domenica 24 gennaio 2016

La Stampa 24.1.16
Libia
Diplomatici e militari italiani preparano il piano di riserva
Uomini dell’intelligence incontrano in Cirenaica il generale Haftar
Ecco gli scenari per l’intervento se salta il governo di pacificazione
di Guido Ruotolo

La giornata decisiva per il futuro della Libia sarà venerdì 29 quando il Parlamento dovrà esprimersi sulla fiducia al governo presentato dal premier designato Fayez Al Sarraj. Strada piena di ostacoli. La fiducia è tutta da conquistare nei prossimi 5 giorni. Ma è essenziale affinché la coalizione occidentale abbia il via libera formale per un intervento anti-Isis sulle coste del Nord Africa.
Garante degli egiziani
È in questo contesto frammentato e precario che si muovono diplomazie e apparati di intelligence. L’Italia preme sempre più: lo fa anzitutto schierando nella base di Birgi, Trapani, quattro aerei Amx pronti a pattugliare il Mediterraneo. E lo fa soprattutto portando l’intelligence in terra libica. Giovedì scorso unità italiane sono atterrate a Beida, e in Cirenaica hanno incontrato il generale Khalifa Haftar, una delle pedine più importanti per risolvere il caos libico. È stato lo stesso generale a far trapelare - evidentemente con il consenso alleato - la notizia dell’incontro tramite Twitter. Rifugiato negli Stati Uniti dopo la guerra in Ciad, Haftar oggi è ritenuto un garante degli egiziani. Per l’Onu è un comandante militare al pari dei capi delle altre milizie; per una fetta di libici della Cirenaica è il capo supremo delle forze armate libiche. Ed è inviso agli islamisti di Tripoli. La sua posizione però a Tobruk è meno solida di un tempo. Anzitutto si è consumata la rottura con Aguila Saleh, il presidente del Parlamento, fortemente ostile all’accordo sul governo di Al Sarraj, che ha avviato un’inchiesta per corruzione su Haftar. Domani i 230 deputati del Parlamento si raduneranno a Tobruk. Non ci sarà alcuna votazione. Gran parte dei parlamentari hanno già fatto sapere che non voteranno il governo ma proporranno modifiche importanti sui numeri (sono ben 32 i ministri indicati da Sarraj e tra questi 13 sono islamisti) e sulla stessa composizione del governo (pietra dello scandalo ministri ex autisti, segretari o funzionari di ministero). Saleh, dopo la rottura con Haftar, spinge per far saltare il banco. E appena due giorni fa aveva ipotizzato la formazione di un governo provvisorio. Un clima di confusione che obbliga americani - presenti con unità d’intelligence e reparti speciali nella zona di Bengasi oltre che a Tobruk e Misurata - francesi, inglesi e italiani a considerare - in caso di mancata approvazione di un governo di pacificazione – un piano B. Ci sta lavorando, dietro le quinte, l’inviato dell’Onu Kobler. Prevede la formazione di un comitato di conciliazione che possa in qualche modo fare da ponte fra le fazioni e da garante a un eventuale intervento anti-Isis.
I piani militari in queste ore entrano più nei dettagli. È Sirte il problema da risolvere subito. La città di Gheddafi, occupata dalle milizie jihadiste sostenute anche dagli ex gheddafiani, deve essere liberata al più presto. I piani militari alleati prevedono un intervento di terra delle milizie libiche e un sostegno tattico aereo dei Paesi della coalizione.
Sono le milizie di Misurata, di Zintan e di Tripoli a dover intervenire. Le stesse che il generale italiano Paolo Serra, consigliere militare del segretario dell’Onu Ban Ki-moon, vuole impiegare per creare la cornice di sicurezza nella capitale.
Si tratta di un progetto che prevede l’uso delle milizie, della polizia e dei militari. Quasi duemila uomini che dovranno garantire la sicurezza in una fascia esterna della capitale, che presidieranno le infrastrutture (dagli aeroporti al porto) alle sedi diplomatiche e istituzionali.
«Assistenza tattica»
Nel progetto Serra, non sono previste forze di supporto straniere. C’è invece un capitolo dedicato alla «Missione assistenza tattica» che prevede l’utilizzo di istruttori per addestrare e ricostruire gli apparati di sicurezza libici. E per garantire un sostegno tattico alle attività di contrasto. Solo dopo aver liberato Sirte dall’occupazione dell’Isis, si affronteranno gli altri problemi. Da Bengasi a Derna, da Tripoli a Sabratha si dovranno neutralizzare i gruppi jihadisti dell’Isis ma anche di altre organizzazioni terroristiche, come Ansar Al Sharia o il Gruppo combattente libico.
In attesa si guarda a Tobruk nella speranza che il governo Sarraj, magari rimaneggiato, ottenga la maggioranza dei due terzi del Parlamento. Se così non fosse, davvero sarà molto complicato evitare un intervento militare alleato. Anche la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite prevede un intervento se dovessero venire meno le condizioni di sicurezza.
Repubblica 24.1.16
Che avventura la scoperta degli elementi
di Piergiorgio Odifreddi

Duecentocinquanta anni fa, il primo gennaio 1766, Henry Cavendish pubblicò un resoconto dei suoi esperimenti su quella che lui all’epoca chiamava “aria artificiale”, e che noi oggi conosciamo come idrogeno. Un nome che significa “generatore d’acqua” e deriva dalla proprietà, scoperta appunto da Cavendish, di produrre acqua quando brucia.
Gli antichi consideravano elementi l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco, che non lo erano affatto. Ma l’idrogeno non fu il primo vero elemento scoperto: da molto tempo erano stati isolati l’oro, il rame, il piombo, lo stagno, il ferro, l’argento e il mercurio, anche se non erano stati riconosciuti come tali.
Si dovette aspettare la chimica, per passare dalle fantasie dei filosofi antichi alle conoscenze degli scienziati moderni. E solo nel 1869 il russo Mendeleev riuscì a classificare gli elementi via via scoperti, suddividendoli in 7 righe in base al numero di gusci di elettroni attorno al nucleo, e in 32 colonne in base al numero di elettroni nel guscio più esterno.
La tavola così costruita consiste di 118 caselle, la prima delle quali è appunto occupata dall’idrogeno, con un solo guscio e un solo elettrone. Molte caselle, ancora vuote ai tempi di Mendeleev, sono state riempite man mano: le ultime quattro, che completano appunto l’opera, soltanto questo mese, con la scoperta degli ultimi quattro elementi mancanti (il 113, 115, 117 e 118).
Repubblica  Cult 24.1.16
Antonio Giuliano
Ricordi di un archeologo
“Per tutta la vita ho studiato il passato mi sento un esodato dalla tecnologia”
colloquio con Antonio Gnoli

Giuliano si iscrive alla facoltà di Lettere a Roma negli anni Quaranta. Tra i suoi docenti ci sono Mario Praz ( foto sotto) e Ranuccio Bianchi Bandinelli di cui, da allievo, diventa stretto collaboratore.
Perfeziona la formazione in Germania e Grecia
Dal 1967 insegna all’Università, prima a Genova e poi a Roma.
È stato redattore dell’Enciclopedia dell’Arte Antica e ha diretto l’Enciclopedia Archeologica.
Dal 2001 è membro dell’Accademia dei Lincei
Ha studiato la cultura del mondo antico fino al periodo normanno e federiciano. Tra gli oggetti dei suoi studi, anche l’opera e la figura di Giacomo Leopardi, Stendhal e il periodo storico della Restaurazione in Italia
Tra i saggi pubblicati,
Arte greca ( 1986-87); Storia dell’arte greca (1989, 1998); Studi normanni e federiciani (con altri, 2003); Giacomo Leopardi e la Restaurazione: nuovi documenti (1998)

Da qualche anno Antonio Giuliano – forse il più grande storico dell’archeologia, ancora in circolazione e miracoloso sapiente per tutto quello che riguarda il mondo federiciano e la Restaurazione post-napoleonica – vive in un equilibrio di solitudine e attesa. Che le cose si compiano, dopotutto, è un fatto naturale, ma è come se quest’uomo, per nulla rassegnato, le guardasse con disarmante ironia. Un’ironia spoglia e misteriosa che sembra adattarsi a una essenzialità cercata a lungo e finalmente trovata. Nella casa studio di Roma dove ci incontriamo osservo lunghi e malinconici scaffali vuoti: «I libri di consultazione e di studio da tempo li ho donati all’università di Genova dove insegnai per quasi un decennio e alla Biblioteca Corsiniana, dove sono accademico dei Lincei. Perché? Per il semplice motivo che giunto all’età di ottant’anni decisi di smettere di scrivere e di non occuparmi più delle tante cose che hanno impegnato sessant’anni della mia esistenza».
Le ha pesato la decisione?
«All’inizio è stato difficile, poi capisci che quel gesto così risoluto portava a una liberazione. Se uno smette di scrivere non smette di pensare. E quando sei liberato da un imperio tutto diventa molto più semplice e più dolce».
Si sente un uomo sereno?
«Mi sento un uomo amareggiato. Ma non c’entra nulla con le ultime decisioni. È che ho la sensazione di essere stato superato dagli eventi».
Quali eventi?
«Avevo già settant’anni quando è iniziata la grande rivoluzione tecnologica. Pensi a un uomo che per tutta la vita ha inventariato servendosi di penna, o al più di macchina da scrivere, che ha visto evolvere l’uso della fotografia e crescere esponenzialmente i sistemi informatici, crede che fosse semplice stare al passo? Sono un esodato dalla tecnologia, una vittima del veloce tempo del cambiamento. Oltretutto, essendo stata una persona dedita al passato remoto, tutto ciò suonava come una singolare beffa».
Come è nata la passione dell’archeologia?
«Nessuna vocazione particolare. C’erano già in famiglia un fratello medico e uno ingegnere. Per differenziarmi scelsi Lettere. Ricordo il mondo universitario della fine degli anni Quaranta. Molti studenti erano reduci dalla guerra. Con la fretta di laurearsi. Ma i corsi importanti andavano deserti. Ad ascoltare le lezioni di Mario Praz sulla letteratura inglese eravamo in due. Capitava che da solo seguissi quello di storia delle religioni di Raffaele Pettazzoni. Alla fine il professore mi chiedeva: verrà la prossima volta? Altrimenti resto a casa a studiare. Stavamo guarendo dagli orrori della guerra. Il paese cambiava, ma senza una vera prospettiva».
Dove è nato?
«A Roma, una città dove, nei periodi primaverili e autunnali, potevi sentire, per la transumanza, il rumore degli zoccoli delle pecore. I monumenti erano imponenti e sporchi. Al Colosseo si rischiava di prendere la malaria. I romani hanno sempre avuto il terrore dell’ombra, da dove, dicevano, si propagavano le infezioni. Era un mondo délabré. Tenuto in piedi miracolosamente».
Da chi?
«Da qualche volenteroso. Ricordo il sovrintendente ai monumenti del comune di Roma Antonio Muñoz. Bravissimo. Era lo zio di Federico Zeri e gli lasciò, credo, in eredità un ritratto del Fayyum».
Cosa sono i ritratti del Fayyum?
«Opere funerarie prevalentemente di epoca romana perlopiù di ragazzi e giovani donne. Ritratti di straordinaria bellezza. Furono scoperti nella zona egizia del Fayyum, di qui il nome. Anche Freud ne acquistò uno dalla collezione Graef».
Freud fu un appassionato di mondo antico e di archeologia, in particolare.
«Non capiva sempre l’importanza di quello che vedeva. E spesso acquistava oggetti insignificanti sul piano formale. Un suo consulente fu Emanuel Loewy, che detenne a Roma la prima cattedra di archeologia. Era viennese come Freud. Parlava un italiano buffissimo. Questo a detta di Roberto Longhi che seguì alcune sue lezioni al museo dei Gessi a Testaccio».
Buffe in che senso?
«Si esprimeva in un italiano appreso dai libri, artificioso. Nel 1915, allo scoppio della guerra, Loewy si rifugiò in Svizzera, come austriaco non voleva combattere contro l’Italia. Il mio professore Giulio Quirino Giglioli, suo allievo, gli fece avere una pensione, in anni in cui gli austriaci non erano visti di buon occhio».
Lei è stato molto legato a Ranuccio Bianchi Bandinelli. Che ricordo ha di lui?
«Prese la cattedra che era stata di Giglioli. Si era specializzato a Berlino con Ferdinand Noack e Gerhart Rodenwaldt che fu un grandissimo esperto di pittura pompeiana. Rodenwaldt si suicidò nel 1945 quando i russi entrarono a Berlino. Qualche anno prima di morire chiese a Bianchi Bandinelli di tenere una conferenza sull’arte romana. Ne stimava le grandi doti di studioso.
Come spiega la passione dei tedeschi per il mondo antico?
«Fu la grande influenza di Goethe e la paura dell’irrazionale a spingerli verso questo amore. La filologia fece il resto».
Bianchi Bandinelli conosceva bene il tedesco.
«La madre era nata in Slesia. Ranuccio pensava in tedesco».
Quello che volevo chiederle è cosa pensa del fatto che si prestò a fare da guida ai monumenti quando il Führer venne in visita a Roma?
«È un episodio che è stato molte volte stigmatizzato. Ma mi chiedo: cosa avrebbe dovuto fare? Credo che quando gli fu proposto avrà pensato che un’occasione del genere non gli si sarebbe mai più ripresentata. E poi si sentiva di gran lunga superiore a quei personaggi».
Dice davvero?
«Non ho dubbi. La madre lo considerava “il bambino più prezioso”. Fu cresciuto come una persona eccezionale. E questo temo fu il suo limite più grande».
Lei ha studiato in Germania?
«La prima volta vi andai nel 1952 a mie spese. Il paese faceva spavento. Distruzione e macerie ovunque. Kassel e Dresda cancellate. In quel periodo i francesi mi avevano proposto di entrare nella legione straniera. Cercavano giovani per mandarli in Indocina e in Algeria. Rifiutai, ma guardando a quello sfacelo tedesco mi pentii del mio no. A Monaco conobbi Ernst Langlotz, mi insegnò a vedere le cose. A Salonicco incontrai John Beazley e compresi l’importanza della ceramica attica. Aveva una moglie petulante e autoritaria. Un suo allievo geniale, Humfry Payne, morì troppo giovane. E fu sepolto a Micene. Capitava che i grandi archeologi desiderassero la Grecia come ultima terra del riposo».
Che mondo era?
«Straordinario. Abitato da folli dotati di un metodo. Da uomini spesso colti e intuitivi. A volte grandissimi, come Ronald Syme, un neozelandese che insegnava filologia classica a Istanbul e Storia antica a Oxford. Fu amico e avversario di Arnaldo Momigliano».
Tornò in Germania?
«Andai a Tubinga nel 1959. C’era Bernhard Schweitzer che aveva fatto un gran lavoro sull’arte greca e sulle prime sculture ellenistiche. Era uno strano ometto con una doppia gobba e un’intelligenza tagliente che ricordava Lichtenberg. Durante la prima guerra mondiale fu riformato e allora, mi dissero, si mise a collaudare aerei a Berlino. Strana a volte la vita degli archeologi».
E la sua come è stata?
«Come archeologo certamente scrupolosa, ma senza eccessive passioni. Almeno non così forti come quelle che ho riversato sul mondo federiciano e sulla Restaurazione».
Immagino che la Grecia avrà comunque avuto un ruolo?
«Vi andai nel 1955. Restai per qualche mese, scavando soprattutto a Creta sotto la direzione di Doro Levi. Conoscevamo quel mondo attraverso le considerazioni di alcuni libri di viaggio. Innanzitutto quelli di Emilio Cecchi e di Mario Praz. Poi venne quello più esile di Cesare Brandi. Ho sempre pensato che lo spirito europeistico, nel modo in cui è avvenuto non abbia giovato alla Grecia. Troppo radicata era la tradizione slavo bizantina perché la sua cancellazione non producesse più danni di quanti se ne paventassero».
La tradizione è importante?
«Come potremmo farne a meno senza restare incapaci di orientarci? Pasolini se ne accorse. Avvertì violentemente la profondità di quella ferita non rimarginabile».
Lo ha conosciuto?
«Una sola volta lo vidi a un incontro con Bianchi Bandinelli. Mi colpì la sua bella voce nasale. Longhi un giorno mi disse che era stato il suo allievo più geniale».
Lei ha avuto anche una costante frequentazione con storici dell’arte. Come conobbe Longhi?
«La prima volta che andai da lui fu con Giovanni Previtali. Mi colpirono gli occhi neri e zingareschi. Faceva benissimo l’imitazione di se stesso. Giocava al casinò. Perdeva un sacco di soldi e detestava la moglie: Anna Banti. Eppure, non ci sarà mai nessuno al suo livello. Forse Hermann Voss, in Germania, avrebbe retto il confronto».
I suoi allievi?
«Bravi e con competenze e sensibilità diverse. Arcangeli fu una persona serissima. Giuliano Briganti ebbe il senso della qualità come pochi al mondo. Federico Zeri una memoria fotografica prodigiosa, ma era afflitto dal cattivo gusto. Zeri, inoltre, non si considerava un’emanazione di Longhi. Piuttosto di Berenson».
Cosa pensa di Bernard Berenson?
«Aveva creato intorno a sé il mito del grande connaisseur. Girava a piedi per tutte le pievi italiane. Comprava quadri e faceva l’esperto per i ricchi americani. Lo vidi una sola volta. Sotto la barbetta curata, il vestito inappuntabile e il monocolo, c’era il tratto levantino».
E della coppia Argan e Brandi?
«Brandi conosceva bene la pittura senese e aveva una passione per il bel canto. Una sera in trattoria intonò Il trovatore, bella voce. Ma se penso ai titoli stonati di certi suoi libri Dialoghi di Elicona; Carmine o della pittura sento che il tempo con lui è stato impietoso. Quanto ad Argan la fama era molto superiore alle sue competenze».
Le competenze, intendo le sue, sono state ampie. Le ha vissute con più noia o curiosità?
«Forse entrambe. È vero mi sono occupato di tante cose: del collezionismo federiciano e della Restaurazione in Francia e in Italia nella fase post-napoleonica. Ho studiato attentamente due figure in particolare: Stendhal e Leopardi. Di Leopardi, pochi lo sanno, si occupò il cancelliere Metternich».
È strano questo interessamento.
«Curioso. Metternich era un lettore di Heine. In privato faceva il sovversivo; in pubblico domava le rivoluzioni. Si rivolse al ministro di polizia chiedendogli informazioni su Leopardi, il quale era in mezzo a contrasti ecclesiastici e considerato un pericoloso giacobino. L’informativa giunse tre anni dopo. Nel frattempo Leopardi era morto. Metternich poté leggere in quella nota la prima biografia compiuta del nostro grande poeta. In fondo non tutti i mali vengono per nuocere».
La Chiesa lo aveva messo all’indice?
«Vietò la lettura delle Operette morali. Fu Monsignor Tizzani – lo stesso a cui il Belli affidò i suoi Sonetti perché li bruciasse e per fortuna non lo fece – il più oltranzista e reazionario. Ricordo che quando chiesi di consultare i documenti in Vaticano, Ratzinger si oppose. Fu grazie al Cardinal Martini che potei aggirare il divieto».
Cosa è stata la Restaurazione in Italia?
«Qualcosa che si è incistata a livello quotidiano. La Restaurazione non fu imposta dall’esterno, è nel bagaglio degli italiani: soprattutto per eredità della Chiesa. Siamo un paese piccolo borghese a vocazione cattolica che ogni tanto ha qualche alzata di capo. Insomma vecchio. Di più: senile».
La sua vecchiaia?
«Una grande scocciatura. Si è ancora lucidi per alcune ore della giornata. Poi senti che le decisioni ti appartengono sempre meno. La gente scomparsa, gli amici che non ci sono più. Mi mancano Antonio Cederna, che studiò da giovane archeologia e fu uomo di grande rettitudine, e Giuliano Briganti la cui grazia mentale non aveva eguali. Anche il mondo che c’era è scomparso. Sostituito da nulla o da ciò che mi appare incomprensibile».
E alla morte pensa mai?
«Non mi riguarda più di tanto. Non dipende da me e mi sembra di cattivo gusto parlarne. E poi: che ne so? Chi morrà vedrà. Più che cristiano in questo mi sento pagano. Affrontare la vita coraggiosamente, per quanto sia possibile e pensare di non lasciarsi travolgere dalla sofferenza».
Mi sorprende l’asciuttezza dei suoi giudizi. Cosa l’ha affascinata del mondo antico?
«La sua enorme capacità selettiva. Il senso visionario, e l’uso dei sogni. Cittadini del mondo onirico e dell’impero. Una condizione rara. E poi c’era il senso dell’inestimabile che abbiamo perso. Tutto oggi si può comprare e vendere. Anche la vita. Capisce? Il mondo antico aveva il senso del definitivo, il nostro mondo ha solo il provvisorio».
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Repubblica 24.1.16
Il Paese e gli scienziati
di Elena Cattaneo

Q UESTO non è più un Paese per scienziati, malgrado il più o meno glorioso passato. Non lo è più se un candidato a sindaco di Milano (e attuale vice) si vanta per aver sostenuto la battaglia contro la “famosa direttiva europea sulla vivisezione”. Non sapendo che il termine “vivisezione” descrive una pratica estranea alla Ricerca; che senza sperimentazione animale la medicina sarebbe a uno stadio tribale.
CHE la citata direttiva è frutto di anni di dialogo tra esperti e associazioni animaliste per trovare il miglior bilanciamento tra diverse aspettative; che Milano e zone limitrofe sono un importante distretto biomedico del Paese, e che non abbiamo bisogno di ulteriori motivi per accrescere la fuga dei cervelli, mortificando l’innovazione.
Non è un Paese per scienziati se servono mesi e mesi perché il ministero della Salute approvi i progetti di sperimentazione animale (la norma prevede 40 giorni), facendo ammuffire idee e frustrando capacità costrette a competere col mondo zavorrate dalle proprie istituzioni; e se l’apertura dei bandi di ricerca Prin (del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) è affidata a procedure che sembrano quelle della lettura dei tarocchi tanto sono inaffidabili oltre che saltuarie nei tempi e disarticolate nelle valutazioni; e se il ministro delle Politiche agricole millanta di “andare oltre” gli Ogm e assegna qualche milione ai suoi enti (briciole, a cui nessuna libera ricerca universitaria potrà direttamente accedere) a patto che le idee rimangano chiuse nei laboratori, senza l’indispensabile verifica in campo aperto; lo stesso ministro che benedice una pratica agricola (la biodinamica) basata su astrologia e altre superstizioni.
Non è un Paese per scienziati se si commina il carcere a ricercatori che derivino da embrioni umani “sovrannumerari abbandonati” cellule staminali, e se si concepiscono bandi di ricerca che escludono, immotivatamente, progetti che utilizzino quelle cellule, ma si rimane ipocritamente indifferenti all’importazione (legale) delle stesse cellule dall’estero. Non lo è se si impone per via giudiziaria una presunta cura (il “metodo Stamina”), la si avalla per legge, salvo poi scoprire - come sostenuto fin dall’inizio da tutti gli scienziati – che era una tragica truffa. E se, pochi mesi dopo, si ripete l’errore di metodo cercando di finanziare una specifica sperimentazione clinica, ancora “per legge”.
Non è un paese per scienziati se questi sono considerati fantomatici untori di manzoniana memoria e li si indaga con l’ipotesi di aver deliberatamente introdotto un batterio (temuto ovunque nel mondo) che sta facendo strage di ulivi nel Salento. Quegli studiosi cercavano di capire il problema. Le regole dell’Ue prescrivono con rigore e esperienza cosa fare (e prontamente adottate in Francia sono state efficaci), ma una procura della Repubblica dice che l’esistenza di ulivi “ancora vivi pur se positivi per la Xylella” è un motivo che avvalora le tesi accusatorie. Un po’ come dire che, siccome alcuni fumatori non si ammalano di cancro al polmone, allora il fumo è innocuo.
E cosa dire di un Paese che persegue un modello di sviluppo improvvisato, investe un misero 1,2% del Pil in ricerca e sviluppo e impiega 4,6 ricercatori per mille occupati? Per inciso, le medie Ue sono circa il doppio.
Ma se questo non è un Paese per scienziati, cosa facciamo noi perché torni ad esserlo? Quanta responsabilità abbiamo nell’accettare che la Scienza sia squalificata, processata, manipolata, svenduta, sotto-finanziata ?
Di certo non si promuove la Scienza – anzi la si tradisce – diffondendo dati manipolati. Né aiuta la Scienza chi va alla ricerca di finanziamenti top- down, ad hoc per il proprio orto. “Crepi quello degli altri”, anche se migliore. O chi è alla ricerca di amicizie e scorciatoie politiche, cancellando ogni logica valutativa su basi comparative, spogliando il Paese degli ultimi barlumi di razionalità e integrità necessari per provare a ricostruire una nuova politica del finanziamento pubblico per la Ricerca. Una politica capace di prevedere un unico meccanismo competitivo e affidabile di erogazione di ogni singolo euro (un’Agenzia per la Ricerca, come chiede il Gruppo 2003) con bandi aperti a tutti, con tutti allo stesso nastro di partenza, neutralizzando chi s’approfitta del frazionamento delle fonti di finanziamento, dell’incompetenza degli erogatori, o è prono alla necessità propagandistica del decisore politico. Andrebbe impedito che un ente possa ricevere decine di milioni dallo Stato per accantonarli in depositi infruttiferi per anni, mentre i laboratori agonizzano e i nostri dottorandi (personale laureato) percepiscono un salario di mille euro al mese.
Non aiuta la Scienza quella parte di comunità scientifica che sceglie di tacere, anche se avrebbe gli argomenti per dire “no”, e si limita a “non esistere” per la società pur di non pagare il costo e la fatica d’essere sgradevole, scomoda o pressante. Anche quando i fatti lo richiedono, preferendo il quieto vivere del “buoni con tutti”, “per tutte le stagioni”, in fondo “non si sa mai, ci possono essere briciole anche per noi”.
Scienza, Ricerca e Accademia hanno un ruolo sociale. Formano generazioni libere, preparate e critiche. Non difendere questa libertà (e integrità decisionale) non lascia alibi. Tantomeno a chi guarda dolente a un Paese in compiaciuta contemplazione delle vestigia del passato, per nascondere che non sa progettare il presente e improvvisa sul futuro. La Scienza è il miglior strumento di cui disponiamo per comprendere il mondo e le opportunità offerte da un presente complesso, fragile e competitivo. Ciascuno dovrebbe capire qual è il proprio compito, il personale imperativo sociale, e impegnarsi a metterlo in pratica. Senza sconti per nessuno. Nemmeno per chi si professa scienziato, perché la Scienza può essere cosa discorde da loro e non perdona.
Docente all’Università Statale di Milano e senatore a vita
Repubblica 24.1.16
Italia Nostra in crisi, si dimette Montanari

ROMA Una crisi scuote Italia Nostra. Lo storico dell’arte Tomaso Montanari ha annunciato le dimissioni dal Consiglio nazionale dell’associazione. Colpevole, scrive in una lettera, di essersi allontanata dall’ispirazione dei fondatori, di essere precipitata «in un letargo profondo» e di essere «diventata da un mezzo, un fine: soprattutto per chi la dirige». La lettera ha suscitato reazioni nel mondo ambientalista. Desideria Pasolini dall’Onda e Nicola Caracciolo, presidenti onorari di Italia Nostra, chiedono che l’associazione respinga le dimissioni. Per Pier Luigi Cervellati, Vezio De Lucia, Andrea e Vittorio Emiliani e Rita Paris le dimissioni, se accolte, «segnerebbero la fine dell’associazione». Marco Parini, presidente di Italia Nostra e bersaglio polemico di Montanari, parla di «contestazioni dure e ingiuriose», aggiungendo che il Consiglio nazionale ha già preso atto delle dimissioni dello storico dell’arte.
Repubblica 24.1.16
Dal Pantheon alle biblioteche in arrivo il ticket della bellezza
Nuovi ingressi a pagamento L’annuncio di Franceschini divide
Il biglietto della discordia sulla nostra storia
di Tomaso Montanari

La domanda: ci conviene mettere a biglietto tutto il patrimonio storico e artistico della NazioneÈ (articolo 9 della Costituzione)? é saggio far pagare chi desidera andare a deporre una rosa sulla tomba di Raffaello, o un pensiero su quella di Vittorio Emanuele II, entrambi sepolti nel Pantheon di Roma, che • contemporaneamente un monumento archeologico, una chiesa consacrata, un sacrario civile? La modernizzazione comporta necessariamente biglietterie allÕingresso di tutte le chiese storiche, dei conventi, delle biblioteche, degli archivi, degli ospedali monumentali, e domani magari alle porte di intere cittˆ, come Venezia?
I dubbi sono leciti. Perchè cos“ facendo rischieremmo di spingere ancor di pi• lÕeconomia culturale verso la passivitˆ della rendita.
Forse sarebbe preferibile fare esattamente il contrario, rendendo gratuito lÕaccesso ai grandi musei statali. Nel 2013 il gettito di questi ultimi • stato pari a 125.826.333 euro, ma allo Stato ne sono arrivati 104.333.063 (la differenza • andata agli oligopolisti delle concessioni): che • il costo di un singolo bombardiere F35. Il presidente del Consiglio ha giustamente detto di voler allineare la spesa militare e quella culturale: con meno di un terzo di quanto destinato allÕassegno indiscriminato per il consumo culturale dei neo diciottenni, potremmo far entrare tutti gratis nei nostri musei. E lÕeconomia indotta da un aumento del movimento dei cittadini verso il patrimonio darebbe frutti, anche fiscali, assai superiori al gettito dei biglietti.
Ma, soprattutto, nel nostro Paese come in nessun altro, il patrimonio culturale • fuso con lo spazio pubblico. Non cÕ• un vero confine tra il Pantheon e la sua piazza, ed • vitale che si possa continuare a varcare liberamente quella porta bronzea: anche solo per continuare a passeggiare al coperto, anche solo per cinque minuti. Dobbiamo poter respirare liberamente la nostra storia: non possiamo spezzare questa quotidiana intimit ˆ, diventando clienti anche nel cuore della nostra casa.
é difficile capirlo in un momento in cui lÕunica bussola delle riforme dei Beni culturali, che si accavallano senza il tempo per valutarle, sembra lÕespansione della valorizzazione, a spese della tutela e dellÕeducazione. Ma in gioco cÕ• lÕidea stessa di cittadinanza: rendere pi• difficile lÕaccesso dei cittadini a un monumento identitario significa in qualche modo annullarne la forza.
Quando Urbano VIII Barberini port˜ via il bronzo dal tetto del Pantheon per farci cannoni (1625), disse che era Çun tesoro nascosto, senza utile e senza usoÈ. Il popolo di Roma, visceralmente legato al monumento, si oppose alla messa a reddito, esclamando che quel che non fecero i barbari, avevano fatto i Barberini. Credo che oggi ci convenga pensare non come il papa, ma come il popolo: che guardava pi• lontano.
Corriere Salute 24.1.16
Sanità
Il contratto sociale in sofferenza
di Luigi Ripamonti

Sono sempre di più le persone che chiedono finanziamenti per pagare interventi chirurgici, cure dentistiche, farmaci, persino esami. È un fenomeno che può stupire, perché in Italia non c’è una propensione diffusa all’indebitamento e perché nel nostro Paese la salute è (o dovrebbe essere) in massima parte garantita dal Servizio sanitario: oltre al ticket, per le cure necessarie non si dovrebbe pagare nulla.
E allora perché ci si cura “a rate”? Escludendo interventi puramente estetici e cure odontoiatriche, che (giusto o no), sono tradizionalmente considerate “private”, i motivi sono essenzialmente due: liste d’attesa troppo lunghe o mancata copertura da parte della Sanità di alcune prestazioni o di medicinali innovativi. Che cosa dovremmo dedurre? Che il sistema è inefficiente o ingiusto? Inefficiente in alcuni casi (forse anche molti) è possibile, ingiusto probabilmente no. La risposta, meno demagogica, ma più realistica, è che il Servizio sanitario si trova davanti alla cosiddetta triade logica inconsistente, cioè all’impossibilità di ottemperare a questi tre obiettivi contemporaneamente: accesso di tutti
i cittadini al Sistema; accesso per tutti a tutte le prestazioni; qualità ottimale di tutte le prestazioni. La coperta è corta: che cosa è meglio sacrificare? Accesso universale, totalità delle prestazioni o qualità?
Quello che è certo è che più si spreca, più tutti e tre i termini di questo “contratto sociale” vanno in sofferenza, e più si crea lo spazio, e talvolta la necessità, di ricorrere all’iniziativa personale, che spesso ha costi insostenibili.
Che cosa fare allora? Le soluzioni sono ovviamente materia per decisori politici e amministratori sanitari. La trasparenza nella spesa, la centralizzazione e la creazione di benchmark per le gare d’appalto che bilancino in modo intelligente costi e qualità, la lotta alla corruzione e alla lottizzazione delle nomine di manager e primari sono solo alcune delle ricette da seguire. Ma anche ciascuno di noi è chiamato a un utilizzo sensato della preziosa risorsa che è il nostro Sistema sanitario, magari evitando inutili “pressing” prescrittivi sui medici per terapie e diagnosi o valutando razionalmente la necessità di chiudere reparti o servizi che non garantiscono prestazioni adeguate, anche se questo obbligherà a fare qualche chilometro in più. Due piccoli rinunce. Ma tutto serve. Altrove le ricette per mantenere l’universalismo del sistema sanitario hanno già comportato sacrifici ben maggiori di quelli per ora chiesti a noi.
Repubblica 24.1.16
Mafia, si dimette il sindaco pd di Brescello
Nel Comune di Peppone infiltrato dai clan Coffrini parlò bene di un boss. Grillo all’attacco e il partito lo sfiducia
di Valerio Varesi

BOLOGNA. Sfiduciato dal suo partito, con la Lega in procinto di sfilare sotto le sue finestre e Beppe Grillo che lo indica come uno degli scheletri nell’armadio del Pd, il sindaco di Brescello Marcello Coffrini, finito all’indice per aver definito Francesco Grande Aracri, figlio del boss della ’ndrangheta Nicolino, attualmente in carcere al 41 bis, “una persona gentile, tranquilla ed educata”, ha gettato la spugna annunciando le dimissioni. Queste ultime saranno formalizzate entro pochi giorni consegnando il Municipio reggiano in riva al Po, indicato dall’inchiesta della Divisione distrettuale antimafia di Bologna come l’epicentro delle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Emilia, al commissario che lo traghetterà fino alle elezioni di giugno.
Le dimissioni di Coffrini sono state tutt’altro che spontanee. Decisiva è risultata la pressione del Pd di Reggio dopo la conclusione dell’indagine della commissione prefettizia che ha indagato sulle infiltrazioni mafiose in seno al Comune. Il lavoro, ora nelle mani del prefetto, sarà poi spedito al ministro dell’Interno in attesa delle decisioni del Consiglio dei ministri. Il rischio di uno scioglimento della giunta per mafia con il conseguente contraccolpo politico nel cuore dell’Emilia, ha indotto il Pd a premere su Coffrini affinché gettasse la spugna. Sullo sfondo c’è l’inchiesta della Dda emiliana che nel gennaio 2015 portò all’arresto di 160 persone tra Bologna e Piacenza con l’accusa di essere affiliati alla ‘ndrangheta. Già nel settembre 2014, dopo le dichiarazioni su Grande Aracri, il Pd reggiano sconfessò Coffrini (che non rinnovò la tessera) il quale tuttavia ricevette la fiducia del suo gruppo consigliare. Fino a pochi giorni fa il sindaco sembrava voler resistere in sella intenzionato a presentare ricorso in caso di commissariamento. Ma l’incombere del possibile scioglimento e la tensione politica giunta al parossismo con Lega e M5S ha contribuito a disarcionare Coffrini. Una tensione di cui ha fatto le spese anche il sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi messo sotto accusa dai grillini per l’acquisto di una casa effettuato dalla moglie. Il venditore, Francesco Macrì, è uno degli arrestati nella citata operazione “Aemilia” del gennaio 2015. «Non ne sapevo niente - ha commentato Vecchi - mi sento addolorato e vittima». Il Pd ha accusato il M5S di “sciacallaggio politico”. Un episodio che dimostra il clima di scontro dopo il caso della sindaca grillina di Quarto, sotto accusa per infiltrazioni della camorra e la polemica che ne è seguita. Scontro molto meno nobile rispetto a quello tutto ideologico tra Peppone e don Camillo che Guareschi ambientò in riva al Po proprio a Brescello.
La Stampa 24.1.16
Giachetti: basta guerra tra bande nel nostro partito
“Marino rivuole Roma? Si candidi alle primarie. Marchini pericoloso se converge tutto il centrodestra, ma occhio anche alla Meloni”
Verso il voto Il Pd parte sfavorito nella corsa per il Campidoglio Renzi cerca la rimonta puntando su Giachetti
intervista di Carlo Bertini

«Se si candidasse, Marino dovrebbe partecipare alle primarie del Pd». Prima di fare qualche domanda al soldato Giachetti, che si prepara a scendere in trincea nella piazza romana, lì dove Renzi dice che «pure se è difficile, possiamo farcela», è bene fare un rapido elenco delle insidie: Marino probabile candidato fuori dalle primarie. Un Pd romano sempre dilaniato. Altri candidati per i gazebo non alle viste, dunque rischio primarie poco partecipate. Fassina che detta condizioni ma si candida contro il Pd. Sinistra lacerata, sondaggi che danno il Pd terzo ai blocchi di partenza, dopo i grillini e la destra, se non quarto, contando pure Marchini.
Giachetti, la considera una scommessa più azzardata della caduta del «porcellum» su cui ci stava lasciando le penne con lo sciopero della fame?
«Bella domanda. Il livello di azzardo non è molto differente, ma la possibilità di farcela è legata alla determinazione con la quale si combatte, dunque sono ottimista».
Unioni civili. Dovendosi candidare nella città del Papa, lei che ha pure la tessera dei Radicali, come giudica la legge Cirinnà, un compromesso?
«Il tema è sempre lo stesso, se non si accettano mediazioni ragionevoli si continua a evocare il meglio e non combinare nulla. Questa legge migliaia di persone la attendono da anni e come in altri campi i problemi tendono a risolverli i giudici e non il Parlamento. L’ultimo testo che contiene anche le adozioni lo ritengo una sana mediazione da approvare subito».
Il Pd non ha festeggiato troppo la sua discesa in campo, perché?
«Mi interessa poco che festeggi, molto di più che smetta di dilaniarsi in guerre tra bande che durano da troppi anni. Ventre a terra per vincere a Roma. Io già lo faccio da alcuni giorni e non intendo voltarmi indietro a guardare un passato non proprio edificante».
Marino candidato senza fare le primarie. L’insidia peggiore?
«La considero un’incongruenza, si è reiscritto al Pd qualche giorno fa. Ho sempre pensato che se si fosse candidato alle primarie sarebbe stato un fatto utile: non so cosa farà, ma penso abbia perso un’occasione per far vedere se davvero, come dice, la gente è con lui».
E Fassina che detta le sue condizioni per correre ai gazebo?
«Fassina e compagni hanno cominciato dicendo che non volevano alleanze alle comunali perché bisognava far cadere il governo Renzi. Poi che jobs act e governo con la destra non sono compatibili con una coalizione a Roma. Poi, a Milano invece partecipano alle primarie: perché, Sala è più a sinistra di me? E sulle ultime condizioni poste da Fassina di un minimo di programmi comuni dico: che senso ha fare le primarie se non come confronto tra programmi e persone? Tra veti e condizioni, mi sembra che non voglia farle».
Così divisi lei rischia di non arrivare al ballottaggio?
«Quando bisognerà scegliere tra candidato di centrosinistra, della destra e dei grillini, il nostro popolo saprà bene per chi votare».
Indichi tre nomi della sua squadra per governare la Capitale.
«Ahahaha. Se, ciao core. Rispondo così, Francesca, Mario e Giovanni, tre dei tanti militanti che in queste ore mi stanno aiutando. Come faccio a indicare tre nomi se non ho ancora vinto le primarie? Andiamo...».
Allora dica quali sono i due maggiori problemi della città.
«Mobilità, a cominciare dall’assoluta inefficienza del trasporto pubblico; pulizia, che significa superare il degrado di strade e verde in ogni quartiere. Aggiungo: sono d’accordo con Walter Tocci che bisognerebbe valutare più i livelli decentrati di governo della città come i municipi».
Marchini: un rivale pericoloso?
«Lo sono tutti, certo se su di lui converge il centrodestra è pericoloso. Così come se convergono sulla Meloni e lui si ritira. Ma sono titolati tutti ad andare al ballottaggio».
Anche lei pensa che i grillini non abbiano tutta questa voglia di vincere?
«Visti i problemi che hanno trovato in città più piccole non mi stupirei che avessero qualche remora a farsi carico della capitale con tutte le sue problematiche».
Ultima domanda: cambierebbe la legge elettorale per favorire alleanze alle politiche con la sinistra?
«No. Le leggi elettorali non si fanno per le coalizioni ma per garantire governabilità».
Repubblica 24.1.16
Parola al giudice intesa a rischio
La stepchild adoption, l’adozione del figlio del partner in una coppia gay, è il nodo dei nodi.
L’emendamento presentato dal Pd all’articolo 5 del testo, quello in cui si affronta appunto la questione, precisa che è il giudice a decidere caso per caso. È stato studiato per attrarre voti ma è stato bocciato subito dai cattodem. Stefano Lepri, Emma Fattorini, ma anche il laico Vannino Chiti non lo ritiene abbastanza chiaro. Ha sulla carta una maggioranza di 87 dem, più i 5Stelle, i 23 della Sinistra e gran parte del misto, 17 verdianini: in tutto, 162 sì – la maggioranza è di 161 - ma non dovrebbero esserci assenze e dalle Autonomie dovrebbe arrivare un pronto soccorso. Con il voto segreto è pressoché certa la bocciatura perché resta l’idea che si favorisca l’utero in affitto.
162 sì
Repubblica 24.1.16
La legge dalle maggioranze variabili
Dalle nozze alla stepchild adoption, gli schieramenti sul ddl Cirinnà dopo la presentazione delle modifiche in Senato. Il Pd è diviso e Ncd si sfila: per raggiungere quota 161 voti si fa affidamento su M5S, Sel e verdiniani
di Giovanna Casadio

ROMA. Ogni incertezza è d’obbligo. Sulle unioni civili mai i partiti sono stati più divisi, tanto da appellarsi al voto di coscienza. La maggioranza è variabile e trasversale. I trabocchetti sicuri, anche per il ricorso pressoché certo al voto segreto. Le unioni civili dopo vent’anni di naufragi, dai Pacs ai Dico - sono vicine al traguardo dell’approvazione in Parlamento. Però il pallottoliere oscilla e sui punti più controversi, a cominciare dall’adozione del figlio del partner in una coppia gay, la forbice va da 159 a 163 sì in Senato. La soglia minima della vittoria politica è di 161. Nell’aula di Palazzo Madama la legge è in discussione da giovedì prossimo con le pregiudiziali di costituzionalità. I Dem sono ottimisti. Non facile il percorso con 6.104 emendamenti. Però molti saranno “cangurabili”, cioè si possono saltare e altri non saranno ammessi. Se il presidente Grasso non decidesse in questo senso, c’è l’arma dell’emendamento” supercanguro” presentato dal renziano Andrea Marcucci all’articolo 1 del testo sulle unioni civili. Il capogruppo del Pd, Luigi Zanda l’ha per ora bloccato. Punta sulla capacità di mediazione, sul buonsenso e sugli errori commessi dai leghisti (che hanno depositato oltre 5 mila modifiche),per evitare l’ostruzionismo. Monica Cirinnà, senatrice dem, prima firmataria della legge, è convinta che tutto regge se si tiene ferma l’alleanza Pd-5Stelle- Sinistra e Misto, e i cattodem ci ripensano e non si sfilano dall’ultima riscrittura del testo. Poi c’è il soccorso di Verdini. Paolo Romani, capogruppo forzista, sostiene che pur essendo favorevoli alle unioni civili, i forzisti compattamente voteranno “no”. Tutto da vedere. A sinistra, Loredana De Petris chiede rispetto degli impegni: «Attenti a non svuotare la legge, perché se togli questo e aggiusti quello, noi non ci stiamo più».Lo stesso è per i 5Stelle, che se si trovassero di fronte a modifiche non concordate farebbero mancare il loro appoggio. Per il Pd, diviso tra laici e cattolici, tra i preoccupati che si favorisca l’utero in affitto e i non proibizionisti, la strada è strettissima.
La Stampa 24.1.16
La voglia di normalità delle famiglie arcobaleno
di Marco Belpoliti

Chissà se il movimento gay, lesbiche e trans quando ha scelto la bandiera arcobaleno quale proprio emblema ha pensato alla canzone che canta Dorothy nel “Mago di Oz”: Over the Rainbow? Probabilmente no.
Questa bandiera del resto ha già una sua lunga storia; dal movimento hippy californiano degli Anni Sessanta alle manifestazioni popolari contro la guerra e per la pace degli Anni Ottanta, sono diversi i gruppi e le aggregazioni che hanno issato questa sequenza di colori come proprio stendardo. L’hanno fatto per ricordare che l’arcobaleno è un fenomeno fisico che appare là dove cessano le implacabili piogge, com’era accaduto allo stesso Noè nel momento in cui, dopo il Diluvio universale, cercava di toccare la terra ferma per ricominciare la vita sulla faccia della Terra invasa dalle acque con il suo vascello di creature a coppie. Le famiglie arcobaleno, che sono scese in piazza per manifestare a favore delle unione civili hanno molta voglia di andare al di là di questo simbolo, come canta Dorothy, Noè compreso, e di entrare in una vita quotidiana fatta di una sicurezza garantita dalla legge, qualcosa di molto normale, dove la parola ha un significato letterale: vivere in una norma sancita e uguale per tutti.
Quello che appare oggi in gioco nella estremizzazione del problema delle «unioni civili» è il tema della identità là dove, ci ricordano gli antropologi, l’identità è sempre una costruzione culturale. Appena una società intende costruire una propria identità intorno a un valore – in questo caso «la famiglia» – immediatamente s’imbatte in un problema di alterità. L’identità si costruisce a scapito della alterità, combattendo l’alterità, riducendo quelle che sono le possibili potenzialità alternative, ha scritto Francesco Remotti in un libro che andrebbe letto e meditato: Contro l’identità (Laterza). Per quanto l’identità respinga, l’alterità risorge in modo prepotente e invincibile. Non c’è dubbio che le famiglie arcobaleno costituiscono un’alterità rispetto a quella che è l’identità famigliare dominante nella nostra società. Ricordando quanto ha scritto un’altra antropologa, Mary Douglas, ogni tentativo di purificazione reca con sé l’idea di impurità, di sporco. Non esiste l’impuro di per sé, ma solo in rapporto a un ordine che lo istituisce come tale, per opposizione. Nello scontro in corso intorno alle unioni omosessuali la coppia puro/impuro è una sorta di non detto, dal momento che c’è la tendenza a stabilire la norma e contemporaneamente l’anormalità, la purezza cui corrisponderebbe l’impurità. Tutto questo è una costruzione sociale. Non esiste un’identità umana unica e incontrovertibile, una norma stabilita una volta per tutte.
In un suo articolo di qualche anno fa, che oggi si legge in un libro recente, Siamo tutti cannibali (il Mulino), Claude Lévi-Strauss ha mostrato come non sia affatto la consanguineità a fondare la famiglia. Il grande etnologo francese fa l’esempio di società in cui la famiglia è composta di un fratello e di una sorella e nessun padre: tutti i figli avuti dalla donna sono stati concepiti con partner diversi, ma ne fanno integralmente parte e sono allevati dai fratelli; in un’altra una donna sterile può essere considerata un uomo e sposare un’altra donna e allevare con lei i figli. Altre ancora hanno abolito la categoria del marito e si sono fondate su forme di struttura famigliare che esclude quella biologica puntando piuttosto sul legame sociale. Le famiglie arcobaleno rappresentano una diversità e una ricchezza che gli antropologi si guarderebbero bene di respingere. Non sono la maggioranza nella nostra società, non costituiscono a loro volta una norma, ma appunto una diversità, quella di cui abbiamo bisogno per costruire la nostra stessa identità prevalente. I colori con cui hanno sfilato nelle città italiane sono il segno di una pluralità rispetto ai vessilli monocromatici che dominano il nostro Occidente. Non delle aberrazioni, bensì alterità. Over the Rainbow, canta Dorothy. Proviamo ad andare davvero oltre.
La Stampa 24.1.16
Quel piano di Papa Francesco per dialogare con Xi Jinping
di Andrea Tornielli

«Una soluzione dei problemi esistenti tra Santa Sede e governo cinese sarebbe significativa per la pace nel mondo». È la convinzione dei più stretti collaboratori di Papa Francesco, impegnati nel delicato dialogo con le autorità di Pechino. Un dialogo dai tempi lunghi, che un anno fa il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, aveva definito con «prospettive promettenti».
Nell’agosto 2014, di ritorno dalla Corea, dopo che per la prima volta a un Papa era stato concesso il sorvolo dello spazio aereo della Repubblica Popolare Cinese, Francesco aveva detto: «Ho pregato tanto per quel grande e nobile popolo cinese, un popolo saggio… Se io ho voglia di andare in Cina? Ma sicuro: domani! Noi rispettiamo il popolo cinese; soltanto, la Chiesa chiede libertà per la sua missione, per il suo lavoro; nessun’altra condizione». È ormai evidente da tempo che le relazioni diplomatiche e soprattutto un accordo sul processo di nomina dei vescovi aiuterebbero concretamente la vita dei cattolici cinesi. Nell’ex Celeste Impero vivono comunità «ufficiali» e altre cosiddette «clandestine», i cui vescovi non sono riconosciuti come tali dal governo. L’aggettivo «clandestine» potrebbe fare pensare a comunità nascoste nelle catacombe. In realtà non è così: anche le comunità guidate da vescovi che non hanno voluto aderire all’«Associazione Patriottica», l’organismo governativo per il controllo delle attività della Chiesa, possono tenere le loro celebrazioni.
È da considerarsi dunque superata la vulgata secondo la quale in Cina esisterebbero due Chiese: una fedele al Papa e perseguitata dal governo, l’altra «addomesticata». Di Chiesa, in Cina, ce n’è una sola. All’inizio del 2011, la quasi totalità dei vescovi cinesi era in piena comunione con il Pontefice. Poi ci sono state quattro nuove ordinazioni episcopali illegittime, che costituiscono l’ultimo incidente grave di percorso nei rapporti tra la Chiesa e il governo cinese, la lenta e faticosa trattativa per giungere a un accordo, che trova ostacoli all’interno delle burocrazie di entrambe le parti coinvolte, viene proseguita da Francesco in continuità con i suoi predecessori.
La Santa Sede ha infatti sempre detto di essere disponibile a trovare un modo concordato con le autorità del Paese per designare i candidati all’episcopato, lasciando al vescovo di Roma la parola finale. Benedetto XVI nella sua storica «Lettera ai cattolici cinesi» del giugno 2007 auspicava «un accordo con il governo» su scelta, nomina e riconoscimento da parte delle autorità civili. Papa Ratzinger precisava che concedendo il mandato episcopale esercitava un’«autorità spirituale», che non va intesa come «autorità politica, che si intromette indebitamente negli affari interni di uno Stato».
Repubblica 24.1.16
Papa Francesco sulla famiglia non ha fatto nessun passo indietro
di Eugenio Scalfari

«LA CHIESA ha indicato al mondo che non ci può essere confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione». Questo ha detto papa Francesco nel suo discorso di venerdì all’apertura dell’anno giudiziario del tribunale della Sacra Rota e questo avrebbe significato un passo indietro rispetto all’apertura verso la modernità contenuta nelle prescrizioni del Concilio Vaticano II la cui citazione finora Francesco ha sempre assunto come il maggior compito del suo pontificato. Ma non ha detto soltanto questo. Nel finale del suo intervento ha anche affrontato il tema dei mutamenti che possono verificarsi dentro e fuori della famiglia consacrata dal matrimonio religioso: «La famiglia fondata sul matrimonio indissolubile, unitivo e procreativo appartiene al sogno di Dio ma i responsabili dei processi matrimoniali non dovranno mai dimenticare il necessario amore misericordioso verso quanti, per libera scelta o per infelici circostanze della vita, vivono in uno stato obiettivo di errore».
Infatti, nello stesso giorno del suo intervento al tribunale rotale, il Papa ha inviato anche un messaggio ai partecipanti alla cinquantesima giornata mondiale della comunicazione in cui ha invitato a «esprimersi con gentilezza e comprensione anche nei confronti di quanti, in merito al matrimonio pensano e agiscono diversamente». Che questo sia il suo atteggiamento nei confronti delle cosiddette unioni civili tra persone sessualmente eterogenee o anche dello stesso sesso, è noto da tempo. Il Papa insomma distingue tra famiglie matrimoniali e unioni civili di qualunque tipo e non nega affatto che la stessa posizione sia riconosciuta legalmente.
NEL CONTRASTO di piazza che si sta verificando tra associazioni cattoliche nel “Family Day” che avrà luogo il 30 prossimo e le molteplici associazioni laiche che andranno avanti fino a quando la legge presentata dal governo sarà discussa e, in forma emendata, approvata (dal 28 prossimo) Francesco non interviene; il compito spetta semmai all’episcopato italiano al quale tuttavia viene ricordato che non deve più occuparsi di politica ma chiarire la posizione pastorale sui problemi in discussione.
Il cosiddetto passo indietro di Francesco sul tema della famiglia non c’è dunque stato. Naturalmente Francesco, come già avvenuto nella discussione sinodale sul tema dell’accesso dei divorziati risposati che chiedono di esser riammessi ai sacramenti, deve cercare soluzioni di compromesso (temporaneo) per mantenere l’unità della Chiesa sinodale.
Sul tema dei sacramenti ai divorziati risposati il compromesso è stato di affidare ai vescovi e ai confessori da essi delegati, di decidere se il richiedente può essere riaccolto oppure no. In questo modo l’uscio della riammissione è stato aperto per metà, caso per caso; ma è sempre possibile ai richiedenti della riammissione che abbiano ricevuto parere negativo dal confessore di ripresentarsi dopo qualche tempo penitenziale e formulare di nuovo la richiesta ed è altrettanto possibile, anzi è praticamente certo, che quella seconda richiesta sia accolta.
In questa fase — come sappiamo — la tensione tra il Papa e la Curia ha raggiunto il suo massimo, sicché Francesco deve tenere unita la più larga maggioranza possibile dell’episcopato che privilegia l’azione pastorale e rappresenta in questo modo la Chiesa missionaria voluta da Francesco. Questo spiega ampiamente il compromesso in materia di matrimonio e di unioni civili.
Del resto la parola famiglia è una parola pluri- significativa: designa una comunità di persone unite tra loro da vincoli di affetto o di amicizia o di semplice appartenenza ad una comunità. Nell’antica Grecia e nell’antica Roma la famiglia comprendeva uomo e donna, nonché figli e nipoti, ma anche parenti lontani nel grado di parentela e schiavi, giocolieri, buffoni. Quella insomma che nella Roma classica era chiamata “gens” e aveva anche un nome: la gens Giulia o Claudia o Scipia o Flavia. Ma in tempi attuali esistono anche in tutto il mondo le famiglie mafiose, che prendono il nome del loro capo. Sicché la famiglia matrimoniale non ha natura diversa da quella legalizzata delle unioni civili; sempre di famiglie si tratta, di unioni con analoghi contenuti ma diversi termini lessicali che li distinguono. Il Papa tutte queste varianti le conosce benissimo.
Del resto c’è un altro elemento che Francesco conosce altrettanto bene: la concezione musulmana della famiglia è completamente diversa da quella cattolica, a cominciare dalla supremazia del maschio e dalla poligamia. Ma anche la concezione ebraica è diversa perché la Bibbia dell’Antico Testamento prevede famiglie con due o anche tre mogli per un solo marito. Francesco predica il Dio unico, specialmente tra i tre monoteismi ma per tutte le forme di divinità trascendente. Un Dio unico con scritture e tradizioni diverse, ma unico comunque, sicché le diversità tra le scritture e le tradizioni hanno un impatto assai modesto e sono comunque soggetti a cambiamenti continui che incidono sulla lettera ma non sull’essenza spirituale delle religioni. E questo è tutto per quanto riguarda papa Francesco.
Ma ora c’è il côté laico da descrivere. Chi sono e che cosa pensano su questi problemi? *** I laici si dicono tali indipendentemente dall’essere o non essere religiosi d’una qualunque religione. Di solito sono contrari alla trascendenza; una delle “bibbie” del pensiero laico è infatti Baruch Spinoza, che aveva teorizzato l’immanenza della divinità con il motto ormai famoso “Deus sive Natura”.
Comunque non si è laici e non ci si autodefinisce come tali se non per il fatto che ci s’identifica con i valori di libertà, eguaglianza, fraternità. Gustavo Zagrebelsky, su Repubblica di ieri, sostiene che il laico s’identifica con la democrazia, cioè con l’attribuzione del potere al cosiddetto popolo sovrano. Vero, ma fino ad un certo punto. Non sempre infatti il popolo sovrano sostiene con fatti e non solo con parole tutti e tre quei valori. L’Atene di Pericle era piena di schiavi e così pure la Roma repubblicana e poi imperiale. Ed anche la Galilea dove Gesù di Nazaret predicò duemila anni fa. Infine la democrazia borghese ha sempre puntato sulla libertà a spese dell’eguaglianza e la democrazia operaia pur d’ottenere l’uguaglianza ha messo molto spesso in soffitta la libertà.
Concludo su questo punto che i laici sono certamente democratici sempreché quei valori siano tutti e tre considerati con pari forza, il che vuol dire la difesa dei diritti e insieme ad essi dei doveri che ciascun diritto comporta come corrispettivo in favore di quella stessa comunità che riconosce i diritti.
Personalmente critico Renzi tutte le volte (e purtroppo sono parecchie) che deturpa sia i diritti che i doveri, sia sullo scacchiere nazionale che su quello internazionale; ma nel caso in questione che riguarda le unioni civili, l’appoggio che sta dando alla legge proposta dalla senatrice Cirinnà rappresenta un impegno del nostro presidente del Consiglio che merita piena lode. Lode che si accresce quando vediamo che gli si oppongono la Lega, Forza Italia e Grillo con motivazioni prive di senso, per nascondere quella vera di attacco antirenziano. Ci sono mille possibili motivazioni di antirenzismo, a cominciare dalla legge costituzionale e dal referendum che dovrebbe confermarla, ma questa contro la legge Cirinnà no, non regge per nessuna ragione da chi professa una libertà anarchica (Grillo) o un clericalismo da strage di San Bartolomeo.
Naturalmente anche Renzi, come papa Francesco, ha studiato qualche compromesso per superare l’ostilità dei cattolici del suo partito. Ma la Cirinnà, sia pure emendata ma sostanzialmente integra, è un passo avanti notevole, del quale si parla da trent’anni senza che nulla sia stato fatto finora. Nel frattempo la questione è stata legalizzata in tutti gli altri Paesi dell’Occidente, in modo ancor più integrale; si tratta in grande maggioranza di Paesi dove le religioni dominanti sono di carattere protestante e quindi con meno remore al contrario di quanto avviene da noi. L’Italia o è laica nel senso sopraddetto o è cattolica ma oggi con un Papa aperto all’incontro con la modernità. Perciò la legge Cirinnà si discuterà il 28 prossimo e si voterà. Il risultato favorevole non è sicuro, ma probabile. L’ho già detto: spero questa volta che Renzi vinca.
Ci sarebbe ora da parlare dell’Europa. Lo faremo domenica prossima. Oggi posso solo dire che ci sono, in un’Europa divisa in mille pezzi, due sole posizioni positive: quella di Draghi che sta lottando con tutti i mezzi per uscire dal pericolo di un’altra recessione e quella di Schäuble che propone un piano Marshall europeo che aiuti i Paesi africani dove nasce l’emigrazione che ha l’Europa come obiettivo.
Mi sia consentito chiudere con un brano tratto da una poesia di Thomas S. Eliot che — mi sembra — coglie pienamente la transitorietà del tempo che ci attraversa: «Una dopo l’altra / case sorgono cadono crollano vengono ampliate vengono demolite distrutte restaurate... /C’è un tempo per costruire / e un tempo per vivere e generare / e un tempo perché il vento infranga il vetro sconnesso... / Dobbiamo muovere ancora e ancora / verso un’altra intensità/ per un’unione più compiuta, più profonda / attraverso il buio freddo e la vuota desolazione, / il grido dell’onda, il grido del vento, la vastità delle acque /della procellaria e del delfino. Nella mia fine è il mio principio».
Corriere 24.1.16
Keaton: «Spotlight» non punta il dito contro la religione

Michael Keaton e Walter Robinson, il giornalista del Boston Globe che, assieme al resto del suo team, ha vinto il premio Pulitzer per l’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa Cattolica a Boston, hanno presentato ieri a Roma Il caso Spotlight , il film di Tom McCarthy candidato a sei premi Oscar (nelle nostre sale dal 18 febbraio). «Per quanto ritenga importante il ruolo dell’arte — ha commentato il divo —, qui non siamo noi attori gli eroi: sono i reporter come Walter, per il lavoro che hanno svolto». Spotlight è il nome della squadra di giornalisti investigativi del quotidiano Usa che portò alla luce lo scandalo dei preti americani accusati di pedofilia. «Grazie a questo film si parla della pedofilia nella Chiesa in tutto il mondo. Attenzione però — ha ammonito l’attore —: Il caso Spotlight non è un film contro la fede. Anzi, la cosa più triste che racconta è proprio la perdita della fede da parte delle vittime. Ho molto rispetto per la fede. E credo che papa Francesco stia facendo un grande lavoro».
La Stampa 24.1.16
Ruth Dureghello: “Il Papa, un grande con emozioni uguali alle mie”
Presidente della comunità ebraica di Roma
intervista di Alain Elkan

Ruth Dureghello, lei è presidente della comunità ebraica di Roma: domenica scorsa, davanti a Papa Francesco, al rabbino capo Disegni e alla comunità ebraica di Roma riunita nel tempio maggiore per accogliere il Pontefice, lei ha detto: «Con questa visita ebrei e cattolici lanciano oggi un messaggio nuovo rispetto alle tragedie che hanno riempito recentemente le cronache. La fede non genera odio, non sparge sangue, richiama al dialogo».
«Sì, questo è uno dei passi fondamentali del mio discorso. Il messaggio delle religioni deve essere consapevole che il nome di Dio non si può invocare per uccidere o per sopraffare, come troppo spesso accade oggi, ma deve ispirare un percorso di conoscenza, di dialogo e di rispetto comune».
Lei si è presentata con molta eleganza e con un cappello ed è la prima donna nella storia ad essere presidente della comunità ebraica di Roma e a salire sulla «tevà», l’altare, per parlare alla comunità: come si è sentita in quella circostanza?
«Ero molto emozionata ma anche fiera di rappresentare la mia comunità. Quando si deve rappresentare una comunità come la nostra, bisogna fare al meglio e nel mio abbigliamento volevo mostrare un momento di orgoglio: era importante che venissero ribaditi certi tratti che caratterizzano la bimillenaria comunità di Roma».
Quanti ebrei fanno parte della comunità a Roma?
«Poco più di 13 mila persone. Circa la metà degli ebrei italiani. Mi premeva sottolineare che la comunità romana è una comunità non solo attiva e vivace, ma anche molto legata a Israele e consapevole dell’importanza della pace e della sicurezza in Israele in questi momenti terribili. Proprio mentre il Papa visitava la sinagoga di Roma e attendevamo alla cerimonia, una donna in Israele è stata accoltellata in casa davanti al figlio: un’ennesima notizia orribile».
Sia lei sia il Pontefice avete espresso il concetto che essere antisionisti è la forma più moderna di antisemitismo.
«Sì è così e c’è molto antisemitismo. È un fenomeno crescente in tutta Europa e vi sono segnali terribili anche in Italia, in modo particolare sul web. Ma grazie al cielo le autorità competenti in Italia sanno tutelare bene le comunità ebraiche e sono attive nel perseguire queste terribili ed ingiustificate manifestazioni di odio».
Essere donna in mezzo a tante autorità, rabbini e preti, che sensazione le ha fatto?
«Chiaramente era un momento im
portante e mi sono sentita apprezzata. La cosa più bella era avere intorno uomini che hanno condiviso e sostenuto quello che dicevo. Essere donna è motivo di arricchimento. Lo dico un po’ scherzando, ma da bambina mi definivano un maschiaccio».
Che effetto le ha fatto stare accanto al Papa?
«È una figura imponente, ma è comunque un uomo e ho voluto immaginare di avere vicino una persona con delle emozioni come le mie. Abbiamo parlato serenamente. Gli abbiamo raccontato la storia della deportazione, qui al ghetto di Roma, e lui ha incontrato alcuni dei feriti del terrorismo palestinese del 9 ottobre 1982. Il Papa era desideroso anche di salutare e conoscere le persone. Il nostro è stato un incontro fuori da schemi e da cerimoniali».
Avete parlato delle vostre comuni preoccupazioni?
«La preoccupazione generale rispetto al mondo, ma poi sono stati i nostri discorsi che hanno parlato al nostro posto».
Francesco è il terzo Papa che visita la sinagoga, prima di lui Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Si può dire che sia diventata una consuetudine?
«L’ha detto il rabbino Disegni: nella tradizione ebraica, quando un gesto si ripete più di tre volte, diventa una “chazaqa”, una consuetudine fissa».
Come vive la sua vita di presidente della comunità ebraica di Roma, neo-eletta da sei mesi?
«La vita è cambiata, l’impegno è tale per cui è diventata una grandissima parte del mio tempo. Ovviamente c’è una famiglia che va tenuta viva e coccolata e il mio ruolo più importante resta quello di moglie e di madre dei miei due figli. Roma è una comunità impegnativa, perché svolgiamo molte attività per l’educazione, attraverso le scuole, l’ospedale israelitico, l’aiuto ai bisognosi e poi le tantissime attività culturali. Sono convinta che il miglior modo di vincere il pregiudizio sia far conoscere l’ebraismo e soprattutto cosa gli ebrei romani hanno significato e significano nella storia di questa città».
Repubblica 24.1.16
I tabù del mondo
Il segreto di Caino l’uomo che voleva uccidere l’Ideale
Eroe negativo biblico, simbolo universale di tradimento, il figlio di Adamo ammazza il fratello per eliminare l’Altro e vivere senza rivali in simbiosi incestuosa con la madre In realtà ciò che non sopporta è vedere in Abele una versione“perfetta” di sé. Ma solo dopo l’omicidio scopre che il sangue versato ha lo stesso colore del suo
Come ha spiegato Lacan qui la violenza non è quella selvaggia, animale: deriva invece da una regressione allo “stadio dello specchio” incarnato anche da Narciso
di Massimo Recalcati

È la ragione ultima dell’odio geloso e mortale di Caino verso Abele: il fratello è il suo rivale giurato solo in quanto incarna il suo Ideale. Egli rifiuta di farsi suo “custode” perché è accecato dall’invidia: liberandosi di Abele, Caino coltiva l’illusione di distruggere chi lo deruba della propria immagine. In realtà scoprirà che il suo sangue ha lo stesso colore del sangue di suo fratello.
Il mito di Narciso svela la tendenza, profondamente distruttiva, dell’uomo a restare prigioniero dell’adorazione per il proprio Io. Respingendo l’alterità, Narciso finisce per perdere la propria vita, muore affogando nel tentativo di unificarsi con se stesso. La sua passione non conosce limiti; è accecata, furiosa, insaziabile. Per questa ragione, secondo la psicoanalisi, la violenza umana trova il suo fondamento proprio nel mito di Narciso. Prendiamo come riferimento la prima grande scena di violenza narrata dalla Bibbia nella Genesi, quella del gesto fratricida di Caino. Anche Caino come Narciso non è in grado di fare esperienza dell’alterità; egli viene sequestrato da sua madre che lo elegge a proprio “Uomo” al posto di Adamo. Si tratta di un sequestro incestuoso sul quale ha dedicato pagine insuperabili il biblista francese André Wenin in Dalla violenza alla speranza (Qiqajon, 2005): Caino appartiene alla madre, non ha vita propria, è catturato dallo specchio dello sguardo materno. Lui e sua madre riproducono la scena in cui Narciso si perde: la confusione dilaga tra i Due perché non c’è presenza simbolica del Terzo, del principio della mediazione simbolica rappresentato dal padre. Come Edipo, anche Caino si trova perso nelle spirali di una simbiosi mortifera con sua madre. Egli odia l’alterità perché l’alterità rompe il legame incestuoso in cui è sprofondato. È su questo sfondo che si deve iscrivere il suo confronto mortale con Abele.
Per Lacan la violenza non scaturisce solo dalla privazione e dalla frustrazione provocata da una realtà sociale impietosa. Esiste una radice più profonda della violenza che precede, se si può dire così, ogni sua causalità sociologica. Si tratta della fascinazione del soggetto verso il proprio Ideale. La violenza umana non segnala mai — come invece sembra credere Wenin nel suo commento a Caino — una regressione al bestiale, il «prevalere dell’animale sull’essere dell’uomo», ma la dipendenza dell’uomo dal suo narcisismo, dalla sua difficoltà di accogliere veramente l’alterità. Solo in questo modo possiamo intendere la cattura incestuosa di cui resta vittima Caino. La violenza umana sorge da una regressione allo specchio e non all’istintualità animale.
È una tesi che Lacan ha sviluppato attraverso il suo celebre “stadio dello specchio” che racconta il mito della nascita dell’Io. Il bambino che non ha ancora consapevolezza della sua individualità, tra i sei e i diciotto mesi, osserva allo specchio l’immagine ideale di se stesso senza però poterla mai afferrare. Questa immagine gli appare tanto ideale quanto irraggiungibile. Mentre nella realtà egli si vive privo di coordinazione motoria, di parola, di autonomia, lo specchio gli restituisce una rappresentazione monumentale, statuaria, idealizzata di se stesso. L’immagine che lo specchio gli riflette aiuta il bambino a potersi riconoscere come un soggetto, ma solo a prezzo di uno sfasamento: nessun umano potrà mai coincidere con l’immagine ideale di se stesso che lo specchio mentre gli restituisce gli sottrae, in realtà, per sempre. La nostra vita non sarebbe allora altro che la rincorsa vana verso questa coincidenza impossibile da realizzare.
Narciso incarna questo dramma al suo colmo. E Caino? Perché non possiamo capire l’hybris che ispira il suo gesto atroce senza evocare lo spettro di Narciso? Caino vede in Abele l’immagine ideale di sé che egli vorrebbe essere ma non è. Abele è, al tempo stesso, un oggetto ideale e un rivale. Caino invidia Abele in quanto prediletto da Dio. Come Narciso egli non sopporta di non essere l’immagine che lo specchio gli ha sottratto. Ecco allora che colpisce Abele con la ferocia criminale che solo gli uomini, diversamente dagli animali, sanno mostrare. Tuttavia, colpendo il fratello — come gli ricorda il suo Dio — non fa altro che colpire se stesso. Abele, infatti, mostra a Caino tutta la sua insopportabile incompiutezza. Per questa ragione non solo esistono miti fratricidi all’origine delle grandi Civiltà (si pensi a quello di Romolo e Remo per l’antica Roma), ma si ricerca sempre in ogni dittatore e in ogni persecutore incallito la continuità inconscia che lo lega all’oggetto indistruttibile del suo odio.
Il gesto di Caino si può intendere solo attraverso la chiave di Narciso. La psicoanalisi definisce “proiezione” un processo psichico di difesa che consiste nel localizzare nello straniero e nel diverso quelle parti più oscure di noi stessi che non riusciamo ad integrare nella nostra personalità diurna. È l’ambivalenza radicale e inquietante che ci lega a doppio filo ai nostri nemici: lo xenofobo, il fascista, l’intollerante è il più prossimo a noi stessi, abita in noi stessi prima di incarnarsi nell’altro. Abele è l’intruso, il secondogenito, colui che è arrivato dopo, il figlio ”aggiunto” che ha scombussolato l’identità incestuosa di Caino. La sua vita non è stata accolta con l’entusiasmo con il quale è stata accolta quella del fratello, ma la sua esistenza impedisce che Caino sia il primo e unico figlio. Il secondogenito — che nella Bibbia è sempre premiato rispetto al primo — impone a Caino, l’incestuoso, l’esperienza dell’alterità.

sabato 23 gennaio 2016

il manifesto 23.1.16
Il comune destino degli ungheresi Istvan Toth e Geza Kertesz
Sport e Shoah. Costruirono una rete clandestina per salvare gli ebrei, diventarono allenatori in Italia, tornati in patria furono fucilati nel '45
di Pasquale Coccia

Gottfried Fuchs e Jiulius Hirsch furono gli unici calciatori ebrei a vestire la maglia della nazionale tedesca, primato che detengono ancor oggi. Amici per la pelle in campo e fuori, furono segnati da un diverso destino. Il primo, una mezzala in grado di trasformarsi in un veloce attaccante e mettere la palla in rete, passò alla storia del calcio alle olimpiadi di Stoccolma del 1912, quando con la nazionale tedesca in una sola partita realizzò dieci dei sedici gol che la Germania inflisse alla Russia. Prima che la furia hitleriana si abbattesse sugli ebrei Gottfried Fuchs fuggì in Canada, dove visse fino al 1972. Diversa fu la sorte dell’ala sinistra Julius Hirsc. Convinto che la persecuzione degli ebrei fosse passeggera rimase in Germania, ma per lui non ci fu scampo, fu deportato ad Auschwitz dove morì nel maggio del 1945.
Ebbero destini comuni fino alla morte Istvan Toth e Geza Kertesz, due calciatori ungheresi, poi allenatori in Italia, che aiutarono gli ebrei e mettersi in salvo attraverso una rete clandestina cui avevano dato vita. Come facevano ad aiutare centinaia di ebrei al giorno? Forti del loro perfetto accento tedesco, vestiti da ufficiali delle SS li prelevavano direttamente dal ghetto di Budapest. Toth e Kertesz furono due calciatori che da giovanissimi giocarono nel Btc Budapesti, una delle più forti compagini del campionato magiaro. Toth, il più forte tra i due esordì in nazionale a soli 18 anni in, Ungheria-Inghilterra, 4 a 2 a favore degli inglesi. Toth e Kertesz, giocarono insieme per tre anni, poi Toth passò nelle file del Ferencvaros. Facevano parte di quella scuola danubiana che si affermò rapidamente e dominò il calcio europeo dagli anni Trenta fino al dopoguerra. Finita la carriera calcistica, Istvan Toth e Geza Kertesz restarono entrambi nel mondo del calcio, intraprendendo la carriera di allenatori, seppero applicare moduli innovativi e vincenti.
Toth al suo primo anno da allenatore alla guida della Ferencvaros, conquistò lo scudetto, un trofeo che mancava da ben tredici anni, e l’anno successivo la Coppa dell’Europa centrale, rispondente all’attuale Champions. A 40 anni Istvan Toth era sul tetto d’Europa, l’allenatore più conosciuto per gli allenamenti e i moduli tattici rivoluzionari che aveva saputo introdurre nel calcio, non solo era un grande motivatore, contava sulla forza del gruppo, ma per la prima volta ogni calciatore aveva una sua scheda di allenamento con i punti forti e deboli da curare. Nell’estate del 1931 per Istvan Toth arrivò la chiamata dall’Inter. I nerazzurri l’anno precedente avevano vinto lo scudetto sotto la guida di un altro grande allenatore ungherese, Arpad Weisz, che aveva lasciato i campioni d’Italia per passare al Bologna di Leadro Arpinati, fascista della prima ora e ras della città emiliana, il quale voleva i felsinei scudettati a tutti i costi. I nerazzurri avevano nelle proprie file Giuseppe Meazza, che appena ventenne era stato lanciato nella massima serie proprio da Arpad Weisz.
Quell’anno l’Inter concluse il campionato al sesto posto, una delusione per le aspettative dei nerazzurri, a Toth non restò altro che raggiungere l’Ungheria per allenare altre squadre. Diverso il percorso da allenatore di Geza Kertesz, che fece una carriera tutta italiana. Alla guida dello Spezia portò la squadra ligure al passaggio di categoria, passò alla Carrarese che condusse in serie B, fu allenatore del Viareggio e della Salernitana. A fargli una corte spietata e a non badare a spese fu il barone Enrico Talamo, proprietario del Catanzaro, Geza Keretsz al termine del campionato 1932–33, portò la squadra calabrese in serie B, dopo aver vinto gli spareggi contro il Napoli e il Perugia, mai una squadra calabrese aveva conquistato un risultato del genere. Keretzs divenne un eroe popolare, ma l’affetto della gente di Catanzaro non lo trattenne. L’allenatore magiaro era un animo irrequieto e dopo il successo calabrese, passò in Sicilia dove prese ad allenare il Catania, anche qui Keretsz replicò il successo ottenuto l’anno prima a Catanzaro.
La squadra etnea non aveva mai raggiunto la serie B, dopo il successo la piazza si riscaldò e voleva la serie A, la squadra siciliana acquistò Biavati, futuro campione del mondo nel ’34, ma concluse il campionato di B al terzo posto. A reclamare l’allenatore magiaro fu il Taranto, Keretsz alla guida della squadra pugliese conquistò per l’ennesimo anno la serie B, ormai era considerato un esperto di promozioni. Intanto aveva rifatto capolino in Italia il suo amico Toth, il quale allenò la Triestina, dove lanciò Gino Colaussi, che vinse i mondiali di Francia nel 1938, ma i risultati furono deludenti, mentre Keretsz approdò in serie A alla Lazio, piazzandosi al quarto posto nel campionato 1939–40. L’anno successivo all’euforia seguirono risultati deludenti, alla sesta giornata di campionato Keretsz fu esonerato, allenò anche la Roma l’anno dopo quello dello scudetto del 1939–40. L’aria si era fatta pesante, l‘Italia era in guerra, Keretsz tornò a Budapest. Dopo l’invasione di Hitler, organizzò con Toth una rete per salvare ebrei e oppositori politici, Keretsz parlava perfettamente il tedesco e vestito da ufficiale SS andava nel ghetto a prelevarli per metterli in salvo. La rete di resistenza durò un anno, fino a quando una spia denunciò i due allenatori, la Gestapo li fucilò il 6 febbraio del 1945, il 13 febbraio Budapest fu liberata.

il manifesto 23.1.16
Addio Memoriale degli italiani
Giornata della Memoria. Il direttore del museo di Auschwitz dopo un preciso ultimatum ha dato l'ordine di smantellare l'opera d'arte del Blocco 21 inaugurata nel 1980 dedicata agli italiani deportati e morti
di Beatrice Andreose

Quando Luigi Nono compose la sua opera per il Memoriale italiano che nel 1980 venne inaugurato ad Auschwitz, la commentò in questo modo «Non è una musica facile. È una musica dolorosa. L’unico consiglio che mi sento di darvi prima dell’ascolto: spegnete la luce, massimo silenzio, chiudete gli occhi». Un silenzio accorato, certo non quello dell’abbandono in cui versano le stanze che ospitavano l’opera e che da qualche mese si presentano ormai desolatamente vuote. Cancello sbarrato e memoria calpestata, dunque, per i nostri connazionali deportati e morti ad Auschwitz. Sino al 2011 i visitatori potevano visitare l’opera realizzata da alcuni tra i più importanti nomi della cultura italiana del Novecento tra cui gli architetti dello studio milanese BBPR (Lodovico Belgiojoso, Ernesto Rogers, Enrico Peressutti e Gian Luigi Banfi) che avevano lavorato assieme a Primo Levi per i testi, Pupino Samonà per i dipinti, Nelo Risi per la regia e Luigi Nono per le musiche. Una morte lungamente annunciata, quella del Memoriale italiano. L’ultimo capitolo è dell’aprile 2014 quando il direttore del Museo Statale di Auschwitz-Birkenau Dr Piotr M.A.Cywinski nella sua missiva all’Aned (l’Associazione degli ex deportati nei campi nazisti che del memoriale è titolare) e all’Ambasciatore d’Italia a Varsavia Riccardo Guariglia intimava un vero e proprio ultimatum per lo smontaggio del Memoriale dal Blocco 21. Chiedeva in modo perentorio una nuova installazione più conforme alle disposizioni definite dal Consiglio internazionale di Auschwitz. In sostanza il revisionismo polacco chiedeva che la Shoah oscurasse l’antifascismo esigendo che venissero rimossi i simboli comunisti e quella falce e martello che il Parlamento dal 2009 aveva messo fuori legge. L’accusa era che si trattava di «un’opera d’arte fine a se stessa, priva di valore educativo». Poco graditi soprattutto il racconto dell’ascesa del nazi– fascismo, del collaborazionismo, del razzismo di Stato, del ruolo delle multinazionali tedesche (soprattutto la Bayer). Per la Polonia era inopportuno ricordare oltre all’olocausto ebreo anche quello dei prigionieri politici comunisti, degli omosessuali, dei rom e dei disabili che trovarono la morte ad Auschwitz. E così, tra il silenzio ed il disinteresse assordanti dei governi italiani che si sono succeduti dal 2007 ad oggi e dopo anni di resistenze solitarie prima dell’Aned, poi del mondo accademico e artistico italiano capeggiato dall’Accademia di Belle Arti di Brera, nel maggio di quest’anno i tecnici e i restauratori dell’Istituto Centrale del Restauro e dell’Opificio delle Pietre Dure hanno smontato l’opera per trasferirla nello spazio Ex3 del quartiere Gavinana a Firenze, destinato a diventare Polo della memoria e centro di un museo diffuso sulla deportazione.
«Mai avrei voluto vedere le immagini dei restauratori che smontano pezzo per pezzo il Memoriale italiano – commenta Dario Venegoni, presidente ANED — Ricordo ancora lo sforzo immane da noi sostenuto quasi 40 anni fa per progettare, finanziare e allestire quell’opera nel Blocco 21 del campo; ricordo la generale commozione il giorno dell’inaugurazione, a cui io ero presente con mia madre ed un centinaio di altri ex deportati e familiari giunti appositamente dall’Italia. Che l’opera alla quale hanno lavorato così illustri autori sia smontata fa male al cuore. Nonostante ciò nell’aprile 2005 abbiamo raggiunto un accordo per il suo spostamento a Firenze, il pericolo era che venisse chiuso e disperso» conclude rispondendo così ad alcune critiche di cedimento rivolte da più parti all’Aned. A battersi per la conservazione in loco del memoriale anche l’arch. Gregorio Carboni Maestri autore nel 2013, assieme all’arch. Emanuela Nolfo, del progetto Glossa che proponeva una nuova contestualizzazione del Memoriale». Auschwitz, svuotata di qualsiasi contenuto politico, secondo Primo Levi è un luogo tragicamente destinato a diventare inutile, perché non spiega alle nuove generazioni alcunché. Diventa solo «un tragico evento». Questo evento — spiega Carboni Maestri– è fatto invece da elementi precisi, che vanno analizzati e compresi, uscendo dalla balla dell’uomo malvagio che ha ipnotizzano una nazione e ucciso milioni di vittime per il semplice gusto di farlo. Ad Auschwitz va spiegato da dove veniamo e verso dove andremo, da cosa nasce la barbarie. E la barbarie nasce solo da un elemento: dalla sconfitta del mondo del lavoro, come intuì Rosa Luxembourg. Quella vicenda ne fu la prova, oggi ne vediamo la tragica conferma, giorno dopo giorno. La storiografia di regime odierna preferisce una narrativa di Auschwitz alla «Schindler List», manichea e ingenua, con un «cattivo» (Hitler) e delle «vittime inerti» (i soli ebrei, «apatici») in modo che nessuno capisca, in definitiva, alcunché uscendo da quel campo di sterminio. Solo scossi dall’orrore, per poi essere incapaci di vedere l’orrore odierno o i possibili Auschwitz futuri. In modo che nessuno capisca che il nazifascismo nacque (e rinascerà) dalla sconfitta del mondo operaio, che lo stesso fu sconfitto solo dalla lotta vittoriosa di milioni di sovietici, dalle lotte dei partigiani, degli operai in sciopero a Sesto, degli operai statunitensi e inglesi al di là e al di qua dell’oceano che, soli, hanno sopportato lo sforzo di guerra in Regno Unito e Stati Uniti». A battersi contro lo smantellamento anche l’associazione Gherush92 che in una nota commenta «Al pari delle azioni belliche che mirano alla demolizione di mausolei ed antichi monumenti, anche le manipolazioni storico-politiche come la deportazione del nostro Memoriale, possono disintegrare la memoria delle vittime del Nazifascismo e della Shoà e abbandonare — come anziani archeologi a difesa di antichi monumenti — i partigiani e i deportati e, con loro, la Resistenza Italiana». Per vedere la storia del memoriale, il suo smontaggio ed il trasferimento l’Aned da appuntamento il pomeriggio del 27 gennaio alla Casa della Memoria di Milano. Gherush92 invece propone il 27 gennaio alle 10 al Centro Russo di Scienza e Cultura di Roma la conferenza «Come l’Armata Rossa liberò Auschwitz». Sarà presentato il progetto «Auschwitz Liberation» e si analizzerà la liberazione del campo di sterminio da parte dell’Armata Rossa.
il manifesto
Una stella tranquilla, ritratto sentimentale di Primo Levi
Giornata della Memoria. Intervista a Pietro Scarnera autore della graphic novel sulle tracce di vita e di pensiero di uno degli scrittori più amati
di Virginia Tonfoni

Sono passati quasi trent’anni dal giorno di aprile in cui Primo Levi si tolse la vita, gettando un’ombra tetra sulla propria opera e alimentando le letture che l’hanno considerata troppo a lungo come una profonda e lunga testimonianza del lager; un’ombra che spesso ha oscurato in parte il suo spessore di scrittore. È una fortuna che in questi ultimi anni siano fiorite riflessioni e approfondimenti sul suo operato letterario, e che si proceda da diverse parti al riscatto di uno più significativi autori italiani del secolo scorso. Lo fa Marco Belpoliti, con Primo Levi di fronte e di profilo, ma in questa linea si collocava già il graphic novel di Pietro Scarnera Una stella tranquilla, ritratto sentimentale di Primo Levi (Comma22, 2013). Il libro è candidato quest’anno nella Selezione ufficiale del festival di Angoulème, che si celebrerà a fine mese. Scarnera, al suo secondo fumetto come autore unico e membro della redazione di graphic​-news​.com (primo portale italiano di informazione a fumetti), ha risposto alle nostre domande.
Cosa ti ha avvicinato, da lettore, a Primo Levi, uomo e autore?
La mia copia di Se questo è un uomo risale ai tempi della scuole medie, ma è stato proprio un fumetto — ovviamente Maus, di Art Spiegelman — a spingermi a riaprirla, molti anni dopo. In quell’edizione c’era anche La tregua, il secondo libro di Levi, ma soprattutto un’appendice in cui Levi rispondeva alle domande più comuni ricevute dagli studenti delle scuole. Mi colpì la chiarezza, la curiosità e a tratti l’ironia con cui affrontava argomenti terribili. Di seguito ho letto tutti gli altri libri, comprese le interviste, scoprendo uno scrittore molto più ricco di quello che avevo immaginato fino ad allora. Mi sono chiesto diverse volte il motivo di questa mia piccola ossessione per Levi. Da un lato penso che ci sia qualcosa di familiare nel suo modo di raccontare, mi ha sempre ricordato i racconti di mio nonno, anche lui prigioniero in Germania durante la guerra (ma come soldato italiano). In quel periodo mio padre si trovava in stato vegetativo (come ho raccontato nel mio primo fumetto, Diario di un addio)e forse mi attirava la capacità di Levi di testimoniare un’esperienza estrema.
Il sottotitolo del tuo romanzo grafico recita «ritratto sentimentale». Che tipo di sentimento verso la figura di Primo Levi ti ha convinto ad affrontare la sua biografia in forma fumetto?
L’aggettivo non si riferisce tanto a dei sentimenti verso la figura di Levi, quanto all’approccio che ho scelto per avvicinarmi a lui. L’idea era quella di porsi come un ideale nipote, che tenta di ricostruire la vita e soprattutto l’opera dello scrittore, come se sfogliasse un album di famiglia, immaginandosi com’era da giovane, com’erano andati alcuni episodi raccontati nei libri, etc. Una stella tranquilla può essere anche visto come una riflessione sulla memoria che conserviamo di Primo Levi, a tanti anni dalla sua morte. E del resto una domanda sembra emergere sempre dall’opera di Levi, soprattutto negli ultimi lavori: sono riuscito a testimoniare? Mi credete? Il fumetto era anche un modo per dire che sì, gli crediamo, che ha raggiunto il suo scopo: i suoi libri funzionano ancora oggi.
Il nome di Marco Belpoliti, uno dei massimi studiosi dell’opera di Primo Levi appare nel prologo-di cui è autore– e nei ringraziamenti. In che modo ti ha condizionato la lettura dei testi da lui curati?
Ho pensato che sarebbe stata una buona idea raccontare la storia di Primo Levi dopo aver letto da cima a fondo i due volumi delle Opere, curati appunto da Marco Belpoliti. Nelle note Marco ripercorreva la storia dietro ogni libro, praticamente dandomi una traccia da seguire per il mio lavoro. Avere una sua prefazione è stato per me molto rassicurante; evidentemente non avevo scritto cose assurde. Non aver ancora letto Primo Levi di fronte e profilo, ma sono molto curioso di vedere la mostra «I mondi di Primo Levi», che dopo una prima tappa torinese, inaugura a Ferrara il 24 gennaio.
Nel tuo libro due giovani personaggi portano avanti la ricostruzione della vita di Levi dopo la sua liberazione. Quanto vi è di autobiografico in questa cornice narrativa e perché hai scelto questa struttura?
Mi sono ispirato a Palacinche di Alessandro Tota, uno dei miei fumettisti preferiti. La cornice serve essenzialmente a far andare avanti la storia, tuttavia molte passeggiate per Torino sono autobiografiche; ho approfittato per raccontare come è cambiata negli anni la città dove sono nato, soprattutto in quartieri periferici come Lingotto e Mirafiori. La presenza dei due ragazzi si è rivelata importante: mi sono accorto che sia in Levi sia in diversi targhe e monumenti posti a memoria si rivolgevano ai «figli dei figli», cioè alla mia generazione, perché sapessero, perché non dimenticassero. Ora tocca a noi portare avanti quella testimonianza, divenire «testimoni mentali» come ha scritto la storica Anna Bravo in una bellissima recensione, necessari a fianco di quelli oculari: questo è quello che ho provato a fare.
Il tuo lavoro scaturisce anche dalla consultazione meticolosa di fonti scritte e visive. In quali direzioni di ricerca e utilizzo ti sei mosso? Che margine di rielaborazione ti sei concesso?
Ho usato solo materiali che tutti possono trovare in biblioteca o sul web, ed ho lavorato con quello che effettivamente rimane dell’opera di Levi. Ho fatto proprio un passo indietro sul testo, ho eliminato molte cose scritte da me e ho lasciato che fossero le parole di Levi a raccontare: tutti gli episodi che descrivo sono stati scritti o raccontati dallo scrittore, tutte le parole che pronuncia in questo fumetto sono sue. Il lavoro sulle immagini è stato più impegnativo: la storia che racconto è piuttosto astratta e povera di azione-la storia di uno scrittore che vive sempre nella stessa casa– e a un certo punto è sorto il problema di cosa disegnare. Ho risolto rubando immagini dappertutto: alcune provengono dall’opera di Levi, come il gufo in copertina (l’animale con cui si identificava) e gli uomini senza volto (i «sommersi» del lager). Spesso ho usato le fotografie, le copertine dei libri, le sculture fatte con il filo di rame, vecchi documentari su Torino, foto scattate da me o dai miei genitori negli anni ’70… spesso le tavole sono state costruite attorno a queste immagini, le ho usate come ancoraggio sulla realtà. Il problema più delicato è stato disegnare il lager. Dopo averlo inizialmente escluso (non riesco neanche a immaginarlo, figuriamoci disegnarlo), un’amica mi ha fatto scoprire le opere di Zoran Music, un pittore sloveno internato a Dachau. Come Levi, Music, preso dalla necessità di raccontare, nel lager aveva disegnato diversi schizzi, ripresi poi anni dopo nella serie di pitture «Non siamo gli ultimi». Questo parallelo mi ha colpito e ho deciso di «rubare» copiando i disegni di Music nelle parti del libro in cui si parla del lager: mi sembravano le uniche immagini che potessero avvicinarsi a quelle che Levi doveva avere in testa.
Nel raccontare la complessità dell’uomo e dello scrittore, qual è stata la sfida più grande?
In realtà le difficoltà più grandi le ho avute sul disegno, nel senso che volevo trovare uno stile che in qualche modo corrispondesse a Primo Levi. La chiarezza, la precisione e la necessità di parlare a tutti, come «un telefono che funziona», sono elementi che caratterizzano la scrittura di Levi: volevo che anche il disegno seguisse questi principi.
In generale, nella grande varietà di composizione delle tavole ci sono elementi e scelte ricorrenti. A cosa sono riconducibili?
Tornano gli elementi frequenti nell’opera di Levi. Il gufo, ad esempio, praticamente l’unico disegno fatto da Levi (anche se è fatto al computer), torna in alcune interviste e nelle sculture di filo di rame. Tornano anche i prigionieri senza volto e la foto di una recinzione di filo spinato di un lager: torna nei diversi momenti della storia in cui Levi pensa ad Auschwitz.
Con un atto di estremo rispetto, il tuo libro non indaga sul suicidio dello scrittore e sulle ragioni che lo hanno determinato, quasi come se fosse la complessità dell’uomo stessa a giustificarlo. Esiste secondo te una relazione tra la pubblicazione del suo ultimo libro «I sommersi e i salvati| e il suo gesto suicida?
Davvero non saprei dire se esista un legame tra il ritorno alla riflessione sul lager e il suicidio di Levi. Posso dire che le tavole sulla sua morte sono le prime che ho pensato e disegnato, proprio per risolvere subito la questione più delicata: un argomento al quale non mi sento in diritto di cercare un perché. Mi interessa di più il modo in cui abbiamo reagito alla notizia che il fatto in sé. Quando dicevo a qualcuno che stavo lavorando a un libro su Primo Levi, il suicidio era il primo argomento che veniva fuori: c’era chi aveva una propria idea, chi chiedeva a me una spiegazione, chi mi raccontava delle storie. Tutte ruotano attorno a una presunta lettera, foriera di notizie sconvolgenti, che Levi avrebbe ricevuto la mattina dell’11 aprile 1987. Le ho riportate in Una stella tranquilla perché per me sono vere e proprie leggende urbane, che dimostrano come ci sia qualcosa di irrisolto nella memoria che abbiamo di Primo Levi. Credo che tutto il dibattito nasca dalla confusione che si è generata tra la persona e il personaggio pubblico. In realtà basta studiare un po’ la sua opera, e soprattutto le interviste, per accorgersi che il suicidio non era così totalmente inaspettato. In ogni caso questa distinzione tra Levi uomo e Levi scrittore ha guidato tutto il mio lavoro, fino al titolo e alla copertina, dove Levi indossa appunto una maschera.