsiasi lettore di un quotidiano italiano sa già che la politica nell’Italia moderna è, ed è sempre stata, principalmente un gioco di personalità, e che la logica della fedeltà al partito è buona seconda e con grande distacco.
Tuttavia, il risvolto strano e spiacevole di tutto questo, e che ogni analista, economista o giornalista sa, è che ciò di cui il Paese ha bisogno per porre fine ai suoi vent’anni di sottosviluppo economico rispetto ai vicini dell’Europa occidentale è una politica migliore. Quindi sarebbe auspicabile vedere una competizione volta a costruire il consenso, e di conseguenza le coalizioni, attorno a politiche che servano a riformare l’Italia e a cambiarla in meglio.
In una certa misura, è ciò che sta accadendo. Ma mi pare ci siano tre grandi ostacoli: in primo luogo il grande rumore mediatico generato dalle due personalità dominanti: Silvio Berlusconi e Matteo Renzi; in secondo luogo l’associazione delle politiche più innovative con un approccio euroscettico e conflittuale a Berlino, Francoforte e Bruxelles; infine, il fatto che mentre le singole politiche appaiono radicali e innovative, i partiti le accompagnano con un incoerente pacchetto di altre iniziative che minano la loro credibilità complessiva.
Prendiamo le due proposte politiche che, da straniero, mi sembra abbiano un autentico potenziale per fare una grande differenza per l’Italia nel lungo periodo. Una è l’imposta sul reddito forfettaria, promossa dalla Lega Nord e ora adottata da tutto il centrodestra. L’altra è la proposta dei Cinque stelle per un nuovo «reddito minimo di dignità» rivolto a persone che necessitano di riqualificazione e sostegno nella ricerca di nuovi posti di lavoro.
Penso da anni che l’idea di un’imposta sul reddito semplificata con una sola aliquota pagata da chiunque guadagni oltre un determinato importo, nota come imposta forfettaria, si addica molto all’Italia. La battaglia infinita del Paese contro l’evasione fiscale e l’enorme economia illegale rendono una soluzione del genere piuttosto naturale.
L’incentivo all’evasione fiscale dev’essere ridotto. La finzione della tassazione progressiva in un contesto ad alto tasso di evasione deve finire. L’attuale situazione, in cui un onere fiscale iniquo ricade sui poveretti che non sono in grado di evadere le tasse - il che significa milioni di semplici impiegati e salariati - è ingiusta e improduttiva.
Inoltre il corollario logico e necessario alla riforma del diritto del lavoro, il Jobs Act di Matteo Renzi, sarebbe un sistema di tutela contro la disoccupazione in grado di aiutare i dipendenti che hanno perso il posto a trovare un nuovo lavoro, come proposto dai Cinque Stelle. Questa combinazione di nuove leggi sull’occupazione e aiuto per l’adeguamento del lavoro è esattamente ciò che il presidente Emmanuel Macron ha promesso durante la sua campagna elettorale in Francia l’anno scorso, e che i Paesi scandinavi come la Danimarca utilizzano già con molto successo.
Quindi, a prima vista, a questo non italiano sembra che le opzioni politiche più pratiche e interessanti siano proposte da partiti ampiamente considerati agli estremi della politica. Una vittoria dei Cinque Stelle o della Lega Nord sarebbe considerata, soprattutto dai mercati finanziari internazionali, come una ricetta per l’instabilità. Il risultato «stabile» sarebbe una grande coalizione centrista mediata da Berlusconi e Renzi.
Eppure una tale «stabilità» implica che l’Italia continui ad avere performance economiche insufficienti: anche oggi, con il più rapido tasso di crescita economica del Paese dalla crisi finanziaria del 2008, l’Italia sta crescendo più lentamente di qualsiasi altro Paese dell’eurozona a parte la Grecia. Solo la Grecia e la Spagna hanno tassi di disoccupazione più elevati rispetto all’Italia, e con una crescita spagnola del 3% all’anno attualmente due volte quella italiana, a breve il tasso di disoccupazione in Spagna, attualmente al 16,7%, potrebbe scendere al di sotto di quello dell’Italia (11%).
Quindi l’Italia ha bisogno di innovazione politica e di riforme. Il governo Renzi del 2014-2016 ha deluso perché, nonostante abbia annunciato a gran voce le riforme, ha concluso troppo poco. Idee come la tassa forfettaria e il reddito di cittadinanza sono logiche eredi degli scarsi risultati ottenuti da Renzi con il Jobs Act, l’aiuto alle start-up e incentivi per gli investimenti in tecnologia avanzata.
Lasciatevelo dire da questo cittadino di un Paese come la Gran Bretagna che ha scelto la Brexit: la via peggiore e più seducente è l’euroscetticismo. Sì, tanto i Cinque Stelle come la Lega hanno attenuato le loro posizioni sull’euro. Tuttavia, entrambi continuano a fare affidamento su questo presunto potenziale per costringere la Germania e la Commissione europea a allentare i vincoli sulla politica fiscale italiana; probabilmente non è una strategia di successo, ma non è comunque sensato per un Paese con un debito pubblico superiore al 130% del Pil e un sistema bancario ancora vulnerabile. L’Italia ha bisogno di amici a Bruxelles, Berlino e Francoforte, non di nemici.
E poi ci sono i pensionati. Berlusconi sembra Trump quando parla di modificare la legge Fornero del 2012. Ma questo è l’opposto di ciò che serve a un Paese che per le pensioni pubbliche spende, in percentuale sul Pil, più soldi dei contribuenti (il 16%) di qualsiasi altra grande nazione europea, e cioè quattro volte di più che per l’istruzione e la formazione. L’età pensionabile è troppo bassa, non troppo alta: il 76% degli svedesi di età compresa tra i 55 e i 64 anni è in attività rispetto al 52% degli italiani (e al 51% dei francesi).
Promettere una politica pensionistica così sconsiderata e generosa significa minare la credibilità dell’imposta sul reddito forfettaria; promettere uno scontro con Bruxelles sulla politica fiscale significa minare la credibilità delle promesse di un’assistenza sociale in stile scandinavo.
Tutto ciò ci riconduce al discorso sulle personalità. Il sistema elettorale del Rosatellum offre un forte vantaggio a chiunque sia in grado di formare coalizioni, sia prima del voto per vincere in una gran parte dei collegi elettorali uninominali, sia successivamente, a meno che un miracolo non doni la maggioranza assoluta a un singolo partito o a una coalizione.
Ecco perché il grande architetto di coalizioni, Silvio Berlusconi, è tornato al centro della scena. Contrariamente a quanto i suoi giornali hanno scritto su di me, lo considero ancora «inadatto» a guidare l’Italia come lo era nel 2001, quando noi di The Economist gli dedicammo la nostra famigerata copertina. Ma probabilmente il 5 marzo avrà ancora un ruolo cruciale - sfortunatamente.
Traduzione di Carla Reschia
Repubblica 15.1.18
Torino e il voto dei lavoratori
Operai e precari orfani di sinistra “In bilico tra astensione e destre”
Ai cancelli di Mirafiori rabbia per la crisi e la legge Fornero: “ Troppe promesse vane, forse con il M5S cambierà qualcosa”. I pony express: “Costretti a pedalare perché manca lavoro”
di Paolo Griseri
TORINO La Torino operaia e precaria sembra più arrabbiata che convinta. Chi ha il lavoro vorrebbe scappare e accusa la politica di averlo legato alle catene di montaggio come un ostaggio in guerra. Chi non ha un’occupazione pedala alla ricerca di un reddito in qualche modo certo. La maggioranza non sta bene dove sta e promette nell’ordine: di non andare a votare «tanto non serve»; di votare 5Stelle o Lega «per mandare a casa quelli che ci sono adesso»; di essere incerta «perché uno come me che votava a sinistra che cosa deve fare adesso che sono divisi?».
Un tempo si chiamavano “le Meccaniche di via Settembrini”.
Perché prima del raddoppio degli anni Settanta quella che correva lungo il muro di cinta della parte storica di Mirafiori era una semplice via di campagna. Da allora lo stabilimento ha avuto il tempo di ingigantirsi: via Settembrini è diventato corso Settembrini. Poi si è sgonfiato. Anche adesso che ha ripreso a lavorare non raggiunge certo i ritmi di un tempo. Oggi per esempio le Carrozzerie sono in cassa integrazione. Il cancello 2, quello storico dove si è sempre andati a raccogliere lo stato d’animo degli operai, è chiuso. Bisogna andare alla Meccaniche. Un tempo producevano motori, oggi solo cambi. Gli operai delle Meccaniche sono sempre stati considerati gli intellettuali della fabbrica: per fare un motore, anche in linea, ci vuole più competenza di quella necessaria a saldare la lamiera in Carrozzeria. Tutto è cambiato.
Le Meccaniche si chiamano “Fca Powertrain” e la fabbrica, dopo il matrimonio con Chrysler, si chiama “plant”. Ma la porta 20 non ha cambiato numero.
È l’ora del cambio turno. Nel crocicchio davanti al cancello si capisce subito che Giuseppina è la più ascoltata. Sarà per l’età, l’esperienza conta. Si parla di lavoro: «Dove siete impegnate?». «Al controllo qualità dei cambi.
Arrivano i pezzi e dobbiamo verificare che tutto sia in ordine». Un lavoro interessante?
«Un lavoro». Signora Giuseppina, lei per chi voterà il 4 marzo? Non passano cinque secondi. Il tempo di sospensione della signora è molto breve. Gira gli occhi e indossa uno sguardo di fuoco: «Io voto per Salvini».
Signora ci faccia capire. Lei, diciamo così, non ha l’accento dei portuali di Oslo...«Io sono siciliana. Sono di Messina». E allora, scusi, perché vota per la Lega? «Voto per la Lega perché la Lega abolirà la legge Fornero e io quella lì non la voglio vedere».
È arrabbiata con la signora Fornero? «Sarebbe arrabbiato anche lei sa? Arrabbiatissimo. Io dovevo andare in pensione a 58 anni. E invece ci andrò a 63. Una bella differenza no? Cinque anni in più a contare i tappini e i pezzi nelle scatole».
Giuseppina non è l’unica arrabbiata che si ferma a parlare. I più, va detto, tirano diritto. I “non voto grazie” sono in maggioranza e c’è da sperare che almeno una parte siano di tute blu che non hanno voglia di rispondere alle domande. Tra chi accenna a una risposta fugace prima di scappare prevalgono nettamente i «voto Cinque stelle», gridato come un urlo liberatorio. Lino, 58 anni, è uno che accetta di fermarsi a ragionare: «Ho sempre votato a sinistra. Prima Pci poi tutti gli altri partiti che sono venuti dopo fino al Pd. Ma adesso sono incerto». Pesa la divisione tra Pd e Leu? «Cosa? Ma non hai capito.
Io sono incerto perché non so se rimanere a casa o andare a votare Cinque stelle». Perché non più la sinistra? «Perché ha promesso, promesso ma non ha fatto niente. Poi Renzi mi è antipatico». Però, insomma, gli 80 euro, le nuove leggi sul lavoro, non è che non abbiano fatto niente...«Ecco quella di fare le leggi che voleva Berlusconi come l’articolo 18 se la potevano proprio evitare. E sai qual è il risultato? Che io sono qui a montare i bracci dei cambi.
Arrivo a casa la sera e mio figlio è sul divano a giocare con la play.
Non dovrebbe essere il contrario? Almeno i Cinque stelle sono giovani e può darsi che cambino qualcosa». Paolo è tra i meno arrabbiati. È sulla quarantina, giacca a vento, arriva in bicicletta. Che cosa voterà? «Sono molto incerto. Ho sempre votato a sinistra, ma dopo la divisione del Pd non so davvero che cosa fare. Deciderò all’ultimo momento». È molto che lavora in fabbrica? «Una decina d’anni». Quale parte del cambio produce? «Sono al controllo di produzione. Ma non sono un dipendente. Ho sempre preferito rimanere un consulente esterno».
Una delle differenze tra il lavoro fordista del Novecento e quello precario del Duemila è che quello del nuovo secolo non ha cancelli di ingresso. Non c’è una porta 20 per gli avventizi della pizza. Ognuno parte da casa sua con la sua bici e il suo cubo di metallo sulla schiena. Li devi rincorrere, fermare al volo come i taxi londinesi nei film in bianco e nero. In via Bligny, pieno centro, Luigi fa il giro di consegne del mattino. Bisogna intervistarlo dal finestrino dell’auto: «Studio all’università.
Faccio questo lavoro per guadagnare qualcosa. Spero di smettere quando troverò un lavoro serio. Ma conosco gente che continua così anche dopo la laurea. Voterò Pd. Hanno fatto delle buone cose sui diritti civili.
Scusa se non ti lascio fare domande. Ho poco tempo. E poi vedi? Si è formata la coda dietro la tua macchina». Non si può intasare il traffico per fare un’intervista. Meglio provare ad andare da Greek food lab, ristorante greco in via Berthollet, nel cuore di San Salvario. Qui prima di cena passano le nuove tute blu. Che sono vestite di rosso, si prendono le pietanze e le portano nelle case della città.
Franco arriva intorno alle sette di sera. Molla il cubo a terra, entra nel ristorante e carica le dolmades ghemistes, le foglie di vite ripiene di riso che fanno tanto estate anche nel gennaio torinese. «Per chi voterò? Credo la Meloni. Già da giovane mi piaceva la fiamma». Franco non è più giovane e lo sa. Che cosa ci fa a 45 anni su una bicicletta?
«Eh, faccio 30 chilometri al giorno e guadagno meno di mille euro. L’unico vantaggio è che mi tengo in forma. Ma c’è poco da scherzare. Ero un commerciante, sono fallito e devo pedalare». Commerciante in quale settore?
«Abbigliamento. Sono arrivato ad avere dieci negozi negli outlet del Piemonte. La crisi e la separazione da mia moglie mi hanno ucciso». Come mai la passione per la destra? «Ce l’avevo da ragazzo. Poi sono entrato in polizia. E ho continuato a votare per An, oggi per Fratelli d’Italia. La Meloni mi piace e poi non sono così estremi come CasaPound».
Lino non passa dal Greek Food, sfreccia davanti. E già carico.
Arriva da una delle pizzerie in fondo a via Berthollet. Sbuca dalla leggera nebbiolina che sale dal Po. È un ragazzo esile e gentile. Si ferma anche se è di fretta, a un richiamo dal marciapiede. «State cercando di capire che cosa voteranno quelli come me? Allora vi sbagliate, io non sono adatto». Che cosa vuol dire? «Io sono fuori target, sono strano». C’è un motivo particolare? «Certo, io sono comunista». Beh è un’opinione legittima: «Sì ma nessuno la capisce. I miei amici, chissà perché, non l’apprezzano. A scuola ce la presentavano in modo negativo». Diciamo che qualche problemino nel Novecento c’è stato: «Questo io non lo so. Ho 25 anni e vedo solo che il comunismo è una filosofia di vita. Privilegia la giustizia e l’uguaglianza. Voterò Il Potere al popolo. E adesso scusa, ti lascio.
Mi si fredda la margherita nel cubo».
Torino e il voto dei lavoratori
Operai e precari orfani di sinistra “In bilico tra astensione e destre”
Ai cancelli di Mirafiori rabbia per la crisi e la legge Fornero: “ Troppe promesse vane, forse con il M5S cambierà qualcosa”. I pony express: “Costretti a pedalare perché manca lavoro”
di Paolo Griseri
TORINO La Torino operaia e precaria sembra più arrabbiata che convinta. Chi ha il lavoro vorrebbe scappare e accusa la politica di averlo legato alle catene di montaggio come un ostaggio in guerra. Chi non ha un’occupazione pedala alla ricerca di un reddito in qualche modo certo. La maggioranza non sta bene dove sta e promette nell’ordine: di non andare a votare «tanto non serve»; di votare 5Stelle o Lega «per mandare a casa quelli che ci sono adesso»; di essere incerta «perché uno come me che votava a sinistra che cosa deve fare adesso che sono divisi?».
Un tempo si chiamavano “le Meccaniche di via Settembrini”.
Perché prima del raddoppio degli anni Settanta quella che correva lungo il muro di cinta della parte storica di Mirafiori era una semplice via di campagna. Da allora lo stabilimento ha avuto il tempo di ingigantirsi: via Settembrini è diventato corso Settembrini. Poi si è sgonfiato. Anche adesso che ha ripreso a lavorare non raggiunge certo i ritmi di un tempo. Oggi per esempio le Carrozzerie sono in cassa integrazione. Il cancello 2, quello storico dove si è sempre andati a raccogliere lo stato d’animo degli operai, è chiuso. Bisogna andare alla Meccaniche. Un tempo producevano motori, oggi solo cambi. Gli operai delle Meccaniche sono sempre stati considerati gli intellettuali della fabbrica: per fare un motore, anche in linea, ci vuole più competenza di quella necessaria a saldare la lamiera in Carrozzeria. Tutto è cambiato.
Le Meccaniche si chiamano “Fca Powertrain” e la fabbrica, dopo il matrimonio con Chrysler, si chiama “plant”. Ma la porta 20 non ha cambiato numero.
È l’ora del cambio turno. Nel crocicchio davanti al cancello si capisce subito che Giuseppina è la più ascoltata. Sarà per l’età, l’esperienza conta. Si parla di lavoro: «Dove siete impegnate?». «Al controllo qualità dei cambi.
Arrivano i pezzi e dobbiamo verificare che tutto sia in ordine». Un lavoro interessante?
«Un lavoro». Signora Giuseppina, lei per chi voterà il 4 marzo? Non passano cinque secondi. Il tempo di sospensione della signora è molto breve. Gira gli occhi e indossa uno sguardo di fuoco: «Io voto per Salvini».
Signora ci faccia capire. Lei, diciamo così, non ha l’accento dei portuali di Oslo...«Io sono siciliana. Sono di Messina». E allora, scusi, perché vota per la Lega? «Voto per la Lega perché la Lega abolirà la legge Fornero e io quella lì non la voglio vedere».
È arrabbiata con la signora Fornero? «Sarebbe arrabbiato anche lei sa? Arrabbiatissimo. Io dovevo andare in pensione a 58 anni. E invece ci andrò a 63. Una bella differenza no? Cinque anni in più a contare i tappini e i pezzi nelle scatole».
Giuseppina non è l’unica arrabbiata che si ferma a parlare. I più, va detto, tirano diritto. I “non voto grazie” sono in maggioranza e c’è da sperare che almeno una parte siano di tute blu che non hanno voglia di rispondere alle domande. Tra chi accenna a una risposta fugace prima di scappare prevalgono nettamente i «voto Cinque stelle», gridato come un urlo liberatorio. Lino, 58 anni, è uno che accetta di fermarsi a ragionare: «Ho sempre votato a sinistra. Prima Pci poi tutti gli altri partiti che sono venuti dopo fino al Pd. Ma adesso sono incerto». Pesa la divisione tra Pd e Leu? «Cosa? Ma non hai capito.
Io sono incerto perché non so se rimanere a casa o andare a votare Cinque stelle». Perché non più la sinistra? «Perché ha promesso, promesso ma non ha fatto niente. Poi Renzi mi è antipatico». Però, insomma, gli 80 euro, le nuove leggi sul lavoro, non è che non abbiano fatto niente...«Ecco quella di fare le leggi che voleva Berlusconi come l’articolo 18 se la potevano proprio evitare. E sai qual è il risultato? Che io sono qui a montare i bracci dei cambi.
Arrivo a casa la sera e mio figlio è sul divano a giocare con la play.
Non dovrebbe essere il contrario? Almeno i Cinque stelle sono giovani e può darsi che cambino qualcosa». Paolo è tra i meno arrabbiati. È sulla quarantina, giacca a vento, arriva in bicicletta. Che cosa voterà? «Sono molto incerto. Ho sempre votato a sinistra, ma dopo la divisione del Pd non so davvero che cosa fare. Deciderò all’ultimo momento». È molto che lavora in fabbrica? «Una decina d’anni». Quale parte del cambio produce? «Sono al controllo di produzione. Ma non sono un dipendente. Ho sempre preferito rimanere un consulente esterno».
Una delle differenze tra il lavoro fordista del Novecento e quello precario del Duemila è che quello del nuovo secolo non ha cancelli di ingresso. Non c’è una porta 20 per gli avventizi della pizza. Ognuno parte da casa sua con la sua bici e il suo cubo di metallo sulla schiena. Li devi rincorrere, fermare al volo come i taxi londinesi nei film in bianco e nero. In via Bligny, pieno centro, Luigi fa il giro di consegne del mattino. Bisogna intervistarlo dal finestrino dell’auto: «Studio all’università.
Faccio questo lavoro per guadagnare qualcosa. Spero di smettere quando troverò un lavoro serio. Ma conosco gente che continua così anche dopo la laurea. Voterò Pd. Hanno fatto delle buone cose sui diritti civili.
Scusa se non ti lascio fare domande. Ho poco tempo. E poi vedi? Si è formata la coda dietro la tua macchina». Non si può intasare il traffico per fare un’intervista. Meglio provare ad andare da Greek food lab, ristorante greco in via Berthollet, nel cuore di San Salvario. Qui prima di cena passano le nuove tute blu. Che sono vestite di rosso, si prendono le pietanze e le portano nelle case della città.
Franco arriva intorno alle sette di sera. Molla il cubo a terra, entra nel ristorante e carica le dolmades ghemistes, le foglie di vite ripiene di riso che fanno tanto estate anche nel gennaio torinese. «Per chi voterò? Credo la Meloni. Già da giovane mi piaceva la fiamma». Franco non è più giovane e lo sa. Che cosa ci fa a 45 anni su una bicicletta?
«Eh, faccio 30 chilometri al giorno e guadagno meno di mille euro. L’unico vantaggio è che mi tengo in forma. Ma c’è poco da scherzare. Ero un commerciante, sono fallito e devo pedalare». Commerciante in quale settore?
«Abbigliamento. Sono arrivato ad avere dieci negozi negli outlet del Piemonte. La crisi e la separazione da mia moglie mi hanno ucciso». Come mai la passione per la destra? «Ce l’avevo da ragazzo. Poi sono entrato in polizia. E ho continuato a votare per An, oggi per Fratelli d’Italia. La Meloni mi piace e poi non sono così estremi come CasaPound».
Lino non passa dal Greek Food, sfreccia davanti. E già carico.
Arriva da una delle pizzerie in fondo a via Berthollet. Sbuca dalla leggera nebbiolina che sale dal Po. È un ragazzo esile e gentile. Si ferma anche se è di fretta, a un richiamo dal marciapiede. «State cercando di capire che cosa voteranno quelli come me? Allora vi sbagliate, io non sono adatto». Che cosa vuol dire? «Io sono fuori target, sono strano». C’è un motivo particolare? «Certo, io sono comunista». Beh è un’opinione legittima: «Sì ma nessuno la capisce. I miei amici, chissà perché, non l’apprezzano. A scuola ce la presentavano in modo negativo». Diciamo che qualche problemino nel Novecento c’è stato: «Questo io non lo so. Ho 25 anni e vedo solo che il comunismo è una filosofia di vita. Privilegia la giustizia e l’uguaglianza. Voterò Il Potere al popolo. E adesso scusa, ti lascio.
Mi si fredda la margherita nel cubo».
La Stampa 15.1.18
Bonino: discussione aperta con Gori e Zingaretti. Il Pd non è mio nemico, ci saremo anche alle regionali
“Intesa con il Pd ancora possibile ma Renzi ama ballare da solo”
di Francesco Bei
Dal giorno dell’annuncio di un accordo tecnico-politico con Bruno Tabacci per non dover raccogliere le firme per la lista +Europa, Emma Bonino è sparita dai radar. Una brutta influenza, ma soprattutto una riflessione ancora aperta sull’alleanza con il Pd. La risposta ufficiale a Renzi sarà data in settimana, dopo un’assemblea pubblica per decidere se apparentarsi oppure no.
Bonino, a che punto siamo, sarete alleati con il Pd?
«Intanto dico con chiarezza che +Europa agisce nell’ambito del centrosinistra senza tentennamenti. Ma sottolineo anche che questa area non si identifica esclusivamente con il Pd. Da pochi giorni, grazie a Centro democratico, si è creata una situazione nuova per noi che merita un supplemento di riflessione. Rimane il fatto, e lo denunceremo in tutte le sedi, che questa legge elettorale è discriminatoria e ostruzionistica per chiunque non sia già presente in Parlamento».
Ma se fosse per lei l’alleanza si dovrebbe fare?
«Noi eravamo tesi verso un’altra traiettoria - la raccolta delle firme e la presentazione in solitaria - adesso c’è un reset».
E dunque?
«Che le devo dire, il Pd non è il mio nemico, gli avversari sono altrove, le forze antieuropee. Ma dipenderà anche da loro: per ballare il tango bisogna essere in due. La mia impressione è che il Pd abbia scritto questa legge che prevede le coalizioni, ma non è tanto nel carattere di Renzi coalizzarsi».
Ci sarete alle regionali?
«Lo stiamo valutando, l’intenzione è di presentarci. C’è una discussione aperta sia con Gori che con Zingaretti».
Intanto Paolo Gentiloni a Torino, davanti agli amministratori del Pd, ha fatto un discorso fortemente europeista. Lo sentite più vicino?
«Gentiloni è un signore che conosco da sempre, è un convinto europeista. È partito in sordina ma ha capito che questo paese non aveva più bisogno di una scossa elettrica quotidiana, semmai di qualcuno che costruisce e rassicuri. È antica scuola Dc, con i suoi pregi e i suoi limiti. Lo stimo anche se restano tutte le distanze sull’immigrazione».
Il governo si è dato da fare con Gentiloni e Minniti. Gli sbarchi si sono drasticamente ridotti, le agenzie internazionali sono entrate in Libia per controllare i campi. Stanno provando a governare i flussi dall’Africa sub-sahariana…
«È certamente importante governare il flusso di migranti e rifugiati che sulla direttrice Niger/Libia va a ingrossare il “bottino” umano a disposizione delle milizie. Forse ci siamo assuefatti ma è bene sottolineare che in questi primi giorni di gennaio abbiamo avuto almeno duecento persone morte nel Mediterraneo, mille sono state salvate dalla Guardia costiera e dalle Ong rimaste e più di settecento sono state riportate dalla Guardia costiera libica in quei terribili centri di detenzione».
Colpa di Minniti?
«Non sto dicendo questo, ma queste cifre non mi sembra possano dare adito ad alcuna auto-esaltazione. Non è un grande successo. Il problema di Minniti è invece quello di continuare a coltivare un certo sentimento generale dell’opinione pubblica invece di iniziare un racconto diverso del fenomeno migratorio».
E voi in caso di vittoria elettorale cosa fareste sull’immigrazione irregolare?
«Gliene dico una sola. Più Europa vuole risolvere il problema degli oltre 500 mila irregolari che ci sono in Italia con un permesso di soggiorno temporaneo, rinnovabile solo in caso di effettivo inserimento nel mercato del lavoro. Più immigrati regolari vuol dire non solo maggiori entrate previdenziali, ma più sicurezza e più legalità. Conviene a noi prima che a loro».
In questi giorni è un festival di sparate elettorali: aboliamo la Fornero, via il canone Rai, flat tax, via il bollo auto, via le tasse universitarie, più soldi per tutti, giovani e vecchi. E voi?
«Per noi il problema dei problemi è il debito pubblico italiano al suo massimo storico. Non partecipiamo a questo gioco delle bufale, a chi le spara più grosse. Pensate a una famiglia già super-indebitata che continua ad andare avanti indebitandosi sempre di più, pagando interessi sempre più onerosi alle banche: arriverà un giorno alla bancarotta, che lascerà sulle spalle dei figli».
E come si riduce il debito?
«Certo non aumentando la spesa o abbassando le tasse. Il debito si può ridurre solo contenendo la spesa. Approfittando della ripresa in atto, noi proponiamo di congelare la spesa pubblica italiana al livello nominale del 2017 per tutta la durata della prossima legislatura. Mandare un segnale così forte ai mercati finanziari equivarrebbe a una polizia d’assicurazione contro la crisi di fiducia verso la nostra finanza pubblica».
Bonino: discussione aperta con Gori e Zingaretti. Il Pd non è mio nemico, ci saremo anche alle regionali
“Intesa con il Pd ancora possibile ma Renzi ama ballare da solo”
di Francesco Bei
Dal giorno dell’annuncio di un accordo tecnico-politico con Bruno Tabacci per non dover raccogliere le firme per la lista +Europa, Emma Bonino è sparita dai radar. Una brutta influenza, ma soprattutto una riflessione ancora aperta sull’alleanza con il Pd. La risposta ufficiale a Renzi sarà data in settimana, dopo un’assemblea pubblica per decidere se apparentarsi oppure no.
Bonino, a che punto siamo, sarete alleati con il Pd?
«Intanto dico con chiarezza che +Europa agisce nell’ambito del centrosinistra senza tentennamenti. Ma sottolineo anche che questa area non si identifica esclusivamente con il Pd. Da pochi giorni, grazie a Centro democratico, si è creata una situazione nuova per noi che merita un supplemento di riflessione. Rimane il fatto, e lo denunceremo in tutte le sedi, che questa legge elettorale è discriminatoria e ostruzionistica per chiunque non sia già presente in Parlamento».
Ma se fosse per lei l’alleanza si dovrebbe fare?
«Noi eravamo tesi verso un’altra traiettoria - la raccolta delle firme e la presentazione in solitaria - adesso c’è un reset».
E dunque?
«Che le devo dire, il Pd non è il mio nemico, gli avversari sono altrove, le forze antieuropee. Ma dipenderà anche da loro: per ballare il tango bisogna essere in due. La mia impressione è che il Pd abbia scritto questa legge che prevede le coalizioni, ma non è tanto nel carattere di Renzi coalizzarsi».
Ci sarete alle regionali?
«Lo stiamo valutando, l’intenzione è di presentarci. C’è una discussione aperta sia con Gori che con Zingaretti».
Intanto Paolo Gentiloni a Torino, davanti agli amministratori del Pd, ha fatto un discorso fortemente europeista. Lo sentite più vicino?
«Gentiloni è un signore che conosco da sempre, è un convinto europeista. È partito in sordina ma ha capito che questo paese non aveva più bisogno di una scossa elettrica quotidiana, semmai di qualcuno che costruisce e rassicuri. È antica scuola Dc, con i suoi pregi e i suoi limiti. Lo stimo anche se restano tutte le distanze sull’immigrazione».
Il governo si è dato da fare con Gentiloni e Minniti. Gli sbarchi si sono drasticamente ridotti, le agenzie internazionali sono entrate in Libia per controllare i campi. Stanno provando a governare i flussi dall’Africa sub-sahariana…
«È certamente importante governare il flusso di migranti e rifugiati che sulla direttrice Niger/Libia va a ingrossare il “bottino” umano a disposizione delle milizie. Forse ci siamo assuefatti ma è bene sottolineare che in questi primi giorni di gennaio abbiamo avuto almeno duecento persone morte nel Mediterraneo, mille sono state salvate dalla Guardia costiera e dalle Ong rimaste e più di settecento sono state riportate dalla Guardia costiera libica in quei terribili centri di detenzione».
Colpa di Minniti?
«Non sto dicendo questo, ma queste cifre non mi sembra possano dare adito ad alcuna auto-esaltazione. Non è un grande successo. Il problema di Minniti è invece quello di continuare a coltivare un certo sentimento generale dell’opinione pubblica invece di iniziare un racconto diverso del fenomeno migratorio».
E voi in caso di vittoria elettorale cosa fareste sull’immigrazione irregolare?
«Gliene dico una sola. Più Europa vuole risolvere il problema degli oltre 500 mila irregolari che ci sono in Italia con un permesso di soggiorno temporaneo, rinnovabile solo in caso di effettivo inserimento nel mercato del lavoro. Più immigrati regolari vuol dire non solo maggiori entrate previdenziali, ma più sicurezza e più legalità. Conviene a noi prima che a loro».
In questi giorni è un festival di sparate elettorali: aboliamo la Fornero, via il canone Rai, flat tax, via il bollo auto, via le tasse universitarie, più soldi per tutti, giovani e vecchi. E voi?
«Per noi il problema dei problemi è il debito pubblico italiano al suo massimo storico. Non partecipiamo a questo gioco delle bufale, a chi le spara più grosse. Pensate a una famiglia già super-indebitata che continua ad andare avanti indebitandosi sempre di più, pagando interessi sempre più onerosi alle banche: arriverà un giorno alla bancarotta, che lascerà sulle spalle dei figli».
E come si riduce il debito?
«Certo non aumentando la spesa o abbassando le tasse. Il debito si può ridurre solo contenendo la spesa. Approfittando della ripresa in atto, noi proponiamo di congelare la spesa pubblica italiana al livello nominale del 2017 per tutta la durata della prossima legislatura. Mandare un segnale così forte ai mercati finanziari equivarrebbe a una polizia d’assicurazione contro la crisi di fiducia verso la nostra finanza pubblica».
Repubblica 15.1.17
Intervista a Raffaello Lupi
“I partiti poco interessati. La lotta a chi froda non porta voti anzi li fa perdere”
di R. P.
ROMA. Non si parla di evasione fiscale in campagna elettorale. Perché?
«Perché - risponde il tributarista Raffaello Lupi, docente a Tor Vergata - il bilancio politico sarebbe comunque negativo.
Farebbe perdere i voti di coloro che vengono indicati come colpevoli e non farebbe guadagnare i voti di coloro che non sono interessati al tema perché, lavoratori dipendenti e pensionati pagano direttamente sullo stipendio».
Un mero problema di opportunismo elettorale?
«È evidente. Se l’evasione è spiegata come una colpa di determinate categorie economiche non si può colpevolizzare, bollandola di immoralità e assenza di senso civico una platea di milioni di piccoli commercianti, baristi, ristoratori, artigiani e ambulanti. Concepire l’azione degli uffici tributari come una lotta contro qualcuno, anziché come normale esercizio di una funzione pubblica è controproducente sempre e in campagna elettorale azzera il dibattito, oppure spinge a divagare sulla retorica del “fisco amico”».
Eppure ci sarà un modo per affrontare il problema, visto che siamo a cifre stratosferiche?
«Le basi imponibili degli “autonomi” non saranno mai determinabili con la stessa precisione dei dipendenti, ma una buona omogeneità si può raggiungere. E per farlo ci vuole una presenza sistematica sul territorio di un fisco “non nemico”, che si fa vedere da molti, riservando le rettifiche alle situazioni di minor credibilità. Così si fa dissuasione credibile, senza vessazioni.
Invece gli uffici dell’Agenzia delle entrate solo concentrati nei capoluoghi di provincia, perdendo il controllo valutativo del territorio ».
Il governo uscente comunque rivendica un recupero dell’evasione di oltre 20 miliardi nel 2017.
«Di evasione vera, ovvero di imponibili occultati al fisco, ci sono solo 1-2 miliardi».
Alcune misure, come la fatturazione elettronica, avranno prodotto qualcosa.
O no?
«La fatturazione elettronica sarà anche una buona misura, ma vale business to business, cioè tra le aziende. L’evasione è soprattutto al consumo finale nel commercio, nei locali notturni, nei servizi alla persona, tutti settori dove il controllo non è contabile, ma valutativo, per ordine di grandezza». – (r.p.)
Intervista a Raffaello Lupi
“I partiti poco interessati. La lotta a chi froda non porta voti anzi li fa perdere”
di R. P.
ROMA. Non si parla di evasione fiscale in campagna elettorale. Perché?
«Perché - risponde il tributarista Raffaello Lupi, docente a Tor Vergata - il bilancio politico sarebbe comunque negativo.
Farebbe perdere i voti di coloro che vengono indicati come colpevoli e non farebbe guadagnare i voti di coloro che non sono interessati al tema perché, lavoratori dipendenti e pensionati pagano direttamente sullo stipendio».
Un mero problema di opportunismo elettorale?
«È evidente. Se l’evasione è spiegata come una colpa di determinate categorie economiche non si può colpevolizzare, bollandola di immoralità e assenza di senso civico una platea di milioni di piccoli commercianti, baristi, ristoratori, artigiani e ambulanti. Concepire l’azione degli uffici tributari come una lotta contro qualcuno, anziché come normale esercizio di una funzione pubblica è controproducente sempre e in campagna elettorale azzera il dibattito, oppure spinge a divagare sulla retorica del “fisco amico”».
Eppure ci sarà un modo per affrontare il problema, visto che siamo a cifre stratosferiche?
«Le basi imponibili degli “autonomi” non saranno mai determinabili con la stessa precisione dei dipendenti, ma una buona omogeneità si può raggiungere. E per farlo ci vuole una presenza sistematica sul territorio di un fisco “non nemico”, che si fa vedere da molti, riservando le rettifiche alle situazioni di minor credibilità. Così si fa dissuasione credibile, senza vessazioni.
Invece gli uffici dell’Agenzia delle entrate solo concentrati nei capoluoghi di provincia, perdendo il controllo valutativo del territorio ».
Il governo uscente comunque rivendica un recupero dell’evasione di oltre 20 miliardi nel 2017.
«Di evasione vera, ovvero di imponibili occultati al fisco, ci sono solo 1-2 miliardi».
Alcune misure, come la fatturazione elettronica, avranno prodotto qualcosa.
O no?
«La fatturazione elettronica sarà anche una buona misura, ma vale business to business, cioè tra le aziende. L’evasione è soprattutto al consumo finale nel commercio, nei locali notturni, nei servizi alla persona, tutti settori dove il controllo non è contabile, ma valutativo, per ordine di grandezza». – (r.p.)
Repubblica 15.1.18
L’evasione reale
Nascosti al Fisco 132 miliardi record da autonomi e affitti
Studio del Senato: le dichiarazioni Irpef fanno perdere ogni anno 38 miliardi allo Stato
di Claudio Tito
Roma Oltre 132 miliardi di redditi Irpef nascosti con una perdita di gettito superiore a 38 miliardi l’anno. Sono questi gli ultimi dati choc dell’evasione fiscale in Italia contenuti in un rapporto elaborato dall’Ufficio Valutazione Impatto del Senato. Una ricerca appena conclusa dagli esperti di Palazzo Madama. In cui si confermano alcuni sospetti: a evadere di più le tasse sono i lavoratori autonomi e chi può contare su rendite immobiliari, ossia sugli affitti.
Lo studio, terminato nei primi giorni di quest’anno insieme all’Università Ca’ Foscari di Venezia, alza dunque di un bel pò le stime sulle tasse sul reddito non pagate nel nostro Paese.
Il tutto si basa su un principio che viene sintetizzato con una formula inglese: under reporting.
Ossia gli italiani mentono sui propri redditi anche nelle rilevazioni demoscopiche, «sottostimandoli nel timore che si possano stabilire collegamenti con quanto hanno dichiarato al fisco » . E secondo questo studio, esiste una « relazione sostanziale tra l’evasione fiscale e l’under reporting». Basti pensare che sugli introiti da lavoro autonomo e impresa almeno il 23 per cento degli intervistati non dice la verità e il 44% lo fa sugli affitti. Mentre i dipendenti sono sostanzialmente veritieri nelle loro relazioni con l’erario. « Il metodo usato da questo rapporto - che si concentra sull’imposta principale del nostro Paese, ossia l’Irpef corregge quindi verso l’alto tutte le stime precedenti. E addirittura viene raddoppiato, passando dal 7,5% al 14,4 il tasso complessivo di evasione del prelievo sugli introiti delle persone fisiche. Nell’ultimo Def i dati sui mancati introiti per l’Erario su redditi da lavoro autonomo e dipendente e da locazione ammontano a circa 33 miliardi. Il nuovo studio mostra quindi che ci sono circa 5 miliardi in più di Irpef e imposte sugli affitti che lo Stato non incassa.
In questo quadro spiccano le conferme di alcuni sospetti: a ingannare di più il fisco sono le cosiddette partite Iva e coloro che hanno la possibilità di mettere a frutto il patrimonio immobiliare posseduto. Il tasso di evasione totale è infatti del 37% per i redditi da lavoro autonomo e impresa, e questa fuga illecita sale al 65% in riferimento alle rendite provenienti da case, uffici e stabili. Secondo l’Ufficio Valutazione Impatto del Senato, il mancato gettito ammonta dunque a 38,5 miliardi l’anno con una suddivisione tra categorie di contribuenti piuttosto netta: 20,9 miliardi provengono (o meglio non arrivano alle casse dello Stato) dai lavoratori autonomi; 14,7 miliardi dalle rendite immobiliari; e solo 2,6 miliardi dai dipendenti. Bisogna dire che per quanto riguarda il lavoro autonomo anche il rapporto Mef 2016 presentava stime analoghe.
La distribuzione geografica è sostanzialmente omogenea, con qualche picco più alto nelle regioni meridionali. Le percentuali si confermano comunque basse per i redditi di lavoro dipendente e passano dal 3,07% del centro al 3,28 del Mezzogiorno. Per gli autonomi il dato oscilla tra il 36,93% sempre dell’area centrale al 42,21% del Sud. E infine i numeri per chi vanta delle rendite immobiliari variano dal 61,88 ancora del centro al 70,62% della macroarea meridionale. Un elemento positivo, però, che riguarda un’unica categoria, in questo rapporto c’è: i pensionati. Nessuno di loro, in tutto il Paese, viene inserito nella lista nera. C’è un altro dato che emerge con una certa rilevanza: la propensione a frodare l’erario scende costantemente ( partendo dal 40%) per i redditi fino a 22 mila euro, poi sale per chi guadagna fino a 60 mila euro l’anno e quindi si mantiene stabile (intorno al 20%) per le fasce superiori. Allora si scopre che chi dichiara fino a 5 mila euro l’anno, mediamente ne occulta 3600 euro.
Chi nel 740 denuncia entrate tra 20 e 26 mila euro, ne nasconde oltre 13 mila. E chi guadagna oltre 75 mila euro l’anno, in realtà supera quota 106 mila. Ma questo insieme di cifre non produce solo un effetto negativo sulle casse dello Stato. Provoca una dinamica distorsiva anche sui rapporti tra classi sociali. Viene infatti modificato sensibilmente l’impatto redistributivo dell’Irpef e in particolare si corregge negativamente il principio costituzionale della progressività delle imposte. Chi guadagna di più paga percentualmente meno. Tanto è vero che l’aliquota media effettiva, a seguito dell’evasione, si abbassa di quasi 4 punti percentuali passando dal 20% al 16%. Un calcolo che rende ancora più urgente un intervento nella lotta all’evasione fiscale. Dal punto di vista normativo ma anche da quello civico-educativo.
L’evasione reale
Nascosti al Fisco 132 miliardi record da autonomi e affitti
Studio del Senato: le dichiarazioni Irpef fanno perdere ogni anno 38 miliardi allo Stato
di Claudio Tito
Roma Oltre 132 miliardi di redditi Irpef nascosti con una perdita di gettito superiore a 38 miliardi l’anno. Sono questi gli ultimi dati choc dell’evasione fiscale in Italia contenuti in un rapporto elaborato dall’Ufficio Valutazione Impatto del Senato. Una ricerca appena conclusa dagli esperti di Palazzo Madama. In cui si confermano alcuni sospetti: a evadere di più le tasse sono i lavoratori autonomi e chi può contare su rendite immobiliari, ossia sugli affitti.
Lo studio, terminato nei primi giorni di quest’anno insieme all’Università Ca’ Foscari di Venezia, alza dunque di un bel pò le stime sulle tasse sul reddito non pagate nel nostro Paese.
Il tutto si basa su un principio che viene sintetizzato con una formula inglese: under reporting.
Ossia gli italiani mentono sui propri redditi anche nelle rilevazioni demoscopiche, «sottostimandoli nel timore che si possano stabilire collegamenti con quanto hanno dichiarato al fisco » . E secondo questo studio, esiste una « relazione sostanziale tra l’evasione fiscale e l’under reporting». Basti pensare che sugli introiti da lavoro autonomo e impresa almeno il 23 per cento degli intervistati non dice la verità e il 44% lo fa sugli affitti. Mentre i dipendenti sono sostanzialmente veritieri nelle loro relazioni con l’erario. « Il metodo usato da questo rapporto - che si concentra sull’imposta principale del nostro Paese, ossia l’Irpef corregge quindi verso l’alto tutte le stime precedenti. E addirittura viene raddoppiato, passando dal 7,5% al 14,4 il tasso complessivo di evasione del prelievo sugli introiti delle persone fisiche. Nell’ultimo Def i dati sui mancati introiti per l’Erario su redditi da lavoro autonomo e dipendente e da locazione ammontano a circa 33 miliardi. Il nuovo studio mostra quindi che ci sono circa 5 miliardi in più di Irpef e imposte sugli affitti che lo Stato non incassa.
In questo quadro spiccano le conferme di alcuni sospetti: a ingannare di più il fisco sono le cosiddette partite Iva e coloro che hanno la possibilità di mettere a frutto il patrimonio immobiliare posseduto. Il tasso di evasione totale è infatti del 37% per i redditi da lavoro autonomo e impresa, e questa fuga illecita sale al 65% in riferimento alle rendite provenienti da case, uffici e stabili. Secondo l’Ufficio Valutazione Impatto del Senato, il mancato gettito ammonta dunque a 38,5 miliardi l’anno con una suddivisione tra categorie di contribuenti piuttosto netta: 20,9 miliardi provengono (o meglio non arrivano alle casse dello Stato) dai lavoratori autonomi; 14,7 miliardi dalle rendite immobiliari; e solo 2,6 miliardi dai dipendenti. Bisogna dire che per quanto riguarda il lavoro autonomo anche il rapporto Mef 2016 presentava stime analoghe.
La distribuzione geografica è sostanzialmente omogenea, con qualche picco più alto nelle regioni meridionali. Le percentuali si confermano comunque basse per i redditi di lavoro dipendente e passano dal 3,07% del centro al 3,28 del Mezzogiorno. Per gli autonomi il dato oscilla tra il 36,93% sempre dell’area centrale al 42,21% del Sud. E infine i numeri per chi vanta delle rendite immobiliari variano dal 61,88 ancora del centro al 70,62% della macroarea meridionale. Un elemento positivo, però, che riguarda un’unica categoria, in questo rapporto c’è: i pensionati. Nessuno di loro, in tutto il Paese, viene inserito nella lista nera. C’è un altro dato che emerge con una certa rilevanza: la propensione a frodare l’erario scende costantemente ( partendo dal 40%) per i redditi fino a 22 mila euro, poi sale per chi guadagna fino a 60 mila euro l’anno e quindi si mantiene stabile (intorno al 20%) per le fasce superiori. Allora si scopre che chi dichiara fino a 5 mila euro l’anno, mediamente ne occulta 3600 euro.
Chi nel 740 denuncia entrate tra 20 e 26 mila euro, ne nasconde oltre 13 mila. E chi guadagna oltre 75 mila euro l’anno, in realtà supera quota 106 mila. Ma questo insieme di cifre non produce solo un effetto negativo sulle casse dello Stato. Provoca una dinamica distorsiva anche sui rapporti tra classi sociali. Viene infatti modificato sensibilmente l’impatto redistributivo dell’Irpef e in particolare si corregge negativamente il principio costituzionale della progressività delle imposte. Chi guadagna di più paga percentualmente meno. Tanto è vero che l’aliquota media effettiva, a seguito dell’evasione, si abbassa di quasi 4 punti percentuali passando dal 20% al 16%. Un calcolo che rende ancora più urgente un intervento nella lotta all’evasione fiscale. Dal punto di vista normativo ma anche da quello civico-educativo.
Repubblica 15.1.18
Le geometrie della sinistra
di Massimo Giannini
A quarantotto giorni dalle elezioni, una vignetta dell’ultimo numero del New Yorker fotografa uno stato d’animo diffuso: una sondaggista ferma un cittadino per strada e gli chiede «ha deciso per chi non andrà a votare?» Temo che questa vera e propria forma di sconforto civico e repubblicano sia forte soprattutto a sinistra. E temo che le performance degli attori che popolano la scena democratica non aiutino affatto a curarlo.
Semmai lo aggravino. La scelta di Liberi e uguali, che in Lombardia scarica Gori e nel Lazio sostiene Zingaretti, alimenta il conflitto.
Prima l’astensione, poi Lega e M5S
In un campo politico già balcanizzato come il centrosinistra, questa scelta disorienta le truppe e soprattutto prepara altre sconfitte. Spiegare agli elettori questa geometria variabile non è difficile: è impossibile. Se per Grasso e Bersani, Boldrini e D’Alema, Fassina e Fratoianni, la rottura con il Pd è davvero così insanabile da precludere qualunque alleanza prima e forse anche dopo il voto del 4 marzo, allora non si capisce perché in una sola regione la deroga al non expedit diventa possibile. Dire “si decide in base ai dirigenti locali” fa piangere, per una sinistra che giustamente contesta ai grillini la mistica della democrazia del clic e dell’uno vale uno. Dire “ si decide in base al merito” fa sorridere, per una sinistra che non può chiarire cosa funziona in Zingaretti e cosa non funziona in Gori, se non il suo originario “apprendistato” Mediaset.
La verità, forse, è più banale. In Lombardia, dove i sondaggi attribuiscono la vittoria sicura al centrodestra con un margine incolmabile, “Leu” si sgancia dal Partito democratico per dimostrare che senza il suo contributo si perde. Nel Lazio, dove invece l’esito è incerto, “ Leu” si coalizza nella speranza di poter dimostrare che con il suo contributo si vince. Un mero calcolo di “ utilità marginale”, nel quale si fa fatica a scorgere un respiro o una strategia. Se non la resa dei conti con Renzi, ansioso a sua volta di consumarla una volta per tutte e per sempre. È chiaro che il segretario del Pd porta la responsabilità primaria di una diaspora identitaria e culturale che va molto al di là della scissione tra gruppi dirigenti, per non aver saputo e voluto coltivare il suo campo di forze. Ed è chiaro che tuttora non riesce a fare quell’atto finale di generosità necessaria, quel pubblico passo indietro dalla premiership che forse ancora aiuterebbe a salvare il salvabile.
Ma oggi la posta in palio è infinitamente più alta, per tutti i leader e per tutta la sinistra. Coerenza per coerenza, per Liberi e uguali sarebbe stato più comprensibile portare fino in fondo l’irriducibilità dello strappo, su scala nazionale e locale, piuttosto che far coesistere la posticcia “pastetta laziale” con la “piccola vendetta lombarda”, che regalerà un’altra volta quella regione al centrodestra forzaleghista.
C’è da chiedersi qual è l’orizzonte politico di questo centrosinistra così disarticolato e diviso, di fronte al berlusconismo di ritorno che forse si riprenderà l’Italia partendo dalla criminalizzazione degli immigrati e dal condono fiscale. Qual è lo sbocco del Pd imprigionato nella propria autosufficienza e ossessionato dall’altrui incompetenza, che trasforma Orietta Berti in Rosa Luxemburg e ha paura persino di “ finché la barca va”? La Grande Coalizione all’italiana? Non siamo ridicoli: suona blasfemo qualunque accostamento a quella tedesca, che ha appena messo sul piatto 46 miliardi tra aiuti alle famiglie povere con figli, programmi di sostegno all’infanzia e all’ingresso dei giovani nel lavoro e spese per ricerca fino al 3,5 per cento del Pil.
Qual è lo sbocco di Liberi e uguali, che per Boldrini è totalmente incompatibile con i Cinque Stelle, mentre per Grasso “si vedrà il 5 marzo”? Non siamo patetici: è un patto del diavolo, quello con un movimento che rivendica con orgoglio la sua diversità strutturale dalla sinistra, fa prevalere le norme settarie del suo statuto interno sui principi- cardine della Costituzione, respinge i trattati europei, rifiuta il multiculturalismo e il multilateralismo, tratta il fenomeno migratorio come pura minaccia. Forse c’è ancora tempo, per salvare il salvabile. Ma servirebbe la consapevolezza di un destino comune, che oggi manca. Un’assunzione di responsabilità condivisa, che invece ciascuno scarica sull’altro. E invece vale per tutti il verso del poeta, quando cantava “anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”.
Le geometrie della sinistra
di Massimo Giannini
A quarantotto giorni dalle elezioni, una vignetta dell’ultimo numero del New Yorker fotografa uno stato d’animo diffuso: una sondaggista ferma un cittadino per strada e gli chiede «ha deciso per chi non andrà a votare?» Temo che questa vera e propria forma di sconforto civico e repubblicano sia forte soprattutto a sinistra. E temo che le performance degli attori che popolano la scena democratica non aiutino affatto a curarlo.
Semmai lo aggravino. La scelta di Liberi e uguali, che in Lombardia scarica Gori e nel Lazio sostiene Zingaretti, alimenta il conflitto.
Prima l’astensione, poi Lega e M5S
In un campo politico già balcanizzato come il centrosinistra, questa scelta disorienta le truppe e soprattutto prepara altre sconfitte. Spiegare agli elettori questa geometria variabile non è difficile: è impossibile. Se per Grasso e Bersani, Boldrini e D’Alema, Fassina e Fratoianni, la rottura con il Pd è davvero così insanabile da precludere qualunque alleanza prima e forse anche dopo il voto del 4 marzo, allora non si capisce perché in una sola regione la deroga al non expedit diventa possibile. Dire “si decide in base ai dirigenti locali” fa piangere, per una sinistra che giustamente contesta ai grillini la mistica della democrazia del clic e dell’uno vale uno. Dire “ si decide in base al merito” fa sorridere, per una sinistra che non può chiarire cosa funziona in Zingaretti e cosa non funziona in Gori, se non il suo originario “apprendistato” Mediaset.
La verità, forse, è più banale. In Lombardia, dove i sondaggi attribuiscono la vittoria sicura al centrodestra con un margine incolmabile, “Leu” si sgancia dal Partito democratico per dimostrare che senza il suo contributo si perde. Nel Lazio, dove invece l’esito è incerto, “ Leu” si coalizza nella speranza di poter dimostrare che con il suo contributo si vince. Un mero calcolo di “ utilità marginale”, nel quale si fa fatica a scorgere un respiro o una strategia. Se non la resa dei conti con Renzi, ansioso a sua volta di consumarla una volta per tutte e per sempre. È chiaro che il segretario del Pd porta la responsabilità primaria di una diaspora identitaria e culturale che va molto al di là della scissione tra gruppi dirigenti, per non aver saputo e voluto coltivare il suo campo di forze. Ed è chiaro che tuttora non riesce a fare quell’atto finale di generosità necessaria, quel pubblico passo indietro dalla premiership che forse ancora aiuterebbe a salvare il salvabile.
Ma oggi la posta in palio è infinitamente più alta, per tutti i leader e per tutta la sinistra. Coerenza per coerenza, per Liberi e uguali sarebbe stato più comprensibile portare fino in fondo l’irriducibilità dello strappo, su scala nazionale e locale, piuttosto che far coesistere la posticcia “pastetta laziale” con la “piccola vendetta lombarda”, che regalerà un’altra volta quella regione al centrodestra forzaleghista.
C’è da chiedersi qual è l’orizzonte politico di questo centrosinistra così disarticolato e diviso, di fronte al berlusconismo di ritorno che forse si riprenderà l’Italia partendo dalla criminalizzazione degli immigrati e dal condono fiscale. Qual è lo sbocco del Pd imprigionato nella propria autosufficienza e ossessionato dall’altrui incompetenza, che trasforma Orietta Berti in Rosa Luxemburg e ha paura persino di “ finché la barca va”? La Grande Coalizione all’italiana? Non siamo ridicoli: suona blasfemo qualunque accostamento a quella tedesca, che ha appena messo sul piatto 46 miliardi tra aiuti alle famiglie povere con figli, programmi di sostegno all’infanzia e all’ingresso dei giovani nel lavoro e spese per ricerca fino al 3,5 per cento del Pil.
Qual è lo sbocco di Liberi e uguali, che per Boldrini è totalmente incompatibile con i Cinque Stelle, mentre per Grasso “si vedrà il 5 marzo”? Non siamo patetici: è un patto del diavolo, quello con un movimento che rivendica con orgoglio la sua diversità strutturale dalla sinistra, fa prevalere le norme settarie del suo statuto interno sui principi- cardine della Costituzione, respinge i trattati europei, rifiuta il multiculturalismo e il multilateralismo, tratta il fenomeno migratorio come pura minaccia. Forse c’è ancora tempo, per salvare il salvabile. Ma servirebbe la consapevolezza di un destino comune, che oggi manca. Un’assunzione di responsabilità condivisa, che invece ciascuno scarica sull’altro. E invece vale per tutti il verso del poeta, quando cantava “anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”.
La Stampa 15.1.18
Grasso detta le condizioni alla sinistra
La nuova strategia di Grasso: “Ci vuole un leader che decide”
Accordo con Zingaretti nel Lazio tagliando fuori la lista della ministra Lorenzin
E chiede a D’Alema e Bersani di fare un passo di lato in campagna elettorale
di Andrea Carugati
L’incontro faccia a faccia, sabato. Pietro Grasso ha consegnato al presidente del Lazio Nicola Zingaretti il documento con le tante richieste partorite dall’assemblea romana di Liberi e uguali. Ieri il governatore ha detto sì. Ci sono ancora parecchi dettagli da limare, ma la sostanza è che LeU correrà a fianco di Zingaretti alle regionali del 4 marzo. «Ci sono tutte le condizioni per costruire un’alleanza di sinistra», spiega Grasso, che ha apprezzato il sì di Zingaretti su alcuni punti chiave come assunzione dei precari nella sanità, stop a nuovi inceneritori, trasporto su ferro, reddito minimo per chi perde il lavoro. «C’è anche l’impegno, se il Consiglio di Stato a primavera dovesse bocciare l’autostrada Roma-Latina, a rivedere quel progetto già finanziato dal Cipe e appaltato a favore di una metropolitana di superficie», spiega Piero Latino, coordinatore di Mdp nel Lazio. Il governatore si definisce «contento» per la nascita di un «nuovo centrosinistra». «I prossimi - assicura - saranno 5 anni di svolta». A sinistra però si apre una crepa: Possibile, il gruppo che fa riferimento a Pippo Civati, si chiama fuori dall’intesa nel Lazio: «Rispettiamo la decisione, ma vista la contrarietà della nostra base non esprimeremo candidati nella lista di LeU».
È il primo accordo che porta la firma di Pietro Grasso. Che in mattinata incontra alcune associazioni di volontariato nel quartiere romano della Garbatella. E ribadisce, dopo il botta e risposta con Laura Boldrini sulla possibile alleanza col M5S (la presidente della Camera si è detta contraria), che la decisione finale toccherà a lui: «Nessuno screzio con Laura. È normale che ci sia una pluralità di idee, io ascolto tutti, poi rifletto, poi qualcuno che prenda la decisione finale ci deve essere», spiega il presidente del Senato, in giro per il quartiere con jeans, scarpe sportive e giaccone di renna.
Grasso appare sempre più intenzionato a esercitare la sua leadership da qui alle elezioni. E anche dopo, se il risultato di LeU consentirà al progetto di andare avanti. Nei giorni scorsi ha fatto capire ai big come Bersani e D’Alema che gradirebbe un loro passo di lato, almeno a livello mediatico, durante la campagna elettorale. Non certo un minore impegno nei rispettivi collegi. D’Alema da settimane gira in lungo e in largo il Salento e così farà Bersani una volta che si sarà deciso in quale collegio emiliano correrà. Ma Grasso ci tiene che passi un messaggio, soprattutto sulle tv: LeU è un progetto nuovo e il leader sono io. Un modo, spiegano, per puntare a un elettorato giovanile che non gradisce i vecchi leader politici. Una linea che non ha trovato particolari resistenze nei due leader, consapevoli che Grasso, volto relativamente nuovo sulla scena politica, può rappresentare un valore aggiunto. «Un uomo abituato al comando», ha detto di lui D’Alema prima di Natale. E così Grasso si sta muovendo. Tanto da prendersi ieri il rimbrotto di Laura Boldrini, che studia sempre più da numero due della nuova formazione: «Ha fatto bene oggi il presidente Grasso a sottolineare il carattere pluralistico della nostra formazione. Sarebbe del resto paradossale se LeU volesse riprodurre quelle forme di gestione personalistica che critichiamo in altre forze politiche». Pace fatta, dunque? Non proprio. Meglio parlare di una tregua.
L’accordo tra Grasso e Zingaretti apre una frattura nella già fragile coalizione attorno al Pd nazionale. LeU infatti ha chiesto al governatore di escludere dalla coalizione gli esponenti della lista di Beatrice Lorenzin. «Non vogliamo trasformisti, neppure nascosti dentro le liste civiche», il diktat di Paolo Cento. Zingaretti ha escluso la presenza di una lista Lorenzin nella sua alleanza per le regionali, e lo stop ha irritato i centristi a livello nazionale. Lorenzo Dellai, fondatore della lista con il ministro della Salute, è furioso. Definisce «surreale» la vicenda e arriva a mettere in discussione l’alleanza col Pd alle politiche: «Per noi ora si aprono pesanti ed insuperabili questioni politiche, non siano una lista civetta “à la carte”». I centristi ora aspettano un «segnale di chiarezza dal Pd». Al Nazareno non si percepisce particolare preoccupazione: «Nessun rischio, si risolve tutto», ragionano fonti dem.
Grasso detta le condizioni alla sinistra
La nuova strategia di Grasso: “Ci vuole un leader che decide”
Accordo con Zingaretti nel Lazio tagliando fuori la lista della ministra Lorenzin
E chiede a D’Alema e Bersani di fare un passo di lato in campagna elettorale
di Andrea Carugati
L’incontro faccia a faccia, sabato. Pietro Grasso ha consegnato al presidente del Lazio Nicola Zingaretti il documento con le tante richieste partorite dall’assemblea romana di Liberi e uguali. Ieri il governatore ha detto sì. Ci sono ancora parecchi dettagli da limare, ma la sostanza è che LeU correrà a fianco di Zingaretti alle regionali del 4 marzo. «Ci sono tutte le condizioni per costruire un’alleanza di sinistra», spiega Grasso, che ha apprezzato il sì di Zingaretti su alcuni punti chiave come assunzione dei precari nella sanità, stop a nuovi inceneritori, trasporto su ferro, reddito minimo per chi perde il lavoro. «C’è anche l’impegno, se il Consiglio di Stato a primavera dovesse bocciare l’autostrada Roma-Latina, a rivedere quel progetto già finanziato dal Cipe e appaltato a favore di una metropolitana di superficie», spiega Piero Latino, coordinatore di Mdp nel Lazio. Il governatore si definisce «contento» per la nascita di un «nuovo centrosinistra». «I prossimi - assicura - saranno 5 anni di svolta». A sinistra però si apre una crepa: Possibile, il gruppo che fa riferimento a Pippo Civati, si chiama fuori dall’intesa nel Lazio: «Rispettiamo la decisione, ma vista la contrarietà della nostra base non esprimeremo candidati nella lista di LeU».
È il primo accordo che porta la firma di Pietro Grasso. Che in mattinata incontra alcune associazioni di volontariato nel quartiere romano della Garbatella. E ribadisce, dopo il botta e risposta con Laura Boldrini sulla possibile alleanza col M5S (la presidente della Camera si è detta contraria), che la decisione finale toccherà a lui: «Nessuno screzio con Laura. È normale che ci sia una pluralità di idee, io ascolto tutti, poi rifletto, poi qualcuno che prenda la decisione finale ci deve essere», spiega il presidente del Senato, in giro per il quartiere con jeans, scarpe sportive e giaccone di renna.
Grasso appare sempre più intenzionato a esercitare la sua leadership da qui alle elezioni. E anche dopo, se il risultato di LeU consentirà al progetto di andare avanti. Nei giorni scorsi ha fatto capire ai big come Bersani e D’Alema che gradirebbe un loro passo di lato, almeno a livello mediatico, durante la campagna elettorale. Non certo un minore impegno nei rispettivi collegi. D’Alema da settimane gira in lungo e in largo il Salento e così farà Bersani una volta che si sarà deciso in quale collegio emiliano correrà. Ma Grasso ci tiene che passi un messaggio, soprattutto sulle tv: LeU è un progetto nuovo e il leader sono io. Un modo, spiegano, per puntare a un elettorato giovanile che non gradisce i vecchi leader politici. Una linea che non ha trovato particolari resistenze nei due leader, consapevoli che Grasso, volto relativamente nuovo sulla scena politica, può rappresentare un valore aggiunto. «Un uomo abituato al comando», ha detto di lui D’Alema prima di Natale. E così Grasso si sta muovendo. Tanto da prendersi ieri il rimbrotto di Laura Boldrini, che studia sempre più da numero due della nuova formazione: «Ha fatto bene oggi il presidente Grasso a sottolineare il carattere pluralistico della nostra formazione. Sarebbe del resto paradossale se LeU volesse riprodurre quelle forme di gestione personalistica che critichiamo in altre forze politiche». Pace fatta, dunque? Non proprio. Meglio parlare di una tregua.
L’accordo tra Grasso e Zingaretti apre una frattura nella già fragile coalizione attorno al Pd nazionale. LeU infatti ha chiesto al governatore di escludere dalla coalizione gli esponenti della lista di Beatrice Lorenzin. «Non vogliamo trasformisti, neppure nascosti dentro le liste civiche», il diktat di Paolo Cento. Zingaretti ha escluso la presenza di una lista Lorenzin nella sua alleanza per le regionali, e lo stop ha irritato i centristi a livello nazionale. Lorenzo Dellai, fondatore della lista con il ministro della Salute, è furioso. Definisce «surreale» la vicenda e arriva a mettere in discussione l’alleanza col Pd alle politiche: «Per noi ora si aprono pesanti ed insuperabili questioni politiche, non siano una lista civetta “à la carte”». I centristi ora aspettano un «segnale di chiarezza dal Pd». Al Nazareno non si percepisce particolare preoccupazione: «Nessun rischio, si risolve tutto», ragionano fonti dem.