domenica 17 luglio 2016

Corriere 17.7.16
«Serve uno scatto» No di Sinistra italiana al dialogo con i dem
«Non siamo rassegnati e non ci siamo arresi», dice un combattivo Nicola Fratoianni all’assemblea nazionale di Sinistra italiana (nella foto Jpeg con Loredana De Petris) , che respinge anche l’idea del sindaco di Cagliari Massimo Zedda di «tornare a Sel e al centrosinistra». Alfredo D’Attorre, ex pd, conferma: «Non è un ritorno ai vecchi lidi che ci porterà al futuro. Oggi è il momento di uno scatto in avanti, per provare a riaccendere la speranza nel popolo della sinistra».
Corriere 17.7.16
Via il ballottaggio, ecco il «Bersanellum»
Il piano della minoranza pd (con l’ok dell’ex leader) per cambiare l’Italicum
Limiti al premio di maggioranza
di Monica Guerzoni

ROMA Sulla scacchiera della legge elettorale la minoranza del Pd azzarda la mossa del cavallo. Spazza via l’Italicum dal tavolo delle trattative e propone un sistema di voto radicalmente nuovo, costruito con l’intento di superare l’impasse e mettere miracolosamente d’accordo i partiti, Cinque Stelle compresi. Martedì la conferenza stampa, una scelta comunicativa pensata per mostrare la volontà di aprire a tutti, evitando una raccolta di firme di corrente. A illustrare il progetto saranno il senatore Federico Fornaro e il deputato Andrea Giorgis, i quali prima di lanciare la sfida hanno ottenuto il via libera di Pier Luigi Bersani.
A detta degli autori il tentativo è quello di tenere assieme la rappresentatività e la governabilità: esigenza, quest’ultima, che secondo la sinistra del Pd era stata eccessivamente sacrificata a favore della stabilità dell’esecutivo. Il modello prende ispirazione da diversi Paesi europei, senza però importare un sistema preconfezionato. È un maggioritario, ma non in senso classico e per tutelare il pluralismo prevede un sistema diverso dallo sbarramento. La novità più rilevante è la sparizione del ballottaggio, perché il Pd ha ormai chiaro che al secondo turno il Movimento partirebbe favorito.
«La nostra ambizione è trovare un sistema elettorale che riavvicini eletto ed elettore, superando uno dei grandi limiti del Porcellum — spiega Fornaro —. E poiché l’Italicum è difficilmente correggibile, noi tentiamo di dare una risposta alle critiche con una legge elettorale più equilibrata, che ha dentro una serie di contrappesi». Su questo tema, che un anno fa portò alle dimissioni di Roberto Speranza, la sinistra dem non ha alcuna intenzione di fare testimonianza. E se ha deciso di battere un colpo, è perché davvero pensa di poter raccogliere consensi trasversali, anche da parte dei Cinque Stelle. Il combinato disposto tra la legge elettorale e la riforma costituzionale genererebbe un sistema che la minoranza ritiene meno squilibrato, e poi la legge dei bersaniani è stata confezionata su misura per il nuovo scenario tripolare.
«Noi interveniamo sugli eccessi dell’Italicum — garantisce Fornaro —. Per evitare che un partito del 20% possa prendere il 55% dei seggi». Per Miguel Gotor i capisaldi della legge sono il turno unico e «un premio di maggioranza non illimitato». Si chiamerà Bersanellum? «Ma no... Per me possiamo anche chiamarlo Italicum senza ballottaggio, o Italicum 3.0, basta che recepisca i rilievi della Corte costituzionale e che incontri il consenso di una maggioranza larga».
Il sistema vagheggiato dalla sinistra dem è il doppio turno di collegio, ma con buona dose di realismo i bersaniani sanno che raggiungere un’intesa su quel terreno è impresa ardua e così hanno cercato un punto di mediazione. «La legge perfetta non esiste — conclude Fornaro —. Noi vogliamo uscire da questo giochino Italicum sì, Italicum no. Ma sia chiaro che non faremo forzature. Non è un prendere o lasciare».
Repubblica 17.7.16
A Istanbul il Sultano e a Nizza il soldato Mohamed
di Eugenio Scalfari

C’È il terrorismo e c’è il fallito “golpe” dell’esercito e la schiacciante vittoria di Erdogan in Turchia. Due fatti separati tra loro e geograficamente assai lontani, a Nizza il più recente e sanguinoso atto di terrore rivendicato dall’Is e ad Istanbul la vittoria del dittatore turco sui soldati ribelli. Ma politicamente qualche connessione tra questi fatti c’è, si era già visto ma lo si rivedrà ancora.
Il mondo intero è sconvolto da quanto è accaduto, le ripercussioni si avvertono soprattutto in Europa e in America e incidono anche sulle politiche locali.
Istanbul. Nella tarda serata di venerdì 15 sembrava che lo spirito di Atatürk fosse tornato per rinnovare laicamente e militarmente la Turchia, ma appena due ore dopo la situazione era già capovolta e all’alba di ieri il dittatore era di nuovo in sella più forte di prima. Evidentemente lo spirito di Atatürk non era affatto tornato. La storia non è mai la stessa. Per capire bene dobbiamo ricordare in che modo un secolo fa la Turchia era diventata una nazione pur essendo stata duramente sconfitta nella Prima guerra mondiale.
Kemal Atatürk era nato nel 1881 e morì nel 1938 a soli cinquantasette anni, ma non a caso per celebrare la sua scomparsa fu chiamato Grande Turco e Padre della Patria.
Da studente aveva frequentato associazioni laiche e democratiche che rappresentavano un’infima minoranza di un Paese che era il centro di un impero.
SEGUE A PAGINA 25
ARRIVAVA dal Mar Nero fino alla costa adriatica, dai Balcani fino al Marocco. Dominava il Paese la religione musulmana che aveva però ben poco dell’islamismo arabo. Il governo ottomano era guidato da un sultano e dai califfi che gli facevan corona. L’esercito, ancorché sconfitto insieme all’Austria e alla Germania, era ancora un punto forte del Sultanato e Atatürk decise di imboccare la carriera militare. Di quell’esercito diventò un alto ufficiale, ma aveva tutte le qualità e il desiderio di farne la pietra angolare del Paese.
Non trascurò tuttavia di diffondere, soprattutto tra i giovani, una cultura laica e progressista fino ad allora del tutto ignota. La civiltà inglese e quella francese erano i suoi punti di riferimento e fu con quelli che cercò di far breccia sulla pubblica opinione. Nel frattempo continuava ad accrescere il suo prestigio militare. Comandò le truppe che sconfissero l’esercito greco che tentava di impadronirsi della Turchia occidentale; difese i Dardanelli dalla pressione russa, conquistò la Tracia e allargò i confini dell’Anatolia. Ormai era il capo dell’esercito ma in breve divenne anche il capo politico in un Paese che faceva massa in suo favore. Nel 1922 abolì il Sultanato, poi abolì i canoni islamici. Nel ’23 fu proclamata la Repubblica di cui fu il presidente; una repubblica laica, della quale i giovani ufficiali rappresentavano il nucleo. Questa fu la grande rivoluzione di Atatürk che molto più tardi ispirò gli ufficiali egiziani, a cominciare da Naguib e da Nasser, che divennero la classe dirigente dell’Egitto repubblicano dopo la cacciata del re Farouk.
Ma, venendo ad oggi dopo questo inevitabile ricordo storico, la situazione della Turchia e del suo esercito non hanno nulla a che fare con Atatürk. L’opinione pubblica turca era quasi interamente con Erdogan e infatti l’esercito, insorto l’altro ieri, non aveva alcun seguito tra la gente. Ha tentato un golpe, un colpo di Stato e così l’ha chiamato. Ha mandato truppe e carri armati nelle strade delle principali città del Paese, ha occupato alcuni palazzi del potere ed ha sperato di poter costringere Erdogan alla fuga, malgrado che il Presidente avesse nelle sue mani la polizia, molto numerosa e bene armata e soprattutto la grande maggioranza della pubblica opinione. L’esercito ha invitato la popolazione a chiudersi nelle proprie case, Erdogan ha invece lanciato l’invito opposto: «Uscite in strada e opponetevi a quanto avviene» e la popolazione gli ha dato ascolto e ha preso d’assalto a mani nude i carri armati cercando di fraternizzare con i giovani soldati.
Che poteva fare l’esercito? Sparare sulla gente? Ha sparato sulla polizia che però ha assaltato alcuni contingenti militari là dove erano assai inferiori di numero e così la polizia ha avuto la meglio. Ma la pressione maggiore è venuta dalla gente e poche ore dopo tutto è cambiato. Non c’era un capo militare e politico, non c’era un Atatürk redivivo, non c’era stato alcun lavoro di persuasione. Un golpe, represso in tre ore. E questo è tutto.
***
In realtà non è affatto tutto, anzi prelude ad un Erdogan che ora vorrà dettar legge all’Europa e alla Nato di cui già fa parte. Dettar legge sui temi dell’emigrazione, dei contributi finanziari, del ruolo della Turchia in tutto il Medio Oriente, parlare con al-Sisi e con l’Egitto, visto come non affidabile. Più affidabile per Erdogan l’Arabia Saudita e qui si percepisce anche la connessione, sia pure sottotraccia, con il Califfato di Raqqa.
Qui veniamo all’altro tema fondamentale, che perseguita da anni il mondo intero dal Bangladesh a Nizza, passando anche dagli Usa e dall’Africa dell’ampia fascia che va dalla Nigeria e dal Ciad fino alla Somalia e al Sudan, alla Tunisia e alla Libia.
Il terrorismo si compone di tre elementi, distinti ma profondamente interconnessi: il Califfato che è un vero e proprio Stato con un suo Capo, un suo stato maggiore, un suo esercito, un suo territorio; le periferie del mondo, abitate dagli esclusi, dalla loro rabbia, dal loro tirocinio che vanno a fare sul territorio del Califfato oppure in casa propria dove sono aiutati da chi quell’apprendistato di terrorismo l’ha fatto dove si poteva. Infine i singoli, raggiunti attraverso il web usato con grande intelligenza da esperti specialisti del Califfato. La parola del Califfo è lo strumento che si rivolge a chiunque sia dominato dalla rabbia, da una vita economicamente e socialmente instabile o, ancor più frequentemente, da una depressione psicologica o comunque da una instabilità che lo spinge verso il desiderio del male e della morte, contro i diversi da sé, contro il mucchio che si diverte, contro un se stesso che vuol sfuggire alla propria compagnia.
A questa miriade di persone si rivolgono il Califfo e i suoi esperti che fabbricano messaggi e si annettono comunque tutti gli episodi di terrore rivendicandoli come propri, da loro ispirati e da loro riconosciuti.
La situazione che ne deriva è terribile: una guerra senza quartiere, una religione asservita al potere, della quale il mondo intero è vittima senza aver ancor individuato i mezzi e i modi di reagire. Il terrorismo ci colpisce, come, quando e dove vuole e anche come, quando e dove capita, ma noi non abbiamo ancora trovato il modo di reagire.
Ho letto ieri sul nostro giornale un’intervista del massimo interesse rilasciata da David Grossman, grande scrittore ebreo che vive a Gerusalemme, perse un figlio in Libano ed ha scritto alcuni romanzi assai significativi tra i quali “Qualcuno con cui correre”.
Fabio Scuto, che lo ha intervistato, gli ha chiesto appunto come possiamo combattere il terrorismo e lui ha ampiamente risposto. Ricorderò qui alcune di quelle risposte per commentarle e capire fino a che punto colgano il segno e siano praticabili.
Anzitutto Grossman vede gli effetti politici del terrorismo sui Paesi che più ne sono colpiti: «Il terrorismo ha una forza immensa, in grado di sconvolgere una società civile e rafforzare gli stereotipi razzisti. È probabile che le forze nazionalistiche e razziste diventino più potenti. Vedremo nel prossimo futuro sempre più governi di destra».
È un quadro molto nero, commenta l’intervistatore ed ha pienamente ragione: è un quadro molto nero ma purtroppo assai verosimile. Toccherebbe il culmine se prevalesse nelle imminenti elezioni americane la vittoria d’un personaggio come Donald Trump: riuscirebbe a cambiare l’America con conseguenze purtroppo mondiali. Una vittoria per il terrorismo e una sconfitta micidiale per la democrazia.
Un’altra risposta di Grossman è, almeno in teoria, molto azzeccata. «Ci sono mezzi per indebolire il terrorismo. Prima di tutto bisogna combatterlo militarmente nei luoghi di origine».
Questa è una tesi che personalmente sostengo da tempo e l’ho scritto più volte. Se la capitale del Califfato, la città di Raqqa, fosse espugnata, l’esercito dell’Is distrutto, lo stato maggiore e il Califfo probabilmente catturati o comunque costretti a disperdersi e a trovar rifugio senza più comparire, questa sì, sarebbe una vera vittoria. Naturalmente non verrebbe meno il terrorismo delle periferie, dei singoli combattenti, degli individui che vogliono uccidere per il piacere psicologico di uccidere gli altri e anche se stessi. Questi fenomeni durerebbero ancora anni, ma la loro intensità diminuirebbe e alla fine scomparirebbero, perlomeno come fenomeni del terrore voluto dal Califfato. Il male sulla terra c’è da sempre e sempre rimarrà, ma questo è un altro problema.
Ma la difficoltà non risolta e difficilmente risolvibile è un’altra: come si fa a sconfiggere militarmente il Califfato? Truppe americane, truppe europee delle singole nazioni, portaerei con aerei che decollano e bombardano, raid aerei continui? È possibile tutto questo?
Teoricamente sì, è possibile. Politicamente direi di no. L’America (sempre che non vada Trump alla Casa Bianca, bombarda dall’alto e può mandare un centinaio di forze speciali, ma di più non farà. L’Europa sì e no. Francia sì, bombarda, ma truppe francesi direi di no. Italia? Escluso. Non vuole partecipare a una guerra per evitare di subire terrorismo in casa propria. Qualche reparto di osservazione, qualche drone che fotografi il terreno conteso, ma niente di più. E non parliamo di Germania, tantomeno di Gran Bretagna ormai fuori da tutto.
Insomma nessuno. La raccomandazione di Grossman è affidata a eserciti “arruolati”: curdi, iracheni, forse iraniani. Turchi? Da escludere, semmai faranno affari col Califfo. Sauditi? Da escludere anche loro. Russi? Lì si dovrebbe aprire un discorso tra Putin e la Clinton (se sarà lei alla Casa Bianca) ma è un discorso molto difficile e reso ancor più difficile dal nuovo Erdogan, che domanderà molte cose all’Europa e ben poche ne offrirà.
Purtroppo a me non pare il tema sia risolvibile. Naturalmente il tempo passa e le situazioni cambiano. A volte cambiano dopo qualche anno, a volte dopo secoli, come la storia racconta.
Di casa nostra oggi non ho parlato. Voglio dire dei nostri problemi di economia e di politica. Il mondo (e noi con esso) è talmente sconvolto che le nostre questioni interne sono “bambolette” come Crozza farebbe dire a De Luca.
Una cosa tuttavia merita attenzione: il “no” al referendum costituzionale avrà ancora una adeguata condizione da poter competere con il “sì” oppure rischia di perderla?
Proprio a causa di quanto sta accadendo nel mondo gli italiani che voteranno il referendum possono rischiare di provocare una crisi di governo facendo prevalere il “no”?
L’argomento sta cominciando ad essere usato dal partito renzista. Volete provocare una crisi di governo in una situazione come quella attuale? Siete impazziti? O la faziosità vi ha tolto ogni logica ed ogni saggezza? A Renzi parlerete dopo, quando ci sarà il voto per la fine della legislatura, ma non adesso. Al peggio non votate, tanto il referendum costituzionale non ha il quorum.
Questo sarà il tema. Non privo di forza persuasiva. E vale per il referendum. Ma la legge elettorale? Il problema è quello, non il referendum. Renzi lo sa e fa capire che qualche cosa forse farà. Ma che cosa? Mistero. Liste apparentate? Mistero. Abolizione del ballottaggio tra i partiti, ma eventuale ballottaggio tra collegi? Mistero.
Ma allora, se il mistero è perenne, se lui dice di rimettersi alla Camera dove già dispone dei voti di Verdini, Scelta civica, Nuova democrazia, allora è lui che sfida il “no” al referendum e lo fa diventare un obbligo da chi sarebbe appagato da una seria riforma elettorale. Fatta adesso e non rinviata alle calende greche. Una risposta sarebbe gradita ma purtroppo non verrà.
Repubblica 17.7.16
Nella mente delle vittime
“Incubi e sensi di colpa così li aiutiamo a capire”
di Marco Preve

NIZZA. «Il camion li insegue ancora, noi li aiutiamo a fermarlo».
In quei due chilometri di corsa omicida Mohamed Lahouaiej Bouhlel ha ucciso 84 persone e ne ha ferite in maniera più o meno grave altre cento, ma il suo camion bianco continua a braccarne ancora tante. Chi solo di notte, chi durante tutte le ore del giorno.
Sono tormentate dal fatto di aver scelto, dal gesto istintivo compiuto in un istante, per aver avuto in quella frazione di secondo la consapevolezza della propria decisione: spingere o trascinare verso la salvezza una persona invece di un’altra.
Sono quasi 500 le vittime “bianche” della tragedia di Nizza e il loro pronto soccorso è una palazzina costruita nel 1937 e affacciata sulla Promenade che ospita il Cum, Centre universitaire méditerranéen. Il suo Amphitheatre intitolato ad un politico della prima metà del secolo scorso, Anatole de Monzie, foderato di velluto rosso e boiserie scure fino a giovedì notte aveva ospitato solo conferenze, convegni e le sedute della Città metropolitana. Ma la notte del 14 luglio è diventato per ragioni logistiche il centro di sostegno psicologico.
«Questa struttura è nata con l’idea base di assolvere diverse funzioni - spiega la direttrice Elisabeth Martin - e siamo stati pronti a trasformarci giovedì sera quando Croce Rossa e Protezione civile ci hanno scelto come centro di accoglienza psicologica. Non pensavamo che sarebbe venuta così tanta gente ma è anche vero che la risposta degli psicologi del territorio è stata formidabile: decine e decine sono venuti qui per prestare la loro opera».
Caroline Bonhomme è una degli oltre cento psicologi che si sono offerti volontariamente per terapie di emergenza. «No - spiega - non é la paura che possa di nuovo accadere che ha portato al Cum tutte queste persone. È il senso di colpa. La maggior parte infatti sono dei testimoni. Assediati dall’angoscia di non aver fatto abbastanza. Gli adulti soprattutto, perché i più giovani accusano meno il senso di colpa. I grandi invece non riescono a conviverci. Un signore di 50 anni è riuscito a spingere la moglie fuori dalla traiettoria del camion ma non ha potuto evitare che venisse investita una signora che era accanto a loro e che lui ha avuto la percezione di poter salvare. Una ragazza sui trenta non riesce a dimenticare che mentre con il fidanzato si lanciavano nell’aiuola una mamma con un bimbo veniva trascinata via. Le persone che stanno male vengono da sole, con la famiglia oppure a gruppi di amici». Il disagio si manifesta in molti modi. «Un signore - continua la psicologa nizzarda- mi ha detto che rivedeva sempre la scena dell’investimento ma non riusciva assolutamente a ricordare il colore del camion. Una cosa banale, priva di importanza ma per lui era diventata un’ossessione, la ragione di un incubo perenne. Una donna sentiva il bisogno di tornare sul punto dove aveva visto falciare un suo amico ma non trovava la forza. Abbiamo cercato di ridargliela. Il trauma per quasi tutti loro è in fondo il senso dell’irreale che assume questa vicenda. Il nostro compito, attraverso l’esposizione orale è cercare di restituirli al presente, staccarli da quei minuti della notte del 14 luglio, non costringerli a dimenticare ma far loro capire che il camion si è fermato».
Se gli adulti hanno attraversato la soglia del Cum dopo aver maturato la consapevolezza della propria sofferenza, per i bambini e gli adolescenti è stato diverso. Su una parete dell’austero Cum è affisso un foglio bianco : ”Coin jeux premier etage”, zona giochi primo piano. «La loro reazione - spiega la dottoressa - è stata diversa rispetto a quella degli adulti. Choc puro, paura, insicurezza. Quasi tutti hanno manifestato il proprio malessere con il silenzio. Alcuni hanno smesso di parlare. Sono arrivati assieme ai genitori, per metterli a loro agio, specie i più piccoli, abbiamo creato una stanza di giochi. Il nostro è stato un primo aiuto, importantissimo, ma è probabile e auspicabile che sia gli adulti che i ragazzi proseguano queste terapie di sostegno».
Sono quasi passati due giorni, la Promenade è stata riaperta, i primi bagnanti tornano sulla spiaggia, c’è chi corre, ma sull’altro lato della strada una donna in lacrime sorretta dal marito varca il cancello del Cum. «Non so - dice la direttrice Martin - quando torneremo ad essere “solo” il Cum, vedo che troppi hanno ancora bisogno di aiuto».
Repubblica 17.7.16
Nella mente del killer
Un soggetto ai margini per cui la fede è un pretesto
di Massimo Ammaniti

E’ un bisogno quasi insopprimibile chiedersi perché gli altri si comportino in un certo modo, quali siano le loro intenzioni e le loro motivazioni. Non si può vivere in un mondo incomprensibile, dobbiamo costruire delle interpretazioni che ci aiutino a dare un senso a quello che ci succede, soprattutto quando avvengono eventi drammatici come l’attentato terroristico di questi giorni a Nizza oppure quello recente a Parigi, che mettono in discussione le radici della nostra vita e della nostra identità.
A volte ci diamo delle risposte di comodo, i terroristi sono soltanto dei fanatici psicopatici che vengono sopraffatti dai meccanismi della violenza, quasi a togliere ai loro comportamenti ogni motivazione umana, un processo di alienazione che li rende simili a bestie feroci. E’ un’interpretazione povera e fuorviante anche perché gli animali aggrediscono solo per sopravvivere e non uccidono infierendo sugli altri esseri. E’ soprattutto fuorviante perché non ci aiuta a capire le radici del terrorismo, di cui dobbiamo svelare le varie forme se vogliamo cercare di ridurne l’impatto e possibilmente prevenirlo.
Risposte più complesse vengono dalla psicologia sociale: non si tratta di un comportamento individuale ma di gruppo, in cui si verificano una soggezione psicologica ed una identificazione con la figura carismatica del leader. Come mise in luce Sigmund Freud nel 1921 in un suo scritto Psicologia delle masse e analisi dell’Io il gruppo facilita la regressione a meccanismi di funzionamento primitivi, per cui viene meno la responsabilità individuale e la coscienza morale, come hanno mostrato la Germania Nazista o i regimi comunisti. Una conferma quasi sperimentale di queste dinamiche di gruppo verso il capo carismatico venne dagli studi di Philip Zimbardo negli anni ’70, nei quali venne simulata una situazione carceraria con lui stesso nel ruolo del Direttore della prigione ed un gruppo di volontari scelti fra persone particolarmente equilibrate, che personificavano in modo realistico le guardie carcerarie e i prigionieri. Nonostante fossero tutti consapevoli della simulazione la situazione divenne esplosiva: le guardie sempre più violente e intimidatorie verso i prigionieri, costretti a pulire le latrine e a subire sopraffazioni, mentre quest’ultimi cercarono di ribellarsi e di evadere. L’ingovernabilità della situazione obbligò Zimbardo ad interrompere l’esperimento, con grande sollievo dei detenuti e col rammarico di quelli che facevano le guardie. Questa ricerca ancora una volta confermò secondo Zimbardo l’effetto “Lucifero”, ossia la trasformazione diabolica che si può verificare in una persona quando interagiscano particolari disposizioni personali, ossia scarso senso critico e conformismo, con un contesto ambientale in cui prevalgano forti ideologie, gerarchie e rigide prescrizioni di comportamento.
Per tornare ai nostri giorni e ai comportamenti efferati dei terroristi che hanno seminato la morte, scavando nel loro passato si scopre che molti di loro erano stati condannati per rapine, spaccio di droga e atti antisociali sicuramente indice di una vulnerabilità personale. Solo successivamente era avvenuta la loro affiliazione nelle file del terrorismo organizzato, che ha fornito una pseudoideologia con una coloritura religiosa. Perché non è una vera fede religiosa quella che ne ha consentito la trasformazione da piccoli delinquenti a combattenti e martiri per un ideale superiore. Non va tuttavia sottovalutato quello che affermò l’antropologa Sara Reardon in un’intervista pubblicata nel 2015 sulla rivista scientifica Nature secondo cui negli Stati Uniti gli immigrati raggiungono un livello economico ed educativo accettabile in una generazione, mentre in Europa occorrono addirittura due o tre generazioni, costretti a vivere nel frattempo in condizioni di povertà da 5 a 19 volte maggiori del resto della popolazione. Ma aggiungerei che le famiglie degli immigrati negli Usa spingevano i figli ad integrarsi nella nuova comunità, rinunciando anche alla propria lingua, mentre i figli delle famiglie musulmane immigrate in Europa si trovano a cavallo fra il mondo occidentale e le rigide regole della famiglia, come mostrava in modo eloquente la storia di una famiglia pachistana in Inghilterra nel film di qualche anno fa East is East. Massimo Ammaniti è uno psicologo esperto di psicopatologia dell’età evolutiva.
Corriere 17.7.16
«Serve un’idea forte di umanità per ridare sacralità alla persona»
di Maria Serena Natale

Un serbatoio infinito di soldati senza divisa pronti all’azione, un potenziale distruttivo cieco al quale l’ideologia dà una traiettoria. «A questo punto il profilo individuale dell’attentatore ha una rilevanza relativa perché è riassorbito in un progetto terroristico ad ampio raggio, capace di attrarre schiere di giovani fragili facilmente radicalizzabili». L’antropologo francese Marc Augé ha coniato negli anni Novanta la categoria di «non luogo» come tassello fondamentale di una «surmodernità» sovraccarica di comunicazione ma vuota di relazione. Luoghi di transito senza storia, aeroporti e alberghi come le periferie sociali dove la promessa di riscatto ed eguaglianza è stata tradita, trasformate in bacini di rabbia e rivolta. Augé inquadra con il Corriere i fatti di Nizza in un disegno di conquista che fa leva anche su questo tradimento in atto nei territori dell’emarginazione.
Professor Augé, come si disinnesca questo potenziale?
«Oggi il discorso pubblico è incentrato sulla de-radicalizzazione, che è senz’altro un aspetto importante, ma non coglie il fenomeno in tutta la sua profondità. Il fondamentalismo attecchisce lì dove non c’è un progetto di vita complessivo, un’idea forte di umanità, così ha buon gioco a strumentalizzare e organizzare la volontà dei singoli di fare il male».
Cosa intende per «male», una forza in azione nella Storia, una dimensione psicologica..?
«L’incapacità dell’essere umano di riconoscere sé nell’altro, di vedere e rispettare l’umanità in ogni singolo uomo. Il fondamentalismo nega una simile possibilità».
Come può combinarsi con la religione un sistema ideologico che svilisce l’uomo e lo riduce a strumento?
«Questo è proprio un pericolo connaturato a una certa interpretazione della visione monoteista, per la quale lo stesso Dio ostacola l’identificazione dell’individuo con l’umanità. Occupando tutto lo spazio sacro e diventando essa stessa l’universale, la divinità toglie universalità all’umano, impedisce di riconoscere questa dimensione nel singolo uomo. È una direzione opposta rispetto a quella colta da Jean-Paul Sartre, “ogni uomo è tutto l’uomo”, che poi è l’essenza della laicità».
La laicità alla base di questo modello informa lo spirito della «République», della Francia che ha portato nel mondo i suoi ideali di libertà e fratellanza ma ha alle spalle un processo di decolonizzazione traumatico e violento: anche per queste ragioni si ritrova bersaglio?
«Le ragioni sono molteplici: il passato conta perché ha creato le condizioni del presente, ma quel che oggi fa la differenza è il ruolo delle disparità sociali ed economiche per la grande comunità musulmana del Paese. E pesa pure la partecipazione alle operazioni militari in Medio Oriente contro i terroristi di Daesh».
In che modo si sradica la visione fondamentalista?
«Soprattutto con un progetto educativo supportato dall’intera società e inserito in un orizzonte filosofico che restituisca sacralità all’individuo. Questa laicità consente di trascendere le differenze culturali — che vanno sempre riconosciute e rispettate — in nome di valori universali che ci permettono di superare qualsiasi forma d’esclusione. Non si tratta di relativismo culturale, è una forma di utopia. Solo così l’altro può ritrovare ai nostri occhi una dignità nuova».
Corriere 17.7.16
Jihadismo e follia
L’analisi francese sui foreign fighter dice che uno su 10 è schizofrenico
di Alessandra Coppola e Guido Olimpio

L’analisi francese sui foreign fighter dice che uno su 10 è schizofrenico
E chi non va in Siria viene riciclato dai predicatori radicali come lupo solitario
T ra la follia e il jihadismo a volte un legame c’è. Non è solo storia tragica di questi giorni, ma si rintraccia nelle analisi che gli investigatori di Parigi già da qualche mese hanno elaborato, soprattutto sulla base delle copiose indagini sui «foreign fighters» francesi: il 10 per cento di chi è partito per la Siria o per l’Iraq è schizofrenico. Uno su dieci.
La diagnosi si associa spesso a quella degli assassini di massa americani, e infatti gli studi degli inquirenti europei (sostenuti dalle valutazioni di molti psicologi) si stanno indirizzando apertamente in quella direzione. Profili criminali che si incrociano. Si tratta di individui isolati sul piano psicologico, «perdenti» nel contesto sociale, con una vita familiare spesso turbolenta o precaria, segnata da fratture profonde (un divorzio doloroso, un licenziamento inatteso, il rifiuto di un prestito o ancora una questione burocratica inceppata).
La valvola di sfogo può essere l’Islam radicale. Alle prese con problemi personali ed economici, questi individui sublimano i propri guai nella causa fondamentalista, trovando nell’Isis un’organizzazione che non si pone problemi ad accettarli. Non tutti diventano combattenti al fronte, però. Chi non riesce a partire per il Medio Oriente può essere facilmente «riciclato»: sono i «lupi solitari» incoraggiati all’azione nei Paesi in cui si trovano. Non sono in grado di raggiungere il Medio Oriente, ma sono capaci di aprire il fuoco in una discoteca o di salire su un camion per fare una carneficina. Gli attentatori — vale per Bouhlel a Nizza o per Omar Mateen che ha fatto strage a Orlando, per esempio — si considerano «vittime di ingiustizie», vere, presunte o inesistenti. Ciò che conta è la loro percezione. Si sentono minacciati, in guerra con il prossimo, per cui pensano che il gesto estremo possa gratificarli. E anche redimerli.
Se fossero laici, si toglierebbero la vita. Cresciuti da islamici, invece, benché spesso ignoranti della propria religione, attratti dalle promesse di «gloria» dei predicatori radicali (in carne e ossa o più spesso sul web) cercano un’uscita di scena da «martire» e imitano — il punto è qui — gli attentatori suicidi. In questo modo, il proprio nome non sarà associato a un solitario atto di follia, destinato a essere presto dimenticato, bensì all’attacco di un’organizzazione famosa come lo Stato Islamico o Al Qaeda. In questo modo, inoltre, la vita precedente di peccati e fallimenti viene «purificata» e riabilitata.
Mohamed Lahouaiej Bouhlel, in realtà, solo dopo il massacro sulla Promenade è diventato «un soldato del Califfato». Fino al giorno prima, era un autista introverso e solitario, allontanato dalla moglie, evitato dai vicini. Il suo percorso ricorda di nuovo quello dei «mass shooter» statunitensi che per lungo tempo macerano nei propri tormenti, simulano una vita anonima e innocua. Poi all’improvviso una scintilla, una situazione contingente che accende la miccia e li trasforma in bombe. C’è un’evidente sovrapposizione tra le due realtà: la prima appartiene al privato, la seconda arriva quando scoprono l’impegno politico. In questa ultima veloce fase, il killer sceglie il movente che preferisce per giustificare la sua follia.
L’analisi degli investigatori francesi si è allargata anche ai jihadisti che restano all’interno dei confini, soprattutto dopo tre episodi. Il primo a Digione, nel dicembre 2014: un uomo, allora definito «squilibrato», al grido di Allah Akbar investì con la sua auto 11 persone, ferendole. Storia minore, ma che andrebbe rivista sotto una lente diversa. Il secondo, più conosciuto, nel giugno 2015: Yassin Salih decapitò il suo datore di lavoro nell’Isère, si scattò un selfie con la testa mozzata e inviò l’immagine a un militante jihadista. Un uomo disturbato che scimmiotta gli orrori dello Stato Islamico e fornisce spiegazioni confuse. L’ultimo a gennaio di quest’anno, protagonista Tarek Belgacem, ucciso dalla polizia a Parigi dopo aver cercato di aggredire gli agenti con un coltello: indossava una finta fascia da kamikaze e portava un messaggio di rivendicazione per conto dello Stato Islamico, che s’era scritto da solo .
La Stampa 17.7.16
“Noi di Gezi Park né col presidente né con i soldati”
L’attivista Ozsoy: la gente ha paura
di Marta Ottaviani

Una società troppo polarizzata, che avrebbe bisogno di un momento di conciliazione. La minaccia di un passato che ritorna e che nessuno aveva voglia di raccontare. Ma dall’altra parte un presidente della Repubblica che era partito con premesse diverse e che adesso deve riportare il Paese alla normalità. Perché le piazze turche non sono più serene come una volta e basta una piccola miccia per fare divampare un incendio incontenibile. Yesim Ozsoy, attrice, regista e attivista del movimento di Gezi Park, racconta come la Turchia ha vissuto questa lunga notte e quali sono i sentimenti che albergano nella società turca.
Yesim Ozsoy, la società turca come ha vissuto il tentato golpe?
«Per quelli della mia generazione è stato qualcosa di difficilmente descrivibile. Nel 1980 io ero piccola. La maggior parte della popolazione turca non aveva mai sperimentato un colpo di stato e si è improvvisamente trovata privata della libertà di movimento, con aerei da guerra che volavano a bassa quota, la tv di stato occupata. È stato come vivere un incubo».
Una nazione stretta nella stessa paura, insomma…
«Sì, già la maggior parte del popolo turco crede fermamente che bisogna proseguire nella strada della democrazia, ma le modalità con cui questo golpe è stato attuato hanno veramente infastidito tutti. Quelli che volevano i militari nelle strade sono una minoranza. Poi, di sicuro, i più infastiditi, forse anche colti di sorpresa da quello che è successo, sono stati i sostenitori del presidente».
O con Erdogan o contro di lui, quindi?
«La società turca purtroppo è molto polarizzata. Lo è sempre stata in realtà, ma adesso la situazione sta diventando sempre più pericolosa. Nelle piazze non scende solo una presa di posizione politica, iniziano ad arrivare anche la rabbia e la violenza».
Una Turchia nervosa, nella migliore delle ipotesi. Ma è mai possibile che non si trovi un’alternativa almeno nella società civile?
«Una parte della società turca è come ipnotizzata. Una parte ha paura. Negli ultimi mesi sono finiti in manette o sono stati messi in stato di accusa decine di intellettuali questo ha portato la gente ad assumere un atteggiamento prudente, che con il passare del tempo è divenuto rinunciatario. Il clima di sospetto che c’è ormai si percepisce chiaramente».
Cosa si aspetta, dopo questo golpe fallito?
«Spero in un momento di conciliazione e normalizzazione perché la cosa che mi preoccupa è che la tensione e la contrapposizione si riversino nelle strade. Si sono infervorati gli animi per troppo tempo e ci vuole nulla perché la situazione precipiti di nuovo».
Però tre ani fa la Turchia ha vissuto con Gezi Parki un momento di protesta pacifica in cui era venuto fuori un Paese diverso…
«La Turchia di Gezi Parki era una Turchia che non stava né con Erdogan né con i militari ed è quello che avremmo bisogno adesso. Ma il clima di violenza e la repressione l’hanno portata a nascondersi. Quella piazza è lontana anni luce. Oggi Gezi Parki non sarebbe possibile».
La Stampa 17.7.16
“Egiziani e turchi prigionieri di due fascismi”
Al-Aswani: io, incollato davanti alla tv
di Francesca Paci

Tra tutti i telespettatori del mondo che venerdì notte hanno seguito il tentativo di golpe in diretta, gli egiziani sono stati i più coinvolti, inchiodati allo schermo a rivedere nella Turchia di Erdogan la loro storia recentissima, frustrazioni, ambizioni, paura e poi, tragico, il naufragio delle speranze nel presente. Lo scrittore Alaa al Aswani, grande cantore dell’Egitto contemporaneo bloccato tra caserme e moschee, non ha perso una sola delle notizie in arrivo da Istanbul: lui che si è battuto contro Mubarak, contro Morsi e adesso contro il regime del presidente Sisi, guardava i tank nelle strade e tifava per la democrazia.
Com’è, stato rivedere in tv il suo Egitto, 30 giugno 2013?
«Posto che sono contro qualsiasi golpe e che considero Erdogan l’ennesimo presidente islamico che usa la democrazia per diventare un dittatore, come provano il suo tentativo di cambiare la Costituzione e i tanti giornalisti arrestati, c’è una grande differenza tra il 15 luglio 2016 in Turchia e il 30 giugno 2013 in Egitto: da noi c’erano milioni di persone in piazza a chiedere nuove elezioni e a sostenere l’intervento dell’esercito, mentre ieri sono scesi in strada sostanzialmente solo i sostenitori di Erdogan. Nel nostro caso i militari hanno poi instaurato una nuova dittatura, ma quel giorno, il 30 giugno eravamo tutti con loro».
Eppure al netto delle differenze, la Turchia come l’Egitto sembra oscillare sempre tra il potere religioso e quello militare. Perché?
«Questa è la grande crisi del mondo musulmano, arabo e non. Abbiamo avuto l’indipendenza sessant’anni fa e da allora ci sbattiamo tra il fascismo militare e quello religioso. La maggioranza dei nostri popoli, come la maggioranza di chi sostiene Ergogan, non è interessato alla democrazia, ma al proprio benessere. Erdogan ha dato ai turchi la crescita economica e loro lo amano, a prescindere dai diritti umani».
Vuol dire che la maggioranza delle società musulmane non sono interessate alla democrazia?
«Voglio dire che le persone come me, che rifiutano qualsiasi dittatura religiosa o militare anche se gli porta delle convenienze, sono una minoranza. La maggioranza vuole la democrazia non per principio ma per i propri interessi. Ma non vale solo per noi, anche in Russia per esempio è cosi: a parte la religione, Putin è come Erdogan».
Come legge quanto è accaduto venerdì notte in Turchia?
«Un islamista crede di essere l’unico, il migliore, ha Dio dalla sua parte e questo gli da legittimità anche politica. Un islamista in politica, Erdogan come Morsi, è esclusivo: va automaticamente verso il fascismo perché non considera l’opposizione. L’islam politico, e un po’ ogni religione politica, ha problemi a integrarsi nella democrazia».
Cosa succederà adesso che Erdogan è più forte di prima?
«Erdogan è molto più furbo di Morsi. Adesso ha resistito ed è normale che sia il più forte, ma mi preoccupa il fatto che non creda nella democrazia: la usa come quelle medicine che vanno prese una sola volta: avuto il potere con le elezioni, la democrazia non serve più. Seguendo il golpe in tv, ho pensato che i turchi, come noi egiziani e come tutto il mondo musulmano, sono prigionieri di due facce dello stesso fascismo».

Corriere 17.7.16
Cliff Kupchan
«Se non saprà fermarsi e schiaccerà l’opposizione Erdogan finirà isolato»
Il politologo: la sua immagine internazionale è compromessa
intervista di Massimo Gaggi

NEW YORK «La richiesta turca agli Usa di estradizione del leader in esilio Fethullah Gülen, accusato di terrorismo? Il presidente Erdogan deve prendersela con qualcuno e ha messo nel mirino un dissidente che vive all’estero. Cerca di recuperare il consenso della parte del Paese che l’ha appoggiato fin qui intimando agli Stati Uniti di consegnare Gülen. Non funzionerà. Crescerà la diffidenza nei suoi confronti da parte dell’altra metà della Turchia: quella che non lo ama».
Cliff Kupchan, politologo e presidente di Eurasia, è convinto che il fallito «golpe» nell’immediato inciderà negativamente sulla cooperazione tra la Turchia e gli altri Paesi occidentali, Stati Uniti in testa. Col rischio di dare un po’ d’ossigeno ai terroristi dell’Isis.
Ma nel medio termine, aggiunge l’analista, Ankara tornerà a «una cooperazione stretta con l’alleato americano e anche a una maggior collaborazione con la Russia, come avevamo cominciato a vedere nelle scorse settimane».
Dunque nessun cambiamento profondo nonostante la grave ferita di un colpo di Stato che è fallito lasciandosi dietro la scia di centinaia di morti?
«Cominciamo dalla situazione interna del Paese. Bisognerà vedere quanto dura sarà la repressione. Se metterà sotto accusa le opposizioni, che pure hanno condannato il golpe, usando il potere di sopprimere l’immunità parlamentare che si è già dato, Erdogan comprometterà ulteriormente la sua immagine internazionale, è ovvio. Non credo lo voglia, vedremo se saprà frenarsi. Per il resto, lui ha sconfitto i golpisti, ma l’episodio non lo rafforza: i suoi fan hanno fatto blocco e continueranno a restargli fedeli, ma è difficile che possa acquisire nuovi consensi col pugno di ferro. Anzi, calerà il consenso, già oggi giudicato insufficiente, per una riforma costituzionale con l’introduzione di un sistema presidenziale basato su un presidente esecutivo. Oltre che con quella politica, poi, dovrà poi vedersela con l’instabilità sociale, dato che le tensioni che dilaniano il Paese incideranno negativamente sull’economia, a cominciare dal turismo».
Questo per politica ed economia. E l’impatto sulle forze armate?
«I problemi più gravi sono proprio qui. Le forze di sicurezza turche finora avevano fatto un eccellente lavoro bloccando il flusso di migranti verso l’Europa. Ma adesso queste forze sono spaccate e si fanno una guerra intestina, trascurando la loro missione primaria. Stesso discorso per servizi segreti e forze speciali che dovrebbero combattere il terrorismo, ma in questa fase sono intente a combattere tra loro. La lotta all’Isis e al Pkk verrà inevitabilmente penalizzata. La Turchia sarà ancora più vulnerabile agli attacchi del terrorismo. Un bel problema per Erdogan, accusato da molti di non saper garantire la sicurezza del Paese».
E sul piano internazionale? La Turchia, ansiosa di ritagliarsi un ruolo di primo piano come potenza regionale, sembrava voler diventare un fattore di stabilità in Medio Oriente. E adesso?
«Ci saranno scossoni, inutile nasconderselo. Ma chi teme che possa venir meno il ruolo della Turchia nella Nato e, addirittura, che agli Usa venga chiesto di rinunciare alle loro basi militari sul suolo turco, è fuori strada: la collaborazione Usa-Turchia continuerà perché è nell’interesse di tutti e due i Paesi: l’Occidente ha bisogno della Turchia per combattere il terrorismo, contenere il conflitto siriano, gestire i profughi che fuggono dal Medio Oriente e dall’Asia Centrale. Ma anche Erdogan ha bisogno della credibilità che solo gli Stati Uniti possono dargli nei negoziati con gli altri Paesi del mondo arabo».
Alleanza obbligata, insomma, soprattutto per la comune contrapposizione alla Russia.
«In realtà di recente Erdogan, sempre arcigno all’interno, si era mostrato più pragmatico sul piano internazionale agendo attivamente per migliorare i rapporti anche con la Russia di Putin e con Israele. E aveva cominciato a combattere davvero l’Isis. È questo atteggiamento positivo e realista che rischiamo di perdere nell’immediato. La Turchia, lo ripeto, è essenziale nella gestione della crisi siriana. E di recente un passo del primo ministro di Ankara aveva dato la sensazione di un atteggiamento meno rigido anche nei confronti di Assad».
Rischia di essere vanificata l’intesa Kerry-Lavrov per il coordinamento degli attacchi russi e americani contro Isis e Al Nusra?
«Ci andrei piano a parlare di accordi: molte ore di negoziati per tirare fuori un comunicato assai vago».
La Stampa 17.7.16
Ankara isola la base militare
“America, consegnaci Gulen”
Tolta la corrente a Incirlik da dove decollano i jet per i raid contro l’Isis
di Paolo Mastrolilli

La base di Incirlik, in cambio dell’estradizione di Fethullah Gulen, il leader del movimento Hizmet che Erdogan accusa di aver fomentato il golpe fallito in Turchia. La tensione che cresceva da anni fra Ankara e Washington si sta trasformando in un braccio di ferro da cui dipende il futuro delle operazioni contro l’Isis in Siria, e l’intera presenza della Nato nella regione.
All’inizio del suo mandato, il presidente Obama aveva cercato di costruire una relazione con il collega turco, ma il rapporto nel frattempo si è deteriorato, al punto che durante il recente vertice nucleare di Washington il capo della Casa Bianca ha praticamente ignorato Erdogan. I motivi sono principalmente due: primo, il leader di Ankara ha consentito all’Isis di usare il suo territorio come voleva, nella speranza che facesse cadere Assad; secondo, la sua gestione dello stato è diventata progressivamente sempre meno democratica e rispettosa dei diritti umani. La Turchia, da parte sua, rimproverava agli Stati Uniti di aver ospitato Gulen, che da quasi dieci anni vive in Pennsylvania, dopo aver costruito un grande network di scuole charter in America.
L’intelligence Usa è rimasta sorpresa dal golpe, e il presidente Obama è stato il primo a condannarlo, dopo una telefonata col segretario di Stato Kerry in visita a Mosca. I complottisti però pensano che sia stata proprio Washington ad organizzare la sommossa, e le prime reazioni del governo turco hanno quanto meno confermato questi sospetti.
Poche ore dopo l’inizio del colpo di stato, infatti, la luce è stata staccata alla base di Incirlik, dove operano 1.500 soldati americani impegnati nei raid contro l’Isis in Siria. La base ha i propri generatori e e poteva continuare le operazioni, ma l’esecutivo ha chiuso lo spazio aereo obbligando i caccia della coalizione a restare a terra. A mezzogiorno il portavoce del Pentagono, Peter Cook, ha detto che «per ora l’attività della base è ancora sospesa», e il Comando Centrale è stato costretto a cercare soluzioni alternative per continuare le missioni. Mentre Incirlik veniva bloccata, Erdogan ha sfidato Gulen, suo ex alleato, a tornare in Turchia: «Alla Pennsylvania dico: hai già commesso abbastanza atti di tradimento contro la patria. Torna qui, se hai coraggio». Parlando alla tv, il presidente appena sopravvissuto al golpe ha aggiunto che se gli Stati Uniti sono un partner strategico del suo paese, dovrebbero accogliere la richiesta di estradizione, anche perché Ankara in passato non si è mai rifiutata di consegnare i terroristi agli americani: «Caro Presidente Obama, te lo avevo già detto. Deporta Gulen o rimandalo in Turchia. Tu non hai ascoltato, te lo chiedo di nuovo».
La risposta è arrivata dal segretario di Stato Kerry, che parlando in Lussemburgo ha detto di non aver ancora ricevuto una domanda formale per la consegna di Gulen, ma, prevede, «ci verranno poste domande su di lui». Quindi il responsabile della diplomazia Usa ha chiarito: «Invitiamo il governo turco, come facciamo sempre, a presentarci prove legittime che rispettino i nostri standard. Gli Stati Uniti le analizzeranno, e la giudicheranno in maniera appropriata».
Questo adesso è un nodo centrale nelle relazioni fra i due paesi. Washington dice di essere disposta a discutere l’estradizione di Gulen, se Ankara fornirà le prove che ha organizzato il golpe. Se però le sue colpe non saranno dimostrare, gli Usa non sono disposti a facilitare la repressione e la vendetta di Erdogan. Gli americani hanno bisogno della Turchia contro l’Isis, ma non al punto di rinunciare ai principi fondanti della loro democrazia. Da questo braccio di ferro dipenderà il futuro di Daesh, la stabilità regionale, e forse lo stesso ruolo di Ankara nella Nato.
Corriere 17.7.16
Rivolta e sigarette Così i giovani capi hanno preso Costantinopoli
di Luigi Barzini

COSTANTINOPOLI (2 maggio, notte) Enver Bey, il giovane idolo della giovane Turchia, è ancor tutto raggiante per l’ebbrezza del trionfo. Seduti in un angolo del suo ufficio abbiamo conversato lungamente.
Egli sorrideva parlandomi. Si vedeva sul suo viso troppo bello, la soddisfazione giovanile non priva di una vaga parvenza di vanità. Non ha avuto il tempo di fare l’abitudine alle acclamazioni della folla che lo accompagnano ovunque vada e prende della propria persona la cura meticolosa di chi si sente osservato e ammirato.
Egli è ora certamente il più elegante ufficiale dell’esercito ottomano. Fumando delle eccellenti sigarette abbiamo discusso degli ultimi eventi. Ma io volevo sentire il pensiero di Enver Bey sul futuro e perciò ad un certo punto l’ho interrotto per chiedergli: credete che ogni contrasto al regime costituzionale sia finito?
«Certamente. La reazione della lotta è passata, ma ora comincia quella della riorganizzazione. Abbiamo da fare e da rinnovare».
Ma il sentimento delle province asiatiche è ostile alle nuove idee. I massacri dell’Anatolia, evidente contraccolpo degli avvenimenti di Costantinopoli, dimostrano quanto sia forte il sentimento religioso, che è incompatibile colla Costituzione.
«I massacri sono avvenuti. Abbiamo mandato truppe. La calma è tornata ovunque. Quei moti non erano spontanei, erano dovuti ad un disperato tentativo della reazione per provocare forse l’intervento straniero e paralizzare la nostra azione. La parola d’ordine di quei muli era partita da Costantinopoli. Ogni tentativo del genere sarebbe ormai impossibile. Noi abbiamo tutta la forza necessaria per assicurare la tranquillità in ogni parte dell’Impero».
Ma il sentimento intimo della popolazione mussulmana non è ostile alla Costituzione?
«Perché dovrebbe esserlo? La nostra religione ha uno spirito largo e favorevole alle idee moderne, tantoché potrebbe persino esistere una repubblica mussulmana in perfetto accordo coi dettami religiosi. Un numero rilevante di mussulmani della Rumelia sono accorsi ad iscriversi volontari nella nostra spedizione».
Ma non li avete accettati?
«Le nostre forze erano sufficienti. Del resto la popolazione mussulmana della Macedonia è giovane turca».
Questo potrebbe dimostrare la diversità di sentimenti fra la Turchia europea e la Turchia asiatica.
«No, la popolazione delle Province, anche asiatiche, ha troppo sofferto dal vecchio regime che la immiseriva per non essere sfavorevole all’arbitrio e alla miseria».
Tuttavia il clero, gli ulema, gli hodjos, gli studenti di teologia coranica che tengono alle tradizioni e sono autorevoli fra la popolazione...
«Poteva avvenire qui in Costantinopoli, dove sotto il Governo assoluto gli ulema godevano prebende e rendite stabilite dall’arbitrio e dal capriccio del Sultano, che il clero, composto in gran parte di gente ignorante di ogni progresso, nutrisse uno spirito di reazione. Ma nelle province anche il clero soffriva e tra le file dei nostri volontari avrete visti molti turbanti di religiosi».
Dunque in Costantinopoli cova uno spirito di reazione?
«Non credo; ma, se anche in proporzioni minime esistesse, cesserebbe naturalmente, non potendo far nulla, poiché teniamo una forza organizzata».
Si dice che alcune truppe mandate in Anatolia per reprimere i disordini abbiano fatto causa comune coi massacratori e uccisi gli ufficiali.
«Non è vero; si sono avuti incidenti senza importanza».
Però l’ammutinamento del 13 aprile fu opera di soldati che riteneva fedeli alla Costituzione; vi erano fra gli altri i cacciatori di Salonicco, nei quali avevate ampia fiducia.
«Prima di tutto, soltanto una parte dei cacciatori di Salonicco si rivoltò massacrando gli ufficiali di tre battaglioni: due battaglioni ci rimasero fedeli. In secondo luogo la rivolta della guarnigione non fu causata da sentimenti, ma da denari. I soldati ricevettero somme enormi e bisogna conoscere la miseria dei soldati per comprendere la forza di seduzione di grandi somme. Ma abbiamo reso impotente chi potrebbe corromperli. Non vi sono più timori: se con denaro si è compiuta la rivolta, è con denaro che si preparava una cosa anche più orribile».
Che cosa?
«Era preparato un massacro di tutti i turchi appartenenti al partito liberale o sospetti di liberalismo. Ne abbiamo la prova: e concluderete che una volta cominciati i massacri non si sa dove si sarebbero fermati».
Siete sicuri che non possa in un ambiente come questo scoppiare un altro moto improvviso? Anche il giorno 13 voi non vi aspettavate che le più vaste congiure potessero tramarsi insospettatamente.
«Ci aspettavamo soltanto qualche protesta; non potevamo supporre che arrivassero subito al massacro degli ufficiali. Nulla di simile è possibile per l’avvenire».
Avete preso ad Abdul Hamid tutte le sue ricchezze?
«Sì, esse appartengono alla nazione».
Ma anche senza le ricchezze, non credete che verso il Sultano deposto si rivolgano le speranze dei reazionari, che egli divenga per cosi dire la bandiera vivente della vecchia Turchia.
«È impossibile; egli è troppo bene custodito; e poi noi qui spazziamo il campo per schiacciare le teste dell’idra».
E come?
«Lo stato d’assedio non c’è per l’ordine pubblico. Avrete osservato che è uno stato d’assedio molto poco visibile: il suo unico scopo è il funzionamento del tribunale di guerra, che lavora a stabilire le responsabilità e a punire i colpevoli».
Vi sono molte condanne a morte?
«Non ne so il numero, e poi i processi non sono ancora finiti. Credo ci saranno un centinaio di esecuzioni ed altrettante condanne ai lavori forzati».
Le esecuzioni saranno segrete?
«No. I colpevoli saranno impiccati nei vari quartieri della città».
Quando?
«Forse domattina. Bisogna dare un grande esempio».
La Stampa 17.7.16
Tutti ventenni e di basso grado
Ecco chi sono i ragazzi del golpe
Esclusi i servizi segreti e i reparti speciali dell’esercito
di Marta Ottaviani

Poco più che ragazzi, cresciuti nel mito delle Forze Armate come Stato nello Stato e poi intrappolati in un gioco più grande di loro. Sono i giovani militari che hanno preso parte al quinto colpo di Stato nella storia della Turchia moderna. L’unico ad avere fallito, ma anche l’unico che ha agito senza la protezione degli alti gradi dell’esercito e soprattutto la tutela della Costituzione.
Giovani dai 20 ai 25 anni, provenienti da ambienti laici quanto confessionali, tutti con un comune denominatore: vedere nel presidente Erdogan il sovvertitore delle regole in cui erano stati cresciuti. Il tentato colpo di Stato di venerdì aveva modalità di applicazione simili a quelle del 12 settembre di oltre 30 anni fa, in realtà è stato più che altro la sua caricatura. L’azione è partita dalle forze aeree, tradizionalmente legate al kemalismo, la dottrina di Mustafa Kemal Atatürk, fondatore dello Stato moderno, trovando poi sostegno negli altri segmenti dello Stato maggiore, seppure in quantità minoritaria: le forze di terra e quelle marittime. Dal golpe, e questo secondo molti è stato un grosso errore, sono rimasti fuori sia il Mit, il servizio segreto turco, e il Jitem, i reparti speciale dell’esercito. Entrambi gli apparati sono stati fra i primi a essere infiltrati da persone vicine al Presidente.
Così il tentato golpe si è trasformato in un regalo, forse atteso, per Erdogan. Questa sorta di «gioventù bruciata» forse era convinta di riuscire nel suo intento. Aveva erroneamente previsto che con la sua azione avrebbe portato in piazza quella parte della Turchia che non vota Erdogan. Invece in piazza si è trovata di fronte l’esatto contrario. Una folla inferocita di loro coetanei.
I ragazzi del golpe mancato non hanno avuto una guida sicura e carismatica. Su 350 generali turchi appena 5 hanno partecipato alla sommossa. Tutti gli altri erano ufficiali di grado medio. Giovani, molti senza esperienza. Figli di quella sintesi turco islamica che dalla metà degli Anni 80 ha trasformato le Forze Armate da un entità laica a un ibrido a metà fra kemalismo dogmatico e religione applicata allo Stato, che ha dato la stura all’ascesa dell’Islam politico in Turchia e permesso con il tempo l’ingresso di elementi vicini a Fethullah Gulen e a Erbakan, il padre politico di Erdogan. Fino a quando le Forze Armate non sono diventate troppo strette per contenere entrambe le ali della destra islamica turca.
Corriere 17.7..16
Il generale dei confini «caldi» e l’ombra di Gülen
di Andrea Nicastro

ISTANBUL Due mesi fa, come folgorato da una premonizione, Aykdan Erdemir, un ex deputato riparato a Washington, aveva dichiarato che il presidente Erdogan era «come un judoka, capace di usare un colpo di Stato per rafforzare la sua stretta sul potere. I media sotto il suo controllo stanno pubblicizzando un progetto di golpe proprio perché conviene al presidente». Era aprile, ora, a golpe sventato, è la stessa idea che tra mille paure e implorando l’anonimato, sostengono a Istanbul molti ambienti laici, curdi, di difesa dei diritti umani. Cioè l’opposizione al presidente. Davanti al colpo di spugna post golpe sono tutti spettatori impotenti alle iniziative del governo.
I militari Nato della base aerea di Icirlik, invece, hanno scoperto di essere diventati ostaggi virtuali da scambiare con il miliardario religioso Fethullah Gülen, presunto cervello del golpe. Nella base militare internazionale si commentano i video sui linciaggi dei soldati turchi golpisti: «Sembrano ragazzini di leva, mandati allo sbaraglio. È così che si fanno i golpe?».
Chiunque abbia ragione, qualcuno ha mandato quei «ragazzini» in strada, in tv, sui ponti di Istanbul, al parlamento di Ankara e secondo la reazione delle forze fedeli al presidente si tratta di rappresentanti dello «Stato parallelo» diretto da Gülen, il miliardario oggi residente in Pennsylvania.
Il primo sotto accusa è il generale Adem Huduti, comandante del secondo corpo d’armata di base a Malatya, responsabile dei confini bollenti con la Siria, l’Iraq e l’Iran. Sarebbero in maggioranza i suoi ufficiali e soldati ad essere scesi nelle strade. Ma è anche sotto la sua responsabilità che petrolio, armi, rifugiati e foreign fighter sono passati dalla Siria alla Turchia e vice versa.
Il secondo in ordine di importanza è Akın Öztürk, un generale quattro stelle dell’aviazione, ex attaché militare all’ambasciata di Tel Aviv, promosso appena tre anni fa quando Erdogan realizzò pacificamente la grande purga nelle forze armate contro i militari legati alla vecchia idea di Atatürk di un esercito guardiano della laicità. Sono più di 2.800 i militari arrestati, oltre 2.700 magistrati rimossi. Tra questi anche Alparslan Altan, giudice della Corte costituzionale.
Corriere 17.7.16
Ne ho visti tanti. Vi spiego perché questo è un «golpe fasullo»
di Antonio Ferrari

C he cosa è avvenuto realmente in Turchia? Un golpe?
«Beh, golpe è una parola grossa. Al massimo potremmo definirlo un minigolpe improprio, a scoppio anticipato».
Perché non credi al golpe?
«Primo: perché nella mia vita professionale ho visto tutto e il contrario di tutto, ma un golpe di sole quattro ore non avrei mai potuto immaginarlo, neppure nello stato libero di Bananas. Secondo, ci sono retroscena quasi inquietanti, quantomeno improbabili».
Puoi raccontarli e spiegarli?
«Parto dalle notizie accertate. Ho conosciuto la Turchia trentasei anni fa, e vi sono tornato regolarmente. Ho intervistato tutti i leader politici, compreso il carismatico Recep Tayyip Erdogan, con il quale una volta ho litigato. Insomma, ho fonti credibili e preziosissime. Anche venerdì sera, per telefono, mi hanno messo in guardia».
In che senso?
«Mi hanno fatto capire: attenzione, può essere una sceneggiata. Domani Erdogan sarà più forte di oggi».
Ma ci sono stati circa 200 morti...
«Sì, ma — scusate il cinismo — il bilancio delle vittime è simile a quello dei morti di Ankara durante la manifestazione pacifista. Credete che importi a Erdogan?».
Insomma, cos’è accaduto?
«Noi giornalisti, spesso per vanità o per attrazione fatale della prima Repubblica, tendiamo a preferire l’articolessa e i banali ghirigori old style, sottostimando i fatti. Ma sono i fatti, occhi attenti, umiltà e una mente attrezzata a ragionare a fare la differenza. Non mi sono sfuggite e non ne ho ridotto la portata, notizie e informazioni degli ultimi mesi dalla Turchia. La nomina di un nuovo capo del governo, Binali Yildirim, fedelissimo di Erdogan. Personalità grigia ma capace. E Yildirim ha annunciato, a tappe ravvicinate: primo, la pace con Israele; secondo, una lettera di scuse di Erdogan a Putin, e la pace fatta con la Russia dopo l’abbattimento del cacciabombardiere di Mosca; terzo, la mano tesa al regime siriano, cioè mano tesa a Bashar al Assad, che fino al giorno prima il presidente turco avrebbe fatto ammazzare: al punto che il sultano faceva affari con i tagliagole dell’Isis (petrolio di contrabbando); quarto, rilancio del ruolo della Turchia nella Nato».
D’accordo, ma il golpe o minigolpe che c’entra?
«A questo punto abbandoniamo il binario dei fatti comprovati ed entriamo in quello delle ipotesi, supportate però da forti indizi. Le Forze armate turche erano in agitazione, in opposizione a Erdogan, accusato di molte nefandezze: repressione della libertà di stampa, rifiuto di partecipare attivamente alla coalizione contro il terrorismo. Ma la bassa forza, molti colonnelli e graduati minori non avevano realizzato che gli alti comandi si erano avvicinati al sultano».
Questa bassa forza era pronta ad agire in proprio?
«No, ma era influenzata da Fetullah Gulen, il predicatore sunnita che vive in esilio negli Usa. Gulen è miliardario, controlla scuole, università, ha radici nella magistratura, nei servizi segreti, è popolare tra i soldati. Forse, i tempi del mini-golpe sono stati quelli di una prova di forza».
Innescata da chi?
«Non mi stupirei che la miccia sia stata accesa dallo stesso Erdogan o dai suoi fedelissimi».
Vuoi dire che potrebbe essere un «golpe fasullo»?
«Esattamente. Le mie fonti turche hanno sostenuto questa possibilità».
E il viaggio aereo di Erdogan nei cieli d’Europa?
«Temo che qualcuno, anche qualche collega, abbia confuso Erdogan con Ocalan. Pensate possibile che Erdogan lanci un appello al popolo invitandolo a scendere nelle strade e a proteggere il Paese, mentre vola su Francoforte, pronto a scendere a Berlino per inginocchiarsi davanti a Merkel supplicando asilo politico? Solo a pensarci mi vien da ridere».
Quindi, secondo te, dov’era il presidente?
«In vacanza, a Marmara. È salito sull’aereo diretto ad Ankara, poi ha preferito dirigersi a Istanbul, avendo saputo che c’erano migliaia di persone ad attenderlo. Fine del golpe, 4 ore dopo. Ma per cortesia, siamo seri finalmente».
Per te, insomma, è quasi una farsa?
«Se non ci fossero i morti, direi di sì».
Ma a chi ha giovato questo minigolpe, come lo hai chiamato?
«A Erdogan. È molto più forte. Magari spera di avere i voti per cambiare la Costituzione e creare una Repubblica presidenziale».
La tua opinione?
«Spero di no, soprattutto per i miei amici turchi. E per i miei colleghi che lì rischiano ogni giorno la prigione. Se non peggio».
La Stampa 17.7.16
Agguato razzista contro un profugo
Preso a pietrate e picchiato: “Sei un negro di m...”. Il giovane salvato da un automobilista
di Giorgio Bracco

Gli hanno tirato una pietra in testa, nascosti dietro i cespugli, sul lungomare cittadino, approfittando del buio della notte. Poi, quando la vittima ha appoggiato la bicicletta per terra, sanguinante, sono usciti fuori, allo scoperto. Erano in sei, tutti italiani. «Perché? Cosa vi ho fatto?», ha chiesto il giovane nordafricano, implorando pietà e almeno una risposta. Un paio di secondi di silenzio e poi l’esplosione di violenza. Calci e pugni ripetuti, al volto e al torace. «Sei un negro di m..., vattene via dall’Italia».
Un agguato di sicura matrice razzista, quello subito un paio di sere fa, da Mohamed D., 19 anni, senegalese, sbarcato in Italia dodici mesi fa, su una delle tante carrette del mare che approdano quasi ogni giorno in Sicilia. A salvarlo, quasi certamente, un automobilista di passaggio che, dopo aver inchiodato la vettura, è saltato fuori dall’abitacolo mettendo in fuga il gruppo di aggressori. Il senegalese è stato poi medicato al pronto soccorso. Nessuna ferita grave ma lo choc e il terrore, per un po’ di tempo, saranno compagni fedeli della vita di Mohamed. Ospite di una cooperativa socio-assistenziale di Imperia, in attesa del riconoscimento di rifugiato politico, il ragazzo - stimato e benvoluto da amici, datori di lavoro e assistenti sociali - lavora come lavapiatti in un ristorante cittadino. Sulla vicenda stanno indagando i carabinieri di Imperia. Non sarà facile fare piena luce: il luogo del vile agguato non è coperto dalle videocamere di sorveglianza. Non solo. Se si esclude l’automobilista sceso in aiuto del senegalese, che però non pare abbia fornito elementi utili all’individuazione dei componenti della gang, non ci sarebbero testimoni oculari.
«Mohamed non farebbe male a una mosca, lo conosciamo bene - spiegano Alessandro Giulla, presidente della cooperativa Jobel, e Claudia Regina, coordinatrice pedagogica della struttura - non ha provocato nessuno: non ha neppure avuto il tempo di capire cosa stesse veramente accadendo. È un ragazzo esile, tranquillo. È stato pestato da sei codardi per il colore della sua pelle». La richiesta di tutti, amici e datori di lavoro, è chiara: «Vogliamo che gli aggressori, soggetti pericolosi per la nostra città, vengano scoperti e puniti».
Il racconto della vittima ai carabinieri è stato drammatico. «Era mezzanotte, avevo appena finito il mio turno di lavoro - ha spiegato il giovane con ancora il terrore negli occhi - con la mia bicicletta stavo andando a casa. All’altezza del passaggio a livello di lungomare Vespucci, sei giovani, italiani, mi hanno preso a pietrate. Mi sono fermato, sanguinavo. Ho chiesto per quale motivo mi avevano tirato le pietre. Poi si sono avvicinati e mi hanno aggredito urlando frasi razziste». Mohamed, prima di arrivare in Italia, aveva affrontato un viaggio massacrante, in mare. Prima ancora, aveva sopportato un doloroso calvario: due mesi e mezzo di cammino, in mezzo a due deserti, per raggiungere la Libia e il sogno italiano. Negli occhi orrore, sangue, fatica e morte. Ora dovrà dimenticare anche quella maledetta notte di martedì.
Corriere 17.7.16
Muore per le botte del marito 80enne Lui dopo il delitto esce e va al bar

Va al bar dopo aver ucciso la moglie. Che picchiava regolarmente: il piatto di pasta che non gli piaceva. I soldi per la spesa. Ogni giorno Maria Licari, 70 anni, aveva la sua razione di botte. Venerdì mattina Giovanni Baiada, 80 anni, residente a Carini (in provincia di Palermo ) è andato oltre: l’ha picchiata con un soprammobile e ammazzata. Secondo i carabinieri — che poi lo hanno arrestato — ha ripulito casa, togliendo le tracce di sangue. Infine è uscito. Caffè al bar, con gli amici. Quando Baiada, meccanico in pensione, è rincasato ha chiamato il 118: «Mia moglie è morta cadendo». I medici, dubbiosi, hanno avvertito i carabinieri. I figli hanno raccontato di quel padre violento. L’esame del luminol ha fatto il resto, rilevando tracce di sangue: e sono scattate le manette.
Corriere 17.7.16
Lite con la moglie per le valigie La uccide a martellate in testa
di Roberto Rotondo

Femminicidio a Varese, l’uomo ha confessato: «Non sopportavo più i suoi rimproveri»
Varese Dovevano partire per le vacanze in Toscana, ma Roberto ha ucciso Loretta con un martello proprio mentre stavano caricando le valigie sull’automobile. Un omicidio per «futili motivi», scrivono i carabinieri, ma quell’espressione da verbale nasconde in realtà un rapporto malato nella coppia. Roberto Scapolo, 48 anni, rappresentante di commercio nel settore ottica e Loretta Gisotti, 54 anni, estetista, esperta di trucco, erano sposati da più di dieci anni.
Ai militari Scapolo ha raccontato che non ne poteva più dei continui rimproveri della moglie. Il delitto è avvenuto alle cinque e quarantacinque di mattina a Laveno Mombello, in provincia di Varese. Nessun testimone, nessuno che abbia sentito urla. L’uomo aveva finito di sistemare le valigie nell’auto, ma la moglie si era innervosita per il modo in cui aveva posizionato i bagagli. Rientrati in soggiorno, lei lo ha accusato di essere come al solito impreciso. Probabilmente ci doveva essere del vero in queste parole, e come lo stesso omicida ha ammesso era proprio il comportamento disordinato di Scapolo uno dei motivi di costante tensione tra loro. Nulla che però potesse far pensare a uno scatto di ira così violento: alla procura di Varese, infatti, non sono mai giunte segnalazioni su possibili violenze domestiche in quella casa.
L’uomo ha spiegato di aver colpito con un martello che aveva in mano, per tre volte, la moglie alla testa. Poi le si è gettato addosso e le ha stretto le mani al collo. È quindi salito in auto e ha raggiunto la caserma dei carabinieri. Ha telefonato al 112 e all’operatore, con calma, ha spiegato tutto quello che aveva appena fatto e di volersi costituire.
Roberto e Loretta vivevano da soli, non avevano avuto figli e la loro passione erano i cani: un bastardino e un dobermann che accudivano nel giardino. I conoscenti a mezza voce raccontano che i due ogni tanto litigassero, e che la moglie era la personalità forte della coppia. Una donna in gamba Loretta, determinata e brava sul lavoro. Era una truccatrice e aveva seguito dei corsi di make up artist. Era cresciuta a Comerio, un paese della provincia di Varese poco distante, dove ancora vive la madre Rosita, che ieri mattina è accorsa subito davanti alla casa della figlia ed è stata consolata dai vicini.
Il racconto fatto da Scapolo ai carabinieri è stato confermato dalle prime analisi di polizia giudiziaria. L’autopsia chiarirà se la donna fosse già deceduta dopo le martellate o se è morta per strangolamento, ma prima di tutto andrà indagata la mente dell’agente di commercio, un uomo che secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti non era mai stato aggressivo e che avrebbe deciso all’improvviso di scatenare una violenza cieca contro la moglie.
Il nipote della coppia non riesce a trovare una spiegazione per questa tragedia: «Andavo da loro un paio di volte al mese — racconta incredulo il giovane —, mio zio era un uomo molto paziente. Non so proprio cosa possa essere successo».

sabato 16 luglio 2016

Il Sole 15.7.16
Il progetto. L’imprenditore punta a « entrare in Rcs in tempi velocissimi, l’importante ora è la velocità di esecuzione»
Cairo: «Partita vinta, ora grande lavoro»
di Antonella Olivieri

Il ceo di Intesa Messina: «Rcs sarà in grado di esprimere le grandi potenzialità»
Urbano Cairo ha festeggiato la vittoria della battaglia su Rcs brindando a champagne con la squadra degli advisor - Banca Imi (Intesa-Sanpaolo), Equita, lo studio EredeBonelli - che l’hanno aiutato nella mission impossible di entrare nella casa che edita il Corriere della Sera dalla porta principale. Rispetto alla cordata Bonomi che partiva dal 22,6%, Cairo ha lanciato la sfida con appena il 4,7% e l’appoggio di Intesa che, titolare di un altro 4,2%, è anche il primo creditore di Rcs. La determinazione ha pagato perchè il mercato gli ha consegnato il 40%, sancendo la prevalenza dell’Opas con 124,2 milioni di azioni raccolte, pari al 48,82% del capitale. «Sinceramente non mi aspettavo una distanza così importante, non dimentichiamo che nella cordata concorrente c’erano dei pesi massimi. Comunque un bel segnale, un segnale forte, di come la gente vuol premiare merito e competenza», ha commentato a caldo l’editore piemontese, «ma ora mi aspetta un lavoro pazzesco», ha commentato a caldo l’editore, che vuole entrare in Rcs «in tempi velocissimi, perchè l’importante ora è la velocità di esecuzione».
Il risultato dell’offerta è ancora provvisorio perchè il conteggio finale si farà il 28 luglio, quando si saprà quanti titoli saranno stati girati dall’offerta soccombente. Allo stato, Cairo Communication dovrà versare 63,69 milioni in contanti agli aderenti, utilizzando solo parte della liquidità in cassa che ammonta a circa 90 milioni, dopo il pagamento dei dividendi. Lunedì però, all’assemblea straordinaria convocata per adeguare l’aumento di capitale al concambio dell’ultimo rilancio, sarà chiesta la delega per un altro aumento di capitale riservato fino a 70 milioni, che lo stesso Urbano Cairo ha intenzione di sottoscrivere almeno in parte, operazione che consentirà di compensare l’esborso per contanti. 
A oggi la diluizione del controllo in Cairo Communication per l’editore sarebbe dal 72,98% al 46%, ma nel caso risultasse eccessiva a conclusione dell’operazione è già stato messo in conto di lanciare un reverse accelerated bookbuilding per risalire sopra il 51%.
L’Opas - che ha offerto 0,18 azioni di Cairo Communication e 25 centesimi in contanti per ciascuna azione Rcs - ha convinto i due terzi del flottante di Rcs a non vendere, ma a restare in partita a fianco dell’editore che sul piatto ha messo anzitutto se stesso e le sue competenze nel settore. Cairo ha promesso di portare l’Ebitda del gruppo integrato - le sue riviste, La 7, Il Corriere della Sera, la Gazzetta dello Sport, i periodici della ex Rizzoli - a 215 milioni nel 2018 con ricavi complessivi a 1.340 milioni e di raddoppiare così il valore dell’investimento per chi ha creduto nel progetto. Non sarà facile, perchè Rcs parte comunque con una zavorra di quasi 400 milioni di debito. 

«L'iniziativa presentata da Urbano Cairo, con il nostro sostegno decisivo, per il rilancio di Rcs ha ottenuto un risultato straordinario, che per noi è motivo di grande soddisfazione - ha commentato Carlo Messina, ad di Intesa-SanPaolo - È la dimostrazione di come progetti industriali ben concepiti, e presentati in maniera convincente, siano in grado di affermarsi e di coinvolgere la maggioranza di grandi investitori internazionali e risparmiatori. Siamo certi che ora si potrà andare verso una fase nuova nella quale Rcs sarà in grado di esprimere le grandi potenzialità di un gruppo ricco di professionalità e competenze».
Il Sole 16.7.16
Referendum. Il premier interverrà in prima persona solo nella fase finale - A quota 2mila i comitati spontanei per il Sì
Renzi verso campagna soft, la minoranza lancia il Mattarellum corretto
di Emilia Patta

«Ogni giorno che passa diventa più chiaro che il referendum è sulla Costituzione, sulle compentenze delle Regioni, sul funzionamento del Parlamento e non su altro: questo ci aiuta molto a crescere nei consensi, coinvolgendo anche persone che magari non sono del Pd o non sono mie sostenitrici ma che capiscono la rilevanza storica di questo passaggio per l’Italia». Ecco, è tutta in questa frase contenuta nella e-news di ieri - naturalmente dedicata per la maggior parte alla strage di Nizza - la strategia di Matteo Renzi in vista del referendum d’autunno (6 novembre, o più probabilmente il 20 per via dell’intreccio con la manovra finanziaria): prendere tutte le distanze politiche possibili dall’evento smettendola con il mantra dei mesi scorsi «se perdo il referendum mi dimetto».
È già qualche settimana - per la verità - che il premier e segretario del Pd, consigliato in questo senso anche dal presidente emerito Giorgio Napolitano e dal consigliere statunitense arruolato in vista del referendum Jim Messina, tenta di spersonalizzare il voto referendario valorizzando il merito della riforma Boschi: riduzione del personale politico e conseguente riduzione dei costi della politica, iter delle leggi più veloce con l’abolizione del Senato elettivo, ritorno allo Stato di molte competenze strategiche per lo sviluppo del Paese. Il tutto all’insegna dello slogan “un Paese più semplice, una politica meno costosa”. Fare un passo di lato, insomma, e far parlare il merito. In questo senso è fondamentale il porta a porta, come suggerito anche dal guru americano Messina sul modello della campagna di Obama del 2012 e come già stanno facendo i 2mila comitati “spontanei” nati finora (escludendo la rete dei circoli di partito). A Palazzo Chigi hanno già registrato i primi frutti dei toni più morbidi usati dal premier nelle ultime settimane, se è vero che nei sondaggi il “sì” è tornato leggermente avanti al “no”. «A dispetto dell’allarmismo di alcuni, il comitato “Basta un sì” ha depositato circa 600mila firme in Corte di Cassazione» - ricorda con soddisfazione Renzi nella sua e-news sottolineando di contro il fallimento della raccolta firme da parte del Comitato per il No. È di ieri, inoltre, la notizia ufficiale che i promotori dello spacchettamento in più quesiti non sono riusciti a raccogliere le 200 firme di parlamentari necessarie: vista da Palazzo Chigi, una complicazione in meno sulla strada del referendum.
Quanto all’impegno diretto dei big nella campagna referendaria, per molti dirigenti del Pd il tour è già iniziato, a partire dalla ministra per le Riforme Maria Elena Boschi: ieri Civitanova, oggi Pescara e domenica Termoli. «E sarà così per quasi tutti i fine settimana», sottolineano i suoi collaboratori. Certo, per l’affondo finale si attende la ripresa della stagione televisiva, a settembre inoltrato. Anche perché partire troppo presto con le “armi pesanti” può essere controproducente, come in ogni battaglia. Sembra tramontata, invece, l’idea di nominare un “portavoce” tecnico - si era pensato a un giovane costituzionalista - con il compito di spiegare nel merito la riforma nei dibattiti tv. La partita è politica, e con le carte della politica verrà giocata. Intanto il Comitato nazionale per il Sì avrà sede in piazza Santi Apostoli, luogo simbolo delle vittorie di Prodi contro Berlusconi.
Il tentativo di spersonalizzazione del referendum da parte di Renzi è stato apprezzato dalla minoranza interna del Pd («Nessuno di noi vuole che Renzi lasci il governo, non vedo rischi di instabilità per il governo», ha detto non a caso Pier Luigi Bersani nella sua recente intervista a Die Zeit). Eppure non si placa il pressing per cambiare l’Italicum, che secondo la sinistra dem «in combinato disposto» con la riforma costituzionale porta nel sistema rischi di autoritarismo. Martedì la minoranza, nelle persone del deputato Andrea Giorgis e del senatore Federico Formaro, presenterà una proposta alternativa. Non si tratta di semplici modifiche all’Italicum, specificano i proponenti, ma di un modello alternativo. Niente premio alla coalizione invece che alla lista, insomma, e niente doppio turno di collegio che pure è la proposta storica del Pd. Dovrebbe trattarsi, sulla scia di quando scritto sulle nostre colonne dal senatore bersaniano Miguel Gotor il 28 giugno scorso, di un Mattarellum “corretto” con una più ampia percentuale di voto proporzionale a scapito della percentuale di collegi uninominali e con un premio di maggioranza alla lista o alla coalizione vincente a livello nazionale.